Archivi del mese: aprile 2014

Adam Vaccaro SEEDS, SELECTED POEMS (1978-2006) Chelsea Editions, New York 2014 – Commento di Giorgio Linguaglossa

adam vaccaro Fronte Seeds 

Adam Vaccaro nasce a Bonefro nel 1940 per stabilirsi in giovinezza a Milano. Nel 1978 esordisce con La vita nonostante, cui seguirà Strappi e frazioni (1997), La casa sospesa (2003) e Labirinti e capricci della passione (2005). Poesie scelte dai quattro libri si trovano in La piuma e l’artiglio (2006).

adam vaccaro

adam vaccaro

Commento di Giorgio Linguaglossa

Scrive Adam Vaccaro a proposito di Seeds (Semi): «Un libro è progetto di attrazione e moltiplicazione di sensi dei singoli testi, che può coinvolgere anche testi già editi. Entro tali premesse e intenti, questo libro si articola in due parti.
La I parte intreccia narrazioni innervate nel moto migratorio degli anni ’50 e ’60 dai paesi del Centro-Sud. Microcosmi spesso travolti e sospinti a realtà degradate e disgregate dell’Italia attuale, della quale diventano metafora, in primo luogo delle carenze di una cultura con adeguate capacità etiche, creative e di visione di idee, da cui ripartire per reinventare un futuro che ci appare molto difficile. Il senso di questa parte sta perciò in questo: essere materia metaforica delle radici del degrado generale.
Se la poesia è bisogno di incarnare la complessità e totalità della vita, il suo nucleo centrale ricrea il moto incessante del nostos, quale memoria attiva e necessità di ritorno critico alle proprie origini, qualunque esse siano, per ridarle e ridarsi più vita. È un moto che tuttavia la vicenda storica degli ultimi sessant’anni ha reso difficile o impossibile. Condizione tragica singolare, in cui viviamo e con cui dobbiamo però fare i conti.

adam vaccaro

adam vaccaro

 Se Ulisse non può più tornare a Itaca, distrutta nella sua identità migliore da corruzioni e ignoranze indotte dall’ordine-caos dominante, occorre riprendere viaggio e misura con le forme dell’inferno contemporaneo. Inferno – per i più –, frutto di logiche economiche e di un pensiero unico declinato solo in modi diversi a destra e a sinistra.
Ulisse deve allora farsi Enea?, alla ricerca di orizzonti in cui rinnovare un senso e un telos, inattuali e ignoti rispetto al convulso pantano globale attuale? È la materia esperienziale ed espressiva della II parte.
Entrambe le parti vogliono – nonostante tutto – fare dei testi che li compongono un graal di semi offerti a un futuro, per quanto difficile da immaginare, più umano».

*
Dalla rurale Bonefro (piccolo paese del Molise) degli anni Cinquanta, Vaccaro si trasferisce a Milano, in pieno nord avviato alla tumultuosa modernizzazione industriale e post-industriale, evento questo che segnerà la poesia di Vaccaro in modo indelebile: da un lato le radici nel mondo rurale, dall’altro lo sviluppo intellettuale nella capitale del Nord; la sua poesia si muoverà lungo il solco della conservazione del passato preindustriale e della susseguente modernizzazione industriale prima e postindustriale poi, tra «adiacenza» alla «cosa» e la sua traslazione in un testo poetico moderno senza cadere nell’utopia di una modernizzazione meramente linguistica della poesia che costituirà il limite più vistoso della neoavanguardia. In questa strettoia la ricerca poetica di Adam Vaccaro si è mossa già dagli anni Settanta con grande rigore e tenacia: la scommessa che fosse possibile una terza via tra poesia dialettale o di origine dialettale, sperimentalismo, e una poesia di adeguazione linguistica alla rivoluzione industriale mediante una ristrutturazione linguistica del testo poetico; dunque una terza via che andasse oltre la «poesia degli oggetti» salvaguardando l’integrità degli oggetti.

adam vaccaro

adam vaccaro

 Era una via stretta e difficile, occorreva passare su un ponte di corda steso sull’abisso di un doppio vuoto; quello del passato rurale del paese di origine e quello del presente dell’industrializzazione accelerata del Nord. L’antica «cosa» della società rurale si è nel frattempo mutata in «oggetto» e l’«oggetto» in merce. Vaccaro proseguirà per questa via lungo un arco temporale di più di quaranta anni fedele all’assunto che dalla «cosa» sia possibile ripristinare l’equivalente linguistico che della «cosa», e che la «cosa» mantenga la scabra irriducibilità seriale degli oggetti linguistici. I personaggi di Clitennestra e di Ulisse sono emblematici di questa ricerca della vicinanza alla «cosa», sono colti nella loro problematicità ancestrale, nella loro impossibilità ad addivenire ad una soluzione che non sia il delitto, essi devono restare fedeli a ciò che furono, ai valori di un tempo ormai dissolto, che non esiste più. Per Vaccaro, il loro dolore è ancora il nostro. Sono personaggi «adiacenti» ad un mondo che è scomparso: Tra gli oggetti «adiacenti» c’è l’arte, il cui compito è di ripristinare l’ancestrale e di riportarlo a nuova vita; così Ulisse ritorna, dopo le note peripezie, al focolare domestico. Una sconfitta, dunque. La poesia di Adam Vaccaro trova la sua migliore ispirazione quando illustra questo conflitto senza soluzione, quando si muove tra l’«adiacenza» e l’impossibilità di restare fedeli agli antichi valori ormai sconvolti dalla modernizzazione accelerata del nostro mondo. Di qui gli accenti dal vigoroso tono di critica sociale e politica di tanti suoi testi «tra smisurate asperità e scorie». Di qui l’autenticità di artigiano che ha la sua poesia che sa evitare gli scogli dell’elegia e rimanere «adiacente» alla scabra rugosità dell’esistenza del soggetto e degli oggetti storici.

(Giorgio Linguaglossa)

*(alcuni testi, tra i quali con emersioni archeolinguistiche, sono anche in La casa sospesa, Joker, Novi Ligure 2003, e nell’autoantologia La piuma e l’artiglio, Editoria &Spettacolo, Roma 2006 – qui ripresi nelle loro articolazioni originarie, spero utili alla lettura delle scelte di Seeds – n.d.a)

Adam Vaccaro 2013

Adam Vaccaro 2013

il posto) 

C’era una volta un posto una cosa un paese
tanti sassi e mille case accoste
tante cose e persone piene di fame e di sogni
una voglia di vita con una collana dura intorno
uno splendore di luce in mano a tante mani scure

Ce steve ‘na vote ‘nu poste ‘na cose ‘nu pèése
préte ’n goppe préte e case app’cc’cate
cente cóse e cr’st’jane chîne de spranze e de fame
‘nu core de vite strette che ‘na cullane pesante èttorne
‘na jummelle lucende ‘m meze e tande mane nire

(La terra)

Ricordo cieli blu ricordo cieli viola
ricordo cieli grigi – sfumature capaci
di fomentare pensieri – potenti pensieri
Ma il tuo conico ripetuto assolo
era un sogno d’albume
magico latte del cielo
sull’uovo assetato della tua terra

Certi vóte me r’vènne ‘m mende
certi céle de murghénate e
cén’re culate – certi culúre e p’nzére
de nuv’le s’réne ch’è ‘u córe pèréve
z’èvije ap’rà cumme ‘na femm’ne préne
Me po’ ‘sta témbe de tèrre
me r’t’rave ‘n ddèrre – ‘na terre
sc’late e ‘uestate che ze sunnave
‘nu céle murghenate chepace d’ellèttà
cumme ‘na mamme eppéne sgrav’date

(Certe volte ritornano in mente / certi cieli di melograno e / cenere colata – certi colori e pensieri / di nuvole serene che il cuore pareva / si dovesse aprire come una donna ingravidata / / Ma poi questa zolla di terra / mi riportava a terra – una terra / insipida e guasta che sognava / un cielo di melograno capace d’allattare / come una mamma appena sgravata)

adam vaccaro 4

 

(La casa) – p.38

Questa casa così scura così attesa
questa casa che al buio diventa
le pareti dei miei sogni
Questa casa che esplode di voglie
ricoperta di fango e di foglie
delle mie scarpe assonnate e stanche

Sèpisce ‘a sére cumme espètte d’erruà
‘nde ‘sta case scúrd’je che z’eccòrde ch’u sonne e
quande sónne bélle fanne ‘a ‘móre ch’i múre
cumme ‘i muréje ‘mbriache d’u foche epp’cciate

sèpisce quande voglie che scopp’ne ‘nde ‘sta case
che pare chiéne sóle de lóte e de pagghie
chiane èmmasc’cate ‘m mócche ‘u ciúcce
de quarte ‘i scarpe ‘nzazzerate e slacche sótt’u lètte

(Sapessi la sera come aspetto di arrivare / in questa casa buia che s’accorda col sonno e / quanti sogni belli fanno l’amore coi muri / come le ombre ubriache del fuoco acceso // sapessi quante voglie che scoppiano in questa casa / che sembra piena solo di fango e di paglia / piano masticata in bocca all’asino / di fianco alle scarpe inzaccherate e sformate sotto al letto)

(Il confine) – p.40

Dunque tu mi dici che il mondo non finisce qui
che questo è solo un confine
e non una fine
Dammi allora una mano a seguire questo filo
che mi si perde tra le mani
dammi ancora una mano che non mi
faccia perdere tra le tue mani

Me staje d’cènne ch’u mónne
n’n f’nisce dècche
e che quéste è sole ‘na cunbíne
nno’ ‘na fine
Damme ellóre ‘na mane pe’ í’rréte e ‘stu file
che me ze pèrde ‘m meze ’i mane
damme ‘na mane pe n’n me fa perde
dend’i mane te’

Ricerche di Adiacenza

 

 

 

 

 

 

 

 

(L’acqua) – p.42

Lo sai che l’acqua era un prodigio
che allevava gli occhi Altrove
Verso un universo atteso
sorridente e muto da sempre

(scintille) – p.62

capitava a mio padre di affilare scalpelli
nella sua tana dalla volta gobbata
– schioppata dimenticata – di falegname.
la mola girava e sputava scintille e io giravo
giravo a manovella, più forte, diceva
mio padre, più forte, e la mano sugli occhi.
ma le scintille spulciavano l’aria
come pianeti finiti, o baciavano appena
il braccio, la fronte.
e se avessi potuto
spillarne uno, uno,
di quei momenti di lucefuoco.

Ci sono specie di giorni in cui succede
d’arrampare grani di sole, di sentire sul viso
uno sfrigolio più acuto
che preme e vorresti inchiodare
stralunato e sordo al comando
insistente mutourlante: gira, gira più forte!

Siamo qui – p.104

Siamo sempre qui, con un occhio
che piange e uno che ride
nel co(s)mico disastro
e rondellano le rotule
dei gomiti e i gemiti
dei ginocchi
uno contro l’altro
uno contro l’altro

città Roma, tram anni Sessanta

 

 

(Clitennestra) – pp.124-126

In cerca di semi piccoli e testardi
si muove intenta e cauta Clitennestra: io
che ho dato la vita e poi la morte
sono qui tra questi mucchi di rifiuti
travolta
dall’odio che ribolliva prima
di uccidere Agamennone e
quali semi di vita troverò qui
per altri solo un’isola di morte?
Qui
ai bordi della città che ancora dorme
oltre questa discarica di orme e silenzi
fino a quando scoppierà il frastuono
di centomila cavalli di lamiera.
Io
che per malfusso caso presi il nome
di un’assassina ho ucciso un’ora fa
chi ha fatto di me una regina
di questo viale quasi vallo o
fessura
che accostella inviti e luci di latte verso
il ventre-città. Io regina tradotta dalle
montagne aspre d’Albania e poi ridotta
a discarica di misere colline di piacere.
Lui
che altro Agamennone si disse ed erede
quando con un inchino apprese il mio
che sorridendo disse vedi che sono
sarò sempre il tuo re.
Lui
che scivolando con me da quelle
montagne di fame a questi sommersi
viali di pizze stracci fumi e giarrettiere
non poteva sapere l’odio feroce
l’odio
che divampava in me come le fiamme di quel
lanciafiamme visto al cinema mentre
lui con una mano nella cosa tra le cosce
mi sussurrava all’orecchio
sai
regginadicazzi che quel figlio di nessuno
te l’ho venduto…e uno sghignazzo senza
sorrisi e inchini gli squarciava il petto
che a me sbranava la gola che ora
in mezzo a questo pattume respira

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Giorgio Vigolo (Roma 1894 – ivi 1983) UNA POESIA “Notturnale” – Commento di Giorgio Linguaglossa

vigolo roma  

ritratto di giorgio vigolo

ritratto di giorgio vigolo

  

 

   

 

 

 

 

(da Conclave dei sogni, 1935)

 

 

Giorgio Vigolo

Notturnale

Sol ch’io possa vagar Roma notturna
per vie segrete antiche e in me risgorga
la memoria com’acqua di sotterra.
Profonda ai passi miei vibra la terra
d’un ridestato senso ed ogni casa
nel suo sonno di pietra odo parlare,
come parlare in sogno odo i mendichi
che nel portico dormono distesi
in compagnia di morti. Un lume solo
in questa valle altissima di chiese
vacilla nella grotta tra gli avelli
scolpiti e suda il marmo umido come
una fronte. Le nuvole discese
sono ai sepolcri con la nebbia bassa
che dalle grate allaga le cantine
col suo fiato di laghi e di boscose
campagne: ed ecco, le deserte strade
traboccano di folla, un silenzioso
fiume le invade d’anime: sciamanti
vengon meco nel soffio antelucano
riconoscendo le materne pietre.
A milioni s’addensano in anguste
straducole e milioni d’occhi, insieme
mirando, fan questo pallor dell’alba.
 
