Archivi del mese: agosto 2014

BREVE ANTOLOGIA DELLE POESIE di Ottavio Rossani da Falsi confini (1989) con una nota critica di Carlo Bo

Milano tram 1

Milano tram via Pascoli

 Ottavio Rossani (Sellia Marina, 1944), vive a Milano, dove si è laureato In Scienze Politiche e sociali all’Università Cattolica. Poeta, scrittore, pittore e ogni tanto regista teatrale. Come giornalista – 40 anni al Corriere della Sera – ha viaggiato in diversi continenti e ha incontrato e intervistato potenti e umili negli ambiti della cultura, della politica, della  cronaca. Ha scritto saggi di letteratura, storia e arte. Sei i libri di poesia: Le deformazioni (1976), Falsi confini (1989), Teatrino delle scomparse (1992), Il fulmine nel tuo giardino (1994), L’ignota battaglia (2005) e Riti di seduzione (2013). Tra i diversi saggi, Leonardo Sciascia (1990) e Stato società e briganti nel Risorgimento italiano (2002, tre edizioni). Un lungo racconto storico: Servitore vostro illustrissimo et devotissimo (1995). Molte le plaquette di poesie, tra cui Finestre aperte (2011), alcune corredate da suoi disegni. I suoi quadri sono in collezioni private, in Italia e all’estero; una trentina le mostre personali e collettive. Una sua pièce, Se mi vengono i brividi,  è stata rappresentata a Buenos Aires, con la sua regia. Collabora con alcuni quotidiani e riviste culturali. Responsabile del blog “Poesia” sul Corriere della Sera on line (http://poesia.corriere.it).

Milano Quartiere Quarto Oggiaro

Milano tram via Pascoli

Nota critica di Carlo Bo

La prima impressione che prova il lettore  di fronte a Falsi confini di Ottavio Rossani è quella di aver assistito a una singolare operazione poetica di travaso generale della realtà. Qualcosa che sta fra la rievocazione e una nuova lettura del reale. Il poeta non trascura nulla di quanto gli è capitato di vivere e di vedere e senza passare alla seconda fase della distinzione e della definizione preferisce convogliare quel suo “tutto” in una semplice restituzione dei fatti, delle cose e delle persone che volta per volta sono stati attori e vittime di tragiche vicende. Ma non basta, in questa seconda assunzione Rossani torna indietro, compie il suo bravo ritorno al paese, nell’evidente tentativo di saldare i diversi tempi della sua vita in modo da lasciar trapelare un ulteriore ambizioso disegno, quello di trasferire questo “tutto”  maggiorato nell’intelligenza prima dell’esistenza. Di qui l’andamento di canto, anche se si tratta di un canto rotto, dolente e molte volte tragico. Un po’ come se alla fine della sua giornata volesse rendere conto della sua esperienza poetica sulla linea semplice della cronaca o più precisamente come una cronistoria in bilico fra il personale e il comune, fra ciò che ha sofferto e ciò che è stabilito ab aeterno. Il che porta a una prima e importante ragione: la poesia ha finito per prendere il sopravvento e costituisce il termine capitale di questa operazione.

ottavio rossani

ottavio rossani

Quale parte è riservata al lettore? Proprio perché si tratta di un’operazione così equilibrata e, nonostante le apparenze, molto calcolata, lo spazio riservato al lettore è rilevante, potremmo dire che lo mette sullo stesso piano sollecitandolo a prendere atto delle sue allusioni e finalmente a coinvolgerlo in un’unica ansia, verso la partecipazione più larga. Molto spesso il poeta evita di concludere, lascia in sospeso le sue ragioni per consentire al lettore di entrare nel suo spirito, in una sorta di confronto libero. Direi che questa è la “trovata” del componimento, il cantastorie che si fa amico e compagno e non avanza nessuna pretesa di guida. Un discorso naturale che non intende pregiudicare niente e neppure può essere frainteso come un accorgimento, una insidiosa speculazione sulle intenzioni. Una volta operata questa congiunzione, Rossani è in grado di rendere al tempo che è poi il soggetto principale della storia la sua posizione preminente. E sempre in questo ambito la storia assolve la cronaca, senza per questo annullarla o ridurla o annebbiarla. Questo spiega perché il racconto è un dialogo molto più vasto, dove tutto finisce sempre per rientrare in giuoco e rendere così nuovamente vitale una materia che per il fatto di essere raccontata e cantata poteva correre il rischio di diventare amorfa e astratta. Siamo dentro le cose, dentro il sangue di questi anni che il poeta ha vissuto e non c’è alcuna separazione, così come non ci sono privilegi o diritti di parola. Ognuno sta al suo posto e, come quando c’è in giuoco qualcosa che ci riguarda da vicino o sta dentro di noi, non dobbiamo restare alla lettera della realtà ma collegare la realtà a delle domande essenziali. E qui sta il pregio di questo testo, non mettere alla vita dei punti fermi, lasciare invece molti spazi liberi al tempo della speranza e dell’attesa.

(Carlo Bo)

ottavio rossani 2

Milano tram via Pascoli

Da Falsi confini (Xenia , 1989, pagg. 72)

5

Nella palla d’opale emergi bionda,
Lia, varcando la soglia.
sul Male oscuro m’hai lasciato
il saluto autografo per l’insonnia.
In ricognizione riscopro ora
La tua pelle di porcellana
demivièrge caritatevole ma serrata
a ogni illuminante tentazione.
La tua protetta segregata
alla fine scivolò dal balcone.
E le mani erano ancora legate.
Altri reperti necessari sono
L’anno, 1964,
il luogo, università cattolica,
il logo, reinvenzione della
Trinità e altri dogmi,
il fascino, i tuoi denti bianchi,
con una finestrina per sibilare.
Promossa dama di San Vincenzo.
Bella eri, statua sarai. Ormai.

ottavio rossani falsi confini

6

Corpo slabbrato dal fiume
La donna per Mike Spillane,
ora avanza a Linate felina
la coscia luccicante.

Per l’intrepido pennino
altri erano gli spettri lontani,
come orme asciugate dal vento
anche appelli alla coscienza.

Resistono striature di sabbia.
Eppure, una partenza improvvisa…

*

7

Prestigio, crisi di trombe,
invettive, incrocio di passioni,
c’è il derby di San Siro.
Il sindaco piccolo-gentile sbuca
dalla ressa subito rispettosa,
Milady è altera davanti al prefetto
Che bacia l’anello,
l’avvocato abbraccia l’assessore,
e il Giuân annota borbottante.
C’è anche il boss che venerdì
ha ordinato cocci di bottiglia
per quel conticino in sospeso.
In piedi
è goal.
Urla la plebe, e un gruppo
esplode, sfascia, straripa.
C’è sangue. Portare via, prego.
La calma
riscende
nebbiosa.
Chi ha vinto
ora non importa.
Gli occhi svuotano il cronometro,
rivestono i colori primigeni.
In ascensore il corsaro Pasolini
abilmente silenzioso
ostinato calciatore dilettante
non lo vedono, ma è davvero morto?
smorfeggia chi lentamente rientra
nei ruoli del successo civile.

ottavio rossani

ottavio rossani

26

Col viso riverso, un filo rosso
alla nuca usciva da piccolo foro.
Nel rigagnolo il fotografo
Impresse un particolare banale,
il mocassino marrone un po’ storto.
Maledetta mattina di stanchezza,
quel 28 maggio pruriginoso,
dopo l’intensa notte al Circolo
dove anticipò su tutti la fine:
a chi toccherà la prossima volta?

E cadde con gli occhi sgranati
ché diventava sangue il timore di stare
al centro dell’orizzonte nubiloso.
Il ragazzo contò i passi, l’uomo fissò
la faccia, il terzo puntò la pistola.
Nessun dolore.

Bellissimo film nei colori dell’ultimo
sole, quando aveva creato la storia per le
pupille del maschietto curiose. La sera
nel giardino vicino al mare altre
manine stese all’abbraccio e il vestito
bianco della sua stella avvolgente di brezza.

Mi domando che ricordo lascerò.
Buono, dissero. E sapeva il peso di tentare
la calma di una vecchia sintonia:
i due lavoratori che più stimava, padre/madre,
gli avevano regalato la tolleranza.
Per favore, non toccate le reliquie.

28

Telefonava Salomè
alle sette tutte le mattine
come luce di mille lampadine
notizie soffiava per me.

Una volta era incazzata
Perché il suo uomo chiuso a San Vittore
Nell’articolo appariva esattore
di una zona taglieggiata.

Non c’entra il mio messicano
gridò Salomè con voce incrinata,
Spazzerà chi ha fatto la steccata
quando uscirà l’Uragano.

Anni fa, furba, comprese
che alla giornata doveva scegliere,
fu San Babila il posto da battere,
sette figli ebbe alle spese.

Rimasta sola abbandonò
l’uomo della droga sulla brace,
in due giorni scoprì boss più capace,
e San Babila non lasciò.

Dal carcere Moreno uscì
e da lei voleva ancora passione.
Di partire qualcuno gli suggerì,
di non farne una questione.

Da eroe recitò il copione
e con un colpo di pistola al cuore
(scena per un melodramma d’amore)
finì proprio da coglione.

Un caso di vero amore,
roso e umiliato da loschi traffici,
troppo tardi Salomè udì i soffici
colpi del nuovo dolore.

Dopo il suo lungo silenzio
mi chiamò un mattino in ospedale
per invitarmi alla festa augurale.
Circondato fui da un ronzio:

su quel figlio messicano
cicalavano le amiche imbellettate,
intente a progettare già l’estate.
Ricordando l’Uragano

lei confidò sottovoce
che il boss aveva subito mollato
perché un killer aveva assoldato
contro il Moreno veloce.

“E ormai non ti chiamerò più,
potresti finire male anche tu”.

ottavio rossani 5

31

Allegra civetta, scelgono gli equilibri,
scommettono sull’altalena umori/tasche,
a Roma, equa distribuzione di bende
e medicinali.
Barras dosò le spinte eliminatorie, e
Appio Claudio scrisse rapporti precauzionali.
Ammettono ipotesi di sacrifici, il collare
Ai grassi lucidi. Gli ultimi della Suburra,
jumbojet and cocaina, spogliano Nausicaa
dalle sciarpe di seta
e offrono scoperta geografia di vermi.
Burattinaio movimenta gouaches in seni
bianchi, sarà sacro ai fedeli.
Omnia parvula sunt pavida. Non nascerà
più Ulisse?

*

35

Il dottore calcolò le distanze.
Gessi cordicelle e lampi
Sui verbali striati
Mostrarono tanto poco. Ad angolo
retto il manichino colpì la terra,
dalla finestra un segno ad arco.
La scalfittura sul naso non fu
libro di lettura.
La donna nera ricordò gli anni
che nascosero telai d’ombra.

Il funzionario inciampò in cantina,
il fantoccio tornò dalla polvere
al furgone per l’inceneritore.
Non volle chiedere se un manichino
magari preferisse la vetrina.

ottavio rossani

ottavio rossani

33

Come mani vibrazioni del violino
lamentoso, non l’Orrendo amico
notturno che saprebbe chiudere,
parlare su di me,
IO elementi maiuscoli
elasticità dilatante

Notte chiara, radio passante
sull’aria vocativa di Zanzotto.

Tu arrivi col treno
fremi freni tremi
battito d’ali come farfalla
nel ritmo di un blues.

E l’alba c’est arrivée
così un bacio, la pelle nuda

*

43

Dalla folla la mano lanciò la bomba*
che viaggiò sul Mediterraneo
morirono in quattro nel silenzio
che spostò i nostri corpi nel cortile
poi vidi la bionda Gabriella senza
sangue nel ventre aperto
il busto del discusso eroe
ricorda ancora l’altra vittima dal
collo spezzato sulla vicina aiuola.

Non c’è veggente oggi che spieghi
l’incrocio delle cose
donna immortale, Italia, tu continui
lontana ad addolcire bellezza
a figli improbabili lavati di sangue

*Nota: la vittima del quadro 26 è il giornalista Walter Tobagi, ucciso il 28 maggio 1980; il giorno evocato nel quadro 43 è quello della strage davanti alla questura di Milano

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Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Autori dei Due Mondi, poesia italiana del novecento

POESIE INEDITE di John Taylor traduzione di Marco Morello

 John Taylor

John Taylor

Nato nel 1952 a Des Moines, lo scrittore americano John Taylor vive in Francia. È autore di sette opere di racconti, di prose brevi e di poesie. La raccolta The Apocalypse Tapestries (Xenos Books, 2004) è stata pubblicata in italiano con il titolo Gli Arazzi dell’Apocalisse (Hebenon, 2007) nella traduzione di Marco Morello. Il suo libro più recente, Se cade la notte (in inglese: If Night is Falling, Bitter Oleander Press, 2012), tradotto anche da Marco Morello, è ora disponibile presso le Edizioni Joker. Taylor ha tradotto le poesie di numerosi poeti francesi (Jaccottet, Jourdan, Dupin, Calaferte, Tappy e altri). È anche editor e co-traduttore d’un’ampia raccolta dei testi di Alfredo de Palchi, Paradigm: New and Selected Poems (Chelsea Editions, 2013). Taylor ha ricevuto del 2013 una borsa di studio importante dell’Accademia dei Poeti Americani per il suo progetto di tradurre in inglese il poeta italiano Lorenzo Calogero.

Garnets in the Gravel

Alfredo De Palchi e John Taylor Firenze 2012

Alfredo De Palchi e John Taylor Firenze 2012

 

 

 

Well beyond the end of the old trail: a moraine to scale, then these sudden garnets.

*

Garnets in the gravel, water dripping from the glacier’s lip.

*

Amid the garnets, searching for the perfect dodecahedron.

*

Having circled around the dried-up alpine pond, but according to the map another one higher up.

*

Raise your eyes: the mountain peak above you unfolds ever upwards, into the blue and the clouds.

*

As glacial water drips on your hands, these garnets in the gravel, again and again.

Obergurgl, July 2004

Granati nella ghiaia

ben oltre la fine della vecchia pista: una morena da scavalcare, poi questi improvvisi granati.

*

granati nella ghiaia, acqua che stilla dalle labbra del ghiacciaio.

*

tra i granati, cercando il dodecaedro perfetto.

*

abbiamo girato intorno al laghetto alpino prosciugato, ma secondo la mappa ce n’era un altro più in alto.

*

solleva gli occhi: il picco montano si rivela sempre più su, nel blu e nelle nubi.

*

come l’acqua del ghiacciaio gocciola sulle tue mani, questi granati nella ghiaia, ancora e ancora.

Obergurgl, luglio 2004

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grattacieli-new-york

Willow stick

Dead willow branch: a hard hiking stick, and the slope increased.

*

Above this alpine pasture an eagle soars out from the cliff; and as I look down, a viper crosses my path.

*

The waterfall inaccessible because of the moraine.

*

(“No symbols where none intended.”)

*

Enormous chamois-like shadows moving across the high meadows of the Ouille Allegra.

*

Not a soul coming down.

*

Hidden valley under the glacier: water flowing down in fingers, a fertile greenness in the pasture. High up, an eagle flies out from a dark rift that is like a secret passage.

*

Between two meadows, the sunken lane on which we often met the woodcarver, toward sunset. Toward the sunset.

*

Redstart alighting at the base of the village cross.

*

A cloud like a harrow in the air; and the next evening, another cloud-harrow; then continuous rain for days.

*

Deep-blue gentian flowers along a path so high that the last vegetation was ending and we were increasingly surrounded by stone. The stained-glass windows of Chartres.

*

La Dent Parachée: the candelabrum just below the peak has lost most of the eternal snow that had made each candlestick distinct, summer after summer. This candelabrum now a persistent memory.

*

A single upright stone in the meadow across the torrent. No cow or cowherd has ever pushed it down, rolled it over to the bank.

*

Some of the rain seemed to be the very cotton grass that was also sprinkled over the alpine marsh.

*

Of the pusatilla anemone I wanted to write: “With a score of arms reaching out.”

*

Hundreds of jackdaws jolting off the cliff, as if tossed like straw into the wind.

*

The same willow stick: not a divining rod.

*

Words rising in French: séneçon, circe, nigratelle.

*

Paradisia liliastrum, the paradise lily: a common mountain flower with a heavenly name.

*

At the end of dusk, when cloud and mountain had so blended that neither could be distinguished. But it was not yet night.

*

Above the fog, Charbonnel Peak and Mount Albaron not so faraway. The illusion of being close to them. Clouds of unknowing below. Humidity like a magnifying glass.

*

A tongue of fog coming down from the Mont Cenis Pass; and I would like this tongue to speak a language.

*

Bridging the rapids: stepping stones, yet well under water by midday when we returned.

*

The tractor’s headlights on the highway. The last load of mowed meadow grass. Heading home. 10 p.m. Soup. Alone ever since “the wife” (as he calls her affectionately) died.

*

Roots. This alder torn from its bank by the floodwaters of the Arc, swept downstream and then washed up, upside down, on a distant mudbar.

*

Tiny pale-violet colchicum flowers, as in the French song, constellating a meadow mowed only yesterday. Birth into bloom: the last surviving flowers before the first snow.

*

A flat stone (serpentine) left where we first found and examined it in the meadow. Our marker on the way back.

*

A path visible again, now that the meadow has been mowed. A centuries-old path.

*

A few more yards down the trail and you stop once again, look around. Every single mountain slope, every single perspective up valleys and between peaks, seems changed in significant ways. And has not changed significantly at all, of course.

*

Village in the hollow beneath its church and cemetery, beneath ancient moraines now covered with high grass and larches. Village above the rapids of the Arc.

*

August sunrise. But this time, night has left snow on the summits.

*

Soft larch needles grazing a hand: both unlasting.

*

Chaos of fog and sunset-lit clouds up the Avérole Valley. And patches of blue sky as well. Admire, but await a gentler, simpler evening.

*

The fog, I think, is moving faster across the green mountainside than I thought.

*

Early morning in late August: larch logs burning in every fireplace.

*

Drink from the source beneath the boulder, imagining it is something else. It is nothing else.

Bessans, August 2008

Bastone di salice

Un ramo di salice morto: un duro bastone da escursionismo, e la pendenza si accentuava.

*

Alta sul pascolo alpino un’aquila si libra dal dirupo; e mentre guardo giù, una vipera mi attraversa il cammino.

*

La cascata inaccessibile a causa della morena.

*

(“Niente simboli dove nessuno intendeva.”)

*

Enormi ombre a mo’ di camosci incrociano sugli alti prati della Ouille Allegra.

*

Non un’anima che scenda.

*

Valle celata sotto il ghiacciaio: l’acqua scorre giù come dita, una fertile verzura nel pascolo. Su in alto, un’aquila vola via da un’oscura fenditura che è come un passaggio segreto.

*

Tra due prati, la stradina infossata sulla quale incontravamo spesso l’intagliatore, verso tramonto. Verso il tramonto.

*

Un codirosso si posa alla base della croce del paese.

*

Una nuvola come una freccia nell’aria; e la sera dopo, un’altra nuvola-freccia; poi pioggia continua per giorni.

*

Fiori di genziana blu scuro lungo un sentiero così in alto che l’ultima vegetazione stava finendo ed eravamo sempre più circondati dalla pietra. Le vetrate cattedrale di Chartres.

*

Il Dent Parachée: il candelabro appena sotto il picco ha perduto la maggior parte della neve eterna che metteva in risalto ogni candela, un’estate dopo l’altra. Questo candelabro come memoria persistente.

*

Una sola pietra dritta nel prato oltre il torrente. Nessuna mucca o nessun pastore l’ha mai spinta giù, facendola rotolare fino alla riva.

*

Un po’ di pioggia sembrava essere proprio l’erioforo che era anche spruzzato sulla marcìta alpina.

*

Dell’anemone pulsatilla volevo scrivere: “Con una miriade di braccia protese.”

*

Centinaia di taccole che si scuotono oltre il dirupo, come paglia lanciata nel vento.

*

Lo stesso bastone di salice: non una bacchetta da rabdomante.

*

Parole che vengono dal francese: senecio, circe, nigritella.

*

Paradisia liliastrum, il giglio del paradiso: un comune fiore di montagna con un nome paradisiaco.

*

Sul finire del crepuscolo, quando nuvola e montagna si erano così mischiate da essere indistinguibili. Ma non era ancora notte.

*

Sopra la nebbia, il Picco Carbonella e il Monte Al barone non molto distanti. L’illusione di essergli vicini. Nubi della valle sconosciuta (inconsapevole ?). L’umidità come una lente d’ingrandimento.

*

Una lingua di nebbia che scende dal Passo del Moncenisio; e io vorrei che questa lingua parlasse una lingua.

*

Guadando le rapide: pietre per attraversare ma ben sommerse a mezzogiorno quando tornavamo.

*

Le luci alte del trattore sullo stradone. L’ultimo carico di fieno. Diretto a casa. Le dieci di sera. Minestra. Sempre solo, da quando “la moglie” (come la chiama affettuosamente) è morta.

*

Radici. Un ontano strappato via dalla riva dalla piena dell’Arc, trascinato a valle e poi gettato a riva su una remota barra di fango.

*

Minuscoli fiori di colchico viola pallido, come nella canzone francese, che punteggiano un prato falciato solo ieri. Nascita in fioritura: gli ultimi fiori sopravvissuti prima della prima neve.

*

Una pietra piatta (serpentina) lasciata dove l’avevamo trovata e già esaminata nel prato. La nostra pietra miliare sulla via del ritorno.

*

Un sentiero ancora visibile, ora che il prato è stato falciato. Un sentiero vecchio di secoli.

*

Altri pochi metri giù per la pista e ti fermi di nuovo, ti guardi attorno. Ogni singolo pendìo, ogni singola prospettiva su per le valli e tra i picchi sembrano mutati in modi significativi. E non sono mutati per niente in modo significativo, naturalmente.

*

Il paese nella conca sotto la chiesa e il cimitero, sotto antiche morene ora coperte di erbe alte e larici. Paese sopra le rapide dell’Arc.

*

Aurora d’agosto. Ma questa volta la notte ha lasciato neve sulle vette.

*

Soffici aghi di larice sfiorano una mano: entrambi effimeri.

*

Caos di nebbia e nuvole accese dal tramonto sulla Valle di Avérole. E pure chiazze di cielo blu. Ammira, ma aspetta una sera più gentile, più semplice.

*

La nebbia, penso, si sta muovendo sui fianchi verdi della montagna più veloce di quanto pensassi.

*

Mattina presto nel tardo agosto: ceppi di larice bruciano in ogni caminetto.

*

Bevi dalla sorgente sotto il masso, immaginando che sia qualcos’altro. Non è nient’altro.

Bessans, agosto 2008

alfredo de palchi Grattacieli di New York

John Taylor

 

The Thicket

fragments for Dimitris Souliotis

no paths; or paths; no chosen path

*

or both paths equally traveled by. where the wood had stood, and burnt, now high grasses, shrubs, scarred trees. signpost at this divergence. hazy sky on which i would have the same perspective, whether i veered southwest or southeast

*

sunlight in the high branches, among the blossoms, but this—mere eyesight. the dark path below

*

sunlight falling on the farthest field. here and now sown by the shadow of death

*

seeking winter, a leafless thicket that i can peer through

*

leaves, bony branches, doomed to drop

*

only the remembrance of leaves lifted up by the wind

*

eyes still drawn to those highest-reaching rooted trees

*

up trunks, onto branches; dangling, with an impression of levitation

*

better to venture willingly into what offers no immediate beauty, no obvious geometry

*

as if at dawn, an impenetrable thicket could suddenly comfort with its own hidden coherence

2010

Il boschetto

frammenti per Dimitris Souliotis

nessun sentiero, o sentieri: nessun sentiero scelto

*

o entrambi i sentieri egualmente percorsi. dov’era il bosco, e fu bruciato, ora erbe alte, cespugli, alberi cicatrizzati. indicatori di questa divergenza. cielo nebbioso sul quale vorrei avere la stessa prospettiva, sia che svolti a sudovest o a sudest

*

luce solare sui rami alti, tra i fiori, ma questo—una semplice vista. il buio sentiero sottostante

*

la luce solare cade sul campo più lontano. qui e ora seminato dall’ombra della morte

*

cercando l’inverno, un boschetto spoglio che posso penetrare con lo sguardo

*

foglie, rami ossuti, destinati a cadere

*

solo il ricordo di foglie portate via dal vento

*

occhi ancora trascinati a quegli alberi radicati che si protendono in alto

*

su per i tronchi, fino ai rami; dondolando, con un senso di levitazione

*

meglio avventurarsi volutamente verso ciò che non offre una bellezza immediata, o un’ovvia geometria

*

come se all’alba un boschetto impenetrabile potesse improvvisamente consolare la sua nascosta coerenza

2010

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POESIE di Gëzim Hajdari ANTOLOGIA PERSONALE – Testi tratti da Poesie scelte, Edizioni Controluce (edizione ampliata, 2014) – Parte I

Gezim Hajdari, Foto di Piero Pomponi

Gezim Hajdari, Foto di Piero Pomponi

Gëzim Hajdari, è nato nel 1957, ad Hajdaraj (Lushnje), Albania, in una famiglia di ex proprietari terrieri, i cui beni sono stati confiscati durante la dittatura comunista di Enver Hoxha. Nel paese natale ha terminato le elementari, mentre ha frequentato le medie, il ginnasio e l’istituto superiore per ragionieri nella città di Lushnje. Si è laureato in Lettere Albanesi all’Università “A. Xhuvani” di Elbasan e in Lettere Moderne a “La Sapienza” di Roma.

In Albania ha svolto vari mestieri lavorando come operaio, guardia di campagna, magazziniere, ragioniere, operaio di bonifica, due anni come militare con gli ex-detenuti, insegnante di letteratura alle superiori dopo il crollo del regime comunista; mentre in Italia ha lavorato come pulitore di stalle, zappatore, manovale, aiuto tipografo. Attualmente vive di conferenze e lezioni presso l’università in Italia e all’estero dove si studia la sua opera.

Nell’inverno del 1991, Hajdari è tra i fondatori del Partito Democratico e del Partito Repubblicano della città di Lushnje, partiti d’opposizione, e viene eletto segretario provinciale per i repubblicani nella suddetta città. È cofondatore del settimanale di opposizione Ora e Fjalës, nel quale svolge la funzione di vice direttore. Allo stesso tempo scrive sul quotidiano nazionale Republika. Più tardi, nelle elezioni politiche del 1992, si presenta come candidato al parlamento nelle liste del PRA.

Nel corso della sua intensa attività di esponente politico e di giornalista d’opposizione, ha denunciato pubblicamente e ripetutamente i crimini, gli abusi, la corruzione e le speculazioni della vecchia nomenclatura di Hoxha e della più recente fase post-comunista. Anche per queste ragioni, a seguito di ripetute minacce subite, è stato costretto, nell’aprile del 1992, a fuggire dal proprio paese.

La sua attività letteraria si svolge all’insegna del bilinguismo, in albanese e in italiano. Ha tradotto vari autori. La sua poesia è stata tradotta in diverse lingue. È stato invitato a presentare la sua opera in vari paesi del mondo, ma non in Albania. Anzi, la sua opera, è stata ignorata cinicamente dalla mafia politica e culturale di Tirana.

È presidente del Centro Internazionale Eugenio Montale e cittadino onorario per meriti letterari della città di Frosinone. Dirige la collana di poesia “Erranze” per l’editore Ensemble di Roma. È presidente onorarario della rivista internazionale on line “Patria Letteratura” (Roma), nonché membro del comitato internazionale della Revue électronique “Notos” dell’Université Paul-Valery, Montpellier 3. Considerato tra i maggiori poeti viventi, ha vinto numerosi premi letterari. Dal 1992, vive come esule in Italia.

Ha pubblicato in Albania: Antologia e shiut, “Naim Frashëri”, Tirana 1990;Trup i pranishëm / Corpo presente, I edizione “Botimet Dritëro”, Tiranë 1999 (in bilingue, con testo italiano a fronte). Gjëmë: Genocidi i poezisë shqipe, “Mësonjëtorja”, Tirana 2010.

