Poesie di Vincenzo Petronelli, Il vuoto come spazio creativo, La poesia del modernismo di Herbert istituisce la metafora assoluta che collima con il pensiero intuitivo. Nella metafora viene immediatamente ad evidenza l’eterogeneo e il contraddittorio che permeano l’esistenza quotidiana degli uomini. «Veri sono solo i pensieri che non comprendono se stessi», scrive Adorno in Dialettica negativa. Ciò che nel linguaggio si rispecchia, il linguaggio non lo può rappresentare, Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

Foto Saul Steinberg Lady in bath 1

Saul Steinberg, woman in bath, 1949 – L’attesa

Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

Non è Aristotele che nel De memoria sostiene che gli umani sono: «coloro che percepiscono il tempo, gli unici, fra gli animali, a ricordare, e ciò per mezzo di cui ricordando è ciò per mezzo di cui essi percepiscono [il tempo]»? – Dunque, possiamo dire che la Memoria sarebbe una funzione della coscienza del tempo. Anzi, dopo Heidegger si dovrebbe parlare di una funzione della temporalità nel suo rapporto con l’esserci, la nostra esistenza si situerebbe negli interstizi tra le temporalità dell’esserci. La temporalità immaginaria e quella empirica. Il «vuoto» non è affatto una esperienza, non si può fare espereinza del «vuoto», il «vuoto» avviene e basta, avviene nel linguaggio come mancanza di linguaggio, infatti la nuova poesia della nuova fenomenologia del poetico intende il «vuoto» come distanza dai propri contenuti personali, dalle fraseologie giustificazioniste dell’io.

La poesia esistenzialista del modernismo novecentesco si situa nella zona di congiunzione tra temporalità e memoria. Quella zona opaca, insondabile dove hanno luogo gli eventi opachi e porosi, quei momenti di lacerazione dell’esistenza che noi percepiamo distintamente attraverso la lente della memoria. Là sono situati i momenti significativi dell’esistenza di cui noi stessi nulla sappiamo, ma che cosa sia quella lacerazione e che rapporti abbia con la memoria, è davvero un mistero. L’esperienza dell’esserci heideggeriano è fondamentalmente ubiqua: abita la memoria e la temporalità.

Bene illustrano questa condizione spirituale i tropi adottati dalla nuova poesia della nuova ontologia estetica, in particolare i concetti di disfania e di diafania, in una certa misura, concetti gemelli che indicano il «guardare attraverso» della diafania e il «guardare tra» della disfania. Guardare attraverso i linguaggi. La parola poetica si situerebbe dunque «tra» due manifestazioni (Phanes è il dio della manifestazione visibile, la luce,) e «attraverso» esse perspicere due modi diversi di sondare la memoria. È in questo guardare obliquo, in diagonale che si situa il discorso poetico della «nuova ontologia estetica», dove il tempo dello sguardo indica la temporalità dell’esserci. La metafora è il non identico sotto l’aspetto dell’identità.

Foto Descending Man, Photo by Jason Langer
Descending man, Jason Langer

.

La poesia lavora incessantemente attorno ad alcune poche metafore, ma per giungere alle metafore fondamentali occorre un pensiero poetico che speculi intorno alle cose fondamentali, ecco perché soltanto il pensiero mitico riesce ad esprimersi in metafore, perché nel mito la contraddizione e la metafora sono di casa e tra di esse non c’è antinomia e una medesima legge del logos le governa. Ad esempio, in questa a quartina di Zbigniew Herbert è rappresenta una metafora fondamentale:

il proiettile che ho sparato
durante la grande guerra
ha fatto il giro del globo
e mi ha colpito alle spalle

La poesia del modernismo di Herbert istituisce la metafora assoluta che collima con il pensiero intuitivo. Nella metafora viene immediatamente ad evidenza l’eterogeneo e il contraddittorio che permeano l’esistenza quotidiana degli uomini. «Veri sono solo i pensieri che non comprendono se stessi»,1] scrive Adorno in Dialettica negativa. «Ciò che nel linguaggio si rispecchia, il linguaggio non lo può rappresentare».2] È questa l’aporia del linguaggio. La tautologia e la contraddizione mostrano che esse si trovano, convergono, nella metafora, la quale contiene in sé sia la tautologia (il non-identico è lo stesso che l’identico) che la contraddizione (il non-identico non è l’identico). Da ciò se ne può dedurre che nella metafora convergono tutte le aporie del linguaggio, il lato effabile e il lato ineffabile, il dicibile e l’indicibile. Talché voler estromettere la metafora dal discorso poetico è come voler aggiustare Procuste mettendolo sul letto di Procuste.

Il discorso poetico del modernismo tende «naturalmente» alla metafora e alla metonimiaNella poesia modernista classica l’assurdo e il derisorio si fondano sul reddito di cittadinanza della storia, nient’altro che un titolo di borsa, gli uomini sono i titolari di questo titolo a scadenza fissa, titoli trimestrali, decennali e ventennali che valgono fin che valgono, fin quando lo stato non dichiara default. La storia, che dopo il 1989 è stata destituita in storialità, aveva senso per il modernismo proprio perché ha un significato e la poesia modernista aveva il compito specifico di presentare il falso e il similoro, da Eliot al primo Montale fino a Herbert. La nuova poesia della nuova fenomenologia del poetico invece parte dal concetto opposto: la storialità non richiede più l’ausilio della memoria e del tempo, la memoria e il tempo si sono frantumati e il linguaggio poetico assume l’opzione sospensiva, sospende il tempo e lo spazio, i suoi frasari sfiorano sempre il corrimano dell’assurdo e delll’ultroneo,  scoprono il «fuori significato» e il «fuori senso», il «fuori tempo» e il «fuori spazio».

1] T.W. Adorno, Dialettica negativa, Verlag, 1966, trad. it. Einaudi di Carlo Alberto Donolo, 1970 p. 42
2] L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, Einaudi, 1979 p. 33

Lucio Mayoor Tosi Germinazioni

Lucio Mayoor Tosi, Untitled, acrilico su legno 80×80, 2022

.

Due poesie di Vincenzo Petronelli

Il vuoto come spazio creativo

Affinando sempre più il proprio percorso, la Nuova ontologia estetica ha individuato la sua dimensione valorizzante nella poetica delle sedimentazioni della parola, partendo dalla raccolta differenziata dei residui, dai reflui depositati tra le macerie dei discorsi e delle scritture, per giungere alla ricostruzione delle tessere affastellate nel vuoto della nostra epoca, tratteggiandone, ma con la peculiarità di un’attitudine quasi pre-analitica, la filogenesi stessa. Il concetto di vuoto, più volte ripreso da Giorgio Linguaglossa su L’Ombra delle Parole è illuminante nel rappresentare epistemologicamente la poetica della Noe. La nuova ontologia estetica, in fondo, si caratterizza per il suo impegno verso una ridefinizione critica della poiesis e, conseguentemente, di una sua palingenesi, che non può non partire, come sempre del resto, nelle fasi di ri-generazione dell’uomo, da un’iniziale deflagrazione, che disarticoli le impalcature del “sistema”.

Del resto si tratta di una riflessione ben nota ai filosofi, agli antropologi e storici delle religioni, agli studiosi di psicanalisi: «In ogni chaos c’è un cosmo, in ogni disordine un ordine segreto» così suona un aforisma di Carl Gustav Jung.

Il vuoto, come sottolinea Giorgio Linguaglossa, che nella visione materialistica dominante nella nostra società, viene inteso come nulla, come dissoluzione di spazi pieni (semplicemente perché lo spazio vuoto non è contemplato nella cultura del “riempimento”, dello sfruttamento intensivo dei contorni) è in realtà l’anfratto in cui si cela lo spazio vitale, l’energia creativa del cosmo.

