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Gilda Policastro, Inattuali, Transeuropa, 2016 pp. 42 €8, Lettura di Giorgio Linguaglossa, flusso vocabologico anfibologico e virtuosistico che locupleta preziosismi linguistici trattati come relitti poetici e lacerti cafoneschi,  Siamo giunti alla completa de-politicizzazione del politico e alla completa de-politicizzazione della vita privata, le pratiche artistiche si sono ridotte ad apparato decorativo e di intrattenimento delle occupazioni serie, quelle rette dal plusvalore e dalla valorizzazione del capitale. I conflitti politici si sono de-politicizzati, così come i conflitti estetici, ed il valore trasformativo del conflitto si è mutato in contro-valore, in conflitto controllato, autoregolamentato. Ad una poiesis critica oggi non resta che porsi nel turning point dei conflitti

 il linguaggio di Celan sorge quando il linguaggio di Heidegger muore,
volendo dire che il linguaggio della poesia – della ‘nuova’ poesia –
può sorgere soltanto con il morire del linguaggio tradizionale
che la filosofia ha fatto suo, o – forse – che si è impadronito della filosofia
(Vincenzo Vitiello)

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(Gilda Policastro)
Pasolini nel 1975 in una intervista pochi mesi prima del suo assassinio, scriveva:
«Prevedo la spoliticizzazione completa dell’Italia: diventeremo un gran corpo senza nervi, senza più riflessi. Lo so: i comitati di quartiere, la partecipazione dei genitori nelle scuole, la politica dal basso… Ma sono tutte iniziative pratiche, utilitaristiche, in definitiva non politiche. La strada maestra, fatta di qualunquismo e di alienante egoismo, è già tracciata. Resterà forse, come sempre è accaduto in passato, qualche sentiero: non so però chi lo percorrerà, e come».1

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Oggi siamo giunti alla completa de-politicizzazione del politico e alla completa de-politicizzazione della vita privata, le pratiche artistiche si sono ridotte ad apparato decorativo e di intrattenimento delle occupazioni serie, quelle rette dal plusvalore e dalla valorizzazione del capitale. I conflitti politici si sono de-politicizzati, così come i conflitti estetici, ed il valore trasformativo del conflitto si è mutato in contro-valore, in conflitto controllato, autoregolamentato. Ad una poiesis critica oggi non resta che porsi nel turning point dei conflitti, diventare  protagonista dei conflitti estetici implica accettare il rischio dei conflitti come possibilità celibi.

C’è oggi una nuova modalità postsperimentale che è l’apertura di questo campo di possibilità celibi: adozione dei conflitti nell’ambito della poiesis, esercizio delle pratiche dei conflitti con tutti i suoi corollari: il rifiuto, il diniego, la sottrazione, la provocazione, il gesto, l’interruzione quali atti spendibili e possibilizzazione di alternative celibi. Il conflitto per la trasformazione coincide con la trasformazione del conflitto, il campo dove si determina la possibilità di un progetto per una nuova poiesis; nell’asserzione pratica delle differenze si apre la possibilità di una mise en acte di una via di uscita dalla normografia autoregolata. Una nuova sfera pubblica nell’ambito della forma-poesia passa necessariamente attraverso una nuova pratica delle differenze e delle possibilità celibi. La nuova prassi può essere soltanto celibe, trasformativa, irrituale cioè rivoluzionaria. Forse Karl Marx non è ancora del tutto morto.

Questo il prologo che ci serviva ad introdurre la scrittura poetica di Gilda Policastro perché la poetessa di adozione romana riprende il testimone là dove lo aveva lasciato Pasolini quando, prima di morire, indicava la via di una poesia rivoluzionata: pluristilistica e plurilinguistica, in un certo senso rilanciando l’idea sanguinetiana per un neosperimentalismo prospettico e critico, una poesia labirintica ed ermafrodita, pluristilisticamente composita e plurilingue, una poesia da palus putredinis liberata dai liquami intersoggettivi del poetismo conventuale della tradizione lirica novecentesca. Come avviene quando la storia letteraria salta alcune generazioni (per l’esattezza cinque generazioni di poesia, dagli anni settanta al 2016, data di pubblicazione di Inattuali), Gilda Policastro dopo cinque decenni riannoda il filo che si era spezzato per ragioni storiche e di conflitto tra le poetiche normative e autopubblicitarie che si sono avvicendate negli ultimi cinque decenni, per riannodarlo secondo una visione dei rapporti di forza tra le istituzioni stilistiche e dare un energico impulso: tredici composizioni celibi in stile palus putredinis con il superpiù della rivoluzione internettiana e della compiuta transvalutazione dei valori antropici della società italiana avviata ed avvitata in una crisi di stagnazione e di pauperizzazione valoriale come mai è accaduto nella storia d’Italia dall’unità ad oggi. Una crisi sistemica si è abbattuta su una società signorile di massa, o meglio, della post-massa quella italiana, avvenuta dopo la defenestrazione della massa ad opera di una oligarchia prendi tutto e paghi uno: quel logo poetico tutto italiano, famelico e vorace, che negli anni della prima Repubblica ha saputo tenere insieme il «poetico» e il «cafone», nella seconda Repubblica ha separato artatamente l’endiadi sopra citata optando per il «poetico» sussiegoso ed ermafrodito della poesia auto pubblicitaria e posiziocentrica. Le parole della Policastro sono inequivoche: la società italiana si è gingillata in questi ultimi due decenni «tra il poetico e il cafone», utilizzando senza riguardo o remore l’uno per le finalità dell’altro. La Policastro, per reazione nevralgica, dà qui luogo ad un flusso vocabologico anfibologico e virtuosistico che locupleta preziosismi linguistici trattati come relitti poetici e lacerti cafoneschi della massa implebata di oggidì commistandoli con i poetismi ermafroditi. Il risultato è un patchwork meticcio, ortopedico, come nella migliore letteratura del neosperimentalismo. La Policastro tiene ferma la linea Maginot del Laborintus di Sanguineti, non il bisbidis del secondo Sanguineti, ed approda alla palus putredinis del mare della tranquillità della forma-poesia italiana di questi ultimi cinque decenni fermatasi al capolinea della incapacità di avviare un percorso critico di rinnovamento. Di fatto, in Italia il rinnovamento sempre evocato e fantasmato è stato sempre rinviato e posposto a data a venire. La Policastro ha compreso che il tempo delle poetiche personali e auto promozionali è giunto al capolinea e non avrebbe senso alcuno procedere per via di riformismi moderati e per la opzione per il sistema  maggioritario, infatti opta per un mistilinguismo e un multistilismo di matrice neosperimentale, un flusso magma lessicale composito che coniuga lessemi culti («cronotopo»), fraseologie autoriferite («tanto lo so che ti piace Gilda»), lessemi di derivazione  tecnologica, dal mondo dei media e dei social network («byte», «keyboard», «ps vita», «wii», «switchando», «highlights», «hashtag», «post-it»,  «video chatta», «Wikipedia»…), lessemi del dialetto romanesco («je so’ saliti sopra», « Nun se dovrebbe lavorà pe’ llegge quanno fa freddo»), e il lessico raffreddato delle istituzioni stilistiche e accademiche («situabile toponomastica di prevalenza terrona», «ellissi», «ipotassi», «metanarrativo», «autocoscienza», «forme disfunzionali»), tutto questo lessico convive in un magma ultroneo e desemantizato insieme altresì a lessemi gergali («coccofrescoccobello», «megacosi») e lessemi di greco antico commisti a sigle, abbreviazioni, citazioni: «Cortegiano», «Leopardi», «bisbidis» il tutto convergente e coagulantesi in un conglomerato linguistico appositamente inattuale e, direi, surrettizio, feriale; trattasi di una procedura linguistica che tende alla ipersemantizzazione dei linguaggi già devalutati e desemantizzati nella loro provenienza e de-istituiti ab ovo, un mash up di linguaggi alogeni, a luminescenza infreddolita e indebolita.

