Archivi del mese: settembre 2015

Simone Bachechi VENTUNO POESIE INEDITE “Queste parole tengo nascoste nel mio cuore”, con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Velazquez Las Meninas

Velazquez Las Meninas

Simone Bachechi. Omissis

 Commento di Giorgio Linguaglossa

Poesia caratterizzata da un impianto formale, ad un tempo, di tipo «conservativo» e «innovativo». Voglio dire che si trova a metà del guado tra le due opposte sponde della forma-poesia, almeno come l’abbiamo conosciuta in Italia. Il pensiero poetante e il pensiero poetato sono i due poli entro i quali scocca il discorso poetico di Simone Bachechi, che oscilla tra le «parole [che] tengo nascoste nel mio cuore», tra natura e cultura (che non può più ridiventare natura). Dentro questa ossessione, dentro questa antinomia del cuore, che non può diventare mente, coscienza,  il percorso dell’autore pistoiese appare già segnato tra la «vertigine» e «i gesti dello sguardo», all’interno della forbice di una poesia dello sguardo di magrelliana memoria e un pensiero poetante vedovo di una filosofia dell’arte che tenta di bucare la forma lineare puntando sul quotidiano. Su questo piano inclinato proprio delle scritture poetiche odierne avviene che la scrittura poetica non abbia più alcuna «chiusura»; voglio dire che oggi le scritture poetiche sono scritture osmotiche, bucherellate, detritiche, filamentose rispetto al mare magnum dei linguaggi mediatici, tendono a risolversi nelle superfici delle scritture mediatiche e a inseguire le loro superfici riflettenti. E questa ancillarità o sussidiarietà la si può riscontrare anche nelle scritture (instabili) che vorrebbero inseguire l’instabilità di superficie delle scritture serventi  degli spot pubblicitari. Il che si traduce in una scrittura, diciamo, di servizio, di servizio alla comunicazione secondo un equivoco paradigma dell’imperialismo della comunicazione – Sul piano stilistico, restando al livello «conservativo», sia la struttura ipoendecasillabica che quella ipermetrica sono orientate verso il rallentamento del verso mediante numerose spezzature interne e pause tra le parole; anche nelle poesie dove il metro breve (preferibilmente quinario e ottonario) prolifera possiamo notare una accentuazione della marcatura della falsa rima e una chiusura a fine verso che riprende la linea versale in funzione di un ritorno all’indietro all’inizio del verso seguente.

edward hopper-office-night

edward hopper-office-night

Queste parole tengo nascoste nel mio cuore
Come seme che non si disperde
In segreto un musico verrà a trarle
Ne farà un diadema di dolci note
Per parlare alla mia amata
Dei nostri incontri, di pensieri e di apocalisse
Dopo anni, cheti, bui e marcescenti nelle foglie bagnate
Risponderà un eco, il rumore vano del mondo che le consolerà
*

Alcune volte accade il miracolo
esser se stessi, non essere stati
non volere, non sarà così e poi altro
cose con il loro nome monti con i loro
propri contorni, luce alla sera
acqua soffiata dal vento come erba umida prima che piova
*

Detto fatto che il gran burattinaio
Qui anche oggi tira questi fili
Ieri stesso un piccione mi guardava
Fisso in camera, grande invasivo
Quasi spavento nei miei occhi
Anche oggi nessuna chiamata
Nessuna risposta
E il burattinaio ascolta e
Tace, muto,
come il telefono in attesa di te

*

Super tecniche per vederti

Un anfratto, shaboo, si respira con una cannuccia e si fa festa in compagnia, come in uno stetoscopio, uno specchio sul corso ondulato della fistola, ma questo non è vederti, sono solo cristalli, sopravviene un anima malinconica.
Illusione ottica….
*

ieri pensavo a mio padre che non c’è più
poi indefettibile è apparso
la mattina dopo al mio risveglio
insomma nel dormiveglia
fa sempre così e mi dice delle cose
per la giornata, per la vita in genere, dei consigli, come ha sempre fatto
così’ da qualche parte lui svolge sempre il suo lavoro
non so dove cercarlo
ma funziona così
non si può spiegare
mi vien di salutarlo

*

Rimo per vedere quel buio echeggiare
Nel ventre molle della terra
Questa sera a rimando di nomi di lato
Cercati invano, ricordi e sospiri

edward-hopper-gas-1940

edward-hopper-gas-1940

La banlieue

Rochelin viveva nella banlieue
Tornava la casa a sera dal lavoro sfatta su un treno nella banlieue
Marie Louise aveva gli occhi rossi nella banlieue
La sabbia sporca e la polvere della banlieue
I palazzi glabri fatti di compensato della banlieue
E i vetri sgombri, metallici, gli stormi e i palazzi come rondini nella banlieue
La vita di provincia dimenticata da tutti nella banlieue
Le ambulanze sfrecciano ai semafori nella banlieue
Non dimenticatevi questo
Ancora come canto stentoreo questa musica che sa di rivolta nella banlieue
E un giorno prima di morire venite a vivere nella banlieue

.
Richiamo di Buddha

Non sentire niente, non vedere niente, ascoltare no
il buio più buio del buio mai visto
sentimento e psicopatologia della buddità.
Avvicinati tu fingi che io mi fingo di incontrarti
E pur che oggi che le mie parole divennero romite e strane
Allor mi tacqui come ora mi taccio.

*

La sfilata perfetta si svolge così presto ed ha la forma questa volta del primo treno della mattina che scorre come un sonnambulo nelle ultime ombre della notte fin dentro il suo cono di luce figure lente e sinuose di donne in affari si stagliano semoventi e vanno nella carrozza chissà a cercar cosa come mummie eppur suadenti uomini traditi tristi e addormentanti nelle loro selvagge sedute di bluse spelacchiate mentre i due treni sui binari paralleli quasi si sfiorano si toccano un sincrono della meccanica ferroviaria che lascia sfilare quel film malinconico dietro i vetri grigio blu di luci a neon pallide e taglienti come spire di un serpente d’argento una vita che sfila davanti con i suoi clown un mondo al rallentatore in una bolla d’acquario che sfila davanti all’occhio vitreo dentro il tubo meccanico del regionale superandolo ammiccando quasi a sfiorare la livida guancia del lussuoso convoglio prima che tutti e due si accostino si salutino e si allontanino di un addio per sempre entrando in stazione dove i loro morbidi e dormienti protagonisti se ne calino fuori come gusci verso il giorno che sta arrivando a rincorrere tutte le loro bugie.

Edward Hopper room in New York.

Edward Hopper room in New York.

Ti hanno dato
(l’albero della vita)

Ti hanno dato un nome
Ti hanno dato un capo
Miracolo e dovere del camminare eretti
Visione di Dio essere vicini al Dio
Un Dio lontano e sconosciuto
Dei per come ci hanno raccontato
Ti hanno dato due gambe per muoverti
Negli spazi per percorrerli
Due braccia ti hanno dato per trasformare
In te e fuori di te
il peso della farfalla
Ti hanno dato un anima
Una sola per te unica ed irripetibile
Ti hanno dato tutto e molto altro per trarti dall’indistinto
Mare liquido seminale originale nel cavo dell’onda
Ma poi ti hanno dato o tu stesso dimentichi
che ti hanno dato un cuore
Per dimenticare tutto quello che ti hanno dato
E ancora ti hanno dato un cuore e l’indistinto
e ancora e ancora…..

Il mondo è pieno di te, ovunque vado
Ovunque siedo, ogni luce che passa, ogni soffio, ogni pensiero,
non sei poi così distante, fuggita via, ci hanno tolto le connessioni
la nostra distanza strappata a forza dai vasi sanguigni
gocce che lacrimano,
perdona gli occhi che non vedono, rimani ancora un po’ ricordo
ci siamo sempre corsi troppo addosso
abbiamo respirato troppe mattine
temporanee bieche immagini che non sono
non mi ritengo presente mentre ti ascolto

*

Guarda che qui è tutta una grande giostra, stasera al video noleggio ci stava proprio una coppia di giovanotti, lui e lei, in versione estiva e lei spudoratamente con le cosce all’aria e che cosce due cose così animali da non sembrare vere, ma così’, buone da mangiare, niente mare nelle sue cosce ed era il cuore di un estate e guardava lui e poi un po’ qua un po’ là, hanno dovuto fare l’abbonamento alla video teca, la tessera, ci hanno messo sette otto minuti si è creata una fila spaventosa di tutti gli abbonati già che volevano passarsi una serata a noleggio con un film da guardarsi nelle loro assurde famiglie oppure da soli, tristissimamente. Lui era così orgoglioso di lei, adesso mi commuove, al momento lo ho maledetto, lei continuava a guardare negli scaffali i titoli o anche lei faceva finta, indifferente con i suoi short che non nascondevano le sue enormi gambe, lui appoggiato osceno e come un divo ubriaco del passato di poco e niente conto al banco a dare i suoi dati anagrafici convinto così’ di essere qualcuno, sarebbero tornati ai loro nidi avrebbero visto il loro film e più tardi forse avrebbero fatto l’amore, i due limicoli.

*

Argumenta anche se non si dicembre,
non a dicembre
argumenta si direbbe e trovi altri che sono arrivati
prima in poesia chi primo arriva prima scrive
quanti amici c’erano ieri sul ponte di domani che porta all’oggi
oggi come ieri mi sono smarrito un po’ sbiadito
argumenta,
arguimenta se vuoi tu impreziosire il verso,
versami il buon vino Pimenta
Carretteria portoghese sempre prima dell’alba
Tenace e canterina non argumenta, chi mi pensa mi segue
Ho fatto una sintesi, una sintassi, una prolissi
Arrivando, tornando facendo un viaggio, masticando
Arugmenta tu che io sono stanco tanto che
Sono arrivati tutti prima di questa poesia
E attento ragazzo chi tocca si muore.
*

Cercando la parola giusta, lo slap il freak
Lo slang, inciampa il tempo ieri su prima di oggi meno di domani
Non sottrae più niente quello che già manca, cercando nelle pause, nei silenzi delle battute incomplete sequenze del ragtime su una sillaba strappata
Tempo scorre come flip flop tenace ostinato battito
Vola via nella pancia della musica

Colored Folks Corner

Colored Folks Corner

Cervino

Non è mica che ci troviamo se non ci sforziamo di riconoscerci
Cervino che te ne sta con il tuo perenne cappello di nuvole
Eterna parodia più in là la Svizzera, rachida
Bianco disperso a gradoni fino dove arriva il punto neve
Uova di donna, tremola carcasse stella del nord
Nel manto di scheletri tana dei fulmini
Aquile condensate che furono fumo,
ora colori di stelle filanti i bambini che giocano
tirano il monte così per sé i bambini si sa
domani covile, presto oracolo di mirabolanti ascese e tenui sconfitte di ghiaccio

*

Lo dico a voi allitterati scusate l’ortografia
Sono venuto spesso ai vostri plutei di ottone
E vi ho osservato, come cipresso sono venuto

Non a farvi ombra sono mi son recato
Stasera abbiamo deciso di mangiare insieme, divoriamoci addosso
Cose inutili come parole, revanche di libro

Aprili cielo, oddio mio marito

Vi siete trovati smarriti….
Traditi da me, come polvere negli armadi
Gufi, devozioni domestiche incompiute

scavava e scavava un libro di preghiere
C’è una strada polverosa nel deserto ed è lì allitterati
Epoche di millenni l’antica Sumer e la polvere di giorni
A voi sono venuto

Postiglioni di mansuetudine scagliata via, destinata e incorrisposta
Questa amata civiltà si è dissolta come acqua al sole
Solo vapore le parole e le valigie vuote che hanno lasciato.
Collezione di bosse oggi il menu dice:
cotolette alla milanese:
rotolette, impanate, inpilate a file di dieci in dieci
mira, disotterrate, oggi non va nemmeno il lavoro
la triste la vita dei recessi di provincia.
Dovresti riuscire a vivere

Dovresti riuscire a vivere con gli affetti familiari
senonfintantoche non arriva il limbo
la macchina guasta il telefono scarico pioggia sui muri

*

E come che ci troviamo poi a metà pomeriggio ai falò di copertoni che bruciano
*

Vivo nella bus stop
Parlo con la mala
Non trovando scontato
Il ritmo e la ragione
del ridere
scrivo, atto e declamo
…….nell’attesa
*

I battaglioni in muta schiera
Come orde languivano nella fossa

*

Una strada deserta, io faccio questo lavoro
Mia sorella ha male a un dente….
Cronopatia si direbbe. Qualcosa
Impedisce fuggire dal bosco, ora….
Sempre

.
Luce

E sia luce, priva luce sia sui tombini dei contatori del gas
Stipita e privata luce fu sarà sulla vita pensata
Luce sarà sulle soglie domestiche cuore cavo, ferita nel genere
Starà pallida scorta magniloquente e serena
Crepita in una forma di flamba vampa
Il poeta è uno sciamano di parole non morte
Ma carpite nel vento terse case misteriose, assolute
Luce, maculata forse
Indice del parallasse o poco più non ha dentro né fuori
Questa stanza senza più pareti e sarà ancor di più
Luce non lice e non si indice se poi mai si decide
Indice deicida della luce bossolo scarificato
Semplice sembiante rassomiglia a te una tenue bolla
Affittata per poche mute miti

E luce sarà sulle riprese dei tavolini di formica
Gli astrati rigurgiti della voce che non si dice
Un giorno solo chiedesi ligure e stremato
Tien di conto poco la falesia inalescente
Rimane niente di sé nella peristaltica follia
Renana azzurra e libera,
frenesia di altari, campanili e mori
Si appoggia nelle scanalature, rende giorno ai davanzali
Recando a sé tenui sparuti chiudendo la ferita
Ridendo della lacrima a zig zag
che l’acquea forma ricrea nella sua luce

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Archiviato in critica della poesia, poesia italiana contemporanea

Letizia Leone, Rose e detriti, FusibiliaLibri, 2015 – Teatro di poesia: Ultimo monologo impossibile del Battista di Letizia Leone da Rose e detriti – Con un estratto dalla nota al libro di Giuseppe Napolitano

Salomè con la testa del Battista, Tiziano (circa 1515), Galleria Doria Pamphilij, Roma.

Salomè con la testa del Battista, Tiziano (circa 1515), Galleria Doria Pamphilij, Roma.

Letizia Leone è nata a Roma. Ha insegnato materie letterarie e lavorato presso l’UNICEF. Ha avuto riconoscimenti in vari premi (Segnalazione Premio Eugenio Montale, 1997; “Grande Dizionario della Lingua Italiana S. Battaglia”, UTET, 1998; “Nuove Scrittrici” Tracce, 1998 e 2002; Menzione d’onore “Lorenzo Montano” ed. Anterem; Selezione Miosotìs , Edizioni d’if, 2010 e 2012; Premiazione “Civetta di Minerva”).

Ha pubblicato i seguenti libri: Pochi centimetri di luce, (2000); L’ora minerale, (2004); Carte Sanitarie, (2008);  La disgrazia elementare (2011); Confetti sporchi ,(2013); AA.VV. La fisica delle cose. Dieci riscritture da Lucrezio (a cura di G. Alfano), Perrone, 2011; la pièce teatrale Rose e detriti, FusibiliaLibri, 2015.

Un suo racconto presente nell’antologia Sorridimi ancora a cura di Lidia Ravera, (2007) è stato messo in scena nel 2009 nello spettacolo Le invisibili (regia di E. Giordano) al Teatro Valle di Roma. Ha curato numerose antologie tra le quali Rosso da cameraVersi erotici delle poetesse italiane- (2012). Attualmente organizza laboratori di lettura e scrittura poetica.

solario_andrea_514_salome_with_the_head_of_john_the_baptist_1506

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Giuseppe Napolitano: Del sogno che è la vita. Una impossibile guarigione.

 …Quanto ha goduto e quanto vorrebbe farci godere della sua scrittura, Letizia Leone, e quanta vita – sognata, immaginata o riflessa, raccontata – ci ha messo, in questo sogno straziante delle ultime ore di Giovanni il battista, anzi: delle prime ore dopo la sua morte? nel raccontare cioè in una sua forma teatrale (ma in versi) una vicenda stranota e stra-raccontata svariate volte, in forme le più svariate?

E quanto vale, per chi vale, a cosa, la poesia? Continuiamo – in tanti (qualcuno dice troppi, addirittura) – a scrivere e a pubblicare (“scrivere a questo mondo bisogna – disse Svevo –, pubblicare non occorre”) del più e del meno che ci capita o vorremmo ci capitasse o non abbiamo saputo evitare che capitasse proprio a noi… e lo diciamo perché altri, ma chi poi sono questi altri non è dato sapere, ci legga, ci ascolti, ci consoli, condividendo magari o solo venendo a conoscenza delle nostre più intime cose.
Cercare (e magari anche trovare) echi e suggestioni – riconoscibili, per quanto (magari anche) involontarie e inconsapevoli posano essere –, non rende comunque più facile definire questo libro lacerante e libidinoso di Letizia Leone. Ma così una prima definizione è già concepita: è un libro che si lacera nella libidine della parola (quella di chi scrive, e dei personaggi che vivono la vicenda presentata attraverso torrenti di parole, quasi monologando anche quando parlano tra di loro), invitando a delibarne ad libitum.

Libidine linguistica a cominciare dall’iniziale gioco dell’ossimoro, fin dal doppio ossimoro nella prima battuta (“luce umida” e “incendio freddo”, per non parlare della “festa buia”, nelle immediate vicinanze, e finire alla “fanciulla sfatta”): esaltazione di contrasti che si fondono per fondare una inquieta ridda rissa riffa di passioni e sentimenti, turbamenti e pulsioni. Attrazione e repulsione (e la “e” potrebbe tranquillamente essere accentata, a legare ancora di più i termini): in fondo è questo, è in questo sottile perverso eppure fascinoso gioco/giogo che si costruisce la pièce, animata dal contrasto continuo e risolta in una dichiarazione di impotenza (come se la fame e l’ingordigia, la voglia di piacere pur nello squallore di volgari attrazioni, finisca per divorarsi da sé e putrefarsi nello stesso alimentarsi da un banchetto succulento di vivande esiziali).

Letizia Leone rose-e-detriti cover5Le ascendenze – sempre a volerle ritenere tali, anche fossero citazioni inconsce – si vedono e non danno fastidio (un solo esempio: Salomè di Carmelo Bene). La stessa autrice non si nasconde: ha voluto provare a sfidare la conoscenza proponendone liberamente una sua visione, una “visione” (quasi di medievale discendenza…) ma librata nella sua mente.

Provoca un certo effetto straniante, per quanto accortamente definito “impossibile” nella didascalia introduttiva, l’ultimo monologo del Battista, che riempie metà del secondo episodio (bipartito, appunto, e decisamente equilibrato), perché nella seconda parte di quest’episodio c’è un altro monologo, quello di Erode, finora peraltro ben presente, ma nelle parole degli altri personaggi, il quale chiude la rappresentazione in un delirio di impotenza. Come delirante è l’orrida testa parlante, in terza persona peraltro, ad acuire ancora il distacco da una vita, rifiutata per eccesso di virtù.

Rose e detriti vuol essere, ed è, fin dal titolo di questo libro – scandaloso perché dedicato ad uno scandalo –, un proclama di libertà, rischio e azzardo in una spericolata scansione che insieme è del ritmo e del linguaggio. In bilico sempre tra sacro e profano, il linguaggio è di chi non ha paura dell’ovvio e sa come adattarlo al bisogno di un ritmo che al tempo stesso scatta e si rattiene, ancora secondo il bisogno dell’azione. In definitiva, pur leggendo un testo poetico, assistiamo ad una vera messa in scena, e siamo coinvolti in un torbido e turbinante eloquio, che non poco ci turba.

Salomé recibe la cabeza del Bautista, de Bernardino Luini

Salomé recibe la cabeza del Bautista, de Bernardino Luini

Quanto sia o possa davvero considerarsi attuale – in tempi di “bulimia consumistica” – discettare di lussuria e sacrificio, di esibizione della sessualità (anche priva di vero desiderio, poiché fine a se stessa, alla per nulla celata volontà di essere come si crede che si debba apparire – nemmeno sapendo più come essere chi si è), disquisire, anche in forma poetica, di massimi sistemi della morale potrebbe sembrare o dare l’impressione di velleitaria operazione narcisistica (nel fluire vorticoso del gusto, oggi, se ancora ha senso parlare di un gusto comune, oggi – se una volta aveva senso parlare di comune senso del pudore…).

Ma l’arte è tale, ancora e sempre, nel dire quel che normalmente si tace, nell’esprimere apertis verbis quanto – per abitudine, conformismo, timore o convenienza – si evita di manifestare. Allora è libertà anche lo sberleffo, o l’ironica fotografia di un reale che non ha il coraggio di guardarsi allo specchio. E qui sono speculari Erodiade e la sua schiava, la quale spesso le fa il controcanto, come un “doppio”, come a tirarle fuori il peggio che lei non riesce ad esprimere; e sono speculari Erode e il Battista: vittime entrambi – l’uno dell’altro!, e chi sa chi veramente ha perso la testa –, vittime soprattutto della femminile insaziabile violenza erotica. E, per carità… cambia poco davvero che l’abbia scritto una donna! cambia poco anche se dice molto: non ha sesso chi racconta la verità, chi costringe a leggere oltre la vita.
…Rose e detriti si chiude in un quadro da caduta dell’impero, con le milizie straniere alle porte, ma è la testa del Battista (“là sul vassoio ormai nero di mosche”) la bocca della verità, è la voce della coscienza (inascoltata, inascoltabile), è l’invito a razionalizzare la stessa foga (o la fuga) dei sensi, l’eruzione verbale, la smania (e la nausea) di un vivere oltre misura.

“Piccole cariche esplosive / grumi azzurri di pensiero”…

Non resta che raccogliere i cocci, i “detriti” di quelle “rose” che furono il passato splendore di un mondo appena posseduto.

Teatro di poesia: Ultimo monologo impossibile del Battista di Letizia Leone da Rose e detriti – Con un estratto dalla nota al libro  di Giuseppe Napolitano.

(Letizia Leone, Rose e detriti, FusibiliaLibriCollana: Palco -Collezione di teatro- 2015)

 

Lucas Cranach il Vecchio (1472, Kronach - 1553, Weimar), “Salomè

Lucas Cranach il Vecchio (1472, Kronach – 1553, Weimar), “Salomè

Voce fuori campo.
Descrizione

TESTA DI MORTO

È stato accertato con sicurezza:
nodose radici del collo
che pulite dal sangue brillano come cavi elettrici staccati
ma lacerati malamente
come se il capo fosse stato segato dal busto con un coltello corto
in una lotta feroce.