Si sa che le scienze suddette (filosofia, antropologia, storia delle religioni, psicanalisi) fondano proprio sulle contrapposizioni binarie, le spiegazioni delle teorie della vita e del cosmo: esattamente come evidenziato nell’aforisma di Jung, chaos e cosmos.

La ricerca antropologica ha da tempo messo in evidenza come alla base di vari sistemi e modelli culturali, sia antichi che contemporanei, si trovino teorie e credenze che ripropongono tale classificazione dualistica della realtà, fondate ad esempio sulla polarità sessuale, oppure su opposizioni proprie della sfera spirituale: basti pensare ad esempio alla contrapposizione sacro/profano, puro/impuro. Come ha evidenziato la filosofa Francesca Gambetti, lo stesso logos, il ragionamento, la matrice della riflessione filosofica, nasce come tentativo di sottrazione ordinante delle vicende umane dal caos. I grandi miti cosmogonici della Teogonia esiodea si basano proprio sulla narrazione della nascita dell’universo, a partire dallo spazio del chaos primigenio, del kosmos, come verrà definito dai Pitagorici.

La teogonia, a partire dalle vittorie di Kronos e di Zeus, ritrae cosmicamente il trionfo dell’ordine sovrano sulla natura, per poi successivamente, quando tempo cosmico, tempo religioso e tempo degli uomini finalmente si integrarono, a partire dal VI secolo a.C., sostituire alle genealogie divine quelle umane, che fondandosi sugli stessi schemi, raccontano colonizzazioni, fondazioni di città ed esplorazioni, per approdare dalle cosmogonie alle cosmografie, ed essere infine traslate verso le narrazioni dei primi filosofi.

Ecco, la potenza del vuoto è nella sua immensa forza creatrice, ma c’è bisogno di uno sconvolgimento tellurico per valorizzarla, essendo ormai la nostra società imballata comodamente nei suoi depositi ingombranti, nei quali è ormai scaffalata anche buona parte della produzione della cosiddetta intelligencija, protesa esclusivamente ad una concezione dell’impegno intellettuale intesa come perpetuazione del proprio scranno.

Guardandosi bene ovviamente, dai rischi insiti in qualsiasi forma di “ordinamento” post rivoluzionario, la Noe si pone precisamente come detonatore di tale forza tellurica, in grado di ristabilire non tanto un nuovo modello poetico in sé per sé, quanto una nuova visione del mondo, per il tramite della poesia, che rifletti realmente la condizione dell’uomo di oggi.

Fragmenta historica 2

Lady D’Ardboe legge poesie di Proust al sabato nel suo salone sul Donegal.
Suo marito cura la scabbia con lo spritz ed alleva vitelli via internet.

Dall’uscio, la ragazza vede gli animali inginocchiati: in fondo
anche la figlia di un pastore può sfiorare le costole del Signore.

Il carico di droga è già sbarcato a Brandon Bay.
In quest’esercizio non si fa credito. Non si accettano resi sul venduto.

Al confine orientale, i contadini nell’afterhour scattano selfies.
Rifugiati di etnìa Pashtun accucciati in primo piano, implorano la grazia.

La donna avrà cinquant’anni, forse novanta. Cerca pezzi da rivendere
il carburatore, forse lo spinterogeno: sputa in terra con la bocca impastata.

Joseph Ward combattè contro gli inglesi nell’Easter Riding.
Suo nipote ha fatto carriera, assicurando carichi d’armi verso lo Zimbabwe.
Hic et nunc: qui ed ora, in saecula saeculorum.

Le insegne già spente oltre l’ora del coprifuoco. “Avete il green pass?”
Il cameriere serve spezzatino in zuppa e filetto Stroganoff.
“Volodymyr, per il giorno dell’Apocalisse pensavo di indossare il nuovo tailleur”.

“Gli Yankees peggiori sono proprio quelli di sangue irlandese.
Ormai preferiscono gli spaghetti all’Irish stew”.
“Padre, mi ha appena sfiorata. Sono impura?”.

Nella sua camera del Metropolitan, Artemidora ha una flebo nel braccio.
Una macchia di limone si allarga sul suo letto.
Dopo pranzo arriva il “cessato allarme” via mail.

Fragmenta historica 3

I piemontesi entrarono in casa nostra a cavallo sotto la neve di febbraio.
“Qu’est qu’il y à dans cet enfer?”. Le truppe distribuivano pasticcini al vaiolo.
Questa mattina il generale Cialdini sorseggia un tè, nel caffè Francesco II.

Chamberlain ordina sushi formula all you can eat tramite whatsapp
dopo aver scongiurato la guerra. A tavola con lui, Breton legge Il capitale.

Ivan Ilič discute con il fornaio dal braccio anchilosato ed i baffi
asimmetrici; si scambiano gli elmetti e le croci sul petto.

Si accede dall’entrata di servizio, al porto di Barcelona nel 1937.
I proletari surrealisti cantano melodie in minore: “Adios Guernica y que será, será”.

L’Uruguay ha un capezzolo turgido ed il grembo dilatato.
Sigarette, whisky y coño: “what a wonderful world!”
La poltrona shiatsu davanti al fonte battesimale.

L’ultima volta che hanno visto Tanya offriva bottiglie molotov in piazza.
I soldati decifravano la guepière, contando i denti tra le dita.

“Perché non cucini per i nostri difensori, non lavori calzini a maglia?”
“Buon Dio! Perché non vieni a riprenderti i guerrieri?”

Era il sesto giorno della creazione dell’Ucraina ed era primavera.
L’arcangelo Gabriele era il fantasma dell’opera al teatro di Kyiv.

Al mattino, si torna come sempre a lavorare
Sotto la coperta livida di Cork.

.

Vincenzo Petronelli, è nato a Barletta l’8 novembre del 1970 e risiede ad Erba in provincia di Como, dove è approdato diciotto anni fa. Dal 2018 è presidente del gruppo letterario Ammin Acarya di Como, impegnato nella divulgazione ed organizzazione di eventi nell’ambito letterario e poetico. Alcuni suoi scritti sono presenti nelle antologie IPOET 2017 e Il Segreto delle Fragole 2018 (Lietocolle), Mai la Parola rimane sola, edita nel 2017 dall’associazione Ammin  Acarya di Como e sulla rivista on line lombradelleparole.wordpress.com.

44 commenti

Archiviato in poesia italiana contemporanea, Senza categoria

44 risposte a “Poesie di Vincenzo Petronelli, Il vuoto come spazio creativo, La poesia del modernismo di Herbert istituisce la metafora assoluta che collima con il pensiero intuitivo. Nella metafora viene immediatamente ad evidenza l’eterogeneo e il contraddittorio che permeano l’esistenza quotidiana degli uomini. «Veri sono solo i pensieri che non comprendono se stessi», scrive Adorno in Dialettica negativa. Ciò che nel linguaggio si rispecchia, il linguaggio non lo può rappresentare, Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

  1. da quando Nietzsche ha dichiarato che «Dio è morto», il poeta moderno
    è obbligato a munirsi di una metafisica,
    e soltanto dopo può iniziare a scrivere poesia.
    Privi di una metafisica si finisce per creare una poesia acefala,
    comunicazionale, una poesia-chiacchiera,
    ma è anche vero il contrario: che soltanto restando privi di una metafisica
    oggi si può fare una poesia veramente moderna.

    (Giorgio Linguaglossa)

    il linguaggio di Celan sorge quando il linguaggio di Heidegger muore,
    volendo dire che il linguaggio della poesia – della ‘nuova’ poesia –
    può sorgere soltanto con il morire del linguaggio tradizionale
    che la filosofia ha fatto suo, o – forse – che si è impadronito della filosofia.