In proposito scrive Gilda Policastro nella nota in fondo al volume:

«Annoto perciò le frasi che orecchio ai tavolini del bar vicino casa come sull’autobus o sui treni. Annoto quando c’è da annotare, cioè quando qualcosa dal rumore di fondo, dal chiacchiericcio quotidiano e volgare si pone in evidenza per originalità o straniamento; di solito è qualcosa che somiglia alla massima di buon senso ma che in realtà ne rovescia l’attendibilità e l’unanimità: «la verità è che i quattro salti in padella nun so’ cattivi» è stata la prima epifania sonora, in un locale all’aperto di Testaccio. Fu poi la volta degli scaricatori di bibite davanti a un supermercato: «La verità è che da novembre a febbraio nun se dovrebbe lavora’», fino a «Lascia stare che Ibiza in sé è sbagliata», sentita in coda al cinema. Ora che ci penso quello che apparenta le massime che isolo dal discorso comune è sempre questa simulazione o dispendio di assertività sapienziale, un finto deposito gnomico consegnato a una boutade paradossale o ironica, spesso nel dialetto del posto (soprattutto il romanesco, visto che è a Roma che vivo)».

Si può affermare che oggi è davvero problematico agire su un testo poetico in quanto i registri linguistici in circolazione nelle società metal mediatiche sono ipertesti e pre-testi già in sé, sono  già in sé montaggi e compostaggi di altri testi che li precedono, e in tal senso sono già stati decostruiti a monte; oggi la problematica assillante che un poeta si trova ad affrontare è che il testo è diventato un pretesto, che non si può dare e dire nulla di definito e di definitorio in un testo che si presenta come un quasi-testo privo quindi del sigillo di autenticità, privo di certificazione di origine controllata, privo di autorialità originaria.

1 https://www.cittapasolini.com/post/il-nudo-e-la-rabbia-intervista-a-pier-paolo-pasolini-1975

(Giorgio Linguaglossa)

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Nota biobibliografica

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Gilda Policastro è scrittrice e critica letteraria, originaria della Basilicata, vive a Roma. Cura la Bottega della poesia per il quotidiano “la Repubblica” ed è redattrice del sito Le parole e le cose (2). Insegna poesia presso la scuola di scrittura Molly Bloom e Letteratura e Diritto presso l’Università Luiss – Guido Carli di Roma. Ha pubblicato i romanzi Il farmaco (2010), Sotto (2013) e Cella (2015), La parte di Malvasia (2021), libri di poesia tra cui Non come vita (2013) e Inattuali (2016), saggi di teoria e critica tra cui Sanguineti (2009) e Polemiche letterarie. Dai “Novissimi” ai lit-blog (2012), L’ultima poesia (2021).

