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Guido Galdini, Poesie da Appunti Precolombiani, Arcipelago Itaca, 2019, con Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa, La questione della problematizzazione interna dei linguaggi artistici

Gif Naomi passerella

La questione della problematizzazione interna dei linguaggi artistici

Guido Galdini (Rovato, Brescia, 1953) dopo studi di ingegneria opera nel campo dell’informatica. Ha pubblicato le raccolte Il disordine delle stanze (PuntoaCapo 2012) e Gli altri (LietoColle 2017). Alcuni suoi componimenti sono apparsi in opere collettive degli editori CFR e LietoColle. Ha inoltre pubblicato l’opera di informatica aziendale in due volumi: La ricchezza degli oggetti: Parte prima – Le idee (Franco Angeli 2017) e Parte seconda – Le applicazioni per la produzione (Franco Angeli 2018).

Strilli Gabriele2

Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

La questione della problematizzazione interna dei linguaggi artistici

I linguaggi artistici sono quei tipi particolari di linguaggi che sono stati sottoposti ad una intensa problematizzazione interna. È attraverso la problematizzazione interna che i linguaggi si rinnovano, e una attività ermeneutica dei linguaggi artistici ha il compito di mettere in evidenza questa problematizzazione. Ma ogni intensa problematizzazione della forma-poesia comporta inevitabilmente un processo di de-soggettivazione. V’è qui in azione un orizzonte problematologico che de-coincide il soggetto spingendolo verso la de-soggettivazione.

Conosco non da oggi la poesia di Guido Galdini per comprendere come una intensa problematizzazione della forma-poesia lo abbia occupato e preoccupato in tutti questi ultimi anni. Galdini ha osservato con sfiducia crescente la forma-poesia degli ultimi decenni della poesia italiana; il problema per un poeta attento e sensibile era (ed è) fuoriuscire da quell’imbuto che dopo Composita solvantur (1995) di Fortini è diventata una esigenza non più comprimibile. È così che con questo singolarissimo libro il poeta di Brescia ha optato per una diversione tematica radicale, per una poesia che avesse ad oggetto la propria problematizzazione interna, ma l’ha fatto con una mossa spiazzante, con un dribbling, adottando a tematica centrale la colonizzazione dell’America del sud da parte degli spagnoli. Questa tematica apparentemente non avrebbe nessun aggancio con i miti e i riti di oggi della nostra civiltà tecnologica, eppure, a ben guardare con è così, anche noi oggi, abitanti dell’Italia repubblicana posta al confine meridionale dell’Europa, siamo abitati da una potenza coloniale ostile, solo che non ne abbiamo contezza, perché ci risulta invisibile, e la poesia che si scrive oggi in Italia men che mai, risulta anch’essa invisibile in quanto non attinta da alcuna consapevolezza della propria situazione problematica. Il vero problema è lo stato di soggezione e di sudditanza degli abitanti italiani del XXI secolo rispetto ad un Moloch invisibile e pervasivo che ha invaso l’Occidente. La poesia a mio avviso ha il compito di  rendere visibile ciò che è invisibile. Ma, come fare? È questo il problema: come fare per rendere visibile ciò che non è visibile?

È un discorso assertorio quello di Galdini che percorre i binari della poesia del novecento e del post-novecento, dove una voce monologante ci narra una storia; ma non è la storia che a me, in qualità di ermeneuta, personalmente sta a cuore, ma il «modo» di raccontarla; nel «modo» si situa l’istanza problematizzante delle forme artistiche, questo «modo», quello di Galdini, mi rende edotto della crisi interna dei linguaggi poetici convenzionali che ormai rendono obsoleto il discorso di un «io» plenipotenziario che legifera, di una «voce esterna» che governa e narra gli eventi. La scrittura poetica di Galdini si situa in bilico su questo crinale, tra il prima e il poi, tra il governo dell’io e il non-io, accetta e continua il discorso etero diretto del post novecento dove una «voce esterna» narra gli eventi. Penso che prima o poi anche Galdini dovrà decidere se rinunciare alla convenzione della «voce esterna» che governa e narra gli eventi per compiere il passo decisivo, andare oltre il Rubicone, transitare ad una nuova forma-poesia che faccia a meno della istanza di un soggetto plenipotenziario.

Può sembrare una annotazione laterale… avevo letto quella definizione di «ontologia negativa di Heidegger, “l’essere è ciò che non si dice”» almeno venti anni fa. E non ero riuscito a capire tutta la novità rivoluzionaria che conteneva. Poi, leggendo alcuni filosofi di oggi e, in particolare, L’aporia del fondamento (2009) di Massimo Donà, mi sono reso conto che la scoperta di essere giunti ad una ontologia positiva ha conseguenze rivoluzionarie anche sui linguaggi artistici. È stato come un fulmine.

Allora, ho ripensato a tutti i miei tentativi poetici di questi ultimi 35 anni, e tutto mi si è fatto chiaro: la ricerca di un nuovo modo di espressione, sia sul piano delle arti figurative, musicale e letterario, non può non poggiare su questo punctum fermissimum: l’ontologia positiva.

  • È la Circolarità Ermeneutica che presiede il dialogo;
  • È il dialogo che apre alla soluzione problematologica;
  • Il dialogo è l’essenza della poiesis;
  • L’incontro è sempre un incontro con l’Altro, l’Altro e l’alterità sono componenti essenziali della poiesis;
  • “θεραπεύεσθαι δὲ τὴν ψυχὴν ἔφη, ὦ μακάριε, ἐπῳδαῖς τισιν, τὰς δ’ ἐπῳδὰς ταύτας τοὺς λόγους εἶναι τοὺς καλούς” “L’anima, o caro, si cura con certi incantesimi, e questi incantesimi sono i discorsi belli” Platone nel Carmide – 157/a;
  • “Il linguaggio è la casa dell’essere e nella sua dimora abita l’uomo”, Martin Heidegger;
  • “L’essere, che può essere compreso, è linguaggio”, H.G. Gadamer;
  • La relazione è fatica ed implica che “dire è u-dire”, Umberto Galimberti.

Poesie di Guido Galdini da Appunti Precolombiani

Dresda, Persepoli, Tenochtitlan,
e tutti gli altri nomi
riconsegnati alla polvere,
ci fanno sospettare che sia impossibile
convivere troppo a lungo
con il ricatto della bellezza;
verrà sempre qualcuno, prima o poi,
a liberarci da questo peso:
la rovina è stata la rovina o la costruzione?
*

lo zero, vanto intellettuale dei Maya,
era rappresentato da una conchiglia
oppure da un fiore con tre petali:
in una terra soffocata dagli dei
almeno il nulla doveva essere gentile.
*

è ormai noto che i conquistatori del Messico
approfittarono dell’attesa per il ritorno,
previsto proprio quell’anno,
del principe dal mare d’oriente;
e qui s’inoltrano le riflessioni
sulle coincidenze che diventano catastrofi

ma non risulta che nessuno tra gli eruditi
abbia avanzato l’ipotesi
che Cortés fosse realmente il serpente piumato,
il miglior serpente piumato
che la storia si era potuta permettere.
*

costruiscono i templi sopra altri templi,
le piramidi rivestono altre piramidi:
il passato va protetto nascondendolo.
*

la vera morte sopraggiunge soltanto
dopo aver incenerito il cadavere;
gli Yanomami ne conservano i resti
in recipienti di zucca
che li accompagnano in tutti i loro passi

man mano ne abbandonano
una manciata al terreno,
in un progetto di attenuazione che porta
dal dolore al ricordo, dal ricordo all’oblio.
*

una coppia di turisti tedeschi
è scomparsa nel parco di Tikal,
malgrado le ricerche, di loro
non è stata rinvenuta alcuna traccia:
si presume che li abbia divorati
un giaguaro, forse assunto dalla direzione
per completare la realtà delle passeggiate.
*

secondo una fonte dell’epoca
lo Yucatan prese il nome
da “ma c’ubah than”,
la risposta che diedero i nativi
alle domande degli stranieri del mare,
e che significava semplicemente
non capiamo le vostre parole:
in questo modo, come si addice ai disguidi,
divenne un luogo anche l’incomprensione.
*

il palmo della mano era la parte
prelibata del corpo
riservata nel banchetto ai guerrieri;
e noi, che ogni occasione è propizia
per aumentare la sfiducia in noi stessi,
non ci rendiamo più nemmeno conto
di possedere questa saporita virtù.
*

per alleviare il peso della cattura
Cortés intratteneva Moctezuma
al patolli, un gioco d’azzardo dell’epoca,
si vincevano piccoli oggetti d’oro
che entrambi poi donavano agli spettatori;
il condottiero barava,
l’imperatore si limitava a sorridere:
era in palio la dignità, non le briciole.
*

le impronte rinvenute a Cerro Toluquilla,
vecchie almeno di trentottomila anni,
erano le orme degli uomini in arrivo
o quelle degli dei che si stavano allontanando?
*

per giorni e giorni d’assedio la città
era vissuta immersa nel frastuono,
tamburi, strepiti, trombe di conchiglie,
urla e lamenti di chi, per combattere,
non aveva altre armi oltre alla voce

ma allorché Quauhtemoc si consegnò agli invasori
cadde un silenzio improvviso e totale:
circondato da secoli di rumori
quel silenzio non s’è ancora interrotto.
*

i Mixtechi, il popolo delle nubi,
riuscivano a comprendere la lingua
fino a circa sessanta chilometri da casa,
la distanza che era data percorrere,
a piedi, in due giorni di viaggio:
il limite dell’altrove era segnato
in modo indelebile dalle impronte

per noi che abbiamo perduto
la consuetudine della strada
ogni centimetro è diventato incomprensibile.
*

quando ad Hatuey, un cacicco di Cuba,
prima del supplizio proposero di convertirsi
per ottenere il suo posto nel cielo,
chiese loro se il cielo era il luogo
dove vivono, dopo morti, gli spagnoli

ricevuta una risposta affermativa
dichiarò che preferiva l’inferno:
anche in tema di paradiso,
quando si entra propriamente nel merito,
le opinioni finiscono per divergere.

*

i cani, i tacchini e le api
sono le specie animali
allevate dai Maya;
il cibo, la dolcezza, l’amicizia,
a questi mezzi hanno assegnato
il compito di difenderli dal futuro:
anche loro non hanno avuto il coraggio
di accontentarsi delle stelle.
*

tutti i popoli conquistati e raccolti
sotto il giogo dell’impero del sole
pare non fossero
del tutto grati del proprio stato di sudditi;
accolsero quindi il manipolo d’invasori
come Dei sopraggiunti
per offrir loro la liberazione

più intricato fu poi chiedere ad altri Dei
di liberarli dagli Dei liberatori:
ma tutto questo non fa eccezione
all’uso promiscuo, che si fa ovunque nei tempi,
della perenne parola libertà.
*

non c’è riflesso che possa perturbare
le maschere di pietra verde di Teotihuacan;
soltanto l’ombra di quei volti senza pupille
riusciva a reggere lo sguardo delle piramidi,
soltanto chi è senza sguardo si può permettere
di oltrepassare gli equivoci della vista.
*

Chichén Itzà non è riuscita a sfuggire
alla prescrizione del son et lumière;
un serpente di luce scodinzola
lungo la scalinata del Castillo,
l’equinozio si ripete ogni notte,
accontenta i turisti,
concede loro di credere
che siamo riusciti ad intrappolare
persino il primo giorno di primavera.
*

Tollàn, il canneto, la terra
dove ogni cosa ebbe inizio,
Tollàn è ovunque
non siamo mai stati

ogni luogo raggiunto
smette di poter essere Tollàn,
la meta è una circostanza
che non ha niente a che fare con l’arrivo.
*

i sacerdoti di Xipe Totec,
il dio mixteco della primavera,
indossavano, dopo averle scorticate,
la pelle delle vittime sacrificali

la natura si riveste e si spoglia
e si riveste in abiti di distruzione,
cresce il germoglio sul marcire degli arbusti,
succhia la linfa alle carcasse sepolte,
s’inebria del tepore del terriccio

come informano i poeti modernisti
la crudeltà non è solo un pretesto:
quante notti di nebbia, per la luce d’aprile.
*

la diversa modalità di sacrificio
conferma l’adeguatezza dei loro passi
per raggiungere senza affanno la precisione:
ai maschi strappavano il cuore, le femmine
venivano invece decapitate

cosa infatti di più esatto nel ritrarre
la perizia inclemente di ogni amore:
voi perdete la testa,
a noi rubano il cuore.
*

il maggior punto d’incomprensione
lo si raggiunge di fronte alla crudeltà
men che gratuita, dannosa
per chi l’ha comandata o commessa:
gli encomenderos che per passatempo
nelle ore d’ozio sterminavano i propri schiavi,
ritrovandosi privi
di sufficiente forza lavoro;
la precedenza che per decreto era data
ai convogli dei deportati
rispetto a quelli dei militari feriti
di ritorno dal fronte

come più consona appare
la cura di Gengis Khan
nell’innalzare torri di teste umane,
ad assedio concluso,
per incoraggiare alla resa
gli abitanti delle città successive,
oppure il massacro preventivo
di Cortés a Cholùla,
che insinuò nei superstiti
la convinzione di trovarsi di fronte
a chi leggeva senza impedimenti
nel nascondiglio dei loro pensieri

tuttavia è un modo pavido, il presente,
di affrontare l’oceano dell’orrore,
nel tentativo di stabilire
una gradazione alla profondità delle tenebre;
come se avendo
davanti a noi la vastità della foce
continuassimo a preoccuparci soltanto
di misurare la frenesia dei torrenti.
*

giunsero i Maya assai prossimi
alla costruzione di un arco di volta,
ma non seppero far altro che ammassare
muri sempre più spessi, in modo tale
che s’incontrassero al vertice
per completare il soffitto

cosa fu che impedì loro di aggiungere
la discrezione della chiave di volta, il tassello
che scarica la spinta sui suoi lati,
deludendo la gravità?
non fu forse nessun altro motivo
che uno scrupolo del loro spirito attento,
la preoccupazione di non alleviare
con troppa astuzia il peso dell’universo.

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Maria Borio, Poesie da Trasparenza, Interlinea, 2018 pp. 134 € 12 con Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa, Le ferite dello Spirito non guariscono e lasciano vistose cicatrici, Interpretare una poesia implica disvelarne l’aura

Gif Finestra con veneziane

Le ferite dello Spirito non guariscono e lasciano vistose cicatrici

Maria Borio, nata nel 1985, si è laureata in Lettere ed è dottore di ricerca in letteratura italiana. Ha pubblicato le raccolte Vite unite (XII Quaderno italiano di poesia contemporanea, Marcos y Marcos, Milano 2015) e L’altro limite (Lieticolle, Pordenone-Faloppio 2017). Ha scritto le monografie Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, Pisa 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, Venezia 2018). Cura la sezione poesia di “Nuovi Argomenti”. Trasparenza è il suo primo libro di poesia.

Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

«Le ferite dello Spirito guariscono senza lasciare cicatrici», lo ha scritto Hegel, sono le parole finali della Fenomenologia dello spirito, che io però interpreto à rebours: Le ferite dello Spirito non guariscono e lasciano vistose cicatrici… E questo libro di Maria Borio lo lascia intendere con molta chiarezza al di là delle intenzioni dell’autrice, è la natura delle contraddizioni stilistiche che qui emerge in modo palese. La «Trasparenza» di cui si narra nel libro è la invisibilità delle cicatrici che riposano sul corpo martoriato dello Spirito, invisibilità appena impercettibile che alligna sotto il pelo d’acqua di una scrittura nitida e sottile e avvolgente, metà poesia metà prosa breve alla maniera della scrittura poetica materiatasi nel post-novecento di questi ultimi lustri; la «voce» contiene in sé una voce «trasparente», quasi che la trasparenza la si voglia ostendere e nascondere nell’elemento dialogico, nella forma narrante della terza persona, dell’estraneo che ci abita e che sembra governare tutte le cose ma che invece ne è succube, prigioniero dell’esterno e dell’esteriorità e della chiacchiera del «si».

«Trasparenza» della terza persona e delle cose e invisibilità dei «confini» tra le cose e gli umani sono il segnale di qualcosa di impronunciabile che la poesia vorrebbe, ad un tempo, ostendere e nascondere, elidere, implica e allude ad una colpa dell’io per non aver osato oltrepassare quei «confini», per non aver saputo o potuto oltrepassare la «soglia» che ci divide dalle cose e dai loro significati e dagli altri esseri umani. «Trasparenza» è anche questa disumanizzazione cui siamo costretti, questa problematica impossibilità ad inoltrarci nella dimensione attigua, che noi sentiamo prossima, ma che ci è sbarrata, insondabilmente ostile, slontanante e lontana, impercettibilmente aliena, mentre la nostra «voce» è irrimediabilmente reclusa in un circondario di «voci senza suono», in un reclusorio di «volti scavati».

Maria Borio trasparenza

Voci senza suono, volti scavati
passano in fondo al video come i tronchi maceri
di una leggenda: anche le persone con i desideri

infossati come solchi nel catrame possono portare
una leggenda. Le grida sono legni, acqua vecchia
diventano gusci, forse nodi bianchi.

La leggenda che porto ora in questa città
racconta della nascita di certi uccelli
dai gusci dalla schiuma dai legni morti

poi crescono le piume – dice – e volano sul mare
come tutti gli uccelli, tutti gli uccelli anche qui
– credo – qualcosa si sta alzando o si rompe.

La leggenda fa trasparenza, i solchi sul catrame
sono le cicatrici che ogni persona in qualche parte
nasconde. Invecchiando si mimetizzano.

Anche le leggende fanno sfere mimetiche.
Adesso volano a me’’aria, senza misura
lacera o intatta.

*

Anche la voce può dimagrire
ed è sentirlo come il corpo dimagrisce

trasforma i muscoli in altra massa
li fa sbiancare e ascolta i toni che cadono

fra le corde vocali, perdono l’equilibrio.
il corpo dimagrisce come la mente quando sogna:

questo che era noi è noi, passato, futuro
in una voce pura il corpo sottile

fino a quando non restano dentro un’immagine lontana
corpo e voce intrecciati, scie dopo la pioggia.

Chi ci guarda può annullarci, farci dimagrire, portarci via.

Forse l’hanno guardata come li ha guardati
ed è dimagrita entrando negli altri:

la voce cade in uno spazio fra le corde vocali

di tutti, vuota e bianca, fino a stringerci.

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Nella sua essenza profonda la poesia resiste come può allo sguardo indagatore

Interpretare una poesia implica disvelarne l’aura.

Ogni poesia ha un’aura, contiene delle parole chiave che consentono l’ingresso in un enigma di significati che resistono ostilmente alla interpretazione. Nella sua essenza profonda la poesia resiste come può allo sguardo indagatore che vorrebbe scandagliarne gli abissi, nella sua essenza profonda la forma poetica è un dispositivo di resistenza ostile alla penetrazione, è una sottrazione, un passo indietro rispetto alla significazione; l’aura è qualcosa che risiede sul limite esterno delle figurazioni, potremmo forse ragguagliarla alla stratosfera che protegge il pianeta dalle radiazioni cosmiche e solari, l’estremo lembo di difesa contro gli agenti nocivi extra solari… ma è vero anche che l’aura si configura come il limite di ciò che delimita la figurazione e le impedisce di palesarsi nella figurazione, di far sortire significati nascosti o dimenticati o rimossi.

La poesia di Maria Borio gira instancabilmente intorno a se stessa, parla preferibilmente in terza persona, adotta la meta poesia per sortire fuori dalla forma-poesia della tradizione italiana di questi ultimi lustri; ci parla della crisi della poesia a diventare poesia, a diventare adulta; ci narra la difficoltà della «voce» a raggiungerci, di farsi scrittura, grafema, segno lessicale, significato, quasi che il supporto della carta non sia più idoneo a recepire la scrittura poetica, «la voce cade in uno spazio fra le corde vocali», scrive l’autrice, «la voce cade» in uno spazio vuoto. È la problematica della poesia a diventare «nuova poesia» attorno a cui ruota tutta la poesia italiana di queste ultime decadi quella che sta a cuore a Maria Borio, quella problematica che la «nuova ontologia estetica» ha affrontato elaborando un nuovo modo di impostare e pensare il discorso poetico. Ma questa è la cronaca dei giorni nostri. Un ultimo appunto: nella scelta delle composizioni ho privilegiato quelle in distici, che rivelano una singolare rassomiglianza con il distico adottato dalla «nuova ontologia estetica». Ma si tratta di due distici lontanissimi nella pensabilità  di esso distico come struttura epistemologica nella NOE e come versione rispettabilmente stilistica nel distico della Borio. Si tratta di una de-coincidenza, che forse non è senza significato.

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Maria Borio

Dorso duro

I

Le case sull’acqua avranno solidità
ma gli occhi intorno non sono umani.

tra atmosfera e atmosfera tutto si trasforma.

Un suono umano è disumano. Continua a leggere

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La forma polittico narra la manifestatività dell’esserci, Il paradosso della forma-poesia del polittico, Il capovolgimento, la peritropè, il salto sono le categorie dominanti del polittico, Poesie di Gino Rago, Lucio Mayoor Tosi, Mauro Pierno, Riflessioni di Maurizio Ferraris, Giorgio Linguaglossa

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La forma polittico narra la manifestatività dell’esserci

Gino Rago

Giorgio Linguaglossa porta Stige. Tutte le poesie a Maria Rosaria Madonna

Museum Theautrum. Dimensione atemporale della Estetica.
Eusebio:«L’elegia mai si farà inno …»

Nebbie sulla laguna. In Venedig in un sotoportego
Milaure Colasson pensa di essere al Bolshoi.

Sulle punte danza Il-lago-dei-cigni sull’alluminio di un tavolino.
Giorgio Linguaglossa e un marxista-leninista bevono un’ombra.

Una voce o un fiato: «Fui sposa, in abito fetale.
Nel doppio vissi..». Tchaikovsky su una gondola

Piante. Carriaggi. Alberi senza rami. Frammenti di città.
Fumi dai fiumi. Persone. Immagini di piogge nella pioggia.

Materia redenta. Marina Petrillo. Lo choc di Baudelaire.
Nell’onda d’urto del tempo fra il vecchio e il nuovo

« Involve lo Spazio in azzurrità». Autoannientamento
Dell’ Arte. Il nulla che annienta sé stesso.
[…]
Cabaret Voltaire. 2016. Zurigo.
La signora Hennings e la signora Leconte

Cantano in francese e in danese.
Un’orchestra di balalaiche. Danze russe.

Tristan Tzara legge il manifesto dadaista.
[…]
La stampa di una foto di Degas
Vicino a un grande specchio.

Nella foto di Degas si vede Mallarmé.
E’ in piedi contro il muro. Renoir è sul sofà.

Nello specchio Lo stesso Degas
E la moglie di Mallarmé con sua figlia.

Paul Valery entra dopo lo scatto.
Ora guarda la stampa che Degas gli ha regalato:

«Il prezzo di questa opera d’arte?»
Nove lampade a gas

E un istante di completa immobilità.
Donatella Giancaspero fotagrafa

La foto di Degas.
Pone sulla stessa linea di mira mente, occhi e cuore.

Trattiene il fiato e scatta.
Nella stampa della foto di Degas

Donatella ha messo tutto.
I libri. I viaggi. Gli amori.

Gli appuntamenti mancati. Le promesse mantenute.
Un lampo al magnesio. Una vita in frantumi.
[…]
Nell’entanglement quantistico
L’azione su un atomo entangled si riverbera sugli altri…

In un polittico poetico in distici entanglati
L’atto su un verso si propaga su altri versi.

Uno sciame di protoni di rubidio.
[…]
«Amleto è morto …»
Ne dà l’annuncio Lorenzo Pompeo dall’Ungheria.

Ma da Cracovia Lorenzo invia a Giorgio Linguaglossa
versi di Ewa Lipska tradotti in italiano.

Virna Lisi e Marlene Dietrich entrano con Kafka
nello studio di Sabino Caronia,

Tre ombre nella consolazione della sera.
Faber Nostrum canta Il Bombarolo…
[…]
Pino Gallo arringa da Roma la Fata Morgana,
Sotto gli affacci di Scilla il mare si fa di olive acerbe.

Pino Talìa porta un Mattia Preti
Da Taverna a Firenze. Botticelli si inchina.

Francesca Dono da Biffi regala bergamotti,
Davanti alla Scala tutti si mettono in fila…

Una poesia di Mauro Pierno sul Corriere della Sera.
[…]
Visioni mistiche a san Francesco a Ripa.
Marina Petrillo davanti a Ludovica Albertoni.

Marmo. Drappeggio. Diaspro. La beata in estasi.
Verso l’altare della cappella

Marina abita parole d’amore.
Un raggio di sole sul marmo.

Le visioni. La tela di Gaulli. La finestra.
Bansky-street-artist: « How the Troian War Ended

I don’t Remember…
Edited by Giorgio Linguaglossa»

Letizia Leone a Mario Gabriele:
«Chelsae Editions. Miracolo.