Le labbra? Un orlo di sangue.
Le chiome lunghe come si conviene agli invasati
o ai profeti perché si sa,
la forza del cielo si deposita sulle ciocche.

Tutti i capelli scomposti dal turbine delle parole
attraversati dal vento delle maledizioni
dai colpi caldi
dei godimenti inferiori
di una femmina di bastoni, tutti i nodi della tentazione

nel crine ferrigno e appiccicoso.
Quanto ha gridato quel Santo
con l’aria da sparo!
L’urlo gli usciva dalla coppa bucata a cui è ridotta
la bocca
questo blocco di terra rossa.

Che voluttà.
Quella donna tronfia della sua vergogna
di meretrice
gli si rivela – per tutti i giorni come pane quotidiano –
e senza stanchezza
cosi piena di grazia, lo assalta.
Lui, crocifisso alla sua croce invisibile;
lei si avvicina con pietà,
sempre più aderente alla pelle.
Una crociata contro anima e corpo:
certi spicchi di carne bianca gli ululavano
nella mente, nel cervello anzi, nel solo cervello
che l’anima, o la mente, o quello che di noi non ci
appartiene,
e in gravi preoccupazioni
ne si può dissipare
in gioia inutile… Gioia?!
Perché aveva usato quella parola?
Quando avrebbe dovuto dire diavolo? Maledetto
diavolo di donna e di odio.
La bastarda sconsacrata ammicca tutti i giorni
viscida cagna
senza sentimento. Lo aveva accarezzato
a sangue quella volta, quasi sfiorato,

ma per uno che e già morto da vivo
questi sono richiami, bruciature di tomba, tatuaggi
e la vertigine di un profumo è un oltraggio.

Si ripromise di combatterla
con bestemmie onnipossenti e
affogarla nelle ingiurie come si fa con le streghe
ingorde.

Ogni giorno la condannò
sebbene vacillante
larva del nulla ormai.
Era bastato lo sbandamento di una volta
per essere travolto dalla corrente
dei venti che ustionano il cuore.

Da allora inorridi nel vederla
mentre lei affinava le sue armi.

Il peso fossile di questo tormento
ha scavato segni sulla fronte
come solchi planetari
aperti da un ininterrotto brivido.

Ora pochi resti: una povera testa
tumefatta;
una palla da gioco
per una fanciulla sfatta che s’invola
sulle gambe, leggera Salomè
che ha voluto così
prima uccidere il poeta e poi il censore

ha voluto strappare gli occhi obliqui del santo
sempre pronti ad uncinare ogni desiderio
a spargere carbone,
a indurirla come un sasso
come sogno secco da non meritare… mai.

Poveri resti che parlate in modo chiaro
e confessate, inerti, i più cupi segreti
davanti a quest’orda
che festeggia il delitto.

Che dire dei lampi
rimasti accesi
dentro le pupille malgrado la morte?
Piccole cariche esplosive
grumi azzurri di pensiero
con dentro l’impronta
leggera di un ballo di seduzione

e nei timpani,
nel lago asciutto dell’orecchio
in un unico bozzolo di corno
i carmi degli incantamenti
o le canzoni allegre
note lanciate come mattoni
sui nervi. Tumefazioni.
Mentre nella camera più interna
nell’estremo padiglione soffia una ninnna nanna
suadente di Erodiade mamma:
“gioca bambino bello”… La falsa!

Si presentava con un amore casto
per cullare le ossa
all’uomo straziato dal buio e dalla fame
ma non era vero.
Una volta entrata nella cella del prigioniero
si strappava la maschera dell’amore celeste
e sussurrava
ne senti l’eco (se parli piano)
dell’implorazione:
“Si, toccami e anch’io ti tocco
a che serve vivere
dentro una voce, – (o dentro un foglio scritto) –
direbbe il poeta.
Sporcati, si anche con la mia mano
vellutata.
I miei seni…
ti faro togliere queste catene;
desisti dal continuo bestemmiare;
perché batti la testa e cerchi chiodi?”.

Sirena che indovinava i sogni.

Continua pure l’esplorazione,
leggi il racconto su queste pagine di carne
ulcerata:
guarda:
tanta saliva o bava a formare nel cavo della gola
più interna un lago
o forse uno specchio
se non una lacrima dove
(al microscopio) si direbbe e riflesso
un abbraccio,
anzi
il feroce amplesso di due bestie felici.

letizia leone

letizia leone

Giuseppe Napolitano, nato a Minturno (LT) nel 1949, risiede a Formia. Si è laureato in Lettere a Roma con una tesi sul teatro surrealista francese ed ha insegnato per trentatré anni, quasi sempre nei Licei. Ora si occupa a tempo pieno di promozione culturale: nel 2006 ha fondato una sua etichetta editoriale: “la stanza del poeta”, nella quale sono apparsi centoundici piccoli libri (suoi e di numerosi autori del bacino mediterraneo). La sua poesia è tradotta in quindici lingue, tra cui arabo, serbo, esperanto, estone, turco, armeno. Pubblicazioni più recenti: Antologia (poesie 1967-2007, a cura di Stelvio Di Spigno), 2008; Genius Loci (18 poesie per Normanno Soscia), 2009; Ditet e Naimit (premio “Venafro”), 2009; Tren po tren (Momento per momento, con traduzione in serbo di Dragan Mraovic), 2011; Pintar la luz /Dipingere la luce (traduzioni da Gustavo Vega), 2012; È questo un figlio?, 2012; A repentaglio, 2015; Cartoline da Gaeta, 2015; Seminari di lettura, 2015.

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Giorgio Caproni (1912-1990), dal “suicidio di Dio” all’“antistoria”. Lettura di Marco Onofrio e un Appunto di Giorgio Linguaglossa “Il problema dello stile in Giorgio Caproni”

Roma trinità dei monti anni Sessanta

Roma trinità dei monti anni Sessanta

Commento di Marco Onofrio

Il mondo poetico di Giorgio Caproni sviluppa la capacità di tenere insieme liquidità melodica ed esattezza visiva, pathos e intellettualismo, sentimento e ragione; ed è coerente con il suo modo generale di guardare alle cose, giacché egli «è dall’inizio e resterà fino alla fine un decostruttore, sia o meno questo carattere in rapporto con una percezione del mondo come giustapposizione di fenomeni che il soggetto non sa né vuole sintetizzare, e via via frantumi, schegge» (Mengaldo). In lui convivono spinte centrifughe e centripete, e da questa dialettica emerge il tracciato vettoriale di una poetica capace di “astrazioni” assolute così come, per via agglutinante, di «appercezioni esattissime di frammenti della realtà». L’astrazione porta all’“ontologia negativa”, per comprendere la quale si ricorra – più che alle acrobazie da “Dio che gioca”, in Res amissa – alla semplice pregnanza di “Squarcio” (da Il Conte di Kevenüller):

Viltà d’ogni teorema.
Sapere cos’è il bicchiere.
Disperatamente sapere
che cosa non è il bicchiere,
(…)

La concretezza plastica in Caproni si connota spesso in senso fortemente sensuale: vuole tradurre la “quiddità” delle cose tangibili e, soprattutto, la tenera flagranza creaturale dei corpi, e dunque il calore fisico delle donne. Ma è l’olfatto il senso che prevale: Caproni è il poeta degli odori. Odori, per esempio, di rancio, rifresco, pioggia, cipria, aria, barche, pesce, notte, erbe, mare, acqua, orina, capelli, alito, sudore e, somma sintetica di ogni altro, l’«odor di vita viva» (“L’ascensore”, da Il passaggio d’Enea). Caproni ricorda, durante una conversazione in radio del 1988, l’odore di sudore – ferino e conturbante – che emanavano le ragazze di un tempo, un sudore non coperto da ipocriti profumi, segnaletico della loro calda e corporea realtà, legato alla presenza naturale del corpo.

Ma tra parole e cose si insinua una progressiva, irraggiungibile distanza. Le metropoli moderne sono scenari alienanti dove l’uomo è sacrificato sull’altare dell’individuo-massa. L’ottusità amorfa e burocratica della società consumistica spegne lo spirito man mano che acceca il potere dei nomi, ovvero la capacità di afferrare e comprendere le cose. Lo smarrimento del soggetto si esprime per delega attraverso elementi e luoghi «insieme reali e irreali» (Mengaldo). Allo stesso modo il linguaggio poetico dimagrisce vistosamente, penetrando nella musica mentale del pensiero e asciugandosi fino ai bordi dell’afasia.  Da qui emerge la radice del dialogo sui “massimi sistemi” che conduce Caproni alle contorsioni filosofiche con l’Altro, l’Infinito, la Morte, Dio, il Nulla. La “delusione” che vivere a Roma ha nel complesso rappresentato per Caproni, rispetto agli entusiasmi del primo impatto con la Città, gli fa capire che, come nota Italo Calvino, «ciò a cui il nulla si contrappone non è il tutto: è il poco», che dunque «ciò che è, è poca cosa, mentre il resto (il tutto, o quasi) è ciò che non è, che non è stato, che non sarà mai». L’assottigliarsi progressivo del segno e del senso delle cose contribuisce ad aprire lo scenario del silenzio di Dio (l’afasia delle parole che nominano il mondo), e dunque agevola l’emersione della “teologia negativa” con cui culmina il percorso umano e poetico di Caproni. La ricerca, metafisica e insieme a-teologica, si manifesta nelle istanze delle ultime opere, dove lo stile di Caproni si affila in senso lapidario e ilarotragico: Il franco cacciatore (1982), Il Conte di Kevenhüller (1986), Res amissa (postumo, 1991).

Anita Ekberg La Grande Bellezza della Poesia anni Sessanta

Anita Ekberg La Grande Bellezza della Poesia anni Sessanta

Probabilmente il disgusto per la realtà prodotto dalla deriva consumistica della società italiana risulta infine decisivo nel percorso che porta lo sguardo di Caproni ad abbracciare l’oltranza di quelli che lui chiama «luoghi non giurisdizionali» (“L’ultimo borgo”, da Il franco cacciatore), abbandonandosi ai “campi” sconfinati che proseguono lo spazio della vita, dopo i “territori” statuiti dal consorzio.

I CAMPI

«Avanti! Ancòra avanti!»
urlai.
Il vetturale
Si voltò.
«Signore,»
mi fece. «Più avanti
non ci sono che i campi.»

La verità del mondo non si esaurisce con le realtà antropizzate (di cui una metropoli rappresenta il non plus ultra), irte di regole e convenzioni riduzioniste; è anzi – nella sua parte più autentica – qualcosa di molto più complesso, che travalica ogni tentativo di semplificazione. Occorre dunque uno sguardo “aperto” e spregiudicato, capace di sbordare dai limiti assegnati, dagli schemi razionali, dalle croste dell’abitudine, trovando zone di contatto con l’ignoto invisibile attraverso prospettive inusuali. Anche quando si trova nel pieno dei «lidi cementizi», tra il grigiore degli squallidi casamenti, l’occhio di Caproni cattura allo sguardo le aperture improvvise nell’agro, cioè i luoghi estremi della forzata urbanizzazione, laddove finiscono le strade e cominciano i prati incolti.

Ora tu porta all’Agro
sgominato di maggio
questo Caffè – l’acquario
tanto tremulo, il fresco
che negli specchi ha un miraggio
inutile ai belletti
sul volto in maschera, vario
d’improntitudini. A morte
eterna, nel sanguinario
forno dei fiori, al sole
arroventato dall’erba
tu sperdilo, nel semenzario
torrido d’aria e di spazio
che urla impalato, acceso
dai papaveri. Il laccio
allora tu avrai compreso
del mio sgomento – la piena
enorme della paura
che sale, così impietrita
sale, e quanto aliena
da me atterra la vita!

[poesia del 1942, rimasta inedita]

Elsa Martinelli film di Elio Petri La decima vittima 1965

Ursula Andress film di Elio Petri La decima vittima 1965

    

È lì che riaffiora l’erba, altrove soffocata dall’asfalto. Poiché la Vita è invincibile e irriducibile, ed è comunque più forte della Storia (con le sue “maschere” infinite); anche se talvolta è la Storia che sembra momentaneamente prevalere. La Storia, infatti, è determinata dagli uomini, e gli uomini sono ospiti del pianeta e dunque, in quanto tali, soggetti alle leggi di natura. Caproni conosce bene questa verità, e la fa sua al punto di porsi come poeta dell’antistoria. Basta l’odore conturbante che emana dai vestiti di una «calorosa ragazza» a far andare in tilt la Storia, ovvero le strutture razionali che presiedono alla logificatio del mondo in “realtà”.

ODOR VESTIMENTORUM

Calorosa ragazza
che avanzi tra la verzura:
i tuoi acri rossori
son tenebra, non paura.

Sono acuta ignoranza
viva e provocatoria:
son la veemente baldanza
del sangue. L’antistoria.

Colpito in pieno dal vento
fondo del tuo vestiario,
oh il ciclista che a stento
ha attraversato il binario.

Sul tema del caldo, languido, sdilinquente «odore» che emana dalla donna, si leggano anche i primi versi de “I ricordi” (Congedo del viaggiatore cerimonioso):

Te la ricordi, di’, la Gina,
la rossona, quella
sempre in caldo, col neo
sul petto bianco, che quando
veniva ogni mattina
a portar l’acqua (eh! Il Corallo
allora non aveva ancora
tubazione) lasciava
tutto quello stordito
odore?…

film fotogramma Elio Petri Ursula Andress e Elsa Martinelli

film fotogramma Elio Petri Ursula Andress e Elsa Martinelli

La ragione non basta più, e allora spetta alla poesia il compito di allargare lo spettro delle percezioni, infilando l’acume dello sguardo negli interstizi, nell’invisibile del vuoto, nelle fessure oniriche, nell’irrealtà. La materia ha dentro di sé la scintilla di una sconosciuta intelligenza creatrice, e la natura stessa trabocca di mistero, manifesta l’«Altro che cerchiamo / con affanno» (“Il delfino”). Tutto questo produce sgomento, ma chiama la conoscenza alla sfida di una nuova, meravigliosa avventura. La condizione dell’uomo contemporaneo è quella dell’esule, ma è una condizione che, invece di prostrarlo, deve farlo più forte di questo vivere «senza centro»: «L’uomo» ‒ così dichiara Caproni nell’intervista concessa ad Aurelio Andreoli per «Il Secolo XIX» poco prima di morire ‒ è ormai «privo delle speranze trascendenti» e «richiamato alle proprie responsabilità in terra»; ma proprio per questo «è soprattutto un uomo libero». Nell’“Inserto” in prosa posto dopo le prime sedici poesie de Il franco cacciatore, Caproni mette a fuoco con precisione chirurgica l’esito di questa sua sofferta ricerca sui limiti metafisici della realtà che compete all’uomo:

«Vi sono casi in cui accettare la solitudine può significare attingere Dio. Ma v’è una stoica accettazione più nobile ancora: la solitudine senza Dio. Irrespirabile per i più. Dura e incolore come un quarzo. Nera e trasparente (e tagliente) come l’ossidiana. L’allegria ch’essa può dare è indicibile. È l’adito – troncata netta ogni speranza – a tutte le libertà possibili. Compresa quella (la serpe che si morde la coda) di credere in Dio, pur sapendo – definitivamente – che Dio non c’è e non esiste».

L’esito della dispersione a-centrica non è una cupa disperazione ma, paradossalmente, l’ebbrezza illimitata della libertà, il potere del possibile creativo.

giorgio caproni, foto di Dino Ignani

giorgio caproni, foto di Dino Ignani

Poesie di Giorgio Caproni

L’OCCASIONE

L’occasione era bella.
Volli sparare anch’io.
Puntai in alto. Una stella
o l’occhio (il gelo) di Dio?

BENEVOLA CONGETTURA

Non mi ha risposto.
Gli ho scritto tante volte.
Non mi ha mai risposto.
Io credo che sia morto. Non penso
che si tenga nascosto.

BIGLIETTO
LASCIATO PRIMA DI NON ANDAR VIA

Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.

Il mio viaggiare
È stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.

COROLLARIO

Leone o Drago che sia,
il fatto poco importa.
La Storia è testimonianza morta.
E vale quanto una fantasia.

.
SAGGIA APOSTROFE
A TUTTI I CACCIANTI

Fermi! Tanto
non farete mai centro.

La Bestia che cercate voi,
voi ci siete dentro.

.
ALL’OMBRA DI FREUD

1.

Verità inconcussa.
La riva vulvare: la porta
cui, chi n’è uscito una volta,
poi in perpetuo bussa.

.

ALZANDO GLI OCCHI

In aria tutto un brulichio
di punti neri…
Uccelli?
Lettere stracciate?

O – forse –
soltanto dispersi brandelli
(gli ultimi) di Dio?…
*

Non c’è il Tutto.
Non c’è il Nulla. C’è
soltanto il non c’è.

CONFIDENZA

Ecco a cosa penso.
Al senso della ragione.
Al senso della dissoluzione.
Al senso del non senso.

SENZA TITOLO

Pensiero triste:
la Storia non esiste? …

Alberto Moravia scrittore dell'esistenzialismo

Alberto Moravia scrittore dell’esistenzialismo

Giorgio Linguaglossa: Il problema dello stile in Giorgio Caproni

Il problema dello stile del tardo Caproni di Il franco cacciatore (1982), Il Conte di Kevenhüller (1986) e Res amissa (1991), va inquadrato nella problematica via di uscita dalle secche degli stili del tardo Novecento. Giorgio Caproni, della generazione degli anni Venti, si trova improvvisamente, nel breve giro di due decenni, gli anni Settanta e Ottanta, impaniato nella necessità di rinnovare il suo stile e nella difficoltà di uscire dallo schema stilistico  che aveva maturato nel corso di una intera vita di poesia. Nell’ultimo Caproni è vivissimo il segnale di una «maniera» che tende a sostituirsi allo stile maturo per tentare di decostruirlo, quella «maniera [che] registra un inverso processo di disappropriazione e di inappartenenza. È come se il poeta vecchio, che ha trovato il suo stile e, in esso, ha raggiunto la perfezione, ora lo dimettesse per accampare la singolare pretesa di caratterizzarsi unicamente attraverso un’improprietà. […] Così, in storia dell’arte, il manierismo “presuppone la conoscenza di uno stile cui si crede di aderire e che invece si cerca inconsciamente di evitare” (Pinder)1

La speciale secondarietà dello stile del tardo Caproni rivela qui il suo carattere non transitivo perché tende a bloccare l’elemento prosodico prosastico entro la chiusura di uno schema metrico fisso facendo con ciò scoccare sì scintille ed attriti ma anche rilevare l’impossibilità dell’elemento frastico a rompere gli schemi rigidi dei rondò e delle canzonette cantarellanti che vorrebbero sminuire e dimidiare lo stile maturo acquisito. Si tratta di un blocco dello stile entro uno schema chiuso. È qui, a mio avviso, il momento di stallo della poesia del tardo Caproni, la sua non completa emancipazione dal suo precedente stile e il suo mancato approdo ad una poesia compiutamente post-modernistica che verrà, quando verrà alla luce una nuova generazione di poeti libera dal pondus della tradizione metrica neoermetica e metterà in bacheca nuove tematiche e nuovi oggetti, penso a quei poeti che nasceranno negli anni Quaranta che avranno davanti un mondo che si era già liberato della tradizione neoermetica e guardavano allo sperimentalismo come ad un fatto del passato remoto, ad un fenomeno che faceva ormai parte della storia letteraria.

 1 Giorgio Agamben in Giorgio Caproni Tutte le poesie Garzanti 1999 pag. 1023

Marco Onofrio legge emporium 2012

Marco Onofrio legge emporium 2012

Marco Onofrio (Roma, 11 febbraio 1971), poeta e saggista, è nato a Roma l’11 febbraio 1971. Ha pubblicato 21 volumi. Per la poesia ha pubblicato: Squarci d’eliso (Sovera, 2002), Autologia (Sovera, 2005), D’istruzioni (Sovera, 2006), Antebe. Romanzo d’amore in versi (Perrone, 2007), È giorno (EdiLet, 2007), Emporium. Poemetto di civile indignazione (EdiLet, 2008), La presenza di Giano (in collaborazione con R. Utzeri, EdiLet 2010), Disfunzioni (Edizioni della Sera, 2011), Ora è altrove (Lepisma, 2013) Ai bordi di un quadrato senza lati (Marco Saya, 2015). La sua produzione letteraria è stata oggetto di presentazioni pubbliche presso librerie, caffè letterari, associazioni culturali, teatri, fiere del libro, scuole, sale istituzionali. Alle composizioni poetiche di D’istruzioni Aldo Forbice ha dedicato una puntata di Zapping (Rai Radio1) il 9 aprile 2007. Ha conseguito riconoscimenti letterari, tra cui il Montale (1996) il Carver (2009) il Farina (2011) e il Viareggio Carnevale (2013). Nel 1995 si è laureato, con lode, in Lettere moderne all’Università “La Sapienza” di Roma, discutendo una tesi sugli aspetti orfici della poesia di Dino Campana. Ha insegnato materie letterarie presso Licei e Istituti di pubblica istruzione. Ha tenuto corsi di italiano per stranieri. Ha pubblicato articoli e interventi critici presso varie testate, tra cui “Il Messaggero”, “Il Tempo”, “Lazio ieri e oggi”, “Studium”, “La Voce romana”, “Polimnia”, “Poeti e Poesia”, “Orlando” e “Le Città”.

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Tadeusz Różewicz (1921-2014) UNA POESIA “Sono nessuno” dedicata a Ezra Pound, “Elpenore”, “Canto della gabbia” Presentazione e traduzione di Paolo Statuti con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Polonia Ghetto_Uprising_Warsaw

Polonia assedio del Ghetto di Varsavia

Poeta, drammaturgo, novelliere e saggista, Tadeusz Różewicz – da qualcuno definito “specchio e sismografo della realtà contemporanea” – è senza dubbio il più illustre scrittore polacco della generazione cui la guerra tolse la prima giovinezza. E’ nato il 9 ottobre 1921 a Radomsko. Durante il periodo dell’occupazione si mantenne dando lezioni private e lavorando saltuariamente come operaio e corriere. Nel 1942 terminò la scuola clandestina per sottufficiali. Negli anni 1943-44 combatté nei reparti partigiani dell’Armata Nazionale.