vigolo copertina

Leggiamo la più bella poesia di Conclave dei sogni (1935) e commentiamola. Giorgio Vìgolo (Roma, 1894 – ivi 1983), esordisce giovanissimo su “Lirica” e su “La Voce”, collabora poi a numerosi giornali e periodici, anche come critico musicale. Si forma nella poetica del “frammento” lirico e del “saggio”, inizialmente attratto dal fascino di Arturo Onofri, si distacca successivamente da quella poetica per volgersi verso un neoclassicismo con connotazioni esoteriche. La poesia che presentiamo risale al 1935, il fascismo si è stabilizzato, ha spento l’impulso vitale al rinnovamento della letteratura, chi può deve fare da solo. La stabilizzazione sociale si riflette nella stabilizzazione stilistica della poesia di quegli anni. Il ritorno a Leopardi di Cardarelli era destinata ad essere una poetica di corto respiro, e poi dal punto di vista strategico guardare al passato implicava non voler gettare l’occhio al futuro; una poetica fertile invece dovrebbe sempre vivere dentro la forbice passato-futuro, se guarda soltanto ad uno dei due poli, alla lunga, si isterilisce inevitabilmente.

giorgio vigolo

giorgio vigolo

 L’inizio, con quel “Sol”, è un manifesto incipit musicale, non è una parola del lessico, è una nota musicale. Tutta la poesia è un accompagnamento musicale alla «Roma notturna», e la città diventa musica, perde la sua referenza oggettiva per diventare aura paesaggistica del lessico. Accade a Cardarelli ciò che, in maniera più vistosa accade alla poesia di Vigolo. Vigolo è romano, c’è nelle volute delle sue frasi un certo gusto barocco per l’andirivieni, per gli arabeschi, il gioco di luce ed ombra, una classicità opulenta, sensuale, musicale che tende alla sovrabbondanza, alla eccipienza; anche il paesaggio romano viene come intorbidato da scelte lessicali fulve e corrusche, oppure eccessivamente letterarie («mendichi») che trovano la loro correlativa connotazione nella visionarietà della visione;  i verbi sono scelti per la loro super connotazione ma non per l’azione, per il segmento ultroneo («risgorga»), non per la significazione; le strade diventano «straducole», le parole vengono troncate per far acquisire loro una maggiore musicalità. La musica scivola sensibilmente nella musicalità, il lessico nella lessicologia. Il lessico diventa uno strumento, viene strumentalmente utilizzato per dare colore e musica e avvolgere il testo in una cortina nebbiosa. La conseguenza in sede stilistica è che il paesaggio diventa paesaggismo, così il rapporto con l’oggetto si dissolve e si annebbia (non c’è mai un oggetto preciso e identificabile nelle poesie di Vigolo); la Storia si dissolve in «milioni» di esseri che vivono lontano dal poeta e da se stessi, una moltitudine indifferenziata («le deserte strade traboccano di folla», « che vive «per vie segrete antiche», in «straducole»); lo stesso notturno diventa nel titolo della poesia «notturnale»; il «colore» del vezzeggiativo tende ad invadere il testo poetico come per aggraziarlo e renderlo più muliebre, più friabile, più nebbioso, più musicale. Il tessuto lessicale nella misura in cui deborda in esiti coloristici perde concisione, oggettività, comunicabilità e tutto viene avvolto in una atmosfera malinconica di eccipiente eccitazione lessicale e musicale. Continua a leggere

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TORNARE ALLA CORTE DI CESARE? – SUL TEMA DI ZBIGNIEV HERBERT: IL RITORNO DEL PROCONSOLE. Giuliana Lucchini, Antonio Sagredo, Inediti

pittura parietale stile pompeiano

pittura parietale stile pompeiano

 

Ipazia nel film agorà

Ipazia nel film agorà

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giuliana Lucchini

Selene (canzone)

Fu quando Giove disse che dovevo scendere dal cielo
fu quando Giove disse che dovevo scendere dal cielo.
Aveva riempito i miei occhi del miele delle stelle
aveva riempito i miei occhi del miele delle stelle.
– il mio petto era di scrigno
– il mio scudo un cimiero

Vocazione universale l’incantazione dei miei occhi
dilagò negli occhi di tutti i guardanti.
Fu allora che mi amasti per sempre, Romano.
Sulla vetta del tuo pensiero splendevo come spada
e la freccia del tuo amore governavo :
per tutta la terra e le acque ti tenevo.

La notte m’era diadema dai mille scintillii
la notte m’era diadema dai mille scintillii.
Trascinavi la bocca a bere alla mia fonte.
Trascinavi la bocca a bere alla mia fonte.
– tu superbo bastardo, fecondo di natura
– tu di gambe cordato a cavalcarmi, guerriero.

Nei miei occhi trovasti il pozzo dei tuoi incantamenti.
Bevevi in me l’acqua dei tuoi martirii.
E fosti per mia luce sull’Urbe vittorioso.
Alzasti l’aquila imperiale a offuscare
tutti gli altri alti uccelli del volo al tuo ritorno.
Capriccio di virtù fino ai confini.

Ai tuoi comandi le Idi d’Aprile.
Amasti, fino ad odiare.

 

statua romana l'imperatore Claudio

statua romana l’imperatore Claudio

 

l'imperatore Commodo e la sorella nel film Il gladiatore

l’imperatore Commodo e la sorella nel film Il gladiatore

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Antonio Sagredo

Ora io in te, senza un corpo,
muovo…

L’orrore vitreo di una circonferenza deforma
gli oggetti e una camera nuziale – le pareti
esterrefatte sono indegne per gli arazzi,
i merletti decidono qual è il tempo dei commiati.

Non odo più, né dono gli imbelli disinganni,
né i doveri della carne sono quei sigilli incompiuti
che io e te stampiamo uniti e circoncisi,
come se i nostri amplessi fossero digiuni di chimere.

Il tuo diniego fu gelido, come un chiodo della Croce!
La tua parola dannata, come un verso dei Cantici!
Con quale astuzia e fattura hai dissolto il mio potere
perché la mia carne sapesse i tuoi pilastri d’ossa?

(Vermicino, 17 novembre 2003)

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UNA POESIA DI EUGENIO DE SIGNORIBUS, “approssimandosi il 2, un ancora incerto ricognitore” da “Ronda dei conversi”(2005) – Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

de signoribus ronde dei conversi

città miratram2

Minitram anni Cinquanta

da Ronda dei conversi, Eugenio De Signoribus, (2005)
Poesia scelta da Sandra Evangelisti

*

approssimandosi il 2, un ancora incerto ricognitore

dall’alto mostra i resti dei disgregati camminamenti….:
ne escono, liberati e storti, fitti ganci ferrosi,
alzate mani, uno stilizzato scheletrario senza crani
*
per tutto il tempo dell’1 sul calendario è segnato così:
piantati più semi di piombo che alberi, soppressi più
umani di quanti liberati….
tanti, sorgenti dal fango o
dalla sabbia, annunciano la resa appena aperti gli occhi:
viaggiano da un pozzo all’altro dentro le tracolle
materne….e in quei cullamenti è premiata la loro
nascita…poi, messi a terra, offrono a chi li guarda
le loro antiche pupille
*
ma chi più li guarda i trascurati quando è diverso
il peso dei vivi e dei morti? Quando la lingua s’infalsa
fino a truccare pubblicamente i tabulati?….
Nell’odierno imperio è stabilito che alla violazione di
un corpo di serie A subito si risponda con una vendetta
moltiplicata…. cioè che sia scorporata, sotto un corto
mantello, un’indefinita genìa di serie minore…
Dentro l’odierno imperio, si narri più forte, per carità,
un altro sentimento: quello che contiene ogni oscurata
vita. La spina su di essa inflitta percorra tutto il corpo e
trasveni il sangue per l’arido campo…
che almeno la morte non sia sola
e si tema la colpa più del lutto
de signoribus scrive

 

 

 

 

 

 

*
chi potrò ringraziare d’essere giunto alla fine dell’1?….
c’è un elemento di fuoco prima di ogni coscienza, un
marchio indistinto e illeggibile…., la sua forma dolorosa
dal profondo dice: mi sentirai nell’ovatta e nel gelo, nel
clamore e nella polvere… andrai avanti per questo
*
dell’ignobile secolo dei secoli t’accompagna una bolla di
sgomento: tutte le magnificenti riedifiche avvengono
sopra sette strati di simboli e cadaveri…
i morti sono le fondamenta del tempo ventunesimo
dopo Cristo… e la soddisfazione dei rinnalzatori e
dei riabitatori non può essere pienamente sicura:
perché nessuna casa può più appartenere veramente
a qualcuno

de signoribus copertina trinità

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Ho scritto di recente che ci sono degli autori i quali modellano lo stile come un abito da indossare alle forme del corpo, del proprio corpo; «costoro – scrivevo – non si accorgono di fare del narcisismo, di indossare un abito manieristico, fanno del manierismo e del narcisismo un bell’abito da indossare, si vestono a festa, assumono sovratoni ieratici, teologali, sacrali, vogliono sedurre il lettore mostrandogli i dettagli dell’abito linguistico, le sue qualità, le sue profondità, le sue quintessenze, le sue insostanziali qualità auratiche e spirituali. Prendiamo la poesia di un De Signoribus, che è la tipica poesia di chi vuole prendere le distanze da tutto, che vuole eccedere in zelo, nello zelo profumato del manierismo e dell’eufuismo, c’è molto profumo in questo tipo di poesia. Con il che si corre il rischio di fare un esercizio di stile, magari ben cucito e confezionato, ma di stile. È una antica forma di retorica che ha luogo, con tutto l’appannaggio di retorismi e di preziosismi, di inversioni sintattiche e semantiche. La poesia rischia così di diventare una particolare confezione di retorismi e di barocchismi».

Giorgio Linguaglossa in-campagna1

Minitram anni Cinquanta

Anche in questa sequenza di poesia scelta da Sandra Evangelisti, a suo parere le migliori del libro, si nota come l’autore immerga la materia poetica in una atmosfera di sortilegio, quasi sacrale, magico-auratica; l’«io» e il «tu» sono circonfusi da un alone piovigginoso e polveroso, non si comprende nemmeno se a parlare sia l’«io» e a chi si rivolga l’autore: c’è un «tu» che sottintende un «voi», c’è un «voi» additato ad esecrazione teologale, un’accusa peccaminosa e numinosa di incombente minaccia ma come sospesa, interlocutoria; il lettore non riesce a capire di quale colpa si tratti e se davvero il destinatario sia davvero colpevole, e di quale «reato»; c’è un indistinto sibillino profferire, un alludere, un sotto dire, un sopra dire, un velato minacciare, una circonlocuzione di frasari che sai dove cominciano e non capisci dove vanno a finire, che vogliono dire più di quanto non dicano, e di meno; c’è, niente affatto dissimulata, una intenzione cogitante, assertoria, ipnotizzatrice, moralizzatrice, teologale, interamente posticcia e artefatta.

giorgio_3

Giorgio Linguaglossa

Certo, c’è sagacia letteraria in ciò, e anche abilità retorica, non lo nego, De Signoribus ha appreso la lezione di Montale, ma l’ha appresa male; moralizza il lessico montaliano, lo teologizza, affetta e allude a una degradazione morale che ha avuto luogo (ma manca sempre la personificazione simbolica che invece in Montale c’è sempre), affetta un tono da sermone letterario, prosciuga il montalismo post-Satura e lo converte in sermone, in discorso suasorio ondulatorio, intimidatorio, in uno strofeggiare spinoso e spugnoso; come dire, c’è un eccesso di voce, di tono, un sopra tono e, spesso, un sotto tono, che vuole tonificare, pontificare e moralizzare le parole, mondarle e renderle insormontabili, ma c’è anche un posticcio alambicco linguistico: il voler dimidiare il dire per poterlo caricare di un di più di sopra sensi moralistici e teologali, un invitare il dire in forma aforismatica ciò cui invece il giro frastico non è in grado di dire.

Botero Dejeuner sur l'erbe

Botero Dejeuner sur l’erbe

C’è una incapacità del giro frastico di De Signoribus di trovare una soluzione e uno sviluppo al giro frastico tardo montaliano una volta che ne prosciuga e ne dissecca il pentagramma tonale e il giro lessicale, in Montale sempre preciso e scandito nella tessitura sintattica. De Signoribus adotta con abilità la soluzione cinico scettica del tardo Montale ma con l’aggiunta di una componente morale di indubbia derivazione teologica; intende la poesia come un accorgimento per moralizzare la vita pubblica, innesta nel pentagramma cinico-scettico del ligure un elemento pseudo teologico, alza così il tono salmodiante ad un andamento liturgico, ortogonale, prezioso, ieratico, apofantico ma manca il bersaglio, non raggiunge la significazione simbolica, si ha la sensazione di un ruminare, di un brontolare attorno al giro frastico finendo per renderlo invece ancora più frastico, più arzigogolato, finendo per perdere il filo del ragionamento e sbucare nell’irrazionalismo, nel misticismo, nel teologismo… di qui gli evidenti scarti del discorso: i sopra pensieri (alto allocati), il passare con disinvoltura da un piano all’altro del discorso suasorio ordinatorio, senza però che l’abilità letteraria riesca a dissimulare la debolezza dell’impianto economico complessivo di questo modo di intendere il discorso poetico: come veicolo di una volontà riformatrice, moralizzatrice e teologale. Ma l’intento teologale lo tradisce, l’intenzione resta troppo scoperta, lo stile diventa maniera, il tono scade ad eccesso di tono, il lessico assume una connotazione ieratica, apofantica, numinosa.

