Gilda Policastro, Inattuali, Transeuropa, 2016 pp. 42 €8, Lettura di Giorgio Linguaglossa, flusso vocabologico anfibologico e virtuosistico che locupleta preziosismi linguistici trattati come relitti poetici e lacerti cafoneschi,  Siamo giunti alla completa de-politicizzazione del politico e alla completa de-politicizzazione della vita privata, le pratiche artistiche si sono ridotte ad apparato decorativo e di intrattenimento delle occupazioni serie, quelle rette dal plusvalore e dalla valorizzazione del capitale. I conflitti politici si sono de-politicizzati, così come i conflitti estetici, ed il valore trasformativo del conflitto si è mutato in contro-valore, in conflitto controllato, autoregolamentato. Ad una poiesis critica oggi non resta che porsi nel turning point dei conflitti

 il linguaggio di Celan sorge quando il linguaggio di Heidegger muore,
volendo dire che il linguaggio della poesia – della ‘nuova’ poesia –
può sorgere soltanto con il morire del linguaggio tradizionale
che la filosofia ha fatto suo, o – forse – che si è impadronito della filosofia
(Vincenzo Vitiello)

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(Gilda Policastro)
Pasolini nel 1975 in una intervista pochi mesi prima del suo assassinio, scriveva:
«Prevedo la spoliticizzazione completa dell’Italia: diventeremo un gran corpo senza nervi, senza più riflessi. Lo so: i comitati di quartiere, la partecipazione dei genitori nelle scuole, la politica dal basso… Ma sono tutte iniziative pratiche, utilitaristiche, in definitiva non politiche. La strada maestra, fatta di qualunquismo e di alienante egoismo, è già tracciata. Resterà forse, come sempre è accaduto in passato, qualche sentiero: non so però chi lo percorrerà, e come».1

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Oggi siamo giunti alla completa de-politicizzazione del politico e alla completa de-politicizzazione della vita privata, le pratiche artistiche si sono ridotte ad apparato decorativo e di intrattenimento delle occupazioni serie, quelle rette dal plusvalore e dalla valorizzazione del capitale. I conflitti politici si sono de-politicizzati, così come i conflitti estetici, ed il valore trasformativo del conflitto si è mutato in contro-valore, in conflitto controllato, autoregolamentato. Ad una poiesis critica oggi non resta che porsi nel turning point dei conflitti, diventare  protagonista dei conflitti estetici implica accettare il rischio dei conflitti come possibilità celibi.

C’è oggi una nuova modalità postsperimentale che è l’apertura di questo campo di possibilità celibi: adozione dei conflitti nell’ambito della poiesis, esercizio delle pratiche dei conflitti con tutti i suoi corollari: il rifiuto, il diniego, la sottrazione, la provocazione, il gesto, l’interruzione quali atti spendibili e possibilizzazione di alternative celibi. Il conflitto per la trasformazione coincide con la trasformazione del conflitto, il campo dove si determina la possibilità di un progetto per una nuova poiesis; nell’asserzione pratica delle differenze si apre la possibilità di una mise en acte di una via di uscita dalla normografia autoregolata. Una nuova sfera pubblica nell’ambito della forma-poesia passa necessariamente attraverso una nuova pratica delle differenze e delle possibilità celibi. La nuova prassi può essere soltanto celibe, trasformativa, irrituale cioè rivoluzionaria. Forse Karl Marx non è ancora del tutto morto.

Questo il prologo che ci serviva ad introdurre la scrittura poetica di Gilda Policastro perché la poetessa di adozione romana riprende il testimone là dove lo aveva lasciato Pasolini quando, prima di morire, indicava la via di una poesia rivoluzionata: pluristilistica e plurilinguistica, in un certo senso rilanciando l’idea sanguinetiana per un neosperimentalismo prospettico e critico, una poesia labirintica ed ermafrodita, pluristilisticamente composita e plurilingue, una poesia da palus putredinis liberata dai liquami intersoggettivi del poetismo conventuale della tradizione lirica novecentesca. Come avviene quando la storia letteraria salta alcune generazioni (per l’esattezza cinque generazioni di poesia, dagli anni settanta al 2016, data di pubblicazione di Inattuali), Gilda Policastro dopo cinque decenni riannoda il filo che si era spezzato per ragioni storiche e di conflitto tra le poetiche normative e autopubblicitarie che si sono avvicendate negli ultimi cinque decenni, per riannodarlo secondo una visione dei rapporti di forza tra le istituzioni stilistiche e dare un energico impulso: tredici composizioni celibi in stile palus putredinis con il superpiù della rivoluzione internettiana e della compiuta transvalutazione dei valori antropici della società italiana avviata ed avvitata in una crisi di stagnazione e di pauperizzazione valoriale come mai è accaduto nella storia d’Italia dall’unità ad oggi. Una crisi sistemica si è abbattuta su una società signorile di massa, o meglio, della post-massa quella italiana, avvenuta dopo la defenestrazione della massa ad opera di una oligarchia prendi tutto e paghi uno: quel logo poetico tutto italiano, famelico e vorace, che negli anni della prima Repubblica ha saputo tenere insieme il «poetico» e il «cafone», nella seconda Repubblica ha separato artatamente l’endiadi sopra citata optando per il «poetico» sussiegoso ed ermafrodito della poesia auto pubblicitaria e posiziocentrica. Le parole della Policastro sono inequivoche: la società italiana si è gingillata in questi ultimi due decenni «tra il poetico e il cafone», utilizzando senza riguardo o remore l’uno per le finalità dell’altro. La Policastro, per reazione nevralgica, dà qui luogo ad un flusso vocabologico anfibologico e virtuosistico che locupleta preziosismi linguistici trattati come relitti poetici e lacerti cafoneschi della massa implebata di oggidì commistandoli con i poetismi ermafroditi. Il risultato è un patchwork meticcio, ortopedico, come nella migliore letteratura del neosperimentalismo. La Policastro tiene ferma la linea Maginot del Laborintus di Sanguineti, non il bisbidis del secondo Sanguineti, ed approda alla palus putredinis del mare della tranquillità della forma-poesia italiana di questi ultimi cinque decenni fermatasi al capolinea della incapacità di avviare un percorso critico di rinnovamento. Di fatto, in Italia il rinnovamento sempre evocato e fantasmato è stato sempre rinviato e posposto a data a venire. La Policastro ha compreso che il tempo delle poetiche personali e auto promozionali è giunto al capolinea e non avrebbe senso alcuno procedere per via di riformismi moderati e per la opzione per il sistema  maggioritario, infatti opta per un mistilinguismo e un multistilismo di matrice neosperimentale, un flusso magma lessicale composito che coniuga lessemi culti («cronotopo»), fraseologie autoriferite («tanto lo so che ti piace Gilda»), lessemi di derivazione  tecnologica, dal mondo dei media e dei social network («byte», «keyboard», «ps vita», «wii», «switchando», «highlights», «hashtag», «post-it»,  «video chatta», «Wikipedia»…), lessemi del dialetto romanesco («je so’ saliti sopra», « Nun se dovrebbe lavorà pe’ llegge quanno fa freddo»), e il lessico raffreddato delle istituzioni stilistiche e accademiche («situabile toponomastica di prevalenza terrona», «ellissi», «ipotassi», «metanarrativo», «autocoscienza», «forme disfunzionali»), tutto questo lessico convive in un magma ultroneo e desemantizato insieme altresì a lessemi gergali («coccofrescoccobello», «megacosi») e lessemi di greco antico commisti a sigle, abbreviazioni, citazioni: «Cortegiano», «Leopardi», «bisbidis» il tutto convergente e coagulantesi in un conglomerato linguistico appositamente inattuale e, direi, surrettizio, feriale; trattasi di una procedura linguistica che tende alla ipersemantizzazione dei linguaggi già devalutati e desemantizzati nella loro provenienza e de-istituiti ab ovo, un mash up di linguaggi alogeni, a luminescenza infreddolita e indebolita.

In proposito scrive Gilda Policastro nella nota in fondo al volume:

«Annoto perciò le frasi che orecchio ai tavolini del bar vicino casa come sull’autobus o sui treni. Annoto quando c’è da annotare, cioè quando qualcosa dal rumore di fondo, dal chiacchiericcio quotidiano e volgare si pone in evidenza per originalità o straniamento; di solito è qualcosa che somiglia alla massima di buon senso ma che in realtà ne rovescia l’attendibilità e l’unanimità: «la verità è che i quattro salti in padella nun so’ cattivi» è stata la prima epifania sonora, in un locale all’aperto di Testaccio. Fu poi la volta degli scaricatori di bibite davanti a un supermercato: «La verità è che da novembre a febbraio nun se dovrebbe lavora’», fino a «Lascia stare che Ibiza in sé è sbagliata», sentita in coda al cinema. Ora che ci penso quello che apparenta le massime che isolo dal discorso comune è sempre questa simulazione o dispendio di assertività sapienziale, un finto deposito gnomico consegnato a una boutade paradossale o ironica, spesso nel dialetto del posto (soprattutto il romanesco, visto che è a Roma che vivo)».

Si può affermare che oggi è davvero problematico agire su un testo poetico in quanto i registri linguistici in circolazione nelle società metal mediatiche sono ipertesti e pre-testi già in sé, sono  già in sé montaggi e compostaggi di altri testi che li precedono, e in tal senso sono già stati decostruiti a monte; oggi la problematica assillante che un poeta si trova ad affrontare è che il testo è diventato un pretesto, che non si può dare e dire nulla di definito e di definitorio in un testo che si presenta come un quasi-testo privo quindi del sigillo di autenticità, privo di certificazione di origine controllata, privo di autorialità originaria.