Il primo volume di poesie, uscito nel 1947,  è intitolato non a caso Niepokój (Inquietudine, 1947). E’ l’inquietudine dell’uomo scampato allo sterminio, che lotta affinché le atroci esperienze che ha vissuto non si ripetano più. Ancora più incisive, da questo punto di vista, sono le due successive raccolte Czerwona rękawiczka (Il guanto rosso, 1948) e Pięć poematów (Cinque poemi, 1950). Il poeta penetra sempre più profondamente nelle questioni che lo travagliano, e sempre più faticosamente cerca la salvezza nell’osservazione dei mutamenti che avvengono nel suo paese. L’inquietudine morale continuerà a tormentare il poeta anche nei poemi Równina (La pianura, 1954) e Srebrny kłos (La spiga d’argento, 1955), nonché nel successivo volume Rozmowa z księciem (Colloquio con il principe, 1960). Il moralista non può permettere alla sua coscienza di quietarsi davanti a un mite quadretto della natura o in un pacifico idillio. Różewicz risveglia incessantemente le coscienze, perché la coscienza inquieta determina la ricerca della verità, e la ricerca della verità porta alla ricerca del bello. Różewicz è concreto e misurato. Cerca di cogliere l’essenza di un fatto, di un fenomeno, mette a fuoco ciò che vede e ne evidenzia gli elementi essenziali.

Negli anni ’50 lo scrittore, pur continuando ad esprimersi nella poesia, iniziò la sua attività di novelliere e di drammaturgo. Sono apparse così le sue raccolte di racconti Opadły liście z drzew (Sono cadute le foglie dagli alberi, 1955), Przerwany egzamin (L’esame interrotto, 1960), Wycieczka do muzeum (Gita al museo, 1966) e Śmierć w starych dekoracjach (Morte tra le vecchie scene, 1970). Caratteristica specifica delle novelle di Różewicz è l’ostinata ricerca dell’umanità in ogni frammento di vita. E’ una prosa incredibilmente condensata, dai molti sottotesti, che scava il realismo dalle vicissitudini umane. Lo scrittore diventa maestro di una nuova prosa, che si può definire realismo poetico. Spesso intreccia elementi occasionali, brandelli di conversazione, il balbettìo di un ubriaco, annunci, frammenti di trasmissioni radiofoniche e televisive, di giornali e di libri. Tutto gli serve come materiale da costruzione, tutto si amalgama nel crogiolo della sua arte.

polonia fucilazioneAltrettanto inquietante e originale come la poesia e la prosa, è la drammaturgia di Różewicz. Lo scrittore, giustamente definito un classico vivente, è sempre fedele a se stesso, alla sua visione del mondo, alle sue ossessioni e alla sua poetica. “Kartoteka” (Cartoteca, 1960), è il dramma di tanti uomini vissuti nel mondo della seconda metà del XX secolo, un mondo in cui lo scrittore scorge molti sintomi di caos e di crisi dei valori tradizionali.

Nei suoi drammi Różewicz è riuscito magistralmente a “spiare” lo stile di vita di certi gruppi sociali, il cui obiettivo è soltanto l’arricchimento e le cui aspirazioni sono esclusivamente di natura consumistica. Ad esempio in Akt przerywany (Atto interrotto, 1970), bersaglio dello scrittore diventa il livellamento, l’appiattimento dei costumi, che riguarda non solo la sfera dei problemi quotidiani, ma si imprime anche nella psiche dell’uomo contemporaneo, impoverendone la vita interiore.

Różewicz – drammaturgo ha creato una nuova forma teatrale, nella quale trovano posto la vita concreta, l’iperbole poetica, l’ironia e il grottesco. Il dramma Pułapka (La trappola, 1982), ritenuto da molti un capolavoro, è basato sulla figura di Franz Kafka. Vi si ritrovano fatti della vita di questo scrittore e alcuni echi dei suoi diari. Meditando su Kafka, Różewicz scrive anche di se stesso e un po’ anche di tutti noi, delle nostre paure, del destino dell’uomo – “animale immolato” del XX secolo, “intrappolato” dalla metafisica. La prima trappola di ogni essere umano è l’esistenza stessa. “Sono una trappola, il mio corpo è una trappola in cui sono caduto dopo la nascita”, dice Kafka nel dramma di Różewicz.

Scrive il drammaturgo: “Cosa mi lega al teatro? Al teatro mi lega il desiderio di scrivere un dramma veramente realistico e al tempo stesso poetico. Non è una cosa facile, perché non so in cosa si differenzi il teatro poetico da quello realistico. Considero tutta la mia creazione come un’incessante polemica con il teatro contemporaneo e con le recensioni teatrali.

Nel suo libro “Il teatro della comunità” il regista Kazimierz Braun scrive: “Dopo Wyspiański e Witkacy, dopo Gombrowicz e Mrożek, proprio Różewicz, a mio avviso, è il più autorevole drammaturgo del teatro polacco contemporaneo. Attualmente proprio lui traccia l’indirizzo delle ricerche più importanti”. E’ inutile dire che i drammi di Różewicz sono rappresentati sulle scene di tutto il mondo, inclusa  l’Italia.

Polonia Esecuzione di 56 civili polacchi a Bochnia durante l'occupazione della Germania nazista della Polonia; 18 December 1939

Esecuzione di 56 civili polacchi a Bochnia durante l’occupazione della Germania nazista della Polonia; 18 December 1939

“Tanti anni sono dovuti passare, prima di riuscire a capire che lo scrittore poeta non ha il diritto di disprezzare, ma ha soltanto il diritto di amare” – ha scritto Różewicz nel volume di saggi Przygotowanie do wieczoru autorskiego (Preparazione a una serata d’autore, 1971), e forse in questa affermazione  risiede la verità sull’evoluzione di questo scrittore, la cui creazione ha sempre reagito vivacemente sia alle grandi crisi politiche del nostro tempo, sia a tutti i fenomeni della sfera esistenziale, culturale, di costume, attraverso i quali un umanista del rango di Różewicz non può passare indifferente. Giustamente ha detto Konrad Górski che “non si diventa umanisti per caso. La passione del conoscere in un umanista nasce da un’esigenza istintiva, per capire il senso della vita, per scorgere il legame tra l’enigma del mondo e il destino morale dell’uomo”. Queste parole si adattano alla perfezione a tutta l’opera di Tadeusz Różewicz.

Da tanti anni mi occupo di letteratura polacca e conosco bene questo scrittore. Ma c’è una cosa che continua a stupirmi: che cioè non abbia ricevuto il Nobel per la Letteratura, al pari di Henryk Sienkiewicz (1905), Wladyslaw Reymont (1924), Czesław Miłosz (1980) e Wisława Szymborska 1996). In ogni caso ormai è troppo tardi, perché questa grande figura della letteratura polacca è scomparsa il 24 aprile del 2014.

Sono uscite in Italia le seguenti raccolte di poesie di Tadeusz Różewicz:
Colloquio con il principe (129 poesie), a cura di Carlo Verdiani, Mondadori 1964
Il guanto rosso e altre poesie (45 poesie), a cura di Carlo Verdiani e Pietro Marchesani. Scheiwiller 2003
Bassorilievo (26 poesie), a cura di Barbara Verdiani, Scheiwiller 2004
Le parole sgomente. Poesie 1947-2004 (52 poesie), a cura di Silvano De Fanti, Metauro 2007

Della raccolta di prossima uscita in italiano sono inserite 32 poesie di Różewicz, di cui 17 inedite, mentre 3 sono inserite nella raccolta del 1964 e non sono state più pubblicate. Malgrado Różewicz non sia un nome nuovo alla editoria italiana, egli continua a essere ancora troppo poco noto nel nostro paese. Devo arguire che sia rimasto “intrappolato” nelle anguste reti della slavistica italiana, che purtroppo non è esente da rivalità e gelosie. Mi auguro dunque che con una più oculata divulgazione, che lasci fuori eventualmente i santoni della slavistica nostrana, la mia raccolta di prossima pubblicazione con la EditLet contribuisca a dare a Tadeusz Różewicz quello che è di Tadeusz Różewicz.
                                                                                                         Paolo Statuti

Altre opere di Tadeusz Różewicz:
Poesia

“Czas, który idzie” (Il tempo che va, 1951)
“Wiersze i obrazy” (Versi e immagini, 1952)
“Nic w płaszczu Prospera” (Il nulla nel mantello di Prospero, 1962)
“Duszyczka” (Piccola anima, 1979)
“Płaskorzeźba” (Bassorilievo, 1991)
“Recycling” (Recycling, 1998)
“Nożyk profesora” (Il coltellino del professore, 2001)

Teatro

“Grupa Laokoona” (Il gruppo del Laocoonte, 1961)
“Śmieszny staruszek” (Il vecchietto ridicolo, 1965)
“Wyszedł z domu” (Se n’è andato di casa, 1965)
“Spaghetti i miecz” (Gli spaghetti e la spada, 1967)
“Przyrost naturalny” (Incremento demografico, 1968)
“Na czworakach” (Carponi, 1972)
„Białe małżeństwo” (Matrimonio bianco, 1974)
“Odejście Głodomora” (La partenza del morto di fame, 1976)
“Do piachu” (Morto e sepolto, 1979)

polonia occupazione tedesca

polonia occupazione tedesca

Commento di Giorgio Linguaglossa

 Tadeusz Różewicz (1921-2014)  nasce a Radomsko nel 1921 sulla linea ferroviaria Varsavia-Vienna, città all’epoca di 20.000 abitanti, città di provincia. Nel novembre del 1944 il fratello Janusz, capo partigiano, viene fucilato dai nazisti, evento che avrà grande influenza sulle scelte di poetica di Tadeusz. Nel 1947 esce Niepokój (Inquietudine) che viene accolto con giudizi lusinghieri dai maggiori poeti delle generazioni precedenti. Anche il secondo volume Czerwona rekawiczka (Il guanto rosso) viene accolta con giudizi lusinghieri e disparati a causa di un nuovo sistema di versificazione e una nuova tematizzazione dei temi della sua poesia. Różewicz  proviene dall’esperienza traumatica della seconda guerra mondiale e dall’orrore dei campi di concentramento, la sua poesia è un prodotto della catastrofe della cultura, una riflessione che ha al centro la domanda: Che cos’è l’uomo? Che cosa è diventato? Ci sarà un avvenire per l’uomo figlio dell’Occidente? – Różewicz si chiede se sia ancora possibile scrivere poesia dopo Auschwitz e dopo la dissoluzione delle “Forme”:

Queste forme un tempo così ben disposte
docili sempre pronte a ricevere
la morta materia poetica
spaventate dal fuoco e dall’odore del sangue
si sono spezzate e disperse

La risposta, in sede estetica, sarà la rivoluzione delle forme, l’adozione del verso libero e l’impiego di un polinomio frastico organizzato secondo i tempi e i modi della prosa. La poesia di Różewicz riporta il linguaggio poetico al grado zero della scrittura, elimina la differenza tra poesia e prosa, si prosasticizza, indossa i vestiti della povertà, assume un tono asseverativo, assertorio, sarcastico, dimesso, gnomico e colloquiale, mescola abilmente il parlato con il ready made, la citazione con la semplice proposizione del quotidiano, il dialogo con il soliloquio, gli enunciati frastici sono impiegati come frangiflutti della significazione, sono abilmente snodati e snodabili, ribaltabili e sovrapponibili grazie all’impiego di una pluralità di voci che intervengono nella composizione senza preavviso alcuno, ma inserendo gli enunciati liberamente, svincolati da ogni schema preordinato. Il risultato estetico è una prosodia sorprendentemente ricca, frastagliata e vissuta, ritmicamente snodabile, capace di aderire alle tematiche più diverse come un vestito che sembra, volta a volta, tagliato su misura. Una poesia che ricorda certe composizioni cubiste, che integra le suggestioni del costruttivismo e del surrealismo, ma di un surrealismo passato al vaglio della sua severità polacca. Scrive Silvano De Fanti: «Il registro stilistico viene dunque improntato a una decisa propensione per la metonimia, sostenuta dalla giustapposizione di elementi dissimili o incongrui che offrano nuove possibilità semantiche svelando ciò che sta oltre la parola, lontano dalle associazioni tradizionali, e corredata da insistenti elencazioni, coordinate per paratassi o per asindeto, tendenti a manifestare i frammenti circostanti che ricreano il caos del mondo dopo la distruzione. Stava soprattutto qui la precoce rottura con la poetica dell’Avanguardia; stava altresì nell’uso ben più largo del lessico quotidiano e nella ‘debanalizzazione’ del banale, inteso come tutto ciò che rivela le verità ‘ordinarie’, ovvero il parlare diretto, la parola concreta, la naturalezza, il senso comune: “dopo una breve escursione nella terra dove regnavano e regnano il ‘senso poetico’ e la ‘bellezza’, faccio ritorno al mio ‘immondezzaio'” (…) La “morte della poesia” così spesso proclamata da Różewicz – metafora paradossale, ché in realtà portò il poeta a generare una nuova poesia – stava proprio nella consapevolezza della mancanza di una lingua che fosse in grado di esprimere l’esperienza, e che… lo spinse a penetrare e a rivoltare dall’interno quella stessa lingua. L’uomo di Niepokój è sopravvissuto alla catastrofe da lui stesso provocata»*

È la misura e la precisione del dettato poetico che farà di Różewicz il progenitore della poesia polacca moderna. Un grande poeta modernista che ha saputo formulare nella nuova sintassi del modernismo le domande più inquietanti e scomode del nostro tempo. È la scoperta più sconvolgente di Różewicz quella di interrogare l’uomo senza qualità che è sortito fuori dalla seconda guerra mondiale: l’uomo è diventato quella cosa senza identità dei nostri giorni:

Sono nessuno
the dogs leap on Actaeon
Fu condotto
al luogo di pena
il 24 maggio 1945
alle ore quindici
Ich bin Niemand
Mein Name ist Niemand
lo riconobbi dagli occhiali
e dai peli sulla faccia
aveva allora 60 anni
portava una rozza uniforme
scarponi militari
cintura e lacci
si toglievano alle persone
rinchiuse in gabbia…

polonia-bombardamenti

polonia-bombardamenti

Nella poesia di Różewicz si entra subito dentro una stanza, dentro una situazione, dentro un personaggio. È il primo poeta del nuovo modernismo europeo che utilizza il discorso letteralizzato (facilitato in ciò dalla sua lunga esperienza di scrittore di drammi), di qui l’impiego continuo di dialoghi, di inserzioni di parlato, di ready made, di enunciati di cronaca, di divagazioni improvvise e apparentemente slegate del filo conduttore del discorso. Ma Różewicz fa anche uso del discorso indiretto, del correlativo oggettivo del correlativo soggettivo (cioè lo spostamento del soggetto, lo spaesamento e la dislocazione del soggetto). Różewicz fa uso della sapienza antica e antichissima dei saggi cinesi, di Lao Tzu quando questi scrive: «La via è vuota, ma usandola, non si riempie». C’è qui l’esperienza della negazione e dell’affermazione, l’una accanto all’altra. L’esperienza del vuoto e del pieno, del vero e del falso. Gli opposti non si elidono ma si potenziano. In tal modo, la poesia rafforza alla ennesima potenza la carica semantica del proprio linguaggio, nega e afferma allo stesso tempo la medesima cosa. Voi direte, ma come è possibile? Come è possibile dire con il discorso poetico una cosa e, immediatamente dopo, negarla? C’è qui un esercizio di doppiezza, forse? – No, qui è in azione il pensiero poetico che dispone della sua autorità, che tratta tutto ciò che tratta con la sovranità che è riservata ad un sovrano assoluto. Soltanto la poesia ha questo attributo, di dire e di fare ciò che crede. Al contrario del romanzo il quale invece non può permettersi tanta e tale libertà, se non altro perché un cambio di marcia deve essere spiegato e accompagnato da una preparazione narrativa. In poesia, invece, non c’è bisogno di tutto ciò, la poesia è libera di fare i salti mortali che vuole, se lo desidera. La poesia di Różewicz fa proprio questo principio compositivo (che è anche un principio epistemologico, di poetica), entra subito dentro le situazioni e le illumina dall’interno con la lampada di Diogene di una nuova visione del fare poesia e di come leggere il mondo.

[Le altre opere poetiche del poeta polacco sono: Czerwona rękawiczka (Il guanto rosso, 1948) e Pięć poematów (Cinque poemi, 1950). Równina (La pianura, 1954) e Srebrny kłos (La spiga d’argento, 1955), e Rozmowa z księciem(Colloquio con il principe, 1960). Seguiranno Superstite, degli anni sessanta Correzione di bozze, degli anni ottanta, Una poesia degli anni novanta, e degli anni duemila: Perché scrivo?. Nel 2007, è uscita in Italia, grazie all’impegno e alla cura di Silvano De Fanti, un’antologia della sua vasta produzione, dal titolo Le parole sgomente. Poesie 1947–2004 (Metauro)].

Różewicz apprezzava l’opera pittorica di Burri, apprezzava l’informale materico di Burri il quale creava con il materiale bruto «immondezzai organizzati»:

affamato nel campo di lavoro
componeva con i rifiuti
il mondo nuovo
tra le morti e i rifiuti
creò la bellezza
diede prova di una nuova interezza.

Poeta Tadeusz Różewiczczerwiec  1979 r. soaPAP/PAI/Reprodukcja

Tadeusz Różewicz 1979

Anche per il poeta polacco i rifiuti e i letamai sono diventati illustrazione e simbolo della crisi della cultura nella seconda metà del XX secolo:

vicino al mio cuore
l’immondezzaio metropolitano
il poeta degli immondezzai è vicino alla verità
più del poeta delle nuvole
gli immondezzai pieni di vita
di sorprese.

Różewicz si rende conto che l’arte si trova in un momento di passaggio, lo fa con la consueta sfumatura ironica:

Un’epoca si sta concludendo
inizia
un’epoca nuova e a volte gli artisti si sentono
in dovere
di creare un’opera degna
dei nostri grandi straordinari
tempi
invece pian piano vediamo
che un’epoca si è conclusa
un’altra è iniziata
alcuni se ne sono accorti
altri no

Altri ancora «sono appesi immobili ormai quasi belli», già classicizzati seppur giovani (Afro, Spazzapan, Music, Consagra, Corpora) Uno dei segnali più inquietanti del trapasso da un’epoca all’altra? Nel 1957 il poeta aveva visto a Parigi «l’albero realistico» di Mondrian che «si faceva astratto / moriva e partoriva / una proposta nuova». Ora, solo cinque anni dopo, in America la scimpanzè Betsy dipinge quadri tachistes e ne ha venduto uno per 350.000 franchi… «Das Spiel mit den Möglichkeiten»: l’espressione artistica di oggi – inizio anni ’60 – tende a essere un gioco delle possibilità, un gioco – sembra questo il giudizio di Rozewicz – di cui l’artista cerca ancora di stabilire delle regole. L’unica vera consapevolezza pare essere un diverso atteggiamento etico: non più “partecipante”, ma “testimone”. E la parte conclusiva del poema, intitolato “Diritti e doveri” e anch’essa ricca di topoi intertestuali iconografici, sembra esserne l’esemplificazione poetica attraverso la parafrasi dei primi versi del poema di W.H. Auden “Musée des Beaux Arts”, che a sua volta descrive il dipinto di Brueghel “La caduta di Icaro”. Un tempo, nel vedere Icaro in caduta, il poeta avrebbe gridato a tutti gli astanti di guardare, di assistere al dramma del figlio del sogno in atto di precipitare:

ma adesso adesso non so
so che l’aratore deve arare la terra
il pastore custodire le greggi
l’avventura di Icaro non è la loro avventura
deve andare a finire così
E non c’è nulla di
sconvolgente nel fatto
che la bella nave continui a navigare
versi il porto stabilito.

È il tema della fine della poesia che ritorna in modo ossessivo nella poesia di Różewicz. In Et in Arcadia Ego (1950) scrive:

il musicante ha chiuso il violino
nella custodia
si è seduto al tavolino
i camerieri ripiegano le tovaglie
le vele

La festa è finita. I camerieri se ne vanno, ripiegano le tovaglie…

Siamo alla fine di un’epoca
il musicista scompare così com’è scomparso il poeta…

È questa profonda consapevolezza che fa la grandezza della poesia di Różewicz. Pochi poeti del Novecento hanno avuto così netta la percezione della fine di una civiltà e della sua arte più sublime, la poesia, quanto il poeta polacco.

Polen, Halbkettenfahrzeuge

Polen, Halbkettenfahrzeuge

Tadeusz Różewicz

Sono nessuno

the dogs leap on Actaeon

Fu condotto
al luogo di pena
il 24 maggio 1945
alle ore quindici

Ich bin Niemand
Mein Name ist Niemand

lo riconobbi dagli occhiali
e dalla barba
aveva allora 60 anni

portava una rozza uniforme
scarponi militari

cintura e lacci
si toglievano alle persone
messe in gabbia

nei giorni afosi
girava in mutande
verdi-oliva e maglietta

le sbarre della gabbia furono rinforzate

diceva che dalla pazzia
l’aveva salvato un’antologia di liriche
che aveva trovato nella latrina

that from the gates of death,
that from the gates of death:
Whitman or Lovelace found
on the jo – house seat at that
in cheap edition!

Whitman liked oysters

stringo alleanza con te
Walt Whitman

Ti ho detestato
abbastanza a lungo
vengo da Te
come bambino adulto
che aveva un caparbio
padre

sono Nessuno
conoscete Nessuno?

il poeta è un animale
immerso nel mondo
per questo è così insicuro
di fronte al mondo

und schritt im Käfig
auf und ab
ohne einen Blick
nach draussen zu werfen

poi lo misero
nel recinto degli animali

calcò sull’erba
un sentiero circolare
che non conduceva
all’abbeveratoio

la danza dell’intelletto
tra le parole

tadeusz rozevicz

tadeusz rozevicz

trovò il manico
di una vecchia scopa
il manico si trasformò
nelle sue mani
in una spada
una racchetta da tennis
una stecca da biliardo
un bastone da passeggio

Interrogatorio
nel tribunale di stato
del distretto di Columbia
13 febbraio 1946

Il signor Pound è qui
Voglia alzarsi e mostrarsi
Alla corte
Grazie

– Qualcuno conosce il signor Pound?
– Io lo conosco
– La poesia che lei ha letto era buona?
– Penso che quello che ho letto fosse in regola
– Il fatto che avesse mania di grandezza
e una buona opinione di sé
è una cosa singolare anormale?
– Non nel caso di un poeta
– Ed egli è uno dei poeti
più illustri
– Sì
– Capisce egli di aver commesso un tradimento?
– L’accusato ritiene di possedere la chiave
della pace mondiale
tramite la comprensione e la spiegazione di Confucio
– Soffre di psicosi?
– Sì. Penso che soffra di mania di grandezza
e di mania di persecuzione…
Entrambe tipiche degli stati
paranoici

Dalla cella della morte
fu trasferito
alla “Gorillakäfig”

il poeta è un animale
immerso nel mondo
per questo è così insicuro
di fronte al mondo

the dogs leap on Actaeon
stava nella gabbia
per gli animali feroci
di giorno
accovacciato in un angolo della gabbia
di notte
nella luce dei riflettori

i guardiani tacevano

a volte un soldato passando
si fermava
osservava lo strano esemplare
poeta animale traditore
“padre della letteratura contemporanea”

gettava nella gabbia
sigarette cioccolata frutta
andava oltre
il vecchio bofonchiava
Usura usura usura
Rothschild Roosewelt Morgenthau
Usura usura usura
approvava le stragi hitleriane
il miglior fabbro

Ich bin Niemand
mein Name ist Niemand

the dogs leap on Actaeon

l’amore per il prossimo lo praticavano Quelli
che respinsero la lettera della legge

sempre commettevo soltanto errori
le parole per me hanno perso il loro significato
risvegliato
mi stupisco

Tadeusz-Rozewicz 2

Tadeusz Różewicz

Elpenore come hai raggiunto questa buia riva?
Sei venuto a piedi? Precedendo i Naviganti?
Ed egli in risposta:
La triste sorte e molto vino. Dormivo nel focolare di Circe…
Uomo senza fortuna e senza nome.