Bellissima la cover di copertina»
[…]
Toscanini posa la bacchetta:
«A questo punto muore Liù.

Turandot finisce qui. Pekino è a lutto.
Il cancro alla gola ha ucciso il Maestro».

Creatura che crea nella luce sul mare
Marina Petrillo va incontro a Puccini.

Giorgio Linguaglossa commenta
La lettera scarlatta a Mario Gabriele

e a Lucio Mayoor Tosi. Giorgio Agamben:
«L’uomo di gusto nella dialettica della lacerazione..»

Ready-made. La compagna di Duchamp usa un Rembrandt
come tavolo da stiro.
[…]
Edith Dzieduszycka parla di Michele. Traduce in italiano
Le lacerazioni di Marie Laure Colasson.

Maria Rosaria Madonna scrive lettere a Kavafis,
Non sosta mai dove i treni si fermano.

Al centro della Marketplatz
Giorgio Linguaglossa le porta tutte le poesie

In un trolley che sulla ghiaia d’un prato fa scintille.
Roland Barthes parla da solo nella chambre claire:

«Operator. Spectrum. Spectator. Studium. Punctum.
Cerco mia madre nel portacipria d’avorio»

Edith Dzieduszycka cerca la sua
In una boccetta di cristallo intagliato.

(9 luglio 2019)

Giorgio Linguaglossa

La forma polittico narra la manifestatività dell’esserci, Il capovolgimento, la peritropè e il salto sono le categorie dominanti del polittico

Il luogo dei personaggi e delle situazioni indicate dalla poesia di Gino Rago è un particolare mix di «questità», di ciò che è qui ed ora, di ciò che figura nel presente (Edith Dzieduszycka, Marie Laure Colasson, Marketplatz, Giorgio Linguaglossa, Roland Barthes, Stige. Tutte le poesie, chambre claire, Maria Rosaria Madonna, Kavafis etc.). Tutto ciò configura il possibile come pensabile vero. E all’inverso, ciò che può essere pensato e detto è anche possibile, perché l’ontologia positiva è ciò che si dice, e il possibile, anch’esso può esser detto e, in quanto detto è quindi possibile, è una figura dell’esistente sub specie del possibile. Come dire che è tutto vero nel suo attuale esser-presente, in quanto l’attualità è tutto quel che si fa avanti nel presente, e anche quel che si fa indietro dal presente, come «altro» rispetto a quel che è dato nel presente. L’attualmente esistente è il presente, l’esistere qui ed ora come indicazione di qualcosa che sarebbe potuto essere presente in altra guisa in luogo di quel che ora si dà.

Nel polittico la predicazione della possibilità allarga il campo d’azione dell’esser-questo in quanto coincidente con il non-essere-questo in quanto ricadente nella possibilità che ciò accada. La più radicale delle contraddizioni equivale perciò alla possibilità che le cose stiano in altro modo e in altra guisa da come si offrono alla apparenza del senso comune, per cui il possibile sarebbe questo esser-così e il questo non-essere-così, in quanto quello che decide è l’essere presente nel presente come figura del presente, nell’attualmente presente, e l’essere del passato nel presente come figura del presente, nell’attualmente presente.

Il venire alla manifestatività dell’esserci di un questo equivale alla predicazione di una infinità di possibili «questi» di mondi «altri» rispetto a cui l’attualmente esistente è soltanto una delle possibili modalità del manifestarsi. In ciò risiede il paradosso della forma-poesia del polittico la cui pensabilità stessa ci conduce da subito alla forma paradossale secondo cui tutto il pensabile è esistente al pari di ciò che è esistente nel presente come figura del presente.
L’esserci delle cose è il loro non-esserci se non nella manifestatività del presente, onde ne deriva che il non-esserci gode dello stesso accredito dell’esserci (equivalenza dell’esserci con un «altro da se stesso»).

La forma polittico narra la manifestatività dell’esserci in ciò che è detto e per come è detto, non c’è nessun mistero che non sia solubile nella manifestatività dell’esserci nel presente; la forma polittico implica il negare e l’affermare la questità delle cose, la forma della presenza di ciò che è presente e la forma della possibilità della presenza, implica la incondizionatezza del condizionato, la inclusione dell’escluso nell’orizzonte destinale della manifestatività in ossequio al principio del: ciò che c’è è ciò che si dice, e ciò che si dice è ciò che c’è. Nel polittico ciò che si manifesta nella forma del possibile equivale a dire ciò che si manifesta nella forma non contraddittoria di ciò che esiste nel presente. Il capovolgimento, la peritropè e il salto saranno le categorie dominanti questa forma d’esistenza che perviene al presente come figura del presente, in quanto gli accadimenti accadono in quanto predicabili e, quindi, immaginabili, possibili.

Lucio Mayoor Tosi
Nessun nome.

«Ora non posso. Mi viene a prendere l’autobus parlante. Ho già
il Crocifisso alle pareti. Barbara non c’é. Lo ripeterò sempre».

Nessun nome da ricordare. Nessuno abbastanza famoso, o sono io
senza memoria? Angelino dice. Marta. Mi fa una pugnetta.

E’ l’orizzonte. Le marmotte ne sono ammirate. L’opaco viandante
e le carrozzelle; prima, quando mancavano. Babele di stracci

e mascolina. Maschile di “Patria”. Prime gazzose. Ah, bianco
spinami il cuore! Abbiamo ancora da cominciare. Continua a leggere

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Franco Di Carlo, Il naufragio dell’essere, poemetto inedito, con Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa, L’io non è più il soggetto attivo dell’esperienza, L’inautenticità è divenuta la condizione base dell’esistenza

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L’io non è più il soggetto attivo dell’esperienza. L’inautenticità è divenuta la condizione base dell’esistenza

Franco Di Carlo (Genzano di Roma, 1952), oltre a diversi volumi di critica (su Tasso, Leopardi, Verga, Ungaretti, Poesia abruzzese del ‘900, l’Ermetismo, Calvino, V. M. Rippo, Avanguardia e Sperimentalismoil romanzo del secondo ‘900), saggi d’arte e musicali, ha pubblicato varie opere poetiche: Nel sogno e nella vita (1979), con prefazione di G. Bonaviri; Le stanze della memoria (1987), con prefazione di Lea Canducci e postfazione di D. Bellezza e E. Ragni: Il dono (1989), postfazione di G. Manacorda; inoltre, fra il 1990 e il 2001, numerose raccolte di poemetti: Tre poemetti; L’età della ragione; La Voce; Una Traccia; Interludi; L’invocazione; I suoni delle cose; I fantasmi; Il tramonto dell’essere; La luce discorde; nonché la silloge poetica Il nulla celeste (2002) con prefazione di G. Linguaglossa. Della sua attività letteraria si sono occupati molti critici, poeti e scrittori, tra cui: Bassani, Bigongiari, Luzi, Zanzotto, Pasolini, Sanguineti, Spagnoletti, Ramat, Barberi Squarotti, Bevilacqua, Spaziani, Siciliano, Raboni, Sapegno, Anceschi, Binni, Macrì, Asor Rosa, Pedullà, Petrocchi, Starobinski, Risi, De Santi, Pomilio, Petrucciani, E. Severino. Traduce da poeti antichi e moderni e ha pubblicato inediti di Parronchi, E. Fracassi, V. M. Rippo, M. Landi. Tra il 2003 e il 2015 vengono alla luce altre raccolte di poemetti, tra cui: Il pensiero poetante, La pietà della luce, Carme lustrale, La mutazione, Poesie per amore, Il progetto, La persuasione, Figure del desiderio, Il sentiero, Fonè, Gli occhi di Turner, Divina Mimesis, nonché la silloge Della Rivelazione (2013) con prefazione di R. Utzeri; è del 2019 La morte di Empedocle.

Giorgio Linguaglossa Franco Di Carlo 5 ot 2017

da sx Franco Di Carlo e Giorgio Linguaglossa, Roma, 2017

Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

Gianni Vattimo ha affermato a metà degli anni ottanta che il post-moderno non può essere soltanto la riduzione della forma-poesia alle mode culturali, suo tratto distintivo è la tendenza «di sottrarsi alla logica del superamento, dello sviluppo e dell’innovazione. Da questo punto di vista, esso corrisponde allo sforzo heideggeriano di preparare un pensiero post-metafisico». Oggi, nell’epoca che segue il post-moderno, la tecnologia è la diretta conseguenza del dispiegamento della metafisica, ecco spiegata la ragione del grande ruolo che la «tematica» svolge nella poesia di Franco Di Carlo. Il poeta diventa pescatore di perle e di stracci, di plastiche marine e di rottami di antichi velieri. Walter Benjamin ha intuito con grande acume che il filosofo e l’artista devono diventare dei «pescatori di perle», devono soffermarsi su oggetti apparentemente non degni di attenzione, sugli «stracci», su aspetti generalmente ritenuti trascurabili e negletti dallo sguardo ufficiale degli addetti alla narrazione culturale. Questi oggetti, questi luoghi privilegiati sono i frammenti che la megalopoli globale mette in mostra nelle sue vetrine e nei suoi passages capaci di investire i passanti con continui choc percettivi. Il mondo moderno è una archeologia di traumi e di miracoli, di frammenti impazziti che sostituiscono la contemplazione statica da un punto di vista esterno con la «fruizione distratta» di un punto di vista in movimento.

Per Walter Benjamin «l’immagine è dialettica nell’immobilità», e le immagini si danno soltanto in «costellazioni» tematiche o iconografiche. Ecco spiegata la struttura iconologica della poesia di Di Carlo, una poesia fitta di stratificazioni mentali, di anelli frastici concentrici.

Il pensiero poetico contemporaneo sta cercando di affrontare, affidandosi al linguaggio della poesia, gli spazi che la filosofia post-moderna e la filosofia «debole» di questi ultimi decenni hanno aperto all’orizzonte come possibilità di raccontare la vicenda umana. Il linguaggio poetico di Franco Di Carlo vuole tentare le colonne d’Ercole  dopo l’avvenuto «naufragio dell’essere», vuole andare «oltre la linea del fuoco… La linea della soglia…[dove c’è] un varco [di] ceneri e rovine. Detriti… valori morti… Lì ora dimora la parola. E la sua ombra». Il pensiero poetante vuole affacciarsi alle interrogazioni sulle condizioni dell’esilio dall’esistenza. L’io non è più il soggetto attivo dell’esperienza ma un io ripiegato su se stesso, che sa che «Si vede forse/ un nuovo orizzonte,/ L’ultimo./ L’inizio di un passo nel nulla…», ma è esausto per il lungo cammino intrapreso, ormai mancano le forze. La pasoliniana «libertà espressiva» è diventata «La libertà di scegliere la morte… Nel frammento./ O pure la morte del frammento. O il frammento/ della morte». È qui in questione la  stessa possibilità del pensiero poetante di pensare di andare oltre la «soglia». Ma intanto la storia procede, le domande sono sempre più numerose e il pensiero poetante non riesce ad abbozzare «una» risposta.

Nell’epoca del declino dell’Essere «Tutto è dileguato ormai. L parola noetica/ e quella intuitiva e poetica», «La patria è lontana e irraggiungibile», il cerchio si è concluso «Dal Mythos al Logos. Dal Logos al Mythos». L’inautenticità è divenuta la condizione base dell’esistenza umana, e il pensiero poetante non può che naufragare nel cincischiare del si inautentico. Per Heidegger il ricordo (“Erinnerung”) della verità dell’essere «costituisce […] la radice dell’esistenza autentica […], la dimenticanza della verità dell’essere (“das Vergessen der Wahrheit des Seins”) come ricordo ed elaborazione della verità dell’ente, è lo stesso costituirsi della metafisica tradizionale nella direzione ontica dell’ontologia».1

Per Di Carlo la caduta nella certezza del Nulla è, dopotutto, confortante, il poeta di Genzano prova un abbacinante godimento nel naufragio dell’ente, nel rilassamento (Gelassenheit) che interviene un attimo prima del compiersi del naufragio, essendo l’esistenza nient’altro che questo attimo che si prolunga in vista del naufragio.

Tutto il poemetto è venato da questa sorta di spossamento e di rilassamento, quasi una resa dinanzi alla constatazione del declino della civiltà occidentale, «possiamo solo ragionare sul linguaggio» scrive Di Carlo, sulle modalità di comporre in linguaggio la questione ben più scottante del «naufragio dell’essere», che non può non coinvolgere anche il naufragio del linguaggio quale suo epifenomeno. Di qui il tono da epicedio, quasi un salmodiante incespicare dei versi, e tra i versi, irregolari e acuminati, disposti senza alcun ordito o ordine apparente.

È tutta l’impalcatura del pensiero poetante che rischia in ogni istante di periclitare e soccombere sotto la pressione di soverchianti forze divergenti che tendono a portare a dissoluzione la struttura metrica e il lessico oscillante tra le parole della metafisica filosofica e quella poetica, in una commissione graffiata e adulterata che il linguaggio del pensiero poetante trascina con sé insieme alle rovine, ai relitti e ai detriti della storia.

1 M. Heidegger, Lettera sull’umanesimo, Adelphi, Milano 1995, p. 84

 

Franco Di Carlo

Il naufragio dell’essere

Oltre la linea del fuoco.
C’è un luogo.
Tragico e sacro. Qualcosa di scritto.
E anche di detto.
La linea della soglia. Un limite. Un confine. Forse
un varco bianco.
Ceneri e rovine.
Detriti sopra l’abisso e il deserto. Valori morti.
Lasciati e finiti.
Lì ora dimora la parola. E la sua ombra.
Al termine del viaggio e della caduta. Si vede forse
un nuovo orizzonte.
L’ultimo.
L’inizio di un passo nel nulla. Un passaggio.
Lucente.
La libertà espressiva.
La libertà di scegliere la morte. Lo spavento
notturno.
Nel frammento.
O pure la morte del frammento. O il frammento
della morte.
L’amore per l’arte e un eros dispiegato e amichevole.
L’enorme diviene normale.
E la regola l’abnorme.
Resistenza contiene le déréglement du néant.
E il suo avanzare.

Strappi. Residui.
Lacerazioni. Resti. Pezzi. Rottami. Rimanenze.
Discordie e Dissonanze.

La parola si muove in questa vicinanza nostalgica.
Ormai quasi distrutta.
Prossima alla fine.
Pensiero e poesia cercano diverse forme. Espressioni
nuove.
Nell’Epoché divisa.
Nel taglio del tempo che spezza e separa.
Vie diverse tra sentieri
ininterrotti o semplici segnali. Troia è ormai
bruciata. E Odisseo
e Enea non torneranno più
per fondare o ritrovare
città morte.
La patria è lontana e irraggiungibile.
Dal Mythos al Logos. Dal Logos al Mythos.
Tra scorie e scarti. Schegge.
E non nasceranno più
nuovi regni (dell’esilio). La mente non può
più rappresentare il nulla.
Né l’antico. Né il passato.
L’Essere è frantumato. Fatto a pezzi.
Incenerito.
Come l’io e il soggetto. Dimidiati. Spezzati.
Separati. Divisi.
Tutto è dileguato ormai. La parola noetica
e quella intuitiva e poetica.
Mitica.

 

La conoscenza immaginativa e la sua idea concettuale.
E il Mito inespresso (finché è vivente).
E l’ansia postuma del Post-moderno.
È necessario
un pensiero radicale che va al di là dell’idea
manieristica del nulla.
E dei modi e delle mode del Moderno ormai morto.
E della sua cadaverica copia post-moderna ormai annebbiata.
Del male e del Caos.
È inevitabile effettuare una sosta.
una riflessione. Una pausa. Un cammino lento.
Nel nulla.
Qualcosa di scritto. Un’orma. Una traccia.
Non si può più solo ricordare l’Essere.
Ma dimenticarlo.
E creare una forma diversa.
oltrepassare il recinto e il confine.
Attraversare il Nulla. E l’Essere
del Nulla.
Il passo e il passaggio oltre
il limite dell’essenza del linguaggio.
Il luogo (spaziale) dell’Essere e del suo Principio
ontologico. L’istante metafisico.
L’essere nichilistico. E quello positivo.
E il suo spazio temporale. Il taglio
teso. L’immagine temeraria.
Dell’Inizio.
Come intese Platone: l’Immagine mobile
dell’Eterno e del cielo. Continua a leggere

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Mario Lunetta, Poesie, da L’allenamento è finito (poesie 2006-2016), Robin, Roma, 2016 pp. 190 € 15.00, Nota critica di Antonino Contiliano, Il punto critico di Giorgio Linguaglossa

Mario Lunetta Dino Ignani

Mario Lunetta: «La stupidità organizzata è volgare, ci fa orrore»

Il punto critico di Giorgio Linguaglossa

A proposito della poesia italiana degli anni ottanta, scrive Mario Lunetta:

«La stupidità organizzata è volgare, ci fa orrore. La ideologia attualmente diffusa in gloria di quella recentissima specie zoo(il)logica che sarebbe il poeta da spiaggia o da stadio […] che ‘canta’ al grado zero le sue passioni le sue frustrazioni le sue esaltazioni in versi intrisi di ‘incantevole’ primitivismo semianalfabetico, è l’ultima invenzione del mercato delle lettere (insomma, del mercato) perfettamente omologa al presente del gusto medio radiotelevisivo/rotocalchesco. È l’ultima mistificazione in letteratura, in poesia».

Come non condividere questa affermazione? Mario Lunetta è stato un importante ed insopprimibile esponente della Opposizione poetica che si è avuta in Italia dagli anni settanta al 2017, l’anno della sua scomparsa. Vorrei dire che un regime poetico senza Opposizione o che liquida l’Opposizione come insignificante e non rilevante, con il silenzio e con uno specioso sofisma, si rivela essere un regime non parlamentare ma un Regime Autoriale. Mario Lunetta è stato un poeta importante che avrebbe dovuto essere pubblicato nella collana bianca dell’Einaudi, e invece è stato confinato in edizioni di confine, è stato emarginato per via della sua pervicace e costante opera di opposizione al Regime Autoriale.

Mario Lunetta 2006

Mario Lunetta, 2006

Nota critica di Antonino Contiliano

« Un poligrafo alchimista e proliferante. Una vita e una parola oppositiva, l’opera di Mario Lunetta. Una scrittura anti-sistema-mondo variamente proposta ma sempre nell’ottica di una espressione polisemica e plurilinguistica aggressiva. Una lotta materialista e una sottrazione engagé – giocate tra denuncia e demistificazioni, autoironia, ironia e sarcasmo (troskianamente permanente, direi) – che, nonostante il degrado invadente e pervasivo del sistema-mondo e della stessa “Forma Italia” (sventrata e sminuzzata dal capitalismo globalizzato dell’impresa finanziarizzata) mai sono dimentiche della possibilità antagonista-alternativa: hasta la vista, “il giovanissimo nome di comunismo”. Una scelta e un “fine vita” che Mario Lunetta (caro il caravaggesco moto “Senza Speranza. Senza Paura”) affida ai versi dell’opera L’allenamento è finito (Robin, Torino, 2016) e che Francesco Muzzioli richiama a chiusura della prima parte – “Il percorso poetico” – dello studio monografico (p. 65) che gli dedica.»

But For All That

C’è da ridere solo a pensare al trattamento
da animale da circo di cui ebbe a godere
il poeta dei Cantos che già sentiva premersi addosso
il gelo della vecchiaia mescolato ad altre varietà
di gelo – da parte di politici, giudici senza giudizio,
funzionari, sbirri, intellettuali strabici, patrioti
e giannizzeri magari anche capaci di peggio, solo
a forni gliene il destro.

C’è da ridere sol che si pensi a come
generosamente
lui, il miglior fabbro, si sia sprecato per tanti
dei suoi colleghi e confrères, a come con splendida
ingenuità abbia dilapidato la sua vita incappando
in un Equivoco grosso come cento Moby Dick
incollati testa-coda, anche se uno spirito sterile
come F.R. Leavis afferma senza batter ciglio che “egli è,
nel senso più serio della parola, un esteta”.

Tutti sanno che una bella porzione del gran poema
di Eliot fu cassato da lui con intransigenza fraterna,
ma forse sono assai meno al corrente del fatto che quando
negli anni di Zurigo Jimmy Joyce dovette subire
un intervento chirurgico agli occhi per trattenere l’ultima favilla
di vita che vi brillava dentro, quella canaglia di Pound,
non ancora reo di alto tradimento nei confronti
del suo paese, per pagare le spese ospedaliere
vendette i suoi cimeli più amati: gli autografi
di re Ferdinando e della regina Isabella datati 1492.

Non so, davvero non so se sia possibile
immaginare
per chi è stato il maggior navigatore dei linguaggi
della modernità un’allegoria più fulminante. Ma certo
l’involontario risarcimento, coincidenza, caso, sfasatura
di quando lui nel 1958 tornò in Europa a bordo
della Cristoforo Colombo, ha l’aria di una tragedia
che si volta in farsa e viceversa, con una continuità
da brividi.

(12 gennaio 2010)

L’inesistenza del meglio

Chissà se è meglio o solo peggio sentirsi
un marmocchio in carrozzina trascurato dalla madre
o un vecchio in agonia carico di rimorsi.
Chissà se ancora il vento è più libero del condor
che si lascia cullare dalle sue folate prima di cadere a picco
sulla preda sentendosi stingere il cuore, chissà mai.
Chissà se il mondo è disposto a farsi chiudere
in un dizionario o le parole di tutte le lingua
sono ormai affette da devastanti attacchi di schizofrenia,
irreparabilmente.

Da questo bar sotto i portici si vede la farmacia
in fondo alla piazzetta e i intuisce l’insegna
di un’erboristeria coperta da fogliame in disordine.
In entrambe si vendono illusioni al canto
delle cicale che simulano quello di mitologiche sirene.
Laggiù il treno che corre sul sottopasso
ha tutta l’aria di un giocattolo che abbia finalmente
conquistato la sua libertà.

La calvizie è una colpa: è sulla capacità
di convincimento dei poveri di spirito che oggi
la menzogna pubblicitaria esercita i suoi poteri satanici
e riduce i cosiddetti consumatori
a orde di replicanti di androidi in preda all’infelicità
e ai sensi di colpa assetati ingozzati di popcorn
nel tubo intestinale dell’animale mondo incapaci di capire
che tutto ciò che si vede è bene prima sentirlo
per poterne interrogare le intenzioni criminali
per poi darsi un meritato riposo.

So che non accadrà: perché il verbo accadere
non ha il tempo futuro. Ciò vuol dire, dunque, che
sono ogni giorno più rare (anche tra le persone
a me più care) quelle capaci di corrispondermi
dal momento che da parte mia non so neppure più
corrispondere a me stesso. Prosit.

(14 giugno 2015)

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Tiresia

Perché nascondersi se siamo invisibili?
Domanda insieme ingenua, forse persecutoria
e in tutti i casi tautologica – rivolta a tutti
tranne che al sottoscritto che l’ha pensata ed emessa
come per distrazione o forse sotto un attacco
di farnético tranquillo nonché precedentemente
visualizzata
in un disegno a fasce ondulate energicamente policrome
dietro cui appare (per la precisione: appariva
prima della cancellazione, della scomparsa) un’ombra
in qualche modo antropomorfa in una luce di
crepuscolo…

Eppure a ben pensarci si potrebbe anche concludere
che tra nascondimento e invisibilità
c’è oltre a un quid consequenziale e (come prima
azzardato)
tautologico, un germe di contraddizione – dove si annida
una solida forma di positività dicasi pure dialettica – e
un suo analogo impegnato ad alimentare un desiderio
forse di salvezza rispetto a un pericolo incombente
forse di volontà di sparizione rispetto a tutto ciò
che esiste
o ha la pretesa di esistere, quindi di giudicare, di indicare
una strada, un arbitrio di destino
: (ma senza fare i conti col tebano Tiresia
accecato da Minerva nell’adolescenza
sempre deciso a nascondere la propria invisibilità
di uomo-donna e di donna-uomo dopo la doppia
uccisione
dei serpenti in amore e la sentenza sulla maggiore
sensibilità erotica della femmina
dietro un eccesso abbagliante di chiarezza
: innocenza suprema, suprema presunzione
che irride la morte)

(24 maggio 2016)
Anima persa

Qualche tempo fa, probabilmente il 23 novembre, il Sottoscritto Immemore ha compiuto ottantun’anni dimostrandone senza un filo d’imbarazzo dieci di più, a dir poco: e magari credendo in tutta buonafede che gli anni
abbiano facoltà di esercitare liberamente il diritto di accrescere i loro addendi sia in senso anagrafico che in senso crono visivo – con allegria o umor nero, leggerezza o spirito plumbeo, nei luoghi più gradevolmente
aperti e ospitali o nel chiuso di una cella, in compagnia di chi si ama come nella più assoluta solitudine.