1 https://www.cittapasolini.com/post/il-nudo-e-la-rabbia-intervista-a-pier-paolo-pasolini-1975

(Giorgio Linguaglossa)

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Nota biobibliografica

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Gilda Policastro è scrittrice e critica letteraria, originaria della Basilicata, vive a Roma. Cura la Bottega della poesia per il quotidiano “la Repubblica” ed è redattrice del sito Le parole e le cose (2). Insegna poesia presso la scuola di scrittura Molly Bloom e Letteratura e Diritto presso l’Università Luiss – Guido Carli di Roma. Ha pubblicato i romanzi Il farmaco (2010), Sotto (2013) e Cella (2015), La parte di Malvasia (2021), libri di poesia tra cui Non come vita (2013) e Inattuali (2016), saggi di teoria e critica tra cui Sanguineti (2009) e Polemiche letterarie. Dai “Novissimi” ai lit-blog (2012), L’ultima poesia (2021).

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da Inattuali

n. 3

parlate piano
non vi seguo
dovete dire delle cose
e dovete farlo piano:
quando parlate non vi capisco
parlate piano, andate più piano,
non correte, indugiate sui nessi,
sciogliete le ellissi,
contraete l’ipotassi, non vi seguo,
andate piano, aspettatemi,
provate ad ascoltare anche me, datemi il tempo,
sono più lenta, non vi seguo,
mi sentite, non vi capisco,
fermi, insistete sul concetto, soffermatevi sui nessi,
insisto, i nessi vanno meglio definiti,
chiariti, ripresi, meno gossip,
per favore, e più nessi,
meno parentesi, più fatti; fare i fatti,
non le parole: le parole, meno importanti dei fatti, ma voi
parlate tanto, parlate
sempre, parlate tutti troppo,
non seguo il ritmo, si affastellano
i concetti, non si trovano significati,
rimane tutto sulla superficie delle cose, non li vedo, i nessi,
vi prego, andate più piano, per favore,
aspettatemi, lasciatemi dire una parola
col mio ritmo, col tempo di formulare un pensiero,
di stenderlo senz’avanzi tra un nesso e l’altro,
non copritemi, non travolgetemi
sempre, fate piano,
avverto un fastidio
alle orecchie, un acufene penetrante, le parole invece
non arrivano, se ne vanno in fretta, non resta niente
in me, non si deposita se non rivestite di parole concetti
meno fluviali e più consistenti, non coprite la mia voce
più bassa, non chiudete al posto mio
una frase disarticolata,
lasciatemi balbettare il mio bisbidis,
provate per una volta ad ascoltare o, almeno,
se dovete proprio continuare
a parlare, non copritevi l’un l’altro,
uno per volta e, vi prego, andate piano,
parlate piano anche se forse non vi seguo
lo stesso, ma provateci, scambiamoci di posto, afasia con sordità,
logorrea con abitudine al rumore, alle parole dette tutte insieme, al traffico,
al chiasso, venite ad abitare dove abito io, in mezzo alle strade, ai violini
che suonano al pomeriggio, al dentista che trapana i denti
e videochatta con la badante di Lucia, sua madre
(Valentina, mi senti, Valentina?),
scambiamo il silenzio della campagna
con la vita in comune dei condomini
(alloggi della ferrovia, coi muri sottili:
Mirko di Tecnocasa), e poi vediamo chi è più bravo
a parlare, scambiamoci di posto: io,
al tavolo, a decidere, loro a servire (il cameriere di
Cernobbio, dei tecnici) Ssst, e zitti, coglioni!
la poesia va ascoltata in silenzio,
questa vostra distrazione ci sta uccidendo,
e ci scordiamo dell’Ilva
e di tutto il resto (ma non riusciva da solo, il poeta,
a farsi ascoltare quando le sue parole
sovrastavano il chiasso e quando il silenzio
lo facevano a poco a poco gli anni
che si rileggono, dopo, quelle stesse parole e dici:
ma ti ricordi, di quella volta, com’era bravo,
il poeta,
a farsi sentire,
in mezzo a tutto quel chiasso):
“il poeta buono, l’unico, è quello morto”

*

n. 8

meglio un fiore oggi che
basta fiori, mi spunta
un fiore in bocca
se son fiori resteranno
fiori a chi tocca
(basta fiori)n fiorello
fiori, fiori, fiori tutti l’anno, dobbiamo
essere dalla parte dei fiori
resistere non serve ai f ate vobis i te missa o ra pro nobis
r elata refero i mo fiore in alto
i fiori
d’arancio
rossi per me, ho comprato stasequesto fiore non
si nega a nessuno ma
le canzoni son come un fiore-detto
d’amore (parlano di te)
fiori crisantemi, violacciocche,
gelsomino notturno, digitale –
power people have the flowers
l’estetica dei fiori, aggiungi un fiore
del Cairo (- purpurea, cos’è poi l’ocra)
i quattro fiori in padella
ho perso un sacco di fiori
state fiori se potete
sottosopraffiori
nell’impero dei
fiori a pioggia, a tutta birra a
gogo, nell’investimento,
nella rissa dei fiori al senato
sono fiori tutto il week-end per
la ristrutturazione, l’intercapedine floreale, la passeggiata
ai fiori imperiali, che rottura
di fiori hai notato, assaggia quel fiore
no, e se le foglie respirano
all’ultimo fiore, sei un figlio dei
fiori fin(i)ti, s’era assopito
un fiore, non recidere forbice quel –
di palo in fiore, andarcene con le pive nel
fiore per i morti,
fioretti, manco l’ombra di un –
dai tempi del fiore, in punta di
fiore, dài tempo al -,
per me solo fiori, grazie, e nient’altro,
in regime di fiori (opere di bene no?)
il giusto rapporto fiore-prezzo,
ci vai tu a prendere i fiori a scuola?

*

n. 13

Nel dolorificio tu non tormenti gli amici con le ubbie matrimoniali
non spieghi la metafora a tua figlia con sei bella come il sole
(nella fase dei perché apocalittici e mamma come nascono)
o se, per un caso sui miliardi possibili, la incontri dove non dovrebbe stare
non accorri a documentarla, perché no, non ha alcun interesse per me,
nel dolorificio, di quanti private message sfilaccino
la tramatura dei se e dei perché non –
Nel dolorificio ci sono i pescecani o anche i cani soli,
io so e darò le prove: testimone
del non so dov’era né com’è andata,
ma se c’erano dei sorveglianti l’hanno calata
nel dolorifico e la madre spera (non pratica l’ellissi,
ogni minuto particolare)
nell’altrovevita se non altro per fotterli, fuor di metafora
Nel doloroficio mancano loro, e ne parlavi subito
ma adesso mai, perché quando era presto riavvolgeva da capo
il filo della pesca à rebours e adesso l’intervallo-ἐποχή alterna lo sconcio
del caro rimembrare con l’ombra secca dei cumuli lapidari:
sei, nel doloroficio: stecco
chiuso
giallo
Quando esci dal dolorificio ti aspettano di sotto, oppure: no,
non sanno di preciso come muoversi dentrintorno Tutti lo fingono,
ma nessuno veramente lo apprende tu, tu solo, nel dolorificio hai capito
la morte e la spalmi sulle nostre diatribe quotidiane come burro ontologico:
grasso che cola se non ce ne andiamo tutti come in Giovanni
le cose di prima non saranno
nel dolorificio a vestircene la bocca e foderarci il teschio
travisato dal make-up secolare
Quando ci siamo noi, che ne parliamo, ne parliamo sempre e non ne
profittiamo
se ci spianano la strada: un’idea nuova e l’agone dei perché nei social epitaffi
e le squadre di chi lo sa e chi no
tu, per esempio,
l’incalzare delle fiamme di cui parlava
la depressa nel romanzo, e dall’altra parte falling man che pareva
il sollievo ed era,
rispetto alla cosa (specie quando non erano le effettivamente fiamme
nel dolorificio, a braccarti), un modo soltanto,
malgrado i differenti squilibri
e per qualcuno hobby quello che ad altri è patto
Quanto più sei giovane sarai divertito se no buh, fuori
nel dolorificio
PG non guarisce le ossa spolpate dall’a tutti i costi dieta
con la Ferrari: ha 27 anni,
e in tre soli rapidi mesi la risolve PZ, a 41, da cirrosi in morte subitanea
LP ne ha 63 quando l’ospedale la studia da cavia
degli endoscopici i più invasivi:
un successo l’intervento con tutte le metastasi
tranne quando non si evidenziavano, che poi difatti muori
nel doloroficio, d’incidente o di cancro
e se trascolori nelle giornate vuote finisce che balli
e se traballi che resta, che resta di te
fino a domani, fino a tutti i domani in cui la terra vive come opaco –
e mamma, allora, che cos’è la metafora, che cos’è
una cosa che dici con altre parole e una vita che vivi come fosse ogni giorno
morte da illeso morte e nient’altro, fin quando puoi,
e per il resto
passo:
non sono brava, con i finali

37 commenti

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37 risposte a “Gilda Policastro, Inattuali, Transeuropa, 2016 pp. 42 €8, Lettura di Giorgio Linguaglossa, flusso vocabologico anfibologico e virtuosistico che locupleta preziosismi linguistici trattati come relitti poetici e lacerti cafoneschi,  Siamo giunti alla completa de-politicizzazione del politico e alla completa de-politicizzazione della vita privata, le pratiche artistiche si sono ridotte ad apparato decorativo e di intrattenimento delle occupazioni serie, quelle rette dal plusvalore e dalla valorizzazione del capitale. I conflitti politici si sono de-politicizzati, così come i conflitti estetici, ed il valore trasformativo del conflitto si è mutato in contro-valore, in conflitto controllato, autoregolamentato. Ad una poiesis critica oggi non resta che porsi nel turning point dei conflitti

  1. Canali diplomatici attivi ma tensione che sale. E la crisi in Ucraina monopolizza i giornali internazionali: la minaccia di una nuova guerra in Europa non è mai stata così alta. “È sempre più probabile che la situazione in Ucraina si trasformi in un conflitto”, ha detto nel pomeriggio un funzionario del Dipartimento di Stato Usa, citato dall’agenzia russa Tass. “Per questo motivo stiamo riducendo al minimo il nostro personale”. Sempre più Paesi hanno invitato i propri cittadini in Ucraina ad abbandonare il Paese. Il colloquio di ieri tra il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden e quello della Russia Vladimir Putin è durato appena un’ora.