Gezim Hajdari 1

Gezim Hajdari al Centro Internazionale di lingua e cultura italiana Parigi, 2007

Ha pubblicato in Italia in bilingue: Ombra di cane/ Hije qeni, Dismisuratesti 1993; Sassi controvento/ Gurë kundërerës, Laboratorio delle Arti,1995; Antologia della pioggia/ Antologjia e shiut, Fara, 2000; Erbamara/ Barihidhët, Fara, 2001;

Erbamara/ Barihidhët, (arricchita con nuovi testi rispetto alla prima edizione). Cosmo Iannone Editore 2013; Stigmate/ Vragë, Besa, 2002. II edizione Besa 2007; Spine Nere/ Gjëmba të zinj, Besa, 2004. II edizione Besa 2006; Maldiluna/ Dhimbjehëne,Besa, 2005. II edizione Besa 2007; Poema dell’esilio/ Poema e mërgimit, Fara, 2005; Poema dell’esilio/ Poema e mërgimit, II edizione arricchita e ampliata, Fara 2007; Puligòrga/ Peligorga, Besa, 2007; Poesie scelte 1990 – 2007, EdizioniControluce 2008; Poesie scelte 1990-2007, II edizione (arricchita con nuovi testi). EdizioniControluce 2014; Poezi të zgjedhura 1990 – 2007 (versione in lingua albanese di Poesie scelte), Besa, 2008; Poezi të zgjedhura 1990 – 2007, II edizione (versione in lingua albanese di Poesie scelte), Besa, 2014; Corpo presente/ Trup i pranishëm, Besa 2011; Nur. Eresia e besa/ Nur. Herezia dhe besa, Edizioni Ensemble 2012; I canti dei nizam/ Këngët e nizamit (i canti lirici orali dell’800,con testo albanese a fronte). Besa Editrice 2012; Evviva il canto del gallo nel villaggio comunista/ Rroftë kënga e gjelit në fshatin komunist (con testo albanese a fronte). Besa 2013

Libri reportage di viaggio: San Pedro Cutud. Viaggio nell’inferno del tropico, Fara, 2004; Muzungu, Diario in nero, Besa, 2006

Libri sull’opera di Hajdari: Poesia dell’esilio. Saggi su Gëzim Hajdari, a cura di Andrea Gazzoni. Cosmo Iannone Editore 2010. La besa violata. Eresia e vivificazione nell’opera di Gëzim Hajdari, a cura di Alessandra Mattei. Edizioni Ensemble 2014

Ha tradotto in albanese: L’antologia Poesie /Poezi, ( con testo italiano a fronte) di Amedeo di Sora. “Botimet Dritëro”, Tiranë 1999. Forse la vita è un cavallo che vola, / Ndoshta jeta është një kalë fluturak, (con testo italiano a fronte, Edizioni Empiria 2000. L’antologia/ Eshka dhe guri/ Il muschio e la pietra (con testo italiano a fronte) di Luigi Manzi. Besa 2004.

Ha tradotto in italiano: I canti dei nizam/ Këngët e nizamit (i canti lirici orali dell’800,con testo albanese a fronte). Besa Editrice 2012. Leggenda della mia nascita/ Legjenda e lindjes sime (con testo albanese a fronte) di Besnik Mustafaj. Edizioni Ensemble 2012. Evviva il canto del gallo nel villaggio comunista/ Rrofte kenga e gjelit ne fshatin komunist (con testo albanese a fronte). Besa 2013

È co-curatore in italiano: dell’antologia I canti della vita (con testo arabo a fronte) del maggior poeta tunisino del Novecento, Abū’l-Qāsim Ash-Shābb, Di Girolamo Editore 2008. È curatore e co-traduttore dell’antologia Dove le parole non si spezzano (con testo originale a fronte) del poeta più importante delle Filippine, Gémino H. Abad, (Edizioni Ensemble 2014).

 (Testi tratti da Poesie scelte, Edizioni Controluce I edizione 2008, II edizione ampliata 20014)

gezim hajdari

Gezim Hajdari Centro internazionale lingua e cultura italiana Parigi, 2007

Anche nell’ aldilà mi suonerà
la maledizione nell’alba:
«Non avrai mai fortuna,
che tu possa morire come un cane!»

Ricorderò con timore
il mio dio crudele,
la melagrana spaccata
sotto la luna piena.

L’anatra che si tuffava nel lago,
i tori insanguinati .
Come un segno lugubre
il richiamo della volpe nel buio.

Gli stornelli che scavavano nella roccia
come se fossero impazziti,
le spine nere che cacciavo con l’ago
dai piedi di mia madre.

*

Ora vago tormentato nel paese
come uno spirito accoltellato.
Non mi fa più paura la morte
né il freddo della sera.

So chi mi ha amato
nella collina delirante.
Un amore eterno:
il fango e il buio invernale.

Dietro le spalle m’insegue
come ombra il destino.
Tra i calmanti notturni scelgo
il veleno della vipera.

Due cose porterò con me
nel paradiso promesso:
i pianti in primavera delle prede
e i canti dei gitani.

Non piangere,
è il pettirosso che corre
sul ghiaccio del ruscello.

Presto fiorirà il mandorlo
e gli uccelli lirici ci canteranno
nelle vene.

Non piangere,
ho percorso la tua ferita
per raggiungerti.

Gezim Hajdari_1

Il mio miglior amico è un asino,
un animale buono e serio.
Quando siamo tristi e amareggiati
ci guardiamo l’un l’altro negli occhi
per consolarci.

Insieme parliamo delle nostre cose,
mentre portiamo le pietre dalla cava
o andiamo nel bosco a far legna.
Meglio dar retta al mio ciuccio
che agli slogan del Partito.

Della nostra stretta amicizia,
le spie vigili del villaggio,
informarono la polizia segreta:
«Gëzim Hajdari e il suo asino
minacciano di rovesciare il socialismo».

*

Un verso cieco
senza memoria
è il mio corpo,
nato in un paese povero.

*

Veniva dalla città mia madre,
bella fanciulla della plebe.
Sposò un figlio di contadini,
proprietari terrieri.

Da quel matrimonio lontano
nacqui io, di notte,
in un anno lugubre,
mentre moriva padre Stalin.

Si dimenticarono presto
nel paese della mia nascita.
Il villaggio si mise a lutto,
per giorni e notti.

I seni delle madri
si svuotarono di quel poco latte.
Davanti al Segretario del Partito
i contadini piangevano disperati:

«Meglio se fosse morto mio figlio, che Lui» –
gridavano i padri.
I cani ulularono fino a notte fonda
per la tragedia accaduta.

Così sono venuto al mondo,
con il sangue spaventato d’un bambino
e l’augurio di morire
al posto di un dittatore.

Gezim Hajdari a Venezia

Gezim Hajdari Università Ca’ Foscari, Venezia, 2014

*

Avevo compiuto dieci anni
in quella lontana primavera,
quando ci portarono in fila
allo stadio della città.

Dovevamo assistere
all’impiccagione di un giovane.
Così ci dissero quella mattina,
nella scuola di campagna.

Il condannato era un poeta
che scriveva versi.
«É per il bene delle vittorie!» –
ci dicevano le maestre.

Appena giungemmo
sul posto della gjama ,
davanti ai nostri occhi si affacciava
la forca con il cappio.

Come bambini curiosi
ci fecero sedere davanti al boia,
per vedere da vicino come veniva castigato
un “nemico” della Causa .

«Dobbiamo schiacciare la testa
ai nemici del popolo» –
ripetevano continuamente
con il megafono tra la gente.

Mi si è congelato il sangue
quando il boia tirò la corda,
spegnendo per sempre
lo sguardo dolce del poeta.

Qualcuno tra la folla
si coprì gli occhi con la mano,
altri incitavano la gente
a sputare sul volto del giustiziato.

La sera tornammo nel villaggio
senza voltarci indietro.
I nostri volti divennero gelidi,
oscuri come il fango.

Non ho chiuso occhio quella notte,
accecato dal crimine.
Un profondo abisso si era aperto
sul mio corpo sgomento.

Come un’eco mi segue negli anni
la voce del poeta,
mentre recita i suoi versi
con il cappio stretto al collo.

*

Piove sempre
in questo
Paese.

Forse perché sono straniero.

*

Partiamo di notte,
dimenticando che siamo ciechi,
per raggiungere un territorio nudo
del quale ha bisogno la nostra voce.
Andiamo al mare per parlare
e lanciare sassi controvento.

Gezim Hajdari

Gezim Hajdari Università di Toulouse, 2011

Canto il mio corpo presente
nato da questo freddo spazio
che nulla promette.

Di notte,
visioni di bianchi templi
mi richiamano nel vuoto.

Ho sognato campi solitari
per cercare i segni confusi
e capire la maschera dei cieli
che ama gli abissi.

Non so perché guardo a lungo
la linea sottile dell’orizzonte
o le cime brulle con uccelli neri.

Dove si nasconde ciò che non trovo
sulle tremule alghe
o nei licheni bianchi?

Procedo nel verde consumato
e non porto nulla oltre il mio corpo.

Non lascerò nulla!

*

Sono campana di mare
di silenzi e di voci
chiuso nel Tempo.

E nessun Dio sente i suoni
di acqua e di fuoco
della mia carne.

In Occidente,
ogni primavera che passa
è ferita che si rinnova.

Ed io,
scavato da ombre e pietre,
trascorro le notti italiane
nel gorgoglio di sangue.

Da anni nell’ansia di morire.

Ingannato dalle voci degli oracoli
richiamo volti conosciuti
che non tornano (e mai torneranno!)

Sterili sono i miei sogni
nel buio della stanza sgombra

e ogni giorno impazzisco un poco

*

Com’è triste Roma
senza di te amore mio,
senza i tuoi occhi,
le tue labbra
(rosse di sangue),
la tua ombra.

Accanto a me
sei come una collina,
campo di grano
o bosco vergine
dove bussano
la pioggia
e il mondo.

Se tu chiami,
ti rispondono gli angeli,
se tu gridi,
ti sente il mare,
se tu piangi,
ti accolgono le rovine.

Ti perdo e ti ritrovo
tra mura e grotte,
viva e uccisa
dalle stesse pietre,
dalle stesse ombre!

Faslli Haliti con Gezim Hajdari

Gezim Hajdari e Jozef Radi a destra di Faslli Haliti

 

Sono la verità
di un viaggio e di una linea d’ombra
custoditi sulla terra viva e chiusa
che vuole nasconderci qualcosa.

Vivo sospeso
senza appartenere a nessuna dimora,
al bivio di ogni equilibrio.

Ho camminato con passo lento
fra i morti assetati,
per raggiungere l’alba dell’indomani
di incendi e tregue.

Infinito che mi ospiti,
sono stanco del tempo e del vuoto.

Cos’è il mio frammento
o il tuo frammento?

La mia angoscia diventa orizzontale
come la mia illusione,
sottile diventa anche il muro
che mi difende e mi separa.

*

Mi dici che ieri
ti sei inginocchiata per terra,
ah, la nostra terra
delirio e polvere;
con il volto invecchiato
verso i deserti
e hai pregato per me:
corpo tremante

Migliaia di chilometri, stati, templi,
ghiacci, fulmini, venti
solitudini di sabbia
deve percorrere la tua preghiera:
pura essenza nella materia,
per raggiungere la Pietra Nera.

*

Con le mie notti nate dai tuoi giorni
giungerò alle tue secche labbra,
io sopravvissuto delle dittature
oblìo di tutte le libertà;
busserò a te come ad una città santa,
proibita agli infedeli.

*
Minestrina calda – mio piatto quotidiano –
stasera io ti canto,
consacrato sia il tuo nome nella notte sorda
lontano da letti morbidi e corpi di donna.

Chissà cosa sta accadendo al mio paese
in questo momento.

E’ andato via anche il branco notturno
a ubriacarsi di sesso in nero sulle strade,
senza di me.

Se tornassi indietro, amore mio,
nascerei ovunque
ma non dalla tua verginità.

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UNDICI POESIE SCELTE di Andrej Andreevič Voznesenskij LA POESIA DEL DISGELO a cura di Donata De Bartolomeo (Parte I)

Kruscev e Kennedy incontro a Vienna, 1961

Kruscev e Kennedy incontro a Vienna, 1961

Andrej Andreevič Voznesenskij, Андрей Андреевич Вознесенский (Mosca, 12 maggio 1933 – Mosca, 1º giugno 2010), è stato un poeta russo. Laureato in architettura, scopre, alla fine degli anni cinquanta, la sua passione per la poesia. Fin dal 1958 si fece interprete, attraverso i suoi versi, del disagio e delle passioni delle giovani generazioni, sia nella ricerca di ideali da vivere, sia nella forma linguistica più appropriata e più moderna nell’esporli. Esordisce nel 1958 con una raccolta di versi, cui seguì, nel 1959, il poemetto Mastera (“Maestri”), ispirato alla leggenda dell’accecamento dei costruttori della chiesa di San Basilio, con il quale si afferma poeta di vigorosa ispirazione e alto magistero formale. Tra le altre raccolte: Parabola (1960); Mozaika (“Mosaico”, 1960); Antimiry (“Antimondi”, 1964); Vzgljad (“Sguardo”, 1972); Proraby ducha (“Capomastri dello spirito”, 1984).
Dal 1958 cominciò, insieme ad Evgenij Evtušenko, a pubblicare poesie che ebbero riconoscimenti anche da Boris Pasternak. Nel 1978 è stato insignito del Premio Lenin. È stato più volte in Italia, in particolare nel fiorentino cui ha anche dedicato una poesia. Memorabile la sua querelle con il leader sovietico Kruscev, ai tempi della Guerra Fredda, quando il politico dovette cedere alle richieste del poeta e al suo desiderio di poter lasciare il paese e viaggiare per il mondo. Le sue mete furono l’Europa, l’Italia la sua preferita, e gli Stati Uniti che, all’epoca più di oggi, erano l’emblema della libertà. Qui entrò in contatto con i personaggi che negli anni Sessanta tracciarono con le loro variegate espressioni, l’immagine artistica dell’America: Allen Ginsberg, Arthur Miller e Marylin Monroe.

testi tratti da Aksioma Mosca, 1990

Kennedy e Kruscev

Kennedy e Kruscev

LITURGIA DEGLI ANNI

“Signore, abbi pietà di me,
Signore, abbi pietà di me,
rendiamo gloria e onore al Signore …”

Volano gli “afgani” nelle bare,
non si guarirà il Karabakh.
E’ davvero una terribile vendetta?

Millennio della Russia.
Millennio dell’anima.
E’ per lei giunto il momento di risorgere.

Abbi pietà del paese, Signore,
del popolo, mandato alla rovina …
Ma da dove sono entrati nell’anima i cantori?
Scisma. Tiranno dagli occhi sporgenti.
La Russia si è bruciata da sola.
C’è una scatola nera nell’anima.

L’anima fugge, pregando.
“Giacobbe, abbi pietà di me …”
“Rendiamo gloria ed onore al despota!”
Fanno esplodere i templi. Fuochi d’artificio.
Liquideranno i testimoni.
C’è una scatoletta nera dell’anima.

C’è in quella scatoletta nera
il gemito del “Cristo salvatore”
uno spirito del volume di mille tonnellate.
E il bambino abbandonato
chiede continuamente, guardando:
“Che cosa c’è in quella scatoletta nera?”

Anima, abbi pietà di me,
accendi le candele dei nomi
perché, indirettamente, siamo tutti i peccatori,
perché ho dimenticato l’anima,
perché fa male, grida a tutta forza.
“Io sono la scatola nera dell’anima”.

I popoli siedono in poltrona,
i popoli guardano nella “scatola”.
Rendiamo gloria a quei pochi che non vivono nella menzogna!

Brucerà il pianeta delle genti.
Vola tra la via Lattea
la scatola nera dell’anima.

(1987)

Kruscev e Kennedy

Kruscev e Kennedy

IL COPRIFUOCO

Al coprifuoco
Spegni il motore della barca.
Come un pericoloso rasoio l’onda si è accesa.
Le pattuglie stanno
ai lati dell’anima.
Aboliteci
Il coprifuoco.

Il negozio è deserto
al coprifuoco.
Solo da Kalasnikov c’è il pienone.
Si automatizza
la coscienza delle masse.
Nella “zigulì” vola
la mitragliatrice “Maksim”.

Si ode dal funerale
Il grido della contadina.
“Con due seni ne ho nutriti due.
Erano bambini
di due razze.
Davo loro il capezzolo,
non una cartuccia”.

La notte è sorda. La scura talpa della storia.
“Cessate il massacro!
Cessate il massacro!”
E il rauco Paolo implora con lei:
“Né elleno, né giudeo …”

Dalle undici alle sei –
Al “Padre nostro”, al namaz
al coprifuoco –
come un biacco il sangue
fruscia in noi, nascondendosi.
Qualsiasi cosa può avvenire.

Dove non dormi adesso,
mio occhio a mandorla?
L’abbronzatura ha diviso in due il ventre.
Chi è il tuo antenato? Uno scita?
Un georgiano? Un abchazo?
Che penetri in te
l’anno del coprifuoco.

Guarderai in te stesso –
È una tale rovina.

Il sangue e l’anima litigano da millenni.
Due folle si sono incontrate
armate vicino al ruscello.
Si è affrettato il paese
centrifugo.
E la contadina in nero grida, come il destino:
“Cessate il massacro!
Cessate il massacro!”

Come bende degli occhi
bandiere di nastri neri.
Perdona, Signore, noi che siamo stati accecati!
La terza Guardia
esige un documento.
Millenni di razze.
Coprifuoco.

Andrej Andreevič Voznesenskij

Andrej Andreevič Voznesenskij

Quando un giorno creperò, le erbe
non tormentare ed i miceli
di quest’ultimo scherzo,
tu che mi comprendi, sorridi.

Quando andrai di notte con gli acquisti –
ero io che ti passavo davanti di corsa
e i lunghi tubi di mercurio
accendevo sui neri fusti.

Riconoscimi attraverso il terreno incolto,
i segni delle mie maniere …
Ma se sarai in città –
allora chiamerò per te l’ascensore.

*

Non immischiarti – dirò – stupida
goffa, non immischiarti!”
Non immischiarti nelle abitudini, nei pensieri,
in tutti gli spifferi delle finestre.

Non immischiarti. Sono nudo e sporco
come Odisseo dinanzi a Nausicaa.
Non immischiarti aldilà del limite del pensiero
e della psiche, non immischiarti!

Quando non sono con te,
almeno là non immischiarti,
tu, futura e passata,
non immischiarti nelle altrui telefonate.

Non comparire come l’odore dell’emozione,
dopo aver aperto la porta nell’oscurità della sala.
Trema aldilà della porta dai gemelli di rame
una striscia del tuo corpo.

Sei impossibile! Alle sette e mezzo
non immischiarti, né alle due né alle sei.
In questa vita sei impossibile –
soltanto per questo ci sei.

Andrej Andreevič Voznesenskij

Andrej Andreevič Voznesenskij

 RISPOSTA AD UN APPUNTO

Tutti scrivono – io smetto.
Di Stalin, di Visotskij, del Bajkal,
di Grebenshikov e Chagall
scrivevo, quando non era permesso.

Non voglio finire “nel calderone”

ROMANZA

Il treno. La strada innevata.
L’anello arroventato
dalla passione femminile bruciò
Il viso di lui fino all’ustione.

Da allora lei sul tavolinetto
mette l’anello sera dopo sera.
L’anellino sussulta appena.
Come se il treno continuasse ad andare.

*

Gridava la ragazza vestita di batista,
si dimenava tra me e te,
viva di una verità che ha sei anni:
“Ma voi siete marito e moglie!”

E tu hai risposto con una sventola:
”Ma quale sua moglie!
Cosa guardi?
Domandaglielo tu stessa!”

E mi guardavano con la convinzione
che scherzava la madre, che tutto non era già così.
Chiedevano di non uccidere i grigi
miei occhi fissi sulle tue guance.

E fu falso tutto ciò che era complicato.
Scivolavano le tue e le mie
lacrime dai cari occhi rabbiosi

e le prime erano già le mie.

Andrej Andreevič Voznesenskij

Andrej Andreevič Voznesenskij

I versi non si scrivono – capitano,
come i sentimenti o il tramonto.
L’anima – una complice cieca.
Non hai scritto – così è capitato.

*

Tu non mi sogni mai.
Vivo di Te nella realtà.
Si sogna tutto il resto.
E sono sogni brutti.

Dormi sul cuscino di cotone.
Ti sei tutta abbronzata, troppo.
Respira, come un passino per il tè,
l’ascella rasata.

Lungofiume Sofiskaja!
Lo scricchiolio della porta del balcone.
La mielosa metafisica
dei tigli che odorano di Te.

Andrej Andreevič Voznesenskij by_Mikhail_Lemkhin

Andrej Andreevič Voznesenskij by_Mikhail_Lemkhin

Sul tuo gomito si è fermata una libellula
e muove le ali –
come fossero miopi occhi della pelle
tranquillamente misurano i vetri.

*

Leggo il cielo con l’animo fattosi più attento.
“Io + Tu” è scritto intorno.
Finito il lavoro, architetti ignoranti
hanno messo nel cielo una croce.

“Sparviero + nuvola” è scritto sull’abitato.
Montagna + città. Lontano + lontano
+ dorata oscurità
+ luminosa tristezza.

Ma verso sera Luna + Sole,
sottolineati dalle linee del grano.
“Io + Tu” sta sull’orizzonte.
“Cielo + io = amore”.

MAI
(su un motivo di V. Smith)

Smetterò di amarti e ti dimenticherò
Quando venerdì sarà mercoledì,
quando le rose cresceranno dappertutto,
azzurre, come uova di tordo.

Quando il topo griderà “chicchirichì”.
Quando la casa si reggerà sul comignolo,
quando il salame mangerà l’uomo
e quando ti sposerò.

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LA POESIA DI WALLACE STEVENS  di Franco Toscani ‘Prima idea’ e critica della ‘pathetic fallacy’ (Parte II)

Wallace Stevens. Photo of Robert Frost and Stevens at the Casa Marina Hotel in Key West, ca. 1940

Wallace Stevens. Photo of Robert Frost and Stevens at the Casa Marina Hotel in Key West, ca. 1940

  1. ‘Prima idea’ e critica della ‘pathetic fallacy‘

La lingua, nel suo dire essenziale, intende far parlare le cose stesse, di cui “dice” anche il suono e il colore. Nelle poesie e nei saggi pubblicati in The necessary angel   il nesso fra poesia, musica e pittura appare molto stretto ed è più volte ribadito. Scrive ad esempio Stevens: “in poesia le parole, più di ogni altra cosa, sono suoni” ( cfr. AN 107-8,114). E di “dimensione musicale del colore” si è parlato a proposito di Harmonium [1] . Giustamente Fusini, nel suo saggio introduttivo alle Notes , ha osservato che nel poeta americano l’arco acustico è a fondamento dell’arco semantico, “prevale un alfabeto di suoni, soglia preliminare a ogni costituzione in lingua” (N 9,11).

La poesia-immaginazione è “pensiero pulsante nel cuore” che “grazie al candore, ci dà sempre di nuovo la forza/ di ritrovare di ogni cosa l’immacolata natura” (N 62-3), dice le emozioni e i sentimenti di cui l’umanità è sempre stata povera (cfr. Large red man reading , H 512-3, AA 72-3) , non permette che le cose anneghino nell’indifferenza e nello squallore del mondo.

La poesia parte dal disincanto circa la nostra presunta centralità nel mondo: “Di qui sgorga la poesia: viviamo in un luogo/ che non è nostro, e, molto di più, non è noi,/ ed è cosa crudele malgrado i giorni di gloria” (N 64-5). Anziché la nostra centralità, troviamo il centro informe e fangoso, il “muddy center” da cui proveniamo e al quale siamo destinati.

Siamo sorpresi e sconcertati: “ La vita insensata ci trafigge coi suoi misteriosi rapporti” (N 62-3). Nella poesia Nuances of a Theme by Williams (compresa nella raccolta Harmonium , 1923), il poeta scrive contro ogni ipotesi di umanizzazione della natura, rivolto ad una “ancient star”: “Splendi sola, splendi nuda, splendi come il bronzo/ che non riflette il mio volto né alcuna interiorità / del mio essere, splendi come fuoco, che non riflette nulla./ Non partecipare ad alcuna umanità/ che ti soffonda della propria luce./ Non essere chimera del mattino,/ mezzo uomo, mezzo stella./ Non essere un’intelligenza,/ come l’uccellino di una vedova/ o un cavallo vecchio” (H 28-9, 615).

Come ha notato Fusini, v’è una nostalgia dell’origine in Stevens, ma in lui il principio non è logico e razionale, l’esperienza umana è sempre in riferimento al nulla d’esperienza e a quell’ arché alogos  da cui dipende.

 La mente non è all’origine della creazione dell’idea. Stevens vuole risalire alla “prima idea” che permetta l’apertura dello sguardo autentico sulle cose: “Com’è terso il sole se visto nell’idea,/ purificato nella remota chiarità di un cielo/ liberatosi delle nostre immagini e di noi…/ (…) C’era un progetto del sole e c’è ancora./ C’è un progetto del sole. Il sole, ghirigoro d’oro,/ non sopporta alcun nome, ma è/ nella difficoltà di ciò che essere è” (N 58-9).

wallace stevens

wallace stevens

Guardando il sole nella sua nudità essenziale, il poeta trova finalmente il centro che cercava, la ragione del mondo. Pensando il mondo senza il superfluo delle maschere umanistiche, si diventa “a thinker of the first idea” (N 70-1, L 426).

 L’astrazione  consiste allora nell’accogliere il sole come “prima idea”, senza sovrapporre ad essa l’ “umano, troppo umano”. Il progetto del sole sovrasta, determina e condiziona ogni progetto umano. Ciò in cui noi siamo compresi, irrimediabilmente ci sfugge. Non viviamo in una terra cartesiana, il cielo non è il nostro specchio, come crede la pathetic fallacy  degli uomini. Le nuvole, che “vennero prima di noi”, “sono parte di ciò che ci precede, parte del centro fangoso che c’era prima che respirassimo, parte del mito fisico prima che iniziasse il mito umano”  (L 444): è questa l’ astrazione  accessibile ai poeti.

Ora, il concetto di un Dio antropomorfo è al centro della “fallacia patetica”: “Un Dio antropomorfo è semplicemente una proiezione di se stessa fatta da una razza di egoisti, che è per loro naturale considerare sacra” ( cfr. L 349-350, 444; H 214-5, 630-1). Un “Dio troppo, troppo umano” impedisce di godere e di misurare la vita per quella che è (cfr. H 370-1). Se un Dio ci dev’essere, “deve dimorare quietamente”, “essere incapace di parlare”, muoversi silenzioso, come il sole o la luna, scrive Stevens nella poesia Less and Less Human, O Savage Spirit  (1944, H 392-3), già dal titolo di sapore nietzscheano. Dio va piuttosto identificato con l’immaginazione che aiuta l’uomo a vivere meglio (cfr. Final  Soliloquy of the Interior Paramour , H 570-1).

La metafisica ha completamente stravolto e capovolto le cose: “The adventurer/ In humanity has not conceived of a race/ Completely physical in a physical world” (H 386-7). La povertà maggiore è della metafisica, nonostante il suo solenne richiamo agli alti ed eterni valori. “La più grande povertà – scrive il poeta in questa stessa pagina di Esthétique du mal  – è non vivere in un mondo fisico”, rappresentarsi un mondo dietro il mondo, rimanere irretiti nella pathetic fallacy .

All’inizio, però, il venir meno del mondo metafisico provoca sgomento e disperazione: “Che freddo baratro/ quando i fantasmi sono spariti e il realista turbato/ vede per la prima volta la real tà” (H 378-9). Ciò avviene soltanto all’inizio, non si resta paralizzati dal turbamento ; tutta la poesia di Stevens è un invito forte e costante ad andare oltre il “freddo baratro” per vivere in modo più ricco la realtà, anche e soprattutto grazie all’aiuto dell’immaginazione.

[1]   Cfr. R.S. Crivelli, Stevens, grande poeta della luce e del colore ,ne “il sole-24 ore”, 9 ottobre 1994.

wallace stevens quotes 5Wallace-Stevens-Walk-Blackbird-1

The Emperor Of Ice-Cream

Call the roller of big cigars,
The muscular one, and bid him whip
In kitchen cups concupiscent curds.
Let the wenches dawdle in such dress
As they are used to wear, and let the boys
Bring flowers in last month’s newspapers.
Let be be finale of seem.
The only emperor is the emperor of ice-cream.

Take from the dresser of deal.
Lacking the three glass knobs, that sheet
On which she embroidered fantails once
And spread it so as to cover her face.
If her horny feet protrude, they come
To show how cold she is, and dumb.
Let the lamp affix its beam.
The only emperor is the emperor of ice-cream.

from « Harmonium »

L’imperatore del sorbetto

All’arrotolatore di sigari giganti,
quel tutto muscoli, digli di sbattere
in tazze da cucina concupiscenti panne.
Si gingillino le donnette nella veste
che usano indossare e rechino i ragazzi
fiori avvolti in giornali del mese passato.
Sia l’essere il finale dell’aspetto.
Il solo imperatore è l’imperatore del sorbetto.