In tutti i casi il Sottoscritto Immemore conserva nel Mar dei Sargassi della sua trascurabile esistenza uno straccio di pietà per se stesso pur non
usandone mai
a fini di pubblica sollecitazione di conforto et similia.
(Lèggasi): anche parlando di sé il Sottoscritto
Immemore
parla invariabilmente di qualche altro
attraversandone
l’immagine con lampi sulfurei di ironia o secche bòtte
di sarcasmo, quando il caso lo richieda.

Che dire di più? Cosa aggiungere a certe futilità
se le polveri sottili vanno ad annidarsi perfino
nel piatto di spaghetti che ha mangiato un’ora fa,
il mese scorso o la prima settimana di un’altra vita
(con lei, id est la sua anima persa che lui,
l’Immemore, non ha
– lo giuro e lo spergiuro – la minima intenzione
di ritrovare?)

(27 aprile 2016)

Ghigliottina del benessere

Pare piuttosto buffo (e perché no spregevole) –
suppongo
non soltanto all’ipersofisticato sottoscritto-
assistere senza fiatare
al pressoché irrefrenabile proliferare di Centri Benessere
in tanta disperazione che si taglia col coltello più
che vederla
con gli occhi appannati del corpo e della mente,
tanto scialo
di urla soffocate, fiumi di sangue nel giorno che annega
dentro le fauci della notte ammutolita e fa salire
mescolati
canti di ugole strozzate con versi di animali in
tregua d’armi
mentre il mondo che si mostra e non si mostra
continua a sorridere
della propria agonia senza fine, nella giusta
divisione dei compiti
fra vittime e assassini: si taccia una buona volta almeno
per decenza, mica per carità – vorrei dirlo e non lo dico.

Meglio: vorrebbe dirlo e non lo dicembre l’ipersofisticato sottoscritto
intento a tagliarsi meticolosamente le unghie per
evitare di finire
nel gorgo dei suoi pensieri a spirale che
sopravvivono ai bordi
del vulcano e gli ghignano addosso come iene,
mostrando i denti
in una scommessa da ghigliottina dolceamara, nel maquillage
di questa fin de partie di cui è stato cancellato
l’inizio non l’epilogo.

Forse non c’è risposta: e se una ce n’è non
credo possa
di troppo discostarsi dal teorema di Spinoza ove si afferma
che Il pentimento non è una virtù, in quanto –
aggiunge umilmente
l’ipersofisticato sottoscritto – battersi il petto dopo
il crimine
(o magari la colpa più leggera) finisce per essere
uno sport in cui è troppo facile vincere senza eccessivo
spreco di energie.
Heidegger non s’è mai pentito
del suo comportamento: non a caso era un profeta intriso
di retorica frattale, troppo intento – fino alla morte
– a fissare
la profondità del proprio grandioso ombelico,
das ist alles

(2 maggio 2016) Continua a leggere

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Carlo Del Nero, Poesie, con una Dichiarazione di poetica,  Giorgio Linguaglossa, Verso un nuovo paradigma poetico?

Carlo Del Nero. Sono nato a Massa il 27/10/1955 e vivo a Massa. Sono un autore inedito. Sono appassionato di musica, ho scritto anche qualche canzone, e di pittura.

Dichiarazione di poetica sulla poesia «ingenua»

caro Giorgio, mi chiedi dunque una «dichiarazione» sul concetto di «poesia ingenua».

Già la richiesta è stupenda, perché «dichiarazione» mi porta subito alla mente una affermazione d’amore. La dichiarazione ad una donna, ma in questo caso una dichiarazione d’amore all’ingenuità.

L’ingenuità è una privazione positiva. L’ingenuità l’abbiamo alla nascita, quando non abbiamo sovrastrutture, non abbiamo limiti, ancora non abbiamo segreti né sappiamo cosa siano. Dura poco. Sopra questa ingenuità si costruisce gran parte di ciò che siamo. Ovvio che non è possibile e neppure auspicabile tornare a quel punto, però è possibile “ripulire”, depurare dal superfluo, togliere dal blocco il marmo in eccesso che nasconde la figura (si vede che vivo da questa parti!! ).Non è l’ingenuità dell’infanzia, quello è solo un richiamo, è invece molto più umilmente l’onestà.

Quando si incontra una persona sconosciuta e per motivi apparentemente incomprensibili, si raccontano cose mai raccontate ad alcuno e che mai avremmo pensato di mostrare.

Dopo tutto è l’onestà di essere quel che siamo. Mica un lavoro da poco!

Insomma, bisogna credere nelle persone nude, che se tutti lo fossimo ci sarebbe solo pace. In questi giorni che scopriamo così tanto odio, tanta vigliaccheria, tanta violenza (in questi giorni come in tanti altri giorni passati), vediamo in realtà solo maschere ammaestrate che probabilmente mai hanno fatto lo sforzo di “scoprirsi” a sé. 
E poi, come già ti dissi, l’arte è una fede. Non sappiamo dove nasce, non sappiamo come, e non sappiamo neppure davvero distinguere con assoluta libertà, precisione e certezza. Però sappiamo vedere, ascoltare e meravigliarci anche senza la formula chimica dell’arte. Esattamente come per chi ha fede: sentire una certezza senza averne alcuna certezza.

E’ una fede che è fiducia, ma non può esistere senza una fiducia nell’individuo nudo che ne è il costruttore. Una fiducia beffarda, perché persiste anche nel più pessimista, deluso, arrabbiato e maledetto dei poeti. Gli infonde l’ottimismo di prendere una penna per descrivere il suo pessimismo. Beffarda davvero, non trovi!
Cercando i contrari di ingenuità, troviamo astuzia, furberia. tra i sinonimi troviamo sincerità, freschezza, purezza. Non tutti questi sono i sinonimi e i contrari, ma questi sono quelli che danno il senso al mio modo di utilizzare il termine. Nell’ammirare una maestosa cattedrale gotica, anche il più “furbo” trova un attimo di ingenuità, e dunque proprio questo sia uno dei compiti dell’arte?

Probabilmente non è questo che chiedevi, ma io non sono all’altezza di scriverti un trattato su alcunché, ti dovrai accontentare.

carlo del nero (13)

PS: una piccola nota sul quadro che ti ho allegato all’inizio della discussione.

il 24 maggio ricorreranno i 100 anni dalla nascita di mia madre. Per commemorarla abbiamo deciso di riunire per una cena i cugini (da parte di madre appunto).  Il quadro che ho allegato l’ho dipinto per l’occasione ed è composto di 15 tavolette di legno della misura 20×30 che tutte insieme compongono l’immagine che vedi. In quella occasione ad ognuno dei 15 cugini (me compreso) consegnerò una foto dell’intero ed una tavoletta. Quel quadro intero non si vedrà più. Nel mio piccolo a me sembra un po’ una poesia anche questa.

Giorgio Linguaglossa

         Verso un nuovo paradigma poetico?

Credo che un poeta completamente inedito, e quindi «vergine» come Carlo Del Nero, e per di più non più giovane – quindi non appartenente alle nuove generazioni le quali sono tutte protese verso le radiose praterie della visibilità – abbia qualcosa da dirci, e ce le può dire proprio perché se ne è restato in disparte per decenni a ruminare la cosa chiamata poesia che tanto non interessa a nessuno, tanto meno agli addetti ai lavori (come si diceva una volta con pessima terminologia). Il titolo è un avverbio, e sta ad indicare la modalità esistentiva dell’esserci, di noi, il nostro modo di approcciare le «cose» con indaffarata superficialità e sordità. Possiamo immaginare che Del Nero abbia dovuto anche lui attraversare il deserto di ghiaccio degli anni ottanta, novanta e dieci del nuovo millennio, abbia scontato sulla propria pelle la deriva epigonica e prosaicista della poesia italiana del novecento e abbia meditato su tutto ciò. Ebbene, Del Nero nulla sa della nuova piattaforma denominata «nuova ontologia estetica», però penso che qualcosa abbia letto se ci ha mandato le sue poesie, ciò vuol dire che abbiamo riscosso quantomeno la sua fiducia. Carlo Del Nero fa poesia perché non ha nulla da chiedere alla poesia, nulla da perdere, fa poesia senza atteggiarsi a poeta (leggo frequentemente degli scriventi che si dichiarano «poeta» e «poetessa» senza tema di apparire ridicoli) e senza infingere o indulgere negli e con gli strumenti retorici e, soprattutto, non fa mai riferimento all’Ego e alla sua profilassi poetologica. Carlo Del Nero preferisce il discorso diretto, non conosce altro che il discorso diretto all’interlocutore. Il discorso testamentario potremmo definirlo:

Amico,
mi piacerebbe tu preparassi
una bella orazione funebre
per la mia notte,
tu

Credo che possiamo tranquillamente annoverare Carlo Del Nero quale ricercatore di «nuova poesia», al pari degli autori della «nuova ontologia estetica», lui che scrive: «mi affascinano i quaderni bianchi,/ le scatole vuote»; «Quanto è vecchio dio!/ neppure si è accorto/ che ha le tasche bucate/ …e quante stelle/ gli sono cadute». Si avverte una disillusione quasi senza amarezza per tutto ciò che è andato perduto, in lui non c’è nulla dello scetticismo, del cinismo e del disincanto del minimalismo post-moderno romano/milanese, il disincanto c’è ma senza ombra di scetticismo piccolo borghese e di cinismo pariolino. Del Nero ha una postura minimale, un lessico minimo, un tono minimo anch’esso, eppure la sua poesia non è minimalismo ma rientra nella poesia a corredo metafisico, quella che va verso le cose e si tiene a distanza dalle cose. Istintivamente intuisce qualcosa sulla differenza tra gli «oggetti» e le «cose».

cambiamento di paradigma

Tempo fa discettavo intorno alla ipotesi che si stesse profilando nella poesia italiana un cambiamento di paradigma, dizione con cui si indica un cambiamento rivoluzionario di visione nell’ambito della scienza, espressione coniata da Thomas S. Kuhn nella sua importante opera La struttura delle rivoluzioni scientifiche (1962) per descrivere un cambiamento nelle assunzioni basilari all’interno di una teoria scientifica dominante. Possiamo affermare che in Italia c’è ormai da tempo, è ben presente, un cambiamento di paradigma, perché le cose della poesia camminano da sole, si sono rimesse in moto dopo cinque decenni di immobilismo. E questa è senz’altro una buona notizia.

L’espressione cambiamento di paradigma, intesa come un cambiamento nella modellizzazione fondamentale degli eventi, è stata da allora applicata a molti altri campi dell’esperienza umana, per quanto lo stesso Kuhn abbia ristretto il suo uso alle scienze esatte. Secondo Kuhn «un paradigma è ciò che i membri della comunità scientifica, e soltanto loro, condividono” (in La tensione essenziale, 1977). A differenza degli scienziati normali, sostiene Kuhn, «lo studioso umanista ha sempre davanti una quantità di soluzioni incommensurabili e in competizione fra di loro, soluzioni che in ultima istanza deve esaminare da sé” (La struttura delle rivoluzioni scientifiche). Quando il cambio di paradigma è completo, uno scienziato non può, ad esempio, postulare che il miasma causi le malattie o che l’etere porti la luce. Invece, un critico letterario deve scegliere fra un vasto assortimento di posizioni (es. critica marxista, decostruzionismo, critica in stile ottocentesco) più o meno di moda in un dato periodo, ma sempre riconosciute come legittime. Sessioni con l’analista (1967) di Alfredo de Palchi, invece, invitava a cambiare il modo con cui si considerava il modo di impiego della poesia, ma i tempi non erano maturi, De Palchi era arrivato fuori tempo, in anticipo o in ritardo, ma comunque fuori tempo, e fu rimosso dalla poesia italiana. Fu ignorato in quanto fu equivocato.

Dagli anni ’60 l’espressione è stata ritenuta utile dai pensatori di numerosi contesti non scientifici nei paragoni con le forme strutturate di Zeitgeist. Dice Kuhn citando Max Planck:

«Una nuova verità scientifica non trionfa quando convince e illumina i suoi avversari, ma piuttosto quando essi muoiono e arriva una nuova generazione, familiare con essa

Quando una disciplina completa il suo mutamento di paradigma, si definisce l’evento, nella terminologia di Kuhn, rivoluzione scientifica o cambiamento di paradigma. Nell’uso colloquiale, l’espressione cambiamento di paradigma intende la conclusione di un lungo processo che porta a un cambiamento (spesso radicale) nella visione del mondo, senza fare riferimento alle specificità dell’argomento storico di Kuhn.

quando un numero sufficiente di anomalie si è accumulato

Secondo Kuhn, quando un numero sufficiente di anomalie si è accumulato contro un paradigma corrente, la disciplina scientifica si trova in uno stato di crisi. Durante queste crisi nuove idee, a volte scartate in precedenza, sono messe alla prova. Infine si forma un nuovo paradigma, che conquista un suo seguito, e una battaglia intellettuale ha luogo tra i seguaci del nuovo paradigma e quelli del vecchio. Ancora a proposito della fisica del primo ‘900, la transizione tra la visione di James Clerk Maxwell dell’elettromagnetismo e le teorie relativistiche di Albert Einstein non fu istantanea e serena, ma comportò una lunga serie di attacchi da entrambi i lati. Gli attacchi erano basati su dati empirici e argomenti retorici o filosofici, e la teoria einsteiniana vinse solo nel lungo termine. Il peso delle prove e l’importanza dei nuovi dati dovette infatti passare dal setaccio della mente umana: alcuni scienziati trovarono molto convincente la semplicità delle equazioni di Einstein, mentre altri le ritennero più complicate della nozione di etere di Maxwell. Alcuni ritennero convincenti le fotografie della piegature della luce attorno al sole realizzate da Arthur Eddington, altri ne contestarono accuratezza e significato.

si è concluso il Post-moderno

Possiamo dire che quell’epoca che va da L’opera aperta di Umberto Eco (1962) a Midnight’s children (1981) e Versetti satanici di Salman Rushdie (1988) si è concluso il Post-moderno e siamo entrati in una nuova dimensione. Nel romanzo di Rushdie il favoloso, il fantastico, il mitico, il reale diventano un tutt’uno, diventano lo spazio della narrazione dove non ci sono separazioni ma fluidità. Il nuovo romanzo prende tutto da tutto. Oserei dire che con la poesia di Tomas Tranströmer finisce l’epoca di una poesia lineare (lessematica e fonetica) ed  inizia una poesia topologica che integra il Fattore Tempo (da intendere nel senso delle moderne teorie matematiche topologiche secondo le quali il quadrato e il cerchio sono perfettamente compatibili e scambiabili e mi riferisco ad una recentissima scoperta scientifica: è stato individuato un cristallo che ha una struttura atomica mutante, cioè che muta nel tempo!) ed il Fattore Spazio. Chi non si è accorto di questo fatto, continuerà a scrivere romanzi tradizionali (del tutto rispettabili) o poesie tradizionali (basate ancora su un certo concetto di reale e di finzione), ovviamente anch’esse rispettabili; ma si tratta di opere di letteratura che non hanno l’acuta percezione, la consapevolezza che siamo entrati in un nuovo «dominio» (per dirla con un termine del lessico mediatico).

 

Poesie di Carlo del Nero

In questa stagione non si appendono più
panni all’attaccapanni

L’ingresso è nudo e tagliato
dalla finestra assolata che ribolle il passo

L’Arlecchino nudo è in tinta unita
in tinta erotica Colombina

Ma l’amore stenta nel sudario
regalando l’imbarazzo di un’inutile attesa

Questo silenzio ci insegna
il traffico là fuori

Questo tempo ci indica stanchezza
serena di bastarsi almeno per adesso. Continua a leggere

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Francesco Gallieri,  Brutti e Cattivi, parte seconda della trilogia, con una Nota introduttiva dell’autore: Regressione culturale, Indifferenza, Tecnologia

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la superintelligenza artificiale

Francesco Gallieri, imprenditore e libero professionista, ha praticato e pratica l’ingegneria chimica dei prodotti solidi. Ha pubblicato, per i tipi di Elmi’s World, il suo primo libro di poesie Fuori dal coro. È fotografo, ha vinto il premio come miglior foto naturalistica al 13° Concorso Nazionale San Simone di Mirabello e come miglior foto di carro allegorico al 9° Trofeo Nazionale del Carnevale di Cento. Dipinge al computer con lo pseudonimo OPENHARTIG.

[Brutti e Cattivi” è il secondo libro della mia trilogia, Il Postumanesimo è il terzo, mentre La Trascendenza del Pigreco è il primo. Il libro della trilogia è di prossima pubblicazione]

 Nota introduttiva  di Francesco Gallieri

Il nostro indiscutibile successo come specie ha migliorato di molto la nostra condizione, ma ha anche introdotto una serie inedita di rischi esistenziali, di una gravità tale da far ritenere probabile la nostra estinzione, o il nostro regresso all’Età della Pietra.

Ci sono rischi esistenziali “naturali”, come la caduta di un meteorite, l’eruzione di un supervulcano o anche una pandemia, e rischi “antropogenici”, generati dall’uomo. Fra questi c’è indubbiamente il rischio di una guerra nucleare totale, ma altrettanto pericolosi sono l’Indifferenza, la regressione culturale e tecnologie fuori controllo

Indifferenza.

Oggi si parla solo di crescita, senza soffermarsi troppo sulle conseguenze che questo comporta.

E se qualcuno lo fa notare, solo in pochi si fermano a riflettere. Tutto per il momento va bene, basta che si consumi e si cresca, anche se in ambito sociologico sono state espresse numerose teorie critiche sulla degenerazione delle moderne società di massa ( Marcuse, Adorno, ecc ). Ma questo, posto che lo si conosca, alla prova dei fatti ai più non interessa.

Vi sono poi coloro che continuano a negare l’evidenza del pericolo di una crescita incontrollata e accusano di disfattismo chi si azzarda a parlarne.

Regressione culturale.

 Questo è più pericoloso dell’indifferenza. L’indifferenza può essere combattuta, la regressione culturale no.

Prendiamo ad esempio internet. Internet è il più esteso veicolo di cultura che l’umanità abbia mai avuto, non solo un’immensa biblioteca ma una rete pressoché infinita di relazioni culturali.

Il pericolo è insito nella degenerazione del livello delle relazioni. Le relazioni degenerano quando non si misurano più le persone sulla base di ciò che realmente sono o fanno, ma su ciò che dicono di essere o di fare. 

Quando gli elementi emotivi prendono il posto di quelli cognitivi, e la reazione istantanea come riflesso condizionato (cioè come pregiudizio) prevale sulla riflessione meditata  (il giudizio), e la percezione del presente del sè prevale sulla elaborazione del proprio essere nel tempo.

Quando milioni di persone connesse tra loro sono contemporaneamente isolate, introflesse verso se stesse, e cercano nella rete solo la conferma delle proprie opinioni, col conformismo dell’autoreferenzialità e il populismo delle opinioni settarie.

Gli aspetti negativi di internet sono solo una delle cause della indubbia e massiccia (delle masse) regressione culturale di oggi.

Regressione che è destinata ad aggravarsi sempre più, soprattutto per le reazioni alle conseguenze del catastrofico cambiamento climatico (desertificazione, migrazione incontrollabile di intere popolazioni, ecc.) e dell’esaurimento delle risorse disponibili.

La regressione culturale porta alla protervia dell’ignoranza, che porta inevitabilmente alla violenza e alla distruzione.

Tecnologie fuori controllo

L’enorme e rapidissimo sviluppo della tecnologia può portare a conseguenze incontrollabili o ad abusi  ideologici o terroristici, come virus letali creati dalla bioingegneria o minuscoli robot autoreplicanti (nanobot) fuori controllo creati dalla nanotecnologia. Ma la più grande minaccia a lungo termine al futuro dell’umanità è la superintelligenza artificiale.

 

I. Visioni

Finestre senza conforto
di pareti distrutte

Inferno di Bosch diviso in capitoli

Barriera
di veli numinosi minacciosi
inconfessabili

Corpi
in contaminazioni seriali

Poeti di improbabili metafisiche catacresi
oggetto – soccorso – d’inopia verborum.

Camaleonti
un occhio al passato e uno al futuro
– futuro? –

Visioni d’artista

o Apocalisse di Giovanni?

.

II . Estate

Una strada asfaltata che geme di sudore

materia che sembra non esistere
perché non è

evaporata stracciata saccheggiata

troppo fragile
per resistere al resto della storia

ancora viva ma che dovrà morire.

.

III. Mentre all’inferno

Sull’orlo di una crisi di civiltà
chi nega si rinchiude
incapace di capire

nel recinto dove irride gli avversari
come inutili cassandre ignoranti.

Mentre all’inferno qualcuno spinge
sempre più in basso

le Esperidi dalle mele d’oro
tramontano nei giardini avvelenati

uccise da un uomo
rosso come il peccato.

.

IV . L’angelo della morte

L’angelo della morte
quarto cavaliere dell’Apocalisse

volò sui muri indifferenti
scuotendo le nostre finestre

e ruggendo come un leone
le numerò per categorie.

Quante vite vorrai sterminare, Gabriele,
strappando la maschera dalla criniera
dei nostri boschi, ultimo rifugio?

Nel crepuscolo della nostra esistenza
le foglie si intrecciano smarrite

mentre le menzogne suonano più forte
fra le dorate rovine dell’autunno.

.

V. Uomini di terre di riporto

Uomini di terre di riporto – non consolidate –
malinconici manichini in fandanghi smidollati

posti a macerare
con zucchero e Cointreau

perché dimenticate la forza
della nostra poesia

nei sofisticati
rifugi
– vuoti d’aria d’ozio e di abbandono –

dove sarete alla fine distrutti, e rimossi,
come inutili inverosimili vittime sacrificali?

Qual è il culto a cui dedichereste
questa vostra futura immolazione?

L’agghiacciante risposta
è che non esiste, che non c’è.

 

I. Sentendo il vento

Sentendo il vento insinuarsi fra le pietre
penetrante come il dolore

– dove nessuna vita è possibile –
i pensieri si aggirano furtivi

come bulbi secchi
che non riescono a sbocciare.

 

VII. Bisognava pure far qualcosa Continua a leggere

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Giorgio Stella, Poesie da Sterpia 2011, con una Lettera di Giorgio Linguaglossa, Il soggetto si scopre mero luogo retorico, luogo tropologico, operatore linguistico

 

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Il soggetto si scopre mero luogo retorico, luogo tropologico, operatore linguistico

Giorgio Stella è nato a Roma il 30 aprile 1975, dove vive, ha pubblicato, Sterpia (2011) L’arco del cerchio (2011), Harlem (2011), Rom (2012) e varie plaquettes di testi poetici.

caro Giorgio Stella,

la poesia italiana di questi ultimi decenni ha, di fatto, abdicato alla sua funzione problematizzante, si è rifugiata nella referenzializzazione in modo tale che l’oggetto non diventava più questione perché inglobato nel discorso del soggetto. Nella misura in cui il rapporto con il reale si s-problematizzava, la forma-poesia tendeva alla referenzializzazione e diventava narrativa. E il soggetto si scopriva quale operatore ecologico privilegiato del discorso poetico. Ciò implicava che si parlasse molto di più del soggetto e dei suoi ruoli e delle sue funzioni e del suo posto nell’universo situandolo al centro del sistema solare copernicano.

La poesia italiana da Bertolucci de La capanna indiana (1951) a Montale di Satura (1971) fino a Bacchini e agli ultimi continuatori di quella impostazione è ancora tutta incentrata, come raggomitolata sull’io, quel soggetto che la psicoanalisi e la filosofia avevano messo fuori questione. E il soggetto veniva automaticamente ri-messo in questione proprio perché si pensava in modo acritico che fosse la questione principe, la questione incipitaria; ma, nella misura in cui il soggetto cessava di funzionare come principio, il principio cessava di essere tale e diventava mero luogo locutorio, tropo, mero luogo retorico. Il principio rispetto a se stesso e al mondo si scopriva essere un luogo fittizio. E il mondo diventava un pallido riflesso di quel soggetto-principio che aveva cessato di funzionare come principio.

Con l’insorgere e il proliferare dei linguaggi del mondo globale, quella identificazione con il referente era irrimediabilmente spezzata, infranta, e la catena dei significanti veniva ad occupare la posizione centrale ed esclusiva; di qui l’imperialismo del panlogismo dello sperimentalismo del secondo novecento e l’autonomia dell’articolazione proposizionale.

Il soggetto si vedrà ormai subordinato al logos, un logos le cui leggi finivano per autonomizzarsi. La relazione significante-significato stigmatizzava in positivo il negativo, cioè che il garante di quella relazione, il soggetto, aveva fatto fiasco. Con la sua iscrizione semantica il locutore cessava di essere il fondatore, con la conseguenza che sarebbe stato sufficiente fare un altro passo in avanti per scoprire che quella relazione che garantiva l’iscrizione semantica, aveva perso di validità, e la significazione diventava un problema dell’ordine proposizionale. Così, il processo della significazione si scopriva altamente vulnerabile alle scalfitture, alle lacerazioni dovute alla avvenuta scissione tra il significante e il significato, una scissione dirompente che finiva per aprirsi a dismisura nella quale il soggetto egolalico rischiava di periclitare e annegare definitivamente.