    Il faccia a faccia che non ha prodotto “alcun cambiamento fondamentale nella dinamica” che “si osserva da alcune settimane”. Biden ha detto a Putin che gli Stati Uniti “restano impegnati alla diplomazia ma sono pronti, con gli alleati e i partner, anche ad altri scenari”, fa sapere la Casa Bianca. Biden “è stato chiaro” e ha detto al presidente russo che se la Russia dovesse invadere l’Ucraina gli Stati Uniti e gli alleati risponderanno in modo “deciso” e imporranno “costi severi” a Mosca. Solo l’altro giorno Biden aveva invitato tutti i cittadini statunitensi in Ucraina ad abbandonare il Paese.

    Alcuni media internazionali individuano intorno al 16 febbraio la data in cui potranno cominciare le operazioni militari. Ma Mosca nega. Dopo il colloquio tra i due leader, il consigliere per la politica estera del Cremlino, Yury Ushakov, ha parlato di “picco di isteria” americana. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha assicurato che Mosca non ha intensione di passare all’offensiva. Sul colloquio tra il presidente americano Joe Biden e quello russo Vladimir Putin, il Cremlino ha detto che i due leader “si sono detti d’accordo nel proseguire il dialogo a tutti i livelli”.

    Venti di guerra in Ucraina, colloquio Putin-Biden: Washington minaccia “costi severi” in caso di invasione.
    “Americani, lasciate subito l’Ucraina”, l’allarme di Biden: il presidente USA evoca la “Guerra Mondiale”.
    “Siamo pronti, qualunque cosa accada”, ha comunque detto in seguito alla telefonata Biden. Il segretario di Stato americano Antony Blinken ha definito la risposta a un’eventuale invasione “rapida, unita e pesante”. Ha invitato Mosca alla de-escalation. Blinken ha inoltre assicurato che un nucleo del personale dell’ambasciata resterà nel Paese nonostante l’evacuazione della maggior parte degli addetti. Washington ha negato che un suo sottomarino sia stato intercettato in acque russe.

    Il Presidente ucraino Volodymyr Zelensy ha intanto assistito ad alcune esercitazioni e addestramenti delle forze ucraine nel Kherson, a 30 chilometri dalla Crimea occupata dalla Russia. “Le soprese possono accadere in qualsiasi momento”, ha detto il Presidente parlando con i giornalisti. Ha lanciato comunque un nuovo appello, contro la disinformazione e contro il panico scatenato dall’allarmismo. Già nelle scorse settimane aveva lamentato di come l’Ucraina venisse raccontata come un Paese già in guerra. Le maggiori compagnie assicurative britanniche ha informazto tutti i propietari di aeromobili mondiali che entro 48 ore cesserà la copertura assicurativa per i velivoli in Ucraina. Kiev intanto ha smentito, tramite il portavoce del Servizio di frontiera, un presunto divieto all’ingresso dei russi nel Paese.

    [È già da tempo che il diagramma della conflittualità intrapsichica e intersoggettiva delle masse occidentali segnalava una brusca impennata e la de-politicizzazione raggiungeva livelli di guardia. La forma-poesia e i suoi linguaggi in Italia restavano, nel frattempo, segnatamente lirici e soggettivi evidenziando una inidoneità e incapacità di comprendere e farsi carico delle crisi e dei conflitti del nostro tempo: uno pseudo postsperimentalismo e uno pseudo orfismo unito a un pseudo adamismo agrituristico hanno invaso e depauperato il linguaggio poetico di questi ultimi decenni al picco del quale c’è il baratro della stupidità]

  2. La poesia inattuale. Intervista a Gilda Policastro
    By Paolo Melissi

    https://www.satisfiction.eu/la-poesia-inattuale-intervista-a-gilda-policastro/

    Vista: Se osservi, sei nell’evento e / se cambiano le cose le ripeti, : cosa osserva la poesia Inattuale?

    Il contemporaneo, che come per Agamben è qualcosa di anticipatorio o di dissonante, che spicca dall’immediato in cui si vive e che al contempo vi è completamente immerso. Inattuali sono delle circostanze epifaniche in cui la parola viene a staccarsi dal flusso dell’indifferenziato e diventa significante, ma si tratta di pseudosentenze, di testimonianze dell’irrilevanza e della dispersione, di impressioni e valutazioni frammentate che nel nostro presente si sono sostituite, in poesia, alla pretesa gnomica o veritativa.

    Tatto: La poetica dell’oggetto / non ti persuade / più: il rubinetto / perde occasioni di continuità / nella goccia transeunte: quali oggetti elimineresti dalla poesia contemporanea?

    Tutto ciò che ha a che fare con un orizzonte di assoluti e di emotività tanto effusa quanto impraticabile: è quello che trovo di più inattuale nel contemporaneo, ma qui non nel senso di Nietzsche o di Agamben, bensì della persistenza di un orizzonte di senso superato dalla prova del vero già dai tempi di Leopardi (la cui poesia non vive di assoluti ma di disillusioni e disincanto).

    Udito: Ssst, e zitti, coglioni! / la poesia va ascoltata in silenzio: che suono fa la tua poesia?

    È un bisbidis, come dico citando Sanguineti (ma, per suo tramite, una “frottola” trecentesca) nella stessa poesia da cui prendi il verso, la n. 3 delle Inattuali: un brusio di fondo da cui si staglia a un certo punto quella che ho definito prima la pseudosentenza. Le Inattuali sono un modo per mettersi in ascolto di quanto succede intorno a noi in presa diretta, non attraverso il filtro delle buone maniere poetiche o delle assurdamente resistenti infiorettature bellettriste. Un invito all’ascolto, e una speranza nella possibilità di rinnovamento delle forme: la poesia come l’abbiamo conosciuta fino al Novecento, è stata archiviata dallo stesso Novecento.

    Odorato: fiori crisantemi, violacciocche, / gelsomino notturno, digitale – / power people have the flowers: che odore avrebbero i tuoi versi se fossero fiori?

    Nelle poesie fino alle Inattuali dominava il crisantemo, in effetti, e un sentore di cappella e finitudine. Nella poesia più recente c’è odore di ipercontemporaneo, quindi nessuno o molti odori mischiati e odori non precisamente di fiore: l’odore, piuttosto, che fanno i fiori sui desktop o sui display dei telefoni, il ricordo o l’impressione di un odore, mai la sua sdilinquita percezione (o, se mai, l’appercezione).

    Gusto: lo smembrano / in parti piccole e diseguali, poi nel silenzio / domandandosi se tu, per fame, / ti nutriresti / di carni umane (esistono / anche i cannibali, LM), : che sapore hanno i versi degli umani?

    Un sapore composito, la poesia è una frittata di cose osservate e inventate, di versi come onomatopee o istantanee e di reverse come soluzione o adattamento percettivo. La vita degli umani è mossa e la poesia, come la fotografia, può fermarne un attimo, un frame. Un sapore indefinibile come il retrogusto piccante di una spezia, quello che mancava, nel migliore dei casi, non quello che ti aspetti o che già sai da una poesia millenaria. Tramontata è la luna e tramontate sono le stelle: era anche ora, no?

  3. MARLIN

    Ci sono missili che fanno la spesa al supermercato
    Comprano nature morte senza copyright.

    E intanto che nel nervo X si elencano le sinapsi da bloccare
    Bartolomeo Colleoni segna un punto nella partita a golf

    Ma forse non c’è stato e dunque il fegato chiude il coledoco
    dopo la pestilenza , subito dopo Pasqua, oppure prima della Lotteria

    Anche ora che la minaccia sembra sepolta
    I contromissili di questa parte mostrano grossi sigari dalle ogive.

    Ci sarà come trovare aria pura negli intestini
    Penetrare da qualche altra parte e respirare nel duodeno.

    Nell’attesa che il pancreas blocchi il dotto
    Una gru parla in Televisione di una foglia
    Che si secca di scendere giù dall’ albero.

    Rallegra un Marlin con la testata bionda
    Più della moglie appena uscita dal parrucchiere

    (Francesco Paolo Intini)

  4. sempre, fate piano

    ma anche (da “Non come vita):

    Gli altri sono:
    mangiare il panino a morsi,
    gridare al telefono e
    sputare
    mentre lo fanno

    quel “mentre lo fanno” è una particella, nel discorso, che appartiene a una voce fuori-campo, tra le diverse che partecipano al flusso. Voce che, spesso, nelle personalità che accorrono scrivendo, sembra nata apposta per
    puntualizzare, alleggerire; e se ce l’hai, quella voce (è neutra, impersonale) puoi dirti fortunato: leva, ti leva, dall’immedesimarti nella finzione poetica.
    Se ne trovano molte anche qui, nelle poesie “Inattuali”, che a me sembrano fiori, per l’appunto; perché non amo le scritture fluenti, ché già a guardarle, in lunghezza e larghezza, a volte mi scoraggio. Io per questo preferisco la frammentazione, che in p,kitchen significa punto e inizio daccapo; proprio volendo, perché si può essere anche più brevi – poi uno pensa, compri il libro e sono solo frammenti, non ti sei sforzato, non tenti neppure il o un discorso…

  5. “Scrivere, significa ritrarsi…dalla scrittura. Arenarsi lontano dal proprio linguaggio, emanciparsi o sconcertarlo, lasciarlo procedere solo e privo di ogni scorta. Lasciare la parola… lasciarla parlare da sola, il che essa può fare solo nello scritto” (Derrida).