Prendi dalla cassettiera di abete, senza più
i tre pomelli di vetro, quel lenzuolo
dove una volta lei ricamò delle colombe
e stendilo fino a ricoprirle la faccia.
Se ne spuntano piedi e calli, sarà
per mostrare com’è fredda, com’è muta.
E che affissi la lampada il suo getto.
Il solo imperatore è l’imperatore del sorbetto.

da « Harmonium », traduzione di Giovanni Giudici

Wallace-Stevens-Quotes-1Wallace-Stevens-Quotes-2

Notes Toward a Supreme Fiction

to Henry Church

And for what, except for you, do I feel love?
Do I press the extremest book of the wisest man
Close to me, hidden in me day and night?
In the uncertain light of single, certain truth,
Equal in living changingness to the light
In which I meet you, in which we sit at rest,
For a moment in the central of our being,
The vivid transparence that you bring is peace.

from « Transport to Summer »

 

Note per una finzione suprema

a Henry Church

E per cosa, se non per te, proverei amore?
Terrei il libro più estremo dell’uomo più saggio
stretto, in me nascosto, giorno e notte?
Nella luce incerta della verità singola, certa,
eguale nella vitale mutevolezza alla luce
in cui t’incontro, in cui sediamo quieti,
per un momento nel centro del nostro essere,
la trasparenza vivida che tu porti è pace.

da « Trasporto all’estate », traduzione di Glauco Cambon

 

It Must be Astract

(…)

IV

The first idea was not our own. Adam
In Eden was the father of Descartes
And Eve made air the mirror of herself,

Of her sons and of her daughters. They found themselves
In heaven as in a glass; a second earth;
And in the earth itself they found a green –

The inhabitants of a very varnished green.
But the first idea was not to shape the clouds
In imitation. The clouds preceded us.

There was a muddy centre before we breathed.
There was a myth before the myth began,
Venerable and articulate and complete.

From this the poem springs: that we live in a place
That is not our own and, much more, not ourselves
And hard it is in spire of blazoned days.

We are the mimics. Clouds are pedagogues.
The air is not a mirror but bare board,
Coulisse bright-dark, tragic chiaroscuro

And comic color of the rose, in which
Abysmal instruments make sounds like pips
Of the sweeping meanings that we add to them.

(…)

from « Transport to Summer »

 

Deve essere astratta

(…)

IV.

L’dea prima non era nostra. Adamo
nell’Eden era già padre di Cartesio,
ed Eva rese l’aria di se stessa specchio,

e dei suoi figli e figlie. Si trovarono
in cielo come in uno specchio; una seconda terra;
e nella terra trovarono un verde –

abitanti di un verde lucidissimo.
Ma l’idea prima non era di foggiare
le nubi a imitazione. Le nubi ci precorsero.

C’era un centro fangoso prima che respirassimo.
C’era un mito prima che iniziasse i mito,
venerabile, esplicito e completo.

Da questo nasce la poesia: che viviamo
in un luogo non nostro, e che non siamo noi,
ed è arduo, ad onta dei giorni d’orifiamma.

Noi siamo i mimi. Le nubi pedagoghe.
L’aria non è uno specchio ma lavagna nuda,
quinta fra luce ed ombra, tragico chiaroscuro

e comico colore della rosa, in cui
istrumenti abissali riducono a scricchi
i vasti significati onde li esorniamo.

(…)

da « Trasporto all’estate », traduzione di Glauco Cambon

 

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Angel Surrounded by Paysans

One of the countrymen:
There is
A welcome at the door to which no one comes?

The angel:
I am the angel of reality,
Seen for a moment standing in the door.

I have neither ashen wing nor wear of ore
And live without a tepid aureole,

Or stars that follow me, not to attend,
But, of my being and its knowing,

I am one of you and being one of you
Is being and knowing what I am and know.

Yet I am the necessary angel of earth,
Since, in my sight, you see the earth again,

Cleared of its stiff and stubborn man-locked set
And, in my hearing, you hear its tragic drone

Rise liquidly in liquid lingerings,
Like watery words awash; like meanings said

By repetitions of half-meanings. Am I not,
Myself, only half a figure of a sort,

A figure half-seen, or seen for a moment, a man
Of the mind, an apparition apparelled in

Apparels of such lightest look that a turn
Of my shoulder and quickly, too quickly, I am gone?

from « The Auroras of Autumn »

 

Angelo circondato da paysans

Uno dei paesani:
C’è forse
un benvenuto alla porta a cui nessuno viene?

L’angelo:
Sono l’angelo della realtà,
visto un attimo affacciarsi sulla porta.

Non ho ala cinerea, né abito smagliante
e vivo senza una tiepida aureola

o stelle al mio seguito, non per servirmi,
ma, del mio essere e del suo conoscere, parti.

Sono uno come voi ed essere uno di voi
vale essere e sapere ciò che sono e so.

Eppure sono l’angelo necessario della terra,
poiché, nel mio sguardo, vedete la terra nuovamente,

spoglia della sua dura e ostinata maniera umana,
e, nel mio udire, udite il suo tragico rombo

liquidamente sollevarsi in liquidi indugi
come acquee parole nell’onda, come sensi detti

con ripetizioni e approssimazioni. Non sono forse,
anch’io, una sorta di figura approssimativa,

una figura intravista, o vista un istante, un uomo
della mente, un’apparizione apparsa in

apparenze tanto lievi a vedersi che se appena
volgo le spalle, subito, ahi subito, svanisco?

da « Le aurore d’autunno », traduz. di M. Bacigalupo

da Wallace Stevens, Harmonium, Poesie 1915 – 1955, a cura di Massimo Bacigalupo, Einaudi, Torino, 1994

 

Wallace Stevens

Wallace Stevens

  1. Un giro attorno al lago

In The Snow Man  (1921) l’uomo è l’ascoltatore del soffio del vento in un paesaggio invernale ; egli ha “a mind of winter” ,  “ascolta nella neve/ e, nulla in sé, vede/ nulla che non sia lì, e il nulla che è” (H 12-13). Ciò sembra molto nihilistico, ma non è così. Lo stesso Stevens rileva in una lettera del 1944 che The Snow Man  va interpretato in  senso  positivo “come un esempio della necessità di identificarsi con la realtà in modo da capirla e goderla” (cfr. L 464; H 12-13,XI; MD 122-3). Le “rupi erose torreggianti sull’Atlantico” di una poesia come  The Irish cliffs of Moher  ( in The Rock , MM 34-35, H 552-3) sono per il poeta “come una ventata di libertà, un ritorno al mondo spazioso e solitario in cui un tempo esistevamo” (L 760).

In The Auroras of Autumn  – ha osservato Fusini nella prefazione all’edizione italiana dell’opera, intitolata La passione del sì – le luci dell’aurora boreale sono “parte dell’innocenza della terra (…). Queste luci non vogliono nulla. Fanno parte, appunto, di una terra né benigna, né matrigna. Ma indifferente, di un’indifferenza che ci salva, tuttavia. Perché non vuole nulla da noi. Solo che stiamo raccolti in essa, come bimbi nel sonno. Il male e il bene non sono un’intenzione della terra” (cfr. AA 27-28,60-61; H 508-9,666, 368-9).[1]

Una volta liberato dalle pastoie metafisiche, “the pensive man” è  “connoisseur of Chaos”, consapevole dell’unità del complesso e della complessità dell’unità (cfr. H 290-3, 641), dell’interrelazione universale che regge tutte le cose e in cui forse si risolve ciò che enfaticamente chiamiamo verità.

Il problema della verità viene da Stevens radicalmente reimpostato in maniera felicemente provocatoria: “Perhaps/ The truth depends on a walk around a lake” (“Forse/ la verità dipende da un giro sul lago”, N 70-71). Così il poeta getta la sua provocazione e il suo sberleffo alla metafisica. La verità è pure in un giro attorno ad uno specchio d’acqua, nell’abitare fra terra e cielo, senza andare a cercare tanto lontano ciò che ci è da sempre molto vicino e che spesso non riusciamo a riconoscere per quello che è. Ci sfugge la misura, ma la misura sta proprio nell’abitare qui sulla terra, nello spazio fra terra e cielo, accettando tutto ciò che questa esposizione significa.

Wallace-Stevens QuotesL’esistenza umana è esposizione all’Aperto e nella sua essenza è rivolta alla cura della terra. La verità dell’uomo si risolve nel problema del suo abitare il mondo e morire. Data l’inseparabilità fra il conoscere e il vivere, decisiva si rivela la questione del luogo . In uno dei suoi Adagia  pubblicati in Opus posthumous , Stevens ha scritto: “La vita è affare di persone, non di luoghi; ma per me è affare di luoghi ed è questo il problema” (OP 158; MM 14).

Allora la poesia sarà, nella sua essenza misurante, individuazione del luogo dell’abitare e la verità “sarà – scrive Fusini nel saggio introduttivo alle Notes  –  conoscenza rivolta al luogo, coinciderà con la ‘cura del luogo’ – come si dice in The rock. Il luogo non è semplice (pre)posizione; quell’ ex  in cui l’uomo è esposto è la casa che dice la separazione, la differenza  in cui l’uomo abita. La ricerca della realtà è cura di questa differenza, di ‘questo luogo, le cose dintorno’” (N 37).

La critica della pathetic fallacy  conduce da un lato a un ridimensionamento dell’umano, a spodestare noi stessi dal trono del mondo che ci siamo arrogantemente costruiti; d’altro lato l’uomo, definito in Esthétique du mal   “the soldier of time” (H 376-7), è pure, in un mondo che mondeggia privo di Fondamento metafisico, misura delle cose, nell’antico senso greco protagoreo e non ancora umanistico. In questo senso, nel saggio The relations between poetry and painting  (compreso in The necessary angel  ), Stevens scrive: “La verità più alta a cui possiamo aspirare, in ogni campo, è che la verità dell’uomo è la risoluzione finale di ogni cosa” (AN 247).[2]

In Chocorua to Its Neighbor  (compresa in Transport to Summer ), la poesia tenta di dire l’umano, ma lo dice in un modo che sfugge completamente alle movenze e ai tratti caratteristici tanto dell’umanismo che assolutizza indebitamente l’uomo quanto di quell’anti-umanismo alla moda che finisce col dimenticare o trascurare ciò che è peculiare dell’uomo stesso, la sua essenziale dignità e povertà: “Dire cose più che umane con voce umana,/ non può essere; dire cose umane con voce/ più che umana, anche non può essere;/ parlare umanamente dall’altezza o dalla profondità delle cose umane, questo è il più acuto parlare” (H 354-5).

Sgombrato il campo dagli equivoci metafisici, ora “The imperfect is our paradise” ( The Poems of Our Climate , in Parts of a World , H 268-9), si ottiene “a new knowledge of reality” ( Not Ideas about the Thing but the Thing Itself , in The Rock , H 586-7, MM 112-3,220-1), il mondo non è più apparenza ingannevole, ma si risolve nella verità stessa (cfr. Landscape with Boat , in Parts of a World , H 310-3). Stevens si muove lungo la strada di un’integrale accettazione del mondo, compreso il suo dolore ineliminabile, sacro e verace (cfr. World without peculiarity , AA 148-151).

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  1. Le tracce dei poeti. Stevens e Char

In un aforisma apparso in  Opus posthumous  Stevens scrive: “La grande conquista è la conquista della realtà” (OP 168, N 59). Forse, a questo punto della nostra ricerca, possiamo capire un po’ meglio quanto qui viene detto. Le poesie di Stevens, come ha ben rilevato Hayden Carruth nel 1952, sono “duri confronti con il reale” (cfr. AN 55), soltanto un poco alleviati dalla bellezza e dall’incanto della parola poetica, “finzione suprema”, appunto. Bisogna, credo, abbandonarsi completamente alla bellezza e alla stupefacente ricchezza delle innumerevoli immagini, metafore, figure, suggestioni che popolano i testi difficili del Nostro, a quel suo peculiare turbinio estetico che insieme  rapisce il cuore e ci costringe a pensare radicalmente.

La poesia di Stevens si concepisce “parte della res”, ad esempio “parte del riverbero/ di una notte ventosa com’è”, vuole essere “poesia della pura realtà”, che cerca il “semplice vedere, senza riflessione. Non cerchiamo/ null’altro che la realtà. Dentro essa,/ tutto, comprese le alchimie/ dello spirito, compreso lo spirito che aggira/ e attraversa, non solo il visibile,/ il solido, ma il mobile, il momento,/ l’avvicendarsi delle feste e i costumi dei santi,/ l’ordito dei cieli e l’alta aria notturna” ( An Ordinary Evening in New Haven , in The auroras of autumn , H 532-5).

Il poeta è alla ricerca della realtà e in un tale compito, dissolte le nebbie metafisiche, l’apparenza si risolve nella realtà, il sembrare nell’essere: “E’ possibile che sembrare… sembrare è essere,/ come il sole è qualcosa che sembra ed è./ Il sole è un esempio. Ciò che sembra/ è, e in un tale sembrare tutte le cose sono” ( Description without Place , in Transport to Summer , H 400-1).

La poesia essenziale è l’ “armonia alta” che si pone “al centro delle cose”, in un rapporto strettissimo in cui, per così dire, la poesia diventa mondo e il mondo diventa poesia (cfr. AA 114-9). L’irreale della poesia deve essere creato a partire dal reale, tutta la forza e tutta la potenza dell’uomo immaginativo si sprigionano soltanto a partire dal reale stesso.

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La poesia è poesia della realtà nella sua piena libertà espressiva e formale; Stevens si premura di ribadire con forza l’autonomia dell’arte, la sua assoluta esigenza di non aderire acriticamente alla realtà, in particolare agli interessi e agli imperativi politici, sociali, ideologici, morali (cfr. L 402-3, AN 38-39, 103): “Il poeta rifiuta i compiti che altri gli hanno assegnato”,  la poesia va valutata essenzialmente con criteri estetici e formali (cfr. AN 109, 176). Ciò non impedisce che vi possa essere un rapporto fruttuoso fra poesia e praxis , dove la poesia – come ha rilevato René Char – si propone come sguardo in avanti, parola che introduce “una salva d’avvenire”, “la vita futura all’interno dell’uomo riqualificato”.[3]

Il poeta attua per tutti una vigilanza strenua, insonne e inquieta, lascia tracce (“Solo le tracce fanno sognare”, per Char) che vanno individuate e interpretate per consentire gli scatti in avanti (il “bel caos”, diceva Nietzsche) dell’esistenza. La “energia dislocante” della poesia consente di istituire un nesso fragile, sempre pronto ad essere spezzato, fra poesia e politica, un nesso che lascia tuttavia sussistere la piena autonomia di entrambe. Cogliere questo nesso e insieme quest’aria di libertà è qui il problema.

In riferimento alla carica utopica contenuta nella poesia, Char ha scritto mirabilmente che essa “è l’amore realizzato del desiderio rimasto desiderio”.[4] Ciò probabilmente vuol dire non che è condannata alla sterilità e all’impotenza, ma che vi è una reciproca necessità e un reciproco richiamo fra poesia e azione, per cui la prima spinge verso un rinnovamento e un arricchimento di senso del reale, la seconda è indispensabile al necessario farsi-mondo della parola.

In qualche modo la parola, nel suo stesso appartenere al mondo, è pure creatrice di mondo, come scrive Stevens in Description without Place (1945): “la parola è la creazione del mondo,/ il mondo ronzante e il firmamento balbettante./ E’ un mondo di parole da cima a fondo,/ in cui nulla di solido è solidamente se stesso” (H 410-1).

E ancora, nella poesia An Ordinary Evening in New Haven : “le parole del mondo sono la vita del mondo” (H 536-7). L’uomo è il suo linguaggio, gli uomini sono “fatti di parole”, “la vita consiste/ di proposizioni sulla vita” (Men Made out of Words , 1946, H 424-5). Tale essenzialità del linguaggio, oggi compromessa e svilita dal chiacchiericcio mass-mediatico imperante nella nostra “società dello spettacolo”, è propria della poesia se essa è, secondo una bella definizione di Ezra Pound, “l’arte di caricare ogni parola del suo massimo significato”.[5]

Dopo aver citato Rimbaud, per il quale “La poésie ne rythmera plus l’action. Elle sera en avant”[6]  , René Char ha scritto: “La poesia condurrà a vista l’azione, collocandosi avanti ad essa. L’essere-avanti presuppone tuttavia un allineamento angolare della poesia sull’azione, come un veicolo pilota aspira a breve distanza, grazie alla sua velocità, un secondo veicolo che lo segue. Gli apre la via, contiene la sua dispersione, lo nutre del suo slancio.”[7].

Per Char, la poesia è “un chant de départ” (“un canto di partenza”), “pensée chantée” (“pensiero cantato”), “tete chercheuse” (“testa ricercante”) che ha per suo corpo l’azione.[8]   La rifrazione della poesia nello “specchio ardente e offuscato” dell’azione apporterà “le signe plus (+) à la matière abrupte de l’action”.[9] La poesia rifonda l’abitare, “non ritma più l’azione, ma va avanti per indicarle il cammino mobile. E’ per questo che la poesia giunge sempre in anticipo. Essa prepara l’azione e, grazie al suo materiale, costruisce la Casa, ma mai una volta per tutte.”.[10]

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  1. Vigore della trasformazione e parola della povertà

Stevens canta l’indissolubile unità non statica, dinamica dell’io e della realtà: “Chi partecipa ha parte in ciò che lo muta” (N 86-87). Il radicale eraclitismo del poeta consiste nella convinzione secondo cui l’essere non si dà che nell’incessante divenire; tutto muta – le fanciulle, le colombe, le montagne -, il reale è costante metamorfosi, ogni staticità è relativa, tutto è incostante. Senza il mutamento che tutto distrugge e porta con sé non si dà vita umana, non si dà nuova nascita; morte e vita, creazione e distruzione sono inesorabilmente intrecciate, ma la vita tende sempre alla propria affermazione, ogni volta crea con la forza di chi deve lottare per sopravvivere, è sempre inizio, di cui la poesia come suprema finzione è parte.

Il poeta canta il vigore della trasformazione come vigore del mondo, forza dell’inizio che il tempo stimola, accresce e poi tradisce. Leggiamo ad esempio nelle Notes  (non a caso nella sezione  “It Must Change”) : “The freshness of transformation is/ The freshness of a world” (H 472-3). Il mutamento viene inteso in modo eracliteo come unione degli opposti: “ Due cose opposte sembrano dipendere/ l’una dall’altra, come l’uomo dalla donna,/ il giorno dalla notte, e dal reale/ l’immaginario. E’ qui l’origine del mutamento./ Inverno e primavera, freddi sposi, s’abbracciano,/ e ne sgorgano gli elementi della gioia” (H 462-3).

Nel suo stesso dar conto della realtà che incessantemente si trasforma, nel suo esprimere ciò che vediamo così come lo vediamo, la “finzione suprema” deve pure “dare piacere”. Per l’ “intelletto incandescente” di Stevens, la poesia è joie de vivre  particolare che ha come riferimento una joie de vivre  generale (cfr. L 404, AN 39, 134). “Alle fondamenta della poesia di S. – ha scritto Randall Jarrell sulla “Yale Review” nel 1955 – c’è meraviglia e diletto, la gioia del bambino o dell’animale o del selvaggio, la gioia dell’uomo nella sua stessa esistenza, e la gratitudine per essa” (cfr. H 671).

Siamo stranieri sulla terra, abitiamo un luogo che non è nostro, ma questo disincanto non è soltanto tragico. Lo spaesamento originario, preso sul serio, conduce a trovar casa in ogni luogo, permette l’abitazione dappertutto. Proprio il mancato possesso, l’impermanenza e la povertà originaria fanno sì che il viandante straniero trovi talvolta, nel suo errare, sollievo e conforto.

Nell’ultima fase della produzione di Stevens (specie in The Rock  e nelle composizioni raccolte in Opus Posthumous ), uno dei temi che ricorrono più frequentemente è quello della povertà, di cui scrive il Nostro  nella poesia To an Old Philosopher in Rome , dedicata a George Santayana, “negli ultimi anni agnostico ospite di un convento di suore a Roma” (H XVII) : “E’ la parola della povertà che più ci cerca./ E’ più antica della parola più antica di Roma” ( H 560-1, MM 54-55).

Coffee Oranges

Coffee Oranges

La poesia, come canto della necessità, del dire essenziale e più dicente, è canto dell’amore e del dolore, del passare del tempo, del nesso indissolubile vita-morte e il poeta, vecchio e vigile, è impegnato a imparare a morire, a scegliere le parole più appropriate per il distacco definitivo: “una lingua per un calmo addio a se stesso, addio, addio,/ le pacate, beate parole, ben intonate, ben cantate, ben dette” ( The Sick Man , H 590-1, MM 116-7). E’ questo il canto della buona morte, che sopravviene a una vita buona e giusta.

Il punto di partenza, ribadisce Stevens in The Sail of Ulysses , è la povertà, lo stato di mancanza e di bisogno, la necessità (cfr. MM 152-3). Qui viene attribuito alla povertà un senso positivo; solo nel riconoscimento della povertà e a partire da essa nasce la ricchezza autentica dell’uomo. Il senso genuino della praxis  va ricondotto alla povertà, allo stato di bisogno. “Need makes/ The right to use” (MM 152-3). Ecco perché Stevens scrive  in The Auroras of Autumn  che “La povertà s’addice al nocciolo saldo del cuore” (AA 78-79).

[1]   Qui sovvengono i versi di Hoelderlin in Stimme des Volks  (Voce del popolo ): “Indifferenti alla nostra saggezza/scroscian ben anche i fiumi, e tuttavia/ chi non li ama?”. Cfr. F. Hoelderlin, Poesie , cit., pp.64-65.

[2]   Mi sembra che questa peculiare considerazione della “ verità dell’uomo” possa  forse essere utilmente accostata a quella che si palesa nell’opera di Michel de Montaigne. Cfr. Sandro Mancini, Oh, un amico! In dialogo con Montaigne e i suoi interpreti, FrancoAngeli, Milano 1996.

[3]   Cfr. R. Char, Sulla poesia , a cura di Gianluca Manzi, in “lengua” n.13, Crocetti editore,Milano 1993,pp. 94-95.

[4]   Cfr. R. Char, Sulla poesia , cit.,p.94.

[5]   Cfr. Cristina Campo, La Tigre Assenza ,a cura di Margherita Pieracci Harwell, Adelphi,Milano 1991,p.240.

[6]   Cfr. R. Char, “Réponses interrogatives à une question de Martin Heidegger”,in Oeuvres complètes , Gallimard, Paris 1983, pp.734-6.

[7]   Cfr. R. Char, “Risposte interrogative ad una domanda di Martin Heidegger”, trad. it. in Gino Zaccaria, L’etica originaria. Hoelderlin, Heidegger e il linguaggio , Egea, Milano 1992,p.213.

[8]   Cfr. G. Zaccaria, op. cit., pp.214, 216-7.

[9]   Ibidem.

[10]   Ibidem.

*

Franco Toscani, saggista e insegnante di Filosofia, vive e lavora a Piacenza, dove è nato nel 1955, è membro del comitato scientifico della sezione Emilia-Romagna dell’Istituto italiano di Bioetica, fa parte del consiglio di redazione della rivista “Testimonianze” ed è redattore della rivista “Filosofia e Teologia”.  Co-autore nel volume di AA.VV., Vita e verità. Interpretazione del pensiero di Enzo Paci , a cura di S. Zecchi, Bompiani, Milano 1991. Ha introdotto vari libri di poesia e con G. Zambianchi ha curato il volume postumo di poesie di N. Vegezzi, Terra e carne d’amore , Grafic Art, Piacenza 1995. Nel 2003 ha pubblicato, presso l’editrice Blu di Prussia di Piacenza, una plaquette di poesie, dal titolo La benedizione del semplice (“Prefazione” di C. Sini).Ha collaborato a riviste e a giornali come  “il manifesto”, “Quotidiano dei Lavoratori”,  “Libertà”, “Il Nuovo Giornale”, “Unità Proletaria”, “In-oltre”, “La Balena Bianca”, “La tribù”, “aut aut”, “Alfabeta”, “Nuova Corrente”, “AlfaZeta”,  “Studi Piacentini”, “Città in controluce”, ”dalla parte del torto”, “Qui – Appunti dal presente”,“Testimonianze”, “Filosofia e Teologia”, “Dharma”,”Odissea”, “Koiné”, “La clessidra”, “La Stella del Mattino”. E’ autore con S. Piazza del libro Cultura europea e diritti umani  (Cleup, Padova 2003). Un suo saggio è contenuto nel volume di AA.VV., Il tempo e il soggetto  (Cleup, Padova 2003), di cui è  curatore insieme a G. Olmi e S. Piazza ; tre suoi saggi compaiono in AA.VV., Sulla via della polis infranta , a cura di S. Piazza, Cleup, Padova 2004. Nel 2004 ha curato con G. Zambianchi il volume La rivolta e l’incanto. Poesia, pittura e scultura in Nello Vegezzi ,Editrice Kairos, Piacenza. Del 2010 è il volume (co-autore S. Piazza) Fede e pensiero critico nell’età globale. Testimonianze per una civiltà planetaria, Cleup, Padova. Nel 2011, per le edizioni Odissea di Milano, pubblica i saggi Gandhi e la nonviolenza nell’era atomica e Luoghi del pensiero. Heidegger a Todtnauberg. Del 2012 è il libretto ‘L’azzurro della scuola degli occhi’. Terra e cielo di Hölderlin e  di Heidegger, CFR, Piateda (So).

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POESIE SU PERSONAGGI STORICI MITICI O IMMAGINARI – Poesia di Letizia Leone “Su tema amletico” e di Anna Ventura “Stupor mundi”

ortona Letizia Leone, 2012,_olio_su_tavola,_59,8_x_35,6_cm 

letizia leone

letizia leone

Letizia Leone ha pubblicato i seguenti libri: Pochi centimetri di luce (2000); L’ora minerale (2003), (seconda edizione 2004); Carte sanitarie (2008); La disgrazia elementare (2011). Presente in numerose le antologie; Geografie Poetiche, ac. di W. Mauro, Giulio Perrone Editore, Roma, 2005; Sorridimi Ancora, (dodici storie di femminilità violate) Giulio Perrone Editore, Roma, 2007. Da quest’ultima raccolta è stato messo in scena “Le Invisibili” (regia Emanuela Giordano) Teatro Valle, Roma, 2009. Tiene un “Liceo di poesia” presso l’editore Giulio Perrone di Roma.

letizia leone museo archeologico  di Anzio

letizia leone museo archeologico di Anzio

Letizia Leone

Su tema amletico

Il coro dell’insonnia
la scheggia d’anima se c’è, la tua
o quella di chi è vissuto sulla terra
cos’è… dov’è… se vibra,
su per cortina sbiadita d’ appartamento o
nelle falcate del vento fuori città
sempre di notte
quando il sonno è profondo, cubico il sogno
e il pensiero diventa velo cucito
funicolo
freno di memoria povera ai piedi del letto
bolla sordomuta alla laringe
affogo d’afa.
Una notte
di diecimila anni
in volumine sorgivo – ti sta accanto
“I’m spirit”: il fiato idrico
d’ acqua di rubinetto
“sono il tuo spirito”, ha detto, questo assetato spettro
incuneato nel
liquido spuntato
in un bicchiere. Solo fiato.

Shakespeare
con le sue larve di fatica
penetra in ora vigile queste coscienze
calcola il sogno
ci lamenta guitto: “I’m thy father’s spirit,
Doomed…to walk the night…”
così dannato… Tu non esisti
e premi da magri sospiri
diffondi popoli alteri
nel vaso di smalto
tra l’immobilità dei garofani su steli
i gambi sfasciati
dall’aceto dei fiori
come ceri.

Tu non resisti in questa piatta
sputacchiera di tomba
tanta ombra
sola
ingorda di forma
così sola che sgronda
immensa
con la pioggia una qualsiasi
impronta.

Fuori città
Qualcuno abita solo.

La forza del fiore ha il fantasma
vaga nelle menti
si annida nei semi del tempo, rafforza
fa bava d’incubo
in notte che s’immortala su per torre
gru o altra punta gotica su mare
devastante. “I am thy father’s spirit” dice
se qualcuno ascolta

deve bucare l’aria
la ruota zingara della storia
la cecità che si fa viola e macchia il muro.