Il soggetto si scopriva essere un mero luogo retorico, luogo tropologico, operatore linguistico privo di legittimità e di alcuna garanzia fondazionale. Il soggetto, lungi dall’essere risposta problematologica e antropologica, diventava chiusura del discorso, si referenzializzava, diventava luogo retorico, si retoricizzava.

Il tuo linguaggio poetico vive tutto nella e sulla linea di demarcazione di questa scissura che si apre a dismisura tra il significante e il significato, è un operatore problematologico che indica la chiusura di qualsiasi legato di senso della proposizione poetica.
L’io che interroga se stesso nella tua poesia diventa lacerazione, strappo, scucitura, ulcerazione, viaggio con una lente di ingrandimento intorno alla scissione dell’io e alla de-localizzazione del soggetto retorizzato. La NOE chiude definitivamente alla introspezione esistenziale del soggetto ripiegato su di sé alla ricerca di un briciolo di «autenticità».

La nuova ontologia estetica è un discorso altamente finzionale, come dice Lucio Mayoor Tosi, altamente artificiale e artificioso. E non può che esserlo stante le premesse del discorso. E la forma-poesia diventa un discorso altamente artificioso e artificiale. Parlare di «autenticità» del viaggio dell’io, nei termini della nuova ontologia estetica, è un contro senso, perché quella chiave di accesso al reale si è rivelata spuntata, che poi la grandissima parte del linguaggio poetico di oggi continui su quella falsariga, è, precisamente, un non argomento.

(Giorgio Linguaglossa)

Giorgio Stella, Poesie da Sterpia, 2011

(pag. 82)

Era un orfanotrofio… lo riconosco
dal getto cieco nell’occhio spento:
“Tu sai
padre mio
il boia che hai esistito
cessando di nascermi…”
ora nel vento è l’atto –

(pag. 92)

Una volta, da bambino,
lo portò al museo
d’arte per il giorno
del suo compleanno –
l’opera più grande che
vide fu la
sua maschera, lunga nell’anima dell’ombra.
Fu il primo compleanno
da uomo libero
di tradirlo –
(così cantava il disco:
“Com’è triste la notte,
un anno dopo il sole…”) Continua a leggere

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Massimo Donà, La struttura aporetica del reale e del linguaggio poetico La struttura a polittico, La nuova poesia italiana, Poesie di Francesco Paolo Intini, Milaure Colasson, Gino Rago, Lucio Mayoor Tosi, Tomas Tranströmer

Giorgio Linguaglossa

Credo a questo punto sia opportuno verificare il significato del termine «interferenza» che sta avendo un grande ruolo nella costruzione della nuova poesia e del polittico in particolare:

il Sabatini Coletti
Dizionario della Lingua Italiana

Significato di «interferenza»
[in-ter-fe-rèn-za] s.f.
1 fis. Sovrapposizione di fenomeni; nelle telecomunicazioni, azione esercitata da una comunicazione su un’altra con conseguente disturbo || figure d’i., quelle formate per interferenza delle radiazioni ottiche

2 ling. Influenza esercitata da una lingua su un’altra

3 fig. Intervento indebito, intrusione: interferenze della politica nell’informazione.

Ecco cosa c’è scritto nella Treccani:

interferènza s. f. [dal fr. interférence, che è dall’ingl. interference, propr. «incrocio, conflitto (di interessi, ecc.)», der. di (to) interfere: v. interferire]. –

  1. Nel linguaggio scient. e tecn., il sovrapporsi di due fenomeni cooperanti e il conseguente sommarsi o elidersi dei loro effetti. In fisica, con riferimento a fenomeni vibratorî e ondulatorî: i. costruttiva, o positiva, quando gli effetti consistono in un reciproco rafforzamento; i. distruttiva, o negativa, quando si ha una riduzione reciproca dei singoli effetti (con questa accezione, anche assol. interferenza, senz’altra determinazione: i. della luce, o i. luminosa; i. di particelle).

In partic.: figure d’i., le figure luminose formate per interferenza delle radiazioni ottiche; frange d’i., v. frangia, nel sign. 4. Con sign. specifici, in altre discipline:

  1. Nella tecnica delle telecomunicazioni, qualsiasi azione che venga esercitata su una comunicazione da un’altra comunicazione o da un segnale estraneo, dando luogo, in conseguenza, a disturbi e ad alterazioni varie nella comunicazione che interessa. b.

In farmacologia, caso particolare di antagonismo, che interessa organismi molto semplici (unicellulari) e consiste nella inibizione alla penetrazione di un farmaco per la presenza di un’altra sostanza. c.

 In virologia, inibizione della crescita di un virus in cellule infettate da un altro virus. d. In genetica, il fenomeno per cui, nei cromosomi omologhi, non si verificano nei punti prossimi a uno scambio (crossing-over) altri scambî o si trovano con frequenza molto inferiore a quella teoricamente prevedibile. e. In matematica, la parte comune a due o più insiemi, detta anche intersezione. f.

In ottica cristallografica, colori d’i., figure d’i., colori, figure prodotti da sostanze cristalline birifrangenti osservate al microscopio polarizzatore con luce, rispettivamente, parallela e convergente. g. I. aerodinamica, lo stesso che induzione aerodinamica (v. induzione, n. 3 a). h. Con sign. analogo, ma più concreto, nelle costruzioni meccaniche, la compenetrazione dei due profili di una coppia di ruote dentate; anche, la differenza tra le dimensioni delle due parti di un accoppiamento fisso (le dimensioni della parte interna sono infatti sempre superiori a quelle della parte esterna per realizzare il forzamento). 2. estens. In semantica, una delle cause delle trasformazioni di significato d’una parola, consistente nel sovrapporsi d’un secondo significato a un primo in connessione con etimologie popolari o semidotte: per es., l’uso di inedia con il sign. di «tedio, noia» è dovuto prob. a una sovrapposizione di inerzia (un altro esempio di interferenza semantica è lo stesso verbo interferire).

Più generalmente, in linguistica, l’influenza che in singoli casi e come fenomeno individuale una lingua può esercitare su un’altra lingua in contatto, spec. in soggetti bilingui, portando a modificazioni fonetiche, morfologiche, sintattiche o lessicali; così, per es., a un italiano potrà accadere di dire art nouvelle per art nouveau, dando al fr. art il genere femminile dell’ital. arte; o di dire, per un erroneo calco, ma machine per ma voiture. 3. fig. Incontro di azioni, iniziative, interessi, idee diverse, per lo più discordanti, o che tendano comunque a influire l’una sull’altra determinando spesso un contrasto; più genericam., intromissione, inframmettenza: il potere giudiziario dev’essere sottratto a ogni i. del potere esecutivo; interferenze tra Chiesa e Stato, tra fatti politici e fatti economici; non tollero interferenze nei miei affari privati; la vita … era troppo oziosa perché non vi proliferassero il pettegolezzo e l’i. negli affari altrui (Primo Levi).

Massimo Donà

 La struttura aporetica del reale e del linguaggio poetico

Spezzo un giavellotto in favore della categoria dell’interferenza nel linguaggio poetico. Portiamo ad esempio il concetto dell’uno come uno che, in quanto posto come uno, si duplica in due… e così via di rinvio in rinvio ad altro e, quindi, di duplicazione in duplicazione, essendo la struttura della duplicazione la medesima della struttura dell’uno, al modo che l’identità dell’uno viene confermata nel suo duplicarsi immediato in due e in numeri infiniti. Così, non possiamo che concludere che nell’uno c’è l’infinito, ovvero, nel finito c’è l’infinito. È questa la struttura aporetica del reale che risuona anche nel linguaggio e nel linguaggio poetico in particolare.

(Giorgio Linguaglossa)

«Si pensi al circolo dell’interpretazione infinita (che ancora oggi tanti adepti e continuatori guadagna alla propria causa) – tanto per fare un esempio particolarmente significativo di tematizzazione della questione del “linguaggio” – e al suo teorizzatore: Hans Georg Gadamer.

Egli avrebbe voluto riconsegnare al logos quella ampiezza e quella realità che sembravano destinate a un irresolubile irrigidimento; di contro a un incontrastato dominio della filosofia del “concetto” (si pensi all’enorme influenza dell’hegelismo ottocentesco).

Ma, in realtà, anche questo tentativo doveva essere seriamente inficiato dalla sua vera e propria infondatezza teorica. Il circolo ermeneutico è quello che è solo in quanto per esso “identità definitoria” e “proliferazione delle differenze”, non sono in alcun modo coincidenti – anzi, solo in quanto formalmente separati, si ritiene possano costringere qualsivoglia forma di “unità” a ridefinirsi all’infinito, in corrispondenza alle sempre nuove modalità che la differenza di fatto produce (indipendentemente da ogni troppo prevedibile rispetto verso nomoi già esistenti).

Per Gadamer, infatti, “le possibilità finite della parola sono messe in rapporto con il senso che si manifesta come qualcosa che indica nella direzione di un infinito…”.1

Un esempio particolarmente significativo di tale destino sembra essere rappresentato, agli occhi di Gadamer, dalla parola poetica.
Già Hölderlin ha mostrato che l’invenzione del linguaggio di una poesia presuppone la dissoluzione totale di tutte le parole e le formule linguistiche consuete”.2

Ma, se, davvero, di contro alla dialettica del concetto (e qui il referente polemico è Hegel, ossia la sua concezione dialettica), l’esperienza ermeneutica comporta che “lo sviluppo del significato totale, che è l’obiettivo della comprensione, ci mette nella necessità di formulare un’interpretazione e di ritirarla subito di nuovo”3 – se non altro in quanto, “nell’evento del linguaggio, non ha la sua sede solo ciò che permane, ma anche il mutamento delle cose”4 -, allora, sempre nell’ottica gadameriana, il compito dell’interpretare (e dunque del linguaggio da cui il medesimo è reso in qualche modo possibile), espresso in termini logico-formali, si costituirà nell’incessante ridefinizione di un inesauribile rapporto tra identità (di fatto rinviante al senso in cui l’interpretante di volta in volta si ri-troverebbe ad essere – da cui il suo esser così com’è) e differenza (eccedenza “mai esauribile” del significato – perciò strutturantesi come modo dell’in-finito -, che differenzierebbe, ab alio, quello stesso senso unitario di cui sopra… e per effetto di un’originaria azione destituente da quello costitutivamente insussumibile e dunque illegiferabile).

Da ciò l’originarietà dell’azione reciprocamente determinante di una unità e di una molteplicità sempre non-contraddittoriamente concepite.
Che è proprio quanto abbiamo visto venire ab origine “negato” dall’aporeticità originariamente caratterizzante la struttura del linguaggio tout court; la stessa che mai ci consente una reale esperienza di libertà (libertà, se non altro, rispetto al contesto mondano) – magari fondata sul fatto che “il rapportarsi al mondo richiede che si sia staccati da ciò che nel mondo ci viene incontro al punto da poterselo rappresentare come esso è”.

la posizione gadameriana ha insomma ben poco a che vedere con l’aporia da noi messa in luce; anche perché, a costituirsi, in essa, è invero una palese oscillazione tra affermazioni che ribadiscono l’originaria linguisticità dell’esperienza umana, ovvero l’intrascendibilità del linguaggio (“né si può pensare di guardare dall’alto il mondo del linguaggio, giacché non c’è un punto di vista esterno all’esperienza linguistica del mondo, dal quale tale esperienza possa essere guardata oggettivamente”6) – dominio dell’identità! – e a critiche assunzioni di quella che viene riconosciuta come “apparenza immediata naturale” o “evidenza intuitiva”, e in quanto tale contrapposta all’artificiosità della costruzione linguistico-intellettuale; e valevole quindi come fonte d’esperienza tanto reale quanto quest’ultima
[…]
Si tratterà di sottolineare piuttosto, e nel modo più risoluto, come interrogarsi intorno alla questione del “linguaggio”, non significhi affatto porsi un problema metodologico e dunque preliminare rispetto alla vera e propria ricerca metafisica od ontologica che dir si voglia – quasi ci si dovesse interrogare dapprima sulle condizioni di dicibilità, e solo in un secondo tempo (e quasi indipendentemente dagli esiti di questa indagine preliminare) porsi il problema della “verità” o del “fondamento”… magari dimentichi del fatto che i risultati della prima parte della nostra ricerca dovrebbero valere anche per quel linguaggio che, solamente, consente di esprimersi in termini di fondamento, verità ontologia, identità e differenza.

Insomma, decidere del significato e della realtà del linguaggio è già un decidersi intorno all’essere di ciò che è, e, per quanto detto sino a questo punto, intorno al rapporto linguaggio mondo – e ciò è vero per il semplice fatto, appena ricordato, che la verità può essere detta solo nella misura in cui e nei limiti in cui il linguaggio “dica” davvero qualcosa (la verità non può essere tale se non anche in relazione a quella determinazione che chiamiamo “linguaggio” – il linguaggio, infatti, se è, è, come un tutto, secondo verità).

Ecco, da dove la necessità di un’analisi del linguaggio in grado di concepire il linguaggio medesimo come problema eminentemente filosofico – e l’importanza dei risultati sin qui conseguiti.

Una cosa è certa, comunque: stante che “il carattere di segno esiste qui solo connesso con qualcosa d’altro, che valendo come segno è anche qualcosa di per sé e ha quindi un suo autonomo significato, diverso da quello che ha come segno”8, allora il linguaggio (che, per quanto detto sino ad ora, coincide con ogni determinatezza, in quanto originariamente costituentesi come “significato”) non si configura come semplice struttura di “segni” (né di simboli o immagini che dir si voglia – la struttura del rimando è infatti sempre la medesima, di là dalla precisione o dalla sua più o meno consolidata univocità).
Nessuna “relazione”, infatti, riuscirebbe a giustificarne la supposta potenza indicatoria.

D’altro canto, l’aporia non può certo venire indicata o in qualche modo significata; per quanto non si celi né si ritragga in qualche misteriosa ascosità. Ma da sempre si articoli piuttosto nel di-segno proposizionale in cui, solamente, il non-esistere di quel che esiste può annunciarsi e palesarsi per quello che esso veramente ‘non-è’.»*

* M. Donà, L’aporia del fondamento, Milano, Mimesis, 2008 pp.529 e segg.
1,2,3,4,5,6,7, cit da H.G. Gadamer, Wahreit und Methode, Tubingen, 1965 pp. 444, 446, 441, 425, 419, 429, 425

 Gino Rago

Nel corso di un colloquio-intervista con un poeta, assai noto al pubblico de L’Ombra delle Parole, mi è stata posta anche la:

Domanda

In poche parole come presenteresti un “Polittico poetico in distici”…? 
Ho provato dare questa:

Risposta 

In estrema sintesi direi:

Fisica quantistica+ Civiltà musicale+ Arti Figurative+ Cronaca+ Storia+ Misticismo Barocco+ Arti plastiche+ Scontro di dive (Lisi-Dietrich) come urto fra Cinecittà e Hollywood+ Compressioni ed Espansioni dell’universo+ Letteratura+ Personaggi-poeti vivi + Personaggi-poeti non più vivi+ Tempo dilatato + Tempo compresso+ Spazi-geografie nell’indefinito e nel familiare+ Fono-prosodie con al centro immagini+ Parole entanglate come protoni nell’entenglement+ Rottura delle associazioni sostantivi-aggettivi a favore dei sostantivi+ Soppressione definitiva del piccolo Io narcisistico e perdente come illusoria misura della storia e del mondo+ Valorizzazione del sostantivo+Immissione del parlato ( in forma di monologo o di dialogo) + Altro = Polittico (o meglio, tentativo di polittico, così come lo sto intendendo).

E’chiaro che non si approda al Polittico in distici senza l’attraversamento consapevole della esperienza poetica per “frammenti”.

Per ora il Polittico in distici (Religione-Arte-Letteratura-Poesia) mi pare il max che si possa chiedere alla Parola di poesia se si vuole, per me, andare più in là e un po’ più in alto di dove hanno fin qui osato e ancora osano… le quaglie.

E per non correre più il rischio in poesia di continuare a sentire dappertutto ruggiti… di agnelli, rischiando di annegare nella profondità … di una pozzanghera. Continua a leggere

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Poesie di Lucio Mayoor Tosi, Nunzia Binetti, Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa, La rivoluzione dello spazio espressivo formale-integrale della nuova forma-poesia, Commenti di Francesco Paolo Intini

Lucio Mayoor Tosi Sponde 1

Lucio Mayoor Tosi, Composizione, acrilico 2017

Lucio Mayoor Tosi

In alternativa, non dico alle poesie di Maurizio Cucchi ma alla poesia degli aggettivi, e a sostegno del polittico:

Valvole.

Un’ultima cosa da chiarire.
La guardò e non aggiunse altro. Ma più tardi, a letto, lui
pretese il rito sacrificale dell’orgasmo simultaneo.

Ciò che Dio unisce in terra. Per queste e altre ragioni,
tutte entusiasmanti. Quello era un avanzo di galera.
Poi si mise a cantare: «La doccia è già finita, gli amici
se ne vanno».

Aveva da poco concluso un buon affare con una casa
produttrice di arsenico. Le meraviglie del solleone.
Come gli fosse venuta l’idea. Così, sul far della sera.

I due erano ormai d’accordo. Non si trattava di fare
più denaro, piuttosto di crearsi sempre nuovi guai
in modo da dover DECIDERE. Perché questa era la pazzia,
e forse anche il destino.

Andassero a Messa. Non posso accompagnarti,
ho le vertigini. È da un po’.
Che piove. Su i freschi pensieri che l’anima schiude / novella.
Hai visto la nuova di Gengis Khan? Le porse il cappellino.

[…]

A maggio le rose e tutti quei complimenti. Chissà
quali pensieri nella testa.

Le stesse rose sul sofà. Non serve risposta. Corriere degli affitti:
in meno di un’ora, Banca Avvenire. Sarò io la tua sorpresa.

Un gruppo di majorette in equilibrio sulle rotaie del Frecciarossa.
E’ pieno giorno, in lontananza si vedono le montagne.

Chi non lo vorrebbe un cane mastino che infila le zanne
negli occhi porpora; mentre noi lontani, forse nemmeno
su quegli yatch.

Prima di morire dimenticherò tutto, anche di essere nato.
In questo siamo simili: noi come tutti gli altri, la gente. Resta

l’Impero, numeri e mattoni. Non un libro, un filo di biancheria.
Le cose andranno avanti per conto loro. Il vecchio mondo

delle pustole; ai musei per il food, il semifreddo. Ricordi?
Vent’anni meno, l’anticomunismo in vasetti lilla. E a breve
torneranno i marziani.

[…]

Uno così non lo metti sul pianoforte della bidonville?
La brutta cera del mango e tutte quelle fesserie
che si dicono, mentre le capre si fingono nel paesaggio.
Biancore d’architetti fin sulle posate.

Paradiso inferno, in mezzo nuvola rosa: l’appetito
vien danzando. Offerta molteplice. Guerra di cavie
contro ogni cosa arrivi dal sud. La chiamano tecnologia,
plastica nei mari.

Poeti, clavicole. Sai, tutte quelle asperità. Asperità.
D’accordo, faremo narrazione in finta pelle. Gabbiani
e vecchie limousine. Non vedo l’ora di avere al governo una miss

in gabardine, che sappia il fatto suo. Una che pare uscita
dal fon ma decisiva sull’orientamento dei social. Come farsi
venire il cancro e quali rimedi. Lui tesse una corda di chitarra,

le canzoni della mia giovinezza. Quella altrui, del parroco,
la prima sigaretta in chirurgia.
Nella moria anche i bachi da seta. Nobel per la Pace. Il marcio

in plasma, premi al miglior retrobottega. Come avere denaro,
vero e finto. Attaccarsi alle mandibole. Due mesi luglio. Indonesia.
Ti piace? Lei sulla chiatta di Barbablù, come fosse sua. Saluta,

anima di nessuno e droni variopinti. – Se Maometto non va
al mare… Al mare, al mare! Gridarono tutti. Tanti col braccio teso
verso Roma, Parigi, come ci fosse qualcosa.

[…]

Si sentirono anche il giorno dopo. Qualsiasi pensiero, e io vengo.
Sono tua. Svanisci-mi. Donami le costole. Fa di più l’orgasmo
ragionato, il primato della gazzella sul divenire scosceso
di una certezza.

L’assoluto in vitro a cui dono corpo e preghiere.
L’asma e lo strapotere dei figli. Gli anni trascorsi a battere
nei pied-à-terre, come femmina ciclista, solo con la vocazione.

Calcolo e scudiscio. Ma sono mamma.
Lui aveva da poco concluso un buon affare con quelli
dell’usa e getta. Nel radersi il mento gli scoppiò il cuore.

È la telefonia.

(maggio 2019)

Lucio Mayoor Tosi Sponde

Lucio Mayoor Tosi, COmposition, acrilico

Lucio Mayoor Tosi

Grazie, Mauro. E’ normale che nell’ottica NOE si considerino le poesie nella loro interezza, alla stregua di oggetti, anzi di «cose»; in questa circostanza, da valutare, direi visivamente, ponendole di fianco alle poesie di Maurizio Cucchi, che sono di fumosa ma bella scrittura. Può sembrare un comportamento ingenuo, orgogliosamente infantile, anche acritico,quello di voler confrontare ma c’è di mezzo una questione complessa, sulla quale credo si debba fare chiarezza, quella del bello: se sia bastevole o non, piuttosto, una questione totalmente da rivedere. Perché riesco a immaginare che la poesia NOE possa sembrare talvolta brutta… a mio modo di vedere, particolarmente il polittico; anche se, a voler restare nel canone, è evidente che vi sono poesie NOE che hanno stile – quelle di Mario M. Gabriele, ad esempio – ma anche in queste di oggi non manca bellezza; ne danno prova la diamantina Marina Petrillo, e in molti versi la Donatella Giancaspero. E quando leggo, di Lorenzo Pompeo “Un vascello fantasma appare e scompare, / lampeggia tra le costellazioni”, capisco subito di essere uscito, dove l’aria è più respirabile, fresca.
Di contro, Maurizio Cucchi scrive:

Sono pronto, finalmente, a scivolare
in pace indietro, ma è sempre poco,
verso ciò che è stato e che non so,
che è, permane, pur senza visibile traccia
e mi ha generato anonimo (…)

 

Giorgio Linguaglossa

La rivoluzione dello spazio espressivo formale-integrale della nuova forma-poesia

Dopo questa poesia di Lucio Mayoor Tosi, non sarà più possibile mettere passivamente le parole in un contenitore oggetto e lasciare che il risultato avvenga in modo, diciamo, naturale, ma in realtà con le parole sempre teleguidate dalla presupposizione dell’io normografo e storiografo. Non sarà più possibile pensare la parola, il metro e l’enunciato come unità stabili dalla parte di un soggetto. La «nuova poesia polittico» di Tosi esce fuori dagli schemi ortodossi della poesia novecentesca; pensa la parola, il metro e l’enunciato come unità metastabili che non stanno più dalla parte di un soggetto. E qui, arrivati a questo punto, tutto viene rimesso in gioco, tutte le categorie con le quali eravamo abituati a pensare la poesia della tradizione novecentesca italiana saltano come sulla dinamite, non resta nulla di integro di tutte quelle cose lì perché siamo entrati in un nuovo universo, siamo entrati in un nuovo mondo e la poesia non poteva continuare ad ignorarlo.

La «struttura polittico» richiede un nuovo universo immaginale e concettuale. Non è possibile aderire a questo nuovo tipo di forma-poesia se non ci si è sbarazzati delle nozioni un tempo ritenute «stabili» di soggetto, di oggetto, di parola, di metro, di pentagramma uninominale unilineare ora invece saltate in aria in mille pezzettini, in mille frantumi. La «nuova poesia» non può non accettare di avere a che fare d’ora in poi che con i frantumi, non può rifiutarsi di accettare le condizioni poste dal nuovo mondo, non può più rifiutarsi di entrare in consonanza con il mondo della nuova civiltà mediatica che prende forma sotto i nostri occhi; c’è bisogno di una nuova musica, c’è bisogno, come scrive Agamben, di una musica musaicamente accordata, e per far questo occorrono nuovi strumenti, nuovi strumentisti, una nuova orchestra e un nuovo direttore d’orchestra, bisogna avere il coraggio di abbandonare alle ortiche tutte le idee che avevamo accarezzato fino a stamattina sulla poesia come ce l’avevano insegnata. Ecco, quella è la poesia del passato, nobile sì, ma del passato.