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da Inattuali

n. 3

parlate piano
non vi seguo
dovete dire delle cose
e dovete farlo piano:
quando parlate non vi capisco
parlate piano, andate più piano,
non correte, indugiate sui nessi,
sciogliete le ellissi,
contraete l’ipotassi, non vi seguo,
andate piano, aspettatemi,
provate ad ascoltare anche me, datemi il tempo,
sono più lenta, non vi seguo,
mi sentite, non vi capisco,
fermi, insistete sul concetto, soffermatevi sui nessi,
insisto, i nessi vanno meglio definiti,
chiariti, ripresi, meno gossip,
per favore, e più nessi,
meno parentesi, più fatti; fare i fatti,
non le parole: le parole, meno importanti dei fatti, ma voi
parlate tanto, parlate
sempre, parlate tutti troppo,
non seguo il ritmo, si affastellano
i concetti, non si trovano significati,
rimane tutto sulla superficie delle cose, non li vedo, i nessi,
vi prego, andate più piano, per favore,
aspettatemi, lasciatemi dire una parola
col mio ritmo, col tempo di formulare un pensiero,
di stenderlo senz’avanzi tra un nesso e l’altro,
non copritemi, non travolgetemi
sempre, fate piano,
avverto un fastidio
alle orecchie, un acufene penetrante, le parole invece
non arrivano, se ne vanno in fretta, non resta niente
in me, non si deposita se non rivestite di parole concetti
meno fluviali e più consistenti, non coprite la mia voce
più bassa, non chiudete al posto mio
una frase disarticolata,
lasciatemi balbettare il mio bisbidis,
provate per una volta ad ascoltare o, almeno,
se dovete proprio continuare
a parlare, non copritevi l’un l’altro,
uno per volta e, vi prego, andate piano,
parlate piano anche se forse non vi seguo
lo stesso, ma provateci, scambiamoci di posto, afasia con sordità,
logorrea con abitudine al rumore, alle parole dette tutte insieme, al traffico,
al chiasso, venite ad abitare dove abito io, in mezzo alle strade, ai violini
che suonano al pomeriggio, al dentista che trapana i denti
e videochatta con la badante di Lucia, sua madre
(Valentina, mi senti, Valentina?),
scambiamo il silenzio della campagna
con la vita in comune dei condomini
(alloggi della ferrovia, coi muri sottili:
Mirko di Tecnocasa), e poi vediamo chi è più bravo
a parlare, scambiamoci di posto: io,
al tavolo, a decidere, loro a servire (il cameriere di
Cernobbio, dei tecnici) Ssst, e zitti, coglioni!
la poesia va ascoltata in silenzio,
questa vostra distrazione ci sta uccidendo,
e ci scordiamo dell’Ilva
e di tutto il resto (ma non riusciva da solo, il poeta,
a farsi ascoltare quando le sue parole
sovrastavano il chiasso e quando il silenzio
lo facevano a poco a poco gli anni
che si rileggono, dopo, quelle stesse parole e dici:
ma ti ricordi, di quella volta, com’era bravo,
il poeta,
a farsi sentire,
in mezzo a tutto quel chiasso):
“il poeta buono, l’unico, è quello morto”

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Francesco Sala, I gelati sono finiti, romanzo, Transeuropa, pp. 150 € 14, Lettura di Giorgio Linguaglossa, narrazione pandemica e panoramica: chiacchiere, personaggi fasulloidi, retroscene, finzioni, peones, backstages, cialtroni, cialtronerie, refrainerie, furfanterie, accalappiatopi e bevute di birra, campari, castronerie, un aforismario di bazzecole e di plebeismi, un parlare in mezze maniche di camicia, paesaggi suburbani desolatamente sghembi, decolorati… un repertorio kitsch per una narrazione pre-kitchen, ibrida, tutta tenuta sul piano basso del linguaggio, personaggi da psicorealismo

Francesco Sala cover

Narra la quarta di copertina :

«Biagio galleggia sulla crisi incombente della sua attività di ristoratore, all’inizio di un’estate impietosa. Incapace di trovare soluzioni per invertire la rotta, incapace persino di trovare in sé le ragioni per reagire. O anche solo resistere. Sul lento fallimento della Pizzeria Vulcano, si specchia quello intimo di chi ruota attorno a quel luogo – dipendenti e clienti – ma anche il fallimento collettivo di una provincia desertificata, inacidita; incattivita in una insofferenza, facile e consolatoria, nei confronti degli immigrati. Insofferenza che cova sotto le ceneri».

Siamo davvero fortunati a vivere in un paese come l’Italia nell’epoca della comunicazione di massa: un grande paese davvero che è davvero problematico da rappresentare in una narrazione se non come narrazione pandemica e panoramica. La rappresentazione che esce da questo romanzo «collettivo» ambientato in una periferia della grande Milano di Francesco Sala è un campo minato disseminato  di chiacchiere, personaggi fasulloidi, retroscene, finzioni, peones, backstages, cialtroni, cialtronerie, refrainerie, furfanterie, accalappiatopi e bevute di birra, campari, castronerie, un aforismario di bazzecole e di plebeismi, un parlare in mezze maniche di camicia, paesaggi suburbani desolatamente sghembi, decolorati… un repertorio kitsch per una narrazione pre-kitchen, ibrida, tutta tenuta sul piano basso del linguaggio, personaggi che non sanno che dire né che fare, perché il reale è diventato in sé stesso un manufatto psicopatologico, quelle che un tempo erano le categorie della politica, dell’estetica e della poetica adesso sono diventati luoghi della psicopatologia della vita quotidiana adatti alla resa narrativa da psicorealismo. Per questi motivi fare oggi un romanzo in qualche misura neorealistico o privatistico è diventato davvero problematico: non c’è vita privata scissa dalla vita pubblica, di qui il privatismo tribale dei personaggi ritratti con i loro linguaggi tribali; di frequente delle voci-interferenze occhieggiano nella texture della voce parlante dell’autore, ma sempre come filtrate e ripetute da colui che parla in terza persona, fraseologie distorte, stranite, si direbbe, da una inconfondibile sfumatura di sarcasmo. Una polifonia di secondo grado condita da apodissi apodittiche e chiacchiere da bar. È la narrazione che è possibile fare oggi in epoca di piena de-politicizzazione; si tratta di frasari de-politicizzati, chat suburbane, gestualità. In fin dei conti, che cosa può raccontare un narratore oggi?, il fatto è che un narratore non ha un «luogo» da raccontare o una «storia» da rimembrare, e allora deve andarselo a cercare questo «luogo» e questa «storia» nella realtà brulicante di plebeismi  forfettari degli esseri umani ridotti ad emittenze linguistiche. C’è qualcosa di sbalorditivo nella metalepsi, come la usa Francesco Sala, che adotta un ritmo narrativo frenetico, ininterrotto, avvolgente, ricchissimo di anacoluti e di periodi paratattici il tutto condito con sprazzi di dialoghi sconclusionati, profilattici, casuali che rafforzano la sensazione di straniamento che promana dalla narrazione. Il lettore si trova davanti ad un romanzo che narra una storia anagrammatica, sgrammaticata, scialba, casuale come è casuale l’esistenza dei personaggi ritratti nell’epoca di stagnazione prolungata e pervicace che ha colpito l’Italia, un mondo in piena crisi che impiega la crisi per guarire dalla malattia della crisi. Un romanzo come lo si può scrivere oggi, che narra il nulla perché non c’è nulla da raccontare.