CANTO DELLA GABBIA

Chi può Kto może
non vuo’ nie chce
Chi vuo’ Kto chce
non può nie może
Chi sa Kto wie
non fa nie czyni
Chi fa Kto czyni
non sa fare nie umie
e così la vita se ne va!

(Versione di Paolo Statuti)

Paolo Statuti è nato a Roma il 1 giugno 1936. Nel 1963 si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Roma. Nello stesso anno è stato assunto come impiegato dalle Linee Aeree Italiane Alitalia, che ha lasciato nel 1980. Nel 1975, presso la stessa Università romana, ha conseguito la laurea in lingua e letteratura russa ed altre lingue slave (allievo di Angelo Maria Ripellino). Nel 1982 ha debuttato in Polonia come poeta e nel 1985 come prosatore. E’ autore di numerose traduzioni letterarie pubblicate (prosa e poesia) dal russo, ceco e soprattutto dal polacco nella lingua italiana. Ha collaborato con diverse riviste letterarie polacche e italiane. Nel 1987 ha pubblicato in Italia due libri di favole: Il principe-albero e Gocce di fantasia (Edizioni Effelle di Marino Fabbri). Una scelta di queste favole è uscita anche in Polonia con il titolo L’albero che era un principe (”Drzewo, które było księciem”, Ed. Nasza Księgarnia, Warszawa, 1989).

   Dal 1982 al 1990 ha lavorato presso la Redazione Italiana di Radio Polonia a Varsavia, realizzando molte apprezzate trasmissioni prevalentemente letterarie. Nel 1990 ha ricevuto il premio annuale della Associazione di Cultura Europea – Sezione Polacca, per i meriti conseguiti nella divulgazione della cultura polacca in Italia.

   Negli anni 1991-1997 ha insegnato la lingua italiana presso il liceo statale “J. Dąbrowski”di Varsavia ed ha preparato l’esame scritto di maturità in questa lingua, a livello nazionale, per conto del Provveditorato Polacco agli Studi.

   A gennaio del 2012 ha creato un suo blog: musashop.wordpress.com, dedicato a poesia, musica e pittura, dove pubblica in particolare le sue traduzioni di poesia polacca e russa. Recentemente sono uscite in Italia nella sua versione raccolte di poesie di: Małgorzata Hillar, Urszula Kozioł, Ewa Lipska, Halina Poświatowska e sono in corso di stampa: K.I. Gałczyński, Anna Kamieńska e Anna Świrszczyńska e Tadeusz Rozewicz.

   Pratica anche la pittura (olio e pastello) ed ha al suo attivo 9 mostre personali in Polonia, dove risiede da molti anni.

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Adam Vaccaro POESIA Inedita:  Lezioni norvegesi con  Note a margine del fare poesia oggi dell’autore

Patrick Caulfield

Patrick Caulfield

Adam Vaccaro nasce a Bonefro nel 1940 per stabilirsi in giovinezza a Milano.  Nel 1978 esordisce con La vita nonostante, cui seguirà Strappi e frazioni (1997), La casa sospesa (2003) e Labirinti e capricci della passione (2005). Poesie scelte dai quattro libri si trovano in La piuma e l’artiglio (2006).

 Adam Vaccaro Note a margine (del fare poesia oggi)

Sono stato spinto a queste note, a partire dalla poesia sotto proposta, cercando di toccare qualche punto del fare poesia oggi. Il primo punto riguarda l’indefinibilità e l’interminabilità della poesia, come diceva Giuliano Gramigna. O, in versi memorabili, Roberto Sanesi: “Perché portare a termine/ quando nessuno, in giardino,/ ha mai visto il mio glicine concluso”. La bellezza, anche in poesia, oscilla dunque per me su una tensione di apertura e di interminabilità, che comporta la sospensione del senso, tanto da titolare un mio libro “La casa sospesa”.  Conclusione che però rimane aperta a serie di domande, oltre che sui sensi e significati specifici di un testo, sul perché e per cosa fare poesia oggi.

Domanda quest’ultima necessaria, ancor più davanti alle mille forme, più che dell’albero, della foresta della poesia contemporanea. Domanda, alla quale chi pretende di farla, credo debba dare qualche risposta.

Un glicine e ogni albero, come ogni altro singolo essere vivente, ha inscritto in sé il destino della propria morte, necessaria co-autrice della vita più ampia della specie o della foresta di cui fa parte.

E la foresta, come ogni altro universo, è anche intreccio di lotte tra e dentro le specie, in cui le più forti e vincenti non è detto siano le migliori o le più auspicabili. Come insegna Darwin, il risultato migliore non è sempre garantito.

Patrick Caulfield

Patrick Caulfield

Anche nella foresta della poesia, si affermano oggi malanni deleteri di supponenze, interessi familistici e di gruppi con contrapposizioni inappellabili e logiche monoteistiche di una deità che nulla deve dire o giustificare del proprio fare. La molteplicità si articola in somma di chiusure di un mondo a parte, i cui sensi e significati tendono a rimanere sospesi indefinitamente nell’alto dei cieli. Che pare rozzo e patetico interrogare da parte del Resto.

L’insieme tende a enucleare due rive, una che estremizza la sua inutilità mercantile, fino a declinarla in termini assoluti e antropologici. È la riva che chiamo dell’iperdeterminazione del significante, appagata di sé o, se vogliamo, autoreferenziale e deresponsabilizzata nei confronti del lettore/fruitore. Il quale non stia a porsi domande o a porre quella domanda all’Autore. Legga, ascolti i suoni inanellati e ne tragga, se è capace, piacere e sensi. È la riva che pone l’accento sui giochi di parole o del mito moderno dell’Altro della lingua che parla e crea il mondo, e non del contrario, della fascinazione o dell’effetto di meraviglia sonora. Il senso e i significati siano diafani e impalpabili, se non indecifrabili. Non meraviglia se poi non pochi possibili fruitori non vengano attratti dai libri e dalle letture pubbliche di poesia.

All’opposto, sull’altra riva, si apparecchia l’iperdeterminazione del significato, ornando al più di divertissements verbali la banalità o l’illusione di dire tutto, offrendo una pietanza cui nulla si può aggiungere. E che non può soddisfare la fame più acuta di cui oggi soffriamo. Della mancanza di speranza e della perdita del senso, di cui cercheremo di toccare qui qualche chiodo.

Tra le due rive, non saprei dire oggi quale prevalga. Da parte mia ricerco quella che ho chiamato terza riva, che tenda a coniugare complessità e transitività, adiacente alla totalità del Soggetto Scrivente e del mondo, ricca di sensi e domande sospese ma anche di risposte e aperture rispetto al contesto chiuso e senza speranza che i poteri in atto ci offrono.

È un contesto dominato dall’ideologia neoliberista e infarcito di giochi di parole nel mare di menzogne ammannite con parole-mantra – riforme, cambiamento, crescita, civiltà, democrazia – col fine della conservazione dell’esistente. Una costante azione lobotomica e di inebetimento politico e tecnologico, di cui sono immagine adeguata i felici imbecilli esposti della pubblicità.

Non meraviglia se poi i più fuggono da ogni ritualità democratica, nauseati dal suo livello di falsità e corruzione. Si è parlato di catastrofe antropologica e basta vedere l’immonda tragicommedia cui stiamo assistendo rispetto agli immigrati, tra critiche xenofobe e cialtronismi buonisti che spesso (in Italia) si intrecciano con organizzazioni criminali.

Patrick Caulfield (1936-2005) was one of the pioneers of British Pop Art, his work is my favourite from a British artist and I actually bought, 'I've only the ...

Patrick Caulfield (1936-2005) was one of the pioneers of British Pop Art, his work is my favourite from a British artist and I actually bought, ‘I’ve only the …

Penso che la poesia non debba fuggire in un suo alveo neoparnassiano, ma ricercare energie per fare un ben altro verso, innervato in una visione libera e critica, arduo ossimoro capace di riaprire orizzonti diversi di un’utopia umana che pare irrimediabilmente uccisa dalla realtà attuale. Per questo credo in vitali segni di canto incisi tra le rughe della barbarie in atto.

E per farlo, ho auspicato anni fa l’immagine di una sua oscillazione tra stanza e strada, modalità che trovo sia nei poeti italiani che più mi interessano, sia in alcuni poeti residenti in America, che da decenni svolgono anche una funzione di promozione della poesia italiana contemporanea (vedi De Palchi, Fontanella, Valesio).

Concludendo queste brevi note, concordo con chi afferma(va) – come Antonio Porta – che la poesia è, come ogni altra attività umana, parte del mondo, e che quindi è solo qui che può cercare modi e forme per essere presente, riuscendo a transitare e a muovere (come dice Alfredo De Palchi) i sensi del fruitore. Che non scappa se trova parole che, a partire dall’esperienza di chi scrive, sappiano dire e misurarsi con gli abissi comuni, con il bisogno di condivisione e di amore, di bellezza e canto, corpi (come diceva Gramigna) della fame acuta che oggi sentiamo di parole capaci di fare speranza.

È il senso e il rischio assunto dal tentativo di poesia che segue. Un testo nato da un viaggio in Norvegia, dove è inevitabile fare confronti con lo Stato-nonstato italiano. In Norvegia le tasse sono alte, ma lo Stato rende l’evasione impossibile e restituisce servizi sociali per cui i cittadini si sentono ripagati. La prassi dell’etica sociale è tale per cui fenomeni di corruzione e livelli di privilegi osceni delle classi dirigenti (politici e non) sono scarsi. Questo consente, ad esempio, di dare un assegno di 200 € al mese per ogni figlio, fino al 18esimo anno di età. O di rendere gratuiti i servizi scolastici e sanitari. La scoperta dei giacimenti petroliferi nel mare del Nord non si è tradotta in ruberie e arricchimenti privati, ma ha consentito di costituire riserve per le future generazioni. Non hanno perciò avuto alcun bisogno di entrare nella macchina oligarchica e neoliberista dell’Euro.

In sintesi, un’isola di capitalismo meno feroce, che appare già utopica e che chiede al corpo sociale responsabilità attiva rispetto alle rappresentanze e alle strutture direttive.

 (settembre 2015)

adam vaccaro

adam vaccaro

Adam Vaccaro
Lezioni norvegesi

Oslo è un occhio aperto sul mio e un altro mondo di
Spiegato sotto il sole che illumina oltre l’obelisco e
Le statue del giardino-museo di Gustav Vigeland.
L’aria contiene un’ancora più invisibile trama contraria
A quella che mi porto dalla sgualcita Italia – trama

Che pare ora d’argento e beffarda utopia di civiltà. In
Tanto le statue dipanano le loro evoluzioni di natura e
Commedia umana, protese e delimitate da un cerchio
Della Vita nitido ma scevro di hybris ossessa dalla Fine
Necessaria a ridare più vita alla vita qui e ora. Sono con

Chris in un gruppo di occhi dilatati dietro una guida che
Porge gioioso il suo sapere di italiano, qui a bere linfe luci e
Nuovi Orizzonti con la ragazza Norna1) – Beatrice al fianco, che
Dice, qui i giardini sono sempre aperti, anche quelli della Casa Reale.
Lui, rondine che viene da Udine, svola sui segni di un sogno im

Possibile ma confessa, ho quasi pianto, pensando alle nostre
sbarre a custodia di giardini e tutte le altre cose come
Fossero tesori di pirati. Qui vedete anche i cimiteri
Sono giardini aperti tra le case, senza croci nei prati
Fraterni degli umani che ci hanno preceduto. Ascolto e

Forse barcollo tra i raggi del sole complici di Beatrice che
Non tace i suicidi e i lunghi inverni affogati nella birra. Ma
Affondano gli arpioni nei sogni rimasti sogni dentro quel bi
Sogno che non muore seppure immerso nelle melme italiote. Poi
lui ride: non ho visto santi ma qui è ardua per i ladri ed impossibile

Evadere, tasse e altri doveri, perché lo Stato c’è e ridà quanto prende.
Ricami di vertigini tra visceri e cuore che pompa a vuoto nel corrotto caos
Italiano. Ma sento ululati di lupi sotto il sole e le Scale montanti all’Obelisco
Umano di Vigeland, che alitano nello stesso cerchio di speranza delle bellezze im
Mense dell’Italia dei Grandi, così palpitanti negli occhi della giovane guida e di Chris.

  1. Nome di divinità della mitologia scandinava che, similarmente alle Parche, determinavano il destino umano.

Agosto 2015

15 commenti

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Paolo Statuti POESIE INEDITE “Vecchi tram” con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Minitram anni Cinquanta

Minitram anni Cinquanta

Paolo Statuti è nato a Roma il 1 giugno 1936. Nel 1963 si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Roma. Nello stesso anno è stato assunto come impiegato dalle Linee Aeree Italiane Alitalia, che ha lasciato nel 1980. Nel 1975, presso la stessa Università romana, ha conseguito la laurea in lingua e letteratura russa ed altre lingue slave (allievo di Angelo Maria Ripellino). Nel 1982 ha debuttato in Polonia come poeta e nel 1985 come prosatore. E’ autore di numerose traduzioni letterarie pubblicate (prosa e poesia) dal russo, ceco e soprattutto dal polacco nella lingua italiana. Ha collaborato con diverse riviste letterarie polacche e italiane. Nel 1987 ha pubblicato in Italia due libri di favole: Il principe-albero e Gocce di fantasia (Edizioni Effelle di Marino Fabbri). Una scelta di queste favole è uscita anche in Polonia con il titolo L’albero che era un principe (”Drzewo, które było księciem”, Ed. Nasza Księgarnia, Warszawa, 1989).

Dal 1982 al 1990 ha lavorato presso la Redazione Italiana di Radio Polonia a Varsavia, realizzando molte apprezzate trasmissioni prevalentemente letterarie. Nel 1990 ha ricevuto il premio annuale della Associazione di Cultura Europea – Sezione Polacca, per i meriti conseguiti nella divulgazione della cultura polacca in Italia.

Negli anni 1991-1997 ha insegnato la lingua italiana presso il liceo statale “J. Dąbrowski”di Varsavia ed ha preparato l’esame scritto di maturità in questa lingua, a livello nazionale, per conto del Provveditorato Polacco agli Studi.

A gennaio del 2012 ha creato un suo blog: musashop.wordpress.com, dedicato a poesia, musica e pittura, dove pubblica in particolare le sue traduzioni di poesia polacca e russa. Recentemente sono uscite in Italia nella sua versione raccolte di poesie di: Małgorzata Hillar, Urszula Kozioł, Ewa Lipska, Halina Poświatowska e sono in corso di stampa: K.I. Gałczyński, Anna Kamieńska e Anna Świrszczyńska e Tadeusz Rozewicz.

Pratica anche la pittura (olio e pastello) ed ha al suo attivo 9 mostre personali in Polonia, dove risiede da molti anni.

tram Messina

tram Messina

Commento di Giorgio Linguaglossa

Risulta invasivo in queste poesie di Paolo Statuti il tono suasorio, il lessico scelto dal punto di vista referenziario e una presenza dell’io  soffusa e diffusa funzionale al recupero della «memoria» («Vecchi tram/ nella vecchia stazione/ fuori uso»).

Si mette in scena una interpretazione «antica» della tematica tutta moderna della «temporalità», ma in chiave, appunto, conservativa: l’identità memoriale in stretta congiunzione con la conservazione dell’io; interviene una istanza da «paesaggio interiore», una perlustrazione dell’io mediata da una riflessione esistenziale.

Il lessico delle poesie qui presentate in un metro  prosastico si rivela intonso. Si apprezza la capacità che ha il fraseggio di aderire al corso delle «illustrazioni tematiche» con la naturalezza di un vestito linguistico sobrio ipotonico e apocritico, (cioè fondato su un proposizionalismo di tipo assertivo) e linguisticamente duttile, che oscilla tra il quotidiano e il memoriale: la realtà esistenziale dell’inappartenenza dell’epoca della fine delle grandi narrazioni. Ecco spiegata l’atmosfera larvale, lustrale, memoriale che si respira entrando in queste composizioni.

L’uso rigoroso del tempo prosodico e dei proposizionalismi ipotonici sembra ispirare il riutilizzo dei frasari del linguaggio poetico del paradigma lirico. Passo prosodico e rifasatura dei registri stilistici in chiave neo-postcrepuscolare e in diminuendo costituiscono la soluzione stilistica di Paolo Statuti; tutto uno spettro stilistico viene utilizzato in funzione di una semantizzazione della colonna sonora in chiave neo-postcrepuscolare.

Poesia che stilisticamente preferisce la chiave in diminuendo, minimale, intimamente e discretamente parca, aliena di ogni registro che fuoriesca dal pentagramma  medio-sonoro e nei confronti di ogni esasperato antropocentrismo. La costruzione di questa poesia risponde al modello canonico del ripiegamento interiore e procede per suddivisione temporale e per suddivisione tematica ereditando dalla tradizione una koiné linguistica di sicuro gusto letterario.

la Seicento taxi anni Sessanta

la Seicento taxi anni Sessanta

Vecchi tram

Vecchi tram
nella vecchia stazione
fuori uso,
qua e là bucati,
corrosi, sbiaditi.
Vecchi tram
voi m’invitate:
“Perché non sali?”

Un brivido, un sorriso
e un lungo cigolìo
mi danno il benvenuto…
“Avanti c’è posto!
Scusi, scende?
Vietato fumare.
Fermata a richiesta.
E guarda dove metti i piedi!”
E ancora parole…
Vecchi tram –
vecchine
truccate di ruggine e polvere.

Primavera

Nostalgia di primavera:
il cielo solcato da nere ali,
nei campi le ultime
macchie bianche,
il verde forte, veemente,
e le perle delle pratoline,
timide nel mare di smeraldo.
Intorno il bisbiglio degli alberi –
il primo dopo il lungo silenzio.
Silenzio

La luce si stende
sui corpi di marmo
degli antichi eroi
una vecchietta prega
i santi sonnecchiano
fuori il vento
accarezza i capelli
dei campi

Mini intervista

Dica, Paolo,
cosa fa Lei in Polonia?
Cosa faccio?…
Scrivo…
dipingo…
traduco…
ascolto la musica
guardo gli alberi alti
colgo i fiori di campo
seguo le nuvole che scorrono
conto le stelle che brillano
nella corona dell’eternità –
come disse Tagore.
Che cosa ancora?
Ah, sì:
cerco di capire
cosa pensa il mio gatto
che deve sapere molte cose
cerco gli occhiali
o le chiavi di casa…
E altre cose ancora…
E’ poco? E’ molto?
A me basta.

Packed_Rio_tram_02_near_Largo_Guimaraes

Packed_Rio_tram_02_near_Largo_Guimaraes

Die Kunst der Fuge

Bach si siede:
davanti a lui si spalanca il cielo,
dietro – il silenzio
e il respiro dell’umanità.
All’improvviso dodici note esplodono
dalla tastiera:
potenti, profonde, maestose…
Bach sorride, è felice,
sa che è la voce di Dio.
Le note irrompono, si ripetono,
si rincorrono
tra le canne dell’organo,
si allontanano e ritornano
come eco di sfere celesti.
Seduto nella mia stanza
ascolto un disco:
Bach è con me,
Dio è con lui.
Le dodici note mi danno pace
e conforto,
di tanto in tanto mi chiedono:
senti anche tu la Mia Voce?
Rispondo come in sogno:
Ti ringrazio, mio Dio.

La mia Musa

Non so dove vive la mia Musa:
forse in una conchiglia
in fondo al mare
in un soffione dissolto dal vento
in un fiocco di neve
o anche in un tenero bacio
in un mite sorriso
in un pianto sommesso
in un grido disperato
forse vive in tutto questo
e in altro ancora…
La mia Musa è parca e modesta
non mi lusinga non mi vizia
anzi mi visita di rado
appare sempre all’improvviso
con un lampo di gioia
si avvicina sfiora
le mie docili corde
col suo magico archetto
e mi sussurra:
adesso ascolta e scrivi…

L’aspirina

Bisogna essere malati
e stare in letto
per vedere le crepe nel soffitto –
come i segnacci sul quaderno
per scoprire
che i fiori nel vaso
sono già appassiti
come le mani della nonna
che i libri sono impolverati
come quella strada di campagna
che il gatto nella cartolina
somiglia tanto a Mustafà
che il pavimento
è di color nocciola
come i gelati di Romolo
davanti alla scuola
che un profilo sul muro
sembra quello
del Corsaro Nero…
– A cosa stai pensando,
hai preso l’aspirina?…
Cara vecchia pasticca –
come una calda carezza
in un inverno lontano.

tram anni Quaranta

tram anni Quaranta

Morte di un amico polacco

Caro Zbyszek,
qui dove frusciano i ricordi
e il sasso geme
sotto il piede amico,
improvviso sei giunto
e subito cortese, esitante,
hai chiesto d’unirti
al coro dei silenzi,
ma immaginarti silenzio
io non posso:
troppo umana e schietta
era la tua voce.
Continuità

L’abito chiaro dell’alba
gli occhi spenti delle case
il pizzicato degli uccelli
il brontolio delle caffettiere
il viavai nei bagni
i saluti plastificati
il grugnito delle vetture
L’abito scuro della sera
gli occhi accesi delle case
le avide occhiate
il clic degli interruttori
il cigolio delle reti
i sogni i ronfi
le coscienze archiviate

In treno

Torno a Varsavia
il treno scivola via
sui pattini-rotaie
tempo e spazio
racchiusi nel vagone.
Nel campo una mucca
suona il fagotto
e concede bis
che nessuno richiede.

Paolo Statuti

Paolo Statuti

Ritorno dalla Russia

Ho fumato l’ultima Stoličnaja,
ho bevuto l’ultimo goccio di vodka,
ma rimangono i ricordi
rimane la nostalgia…
Sante chiese di Russia,
incanto di tombe – altari:
tomba di Lev , bella e solenne,
tomba a Peredelkino, come un’icona,
candele a Peredelkino, fragili e vibranti,
alla vostra luce religiosa
io dico spasibo
e ripeterò spasibo
ormai per sempre.