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TORNARE ALLA CORTE DI CESARE? TRE POESIE INEDITE – RISPOSTA DI GIULIO DECIMO A GERMANICO di Francesco Tarantino

legionario sul set

legionario sul set

statua di giulio-cesare

statua di giulio-cesare

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Francesco Tarantino

Ancora a Germanico
da Giulio Decimo che non si rassegna

Non vidi corvi alzarsi in volo,
tanto meno aquile cadere,
e i leoni restan sugli spalti
confusi tra la folla e i gladiatori
con la massa di plebei che attende
il responso del divino e la morte.
¿Che cosa speri, Germanico,
che si scateni l’inferno al tuo segnale?
Son finiti i tempi degli incantatori
e Cesare stavolta ti ha tradito:
è vero, ti teme ma non sa
che dietro a ogni maschera
ci sta un avvinazzato
che non ascolta più il comando
del suo imperatore.
Rinfodera la spada, Germanico,
e corri via, lontano
dalla corte e dai serpenti,
dai cornuti incesarati
e dalle mogli compiacenti.

Quando s’alzarono in volo i sette corvi
e io vidi lo strascico dei martiri:
i crocefissi con le gambe spezzate,
e un pianto di madri a brevi singhiozzi
inciampare tra i denti e la gola arsa
e l’umana pietà tradursi in risate
verso un Dio che non ama i profeti,
ebbi un sussulto e un conato di vomito!

¿Odi, Germanico, i venti contrari
e le torme di barbari ai confini?
Non andare in nome del tuo Cesare
deponi le lance ai loro piedi
e con scudi e spade fanne pure un falò:
starò ad aspettarti finché ritorni
e ti terrò con me finché lo vorrai.

Roma statua
A Selene per intercessione

 

Mia, tu unica e dolce riva,
ti scrivo in un giorno che è già domani
da un posto lontano dal mare
dove non sono accampati soldati
né cortigiane a tendere tranelli.
Non è facile incamminarsi
in un vortice di amarezza
tra le delusioni di gente andata
ormai impercettibile: estranea!
Quasi a vergognarsi girano muti
e arrancano sugli scalini
patibolari e insanguinati
che trasudano morte,
singhiozzi, lacrime e maledizioni:
l’eco d’accuse senza assoluzioni
con il beneplacito delle folle
genuflessanti al Cesare divino.
Tu, che di riconoscenza sei piena,
ascolta Giulio Decimo, l’amico:
ferma Germanico prima del tardi!
Anch’egli tuo amico e liberatore;
la follia lo sta invadendo,
quel suo sogno di abbattere Cesare
– la sua unica ragione di vita –
lo conquisterà e diverrà un despota
al pari di chi pensa essere il migliore.
Tu, schiava un tempo, oggi libera,
intercedi presso il mio comandante
e strappagli dal cuore questa voglia
di andare a morire e con lui: ¿quanti altri?
Tu che puoi acceca la sua distruzione
e non aver timore: ti ascolterà!
Perché sente le vibrazioni
delle tue pene e delle tue memorie,
il sangue caldo che ti scorre dentro
e che ti fa libera.
Intercedi per un amico
presso un amico: preservalo
dalla morte e dalla malinconia.
Ti resterò devoto come sempre
e t’innamorerò d’un altro sogno. Continua a leggere

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TORNARE ALLA CORTE DI CESARE? – TRE POESIE INEDITE di Giorgio Linguaglossa

statua di romano epoca imperiale

statua di romano epoca imperiale

Gruppo-Storico-romano-Senatori

Gruppo-Storico-romano-Senatori

Giorgio Linguaglossa

Nuova epistola di Germanico a Giulio Decimo

Come Mitridate ogni giorno bere un sorso
di veleno…
so aspettare mio amato Giulio Decimo
l’attimo propizio, so attendere il tempo,
so aggiungere tempo al tempo,
non temere, Chronos è più antico della Notte
e la Notte più antica dell’Erebo;
mi affiderò a Chronos dunque,
saprò essere saggio ed anfibio, prudente
ed audace, come Odisseo mi travestirò da
mendicante ed entrerò nella corte di Cesare
tra i faccendieri e i navigonelloro,
dirò che gli àuguri hanno preannunciato
i fasti del mio arrivo, dirò che sette corvi
volano dall’alba sul Foro ed hanno beccato
il fegato di sette colombi, dirò della imminente
vittoria delle legioni del nord,
che il generale Germanico è pronto
con le armate a vendicare i morti romani,
lo stuzzicherò nella vanità di cui è guasto,
predirò che i profeti di sventura verranno
puniti e i codardi soppressi in un lago di sangue
che l’immortalità dei Campi Elisi
è il pegno per gli audaci
dirò che Cesare è un poeta degno dei posteri,
dirò tante menzogne che stordirò
il Cesare di argilla, plaudirò alla sua astuzia,
simulerò plauso e dissimulerò l’obbrobrio
che mi incute il suo torbido faccione
impomatato con la malta del mar Morto,
applaudirò i suoi osceni versi…
e lo colpirò con la daga tra la scapola e il collo,
un solo colpo, e la testa di Cesare rotolerà
nel fango da cui è venuto, e Roma
sarà libera, libera di tornare alla repubblica,
e ai parchi costumi di Catone l’uticense.

roma Esercito in battagliaRoma statua2

Dedico queste parole alla carneficina che avverrà

Dedico queste parole alla carneficina
che avverrà.
Nottetempo, quando sette corvi si alzeranno
in volo sul Foro, quello sarà il segnale,
e il Tevere sarà rosso di sangue.
Druso si è soffocato con un acino d’uva,
Lucio Vero è caduto; lo so, hanno detto
che è inciampato su una daga,
anche Gaio Duilio hanno colpito alle spalle,
il Prefetto del Pretorio ha chiuso
le indagini contro ignoti;
afferma, il malvissuto, che sono stati
dei cani sciolti, dei briganti…
Gli amici di un tempo si sono dileguati,
Selene rimpiange gli amorazzi di Cesare
e tu Giulio Decimo, anche tu mi hai abbandonato.
Ma non temere, tutto è pronto,
un corvo gracchia sul frontone del Foro
e un gabbiano, dicono, ha posato un uovo d’oro
sul tempio di Vesta. Il piano aspetta
i suoi interpreti come la cetra i suoi musici,
tra poco, mio amato Giulio Decimo,
vedrai la testa di Cesare spiccata dal corpo
sul vassoio delle vivande, gli dirò:
«Un tempo sei stato Cesare, tra breve sarai Nessuno»,
un solo colpo sotto la pappagorgia
e sarà Germanico ad invitare la sordida
feccia della plebe con il codazzo dei suoi
falsi tribuni al banchetto
che verrà… Continua a leggere

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Carlo Diano APPUNTI CRITICI SUL CONCETTO DI “EVENTO E DI FORMA” e SULLA “CHIUSURA DELLA FORMA”Estratti a cura di Giorgio Linguaglossa

Picasso Jacqueline Roque

Picasso Jacqueline Roque

picasso donna seduta

picasso donna seduta

Carlo Diano

Carlo Diano

Estratti a cura di Giorgio Linguaglossa dal libro di Carlo Diano Linee per una fenomenologia dell’arte Neri Pozza, 1968

SUL CONCETTO DI EVENTO

Comincio dall’evento. Evento  preso dal latino e traduce il greco tyche. Evento è perciò non quicquid èvenit, ma id quod cuique èvenit. Che qualcosa accada, non basta a farne un evento: perché sia un evento è necessario che codesto accadere io lo senta come un accadere per me.

Di evento non si può parlare se non in rapporto a un determinato soggetto e dall’ambito stesso di questo soggetto.

La dottrina stoica ripone l’essenza della proposizione nel verbo e considera il nome secondario – laddove per Aristotele “l’uomo cammina” è uguale a “l’uomo camminante” – ha la sua origine prima nel sentimento linguistico di Zenone che era un semita.

Come id quod cuique èvenit, l’evento è sempre hic et nunc. Un fulmine ha colpito un albero nella notte, io lo vedo al mattino: il fatto, ove sia per me un evento, non lo è se non in quanto l’evènit si fa attuale in un èvenit e l’albero non è uno dei tanti punti dello spazio ma il mio hic. (…) è chiaro che non sono l’ hic et nunc che localizzano e temporalizzano l’evento, ma è l’evento che localizza l’hic e temporalizza il nunc. (…) Nella mentalità primitiva… spazio e tempo fanno uno, ed è il tempo che è primario. Il mito ha sempre forma storica, ed è nei tempi in cui l’evènit del mito si rifà èvenit nel rito, che i luoghi e gli oggetti sacri sono sentiti per eccellenza augusti. Lo stesso vale per noi: nella nostra vita i luoghi hanno tutti una data, e sono reali solo in quanto e nelle dimensioni in cui quella data è attuale e presente come evento. Solo per questo «le cose» possono essere sentite come eventi e i nomi confondersi con i verbi. Ma sul piano obbiettivo della coscienza il rapporto si rovescia, perché lo spazio è rappresentabile.

Statua romana

Statua romana

testa di Esculapio

testa di Esculapio

SULLA “CHIUSURA” DELLA FORMA

La reazione dell’uomo a questo emergere del tempo ed aprirsi dello spazio creatigli dentro e d’intorno dall’evento, è di dare ad essi una struttura e chiudendoli dare norma all’evento.

Forma è ciò che i greci da Omero a Plotino chiamarono eidos, ed eidos è la «cosa veduta», e assolutamente veduta. Ciò che la caratterizza è l’essere «per sé». Solo essa è per sé, e quello che è lo è in se stessa e per se stessa, ed esclude la relazione. Come tale esaurisce la sua essenza nella sua contemplabilità: tutto quello che essa  è contemplabile, e ciò che in essa non è contemplabile, non è.

Ma la contemplabilità non esaurisce la loro essenza, è solo un mezzo per attingere ciò che in esse non appare, e che per sua natura esclude ogni contemplabilità e può essere solo vissuto: sono symbola e non eide, forme eventiche e non le «forme».

«Simbolo» (da symballein, «mettere insieme») è in origine la tessera ospitale, di cui ciascuno dei due ospiti conserva una parte. Separate, le due parti non significano nulla, il loro significato non l’acquistano se non nell’atto in cui vengono «messe insieme». Lo stesso vale per il mito e di tutte le forme date all’evento. Ciascuna di esse, resa separatamente, è una figura, ma il suo significato non è in quella figura, cì nell’unione con l«l’altro» che la giustifica e che essa ha la funzione di rifare presente. Se questo «altro» fosse rappresentabile, avremmo l’unione di due figure, e quindi l’allegoria. Ma il mito non è allegoria.

«L’altro» è l’evento, e cioè un èvenit, che è sempre hic et nunc e sempre è centro di un periechon infinito, e che pertanto non può essere che vissuto. (..) l’hic nasce dal nunc.

La più semplice forma di chiusura è il nome… Ma questo medesimo nome, che dà forma all’evento, permette anche di riprodurlo.

Quanto al mito, esso è insieme «al principio» del tempo e «in ogni tempo», che è come dire nel tempo del periechon. E, poiché il mito non è «reale» se non nella «ripetizione» che ne viene fatta dal rito, e il tempo del rito coincide sempre col tempo del mito, rito e mito non sono che i mezzi per riprodurre il rapporto dell’ hic et nunc e dell’ ubique et semper vissuto in atto nell’evento. (..) Già per gli Orfici la teogonia così detta «rapsodica» pone al principio non il Chaos, ma Chronos-Kronos, e da esso deriva il Chaos e l’Etere.

Cogito Poseidon

«Che cos’è il pensiero astratto?» si domandava Kierkegaard. E rispondeva: «È il pensiero in cui il pensante non c’è». E così Gentile scriveva che «gli occhi non ce li possiamo vedere che allo specchio». Né altrimenti parla Wittgenstein: «il soggetto non appartiene al ‘mondo’ ma è un limite del ‘mondo’. Dov’è mai che nel mondo un soggetto metafisico si lascia osservare? Tu dici che è come con l’occhio e il campo visivo. Ma l’occhio non lo vedi. E nulla del campo visivo ti permette di concludere che esso è visto da un occhio»1

La forma non si deduce e non si induce: è o non è. E perciò ha valore di categoria, e l’altra è l’evento, e tra loro sono irriducibili: tutti i tentativi fatti dalla storia del pensiero per ricondurli a un unico principio, sono andati falliti, a partire da Platone, che riconfermando l’antinomia dell’àletheia e della doxa rivelata da Parmenide, ne denunciò alla fine l’impossibilità.

L’evento dissolve le «cose» e unifica tutto. Nella sfera della forma, invece, non esistono che «cose» e tutto è separato, perché «la sostanza separa». Lo spazio e il tempo nell’evento fanno uno, ed è il tempo che è primario, che solo l’evento rompe la continuità della durata e si rivela come istante… ma questa convergenza è, insieme, divergenza, poiché l’uno dei due estremi trascende l’altro, convergenza e divergenza non si dialettizzano.

Carlo Diano

Carlo Diano

Con la forma appaiono le «cose» e lo spazio si separa dal tempo.. Per Aristotele il mondo è nello spazio quanto alle sue parti, non lo è quanto al tutto. Fuori della figura non c’è spazio se non come «intervallo» rispetto a un’altra figura. A questo spazio è ridotto il tempo, definito da Aristotele come «numero del movimento secondo il prima e il poi». Ora, la forma di per se stessa è immobile: anche se occupa sempre nuove posizioni, giacché lo spazio esterno le è assolutamente irrelativo, e non è che mera possibilità.