(Giorgio Linguaglossa)

[Francesco Sala è nato a Voghera nel 1982. Ha fatto l’aiuto falegname, l’operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l’addetto stampa, il giornalista, il cuoco. Ha lavorato in un teatro e due cinema. Oggi vive a Londra].

Francesco SalaEcco alcuni brani del romanzo

L’uomo senza nome che agita la giacca e ferma la fila di carri armati in colonna verso piazza Tienanmen. L’uomo che si arrampica sul mezzo annoiato che gli frena davanti e parla al carrista attraverso la fessura che questo dovrebbe usare per puntare e fare fuoco. L’uomo che scende e altri arrivano e lo sostengono per le braccia e infine lo guidano altrove, lo portano via.
– Tutte stronzate. –
La voce da sotto la mascherina suona impastata e Biagio non capisce se è per la stoffa blu notte con sopra stampato il grifone dorato e la data 1898 o per l’età della bocca che ci sta sotto o per tutte e due le cose insieme e ci mette un attimo a inquadrare il vecchio che stava al ristorante qualche ora prima: lo riconosce per gli occhiali da sole da sportivo degli Anni Novanta e per le mani di carta da forno che si muovono sulla rastrelliera e scorrono le copie di Tuttosport.
– Dicevano che erano i servizi segreti che l’hanno portato via, a quello. –
– Invece no? –
– No. –
– E chi era, allora? –
– Era gente normale che non voleva rotture di coglioni. –
– Dice? –
– La gente fa la sua vita e ci va bene così. Alla gente non piace la rivoluzione. –
Un uomo dimentica la porta aperta ed entra un po’ d’aria e altri la chiudono perché altrimenti fa corrente e dà fastidio. Biagio si imbeve dell’odore di petrolio che la carta caccia fuori.
– No. Alla gente non piace la rivoluzione. –
– Ecco. Quello si è messo a fare casino in piazza, ma gli altri mica
erano d’accordo: a loro alla fine andava bene così com’era. E allora
se lo sono tirato giù e portato via. –
– Ma non era solo lui, a protestare. –
– E infatti hanno portato via anche quegli altri. –
– Non è stato il governo? La polizia? –
– Perché avrebbero dovuto? –
Nadia s’è voluta fermare che le serviva il cesso, e ora torna verso di lui con un cornetto Algida: gli shorts di jeans con le frange biancastre che battono sulle gambe nude, scure del sole rapito nellepoche ore passate in piscina. La mano sinistra agita il cesto dei cd in offerta speciale – il meglio di Renato Zero e Loredana Berté, di Guccini e De Gregori: solo il meglio del meglio per le vesciche in sosta – e la teoria dei bracciali suoi risuona, i neon dilavano la maglietta bianca Emporio Armani che le ha regalato saranno un paio di settimane. Forme perfette di caciocavallo, avvolte lucide nella cera e strette nello spago, si offrono turgide nella paglia finta, sdraiate in una mangiatoia di cesti in vimini; le scatole rosse dei Ritz, quelle gialle dei Tuc, le buste Haribo con i bombi che frizzano.
Caramelle gommose distillate dal grasso dei maiali. Il sovrapprezzo. Passare dall’aria condizionata dell’autogrill al caldo del parcheggio è come prendere una secchiata di ghiaia in pieno petto: Biagio si
rende appena conto di richiudersi un poco nelle spalle, mentre butta fuori respiri spessi. Nadia gli passa avanti per guadagnare lo sportello suo: il retro di una coscia si segna di una goccia di sudore che scende piano, il candore della maglietta si ingrigisce umido alla base della schiena, appena sopra la cinta di Guess che tiene a galla gli shorts.
Questa dove l’hanno presa? Fidenza, forse? O era Vicolungo? I giorni passati insieme si mescolano in una sequenza di camerini, di tende che obliano; l’odore sempre uguale di centinaia di piedi chesi denudano per cavare gonne e pantaloni; grumi di polvere e capelli ed etichette con taglie e prezzi. Grucce fatte a pezzi sotto le panche, le dita che scrollano il visore dell’iPhone nell’attesa.
– Prendilo. –
– Non so, mi fascia un po’ troppo il culo. –
– Prendilo anche se non sei sicura. –
La chiave nell’accensione, Nadia tarda a chiudere la portiera: sta spogliando il cornetto; ecco, ha fatto: lecca la panna rimasta sul cerchio di cartone – frammenti di cioccolato, granella – e lo lascia andare in terra, poi finalmente prende posto e possono mettersi in marcia Rientrano in strada che a Biagio viene in mente quella cosa lì di quando erano bambini e si scendeva nel cortile a giocare, e quando faceva caldo – caldo come oggi – si aspettava nel fresco dell’androne del condominio l’ora che Pessina avrebbe riaperto dopo la pausa per il pranzo; l’ora di andare a prendersi il ghiacciolo che sulla busta trasparente aveva stampata la faccia gialla dell’indiano che sorride, due graffi sulla guancia di destra e due uguali su quella di sinistra, la piuma bianca e rossa dritta sopra la fascia tesa sulla fronte. Prendevano a passare davanti alla saracinesca abbassata che erano ancora le tre, anche se sapevano era troppo presto, ma lo facevano 56 uguale perché magari oggi – proprio oggi – quello scende prima e apre prima; e facevano il giro dell’isolato e tornavano nell’androne al fresco – le biciclette scomposte ruote all’aria sul marciapiede, le vittime stupite e disordinate di un’esplosione – provavano a indovinare il correre del tempo su orologi immaginari, si figuravano quando il momento buono – no, è ancora troppo presto; ecco: adesso invece sì – sarebbe finalmente arrivato. E quando giravano l’angolo e vedevano i riflessi sulla porta a vetri partiva lo scatto a chi arriva prima, il cicalino all’ingresso valeva la campanella dell’ultimo giro per i mezzofondisti; Pessina di spalle dietro al bancone a riordinare le piramidi di barattoli, oppure tuffato dentro la vetrina del banco dei salumi a spostare i prosciutti, gli occhiali da presbite agganciati a una catenina in metallo, il camice grigio-azzurro come quello di un elettrauto. Gli spintoni davanti al frigo dei gelati, la locandina in metallo con le fotografie dei prodotti e le barre di pennarello nero su quelli esauriti; le mani abbronzate – le chiazze più chiare della pelle rinata sotto i graffi e le cicatrici e il grattarsi per le punture delle zanzare, pelle nuova e fresca ancora salva dall’esposizione al sole – quelle mani loro buttate dentro a spostare le scatole ammaccate di Viennetta per vedere se sul fondo ce n’erano ancora, di gusti buoni, o se davvero restavano solo l’anice e la menta. Così per tutti i giorni di tutta l’estate di tutte le estati; fino a quando l’aria cambiava odore e si rientrava a casa un po’ prima e ci si copriva la carne un pezzo alla volta e c’era da finire tutti i compiti lasciati indietro nelle settimane precedenti. Ed era così che si perdevano il flusso delle cose, come queste se ne correvano naturali, e capitava il momento in cui si andava un’ultima volta da Pessina e nel frigo era rimasta giusto la brina sopra un paio di scatole ammaccate di Viennetta.
– I gelati sono finiti. – Continua a leggere