    Il soggetto si scopre in una situazione di irriducibile secondarietà, di espropriazione radicale rispetto al luogo del linguaggio il quale, una volta posto, è sempre assente. Rispetto alla tradizione il soggetto poetico si scopre essere sempre in un luogo de-localizzato, lateralizzato.

    La decostruzione della tradizione che la nuova poesia mette in atto non vuole semplicemente svelare dietro alla storia del senso l’operare silente di una traccia rimossa, non è un’operazione che ha come fine quello di porre il problema della différance, è esattamente il contrario: è porre il problema della différance dalla tradizione, è l’evocarla e il mettersi sulle sue tracce che ha il proprio fine; la de-costruzione della tradizione è intesa come ethos che sospende i significati ossificati per non frequentarli in modo irriflesso. La torsione diventa ripescaggio di frasari del registro convenzionale. L’opera poietica torna così ad abitare il suo «luogo proprio», torna a parlare del luogo che conosce a menadito, con le persone, i sosia, gli avatar, le maschere, «proprie» e allotrie.

    … per Derrida la figura del poeta, l’”uomo della parola e della scrittura” per eccellenza. Egli è al tempo stesso il soggetto del libro, la sua sostanza e il suo padrone, e il suo oggetto, suo servitore e tema. Mentre il libro è articolato dalla voce del poeta, il poeta si trova ad essere modificato e letteralmente generato dallo stesso poema di egli cui è il padre, ma che producendosi si spezza e si piega su se stesso, diventando soggetto in sé e per sé: “la scrittura si scrive, ma insieme si immerge nella propria rappresentazione”. In questa situazione, l’unica esperienza di libertà a cui il poeta può accedere, la sua “saggezza” consiste tutta nell’attraversare la sua passione, ovvero nel “tradurre in autonomia l’obbedienza alla legge della parola”, nel non lasciarsi sopraffare, abbassare a semplice servitore del libro.

    L’unica forma di libertà a cui può accedere un uomo che appartiene radicalmente, visceralmente ad un tradizione linguistica, sarà allora quella che passa attraverso il riconoscimento dell’essenzialità, della costitutività dei propri legami; tale “identificazione” però, per essere emancipante, non può implicare la chiusura, la semplice delimitazione di uno spazio a cui si deve appartenere in maniera esclusiva, quanto piuttosto costituire l’esperienza di un radicamento ad un “laggiù”, ad un “oltre-memoria”, ad un altrove che non è solo un passato assoluto, che è già da sempre stato (e non è una semplice forma modificata del presente, un presente-passato), irrimediabilmente perduto, ma anche l’apertura della possibilità di un’ avventura a-venire, di una traversata dei segni sempre lontana da qualsiasi forma di prossimità e vicinanza, da qualsiasi viaggio dalla meta prestabilita e sicura.

    Il fatto che la scrittura sia radicalmente seconda, ripetizione della lettera, e non voce originaria che accade in prossimità del senso, occultamento dell’origine più che suo svelamento, innesta costitutivamente nella sua struttura di significazione la differenza, la negatività e la morte; d’altra parte solo quest’assenza apre lo spazio alla libertà del poeta, alla possibilità di un’operazione di inscrizione e di interrogazione che deve “assumere le parole su di sé” e affidarsi al movimento delle tracce, trasformandolo “nell’uomo che scruta perché non si riesce più ad udire la voce nell’immediata vicinanza del giardino”. Perduta la speranza di un’esperienza immediata della verità, il poeta si deve affidare al lavoro “fuori del giardino”, alla traversata infinita in un deserto senza strade prefissate, senza un fine prestabilito, la cui unica eventualità è la possibilità di scorgere miraggi. Partecipe di un movimento animato da un assenza, il poeta non solo si troverà così a scrivere in un’assenza, ma a diventare soggetto all’assenza, che “tenta di produrre se stessa nel libro e si perde dicendosi; essa sa di perdersi e di essere perduta e in questa misura resta intatta e inaccessibile”. Assenza di luogo quindi, e, soprattutto, assenza dello scrittore:

  6. Indicherei, anche in questi dispositivi poetici di Gilda Policastro, fondati sul non dichiarato ma evidente «montaggio», accanto alle altre cifre che emergono in tutta la loro nitidezza dalla lettura del mini-saggio di Giorgio Linguaglossa, la serendipità, tipica cifra estetica della poesia in stile kitchen. Nella sua poetica serendipica Gilda Policastro cerca qualcosa, o nulla cerca, e ne trova o ne scopre un’altra.
    Riproponendo alcune meditazioni già rese note in un mio precedente commento ribadirei che la serendipità non è soltanto una sensazione, non è una semplice sensazione. Lo si deduce da uno scritto (che qui in parte riporto, ma non ne ricordo l’autore/autrice) nel quale è possibile un processo di chiarificazione, da un lato, e di allargamento di conoscenze, dall’altro, in virtù della serendipità e dei suoi sviluppi nel corso della storia delle arti, della letteratura e soprattutto nel campo tecnologico-scientifico:
    “[…]La serendipità è diventata parte integrante della ricerca scientifica, oltre che della vita di tutti i giorni. Infatti, molto spesso le scoperte più importanti avvengono mentre si cerca altro: Colombo che scopre l’America cercando le Indie, le sorelle Tatin che inventano l’omonima torta dimenticando di inserire nel forno l’impasto di base della crostata di mele, l’astronomo Herschel che cerca comete e trova il pianeta Urano, la Pfizer che – invece di una cura contro l’angina pectoris – inventa il Viagra…”
    Insomma, se anche i poeti o i filosofi sapessero già che cosa cercare, non avrebbero più bisogno di cercarlo…
    Basterebbe per tutti loro trovare conferme nel già esistente, (come per anni è stato nella pseudo poesia italiana e anche europea, da Carducci, Pascoli e D’Annunzio ai giorni nostri, con talune eccezioni come quella montaliana, segnatamente nel passaggio dal simbolismo al modernismo, accanto a figure come Eliot, Pound, per la poesia, Proust, Woolf, Joyce, Svevo, Pirandello e anche Gadda, per la prosa ).
    E’ un fatto che decisamente si differenzia rispetto all’opportunità anche fortunata di ottenere una nuova “scoperta” basandosi sull’intuizione, sulla immaginazione, ma anche sulla disciplina, sul confronto con altre esperienze letterario-poetiche.
    O, appunto, sulla serendipità.
    Propongo, da Storie di una pallottola e della gallina Nanin di prossima pubblicazione, Storia di una pallottola n. 15

    Gino Rago

    n.15
    All’Ufficio Affari Riservate di Via Pietro Giordani
    intercettano questa conversazione:
    «Psst! Ehi! Ahò! Oh! Hum! Ouf…Eh! Toh! Puah! Ahia!
    Ouch! Ellallà! Pffui! No!? Boh! Sì! Beh!? Cacchio!
    Mizzica! Urca!? Ma va!! Che?!! Azz!!… Te possino!!
    Ma no!?. Vabbé!?. Bravo!!
    Ma sì…».

    Ennio Flaiano litiga con il marziano di Roma.
    È che le parole scappano, se la danno a gambe, finiscono
    dietro un cespuglio di Circonvallazione Clodia dove un signore sta facendo pipì
    e poi corrono fino al Pincio dove assistono al funerale
    della Signora chiamata poesia.

    Il critico letterario Linguaglossa convoca d’urgenza
    una conferenza stampa, dice:
    «Adesso basta con questa storia della pallottola e del visconte dimezzato!
    Mettiamo in una busta di plastica Italo Calvino
    e tutta la letteratura
    degli ultimi cinquanta anni!».

    Che è che non è,
    una pallottola entra nell’appartamento di Marie Laure Colasson.
    Litiga con un acrilico attaccato alla parete.
    Gli oggetti discutono.
    Il manico della scopa litiga con lo scolapasta, la bottiglia di Bourbon
    con il cavaturaccioli.
    Le voci sono quelle della caffettiera, del manichino,
    del marziano di cartapesta, del visconte dimezzato, dell’abat-jour,
    del cappello Borsalino che esce dal film con Alain Delon e Belmondò
    e si piazza sulla testa di Umberto Eco
    mentre scrive il finale del romanzo Il nome della rosa.
    C’è anche il poeta di Milano che dirige il giornale “La Padania letteraria”
    il quale sorseggia un crodino al bar.

    Ennio Flaiano vuole girare un film con la ex sindaca di Roma in giarrettiera e con Marcello Mastoianni, Anita Ekberg
    e la Santanchè in mutande di chiffon.
    C’è anche un figuro con la mascherina tricolore!
    Entra Ewa Tagher con lo scudiscio.
    Dice:
    « Devo ammaestrare i poeti di Milano, sono peggio delle tigri
    e dei leoni del Circo Togni…».

    Madame Colasson invia un sms al Commissariato della Garbatella:
    «Intervenite! Urgente! Ci sono i marziani!
    Stanno facendo a pezzi la poesia!».
    *

  7. Una questione di abiti. Da sera, da giorno, da aperitivo. Invertiti a piacere.

    Che sonnolenza! Esattamente
    gli acrobati del circo cadevano come mosche.

    Una forza di gravità devastante. Le armi attratte dai proiettili, le portaerei dalle coste.

    Gli hai davvero colti i fiori? Non hai arti, non hai monconi, non hai protesi.