    (Vincenzo Vitiello)

    • vincenzo petronelli

      Condivido entrambe le posizioni. Credo che fondalmentalmente, una poesia – ma direi di più – una lingua che voglia farsi strumento euristico e gnoselologico moderno, debba necessariamente assumere delle ipostasi, delle articolazioni che prendano le distanze dalle concrezioni storicamente ereditate, pena il rischio – ed è ciò che più volte abbiamo rilevato, specie parlando della poesia italiana – che si continui a scrivere le poesie della “cavallina storna”: con tutto il rispetto per Pascoli, ovviamente, ma stiamo parlando di un poeta di fine ‘800/inizio ‘900 dello scorso secolo.
      Sono totalmente concorde nel ritenere che la poesia di Celan – poeta che ha sempre costituito per me un punto di riferimento per la sua capacità di estendere verso piani inimmaginabili l’ambito del dicibile in poesia – rappresenti un caposaldo imprescindibile in questo senso, proprio per essere riuscito a fornirsi degli strumenti adeguati per rispondere alla sua esigenza di ricostruire in poesia il limite dell’abisso umano. E’ totalmente evidente come per riuscire a rivoluzionare così nettamente il registro linguistico poetico, abbia dovuto operare un procedimento di distacco “chirurgico” dai modelli precedenti ed infatti, al di là naturalmente di alcuni riferimenti che a loro volta l’hanno accompagnato, è oggettivamente difficile attuare un raffronto con poeti precedenti.
      Come dicevo, trovo che non sia solo un problema della poesia e che sia un argomento di grande momento, in relazione agli eventi epocali che purtroppo ci stanno sovrastando in questi giorni, rispetto ai quali vedo che molte persone continuano a porsi con vecchi schemi interpretativi che non consentono di orientarsi coscientemente ed in modo criticamente costruttivo nella realtà del proprio tempo.

  2. Vincenzo Petronelli: tentativi riusciti di poesia kitchen. Sembrano uscire da pagine di narrativa sveglia e galoppante (dietro le Salman Rushdie

    • (… mi scuso, ho premuto l’invio; se il momento è propizio, scrivo in diretta.) Dicevo, dietro le quinte della poesia in modalità kitchen, continuo a sentire la presenza di Salman Rushdie. Ma, a differenza di altre poesie kitchen, queste, di Petronelli, non mi portano a chiedere d’istinto, dopo ogni verso, “embè? e quindi?…” (perché fatti e pensieri in libera sequenza – questo fa questo, questo fa quest’altro – sembrano dettati da piacere e divertissement, sperando in valore eccentrico condivisibile). Ma sono versi di narrativa. Però bene, anche il linguaggio con parole d’oltre confine.

      • vincenzo petronelli

        Grazie caro Lucio. Come sai il mio è stato ed è un percorso “con rincorsa”, nel senso che il mio approdo alla poetica Noe è stato il frutto di un ripensamento critico del mio usus scribendi “d’ancien régime”; tutte le rincorse, evidentemente, comportano degli affanni e mi rendo conto come possa e debba ancora lavorare, su tante cose certo, ma in particolare sull’asciuttezza del linguaggio. Tuttavia, come hai sottolineato, c’è una componente di derivazione narrativa che cerco comunque di incastrare con la lingua poetica e che mi diverte bilanciare con questa, poiché mi permette di “arrotondare” l’espressione poetica con un taglio ironico e di ricostruzione antropologica.
        Un abbraccio.

  3. Nel racconto Il Naso (1834), di Gogol’, Kovalëv si sveglia un mattino e scopre di non avere più il naso. Si butta una sciarpa sulla faccia, esce, e vede il proprio naso, in divisa, salire su una carrozza. Gli sembra che si comporti come se avesse un grado più alto del suo, consigliere di stato, almeno; si mette a correre dietro la carrozza e vede che, poco dopo, il naso scende e entra nella cattedrale di Kazan’. Kovalëv lo segue, lo vede seduto a pregare, gli si avvicina e gli dice “Mi scusi, mi sembra che lei sia il mio naso”. “Il naso” scrive Gogol’ “aggrottò le sopracciglia e rispose: ‘Lei si sbaglia, egregio signore. Io sto per conto mio. Inoltre tra di noi non ci può essere nessun legame stretto. A giudicare dai bottoni della sua divisa, lei lavora per un altro dicastero’”.

    Mosca, gli stagni dei Patriarsci, qui è ambientato l’incipit del Maestro e Margherita di Bulgakov: il direttore di una rivista e un poeta chiedono dell’acqua minerale a una donna che sta in un chiosco con scritto “Birra e Bibite”. La donna risponde che di acqua minerale non ce n’è; allora le chiedono della birra, e lei risponde che di birra non ce n’è. Le chiedono cosa c’è, e lei risponde “Del succo di albicocca, ma è caldo”. Le ordinano due succhi di albicocca, lei li apre, e per l’aria si diffonde “odore di pettinatrice”.

    Ma non dimentichiamo che Gogol’, e Bulgakov, grandi scrittori russi, sono nati in Ucraina e anche Anna Achmatova, e Isaak Babel’, e Il’ja Il’f e Evgenij Petrov , Osip Mandel’stam poi è nato a Varsavia (Polonia)

  4. Il declassamento ontologico del “Soggetto parlante”

    L’io è letteralmente un
    oggetto – un oggetto che adempie a una certa funzione
    che chiamiamo funzione immaginaria
    J. Lacan – seminario XI

    Il soggetto è quel sorgere che, appena prima,
    come soggetto, non era niente, ma che,
    appena apparso, si fissa in significante.
    J. Lacan – seminario XI

    L’idea del «Soggetto parlante» è qualcosa che è in viaggio, qualcosa di inscindibile dal linguaggio, anch’esso sempre in viaggio nell’accezione mutuata dalla linguistica e in particolare da de Saussure, di un soggetto nel linguaggio, ovvero di quel soggetto colto nella sua inferenza con il significante in quanto condizione causativa del Soggetto. Questa premessa, se ricondotta nel campo psicoanalitico, implica che non vi sia ambito del desiderio, e che dunque non si possa dare propriamente parlando alcun fenomeno dell’esistenza, se non all’interno di una dimensione che potremmo definire con Lacan «originariamente linguistica», determinata cioè dall’«Altro» come luogo della parola fondata così sulla totalità dell’ordine simbolico in quanto ordine causativo del Soggetto.

  5. Saverio Marconi

    Triceratopo accanto, unguento gelato
    Schiumava tacita la sirena stuprata.
    Rosso
    Il figlio del sangue latrava. Si, no, si, si, foggia. L’abito ricopriva immagini, booster e sirene, coni gelato, bracci tesi, ancora, languiva, voglia, non
    Luoghi nel si nel no. Dualità appese ai rami di mari già solcati in oceanici fiotti di sperma.
    Ho fame, chi? Docili andate alla fine dei tempi.
    Un unico immenso inorgoglito vaccino seminava aurore per ipocondriaci vegliardi apostolici lembi di carotide.
    Si è questo. Il signor Veste entrava, posso entrare, vestire, seminare, vaccinare, guerreggiare, sfoltire, lambire, putrefare, ingurgitare, immettere, spopolare la vita degli insetti carnivori, onnivori, vegani, celestiali, armoniosi viottoli per l”al di là e qua.
    La sorte dell’uomo è lamellare l”ipocondriaca balena dipinta sulla chiglia del primo veliero fagocitante i si e i no del pensiero.
    La prima legge della termodinamica è essere fuori dalla legge della soppressione salina dell”arcivescovo prelato refrattario alla luce. Solo così sarà il dinosauro in grotte e i cavalli e l’arte dell’uomo primitivo mani tante mani e donne e mani di donne e ossa e ossa e ancora mani di ossa. Tutto per Kubrick. Uccidere, guerreggiare, vaccinare, emergere, spopolare, guarire dalla vita, guarire dal guarire, cosi parlò dove quando perché per chi, dove posa il feto, neuroni specchio il lambicco secondo del primo popolo del mare. Bomba saprà vorrà sarà la prima verità delle cose sommerse nel cielo metafisico. Sapere cosa? Non c’è morte. C’è parola morta. Che muore.