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Nur Asilah, Q Asi Hai Q – Quasi Haiku, Transeuropa, Milano, 2021 €10, Nota di lettura di Giorgio Linguaglossa, La cultura poetica italiana del novecento, primo e secondo ha mostrato un interessato disinteresse per la funzione dei poeti non allineati al sistema maggioritario, una procedura securitaria ha preso il posto del discorso critico e poeti come Ennio Flaiano, A.M. Ripellino, Emilio Villa, Maria Rosaria Madonna, Giorgia Stecher, Mario Lunetta, Anna Ventura sono stati considerati periferici e minori

Jacopo Ricciardi, Viaggio 5, pastelli su carta, 120x70cm, 2012.png

Jacopo Ricciardi, Viaggio 5 pastelli su carta 120×70 cm

Nota di lettura

Il 2 dicembre 1970, Michel Foucault tiene la lezione inaugurale per la nuova cattedra di “Storia dei sistemi di pensiero”, al Collège de France, il noto testo che verrà pubblicato con il titolo L’ordre du discours. La tesi di fondo è che «in ogni società la produzione del discorso è insieme controllata, selezionata, organizzata e ridistribuita tramite un certo numero di procedure che hanno la funzione di scongiurarne i poteri e i pericoli, di padroneggiarne l’evento aleatorio, di schivarne la pesante, temibile materialità».
Tra tali procedure vi sono quelle di esclusione, di cui l’interdetto è la più comune: non tutti possono parlare di qualsiasi cosa in ogni circostanza: per esempio sessualità, arte, politica, poesia, letteratura, economia; un altro metodo di esclusione si ha con la partizione e il rigetto: per esempio nell’opposizione tra ragione e follia. Principio di esclusione è anche l’opposizione del vero e del falso. A prima vista, la volontà di verità ha un ruolo positivo, in realtà funziona come metodo di selezione ed esclusione. In tutti i campi del sapere si hanno delle regole che separano le affermazioni che in ogni momento storico sono accettate come vere, da altre che vengono rigettate in quanto prive dei requisiti di veredizione. Queste procedure hanno il compito di controllare e delimitare il discorso dall’esterno; vi sono anche procedure attive al suo interno: in primo luogo, il principio regolatore presente in ogni comunità: un certo numero di testi (religiosi, giuridici, letterari etc.) sono meritevoli di generare dei discorsi ermeneutici; un secondo principio regolatore interno è dato dalla autorialità dell’autore; il terzo principio è quello di esclusione: Certe discipline sono avallate da un ambito di oggetti, libri, discorsi, autori considerati come valori.

Se un enunciato non si adegua questi valori viene considerato esterno alla disciplina ed espulso dalla narrazione; un terzo gruppo di procedure ha l’obiettivo di limitare il numero dei soggetti che può accedere al discorso, tra di esse Foucault indica ciò che definisce il «rituale»: chi parla deve non solo essere qualificato per farlo ma anche rispettare un ordine di ruoli, di gesti, di cerimoniali in modo da conferire al proprio discorso efficacia e consenso istituzionale e quindi ermeneutico. Hanno vigore le «società di discorso» che svolgono la funzione di avvalorare determinati enunciati e farli circolare negli spazi specifici; infine, vi è l’appropriazione sociale dei discorsi che avviene tramite il sistema universitario, scolastico ed educativo che non opera in uno spazio iperuranico ma viene tenuto sotto controllo dall’apparato politico dominante in funzione dei propri interessi mediante una logica di esclusione/inclusione. Il sistema della cultura tende a rafforzare questo apparato di enunciati con esclusione di quelli che lo mettono in discussione e ne dimidierebbero l’autorità. La storia delle idee risponde alla medesima logica degli altri ambiti, si cerca il punto della continuità narrazionale, il privilegio di un’opera, di un’epoca, di un tema, di un autore, si sceverano i significati reconditi, in tal modo si crea e si consolida una tradizione istituzionale ed ermeneutica.

La cultura poetica italiana del novecento, primo e secondo, ha operato nel modo tracciato da Foucault, ha mostrato un interessato disinteresse per la funzione dei poeti non allineati al sistema istituzionale maggioritario. Le voci non irreggimentate sono state spesso considerate periferiche e minori, e quindi espulse dalla codificazione istituzionale ed ermeneutica. Compito di un discorso critico serio è quindi quello di mettere in discussione la codificazione ermeneutica delle istituzioni chiuse, è questa la ragione che mi porta a considerare con indulgente simpatia questi quasi-haiku di Nur Asilah che rappresentano la sua opera d’esordio.