    Un sorriso di fotosintesi. Le barche sono vuote, i continenti sono vuoti. L’alfabeto dei segni.

    Sulle autostrade, negli otto dei viadotti con una macchina ad elettrica. Start e poi a tavoletta.

  8. “una poesia corre sempre il rischio di non avere senso e non avrebbe alcun valore senza questo rischio”, scrive Derrida; la scrittura procede così, a zig zag: un passo in avanti e uno all’indietro, si tratta di due forze che frenano, immobilizzano il soggetto… e allora l’unica soluzione è andare per frammenti, per lapsus, per improvvisazioni… che non devono apparire in quanto tali ma come necessitate, come accade di frequente nel discorso della Policastro, e ciò non accade in virtù di una semplice opzione stilistica o per dichiarare uno scacco o uno smacco, ma perché solo questa può essere la forma di un movimento che insegue qualcosa che proviene da un’assenza, da una rottura, da un vuoto di scrittura…

    Oggi le forme poetiche e narrative sono tutte beatamente compresenti, vivono beate le une accanto alle altre, non c’è attrito tra di esse ma indifferenza, collateralità, i termini che fino gli anni settanta del novecento indicavano i confini dei conflitti tra forme poetiche e narrative, vengono oggi riusati per galleggiare, il déjà-vu è già in sé una poetica e anche il bisbidis e le poesie sul mare di Posillipo. La partita dell’oltranza non si pone più se non come stereotipo, si ripropongono modelli e pseudo-modelli in quanto non si gioca più alcuna partita all’interno della letteratura ma all’esterno: i media, i luoghi recensori e attributori di status symbol. Prevalgono un atteggiamento e una sensibilità velleitarie e kitsch, i guasti prodotti dalla Ipermodernità sono quelli che marcano la differenza di regime tra la storia e la storialità della situazione attuale. Dinanzi a questa situazione non c’è altro da fare che sottrarsi con tutte le proprie forze al dilemma di una letteratura del gelo e del disgelo, dell’impegno e del disimpegno, siamo tutti compromessi in questo disgelo compromissorio che in sé è già una ideologia: l’ideologia del grigio e del prendi tre e paghi uno.

  9. Qui, bar della nazione.

    Alcune stalagmiti si sono innalzate; per diffondere,
    così dicono, libri che trattano di aeronautica.

    LMT

  10. milaure colasson

    8.

    Roulement de tambour dans une pluie tropicale
    Un envol cinématographique Orson Wells denude à cinq heures du matin
    Rita Hayworth dans son lit

    Comparaison confusion entre un mort et un vivant
    Charlotte enfourche son Harley Davidson s‘échappe

    Les oiseaux flèches d’un ciel aquatique
    revêtent leurs combinaisons spatiales pour affronter
    les astres et les désastres

    “Fleurs de nénuphars” dans la poitrine
    Zaza enfile des vérités comme des perles

    Droguée de Sporanox Sœur Candida de la perversion
    bas à résille la nuit fait le tapin rue de la Gaité

    L‘astrophysicien observe au telescope les couleurs des ombres
    Se gratte le crane à rythme cadencé selon les heures

    Rimbaud et Barbara voyagent à travers les océans
    “vont à la plage et font beaucoup d‘enfants”

    Envolées des violons Méditation de Massenet
    Charlotte grimpe sur una échelle avec con Harley Davidson

    Miss vitamins A B C D E quatre-vingt milliards de probiotiques
    se transforme en poupée gonflable pour des plaisirs dissimulés

    *

    Rullio di tamburo in una pioggia tropicale
    un volo cinematografico Orson Welles spoglia alle cinque del mattino
    Rita Hayworth nel suo letto

    Comparazione confusione tra un morto e un vivo
    Charlotte cavalca la sua Harley Davidson e scappa

    Gli uccelli frecce di un cielo acquatico
    indossano le loro tute spaziali per affrontare
    gli astri e i disastri

    “Fleurs de nénuphars” nel petto
    Zaza infila delle verità come delle perle

    Imbottita di Sporanox sorella Candida della perversione
    calze a rete la notte batte il marciapiede in rue de la Gaité

    L’astrofisico osserva al telescopio i colori delle ombre
    si gratta il cranio a ritmo cadenzato a secondo delle ore

    Rimbaud e Barbara viaggiano attraverso gli oceani
    “vanno in spiaggia e fanno molti figli”

    Slancio di violini la Meditazione di Massenet
    Charlotte si arrampica su una scala con la sua Harley Davidson

    Miss Vitamine A B C D E ottanta miliardi di probiotici
    si trasforma in bambola gonfiabile per dei piaceri dissimulati

  11. milaure colasson

    Gilda Policastro, Inattuali, Transeuropa, 2016 pp. 42 €8, Lettura di Giorgio Linguaglossa, flusso vocabologico anfibologico e virtuosistico che locupleta preziosismi linguistici trattati come relitti poetici e lacerti cafoneschi,  Siamo giunti alla completa de-politicizzazione del politico e alla completa de-politicizzazione della vita privata, le pratiche artistiche si sono ridotte ad apparato decorativo e di intrattenimento delle occupazioni serie, quelle rette dal plusvalore e dalla valorizzazione del capitale. I conflitti politici si sono de-politicizzati, così come i conflitti estetici, ed il valore trasformativo del conflitto si è mutato in contro-valore, in conflitto controllato, autoregolamentato. Ad una poiesis critica oggi non resta che porsi nel turning point dei conflitti


    Sull’odierna condizione di sommergibilismo della poiesis

    La neoavanguardia italiana ed europea degli anni sessanta nasce in un momento congiunturale dell’economia italiana ed europea in forte crescita, ed è favorita da due fattori: il boom economico e la crisi del marxismo ortodosso, nelle condizioni del quadro politico italiano ed europeo degli anni sessanta. C’è stata sì la modernizzazione economica e sociale durante gli anni cinquanta ma non la modernizzazione delle istituzioni. Un ritardo politico, dunque. Ma il fattore determinante è stato il boom economico, tal che sarebbe impensabile pensare alla neoavanguardia senza lo sviluppo economico che la supportava. Per altro verso, il mercato e il capitalismo necessitavano una modernizzazione dei linguaggi narrativi, per questo utilizza attraverso i suoi strumenti (la pubblicità, il marketing, la moda, la canzonetta, la televisione di massa e, perché no, anche la letteratura, etc.) anche la strategia innovativa della neoavanguardia per i propri fini; per questo obiettivo era necessario allargare il mercato, allargare le maglie dei governi di centro-destra, spostare l’asse politico del paese verso il centrosinistra, in una parola: modernizzare e stabilizzare il quadro politico del paese.
    Questo fu il quadro delle avanguardie europee degli anni sessanta (Italia: neoavanguardia, Francia: Tel quel e Germania: Gruppo 47).

    Oggi il quadro economico e politico europeo e italiano è lontanissimo dalla situazione tratteggiata degli anni Sessanta. In una situazione economica e geopolitica di stagflazione come quella attuale è semplicemente impensabile un ripristino delle parole d’ordine delle avanguardie europee degli anni sessanta in mancanza del Fattore Fondamentale: Una neoavanguardia è possibile soltanto in un momento di forte espansione economica e di una spinta ideologica propulsiva e progressista. Oggi la situazione macro economica e geopolitica non consente neppure di fantasticare la possibilità di una NUOVA AVANGUARDIA, e non consente nemmeno di parlare di una nuova Retroguardia, dato che stiamo già tutti qui, uniti tutti insieme in una zona di GUADO, ovvero, di Retroguardia Generalizzata.
    Per questi motivi guardo con favore all’operazione poetica di Gilda Policastro, c’è contezza della situazione di normografia stabilizzata in cui versa la poesia italiana da vari decenni, la Policastro tenta un ripescaggio del bisbidis sanguinetiano adattato nelle nuove condizioni di stagflazione poetica di oggi.

    Più volte, nei dibattiti di questa Testata si è fatto cenno in modo ricorrente che oggi è possibile soltanto una condizione sottomarina, da fondale submarino, a bordo di sommergibili. Accettare la nostra condizione di apnea, di Ombra, di sommergibilismo non equivale ad una resa, tutt’altro. La poiesis nel mondo odierno, può trovare luogo soltanto entro le coordinate di una poetica, come dice Linguaglossa, «celibe», una poetica di nicchia agguerrita. Che non vuol dire affatto una condizione di resa, di rinuncia, di scetticismo; adotto la dizione di Roberto Bertoldo: siamo in una condizione di «NULLISMO ONTOLOGICO ma non assiologico», quale base per la riformulazione e il riposizionamento dei linguaggi narrativi e poetici.

    Del resto, il motto in exergo della nostra testata è quanto mai eloquente:

    «L’uomo abita l’ombra delle parole, la giostra dell’ombra delle parole. Un “animale metafisico” lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l’ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l’uomo legge l’universo».

  12. Gli scrittori sono i postini delle Poste assunti con contratti a tempo determinato. I pittori anch’essi sono degli imbrattatele, facinorosi fabbricanti di orrendi manufatti che chiamano installazioni. I giornalisti sono i più utili, sono pagati per servire il padrone di turno e, a quanto mi risulta, lo fanno per bene. I critici sono assunti a tempo determinato per degli effetti determinati: sfornano belletti per transgender e crossdresser in passerella. I poeti, in ultimo, sono gli addetti alle pulizie dei lavabo e dei servizi igienici. E c’è una gran ressa là fuori per entrare. Per capire il mondo attuale non abbiamo più bisogno della poesia, l’arte che si fa oggi in Europa è simile al dolcificante che si mette nel veleno, in dosi omeopatiche o macropatiche, a seconda dei punti di vista.
    È verosimile che dopo le avanguardie storiche non ci saranno più avanguardie, né retroguardie, le rivoluzioni artistiche e non, non si faranno né in marsina né in canottiera. Non si faranno affatto.