Poiché appaia il tempo secondo il prima e il poi, è necessario che una forma, per la possibilità che ha di essere in qualunque punto dello spazio, s’incontri con un’altra forma (l’urto degli atomi di Leucippo e Democrito), ma, ogni forma essendo irrelativa all’altra… l’incontro è accidentale e il tempo è contingente. Solo questo tempo si dispone sulla linea retta, e solo esso è irreversibile (factum infectum fieri nequit), e sostanzializza l’istante.

Pericle

Pericle

LUCE E FORMA NELL’ESPERIENZA DEI GRECI

La forma è di per se stessa luminosa, la luminosità non essendo altro se non la visibilità che ne costituisce l’essenza. Nella tradizione poetica ed artistica greca forma e luce fanno uno, e la luce non è esterna, è interna alla forma. Ma è particolarmente sensibile al limite, che ne è la parte più precaria: è come una aureola… Numi ed eroi splendono e appaiono aureolati di luce.

L’arte dunque non è forma, ma forma ed evento in uno, e l’una essendo contemplabile e l’altro potendo essere solo vissuto, è insieme contemplata e vissuta.

L’opera d’arte è insieme nel tempo e non è nel tempo, è nello spazio e non è nello spazio, e, in quanto è nel tempo e nello spazio, è insieme nell’hic et nunc e nell’ubique et semper, e, chiunque l’abbia «fatta» e a qualunque tempo rimonti… è la «mia» e non è la mia, come fu la sua e non la sua per colui che la «fece»…

1 L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus

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Salvatore Martino – Autoantologia – Poesie (1969 -2013)

salvatore martino col sigaro salvatore martino copertina la fondazione di ninivoSalvatore Martino è nato a Cammarata, nel cuore più segreto della Sicilia, a mezza strada tra Palermo e Agrigento, il 16 gennaio del 1940. Attore e regista, vive in campagna nei pressi di Roma. Ha pubblicato: Attraverso l’Assiria (1969) , La fondazione di Ninive (1977), Commemorazione dei vivi (1979), Avanzare di ritorno (1984), La tredicesima fatica (1987), Il guardiano dei cobra(1992), Le città possedute dalla luna (1998), Libro della cancellazione (2004), Nella prigione azzurra del sonetto (2009), La metamorfosi del buio (2012) .
È direttore editoriale della rivista di Turismo e Cultura Belmondo. Dal 2002 al 2010 ha tenuto un laboratorio di scrittura creativa poetica presso l’Università Roma Tre, e nel 2008 un Master presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli

salvatore martino 2 Da La fondazione di Ninive 1977

Questa notte mi hanno visitato le formiche

Hanno preso le mani
imbavagliati i piedi
stretto d’assedio il letto

Che sia solo la stanza a respirare?

Il resto giace Inerte
tenuto insieme da robusti negri
il lago infame e la memoria

Estraneo alla vicenda
il viaggiatore ride
acquattato nell’angolo

E aspetta
Che tutto si cancelli?!
Divorato nel sangue

Una brezza invadente increspa l’aria

Ci sono stati morbidi passi nella scala
parole sussurrate incantamenti e riti
una musica dolce sulla soglia

Il viaggiatore infìdo arriva dritto dall’Ade

Ma non ci paralizza l’ignoto grido
o l’avvicinarsi del branco
né il richiamo ingannevole col nome

L’occhio dentro l’occhio
avvitato dalla morsa che sai e non conosci
e decifri il mandante l’involucro lo scopo

Mi hanno visitato questa notte
gente partita da lontano emersa in superficie
attraverso i rigori dell’inverno
e navigando cristalline montagne
prati innevati e case crocefissi e paludi

adesso è qui

Olio sopra la fronte l’orecchio e il labbro

 

François Clouet

François Clouet

copertina salvatore martino metamorfosi del buio

 

 

 

 

 

 

 

Da Il guardiano dei cobra 1992

La delazione

I

In uno dei loro ultimi avatàra
attorno a un fragile fuoco di fascine
cadeva come d’obbligo la sera
ombre allungavano
l’imbarazzo gli sguardi
Giuda di Kiriat
un tempo noto per la sua bellezza
riconobbe nell’uomo
che gli sedeva accanto
immerso in lontane previsioni
il maestro baciato quella notte
nel segno estremo della riconoscenza

Erano mutati nel frattempo
l’occhio del Rabbi divenuto scuro
i suoi capelli rossi ora corvini
proprio come li aveva
il figlio del cambiavalute

Tacevano entrambi
in questa interminabile partita
dentro la consuetudine eterna delle stelle

Jeshua a un tratto tese la mano
per toccare quel volto
così tragicamente conosciuto
Assomigliava all’altro familiare
che per trent’anni
l’aveva accerchiato d’ogni parte
ombra inquieta nella via
immagine nell’acqua
in un metallo colpito dalla luce
il vetro minaccioso di un negozio

Arrestò a mezza strada il movimento
perché non risuonasse equivoco il suo gesto

– Non mi domandi se ti ho perdonato? –

– Non vedo ragione ch’io lo faccia
la tua delazione presso il Padre
incominciò avanti la mia colpa
io conclusi un disegno
irrevocabile già prima di essere
come adesso ch’è stato
e tu non comprendesti o fu solo finzione?
quanto nessuno io ti amavo
e questo cieco amore mi ha perduto
affinché si compisse il tuo destino –

Riconoscendo il Rabbi
in quel compagno occasionale
la propria antica faccia

– Non ti ha perduto se siamo ancora qui
a ragionare insieme come un tempo
Io non ti scelsi è vero
né tu scegliesti me
come distinguere l’identico dal doppio?
Chi ci guidò nel bianco della sorte?
Invenzione sublime
il bieco pomeriggio sulla croce
la salvezza degli uomini –

– Io rinunciai all’amore
all’anfora della mia pace
al regno dei cieli in cui credevo
cercai l’inferno
perché la tua felicità mi bastava
perché la felicità è attributo divino
che gli uomini non debbono usurpare

Chiara più tardi l’altra verità

Come ultimo degli uomini sprezzato
uomo di dolore esperto in afflizione
era questi il Messia
il Dio incarnato
nell’atroce avvenire
nel tempo e nell’eternità
il Dio che si fa uomo fino all’infamia
e sceglie un infimo destino
s’incarna in Giuda il delatore –

Con un lieve sorriso il Nazareno

accettava quelle dure parole
poi a mala pena udibile
in un soffio

– La nostra vita oscura
perfino a noi stessi la celiamo
il raggiro sincero dello specchio
il tradimento della parte ombra

Anche il respiro è sale
qualunque azione inganno
Non potevamo esercitare
la disciplina della vendetta
costringere su noi la perdizione
sorridere mentre l’Altro affondava
Lo scambio di consegne
comunque da entrambi rispettato
Forse nel prossimo avatàra
riconquistando le sembianze
portate quei giorni in Galilea
sarò io a baciarti nel Getsemani –

copertina salvatore martino le città dalla luna II

La luna trafiggeva il fosso desolato

Dopo una lunga attesa
in quel chiarore talmente innaturale
che ricorda
ogni perfetta forma d’increato
il Rabbi disse

– Sì io sapevo
e mi prestai al gioco
perché la volontà del Padre si compisse
nell’ultimo avatàra che ci resta
prima di ritornare e sempre nel silenzio
rivelerò il mio il tuo segreto
perché duri l’oblio su questa storia –

Salite da un mattino di calce
le stelle scomparivano
Stanchi del viaggio
i due si abbandonarono alla luce
le strade in tanti secoli
confuse sotto cieli diversi
decidevano di sciogliersi
per circoli lontani

Giuda guardò dritto nel cuore
il suo Maestro
con un sorriso complice alle labbra

Adesso si sentiva Uno
in quella solitudine
marea dell’infinito

Si aggiustò la djellaba
guardò all’orizzonte
dove la Città Santa dileguava
lo baciò sulla bocca
per cancellare il proprio antico gesto
e verso l’albero ascese dentro il cielo

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Da Libro della cancellazione”2004

Libro della cancellazione

Mi chiedo a volte
quando dal fiume salgono i vapori
e il paesaggio assume
i colori tonali del risveglio
mi chiedo a volte
dove si disperde il sentiero fissato
se il carcere ossessivo
del piacere dell’armonia del bello
possa esorcizzare
quest’aggrumo di segni
quest’abitare dentro la ferita

Chi siamo mi domando?
Quale fato ci guida?

Diventano risposte le domande
senza mai esserlo
che importa?

Forse siamo quel fuoco immaginario
la montagna coperta di ghiacciai
la scala dimenticata contro l’albero
la tormenta e la luna
Siamo i depositari dell’assurdo
il viandante emerso dalle crete
il vuoto di un addio
la sabbia che purifica i peccati
il faro intravisto di lontano

Siamo l’acqua del fiume dei dannati
la cronaca infinita delle lotte
l’arbitrio e la dimenticanza
siamo l’isola ormai disabitata
siamo la strada alata
la cancellazione

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

COPERTINA SALVATORE MARTINO sonetto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da La prigione azzurra del sonetto 2009

IX
Sopra un cavallo rosso s’avventura
all’incontro temuto e così forte
il più invocato quello della morte
ma il cavaliere va senza paura

Farnetica una strana congettura
di scardinare le temute porte
il bastione invocato tante volte
domestico rifugio di sventura

Il viaggio della vita è così breve
e così lunga la dimenticanza
la cenere che plasma i nostri corpi

Nel bozzolo di seta siamo avvolti
dal tempo e così privi di speranza
ma il cavallo nel vento è così lieve

 

LXIV
Il vento di ponente ha rilanciato
nell’ora maledetta la sua sfida
suonavano le tre era salita
la freccia che nel mondo m’ha lanciato

nel più profondo sud che sono nato
l’incredibile isola fiorita
da civiltà straniere imbarbarita
da genti diversissime marchiato

La terra di Toscana m’ha ghermito
adolescente intriso di speranze
per incidere un segno nel cammino

Non lo sapevo che non c’è destino
più atroce di colui che nell’istante
mentre legge l’oscuro è già smarrito

copertina salvatore martino cancellazione

 

 

 

 

 

 

 

Da La metamorfosi del buio 2012

Muto dialogo con l’Altro

a Pepito Torres

regalame esta noche
retrasame la muerte
Abbiamo tanto camminato insieme
elogiato il tempo della nostra fatica
le molte incomprensioni
non hanno scardinato
la nostra fedeltà
bambino amaro e felice
custode del mio sangue
asceta delle mie paure

Le guerre non ci hanno separati
le miserie e nemmeno il successo
i riconoscimenti che ci hanno accomunati
atroce bambino mio consolatore
specchio del mio diaframma
oltre il quotidiano insulto delle parole

Ci sveliamo da sempre i nostri enigmi
nella notte come nella primavera
nel meriggio accecato e nell’autunno
nel pallore dell’alba e dell’estate
nel bagliore meridiano dell’inverno

Quanti alberi e conchiglie
e per quanti anni
ci vedranno procedere appaiati
un passo altro passo un altro ancora
in totale armonia

Certo lo so
Dovrò lasciarti

Siamo stati bene
e accanto a te ho creduto talvolta
di essere immortale

E quando non ci sarò più
cosa avverrà
delle nostre lotte e delle contumelie
degli amori e gli inganni i desideri
questo diuturno generarsi dalla morte?
Cosa sarà di te e di me
che non hai deciso di partire
che non ho deciso di partire
di abbandonare
alla solitudine il compagno

Nondimeno non posso intercedere
perché non so con chi
perché le mie preghiere
come le tue del resto
non giungono a nessuno
e non c’è vento che le inchiodi
al dirupo del cielo
Quanto mi mancherai
quanto ti mancherò
perché senza di te
persino la morte è inconcepibile

Addio mio compagno
mio padrone mio schiavo

A questo non eravamo preparati
Ma siamo pronti

 

 

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Milo De Angelis UNA POESIA “Fuori c’è la storia” (1973) commento di Walter Siti

 Milo De Angelis 2 foto Viviana-NicodemoMilo de Angelis1

(da la Repubblica 30 marzo 2014)

 

Quando nel 1976 uscì Somiglianze (la raccolta a cui questo testo del ’73 appartiene) ricordo di aver provato un senso di liberazione: nei dieci anni precedenti la poesia in Italia aveva rischiato il soffocamento. Prima la neoavanguardia l’aveva spolpata e razionalizzata, poi l’aveva colpevolizzata il Sessantotto; i due poeti forse più in vista, Montale e Pasolini, per motivi diversi avevano smontato i loro versi con ironia o con rabbia. L’impegno politico sembrava così urgente che perder fiato e intelligenza con la poesia era roba da vergognarsi come di un passatempo per reazionari. (Solo un’antologia di Cordelli e Berandinelli, l’anno prima, aveva lasciato intravedere un fermento). E invece ecco, un poeta venticinquenne era lì, con una voce sua e con testi che nonostante il titolo non somigliavano a nessuno, che non si abbandonavano alla futile orgia del metalinguaggio e non si prendevano tartufescamente sottogamba; che si spingevano al sublime della lirica usando le parole di tutti i giorni. Dunque si poteva ancora fare?