L’egemonia che la poesia del Pascoli ha esercitato sulla poesia italiana del primo e secondo Novecento e l’accademismo che ne è seguito ha avvalorato lo pseudo concetto di una poesia in chiave narrativa e sostanzialmente lirica prima e post-lirica poi. Con il primo ermetismo si istituisce un super linguaggio poetico specializzato, ad esempio una poesia come quella di Ungaretti è intuitivo-epifanica, ci si può identificare in essa come si prende parte ad un rito iniziatico, la frammentazione del metro e del verso ungarettiamo giunge ai suoi estremi limiti, oltre non era più possibile andare. Nel dopo guerra le cose cambiano, cambia l’ordine del discorso vigente nel senso che viene cooptato a quello fino allora maggioritario un altro discorso letterario che fino a quel momento era rimasto alternativo: e si ha la cooptazione per inclusione. Il Gruppo 63, lo sperimentalismo del significante di Zanzotto e la sopravvenuta poesia lombarda, hanno costruito un ordine di discorso che intendeva derubricare ogni altro diverso discorso poetico, con la conseguenza che poeti come Ripellino che privilegiava l’immagine e la metafora, o poeti diversi come Emilio Villa ed Ennio Flaiano che impiegava una poesia fondata sul riuso di citazioni anche del mondo pubblicitario, sono stati esclusi dal novero del sistema maggioritario.

Il risultato è stato che la poesia italiana, dopo Zanzotto, si avvierà per un sentiero epigonico di matrice unilineare di derivazione pascoliana. Espunte la metafora e l’immagine dalla testualità la poesia italiana del secondo novecento resterà e resisterà sì su un pedale basso, ma oblitererà il pluristilismo e il multilinguismo per optare per la narrabilità, la cantabilità e la comunicazione di un presunto messaggio in bottiglia o in vitro che dir si voglia. La susseguente ricerca della «comunicabilità» e della «narratività» a tutti i costi renderà un pessimo servizio alla poesia italiana del secondo Novecento. La lacuna che appare oggi vistosa, ci pone degli interrogativi, mi chiedo se la poesia italiana sia oggi in grado di formulare una diagnosi critica di questo quadro problematico fisiologicamente «patologico»; la risposta non può che essere negativa: la koiné poetica maggioritaria ha adottato una procedura securitaria, ha adottato da almeno cinque decenni un concetto narrativo e unilineare del discorso poetico, una koiné poetica di tipo derivativo e posiziocentrico. La poesia italiana, a parte eccezioni di pregio che pur ci sono state (Ennio Flaiano, A.M. Ripellino, Emilio Villa, Maria Rosaria Madonna, Giorgia Stecher, Mario Lunetta, Anna Ventura), conserverà una matrice stilistica monotonale e monogamica, non riuscirà ad infrangere il modello maggioritario: una posizione di poetica diventata con il tempo una forzosa petizione di poetica. Sia chiaro che il compito di un critico non è quello di ridire quello che il poeta ha scritto, ma illuminare il sotto testo, la cornice del testo, ciò che il testo sottintende, il non detto che pure è presente in ciò che è scritto, anche se in forma di non-detto.

«Nur Asilah – con le sue parole – è di origine maghrebina, oramai da sempre in Italia, ama credersi di nazionalità mediterranea quando non terrestre. Ha svolto numerosi lavori manuali dall’imbianchino al fabbro, dall’autista al muratore passando per il metalmeccanico».
È chiaro che un autore non letterato non sappia nulla di tutte queste complicazioni e scrive senza preamboli e senza corto circuiti ideologici, senza petizioni di poetica, il che comporta un certo indebolimento quando i suoi «quasi-haiku» ripercorrono in modo inconscio usurati stilemi e topoi letterari epigonici, ma a volte l’autore quando si libera delle convenzioni di scrittura riesce a trovare delle soluzioni linguistiche efficaci in modo, oserei dire, naturale. E noi non possiamo che augurargli buon lavoro prossimo venturo, a patto che dismetta le convenzioni letterarie che hanno ingolfato anche la scrittura di un autore non particolarmente versato nella retorica degli equilibrismi del mondo poetico.

(Giorgio Linguaglossa)

Nur Asilah,  Q Asi Hai Q – Quasi Haiku

Mi hanno strappato sette denti.
Quelli sopra. Quelli vicini al cielo.
Quelli che usavo per sorridere.

*

Lascio orme su questa spiaggia.
Sabbia della mia clessidra.
Che il vento si levi.
Di nuovo il deserto disponga.

*

Le farfalle o sono fiori volanti
o i fiori
sono farfalle posate. Continua a leggere

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Domenico Cipriano – DIECI POESIE da “Il centro del mondo” – (Transeuropa, 2014, pp.112, Euro 9,90) ” Un libro di maturità evidente”, “L’elegia ti costringe a cantare la «distanza»”. Postfazione di Maurizio Cucchi e un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

foto donna sale le scale.

 Nato nel 1970 a Guardia Lombardi (Av), Domenico Cipriano vive in Irpinia. Ha pubblicato la prima raccolta Il continente perso (Roma, Fermenti, 2000; 2a. ed. 2001),  i libricini da collezione, L’assenza (con foto a cura di Enzo Eric Toccaceli), PulcinoElefante, 2001; La pelle nuda delle stelle (con un disegno di Antonio Baglivo), Idridilibri, 2008; L’enigma della macchina per cucire (con un disegno di Prisco De Vivo), Edizioni L’Arca Felice, 2008. Interessato al connubio Jazz e Poesia è inserito nell’antologia della poesia in jazz in Italia, Swing in versi, a cura di Guido Michelone e Francesca Tini Brunozzi (Milano, 2004) e ha dato vita, insieme all’attore Enzo Marangelo e al pianista Enzo Orefice, al progetto “JP band” da cui il CD Le note richiamano versi (Abeatrecords, 2004), con sezione ritmica di Piero Leveratto ed Ettore Fioravanti. È presente nei volumi collettanei “4 poets” (Il Filo, Roma, 2003) e “7 poeti campani” (Orizzonti Meridionali ed., Cosenza, 2006) e in varie antologie, si ricordano: Melodie della Terra, a cura di Plinio Perilli (Crocetti, Milano, 1997), La poesia in Campania, a cura di G. B. Nazzaro (Marcus ed., Napoli, 2006), Da Napoli / verso, a cura di A. Spagnuolo e S. Di Spigno (Kairòs, Napoli, 2007), Corale, a cura di F. Bianchi (La voce della luna, 2007), Forme concrete della poesia contemporanea, a cura di S. Montalto, (Joker edizioni, Novi Ligure, 2008). È del 2014 la raccolta Il centro del mondo transeuropa e del 2015 November Gradiva Publications con testo italiano a fronte.