    Parlare di ontologia dopo la bancarotta dell’ontologia è un controsenso?, ma qui si parla di una critica dell’ontologia non della sua apologia, dell’ontologia di ciò che non si dice dicendo soltanto quel che si può dire.
    Ci sono dei pensieri che hanno una carica elettrica, uno di questi è il pensiero dell’essere, «concetto omnibus», diceva Ortega y Gasset negli anni trenta rivolgendosi ad Heidegger… ma proviamo a scendere dall’omnibus e a camminare sui pensieri come su cocci aguzzi di bottiglia, proviamo a gettare uno sguardo al di là della cornice dell’essere: si troverà sempre l’essere. L’essere di cui non abbiamo che una vaghissima cognizione, è una idea confusa e smarrita.
    Una nuova «critica della ragione poetica» richiede la circoscrizione di una «nuova topologia del poetico».

    Un mio lontano zio siciliano fu spedito dal regime fascista di Mussolini nel 1941 in Francia a fare la guerra in quel paese. Dopo qualche mese lo zio scrisse una cartolina alla sua fidanzata, c’era scritto: «La guerra è finita, torno presto». L’anno seguente fu spedito in Russia in qualità di porta ordini motociclista, attraversava centinaia di chilometri di steppa coperta di neve in motocicletta per portare gli ordini da un punto all’altro dell’immenso fronte russo dove erano dislocate le truppe italiane. Dalla Russia scrive un’altra cartolina con dei fiori stampati e, sotto, la scritta: «Ciao Marina, ho pensato ti possano interessare». Lo zio non tornò più.

    Sono passati ottanta anni e più da quelle parole, ormai si sono perse le tracce di quelle cartoline, le persone che le hanno scritte e le hanno ricevute sono morte, il mondo è cambiato, ci siamo dimenticati anche i volti di quelle persone, sono rimaste soltanto quelle parole, quelle scritte sulle due cartoline impresse nella mia memoria.
    Le frasi di quelle due cartoline sono entrate, misteriosamente, in due mie poesie. Chi l’avrebbe potuto prevedere? Esse sono lì, disperse e anonime, sono diventate parte di un altro organismo, un organismo fatto di lettere alfabetiche, di segni invalicabili. Così si costruisce una poesia: con dei frammenti perduti e ripescati miracolosamente dalla volubilità della memoria o dalla casualità del ritrovamento che tenta di restituire un senso purchessia a ciò che è accaduto. La poesia non ha altra funzione che questo, di ricomporre i frammenti distassici della storia.

    «Orizzonte eventico» è la dizione esatta: se c’è «orizzonte eventico» c’è poesia. Se c’è una cosa da cui la poesia si sottrae con vigore, quella è la parola asservita agli interessi di parte e umiliata ad essere mezzana, arlecchino. La poesia arlecchinesca, la parola «zambracca» è quella che viene utilizzata per gli scopi della comunicazione del politico. La parola della poesia non può essere «mezzana» di alcunché, pena la sua ricaduta nell’ammutolimento e nella sterilità. In assenza di una teoria ermeneutica, ci affidiamo alla cura di una pratica, ad una lettura che riabiliti l’ontologia del quotidiano; l’interrogazione che la poesia pone in essere è un facere, si dà nel tempo e si rinnova ad ogni ascolto. L’ente è muto e si risveglia ad opera dell’interrogazione che lo ri-chiama ad essere, dalla invisibilità alla visibilità. La poesia è uno Zeit-Raum, uno spazio-tempo dove confluiscono una molteplicità di spazi e di tempi.

  13. Tra le pezze, nel pre-conscio.

    Meccanico celeste (maionese, datteri).
    Paradiso ore cinque. Cascata di diamanti.

    Un posto al sole.

    La morale in ghingheri. Bella ragazza.
    Fumo nei polmoni. Agatha Christie.

    Hunphrey Bogart col mal di testa.
    Ma passiamo oltre.

    LMT

  14. caro Lucio

    i tuoi esperimenti di instant poetry portano al limite il tuo linguaggio del limite ad una situazione limite in grado forse di darci qualche segno, qualche storta sillaba intorno alla nostra contemporaneità, qualche osso di seppia o di coccodrillo, ci indicano che non c’è limite al limite e che il limite delle parole è una illusione, che le parole sono atti di illusionismo, sono illusorie, né più né meno… a furia di sottrarre sei arrivato alla impossibilità o quasi di procedere ancora per sottrazione… in questo procedere per sottrazione e all’indietro tu giungi ad una situazione limite, ad un protolinguaggio che precede il linguaggio, che è un limite interno al linguaggio … ma non hai via di uscita: oscilli tra un protolinguaggio e il linguaggio…
    Non c’è verso di dire il vero sul vero. Nel luogo del Grande Altro, nel campo del Simbolico, non posso trovare le risposte che cerco sulla verità del mio essere e dell’essere delle cose come stanno, ciò comporta il fatto che la verità non è qualcosa che il soggetto può possedere, essa si identifica come effetto della simbolizzazione, effetto di un effetto.
    Ergo, non esiste il vero del vero, cioè che il luogo del Grande Altro è sprovvisto della verità che concerne il soggetto.

  15. rita casale

    Ho letto con attenzione i versi di Gilda Policastroe devo dire che non mi entusiasmano affatto. Preferisco i versi di Anna Ventura che purtroppo ci ha lasciati. E insieme ai versi di Anna quelli di Helle Busacca. Ma con questa anche siamo su un piano decisamente superiore. Grazie – Rita Casale

  16. antonio sagredo

    A TUTTI I GIOVANI POETI E POETESSE

    ——————————————————-

    Non voglio mai leggere nulla.
    Libri?
    Che sono i libri?

    Io un tempo pensavo:
    i libri si fanno così:
    arriva il poeta,
    lievemente disserra le labbra
    e d’improvviso si mette a cantare il sempliciotto ispirato.

    Prego!

    Ma risulta che prima
    che cominci a cantarsi,
    (i poeti camminano a lungo incalliti dal vagabondare),
    dolcemente sguazza nella melma del cuore
    la stupida tinca dell’immaginazione.

    V. Majakovskij
    (1914-15)
    ——————————————————————-

  17. Comunico che il sito è stato attaccato da un hacker, in particolare l’hacker si è infiltrato tra i commenti. Do oggi stesso mandato alla Polizia Postale di svolgere gli accertamenti d’ufficio per individuare l’autore di questo danneggiamento. Cmq il sito continua a svolgere le sue normali funzioni.

    Il concetto di trash come categoria estetica si pone consapevolmente come base dei tre livelli di cultura: cultura alta, cultura bassa e kitsch.

    Il kitsch è stato storicamente un effetto collaterale della poetica modernista. Il modernismo valorizza l’avanguardia e non affida più all’arte la conferma della tradizione ma è impegnata nella scoperta di nuovi orizzonti. Soricamente il trash è stato considerato come elemento della cultura di massa, un prodotto dell’industria culturale, in quanto attribuisce alla cultura tradizionale la genuinità delle sue radici.

    Il trash si colloca come comune denominatore di tutte le attività artistiche dell’avanguardia. Oggi il mondo èrappresentabile con due modelli sovrapponibili: uno è dato dalla rete telematica della comunicazione, l’altro dalla discarica (trash) formata da elementi materiali e culturali potenzialmente disponibili e riutilizzabili in quanto non sono degradabili oltre alla loro natura. Nella rete telematica si trova quindi di tutto senza distinzione fra utile e inutili, bello e brutto, ecc. Anche per il trash l’elemento caratterizzante resta il contenuto e vale anche qui il fatto che qualcosa venga apprezzato perché nuovo o di tendenza, e successivamente venga sorpassato. Un caso a parte riguarda la pornografia, la quale non è trash in senso letterale ma prodotto per un mercato.

    Caratteristica storica del trash è che viene ad un tempo riabilitato e disprezzato. Il trash è sempre materia riabilitata e riconsiderata: ciò che è nuovo è lo status conferito dai fruitori. In tal senso il termine “cult” è significativo come segnale di un primo grado di apprezzamento.
    Vi è poi la “trash art”, che consiste in opere d’arte realizzate con materiali raccolti dagli artisti nei depositi di rifiuti. Essa si fonda sul mantenimento dello status di spazzatura oppure può riciclare il materiale trascendendone quindi l’origine.

    • DAL KITSCH AL TRASH

      Secondo Susan Sontag il camp è una sensibilità più che una poetica, che predilige l’artificio, l’innaturale, l’eccesso, la mancanza di serietà, il gioco, il fun, ma, secondo la studiosa il camp sarebbe il contrario del trash: il camp è uno snobismo della modernità e dà scarsa rilevanza ai contenuti,il trash invece è un effetto collaterale della riabilitazione del kitsch ed è veicolato dalla moda, il prodotto trash però risulta ripugnante al senso comune ma è vero che per raggiungere un grado alto di ripugnanza è comunque necessaria un’abilità, una techne e in fin dei conti la moda, che coltiva il trash e il kitsch, ha tutto l’interesse a riabilitare il trash per confezionare nuove merci e metterle sul mercato come un supervalore che consente un maggior profitto. Trash e techne vanno quindi a braccetto, oggi il trash ha in sé, per merito della moda, il brand della bellezza e della trasgressione, il trash, dopotutto, si può definire anche come capacità di adeguarsi alla finalità dell’opera, che è quella di essere e di apparire di cattivo gusto, il quale è per l’appunto il sostrato, ciò che sta alla base del kitsch e del trash. Nell’ipermoderno il trash viene percepito e giudicato dall’alto come spread e cattivo gusto da chi lo disprezza, ma può anche essere giudicato dal basso e considerato in modo positivo per la sua audacia e la sua trasgressione, vi è anche una modalità mediana, in cui quello che è riconosciuto come cattivo gusto, paradossalmente, piace lo stesso, anzi piace appunto in quanto di cattivo gusto. In conclusione possiamo affermare che il trash e il kitsch seguono la tendenza all’abbassamento estremo dei linguaggi, che è una costante dei linguaggi artistici del moderno e trova la sua applicazione nelle poetiche kitchen che effettuano la carnevalizzazione della poiesis tradizionale e dei brand tradizionali. Trash e kitchen mettono in atto la carnevalizzazione e abitano entrambi il carnevale quale luogo più idoneo alla sospensione dei significati e delle convenzioni condivise.