La «struttura polittico» richiede il concetto di simultaneità nell’istante di tempo, di molteplicità di voci, di sintagmi, di relitti verbali, di rumori verbali, di interferenze, la compresenza simultanea di tempi e di spazi diversissimi, richiede però una grande responsabilità in capo al poeta ed anche una grande capacità di accordare tutte le «voci», le voci dell’inconscio, quelle della memoria ormai disabitata e le voci della radura internettiana dei giorni nostri; una grande capacità di accettare nella forma-poesia di dover convivere con la disparità, l’eterogeneo, l’interruzione, il salto, la peritropé, l’inciso, la cerniera parentetica, e anche con la metonimia e la metafora disposte però in un nuovo concetto di metratura dello spazio e del tempo, un nuovo concetto del pentagramma musicale.
Si tratta di una rivoluzione dello spazio espressivo formale-integrale della nuova forma-poesia che qui ha luogo.
Dobbiamo salutare la poesia del glorioso novecento con dei fazzoletti rossi, agitando fazzoletti rossi.

Pier Aldo Rovatti

«Non sarà più possibile trattare le parole nei limiti di un linguaggio oggetto, perché se da qualche parte esse fanno sentire il loro peso, sarà dalla parte del soggetto: lungi dall’eclissarsi, come molti nietzschiani vorrebbero far dire al testo di Nietzsche, il “soggetto” diviene tanto più importante come questione per tutti (e di tutti) quanto più l’uomo rotola verso la X (con la spinta che Nietzsche ci aggiunge di suo). Passivo, quasi-passivo, attivo nella passività; soggetto-di solo in quanto (e a questa condizione) di sapersi-scoprirsi soggetto-a… La frase di Nietzsche documenta, come tutte quelle che poi la ripetono, una condizione della soggettività, di cui sarebbe semplicemente da sciocchi volerci sbarazzare (sarebbe un suicidio teorico)… Ma sappiamo anche che è innanzi tutto e inevitabilmente una questione di linguaggio, e che l’effetto davanti al quale preliminarmente ci troviamo è un effetto di parola». 1]

1] 2] Pier Aldo Rovatti, Abitare la distanza, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2007, pp. XX-XXI

Il soggetto è quel sorgere che, appena prima,
come soggetto, non era niente, ma che,
appena apparso, si fissa in significante.
L’io è letteralmente un oggetto –
un oggetto che adempie a una certa funzione
che chiamiamo funzione immaginaria
il significante rappresenta un soggetto per un altro significante

(J. Lacan – seminario XI)

Figure haiku 1 Lucio Mayoor Tosi

Giorgio Linguaglossa

L’«Evento» è quella «Presenza»
che non si confonde mai con l’essere-presente,
con un darsi in carne ed ossa.
È un manifestarsi che letteralmente sorprende, scuote l’io,
o, sarebbe forse meglio dire, lo coglie a tergo, a tradimento.

Il soggetto è scomparso, ma non l’io poetico che non se ne è accorto,
e continua a dirigere il traffico segnaletico del discorso poetico

La parola è una entità che ha la stessa tessitura che ha la «stoffa» del tempo.

La costellazione di una serie di eventi significativi costituisce lo spazio-mondo.

Con il primo piano si dilata lo spazio,
con il rallentatore si dilata e si rallenta il tempo.

Con la metafora si riscalda la materia linguistica,
con la metonimia la si raffredda.

Nell’era della mediocrazia ciò che assume forma di messaggio viene riconvertito in informazione, la quale per sua essenza è precaria, dura in vita fin quando non viene sostituita da un’altra informazione. Il messaggio diventa informazionale e ogni forma di scrittura assume lo status dell’informazione quale suo modello e regolo unico e totale. Anche i discorsi artistici, normalizzati in messaggi, vengono silenziati e sostituiti con «nuovi» messaggi informazionali. Oggi si ricevono le notizie in quella sorta di videocitofono qual è diventato internet a misura del televisore. Il pensiero viene chirurgicamente estromesso dai luoghi dove si fabbrica l’informazione della post-massa mediatica. L’informazione abolisce il tempo e lo sostituisce con se stessa.
È proprio questo uno dei punti nevralgici di distinguibilità della Nuova Ontologia Estetica: il tempo non si azzera mai e la storia non può mai ricominciare dal principio, questa è una visione «estatica» e normalizzata; bisogna invece spezzare il tempo, introdurre delle rotture, delle distanze, sostare nello Jetztzeit, il «tempo-ora», spostare, lateralizzare i tempi, moltiplicare i registri linguistici, diversificare i piani del discorso poetico, temporalizzare lo spazio e spazializzare il tempo…

Ovviamente, ciascuno ha il diritto di pensare l’ordine unidirezionale del discorso poetico come l’unico ordine e il migliore, obietto soltanto che la nostra (della NOE) visione del fare poetico implica il principio opposto: una poesia incentrata sulla molteplicità dei «tempi», sul «tempo interno» delle parole, delle «linee interne» delle parole, del soggetto e dell’oggetto, sul «tempo» del metro a-metrico, delle temporalità non-lineari ma curve, confliggenti, degli spazi temporalizzati, delle temporalisation, delle spazializzazioni temporali; una poesia incentrata sulle lateralizzazioni del discorso poetico. Ma qui siamo in una diversa ontologia estetica, in un altro sistema solare che obbedisce ad altre leggi. Leggi forse precarie, instabili, deboli, che non sono più in correlazione con alcuna «verità», ormai disabitata e resa «precaria».

La verità, diceva Nietzsche, è diventata «precaria».

Il «fantasma», il revenant che così spesso appare nella poesia della «nuova ontologia estetica», si presenta sotto un aspetto scenico. È il Personaggio che va in cerca dei suoi attori. Nello spazio in cui l’io manca, si presenta il «fantasma».
Dal punto di vista simbolico, è una sceneggiatura, il «fantasma» è ciò che resta della retorizzazione del soggetto là dove il soggetto viene meno; il fantasma è ciò che resta nel linguaggio, una sorta di eccedenza simbolica che indica una mancanza.

L’inconscio e il Ça rappresentano i due principali protagonisti della «nuova ontologia estetica». Il soggetto parlante è tale solo in quanto diviso, scisso, attraversato da una dimensione spodestante, da una extimità, come la chiama Lacan, che scava in lui la mancanza. La scrittura poetica è, appunto, la registrazione sonora e magnetica di questa mancanza. Sarebbe risibile andare a chiedere ai poeti della «nuova ontologia estetica», mettiamo, a Steven Grieco Rathgeb, Anna Ventura, Mario Gabriele o a Donatella  Giancaspero che cosa significhino i loro personaggi simbolici, perché non c’è alcuna significazione che indicherebbero i fantasmi simbolici, nulla fuori del contesto linguistico. Nulla di nulla. I «fantasmi» indicano quel nulla di linguistico perché Essi non hanno ancora indossato il vestito linguistico. Sono degli scarti che la linguisticità ha escluso.

I «fantasmi» indicano il nulla di nulla, quella istanza in cui si configura l’inconscio, quell’inconscio che appare in quella zona in cui io (ancora) non sono (o non sono più). L’essenza dell’inconscio risiede non nella pulsione, nell’essere istanza di quel serbatoio di pulsioni che vivono sotto il segno della rimozione, quanto nella dimensione dell’io non sono che viene a sostituire l’io penso cartesiano. La misura di questa dimensione è la sorpresa, l’esser colti a tergo. Tutte le formazioni dell’inconscio si manifestano attraverso questo elemento di sorpresa che coglie il soggetto alla sprovvista, che, come nel motto di spirito, apre uno spazio fra il detto e il voler-dire. Come nei sogni, dove l’io è disperso, dissolto, frammentato fra i pensieri e le rappresentazioni che lo costituiscono, così l’inconscio è quella istanza soggettiva in cui l’io sperimenta la propria mancanza. Come aveva intuito Freud: l’inconscio, dal lato dell’io non sono è un penso, un penso-cose, esso è formato da Sachevorstellung, è costituito da rappresentazioni di cose. La formula «penso dove non sono» è la formula dell’inconscio, che si rovescia in un «non sono io che penso». È come se «l’io dell’io non penso, si rovescia, si aliena anche lui in qualcosa che è un penso-cose».

Il «fantasma», il revenant inaugura quella dimensione della mancanza che si costituisce nella struttura grammaticale priva dell’io, cioè della dimensione della parola come luogo in cui il soggetto «agisce».A questo punto apparirà chiaro quanto sia necessario un indebolimento del soggetto linguistico affinché possa sorgere il «fantasma». Nella «nuova ontologia estetica» non c’è più un soggetto padronale che agisce… nella sua struttura grammaticale l’io si è assottigliato o è scomparso. O meglio, il soggetto viene parlato da altri, incontra la propria evanescenza. Continua a leggere

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Poesie di Donatella Giancaspero, Maurizio Cucchi, Marina Petrillo, Lorenzo Pompeo, Commenti di Gino Rago e Giorgio Linguaglossa, L’impalcatura del pensiero poetante e l’economia monetaria dello stile

Donatella Giancaspero

Alla fine di aprile

L’intenzione di dire. Il fenomeno nuovo. L’evento.
Ma, di colpo, cade dalle mani la tazzina di porcellana.
Attraversando un flash, tocca il fondo.
Una lesione sul bordo per gli anni a venire.

A pranzo, in cucina, la sedia occupa il posto estraneo.
Sfilano i bar di passaggio. Le arance spremute nei vetri opachi.
Da un isolato all’altro, le parole sbirciano vetrine

– “per caso, senza l’idea di comprare qualcosa.
Cercando, magari una volta soltanto
e fuori stagione, un gelato al limone…”

Alla fine di aprile, i gabbiani qua intorno. Tanti.
Sui tetti. In cima ai comignoli. Appollaiati.
Chi punta il dito, in un ritaglio tondo di cielo.

*

Tre colpi dal piano di sopra

Tre colpi dal piano di sopra. Il quarto
fa vacillare uno studio del Gradus ad Parnassum*.
Insieme, qualcos’altro, ritratto
nell’intercapedine fra l’intonaco e un’eco di scale.

Chiodo su chiodo, gli sconosciuti
si cercano dentro il sentore delle stanze.
Nell’insistenza delle macchie sul soffitto.

Un intervallo di quinta discendente alla finestra.
Ci domandiamo che ora sarà da qui a trent’anni,
nelle smart home di risorti edifici.

Intanto, i treni cittadini irrompono nel rombo del temporale.
Un refrain senza indicazione di tempo replica in verticale
la sequenza del pianoforte sbalzato sul selciato.
Sotto gli occhi delle facciate, sospinto a mano.
Da una persiana all’altra.

*

Copio e incollo da Nuovi Argomenti le poesie di Maurizio Cucchi tratte dal suo ultimo libro, Sindrome del distacco e tregua, Mondadori, Lo Specchio, 2019.

(Giorgio Linguaglossa)

Maurizio Cucchi

Troppo spesso – pensavo – troppo,
troppo spesso noi animali ci affidiamo
alla bontà curiosa della nostra indole.

E laggiù dove andrò, remoto,
nella patetica smorfia verticale muore
l’impronta, e non lo sa, e replica
se stesso, ancora, nell’ultimo conato
costruttivo. Del resto
ci piace assaporare, puerili,
la più elementare forma di dominio,
espressione del nostro costume
e la natura ci ingombra, ci pesa ma consiglia
le terre più estreme, dove l’attrito procede
e si consuma ancora più violento
e fisico, più naturale.

*

Ma poi, e basta qualche ora,
dopo l’orrore della massa accodata,
ecco la tregua benefica che scioglie
la sindrome sinistra e pervasiva
del distacco.

Che paesaggio, piano, indifferente,
serenamente bigio nell’oceano,
nelle sue piccole bianche casine silenziose
e io, la spuma tranquilla alle mie spalle,
in appoggio, slittavo in un sorriso nel vento
di improvvisa adesione. Non totale
adesione, ma quasi.

*

da Il penitente di Pryp’jat’

Nella foto di Kostin lei è di spalle, avanza
con un bastone e un sacchetto nero,
curva, ingobbita nella sua veste scura
e un fazzoletto in testa in una strada
solitaria, di terra e ciuffi e sassi.
Vecchissima arranca verso un dove
di patria, un dove di pace e morte.

*

Su tutto spicca la grande insegna
bianca sul prato, a sovrastare
quasi trionfale, la desolazione:
Припять 1970, l’anno
della sua edificazione. C’erano
la via dell’amicizia dei popoli,
la via degli entusiasti, una città
privilegiata di tecnici e maestranze,
l’idea del futuro nei palazzi, nelle menti
delle famiglie, dei bambini
nei parchi e nelle scuole.

Lo spettacolo fu quello
di una luminescenza strana,
meravigliosa, dissero. I pompieri
accorsero, si tolsero le tute,
tutto. E morirono tutti.

*

Ma solo dopo 36 ore
l’intero popolo della nuova città
fu finalmente evacuato.

Cesio-137. La nube
seccava le mucose nella bocca
e tonnellate di materia radioattiva
furono sparse nel vento, portate
dal vento verso nord. Un rilascio
pari a duecento volte Hiroshima
e Nagasaki messe assieme.

Nel caos dell’esito attivo
si annusava l’odore della carne marcia,
si andavano moltiplicando orrori vari
al sistema osseo, al connettivo, al sistema
nervoso e circolatorio.

Videro galline dalla cresta nera,
il latte si rapprendeva in polvere
bianca, nacquero sette ermafroditi.
Una moria di animali negli orti
diventati bianchi, nella foresta
rossa. C’era chi sollevava
strisce di pelle dal suo corpo con le mani.

Una quiete sinistra e irrevocabile.

*

Ci si abitua, è… normale. Si gode
di una sopravvivenza minuziosa,
in un farcela giorno per giorno, strappando
ogni giorno come un frutto, come
un regalo in più da far fruttare.
Prezioso, inestimabile, ed è solo un giorno
sottratto al proprio nulla.
In una città deserto per filosofi.

*

Spostavo lento il dito sulla mappa,
sul colore verde chiaro del paese
così labile e remoto. Leggevo i nomi
strani delle oblast, delle città. Ecco
Rivne, Žytomyr, Ovruč, che cercavo,
e le venature di azzurro più a nord.
Così, mentre ero al tavolo, la carta
si ingigantiva, si ingigantiva, a un tratto,
a dismisura e diventava terra, diventava
un intrico di terra, boscaglia e di palude
che quasi mi inghiottiva nel suo verde
e ocra. Iniziava lì la corsa in gruppo
nel bosco, preceduto, io, da due figure
femminili, alte, rapide e in nero.

Fino a trovarmi solo, in superficie, tra la sabbia bianca e le sterpaglie, proprio di fronte a quella specie di trapezio bianco, con la scritta in cirillico e la data, in nero, 1970. Lì, di fronte, si è di colpo aperta una via di campagna, miserabile, poche baracche ai lati, e lei, la vecchia che avanza, solo in apparenza sopraffatta.

Io l’ho seguita, fino alla cittadina
storica e infestata, verso la casa
dell’architetto. Qui mi hanno cantato
la leggenda del fantasma
il penitente che si aggira
solitario dietro una chiesa e appare
di notte, le lunghe dita bianche, la faccia
piatta, l’occhio sformato, i lunghi capelli
biondi arruffati, nerovestito dalla voce
roca, traslucido e urlante.

*

L’epilogo quale che sia non conta. Mai.
Così il meccanismo, la banale trama. Conta
l’insistere virtuale sulla scena,
la rapsodia sparsa e sempre minuziosa
delle circostanze. Poi

perdo l’orientamento, senza paura,
certo, ma deluso, e il dito,
d’improvviso impaziente, torna
curioso a muoversi, a grattare,
prima di depositarsi ormai stremato sull’atlante.

*

Giuseppe, per gli amici “El Pinìn”, e un desiderio di ruvida serenità, per qualcuno rudimentale o selvaggia. Non so perché, ma comincio a infastidirmi di tutto ciò che
è lì per niente, che non ha, insomma, una stretta utilità concreta. E che, s’intende, non ha neppure un requisito di bellezza. Perché, dopo tutto, proprio la bellezza… la bellezza disinteressata… Ma asciutta, ardua, priva di leggiadre soste ornate, decorate. Sì, homo aesteticus, se si può dire, e non il solito infelice homo oeconomicus.

Perché non è economico il reale,
mentre cerchiamo in un estremo
patetico conato di ricrescere
verso l’abisso, ottusi, scossi
dalla sacra idiozia della moneta.
Mi basta, minimale e individuo
come sono, la più modesta
resilienza del soggetto.

*

Osservo dalla mia finestra la chiave di volta della casa di fronte e subito penso a un ritmo scandito perfetto, a una musica, insomma, a un movimento, un movimento del corpo. E insieme penso a una provvisoria matematica esattezza, e soprattutto a un campo più vasto, un campo aperto di possibilità molteplici, o forse infinite, un campo intrecciato di corrispondenze sottili e di rimandi, di percezioni sensoriali diverse, leggibili, appunto, come “foreste di simboli” ai più sconosciute, dove “profumi, colori e suoni” portano in sé il progetto compiuto di un pensiero nascosto.

*

Clairoir

Sono pronto, finalmente, a scivolare
in pace indietro, ma è sempre poco,
verso ciò che è stato e che non so,
che è, permane, pur senza visibile traccia
e mi ha generato anonimo, nei passi
anonimi, nell’anonimo circolare
nel mondo innumerevole in appellativi
e umili viscere di terrestre terra
remota e ovunque come in quell’anno,
in quel numero inciso lassù,
sotto i ferri ingegnosi del clairoir,
dov’è la croce, forse alchemica,
aerato e ancora nitido: 1721,
i Brandeburghesi. Quando le storie ricordano:
la famiglia reale britannica s’inoculò il vaiolo.

*

Ma qui,
in questa rugosa e fresca Europa,
delle infinite, sottili differenze,
che la lingua rivela nei fantastici
nomi – Bilbao o Oxford, Tallinn, Roma
o Trondheim, Timişoara o Brno
o Murmansk, è ancora il vasto,
inimitabile, storico territorio,
ideale e reale, autentico
nostro mutante habitat.

*

La materia si erge, si protende,
ed è insieme fitta, ottusa e acuta
e in queste forme di impeccabile
eleganza misteriosa, per noi,
labirintica e leggera.
Il suo corpo tende a ricomporsi,
nelle costruzioni sottili dell’arte,
come una scrittura musicale
antica o d’avvenire e sempre
da scoprire, perlustrare e amare.

Marina Petrillo

Una poesia inedita

(9 maggio 2019, alle 13.35)

Ci si sente forse sul ciglio
dell’immortalità tradotta ad effigie
o un pallido ciclo compone rinascite.

Donate una zolla di terra
al pauroso fragore del ciclo terrestre
in palpito di foglia morta al suo fiore.

Non soggiace Amore a spento atomo se
il nucleo trasale in ascensione inversa.
Chiamate i bambini a gran voce.

L’istante sconfigge ogni temporalità.
Indimostrabile teorema a diadema posto,
milizia in difesa di Bellezza.

Un albero attraversa lo sguardo.
Cauto, dilegua in rosei fiori e, a richiamo,
celebra del padre la memoria.

Non fui mai. Solo intrattenni dialogo
con l’anima in veste di luce abbagliata
da origami diurni graffiati a fosforo.

Così vedo allontanarsi la notte. Continua a leggere

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Il punto di vista di Umberto Galimberti sul concetto di Gelassenheit (abbandono delle cose alle cose), Poesie di Donatella Giancaspero, Lorenzo Pompeo, Carlo Livia, Guido Galdini

giuseppe pedota acrilico su persplex anni Novanta

giuseppe pedota, pianeta spento, acrilico su persplex anni Novanta

«Sta forse giungendo a compimento il senso espresso da più di duemila anni della nostra cultura che, come dice il nome, è “occidentale”, cioè “serale”, avviata a un “tramonto”, a una “fine”. L’evento occidentale è sempre stato presso la sua fine, ma solo ora, con Nietzsche, e poi con Heidegger e Jaspers, comincia a prenderne coscienza. Ma che cosa davvero finisce proprio oggi quando sembra che tutto il mondo insegua senza esitazione la via occidentale, fino ad annullare la specificità che finora ha reso riconoscibile l’Occidente e soprattutto la sua distanza dall’Oriente? Finisce la fiducia che l’Occidente aveva riposto nel progressivo dominio da parte dell’uomo sugli enti di natura, oggi divenuti, al pari dell’uomo, materiali della tecnica.»*

* U. Galimberti Gli equivoci dell’anima, Feltrinelli, 1990 p.93

«Per staccarsi dal pensiero rappresentativo occorre, a parere di Heidegger, un salto. Saltando ci lasciamo cadere. Dove? Là dove già siamo: nell’appartenenza all’essere. Dal salto nasce “già” in cui si era. Il rilassamento (Gelassenheit) che sorge dal “ritrovarsi” nel “già” in cui si era. Il rilassamento vive la serenità (Gelassenheit) del “ritorno” nel luogo in cui “da sempre” si era, e col ritorno il piacere del ricordo e del recupero.

[…]
Se salvezza, come dice Heidegger, è “ricondurre qualcosa alla sua essenza”, in modo che il qualcosa non vada perduto, la tecnica potrà salvare se, invece di appropriarsi dell’ente, si dispone all’essere che, nel suo appropriarsi originario (Er-eignis), ospita l’accadimento di ogni ente.
Di fronte all’incondizionatezza dell’accadimento, l’uomo si rilassa, depone l’ansia che accompagna ogni calcolo e ogni progetto e si dispone nella Gelassenheit, che significa a un tempo “abbandono delle cose alle cose (die Gelassenheit zu den Dingen) e “apertura al mistero (die Offenheit fur das Geheimnis)”.

Il mistero è l’incalcolabilità dell’essere, di ciò che ci fa pensare, del “proprio pensiero”, in cui si custodisce il destino (Geschick) che fa dell’uomo un pensante, un appropriato (zugeeignet) all’essere. Rispetto a questo mistero, la Gelassenheit, come pensiero meditante in cerca del senso (besinnliche Denken), pur superando il pensiero calcolante delle rappresentazioni tecniche (das rechnende Denken) non approda a una trasparenza assoluta.

giuseppe pedota acrilico su tela anni Novanta

Giuseppe Pedota, pianeta spento, acrilico su perplex anni novanta

Gelassenheit significa allora ritrovarsi nell’essere come pensosità purificata da ogni residuo soggettivistico, e quindi silente per l’inadeguatezza del linguaggio a disposizione, oppure affidantesi alla parola poetica che non enuncia ma evoca. Gelassenheit significa anche lasciar essere (ein-lassen), quindi non volere. Il silenzio, la parola poetica, il non volere si profilano così come possibilità alternative al calcolo, all’enunciato, alla volontà di potenza con cui l’Occidente, nelle sue espressioni tecniche, annuncia se stesso. L’alternativa richiama l’ambiguità della provocazione e lascia le possibilità dell’epoca nella sospensione del “salto (Sprung)”, nell’attesa che aspetta il dischiudersi dell’ambito di ciò che ci viene incontro (das Gegnen). In questo senso, scrive Heidegger:

“Il fatto fondamentale della Gelassenheit è restare in attesa (Warten). Restare in attesa vuol dire lasciarsi ricondurre all’Aperto di ciò che ci viene incontro. […] L’uomo infatti è affidato (gelassen) a ciò che viene incontro in quanto gli appartiene originariamente. E gli appartiene perché, fin dall’inizio, è ad-propriato (ge-eignet) a ciò che viene incontro. Per questo l’attesa si fonda sulla nostra appartenenza a ciò di cui siamo in attesa.”

Nell’attesa, l’unico atteggiamento da assumere, proporzionato all’ambiguità della provocazione e consono alla carenza del tempo in quanto tempo d’attesa, è quello, scrive Heidegger, di:

“Dire contemporaneamente di sì e di no al mondo della tecnica. Ma in tal modo la nostra relazione a tale mondo non si spacca in due e non diventa incerta? Al contrario, la nostra relazione al mondo della tecnica diventerà invece semplice e serena. Lasceremo entrare i prodotti della tecnica nella nostra vita quotidiana e nello stesso tempo li lasceremo fuori, li abbandoneremo a se stessi come qualcosa che non è nulla di assoluto, perché dipendono a loro volta da qualcosa che non è nulla di assoluto, perché dipendono a loro volta da qualcosa di più alto. Tale atteggiamento del contemporaneo dir di sì e dir di no al mondo della tecnica vorrei chiamarlo, con un’unica parola: abbandono di fronte alle cose, abbandono delle cose alle cose (die Gelassenheit zu den Dingen)”.

L’abbandono e il rilassamento che ne consegue sono atteggiamenti che nascono quando il pensare tecnico non si costituisce come unico pensare, ma si lascia comprendere in quel più ampio orizzonte dischiuso dal pensare meditante (besinnliche Denken) che non ha nulla di tecnico, perché la sua attenzione non è rivolta all’impiego delle cose, ma alla ricerca del loro senso, ivi compreso il senso sotteso allo stesso impiego tecnico delle cose. L’estinguersi del pensiero meditante “ci sottrae il terreno su cui poter sostare senza pericolo all’interno del mondo della tecnica” e allora, scrive Heidegger:

“La rivoluzione della tecnica che ci sta travolgendo nell’era atomica potrebbe riuscire ad avvincere, a stregare, a incantare, ad accecare l’uomo, così che un giorno il pensiero calcolante sarebbe l’unico ad avere ancora valore, ed essere effettivamente esercitato”.