 

copertina di Somiglianze 1976

copertina di Somiglianze 1976

“Fuori c’è la storia…”

 

Un perdente

 

Fuori c’è la storia,
le classi che lottano.
Cosa fare dunque una volta per tutte
rifiutando il mondo
accettandolo al mattino
(“Era vero, sai, era profondo
il litigio con lei. Ma c’era un solo letto
e prevalsero i corpi”).
C’erano i confini
biologici e le grandi leggi del profitto.
Perciò inventò gli dei e l’interiore.
Alla sera, durante l’erezione
pretese anche un destino
(“dove sei stata
per tutta la mia vita ?”).

 

1973  (da “Somiglianze”)

milo_de_angelisQuel venticinquenne poi, a guardar bene, era meno alieno di quel che sembrasse; aveva letto gli ermetici italiani e i francesi, Char e Bonnefoy; durante il liceo a Milano aveva avuto come professore Francesco Leonetti, poeta marxista e engagé  quant’altri mai (portando all’esame di maturità il libretto rosso di Mao); Leonetti gli aveva presentato Franco Fortini, eretico della sinistra, maestro di dubbi e di forme chiuse. Il lessico dell’ideologia comunista è lì che preme: “le classi che lottano”, “le grandi leggi del profitto ”  –  il protagonista si definisce un perdente perché lascia queste cose fuori dalla finestra. Preferisce il privato, la blanda soddisfazione del sesso: con la ragazza si litiga, sinceramente, per cose che sembrano importanti, poi se c’è un solo letto si sa come va a finire. Ma perde pure nel privato, perché non domina la situazione: lui che vorrebbe essere stratega e definitivo (“cosa fare” risente del “che fare” leninista, “una volta per tutte” richiama l’amato Pavese che definiva il mito “lo schema di un fatto avvenuto una volta per tutte”  –  e forse anche un recente titolo fortiniano,
Una volta per sempre), lui rifiuta il mondo per accettarlo la mattina dopo. Non sa diventare mitico, contrapporre agli adulti ideologi una propria certezza.

Il presente assoluto si trasforma in un imperfetto narrativo, ed è nelle minuzie degli episodi quotidiani che la fragilità esistenziale si manifesta. È troppo duro accettare, oltre alle leggi economiche, anche i limiti biologici e la morte.

copertina colloqui-sulla-poesia-milo-de-angelisCosì il doppio perdente si inventa la religione e l’interiorità: non come i grandi, come Freud o Kierkegaard, che ne scoprono le leggi, ma come ripiego e sotterfugio psicologico. Durante l’erezione, sorpreso al vivo della debolezza animale, pretende di trasfigurare il sesso in amore e addirittura in destino (ancora Pavese e la sua idea triste che i poeti “riducono a destino”, cioè a simbolo, la potenza selvaggia della vita). Sceglie una frase che dovrebbe impressionare la ragazza: una frase che De Angelis ripeterà seriamente, vent’anni dopo, in Cartina muta e in Scavalcamento ventrale, due poesie di memoria e d’amore dedicate alla saltatrice e poetessa Nadia Campana; ma qui la frase non nasconde la propria origine sentimentale e pop (“dove siete stata per tutta la mia vita?”, chiede William Holden alla Hepburn in Sabrina, ballando cheek-tocheek).

copertina milo de angelisSmarrimento di un giovane che sa a che cosa opporsi ma non sa ancora come, eppure non si nasconde dietro l’alibi della tradizione retorica; la sua musica è elementare. Versi liberi ma sicuri nell’andare a capo, ogni verso uno snodo; qualche rima quasi casuale (mondo/profondo; mattino/destino), grumi di consonanti a fine verso (lottano  –  tutte  –  letto  –  profitto); perfino un endecasillabo e settenario regolari nel sottofinale; come segno di una necessità che si impone contro l’inerzia della prosa. I frammenti di discorso diretto tra parentesi, che sono una sua sigla in tutto il libro, si ispirano forse a Su fondamenti invisibili,
il libro di Luzi del 1971; ma in Luzi le frasi tra virgolette erano oracolari, un dialogo coi morti: qui è piuttosto un dialogo con la stupidità, schegge rubate al vero a cui concedere pietosamente la chance di diventare significative.

Tutto il libro è teso sul discrimine tra insignificanza e decisione, tra capire e accadere; c’è l’ossessione del kairòs, dell’attimo che passato quello si ricade nell’impotenza (“Forse è ora, è quasi ora./ La guarda, chiude gli occhi, sbaglia”). Ma insieme si insiste sul diaframma che impedisce all’azione di compiersi, che “divide il pugnale/ dal gesto “). De Angelis interpreterà questo divario come distanza tra il contingente e il metafisico, la sua poesia si farà più consapevolmente tragica (poesia dell’agonismo e del vuoto) e sarà imitata da molti. Io preferisco fotografarla qui, nella confusione di un perdente che in modo paradossale interpreta la stagione politica: quegli anni Settanta che sono gli ultimi in Italia in cui l’azione radicale sia parsa ancora possibile. Tra la tentazione di rifugiarsi nel privato per disertare dal pubblico, e quella di rifugiarsi nel pubblico per disertare dal privato.

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POESIE SCELTE DI KARL KRAUS  da “Worte in Versen” (Parole in versi, 1916-1930) traduzione di Katerina Zoufalova e Alberto Di Paola (psed. Antonio Sagredo)

 

Brutto schimdtt2

schimdtt, volti

(trad. di Kateřina Zoufalová e di  Alberto Di Paola (pseud. Antonio Sagredo) – 1989)

 Karl Kraus nasce a Jicin [Boemia] nel 1874 e muore a Vienna nel 1936 da una agiata famiglia ebrea. Fu a Vienna dal 1877 svolgendo una intensa attività giornalistica. Nel 1899 fondò «Die Fackel» (La Fiaccola) che fu subito popolarissimo e a cui nei primi anni collaborarono tra i tanti Wedekind, Liliencron, Altenberg, Strindberg. Dal 1912 ne fu direttore unico. Famose le sue letture pubbliche durante le quali presentava scritti suoi e di altri. Kraus divenne coscienza e giudice del suo tempo, temuto odiato e venerato.

Stabilitosi in Svizzera nell’estate del 1915, iniziò qui il suo sterminato dramma satirico-apocalittico contro la guerra, Gli ultimi giorni dell’umanità (Die letzen Tage der Menschheit, 1922). Pubblicò anche nove quaderni di liriche Parole in versi (Worte in Versen, 1916-1930). Alla fine della guerra aderì alla socialdemocrazia. Memorabili le sue battaglie contro il giornalismo corrotto e la repressione poliziesca dei movimenti operai, riflesse nella commedia Gli invincibili (Die Unüberwindlichen, 1928); la polemica contro il giornalismo condannato come prosti tuzione dello spirito dell’affarismo si trova in Tramonto del mondo per magie nere (Untergang del Welt durch schwarze Magie, 1922). Ha scritto volumi di aforismi, e scritti sul linguaggio (Letteratura e menzogna , Literatur und Lüge, 1929; La lingua , Die Sprache, 1937). La sua tendenza è verso il satirico, con una raffinata tecnica della citazione e una scrittura rapida e incisiva, incline al paradosso.

Per il centoquarantesimo anno dalla nascita di Karl Kraus pubblichiamo in anteprima in traduzione italiana sue poesie tratte da Worte in Versen .

 sidonie nadherny

sidonie nadherny

 

 

Il prato nel parco*

Come tutto mi diviene senza tempo. E là dietro indugio
sbalordito e nel disegno del prato sto fermo,

come il cigno nello specchio verde.
E questa era la mia terra.

Quante campanule! Ascolta e guarda!
Lui, l’ammiraglio, sta su questa pietra
da molto tempo. Deve essere domenica
e tutto risuona d’azzurro.

Non voglio continuare. Fermati, piede vanitoso!
Finisci la tua corsa davanti a questo miracolo.
Un morto giorno si sveglia.
E tutto resta così antico.

16 novembre 1915

 

Viaggio nella valle Fextal

Quando il tuo sole illuminò la mia neve
era domenica nell’azzurra Engandina.

Ardeva l’inverno e il gelo era cocente,
spruzzavano senza fine le scintille dal ghiaccio.

Tutto il presente irrompeva scricchiando,
danzava la luce con la musica della slitta in corsa.

Andavamo da qualche parte nel passato,
al di là d’ogni stagione.

Ogni cosa che iniziò sgarbatamente, ci attraversava sereno,
un giorno d’argento ringraziava il raggio dorato.

In un regno sommerso conduce l’incanto.
Come morbida prepara la vita il sogno infantile!

Colma di antichi giochi è la bianca valle;
i monti raccogliamo come cristalli di rocca.

Nessun abisso divide oggi gli elementi?
Un fiume di fuoco lega la terra e l’aria.

Viviamo diversamente. Se continua così
è come essere in un altro pianeta!

Svanisce ondeggiando ogni spazio nella luce.
Così il sogno scivola lieve verso la morte.

Il tempo non recinta nella riserva alcun dolore per noi.
Se i capelli sbiancano, ci sarà buona neve.

L’inverno ci riscalda. La vita è un giorno,
che il vento di Silvaplana ama chetare.

Nessuna meta, è soltanto un riposo che si donava felicità,
se una volta la slitta s’arresta davanti a una tomba.

29 gennaio 1916

Brutto SCHMIDT-ROTTLUFF_Jahre

SCHMIDT-ROTTLUFF_Jahre

Per l’onomastico

Dimmi, non ha il tuo nome, ogni giorno
che vivi, nella mia vita?
Non ringrazia la mia semina il tuo buon seme,
se oggi, se domani, cercherai di raggiungermi?
Ancora sento come tu sollevi
nel senza-nome, nel senza-giorno, il paralitico,
Iddio crede in te. Così dico amen!

25 giugno 1916

All’ascoltatrice

Che nessuno disturbi la mia ultima gioia!
La gioia, leggere a lei? No.
Ma lei vuole essere più grande, dell’ ascoltare me.
Ho solo per me una gioia:
guardarla, come mi sente leggere!
29 ottobre 1917

Quando cade una stella

Qualsiasi cosa che io abbia mai detto nelle altezze,
mi rigetta indietro?
Oggi s’è frantumata una stella
e resta un pezzo di terra.

Ogni cosa che si sottrasse allora
nella mia notte dalla sfera del cielo
e si decise in un istante per un viaggio
in un paese troppo terrestre –

ah, splende in una direzione,
che mi disturbò profondamente il cuore.
E la mia poesia
non mi appartenne, non mi ha ascoltato.

Dolori, come al di là di tutte le frontiere
strappai la natura all’universo!
Quale ingannevole splendore!
Ahimè, accompagna questa caduta.

Quale rivolta sotto le stelle,
lacera l’eternità!
Tutte le altezze, tutte le lontananze,
tutti i cuori sono abbandonati.

E si lamentano per l’ora,
dove con limpida furia
trasfigurato dal cerchio adesso
s’affretta un ospite amato da Dio.

Memore del grande passato,
pieno di luce, cosciente del valore
piangiamo la perdita imperscrutabile
delle sorelle smarrite.

E noi miriamo delle loro strade
ancora l’ultima traccia luminosa.
Che addio! Che rimprovero
alla mortale natura!

Quale caduta nella barbarie,
così le mostra il ritorno a casa!
Una volta generò una creazione ariosa
per la sua voglia di formare lo spirito.

Imbrunisce. L’occhio non vede più
la splendente meteora.
E verso il non folle sentire
guardo io nella notte, lassù.
9 aprile 1920

*Per Karl Kraus il Parco di Janovitz, separato dal mondo da «un muro dove si posa il cielo», era il paradiso, Vienna l’inferno. Là, nella splendida proprietà dei baroni Nádherný von Borutin, non lontana da Praga, tra lillà in fiore, faggi, abeti, piccoli corsi d’ acqua che sfociano in uno stagno solcato da cigni, tutto era perfetto, incorrotto, tutto era poesia e magia, mentre nella capitale dell’ Impero austro-ungarico dilagavano irrimediabilmente corruzione, stupidità, pregiudizi, ipocrisia, doppia morale. Così, tra due poli estremi, all’inferno e in paradiso, «l’irato mago, il bianco pontefice della verità dalla voce di cristallo», autore dei più celebri e graffianti aforismi del Novecento, visse la sua esistenza fatta di battaglie in nome della giustizia, di odio feroce contro il governo e la stampa, di incessante guerra alla guerra. Ma anche di amore, di un’ unica, grande passione, sofferta e senza limiti, per Sidonie, la bella e sensibile castellana di Janovitz. Una storia d’ amore d’ altri tempi, venuta alla luce solo negli anni Settanta del Novecento, che rivela, come scrisse Elias Canetti, un «nuovo Kraus», tenero, appassionato, implorante. Iniziò con il classico colpo di fulmine per entrambi, fu avversata dal fratello della giovane baronessa, Karl, che le faceva da tutore, da pregiudizi di classe e anche razzisti, da malevole insinuazioni. Fu costellata di colpi di scena come il matrimonio di Sidonie con il conte Guicciardini di Firenze, andato a monte all’ ultimo momento, nel maggio del 1915, per l’ entrata in guerra dell’ Italia, e quello da operetta con il fatuo cugino Max Thun, che non durò nemmeno sei mesi. In pubblico Karl e “Sidi” si davano del lei, nessuno doveva sapere dei loro incontri clandestini, delle loro romantiche passeggiate notturne per il parco, delle loro fughe improvvise in automobile in Svizzera e nelle Dolomiti. Si conobbero a Vienna l’ 8 settembre del 1913 al Café Imperial e fu proprio Max Thun a presentarli. Kraus allora, a trentanove anni, con la sua rivista Die Fackel, era diventato lo scrittore austriaco più popolare e più temuto del suo tempo; lei, a ventotto, aveva una discreta cultura, era sportiva, collezionava viaggi per il mondo e teneva un diario in cui registrava i suoi incontri. In quella prima, memorabile serata andarono al Prater in carrozza, sotto le stelle. «Lui riconosce la mia natura», annotò subito lei commossa e più tardi ammise che «Kraus le era entrato nel sangue». Nel novembre dello stesso anno lo invitò a Janovitz e lui ne rimase incantato, passarono insieme il Natale e il fine anno; la notte, quando il fratello di Sidi e la servitù dormivano, lui scivolava di nascosto nella sua stanza da letto, poi passeggiava con lei nel buio sul grande prato che cantò in una sua celebre lirica ( Wiese im Park ). Da allora il Parco di Janovitz divenne parte integrante di un grande amore a cui solo la morte pose fine, fu lo scenario da favola di una storia drammatica a cui la guerra fece da contrappunto, come attestano le oltre mille lettere che lo scrittore inviò a Sidonie Nádherný per ventitré anni (furono pubblicate in Germania nel 1974).