  18. Un esempio di trash ad opera di un poeta ceco di oggi.
    Leggiamo insieme questa poesia di Michal Ajvaz (nato a Praga il 30 ottobre 1949), che fa una poesia sicuramente post-modernista:

    Turisti

    Nell’ultimo appartamento dove ho abitato mi accadeva spesso
    che quando la mattina mi svegliavo
    c’era nella stanza un gruppo di turisti.
    Una giovane guida mostrava ai turisti gli oggetti sulle mensole:
    statuette cinesi, scatoline di tè e palle di vetro,
    presentava loro il contenuto dei miei cassetti,
    prendeva dalla mia libreria delle preziose edizioni e le passava tra il pubblico.
    Spiegava tutto con professionalità.
    I turisti fissavano a bocca aperta le mie stoviglie come se fossero strumenti medievali di tortura
    e fotografavano e toccavano tutto.
    I bambini si rincorrevano per la stanza. Si sentiva:
    “È possibile comprare delle cartoline qui?”
    “Devo fare pipì.”
    “Non toccare, sporcaccione, è cacca!”
    Fortunatamente non si accorgevano quasi di me,
    soltanto di tanto in tanto un anziano turista si sedeva
    sul bordo del letto dove giacevo
    e tirava un sospiro profondo.
    Queste cose mi succedevano continuamente.
    In un altro appartamento con me viveva un cinghiale
    e in un altro ancora di notte passava per la camera da letto un espresso internazionale.
    Presto ci feci l’abitudine ma ancora oggi ricordo
    il terrore della prima notte, quando fui svegliato
    da un baccano infernale e dal turbinio delle luci.
    Peggio era quando di notte mi trovavo in dolce compagnia.
    È vero però che alcune donne erano eccitate all’idea
    e volevano fare l’amore al fragore di quei terribili boati,
    tra gli sciami apocalittici delle scintille.
    Ora che vivo nei boschi e la città
    è per me soltanto una striscia tremolante di luci,
    interrotta da tronchi neri
    che guardo prima di addormentarmi
    su un mucchio di foglie bagnate, so già
    come sia necessario accettare e dare il benvenuto agli intrusi,
    imparare a voler bene agli sciacalli, che si aggirano per la stanza,
    agli animali di grossa taglia che vivono negli armadi, al loro malinconico canto notturno,
    alle sfingi assonnate delle ottomane pomeridiane.
    A chi non è mai successo di toccare con la palma della mano sul fondo dell’armadio
    dietro ai cappotti flosci la pelliccia umidiccia di un animale sconosciuto?
    Nessuno spazio è chiuso.
    Nessuno spazio è solo di nostra proprietà.
    Gli spazi appartengono a mostri e sfingi.
    La cosa migliore per noi è /cuius regio…/
    adattarsi alle loro abitudini, al loro antichissimo ordine
    e comportarci con modestia e in silenzio. Siamo ospiti.
    Comportarsi senza dare nell’occhio, venire a patti con la silenziosa terra.
    I tronchi tribali selvatici
    di quest’autunno passano per gli ingressi.

    (Assassinio all’hotel Intercontinental, 1989, nella traduzione di Antonio Parente)

    • milaure colasson

      Splendida questa poesia di Ajvaz che oscilla tra il trash, il kitsch e il folle e il sovra reale.
      Condivido il parere di Guido Galdini secondo cui la poesia della Policastro dovrebbe essere recitata come testo teatrale, ne guadagnerebbe. A mio parere il testo della Policastro riparte da dietro, dal bisbidis sanguinetiano aggiornato con un mistilinguismo tutto post-postmoderno. Rispetto al precedente suo libro che era ancora legato, nel bene e nel male, alla tradizione post-lirica quest’ultimo ha fatto un deciso salto di qualità e di complessità. Purtroppo la complessità dei registri linguistici della poesia critica trova oggi non buona accoglienza, si preferisce una poesia meno complessificata.
      Ecco una mia recentissima poesia ancora in fase di ultimazione.

      Umwelt fait en 2004, durée 1 h et 6 mn coreografie Maguy Marin
      musique Denis Mariotte pou le Festival Equilibrio 2022

      Panneaux miroir et six personnages
      son musical assourdissant répétitif
      infernal le souffle du vent entre les panneaux

      Fragments du tourbillon de la vie
      une pomme croquée à pleines dents
      un sandwich dévoré
      une serpillière esclave de la propreté
      une defécation de 3 pantalons abaissés
      des lampes électriques qui fouillent le sol
      des fesses de femmes éclairées à cru
      de dos 3 chadors orangés
      des bretelles de salopettes que l’on replace
      des sacs poubelle
      les couronnes du pouvoir
      des chapeaux pour toutes saisons
      des robes insolentes unisexes rouges jaunes blanches
      des disputes des viols
      des actes amoureux sexuels
      des déchets jetés sur scene

      Le tout le peu le rien
      les mâchoires grincent

      *

      Pannelli a specchio e sei personaggi
      suono musicale assordante ripetitivo
      infernale il soffio del vento fra i pannelli

      Frammenti del tourbillon della vita
      una mela morsicata a trentadue denti
      un sandwich divorato
      uno strofinaccio schiavo della pulizia
      una defecazione di 3 pantaloni abbassati
      delle lampade elettriche che frugano il suolo
      delle chiappe di donne illuminate a crudo
      di schiena 3 chador color arancia
      delle bretelle di salopette che si aggiustano
      dei sacchi di immondizia
      le corone del potere
      dei cappelli per tutte le stagioni
      dei vestiti insolenti unisex rossi gialli bianchi
      delle dispute degli stupri
      degli atti amorosi sessuali
      dei rifiuti gettati sulla scena

      Il tutto il poco il niente

  19. A mio modo di vedere, trash sono le parole che arrivano già composte (precotte), orfane di qualsiasi contesto. “Pezze”, ideali per comporre sintagmi dove il nome prevale sul verbo. Di fatto, sono queste le espressioni che ogni poeta aborre (sa di non averle inventate, che sono immondizia, frasi fatte depositate dai media). Effimere, impermanenti, appartengono tuttavia al linguaggio condiviso. Rielaborate (tramite accostamento), sono basi ideali per elaborati pop.

    Per Giorgio: è vero, il protolinguaggio – che precede il linguaggio – comporta che si faccia ogni volta un passo indietro (da probabile silenzio). Il passo indietro serve a creare ponti di comunicazione.

  20. Il modernismo considerava centrale il «tempo», il postmodernismo mette accanto al tempo anche lo spazio, anzi gli spazi e la questione dei linguaggi,

    Il post-postmodernismo

    La performance nel post-postmodernismo ha la sua sede negli spazi non convenzionali con l’arte (strade, città, corpi umani, ecc.), ma anche quando avvengono in spazi convenzionali (musei, ecc.) si presentano come parte dell’evento, per cui l’opera d’arte è la mostra stessa più che gli oggetti che vengono mostrati. I“contenitori” vengono quindi estetizzati. Inoltre, il modernismo era ossessionato dal tempo, mentre il postmodernismo recupera i flussi delle temporalità. Questi flussi invadono gli spazi moltiplicandoli, ed ecco che emerge la realtà virtuale. Non si cerca più la comprensione delle cose, ma tutto diventa illusione, invenzione, performance.

    Anche i mezzi multimediali (radio, televisione, telefono, internet, ecc.) influenzano grandemente le forme narrative e poetiche entrando di pieno diritto in esse. Anche la forma-poesia diventa sempre più performativa ed evenemenziale e l’io viene sostituito con il plurale degli io. Anche il linguaggio viene percepito sempre di più a partire dal protolinguaggio.

    • … di fatto la nuova poesia (autocritica) mette in azione quella che si potrebbe chiamare una strategia della profilassi: la condivisione dialogica dei significati, secondo la quale è l’autore (anonimo) del testo che crea i presupposti della condivisione dialogica, non più la tradizione, il passato, l’ideologia, la chiesa, il circondario dei letterati, i critici etc., e ciò appunto perché non esistono più schemi di precomprensione che legittimano la comprensione e i discorsi si autonomizzano, diventano monadi cieche e impazzite che si autolegittimano, e acquisendo tale legittimità tolgono al lettore o ad un terzo (escluso) la funzione di legittimare il discorso dell’opera poetica. In altre parole, l’opera poietica si auto legittima. E buonanotte ai suonatori. Non c’è altro da dire.