Scomparire oppure.

Perché questo è tempo
di avaro divinare
e uso chiuso di cose all’uso
è tempo
che preda anche le pietre
di città galvaniche ingorgate
se ogni oggetto s’infiamma del suo teatro pubblicitario
giocattolo feroce
tutto si fa desiderio divorato
non annuncia presagi
niente presentimenti

allora quale preghiera
può intagliare l’anima e il suo mare?
quale esorcismo
dall’abisso esaltare una divinità?

un confetto Lucifero
il drago celebraluce, la face
sgrassare tra fibra e ciglia
in novilunio?

Che non sia quel giallo cancerogeno di flash!
ma luce rara del trifoglio o altra leguminosa opaca, gas
che per incanto
maternità di fiamma accenda
il cuore

tuo cuore Amleto.

Anna Ventura

Anna Ventura

Anna Ventura

Anna Ventura è nata a Roma, da genitori abruzzesi. Laureata in lettere classiche a Firenze, agli studi di filologia classica, mai abbandonati, ha successivamente affiancato un’attività di critica letteraria e di scrittura creativa. Ha pubblicato raccolte di poesie, volumi di racconti, due romanzi, libri di saggistica. Collabora a riviste specializzate ,a  quotidiani, a pubblicazioni on line. Ha curato tre antologie di poeti contemporanei e la sezione “La poesia in Abruzzo” nel volume Vertenza Sud di Daniele Giancane (Besa, Lecce, 2002). È stata insignita del premio della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ha tradotto il De Reditu di Claudio Rutilio Namaziano e alcuni inni di Ilario di Poitiers per il volume Poeti latini tradotti da scrittori italiani, a cura di Vincenzo Guarracino (Bompiani,1993). Dirige la collana di poesia “Flores”per la  Tabula Fati di Chieti.

Suoi diari, inseriti nella Lista d’Onore del Premio bandito dall’Archivio nel 1996 e in quello del 2009, sono depositati presso l’Archivio Nazionale del Diario di Pieve Santo Stefano di Arezzo.

È presente in siti web italiani e stranieri; sue opere sono state tradotte in francese, inglese, tedesco, portoghese e rumeno pubblicate  in Italia e all’estero in antologie e riviste. È presente nei volumi: AA.VV.-Cinquanta poesie tradotte da Paul Courget, Tabula Fati, Chieti, 2003; AA.VV. e El jardin,traduzione di  Carlos Vitale, Emboscall, Barcellona, 2004.

Federico II con dignitari

Federico II con dignitari

Stupor mundi

Quando Federico emise il primo vagito,
tutti il popolo che aveva assistito al parto
si commosse fino alle lacrime:
le donne, specialmente,
ammirate di fronte al terribile coraggio della madre,
la “monaca vecchia”che aveva superato ogni dubbio
per assecondare la spinta possente della Storia.
Ma quella era solo la prima prova di coraggio (e lei lo sapeva):
il cucciolo reale che era appena uscito dal suo corpo
non sarebbe stato ubbidiente,
né con lei,
né con alcuno sulla terra.
“Va bene così”, pensò la madre,
mentre si riavviava una ciocca di capelli,
scesa imprudentemente
sul suo volto di cera.

Anna Ventura copertina tu quoque

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POESIE SU PERSONAGGI STORICI, MITICI O IMMAGINARI – POESIE di Salvatore Martino “Federico II” “Il ritorno a casa” “Il messaggio dell’imperatore”

Federico II

Federico II

Salvatore Martino è nato a Cammarata, nel cuore più segreto della Sicilia, a mezza strada tra Palermo e Agrigento, il 16 gennaio del 1940. Attore e regista, vive in campagna nei pressi di Roma.

Ha pubblicato: Attraverso l’Assiria (1969), La fondazione di Ninive (1977), Commemorazione dei vivi (1979), Avanzare di ritorno (1984), La tredicesima fatica (1987), Il guardiano dei cobra(1992), Le città possedute dalla luna (1998), Libro della cancellazione (2004), Nella prigione azzurra del sonetto (2009), La metamorfosi del buio (2012) .

È direttore editoriale della rivista di Turismo e Cultura Belmondo. Dal 2002 al 2010  ha tenuto un laboratorio di scrittura  creativa poetica presso l’Università Roma Tre, e nel 2008 un Master presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli.

Federico II

Federico II

Salvatore Martino

Federico II

I corvi sulle torri a picco e intorno pietraie
di verdegrigio verso la cima conifere incredibili
portate qui da chissà quale Svevia mentre
la sera allevia il secco procedere degli astri

L’imperatore e gli amici intorno al tavolo
dalle finestre gotiche smuore l’arancio
il crepuscolo adultera i destini e le facce
comincia il rito per l’altra conoscenza

L’occhio del falco posato sulla mano
scruta il mutare della sorte e dell’anima
dei favori e del tempo in un’orgia
iniziatica passeggia il tradimento

La voce è grave e il cor di Federico
viaggia la mano sopra la carezza
dell’uccello amico e nemico certamente
rapace carnivoro e crudele

Domani la caccia un trattato di pace
soliloqui di amanti i versi per un bacio
l’impeto giovanile nel torneo
la disumana lotta contro Roma e Dio

Gira il pugnale la lama brilla al chiarore delle
fiaccole dove si fermerà la punta e il segno?
In quale cerchio divinerà la morte
nell’Angelo nel Sole o nella Temperanza?

Sereno distaccato l’Imperatore aspetta che il gioco
delle carte sveli la trama la chiave dell’enigma
il fondo inesplicabile dell’essere il fondo dell’inganno
Chissà perché dalle finestre s’indovina il mare

varcato un giorno verso la Terra Santa
falso lo scopo falsa la crociata
È qui! Tra queste mura d’ottagono perfetto
confluenza di opposti crogiuolo d’infiniti cardine

finalmente aperto è qui ! ma dove? l’unica risposta
Gli amici e Federico il dominio del cielo
quello sicuro dell’inferno uniti in questa sala dove
il fuoco si spegne e terribile albeggia dalle torri

Gira il pugnale la lama è sangue
per la cena del falco le teste dilaniate degli amici
Se avesse conosciuto il fanciullo divino a Salisburgo
e camminato con lui verso la reggia sonando

insieme un flauto su per le Murge
e inseguendo un uomo o un serpente
fosse caduto nella Regina della Notte
e divenuto uccello fosse tornato

dove l’acqua svanisce e s’ubriaca il tempo
se la notte invocata non avrà mai fine quando
potrà riconquistare il sogno e gli amici la poesia?
Presto ! Presto! O mai più

(Da Commemorazione dei vivi, 1979)

la battaglia di Parma XIII secolo

la battaglia di Parma XIII secolo

Il ritorno a casa

Un ambiguo responso dalle carte
mentre sul mare s’intuiva la sera
le nuvole sognavano un incontro
interrogando chissà quale tela

Per un niente si sa hai trattenuto
i fili sul telaio le canzoni
i tratti scoloriti di una immagine

Verso la piana d’Ilio s’è imbarcato
con due valigie logore una giacca
un passaporto falso nei calzoni
accusato di truffe di estorsioni
deve ancora scontare dieci anni

A bordo l’ha salutato l’ammiraglio
hanno fischiato i marinai la banda
lui confuso un po’ dall’emozione
ma forse solamente recitava
ha trascurato il saluto per la moglie
di ringraziare il capo del partito
di menzionare il figlio brigatista
il padre cavaliere della guerra
di cancellare la sua firma in banca
di passare all’anagrafe in Comune

Senza saperlo è diventato Ulisse
almeno per gli Achei
di uomini-serpente bisognosi
di stratagemmi equini

Nel salutare il cane ha poi indugiato
con la mano sul dorso
un gesto estremo di riconoscenza
davanti alle telecamere ha sorriso
mostrando i gradi le decorazioni
nessuno sa dove li ha guadagnati
nel discorso ufficiale s’è tradito
parlando di trucchi e d’avventure
come falsificare assegni
confondere memorie ai terminali
costruire sul nulla una carriera
ma subito da attore consumato
fiutando il pericolo nell’aria
ha convertito tutto questo in gioco

Verso la piana d’Ilio s’è imbarcato
forse ritornerà carico d’anni
di astuzie rinnovate d’invenzioni
un vecchio ormai stanco di lottare
maleodorante sporco prosciugato
cullato da fanciulle incantatrici
nel suo vagabondare
da ninfe solitarie dalla dea
deriso sbeffeggiato dai compagni

Gli si fecero incontro i Pretendenti
senza nemmeno salutarlo
il cane immobile di tenebra infinita
invalicato custode della soglia
l’azzannò con un balzo nella mano
mentre tentava d’imbracciare l’arco

Allora soltanto la Regina
rompendo d’improvviso
vent’anni d’inutile silenzio
facendosi scudo di Telemaco
sollevò sulla fronte la vendetta
Invocate le Erinni della casa
il fuoco dei Penati
freddamente scrutandolo negli occhi
gli sputò per tre volte sulla bocca
la sua incontaminata verità

Si fece un mistico silenzio nella reggia
sfilarono traditi i Pretendenti
Solo per questo lurido relitto
avevano aspettato questi anni
per misurarsi con un simulacro
un uomo che da sempre non esiste?

Si chiusero le porte dietro i passi
il ragazzo intonò dolcemente una canzone
e di nuovo il silenzio
Il battere soltanto del telaio
contro le mani della donna
come un avvertimento scandiva l’aria
Ulisse finalmente era tornato

Da Il guardiano dei cobra 1992

Federico II

Federico II

salvatore martino

salvatore martino

Il messaggio dell’imperatore

L’avanguardia macedone avanzava
a fatica
dimenticato il clamore
dell’ultima battaglia

Cercavano Dario che fuggiva

All’estremo orizzonte
d’improvviso
appena visibile
poi sempre più vicino
quello che restava
dell’esercito persiano

E staccato da esso
ancora più lontano
un solitario carro trascinato
da due vacche ferite

Un anonimo soldato si avvicina
a quello che era stato
il Re dei Re
disteso e morente
il suo cane soltanto
lo guardava
Immagino che l’uomo
in un sacro silenzio
abbia accostato alle sue labbra
un bicchiere di vino
un ultimo segno di follia
e accarezzando il cane
nel gesto antico della fedeltà
abbia ascoltato
le ultime parole del sovrano

– Ti prego
di al tuo Re
che mi incontrasti
nell’ultimo bagliore della vita
ti prego
devi dire ad Alessandro
quando una sera di giugno lo vedrai
disteso e morente a Babilonia
che il suo impero di sabbia
si scioglierà nell’acqua
Quello che fu il mio impero
ritroverà il passato splendore

Così nella mia morte
il mio sogno ritorna
nella sua discende nell’oblio-

(Da libro della cancellazione 2004)

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POESIE SCELTE di Léopold Sédar Senghor (1906-2001) a cura di Valerio Gaio Pedini

Léopold Sédar Senghor all'arrivo alla White HouseLéopold Sédar Senghor copLéopold Sédar Senghor (1906-2001) è stato il poeta africano più importante del ‘900, nonché uomo politico senegalese di spicco, fu il primo Presidente Della Repubblica senegalese dal 1960 al 1980- e da ciò si può proseguire in un piano di rivalutazione della “razza” e della cultura “negra”, nella sua Negritudine (anni ‘30) in cui sono tracciati caparbiamente i parametri della prima scuola poetica africana e del senso dell’arte “negra” più in generale.

Si va ad assistere così ad un distacco dalla concezione apollinea occidentale, giudicata da Senghor troppo razionale, per dare spazio alle pulsioni (meglio definite con il termine “emozioni”) e ai sensi: un’immaginazione che risulta essere un ricavato del ritmo dolce-quando aspro, melodioso quanto sincopato della Negritudine.

Logico, quindi, dover intendere la poesia di Senghor una poesia politica e sofferente, in cui si tracciano surrogati di surrealismo: un surrealismo, che, viene concepito come “un surrealismo latente, non empirico come quello occidentale, ma metafisico”, in quanto IO della Natura.

In questo modo la poesia di Senghor si traccia in un divinismo della “razza negra”, difatti “ (…) L’ontologia negro-africana è unitaria: l’unità dell’Universo si realizza in Dio attraverso il convergere di forze discendenti da Dio e ordinate in direzione di Dio. Questo spiega come il negro abbia un senso così sviluppato della solidarietà fra gli uomini e della loro cooperazione; piega la sua inclinazione al dialogo (…)”.

Quindi l’arte africana si traccia in base alla sua utilità, poiché “l’arte negra non è veramente estetica che nella misura della sua utilità,della sua funzionalità”:perciò è da considerare come”un’arte collettiva”.

Da qui la definizione di arte come sacrificio, l’identificazione del nero in Cristo e quindi in martire misericordioso, e lo enuncia bene Sartre, dicendo:”Il nero cosciente di sé si presenta ai suoi propri occhi come  l’uomo che ha preso su di sé tutto il dolore umano e che soffre per tutti, anche per il bianco”.

Ma così come la Negritudine si delinea nella concezione misericordiosa di Cristo, può essere benissimo delineata nella concezione vendicativa e reazionaria di Giuda Iscariota e quindi la Negritudine si fa violenta, stritola, distrugge, profetizza la fine di un mondo, come la liberazione: il concetto di violenza liberatrice diviene un punto cardine quindi della poetica di Senghor e della negritudine delle Antille (come per Aimé Cesaire, uno dei tre ideatori della Negritudine stessa).

Da lì si profila un senso nostalgico alla ricerca della cultura madre, poiché: “La rivolta ti trascina a scendere su sé stesso: immersione alla ricerca di un’identità rubata”.

Quindi sintetizzando si può dire che la Negritudine è un surrogato che si dà  in: “un raro dono di emozione, una ontologia esistenziale e unitaria, che fa capo al surrealismo mistico, a un’arte impegnata e funzionale, collettiva e attuale, il cui stile si caratterizza attraverso l’immagine analogica e il parallelismo asimmetrico”.

Allora si può conchiudere questo primo appunto, dicendo che la poesia di Senghor può apparirci come appetitosa o come ripugnante, troppo distante e troppo vicina, poco razionale e altamente sensoriale: e con sensoriale non intendo empirica, bensì legata irrimediabilmente all’audito e all’immaginazione: immaginazione che è una forma di intuizione dell’oggetto, che una volta incorporato viene delineato in una forma scultorea- e quella scultura è fatta da tutti e per tutti, per questo ci ripugna e ci assorbe.

D’altronde, sempre secondo Senghor: “la vera cultura è mettere radici e sradicarsi. Mettere radici nel più profondo della terra natia. Nella sua eredità spirituale. Ma è anche sradicarsi e cioè aprirsi alla pioggia e al sole, ai fecondi rapporti delle civiltà straniere”.

(Valerio Gaio Pedini)

Léopold Sédar Senghor

Léopold Sédar Senghor

Léopold Sédar Senghor (Joal, 9 ottobre 1906 – Verson, 20 dicembre, 2001) poeta senegalese di lingua francese che, tra le due guerre fu, con l’antillano Aimé Césaire, il vate e l’ideologo della négritude.

Senghor è stato il primo presidente del Senegal, in carica dal 1960 al 1980. È stato inoltre il primo africano a sedere come membro dell’Académie Francaise. È stato anche il fondatore del partito politico “Blocco democratico senegalese”. I suoi contributi alla rivisitazione e riscoperta moderna della cultura africana ne fanno uno dei più considerati intellettuali africani del XX secolo: dalla letteratura alla scultura, dalla filosofia alle religioni.

Léopold Sédar Senghor nacque in una famiglia di agiati proprietari terrieri nella piccola cittadina costiera di Joal, situata a un centinaio di chilometri a sud di Dakar. All’età di 8 anni iniziò i suoi studi in Senegal in un collegio cristiano di Ngasobil, e nel 1922 entrò in seminario a Dakar: quando comprese che la vita religiosa non era fatta per lui, frequentò un istituto secolare, distinguendosi nello studio del francese, latino, greco e algebra. Al termine degli studi liceali, gli venne assegnata una borsa di studio per continuare i suoi studi in Francia. Si laureò in lettere a Parigi nel 1935 e per i dieci anni successivi insegnò in qualità di professore nelle università e nei licei francesi: è stato in questo periodo che Senghor, insieme ad altri intellettuali africani venuti a studiare nella capitale coloniale, coniò il termine, e concepì il concetto di negritudine, intesa come riscoperta e riappropriazione della cultura africana, in risposta alla cultura europea imposta dai colonizzatori in quanto ritenuta superiore. Nel 1939, Senghor fu arruolato nell’esercito francese ed entrò a far parte della 59ª divisione della fanteria coloniale. Un anno dopo fu fatto prigioniero dai tedeschi a La Charité sur Loire. Nel 1942  Senghor venne rilasciato per motivi di salute e decise di reintraprendere la carriera di insegnante sebbene in breve tempo aderì alla Resistenza.

Nel 1946  divenne deputato dell’Assemblea Nazionale francese e due anni dopo fondò un proprio movimento politico: il Blocco Democratico Senegalese. Nel 1951  venne rieletto al parlamento e nel 1956, al termine del suo mandato, divenne sindaco della città di Thies (Senegal). Nei primi anni cinquanta Senghor fu un sostenitore dell’integrazione dei possedimenti africani della Francia nella progettata Comunità federale europea e in seguito un sostenitore del federalismo per gli Stati africani di recente indipendenza, propugnando una sorta di Commonwealth. Fedele alle sue idee, divenne nel 1959  presidente della Federazione del Mali(Senegal e Sudan francese) e al suo sfasciarsi, l’anno successivo, presidente della repubblica del Senegal. In questa veste, pur tra gravi difficoltà economiche (la nazione vive sulla monocultura dell’arachide) ed ambiguità (la nazione dipendeva in larga misura dalla Francia), cercò di realizzare un socialismo umanistico e cristiano. Nel 1963, in seguito a un fallito tentativo di colpo di Stato, il partito di Senghor restava l’unico partito politico a non essere messo fuori legge. Sotto la spinta della contestazione studentesca, nel 1976 il presidente è costretto a reintrodurre, seppure con molte limitazioni, il multipartitismo. Nel 1974  ricevette il premio letterario Guillaume Apollinaire per l’insieme delle sue opere poetiche.

Nell’ottobre 1980, prima della fine del suo quinto mandato consecutivo, Senghor rassegna le dimissioni in favore del suo successore, Abdouf Diouf. Divenne Presidente dell’Académie française il 2 giugno 1983, diventando di fatto, il primo africano a sedere nella prestigiosa istituzione. Ha trascorso gli ultimi anni della sua vita con la moglie, in Verson, vicino alla città di Caen in Normandia, dove è scomparso il 20 dicembre 2001.

(poesie tratte da Poesie dell’Africa, Giovane Africa edizioni Pontedera, 2013,a cura di Mohamed Seck)

Grattacieli di New York

Grattacieli di New York

A NEW YORK

New York! Mi ha confuso,dapprima, la tua bellezza, queste grandi
ragazze d’oro dalle lunghe gambe.
Così timido,dapprima,di fronte, ai tuoi occhi di metallo blu, il tuo
sorriso di brina.
Così timido. E l’angoscia nel fondo delle vie dei grattacieli
Che leva ai suoi occhi di civetta fra l’eclisse del sole.
Solforosa la tua luce e livide le antenne, le cui punte folgorano il cielo
I grattacieli che sfidano i cicloni sui loro muscoli d’acciaio e la pelle
patinata di pietre.
Ma quindici giorni sui marciapiedi calvi di Manhattan
-E alla fine della terza settimana vi assale la febbre con un balzo di
giaguaro.
Quindici giorni senza pozzo né pascolo, tutti gli uccelli dell’aria
Che cadono morti all’improvviso sotto le alti ceneri delle terrazze.
Non un riso di bimbo in fiore, la sua mano nella mia fresca mano
Non un seno materno, solo gambe di nylon. Gambe e seni senza
sudore né odore.
Non una parola tenera nell’assenza di labbra, solo cuori artificiali
pagati con moneta solida
E non un libro in cui leggere la saggezza. La tavolozza del pittore
fiorisce di cristalli di corallo.
Notti d’insonnia e notti di Manhattan! Così agitate di fuochi fatui,
mentre il claxon urlano ore vuote
E le acque scure trasportano amori igienici, come i fiumi in piena
cadaveri di bambini.
Ecco il tempo dei segni e dei conti
New York! Ecco il tempo della Manna e dell’issopo.
Basta ascoltare le trombe di Dio, il tuo cuore battere al ritmo del
sangue il tuo sangue.
Ho visto in Harlem fremente di rumori di colori solenni e di odori
folgoranti
Questa è l’ora del tè in casa del rappresentante di prodotti farmaceutici
Ho visto prepararsi la festa della Notte alla fuga del giorno.
Proclamo la notte più veritiera del giorno.
Questa è l’ora in cui nelle vie, Dio fa germogliare la vita di prima
della memoria.
Tutti gli elementi anfibi raggianti come soli.
Harlem Harlem! Ecco che ho visto Harlem Harlem! Una brezza verde
di grano sorgere dai selciati solcati dai piedi nudi di danzatori Dan
In groppa onde di sera e seni come punte di lancia, balletti di ninfe e
maschere favolose
Ai piedi dei cavalli di polizia, i manghi dell’amore rotolare dalle case
basse.
E ho visto, lungo i marciapiedi, ruscelli di rum bianco ruscelli di latte
nero nella nebbia azzurra dei sigari.
Ho visto il cielo nevicare alla sera fiori di cotone e ali di serafini e
pennacchi di stregoni.
Ascolta Ne York! Ascolta la tua voce maschia di rame la tua voce vibrante
di oboe, l’angoscia ostruita delle tue lacrime piombare in
grossi grumi di sangue
Ascolta battere in lontananza il tuo cuore notturno, ritmo e sangue del
tam-tam,tam-tam sangue e tam-tam.
New York! Dico New York, lascia affluire il sangue nero nel tuo sangue
Che lubrifichi le tue articolazioni d’acciaio, come olio di vita
Che dia ai tuoi ponti la curva delle groppe e l’elasticità delle liane.
Ecco tornare i tempi antichissimi, l’unità ritrovata la riconciliazione
del leone del toro e dell’albero
L’idea legata all’atto,l’orecchio al cuore, il segno al senso.
Ecco i tuoi fiumi sonori di caimani muschiati e di Lamantini dagli
occhi di miraggio. E nessun bisogno di inventare le sirene.
Ma basta aprire gli occhi all’arcobaleno d’aprile,
E le orecchie, soprattutto le orecchie, a Dio che con un riso di
sassofono creò il cielo e la terra in sei giorni.
E il settimo giorno, dormi del grande sogno negro.

Léopold Sédar Senghor 2

ASSASSINI

Sono là distesi lungo le strade conquistate, lungo le strade del disastro,
Come snelli pioppi, statue di dèi drappeggiati nei lunghi martelli
d’oro,
I prigionieri senegalesi tenebrosamente coricati sulla Terra di Francia.
Ma invano fu stroncato il riso tuo, il fiore più nero della tua carne,
Tu sei il fiore della bellezza prima, in tutto questo vuoto deserto di fiori,
Sei fiore nero dal sorriso grave, diamante d’un’epoca perduta.
Voi siete il limo e il plasma della primavera virente del mondo
La carne siete della coppia primigenia, il ventre fecondo, il seme
E la foresta irriducibile, vittoriosa di fuoco e folgore.
Il canto vasto del sangue vostro vincerà macchine e cannoni
La vostra parola palpitante, i sofismi e le menzogne
Senz’odio voi che ignorate l’odio, senza astuzia voi che ignorate
l’astuzia.
O martiri neri, razza immortale, lasciate che dica parole che
perdonano.

Léopold Sédar Senghor

Léopold Sédar Senghor

MASCHERA NEGRA
A Pablo Picasso

Lei dorme, riposa sul candore della sabbia.
Koumba Tam dorme. Una palma verde vela la febbre dei capelli, color
di rame la fronte curva.
Le palpebre chiuse,coppa duplice e sorgenti sigillate.
Questa falce sottile di luna, questo labbro più nero e appena tumido,
dov’è il sorriso della donna complice?
Le patene delle gote, il disegno del mento, cantano l’accordo muto.
Viso di maschera chiuso all’effimero, senza occhi, senza materia.
Testa di bronzo perfetta con la patina del tempo
Che non imbrattano belletti né rossetti, né rughe, né tracce di lacrime
o di baci.
O viso tale come Dio t’ha creato prima della memoria stessa dell’età.
Viso dell’alba del mondo, non ti aprire come una gola tenera per
commuovere la mia carne.
Io ti adoro, o Bellezza, con il mio occhio monocorde!

Léopold Sédar Senghor

Léopold Sédar Senghor

E IL DISCO INFUOCATO DEL SOLE

E il disco infuocato del sole declina nel mare vermiglio.
Ai confini della foresta e dell’abisso, mi perdo nel dedalo del sentiero.
L’odore m’insegue forte e altero, a pungere le mie narici
Deliziosamente. Mi insegue e tu mi insegui, mio doppio.
Il sole si immerge nel’angoscia
In una messe di luci, in un’esultanza di colori e di grida irose.
Una piroga sottile come un ago nella ferma intensità del mare,
Uno che rema e il suo doppio.
Sanguinano le rocce di Capo Nase, quando lontano si accende il faro
delle Mamelles.
Al pensiero di te, così mi trafigge la malinconia.
Penso a te quando cammino e quando nuoto,
seduto o in piedi, penso a te mattina e sera,
La notte quando piango e sì, anche quando sono felice
Quando parlo e mi parlo e quando taccio
Nelle mie gioie e nelle mie pene. Quando penso e non penso,
Cara penso a te.

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POESIE SU PERSONAGGI STORICI, MITICI O IMMAGINARI – Poesie di Adam Zagajevski “Conversazione con Friedrich Nietzsche”, Iosif Brodskij “A Urania”, Jarosław Mikołajewski “la spadina”

Adam Zagajevski

Adam Zagajevski

Adam Zagajevski

I poeti, come ha scritto Adam Zagajevski, spesso dimorano in una strettoia «tra Atene e Gerusalemme», «tra la verità mai pienamente raggiungibile e il bello, tra il pensiero e l’ispirazione». «Tale viaggio – continua Zagajevski – può essere descritto nel modo migliore con un concetto preso in prestito da Platone – metaxy: essere “tra”, tra la nostra terra, il nostro ambiente ben noto (tale almeno lo riteniamo), concreto, materiale, e la trascendenza, il mistero. Metaxy definisce la situazione dell’uomo quale essere che si trova irrimediabilmente “a metà strada”». Metaxy, deriva dal platonico métechein, che significa «prender parte», «mezzo dove gli opposti trovano mediazione».

Adam Zagajewski nasce a Leopoli, 21 giugno 1945, poeta e saggista polacco, risiede a Parigi dal 1981  al 2002. In seguito di trasferisce a Cracovia, dove insegna letteratura presso la University of Chicago. È noto soprattutto per il poema Try To Praise The Mutilated World, uscito a puntate sul periodico statunitense The New Yorker e divenuto celebre dopo gli attentati dell’11 settembre 2011, e per le sue pubblicazioni sul poeta connazionale, Czesław Miłosz Premio Nobel per la Letteratura nel 1980. Ha vinto il Neustadt International Prize for Literatur nel 2004; è il secondo polacco, proprio dopo l’amato Miłosz, a vincere il premio conferito dall’università statunitense.

Adam Zagajevski

Conversazione con Friedrich Nietzsche

Illustrissimo Signor Nietzsche,
mi pare di vederla, sì,
sulla terrazza del sanatorio, all’alba,
quando cala la nebbia e il canto gonfia
la gola degli uccelli.

Non troppo alto, la testa a forma d’obice,
lei scrive un nuovo libro
e una strana energia le scorre intorno:
mi pare di vedere i suoi pensieri che danzano
come eserciti possenti.

Lei sa che Anna Frank dai neri capelli è morta
e così i suoi compagni e le compagne,
i coetanei, le amiche dei compagni
e i suoi cugini.

Vorrei chiederLe cosa sono le parole e cos’è
la chiarezza, perché mai le parole ardono
anche dopo cent’ani, nonostante il greve
fardello della terra.

È ovvio che non c’è nesso tra l’incanto
e il cupo dolore, la ferocia.
Esistono almeno due regni,
se non altri ancora.

Ma se Dio non esiste e nessuna forza
salda tra loro gli elementi,
che cosa sono le parole, da dove viene
quella luce interiore?

E da dove la gioia? Dove va il nulla?
Dove abita il perdono?
Perché i piccoli sogni svaniscono
al mattino, e quelli grandi crescono?