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UNA POESIA DI ADAM VACCARO “feroci innocenze e oltre” – Commento di Giorgio Linguaglossa

adam vaccaro Fronte Seeds

adam vaccaro

adam vaccaro

 

 

 

 

 

 

 

da Adam Vaccaro Seeds, Chelsea Editions, New York, 2014

Adam Vaccaro nasce a Bonefro nel 1940 per stabilirsi in giovinezza a Milano. Nel 1978 esordisce con La vita nonostante, cui seguirà Strappi e frazioni (1997), La casa sospesa (2003) e Labirinti e capricci della passione (2005). Poesie scelte dai quattro libri si trovano in La piuma e l’artiglio (2006).

feroci innocenze e oltre

guardavamo scannare i maiali
con allegra tranquilla innocenza
lanciavamo stecche appuntite di ombrelli
contro civette crocifisse alle porte
e arrostivamo feroci zoccole finite
disperate in gabbie fischiando
un’uscita cercando da fiamme d’inferno
eppure già (di)versi cantando
m’illumino d’immenso

e nessuno può dire se fu quel piede fondato nella terra e
nel letame che diede una spinta a sogni d’assalto al cielo
o s’aprì in quei primilampi di parole un oltre
possibile
nel vortice sempre nuovo
sempre vecchio di questi decenni
pur avendo già un grido nel cuore
che poi la curva ridiscende
ed è subito sera

adam vaccaro

adam vaccaro

 La poesia inizia subito con una immagine truculenta, arcaico-rurale: « guardavamo scannare i maiali»; il secondo verso ci riporta invece alla situazione dell’infanzia, accenna alla «allegra tranquilla innocenza» con cui i bambini assistevano al rito ancestrale dello scannamento dei maiali nelle società contadine di tutte le latitudini; i quattro versi che seguono ci introducono ai crudeli giochi dei bambini nei confronti di animali propri di un’età arcaica, un mondo non ancora contagiato dalla accelerazione del tempo prodotto dalla freccia del progresso e dello sviluppo. È un mondo arcaico, crudele ma accettato da tutti i membri della comunità. È un mondo felice della propria innocenza, un mondo visto con gli occhi di un bambino. E questo è detto in versi elementari e scorbutici in forma di endecasillabi. Non c’è alcuna accentuazione del terribile o compiacimento della scena evocata, la narrazione si sviluppa secondo un tempo mitico, un tempo circolare, diremmo dell’eterno ritorno e della orizzontalità. Il tempo dell’infanzia felice (in quanto innocente, cioè priva di Storia) è riprodotto in versi come scolpiti che narrano la «cosa», i giochi dei bambini innocenti che pongono in essere il loro rito arcaico, crudele e sanguinoso:

lanciavamo stecche appuntite di ombrelli
contro civette crocifisse alle porte
e arrostivamo feroci zoccole finite
disperate in gabbie fischiando
un’uscita cercando da fiamme d’inferno…

adam vaccaro

adam vaccaro

Dopo questo introibo, c’è un accenno ironico e autoironico, quel «m’illumino d’immenso» con tanto di citazione di Ungaretti quasi a sottolineare l’antinomia della condizione astorica dei bambini con l’ideologia della illuminazione interiore che si pasce di ciò che è «immenso» mentre il mondo arcaico in realtà è immobile nella sua ancestrale bruttura e crudeltà. Non c’è alcun compiacimento dicevamo o nota elegiaca in questa rimembranza, soltanto una oggettiva narrazione, con pochi essenziali tratti, a quel tempo mitico caratterizzato dalla assenza della Storia e dalla temporalità dell’infanzia. È una poesia dura, oggettiva, crudele, con un lessico scabro, irsuto, scorbutico.

La parte centrale del componimento si apre con la terza persona, con quel «nessuno» «può dire», come dire: nessuno si può accampare il diritto di pronunciare un giudizio di valore verso un mondo che nel frattempo è scomparso: non c’è né valore né disvalore in quel mondo, è un mondo ormai scomparso quando l’autore scrive il componimento, che fa parte del passato remoto. E qui il tono dominante si fa più morbido, quasi elegiaco, quasi l’autore volesse accarezzare quel tempo trascorso senza rimuoverlo del tutto dalla coscienza ma quasi tentando di riportarlo e di riaccreditarlo nell’ordine della Storia del progresso e della civilizzazione.

adam vaccaro 2014

adam vaccaro 2014

 La parte finale si apre con l’immagine del «vortice» che tutto inghiotte, a rendere l’idea che il tempo trascorso è finito in un «vortice» che non può più restituire nulla al presente, un «vortice» «sempre nuovo» (domina ancora la macro simbologia del tempo che inghiotte i propri figli), «questi decenni» che hanno triturato tutto, la memoria e il vissuto, le generazioni arcaiche del Sud e la loro Storia innocente.
Il verso finale è una nota citazione del poeta ermetico Quasimodo con quel «ed è subito sera» che qui non sta a giustificazione di alcunché, non è inserita in quanto correlativo giustificazionista ma per il suo valore di ideologema, quasi un ologramma dell’elegia dell’io.

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Antonio Sagredo: “Dedico queste poesie all’anno 1914 – inizio delle carneficine” (inediti, 1996, 2003)

Antonio Sagredo: “Dedico queste poesie all’anno 1914 – inizio delle carneficine” (inediti, 1996, 2003). Antonio Sagredo è un poeta inedito in italiano, di lui aspettiamo una Antologia che uscirà in traduzione inglese con testo a fronte a New York con Chelsea Editions, ed una in italiano per le Edizioni EdiLet di Roma.

 

antonio sagredo Teatro Politecnico 1974

antonio sagredo Teatro Politecnico 1974

Dedico queste poesie all’anno 1914 – inizio delle carneficine.
Dedico queste poesie all’anno 2014 – inizio delle carneficine
Vi sono altre poesie con versi più spietati, ma ho compassione dei lettori.
Vi sono ancora poeti che cantano la luna e la natura e stronzate di questo genere…. che scrivono ”cadono le foglie” invece di “crollano le foglie”!
a. s.
Antonio Sagredo

 

Io sono lo sterminio in mezzo ai suoi principi,
tradotto alla parola come alla propria esecuzione.
Poesia, tu vivi di interiora!
Tutte le sofferenze ti somigliano.
Dall’ordine ti ritiri fino alla sorgente,
di notte soffro la parola che subisco.
Di cera mi è dato di vivere nel caos.
E se legato ancora al sangue umano
(indebolito e unto dalla madre al capezzale)
sui ceppi divinizzi i patiboli più che la tortura.
Le bende sulle lancette dei rauchi quadranti.
Nelle stanze le soglie sono altrove dolorose:
ho traversato il grido da uno estremo all’altro.
E creo in ogni istante un Dio,
il suo terrore vendico con la mia mano.
Mi girano intorno i luoghi delle esecuzioni.
Quale festa contare i vivi!
Allontanate da me ogni diniego di potenza,
quel calice che penetra la mia carne.
Poesia, dammi la tua bocca e la tua lingua!
Non mi resta che il sangue con cui parlare.
Darò ordini al sangue!
Mi offrono le mie mani, i miei occhi,
a me, a me, che mai arrivo in tempo alla mia ora!
Perché generare una memoria
se le forche fanno appelli
a chi non pesa la parola come i morti?
Io che sono al di fuori d’ogni linguaggio,
restituitemi le labbra e la mia bocca!
Agli dei il silenzio che non mi è dato,
l’uomo si scordi almeno il proprio nome.
Darò ordini al sangue:
che non venga crocefisso il cuore!
Non ha capito nulla, Iddio, dell’uomo…
la funebre offerta dei suoi misteri…
il nostro arbitrio
non preserva il becchino della corruzione,
le stelle dalla luce delle necropoli.
Possa io baciare gli occhi di mio Padre,
con la sua bocca!
Io sono la mia corazza!
Concedetemi il trionfo d’essere mai nato,
le trasformazioni da cui sono soggiogato.
Quando i rimorsi giungono a una fine
le stazioni marciano verso una memoria.
Sangue: libro che ti sorveglia e aspetta,
a noi mai noto!
E io, terribile, come l’agnello originario,
coperto di bende dalla propria Madre!

 

Roma, 27- 29 gennaio 1994 Continua a leggere

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Ottavio Rossani “Riti di seduzione” (2013), Nomos – Commento di Giorgio Linguaglossa

copertina ottavio rossaniOttavio Rossani Riti di seduzione Nomos, Milano, 2013, pp. 104 € 14

Ha pubblicato le raccolte di poesia: Le deformazioni (1976), Falsi confini (1989), Teatrino delle scomparse (1992), Hogueras (1998), L’ignota battaglia (2005), Finestre aperte (plaquette, 2011); i saggi: L’industria dei sequestri (1978), Leonardo Sciascia (1990), Le parole dei pentiti (2000), Stato società e briganti nel Risorgimento italiano (2002); il racconto storico: Servitore vostro humilissimo et devotissimo (1995).
Collabora con diverse riviste letterarie. È stato uno dei fondatori e direttore responsabile della rivista di “poesia e ricerca” Il Monte Analogo. Per il teatro ha curato la regia di Disobbedienza d’amore di Mariella De Santis al Sipario Spazio Studio (Milano, 1998). Ha realizzato una “mise en espace” delle poesie di Federico Garcia Lorca per il centenario della nascita, con musica e ballo di flamenco: Se mueren de amor los ramos (Caffè Letterario, Milano, 1998). Ha scritto il monologo Se mi vengono i brividi che è stato portato in scena da Edgardo Melchiorri a Buenos Aires nel 2000, con la regia dell’autore. Dipinge. Al suo attivo molte mostre personali e collettive. Dal 2007 si occupa del blog POESIA sul sito on line del Corriere della Sera (poesia.corriere.it).

ottavio rossani 4

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Percorrenza

Per sopravvivere
nella tempesta
seguo la traiettoria
disegnata da un fischio
persistente e fastidioso
nella totale assenza di luce.
Andrò molto lontano.
Lungo il tragitto troverò
qualche buon compagno.
Anche da solo tuttavia
arriverò. Arriverò.

*

La mareggiata, implacabile,
erose una parte della spiaggia
e alcuni casotti per la pesca.
In cambio restituì un bastimento.
Nei giorni seguenti andavamo
a rovistare nel tesoro della stiva.
Giulio trovò intatto un cappello
a forma di rosa che regalò alla madre.

ottavio rossani 3 ottavio rossaniLa poesia di Ottavio Rossani scaturisce dalla problematica scoperta del mondo: piccole, trascurabili cose che chiamiamo esperienze di cui sono fatti il dolore, la gioia, l’inizio dell’inverno, la fine dell’estate, la scoperta del sesso, una casa ricordo d’infanzia, i giocatori attorno ad un tavolo da gioco, due amanti segreti etc. Cose elementari, semplici, primordiali, cose senza epoca, o meglio, che si ripresentano in ogni epoca, grigie e dimesse, misteriose, inesplicabili in quanto, appunto, grigie, invisibili. Non c’è nulla di trascendentale tantomeno di sublime in questo libro di «cartoline» delle anamnesi di Ottavio Rossani, non ci sono tratti sopra segmentali, le composizioni hanno un andamento lineare, narrativo, colloquiale; le rime, assenti, come affondate per sempre nel mare magnum che il plurilinguismo del Moderno ha indotto nel linguaggio poetico, designano bene con la loro scomparsa la sobria prosaicità del mondo; le composizioni sono brevi, essenziali, sintetiche, anamnestiche, provengono dalla materia grezza della scrittura, e la scrittura proviene dalla materia grezza del mondo. L’andamento narrativo e strofico (suddiviso per lo più in strofe irregolari e singole ma anche in colonne libere) garantisce una mobilità e una variabilità di alternanze di toni e di sfumature congeniale a modulare il lessico ed i toni alla situazione concreta di ogni composizione; il metro, modellato sul calco dell’endecasillabo, del decasillabo, fino all’endecasillabo ipermetro, ha la funzione di mettere a fuoco, volta per volta, l’oggetto da inquadrare alla vista dell’osservatore. Ne deriva un impulso ritmico rallentato, leggermente sfocato, ora ovattato ora mosso con una dislocazione morbida degli ictus e delle pause severamente intervallate e come controllate e sorvegliate.