Don Chisciotte

Cavaliere della Mancia,
ti vedo alle prese coi giganti.
Dulcinea come sempre
ti è accanto e ammira
il tuo coraggio,
sicuramente ti ama.
Anche Sancio a modo suo
ti ama e ti dà consigli,
ma tu giustamente
non lo ascolti.
Ecco ora sei partito
a lancia bassa,
ma…che succede…?
Dei maligni stregoni
hanno trasformato i giganti
in mulini a vento
e una pala ti ha colpito in pieno.
Ora Sancio si ubriacherà
dal dispiacere.
Ronzinante farà un nitrito
di plauso,
scoprendo i denti gialli
e cariati.
E la dama del Toboso
ti bacerà ,
facendoti arrossire.

Don Chisciotte,
patrono dei poeti,
ogni notte in cielo
vedo la tua stella,
non posso sbagliare,
perché è l’unica stella errante.

bruxelles-tram

bruxelles-tram

Dipingendo l’autunno

Siedo
i colori attendono
e si chiedono:
quale sarà il mio posto?
Guardo:
il verde mi consola
il giallo mi illumina
il rosso mi rallegra
l’azzurro del cielo mi ispira
i colori attendono
e sanno
che troveranno un posto
sulla tela
e pazienti mi guardano…

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Guglielmo Aprile DIECI POESIE da “L’assedio di Famagosta” LietoColle, 2015 con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Il gioco dell'Altro

Il gioco dell’Altro

Guglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978. Attualmente vive e lavora a Verona. Ha pubblicato diverse raccolte di poesia, tra cui Il dio che vaga col vento (Puntoacapo Editrice, 2008), Nessun mattino sarà mai l’ultimo (Zone, 2008) e L’assedio di Famagosta (LietoColle, 2015); è presente nell’antologia Il miele del silenzio (Interlinea, 2009). Collabora da anni con periodici specializzati attraverso saggi e recensioni.

Commento di Giorgio Linguaglossa

 Il 17 agosto 1571 avviene la capitolazione della fortezza di Famagosta. La difesa di Famagosta fu una della pagine più epiche mai scritte dalle armi veneziane. Il veneziano Marcantonio Bragadin, prefetto civile, e il perugino Astorre Baglioni, capitano di ventura, ingegnere militare e comandante delle truppe cittadine, tennero contro un esercito nemico immenso, facendo pagare alla Sublime Porta un prezzo sproporzionato per una vittoria amara. Ma la loro sorte fu terribile, indicibile addirittura quella di Bragadin il quale, dopo torture indicibili, fu scorticato vivo. Alla fine 500 soldati veneziani infliggeranno agli ottomani forti di un esercito di duecentomila soldati, ben 52mila morti. La battaglia di Famagosta resterà una delle pagine di gloria della repubblica veneziana nella sua guerra infinita contro le sovrastanti forze degli ottomani.

Ma perché Guglielmo Aprile ha intitolato così il suo libro di poesia? Qual è il significato recondito di questo titolo?

venezia 5

 Il tema dell’Altro o dell’Estraneo pone la necessità di chiederci se «il posto che occupo come soggetto del significante è, in rapporto a quello che occupo come soggetto del significato, concentrico o eccentrico».1 La risposta di Lacan sarà che il luogo del soggetto è radicalmente eccentrico in quanto esso nasce come campo dell’Altro. Luogo della catena differenziale dei significanti, il soggetto nasce con il significante, nasce diviso. Il soggetto che si costituisce a partire dall’Altro, è sempre un soggetto alienato, separato. Una struttura analoga la si ritrova in Heidegger, dove l’Ereignis (l’evento appropriante) è insieme e indissociabilmente Enteignis (espropriazione). L’Altro di Lacan è innanzitutto l’Altro del linguaggio come catena significante, così come per Heidegger il linguaggio è la «casa dell’essere» e «il modo più proprio  dell’Ereignen», dunque l’ambito stesso in cui accade l’appropriazione reciproca di uomo ed essere. Questo rapporto si sostiene sulla priorità e autonomia del linguaggio rispetto all’uomo: come Heidegger afferma che innanzitutto «il linguaggio parla» e non l’uomo e che l’uomo è uomo in quanto è all’ascolto e corrisponde a questo linguaggio che sfugge al suo potere, così per Lacan «è il mondo delle parole a creare il mondo delle cose […]. L’uomo parla dunque, ma è perché il simbolo lo ha fatto uomo».

In secondo luogo, e come già accennato, il soggetto mantiene la traccia di questa sua etero-costituzione, nel suo stesso essere e in tutta la sua esperienza. Il «soggetto» per Lacan è caratterizzato da una essenziale mancanza-a-essere, in quanto affetto non da una mancanza determinata («ontica», nei termini di Heidegger), ma da una mancanza ontologica, costitutiva del suo essere, perché è un soggetto che si istituisce originariamente come diviso e scisso nel campo dell’Altro. Proprio perciò il soggetto lacaniano è un soggetto desiderante e «il desiderio è la metonimia della mancanza ad essere»2: il desiderio nel suo carattere eccentrico è l’espressione di questa mancanza-a-essere, di questa negatività che attraversa il soggetto e gli impedisce di essere fondante e fondato. Questi motivi sono all’opera potentemente anche nell’analitica esistenziale, dove alla mancanza-a-essere lacaniana corrisponde l’essere-gettato dell’esserci e soprattutto le conseguenze ulteriori che Heidegger ne trae nella seconda sezione di Essere e tempo.

venezia cortigiane

Il gioco dell’Altro

 

Questo libro di Guglielmo Aprile si presenta come una vera e propria indagine sulla fenomenologia dell’Altro, dell’Estraneo. Il «compagno di culla», il «pupazzo dal berretto rosso e le bretelle», il «tiranno… in livrea», il «re spodestato», l’«arlecchino», il «venditore di zucchero filato» etc., una sorta di figure che oscillano tra il gusto dell’orrido e del familiare, del regno infantile dello spirito e del regno onirico, «re» e «uccello bianco», «merlo» e «bambola sventrata». L’estraneo, questo sosia riottoso e irriverente, viene indagato nella sua complessità ontologica ed esistenziale. Si verifica una lotta furibonda tra il soggetto in via di disparizione e l’Altro, una sfida infinita nella quale l’Altro assume le sembianze più inverosimili e diverse e il soggetto è ossessionato, colonizzato da fobie e ossessioni. L’angoscia e la paura che si dipanano  sono il significante del soggetto, la traccia della sua sconfitta e della sua disparizione. Libro della disparizione, quindi, del soggetto che si eclissa lasciando un buco vuoto, uno spazio occupato dai significanti onirici e iconici. Un assedio dunque, non meno sanguinoso di quello che avvenne alla fortezza di Famagosta difesa eroicamente dai veneziani al comando di Marcantonio Bragadin, meno di mille unità combattenti che inflissero agli ottomani cinquantaduemila uccisioni durante gli asperrimi combattimenti.

Scrive Guglielmo Aprile: «Gli Dei, dopo il loro tramonto con la fine dei paganesimo, hanno lasciato delle tracce: e queste sono da rinvenire nel linguaggio; tuttavia il vuoto da loro lasciato brucia, per cui la loro mancanza e’ analoga alla cicatrice causata da una ustione. Ma gli Dei abitano nelle lande più antiche della psiche Dell uomo moderno; sono soltanto addormentati, eppure la loro presenza si lascia percepire, anche in forme non consapevoli, in alcuni oggetti, che si fanno loro emissari e messaggeri, assurgendo a simboli: ecco allora le irruzioni del numinoso nella nostra vita, che sconvolgono e stupiscono, e di fronte alle cui epifanie ci sentiamo spiazzati e temiamo di rasentare gli stati pericolosi del delirio e dell’allucinazione, ossia del disordine mentale. In fondo il mio libro enumera una serie di figure riconducibili tutte al perturbante freudiano: prima fra tutte quella del “bambino”, che è però spogliato di innocenza rousseiana, in quanto è selvaggio, vicino alla dimensione dei progenitori arcaici, e proietta in sé le pulsioni istintuali dell’Es e i corollari schemi difensivi che l’Io adotta per reazione al dilagare di questi; volevo quindi riprendere il tema Dell Ombra, ma risemantizzandolo in direzione psicoanalitica, rispetto ai connotati di ‘copia imperfetta di un modello ideale’ che gli attribuiva il platonismo».

 1 Id., Le séminaire. Livre XI. Les quatre concepts fondamentaux de la psychanalyse (1964), Seuil, Paris
1973 ; tr. it. di A. Succetti, Il seminario. Libro XI. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi
(1964), a c. di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2003, rispettivamente p. 193 e p. 194
2 Id., La direzione della cura e i principi del suo potere, in Scritti, vol. II, p. 618

Guglielmo Aprile fotoPoesie di Guglielmo Aprile

A cinque anni, il mio compagno di culla
era un pupazzo dal berretto rosso
e le bretelle; avevo il terrore di lui.

A volte mi ricompare davanti
nei vicoli più bui delle giornate,
dagli angoli di cassapanche
non chiuse bene, dal fondo di camere
in cui non spolvero da tempo;
non dice niente, mi osserva solo
con quell’espressione che tanto mi angosciava una volta.

È lui che stacca pezzi di ruggine
dalle cancellate ancora da verniciare,
che soffia polvere di gesso
sulle teste della gente alla fermata.

Non posso nulla
per impedire il suo arrivo, solo far finta
di ignorarlo, quando in autobus
o in un outlet, di nascosto, ammicca
rivolto a me con strani, terribili
cenni, e grazie a Dio gli altri
non se ne accorgono.

*

Il tiranno indossa
una livrea variopinta, che smentisce
l’ombrosità di certe sue occhiate torve,
il pallore delle sue veglie.

Ogni giorno stupisce la corte
inventandosi un’altra, più originale
assurda voglia da soddisfare:
a un suddito comanda
di sodomizzare una porta, ad un altro
di passare attraverso un’inferriata
fino a slogarsi una spalla, oppure
di sfilare in pubblico imitando una capra;
e ce ne vuole, perché i più pazienti
dei suoi consiglieri lo distolgano
da certi paradossali capricci.

Così lo hanno messo al bando su un’isola
fuori da ogni giurisdizione,
ma lui neanche se n’è accorto, e insiste
a covare le uova nere
delle più mostruose fantasie
mentre a sua insaputa lo tengono
incatenato a un letto, in attesa che prenda sonno.

*

Il re spodestato, rinchiuso
nella torre più alta, da solo,
sentitelo come delira!

Non ha con chi parlare, e sono mesi
che ha rinunciato al sonno; e quante volte
l’uccello bianco della follia, con la sua risata atroce,
gli è balenato dinanzi! E lo tenta
a strangolare mentre dormono i suoi parenti,
a versare liquido verde nei pozzi,
a bruciare vivi senza giustificazione
gli ambasciatori giunti a informarsi della sua salute;
a tenerlo a bada è solo
l’efficiente turnover dei carcerieri.

Lo hanno dovuto rinchiudere, si dice,
perché fuori controllo, e il suo spettro
viene ancora evocato per far paura ai bambini,
anche se in tanti
non l’hanno mai visto in faccia, e pensano persino
che sia il frutto di una superstizione.

Il re, come delira
dall’alto della sua torre! Fatelo tacere,
vi prego, fatelo tacere
o l’intero regno cadrà nello sconquasso,
diverrà ingovernabile.

*

Guglielmo Aprile

Guglielmo Aprile

Inverecondo arlecchino,
tutto imbrattato di feci e di sangue,
si annida
dietro l’abito bianco delle villette a schiera,
medita i suoi sabba tempestosi
nei sottopassaggi della stazione,
rievoca in fondo a un garage
i fiori neri delle orge babilonesi,
sembra quasi ci provi gusto
a offendere, a scandalizzare
appassionati di bird-watching
e mansueti collezionisti di farfalle
con i suoi turpi sillogismi.

Mi rimbocco le coperte
della palude, per non lasciarmi irretire
dalle sue provocazioni, ma non è facile
convivere con gli strampalati schizzi
sparpagliati ovunque in camera
che attestano le sue velleità come architetto

ed esorcizzare in continuazione
date e segni
dei suoi improbabili eppure preoccupanti
oroscopi.

*

C’è una bambola sventrata
nella cantina umida, per quanto
io cambi indirizzo o mi dia assente al telefono
o fornisca generalità false ai poliziotti
lei è lì, e mi aspetta
con il suo atavico conto da chiudere.

C’è una bambola sventrata
che penzola alla spalliera, con le braccia in croce
e il sorriso guasto, simile a un ragno morto;
dovrò disfarmene un giorno o l’altro,
prima che tutta quella paglia si rovesci
dalle ferite delle sue cuciture;

e intanto, ad ogni risveglio, nuovi, mostruosi
peli neri si moltiplicano formicolanti
sulle sue braccia di raso.

*

Fuori dalle finestre, c’è da anni
un merlo che resta ore e ore
ad insultarmi; ignoro quale colpa
mi rinfacci, e perché tanto astioso
accanirsi contro di me, in quel suo
farneticare. Forse la sua voce
così falsamente melliflua, subdola
e così aperta alle più varie e libere
esegesi, non è
che l’indizio, la crepa
nell’impalcatura che scricchiola,
il definitivo strappo nel filo
che tiene insieme libri e suppellettili
ognuno al posto proprio sulle mensole,
il collasso astrale e lo sbriciolarsi
degli specchi. Sprangate ante e balconi,
parlate a voce più alta, non voglio
più sentirlo, quel canto, il suo presagio
catastrofico, il suo annuncio che schianta
agli astrologhi assiri i pugni sulle tempie.

*

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Mi sfianco a camminare nei mercati,
per non far caso
al chiodo che stride
sulla piastra che gira, gira
senza posa.

Il venditore di zucchero filato
esorta alla temperanza dei sensi
file di bambini pensosi e muti
stretti in cerchio, composti;
badanti filippine
annotano sui loro quaderni gialli
soluzioni audaci
ad antichi dilemmi teologici.

E intanto, l’Arrotino, all’angolo
dove tutte le strade s’incrociano, persevera
nel suo lavoro, chino
e silenzioso sulla piastra
che gira monotona e intride
del suo pianto in sordina
l’aria di ogni mattina.

*

Nei corridoi un confuso
groviglio di voci di vecchi
che biascica sempre la stessa
formula ottusa. I passi

tentano le strade
meno battute, pur di scrollarsi
del rumore che loro stessi fanno
calcando la polvere. Cerco

quel prato fuori città, dove
dicono ci sia un albero
dalle ciglia violette
alla cui ombra

dormire.

*

Popolazioni sordide,
dalla parlata scurrile,
dedite a culti feroci,
le vesti stracciate, escono
dai tuguri, a una certa ora
della notte, e dilagano

nei quartieri pavimentati di marmo
dove vecchi diplomatici in gilet bianchi
con gesto lento e solenne
abbeverano canarini;

si abbandonano ad ogni
genere di intemperanze, poi
rientrano nei loro
covi sotterranei, come l’acqua
al termine di una piena;

e tutte le strade tornano sicure,
tranne una, alle spalle della stazione:
non ci ho mai messo piede lì
perché dicono ci sia nascosto

un ragno enorme.

*

Ho cercato di procrastinare
quell’incontro
fino all’ultimo, nascondendomi
per ore nei portoni,
con l’ostinazione di chi
pur di rinviare la propria morte,
di chiedere proroghe all’inevitabile
fitta sotto lo sterno,
esagera con il caffè
e incendia ogni arcipelago
sull’agenda delle proprie giornate;

ma mi ha ghermito alle spalle
quando credevo di averlo seminato:
mi può far suo (questo vuole provarmi)
come e quando gli pare.

L’errore del giardiniere
è nel metodo: le erbacce più le combatte
con cesoie e diserbanti,
più istiga il loro proliferare
pervasivo e incontrollato.

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Victoria Surliuga Tre Poesie da “apnea” Torino, disegnodiverso, 2015 Illustrazioni di Ezio Gribaudo con un Appunto critico di Giorgio Linguaglossa

Patrick Caulfield

Patrick Caulfield

Victoria Surliuga è Associate Professor di Italianistica alla Texas Tech University. Si occupa di letteratura italiana contemporanea, cinema e arte. Le sue pubblicazioni includono vari interventi sul rapporto tra pittura e poesia in Giambattista Marino, la poesia di Andrea Zanzotto nel Casanova di Fellini e l’opera poetica di Franco Loi, Giancarlo Majorino e Giampiero Neri. Il suo sito web è http://www.victoriasurliuga.com

Appunto di Giorgio Linguaglossa

Una scrittura in punta di stilo, sottile, laminata, dove un «divano in gommapiuma» incontra «una lama affilata» nel mentre che «gli oggetti» girano «a capogiro» e una «pesca dalla pelle tesa» viene attraversata da «una lama». Oggetti consueti, visti in un attimo della temporalità, in primo piano, con una tecnica da lente di ingrandimento, direi alla maniera degli iperrealisti, una sorta di iperrealsmo dello stile. È questo, mi pare di capire, lo stile della scrittura poetica di Victoria Surliuga, nota critica della poesia del secondo Novecento. Risalta, da questa partitura ad avanzata economia nomenclatoria, la disparizione dell’io, che non sta né qui né là, né in posizione contemplativa né in posizione attiva, ma semplicemente in disparte mentre «gli aerei sfondano le case» e «i passeggeri abbassano i finestrini». Tutto appare contemporaneo a tutto, tutto è tranquillo come le vicende narrate nei quadri di Edward Hopper, non c’è neanche il vento ad inanellare i capelli dei personaggi per il semplice dato di fatto che non vi sono personaggi, e non c’è alcun dramma che sta per compiersi ma solo una rutilante ed opaca normalità, una neutralità delle cose e delle parole.

Victoria Surliuga_Copertina

il divano in gommapiuma
incontrò una lama affilata
dal manico in acero
con lentezza fu inciso
da destra verso l’alto

la pesca dalla pelle tesa
con tre gocce d’acqua
una lama le attraversò
in uno spessore
di due millimetri

la ragazza dal mal di testa
gli oggetti le giravano
intorno a capogiro
non vedeva i contorni

degli spigoli era tumefatta
in una corona di alghe
due serpenti in entrata
e uscita dal suo golf

*

gli aerei sfondano le case
per prendere quota
attraversano gli attici
mentre al primo piano
la portinaia taglia
una fetta di torta

i passeggeri abbassano
i finestrini in un colpo
una boccata d’aria
passando sulla mongolia

da bambina camminava
sulle ali degli aerei
a volte infilava un braccio
nel tritacarne sull’ala destra
impassibile suo padre
la tirava per la bretella
e chiudeva il finestrino Continua a leggere

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Nelo Risi (1920 – 2015) LA POESIA – UN BILANCIO ATTUALE NON CONCLUSIVO. Commento di Giorgio Linguaglossa

 

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Giorgio Linguaglossa: Un Bilancio attuale non conclusivo

Venerdì 18 settembre 2015 si è spento Nelo Risi, l’ultimo rappresentante (Milano 1920 – Roma 2015) di quella ‘terza generazione’, quella di Gatto, Sereni, Caproni, Bigongiari, Fortini, Luzi e Parronchi che era nata negli anni Venti e che portava inscritto nel suo codice genetico la tradizione ‘novecentista’; il poeta milanese aveva indicato già dagli anni Quaranta (L’esperienza era del 1948)  l’ipotesi di una via di uscita dalle poetiche «novecentiste»: la via del realismo, una maggiore e più salda presa sulla realtà come una possibilità a disposizione della poesia italiana per liberarsi dei suoi antichi vizi letterari ed estetizzanti, con quella marca pascoliana e dannunziana che ancora pesava come una ipoteca sul capitale estetico delle nuove generazioni. In particolare, risultarono fruttuosi quella attenzione ai dettagli del quotidiano, agli aspetti esistenziali e sociali, quegli accenti alla decenza, all’etica del fare poesia che non erano sfuggiti ad un critico attento al nuovo conio come Luciano Anceschi che scelse Nelo Risi, insieme allo stesso Sereni e a R. Rebora, Modesti, Orelli ed Erba, quale alfiere di una ‘linea lombarda’ ancora tutta da scoprire e da coltivare.

Risi, Luciano Erba e Bartolo Cattafi, tutti poeti nati nel giro di pochi anni (Risi nel ’20, Erba e Cattafi nel ’22), che pubblicano nello stesso giro di anni i loro libri: Partenza da Greenwich (1954), Il bel paese (1955) e Polso teso (1956); in tutti e tre i poeti nominati si ritrova la stessa aria di «bottega», la stessa impostazione realistica e urbana, la medesima aura prosastica. Era il loro modo di circoscrivere il Montale simbolistico e scavalcare la identificazione tra simbolo ed emblema del poeta ligure per approdare su terreni meno altisonanti e meno scivolosi, più aderenti al «reale». Terreno questo che già Vittorio Sereni stava iniziando a percorrere con prudenza e decisione con testi che intanto apparivano su riviste e che indicavano una linea di sviluppo comune. «Tutti e tre, Erba, Risi e Cattafi, di non improvvisata estrazione borghese, perfettamente in grado di gestire, per esempio, un codice di allusioni familiari o di gruppo, con il suo potenziale di ironia, oppure di cogliere e utilizzare, all’occorrenza, il significato simbolico-oggettuale di un interno, di un arredo… e tutti e tre abituati lungamente a vivere (se non, come risi e come erba, addirittura nati) in una delle pochissime città italiane dove una borghesia è, in altri tempi, davvero esistita, cioè nella fattispecie, Milano».1

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Nelo Risi

È verosimile che la fortuna  della poesia di Nelo Risi sia debitrice della angolazione della lettura critica che ne fece un Raboni, oltre ché della sua inclusione da parte di Luciano Anceschi di Risi nella Linea lombarda. Le istanze «civili» così presenti nella sua poesia, quel timbro un po’ metallico e cosale delle parole messe su carta da Risi, fanno irruzione nella poesia di quegli anni come fossero appunto delle «cose», delle «pietre», scrisse Raboni, un modo di poetare antimetaforico; affermazione che per Raboni deve essere intesa «nel senso che la metafora centrale e condizionante dalla quale essa riceve, per così dire, il proprio regolamento è appunto una metafora di non metaforicità». Insomma, quella linea tutta lombarda che afferiva, a ritroso, ad un Parini, ad un Carlo Porta e al Manzoni della Storia della colonna infame, Raboni la individuava nell’impiego sobrio, ironico e gnomico del dettato poetico di Risi, per quel suo optare per la verità delle «cose», per quella allergia verso le parole altisonanti o emblematiche. Risi veniva così approntando una poesia essenzialmente «etica», nominalmente revulsiva verso ogni pronunzia metaforica, una poesia magari opaca a prima vista, dotata di una tenace letteralità, una praticità, una utilità nella concezione e nell’uso del linguaggio tipicamente borghese milanese ma certamente dotata di una certa quantità di vigore nominale. Era proprio quella «opacità» delle parole a rendere marcata nella sua poesia la predisposizione per una testualità priva di trasparenze e di rifrangenze, tutta interna e internalizzata nella «cosa» e nella «parola» corrispondente. Oggi quello che rimane della poesia di un Risi è proprio questa fede nella possibilità di una completa identificazione tra la «cosa» e la «parola», alla quale il poeta milanese si tenne sempre fedele.