(da La vita degli oggetti, Adelphi, 2012)

Iosif brodskij 5

Iosif Brodskij

Brodskij  Iosif Aleksandrovič (anglicizzato Joseph Brodsky). – Poeta russo (Leningrado 1940 New York 1996). Di famiglia ebrea, autodidatta, avendo lasciato la scuola a 15 anni, cominciò a pubblicare le sue poesie nel 1958. Processato per “parassitismo”, subì un periodo di reclusione (196465). Espulso dal suo paese nel 1972, ha vissuto negli USA, dove sono apparse tutte le sue raccolte di versi: Stichotvorenija i poemy (“Poesie e poemi”, 1965); Ostanovka v pustyne (1970; trad. it. Fermata nel deserto, 1979); Konec prekrasnoj epochi (“Fine di una bellissima epoca”, 1977); Čast reči (“Parte del discorso”, 1977); Rimskie elegii (“Elegie romane”, 1982); Novye stansy k Auguste (“Nuove stanze ad Augusta”, 1983). Altra traduzione italiana: Poesie 1972-1985 (1986). Fedele a una tradizione che egli tuttavia rielabora in modi personali, arricchendola in particolare di suggestioni che provengono non solo dalla lezione di O. E. Mandel´štam e di B. L. Pasternak, ma anche da J. Donne, T. S. Eliot e W. H. Auden, e dalla conoscenza della Bibbia, B. è poeta intimo e speculativo, cantore di una memoria lucida e disincantata, lontano da tentazioni declamatorie. In inglese ha pubblicato una raccolta di saggi, ricordi e ritratti (Less than one, 1986, trad. it. in 2 voll.: Fuga da Bisanzio, 1987, e Il canto del pendolo, 1987), in italiano Fondamenta degli Incurabili (1989). Nel 1987 gli è stato assegnato il premio Nobel per la letteratura. Negli anni Novanta ha continuato a risiedere negli Stati Uniti, dove ha svolto attività accademica e dove è stata pubblicata la sua ultima raccolta di saggi in inglese, On grief and reason (1995; trad. it. 1998), e una raccolta di poesie, in parte tradotte, in parte composte direttamente in inglese, dal titolo So forth (1996). In traduzione italiana è stata pubblicata la raccolta Poesie italiane (1996), voluta espressamente dal poeta. Nel 1989 era stato “riabilitato” nella sua patria, che negli anni Novanta manifestò un crescente interesse per il poeta. È stata pubblicata una prima raccolta di opere, Sočinenija Josifa Brodskogo (“Opere di Iosif Brodskij”, 4 voll., 1992-95), e dopo la sua morte si è dato inizio alla pubblicazione della sua opera completa. Inoltre sono apparsi alcuni volumi di versi, Bog sochranjaet vsë (“Dio conserva tutto”, 1992) e Pejsaž s navodneniem (“Paesaggio con inondazione”, 1995), e il volumetto dedicato alla poetessa M.I. Cvetaeva (O Cvetaevoj “Sulla Cvetaeva”, 1997). Per suo espresso desiderio è stato sepolto a Venezia.

Iosif Brodskij

A Urania

a I.K.

Tutto ha un limite, compresa la tristezza.
S’impiglia lo sguardo alla finestra, come alla palizzata
la foglia. Puoi versare acqua, scuotere chiavi.
Solitudine è l’uomo al quadrato. Il dromedario
così fiuta, ingobbendosi, il binario.
Si scosta il vuoto, come una portiera.
E cos’è poi lo spazio, in generale, io
dico? Assenza di corpo in ogni punto.
Per questo Urania è più vecchia di Clio.
Di giorno, e al lume di lumini ciechi,
vedi che non nasconde nulla: cerchi
di guardare il globo, e guardi una nuca.
Eccoli, i boschi pieni di mirtillo,
fiumi dove si pesca a mano lo storione,
una città che non ti annovera più
nell’elenco del telefono. E a sud
anzi a sud-ovest, ecco montagne brune,
e vagano nel càrice cavalli, prževali,
si fanno gialli i visi. Poi, più in là, corvette
navigano e si fa azzurro lo spazio,
come una biancheria con i merletti.

(da Poesie, Adelphi, 1987)

Jarosław Mikołajewski

Jarosław Mikołajewski

Nato a Varsavia nel 1960 (dove abita attualmente) Jarosław Mikołajewski debutta nel 1991 con la raccolta A świadkiem śnieg (“E come testimone la neve”). Alla sua produzione poetica, che conta fino ad oggi sette raccolte e un’antologia, ha affiancato un’intensa attività di traduttore dall’italiano, traducendo tra gli altri Dante, Petrarca, Michelangelo, Leopardi, Montale, Luzi, Penna, Pavese e Pasolini e Camilleri. Collabora inoltre da diversi anni con la “Gazeta wyborcza”, il  maggiore quotidiano polacco. L’anno scorso è apparsa in Italia la traduzione del suo Un tè per un cammello, un thriller ironico abbondantemente farcito di citazioni letterarie.

Jarosław Mikołajewski
la spadina

mio padre quando cammina
i cani ringhiano contro di lui
spiega per questo viene così di rado
dice che lì accanto
(non dice in alto)
non ci sono altri zoppi
perciò i cani si scagliano sempre contro di lui
quando appare in livida lontananza
una letterina in un nugolo di virgole latranti
cerco in fretta la strada della mia camera di bimbo
prendo la spadina di legno e lo scudo di plastica
corro incontro e provo a gridare
ma di solito non riesco a sguainare la voce
sulla laringe ormai da tempo mi si è accumulato il gesso
polvere come dal cancellino della lavagna di scuola
dimeno allora la spadina e i cani scappano
dall’altra parte mentre noi ancora da questa
ci sediamo per una quieta conversazione sull’erba
così è anche se non è più poiché nel sogno di un mese fa
non ho preso la spadina e ho disprezzato lo scudo
non avevo voglia di alzarmi allora ho gettato ai randagi
ciò che avevo sottomano
il cuscino o la moglie
la bottiglia d’acqua o il pugno vuoto
loro sono accorsi
mio padre si è girato
è andato via e finora non è tornato
da un mese mio padre non viene da me
ogni notte sopra di me si radunano i cani
prendono tra i denti la mia spadina di legno
e mi chiedono di difendere
ma non ho chi difendere
non le figlie di certo
poiché i cani non le mordono
non la moglie di certo
poiché i cani non la sentono
non me stesso
poiché mi piace quando i cani sono qui
e mio padre forse va per dove vuole

(traduzione di Lucia Pascale)

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POESIE SU PERSONAGGI STORICI, MITICI O IMMAGINARI – POESIE di Anna Ventura, Giuseppina Di Leo, Lucia Gaddo, Federica Taddei, Patrizia Pallotta, Gian Piero Stefanoni

anna ventura

anna ventura

Anna Ventura

L’amazzone

L’amazzone è sempre stata una donna infelice:
privata di ogni piacere umano,
destinata a una solitudine totale,
oppure – come i monaci-
consolata da una solitudine di gruppo.
Peccato,
perché le amazzoni erano donne bellissime,
avrebbero potuto allietare
più di un uomo. Ma qui sta il punto:
‘allietare’: una parola che allude sempre al peggio.
Perciò, loro,
non allietavano nessuno,
tantomeno se stesse. Ma avevano un dono:
non avevano paura di niente,
e, in certe notti di luna,
uscivano a caccia e facevano incontri:
un cerbiatto sfuggito
alla madre distratta,
un nido di api appeso a un albero,
un cucciolo di uomo
abbandonato da tutti.
Solo in quest’ultimo caso
l’amazzone raccoglieva
la creatura smarrita,
la portava con sé, nei misteri
del suo mondo verde. Quasi sempre
era un’ottima madre.

giuseppina di leo

giuseppina di leo

Giuseppina Di Leo

Infine, una morte dolce mi attende:
la morte che segue il pensiero, finale
da fanali accecanti sgorganti lucci
saltelli nudi intrecci lucidi lacci. Tu,
che hai fatto dell’amore una religione,
nel gorgo, dimmi di amare,
come amo questo sasso.

(giugno 2010)

*

Corriamo il rischio di ripeterci, forse perché non estranei.
Ma non mi soddisfa, come non trovo soddisfacente
l’assunto di Levinas, «solo l’assolutamente estraneo può istruirci».
Riprendo per mano la mia solitudine, la porterò a fare un giro
nella sera spalancata al balcone, mi sono fatta aiutare
dal vento a sciorinare i panni. Sapessi che musica: Africa, Africà!
musica doc in dentro, salti di musica con il corpo e la mente
non mente più libera mente in libero stato, stato del cuore
da baciare con la punta della rinnovata serialità. Sono libera!
Era ora! 10 giugno 010. Ogni amore dovrebbe finire,
lezione da film, Almodovar insegna, non bacchetta sulla lingua
il no donchisciottesco rinsavito in ultimo. Fai bene Cervantes
a chiuderla così la tua storia: non piange la maschera, anzi gioisce
prima di morire: Don Chisciotte spartisce i suoi averi terreni.
Sancio ne è commosso, ma non tanto quanto allora, quando
temette di perdere il suo «grigio». Meglio la morte al plagio
miscela di sogni in polvere da sparo da seguire sulla linea
del cielo lungo una cometa, la più lunga che ci sia.
«Buonanotte sonatori!». Spezza la catena, frangiflutto!
Ora mi aspetta il viaggio: io sono pronta.

(giugno 2010 / ag. 2014)

(la guerra)

Durante il tragitto la luce del viaggio aveva una violenza innocente
guardavo e sentivo il pudore dell’occhio nel cogliere il contrasto
sinuoso dell’ombra sui rami e l’arancione delle foglie, la terra
innocente si lasciava prendere dalla luce per poi perderla,
il cielo era un gioco di gravide nuvole. Avrebbe obbedito
a un semplice schiocco delle dita per cadere senza,
pensante o mancante, spedito alla sua foce
il flusso dell’aorta, sospinto a ruota libera. Ma svolge ora il filo
il «ghetto», trionfo dell’ovest , del dove-sto-io trasmesso tramestìo
del comando. Il ghetto si allarga e nuovamente lo spazio restringe
al vecchio modo al volere del re. Siamo tutti coinvolti.
Qualcuno ne è convinto a tal punto, da voler convincere anche tutti gli altri.

(giugno 2010 / ag. 2014)

Lucia Gaddo con Luciano Troisio e Cesare Ruffato

Lucia Gaddo con Luciano Troisio e Cesare Ruffato

Lucia Gaddo

Varco di ferina bellezza (la preghiera di Giuditta)

Ti meritassi oh Dio e cosí il popolo mio
se degno di Te fosse questo sangue
che teme sulla sponda e il ciglio
la marea dell’onda che avanza muggendo di dolore
le grida degli agnelli salgono dalla cinta del mondo 
Se protervia non veste noi
se la fede è grande cosí che il polso mi canta fermo
e non mi fiacca il dubbio di inopinabile meta,
ma dense le vene di un amore colmo
mi tracimano l’orlo del coraggio,
cosí, sfrontata e imprudente
pazienterò
l’ansia di disertare il maritale nido, che ha il ramo nella terra
e già mietuto il campo.

Non tornerò, forse, alle care mura
pregne della cenere degli avi
alla mia vigna sacra, ma ecco
mi si tinge il passo sulla via di quel disegno
orrido e vago che ora mi confonde l’occhio
con sguardo di miraggio.

La vita da morte a volte nasce e di me, Giuditta,
feroce luce può fare questa notte oscura:
avvenenza mi conduce Olinferno dal ferro delle schiere
all’ebbro voglioso sonno del giaciglio, e nella resa.
Velato di abbacinanti anelli non mi vacilla il braccio
che levo in nome Tuo
e, sul guanciale, mútilo l’urente giogo
che pulsa la sventura delle moltitudini;
né se ne avvede la cervice nera,
eppure muore la tracotante vena di Nabuco
e non lo sa.

Ecco l’orrido bottino, scomposta antenna,
i malvagi aggressori tutti, subito scora, e sperde.
Allo stendardo truce i pavidi, assediati, assetati figli di Betulia
rianimano pallidi.
Ecco, il segno lieve di viduante orma si è fatta fuoco
che incide di coraggio e arde
il cuore quieto degli agnelli.

11.1.2001 (inedito)

Patrizia Pallotta

Patrizia Pallotta

Patrizia Pallotta

Atalanta

Coraggio e dedizione
al paterno affetto
acconsentirono
a deporre frecce
e avventure,
Atalanta bella
e orgogliosa.
Era stella contraria
come una sconfitta,
ma il suono della
vita è anche questo.
L’unico desiderio
espresso fu la
competizione
nella corsa, tua
arma imbattibile,
fra i candidati.
Morte a chi fallìsce,
alloro al vincitore,
fu la regola imposta.
Gli dei vennero
incontro al tuo
destino e scelsero
Ippomene, invaghito
delle tue forme
e dell’intelligenza.
Il suo trionfo tracciò
quel percorso che
t’avviluppò fra
braccia vittoriose.

luna 3

Federica Taddei

Memorie di una modista

Fabbricavo cappelli,
le mie dita ferite componevano panama e zucchetti;
i preferiti erano rotondi
la flanella cucita attorno attorno,
dei copricapo assai cerimoniosi.
Avevano successo popolare
e anche, a volte, presso i danarosi
esponenti dell’alta società: festosi
li indossavano con quell’aria distratta, che
ignorava per sempre
la mia fatica, servita a modellarli.
Cappellucci insolenti, come trofei
dimostrativi di un vasto predominio.
Quel giorno che ci misi del veleno
nella stoffa,
nascosto in mezzo al feltro, disseminato in
fodere brillanti,
i cappelli dei ricchi, senza motivo, salirono di prezzo
andando a ruba: veletta alla cicuta….
curaro nel liscio borsalino….
Diventavo il destino.
Fu giustizia sommaria ed arbitraria , non
veramente rivoluzionaria,
non ero io che trasformavo il mondo,

eliminavo la rappresentazione
della ferocia, non la sua causa prima:
dichiarai la mia colpa
mi lasciai catturare, come un piccolo fiume
fa dal mare.

Anche qui dentro invento cappelli,
di carta o di mollica
senza fodere e nastri, qualche colore si,
qualche bottone
utile per guarnire un’ala,un bordo
una piega, qualche opaca perlina, come
fossi di nuovo
un’apprendista, in lunghe ore di attenta applicazione……
Ed in questa prigione, uguale e soffocante,
usciamo nel cortile, dove ogni giorno
mi vanto di quei tempi, lontani come il cielo
in cui misi il cappello a petrolieri,
industriali, armatori,
anche a qualche politico e a due preti :
li ho conservati, appesi alle pareti
testimoniano i gesti, felici e solitari,
con cui vestivo le teste dei potenti….
un contributo al vivere sociale….
Nella luce smaltata di gennaio,

quando il maestrale
lucida gli argenti, io mi sento ispirata:
faccio brillare la nostra infermeria,
ne spolvero gli armadi
sposto flaconi e fiale, sono famosa per il mio lindore,
fidata e silenziosa, non controllano più il mio operato.
Continuo a modellare i copricapo:
ripiego fra le dita i fogli colorati
e ricavo ogni strano cappuccio, cappelluccio,
copricapo da ciuccio, da giullare
destinato a qualche traditore,
che passa il tempo
in questi luoghi lieti,
a maneschi abitanti del complesso,
al commensale che spartisce le dosi ai giovani reclusi,
a quel banchiere che ha sbancato il suo banco
al mercante di carni deportate
vive,affamate,
di corpi magri ed occhi senza patria,
che implorano la vita;
confeziono per loro i miei cappelli :
avranno qualche cosa per la testa,
almeno nella loro dipartita,
un dono di mia mano, pietosa e lesta,
mai pentita del gesto… mai pentita

gian piero stefanoni

gian piero stefanoni

Gian Piero Stefanoni

Palazzo Comi

Ecco, il tuo “Spirito d’armonia”
tra le stanze segnate dal caldo
e da un vento sulle carte
ha voce forte d’uccello.

Qui dove perfino le nuvole
Partecipano di uno strano meccano
ed il mare s’inghiotte opponendo
il suo coro alla spiaggia.

L’albero a cui hai dato solco
ha dato fronde sottili: per sempre terra,
per sempre olivo, nell’ossame che ancora perdura.

Il pasto perso rincorrendo la luce;
la parola sua sola misura. Continua a leggere

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CINQUE POESIE E CINQUE POETI SUL TEMA DELLA MORTE – GLI ARRABBIATI Valerio Gaio Pedini, Matteo De Bonis, BSA, Ambra Simeone, Mariano Menna a cura di Ambra Simeone e Commento di Giorgio Linguaglossa

Escher Maurits Cornelis Drago

Escher Maurits Cornelis Drago

 Il tema della morte è un classico della riflessione poetica e filosofica. Ne Il mito di Sisifo Camus dice che una filosofia che non sa liberarci dalla paura della morte è una filosofia inutile. Heidegger ontologizza la morte e ne fa una destinazione dell’esserci, la sua forma costitutiva. Adorno, Ortega y Gasset e molti altri filosofi hanno violentemente protestato contro questa invasione dell’ontologia ed hanno parlato dell’essere per la vita quale forma costitutiva dell’ente umano, quell’ente che progetta, getta i ponti dei propri progetti sopra l’abisso della morte e là costruisce la città della vita.

Che il gruppo dei giovani Arrabbiati scriva poesie sul tema della morte era quasi inevitabile, da sempre i giovani hanno un rapporto privilegiato con la morte, la considerano con condiscendenza, anche con sarcasmo, con ironia, spazzano il campo dall’analogia morte-immortalità, dichiarano la loro aperta diffidenza verso ogni teoria che addomestichi la morte in ideologia per essere utilizzata contro i vivi e la vita.

(Giorgio Linguaglossa)

 

valerio gaio pedini

valerio gaio pedini

Valerio Gaio Pedini

Gloria teo morte: monologo mortuario

 Asfissia: una parola complessa, penso: ché poi mica tanto complessa è
La NATURA del mio precipizio UMANO:
ora, non è per fare il filosofo: la filosofia è un’accozzaglia di ipocriti: di uomini soli:
di uomini e basta: LA CRITICA DELLA RAGION PURA: ma quale RAGION PURA.
“Gloria Teo Morte!”
Riecheggia nell’Alba, che è solo un Tramonto, nel tramonto, che è solo un’alba!
Sfiorire è nascere, nascere è sfiorire:
perire lentamente.
No, no, no, no, no, no, no, no, no, no, merda, merda, merda, merda, merda
Non credete alla sanità delle parole! Alla ragione!
La terra è rimpianto, pianto isterico: nostalgia: i fiori appassiscono nascituri
Com’io mi sgretolo nella mia tirannia psicologica:
fatto, disfatto
Mai cercai Morte
Gloria Teo Morte
È la morte che vive dentro di me, di noi, di tutto: là dove c’è vita c’è morte: è solo il principio di un equilibrio cosmico:
“Non incontrerai mai la morte” profetizza Epicuro, filosofo del giardinaggio.
Nooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo! La morte vi è poiché esisto, poiché nacqui, poiché fui generato: senza la vita, non vi è morte, senza la morte non vi è vita
È tutto uno sfiorire lento
Calpestato dai nostri piedi:
l’uomo? È un suicidio: un suicidio permanente che deve essere terminato, perché io sono uomo che supera l’uomo e che non vuole esserlo
come nessuno mai, consapevole delle proprie debolezze, del proprio dolore, della propria disarmonia!
Assuefatti a scomparire siamo cadaveri mangiati dai vermi, ma almeno nutriamo i vermi:
dalla cenere può nascere ancora qualcosa, oh uomo:
ascolta Eraclito, era più profeta di Cristo: Tutto Scorre, Tutto Muta: un sasso sarà pur un’altra vita, perché darà vigore alla Terra: finalmente.
Dove sarà quell’unico corpo di VITA, lì troverò SPERANZA nella FINE DEL TEMPO: la fine del VACUO.

 

matteo de bonis

matteo de bonis

Matteo De Bonis

Morte di un lirico ideale
a Salvatore Toma

Attraverso
le diroccate rovine di un
ponte carnale a voi
fluiscono ora,
purché siano rigonfie,
coorti di rose immaginose che
auliscono.

Mentre
la penna danzante avanza
su fogli puntellati col sangue,
piombavano
e vincevano nerborute
fisicità.
Un lirico ideale è stramazzato in terra,
colpito da ventitre coltellate. Ahimè!
Attraverso le voci singolarmente
affettate per voi
s’impennano ora, che sommuovano
almeno,
coorti di rose immaginose che
occhieggiano.

 

Bsa

Bsa

BSA
Morte

Insopportabile sarà
la Vita per colui che
la Morte non ha accolto nel suo cuore.
Nascere, morire, nascere,
morire, nascere. Questa la Natura
dei Vivi. Nascer non puoi senza
Morte, Vita mai sarai così bella
togliendo la precarietà. Zeus stesso
questa c’invidiava.

io io io io io io io io io io
sono Immortale finché non penso.
Ma gl’Immortali sono i soli già morti.
Rinunci a pensare alla Morte,
Rinunci a migliorare ed accettare ciò
che non ti piace. Morto in vita per
la Morte evitare. Ipertrofico l’IO
rende stupido, impreparato e banale.

Finalmente morrò, il mio zainetto
di carne lasciato a biodegradare, finalmente
dopo tanti pasti uno abbondante
lascerò al microscopico
mondo batterico, sempre attivo, sempre cangiante.

Dei rimanenti 21 grammi non so, non m’interessa.
Troppo difficile cercare una risposta, che
se esiste mi sarà data al giusto momento.
Ripeto senza sosta:

Morte ti amo, perché parimenti
amo la Vita.

 

Ambra Simeone

Ambra Simeone

Ambra Simeone
alcune indicazioni utili da ricordare in caso di morte

in caso di morte violenta per guerre o genocidi sulla striscia di Gaza
ricordarsi di postare su facebook tutte le foto più orribili, così che qualcuno le veda
e rimanga sconvolto un minuto e poi scriva sì mi piace oppure lasci un commento,
in caso di funerale di parente, di amico o conoscente che dir si voglia,
ricordarsi di applaudire e di mettere sulla bara la bandiera della squadra del cuore,
che poi si potrebbero portare anche una o due trombe da stadio, che fanno colore,
in caso di suicidio di poeta sconosciuto ricordarsi di scrivere più articoli sui blog
che parlino di lui, del suo sfortunato destino e di come non se lo cagava nessuno,
perché adesso, adesso ci sta davvero a cuore e quel che scriveva ora ci piace,
in caso di morte dell’autore più noto, ricordarsi quanto meno di ristampare
tutto ciò che lo riguarda, biografie, prime uscite, vecchie lettere e cartoline
poi ricordare a tutti che è stato importante e vendere tutto quel che è possibile,
in caso di morte di muratore o minatore, dirlo in tv una volta sola e poi basta
in caso di morte di dittatore o d’imprenditore ricordarsi di dirlo più volte,
scrivere libri sulla loro vita e ingaggiare opinionisti che ce ne parlino tanto,
in caso di morte di bimbo, investito da ubriaco, ricordarsi di avviare il processo
in caso di morte accidentale di un cane sotto l’auto di uno che non lo aveva visto,
non dimenticare di chiamare un po’ di gente, che ci aiutino a farlo un poco a pezzi,
in caso di morte per droga di un cantante o di un attore, non vogliamo mica non
glorificarlo, si ci facciano su un paio di film, una serie di quadri e tre reportage,
insomma casomai vi doveste scordare, alcune indicazioni utili in caso di morte.

 

Mariano Menna

Mariano Menna

Mariano Menna

La ballata del suicida

Troppe, lunghe ore, io passo ad aspettare
la fine di una vita che non ha più altre trame.
Chiuso nel mio buio, nella mia paura,
appeso ad una corda rendo a Dio la sua fattura.

Questo suo regalo che voi chiamate vita,
non è che una bestemmia ormai finita.
Penso ai miei tre figli che sto per lasciare,
perché nel mio corpo l’aria no, non ci può stare!

Diventerò un suicida quando il gallo canterà,
non ho saputo reggere allo stress della città
in cui venuto al mondo, già stanco per natura,
mi sono condannato a tanti debiti d’usura.

Tanti i fallimenti che ho dovuto sopportare,
troppe le ferite che ho tentato di guarire,
ora lascio il mondo e voi lasciatemi morire,
solo, in questa stanza, l’esistenza terminare.

Rido mentre piango, è scoccata la mia ora,
un ultimo consiglio lascio udir dalla mia gola:
“Non ripudiate il mondo perché, pur pentito, adesso
capisco questo errore, ma dovrò morire lo stesso…” Continua a leggere

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Poema in cinque canti “Edison” del poeta ceco Vitĕzslav Nezval (1900-1958) a cura di Antonio Sagredo – (Parte prima)

praga ponte carlo

praga ponte carlo

Il poema in cinque canti Edison del poeta ceco Vitĕzslav Nezval (1900-1958) fu concepito nell’autunno del 1927. Fu pubblicato per la prima volta a Praga nell’estate del 1928. Nel 1930 fu inserito assieme ad altri poemi nel volume Básnĕ noci (Poesie della notte) dedicato, non a caso, alla memoria del poeta moravo Otokar Březina. Nezval ha un avvio poetico danzante, giocoso, spumeggiante, rutilante, spensierato, così come i suoi compagni di strada che si riuniscono in un gruppo denominato Devĕtsil (farfaraccio, chè una pianta con foglie grigiastre e pelose e fiori piccoli di color rosa o bianco).

Il Devĕtsil esalta la poesia proletaria, poiché l’eco della rivoluzione russa ridesta nuove forze creatrici che percorrono tutte le generazioni europee. Perciò il Devĕtsil attinge a mani spiegate dalle avanguardie artistiche straniere il culto della tecnica e della elettricità, della macchina e del movimento, e pure dagli sperimentalismi pittorici (cubismo) e da quelli poetico-linguistici (parzialmente dal futurismo italiano con Martinetti nel 1921 e molto dal futurismo russo tramite Roman Jakobson a   Praga nel 1920). Si esalta questo gruppo di poeti per il cinematografo muto, per  il western americano e il circo (come i russi), e per i nuovi toni musicali e architettonici e infine per la scultura tutta fondata sul moto continuo della forma. Ma è che tutte le arti sono esaltate.

Praga

Praga

Il Devĕtsil è formato dunque da poeti, pittori, scrittori, registi, saggisti, caricaturisti, critici d’arte e letterari, architetti, ecc.  La poesia ceca contemporanea nasce dalla poesia Zone di Apollinaire (che fu a Praga nel 1902) tradotta da Karel Čapek:. La pittura, invece, tramite il gruppo Osma – che si rifaceva a Munch – si accosta a Picasso e Braque con i pittori  Filla, Kubišta e Zrzavý. Nezval, dunque, visse questa iniziale fase ottimistica e ardimentosa – e pure vitalistica perché protesa verso il sociale – che indifferentemente riuniva maestri come Rimbaud (colore-parola) e Jarry (le stramberie circensi) e gli esperimenti del dada. Questi entusiasmi trovarono le atmosfere adatte nei caffè praghesi, specie allo Slavie, dove infatti nacque il Poetismo, nel 1924, che mise fine all’epoca del Devĕtsil, il quale s’era dimostrato fin troppo “programmatico, pesante gioco, qualcosa come una pratica ascetica e una grave regola che escludeva dalla  gioia della vita i suoi mali assortiti adepti” (F. X. Šalda). E allora i poeti e gli artisti cominciarono a “trascurare la tematica sociale e l’elemento didascalico e concentrarono la loro attenzione sulla forma e sul puro gioco delle metafore” (A. M. Ripellino).

Questo nuovo orientamento era straordinariamente confacente allo spirito di Nezval, e perciò ecco scaturire dal suo canto le irrefrenabili e rutilanti metafore, i giochi acrobatici tra parole, associazioni da vertigine e analogie impensabili; in tutto questo circo delle parole la pantomima nezvaliana è felicemente pazza, non si decanta, è perennemente in moto; e poi, ancora, come cascate di fuochi d’artificio l’uso ossessionante delle anafore (che già Březina  usava) che stordiscono il lettore e lo conducono in paesi lontani, esotici, in una sorta di piani sovrapposti, musicali e colorati; e come in una scatola magica: visioni inesprimibili e indicibili.