In questa eventualità, secondo Heidegger, si nasconde per l’umanità il pericolo “più grande di una terza guerra mondiale”, perché in gioco è l’essenza dell’uomo, la sua possibilità di essere apertura e dischiusura al mistero dell’essere».4]

«Di fronte all’incondizionatezza dell’accadimento, l’uomo si rilassa, depone l’ansia che accompagna ogni calcolo e ogni progetto e si dispone nella Gelassenheit, che significa a un tempo “abbandono delle cose alle cose (Die Galassenheit zu den Dingen)” e “apertura al mistero delle cose (die Offenheit fur das Geheimnis)”.

[…]

Gelassenheit significa allora ritrovarsi nell’essere come pensosità purificata da ogni residuo soggettivistico, e quindi silente per l’inadeguatezza del linguaggio a disposizione, oppure affidantesi alla parola poetica che non enuncia ma evoca. Gelassenheit significa anche lasciar essere (ein-lassen), quindi non volere. Il silenzio, la parola poetica, il non volere si profilano così come possibilità alternative al calcolo, all’enunciato, alla volontà di potenza con cui l’Occidente, nelle sue espressioni tecniche, annuncia se stesso…

Scrive Heidegger:

Il tratto fondamentale della Gelassenheit è restare in attesa (Warten). Restare in attesa vuol dire lasciarsi ricondurre all’Aperto di ciò che ci viene incontro. […] L’uomo infatti è affidato (gelassen) a ciò che viene incontro in quanto gli appartiene originariamente. E gli appartiene perché, fin dall’inizio, è ad-propriato (ge-eignet) a ciò che viene incontro. Per questo l’attesa si fonda sulla nostra appartenenza a ciò di cui siamo in attesa (…)

Dire contemporaneamente di sì e di no al mondo della tecnica. Ma in tal modo la nostra relazione a tale mondo non si spacca in due e non diventerà incerta? Al contrario, la nostra relazione al mondo della tecnica diventerà invece semplice e serena. Lasceremo entrare i prodotti della tecnica nella nostra vita quotidiana e nello stesso tempo li lasceremo fuori, li abbandoneremo a se stessi come qualcosa che non è nulla di assoluto, perché dipendono a loro volta da qualcosa di più alto. Tale atteggiamento del contemporaneo dir di sì e dir di no al mondo della tecnica vorrei chiamarlo, con un’unica parola: abbandono di fronte alle cose, abbandono delle cose alle cose (Die Gelassenheit zu den Dingen)» ».5

3] U. Galimberti Il tramonto dell’Occidente, Feltrinelli, 2005, pp. 407 e segg.
4] Ibidem p. 408
5] Ibidem p. 409

Giuseppe Pedota acrilico, Paesaggio esopianta anni Novanta

Giuseppe Pedota, paesaggio di pianeta spento, acrilico su perplex, anni novanta

Donatella Giancaspero

Tre colpi dal piano di sopra

Tre colpi dal piano di sopra. Il quarto
fa vacillare uno studio del Gradus ad Parnassum.
Insieme, qualcos’altro, ritratto
nell’intercapedine fra l’intonaco e un’eco di scale.

Chiodo su chiodo, gli sconosciuti
si cercano dentro il sentore delle stanze.
Nell’insistenza delle macchie sul soffitto.

Un intervallo di quinta discendente alla finestra.
Ci domandiamo che ora sarà da qui a trent’anni,
nelle smart home di risorti edifici.

Intanto, i treni cittadini irrompono nel rombo del temporale.
Un refrain senza indicazione di tempo replica in verticale
la sequenza del pianoforte sbalzato sul selciato.
Sotto gli occhi delle facciate, sospinto a mano.
Da una persiana all’altra. Continua a leggere

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Michel Meyer, La questione del logos è la questione fondamentale, con i Commenti del 24 aprile 2019, Poesie e Commenti di Giuseppe Gallo, Gino Rago, Donatella Giancaspero, Mario M. Gabriele, Nunzia Binetti, Giorgio Linguaglossa, Edoardo Nannipieri, Edgar Degas

 

La questione del logos è la questione fondamentale

 Scrive Michel Meyer:

«Si tratta di pensare cosa bisogna intendere per logos. Una tale esigenza può sembrare superflua in un’epoca che ha visto fiorire tanti lavori sul linguaggio: Il logos è un’altra cosa: è il linguaggio della ragione, e della ragione che si apprende in tutta la sua ampiezza, e non secondo questo o quell’aspetto particolare. L’inflazione delle ricerche consacrate al linguaggio ne rivela piuttosto l’assenza di unità. Quanto è ricchezza per la scienza, che moltiplica analiticamente i ritagli di oggetti, si rivela povertà per la filosofia, che cerca il principio e la totalizzazione: Ma non è possibile che, dopo tutto, la questione sia falsamente una questione filosofica e che si debba lasciare questa riflessione nello stato di dispersione che le conosciamo? Tuttavia, neppure la scienza ha molto da guadagnarci. L’infinita diversità dei fenomeni linguistici ha dato luogo a numerosi studi parziali che mascherano il logos, proprio mentre vogliono mettere in evidenza la realtà che gli è propria.

La molteplicità degli approcci e dei punti di vista – li si chiami sintassi o grammatica (generativa o no), ci si rivolga piuttosto alla semantica, alla pragmatica o ancora alla logica – non ha alla fin fine risposto alla questione di sapere cosa significa parlare. Rivolgersi a questo o a quell’altro fatto linguistico, scelto a caso in base agli interessi del ricercatore, non ha nulla di condannabile: è soltanto arbitrario. Per giustificare la sua scelta, egli deve ricorrere a una teoria del linguaggio, ma è proprio questa che egli pretende di scoprire o di validare, rivolgendo la propria attenzione ai fenomeni particolari che egli prospetta. Una teoria scientifica può certo privilegiare i fatti che vuole, senza che questo escluda altre scelte. Così facendo, essa non potrà pretendere di aver catturato la realtà del linguaggio in quanto tale. I suoi risultati saranno proporzionali alle sue scelte: limitati…

Questa sommatoria operata a partire dalla scienza mira a raggruppare il parziale per farne qualcosa di generale, ad addizionare i fatti particolari per ricondurre il logos ad un’immensa empiria di linguaggio. Proprio questo presuppone una concezione del logos, della ragione… Egli rifiuta la filosofia per i fatti, come se proprio ciò non tradisse già una certa filosofia, non fondata, sul comportamento da adottare nei confronti del linguaggio, su ciò che bisogna apprendere e su ciò che bisogna evitare, in breve su ciò che determina e definisce la ragione parlante. Il linguaggio sarebbe con piena evidenza a immagine della scienza, anzi che dico, la scienza sarebbe il linguaggio, al di là della sua inevitabile razionalità analitica?…

Le proposizioni che affermano che il linguaggio è dell’ordine del risultato, e forse anche, a razionalità giustificativa come la scienza, sfuggono anch’esse a questa definizione o, piuttosto, a questo a priori. Quest’ultimo si distrugge se si dice. Il che prova che il linguaggio non è ciò che esso afferma, e che non può affermare, benché il linguaggio possa esprimere anche i risultati della scienza… Ne va del pensiero del linguaggio, nella misura in cui esso è il linguaggio del pensiero… Pensare il linguaggio significa prima di tutto aprire il pensiero al proprio linguaggio. Il pensiero del linguaggio mette in atto un linguaggio specifico che è quello del pensiero. È in ciò che risiede il carattere fondamentale della meditazione sul logos. Senza questa meditazione, come possiamo sperare di trovare uno spazio proprio del pensiero, che non lo releghi a forme abusate del linguaggio, e nelle quali esso si perderebbe inevitabilmente? Forme abusate, dunque uso delle forme, le stesse di cui si tratta di render conto e che le analisi contemporanee presuppongono affermando, vietando, contestando.

Ma è possibile procedere altrimenti? Senza il pensiero del linguaggio, il linguaggio del pensiero si dissolve di fatto, se non implicitamente di diritto, in forme e in usi che rendono il pensiero estraneo a se stesso. L’alienazione che inghiotte il pensiero si basa sull’uso di un linguaggio che non è il suo.

La questione del logos è posta come domanda fondamentale del pensiero. Fondamentale, perché non poggia su nessuna risposta preliminare e, per questo, su nessuna domanda più prima ancora. E fondamentale altresì, perché essa si vuole fonte della risposta prima. Fondamentale, dunque filosofica, cioè esente da presupposti e da asserzioni esterne che non discendano dall’interrogazione sul logos…

[…]

Come interrogare il logos senza dover presupporre proprio ciò che occorre mettere nella risposta? Quale domanda è necessario precisamente rivolgere al linguaggio? Come formulare questa domanda senza già orientare la ricerca su di una strada particolare e arbitraria, che ci condannerebbe a errare. Il linguaggio ci sfuggirebbe a causa della particolarizzazione alla quale saremmo abbandonati. Come sapere esattamente la domanda particolare da porre, senza cadere nel tranello dell’anticipazione di una risposta? […] Così, perché la questione del logos sia considerata come tale, occorre non soltanto non presupporre niente oltre ad essa, ma, in più, non è legittimo formularla come se chiedesse questo o quello, questo piuttosto che quello.

[…]

Affermando tutto ciò che abbiamo appena detto sulla questione del logos, sul fatto che essa sola deve e può concludere la ricerca iniziale, noi non siamo più a livello della domanda iniziale. Facciamo agire una discorsività che non è la domanda ma parla di essa. Parlare così della questione del linguaggio è qualcosa che si aggiunge alla semplice posizione della domanda. Così facendo, abbiamo preso atto, nell’atto linguistico che consisteva nel porre e nell’elaborare la questione, del fatto che c’è un’esigenza da rispettare, nella fattispecie quella delle domande e delle risposte. Dalla questione del logos scaturisce una risposta: il logos è fatto di domande e di risposte, e questo è essenziale al logos, ed è anche un’esigenza dal momento che le domande sono considerate in quanto tali. f»1

1 M. Meyer, Problematologia, Parma, Pratiche editrice, 1991 pp. 267 e segg.

Letizia Leone 4 frasi Viola norimberga

Giorgio Linguaglossa

mi trovo un po’ in difficoltà a commentare singolarmente le poesie dei vari autori dei due ultimi post perché il livello molto elevato di introiezione dei segreti della NOE è ormai così consolidato che mi lascia addirittura sorpreso. Non credevo che autori che si sono accostati alla rivista da relativamente poco tempo, come Franco Intini, Giuseppe Gallo, Alfonso Cataldi, Giuseppe Petronelli, Francesco Gallieri e altri abbiano potuto assorbire così rapidamente i principi guida della nuova poesia. Evidentemente, erano già per proprio conto indirizzati in questa direzione, cercavano, magari a tentoni, qualcosa che galvanizzasse la propria scrittura. Questo è senz’altro un buon segno, un segno di vitalità della nuova poesia. Non occorre essere in centinaia, è sufficiente una piccola ma agguerrita (stilisticamente) pattuglia di interpreti. In particolare vorrei dire qualcosa su questa poesia di Giuseppe Gallo.

.

Giuseppe Gallo

 Lilli

Lilli sorrise alle macchie sul muro,
aveva intravisto il colbacco di Lenin.

Elena per scendere scelse i gradini più comodi.
Ormai dipingeva in grigio solo scale in salita.

La primavera era sopraggiunta in treno.
E i papaveri si vergognavano di rosseggiare in città.

– La morte non sa che può fare male,
ha ancora i calzoni corti e la minigonna di Mary Quant!-

Oggi non è più oggi.
…attenda in linea…

Le carpe d’argento assalivano le barche dalle sponde.
Se non hai parole non puoi avere fantasmi.

Si scrive soltanto il passato
per sorreggere la potestas e l’auctoritas.

La voce è un gesto: la bocca mi baciò tutto tremante…
ma dopo, quando si spara…

Intorno alle acacie si agita la luce,
il pappagallo la sfoglia come un libro.

Ha imparato a leggere lungo la traversata.
…è un’inchiesta sulla qualità del servizio…

La morte è una scavezzacollo… deve fare esperienza.
Ha ancora i calzoni corti e la mini gonna di Mary Quant. Continua a leggere

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Francesco Gallieri, il Postumanesimo, Poesie in distici, con una Nota introduttiva dell’Autore e Una missiva di Giorgio Linguaglossa

Foto con quadrato nero

Francesco Gallieri, imprenditore e libero professionista, ha praticato e pratica l’ingegneria chimica dei prodotti solidi. Ha pubblicato, per i tipi di Elmi’s World, i libri di poesie Fuori dal coro Sentore di donna, ed è in uscita, sempre per Elmi’s World, il libro di poesie Il violinista sulla luna. Il presente Il transumanesimo costituisce la terza parte di una trilogia che comprenderà La trascendenzadel p Brutti e cattivi. È fotografo, ha vinto fra l’altro il premio come miglior foto naturalistica al 13° Concorso Nazionale San Simone di Mirabello e come miglior foto di carro allegorico al 9° Trofeo Nazionale del Carnevale di Cento. Dipinge al computer con lo pseudonimo OPENHARTIG.

 Nota introduttiva dell’Autore

Definizione di postumanesimo: età governata da una superintelligenza artificiale ( AI ) miliardi di volte superiore all’intelligenza umana. Questa età verrà dopo l’antropocene  (breve era attuale).

Caratteristiche della superintelligenza:

  • il suo avvento è ineluttabile
  • il suo potere assoluto
  • i suoi valori imperscrutabili

È chi, come ad esempio

  • Stephen Hawking, che diceva che l’ Ai si presenta come l’evento più grandioso della storia ma che può essere anche l’ultimo;
  • Bill Gates, che dice che non riesce a capire come certe persone non siano preoccupate dall’AI;
  • Elon Musk, che dice che l’AI è la più grande minaccia alla sopravvivenza dell’umanità;
  • Peter Thiel, che dice che ci preoccupiamo troppo del cambiamento climatico e troppo poco dell’AI;

dovrebbe smettere di preoccuparsi, perché è del tutto inutile. Dopo che una intelligenza enormemente superiore avrà preso il controllo, potrà prendere, e prenderà, tutte le decisioni.

Non avrà quindi senso continuare a filosofare con la nostra limitata intelligenza umana. Avremo solo due possibilità:

  • vivere come idioti felici
  • rinunciare alla nostra intelligenza puramente biologica e fonderci con l’AI

Una missiva di Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa [ glinguaglossa@gmail.com ]
lun 8 apr, 19:41

a Francesco Gallieri

caro Francesco,

il mio pensiero è che sono allarmato, sicuramente la IA avrà il sopravvento sugli uomini, è soltanto questione di tempo, perché ha una superiorità schiacciante rispetto agli umani. Penso anche che l’homo sapiens non riuscirà a risolvere questo problema, non ne ha le capacità biologico culturali; l’homo sapiens pensa all’oggi per l’oggi, è incapace di progettare il lontano futuro o quello che lui ipotizza sia il lontano futuro. La IA è una tematica di sconvolgente attualità. Anch’io sto scrivendo una raccolta di poesie dove affronto, anche se in modo indiretto e in diagonale, questa problematica, penso però che l’istituzione poesia che vige in Italia è talmente conservatrice e auto rappresentativa che non è capace di elaborare una poesia, non dico del futuro ma neanche del presente. Non credo che la tematica da te affrontata possa interessare qualcuno della poesia italiana istituzionale.

g.l.

Ecco le parole di Stephen Hawking:

“I think the development of full artificial intelligence could spell the end of the human race,” the Cambridge University professor told the BBC in an interview

“Once humans develop artificial intelligence, it will take off on it’s own and redesign itself at an ever-increasing rate,” Hawking warned for the second time in recent months. “Humans, who are limited by slow biological evolution, couldn’t compete and would be superseded.”

«Traduzione: Penso che lo sviluppo della completa intelligenza artificiale potrebbe porre fine alla razza umana. Una volta che gli esseri umani avranno creato l’intelligenza artificiale, potrebbe prendere il via e ridisegnare sè stessa ad una velocità ancora maggiore. Gli umani che sono limitati dalla lenta evoluzione biologica non potrebbero competere e verrebbero superati.»

foto-volto-con-manoFrancesco Gallieri, Poemetto

1 . Perché dobbiamo morire?

Perché dobbiamo morire?
Per un crash di sistema, amico mio,
                                                       un errore fatale.

La tradizione ebraica
– che deriva peraltro da miti più antichi –

colloca il crash in un giardino in Eden,
quando l’uomo creato a somiglianza di Dio

perfetto e immortale
mangiò dell’albero della conoscenza

comprese il bene e il male
conobbe il dolore, la cacciata e la morte.

E Dio pose Cherubini
a guardia del giardino in Eden

con la fiamma della spada rutilante
per custodire l’accesso

all’albero della vita.
Crash completo.

Questo per la tradizione giudaico-cristiana.
Ma l’albero della vita è presente

in molte altre culture e civiltà.
È un’energia – chiamala anima se vuoi –

che non ha un inizio e una fine
né tempo né spazio

è eterna, è vita che si incarna
in un corpo mortale

che deve necessariamente morire
perché è biologicamente mortale.

È questo l’errore fatale.

L’uomo puro primordiale,
l’energia eterna prima di incarnarsi,

è un essere costretto – suo malgrado –
al contatto con l’esistenza del non-essere.
.

2. Un po’ di sostanze chimiche

Madre Natura ( o chi per lei )
ha fatto un buon lavoro

trasformando un po’di sostanze chimiche
in vita biologica autoreplicante.

Ma la forma biologica
è largamente imperfetta.

È vulnerabile, ha una data di scadenza
– per fortuna non conosciuta a priori – ineluttabile.

E richiede condizioni particolari:
un sottile involucro con ossigeno protetto dalle radiazioni

attorno a un pianeta roccioso
non troppo caldo e non troppo freddo.

Ti sembra quindi strano che l’aspirazione
a trascendere i limiti della biologia

e l’incapacità di accettarli
sia insita nella condizione umana?

Che estrarre l’essenza dello spirito
dalla corruttibile forma corporea

sia ciò che l’uomo tenta di fare
fin dai tempi di Gilgamesh?

Che la perfezione prelapsaria
della dottrina giudaico-cristiana

distrutta dal peccato originale
sia soltanto un privilegio perduto?

Che la punizione degli dei
per l’hybris di superare i limiti

non abbia scoraggiato nel mito
Prometeo, Marsia, Icaro, Orfeo?

.

3 . Cervello vs computer

Tu che sei abituato a pochi giga
sui tuoi dispositivi di memoria

sappi che il tuo cervello gira
nell’ordine del milione di giga – un peta.

Questo grazie ai suoi cento miliardi di neuroni,
quanti le stelle della galassia – o giù di lì –
e dalle mille alle centomila sinapsi per ogni neurone.

Non male per un chilo e mezzo
di poltiglia molliccia a base di carbonio.

Ma l’evoluzione del cervello pare giunta al limite.
La miniaturizzione delle cellule neurali

non può spingersi oltre
ed è difficile aumentare il suo consumo energetico.

E poi, se lo paragoniamo a un computer,
il cervello ha una velocità di trasmissione molto bassa

– circa cento metri al secondo
contro trecento milioni di metri al secondo –

e una velocità di clock altrettanto bassa
– pochi Hertz contro milioni di Hertz -.

Ma il cervello ha un vantaggio:
oltre ai segnali elettrici usa anche

una gran quantità di trasmettitori biochimici
per modulare le sinapsi.

E questo complica – ma non impedisce –
l’emulazione da parte di un computer. Continua a leggere

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Salvatore Martino, Aforismi testamentari,  Nota di lettura di Giuseppe Talìa, la fedeltà ad un proprio statuto di poeta 

Foto Come arredare una parete bianca e noiosa

Salvatore Martino è nato a Cammarata, nel 1940, nel cuore più segreto della Sicilia, il 16 gennaio del 1940. Attore e regista, vive in campagna nei pressi di Roma. Ha pubblicato: Attraverso l’Assiria (1969), La fondazione di Ninive (1977), Commemorazione dei vivi (1979), Avanzare di ritorno (1984), La tredicesima fatica (1987), Il guardiano dei cobra (1992), Le città possedute dalla luna (1998), Libro della cancellazione (2004), Nella prigione azzurra del sonetto (2009), La metamorfosi del buio (2012). Ha ottenuto i premi Ragusa, Pisa, Città di Arsita, Gaetano Salveti, Città di Adelfia, il premio della Giuria al Città di Penne e all’Alfonso Gatto, i premi Montale e Sikania per la poesia inedita. Nel 1980 gli è stato conferito il Davide di Michelangelo, nel 2000 il premio internazionale Ultimo Novecento- Pisa nel Mondo per la sezione Teatro e Poesia, nel 2005 il Premio della Presidenza del Consiglio. Nel 2014 esce con Progetto Cultura di Roma, in un unico libro, la sua produzione poetica, Cinquantanni di poesia. È direttore editoriale della rivista di Turismo e Cultura Belmondo. Dal 2002 al 2010  con la direzione di Sergio Campailla , insieme a Fabio Pierangeli ha tenuto un laboratorio di scrittura  creativa poetica presso l’Università Roma Tre, e nel 2008, un Master presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli.

Nota di lettura di Giuseppe Talia

Essere fedeli a se stessi. Cosa significa oggi la fedeltà ad un proprio statuto di poeta? È una domanda principe. È la domanda che si dovrebbero porre i nuovi o vecchi poeti generazionali, i quali, a dispetto della storia letteraria della seconda metà del ‘900, con lo spartiacque generato da Montale con Satura (1971) e Pasolini con Trasumanar e Organizzar (1971)  e l’avvento di Alfredo de Palchi con Sessioni con l’Analista (1967)  sulla scena poetica, non hanno avuto altri modelli che le così dette scuole minimali milanesi e romane di Milo de Angelis e di Valerio Magrelli.

Possiamo solo immaginare, e immaginiamo bene, le reazioni di Salvatore Martino agli ultimi due nomi di cui sopra. Martino, che per tutta la sua vita di attore/poeta ha sempre dedicato la sua ars poetica ad un ideale estetico rigoroso, basti pensare alle centoventidue sbarre dell’auto-consapevole prigione “azzurra” del sonetto in cui il poeta indaga, nella forma regolare di terzine e quartine, la Meditatio mortis della poesia di fine secolo. Chiude il cerchio del ‘900,  dopo aver cercato di ri-fondare Ninive con la maestranza e l’alto valore etico-estetico in un “atto fondativo”, il riconoscimento di elementi formali e materiali attraverso apposite norme giuridiche di poiesis.

Un tipico esempio di narrazione nevrotica La Fondazione di Ninive, di letteralizzazione della nevrosi, una variegata tassonomia di isterismi, di cortocircuiti del sistema nervoso in generale, in cui il tempo interno (E poi starsene a ragionare… Se sapessi quanto fu lungo…) e il tempo esterno (Quando/piove strade…) si accavallano, si avvicendano l’uno all’altro come il lampo e il tuono.

Scrive Donato di Stasi nella introduzione alla Fondazione di Ninive, “Ardente di classicità, Salvatore Martino continua a occuparsi del regno della crudeltà, indagando la fondazione della capitale assira, Ninive, giocando una straordinaria partita spazio – temporale sulle ceneri della Storia e della civiltà umanistica.

E quando un Poeta arriva, dopo un lungo percorso, a distillare dal magma di una vita dedicata alle Muse, poesie che concentrano tutta l’energia e tutti i raggi nella kora spettroscopica, allora il lettore consapevole non può esimersi dallo scandaglio che misuri non solo la profondità ma anche lo spessore degli strati,  dei sedimenti e  dei processi  che agiscono nella costruzione del sé poetico.

La massa ha finalmente rapito la poesia
e cosi ci hanno sconfessati.

 Questa silloge inedita di Martino è un lascito testamentario, un manoscritto ritrovato nella sabbia:

“Anche se l’errore è sempre dietro l’angolo, ignotum per ignotius, per insidiare una improbabile conoscenza di dare un nome all’amore, gettò le sue mani dentro il Nulla.”

Salvatore Martino in pensiero

Salvatore Martino

Giorgio Linguaglossa

2 febbraio 2018 alle 9.59

Non c’è dubbio che Salvatore Martino sia stato un poeta che non ha goduto della «visibilità» maggioritria, e pensare che si tratta di un autore di lunghissimo corso, il primo libro, Attraverso l’Assiria, risale al 1969, si tratta di cinquanta anni di poesia, ma è anche indubbio che anche poeti di alto livello come Helle Busacca, Maria Rosaria Madonna, Giorgia Stecher nel secondo novecento hanno goduto di scarsissima considerazione. Il problema posto, quindi, può essere derubricato a non problema, poiché L’Ombra delle Parole non considera tra i suoi criteri di valutazione quello della «visibilità». Per noi tutti i poeti partono, alla staffetta, su un piano di parità ontologica. La differenza la fa la valutazione estetica, solo quella. Certo, è da dire che la poesia italiana dagli anni sessanta non ha aiutato Salvatore Martino nel suo tragitto verso la «poesia», anzi, gli ha frapposto ostacoli, stilistici, politici (di politica estetica), estetici… una lunga storia che il pezzo introduttivo di Mario Gabriele ha fotografato con precisione.