Risi esordisce come scrittore con un testo in prosa, Le opere e i giorni nel 1941, e di seguito i libri di poesia Polso teso (1956), Di certe cose che dette in versi suonano meglio che in prosa (1970), Amica mia nemica (1976); I fabbricanti del “ bello ” (1982); Le risonanze (1987) Mutazioni (1991); Il mondo in una mano (auto-antologia per temi) (1994); Altro da dire (2000); Ruggine (2004); Di certe cose – poesie 1953-2005 – (2006); Né il giorno né l’ora (2008).

cinema In-nome-del-popolo-italiano Vittorio Gasman

In-nome-del-popolo-italiano con Vittorio Gasman

Eugenio Montale  sul “Corriere della Sera” nel 1957, scrive: «il detto prevale sempre e comunque sul non detto, il nero sul bianco, la chiarezza sull’ambiguità, il piano sullo spessore, l’univocità sulla polivalenza, e dove la musica non viene usata, simbolisticamente, per torcere il collo all’eloquenza ma, al contrario, per crearle intorno un nuovo spazio acustico, per incrementare l’indice d’ascolto». «Scrivere è un atto politico», ha scritto Risi in Dentro la sostanza (1965), libro nel quale il poeta milanese raggiunge il diapason dell’impegno che, da civico diventa politico.

Oltre che di cinema, Risi si occupa di traduzioni, proponendo in Italia i poeti Pierre Jean JouveKostantino Kavafis e il fondamentale libro di Jule Laforgue Moralità leggendarie.

Di frequente Risi assume lessico e toni severi e ammonitori (“dopo la grande/ dopo la mondiale è nell’aria/ una terza universale…”), stigmatizza la instabilità degli equilibri politici del mondo a lui contemporaneo.

A rileggerlo oggi, si avverte lo stridore di un progetto immobilizzato sulla letteralità, un tipo di scrittura messa a nudo da un eccesso di volontà referenziaria. Per un bilancio attuale della poesia di Nelo Risi si dovrebbe tenere conto e valutare il portato positivo di una produzione poetica antiretorica e antiestetizzante, ma dovrebbe anche essere valutata l’incidenza non positiva che un dettato poetico legato ad un eccesso di letteralità ha avuto sullo sviluppo della poesia del Novecento e dei giorni nostri già visibilmente inficiata dalla presenza di un facile regesto referenziario e da un certo abuso della narratività irriflessa. I Novissimi entrano nelle antologie scolastiche subito dopo la loro apparizione (1961). Il Nuovo, il Moderno diventano un feticcio, la legittimazione dell’arte. Rispetto alla neoavanguardia Nelo Risi appare invecchiato, arretrato su posizioni referendarie su questioni come il «reale» e su questioni di «etica». Il punto di maggiore livello della sua produzione, Risi lo raggiunge proprio in questi anni, con Dentro la sostanza (1965); ma proprio qui si rilevano le criticità di un tipo di scrittura che non consente un allargamento del concetto di «reale» che Risi perseguiva: la metafora sembra che stia lì lì per scoccare, senza che mai giunga la sua ora. Ai lettori l’ardua sentenza.

1 Introduzione di Giovanni Raboni  a Nelo Risi Poesie scelte  1943-1974, Mondadori, 1977 pp. XIX e XX

2 Cfr. Introduzione

cinema in_nome_del_popolo_italiano_ugo_tognazzi dino risi

in_nome_del_popolo_italiano_ugo_tognazzi film di dino risi

ho colto la vita dall’albero
di ogni frutto ho fatto conserva
quello che è stato è stato

Il curriculum è aperto: facile
dire che tutto è uno scialbo
museo maniacale comodo dire
che ho perso la faccia che ho
accomodato a mio modo la storia
in giro se ne parla per parlare

accomodato a mio modo la storia
in giro se ne parla per parlare

Da uomo d’ordine
che dell’ordine del mondo
ha fatto una sua fondata opinione
devo tener conto che dopo la grande
dopo la mondiale è nell’aria
una terza universale tanta
energia compressa dovrà pure espandersi!

Voli di bandiere stragi araldiche
le pulsioni più coatte
scaricate sugli inermi in ogni dove
nel Laos nel caos
magari un’isoletta un quarto turca
il resto greca un disegno autoritario

Biogeneticamente pare
non ho di che vantarmi
(e i traslati e le metafore?
Bello come un giglio
sant’Antonio lis de France
il vergine il pudico scala
al bianco

Mi gestisco mi appartengo
ora tendo al bordello ora
dipendo dalla famiglia amo
la donna serva (oh! il turchinetto
da bucato un rifarsi in sogno
amabilmente candido

Ho un carattere dominante
e dovrei cambiare? so so
che la mutazione è legge
fondamentale per averla
studiata sui conigli le piante
(metti nero su bianca
verrà fuori un meticcio)

Una buona dentiera cannibalesca
e la carriera è aperta
titoli & azioni / burro & cannoni
nel lavoro sempre prima il profitto
(il privato è diverso dal sociale
anche se crea disagio in fabbrica

Un domenicano lunedì mi ha detto
“A ben guardare badi bene mi dia retta
il marxismo non è che un’eresia cristiana”
io ho provato a sciacquarmi la bocca
ma è un detersivo che ti mangia il tartaro
e dalle gengive gronda rosso (tutto sommato
un’esperienza deviante volevo fare contenta mia figlia

Notti in bianco
in solitudine davanti un bicchiere
in un pallore di luna funesto
albeggiare di tracce mnestiche
tra ornamenti e maschere)
(ti viene da piangere

Se ho un rimpianto è per le colonie
il mercato delle schiave un paio di moretti a letto
l’incontro con Livingstone i ladri con le mani mozze
il Congo di Leopoldo la Libia di Graziani le missioni
il mondo a nostra immagine ah l’Africa!
non c’è più in giro un mercenario
molto è perduto anche il guadagno facile

(Ho notato che la gente di colore
non suda affatto Io me ne sto sdraiato
ciononostante traspiro sempre Che sia
una questione di pelle?
di una cosa vado fiero
della mia razza

Da quanto veleggio meno e vivo ritirato
mi lustro l’onore mi lavo il cervello
depongo fiori d’arancio in devozione
ai piedi del mio busto d’alabastro
somigliantissimo (dentro l’albume
di quegli occhi smorti
vegeta un sesso cagliato

Finirò con la benda sotto il mento
avvolto in un sudario rigido oltre il dovuto
l’ostia rappresa tra la lingua e il palato
e le mie ossa biancheggeranno
come frammenti di marmo pario
mentre l’Europa invasa)

Quello che è stato è stato

da Amica mia nemica (1976)

cinema Una vita difficile - Dino Risi (1961)

Una vita difficile – Dino Risi (1961)

L’Arte della guerra

Il faraone avanza sotto un cielo di ventagli
l’esercito va sempre a piedi su dodici file
dal deserto di sabbia alle pietre nere di Siria,
un leone senza laccio segue il carro reale.

Dove l’erba è fitta una città d’oriente
manda barbagli. Gli ambasciatori si consultano
fissano il luogo e il giorno dello scontro,
se una delle parti non è pronta la si attende.

I presagi

Un falco strambo prende la via del tempio
tremila cani invadono l’orizzonte
un gallo nero cova due uova d’anitra,
da lavandaie (o démoni?) sotto i panni stesi
tutti i vessilli devono inchinarsi –
con sotterfugi e incubi ma che potenza
all’atto di decidere mi tiene succube?
La vanità perdendomi ne fu lusingata.

Il veterano

Chi ha disfatto? chi ha ucciso? ha catturato?
certo, un fendente m’alleggerì lo scroto
e sotto l’elmo sono tutto un guasto
ma basta uno squillo per rimettermi in sesto.

E poi c’è la pensione, un orticello libero
da tasse e un levriero che mi fa da bastone
quando vado a spasso. ho un dente solo? Avanza!
mastico quello che mi passa lo Stato.

da Dentro la sostanza (1965)

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GIORGIO LINGUAGLOSSA DUE POESIE –  IL RINNOVAMENTO POETICO “Cogito è in viaggio su un treno blindato”, “Giocavano a dadi con i meteci”, con un Commento di Mario M. Gabriele a proposito della rifondazione della “forma-poesia”

Se è vero che la filosofia secondo Hegel è:“Il proprio tempo compreso con il concetto”, dal quale poi si forma una connessione di elementi che rientrano nella cosiddetta “Fenomenologia” dove si chiarisce il percorso che ogni individuo deve realizzare, partendo dalla sua coscienza; allora tale definizione può anche essere trasferita, pur con le dovute variazioni, alla poesia, al di là di tutte le interpretazioni che sono state elaborate nel corso della Storia. Barthes, ne “ Il piacere del testo”, perviene ad un progetto di ricerca seguendo le sedimentazioni temporali della scrittura che si allarga ad ogni sapere fino a incontrare il lettore, autentico interprete di ogni opera.

Un interrogativo però si pone ed è questo: è il lettore in grado di interpretare il “Profilo Sommerso” legato alle figure retoriche, che costituiscono la “Maschera” con cui si cela l’altro di sé del poeta, il quale agisce su “Espressione” e “Contenuti”, raggiungendo la Forma estetica del verso fasciato di “Allegoria” e “Allusione”,”Metafora”e Metonomia” ecc.? In questa indagine Barthes coinvolge anche la “Simbolica”  attraverso la quale agisce la scrittura polisemantica. Un altro interprete della poesia è stato Saussure il cui nome è legato allo Strutturalimo, contribuendo con le sue ricerche  a fissare i punti di orientamento della Linguistica, come Scienza, attraverso alcune nozioni tra le quali si annoverano la “Sincronia” e la “Diacronia”, la“Struttura”, e la “Commutazione” che, una volta assemblate, includono la lingua  in  un “sistema in cui tutti i termini  sono solidali tra loro e il valore dell’uno risulta soltanto dalla presenza simultanea degli altri”. L’immagine di una poesia immutabile nel tempo diventa mero astrattismo perché la “Critica del gusto”, verso modelli legati  alla fitta rete-semantica, si è sempre indirizzata verso nuove catalogazioni.  Da molto tempo però  l’industria editoriale ha chiuse le porte a molti Autori di ottimo profilo poetico, immettendo nel mercato prodotti secondari,  camuffandoli come  innovazione, tanto è vero che la critica ha rinunciato al suo ruolo di analisi e di valutazione, creando un vuoto culturale fra letteratura e società.

”Osservando il panorama editoriale contemporaneo ci troviamo di fronte alla situazione paradossale di poeti ottimi pubblicati da case editrici minori, o addirittura invisibili, e autori di scarso interesse che escono in Case Editrici molto accreditate, con una precedente tradizione, come Einaudi, Mondadori o Garzanti. Ne deriva una situazione di profondo sconcerto che coincide con l’eclisse della critica della poesia.” (Alfonso Berardinelli).

Con questo scempio editoriale la poesia di frontiera è rimasta ai margini di se stessa e della invisibilità. L’impegno e il rinnovamento non sono stati abbastanza sufficienti a determinare il rovesciamento dei gusti e delle proporzioni poetiche. E’ stato un prezzo altissimo che hanno pagato i poeti di diverse generazioni.

Cosa si può fare allora per contrastare  la letteratura del consenso e dello spettacolo? Rimanere onesti con se stessi, a costo di morire nelle catacombe e accettare il motto delle Giubbe Rosse: marciare per non morire. La tradizione e la ricerca devono avere una funzione interagente nel procedimento linguistico, ciò che non si trova  nell’area avanguardistica ricca di segni iconici provenienti dall’informatica e dall’area multimediale. In quest’ambito il vero coup d’aile avviene con il disordine linguistico dei vari Baino, Viviani, Voce, Ottonieri, Bilotta ecc. che invece di formare una valida alternativa alla lingua, si sono smarriti in un universo senza luce e sbocchi. Per fondare nuove alternative, l’uomo deve riscoprire la dimensione del linguaggio. E’ l’unica risposta che si possa dare al necrologio di Baldacci, che ne “Il male nell’ordine: Scritti leopardiani,” Milano, 1988, ha affermato:” l’Avanguardia non è più proponibile”, confessando nella Introduzione ai testi di Patrizia Valduga: Medicamenta ed altri medicamenti  (Torino Einaudi, 1989), “che le parole nella poesia sono state tutte adoperate”. Su questo tema si è espresso anche Sanguineti,  in una intervista di Pietro M. Trivelli, su La Repubblica del 16 luglio 2003, pag.19, quando afferma  che:” non ci sono fronti culturali che si contendano una spinta al cambiamento. Non esistono “Gruppi” di poeti. Tuttavia come negli anni 50 c’era più impulso di ricerca tra pittori, musicisti, registi, rispetto alla letteratura, anche oggi è più viva l’inquietudine nelle arti figurative ma prevale il mercato sul dibattito culturale”.

Onto Gabriele

Mario Gabriele nella grafica di Lucio Mayoor Tosi

Su un altro versante ha operato Arnold Schönberg sostenendo che dopo la dodecafonia non è più possibile inventare nuovi moduli compositivi se non reinterpretando la musica. Quando “l’oltre” non è più praticabile nelle arti, l’impoverimento espressivo diventa un deserto morfologico, senza il riscatto formale del significante. Hand Freyer in “Società e cultura” rileva che se un autore vuole sopravvivere all’afasia deve necessariamente “attingere a tutte le fonti, raccogliere parole ed espressioni in tutti i vicoli, ma anche nelle miniere più antiche, purché abbia il coraggio di penetrare nelle gallerie in rovina”. Si tratta della medesima concezione di Eliot sulla poesia, vista come una  unità vivente di tutte le poesie che sono state scritte: ossia la voce dei morti in quella dei vivi. Contro l’omologazione della poesia koinè, è necessario contrapporre il dissenso e l’antagonismo, cercando di agire con la qualità e la ricerca, senza fossilizzarsi in forme e contenuti  di dubbia consistenza, cambiando un poco le regole del gioco  e i luoghi culturali, fino alla contrapposizione di un progetto duraturo e credibile, potenzialmente rivoluzionario.

È un percorso difficile da realizzare, ma percorribile nelle diverse esperienze acquisite,  Tra i vari modi di scrivere versi, la poesia racconto, (ma anche quella di impronta ideologica, così attiva negli anni Sessanta, con Fortini, Pasolini ed altri), ha offerto uno spazio dilatato  e rispettabile di fronte alla fumisteria e all’apnea poetica. E’ stato un genere letterario che ha avuto nel passato illustri nomi da Mallarmè con “Il pomeriggio di un fauno”, a Pascoli dei “Poemi Conviviali”, da Pavese di “Lavorare stanca”, alla poesia straniera con Lee Masters di “Spoon River”, a Withman, Pound, Garcia Lorca, Neruda, Majakovskij e Ginsberg di Kaddish. In effetti l’ampio registro verbale ha legato il lettore ad una struttura linguistica più impegnata. Se poi la poesia racconto è riuscita ad essere anche un contenitore di tematiche esistenziali, meditative, e socio-politiche, in relazione alle cosiddette figure grammaticali individuate da Kopkins, allora”l’universo del discorso” che, ha caratterizzato questa poesia, ha una sua valenza nel variegato panorama dei “Modelli”. Qui non si possono non citare anche gli esiti della poesia visiva, attraverso la rappresentazione eterogenea dei segni iconici e tipografici, simboli del consumismo, slogans e figure geometriche. Il rischio maggiore legato alla poesia visiva è stato l’autolesionismo che ha sublimato e ideologizzato, nella sostanza e nella forma, l’esclusività dei suoi caratteri nell’era del postmoderno, nel momento in cui era necessaria la sua collocazione in un contesto più vasto e progettuale, fuori  dalle maglie troppo strette di uno status propagandistico, per entrare con altri linguaggi e culture, all’interno di un “villaggio globale”.

Secondo Stelio Maria Martini l’elemento visivo, a parità di diritto con quello verbale, va considerato complementare di questo, perché rappresenta meglio di quanto non farebbe con la parola, da sola, il sostrato fantastico e sentimentale che sottende uno schema verbale (e viceversa, naturalmente) per non lasciare nelle mani dei mercanti d’arte o dei fotografi dell’immagine, la mistificazione del prodotto  e il ribaltamento della realtà”, fuori da quell’aura propria di cui parlava Benjamin “Dell’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità  tecnica”.

Per quanto si possa parlare in questi tempi di un nuovo ordine linguistico, non si può non riconoscere lo sforzo ricostruttivo compiuto da Giorgio Linguaglossa nei confronti della Forma poetica, sempre attento a non offrire ai lettori del circuito italiano ed extranazionale, paraventi linguistici falsamente comunicativi, da ciò la sua preferenza a riformulare la langue su tutte le ceneri linguistiche. Le figure di pensiero sono così veicolate da una coscienza del dire, che è molto spesso una concatenazione di idee e di recupero di volti e nomi all’interno della Metafora, utilizzata per lo sviluppo di  trame che coinvolgono  più soggetti. Ma si dà anche il caso che, a volte, affiorino gradazioni psicologiche, come incremento del significante da cui partono le fratture del tempo storico e contemporaneo. Ne sono testimonianza le opere pubblicate attraverso le varie sigle editoriali, a cominciare dal 1992 con “Uccelli”, seguito da “Paradiso” nel 2000, da “La Belligeranza del Tramonto” e nel 2013 da “Blumenbilder. Natura morta con fiori”, mentre  in “Tre fotogrammi dentro la cornice” Selected Poems (Chelsea Editions, 2015) il lettore entra  in una antologia poetica fatta di  connessioni metaforiche volte  a rappresentare un continuum di tematiche aperte a tutto campo.

Ho conosciuto l’Autore attraverso la lettura di queste due poesie inedite, da me pubblicate su: isoladeipoeti.blogspot.it e da cui poi sono nati “punti di vista”  sul fare poesia di oggi:

Cogito è in viaggio su un treno blindato

Il gioco dell’ombra tra gli hangar. Balenano fasci di luci dai riflettori
posti sulla sommità delle torrette blindate.
Sulla terra battuta risuona il passo dell’oca dei soldati.
I gendarmi giocano al gioco delle tre carte.
Gli ufficiali puntano alla roulette: sul rosso, sul nero,
sul numero 33.
Giocano con le bambole, giocano con le murene,
accompagnano al pianoforte la bella Marlene
che canta il Lied della nostalgia e della morte.

[…]

In alto, le sette stelle dell’Orsa maggiore.
Beltegeuse è una stella nana e Enceladon è lontana
nel firmamento stellato.
Cogito è in viaggio su un treno blindato
sta scrivendo una cartolina ad Enceladon:
«Mia amata, il mio posto è qui».

[…]

Un pittore fiammingo dipinge la luna e una natura morta.
Un Signore salta dalla bandella di un polittico nella stanza del pittore.
Gira per la stanza, vuole prendere un po’ di aria fresca.
Non vuole più dipingere Annunciazioni o Madonne col bambino. Continua a leggere

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Antonio Sagredo POESIE MOSTRUOSE (Inediti) con Commenti di Giorgio Mannacio e di Laura Canciani

 

Laboratorio gezim e altri

Laboratorio lillaAntonio Sagredo (pseudonimo di Alberto Di Paola), è nato a Brindisi nel novembre del 1945; vissuto a Lecce, e dal 1968 a Roma dove  risiede. Ha pubblicato le sue poesie in Spagna: Testuggini (Tortugas) Lola editorial 1992, Zaragoza; e Poemas, Lola editorial 2001, Zaragoza; e inoltre in diverse riviste: «Malvis» (n.1) e «Turia» (n.17), 1995, Zaragoza.

La Prima Legione (da Legioni, 1989) in Gradiva, ed.Yale Italia Poetry, USA, 2002; e in Il Teatro delle idee, Roma, 2008, la poesia Omaggio al pittore Turi Sottile. Come articoli o saggi in La Zagaglia:  Recensione critica ad un poeta salentino, 1968, Lecce (A. Di Paola); in Rivista di Psicologia Analitica, 1984,(pseud. Baio della Porta):  Leone Tolstoj – le memorie di un folle. (una provocazione ai benpensanti di allora, russi e non); in «Il caffè illustrato», n. 11, marzo-aprile 2003: A. M. Ripellino e il Teatro degli Skomorochi, 1971-74. (A.   Di Paola) (una carrellata di quella stupenda stagione teatrale).

Ho curato (con diversi pseudonimi) traduzioni di poesie e poemi di poeti slavi: Il poema :Tumuli di  Josef Kostohryz , pubblicato in «L’ozio», ed. Amadeus, 1990; trad. A. Di Paola e Kateřina Zoufalová; i poemi:  Edison (in L’ozio,…., 1987, trad. A. Di Paola), e Il becchino assoluto (in «L’ozio», 1988) di Vitězlav Nezval;  (trad. A. Di Paola e K. Zoufalová).

Traduzioni di poesie scelte di Katerina Rudčenkova, di Zbyněk Hejda, Ladislav Novák, di Jiří Kolař, e altri in varie riviste italiane e ceche. Recentemente nella rivista «Poesia» (settembre 2013, n. 285), per la prima volta in Italia a un vasto pubblico di lettori: Otokar Březina- La vittoriosa solitudine del canto (lettera di Ot. Brezina a Antonio Sagredo),  trad. A. Di Paola e K. Zoufalová. È in uscita, per Chelsea Editions di New York, Poems Selected poems di Antonio Sagredo.

Testata politticoCommento di Giorgio Mannacio  

 Caro Sagredo,

parliamo – dunque – secondo promessa, dei versi che mi ha gentilmente inviato. Non si tratta di assolvere un dovere ma di contemplare il dono e di coglierne l’essenza. Esso si arricchisce ,poi, dell’invio dei “materiali“. Questi ultimi, oltre ad essere molto interessante in sé,  confermano alcune mie intuizioni  sulle caratteristiche della sua opera poetica. La definisco singolare in senso stretto sia nella forma che nei contenuti (pongo questa distinzione solo euristicamente ). L’aggettivo è assunto proprio letteralmente come denotativo di una originalità assoluta. Essa investe, come le anticipavo, sia le scansioni formali che la materia investita da esse. Il testo è davvero suo e solo suo.