Email: dcipriano@tiscali.it

Sito web: www.domenicocipriano.it

foto ipermoderno 2

ipermoderno

dalla Postfazione di Maurizio Cucchi

È questo un libro di maturità evidente, e potremmo arrischiarci anche a dire di saggia maturità. Lo si vede nella pacatezza – sia pure sempre venata, increspata di inquietudine – del tono e degli accenti, nel denso procedere di Cipriano in un percorso di lenta meditazione lirica, capace di cogliere con aperta intelligenza il senso degli opposti, la loro inevitabile compresenza. “Siamo miniere da scavare”, dice in un suo verso, e nello scavo procede regolarmente, con sobria umiltà tenace, e non tanto in uno scavo di se stesso o del proprio essere, per nostra fortuna, quanto, più generosamente, nel senso sempre nuovo, variegato e sorprendente (all’occhio di chi sa ben vedere, oltre la superficie, s’intende) del mondo. Un mondo dove il soggetto – tradotto in io lirico – ben conscio della sua poca o pochissima umana consistenza, e dunque della sua precarietà strutturale, non può che sentirsi al centro, nella perfetta consapevolezza di quanto ciò sia in fin dei conti illusorio, visto che, dice Cipriano, “moriamo pezzo dopo pezzo mutando”. Ma visto anche che il mondo esiste solo se a percepirne la presenza ci sono un occhio e una mente che possano certificarlo.

Cipriano non si stanca di indagarlo e interpretarlo, questo mondo, nella realtà che gliene si presenta nel corso degli anni, nelle incrostazioni della memoria ineluttabili, nella normale e ferialissima esperienza quotidiana, dove si manifestano a pieni contorni le figure dell’amore e degli affetti, e non di meno dove intervengono certe “amorfe figure / affogate dal sole che le fa tremare”. Un mondo del resto popolato di cose, sempre impregnate di acuti ricordi: “Nel volto degli oggetti / si riflette il mondo / la fede estrema del nostro / dargli conto, l’efficace / pungiglione della memoria”. E se varie sono le presenze animate e inanimate di questo libro, diversi sono anche gli ambienti, dove avviene o è avvenuto il viaggio della vita, comunque “in spazi già vissuti”, da altri, oltre che dal poeta. Certo, appaiono i luoghi della sua terra, e con risalto la campagna, a cui è dedicata una sezione importante, conclusiva; e poi la “città dolente”, e soprattutto il paese: “la passione di vivere ogni istante nella solitudine / assurda del paese”. Ambienti diversi, non sempre accarezzati dal sole, ma spesso in ombra, o rischiarati da una modesta luce di lampioni.

Il centro del mondo è un testo di pensiero attivo, che matura nella realtà di un’osservazione sempre aperta e di un’energia forte e opaca; un testo internamente molto ricco e fitto di implicazioni, che richiede una perlustrazione attenta, un costante ritorno sui propri passi. E che stabilisce la già chiara identità di un poeta, di un autore capace di praticare una poesia onesta e di non comune spessore.

foto volto con gatto

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Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Il problema che mi accingo a porre in evidenza è di carattere macro stilistico, o extra stilistico, se volete, e concerne la totalità o quasi della poesia italiana che si fa oggi. La questione della poesia intesa come momento lineare, un certo concetto di forma-poesia, dove lo spazio e il tempo della poesia è il rispecchiamento dello spazio e del tempo dell’io nella sua vita quotidiana. Io qui mi limito a sollevare dubbi e eccezioni a questo concetto del reale e della creazione artistica. Il mio dubbio è che non si dà alcuna equivalenza o equipollenza tra le due situazioni, e che se si fa una poesia o un romanzo che segue il modello lineare della vita quotidiana, si finisce dritti nella falsariga del riconoscibile, della rappresentazione mimetica, in una parola, del realismo mimetico e mimetizzante. Nulla di male, s’intende, ci sono migliaia di romanzi e di poesie di intrattenimento che seguono questo modello compositivo. Direi che è questo il pericolo che impende sopra grandissima parte del romanzo e della poesia contemporanee. Ma il romanzo ha una via di uscita di sicurezza che è dato dai suoi svariati generi e sotto generi: il giallo, il noir, il fantastico, il fantasy, il semi giallo, il quasi fantasy, il gotico, il gotico-fantasy, il giallo-fantasy, il fantasy e basta etc.; la poesia no, non ha, per ragioni storico-estetiche, una altrettanta versatilità di forme, e quindi è più vulnerabile, più esposta.

Il problema cui si trova a risolvere Domenico Cipriano è, a mio avviso, quello di una forma-poesia  riconoscibile.

Domenico Cipriano in queste poesie parte da un assunto di base che è dato dalla stazione immobile dell’io (al «centro del mondo», come lui scrive nel titolo) attorno al quale ruota tutta la fenomenologia degli oggetti; in modo consequenziale nella sua poesia i giri sintattici, di illibato nitore e rigore metrico, si dispongono in modo lineare, come tipico di una tradizione recente: l’io di qua e gli oggetti di là, in un costante star-di-fronte. Questo tipo di impostazione, intendo quello della stazione immobile dell’io e della distanza fissa tra l’io e gli oggetti, conduce, inevitabilmente, al pendio elegiaco. L’elegia ti costringe a cantare la «distanza». E l’elegia è tipicamente consolatoria. In definitiva, il dialogo tra l’io ed il suo oggetto si rivela essere un dialogo posizionale, posizionato, «convenzionale», come da una certa tradizione italiana novecentesca. Il libro Il centro del mondo consta di un susseguirsi di poesie fenomenologiche, di una fenomenologia che tende all’elegiaco. Eccepirei una fenomenologia immobile, priva di direzionalità laterali e trasversali, priva di verticalità, di diagonalità, di salti posizionali, temporali e spaziali. Ecco, questa è la ragione che delimita uno stile, e lo stile è come immobilizzato all’interno di una postazione fissa dell’io e del suo oggetto.