 Occhieggiava le gambe delle ragazze
nel pellegrinaggio sul sentiero sassoso.
Si partiva a mezzanotte quando scendeva
il primo fresco dopo la calura.
Si saliva a frotte, si diventava amici,
nascevano e si rompevano amori.
Si arrivava all’alba sfiniti e affamati.
Com’erano buone salsicce e patate
arrostite su fuochi improvvisati.
Scampagnata, devozione, eros
erano il bagaglio del sacrificio.
Una piena, poi, l’allegria del ritorno.

 

ottavio rossani 2I vocaboli del tutto comuni e prosaici trovano alloggiamenti ben periodati e rifiniti nella scaffalatura del metro. Il metro è considerato come una scaffalatura dove sistemare le parole e le parole sono scatole insonore. Il registro basso permette inoltre all’autore di sondare tutte le sfumature del grigio senza esondare in colori accesi o in pericolosi eccessi di toni. Poesia in abito grigio, elegante e dimessa, e dimessa in quanto sobria, sobria in quanto nostalgica di un tempo lontano che il passato ha reso ancora più grigia, fatta di cartoline consunte dal tempo. L’ultima sezione del libro, quella a mio avviso più riuscita, da cui sono tratte le composizioni riportate, sono tutte indicizzate sul contrappunto del detto e del non-detto, di ciò che è sobrio dire in poesia e di ciò che non conviene riferire, ma per una intima ritrosia del dire in ordine a ciò che non può essere pronunciato e che viene lasciato alla immaginazione del lettore che completa con l’atto della lettura ciò che «manca» alle composizioni testuali. L’etica di questa poesia sta qui: nel non poter dire tutto ciò che si vorrebbe poter dire; da questa censura interiore nasce, appunto, la poesia di Ottavio Rossani. Continua a leggere

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“Il Barone rampante” di Italo Calvino letto da Umberto Eco

SPETT.UMBERTO ECO A NAPOLI(SUD FOTO SERGIO SIANO)

italo calvino

italo calvino

da Il Sole 24 Ore – Domenica 26 maggio 2013

«Il Barone rampante» nel 1957 forgiò in Eco l’idea del ruolo dell’intellettuale, né organico né pifferaio della rivoluzione ma distaccato osservatore critico della realtà.

Vorrei parlare del libro di Calvino che amo di più, Il barone rampante, e spiegare perché è rimasto sempre un testo che mi ha accompagnato durante tutta la mia vita, come una sorta di manifesto politico e morale.
Capisco che possa suonare strano parlare di lezioni morali e politiche per un libro che, al momento della sua pubblicazione, portò molti intellettuali impegnati italiani a lamentarsi del fatto che II visconte dimezzato (uscito sei anni prima) non rappresentasse più una parentesi nel lavoro di un narratore caratterizzato da una vena realista.

Roma, 1960. Lo scrittore e regista Pier Paolo Pasolini con Italo Calvino al Caffe' Rosati in piazza del Popolo

Roma, 1960. Lo scrittore e regista Pier Paolo Pasolini con Italo Calvino al Caffe’ Rosati in piazza del Popolo

 Con questo nuovo romanzo, Calvino abbandonava definitivamente II sentiero dei nidi di ragno per una poetica del fantastico muovendosi per mondi possibili, galassie cosmicomiche, città invisibili e traiettorie astrali zenoniane.
Si fa fatica, oggi, a immaginare quanto la sinistra ufficiale italiana fu disturbata dal Barone rampante; è sufficiente ricordare che, nello stesso decennio, Luchino Visconti, che era un intellettuale comunista, osò rivolgersi, con il suo Senso, non a una storia di lavoratori, ma alla passione romantica e decadente di due amanti del XIX secolo, e ne ottenne, in pratica, la scomunica da parte dei difensori del cosiddetto realismo socialista. Vorrei farvi capire perché, per un giovane di venticinque anni – tanti ne avevo quando lessi II barone rampante nel 1957 – questo libro ebbe un impatto tanto devastante sulla mia nozione di impegno politico, o del ruolo sociale dell’intellettuale.

umberto eco edoardo sanguineti e furio colombo

umberto eco edoardo sanguineti e furio colombo

È superfluo ricordare che il libro mi colpì come uno stupendo lavoro letterario, facendomi sognare quei boschi incantati di Ombrosa, che digradavano superbi verso il mare. Alcuni giorni fa ho riletto il romanzo, ricavandone la stessa sensazione di felicità, «catturata nuovamente dall’incantesimo di una lingua trasparente, attraverso la quale (e non certo contro la quale) mi pareva di arrampicarmi, in maniera quasi fisica, di ramo in ramo con Cosimo, e di diventare poi un rigogolo, uno scoiattolo, un gatto selvatico, un passero, o persino una foglia d’ulivo o di ciliegio.
Quella del Barone rampante è una lingua cristallina, e Calvino (si veda la terza delle sue Lezioni americane) ha detto che il cristallo, con la sua sfaccettatura precisa e la sua capacità di riflettere la luce, era il modello di perfezione che aveva sempre accarezzato, come un simbolo. Ma nel 1957 la mia reazione principale fu, più che estetica, di natura filosofica – il che non dovrebbe stupire nessuno, dato che ero alle prese non con una fiaba (come molti la considerarono) ma con un grande conte philosophique.

umberto eco5 Tra gli anni Quaranta e Cinquanta, i giovani intellettuali (poco importa se cattolici o comunisti) erano ossessionati dal dovere morale di essere – come si usava dire – “organici” al proprio gruppo ideologico. Davvero, era facile avvertire il ricatto di questa chiamata generale alle armi, al dovere della militanza, di usare il proprio potere intellettuale nella lotta contro i nemici ideologici. Solo due voci si erano levate contro questa concezione del ruolo degli intellettuali. Una, negli anni Quaranta, era stata quella di Elio Vittorini, con il quale Calvino aveva collaborato in gioventù e, più tardi, nel corso degli anni Sessanta, curando insieme «Il menabò», una rivista che doveva influenzare enormemente il corso della letteratura italiana di quel decennio. Vittorini disse, nel 1947, che gli intellettuali non dovevano suonare il piffero della rivoluzione. Con questo, egli intendeva dire che non dovevano diventare gli agenti stampa del loro gruppo politico, ma invece incarnarne la coscienza critica. Vittorini, all’epoca, apparteneva al partito comunista e curava una rivista abbastanza indipendente e dalla vita breve, «Il Politecnico». Ovviamente venne considerato un traditore del proletariato. «Il Politecnico» morì, e l’appello di Vittorini rimase a lungo inascoltato.

Nel 1955, fummo affascinati da un libro di filosofia politica, Politica e cultura di Norberto Bobbio, che disegnava in maniera più rigorosa il profilo di un intellettuale che fa il proprio dovere cercando una verità che non si identifica con la verità ideologica del proprio gruppo. Laddove Vittorini aveva solo lanciato uno slogan, Bobbio sviluppava una severissima argomentazione filosofica. Rispettivamente troppo poco, o troppo, per produrre un’epifania. Questa fu prodotta dal Barone rampante, che aveva il potere persuasivo di una parabola, l’attrattiva profonda del mito, il fascino della fiaba e la forza gentile della poesia.

calvino-italo11 Calvino ha eliminato dalle prime versioni delle proprie opere certi paragrafi moraleggianti che avrebbero potuto rendere le sue lezioni troppo invadenti. Cosimo Piovasco di Rondò non insegna nulla, almeno, non ai lettori. Si limita a incarnare un esempio. Solo in due punti il romanzo suggerisce una possibile lettura/interpretazione morale. Il primo punto (nel capitolo XX) è quello in cui si dice che Cosimo riteneva che, se si voleva osservare la terra nel modo giusto, bisognava mantenere la giusta distanza da essa. Il che mi rimanda a un’osservazione dalle Lezioni americane: «È sempre in un rifiuto della visione diretta che sta la forza di Perseo, ma non in un rifiuto della realtà del mondo di mostri in cui gli è toccato di vivere, una realtà che egli porta con sè, che assume come proprio fardello». Il secondo punto (nel capitolo XXV) è quello in cui il fratello di Cosimo si domanda, senza trovar risposta, come la passione di Cosimo per gli affari sociali possa essere riconciliata con la sua fuga dalla società. Continua a leggere

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Nina Berberova QUATTRO POESIE (San Pietroburgo 1901- Philadelphia 1993)

nina berberova Vladislav Chodasevic

nina berberova Vladislav Chodasevic

 

nina berberova hotel jardins d'eiffel

nina berberova hotel jardins d’eiffel

nina berberova adelphitraduzioni di Maurizia Calusio
Nina Berberova Antologia personale 1921-1933 Passigli, 2006

È morta nel 1993 negli Stati Uniti la scrittrice nata a San Pietroburgo nel 1901. Racconta, da raffinata testimone, la cultura e gli eventi di un secolo TITOLO: Nina Berberova, una leggenda del Novecento. L’Ottobre e la tragedia degli artisti. La fuga nella boheme parigina e l’America Visse la Rivoluzione e il dramma che travolse poeti come Esenin e Majakovskij. Tornò in patria solo nell’89. “Che tristezza, che squallore” . La scrittrice russa Nina Berberova è morta domenica a Filadelfia, in Pennsylvania. La Berberova, 92 anni, era in cura da qualche settimana per una caduta che le aveva procurato una commozione cerebrale. “NEW YORK. Io appartengo a quella categoria di persone per le quali la casa in cui sono nate e cresciute non è mai diventata il simbolo della protezione, del fascino e della solidità della vita; anzi la sua distruzione mi ha portato una gioia immensa. Io non ho né “tombe di famiglia”, né i resti di una casa distrutta, nel cui ricordo trovare conforto nei momenti difficili…”. Così Nina Berberova, scrittrice russa nata nel 1901, passata dalla Rivoluzione all’emigrazione di Parigi, all’occupazione nazista, alla fame, a un lavoro oscuro in America, all’insegnamento universitario, alla fama letteraria, fino alla morte dell’ altro ieri. Continuava a vivere da sola, come aveva fatto per anni a Filadelfia. “…Il mio adattarmi al mondo provoca in me la felicità, perché nel mondo ci sono gli elementi dell’ordine interno e dello sviluppo”. Nata in una famiglia “liberale”, prima della Rivoluzione d’Ottobre, la Berberova narra della propria vita in quello che resta il suo più bel libro, “Il corsivo è mio” (Adelphi 1989).

anna achmatova, ritratto di Kuzma-Petrov-Vodkin

anna achmatova, ritratto di Kuzma-Petrov-Vodkin

 L’incontro con la poetessa Anna Achmatova e con Aleksandr Blok: “La Achmatova indossava un vestito bianco con il colletto alla Maria Stuarda (come si usava allora), era sottile, bella, elegante, con i capelli neri…ci fu un altro intervallo…scorsi all’improvviso Tatjana Viktorovna a braccetto con la Achmatova: “È la ragazza di cui le avevo parlato. Scrive poesie…”. Quando incontrai la Berberova nella sua casa di Filadelfia, a picco sulla città vecchia, mi raccontò , facendo un po’ la civetta tra le rughe di un viso arguto e stagionato dagli orrori del secolo: “Nel 1989 sono tornata in Russia per la prima volta dal 1922. Che squallore, che tristezza. Casa dei miei a Leningrado grigia, sporca, fumosa. Ho fatto un giro, poi via. Mi stupivano le ragazzine, a Mosca e a Leningrado. Si facevano vicine vicine e mi volevano toccare, come fossi Madonna. Perché secondo lei?”. “Signora”, le dissi, “le ragazzine volevano toccarla perché lei ha toccato la Achmatova, Blok, ha conosciuto Gorkij ed è stata l’amante del poeta Vladislav Chodasevic. Volevano carezzare la vecchia Russia, la Santa Madre, la Storia, il Secolo che ci scivola da sotto i piedi”.

nina berberova giovane

nina berberova giovane

 

 

 

 

 

 

 

Quel giorno ci fu un tramonto così insolitamente prolungato,
nel cielo rosso erano nere le case e il nostro giardino deserto.
Quella notte il cuore non ce la faceva più per le innumerevoli stelle
e spalancammo le finestre sulla vasta notte caldissima.
E al mattino un vento leggero portò il fresco dei mari,
ci furono troppi colori per via dei glicini e delle rose in fiore.
E quella sera me ne andai, pensavo al nostro destino,
pensavo al mio amore, di nuovo – a me e a te.

nina berberova

nina berberova

 

 

 

 

 

 

Non serve questa discrezione,
ma come avrò il coraggio di dirlo?
A me è dato respirare
in una felicità non passeggera,
a me è dato vivere
in una giovinezza non soddisfatta,
e scegliere e amare
in una libertà fuorilegge.

nina berberova copertina passigli

 

P.P.M.

Prima del triste e difficile addio
non dire che non ci sarà un altro incontro.
Ho il dono segreto e strano
di farmi da te ricordare.
In un altro paese, nell’esilio lontano
un tempo, quando verrà il tempo,
ti ripeterò con un’unica allusione,
un verso, un moto della penna.
E tu leggi come il pensiero mio ha ridato
e le tue parole di un tempo e l’ombra,
guarda di lontano come ho trasfigurati
questo giorno o quello appena trascorso.
Quale altro incontro vuoi per noi?
Con un unico verso ti restituisco
i tuoi passi, inchini, sguardi, parole
di più da te non mi è dato. Continua a leggere

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Giorgio Linguaglossa: KAREL KOSIK IL FILOSOFO DELLA PRIMAVERA DI PRAGA 

(Karel Kosík Saggi di pensiero critico 1964-2000 a cura di Gabriella Fusi e Francesco Tava, Mimesis, pp. 278 € 24)

 

 

Karel Kosik è nato a Praga nel 1926 ed è morto nel 2003 nella sua città di nascita, è stato uno dei testimoni ed interpreti più acuti del nostro tempo, ovviamente nella versione e dal punto di vista ceco-praghese. Protagonista centrale della Primavera di Praga, ha praticato una originale sintesi del pensiero di Heidegger e del giovane Marx culminata nell’opera «La dialettica del concreto», in particolare, ha analizzato il problema della «pseudoconcretezza» nell’epoca della globalizzazione. Il nucleo centrale del suo pensiero è la dialettica del concreto. Con le sue parole: «Nell’economia capitalistica, si verifica il reciproco scambio di persone e cose, la personalizzazione delle cose e la cosificazione delle persone».