    • Piace. Solo, per mio gusto, i versi sono è un po’ affastellati. Rendendo visibili alcune pause, anche la lettura ne guadagnerebbe. Però, complimenti!

    • caro Saverio Marconi,

      lei è molto giovane, ha delle capacità, ha molta energia e molta forza, dirompente e deflagrante, ma poi convogliare tutte queste energie dentro una struttura linguistica diventa molto, molto problematico, e non si va da nessuna parte se non si mette in campo una economia del poetico, una ergonomia, e una diseconomia. Allora bisogna rarefare i verbi e i nomi, i verbi senza azione sono inutili e i nomi senza una idea dei nomi diventa esibizione muscolare che non porta da nessuna parte. Quindi, la prima norma a cui attenersi è avere una idea del linguaggio e poi un linguaggio, entrambe le cose sono molto, molto problematiche. Insomma, voglio dire che non si dà un linguaggio gratis, intendo un linguaggio poetico. E i piccoli e abili trucchi non servono a niente. I trucchi prima o poi vengono meno, si rivelano per quello che sono: dei semplici trucchi.
      Continui a seguirci e a leggere con attenzione quello che si scrive. Auguri.

  6. Scriveva Fortini:

    «Se si tiene presente che una cultura organizzata alternativa a quella dominante non esiste né, a mio avviso, può esistere (esistono conflitti di valori e di ideologie, cioè altra cosa), in una certa misura la partecipazione è inevitabile»; e aggiunge, a suggello, con uno dei suoi consueti ribaltamenti dialettici: «Dice Adorno:non si dà vita vera nella falsa. Correggerei (tutto sommato, con Lenin): non si dà vita vera se non nella falsa».1
    Il critico può perciò rivendicare le non trascurabili responsabilità implicate nella propria funzione soltanto a patto di dimorare dentro l’inautentica ma concretissima oggettività del reale, e accettando di pagare il prezzo della marginalità:«la lealtà al datore di lavoro è di specie tecnica (i pareri editoriali, ad esempio) ed ogni altro contributo è, in genere, tacitamente evitato e acquistato con riduzione di possibilità,inesistenza di “carriera” ecc.».2

    Queste due poesie di Vincenzo Petronelli, la cui lettura auspico da parte di tutti con grande attenzione, evidenziano una direzione personalissima di ricerca di linguaggio all’interno delle varie diramazioni di ricerca della NOe (nuova ontologia estetica). Il primo elemento che mi viene in mente è che Petronelli ha compreso che non vi può essere una critica dell’economia del poetico se non si porta avanti in contemporanea una critica dell’economia del non-poetico, che entrambe le cose sono unite da un vincolo indissolubile e che ogni divergenza e disparità del linguaggio all’interno del campo del poetico altro non è che un determinato che dipende da problemi insoluti all’interno del contiguo campo del non-poetico. Il nesso è indissolubile.

    Un altro aspetto della Cosa è che non si può avere alcuna cognizione oggettiva di un lavoro poetico, di uno stile, di un linguaggio fino a quando non si abbandona (fino a quando non si fanno i conti in termini critici con la Cosa) quel linguaggio e quello stile.
    Non mi meraviglia quindi che alcuni autori che si sono avvicinati o associati alla NOe si siano in seguito allontanati dalla linea di ricerca intrapresa, e la ragione è presto detta: perché avrebbero dovuto fare i conti (critici) con la propria produzione precedente, perché una economia del poetico è spesso incompatibile e poco compatibile con altre economie del non-poetico, e questo significa affrontare le proprie contraddizioni che sono sempre celate in un linguaggio e in uno stile. Non affrontare quelle contraddizioni offre una via di uscita dalla crisi, dai problemi di quella crisi, offre quindi (e gratis) una soluzione a certi problemi che sono e non sono solo poetici e che non abitano nel poetico. Lo stile e il linguaggio di Petronelli vanno avanti in combutta, un passo l’uno e un passo l’altro nella direzione di una razionalizzazione e della sistematizzazione della metafora e della metonimia e dell’economia e della dis-economia monetaria del poetico e dello stile. La poesia di Petronelli prende possesso della falsità del linguaggio, dei linguaggi ufficiali, parte da una presupposizione: la falsità dei linguaggi e del linguaggio poetico convenzionale; parte da questo linea di maggior resistenza e muove le parole come un drappello di soldati e di soldatesse alla conquista di un linguaggio che offra garanzia di veridicità, non più la veridicità della corrispondenza simbolica o della corrispondenza tra le parole e le cose, anzi va in direzione opposta, quella della non corrispondenza tra le parole e le cose, ne prende atto e riparte da qui. Petronelli ha preso atto della necessità di dimorare dentro l’inautentica ma concretissima oggettività del reale, e accetta di conseguenza di dover pagare il prezzo della marginalità e della pusillanimità. Ma, appunto, soltanto diventando pusillanimi e insocievoli oggi si può abitare un linguaggio poetico infirmato di falsità e di retoriche come quello che si proclama ufficiale, cioè che si proclama negli uffici delle televendite e del calciomercato culturale.

    1 Franco Fortini, Non si dà vita vera se non nella falsa, in AA.VV., Contro l’industria culturale. Materiali per una strategia socialista, Bologna, Guaraldi, 1971, p. 114
    ivi, p. 17

    • vincenzo petronelli

      Ringrazio infinitamente Giorgio per la sua attenzione nei confronti della mia poetica e per la sua interpretazione ermeneutica. Mi ritrovo appieno nella sua lettura, già a partire dalla citazione della frase di Fortini che trovo perfettamente calzante rispetto alla mia visione del mondo e della poesia, come già ho avuto modo di ribadire in un precedente intervento in un altro articolo.
      In effetti, come ho scritto più in alto rispondendo a Lucio Mayoor Tosi, la mia adesione alla poetica Noe è stato il risultato di uno strappo personale, di una riformulazione critica della mia “weltanschauung” poetica rispetto alla totalità del mio mondo intellettuale. Ho sempre pensato che la poesia, in quanto forma d’espressione suprema, dovesse essere il ricettacolo in grado di convogliare l’interezza del mosaico del mio cosmo ed avevo ben compreso come tale disegno antropologico della poesia non si riflettesse nella mia vecchia maniera di comporre, troppo legata agli schemi tradizionali di una poesia che definisco “priva di rappresentatività”, cioè di capacità di rappresentare un universo di significazioni.
      Partendo, come dice Giorgio, dalla consapevolezza, dalla presa di coscienza, della falsità del linguaggio poetico ufficiale, della sua inadeguatezza rispetto alla trasposizione poetica dell’esperienza umana – che in quanto trasposizione poetica deve necessariamente scavalcare il dato reale, apparente – sono giunto, grazie all’incontro con la Noe, ad una rielaborazione della lingua e della modalità espressive, nella quale riflettere la mia cosmologia.
      Mi piace molto, perché riflette appieno il travaglio creativo che mi ha condotto fin qui, l’affermazione di Giorgio sulla mia scelta – verissima – “di dimorare dentro l’inautentica ma concretissima oggettività del reale”; in questa efficace immagine dicotomica “inautentica ma concretissima oggettività” è racchiusa l’operazione di ricerca di diversi piani di spiegazione dell’umano, che mi pare costituisca uno degli elementi portanti del progetto Noe nelle sue varie declinazioni formali ed espressive.
      Se poi il prezzo da pagare per l’adesione a tale concezione rispondente all’autentica vocazione della poesie debba essere la marginalità personale rispetto alla “nomenklatura poetica”, ben venga tale condanna.