Furono questi poetisti “cavalieri dell’immagine” che vollero vivere la vita come era effettivamente nei loro sogni immagnifici, e non vollero subirla affatto; e tutto ciò che era stato vitale nel Devĕtsil fu ripreso, non per dire e affermare con parole teoriche e vuote, ma per vivere concretamente con atti, con gesti, con reali viaggi (il poeta Biebl, p.e., si recò a Giava). Nei versi di Nezval  c’è tutto questo amore, passione per il corpo in giro per il mondo, come l’elettricità che collega, comunica con l’America, con Parigi, con l’Africa… così nel suo teatrale  Depeše na kolečdkách (Dispacci a rotelle), che una compagnia teatrale universitaria (gli Skomorochi) mise in scena nel 1971, a Roma,  al teatro Abaco – diretta dal Ripellino.

 

primavera di Praga, 1968

primavera di Praga, 1968

Ma, al contrario di quanto pensava il teorico del gruppo Karel Teige, questi avventurosi spostamenti, mascheramenti, questi indiavolati viaggi – vere e proprie metafore geografiche (stupende quelle di Majakovskij), assillanti peregrinazioni reali o immaginarie – nascondono una certa angoscia, angustia, timore, perdita della quiete… e il poeta Halas detta: muffa, putrefazione, ossa, atmosfere meste, dolorose, insanguinate.

A tre anni, dunque, dalla nascita del Poetismo, il poema Edison “poesia d’incubi”(?) , costringe  Nezval ad accostarsi alla prigione lunare – romantica/byroniana – di Karel Hynek Mácha, al canto cosmico di Otokar Březina, alle ballate indicibili e paurose di Karel Jaromír Erben.

È che Nezval ha bevuto troppo alla coppa dell’ebrezza, ma la sua metafora non perde vigore, efficacia, invece assume una più pesante corposità: è martellante come prima, ma non è più spumante, e diviene un  gravido e denso vino rossastro, che in controluce genera fluttuanti colori non più vivaci, e quindi: il viola, il marrone, il verdastro, il bianco spettrale e lattescente, un grigiastro mercurio: è il nuovo immaginoso congegno del poeta che stavolta smaschera, incide, deforma la realtà. La  sua visione è adesso la fuga, un non ritorno.

L’Edison  è tutto questo: una  macchina senza moto, elettricità che è trucco e non più gioia: fa male comunicare: troppe tragedie in atto; e allora non più la felicità universale, ma il vacuum cosmico. La pantomima di Nezval s’incrina e s’avvia ad incontrare la poesia funebre e metafisica boema di secoli prima, ma che proprio dal 1927 (anno dell’Edison) al 1945 celebrerà di nuovo, come una volta, ancora i suoi fasti.  L’Edison è una stralunata, beffarda ombra, suicida e assassina allo stesso tempo… è simile al reale fittizio, che senza requie vela e disvela, del poeta russo Alexander Blok!

La città di Praga è una “baccante di neve” che si specchia vanamente nel suo fiume, nero, la Vltava, poiché non si riconosce se non come ubriaca prostituta, vomito variopinto di luci riflesse, viandante insensato che fissa una stella… inebetito… impiccato che oscillando vuole cantare versi, ma strozzati! Praga-America-Praga… e il viaggio è compiuto – se viaggio c’è stato – finito in un bicchiere d’alcool sui banchi umidi dei bar, sulle stelle avvelenate, sulla neve non più candida… e sotto i ponti di un fiume oramai torbido e desideroso di nuovi suicidi. Il caleidoscopio coloratissimo delle forme barocche – ma come viste da una vetrata gotica – dell’Edison  è macchiato dai sogni impossibili di chi è destinato a divenire l’ombra di una pantomima che si strazia e si tortura.

Vitĕzslav Nezval 2

Vitĕzslav Nezval

 

Vítězslav Nezval piedi Le motivazioni ideologiche-politiche, invadenti tutta l’Europa di quei tempi, ebbero il sopravvento anche su quelle specificatamente culturali che agitavano poeti e artisti appartenenti a svariatissimi movimenti e correnti. Motivazioni che stabilirono tempi e metodi del distacco al momento opportuno tra gli stessi surrealisti nei rispettivi campi di indagine artistica; ma le polemiche e le incomprensioni che ne conseguirono coinvolsero anche tutti gli esponenti del surrealismo ceco, che si schierarono  contro o a favore di quello internazionale.

Nezval, pregato da Breton, di rientrare nel gruppo in nome di una unità da rifondare e riformare, rifiutò; il suo punto di vista era oramai completamente diverso e opposto anche da quello del teorico Karel Teige, che fu il corifeo che esportò per primo a Praga i dettami del  surrealismo internazionale, i quali assunsero poi aspetti tipici dell’arte, della cultura e tradizione boema. Nezval ebbe pure un grave dissidio col poeta František  Halas. Vi fu  inoltre un secondo surrealismo ceco che, dapprima clandestino (1942) divenne ufficiale nel 1946, a Brno; la sua fine avvenne nel 1949 a causa di una nuova ideologia e corso politico dominanti.

A differenza dei francesi, i surrealisti cechi non nutrirono mai un’assoluta e totale fiducia nel procedimento automatico-creativo, né furono rappresentanti estremisti di un surrealismo vago e fanatico fine a se stesso (d’altronde lo stesso Breton criticò chi si sentiva “troppo” surreale sino a smarrirsi completamente); né i cechi s’adoperarono per allontanarsi dalla vita reale quotidiana e dal sociale per poi  legarsi ad un’altra realtà che fosse puramente mentale.

(Antonio Sagredo)

Vítězslav Nezval piedi con corda 

 

Vitĕzslav Nezval

Vitĕzslav Nezval

Vítězslav Nezval e Karel Teige in teatro

Vítězslav Nezval e Karel Teige in teatro

EDISON

1° Canto

Le nostre vite sono tristi come il pianto
Una volta, verso sera, usciva da una bisca un giocatore
nevicava, fuori, sopra gli ostensori dei bar
l’aria era umida poiché si avvicinava la primavera
ma la notte sussultava come una prateria
sotto le granate dell’artiglieria delle stelle
le ascoltavano sugli umidi tavoli
ubriachi curvi su bicchieri d’alcool
donne seminude con penne di pavone
malinconici come i tramonti

Ma c’era qualcosa di opprimente che straziava
tristezza lamento e angoscia della vita e della morte.

Ritornavo a casa passando per il ponte delle Legioni
cantando in segreto un motivetto
ubriaco di luci notturne delle barche sulla Vltava
il duomo di Hradčany sonava le dodici esatte
mezzanotte di morte la stella del mio orizzonte
in questa umida notte di fine febbraio

Ma c’era qualcosa di opprimente che straziava
tristezza lamento e angoscia della vita e della morte.

Chinandomi dal ponte io vidi un’ombra
l’ombra del suicida che cadeva negli abissi
ma c’era qualcosa di opprimente che piangeva
era l’ombra e la tristezza di un giocatore d’azzardo
gli dissi signore per carità chi è lei
con una voce triste mi rispose nessun giocatore
ma c’era qualcosa di triste che taceva
ed era un’ombra che sporgeva come una forca
un’ombra che cadeva dal ponte gridai ah, no!
voi non siete un giocatore! no, voi siete un suicida

Andavamo tenendoci per mano, salvi
andavamo mano nella mano trasognati
fuori città, verso la periferia di Košiře
ci salutavano da lontano ventagli notturni
danzavano gli alcools sui chioschi della tristezza
andavamo mano nella mano insieme taciturni

ma c’era qualcosa di opprimente che straziava
tristezza lamento e angoscia della vita e della morte.

Aprii la porta e accesi il gas
portai a dormire la mia ombra della strada
dissi signore per noi due questo è sufficiente
ma non era più l’ombra del mio giocatore
era soltanto un fantasma o una illusione?
me ne stavo solo nel mio solito cantuccio

ma c’era qualcosa di opprimente che straziava
tristezza lamento e angoscia della vita e della morte.

Mi sedetti dietro un tavolo sopra un cumulo di libri
dalla finestra osserva come cade la neve
osserva i fiocchi come s’intrecciano in ghirlande
con la loro chimerica nostalgia
ubriaco di ombre inafferrabili
ubriaco di luci affondate nelle ombre
ubriaco di donne che inseguono sogni e serpenti
ubriaco di donne che seppelliscono la loro giovinezza
ubriaco di avventurose crudeli belle donne
ubriaco di voluttà e di schiume insanguinate
ubriaco di tutta la crudeltà che istiga e tortura
ubriaco di raccapricci e di lutti della vita e della morte

Mi dissi dimentica già le ombre
sfogliando giornali vecchi di una settimana
scorsi il grande ritratto di Edison
che affogava nel fetore della nera stampa
c’era accanto la sua più nuova invenzione
sedeva nel talare come un sacerdote medievale
ma c’era qualcosa di bello che straziava
coraggio e gioia della vita e della morte

Vítězslav Nezval cop

2° Canto

Le nostre vite spiccano come carcasse.
Una volta, verso sera, tornava un rapido
fra il Canada e il Michigan
attraverso gole di montagna di cui non so il nome
camminava lungo i corridoi un piccolo fattorino
col berretto calcato sugli occhi
ma c’era qualcosa di bello che straziava
coraggio e gioia della vita e della morte

Suo padre era sarto calzolaio e spaccalegna
mercante di grano aveva una capanna una soffitta una cantina
ed un eterno girovagare che tanto ci seduce
morì di malinconia per la sua terra e di giovanile tristezza

Papà tu sapevi cos’è l’eterno struggimento
oggi di te non c’è che cenere stella o lampo
papà, tu sapevi che dovunque ci sono dei villani
fra i santi e i tagliaboschi
tu hai conosciuto i vagabondaggi e la fame
vorrei morire come te anche giovane e insolente
ma c’era qualcosa di opprimente che straziava
tristezza lamento e angoscia della vita e della morte

Io non so dove e se hai una tomba
è rimasto del tuo sangue soltanto un orfanello
guarda già in Canada sillaba i tuoi libri
guarda già si rallegra di andare a vedere le corse
guarda già legge le biografie famose
l’enciclopedia e le antiche epopee
guarda è già adolescente guarda come il tempo passa presto
guarda non gioca più: legge libri di chimica

Anch’io spesso da bambino sono stato un eroe
anch’io leggevo i libri di Darwin
anch’io giocavo più seriamente degli altri
con l’acido solforico nel piccolo laboratorio scolastico
col catalizzatore e l’ammoniaca con la bobina rumkorf
ma perché volevo essere anch’io un suonatore d’arpa
ma perché amavo anche l’organetto
ma perché giocavo anche alle favole
che mi è rimasto qualcosa di opprimente che straziava
tristezza e lamento della vita e della morte

Tommaso tu non eri un homme de métier
tu hai letto “l’analisi della malinconia”
anche tu hai conosciuto il dolore la tristezza il lamento e l’amore
nei libri, a Detroit, fra migliaia di volumi
anche tu hai sognato di viaggi per mare
nel tuo primitivo laboratorio
che hai agganciato alle carrozze di un treno merci
in cui hai arricciato le ali di uccelli di carta
GRAND TRUNK HERALD! VELKÝ VESTNÍK in carrozza!
Componi! Stampa! Guerra! Scontri! Erosione!
Gridi appena uscito! Comprate! Nuove notizie!
Incendio in Canada e Piccolo corriere di Giava

ma c’era qualcosa di bello che straziava
coraggio e gioia della vita e della morte.

Una volta ti sei gettato d’un tratto sotto le ruote
neppure un’anima viva tutt’intorno
ma già trascini il fanciullo tra i repulsori
hai salvato la sua vita e ricevi i miei ringraziamenti

Eccoti al lavoro nel calzaturificio
le macchine schizzano fuoco come vesuvi
su ogni scarpa quanto hai sospirato
so che hai ereditato l’inquietudine di tuo padre vagabondo

Giri come un facchino da un cortile all’altro,
una volta te ne sei andato deluso da New York
errando in questa metropoli americana
eri deciso a gettarti su qualsiasi cosa
forse allora giocavi a carte forse bevevi anche
forse là hai lasciato il meglio delle tue forze

ma c’era in questo qualcosa di bello che straziava
coraggio e gioia della vita e della morte Continua a leggere

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WYSTAN HUGH AUDEN (1907-1973)O TELL ME THE TRUTH ABOUT LOVE” (Ditemi, vi prego, la verità sull’amore) – versione di Giorgio Linguaglossa con nota di Iosif Brodskij e un Commento di Alfonso Berardinelli

 

New York di notte

New York di notte

Questa poesia è la prima di dieci composizioni di Wystan Hugh Auden (New York 1907-Vienna 1973), composte fra il 1932 e il 1939. Molte di esse furono scritte per la musica di Benjamin Britten e per l’interpretazione del soprano Hedli Anderson; una prima versione di Funeral Blues venne musicata da Britten per The Ascent of F6, uno dei tre lavori teatrali che Auden scrisse in collaborazione con Christopher Isherwood.

Le dieci poesie che troverete sotto questa copertina sono state scritte quando la maggior parte di voi non era ancora tra i vivi: circa sessant’anni fa, negli anni Trenta. Nel mondo che si era appena riavuto dalla prima guerra mondiale e si stava avviando verso una carneficina anche più grande.

Tutti sapevano dell’una, pochissimi presentivano l’altra. Tra questi pochissimi era Wystan Hugh Auden, l’autore di queste poesie che, si può ben dire, portano in sé l’odore della guerra imminente. O, in ogni caso, l’odore del futuro.

I temi di queste poesie sono l’amore e la disonestà – i due poli tra i quali ci siamo trovati a soggiornare nel nostro secolo, pronti a gloriarci della loro occasionale divergenza ma bravissimi, anche quando siamo sfortunati, a conciliarli tra loro, a fonderli insieme. Ci sono buone ragioni se i versi del poeta oscillano tra la più intensa tenerezza e parossismi di indifferenza, e se da queste oscillazioni nasce uno stridente lirismo che non ha precedenti.

Non vi succederà un’altra volta di incontrare canzoni d’amore così cariche di apprensione. Contengono e trasmettono una sensibilità dissonante che si presterebbe facilmente a essere manipolata se non fosse per l’assoluta sobrietà che la sostiene. Inutile dire che non lasciano molte illusioni né a chi ama né a chi è amato; e meno ancora ne offrono al vostro prossimo e allo sconosciuto. Profondamente tragiche come sono, rimangono anche straordinariamente divertenti, perché la loro ironia è un risultato della desolazione.

W.H. Auden

W.H. Auden

 Riescono a sedurre e a temprare nello stesso tempo; in questo sta il loro potere e, insieme, la loro garanzia di durata. Ma ad accrescerne il vigore contribuisce la loro forma tradizionale: sono infatti, sostanzialmente, versioni moderne della folk ballad, e la ballata popolare è il «genere» che consola il lettore per la sua intonazione, se non con il suo contenuto narrativo. Una buona lirica è l’unica assicurazione che un soccombente riesce a riscuotere.

«Ballata» viene dal verbo «ballare»; e in una ballata, in un certo senso, tutto è danza, tutto balla e ammicca all’ascoltatore o al lettore: il tema, il significato e, più ancora, il metro. Poiché in generale ha per tema la violenza e la resa dei conti, la ballata è normalmente coincisa nell’esposizione e molto perentoria nel dénouement, nel suo scioglimento finale. Il nostro poeta, sovvertendo questo genere per piegarlo all’intento lirico, vi lascia vibrare l’eco sconvolgente di una danse macabre tudoriana. Quanto più forte è l’accento lirico, tanto più le dita del lettore sono portate a battere il tempo. Sono molto drammatiche, queste poesie; e non c’è da stupirsene, poiché spesso sono i frutti secondari, se così vogliamo chiamarli, della vasta attività teatrale cui Auden si dedicò negli anni Trenta in collaborazione con Christopher Isherwood. Ciò non toglie nulla alla loro autonomia, che è fuori questione, e al loro timbro, che è tagliente. Con l’asciutta precisione delle loro immagini e la semplicità della dizione, esse appartengono per natura al palcoscenico; ma l’intensità del sentimento era già un motivo più che sufficiente a metterle in corsa per la copertina di un libro.

Benché siano in effetti un diversivo rispetto ala sua attività principale, queste poesie offrono un’ottima occasione per dare una prima occhiata a colui che è stato, senza alcun dubbio, il più grande poeta inglese di questo secolo:  un’affermazione che si può fare con la coscienza tranquilla, ora che il secolo ha davanti a sé soltanto sei anni. Vi potrà capitare certamente, di sentire opinioni differenti, ma dovette fidarvi dei vostri occhi. La superiorità di Auden rispetto ai suoi contemporanei è ovvia nella sua maestria tecnica, nella sua cultura e nella sua capacità di penetrare a fondo nella condizione umana. ma è soprattutto evidente nell’enorme generosità del suo spirito e nell’intelligenza con cui viene incontro al lettore in ognuno (non è un’esagerazione) dei suoi versi.

Anche nei suoi momenti più bui Auden vi illumina e vi scalda il cuore. Per quanto il libro sia smilzo, nel chiuderlo sentirete e vi direte non quanto è grande questo poeta, ma quanto umani siete voi. Le sue poesie sono totalmente immuni da qualsiasi posa, e non vi parlano del poeta e dei suoi travagli ma vi dicono se potete farcela… le poesie di Auden rendono più accettabile questa vita. Il dono di creare un tale effetto è raro nel nostro mondo, e conviene approfittarne. Evidentemente, composto come noi «of Eros and of Dust, /Beleaguered by the same negation and despair» (di Eros e di Polvere, / assediato dalla stessa negazione e disperazione), egli era migliore di tutti noi, poeti e non poeti. Non c’è alcun motivo, per noi, di non sopportare ciò che egli sopportava. Merita di essere ascoltato, e non ve ne pentirete; e anzi, sì, se si può accettare la morte, è perché lui è morto.

dalla Prefazione di Iosif Brodskij a W.H. Auden La verità, vi prego, sull’amore Adelphi, 1995

 

W.H. Auden with Cecil Day-Lewis and Stephen Spender

W.H. Auden with Cecil Day-Lewis and Stephen Spender

 Ha scritto di Auden Alfonso Berardinelli: «L’opera poetica di Auden ha una fluidità a volte oratoria e a volte colloquiale che già di per sé segna una svolta rispetto allo stile “modernistico”, concentrato, ascetico, spesso orfico, ontologico, caratteristico della generazione dei poeti che ha preceduto la sua. Anche come poeta e non solo come saggista, Auden è soprattutto un uomo che “parla”. Si potrebbe dire che la sua stessa poesia è in larga misura saggistica versificata e animata dall’energica regolarità degli schemi metrici.

“La poesia non è magia”, ha affermato. “Se si può attribuire alla poesia o a qualsiasi altra forma d’arte, uno scopo ulteriore, questo consiste nel disincantare e disintossicare, dicendo la verità”.

Il linguaggio poetico di Auden non aspira a essere un sostituto, un surrogato fonosimbolico della realtà. È piuttosto, del tutto consapevolmente, un commento alla realtà, più osservata a distanza, da fuori e dall’alto, che direttamente vissuta. Auden non è un poeta dell’essere,  un poeta del pensare (…) Nella poesia di Auden le parole non vogliono essere cose, né influire sulle cose. la coscienza della separazione fa linguaggio e realtà è un presupposto che lo scrittore non dimentica mai. La poesia resta un evento del pensiero e del linguaggio; non cambia niente di esterno a sé. Pensieri e cose, lingua e mondo sono dimensioni parallele. (…) “i misconosciuti legislatori del mondo” scrisse “è una definizione che si attaglia ai membri della polizia segreta, non ai poeti”»

(A. B. in Casi critici Dal Post-moderno alla mutazione, Quodlibet, 2007,pp. 139.40)

 

W.H. Auden

W.H. Auden

O tell Me the Truth About Love

(Ditemi, vi prego, la verità sull’amore)

 

Some say that love’s a little boy,
And some say it’s a bird,
Some say it makes the world go round,
And some say that’s absurd,
And when I asked the man next-door,
Who looked as if he knew,
His wife got very cross indeed,
And said it wouldn’t do.

C’è chi dice che amore è un putto,
e altri che è un uccello,
altri dice che fa girare il mondo,
c’è chi dice sia un assurdo,
e quando ho chiesto a quello della porta accanto,
che sembrava ne sapesse,
a sua moglie andò di traverso
e disse che non ne sapeva niente.

Does it look like a pair of pyjamas,
Or the ham in a temperance hotel?
Does its odour remind one of llamas,
Or has it a comforting smell?
Is it prickly to touch as a hedge is,
Or soft as eiderdown fluff?
Is it sharp or quite smooth at the edges?
O tell me the truth about love.

Che assomiglia ad un pigiama,
o al salame in un hotel dabbene?
L’odore rammenterà il lama,
o avrà un odore confortevole?
Punge se lo tocchi come uno spino,
o è lieve come un abile piumino?
È affilato o liscio lungo gli orli?
Ditemi, vi prego, la verità sull’amore.

Our history books refer to it
In cryptic little notes,
It’s quite a common topic on
The Transatlantic boats;
I’ve found the subject mentioned in
Accounts of suicides.
And even seen it scribbled on
The backs of railway-guides.

I libri di storia ne parlano
in qualche criptica noticina,
ma è un argomento comune
a bordo delle navi da crociera;
ho visto dei cenni in qualche
cronaca dei suicidi,
e ci ho persino scritto sopra
sul retro degli orari ferroviari.

Does it howl like hungry Alsatian,
Or boom like a military band?
Could one give a first-rate imitation
On a saw or a Steinway Grand?
Is its singing at parties a riot?
Does it only like Classical stuff?
will it stop when one wants to be quiet?
O tell me the truth about love.

ulula come un cane alsaziano,
o come l’esplosione di una banda militare?
Si può farne una discreta imitazione
su una sega o uno Steinway da concerto?
È il suo canto alle feste un fracasso?
O amerà soltanto il classico?
Si fermerà quando si vuole stare in pace?
Ditemi, vi prego, la verità sull’amore.

I looked inside the summer-house;
It wasn’t ever there:
I tried the Thames at Maidenhead,
And Brighton’s bracing air.
I don’t know the blackbird sang,
Or what the tulip said;
But it wasn’t in the chicken-run,
Or underneath the bed.

Sono andato a sbirciare nel bersò;
non c’era mai stato lì;
l’ho cercato sul Tamigi e a Maidenhead,
e per l’aria frizzante di Brighton.
Non so che cosa cantasse il merlo,
o cosa dicesse il tulipano;
non era neanche nascosto nel pollaio,
o sotto il letto.

Can it pull extraordinary faces?
Is it usually sick on a swing?
Does it spend all its time at the races,
Or fiddling with pieces of string?
Has it views of its own about money?
Does it think Patriotism enough?
Are its stories vulgar but funny?
O tell me the truth about love.

Può fare smorfie strabilianti?
si sente sempre male su un’altalena?
Trascorre tutto il tempo alle corse,
o a strimpellare su corde scordate?
Avrà una sua opinione sul denaro?
Pensa da patriota, o no?
Sono le sue storie volgari o allegre?
Ditemi, vi prego, la verità sull’amore.

When it comes, will it come without warning
Just as I’m picking my nose?
Will it knock on my door in the morning,
Or tread in the bus on my toes?
Will it come like a change in the weather?
Will its greeting be courteous or rough?
Will it alter my life altogether?
O tell me the truth about love.

Quando viene, viene senza preavviso,
proprio quando ho le mani nel naso?
Busserà di mattina alla mia porta,
o mi schiaccerà il piede nel bus?
Verrà come un mutamento nel tempo?
Sarà cortese o rozzo il suo saluto?
Muterà il corso della mia vita?
Ditemi, vi prego, la verità sull’amore.

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POESIE SCELTE di Hans Magnus Enzensberger con una nota di Alfonso Berardinelli

 

Berlino

Berlino

Enzensberger Hans Magnus (Kaufbeuren, 1929) scrittore, poeta, saggista, autore teatrale, traduttore e giornalista è considerato uno degli intellettuali più importanti del panorama internazionale. Ha scritto anche sotto lo pseudonimo di Andreas Thalmayr e Linda Quilt. Attualmente vive a Monaco. Ha compiuto studi di letteratura, filosofia e lingue presso le Università di Erlangen, Friburgo, Amburgo e alla Sorbona di Parigi. Nel 1955 ottiene il dottorato di ricerca in filosofia con una tesi sulla poesia di Clamens Brentano. Nel primo dopoguerra diviene uno degli animatori del Gruppo 47, movimento intellettuale che annovera tra le sue fila scrittori come Grass, Böll, Celan e che si prefigge di far risorgere la cultura tedesca dimenticata e repressa dal regime nazista. Nel 1965 fonda la rivista “Kursbuch”, tra le più vivaci della Repubblica Federale Tedesca e successivamente, nel 1980, il mensile “TransAtlantik”. Dal 1985 si cimenta anche nell’attività editoriale pubblicando la prestigiosa collana di libri “Die andere Bibliotek”, che attualmente conta circa 250 titoli.

Per i suoi lavori, tradotti in oltre quaranta lingue viene insignito di numerosi premi ed onorificenze, tra cui il Premio Georg Brüchner (1963), il Premio Grinzane Editoria (2001) il Premio Principe delle Asturie (2002), il Premio Lerici Pea (2002), il Premio Merck-Serono (2007), il Sonning Prize (2010).
Einaudi ha pubblicato, negli anni, circa una ventina di suoi titoli, da “Palaver” (Nuovo Politecnico 80, 1976) al recente “I miei flop preferiti” (Supercoralli, 2012). Per la ‘Collezione di poesia’ ricordiamo i titoli che hanno fatto la storia della poesia contemporanea: “Mausoleum” (1979), “La fine del Titanic” (1980), “Musica del futuro” (1997), “Più leggeri dell’aria” (2001) e “Chiosco” (2013).

 

Hans Magnus Enzensberger

Hans Magnus Enzensberger

Estratto da QUI LIBRI n. 19 – POESIA – a firma di Alfonso Berardinelli

…Chi si mette a leggere un poeta, di solito pensa di sapere che cos’è la poesia e cosa aspettarsi. Questo non è un errore e neppure un grave pregiudizio. Con qualche differenza, i poeti che si somigliano sono molti. Enzensberger è certamente un poeta, ha scritto poesie brevi e lunghi poemi. Ma con lui, mi sembra, è meno facile del solito prevedere di cosa parlerà scrivendo in versi. Il fatto è che parla comunque di qualcosa, anche quando si tratta di qualcosa che tende a sfuggire. Per quanto ludico, inventivo, paradossale possa essere il suo linguaggio o metodo, chi legge non deve immaginare che l’autore si accontenterà di sapere, scrivendo, che il linguaggio poetico contiene in sé la Funzione Poetica, che la poesia è preferibilmente priva di contenuti, evita il significato, non comunica pensieri ma combina parole sperando che dal loro accostamento nasca qualcosa, non si sa cosa.
Lo scrittore americano John Updike ha detto una volta che il famoso espressionista astratto Jackson Pollock procedeva esattamente così: accostava il pennello (o le dita) alla tela sperando che succedesse qualcosa. Questo metodo (derivato, mi pare, dal buddismo zen) ha influenzato molto anche le neoavanguardie letterarie europee fra gli anni Cinquanta e Sessanta, che volevano usare le parole come Pollock usava i colori e Stockhausen i suoni…

 enzensberger questioni di dettaglio

Hans Magnus Enzensberger

(da Nuovi poeti tedeschi a cura di Anna Chiarloni,Einaudi, 1994)

Luce residua

Ma sì, ma sì, anch’io sono qua, fra quelli
che resistono. È persino facile,
a paragone di Katowice o Montevideo.
Qua e là resti di campagna,
binari arrugginiti, calabroni.
Un fiumiciattolo, noccioli e ontani,
perché non sono bastati i fondi
per far piazza pulita. Sopra l’acqua lurida
il ronzio dei fili ad alta tensione
non mi disturba. Mi vuol convincere
che potrei leggere ancora un po’,
prima che faccia buio.
E se mi voglio annoiare,
ho la televisione, l’ovatta colorata
sugli occhi, mentre di fuori
i ragazzini suicidi sulle Honda
sgommano in tondo sulla piazza bagnata. Anche il fracasso,
anche la sete di vendetta sono pur un segno di vita.
In questa fioca luce prima del sonno
niente coliche, nessun vero dolore.
Come un lieve crampo nei muscoli
sentiamo, loro e io, sbadigliando,
di minuto in minuto il tempo
farsi più piccolo.