L’elaborazione della teoria della dialettica del concreto risale al 1963 quando il giovane pensatore si misura con il problema del Totalitarismo nelle sue due varianti, del nazismo e del socialismo stalinista. Giovanissimo, si oppone al nazismo, viene catturato e rinchiuso nel campo di concentramento di Terezin, anticamera di Auschwitz. Subisce la repressione di Stalin. All’avvento del capitalismo, dopo il 1989, si sottrae al coro dei sostenitori del nuovo corso dell’economia neoliberista e viene di nuovo isolato dagli apparati culturali del suo paese. Adesso questa interessante raccolta di scritti del filosofo ci consegna la fisionomia di un intellettuale che non si è mai piegato alla dittatura della maggioranza. Belle e profonde le pagine di riflessione che dedica alla «Metamorfosi» di Kafka sull’uomo che cambia aspetto e si adatta alle idee maggioritarie di volta in volta in voga. E qui compare Milena Jesenska, l’amica di Kafka: «Il suo destino consiste nel fatto che, in quella situazione senza uscita che fu il breve periodo dell’autunno del 1938 all’autunno 1939, lei si è opposta contemporaneamente a tutte le tre forme del male allora presenti: sia al male del nazismo tedesco, sia al male del bolscevismo russo, sia al male della viltà europea di Monaco». Milena finì nel campo di concentramento di Ravensbruck, non stava mai in fila, si ribellava all’ordine imposto, come ci racconta Margarete Buber Neumann. Kosík aveva per lei il sentimento di un fratello per una sorella, e si batté per l’accettazione del valore dell’opera di Kafka che i funzionari intellettuali del socialismo reale vedevano come un piccolo borghese decadente.

La Primavera di Praga

Kosík era stato protagonista della Primavera di Praga quando i carri armati sovietici entrano in piazza Venceslao con i cingolati e i soldati sulle torrette dei carri armati T65. «La Primavera di Praga a suo tempo dovette essere soffocata, oggi deve essere minimizzata o lasciata cadere nel dimenticatoio: recava l’embrione di una alternativa storica». «Se l’esperimento cecoslovacco dovesse riuscire -scriveva nel 1968 Kosík – noi ci troveremmo di fronte alla prova pratica che il sistema della manipolazione generale può essere superato, e in ambedue le forme storiche oggi dominanti: tanto in quella dello stalinismo burocratico quanto in quella del capitalismo democratico».

 

duchamp-bicycle-wheel

duchamp bicycle wheel

La costruzione dell’embrione di una alternativa storica è il compito che Kosík assegna al suo marxismo rivoluzionario e umanistico: «La filosofia è la festosa iniziazione ai segreti della realtà: perciò è, al tempo stesso, critica della mera apparenza, è distruzione della pseudoconcretezza onnipervasiva che come un chiaroscuro di verità e di inganno plasma le nostre vite, una pseudoconcretezza onnipervasiva in cui siamo risucchiati, che assorbe tutte le nostre energie, smarriti in una prassi di “cura” che ci impedisce di vederne il carattere derivato, sociale, non fisso… La cura è la mera attività dell’individuo sociale isolato» che, accecato dalla pseudoconcretezza, non riesce a vedere le cose come prodotti sociali, che siano le merci, lo Stato, il mercato etc.

In ceco, rammenta Kosík, la parola mercato risulta dalla combinazione di tre lettere magiche TRH, a cui tutti celebrano un rito che ha del magico.

«La caratteristica del tempo in cui viviamo non è  il mercato, bensì la globalizzazione capitalistica, il dominio planetario del supercapitale. Chi confonde il mercato con il capitalismo nega l’esistenza del supercapitalismo come potenza planetaria. Per esso il mercato è soltanto uno strumento subordinato al proprio funzionamento». C’è una superpotenza che governa oggi il mondo, il latifondo planetario, reclutata fra i nuovi ricchi e che «unisce imprenditorialità con la mafiosità, la truffaldinità con la criminalità organizzata. La lumpenborghesia è un’enclave combattiva, apertamente antidemocratica all’interno di una democrazia funzionante, ma imperfetta e irresoluta». La critica della «pseudoconcretezza», dell’apparenza del reale, resta l’incompiuto dovere della filosofia. Questo è il messaggio della riflessione che Kosík venne elaborando a metà degli anni Novanta con il dichiarato intento di combattere la omologazione del pensiero dei nostri tempi. Il «Presente» attende dunque la sua «Primavera»: «Ciò che libera, germoglia e matura lentamente, sullo sfondo, e all’inizio si manifesta come esiguità risibile. Ma la storia ci fornisce esempi di inizi in-significanti dai quali sono derivati grandi avvenimenti. Per quanto possa sembrare esiguo, importante è l’inizio».

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Antonio Coppola   DODICI POESIE EROTICHE “Specchio di malie”

antonio coppola

antonio coppola

 

Laura Antonelli nel film mamma mia come sono caduta in basso

Laura Antonelli nel film mamma mia come sono caduta in basso

Antonio Coppola è nato a Reggio Calabria vive a Roma dal 1970. Si laurea all’Università di Roma La Sapienza in Lettere Moderne, giornalista-pubblicista dal 1972, ha scritto su quotidiani Nazionali, quali: Momento sera, Avanti, Il Secolo, Giornale d’Italia, Giornale di Calabria e riviste: La fiera Letteraria, Il Veltro, Libri e riviste d’Italia, La Vallisa, Capoverso, Lettere Meridiane, Quaderni di Rassegna Sindacale e Medicina dei Lavoratori (editi dalla CGIL). Ha pubblicato Terre al bivio; Frontiera di maschere (con pref. di Saverio Vollaro) in successione: Caro Enigma, A colloquio con il padre, La memoria profonda, Da Emmaus le parole, Morte ad Halabja, Gli angeli del Bonamico, La Poesia nella Scuola (incontro con l’autore), L’ombra dei gigli infranti, Nei vivai di Dio. Di recente (a cura di Coppola) esce La luce trasgressiva e, successivamente, Voci contro nella poesia contemporanea italiana e straniera. Ha fondato ed è direttore responsabile de I fiori del male prima “foglio di poesia” poi Quaderno quadrimestrale di Poesia Cultura letteraria e Arte. Gli sono state dedicate due monografie di approfondimento alla sua opera poetica, la prima di Maria Grazia Lenisa, l’altra, più recente, da Francesco Dell’Apa. Ha scritto saggi su autori italiani e stranieri.

 

laura antonelli sul set

laura antonelli sul set

Oh amore, mia cascata
di voglie non m’impedire
che nulla avvenga:
io sono già sogno,
vento di Calabria
che si prepara alla notte.
 

 

 

 

 

Un secolo fu soltanto ieri,
poi fummo turbine
e dardo di Cupido amante;
ora qualunque omaggio
mi venisse darò un poco
di furia del mio sangue.

 

laura antonelli sul set

laura antonelli sul set

 

L’onda va tra i tuoi seni,
giunge a me il profumo
dei meli, su gli arenili
la bellezza di Eurione
languì vicino al mio corpo.

 

*

 

Mia fanciulla dai seni azzurri
scaldami e giaci sopra me,
come è intensa la vita,
in che modo il passar degli anni
attira visioni che tornano amore.

 

laura antonelli

laura antonelli

 

 

 

Brucio di te, amata amante
e ti guardo mistero su me,
fumo in me trattengo
posseduta donna, inclita.

 

*

 

Non so di te che l’impercettibile
inconscio, unica malia
gli occhi felini da preda possibile;
oh vicina o lontana amata
che muovi e sorpassi il tempo! Continua a leggere

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Sauro Albisani QUATTRO POESIE da “LA VALLE DELLE VISIONI” (Passigli, 2012)

cop sauro Albisani la-valle

sauro albisani

sauro albisani

Sauro Albisani (Ronta 1956), poeta e drammaturgo, ha curato l’edizione delle Poesie del sabato (1980) di Carlo Betocchi, al quale è stato profondamente legato, come amico e discepolo. Ha scritto con Miklos Hubay il dramma I segugi da un frammento sofocleo, pubblicato su “Sipario”. È stato assistente alla regia di Orazio Costa Giovangigli, che egli considera, dopo Betocchi, il suo secondo maestro. A Costa Albisani deve alcune memorabili letture drammatiche del proprio teatro e importanti interventi critici. Ha pubblicato drammi: Campo del sangue (1987), Il santo inganno (1997); saggi: Il cacciatore di allodole. Per Carlo Betocchi (1989) Ippocrene. Riflessioni sull’ispirazione poetica (1991), Verso casa. Soliloqui sulla poesia (1992) Cieli di Betocchi (2006); poesia: Terra e cenere (2002), La valle delle visioni (2012), Orografie (2014); traduzioni: Vangelo secondo Giovanni (1994), Marziale Roma liberatutti (2010).  Premi: Lericipea, Viareggio-giuria e Gradiva-New York.

Sito ufficiale: http://www.sauroalbisani.com

sauro Albisani 4

 

 

 

 

 

 

 

SULLA FELICITA’

Andavano da Cervia a Cesenatico
sulla battigia quando la marea
si ritira e rimangono le arselle
a boccheggiare nella sabbia. Il rischio,
pensava, è di forare e dover spingere
la bici a mano col peso del bambino.
Erano troppo piccoli per chiedergli
di farla a piedi.
Lui pedalava pensando: verrà,
verrà prima o poi quella che chiamo
felicità e non so cosa sia
se non, immagino, sentirmi a mio agio
in questo corpo. Un surf
là davanti faceva una cosa sola
di una vela e di un uomo. Il primogenito
pensava alle navi. La mamma
pensava alla cena pedalando. L’ultimo nato,
nel suo seggiolino, accompagnava la corsa
come tutte le sere
gorgheggiando. Ancora non parlava. L’uomo,
inquieto, stupidamente, continuava a pensare
alla felicità, credeva d’avere solo dei pedali
sotto le suole.

Che cosa aveva sotto le suole,
sul manubrio e a destra, dalla parte del mare,
e lì davanti, a pochi metri, fra i capelli
di quella giovane mamma
lo avrebbe capito solo molti anni dopo
provando a fare una poesia. Continua a leggere

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CHIARA MOIMAS DIECI POESIE SULLA METRO di PARIGI (Inediti)

Chiara Moimas

Chiara Moimas

parigi metro 4Chiara Moimas è nata e vive a Ronchi dei Legionari, in provincia di Gorizia. E’ stata insegnante ed è attualmente impegnata in un’organizzazione sindacale che si occupa di docenti.
Ha ottenuto il Premio speciale M.Stefani al concorso di poesia erotica di Venezia 2012;l’Attestato di merito ad “Un sonetto per Siena” 2013; Primo premio poesia “La seduzione e l’eros” Roma 2013;
Ha pubblicato i seguenti libri di poesia: Metamorfosi:donna (1989), L’angelo della morte e altre poesie (Scettro del Re, 2005). CURRICULUM VITAE” (Joker edizioni, 2012); premio della critica concorso “Le nuvole – Peter Russel” 2014. Sue poesie su riviste, antologie e siti web. Scrive su pubblicazioni locali in dialetto bisiac.

parigi metro2

METRO PARIS

IL VENTRE DI PARIGI

Varca le porte
di floreali intrecci,
scendi negli antri grigi
e penetra con il mètro
nel “ventre di Parigi”.
Da un luogo all’altro
viaggia con gran velocità;
avesse potuto farlo Zola!
Avrebbe descritto
con magica penna
la fervida vita
sotto la Senna,
avrebbe ritratto
con grande maestria
la fretta, la paura, la follia.

Cunicoli bui ed accese stazioni
dove ognuno insegue mete e direzioni
ed impilato su scale semoventi
accede al regno del sole e dei venti.

 

parigi biciLINEA 1

La Dèfense (Grande Arche) – Chateau de Vincennes

CHATEAU DE VINCENNES,

maniero medievale,
da qui la 1 (uno) Parigi risale.
Sosta obbligata
al “Train Bleu” de LYON
per la degustazione del bon ton
e per un assaggio di rivoluzione
una ed ancora un’altra stazione.
Libertè si grida alla BASTILLE
e l’eco giunge sino
all’ HOTEL DE VILLE.
La Storia nasconde il volto,
esibisce l’audacia
come a LOUVRE la pietra
di Samotracia,
mentre il pensiero sfida
le regole del volo
e alla DEFENSE s’inarca,
superbo e solo.

parigi metro
LINEA 2

Nation – Porte Dauphine

Quattro passi
senza fretta,
Montmartre è lì
che aspetta.
Al Sacro Cuore
il métro non sale,
la linea 2
ti abbandona alle scale!
Ma PIGALLE non è
come tutte le stazioni
ti getta nelle pale
di mille tentazioni…
…che tu rifuggi
(intellettuale impegnato)
e scendi a BELVILLE
per sentirti appagato;
qui non c’è più niente
così come era prima,
ma il passerotto (piaf) ancora
saluta la mattina. Continua a leggere

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