  21. antonio sagredo

    “Per Giorgio: è vero, il protolinguaggio – che precede il linguaggio – comporta che si faccia ogni volta un passo indietro (da probabile silenzio). Il passo indietro serve a creare ponti di comunicazione.” (Mayoor)
    … e in parte è vero… più ci si sottrae e più ci si avvicina alla unità, e per unità intendo la base originaria, primigenia, che prima di creare “ponti di comunicazione” già li contiene tutti…
    la POESIA SI SFALDA come FRAG-MENTAZIONE PER INONDARE TUTTE LE CIVILTA’ E LE CULTURE… IL FRAMMENTO E’ ALLORA LA PROVA CINETICA PROVATA E INCONFUTABILE DELLA POESIA…
    è il frammento che viaggia in ogni dove e tempo, e bisogna considerare l’HAIKU, come una derivazione straordinaria.
    Va bene così, si continua,- e riferisco (COME MIA PERSONALE IPOTESI) che l’ hacker non è altro che un BLOG PREZZOLATO E INVIDIOSO manovrato da gente rozza che si diverte – SENZA SAPERE CHE IL CINISMO è ANCHE UN’ARTE ARISTOCRATICA), ma incapace Di creare se non il proprio vomito nausaeabondo di sterco suino ecc.

  22. Guido Galdini

    Mi pare che questi versi siano pezzi teatrali che reclamano una recitazione urlata, affannata, convulsa, col fiatone. Rispetto alla tranquillità di troppe proposte poetiche (specie femminili) perlomeno ci tengono svegli.

  23. antonio sagredo

    Gentile Galdini,
    se si riferisce ai versi di Majakovskij più su pubblicati da me, si vada ad ascoltare _ “La nuvola in calzoni ” (poema del poeta russo del 1914\15) recitata da Carmelo Bene.
    Ai miei tempi si andava ad ascoltare (-rlo) a teatro o a recitarlo a casa per pochi amici…
    ….adesso dopo aver setacciato per circa 10 anni i giovani poeti e poetesse italiani (per restare da noi) devo con rammarico dire che la poesia giovane e giovanissima fa schifo!!!
    …potrei donare a tutti un elenco lunghissimo di poeti e poetesse (?!) che vivono nell’equivoco di essere davvero poeti…
    basta leggere i cosidetti loro versi per rendersi conto degli strafalcioni e della presunzione che li denota, ma anche quelli che hanno 40\50 anni rientrono
    in questo elenco…
    e devo dire che la poesia “femminile” è di gran lunga superiore….
    basta citare i nomi di :Madonna, Busacca, De Pietro (che si son lasciate dietro la troppo celebrata Alda Merini e compagnia) e altre due o tre poetesse che ora non mi vengono in mente per cancellare tanta poesia maschile e femmiile che sa di marciume cadaverico…
    Linguaglossa è un grande esperto di questa poesia femminile… chidetelo a lui.
    grazie
    as

  24. Guido Galdini

    Scusi Sagredo
    ho sbagliato a non intestare il commento: la mia considerazione era sui versi della Policastro.
    Di Carmelo Bene ho ben presente le sue letture poetiche, che mi sono sempre parse senza rivali.

  25. «Al posto del problema gnoseologico kantiano, come sia possibile la metafisica, compare quella di filosofia della storia, se sia possibile comunque un’esperienza metafisica».1

    Fare una esperienza metafisica è diventato problematico, ci mancano le parole, il condominio linguistico delle parole dell’ipermoderno sono restie e inidonee a introdurci in una esperienza, le parole della poesia moderna ci dicono questo, che le esperienze di cui esse sono le portatrici sono defraudate di linguisticità, appartengono ad un condominio linguistico estraneo ed ostile, le parole di Maria Rosaria Madonna e di Helle Busacca ci dicono questo. Anche le parole di Gilda Policastro ci dicono questo.

    1 T.W. Adorno, Dialettica negativa, Verlag, 1966, trad. it. a cura di Alberto Donolo, 1970, Torino, Einaudi, p. 336.

  26. Metafisica e ontologia trovano nelle parole un cortiletto accogliente, adatto alla meditazione; ma si capisce, anche dalle poesie di Policastro, che serve un’esperienza meno concettuale, più coinvolgente, anche se non per questo soggettiva; che di volta in volta tocchi piani diversi dell’essere (ironia, leggerezza, vuoto silenzio, brevi illuminazioni, istantanee…). Registro interno ed esterno, parole del mondo odierno nel linguaggio proprio di ognuno. Il nuovo si fa da sé, onestamente, forse questo è il tratto distintivo della post modernità. Buona e la brutta poesia sono sempre esistite.

    • A Paris.

      Le parole non durano vent’anni. Cose nuove hanno nomi
      che di per sé significano niente. Non che le so, le impara
      a memoria il server già sveglio al mattino presto.
      A sera quasi defunte. Così che adesso porto il cane a vedere
      che intorno non c’è nessuno. A parte il campanile.

      Ma finirla qui, sul fatto che non piove, una poesia everyday,
      come tanti che di mestiere sfornano libri. E via, sul cellulare.
      Una per dire che è mezzanotte, ah ah! Se mi senti mi credi,
      che sono a Paris. Tu a ragionare tempo e distanze. Però lo so
      che sei fuori. Anche tu con il cane. E stai bene.

      LMT

  27. Ecco gli ultimi versi di una poesia di
    Lucio Mayoor Tosi:

    Lo sapevo, ieri sera c’erano stelle intermittenti.
    Ho sognato che mi morivo tra le braccia perché la borsa da ballo era senza cucchiaino, le batterie del cuore erano scariche e non avevo soldi,

    né per comprarne di nuove né per rifarmi i denti.
    Le stelle intermittenti erano senza batacchi e le mucche ruminavano nella tazza.

    Come è evidente alla lettura non c’è nessuna relazione tra le «stelle intermittenti» e il prosieguo: «mi morivo tra le braccia», con l’indicazione aggiunta della causale: «perché la borsa da ballo era senza cucchiaino», che non vuole essere una spiegazione quanto una interferenza di un Altro del linguaggio, e precisamente il soggetto dell’inconscio; le ulteriori spiegazioni «le batterie del cuore erano scariche e non avevo soldi», aggiungono complicazione alla complicazione, elusione alla elusione; sono gli espedienti di cui si avvale il soggetto dell’inconscio per screditare il soggetto del conscio che si muove sempre per ordini causali e per nessi sintattici subordinati. Lucio Tosi usa la paratassi per screditare e scardinare la sintassi. La locuzione è scombiccherata e bizzarra alla ragione raziocinante: «né per comprarne di nuove né per rifarmi i denti». Il costrutto sconclusionato va a zig zag, come a zonzo, non è diretto da alcun soggetto legiferante. Le interruzioni sono le finestre dell’inconscio; reiterate e paradossali, sono una strategia dell’inconscio per infirmare ogni possibilità di elocuzione sobria e razionale, ma in realtà è soltanto l’inconscio che parla, ça parle, lui parla perché non sa fare altro che parlare a vanvera seguendo il senso del senso del suo linguaggio insensato che segue la legge della «implicazione infinita… e della equivocità pura e infinita, che non lascia tregua, riposo al senso significato, impegnandolo, nella propria economia, a fare ancora segno e a differire?».1
    L’ultimo verso «Le stelle intermittenti erano senza batacchi e le mucche ruminavano nella tazza», è soltanto una finta chiusura che invece «apre» alla possibilità di qualche altra cosa di non ancora scritto, e quindi di ignoto, che potrebbe seguire. Tutta la composizione polifrastica è un susseguirsi di elusioni e di diversivi, di interferenze dell’inconscio. È una poesia che si colloca nel «fuori senso» e nel «fuori significato».

    Facciamo adesso un passo indietro, a concetto di Das Ding.
    Lo statuto ambiguo della Cosa non è ascrivibile al piano della rappresentazione. La Cosa non può essere rappresentata, esibisce un carattere di extimité, si costituisce come ciò che è, da un lato, intimo al soggetto, nel senso che lo determina nel suo modo peculiare di orientarsi, indica le linee direttive che orienteranno la sua esistenza; dall’altro, invece, risulta come estraneo (Entfremdet), escluso, oltre che potenzialmente ostile. Già Freud aveva definito la Cosa come ciò che resta (Reste) del linguaggio. Lacan sviluppa l’intuizione di Freud e definisce l’ambito della Cosa, das Ding.2
    Lacan, definisce das Ding «una Realtà muta e fuori significato»,3 sembra porla in una qualche connessione con il linguaggio.

    1 J Derrida, L’écriture et la différence, 1967, Paris, trad it. La scrittura e la differenza, 1971 Einaudi, Torino, trad. Gianni Pozzi, pp. 31, 32.
    2 J. Lacan, Il seminario VII. L’etica della psicoanalisi. 1959-1960 A cura di Jacques-Alain Miller, Antonio Di Ciaccia,
    3 Ivi, p. 64

    • (…) non vi capisco,
      fermi, insistete sul concetto, soffermatevi sui nessi,
      insisto, i nessi vanno meglio definiti,

      Natale (2013) è scritta con tecnica circolare (Mimmo Pugliese ne diede esempio su queste pagine, giorni fa). Sintassi non terremotata. I nessi sono grammaticali, per meglio andare di seguito (lettura: ipnosi, atto collettivo irriflesso). Non scrivevo ancora poesia kitchen.

  28. raffaele ciccarone

    Set 65

    al saloon filosofi covano in piccoli cerchi assunti dogmatici
    con voce fonda alla birra scura sotto bufera di Bacardi Gold

    compassi, squadre ma di più righelli, goniometri predatori di storie,
    pillole azzurre come viagra per dimore fatiscenti

    con vere congratulazioni di canguri e paguri, tipi nobili
    in pausa o giù di lì i pesci maturi in bianche consolazioni

    Shaun Sheep e Bitzer in performance con la tgirl Freddie Mercury
    adorate allusioni a gattine spettinate da portare a cena

    Mr. Magoo fuma un sigaro Habanos da solo sul barbecue
    Betty Boop balla su tacchi a spillo, sono sparite le forchette

    Vivi ringraziamenti a Giorgio Linguaglossa.

  29. Paolo

    Poesia contemporanea al 1960. Passatempi sperimentali.

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