  7. Saverio Marconi

    Ho scritto un poemetto. Come posso fare affinché sia un post a sé e non si perda nei commenti? A chi devo mandarlo? Mi è stata chiesta biografia ma ho poco da dire. Ho 21 anni, non ho mai pubblicato libri. Se potete pubblicare il mio poemetto, non è lungo, né sarei felice, anche di ricevere vostre critiche e suggerimenti. Grazie

  8. http://www.journal-psychoanalysis.eu/sulla-guerra-in-ucraina/
    Il Ritorno della Storia
    Roberto Esposito

    Nonostante tutti i possibili paralleli, un abisso separa la crisi pandemica da quella della guerra in corso. Certo, entrambe ci hanno colto di sorpresa. Entrambe ci lasciano in eredità un mondo radicalmente cambiato. Entrambe rischiano di produrre un collasso economico e mutano le forme della comunicazione mediatica. Ma i protagonisti delle due crisi restano profondamente diversi. Non parlo dei protagonisti in campo – del virus in un caso, della Russia e dell’Ucraina nell’altro – ma degli orizzonti da cui provengono. Degli abissi da cui emergono. Nel primo caso dal regno della Natura, nel secondo dal mondo della Storia. Entrambe, Natura e Storia, hanno a che fare con la Vita e con la Morte, ma in maniera diversa. La prima, la Natura attraversa la vita dall’interno e dall’interno la conduce, prima o poi, alla morte. La Storia la insidia dall’esterno, con i suoi conflitti, ma le consente anche di rispondere, di reagire, appunto storicamente. Queste sono le potenze – Natura e Storia – con cui da tempo abbiamo ripreso a fare i conti e sempre di più dobbiamo farli. Ma consapevoli della loro radicale differenza. E che vanno affrontate con strumenti del tutto diversi.

    Nel primo caso con quelli della scienza e della tecnica. Nel secondo con quelli della politica. Ovviamente i linguaggi, come i problemi, s’intrecciano in maniera insolubile. Anche la pandemia solleva questioni politiche e giuridiche non irrilevanti. Ma si è presto capito che trattare la crisi pandemica con il lessico della politica non avrebbe portato lontano. Anzi rischiava di confondere le acque, come è puntualmente accaduto. Tutto il contrario oggi, con la guerra in corso, che richiede un sovrappiù di politica, rispetto a quella finora messa in campo. Che, dopo la sua pretesa fine, la Storia tornasse a inquietare la vita, lo si era capito da tempo. Dopo la caduta del Muro di Berlino, che sembrava imbrigliare nella nuova rete globale le potenze negative del Novecento, già l’11 settembre 2001 dava il primo acuto grido d’allarme. Già allora la belle époque della globalizzazione lasciava il terreno a una crisi verticale del globalismo, con il risveglio degli appetiti nazionali. Ma oggi, con il ritorno della Russia imperiale e il riarmo della Germania, il Novecento torna a bussare con violenza alle nostre porte, con tutti i problemi lasciati irrisolti. Si sa che il postino suona sempre due volte e che la seconda è peggiore della prima.

    Di fronte a questo repentino irrompere della Storia, che spacca il nostro mondo, riempendo i cimiteri europei non di vittime del virus, ma di vittime di guerra, la reazione della politica è stata debole e inadeguata. Anche il dibattito aperto in Italia è bloccato da una doppia riduzione di complessità, quella pacifista e quella atlantista. Entrambe hanno la loro bandiera. La prima la nobiltà di un’intenzione portata al suo culmine dall’impegno di Gino Strada, morto sul fronte della pace. La seconda il riscatto di un Occidente a lungo mortificato da sconfitte sul campo e dall’autoflagellazione cui da tempo si è dedicato.

    Ma nessuna delle due bandiere – il neutralismo pacifista e l’orgoglio atlantista – appare adeguata al confronto con la Storia, con il suo ritorno e con il nuovo che ogni ritorno in grande porta dentro di sé. Mai come in questo momento, nelle città devastate dell’Ucraina, il noto s’intreccia con l’inedito. Le radici antiche con gli strappi recenti. Le ambizioni imperiali della Russia, mai cancellate dal comunismo sovietico, si scontrano con l’autonomismo ucraino, da sempre attratto dall’Europa. Come si poteva pensare che la Russia, che insieme all’America ha salvato l’Europa dal nazismo, potesse rassegnarsi e consegnarle quelle che a torto o ragione considera sue terre? E come pensare che nel mondo della comunicazione globale quelle terre restassero fedeli a una Grande Madre Russia gestita da un despota dai modi tirannici e da un gruppo di oligarchi arricchiti quanto corrotti?

    In questo quadro lacerato da ferite antiche e recenti, conteso da due imperialismi entrambi indeboliti, ma ancora militarmente potenti, al cospetto di una Cina sorniona in attesa di ricavarne un profitto, solo una grande iniziativa politica dell’Europa – di tutta l’Europa, non di uno solo dei suoi leader – potrebbe aiutare a uscire da una catastrofe umanitaria che può trasformarsi in apocalisse. Come? Con quali strumenti? Con quali opzioni? La scelta di campo a favore dell’Ucraina è obbligata. Di fronte a un’aggressione brutale, che fa carta straccia di quel che resta del diritto internazionale, l’Europa non ha scelta. Non può tirarsi fuori o limitarsi alle sanzioni. Deve rispondere alla richieste dell’Ucraina – anche fornendole armi di difesa contro un potenziale genocidio – senza però rischiare una guerra aperta con la Russia.

    Ma nel frattempo deve favorire una trattativa seria tra i due fronti che tenga conto delle ragioni di entrambi e delle radici storiche da cui esse nascono. La politica richiede sempre un misto di giustizia e realismo. Come diceva Max Weber, di convinzione e di responsabilità. Non si può trattare l’Ucraina come materia di scambio tra contendenti più forti. Ha tutto il diritto di scegliere la propria collocazione internazionale senza subire imposizioni. Nessuno può imporle un governo fantoccio, dopo che ha eletto democraticamente quello attuale. Ma, come sempre in politica, tenendo conto dei rapporti di forza esistenti e senza trascinare il mondo in una tragedia da cui verrebbe sommerso. La Storia non finirà mai di confrontarsi con il negativo. Come diceva il più grande filosofo moderno, non può abbassare gli occhi. Deve guardarlo in faccia e fronteggiarlo.

    09/03/2022

    • Si vuol combattere ma senza fare guerra (senza rimetterci). Ah, questi democristiani!

    • vincenzo petronelli

      Questa riflessione mi coglie su un’articolazione di grande coinvolgimento per me, essendo di formazione storico ed antropologo, peraltro specializzato proprio, anche, nell’area geografica d’attualità negli eventi di questi giorni; ma direi che mi coinvolge anche poeticamente nell’ambito della visione poetica Noe. Sicuramente il rapporto binario tra Natura e Cultura e tra Natura e Storia, sono alla base di tante riflessioni basilari dello statuto epistemologico dell’antropologia e della storia e delle rispettive riflessioni filosofiche; la maggior parte delle cosmognie umane si basano su dicotomie oppositive come motore della propria genesi e chiave di lettura ciclica del proprio divenire storico. In fondo si tratta, a ben vedere, di due coppie oppositive complementari: il rapporto tra Natura e Cultura attiene alla sfera della dicotomia fra trascendente e razionale, così come il rapporto fra Natura e Storia pertiene alla sfera dell’opposizione fra l’aspirazione dell’uomo all’eterno e la consapevolezza della sua finitezza, che è poi una delle versioni della contrapposizione fra vita e morte.
      Gli eventi di questi ultimi anni, fatte le debite proporzioni fra loro, come giustamente evidenzia Esposito, ci hanno posto di fronte ai limiti della Cultura, cioè della capacità dell’uomo di saper plasmare la natura per il soddisfacimento dei propri bisogni e della caducità della Storia umana.
      E’ materia antropologica, certo, ma è anche materia poetica, nella misura in cui è la poesia, intesa come percorso serio di ricerca interiore, ad individuare la connessione fra i vari ripiani; naturalmente però, non è sicuramente la poesia tradizionale dell’io quella che possa consentire di condurre una tale scansione, bensì solo un progetto poetico come la Noe che si ponga appunto in un’ottica antropologica, intesa come indagine sulle stratificazioni profonde della vicenda umana, quella che la Noe e la Poetry Kitchen riescono a rivelare mediante lo scandaglio del materiale residuale, quello non manipolato dalla convenzione culturale, che ci illumina sull’essenza reale dell’iter dell’uomo nel tempo.