È senz’altro vero quello che scrive Mario Gabriele: «I poeti del Sud, in un certo senso, si sono autoemarginati con la loro poesia, minoritaria e monotematica, legandosi al paesaggio e agli affetti familiari, saturando l’ambiente, tra realtà e mito, all’interno della cosiddetta “civiltà contadina”», ma è senz’altro vero che la rivoluzione del ’68 in Italia ha visto la poesia italiana in una posizione di sfruttamento del demanio, i poeti si sono fatti una casa propria e si sono auto dichiarati poeti, l’antologia di Berardinelli e Cordelli Il pubblico della poesia (1975) fotografava con precisione questa nuova realtà dei «poeti massa» e dei «poeti di fede», che si auto nominavano «poeti» senza aggettivi… mi correggo: con una miriade di aggettivi qualificativi.

Ecco, siamo arrivati al punto dolente: L’impiego degli aggettivi e degli attanti concreti. Se chiedete ad un poeta italiano come si regola dinanzi a questa cosa qui al massimo ti guarda come un marziano.
Il fatto è che ben pochi poeti del secondo novecento si sono posti il problema della de-fondamentalizzazione della «forma-poesia» (intendo dire delle ripercussioni che tale fenomeno ha avuto all’interno della forma-poesia), fenomeno intervenuto in Europa (non so in America ma mi sembra che li le cose non siano state diverse). Ecco una serie di problemi: che cosa significa decostruzione in poesia? Che cosa significa la dis-locazione dell’io? Che cosa significa dis-locazione dell’oggetto? – Ecco, un poeta che non si pone questi problemi è un «poeta di fede», dobbiamo credergli sulla parola, dobbiamo credere che lui sia veramente un poeta anche se non capisce niente di che cosa significa la tridimensionalità in poesia e il quadri dimensionalismo in poesia. Come disse una volta Brodskij: «dal modo con cui metti un aggettivo capisco che tipo di poeta sei».

Non c’è dubbio che Martino metta gli aggettivi in un modo consequenziale e qualificativo, ovvero, unidirezionale come gran parte della poesia italiana del secondo novecento, ma io mi chiedo sempre più spesso se non ci sia un altro modo per infilare nel verso gli aggettivi e i sostantivi, se, insomma, non ci sia una diversa ontologia estetica delle parole, se insomma, i tempi non siano maturi oggi per un Cambiamento radicale del paradigma poetico nella poesia italiana.

Salvatore Martino, Inediti (2018-2019)

Mi chiedono talvolta
perché porto due cerchi d’oro
nella mano sinistra
la mia fedeltà al teatro
– gli rispondo –
la fedeltà alla poesia Continua a leggere

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Franco Di Carlo, Poesie da La morte di Empedocle (Divinafollia, 2019) con Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

grecia La contesa per il tripode tra Apollo ed Eracle in una tavola tratta dall’opera Choix des vases peintes du Musée d’antiquités de Leide. 1854. Parigi, Bibliothèque des Arts Décoratifs

La contesa per il tripode tra Apollo ed Eracle in una tavola tratta dall’opera Choix des vases peintes du Musée d’antiquités de Leide. 1854. Parigi, Bibliothèque des Arts Décoratifs

Franco Di Carlo (Genzano di Roma, 1952), oltre a diversi volumi di critica (su Tasso, Leopardi, Verga, Ungaretti, Poesia abruzzese del ‘900, l’Ermetismo, Calvino, D. Maffìa, V. M. Rippo, Avanguardia e Sperimentalismo, il romanzo del secondo ‘900), saggi d’arte e musicali, ha pubblicato varie opere poetiche: Nel sogno e nella vita (1979), con prefazione di G: Bonaviri; Le stanze della memoria (1987), con prefazione di Lea Canducci e postfazione di D. Bellezza e E. Ragni: Il dono (1989), postfazione di G. Manacorda; inoltre, fra il 1990 e il 2001, numerose raccolte di poemetti: Tre poemetti; L’età della ragione; La Voce; Una Traccia; Interludi; L’invocazione; I suoni delle cose; I fantasmi; Il tramonto dell’essere; La luce discorde; nonché la silloge poetica Il nulla celeste (2002) con prefazione di G. Linguaglossa. Della sua attività letteraria si sono occupati molti critici, poeti e scrittori, tra cui: Bassani, Bigongiari, Luzi, Zanzotto, Pasolini, Sanguineti, Spagnoletti, Ramat, Barberi Squarotti, Bevilacqua, Spaziani, Siciliano, Raboni, Sapegno, Anceschi, Binni, Macrì, Asor Rosa, Pedullà, Petrocchi, Starobinski, Risi, De Santi, Pomilio, Petrucciani, E. Severino. Traduce da poeti antichi e moderni e ha pubblicato inediti di Parronchi, E. Fracassi, V. M. Rippo, M. Landi. Tra il 2003 e il 2015 vengono alla luce altre raccolte di poemetti, tra cui: Il pensiero poetante, La pietà della luce, Carme lustrale, La mutazione, Poesie per amore, Il progetto, La persuasione, Figure del desiderio, Il sentiero, Fonè, Gli occhi di Turner, Divina Mimesis, nonché la silloge Della Rivelazione (2013) con prefazione di R. Utzeri; è del 2019 La morte di Empedocle.

grecia scena di un banchetto

arrivare al luogo scelto / opposto a quello voluto dal progresso nell’Apparato Tecnico

Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

 Perché il poeta di Genzano  si occupa della «morte di Empedocle»?, di un fatto così lontano nel tempo che è diventato mito? C’è qualche rassomiglianza tra la situazione politica e sociale della Sicilia del quinto secolo avanti Cristo e la attuale? Empedocle nasce attorno al 490 a.C. ad Agrigento, da una famiglia ricca di parte democratica, posizione che condivise e sostenne, anche se, a parere di alcuni studiosi, non partecipò mai ad attività di governo della sua città; ma su questo ci sono opinioni divergenti, lo Zeller afferma che fu a capo della democrazia del suo paese; possiamo quindi presumere che in qualche modo egli abbia partecipato attivamente al governo della sua città ma con un ruolo super partes, in modo non diretto. Muore a 60 anni in esilio nel Peloponneso, probabilmente perché abbandonato dal favore popolare e allontanato da Agrigento, verosimilmente perché il suo progetto politico in favore del popolo fallì, con conseguente esilio decretato dagli ottimati. Penso che l’intendimento di Franco Di Carlo sia stato quello di mettersi idealmente e in immagine nei panni del filosofo greco, e di qui riprendere a tessere, attraversando i millenni, il filo di una meditazione poetica che si situa nel sottilissimo confine tra la meditazione filosofica e quella poetica.

La crisi dei nostri giorni richiede anche alla poesia di ripensare il proprio statuto di verità e di dicibilità, ecco la ragione per cui la poesia si snoda con un linguaggio suasorio e assertivo dove il locutore può argomentare in modo esaustivo e pacato come quando si parla in solitudine tra sé e sé, infatti le interrogazioni sono tutte rigorosamente implicite, il senso non abita in ciò che si dice ma in ciò che si evita di dire, in ciò che non può esser detto, in quanto il rispondere non si dice, dunque non enuncia il proprio senso; il rispondere lo afferma senza dire che lo afferma, in tal modo il senso è implicito e lo si esplicita se viene indicato ciò che è in questione nel rispondere, ma il rendere esplicito il senso equivarrebbe ad impiegare frasari aperti dove il locutore impiega le proposizioni per quello che sono: o interrogative o affermative, in modo dilemmatico e antinomico. È questo procedere nascostamente dilemmatico il rovello del discorso poetico di Di Carlo; quello che il poeta di Genzano chiama «Apparato Tecnico» è il pericolo che incombe sulla civiltà, e allora occorre riannodare i fili del pensiero poetante, ricominciare da Empedocle.

Ho scritto in altra precedente nota critica che Di Carlo “preferisce il lessico colloquiale, il tono basso, gli effetti contenuti al massimo, un passo regolare e simmetrico. Ovviamente, oggi non si dà più una materia cantabile e, tantomeno, un canto qualsivoglia o una parola salvifica da cui toccherebbe guardarsi come da un contagio della peste. E allora, non resta che affidarsi ad «un appello / al dialogo destinato a restare / Inespresso, una parola staccata / e lontana». La «Vicinanza nostalgica» è «la parola [che] nomina la cosa»; siamo ancora una volta all’interno di una poesia della problematicità del segno linguistico, ad una poesia teoretica che medita sul proprio farsi, sulle condizioni di esistenza della poesia nel mondo moderno, poiché la direzione da perseguire è l’esatto opposto di quella che vorrebbe inseguire lo svolgimento del «progresso», ma un «regresso» calcolato e meditato è la tesi di Di Carlo: «questo è il processo regresso da avviare sulla strada / del pensare, arrivare al luogo scelto / opposto a quello voluto dal progresso nell’Apparato Tecnico»”.

Ma il tono basso, il lessico intellettuale, i convenevoli stilistici di cui questa poesia non fa mistero, sono le sue medaglie al valor militare, sono il pegno che la poesia deve pagare per la povertà dell’epoca attuale. Di Carlo fa poesia mentre costruisce la sua meta poesia sulla poesia, opera una riflessione davanti allo specchio di un’altra riflessione, prende a prestito Empedocle e medita sulla problematica sopravvivenza della poesia nel mondo di oggi, sospesa a metà tra pensiero filosofico e pensiero poetico, ed opta decisamente per una poesia intellettuale intrisa di formalismi filosofici e di bizantinismi del pensiero; lambiccato ed elegante, Di Carlo procede con i suoi endecasillabi alla maniera di un filosofo presocratico. Lo dice in forma epigrafica già nel «Prologo»: «Dobbiamo metterci in cammino, forse un viaggio/ all’interno, verso un tacito discorso».

È chiaro che stiamo parlando di un discorso poetico che nulla ha da spartire con i linguaggi giornalistici che vanno di moda oggi, qui non ci sono battute di spirito o solfeggi per apparire gradevole, Di Carlo tiene ferma a dritta la barra del timone e procede verso una poesia inattuale e anacronistica in aperta antitesi allo spirito del nostro tempo. Il luogo della autenticità «è lontano. In qualche luogo. Nessuno lo conosce», occorre essere pazienti ed attenti, afferma il poeta di Genzano.

L’assenza di interrogativi nei versi di Franco Di Carlo corrisponde alla comprensione totalmente condivisa dal locutore e dal suo lettore. Il locutore tratta la questione che ha destato i suoi versi come risolta e dunque con il suo discorso ne presenta solo la soluzione condivisa. La letteralità di un discorso equivale alla autonomia semantica della frase che si lascia comprendere da se stessa, che non costituisce più questione nel campo stesso di cui è questione. L’assenza di interrogativi indica un livello di intelligibilità totale, supposta e posta dal locutore. Ciò non implica affatto che la struttura sintattica della asserzione poematica derivi da quella dell’interrogazione (perché parlare è sempre rispondere, in qualche modo, e in modo indiretto), il che vorrebbe confermare che si concepisce l’interrogatività dello spirito come una forma di categorizzazione grammaticale, e questo non può essere. Il fatto che Di Carlo non fa uso di clausole interrogative nella sua poesia implica che si trattano le questioni del locutore come se fossero risolte e condivise. La procedura empedoclea di Di Carlo non prevede la presenza di frasari interrogativi o parentetici, è sufficiente la fraseologia poetica implicita che spinge il lettore alla adesione, alla attenzione pantologica allo scritto.
E questo in quanto il rispondere empedocleo non si dice, non enuncia il proprio senso, esso lo afferma senza dire che lo afferma. Così, il senso è, di norma in questo tipo di procedere poematico, implicito, e lo si esplicita nell’ambito di ciò di cui è risposta alla questione di cui trattasi; la significazione rapporta dunque il discorso poetico alla sua interrogatività iniziale, nel dire e nel dare la significazione in quanto il discorso poetico è, nei termini di Di Carlo, sempre un rispondere, perché ciò che domanda è a monte del discorso, è un fuori discorso, un fuori contesto.

grecia scene di omero

Molto presto, di mattina, un giorno entrai/ nel bosco di latte, nascosti ingressi/ tra le foglie, della sibilla

Poesie da La morte di Empedocle (Divinafollia, 2019)

Monologo

È lontano. In qualche luogo. Nessuno lo conosce.
Dobbiamo metterci in cammino, forse un viaggio
all’interno, verso un tacito discorso.
Un silenzio che parla con se stesso e dice l’essere
prossimo alla voce.
Circolare moto dentro l’intreccio affettivo,
designato per convenzione un significante,
indicazione fondamentale del mutamento
essenziale del segno.
Il linguaggio si svolge nel regno del disvelare.
Lavora a mostrare il pensiero. Esperisce,
è attivo e produttivo, una rivelazione dello spirito creativo,
una vera e propria visione del mondo.
È compreso e afferrato nella sera,
evidenza costitutiva l’unità armoniosa
dei momenti che gli è propria.
Allora m’incamminai sulla via del parlare
e delle cose presentate. Un appello al dialogo
destinato a restare inespresso. Una parola staccata
e lontana, un seme nei solchi tracciati custodito
nel campo dischiuso, trama verbale scalfita.
Un saldo profilo ormai senza incrinature verso un dire netto
mostrato manifesto del mistero che ora si sottrae,
ora s’annuncia rivelato o negato.
Una favola bella e pura che insegue l’azzurra sorgente,
parola detta si lascia ascoltare. Continua a leggere

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Donatella Costantina Giancaspero, Una poesia, Tre colpi dal piano di sopra, Dialoghi e Commenti, La poesia narra questo susseguirsi di preveggenze, di indizi, di rinvii, di significanti che cercano il proprio posto, di significanti spostati, lateralizzati 

 

Foto Bambino e luna

Donatella Costantana Giancaspero

Che fare? Che dire?

Scrive Linguaglossa:

“I poeti e gli scrittori nati dopo quella data [1950] posseggono una minore autocoscienza storica dei problemi politici, estetici e stilistici che si traduce in poesie e in romanzi di livello decisamente inferiori rispetto a quelli delle generazioni precedenti”.

Stando a questa affermazione, dovrei ritenermi decisamente sfortunata per la mia età anagrafica… L’autocoscienza artistica di una intera generazione (e forse più di una), qui è messa in discussione. Ora, è un dato di fatto che sia difficile conoscere oggettivamente i fenomeni artistici e culturali in genere, così come è arduo comprendere a pieno gli eventi della grande Storia, per chi tali fenomeni ed eventi li viva, diremmo, “in tempo reale”, ovvero da uomo contemporaneo.

E questo lo dice anche Mario Perniola. Però, è pur vero che, proprio in quanto contemporaneo alle proprie vicende, l’uomo ne risulta fortemente segnato; pertanto, ne diventa espressione viva e, in parte, consapevole. Tutti noi, oggi, siamo certi (e quindi consapevoli) del nostro disagio esistenziale, derivante dalle condizioni politiche, economiche, ambientali, sociali, storiche in senso lato, in cui viviamo. E non è svalutante, per noi, il limite di non poter storicizzare la nostra Storia; una Storia, oltretutto, smisuratamente diversa da quella che i nostri padri e i nostri nonni vissero da contemporanei. Mi domando se tutti loro, nel mentre attraversavano le proprie vicende, fossero consapevoli della portata storica che esse avevano.

I più fortunati, dotati di cultura, abbracciando una fede politica, forse intuivano, forse presentivano. Solo a pochissimi era dato comprendere: penso ai filosofi, agli storici, e penso alla grande figura di Antonio Gramsci… Ma i più, gli uomini comuni, che pure, con la propria vita, stavano dando vita alla Storia, dirli coscienti, dirli realmente consapevoli, capaci di scriverla essi stessi, quella Storia, questo io non credo. E oggi? Come possiamo scrivere la nostra guerra mondiale che ci travolge?
Che fare oggi? Что делать? scriveva Lenin. Ma la domanda, allora, era per il partito, per la Rivoluzione…

Oggi, invece, che cosa dobbiamo fare noi, qui, nel nostro “Tempo acuminato”, noi, cosiddetti “poeti”? Quale “rivoluzione” (consapevole o inconsapevole che sia) ci è dato compiere? Qualcuno di voi mi dirà: “E tu?”

Io… forse continuerò a rivedere il mio lessico, la mia forma, il mio stile, per essere consapevole – e qui sì, bisogna esserlo – , consapevole della mia scrittura, come, peraltro, ho iniziato a fare già da un paio di anni: esattamente dopo le poesie qui pubblicate, edite nel 2015 (in un libretto de La Vita Felice, per la collana degli illustri sconosciuti) ma precedenti, scritte dal 2000 al 2014.
Che dire? Proverò a non ripetere le “parole finite”, a limitare l’impiego degli aggettivi perché, spesso, a mio parere, indeboliscono il sostantivo. Cercherò soluzioni verbali che non producano esiti puramente “aleatori”. Proverò a darmi una “progettualità”, quei principi che fondano la creatività nel suo aspetto autentico…
Che dire? Io ci provo… Ecco, questo qui è un tentativo.

Tre colpi dal piano di sopra

Tre colpi dal piano di sopra. Il quarto
fa vacillare uno studio del Gradus ad Parnassum*.
Insieme, qualcos’altro, ritratto
nell’intercapedine fra l’intonaco e un’eco di scale.

Chiodo su chiodo, gli sconosciuti
si cercano dentro il sentore delle stanze.
Nell’insistenza delle macchie sul soffitto.

Un intervallo di quinta discendente alla finestra.
Ci domandiamo che ora sarà da qui a trent’anni,
nelle smart home di risorti edifici.

Intanto, i treni cittadini irrompono nel rombo del temporale.
Un refrain senza indicazione di tempo replica in verticale
la sequenza del pianoforte sbalzato sul selciato.
Sotto gli occhi delle facciate, sospinto a mano.
Da una persiana all’altra.

https://youtu.be/-6_lGQUX_Wo
*Gradus ad Parnassum di Muzio Clementi (1752 – 1832), 100 esercizi pianistici di livello avanzato

Foto New York traffico

Mauro Pierno

La sintonia che sento con la voce, i personaggi, gli oggetti tutti di Donatella Costantina Giancaspero mi fanno accomodare in una stanza. Sono l’ospite inatteso di una storia che non ha rimpianti. La voce è li, dispersa.

Questo il senso del frammento, Giorgio?

È vero la poesia sta in chi ascolta. È li, dimora. Si accuccia abbeverandosi.
Lo “stagno” ha una rifrazione eterna! Confonde
lo spazio è segna una urina inconfondibile.
“la sequenza del pianoforte sbalzato sul selciato.”
Un piano può anche pisciare!

1°versione

Nel treno che attraversa i campi
alle fragole non mancano mani, tutto
nell’ordine dei cesti e dei panieri.
Quanti controllori accompagnano il vento. Al finestrino un peso unico, questa parete rossa
e tanti chiodi inutili.

2° versione

Il treno attraversa i campi
alle fragole non mancano le mani,
tutto nell’ordine dei cesti e dei panieri.
I controllori accompagnano il vento.
Al finestrino manca un peso unico,
questa parete rossa, tanti chiodi inutili.

Giorgio Linguaglossa

cara Costantina,

come tu scrivi il problema è sintetizzabile così: tutti i problemi della coscienza e della consapevolezza storica dei problemi stilistici, della coscienza stilistica, sono la trasposizione di problemi che stanno a monte, dei problemi sociali, economici, politici che influiscono sulla elaborazione delle piattaforme artistiche, e non c’è dubbio che i letterati che sono nati dopo la data esemplificativa del 1950 mostrano segni evidenti di minore complessità di elaborazione dei progetti artistici e stilistici rispetto alle generazioni degli scrittori e dei poeti nati prima di quella fatidica data. Certo, è venuta a cadere nelle decadi che sono seguite al 1950 la consapevolezza delle questioni stilistiche, questo è oggi avvertibile e percettibile, la poesia è diventata una cosa facilissima da fare, è sufficiente fare un raccontino con o senza a capo, senza alcuna consapevolezza delle questioni filosofiche sottese ad ogni scelta lessicale e stilistica. La nuova ontologia estetica segna un tentativo di inversione di rotta rispetto alle questioni stilistiche (e quindi etiche, estetiche, politiche, filosofiche) che sono state dimenticate e rimosse.

La poesia che tu hai postato è un esempio probante di come si possa scrivere poesia di alto livello sulla base della nuova consapevolezza della questione stilistica quale primario elemento da tenere presente quando si scrive poesia.

La poesia abbandona per sempre la moda della poesia facile, non «racconta», non si offre come una «narrazione» di qualcosa che sta fuori di essa, la «narrazione» di cui tratta è inerente ad essa stessa, è «interna» alla narrazione stessa, non esterna, non guarda al «fatto» come ad una esposizione che deve essere provata mediante una narrazione; la tua poesia, come anche, da diversi momenti di approccio quella degli altri componenti della nuova ontologia estetica, evidenzia una spiccata predilezione e attenzione per il «nome» (onoma) con derubricazione dei «verbi». La centralità, il punto centrale della poesia verte sull’«evento», tratta di «micro eventi» che si susseguono come onde sussultorie, misteriosi e inconsci; la poesia è costruita con in mente l’attenzione per la percezione di «eventi invisibili». È il tuo modo di costruire la poesia. E ciò comporta una vera rivoluzione espressiva, una rivoluzione della poesia. Comporta l’attenzione esclusiva per l’«evento», con riduzione di tutti i Fattori fonosimsolici e tonosimbolici della poesia tradizionale. È questo, il tuo, un esempio della rivoluzione portata avanti dalla pratica della nuova ontologia estetica

Cito dal libro di Carlo Diano Linee per una fenomenologia dell’arte, Neri Pozza, 1968 Continua a leggere

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L’indebolimento della autocoscienza storica dei poeti nati dopo il 1950, Poesie di Alida Airaghi, Donatella Costantina Giancaspero e Francesca Dono, con Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa sul nuovo esistenzialismo

Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

L’indebolimento della autocoscienza storica dei poeti nati dopo il 1950
(28 febbraio 2019)

Di recente sono solito ritornare su un punto che mi sta a cuore, ed è inutile girarci attorno in cerca di eufemismi o di correttezza istituzionale: il fatto che gli scrittori, i poeti, gli artisti di oggi sono privi di autocoscienza storica, almeno nella misura in cui i poeti e gli scrittori delle generazioni di coloro che sono nati prima della seconda guerra mondiale e fino al 1950, o giù di lì. I poeti e gli scrittori nati dopo quella data posseggono una minore autocoscienza storica dei problemi politici, estetici e stilistici che si traduce in poesie e in romanzi di livello decisamente inferiori rispetto a quelli delle generazioni precedenti.

Scrive Mario Perniola:

«Le generazioni che crebbero dopo la fine della seconda guerra mondiale non hanno ereditato questa concezione del mondo [quella storicistica che ha dato vita alla resistenza al nazifascismo] basata sull’importanza decisiva dell’azione individuale e collettiva e sul carattere razionale e progressivo della storia: tale concezione è diventata per loro tanto più estranea quanto più la loro data di nascita si allontanava dalla fine della seconda guerra mondiale.  Esse sono state testimoni di eventi del tutto imprevedibili, in cui significato resta tuttora opaco e indecifrabile fintanto che si ricorre a concetti e alle nozioni che hanno dominato nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento. Questa generazioni si trovano perciò oggi nella condizioni di non aver ancora capito niente degli eventi che hanno vissuto e nei quali hanno perfino talora pensato di giocare un ruolo di protagonisti.

Dalla fine della seconda guerra mondiale sono accaduti in Occidente quattro fatti imprevedibili che hanno colto di sorpresa anche il pubblico più informato: il Maggio francese del ’68, la Rivoluzione iraniana del febbraio 1979, la caduta del muro di Berlino nel novembre 1989 e l’attentato alle Torri gemelle di New York nel settembre 2001. Nei confronti di questi fatti la stragrande maggioranza delle persone ha fatto propria una frase dello scrittore francese Georges Bataille, impossible et pourtant là (impossibile, e nondimeno qui!)…

È noto che i contemporanei non sono i migliori conoscitori del loro presente: la maggior parte della gente non vive nell’attualità, e anche i meglio informati si sbagliano. Proverbiale è diventato l’esempio di Lenin che, poche settimane prima dello scoppio della rivoluzione russa, diceva agli operai svizzeri che sarebbe morto prima che questa avesse luogo. In linea di massima, il senso di ciò che è stato vissuto individualmente e collettivamente si scopre solo alla fine. È sempre stato difficile prevedere l’avvenire: tuttavia gli eventi successivi agli anni Sessanta del Novecento presentano un aspetto più refrattario alle interpretazioni che si valgono delle categorie storiche e ideologiche moderne.