Domenico Cipriano Front_cover_cipriano

da: LE STANZE NASCOSTE

Disteso sui miei sensi penso
(oltre le nuvole e le luci dei lampioni
alari) col fiato sospeso sulle colline blu.
Nemmeno i corpi uniti nell’amore
e racchiusi in un respiro solo sanno dire
dell’immenso in cui mi perdo ora
per questo tramonto vulnerabile e mobile
nel bagliore di una luce sterminata
tra le voci intrecciate in lontananza.
Se apparteniamo – per un istante –
a un’altra vita, a un’epoca leggendaria,
non ci è dato sapere dal poco che tracciamo
sciogliendo in illusione le certezze.
È quel bagliore, che si insinua vorticoso
oltre la forza decisa delle ossa,
ad aprire un nuovo varco sotto pelle,
a rinominare infinito il suono delle cose,
di quell’oceano che si nasconde eternamente
dentro al volto immobile dei monti.

(Montefusco, 8 gennaio 2012)

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(a Sofia)

Moriamo pezzo dopo pezzo mutando,
crescerai e sarai altro, diversa. Ferma
l’immagine che hai già cancellato
nelle ore (non è affidabile la memoria)
così la presenza non è solo un dettaglio
per la nostra comprensione. Filo spinato
e ruggine sui punti fermi del mondo,
ma nemmeno quello spigolo d’universo
ci appartiene. Cambiano con te
le cose abbandonate.

.

da: IRPINIA METAFISICA

Le persone sono luoghi
e ogni epoca li ricostruisce.
Chiedo alle immagini un’affezione
documentata, il risvolto
del luogo in cui sono nato.

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da: CITTÀ DEGLI OCCHI
.
Sono defilati
negli spazi residui della cronaca,
dove pochi ne riconoscono il dolore, lo spasmo
delle parole non comprese.
Gli scarti delle frasi usate riaffiorano
per decretarne la colpa, riconoscerne l’infamia
e darle un nome. Tra queste sillabe
disposte e riarse in ordine composto
è l’orlo della camicia
a rammentare una vita arresa,
la mancanza di un affetto di contorno
e un torto ricambiato al mondo.

.

da: INTERMEZZO

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(a Cosimo)
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Esistiamo perché mutiamo. Il corpo
si trasforma con il tempo, così la voce
e l’odore che tutto dice. Conserviamo
poco, diamo segno di noi
nel pensiero che si evolve, nelle azioni
che si alternano, confondendo
i colori che la pelle mostra, variando i suoni
che all’istante diventano parole.
Se c’è una storia da ricomporre
(pezzo a pezzo) è nel modificarsi
delle orme che tracciamo. Così,
solo le cose ferme ci ricordano
dove siamo già esistiti,
anche se il vento cerca di mutarne le sembianze
con la polvere che accumula
in forme disadorne.
Continuiamo a dirci vivi
ostinandoci a non apparire uguali
e questo morire eternamente
è il volto stesso che la vita ci consente.

.Domenico Cipriano_auditorium

da: NATURA DOMESTICA
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Giacca con foglie
.
Il risvolto della giacca
colore di foglie secche
si accartoccia lasciata
rivivere vicino al bancone.
Un albero spoglio che
chiede liquidi per dissetarsi
emancipata la stagione
del caldo e i costumi:
nulla somiglia alle radici
solo le ossa fuoriuscite
dagli stivali ricordano
l’autunno inoltrato.
.
da: LAMPIONI
.
Sono stelle distribuite in terra
nei luoghi che ospitano amici,
se ne collego i punti disegno
immagini multiformi, una bocca
che mastica i pensieri, perché
muovo il labbro negli spostamenti
e ovunque una lampadina segnaposto
indica dove si colloca la vita.
Così, la notte ci scostiamo
e chiediamo aiuto ai lampioni
di resistere. Qualche guardiano
tiene in vita il respiro.

.

da: A MARGINE
.
La campagna 5. finale
.
Sono restato seduto dietro una panchina per anni
il cielo è rosso vermiglio e ricordo la tua pelle liscia
quando mi scorre il latte sulle guance.
La notte è un piedistallo e restiamo immobili solo io e te
con gli occhi che sono camaleonti
sotto la luce dei lampioni. Il verde condiziona il giorno
schiarendo le tonalità del cielo
ora che tutto è disteso e senza confini
non si vedono più le staccionate
e il buio serve solo a consolare.
Voglio consegnarmi alle distese della terra fertile
lontano dal mare che paradossalmente
è sterile ed esplora. Qui nulla ti riconosce e inganna
c’è un profumo di uva secca e muschio
una finestra per il sole, senza un confine netto
tra vivere e sperare.
.

La campagna
.
1.
La staccionata resta fissa nello sguardo
si attarda a misurare la luce
il passo lento del veggente scruta il verde
e torna a mescolare il suono del fiume.
Siamo fatui e sorpresi da tanta calma, la notte non tarderà
ma il suono di chi non c’è si mimetizza nell’aria.
Nuvole sui passi lascivi, le impronte
ci costringono a recuperare il senso della presenza:
ogni chiaroscuro e la sua ombra ci convincono
dell’eternità nascosta nelle cose.
Gli oggetti vivono nel pensiero e la musica
riprende le forme di involucri geometrici
il suo fiato è già regolare dopo l’affanno del divenire.
.
2.
Oggi assaporiamo il sole
tra giri di armonica e una tettoia da ricostruire
sulla casa che ondeggia ai bordi del fiume
tra i numerosi volti degli insetti
e le specie di pesci d’acqua doce.
È come intrufolarsi nel sogno di qualcuno
che si conosce appena, liberarlo dagli incubi più profondi
e coglierne solo immagini salutari.
Un viaggio dentro il sogno che ci resta
da compiere ogni giorno
fino a che la disperazione non si piega
lasciandoci un segno del perdono.

 

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