Restlicht

Doch doch, ich gehöre auch zu denen,
die es hier aushalten. Leicht sogar,
im Vergleich zu Kattowitz oder Montevideo.
Hie und da Reste von Landschaft,
rostende Eisenbahnschienen, Hummeln.
Ein kleiner Fluß, Erlen und Haselnüsse,
weil das Geld nicht gereicht hat
zur Begradigung. Uber dem trüben Wasser
das Summen der Hochspannungsmasten
stört mich nicht. Es redet mir ein,
daß ich noch eine Weile lang
lesen könnte, bevor es dunkel wird.
Und wenn ich mich langweilen will,
ist das Fernsehen da, der farbige Wattebausch
auf den Augen, während draußen
die kindlichen Selbstmörder auf ihren Hondas
um den nassen Platz heulen. Auch der Krach.
auch die Rachsucht ist noch ein Lebenszeichen.
Im halben Licht vor dem Einschlafen
keine Kolik, kein wahrer Schmerz.
Wie einen leichten Muskelkater
spüren wir gähnend, sie und ich,
die von Minute zu Minute
kleiner werdende Zeit.

Hans Magnus Enzensberger

Hans Magnus Enzensberger

Utopia (1957)

Il giorno sale, con grande forza
batte i suoi zoccoli tra le nuvole
il lattaio sui suoi bidoni
tambureggia sonate; al cielo ascendono i fidanzati
su scale mobili; selvaggi, con grande forza
si sventolano cappelli bianchi e neri.
Le api scioperano. Tra le nuvole
ruotano i procuratori,
papi cinguettano dagli abbaini.
La commozione domina sia lo scherno
che il giubilo. Velieri
sono piegati dai bilanci.
Il Cancelliere parteggia con un vagabondo
i fondi segreti. L’amore
è consentito dalla polizia,
è promulgata un’amnistia
per coloro che dicono la verità.
I panettieri regalano rosette
ai musicanti. I fabbri
fanno delle croci
ferri per gli asini. Come in un ammutinamento
irrompe la felicità, come un leone.
Gli strozzini, su cui sono gettati
fiori di melo e ravanelli,
si pietrificano. Buttati sulla ghiaia,
abbelliscono fontane e giardini.
Ovunque ascendono mongolfiere
la flotta di piacere e’ pronta a partire;
salite, lattai,
fidanzati e vagabondi!
Scioglietevi! Con grande forza
sale
il giorno.

enzensberger poker-pato

Bildzeitung (1957)

Tu diventerai ricco,
incidifrancobolli Attaccaorologi:
se il centravanti vuole,
per un marco sarà colpita di testa
una grande quantità’ di principi offesi
dote di Turandot pronostico infallibile
Apparecchia la tua tavola:
tu diventerai ricco.

Manotipista Stenocure,
tu diventerai bella:
se il produttore vuole
l’inchiostro di stampa verrà spalmato
tra le cosce una grossa rete
un mostriciattolo indesiderato
Distenditi, asinella;
tu diventerai bella.

Bestia sociale Compagnodivoce
tu diventerai forte:
se il presidente vuole
giù pugni sull’agitatore
scatti di flash sul sorriso del boia
dai botte dunque, metticela tutta
fuori i randelli dalla sacca:
tu diventerai forte.

Anche tu, anche tu, anche tu
arriverai lentamente
alle buste-paga ed alle bugie
ricco, forte ed umiliato
tra ispezioni e caffè
al malto, ben contaminato
di multe, merda,
scorie nucleari:
i tuoi polmoni una gialla scogliera
di nicotina e di calunnia
possa la terra esserti leggera
come il sudario
di raggiro e d’inganno
che compri ogni giorno
in cui ogni giorno ti avvolgi.

enzensberger gedichte

L’altro

Uno ride
si interessa
ha il mio viso con pelle e capelli sotto il cielo
lascia rotolare parole dalla mia bocca
uno che ha denaro e paura e un passaporto
uno che litiga e ama
uno si diverte
uno si dimena

ma non io
io sono l’altro
che non ride
che non ha viso sotto il cielo
e alcuna parola nella sua bocca
ed è sconosciuto a sé e a me
non io; l’altro; sempre l’altro
che non vince e non è vinto
che non si interessa
che non si muove

l’altro
che è indifferente a se stesso
del quale io non so niente
del quale nessuno sa chi è
che non mi muove
questo io sono.

(1964)

Hans Magnus Enzensberger

Hans Magnus Enzensberger

Bibliografia

Questo è scritto per te.
Tortuosità sotto la corteccia,
scrittura tremolante dietro le tempie,
piste di formiche.

Questo non è un artificio.

Circuito stampato,
comunismo
dei polipeptidi,
primule elettroniche,
allodole, secondo un programma.

Prendi e leggi, vecchio suicida.

Manifesti genetici,
permutazioni, gorgheggi.
Ogni cristallo un capolavoro.
Costruire occhi di libellula
non è un artificio
ma le ricchezze del mondo
sono più semplici.

Questa ortica
potrebbe essere di Proust.
Feedback-system di secondo grado,
ultrastabile.

Finché questo libro ti arriverà in mano,
potrebbe essere per leggere
già troppo buio.

Se le libellule
se la caveranno senza di noi,
non lo sappiamo.

Bisogna accettarlo.

Butta via il libro
e leggi.

(1964)

Hans Magnus Enzensberger

Hans Magnus Enzensberger

Ordine del giorno

Telefonare consulente fiscale, lavorare un po’.
meditare sulla foto di una donna
che si è ammazzata.
Andare a vedere quando si è cominciata a usare
l’espressione immagine del nemico.
Dopo il tuono osservare le bolle
che il nubifragio forma sul lastrico
e bere l’aria bagnata.
Fumare e guardare un po’ di televisione senz’audio.
Chiedersi di dove viene il prurito del sesso
durante una squallida riunione.
Pensare per sette minuti all’Algeria.
Dar fuori in bestemmie come un dodicenne
su un’unghia che si è spezzata.
Ricordarsi di una precisa sera,
ventun anni fa, era di giugno,
un pianista nero suonava il cha cha cha
e qualcuno piangeva di rabbia.
Non dimenticare di comprare il dentifricio.
Cercar di capire perché
perché Dio non lascia mai
in pace gli uomini, e neanche il contrario.
Cambiare la lampadina in cucina.
Ritirare dal balcone, con cautela,
la cornacchia fradicia, arruffata, inanimata.
Contemplare le nuvole, le nuvole.
Ma anche dormire, dormire.

da Più leggeri dell’aria traduzione di Anna Maria Carpi

Hans Magnus Enzensberger

Hans Magnus Enzensberger

Canto Quinto

(da La Fine del Titanic, 1978)

Rubate ciò che vi è stato rubato,
prendetevi finalmente quel che è vostro, gridava,
intirizzito, la giacca gli andava stretta,
i suoi capelli guizzavano sotto le gru
e lui gridava: io sono uno di voi,
cosa state ancora ad aspettare? Adesso
è ora, sfondate le barriere,
gettate la gentaglia a mare,
comprese le valigie, i cani, i lacché,
le donne anch’esse e persino i bambini,
con violenza, coi coltelli, con le nude mani!
E mostrava loro il coltello,
mostrava loro la nuda mano.

Ma quelli della terza classe,
emigranti tutti, stavano lì fermi
nell’oscurità, si toglievano tranquillamente
il berretto e restavano ad ascoltarlo.

Ma quando vi deciderete a prendere vendetta,
se non vi muovete subito?
O forse non siete capaci di vedere del sangue
che non sia quello dei vostri figli e il vostro?
E si graffiava il viso
e si feriva le mani
e mostrava loro il suo sangue.

Ma quelli della terza classe
lo ascoltavano e tacevano.
Non perché non parlasse lituano
(non parlava lituano);
non perché fossero ubriachi
(le loro antiquate bottiglie,
avvolte in panni grossolani,
erano state da tempo scolate);
non perché avessero fame
(avevano anche fame):

non era per via di tutto ciò. Non era
così facile da spiegare.
Capivano, certo, quel che diceva,
ma non capivano lui.
Le sue parole non erano le loro.
Erano rosi da paure diverse
dalle sue, e da altre speranze.
Rimasero lì in piedi, pazienti,
con i loro zaini, i loro rosari,
i loro bambini rachitici,
dietro alle barriere, gli fecero largo,
lo ascoltavano, rispettosamente,
e attesero, finché non affondarono.

(da La fine del Titanic Einaudi, 1980, traduzione di Vittoria Allliata)

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POESIE SU PERSONAGGI STORICI, MITICI O IMMAGINARI – POESIE di Flavio Almerighi, Giuseppe Panetta, Ivan Pozzoni, Sandra Evangelisti

escher Labirinto

Escher Labirinto

Flavio Almerighi

Tecniche di paludamento

Teste in disordine, braccia più piccole, incontrano soltanto propri simili. Allora si rimedia un fucile da ficcare in fondo alla gola, e così fecero Otto Weininger nel 1903, Vladimir Majakowski nel ’30, Ernest Hemingway nel ’61, Guido Morselli nel ’73, Guy Debord nel ’94.
Preferirono l’acqua Alfonsina Storni nel ’38, Virginia Woolf nel ’41, Paul Celan e Jean Amery nel ’70, Lucio Mastronardi nel ’79.
Ai gas chiesero conforto Sylvia Plath nel ’63, Anne Sexton nel ’74.
Pierre Drieu La Rochelle diventò leggenda col gas e un forte quantitativo di farmaci nel ’45. Yukio Mishima iniziò a decomporsi sul filo di una katana in diretta tv nel ’70.
Emilio Salgari, nonostante la tigre malese in giardino, si aprì ventre e gola con un rasoio nell’11.
Sergej Esenin, ottima tecnica di paludamento, s’impiccò dopo essersi tagliato le vene nel ’25,
Marina Cvetaeva nel ’41 appese una corda al soffitto, salì su uno sgabello e tirò un calcio.
Hart Crane nel ’32, John Berryman nel ’72 e Amelia Rosselli nel ’96 si gettarono da un ponte; George Trackl morì per overdose di cocaina nel ’14, Beppe Salvia sparì in uno sperpero di luce nell’85, Claudia Ruggeri aspettò l’autunno del ’96.
Cesare Pavese si uccise in una camera d’albergo a Torino nel ’50, sempre con i sonniferi nel dicembre del ’38 la giovane poetessa Antonia Pozzi attese la morte distesa sulla neve immacolata di Chiaravalle. Eros Alesi non volle scrivere troppo e se ne andò nel ’74, Remo Pagnanelli nell’87.
Primo Levi si tolse la vita gettandosi nella tromba delle scale del suo appartamento torinese anche lui nell’87; così come fece 15 anni dopo Franco Lucentini. Simone Cattaneo non si sopportò più a partire dal 2009
scrivere può preparare una vecchiaia perbene?

flavio almerighi

flavio almerighi

Arturo Nicolodi

Arturo Nicolodi è cronaca
di tralci d’umore e frantumi
dispersi senza tetto a morire
abbandonati al buon cuore
del destino, pigro
come il samaritano

quando serve
la cavalleria non si vede
nemmeno la polvere di lontano
sollevata dagli zoccoli,
generalmente sbaglia strada
come faceva il mio tenente

com’è tutta la voglia
di origliare milioni di notizie,
tante storie
nessuna informazione
a questo basterebbe mia madre
prima di dormire,

quanto mi sento piccolo
grandemente frustrato,
niente è andato né tornerà
fermo come questo paese
dove mia figlia non ha futuro
e noi a cenare con il nemico

flavio almerighi

flavio almerighi

Stazzema dodici agosto

Pardini Anna giorni venti,
settanta anniversari,
niente compleanni
nemmeno uno vissuto
in questo cazzo d’infinito,
gettata in strada, la stessa
ripristinata alla vigilia del freddo.

Durante i lavori di sterro
ritrovavano ossa e carcasse
le interravano di nuovo
in fretta e per paura
che uno zelota fermasse i lavori,
dopo l’oscurità nuova oscurità
accumularsi senza respiro.

L’armadio ha le ante
girate verso il muro,
sì che il vento non risollevi
le cartacce di Stazzema,
dormano pure tranquille
sul finire di questo dopoguerra

con tutte le sorelle in attesa
che quelle incinte
partoriscano solitudini bastarde
da mettere subito a dormire
appese al soffitto,
giusto angeli in cielo,
e fine di ogni formalità civile.

Un barlume,
appena appena ritrovato,
sta sul ciglio della strada riaperta,
come il paese tutto intento
a esportare democrazia.

Giuseppe Panetta

Giuseppe Panetta

 

Giuseppe Panetta

Meta-Mito

Mio nonno mi diceva sempre:
ricordati di salutare la stella del mattino
e di controllare che la tua ombra
sia attaccata ai piedi appena sveglio
altrimenti sei morto.

Guardo le pale d’Eolo sulla collina
il tritacarne dell’aria, i pannelli solari
che friggono insetti e formiche
che accendono la Titanomachia
e l’adamantina focaia del Sol invictus.

Il Pecus cuce energie a balletti
di bollette, con i Ciclopi dell’elettronica
omaggia l’onorata società della biacca
ed i galloni d’oro di Crono
il Titano di cromo. I Giganti del bisturi
e dei distributori tossici.
La madre che si congiunge col figlio
dal nickname Urano
in un video-poker di Caos.

Favolisti del consumo.
Riciclo di Apollonio Rodio in spray;
condizionamento di Callimaco in crema;
estorsione di Esiodo 2000 diesel.

Ricordati di salutare il satellite artificiale
che ti informa e ti deforma
e di controllare che la tua ombra
sia sopravvisuta ai cocktails di veleni
che non hanno nome.

(Inedito)

Ivan Pozzoni

Ivan Pozzoni

Ivan Pozzoni

La fuga di Mitridate

Questi momenti oscuri da instabile mondo terziario
ci inducono ad una sottile costante mitridatizzazione,
versandoci in versatori versatili di veleni metrici
nelle arterie d’una società tossicomane,
in crisi d’astensione.

Fondo un mondo dove rari eroi eroinomani,
ed eroine, inoculino, alternando, dosi d’antidoto e dosi di veleno
nelle loro stanche vene artistiche,
assicurando esiti incerti ai tests d’immunodeficenza,
battendo soglie di tolleranza.

Mitridate, assuefatto a Roma,
indossò un’armatura di scaglie di vento,
e non fuggì.

sandra evangelisti

sandra evangelisti

Sandra Evangelisti

L’Imperatrice

Teodora dagli occhi di ghiaccio, l’imperatrice
nido di vespe e dono di dei
troneggia al tuo fianco.
Dalla sua mente discende il principio
ed il tempo di ogni legge.
L’imperatore, il “padre di tutti”,
trova rifugio ed il senno in un ventre di donna.
Boccoli scuri, altezza dogmatica, pelle dorata.
Taglio di lepre gli occhi e le labbra
zigomi alti e il mento sottile,
lei dura e veglia nei secoli.
Immagine fissa nella cupola eccelsa
e mosaico perenne.
Mentre il diritto rimane.
Scritto e tradotto passa il millennio,
fino all’inizio della nuova età.
“Piuttosto che bruciare arsi dalla passione,
è meglio unirsi in nozze.”
Ventiduesima delle Novelle trascritte.
“Melius est nubere quam uri”
La pelle di ambra della sposa arde per sempre nel tuo viso. Continua a leggere

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POESIE SU UN PERSONAGGIO STORICO MITICO O IMMAGINARIO – Lidia Are Caverni “Prometeo” Odisseo notturno (poemetti 1991)

Poseidone

Poseidone

Lidia Are Caverni, nata a Olbia  il 3/11/41, ha trascorso infanzia e adolescenza a Livorno, da molti anni risiede a Mestre. E’ insegnante elementare in pensione. Scrive sin da giovanissima. Ha pubblicato quattordici libri di poesia, tra cui “Un inverno e poi…” 1985; “Nautilus” 1990;  “Il passo della dea” 1999; “Fabulae linguarum” 2000; “Le montagne di fuoco” 2005 con la prefazione di Giorgio Linguaglossa; ”L’anno del lupo” 2006 con la prefazione di Walter Nesti; “Animali e linguaggi” 2006 con la prefazione di Michele Boato; “Il prezzo dell’abbandono” 2009 con la prefazione di Pietro Civitareale; “Fiore bianco notturno” 2010 con la prefazione di Giuseppe Panella; “Colori d’alba” 2010 con la prefazione di Franco Manescalchi “.Nova itinera” 2014 con la prefazione di Franco Dionesalvi. Di racconti: “Il giorno di primavera” 1992; “La fucina degli dei” 2000; “Il satiro e la bambina” 2000; “L’albero degli aironi” 2004; “I giorni del breve respiro” 2007 racconti autobiografici;

Romanzi per l’infanzia “Clotilde e la bicicletta” 2000; “Il pesce verdino” 2009. Romanzi:  “I giorni dell’attesa” col ilmiolibro.kataweb.it di Repubblica. Un breve saggio sul linguaggio nella scuola elementare: “Discorso sul linguaggio”. Ha pubblicato con la Casa Editrice Bruno Mondadori, Passigli, Bonaccorso con distribuzione nazionale, Masso delle Fate, Raffaelli, Edizioni Orizzonti Meridionali, Istituto Italiano di Cultura di Napoli. È stata tradotta in lingua anglo-americana e rumena. Collabora a varie riviste, fra cui Capoverso, Poiesis, Lo scorpione letterario, Atelier,  ClanDestino. Ha collaborato con la rivista “I viaggi di Erodoto” della Casa Editrice B. Mondadori. Sue poesie sono apparse sul blog di Antonio Spagnuolo, Fortuna Della Porta, La Recherche, José Pascal, Moltinpoesia.

Cogito figura 1

Lidia Are Caverni

“Prometeo”

Odisseo notturno (poemetti 1991)

Dopo la pioggia
dalla tua mano
si sprigionano stelle
fra le dita altalene
lasciano scivolare
lucori
come di lucciole
negli inebrianti canti
d’amore
non taci nella notte
tersa
a cospargerti di lacrime

*

Dello scomparso nome
esauste conchiglie
raccolgono gli spenti
suoni che corni rimandano
con voce di tuono
perché non taccia
l’ultima eco
ancora ridano prati
e i curvati fiori
del potere di quel
che fosti
esile fiore a confonderti
col vento tra le perdute
rocce

testa di Esculapio Epoca imperiale

testa di Esculapio Epoca imperiale

Legata alla perduta roccia
ascolti smarrirsi le tue grida
non era non fu che amore
la blasfema arroganza
di conquistare il cielo
a disseminare faville
che ti scaldassero il grembo
e indicare percorsi
di smarrite capanne
dove congiunti si intrecciassero
giunchi
racchiusi destini
di cervella d’agnello
spighe raccolte
nella tua mano

*

Gridando non volesti
che spezzare catene
beffardi irridevano gli dei
nelle remote dimore
del cielo
dimenticata fuggendo
tra gli ingrati ripari
di foglie
a sorsi bevevi sorgenti
perché ti accogliessero onde
che si ritraevano sdegnate
della tua presenza
come non ci fosse riparo
che il tuo cavo ventre

Lidia Are Caverni

Lidia Are Caverni

lidia are caverni l'anno del lupo

Hanno detto che non resterà
di te che fra le rocce
le lacerate membra
per gli impavidi uccelli
niente neppure un’eco
del canto tuo di sirena
fatta di schiuma
così vollero aspri decreti
che presiedono il cielo
e non ti vale impietrire
di lacrime
solo cenere bagna il tuo volto
dello spento fuoco
con cui beffarda volevi
illuminare la notte

*

Fra i seni vorresti
accogliere mieli
per assaporare dolcezze
tacitare le grida
del tuo ventre squarciato
supplice ai viandanti
chiedi un’ora d’amore
per placare gli dei
che aspettano solo
il rinnovato dolore
ma spenti dalle tue labbra
non escono suoni
che restano in te
Le tue braccia di fanciulla
cercavano promesse
a cingere corone d’amore
liete si scioglievano risa
di chiare fontane
dove ti specchiavi
languida aspettando di colmare
di baci le tenere labbra
illuminare la notte
di splendori
per ancora scoprirti bella
invereconda così passavi
ignara degli immani dolori

sesterzio  romano

sesterzio romano

Avresti voluto la morte
per tacitare gli adunchi
rostri
in un’eternità che mai cessava
dai polsi non si sarebbe
spezzata la catena
vasi di lacrime si sarebbero
colmati ai tuoi piedi
solo nuda roccia il letto che
sognavi di rosa
come le tue guance
dal colore di pietra

*

Dopo che si è dissolta
la nebbia
brutali soli t’illuminano
carni
invano chiedi che piogge
bagnino le tue labbra
percosse da invincibile arsura
ma aridi seni
più non alimentano fontane
deserti intorno spargono
gli uccelli
che ti divoreranno
L’incantevole sentiero
indicava speranze
sul prato deposti
l’ulivo e l’alloro
intrecciavano corone
per quando si sarebbe levato
il tuo canto
nella mano la fiamma ardeva
nell’estrema favilla
irriverente tendendo
al cielo l’esile collo
nel nodo che ti stringe

Sileno copia romana di Lisippo

Sileno copia romana di Lisippo

Al fato non chiederesti
che di giungere mani
per supplice levare
il tuo pianto
implacabili ti distendono
catene
pasto di uccelli non sazi
inesauribili fami
che ti dilaniano
invano aspetti che scendano
tenebre
per ottenere pietà.

(Prometeo è stato pubblicato da Walter Nesti su “Pietra Serena” nel 1993)

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POESIE SU UN PERSONAGGIO STORICO, MITICO O IMMAGINARIO – DUE POESIE di Annalisa Comes

 

Cornelius Escher

Cornelius Escher

Nata a Firenze nel 1967, Annalisa Comes vive attualmente in Francia. Allieva di Amelia Roselli, ha vinto diversi premi tra i quali: Premio Internazionale “Eugenio Montale”, “Dario Bellezza”, “Giuseppe Piccoli”, “De Palchi/Raiziss”; le sue poesie sono state pubblicate da Crocetti, Empiria, Passigli e su diverse riviste italiane e straniere (“L’Immaginazione”, “Malavoglia”, “Caffè Michelangiolo”, “Forum Italicum”, “Corriere della Sera”, “Corriere di Firenze”, “Semicerchio”, “Gradiva”). Ha partecipato e partecipa a numerose manifestazioni poetiche quali il Poetry Slam, Romapoesia, La giornata mondiale della poesia, “La notte bianca” presso la Casa Internazionale delle Donne, e ha collaborato  con diversi musicisti in performances al Teatro Ghione, al Conservatorio di musica “Santa Cecilia”, all’auditorium di S.Maria degli Angeli, alla Casa delle Culture, per il Festival della Letteratura di viaggio “L’Albatros” di Palestrina, per le manifestazioni “Io donna dietro il burqa” e “Italia Africa 2004”. Nel giugno del 2004 ha pubblicato la raccolta ouvrage de dame (Edizioni Gazebo, Firenze), Premio Internazionale “Anguillara Sabazia Città d’Arte”(2005). Ha vinto il premio “Monselice – Leone Traverso” grazie alla traduzione dal francese del poema di Marina Cvetaeva Il ragazzo (Le Lettere, Firenze). Traduce dal francese per le case editrici Le Lettere di Firenze, Donzelli, Voland e Nutrimenti di Roma. Ha pubblicato saggi e articoli su riviste italiane e straniere occupandosi di letteratura medievale e contemporanea, di cinema e fotografia. Ha curato le note filologiche dell’opera poetica di P.P. Pasolini per le edizioni Mondadori (I Meridiani).

 

annalisa comes

annalisa comes

Blues di un eroe

I

Non ha tempo per la terra che gronda
che sluccica manifesti
che s’inceppa nei suoi meccanismi d’arteria.
Non ha tempo per raccattare dalla terra
il cartoccio della frutta andata a male,
non ha slancio per la desolazione casalinga.
Oh, povero Adam
si è perso per cantoni, corridoi e piazze
Oh, povero Adam sente il suo passo zoppo da dietro l’angolo
è lì che trema d’ira e non ha voce.

II

Sono loro? Sulla terra sfiora le zolle e abbassa la schiena
ma è l’asfalto che fa sbattere le ali alle falene.
Si chiede se gli animali hanno spalle che bruciano.
Si chiede se deve fare da sentinella alla terra:
perché è lì che il fuoco brucia
che le onde stramazzano come buoi
lì che ci si ammala d’amore
lì che la carne salta come un salmone.
Oh, povero Adam si è perso per cantoni, corridoi e piazze
Oh povero Adam
sente il suo passo zoppo da dietro l’angolo
è lì che trema d’ira e non ha voce.

III

Per terra ritrova il colore diurno del neon
i fiori schiacciati dal temporale.
Si piega sul muretto di un parcheggio
e sbriciola il pasto ai piccioni.
In mezzo alla terra tocca il carbone
di uno scarafaggio
e un coccio,
e la ruggine di una sirena.
Oh, povero Adam
si è perso per cantoni, corridoi e piazze
Oh, povero Adam
sente il suo passo zoppo da dietro l’angolo
è lì che trema d’ira e non ha voce
.

IV

Con la terra, pensava di fare gomitoli
da cucire senza etichetta.
Indossa la giacca elegante per andare in tv,
ma la terra sotto gli trema e si sbuccia e si squaderna,
la terra che non è estiva né buona.
E per questo lo picchiarono, per paura,
mentre lui, a terra si trascinava.
Oh, povero Adam
si è perso per cantoni, corridoi e piazze
Oh, povero Adam
sente il suo passo zoppo da dietro l’angolo
è lì che trema e non ha voce.

annalisa comes

annalisa comes

A Fred*

Non conosco l’età delle tue mani
dall’ombra dei disegni, dalla delicatezza del tratto –
foglie d’edera, voli, tralci, uccelli.
Nere costellazioni di pazienza e
cerchi di luce, fianchi, cigli su cui riposare.
Viaggiano lontani
un rabbino e muri di mattone.

Dondola una lampada
sopra un banchetto sparecchiato,
un vecchio con la barba suona il violino
e alle sue note si raggomitola nel fondo Giona
nella pancia di un grosso pesce.

Ionàas prega e si dispera.
Primo uomo, tu, sulle sponde dell’acqua.
Digiuna e chiede giustizia.

Passano tre giorni e tre notti.
L’occhio di Dio è vigile,
abbandona l’ordine e la lancia.

Non conosco l’età delle tue mani
dal peccato commesso dal profeta.
Se pure è colpa questo stare al mondo
e chiedere e cantare.

*(Inedita)

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DIECI POESIE di Alfredo De Palchi da “Costellazione anonima” (1998) con un Commento di Giorgio Linguaglossa

 

grattacieli-new-york

grattacieli-new-york

Alfredo de Palchi, originario di Verona dov’è nato nel 1926, vive a Manhattan, New York, dove dirigeva la rivista Chelsea (chiusa nel 2007) e tuttora dirige la casa editrice Chelsea Editions. Ha svolto, e tuttora svolge, un’intensa attività editoriale.

Il suo lavoro poetico è stato finora raccolto in sette libri: Sessioni con l’analista (Mondadori, Milano, 1967; traduzione inglese di I.L Salomon, October House, New York., 1970); Mutazioni (Campanotto, Udine, 1988, Premio Città di S. Vito al Tagliamento); The Scorpion’s Dark Dance (traduzione inglese di Sonia Raiziss, Xenos Books, Riverside, California, 1993; Il edizione, 1995); Anonymous Constellation (traduzione inglese di Santa Raiziss, Xenos Books, Riverside, California, 1997; versione originale italiana Costellazione anonima, Caramanica, Marina di Mintumo, 1998); Addictive Aversions (traduzione inglese di Sonia Raiziss e altri, Xenos Books, Riverside, California, 1999); Paradigma (Caramanica, Marina di Mintumo, 2001); Contro la mia morte, 350 copie numerate e autografate, (Padova, Libreria Padovana Editrice, 2007); Foemina Tellus (introduzione di Sandro Montalto, Novi Ligure(AL): Edizioni Joker, 2010).