Questi eventi appaiono più come miracoli che come compimenti di processi di cui si conosce lo svolgimento o realizzazioni di utopie; più come traumi che come tragedie o catastrofi di cui sia possibile elaborare il lutto. Certo è che nel momento in cui la società umana sembra diventare più razionale grazie alle straordinarie invenzioni della tecnoscienza, irrompono nell’esperienza individuale e storica fatti che sembrano caratterizzati da un’irrazionalità che appartiene all’orizzonte artistico e religioso più che a quello scientifico e filosofico, più a sindromi psicotiche che all’esplosione di contraddizioni o crisi che possono essere superate».1]

  1. Perniola, Miracoli e traumi della comunicazione, Einaudi, 2009 p. 6

Nessuno ha notato certe convergenze tra la poesia di Alida Airaghi e quella della nuova ontologia estetica, in particolare l’attenzione al tempo e alle temporalità dell’esserci. Già Mandel’stam parlava agli inizi degli anni Dieci del «rumore del tempo» che rinveniva nella propria poesia e in quella degli acmeisti… Heidegger ha parlato del «rumore del mondo» che si percepisce nella poesia in quanto la memoria è la traccia del tempo trascorso…

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Andrea Emo, Quaderni di metafisica (Quaderno 347, 1972)

Si parla continuamente di solitudine e di incomunicabilità tra gli uomini. Ma nel mondo di oggi ciò che ci manca è appunto la solitudine che è considerata la colpa maggiore, e siamo obbligati a stare sempre in linea di comunicazione; potessimo comunicare la nostra incomunicabilità! Che altro vale la pena di essere comunicato? Potessimo interrompere la comunicazione!

Noi dunque, noi gli incontentabili, gli instabili, che cosa veramente vogliamo? Forse non possiamo saperlo perché ciò che veramente vogliamo è non volere. In questa volontà negativa il volere si riposa della sua straordinaria volubilità.

Noi forse scriviamo per una minoranza – per una piccola e misteriosa associazione consapevole della sua minoranza – di eletti; ma non democraticamente, perché eletti dall’alto, e dall’altro. Non dai loro simili, come prevedono le nostre costituzioni democratiche, appunto perché essi non hanno simili. E questa consorteria dove regnerà il presente che noi siamo e preconizziamo è futura; è una consorteria di uomini non ancora nati, una consorteria di nascituri…

Andrea Emo, Quaderni di metafisica (Quaderno 359, 1973)

 Nel passato… è l’unica sede dell’assoluto… (ché) il passato e la memoria sono il regno di Dio… e (solo) nel passato si manifesta l’assoluto che siamo

 (R. Gasparotti, Note sul pensiero di A. Emo, in Andrea Emo, Quaderni di metafisica 1927/1981, Bompiani, Milano 2007, p. 1388). Essere e nulla non sono allora contrapposti, bensì co-implicati, in quanto «gli enti appaiono dal nulla, da quello specifico sfondo abissale che consente loro di ex-sistere, di star-fuori dal Principio, per poi, attraverso un ulteriore atto di negazione, farvi ritorno: ogni ente manifesta il ni-ente e, nel mondo, l’eternità rinasce con gli enti come effimera» (p. 86)

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Tre poesie di Alida Airaghi da L’attesa (2018) con un testo inedito

È questo tempo
perso.
Mio tempo inutile,
morto. Tempo
che aspetto
e guardo
nel suo bianco vuoto.
Di come si trascina
di come chiede
e attende.
Voce che manca
voce che non risponde;
stanco mio tempo
assorto. Continua a leggere

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Alida Airaghi, Poesie da L’attesa, Marco Saya Editore, 2018, pp. 70 € 12 con Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

Foto Saul Steinberg Lady in bath 1

Saul Steinberg, woman in bath, 1949 – L’attesa

Alida Airaghi è nata a Verona nel 1953 e risiede a Garda. Dopo la laurea in lettere classiche a Milano, è vissuta e ha insegnato a Zurigo dal 1978 al 1992. Collabora a diverse riviste, quotidiani e blog italiani e svizzeri. Tra le sue pubblicazioni di poesia: L’appartamento, in Nuovi Poeti Italiani, 3 (Einaudi 1984), Rosa rosse rosa (Bertani 1986), Il peso del giorno (La Luna – Grafiche Fioroni 2000), Litania periferica (Manni 2000), Un diverso lontano (Manni 2003), Frontiere del tempo (Manni 2006), Il silenzio e le voci (Nomos 2011), Nuovi Poeti Italiani, 6 (Einaudi 2012), Elegie del risveglio (Sigismundus 2016), Omaggi (Einaudi 2017). Inoltre, presso le edizioni Lietocolle, sono uscite le plaquette: Il lago (1996), Sul pontile, nell’acqua (1997), Litania periferica (1998), Le mura di Verona (1998)Suoi racconti sono antologizzati in: Appuntamento con una mosca(Stamperia dell’Arancio 1991), Fine dicembre (Le Onde 2010) e Qualcosa del genere (Italic Pequod 2018). www.alidaairaghi.com

Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

Non è Aristotele che nel De memoria sostiene che gli umani sono: «coloro che percepiscono il tempo, gli unici, fra gli animali, a ricordare, e ciò per mezzo di cui ricordando è ciò per mezzo di cui essi percepiscono [il tempo]»? – Dunque, possiamo dire che la Memoria sarebbe una funzione della coscienza del tempo. Anzi, dopo Heidegger si dovrebbe parlare di una funzione della temporalità nel suo rapporto con l’esserci, la nostra esistenza si situerebbe negli interstizi tra le temporalità dell’esserci. La temporalità immaginaria e quella empirica. Meister Eckhart ci ha parlato del «vuoto» quale esperienza interiore essenziale per accedere alla dimensione spirituale, ovvero, fare «vuoto» come distacco dai propri contenuti personali per poter accedere ad una dimensione più vera e profonda.

È da qui che ha inizio la riflessione poetica dei poeti nuovi dei poeti esistenzialisti della nuova ontologia estetica, dalla zona di congiunzione tra temporalità e memoria. Quella zona opaca, insondabile dove hanno luogo gli eventi significativi, paradossalmente opachi, quei momenti di lacerazione dell’esistenza che noi percepiamo distintamente attraverso la lente della memoria. Là sono situati i momenti significativi dell’esistenza di cui noi stessi nulla sappiamo. Ma che cosa sia quella lacerazione e che rapporti abbia con la memoria, è davvero un mistero. L’esperienza dell’esserci è fondamentalmente ubiqua: abita la memoria e la temporalità.

Bene illustrano questa condizione spirituale i tropi adottati dalla nuova poesia, in particolare i concetti di disfania e di diafania, in una certa misura, concetti gemelli che indicano il «guardare attraverso» della diafania e il «guardare tra» della disfania. La parola poetica si situerebbe dunque «tra» due manifestazioni (Phanes è il dio della manifestazione visibile, la luce,) e «attraverso» esse perspicere due modi diversi di sondare la memoria. È in questo guardare obliquo, in diagonale che si situa il discorso poetico della «nuova ontologia estetica», dove il tempo dello sguardo indica la temporalità dell’esserci.

La metafora è il non identico sotto l’aspetto dell’identità.

Foto Descending Man, Photo by Jason Langer

Descending man, Jason Langer

I grandi poeti lavorano incessantemente per tutta la vita attorno ad alcune poche metafore, ma per giungere alle metafore fondamentali occorre un pensiero poetico che speculi intorno alle cose fondamentali, ecco perché soltanto il pensiero mitico riesce ad esprimersi in metafore, perché nel mito la contraddizione e la metafora sono di casa e tra di esse non c’è antinomia e una medesima legge del logos le governa. Ad esempio, in questa a quartina di Zbigniew Herbert è rappresenta una metafora fondamentale:

il proiettile che ho sparato
durante la grande guerra
ha fatto il giro del globo
e mi ha colpito alle spalle

perché istituisce una contraddizione assoluta che soltanto la metafora assoluta può racchiudere, dove l’assurdo della denotazione collima con il rigore del pensiero intuitivo. Nella metafora viene immediatamente ad evidenza intuitiva l’eterogeneo e il contraddittorio che permea l’esistenza quotidiana degli uomini. «Veri sono solo i pensieri che non comprendono se stessi», scrive Adorno in Dialettica negativa, assunto che viene invalidato dal pensiero della communis opinio ma che è inverato dall’esperienza della metafora nella poesia, dove essa si rivela essere un concentrato di impossibilità drasticamente verosimile ed immediatamente intuitivo.

«Ciò che nel linguaggio si rispecchia, il linguaggio non lo può rappresentare».1]

È questa l’aporia del linguaggio. La tautologia e la contraddizione mostrano che esse si trovano, convergono, nella metafora, la quale contiene in sé sia la tautologia (il non-identico è lo stesso che l’identico) che la contraddizione (il non-identico non è l’identico). Da ciò se ne può dedurre che nella metafora convergono tutte le aporie del linguaggio, il lato effabile e il lato ineffabile, il dicibile e l’indicibile.

Talché voler estromettere la metafora dal discorso poetico è come voler aggiustare Procuste mettendolo sul letto di Procuste.

Il discorso poetico tende «naturalmente» alla metafora.

Nella poesia di Alida Airaghi l’assurdo e il derisorio sono il reddito di cittadinanza del reale, della storia e degli uomini che la abitano condannati a subire le oscillazioni di questo misterioso titolo in borsa. Gli uomini sono i titolari di questo titolo: il reddito di cittadinanza a scadenza fissa, un po’ come i titoli di stato, con delle differenze che vanno dai titoli trimestrali e quelli decennali e ventennali che beneficiano di un tasso più alto e che valgono, fin che valgono, fin quando lo stato non dichiara default. La storia, che è stata destituita in storialità, ha senso proprio perché non ha un significato, o meglio, perché ha tanti significati quanti sono gli abitatori del globo e perché rischia sempre di finire nel default. Qui sta l’elemento del comico e del derisorio di questa poesia, che essa si presenta nelle vesti del sardonico e del comico mentre che ci intrattiene con l’insulso e l’assoluto, con il falso e il similoro. La Airaghi trova i suoi accenti più convincenti quando decide di non decidere, quando i suoi frasari antifrastici sfiorano il corrimano dell’assurdo e del corrivo quotidiano, quando «la paura di non essere niente» improvvisamente cessa e di scoprire «di passare inosservato tra la gente» e chiedersi semplicemente: «È a posto la cravatta?/ Puzzerò di sudore?».

1] T.W. Adorno, Dialettica negativa, Verlag, 1966, trad. it. Einaudi di Carlo Alberto Donolo, 1970 p. 42
2] L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, Einaudi, 1979 p. 33

Alida Airaghi, Poesie da L’attesa

«I grow old… I grow old:
divento vecchio».
Puffo obbediva al tempo,
Puffo sapeva.
Misurava la sua vita a cucchiaini di caffè.
Dimagriva, perdeva capelli;
si guardava allo specchio.
E per non turbare l’universo
indossava una faccia comune,
camminava sulla spiaggia,
scriveva qualche verso.

*

«Do I dare?» La paura
di non essere niente, e di avere paura.
Di passare inosservato tra la gente,
o di entrare al ristorante
guardato da tutti:
«È a posto la cravatta?
Puzzerò di sudore?»
La paura della gioia
e dei lutti, di fare l’amore
con una signora elegante,
strafatta di noia.

*

«I should have been,
ma non sono stato».
Un domatore di tigri feroci,
un cacciatore di frodo.
Un comunista, un fascista,
un terrorista. Un boato,
un grido, un sussurro.
Invece beveva brodo
di dadi vegetali, preferiva
l’azzurro, portava occhiali
spessi. E tremando pregava
esorcismi sconnessi.

*

«There will be time
per diventare un altro».
Più forte più alto più allegro.
Più esaltato di un jazzista negro.
Per dare risposte
che chiudano la bocca ai fessi,
per salire di corsa le scale,
per vincere in borsa o al casinò
stordendo la mente
di canzonette idiote,
inventandosi note sincopate.
Per viaggiare da soli d’estate,
e imparare imparare a dire no.

*

«I grow old… I grow old;
morirò presto».
Puffo risparmiava ogni gesto
che non portasse profitto,
rinunciava a qualsiasi desiderio tardivo.
Passava i suoi giorni in affitto,
guardando dai vetri la sera
eterizzata, il fumo, la nebbia.
E senza la dentiera,
si infilava nel letto.
Indifferente al tempo perduto,
avrebbe voluto non essere vivo.

(rileggendo The Love Song of J. Alfred Prufrock di T.S.Eliot) Continua a leggere

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Sangiuliano,  Emozioni  esplicite, Diciannove  poesie erotiche in stile belliano, Dalla rivoluzione sessuale alla Porn Culture, con un Appunto di lettura di Giorgio Linguaglossa

Gif Donna excalibur

dalla rivoluzione sessuale alla Porn Culture

Giuliano Santangeli è nato a Roma nel 1942, ha pubblicato in poesia: Geometria del cuore Forlì, 1976; Il presente impossibile, Quarto d’Altino, 1978; Notizie dall’uomo, Bologna, 1980; Bestiario ’80, Roma, 1980; Erbario ’81, Roma, 1981; Inventario con lessico, Roma, 1983; Ordine chiuso, Roma, 1983; Ipotesi di lettore, Roma, 1985; Il serpente a sonetti, Roma, 1988; Ode a Balzani, Roma, 1992; Palme e altro mondo, Roma, 1996; Tre malumori, Roma, 2005; Le ragioni del canto, Varsavia, 2008; Emozioni esplicite, Novi Ligure, 2014.  Narrativa: Roma d’autore: Memorie, canti e incanti di una città, Roma, 2009. Saggistica: Il mito America. Hollywood e Fitzgerald, Roma,1983; Quando Roma cantava. Forma e vicenda della canzone romana, Roma,1986, e, ampliato, Novi Ligure 2011; Balzani fra spettacolo e folklore, Roma, 1986; Il tempo della finzione. Modi e orizzonti della creatività, Roma, 2004, premio internazionale Città di Marino. Antologistica: Eidolon. Le rovine e il senso poesia italiana contemporanea, Roma,1983; Tanto pe’ cantà, canzone romana, Roma,1994; 2 I giorni della Fenice, poesia mediterranea contemporanea, Roma,1999; Canzoniere per Borges poesia italiana contemporanea, Pasian di Prato,1999.

Appunto di lettura di Giorgio Linguaglossa

«Non credo in una filosofia non erotica. Diffido del pensiero asessuato», ha scritto Witold Gombrowicz.

Sangiuliano è stato definito un «irriducibile»  «materialista metafisico», e, in effetti, queste «poesie pornografiche» lo confermano, semmai ce ne fosse bisogno, per lo stile boccaccesco, il lessico sboccato, direi belliano, frutto di una operazione che vuole ripristinare la linea del Belli in italiano, per il linguaggio esplicito, denotativo, dichiarativo, crudo e colto nello stesso tempo. Non è affatto facile per un poeta di oggi confezionare delle poesie erotiche, se non addirittura pornografiche, per via della montagna inarrivabile di filmografia pornografica che invade il nostro mondo internettiano; c’è semmai una difficoltà oggettiva nel confezionare una poesia pornografica che abbia in sé il DNA della tradizione letteraria pur sempre trattata sul pedale basso che più basso non si può. Io sarei propenso a leggere l’operazione di Sangiuliano come un modo di osare in poesia l’inosabile, di adire la poesia pornografica con un linguaggio appena appena paludato commisto con lessemi e sintagmi appartenenti alla sfera della sessualità non nominabile dalle persone bene educate, ma Sangiuliano è un intellettuale intriso di letteratura o, se si vuole, un letterato intriso di intellettualismi e di cerebralismi, e così si è gettato a capofitto in questa impresa che definire temeraria sarebbe dir poco.

È che in breve tempo siamo passati dalla rivoluzione sessuale alla Porn Culture che ha messo al centro dell’immaginario la serietà del significato del simbolo fallico come equivalente della serietà serissima del simbolo aureo qual è la moneta. Del resto, tra la Porn Culture delle nostre società  ad economia globale e il capitale finanziario liberato, non esiste un legame sinallagmatico? La Porn Culture può prosperare solo in una società che ha operato una rimozione collettiva del fallo e del sacro. Il fallo e il sacro costituiscono per eccellenza una endiadi sinallagmatica, ma la società del wishful thinking  ribalta il significato del sacro e del fallo, ne fa una falsificazione, una aberrazione, e quello che per una società pagana non è pornografico né triviale, nella società attuale diventa pornografico e triviale; in questa dicotomia e in questo capovolgimento di valori riposa la struttura profonda dell’odierno concetto di pornografia che la cultura bene educata fa finta di ignorare. Ecco perché un poeta colto come Sangiuliano si ripromette di liberare la pornografia dalla rimozione collettiva, per mostrarla per quella che è: un gioco di parole, di significati e di significanti che restituisce alla cultura ciò che la cultura bene educata le ha tolto.

Appunto di Sangiuliano per Emozioni esplicite

Da un punto di vista emotivo, queste poesie nascono da un desiderio di vendetta linguistica e filosofica, a recuperare una libertà concreta e diretta di nominare, illustrare e glorificare le cose che si pensano più spesso, le parole che si usano in privato addirittura come intercalari, perché si riconosce senza dirlo, che non possono esser sostituite, per ragioni di semantica specifica, efficacia di suono e di evocazione. Ad evitare equivoci, e mi scuso, ma soprattutto a dimostrare la proprietà e la forte disposizione poetica delle cosiddette “parolacce”, le ho gioiosamente inserite in un contesto di mistico elogio della lussuria, nobilitato, per la  mia prima volta in italiano, dall’uso della rima. E spero, infine, che a nessuno sfugga come ogni elemento conoscitivo, sentimentale, morale e disciplinare è presente e vivace per quanto vige in ogni altro mio scritto. Se ci sono riuscito.

(Sangiuliano)

Poesie erotiche

I

Tu, sedula apprendista di varianti,
godevi sia di dietro che davanti,
e come perla ti prestavi al cazzo
correggendo del mondo il tristo andazzo
ond’era pippa. La tua bocca bella
(fregna con lingua) a giro di cappella
molceva la mia pena: per cui muovo,
allo scader del piangere e il gioire,
fra sesso e amore senza poter dire
dei due qual sia gallina e quale uovo.
II

Erbe tagliate, diti in fregna, stalle,
cazzi illavati, piogge estive, palle,
sanno di buono, quasi a suggerire
quanti segreti ha vita in suo fluire,
prosciutto a parte, per non dir le cose
che, buone in bocca, qual che sia la dose
si dice faccian male: il Padreterno
ci insidia con gli afrori, i sali e i peli,
per mandarci all’Inferno.

III

Amore mio, che baci, che sospiri!
Ad uno ad uno li ricordo tutti,
e piango ancora, dopo tanti giri
d’anni e dolori, i tuoi bocchini asciutti.

IV

Dicevi “ficca, ficca” e intanto prona
inarcavi la schiena offrendo il segno
ad altre pippe, nel diuturno impegno
giusta libido. Nuda, eri Sorbona
al cazzo mio studioso senza posa
della tua carne; candida e pelosa
quant’era d’uopo, fosti la più degna
delle mie inondazioni. E un’altra cosa:
già negli occhi eri fregna.

V

Tirarlo fuori era una croce quando
al culmine giungeva quel sollazzo
premio alla gioventù, quasi gridando
“povera vita mia, povero cazzo!”.
Ma la tua carne tutta era sorriso
per docili aperture sempre in grado
di riportare in terra il Paradiso
ond’era pace, nel difficil guado,
usar di quella legge d’Archimede
che dice “ se l’inculi non dà erede”.

VI

La prima volta te lo diedi in mano
ch’eri girata, proprio alla scadenza
dell’ora onesta, e tu, poco sorpresa,
me ne facesti cinque: tanta resa
fu in tempi angusti evento sovrumano
(quasi a recuperar la penitenza
di cessi grigi in giorni maledetti
di carestia carnale) se ci metti
che di fracosce, per manovre blande,
t’avevo già bagnato le mutande.

VII

Come a cercar le vene, una per una,
me lo stringevi cupida e nel gesto
giungevi fino all’anima. Nessuna
aveva ancora il brando mio rubesto
risarcito a dovere, e fu mia sorte
quando con desiderio a tutto sesto
me lo dicesti “robustoso e forte”.

VIII

Sì, ti somigliano quei manichini
ventenni dei negozi, tutti cosce
e stinchi di gazzella…(sì, gli inchini
precipitosi – metti che piovesse –
senza neppure toglier le galosce…)!
Per questo ancora, dietro a ogni vetrina,
vi vedo tutte insieme a culombrina.

Gif Donna con mani sulla testa
IX

Dio mio che pippe dietro al cancelletto
col cuore in gola e il sangue in testa al punto
di veder rosso! Dal vestito stretto
ti sgusciavan le cosce; il labbro smunto
aveva impresse, ormai perso il belletto,
le fatiche d’amore…e nel riassunto
della memoria torno all’emozione
di quando lo palpavi, duro e matto,
come per misurarmi la pressione.

X

Occhiali da pompino, tacchi a spillo
da pedicatio, il reggicalze sotto
le mutande veloci, ivi compresi
i rossetti da troia e ogni altro squillo
di cosmesi ruffiana un culo rotto
fanno valer per nuovo e ai cazzi lesi
arrapo infondono checché si dica
sulla bastevolezza della fica.
Fin dagli albori sono condizione:
altro che, a luce spenta, acqua e sapone!

XI

Se glie la lecchi è il massimo: anche a lei
prima che in fregna agogni altre energie,
quasi fosse la stessa degli dèi,
spetta la lingua con le sue magie.
E va da sé che, al par di cazzo grosso,
mercé la grazia di cotanta cura,
quand’anche non godesse a più non posso,
faresti sempre tua gentil figura.

XII

Con ciò, persa ogni fede e la fortuna
erettile a onorare le occasioni
della piccola morte, bionda o bruna
che fosse la motrice degli ormoni,
or che non posso più incular nessuna
ho inteso ristorar donna mia prima
che in mille guise a cazzo si fe’ cruna,
col canto e coi rimbalzi della rima.

XIII

Ognuno scopa come crede meglio,
ma non ne sa mai tanto – e qui ti voglio –
da soddisfar la femmina una volta
che s’appastelli e al maschio dia di piglio
dalla corazza del pudore sciolta,
ond’io ti raccomando, buon lettore,
dall’ansie mie anabatiche distrutto,
di non pensarci troppo, ché all’amore
basta ed avanza per goderlo tutto
metterci il cazzo preservando il cuore.

XIV

Esibivi mistero, il guardo basso
e i capelli montati, la farfalla
di velluto alla nuca; avevi il passo
palpitante sul piede onde mai stalla
l’antilope del tutto, sempre pronta
allo scatto ulterior mostrando l’anca
invito per la caccia e per la monta.
Mai di sborrevol numero eri stanca,
e la lussuria che l’intorno impregna
faceva echeggiar Roma di tua fregna.

XV

Le tue dita da pippa erano quelle
che ogni cazzo vorrebbe avviluppate
fino a schizzo rampante e non c’è calle
d’Appio-Latino che non l’ha ospitate
in compiuto maneggio e sbroglio-palle.
La prima sera ti lasciai incordato,
e fu mia pecca tal figura indegna,
ma quando te lo misi in mano al prato
ci fu luogo per bocca, culo e fregna.
L’averti persa fu tremenda croce
e, più di mezzo secolo passato,
ancor ti conto i peli della voce.

XVI

Il tuo profumo ancor lo porto addosso,
e par che dica senza reticenza
“pascimi di tuo cazzo a più non posso”.
Facevi il colmo della confidenza,
e, quanto è ver che ti chiamavi Anna,
ti masturbavi il tutto con veemenza
gemendo “sorca mia fatti capanna”:
però, mutande in borsa e faccia pia,
rientravi entro le otto e poi, madonna,
telefonavi per la pippa mia.

XVII

Credevo che bastasse alla lussuria
Il nostro porcheggiare al borotalco,
e il dircelo, passando per via Etruria
diretti al prato ai nostri orgasmi palco.
Ma non te la leccavo, a parte il poco
tanto per dire che l’avevo fatto,
ma se tornassi come fosse foco
sentiresti mia lingua a buon baratto
di cazzo moscio che non trova loco.

XVIII

Gira la ruota, gira tutto quanto,
gira la femmina a tentare il canto,
e ogni piacer che pur giunga alla meta
sempre finisce in pippa di poeta.

XIX

Pur come un tempo la passione infuria
in barba ad Epicuro e si decurta
ogni efficienza della mia lussuria…
Ma che conforto può recar memoria,
quand’anche Calliopè sia alquanto surta?

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