  9. Un livello di coscienza superiore, nel senso di un affiorare di senso intatto,disgustato tanto dall’attualità, tanto dalla Storia.
    Questo imperversare nel presente con una coscienza di antropologo sconfina in versi kitchen
    di fattura elevata. Spessore&Consapevolezza.
    La tenuta è perfetta.
    Il titolo dei componimenti azzeccatissimi, forte!

    Grazie Petronelli.(un abbraccione).

    • vincenzo petronelli

      Grazie infinite caro Mauro. Attendo di essere “compostato” in uno dei tuoi prossimi componimenti. Un abbraccio.

  10. caro Vincenzo Petronelli,

    Sì, scrivere una poesia priva di identità. È questo uno dei compiti della «nuova poesia». Alfredo de Palchi (1921), come tutti i poeti dell’epoca del post-moderno, ha perseguito una poesia della identità, dalla identità fortemente definita, ma oggi forse siamo entrati in un nuovo eone, ci viene richiesto di fare una poesia senza carta di identità, senza indirizzo del mittente e del destinatario.
    Forse oportet insegnare ai poeti a non essere un poeta, che la poesia è una pratica di vita, forse la più alta e astratta, che da essa possiamo imparare a seguire le nostre passioni, le nostre inquietudini, che essa è un’etica proprio in quanto esula dall’etica, che l’estetica viene prima dell’etica, perché essa ha a che fare con il «sacro», con il recinto delle parole che abitano la patria metafisica. E un poeta non può tradire le sue parole (ma le parole, sì, le parole lo possono tradire).
    Oserei dire che la nuova poesia è un tentativo radicale di costruire una ontologia spuria. Una sola sostanza per tutti gli attributi? Fantasia e realtà, dopotutto, sono fatti della medesima sostanza, no? Forse, davvero, dobbiamo tornare a pensare che tutto è sostanza, tutto è nomi, e tutto è fantasia. L‘ idea di Agamben della possibilità che la nostra vita plasmi l’archetipo sulla base del quale siamo stati creati, dice con tutta evidenza l’importanza assegnata dal filosofo al principio poetico dell’immaginazione. E dato che non vi è memoria senza immagine e senza immaginazione, come ci ricorda Agamben per il tramite di Aristotele, la storia dell’umanità è sempre una storia di immagini e di fantasmi, più precisamente, è vero il contrario di quanto comunemente si crede: è la realtà che viene edificata tramite l’immaginazione poetica e fantasmatica.

    • vincenzo petronelli

      Caro Giorgio,
      trovo che ciò che dici sia molto vero. Probabilmente bisogna insegnare ai giovani poeti a discostarsi dalla linea poetica tradizionale, cui vengono plasmati in età scolastica, il che implica anche – e direi prima di tutto – discostarsi dall’idea della poesia come espressione elitaria ed in quanto tale, puro esercizio astratto retorico-estatico. Bisogna abituare i giovani (mi riferisco ai giovani come speranza per la poesia del futuro) all’idea di una poesia calata appieno nella vita proprio perché la trascende e che la trascende proprio nella misura in cui ne maneggi la materia; ad una concezione della poesia che, come giustamente sottolinei, poggi su di una concezione estetica ed etico-estetica della vita.
      Sono ormai anni – e gli ultimi eventi della nostra epoca mi hanno confermato quest’impressione – che sento le voci poetiche più celebrate intervenire a sproposito su tutto, proprio per l’incapacità dell’approccio della poesia “classica” di leggere la vita e la storia. La ragion d’essere della poesia è di riuscire ad offrire una lettura profonda ed in controluce dell’umana esistenza, cosa che la maggior parte della poesia italiana attuale non è assolutamente in grado di farlo e non vedo in giro sinceramente, molti altri progetti che come quello della Noe, possano restituire alla poesia tale nobile dignità.

      Un caro saluto

      • caro Vincenzo,

        Le parole hanno dimenticato le parole, sono state attecchite dall’oblio delle parole. Un virus pericolosissimo le sta decimando. Le parole e i colori sono diventati inabitabili. Siamo stati lentamente invasi dalle «parole piene», le parole comunicazionali che troviamo in ogni dove e in tutti i libri di poesia che si stampano oggi. Le parole sono state infettate da un virus invisibile che le ha decimate. E non ce ne siamo accorti. Le parole non ci guardano più, non ci riguardano più, fuggono via, sono diventate estranee. È diventato problematico finanche dire le cose più semplici. Ricordo che Ingeborg Bachman non riusciva ad entrare in una boucherie e chiedere: «Per favore vorrei un chilo di fettine». Una malattia invisibile e letale sta uccidendo tutte le parole. Soltanto pochissimi poeti, i poeti della nuova ontologia estetica se ne sono accorti e lo gridano, lo scrivono, ma parlano al vento.

        La poesia in modalità kitchen opera una catarifrangenza delle ipoverità: le adotta, mette in naftalina i frasari delle ipoverità dell’evo mediatico mostrandone la intima vacuità, quanto siano asignificanti, neutri, asessuati; adotta il realismo post-veritativo e ne fa una nuova forma-poesia, la diafania dei frasari post-veritativi mostrando il vuoto sotto vetro che aleggia intorno ad ogni frase ipoveritativa e celebrativa. Lì non c’è nulla da capire, nulla da segnalare… tutti quei messaggi comunicazionali sono finzioni messe alla berlina della loro intima insignificanza. Gli autori kitchen ribaltano i frasari ipoveritativi che della ipoverità fanno un sistema a-significativo, adottano le ipoverità per mostrarne l’involucro vuoto. La «nuda esistenza delle parole» qui dà luogo alla «nuda esistenza delle ipoverità». E questo è lo statuto di verità del discorso poetico kitchen: mostrare il sotto-zero delle parole raffreddate e ibernate, la nuda esistenza delle parole ipoveritative.

        da Distretto n. 18

        K. fece alcuni passi avanti e indietro.
        Girò in tondo – in senso contrario all’ordine del tempo –

        per la stanza soffiandosi il naso e starnutendo.
        Una gardenia sullo sparato bianco. Brillava.

        Frugò nell’armadio, esaminò con attenzione tutti i cassetti,
        all’interno, gettò all’aria camicie, calzini e polsini.

        Poi, afferrò una sputacchiera degli anni sessanta,
        ci spense il torzolo del sigaro toscano

        E mi osservò da dietro il fondo di bottiglia degli occhiali.
        «Rubano persino i denti d’oro dei cadaveri»

        disse il figuro; fece un passo di lato,
        «caro Cogito – ingiunse il mal mostoso – proporrei

        di affidare la poesia e la critica letteraria ad un algoritmo,
        avremmo dei risultati eccellenti sulla struttura retorica delle opere,

        non crede?, avremmo una Esecuzione con tanto di tropi
        impiegati e di figure retoriche accurata, completa, definitiva.

        La poesia e la critica sono collassate sotto il loro stesso peso
        definitorio, assolutorio, probatorio.