Ha curato con Sonia Raiziss la sezione italiana dell’antologia Modern European Poetry (Bantam Books, New York, 1966), ha contribuito nelle traduzioni in inglese dell’antologia di Eugenio Montale Selected Poems (New Directions, New York, 1965). Ha contribuito a tradurre in inglese molta poesia italiana contemporanea per riviste americane.

alfredo de Palchi

Alfredo de Palchi

Brodskij ha scritto: «dal modo con cui mette un aggettivo si possono capire molte cose intorno all’autore»; ma è vero anche il contrario, potrei parafrasare così: «dal modo con cui mette un sostantivo si possono capire molte cose intorno all’autore». Alfredo De Palchi ha un suo modo di porre in scacco sia gli aggettivi che i sostantivi: o al termine del verso, in espulsione, in esilio, o in mezzo al verso, in stato di costrizione coscrizione, subito seguiti dal loro complemento grammaticale. Che la poesia di de Palchi sia pre-sintattica, credo non ci sia ombra di dubbio: è pre-sintattica in quanto pre-grammaticale. C’è in lui un bisogno assiduo di cauterizzare il tessuto significazionista del discorso poetico introducendo, appunto, delle ustioni, delle ulcerazioni, e ciò per ordire un agguato perenne alla perenne perdita dello status significante delle parole. Ragione per cui la sua poesia è pre-sperimentale nella misura in cui è pre-storica. Ecco perché la poesia di De Palchi è sia pre che post-sperimentale, nel senso che si sottrae alla storica biforcazione cui invece supinamente si è accodata gran parte della poesia italiana del secondo Novecento. Ed è estranea anche alla topicalità della poesia europea, c’è in lui il bisogno incontenibile di sottrarsi dal discorso poetico e di sottrarlo ai luoghi, alla loro riconoscibilità (forse c’è qui la traccia dell’auto esilio cui si è sottoposto il poeta in età giovanile). Nella sua poesia non c’è mai un luogo, semmai ci possono essere scorci, veloci e rabbiosi su un panorama di detriti. Non è un poeta raziocinante De Palchi, vuole ghermire, strappare il velo di Maja, spezzare il vaso di Pandora.

Così la sua poesia procede a zig zag, a salti e a strappi, a scuciture, a fotogrammi psichici smagliati, sfalsati, saltando la copula, passando da omissione ad omissione.

(Giorgio Linguaglossa)

Alfredo De Palchi e Giorgio Linguaglossa, Roma, 2011

Alfredo De Palchi e Giorgio Linguaglossa, Roma, 2011

da Costellazione anonima (1998)

Il cerchio rosa cresce in singola
fiamma
lenta dentro il mattino sempre sterile
sagomando in un taglio la nostra entrata
pieni ancora di sonno
ma già pronti a prendere per il collo
chi è intento a… ecco
questo il circolo familiare

*

La decisione d’incontrarmi è dietro
di me, futile, che mai avrò il coraggio
di confrontarmi e mettere a nudo lo spirito quanto
il corpo fedele allo specchio e sputare
impossibile
come affrontare la negazione
in me tradita dal mio fallimento.

alfredo_de_palchi2

Domani un altro giorno, non sole
solo il cielo immediato
elettrico di atmosfera che…
non devo soccombere
alla pecuniaria esistenza
deteriorare – qualcuno qualcosa
mi riabiliterà ma non c’è prospetto:

ho preso una strada
per un’altra, incontro gente che non capisco
e non capisce / come portare un fagotto
sulla schiena è la gioia / perché
temere quella strada /
sono un bastardo che si gratta le pulci /
il dominio del cuore è soggetto
femminile / e non dimentico
che nessuno mi ha crocifisso
se non io stesso.

*

In Times Square fra spacchi di neon
snervanti muraglie e rombo
di veicoli le passioni
adulterate – dove
sostare: in un bar
che alimenta sesso insonnia
e manie.

New York bank-of-america-tower

New York bank-of-america-tower

Sono
– questo il punto/idea connettivo –
l’unto dell’acqua l’insettivoro petrolio
sigillato da eruzioni
pozzi sotto il fondale, l’oceano grasso
di corpuscoli, plancton che funziona
con premura per i crostacei
per il pesce cui serve ad altro pesce
e avanti secondo l’inevitabile alimento
e grossezza – coriaceo predatore, secco
rogo di pinne dorsali e pettorali
su peduncoli o trampoli
da suggerire tracce di membra
e la spina un tubo
di cartilagine: il coelacanth
non estinto.

*

Polvere dovunque su tutto polvere su ciascuno
su me un cadere continuo di polvere dal soffitto
sul letto tappeti bottiglie dalle pareti
che mi serrano nella morsa del mio futuro cadavere
già sepolto sotto il cumulo di polvere di questa
polvere che rassodata nello spazio gira su se stessa
e intorno il sistema termonucleare come me cadavere
che rigiro su me stesso e spostato di quel tanto
dal mio centro intorno me stesso:
costellazione anonima.

New York di notte

New York di notte

La storia nei libri innocua nulla
insegna e nulla imparo dalle esterne vicende
rifacimenti d’interne
conseguenze
l’oggi imita l’ieri
e limita il domani – che importa
vi è sempre scempio
o altra pulizia altra sicurezza
altro esempio

l’acqua riflette su ogni evento anche
il meno plausibile
e il più lurido fiume stagno
superficie scivolosa di schiuma verde
in sé concentra la nettezza
concentrica
del passero zampe aggrappate al filtro
del buco – ad ali stese pare spicchi
il volo ma staccarlo
è un peso annegato di sete.

*

Nelle cave dei palazzi di vetro macchine
per lavare, turbine
garages -la città è il generatore per ogni servizio
sedia elettrica / non si deve
uccidere contro natura /
non è vero;
la paleontologia annulla le menzogne storte
bisogna uccidere e la selezione
espediente non del più forte
o intelligente
ma del più scaltro
decide.

alfredo de palchi

alfredo de palchi

La notizia è questa:
chiuso tutto, nessuno capisce
niente e nessuno – il silenzio
che è voce contamina l’altra voce
e la parola che si spinge fuori
non ha senso
è morte vivente in noi:
un tubo di terrore.

alfredo de palchi in Italia, 1953

alfredo de palchi in Italia, 1953

Vergogna, io? di questa tridimensionale
vita che mi mena di ruota
in sedia e viceversa,
che compie scempiaggini giorno
dopo giorno sempre più breve
bestemmiato dal mio disdegno e che si oscura
in un lavoro di demolizione – oltre questo
non uno spiraglio di luce ma una corsia
ininterrotta di uomini che si aggirano:
la fortuna è di resistere questi volti
imprecisi

non vi è esito, sono
una catena di subdole origini
ordigni ordini fantasie
che posseggono già l’estinzione
una poltiglia di fango, un fastidioso silenzio
sulla brace di chi ancora vive –
io / che assisto al crescendo di ogni alba /
alla sera non sono che il semplice
shock dei due estremi

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TRE POESIE SUL VIAGGIO Iosif Brodskij (1940-1996) ” Odisseo a Telemaco” e Costantino Kavafis (1863-1933) “Itaca” Wystan H. Auden “Musée des beaux arts” (1907-1973)

Escher Maurits Cornelis passeggiata

Escher Maurits Cornelis passeggiata

Iosif Brodskij

Iosif Brodskij

Iosif Brodskij

Odisseo a Telemaco

Telemaco mio,
la guerra di Troia è finita.
Chi ha vinto non ricordo.
Probabilmente i greci: tanti morti
fuori di casa sanno spargere
i greci solamente. Ma la strada
di casa è risultata troppo lunga.
Dilatava lo spazio Poseidone
mentre laggiù noi perdevamo il tempo.

Non so dove mi trovo, ho innanzi un’isola
brutta, baracche, arbusti, porci e un parco
trasandato e dei sassi e una regina.
Le isole, se viaggi tanto a lungo,
si somigliano tutte, mio Telemaco:
si svia il cervello, contando le onde,
lacrima l’occhio – l’orizzonte è un bruscolo -,
la carne acquatica tura l’udito.
Com’è finita la guerra di Troia
io non so più e non so più la tua età.

Cresci Telemaco. Solo gli Dei
sanno se mai ci rivedremo ancora.
Ma certo non sei più quel pargoletto
davanti al quale io trattenni i buoi.
Vivremmo insieme, senza Palamede.
Ma forse ha fatto bene: senza me
dai tormenti di Edipo tu sei libero,
e sono puri i tuoi sogni, Telemaco.

(1972, da Fermata nel deserto, traduzione di Giovanni Buttafava)

iosif brodskij sulla scrivania

ОДИССЕЙ ТЕЛЕМАКУ

Мой Tелемак,
Tроянская война
окончена. Кто победил – не помню.
Должно быть, греки: столько мертвецов
вне дома бросить могут только греки…
И все-таки ведущая домой
дорога оказалась слишком длинной,
как будто Посейдон, пока мы там
теряли время, растянул пространство.

Мне неизвестно, где я нахожусь,
что предо мной. Какой-то грязный остров,
кусты, постройки, хрюканье свиней,
заросший сад, какая-то царица,
трава да камни… Милый Телемак,
все острова похожи друг на друга,
когда так долго странствуешь; и мозг
уже сбивается, считая волны,
глаз, засоренный горизонтом, плачет,
и водяное мясо застит слух.
Не помню я, чем кончилась война,
и сколько лет тебе сейчас, не помню.

Расти большой, мой Телемак, расти.
Лишь боги знают, свидимся ли снова.
Ты и сейчас уже не тот младенец,
перед которым я сдержал быков.
Когда б не Паламед, мы жили вместе.
Но может быть и прав он: без меня
ты от страстей Эдиповых избавлен,
и сны твои, мой Телемак, безгрешны.

Costantino Kavafis

Costantino Kavafis

Costantino Kavafis
Itaca

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere d’incontri
se il pensiero resta alto e il sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo
né nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga
che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia –
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche aromi
penetranti d’ogni sorta, più aromi
inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca
– raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo,per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.

Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
Già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

Kavafis

Kavafis

 ΙΘΑΚΗ

Σα βγεις στον πηγαιμό για την Ιθάκη,
να εύχεσαι νάναι μακρύς ο δρόμος,
γεμάτος περιπέτειες, γεμάτος γνώσεις.
Τους Λαιστρυγόνας και τους Κύκλωπας,
τον θυμωμένο Ποσειδώνα μη φοβάσαι,
τέτοια στον δρόμο σου ποτέ σου δεν θα βρείς,
αν μέν’ η σκέψις σου υψηλή, αν εκλεκτή
συγκίνησις το πνεύμα και το σώμα σου αγγίζει.
Τους Λαιστρυγόνας και τους Κύκλωπας,
τον άγριο Ποσειδώνα δεν θα συναντήσεις,
αν δεν τους κουβανείς μες στην ψυχή σου,
αν η ψυχή σου δεν τους στήνει εμπρός σου.
.
Να εύχεσαι νάναι μακρύς ο δρόμος.
Πολλά τα καλοκαιρινά πρωϊά να είναι
που με τι ευχαρίστησι, με τι χαρά
θα μπαίνεις σε λιμένας πρωτοειδωμένους·
να σταματήσεις σ’ εμπορεία Φοινικικά,
και τες καλές πραγμάτειες ν’ αποκτήσεις,
σεντέφια και κοράλλια, κεχριμπάρια κ’ έβενους,
και ηδονικά μυρωδικά κάθε λογής,
όσο μπορείς πιο άφθονα ηδονικά μυρωδικά·
σε πόλεις Αιγυπτιακές πολλές να πας,
να μάθεις και να μάθεις απ’ τους σπουδασμένους.
.
Πάντα στον νου σου νάχεις την Ιθάκη.
Το φθάσιμον εκεί είν’ ο προορισμός σου.
Αλλά μη βιάζεις το ταξίδι διόλου.
Καλλίτερα χρόνια πολλά να διαρκέσει·
και γέρος πια ν’ αράξεις στο νησί,
πλούσιος με όσα κέρδισες στον δρόμο,
μη προσδοκώντας πλούτη να σε δώσει η Ιθάκη.
.
Η Ιθάκη σ’ έδωσε το ωραίο ταξίδι.
Χωρίς αυτήν δεν θάβγαινες στον δρόμο.
Αλλο δεν έχει να σε δώσει πια.
.
Κι αν πτωχική την βρεις, η Ιθάκη δεν σε γέλασε.
Ετσι σοφός που έγινες, με τόση πείρα,
ήδη θα το κατάλαβες η Ιθάκες τι σημαίνουν.
.  

Auden with Cecil Day-Lewis and Stephen Spender

Auden with Cecil Day-Lewis and Stephen Spender

Wystan H. Auden

Musée des Beaux Arts

About suffering they were never wrong,
The old Masters: how well they understood
Its human position: how it takes place
While someone else is eating or opening a window or just walking dully along;
How, when the aged are reverently, passionately waiting
For the miraculous birth, there always must be
Children who did not specially want it to happen, skating
On a pond at the edge of the wood:
They never forgot
That even the dreadful martyrdom must run its course
Anyhow in a corner, some untidy spot
Where the dogs go on with their doggy life and the torturer’s horse
Scratches its innocent behind on a tree.


In Breughel’s Icarus, for instance: how everything turns away
Quite leisurely from the disaster; the ploughman may
Have heard the splash, the forsaken cry,
But for him it was not an important failure; the sun shone
As it had to on the white legs disappearing into the green
Water, and the expensive delicate ship that must have seen
Something amazing, a boy falling out of the sky,
Had somewhere to get to and sailed calmly on.

W.H. Auden

W.H. Auden

Sul dolore la sapevano lunga,
gli Antichi Maestri: quanto ne capivano bene
la posizione umana; come avvenga
mentre qualcun altro mangia o apre una finestra o se ne va a zonzo spensierato;
come, quando gli anziani aspettano riverenti, con fervore,
la miracolosa nascita, debba sempre esserci
qualche bambino che non l’avrebbe voluta e pattina
su un laghetto alle soglie del bosco:
non dimenticavano mai
che anche l’orrendo martirio deve compiere il suo corso
comunque in un angolo, in un sudicio luogo
dove i cani fanno la loro vita da cani e il cavallo del torturatore
si gratta l’innocente didietro contro un albero.

Nell’Icaro di Bruegel, per esempio: come ogni cosa ignora
serena il disastro! L’aratore può
aver udito il tonfo, il grido desolato,
ma per lui non era una perdita grave; il sole splendeva
come doveva sulle bianche gambe inghiottite dalle verdi
acque; e la ricca ed elegante nave che doveva aver visto
una cosa incredibile, un ragazzo cadere dal cielo,
aveva una meta e via passava placida.

(in Another time, 1940)

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POESIE SU UN PERSONAGGIO STORICO, MITICO O IMMAGINARIO di Maria Rosaria Madonna, Anna Ventura, Francesca Diano, Giorgio Linguaglossa

soldati a cavallo sul set

soldati romani a cavallo sul set

(Iniziamo la pubblicazione di un ciclo di poesie su un personaggio storico, mitico o immaginario, ciascun autore può inviarle alla e-mail di Giorgio Linguaglossa).

attori sul set

attori sul set

Maria Rosaria Madonna

Il tribuno della plebe Gabirio

C’è sempre un senatore, un impostore, un Gabirio
al quale puoi rivolgere doleances, istanze, protocolli, anfibologie…
Di notte, il tribuno Gabirio si lima le unghie smaltate
e si umetta le guance di cinabro,
con l’ausilio di una spugna del mar Morto
assiso di scosceso sulla lettiga dalle bianche tende
portata a spalle da quattro poderosi schiavi mori
scorrazza per l’Urbe alla ricerca di efebi virili.
Deambula, il tribuno, a fatica con il ventre prominente
e le pachidermiche natiche…
dicono gli iettatori a causa di una sciatalgia…
ma è una bugia buona per gli oziosi.

Di giorno, evita Gabirio di mostrarsi in pubblico
con il purpurisso strofinato sulle labbra
e imbrattato di cerusso il faccione torbido,
e la culotte di trine indossa sotto la candida tunica
raccolta con un nodo sulla spalla.
Ma noi suoi commensali e compagni di prebende
che sappiamo il suo sordido vizio
ai posteri volentieri ne consegniamo notizia
per sua imperitura nequizia.
Dicono gli iloti che il tribuno Gabirio ami il suo delirio
più delle ostriche d’Egitto e del pasticcio di anguille della Giudea.
Dicono le male lingue che nel bel mezzo del convito,
Gabirio con la bocca infarcita di fagiani
al miele e di conigli in umido,
trovi la sua migliore e più imponderabile ispirazione,
una sordida ispirazione per le sue miserabili vanterie,
dice Gabirio di essere il più grande dei poeti dell’Urbe
e che i suoi versi lo scorteranno verso l’eternità.

Al di là del peristilio della sua villa
postulanti in fila attendono il proprio turno:
tanti, troppi questuanti, troppi contenziosi
che il tribuno deve sbrogliare…
Una folla maleodorante di questuanti illirici,
faccendieri greci e banausici etruschi
che parla lingue incomprensibili
e si accalca e sgomita sulla pubblica via…
(nutro dei dubbi sulla solidità della loro spina dorsale)
una schiera variegata e interminabile…
che chiede udienza, presenta memorie
ed istanze, reclama mercedi…
che scalpita come il cavallo Incitatus e offre
i propri innominabili servigi.
Venere li conduce, Mercurio li divide, e Marte, opino, farà il resto.

(Inedito, da Tutte le poesie 1985-2002 di prossima pubblicazione per EdiLet di Roma)

mitridate va in guerra contro i romani

mitridate va in guerra contro i romani

Anna Ventura

Mitridate

Mitridate meticolosamente prendeva
la sua porzioncina di veleno,
ma sapeva che, comunque,
sarebbe morto avvelenato:
dalla paura; dalla diffidenza;
dall’assenza di ogni fiducia.
Un giorno particolarmente cupo
chiese a un servo se anche lui,
per caso,
avesse quella paura del veleno;
quello gli rispose che di paura non ne aveva.
“Sono troppo povero-disse-
perché qualcuno possa trarre profitto
dalla mia morte.”
Mitridate pensò, allora,
che erano la ricchezza e il potere,
il suo grande pericolo,
la causa prima della sua solitudine.
Per un attimo immaginò
di essere un povero,
uno di quei tanti straccioni
che si accalcavano nel retro
delle sue cucine, contendendosi i resti
dei suoi opulenti banchetti: l’idea
non gli piacque per niente:lui
era Mitridate,
e niente poteva sottrarlo a se stesso;
perciò ingoiò la sua razione quotidiana
e si avviò in pace
nei labirinti della sua lussuosa dimora.

(Inedito, 2014)

Dedalo e Icaro

Dedalo e Icaro

Francesca Diano

Dedalo

Dedalo, era nato ad Atene ed era pronipote di Eretteo, re della città. Si dedicò alla scultura e all’architettura. Abilissimo in ciò che faceva, si narra che le sue statue sembravano vive a tal punto da raccontare che esse aprivano gli occhi e si muovevano. A Dedalo sono attribuite le invenzioni dell’ascia, la sega, il trapano, il passo della vite, l’archipenzolo. E’ stato maestro di suo nipote Talo, figlio di una sua sorella, che uccise per gelosia quando Talo superò il maestro nella sua arte. L’Areopago, il tribunale, lo condannò all’esilio perpetuo; Dedalo si rifugiò a Creta dove fu accolto benevolmente dal re Minosse che gli commissionò il Labirinto per rinchiudere il Minotauro. A Dedalo, si rivolse Arianna, la figlia di Minosse, per sapere come aiutare Teseo a uccidere il Minotauro e uscire dal Labirinto, e come sappiamo il consiglio del filo riuscì a far trionfare Teseo nell’impresa. Quando Minosse venne a sapere che ad aiutare sua figlia e Teseo fu Dedalo, e non potendo prendersela con la figlia fuggita insieme all’eroe, pensò di punire Dedalo, rinchiudendolo insieme al figlio, Icaro, nel Labirinto, che egli stesso aveva progettato. L’unico modo per uscire dal Labirinto era evadere volando; ingegnoso come era, Dedalo costruì due paia di ali, uno per sè e l’altro per il figlio. Si raccomandò con Icaro di restargli sempre dietro durante il volo, di non strafare e soprattutto di stare attento a non avvicinarsi troppo ai raggi del sole perché, le ali, attaccate alle spalle con della cera, potevano staccarsi in quanto il calore avrebbe sciolto la cera. Invece, Icaro durante il volo, provando piacere si allontanò dal padre e raggiunse i raggi del sole che sciolsero la cera e lo fecero precipitare nel mare, dove morì. Dedalo triste e desolato, atterrò in Campania a Cuma, dove costruì un tempio al dio Apollo, consegnando le ali che aveva inventato per evadere dal Labirinto di Creta. (n.d.a.)

sesterzio romano

Dedalo

Ho sfidato la sorte, figlio
Per sete di una sciocca libertà
Il cui senso sfuggiva alla mia mente.
Quel senso l’ho compreso
Soltanto fra le onde che t’hanno accolto
Nel loro ventre avido.
Io – onorato fra le genti come geniale artefice –
Il costruttore del Labirinto
La cui fama ha raggiunto terre lontane
Io l’ingegno ho profuso per condurti alla morte.
T’ho dato ali d’uccello
Perché il tuo corpo alto si librasse
Come un giovane falco
Insieme al mio verso il futuro
Ma non capii che libertà non ha gradi
O altezze da rispettare.
È saetta veloce che si scaglia nel vuoto
A valicare il limite che d’azzurro si tinge.
Non può tenersi a mezzo tra mare e sole
A resecare l’etere con esatta misura.
Lievi le piume legate dalla cera
Saldai ad una ad una in linea degradante
Alla struttura solida che trasformava
La saldezza dei muscoli e dei tendini
In prodigio di volo.
Icaro – figlio d’un tessitore d’inganni
Mio Icaro – gridavo al cielo vuoto.
Solo l’eco della mia voce
Mi rimandava il vuoto dello spazio curvo.
Fui io a macchiarmi d’un delitto mostruoso
Quando il futuro sottrassi a Talo
Giovane sangue del sangue mio.
Creta m’accolse nell’esilio e qui ti generai.
A Creta appartenevi figlio del mare
Che il mare ha accolto.
Fui io a costruire una prigione
Mai vista tra le genti
Nei cui meandri tortuosi
S’aggirava Asterione inferocito.
Fui io a suggerire ad Arianna
L’accortezza del filo che guidò
I ciechi passi di Teseo.
Ed io fui a costruire il tempio immane
A Febo consacrato che la Sibilla accoglie.
A Febo – i cui dardi brucianti
Sciolsero la tua vita – consacrai le mie ali.
Mai più le ho usate. Mai più ho lasciato la terra.
La mia arte t’ha perso – figlio.
Ogni cosa possibile per misura d’ingegno
E d’artificio ti feci credere. La vanità del limite
L’azzardo del confine tra verità e illusione.

(Inedito, 19 luglio 2012)

senatori sul set

senatori sul set

Giorgio Linguaglossa

Due parabole del maestro Anarcisio Aclastico

Il filosofo Anarcisio Aclastico sedeva nudo sulla sommità di un tempio pagano quando interloquì con i cittadini di Afanarsis dichiarando che avrebbe risolto lui tutti i problemi filosofici mediante la pronuncia di due sole parole.
Postquam, dopo lunga meditazione, dichiarò il filosofo che avrebbe risolto tutti i problemi mediante l’ausilio di una sola parola.

Detto fatto. Si pose Anarcisio Aclastico al centro della piazza del mercato in posa sussiegosa con la sua bisaccia a tracollo masticando un gustoso sandwich.

Nel mezzo alla curiosità e all’ammirazione dei concittadini riuniti nell’agorà, il filosofo emise un lungo e sonoro borborigmo accompagnato da numerosi e rumorosi peti.

Narrano le fonti che quella fu l’ultima parola che il filosofo produsse prima di scomparire nel nulla della storia non scritta.

*

Stava dritto nel mare fino alla cintola
il filosofo, ed era nudo
e immergeva nel mare un secchio senza fondo…

«maestro – gli dissi facendomi coraggio –
non finirete mai di travasare il mare!»

ma quegli non mosse ciglio né accennò alcuna risposta.

Dieci anni più tardi, ripassai per quello stesso mare e mi avvidi che il maestro era sempre lì che immergeva il secchio senza fondo nel mare, se lo issava sulle spalle e versava il contenuto sulla spiaggia…

«maestro – gli dissi facendomi coraggio –
non finirete mai di travasare il mare!»

ma quegli non mosse ciglio né accennò alcuna risposta.

(Inediti da La filosofia del tè 2012)

Maria Rosaria Madonna (Palermo, 1942- Parigi, 2002) è stata autrice di un solo libro Stige (1992) con prefazione di Amelia Rosselli. È stata collaboratrice di “Poiesis” e firmataria del Manifesto per la nuova poesia metafisica (1995) Si è in attesa di una edizione di “Tutte le poesie (1985-2002)” di prossima pubblicazione presso Edi Let di Roma

Anna Ventura è nata a Roma, da genitori abruzzesi. Laureata in lettere classiche a Firenze, agli studi di filologia classica, mai abbandonati, ha successivamente affiancato un’attività di critica letteraria e di scrittura creativa. Ha pubblicato raccolte di poesie, volumi di racconti, due romanzi, libri di saggistica .Collabora a riviste specializzate ,a  quotidiani, a pubblicazioni on line.

Ha curato tre antologie di poeti contemporanei e la sezione “La poesia in Abruzzo” nel volume Vertenza Sud di Daniele Giancane (Besa, Lecce, 2002).  È stata insignita del premio della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ha tradotto il De Reditu di Claudio Rutilio Namaziano e alcuni inni di Ilario di Poitiers per il volume Poeti latini tradotti da scrittori italiani, a cura di Vincenzo Guarracino (Bompiani,1993). Dirige la collana di poesia “Flores”per la  Tabula Fati di Chieti.

Suoi diari, inseriti nella Lista d’Onore del Premio bandito dall’Archivio nel 1996 e in quello del 2009, sono depositati presso l’Archivio Nazionale del Diario di Pieve Santo Stefano di Arezzo.

È presente in siti web italiani e stranieri; sue opere sono state tradotte in francese, inglese, tedesco, portoghese e rumeno pubblicate  in Italia e all’estero in antologie e riviste. È presente nei volumi: AA.VV.-Cinquanta poesie tradotte da Paul Courget, Tabula Fati, Chieti, 2003; AA.VV. e El jardin,traduzione di  Carlos Vitale, Emboscall, Barcellona, 2004.

Francesca Diano dai primi anni 80 è traduttrice letteraria di narrativa, saggistica e poesia. Tra i suoi autori, Thomas Crofton Croker, Kushwant Singh, Themina Durrani, Pico Iyer, Susan Vreeland, Sudhir Kakar e molti altri ed è la traduttrice italiana di Anita Nair. Ha tradotto testi di poetesse angloindiane e di poeti irlandesi. Nel 2010 ha pubblicato il romanzo La Strega Bianca – una storia irlandese. Dai primi anni 80 è traduttrice letteraria di narrativa, saggistica e poesia. Tra i suoi autori, Thomas Crofton Croker, Kushwant Singh, Themina Durrani, Pico Iyer, Susan Vreeland, Sudhir Kakar e molti altri ed è la traduttrice italiana di Anita Nair. Ha tradotto testi di poetesse angloindiane e di poeti irlandesi.

Nel 2010 ha pubblicato il romanzo La Strega Bianca – una storia irlandese. Suoi testi poetici sono stati pubblicati su vari blog letterari tra cui  moltinpoesia, cartesensibili, fernirosso, l’ombra delle parole ecc. Nel 2012 ha vinto il 42° Premio Teramo per un racconto inedito. Nel 2013 è uscita la sua raccolta di racconti Fiabe d’amor crudele, per i tipi di Edizioni La Gru.

Il 6 ottobre 2013 Fiabe d’amor crudele viene presentato alla Fiera della Piccola e Media Editoria “Libri in cantina” al castello di Susegana. Prossimamente uscirà la raccolta di poesie Comete, con prefazione di Giorgio Linguaglossa, Edizioni La Gru.

Giorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma. Nel 1992 pubblica Uccelli e nel 2000 Paradiso. Ha tradotto poeti inglesi, francesi e tedeschi tra cui Nelly Sachs e alcune poesie di Czeslaw Milosz. Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura «Poiesis» che dal 1997 dirigerà fino al 2005. Nel 1995 firma, Giuseppe Pedota, Lisa Stace, Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica», pubblicato sul n. 7 di «Poiesis». È del 2002 Appunti Critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte. Nel 2005 pubblica il romanzo breve Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesia La Belligeranza del Tramonto.
Nel 2007 pubblica Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia in «Atti del Convegno: È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo», Passigli, Firenze. Nel 2010 escono La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980 – 2010) EdiLet, Roma, e il romanzo Ponzio Pilato Mimesis, Milano Nel 2011, sempre per le edizioni EdiLet di Roma pubblica il saggio Dalla lirica al discorso poetico. Storia della Poesia italiana 1945 – 2010. Nel 2013 escono il libro di poesia Blumenbilder (natura morta con fiori), Passigli, Firenze, e il saggio critico Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000 – 2013), Società Editrice Fiorentina, Firenze.

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