1.

Mi ha colpito – quanto alle prime – la costruzione secondo un ordine che è contrappuntistico:

ad ogni quartina corrisponde altra quartina secondo un ritmo quasi responsoriale e salmodico, inusitato nell’esperienza contemporanea. E’ questa periodizzazione- che fa di ciascuna quartina un “tempo“ e che è pensata e costruita con cura e dotata di una interna coerenza – a scandire poeticamente la sua scrittura . Non si assiste ad una rappresentazione di fatti ordinati secondo una cronologia del prima e del dopo degli eventi ma ad una oscillazione tra essenze mentali (esperienze interiori ) che debbono essere colte nella loro unicità “attraverso la contemporaneità“ del dettato. Ciascun frammento è consonante.

Ho immaginato, di fronte a tali evidenze  un teatro (ecco l’importanza anche ermeneutica dei suoi materiali) in cui si muovono ( nella declamazione ) personaggi e vite e istanze diverse. Ed ho “visto “una rappresentazione“ drammatica in cui la parola., altrimenti fuggitiva, deve essere necessariamente gridata, scagliata e dunque impressionante perché se non è così non si coinvolge alcuno. Nel teatro bisogna colpire forte anche se in modo “ ingiusto “.

Si, penso ai suoi versi come a un “coro“ nel quale si debbono individuare sia i singoli protagonisti sia le singole esperienze  a costoro proprie e – alla fine – trarne un senso comune

(il senso del testo nel suo complesso). Non mancano riferimenti oggettivi ad un spazio per così dire teatrale. Colonne, padiglioni, ponti, teatri in lacrime. Credo che alla sua poesia si debba – prima di tutto – assistere e abbandonarsi.

2.

Quando ho manifestato una certa insofferenza per l’ideologia, ho inteso – propriamente – rifiutare, almeno preliminarmente, ogni classificazione che si legittimi attraverso di essa

( ateo devoto, astorico etc. ). Da tempo penso che ogni individuo finisca per essere una individualità universale e, dunque, ogni esperienza del singolo riflette l’intero. Perché non assumere di fronte a ciascuno un atteggiamento di “ rispetto “ che è – nella sostanza – l’accoglienza sia del simile che del dissimile ? Come le anticipavo la sua è una poetica ardua, difficile. E’  da scandagliare in tempi lunghi e frazionati che ne scompongano il tessuto (nodi su nodi, fili su fili, un tessuto composito di figure enigmatiche) e lo ricompongano secondo ciò che ciascuno porta con sé . Ogni figura umana è – alla fine – un piccolo o grande enigma che – come in un rebus – si esprime nei volti, nei gesti, negli accostamenti bizzarri ma, alla fine, carichi di senso. In questa direzione la sua è una poesia essenzialmente visionaria.

Alcune connessioni – imposte con la necessaria “ violenza del testo “ – sono palesi. Vi sono figure reali che solo la “ lontananza“ rende leggendarie (penso a Helle Busacca richiamata da qualche suo verso); vi sono metafore che, all’opposto, vanno ridefinite in figure o situazioni reali (streghe, vergini: gli eretici sono coloro che bruciano o i bruciati ?). E alla fine la conclusione- amara ma inevitabile -si esprime nell’ultimo verso

( l’in-emendabilità della Storia ?)

I vari punti di domanda che pongo e che le pongo sono segnali delle difficoltà che incontra il lettore (lo spettatore) e che in alcune critiche che le sono state fatte vengono catalogate quasi come “colpe morali. “Perché Sagredo non sta assieme a noi, perché è così sdegnoso ?

Certo, anch’io gradirei – ma nel senso di una maggior comprensione – l’aiuto per superare certi passaggi, a volte angusti e a volte librati nel vuoto, che i suoi versi costantemente propongono. Ma si è sdegnosi in diversi “modi“. Si riconduce tutto, allora, ad una analisi di coerenza e adeguatezza del pensiero alla parola,  o sbaglio ?

Se c’è un pericolo in questo che a me sembra un “teatro di maschere” –  e se è legittimo segnalarlo- è quello della “fissità“. La maschera cela volti diversi e li rende eguali sfociando, alla fine, nel manierismo.

3.

Debbo, in chiusura, confermarle che l’avventura o la sfida (la partita a scacchi de Il settimo sigillo) che lei affronta mi coinvolge più di quanto desidererei. Ma ciò non è forse segno di una ulteriore misura di novità e ricchezza ?  Credo che lei abbia attraversato e continui ad attraversare esperienze invidiabili e che queste – inevitabilmente – influiscono sulla sua scrittura complessa. Spero di non fare un proposta “ oscena “. Perché non arricchisce i suoi testi di un commento nel senso strettamente oggettivo di note di richiamo e di esplicazione di tempi, luoghi, situazioni anche mentali ? Che c’è di male in questo?

La sua intervista mi ha riportato alle mie letture di Ripellino, un autore che mi affascina. E dunque grazie anche di questo.

Un cordialissimo saluto.

Fayum ANTINOOPOLIS is the site of some of the most spectacular portrait art ever found in Egypt.

Fayum ANTINOOPOLIS is the site of some of the most spectacular portrait art ever found in Egypt.

Commento di Laura Canciani (Poliscritture, 8 settembre 2015)

Gentili locutori del blog,
vorrei eccepire qualcosa circa la “comprensibilità” della poesia di Antonio Sagredo. Innanzitutto, non esiste una comprensibilità assoluta, come non esiste una incomprensibilità assoluta. Per intendere la poesia sagrediana dobbiamo necessariamente uscire dalla tradizione recente del Novecento italiano e dai mini canoni che hanno imperversato in questi ultimi decenni. E’ lo stesso Sagredo che ci mette sulla retta via quando ci parla di una poesia che deve ripartire dallo stadio zero; il poeta ci vuole dire che ha tagliato tutti i ponti di collegamento con la tradizione italiana. E’ questo il distinguo che fa da fondamento alla sua poesia. Indicarlo come uno “stolto” o come un “superbo” significa non aver compreso il lavoro di raschiatura compiuto da Sagredo. Dirò di più, Sagredo è più che “stolto” e “superbo”, è anche autoritario e dittatoriale, la sua poesia si pone come un assoluto di estraneità, come un anacronismo vivente, tende alla assoluta alterità. Ma questo dato di fatto è, di fatto, un punto di enorme vantaggio della poesia sagrediana rispetto a quella dei poeti che scrivono alla maniera della poesia maggioritaria di oggi, quello sì un gergo insignificante e, in quanto tale, comprensibile a tutti. Ma in questo caso si tratta di una comprensibilità che non buca che il presente, la comprensibilità del banale e del quotidiano. La poesia di Sagredo ha il suo centro di gravità, la sua base, il suo fondamento nella “immagine”, è questa la chiave per entrare dentro i suoi meccanismi segnaletici molto complessi e sfuggenti. E’ come se si volesse capire Tranströmer senza fare riferimento alle sue fittissime reti di immagini. La poesia di Sagredo non può essere compresa se non si entra all’interno del suo sistema segnaletico e del suo sistema semaforico, entrambi sistemi basati sulla polimorficità della “immagine”. Ergo, l’io del poeta passa in secondo piano, ridotto com’è ad un sistema di specchi che rimandano l’un l’altro, un caledoscopio di immagini che impongono all’io poetante di ritrarsi sullo sfondo, di sottrarsi. Insomma, ritengo la poesia sagrediana come una delle cose più interessanti che si scrivono oggi in poesia in Italia proprio per la sua capacità assumere un vestito linguistico assolutamente singolare e irriconoscibile…

 

Antonio sagredo teatro politecnico-1974

teatro Politecnico 1974, Antonio Sagredo

Prove mostruose

(6)

Si svegliò sui gradini di un sacrario, le ossa forzavano il midollo ad un zigzagare
e a precipizio nei labirinti scorrevano i gridi angolari dei corvi e delle cornacchie.
Io sapevo che gli specchi anche nelle profondità ossute di Psiche erano pelosi,
come gli sguardi di Narciso che invano una selce barbarica radeva perché la

parola fosse circoncisa dalla Storia nel suo originario decantare. Il dubbio acheronteo
era uno stillicidio per le onde e per le anime migranti che la Morte per acqua temevano
più delle loro lacrime – per questo sghignazzava un verdastro Vodník su uno scoglio simile
al dente del giudizio – e beffava di Orfeo la maschera cartapestata e lacrimosa,

e il suo rifiuto alla proposta scellerata del voltarsi indietro: il miserabile era un portoghese,
non poteva traghettare il proprio corpo evanescente che si sbriciolava davanti ai furori delle
braci… negli occhi-uncini di Diomede! – il panico si sciolse in sogni speranzosi: tornare, forse?! –
ma il battello andava, errante… sulla riva le orme erranti degli sguardi sbigottiti!

e la marina… ondosa di sessi vaganti… di risacche – di gemiti!, e sfinimenti… arenosi.

Campomarino-Maruggio
26 giugno 2015
(un notturno sul molo dall’ora terza alla quarta)

Prove mostruose
(7)
a Antonio Dattis

Questa sera ho stretto la mano di Antonio e ho fatto una salto dal medioevo al settecento!
Mi sono arroventato le mani al contatto e i legni smaniosi hanno sragionato per tallonare
il suo ingegno! Non avevo che da rimproverarmi la precisione del mio cerebro e il calibrato
furore delle mie mani, e delle dita che lo guidavano… non possedevo che quest’arte, io!

E alla malora il Tempo e il Labor che non volevano finire: chiedevano un’assemblea plenaria
ai gesti, agli strumenti, ai disegni, ai pizzicati suoni… a che le corde fossero stonate perché
mai la fine accadesse tanto presto, e supplicare così la durata della passione divorante nel laboratorio…
la testimonianza ricordava quello del Padre mio fra trucioli e colla cervone…

Io, bambino, l’ammiravo…

ma qui, al savese, dobbiamo un inchino immortale, e non lo sconforto dell’anonimato!

Sava/Campomarino, 5 luglio 2015

 città di Fondi, ritratti muliebri

città di Fondi, ritratti muliebri

Prove mostruose
(8)

La gorgiera di un delirio mi mostrò la Via del Calvario Antico
e a un crocicchio la calura atterò i miei pensieri che dall’Oriente
devastato in cenere il faro d’Alessandria fu accecato…
Kavafis, hanno decapitato dei tuoi sogni le notti egiziane!
Hanno ceduto il passo ai barbari i fedeli inquinando l’Occidente
e il grecoro s’è stonato sui gradini degli anfiteatri…

Miris è davvero morto!

E quella rosa d’inverno come mi ricorda le mie Rose conquistate!
Rose di Praga fra la neve imminente… rose di Keplero e di pietra!
Annamaria è un Vesuvio di rose! Rose di lava vesuviana!
Lingue di lava di rose! Rose che vincono tutte le battaglie!
Dialetto rossolavico di rose rosse invernali e… non so che dire… altro…
Rose dei crocicchi, dei trivi, rose sfogliate e invogliate, rose – su tutto!

Così cantavano i miei passi, le orbite volate via!… e su tutti i ponti gli occhi e le visioni
di un’altra creatura che mi tallonava… accanto – e mi assillavano le sue letanie
di voler esistere come un refrain la mia vita su un arazzo sfilacciato:
come è artificiale questo sole che infine si riposerà e modellerà i nostri volti
con una maschera gelata!

E dopo il gelo, che saremo? Chi di noi sarà come prima, mostruosa Poesia !

Campomarino, 13 luglio 2015
(notte, marina, all’ora terza)

 Fayyum, ritratto

Fayyum, ritratto maschile

Prove mostruose
(10)

Ti ho sentito
piangere dalla camera dove non ci sei
Helle Busacca

Erano una vigilia pagana le sei colonne corinzie, e come un santo sui padiglioni
miravo il volto tumefatto della Supplica e fra movenze cardinali s’inceppava il mio
passo, ma nel suono dei sandali gli accesi ceri invocavano la cadenza di un ordine…
la povertà su uno stendardo disegnava ecumeniche e sordide denunce.

Attraversavo la soglia dei miei passi che mi chiedeva udienza sul banco dei pegni
scellerati, l’assise era smaniosa perché fosse plenaria la condanna della Sapienza,
e ti sentivo piangere dalla cella dove non c’eri… l’istanza vagava fra le navate come
un alato magistrale cerebro sulle cattedre, l’assise era plenaria sui cartoni e disegnava

il Perdono della Misericordia… mi chiese udienza presso le sei colonne corinzie…
passavo e cinguettavo un motivetto come il poeta sul Ponte delle Legioni e le mie
lagrime erano sospese come quelle degli Impiccati, degli Arsi Vivi, delle Streghe-
Vergini, ché Amore fu un rosario d’elissi in fiamme indulgenti… teatri in lagrime

di legno! Una vigilia pagana le sei colonne corinzie, la soglia dei miei passi
declinava sonore udienze… non sapevo le istanze o le condanne sottratte ad una
colpa recidiva! Il tribunale mi chiese se le mie lagrime come quelle delle sante
fossero vergini come le navate mai percosse dai voli di candide colombe e se con

gli occhi ecumenici nell’indulto mostravano ai tribuni le loro dita grasse come vermi…
e che ogni esecuzione per loro era una cuccagna… per questo i roghi erano una gioia
incontrollata, un carnevale approntato perché la santità degli atti fosse un sigillo o un
sacrificio cretienne, e mi chiedevo se lo stile pagano fosse stato meno – crudele!

Maruggio/Campomarino, 12 sett. 2015
(all’ora sesta)

Prove mostruose
(11)

Se ne tornava coronato di nastri funebri da un banchetto nuziale, l’idea fissa
di scalare le immagini perlacee dietro le quinte lo tallonava come un segugio,
si staccava dal moccolo con lo schiocco della sua lingua mercuriale… lordogravido
di ex-voto infine salpò con la gorgiera gonfia al vento verso Citera, l’irraggiungibile!

C’era una fittizia tempesta, cartonata! Ahimè, l’ancora fu scordata sul palco,
il suggeritore era in pianto più o meno dirotto, il molo sussultava come una prateria
in fiamme, il battello convulso come la bellezza secondo Tommaso-Riccardo indifferente
agli stermini… io raccoglievo le parti, confondevo le trame e le scene:

il raccapriccio non era previsto!. La polena-drago se la rideva attorcendo la prua
come un viticcio! Era di cartapesta la barocca ira di uno spiritato elfo che con una
celeste madonna danzava il foxtrot.. si leggenda che in un’alcova sotto le travi i complici amanti giocavano agli astragali i propri destini erogeni, violacee le ugole… e

chissà dove le aiuole rosse della platea erano le poltrone rivestite di polpa di donne…
Il pianto aizzava le lagrime a deglutire gli affanni e i tormenti, qualcuno indicava
sulla carta moschicida i puttini in volo… io sul molo, irreale, come in un patio miravo
Platero che ragliava davvero, e Ramon e Federico con le orbite in panne – delle vele!

Maruggio-Campomarino, 14 sett. 2015
(dall’ora 16esima alla 17esima)

Prove mostruose

(12)

La Troia-Santa dagli occhi turriti mi vietò il tributo della veglia,
la sua assoluzione disattesa aveva i capelli corvini,
reclamava la mia barbarie, ma la sua risposta non era la
condanna della innocenza.. le maschere si somigliano

sentenziò il poeta nel prologo immortale. Questo presente
è sconnesso davanti alle aurore degli stermini, gli albori
io vedo che sono nelle nostre ossa, la carne scarnificata
dalla tolleranza occidentale… le esequie inseguono i feretri!

Ero sul lastrico per la fama di un dio in divenire, il ritorno
non più eterno, le rotazioni una finzione delle stelle, la lettura
dei testi primordiali un fallimento delle umane storie…
interdetto dai secoli avevo per rifugio un umido sottoscala

pietroburghese… e capivo le tue grida antelucane e le nerastre
ombre, la tua passione dantesca e i latini amori, i ceppi ora sono
qui a vegliare l’immortalità, la pedantesca oscillazione degli orologi
marini, le sesse oleose che mi ammalano il cerebro d’accidia!

Sui merletti della torre se ne veniva danzando, come un ectoplasma
gelatinoso, la Santa Troia dagli occhi turriti che il tributo di una veglia
mi donava, a me, l’insonne eccelso, l’artigiano di versi sublimi,
sollevando l’ostensorio, come uno sfilacciato, monotono stendardo – di cartapesta!

Maruggio-Campomarino, 16-17 sett. 2015
(all’ora 23-esima e ottava)

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Carmelo Pistillo POESIE SCELTE da “Le due versioni del cielo” con un Commento di Michele Miniello (La vita felice,2014)

moda iperrealismo

iperrealismo, volto femminile

 Carmelo Pistillo, scrittore e poeta, vive e lavora a Milano.  La sua opera poetica è raccolta in: La locanda della chiglia (1986, Premio Camaiore Proposte – Opera Prima), L’impalcatura (1992, nota di Tomaso Kemeny, Premio Speciale Guido Gozzano), Quaderno senza righe (2008 – contenente “Lettera a Carmelo” di Milo De Angelis), I ponti, i cerchi (2011, note di Gabriela Fantato e Milo De Angelis) e Le due versioni del cielo (2013, postfazione di Michele Miniello). Per il teatro ha pubblicato Mabuse (2009, Premio Alessandro Fersen) e Passione van Gogh (2014, postfazione di Virgilio Patarini). Nel 2012 è uscito il suo libro di racconti: Ti dico che non ho sognato.  È prossima la pubblicazione del libro Perché tu mi dici: poeta? (per un teatro di poesia), che raccoglie, con un taglio antologico, le due drammaturgie poetiche sull’Ottocento e Novecento curate con Antonio Porta negli anni ottanta e qui introdotte, commentate e chiosate dallo stesso Pistillo e da Fabio Jermini. La prefazione è di Maurizio Cucchi.

Per molti anni è stato direttore artistico di manifestazioni culturali e festival di musica, poesia e teatro, nonché critico teatrale e letterario.

Patrick Caulfield (1936-2005)

Patrick Caulfield (1936-2005)

dalla postfazione “La parola sovrana” di Michele Miniello

Ed eccoci al nuovo libro, Le due versioni del cielo, forse il vertice della sua produzione letteraria, che raccoglie poesie scritte dal 2007 al 2009. Va qui detto che le quattro precedenti raccolte hanno ognuno un dettato poetico diverso. Pistillo non è poeta che, una volta trovata la formula giusta, si limita a riaffermarla, anche se da orizzonti differenti. Ogni suo libro forse esaurisce un privatissimo vocabolario, una sorta di altra lingua contenuta e nascosta in quella precedente come strato più prossimo alla radice. Si tratta di accenti della stessa voce che rivela il senso alto della parola, sovrana, appunto. La sua è dunque una sfida continua nell’esplorazione di territori sconosciuti e nel percorrere sentieri impervi, senza timore per gli eventuali ostacoli e le asperità. Gli va dato atto del suo coraggio, peraltro premiato dai risultati ottenuti.

Sin dalla prima poesia, ho la sensazione di essere di fronte a qualcosa di moderatamente maestoso, moderatamente drammatico, irresistibilmente espressivo:

Adesso che sei vinto per sempre,
che lasci a me la tua versione del cielo,
cadendo al di là delle righe infelici,
anch’io esco dai libri e ti seguo
o forse non vedo più che ogni stella
è rivale di luce, tra le carte di un morto
ogni parola spiegata una curva sul buio.

bello donna truccata

Massimalismo estetico con effetto brillante

Di nuovo la morte. La morte di un’altra persona spiritualmente vicina, dopo quella della sorella. Lo sforzo di risolvere in inno alla vita il canto di morte non è stato invano. Pistillo parte da un punto acquisito, il superamento del dolore, necessario perché la persona amata che non c’è più non sia solo fonte di dolore,  ma punto di risalita per dare comunque significato e valore alla vita.

Saltata a piè pari la vicenda dolorosa, è come se Pistillo parlasse all’anima di chi si è congedato dal mondo, considerato un fratello, indicando l’eredità filosofica e umanissima da lui lasciata, la sua «versione del cielo» (una fulminante metafora della comune Weltanschauung), l’effetto di non vedere più che «ogni stella/ è rivale di luce…» e la meraviglia che «tra le carte di un morto/ ogni parola spiegata è una curva sul buio».

E subito inizia la liturgia (litania) con i toni dei salmi: «Cenere delle mie labbra», «Cenere sovrana», «Le ceneri amano le parole udite», «Le ceneri parlano la lingua fatale», «Dappertutto è cenere», «La casa rivive la propria cenere…».

E poi la saggezza biblica: «Quando / la madre ti guarda, il cielo è una rosa / e la tua vita un errore».
E poi la visione profetica: «Era la sposa bianca, la spina, / del grido la favola nera e divina».
E poi la rassegnazione: «Non più incurabile di altri / è l’ultima cena dei morti». Seguita da una scena titanica: «dove in sorte dal buio / una pietra dal fondo solleva e trascina miniere».
E poi la risoluzione calma: «Nel bagliore illeggibile / e ormai lontano delle lampare».

Moderno, Make up iperrealista

Moderno, Make up iperrealista

La seconda sezione, Canzoni sul treno e per l’urna, è un racconto che ha i tempi e le movenze del sogno, perché Pistillo scarta tutto quello che ritiene estraneo alla narrazione, e trattiene solo le parti per lui essenziali, estrapolate e lanciate nell’aria come le fontane colorate nei fuochi d’artificio che poi ricadono in rivoli spettacolari: «Suonano canzoni sul treno e per l’urna / i bambini innamorati dei sassi», «Così si consuma/ la bocca nel ricordo dei mondi mancati», «Canta da sola e sola rimane / a cantare la pietra», «dorme il juke-box», «i ricordi murano la velocità dei vagoni», «la madre che scorta / l’ultima figlia sul treno».
La terza sezione, Similitudini e intervalli, è una ballata di amore e morte, con una sequenza incalzante di similitudini che hanno il ritmo della recita del rosario, la cantilena avvolgente di una preghiera buddista: «Come aquiloni amore e morte», «Come nessuna scena amore e morte», «Come croce ritrovata amore e morte», «Come opera in versi amore e morte», «Come sigillo di cose incompiute amore e morte», «Come pronuncia salvata amore e morte», «Come i fiori migliori amore e morte», «Come questo midollo amore e morte». Amore e morte, dunque. Gli estremi che s’incontrano e chiudono il cerchio. E in questa strana litania «il grido dei fratelli» e i due poeti che «alzano lo sguardo al cielo / e incominciano a guardarsi». Due destini che s’incrociano e si guardano nello stesso specchio.
Con L’amica, ricorrendo a un accorgimento, come detto in precedenza, teatrale, il tono si fa colloquiale. Pistillo parte con i tempi verbali al presente («Quando ti alzi», «Cammini, guardi», «Dai forma al tuo dominio», «Ora siedi e ti mostri sola») per passare a quelli al passato («Ogni tua fibra / è stata un silenzio», «Eri estrema ma vigile», «Sono stati giorni poveri», «Io ero più simile a un matematico», «Io desideravo le tue labbra»). I ricordi si presentano ordinati, senza sovrapporsi. Tutto viene rivissuto con pacatezza, a tratti con compiacimento. Lei rifulge nella sua bellezza fisica e interiore, celebrata come creatura speciale. Ci sono nostalgia e rimpianto, ma il filtro della distanza consente alla memoria di guardare al passato con disincanto.