        Quel linguaggio è diventato un non-linguaggio,
        uno pseudo-linguaggio, un linguaggio da risultato,

        un linguaggio giustificato, positivizzato.
        Anche i linguaggi poetici alla lunga diventano plastica

        spiegazzata, e dopo un po’ non significano più niente.
        Come si fa a catturare il nulla? Semplice,

        rinunciando a volerlo catturare, facendo un passo indietro…

        • vincenzo petronelli

          Caro Giorgio,
          condivido assolutamente ciò che scrivi. La poesia ipoveritativa, la poesia dell’inventario del quotidiano, delle indentità stratificate, ha ormai fatto il suo tempo e non è più assolutamente in grado di interrogare e compulsare la contemporaneità. Indubbiamente la poetica Noe è l’unico progetto organico, al di là di singoli tentativi personali di alcuni autori – comunque esterni al modello dominante – di palingenesi del linguaggio poetico italiano, con cui spero che la storia della nosta letteratura debba confrontarsi.
          Buona serata.

  11. POZIONE MAGICA
    Libera dalle paure.

    Misterioso amore (Google).

    L’a-na-tra-che-non-fui.

    I destinati.

    LMT
    (Linguaggio poetico al grado zero, poesia senza discorso)

    • caro Lucio,

      un linguaggio poetico al grado zero significa fare conto e dar di conto soltanto sui nomi, secondo me piuttosto che alla rarefazione estrema dovresti portare il non-discorso verso una intensificazione agglutinazione estrema dei nomi in assenza quasi totale dei verbi. Un traguardo arduo, una sfida davvero problematica.

    • vincenzo petronelli

      Componimento geniale Lucio. Un’ulteriore evoluzione del progetto Noe.
      Buona serata.

  12. Scriveva Franco Fortini nel 1965:

    « Oggi una parte essenziale dell’attività critica è invisibile. Le scelte fondamentali si compiono nelle direzioni editoriali, dove confluiscono quei giudizi dal cui equilibrio o squilibrio scaturisce l’atto di politica culturale e commerciale (e insieme di indicazione critica) che è la pubblicazione
    d’una o più opere letterarie. »

    Oggi direi che non c’è più nessuna scelta fondamentale in quanto nelle segreterie editoriali non confluiscono più i giudizi dei “lettori” (amici) ma soltanto gli input promozionali, voglio dire che non ce più bisogno di giudizi (che tra l’altro hanno un costo economico). Oggi le strategie della pubblicazione di libri di poesia sono strategie di marketing e di cooptazione, di rapporti di interscambio e di potere, non c’è ormai da tempo immemorabile alcuna politica culturale ma soltanto una politica di finanziarizzazione che mette da parte gli antiquati e vetusti interessi commerciali sostituiti dalla vetrina mediatica permanente.

  13. milaure colasson

    Condivido questa intuizione di Linguaglossa:

    La poesia esistenzialista del modernismo novecentesco si situa nella zona di congiunzione tra temporalità e memoria. Quella zona opaca, insondabile dove hanno luogo gli eventi opachi e porosi, quei momenti di lacerazione dell’esistenza che noi percepiamo distintamente attraverso la lente della memoria. Là sono situati i momenti significativi dell’esistenza di cui noi stessi nulla sappiamo…

    Finito il modernismo, finita anche l’era millenaria della metafisica, oggi si tratta di fare una poesia dello stadio zero, ma per realizzarla bisogna stare TRA i linguaggi, in quella zona mediana, zona porosa che si situa tra i linguaggi appunto. Oggi fare poesia con un solo linguaggio è un atto di opacità della intelligenza, oggi si può fare soltanto poesia cocktail, poesia da frigobar con le parole prendi tre e paghi uno. Petronelli, che era partito come un poeta epigonico e tradizionale, ha saputo rinnovarsi, sa come sostare tra i linguaggi, come complicarli, come coimplicarli, come chiamarli in correità.
    Complimenti al lavoro di Petronelli dunque.

    • vincenzo petronelli

      Grazie infinite per il tuo apprezzamento Marie Laure, che mi gratifica davvero. La verità è che l’incontro con la Noe è stato per me una palingenesi, una rigenerazione dalle sabbie mobili della scrittura poetica tradizionale – nella quale ormai non mi identificavo più – e la possibilità di esprimere, tramite la poesia, la totalità del mio cosmo intellettuale, funzione specifica che ho sempre ricercato nella poesia, ma incompatibile con la poesia dell’io dominante.
      Un caro saluto.

  14. milaure colasson

  15. Non da Urlo, ma un po’ ginsberghiano Vincenzo lo è. Alla maniera kitchen.
    Complimenti.

    • vincenzo,petronelli

      Grazie davvero Lucio. Ti dirò che me l’hanno già fatto notare, ma la cosa curiosa e che pur avendo letto Ginsberg, specie nei miei anni di formazione, non posso dire che mi abbia influenzato poeticamente in maniera consapevole; ma si sa che nel comporre riemergono tutte la varie stratificazioni del vissuto intellettuale.
      Un abbraccio

  16. raffaele ciccarone

    Kitchenpoem
    Pur celebrando le esequie al modernismo, la poesia oggi deve sfruttare un linguaggio di fortuna, come dice in fondo Marie Laure Colasson, usando quel che resta, parlo delle ceneri del linguaggio, assemblando, componendo nella certezza della opacità derivata dal compostaggio dei colori primari e/o di quei linguaggi avvizziti.

  17. A mio avviso il vuoto che circonda la poesia Noe somiglia paradossalmente alla bevanda in cui sono immerse le bolle di gas. Ogni verso ha questa possibilità, di andare oltre, deflagrare in qualche altro universo, germinare altrove portandosi dietro il Dna del poeta che la pressione del proprio tempo ha conficcato nel profondo della lattina. E dunque c’è lo stare assieme dominati dalla legge della serendipità e da poche altre che entrano in funzione quando si è stretti nello stesso spazio e c’è che poi, all’atto dell’apertura del sigillo, ciascun verso viaggia per suo conto, mettendo un microsenso al posto di guida.
    In quale terra si approda? Dove porta la forza propulsiva della spuma?
    Anche indietro nel tempo dove il presente tocca qualche zolla del passato:

    I piemontesi entrarono in casa nostra a cavallo sotto la neve di febbraio.
    “Qu’est qu’il y à dans cet enfer?”. Le truppe distribuivano pasticcini al vaiolo.
    Questa mattina il generale Cialdini sorseggia un tè, nel caffè Francesco II.

    Ma lo spazio è dominato da onde distruttive non previste da alcuna teoria o proprio perché banali nella loro crudeltà e semplicità scartate a priori perché ritenute impossibili e irreali. Cosa può una semplice bolla di piacevole iridescenza contro un mare in tempesta?
    C’è da mettere nella stiva un po’ di tutto anche “un tailleur nuovo per il giorno dell’ Apocalisse” come fa l’ottimo Vincenzo Petronelli e quelli come me che si riconoscono in queste pagine:

    Le insegne già spente oltre l’ora del coprifuoco. “Avete il green pass?”
    Il cameriere serve spezzatino in zuppa e filetto Stroganoff.
    “Volodymyr, per il giorno dell’Apocalisse pensavo di indossare il nuovo tailleur”.

    Basterà il desiderio di non arrendersi per sopravvivere?
    I nuclei di alcuni atomi scalpitano nelle ogive, non vedono l’ora di passare ai fatti dopo anni di noia ad aspettare. Stalin e Kruscev e tutti quelli che a loro tempo fecero da controparte della cortina, sembrano giganti a confronto con gli attuali lillipuziani, pasticcioni e vanagloriosi che agitano lo spettro della distruzione finale come se fosse qualcosa di trattabile da cui riprendersi subito dopo con delle benda qui e là e qualche disputa accesa nei salotti buoni della televisione.
    In tutta questa crudeltà di animi che spazio c’è ancora per la parola dopo che, spogliata di qualunque bellezza, rivela il mostro al suo interno?

    COLAZIONE AL PLUTONIO

    L’uomo nero si spaventa per il nucleo sottosopra.
    Chi l’ha sabotato?

    E mentre il sospetto cade sull’ acciuga della margherita
    nell’ altro universo, dove il nulla è un signor qualcuno,
    chi fischietta indifferente e chi porta la valigia delle 10.25.

    Dall’uovo di T.S. Eliot spunta un T-Rex
    E il via vai è forte tra Wall Street e il tegamino.

    Un caro saluto
    Francesco Paolo Intini

  18. Nelle poesie kitchen non v’è più un arché dal cui cominciamento la poesia prende luogo

    Nelle poesie kitchen non v’è più un arché dal cui cominciamento la poesia prende luogo, ci sono una pluralità di luoghi disparati dove delle cose disparatissime assumono la presenza, cioè vengono in presenza e se ne vanno con la stessa facilità con cui sono venute. Qui sono le «cose» ad essere protagoniste, non Sua Maestà l’Io. Le «cose» non rispondono più all’io plenipotenziario che le ha nominate ma soltanto a chi le ha chiamate in presenza; le «cose» galleggiano nella presenza, appaiono irresponsabili in quanto si danno in costellazioni di molteplicità.
    La questità delle cose presenti in una poesia kitchen è totalmente diversa dalla questità di cose presenti in una poesia normo direzionata dall’io esperienziale. La ricchezza, la contraddittorietà e la problematicità delle «cose» presenti in una poesia kitchen dipendono dal fatto che esse si sono liberate dai rapporti di produzione e dalle forze produttive che le hanno prodotte. Così, anche le parole si sono liberate dalla soggezione alla sintassi delle lingue storiche, sono prive di referente. Le «cose» e le parole appaiono come per magia, di qua e di là nel mondo virtuale. Le «cose», liberate dai loro contesti di cosità, appaiono leggere e friabili, insignificanti, aleatorie, caotiche.

    Questa fine di cucchiaini nel reparto più piccolo.
    Sebbene poi per disordine anche qualche cucchiaio nello scomparto delle forchette.
    (Mauro Pierno)

    Siamo nella fantasmagoria della gallina Nanin che si è ribellata al suo papà della poesia di Gino Rago. Gli oggetti si sono liberati della loro forma di merce e si presentano come feticci dotati di mana, di forze allucinatorie. Ci troviamo nel mondo buffet.

    Scrive Marie Laure Colasson:

    «Penso che l’ekfrasis sia non solo una risorsa retorica ma qualcosa di più, almeno per come la intendiamo noi della poesia buffet. Già nella titolazione poesia buffet c’è contenuta l’idea del prendere e del lasciare, della scelta secondo i nostri rispettivi gusti, ed è l’idea della gratuità e della arbitrarietà del nostro gesto ogni qual volta afferriamo un pasticcino o un salatino dalla tavola imbandita. Al fondo dell’ekfrasis c’è il riconoscimento che fare poesia o fare arte figurativa è non altro che riprodurre in un altro alfabeto una immagine che è stata generata da un altro alfabeto, si tratta di un esercizio di traduzione e di tras-duzione. Ma la poetry kitchen non può essere considerata riduttivamente come un collage di citazioni, non si tratta di fare un assemblaggio di citazioni, qui c’è l’idea del polittico e del sistema instabile che ci guida e dei vasi comunicanti tra le instabilità che generano altra instabilità. Carattere della poetry kitchen è, anche, il prodotto della parallasse e del punto di vista. Cambiando punto di vista (cioè la posizione del soggetto) cambia la posizione dell’oggetto. Non si tratta di fare un duplicato del flusso di coscienza, perché ci sono tanti flussi di coscienza quanti sono i punti di vista che cambiamo nel corso di una giornata. La tecnica dello zapping e della peritropè è qualcosa di essenziale per la poetry kitchen, senza le quali si ritornerebbe ad una poesia temporamente normo direzionata e unilineare. Il problema quindi è da mettere così: è che ci sono tante ekfrasis quante volte cambiamo registro e punto di vista nel corso di una giornata, l’ekfrasis allora non sarebbe altro che un sinonimo di movimento, del flusso eleatico delle cose. Ad esempio, in questo senso, la poesia di Mario Lunetta resta ancora all’interno delle poetiche del tardo novecento in quanto è costruita interamente entro il concetto di flusso di coscienza, la poesia di Francesco Paolo Intini invece no, esula dal flusso di coscienza, lo frantuma. Ciò che resta sono dei sintagmi, delle citazioni, dei referti…. che in sé non hanno senso e che messi tutti insieme sembrano voler uscire fuori del senso, del non senso e del con-senso».1

    1 L’Ombra delle Parole del 26 marzo 2020

  19. Il dolore parla russo
    nel retrovisore dell’auto in corsa
    tra i profughi
    tra le animelle che la foglia di alloro confonde. Questa è la gloria dei Carri e dei Droni.
    Non vogliono udire
    il cielo aperto ed i tavoli restano imbanditi
    da coperti congelati.
    La neve pure così elencata nella forma del gelo slarga il ragù rappreso.
    Che proiettile inventi ora tra il cervello ed il costato?

    (Sento montare una differenza…che assale.)
    Questa è dedicata all’opera pittorica di Tosy.
    Straordinariamente essenziale.)

    Grazie OMBRA.

  20. Saverio Marconi

    Distretto 1 Maurizio Costanzo
    Sasso 2 Opera trafitta
    Oca 3 Orfeo negro
    Indaco 4 Calcio d’angolo
    Risorto 5 Incudine è martello

    Opificio aperto 24h, per sempre chiuso
    Vagiti di cani senza ombre
    Nick Cave suona le macerie di Bach
    Intanto, 3 poeti inaugurano il jazz
    Jack sente 2 alberi cadere in Amazzonia
    La vita degli insetti tramortisce l’attesa
    Ricorda la passeggiata di Hobbes
    I microliti in bicicletta nel tuffo di Celan

    Marea nera è bianca nel sole versato
    Granchi affiorano divorati dalla nebbia padana
    Armadio apre le porte al sogno di Artaud
    Jeans sopra le spalle visti da terra
    Opera di prospettiva ridisegna l’erba
    Cadendo in un limbo erratico

    Non trova morte l’orso fucilato dal pesce
    Lince e bisonte accendono il fuoco
    Holderlin alla catena abita 5 stanze senza luce
    Non c’è guerra ma emergenza

    Soltanto l’eco è amico del cervo
    Il colore del dirupo attira la falena
    Mosche rap su ippopotami nel Tamigi
    La terra verde nella terra rossa. Tutto ghiaccio

    Ogni porta ha 2 chiavi, 4 varchi, 5 catene
    È già aperta.

    • Bella. Evvai! Saverio Marconi…
      Ci siamo, ci siamo.
      Questi personaggi in cerca di posa…La prosa, la profilassi è kitchen.

      Grazie.

    • vincenzo petronelli

      Complimenti vivissimi per la tua composizione Saverio. Mi piace il ritmo quasi jazz del tuo scritto e la tua ricerca per frammenti di microcosmo da ricomporre in un patchwork paziente. Questa è pura filosofia Noe, pura scrittura Kitchen.
      Continua così.

  21. Le parole hanno dimenticato le – singole – parole, perché queste arrivano composte: frasi inedite poste in forma di modi di dire, frasi fatte. Non si notano parole singole ma, a due, a tre, solo parole in piccole unità di senso. Sì dà origine alla grammatica di insiemi di micro senso e significato.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.