Sono stati giorni poveri
e la sera
non sognavo più,
però sentivo
nel mio corpo malato e matto
il dolore scendere e farsi quasi cielo.
Ma non volevo essere un astro spento
né la sua rappresentazione,
la replica impervia
e difficile che inciampa nello sguardo
e rimane lettera senza peso.

trucco soft

trucco soft

C’è un accorato abbandono, il riconoscimento di aver interpretato male quel legame, e le scuse sono timide, ma sincere. Il poeta fa un passo indietro e si assume tutte le responsabilità per la mancata corrispondenza degli affetti. Non gli resta che aggiungere che lei è «ancora viva», «Senza rughe fatali”», «Senza canti minori», «Come la primavera». Alza le mani in segno di resa, ma trova la rivincita di chi ha sempre cercato di guardare nella giusta direzione. Ma nell’ultimo verso, da smaliziato uomo di teatro qual è, Pistillo ci svela che la bellissima creatura di cui ha parlato non è altro che la Poesia. Ma certo! Per quasi vent’anni è stata dimenticata dal poeta, che ha preferito guardare altrove, per ritrovarsi, alla fine di questo “tradimento”, più povero davanti alla pagina bianca e con le sue istanze di vita mortificate dal tempo trascorso. Ecco che la Poesia è tornata, e Pistillo la descrive come una donna, una donna amata al punto di rinunciare per tutto questo tempo al suo amore, forse immeritato. Una lontananza quasi purgatoriale,  ma necessaria. Che adesso finisce col suo ritorno, un ritorno senza più segreti.

Le due versioni del cielo sembra dunque indicare i due orizzonti guardati dal poeta, obbligato a oscillare non solo tra la vita e la morte, tra terra e cielo, ma tra due destini, quello vissuto e quello che non si lascia afferrare. Due dimensioni costitutive di una legge fisica, dove salire e scendere rispondono alla stessa urgenza e responsabilità, dove è ciò che non accade a determinare la “svolta”, è il vuoto che forse chiede di essere colmato per non essere restituito alle sue vertigini. Dove, come dice Thomas Bernhard nell’epigrafe al libro: «Questi due dolori, quello della testa / e quello del piede, messi insieme / costituiscono una malattia ben definita».

L’ultima opera di Carmelo Pistillo ci consegna la visione poetica di un «bivio sicuro», del confine e del mistero «che insieme tremano / nelle bocche chiuse», dell’uomo «che risponde con l’invenzione / dell’aereo in equilibrio / in ogni direzione struggente», del «sabato delle mani / che si prendono il cielo./

Un po’ più in alto, / si scambiano le due versioni» come «aliti avversari nella stessa dizione» o «stelle erranti che parlano tra loro, / e qualche volta brillano». È quello l’istante in cui la ferita si separa dal sangue.

Come ho già scritto altrove, Carmelo Pistillo può essere collocato in una posizione di primo piano tra i poeti italiani contemporanei; e quest’ultima, felice raccolta di versi, in cui l’autore avverte «che per farsi eterna la poesia / deve dare il brivido della sua durata», ne è l’ulteriore testimonianza.

Carmelo Pistillo aprile 2012_

Carmelo Pistillo aprile 2012_

Liturgia del fratello

I

Adesso che sei vinto per sempre,
che lasci a me la tua versione del cielo,
cadendo al di là delle righe infelici,
anch’io esco dai libri e ti seguo
o forse non vedo più che ogni stella
è rivale di luce, tra le carte di un morto
ogni parola spiegata una curva sul buio.
II

Cenere delle mie labbra,
cenere che cura ogni cosa,
dagli enigmi ai destini interrati,
eccentrici e ancora lucenti.
Cenere sovrana, mia sola e unica cenere,
eredità tutta, parola e cielo
della mia bocca, alchimia rivelata.
III

Sopra i Carpazi non ci sono degenze
ma eletti o dannati senza appello.
Come matite nere, statue
di cento abissi o mille fortune.
Intorno vedo candele. Tu
sei al centro, solo, però salvo.
Il tuo dio non snatura l’eterno riposo
ma governa i muscoli
fino a placarli. Ecco la carità!
IV

Le ceneri amano le parole udite
e più scure, il sacrificio
e il dono ritrovati nel soggetto
dimenticato nel teatro vuoto.
Le ceneri parlano la lingua fatale
che luccica come un testo a fronte
tra i sassi, amico breve del vento
che dispone silenzi tra i solchi.
Avvolte dall’alone del viaggio,
sono dissolte nell’elemento più bello.

Carmelo Pistillo le-due-versioni-del-cielo

V

Lasci pure vergini i nuovi sogni,
sconosciuti agli avvisi segreti,
lo sguardo alto e senza lacrime,
invano insonne, altrove molle.
Solo all’udienza dei vizi oscuri
ancora àgiti i sensi, ma quando
la madre ti guarda, il cielo è una rosa
e la tua vita un errore.
VI

Dappertutto è cenere, un’immensa
clessidra di sparizioni e oratori
inseparabili, grazia che riposa
sui fiori, e sfuma con la pianura
senza dediche e nomi.
è quasi stare tra molte guance,
se risolta nel candore avanza l’ombra
senza mai arretrare.
VII

Nei limiti premono forme
e moltitudini di segni
come spettatori morti.
La casa rivive la propria
cenere e assume i colori
dell’infanzia e dei fiori.
VIII

Quando hai aperto gli occhi
la fine era lì, apparsa da sempre.
Era la sposa bianca, la spina,
del grido la favola nera e divina,
era il varietà sontuoso fra le gambe
delle donne rimaste al confine:
la preda bionda, la bruna.
Era il dolore, il silenzio
che disegna le labbra
dell’amore per il nome perduto.
IX

Non più incurabile di altri
è l’ultima cena tra i morti
dove in sorte dal buio
una pietra dal fondo
solleva e trascina miniere
nel bagliore illeggibile
e ormai lontano delle lampare.

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Sabino Caronia “Morte di un cittadino americano. Jim Morrison a Parigi”, romanzo (EdiLet, Roma, 2009) lettura di Marco Onofrio 

Layout 1Sabino Caronia, critico letterario e scrittore, romano, ha pubblicato le raccolte di saggi novecenteschi: L’usignolo di Orfeo (Sciascia editore, 1990) e Il gelsomino d’Arabia (Bulzoni, 2000); ha curato tra l’altro i volumi Il lume dei due occhi. G.Dessì, biografia e letteratura (Edizioni Periferia, 1987) e Licy e il Gattopardo  (Edizioni Associate, 1995). Ha lavorato presso la cattedra di Letteratura Italiana Contemporanea all’Università di Perugia e ha collaborato con l’Università di Tor Vergata, con cui ha pubblicato tra l’altro Gli specchi di Borges (Universitalia, 2000). Membro dell’Istituto di Studi Romani e del Centro Studi G. G. Belli, autore di numerosi profili di narratori italiani del Novecento per la Letteratura Italiana Contemporanea (Lucarini Editore), collabora ad autorevoli riviste, nonché ad alcuni giornali, tra cui «L’Osservatore Romano» e «Liberal». Suoi racconti e poesie sono apparsi in diverse riviste. Ha pubblicato i romanzi L’ultima estate di Moro (Schena Editore, 2008), Morte di un cittadino americano. Jim Morrison a Parigi (Edilazio EdiLet, 2009), La cupa dell’acqua chiara (Edizioni Periferia, 2009) e la raccolta poetica Il secondo dono (Progetto Cultura, 2013).

jim morrison

jim morrison

Lettura di Marco Onofrio

Sono passati 44 anni dall’ultima fiammata del suo “fuoco indimenticabile”, ed è forse opportuno (parlo di opportunità creativa, di occasione dell’anima) mettersi ancora una volta sulle tracce di Jim Morrison, non prima di averlo riconosciuto come uno degli artisti più eversivi e carismatici del secolo scorso. Ed è interessante farlo accompagnati, non per caso, dalla voce di uno tra gli scrittori più originali e colti del nostro tempo, Sabino Caronia, lasciandosi avviluppare dalla sua sinuosa e sommessa affabulazione (Morte di un cittadino americano. Jim Morrison a Parigi, EdiLet, 2009, pp. 100, foto a colori, Euro 12), sempre in bilico tra narrazione e saggistica, tra scrittura di prima mano e critica letteraria, tra limpidezza tangibile e complessità labirintica. E occorre giocoforza ritrovarsi a Parigi, dove Morrison si rifugia nell’imminenza del processo intentatogli contro a Miami (lui, leader dei Doors, emblema degli eccessi della musica rock), sull’onda di una campagna moralistica sostenuta da Nixon: Parigi dove, ventisettenne famoso e solo, muore di infarto alle 5 di mattina del 3 luglio 1971, al numero 17 di rue Beautreillis, dentro una vasca da bagno.

Un “americano a Parigi”, dunque, nel cuore della vecchia Europa: ed ecco le peregrinazioni solitarie e meditabonde, i luoghi-simbolo (il Cafè Deux Magots, la Place des Vosges), e la musica, gli artisti di strada, i colori, gli aromi variegati e cangianti della città. E, ancora, il sacchetto bianco dei magazzini Samaritaine che si porta dietro, con dentro due taccuini a spirale dove appunta i suoi scritti (poesie, canzoni, pensieri, ricordi, visioni).

«Miami, il processo e il proposito di scrivere un libro sul processo, quel libro che con l’andare del tempo doveva divenire un diario e insieme un’autobiografia, un diario-autobiografia che recuperasse persone e fatti della propria vicenda privata, evocati quasi in una sorta di kafkiano processo, un processo più interno che esterno».

sabino caronia

sabino caronia

Lo raccoglie Caronia quarant’anni anni dopo, questo proposito, e prova a interpretarlo anch’egli sotto forma diaristica e autobiografica. Una biografia che si fa autobiografia: sottotraccia e in controluce, in un modo che diventa, pagina dopo pagina, sempre più evidente. Si assiste, infatti, ad un continuo scambio osmotico/empatico fra “io” e “altro”: l’io vissuto come altro e l’altro, parallelamente, come io. Il processo di immedesimazione è, così, complementare a quello di assimilazione: da una parte l’oggettivazione del soggettivo («Le mie sensazioni sembravano confondersi con le sue»); dall’altra la soggettivazione dell’oggettivo («E mi sembrava che non fossi più io a recitare la sua parte ma egli la mia»). Jim Morrison, radiografato alla luce del retroterra culturale – nonché del contesto storico – di cui si nutre e da cui emerge come artista (rock, poesia, letteratura), si configura per Caronia alla stregua di un personaggio per l’attore: una cartina tornasole, un alter ego, uno specchio emblematico di esperienze, ricordi, emozioni, giorni da rivivere e pensare. E può farlo perché è uno scrittore dotato di grande memoria, ha una mente-spugna che assorbe e poi rilascia «ogni minimo particolare». Da qui l’importanza dei dettagli, che trattengono/rivelano il “dio nascosto” delle cose. L’habitat più congeniale alla scrittura caroniana, vale a dire la spaziatura tipica del suo orizzonte, è segnato dai confini transitabili dell’intertestualità: ha il demone del citazionismo, ma non per sterile erudizione, o narcisistica smania di esibizione. Pratica un concetto vivo di cultura come “chiave” per aprire porte. Si legga – tanto per intendersi –, dal bellissimo racconto Lighea, “quel” Tomasi di Lampedusa di cui Caronia è uno dei più accreditati e raffinati interpreti:

«Lo studio aveva cessato di essere una fatica: al dondolio leggero della barca nella quale restavo lunghe ore, ogni libro sembrava non più un ostacolo da superare ma anzi una chiave che mi aprisse il passaggio ad un mondo del quale avevo già sotto gli occhi uno degli aspetti più maliosi».

jim morrison

jim morrison

È proprio questo il metodo caroniano: stabilire cortocircuiti creativi, in dinamiche di continuità e, anzi, di progressivo approfondimento, fra le dimensioni archetipiche della realtà e quelle dei relativi “specchi” culturali (quando la cultura fa appunto da specchio moltiplicante, non da filtro o da schermo opaco). Non a caso Caronia stabilisce la fondamentale «equazione tra il vedere con gli occhi e l’amore, la realtà dell’amore che dipende dal vedere e dall’essere visti». C’è, in tutto il libro, una continua mitizzazione dell’immagine, focalizzata sul vedere e sul vedersi, che sembra funzionale alla sua stessa struttura affabulante, basata sulla ripetizione variata. Uno stile circolare, concentrico, ondivago, intessuto di ricorrenze, di riprese, di agganci del discorso. La scrittura si configura come un cerchio magico e ipnotico di suggestioni, di concrezioni e condensazioni simboliche, intorno ad alcuni fondamentali poli di attrazione che hanno scelto, fra gli altri, il cantante dei Doors per manifestarsi. Era senza dubbio “predestinato” ad essere visitato dall’Energia, dal Duende, dallo spirito della musica. Così emerge, dal ritratto-autoritratto di Caronia: un po’ clown e folletto, un po’ sciamano, capace di accendere e governare certi fuochi. Ovvero, la perfetta fusione tra le sue origini celtiche (testimoniate peraltro dagli zigomi) e l’anima dell’indiano che dovette entrare in lui, avendo assistito da bambino a quel tragico incidente nel deserto (si veda la scena nel film The Doors, di Oliver Stone). Appunto come uno sciamano, Morrison voleva aprire le “porte della percezione” (oltre le quali tutto apparirebbe com’è: infinito), infilando il “varco” per andare “dall’altra parte”. William Blake? certo; ma anche Aldous Huxley.

jim morrison

jim morrison

Quali sono, per l’appunto, i “mitologemi” di Jim Morrison, le sue “costellazioni” magnetiche di senso? Caronia individua principalmente questi:

–  il sentimento oceanico di dissoluzione dell’io nella molteplicità, che è voluttà di scomparire, di non essere più nessuno. «Andiamo giù, giù». La tentazione di Narciso, l’andare oltre, l’annegamento nella fonte-specchio. Aprirsi all’alterità, al rischio del caos (per noi che lo vediamo dal di qua): cioè, del cosmo indifferenziato. «Solo attraverso la più radicale separazione è possibile raggiungere la più intima fusione col tutto»;

– il richiamo ancestrale della luna, cioè il desiderio di abbandonarsi all’infinito, di andare al di là dell’orizzonte per raccogliere la luce. Ed ecco la leggenda di Connla: la morrisoniana barca di cristallo (The Crystal Ship) che si allontana in una scia di luce sull’oceano verso il sole al tramonto, finché svanisce con l’ultimo bagliore della sera;

– il nostos, il viaggio alla ricerca delle origini, che per Jim virano addirittura verso il Marocco (Morrison: “figlio dei Mori”);

–  la nostalgia della casa, la ricerca del luogo abitabile (come Tiffany per Holly – nota Caronia – in Colazione da Tiffany) per dare nomi alle cose. «Vorrei scrivere una canzone in cui la sensazione sia quella di essere completamente a casa»;

–  la candela e la vita (la morte alla fine della candela): il senso di precarietà, l’ombra di fumo che noi siamo, che ogni cosa è;

–  il richiamo delle acque materne. Circola in tutti i testi morrisoniani (così come nel libro di Caronia) una potente simbologia dell’acqua: le sirene sinuose come serpenti, «quella sensualità circolare, quella uterina dolcezza di donna spiata nell’intimità del sonno, rannicchiata in posizione fetale», e quindi il richiamo del grembo materno, i nove mesi del “beato soggiorno” intrauterino, archetipo di ogni paradiso: nove mesi magici «di parole sconosciute e onde magnetiche antiche»;

la nave che attraversa le acque (la nave dei folli, The Crystal Ship, le bateau ivre di Rimbaud). La vita di Jim Morrison interpretata come “viaggio per acqua”, fino alla vasca da bagno (navicella immobile che prefigura la tomba). Ed ecco la dimora ultima del Père Lachaise: e Caronia, dinanzi alla tomba di Jim, raccoglie un seme «come simbolo di morte e di rinascita», perché nascita e morte sono porte girevoli, e noi siamo particelle di ciò è stato prima e di ciò che sarà dopo. Ecco allora perché Parigi: città-battello (“par”, in antico dialetto gallico), città-nave (nello stemma e nel motto: “fluctuat nec mergitur”). Parigi-“Lutetia” (acquitrino). L’Ile su cui sorge Notre Dame. E la sirena sotto la statua di Notre Dame. E, ancora, Parigi città di rinascita (anche per Caronia), con la sua «luce rosa che rasserena tutte le tragedie», fatta apposta per attrarre i tormentati, gli allucinati, i maniaci dell’amore;

–  il ritorno alla foresta (contrapposta alla corte come il sogno alla realtà), cioè, in ultima analisi, il ritorno al paradiso terrestre, al giardino prenatale, alla terra del risveglio;

–  il fuoco indimenticabile (the unforgettable fire): sentirsi accesi, sentirsi vivi, come per aver raggiunto il momento più alto;

–  la ricerca spasmodica dell’essenza, dello “zero assoluto”;

–  lo sguardo orfico: «fisso a quel punto in cui l’oscurità che precede la nascita sfiora da vicino l’oscurità che accompagna la morte, con il volto girato e gli occhi rivolti all’indietro». E, dunque, l’arte come unico baluardo da opporre alla morte.

jim morrison

jim morrison

Sono i mitologemi di un’intera generazione, che ha sondato le proprie verità sperimentandosi “oltre”, nel “cuore di tenebra” del rock (cultura dionisiaca della dissipazione, dell’oltranza alimentata dalle droghe – tre nomi su tutti: Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison). La generazione ribelle e inquieta dei “cavalieri nella tempesta” (Riders on the Storm). Jim, come tanti altri ma con rara intensità, diede voce a chi voleva immaginare un mondo nuovo (come si fece a Woodstock nell’agosto del ’69): sognare la realtà per realizzare il sogno. La sua morte chiude, insieme all’impronta umana sulla luna (sverginata per sempre), il decennio inaugurato nel 1961 da Moon River di Henry Mancini (celebre tema musicale di Colazione da Tiffany). Ma la morte in Jim Morrison, anche quella fisica, è sempre un preludio di rigenerazione: una chiusura che apre, una fine che comincia, una notte che illumina. Per questo lo chiamavano il “Re Lucertola” (King Lizard): simbolo di rinascita (la coda che ricresce se mozzata) e, nell’immaginario dei pellerossa, portatrice della dimensione onirica (al di là dello spaziotempo): animale anacronistico superstite del diluvio, forse il più pronto a sopravvivere a un prossimo diluvio. Così come gli innamorati: «Solo gli innamorati sopravviveranno», scrive Caronia alla fine del suo percorso di parole e di emozioni. E Jim? Lui era più che innamorato, perché l’amore stesso era innamorato di lui. Per questo è un mito trans-generazionale che sopravviverà, così come ha fatto sinora, per quarant’anni, ben oltre i fasti celebrativi e in fondo accidentali di un anniversario. E quanto ciò sia vero lo testimonia questo piccolo, intenso, affascinante libro con cui Sabino Caronia ha, da par suo, fermato “i migliori anni” della propria e della nostra vita, attraverso un’icona che, nel bene e nel male, li rappresenta tutti, fino alla più riposta e misteriosa essenza.

Marco Onofrio (Roma, 11 febbraio 1971), poeta e saggista, è nato a Roma l’11 febbraio 1971.  Ha pubblicato 21 volumi. Per la poesia ha pubblicato: Squarci d’eliso (Sovera, 2002), Autologia (Sovera, 2005), D’istruzioni (Sovera, 2006), Antebe. Romanzo d’amore in versi (Perrone, 2007), È giorno (EdiLet, 2007), Emporium. Poemetto di civile indignazione (EdiLet, 2008), La presenza di Giano (in collaborazione con R. Utzeri, EdiLet 2010), Disfunzioni (Edizioni della Sera, 2011), Ora è altrove (Lepisma, 2013) Ai bordi di un quadrato senza lati (Marco Saya, 2015). La sua produzione letteraria è stata oggetto di presentazioni pubbliche presso librerie, caffè letterari, associazioni culturali, teatri, fiere del libro, scuole, sale istituzionali. Alle composizioni poetiche di D’istruzioni Aldo Forbice ha dedicato una puntata di Zapping (Rai Radio1) il 9 aprile 2007. Ha conseguito riconoscimenti letterari, tra cui il Montale (1996) il Carver (2009) il Farina (2011) e il Viareggio Carnevale (2013). Nel 1995 si è laureato, con lode, in Lettere moderne all’Università “La Sapienza” di Roma, discutendo una tesi sugli aspetti orfici della poesia di Dino Campana. Ha insegnato materie letterarie presso Licei e Istituti di pubblica istruzione. Ha tenuto corsi di italiano per stranieri. Ha pubblicato articoli e interventi critici presso varie testate, tra cui “Il Messaggero”, “Il Tempo”, “Lazio ieri e oggi”, “Studium”, “La Voce romana”, “Polimnia”, “Poeti e Poesia”, “Orlando” e “Le Città”.

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Ventotto epigrammi di MARCO VALERIO MARZIALE (38 o 41- 104 d.C.)  scelti e tradotti da Mario Fresa

Marziale

Marziale

Marco Valerio Marziale nasce a Augusta Bilbilis, 1 marzo 38 o 41 e muore a Augusta Bilbilis nel 104, una città della Hispania Taraconensis situata su un’altura, caduta sotto il dominio di Roma in seguito alle guerre cantabriche, come tutta la Hispania, e divenuta municipio sotto il regno di Augusto; si ritiene che la città natale di Marziale si trovasse dove ora sorge Cerro de Bambola, presso Calatavud. Marziale raccontò più volte la sua patria in vari epigrammi, descrivendola come una cittadina che sorgeva su un aspro monte, nota per gli allevamenti di cavalli e per le fabbriche d’armi, grazie alle fredde acque del fiume Salone che scorreva ai piedi della montagna ideali per la tempra degli armamenti. Ricevette un’accurata educazione inizialmente a Bilbilis e in seguito in un’altra città della Spagna Tarraconense sotto la guida di grammatici e retori, a cui si dedicò con impegno; i genitori, che probabilmente si chiamavano Frontone e Flaccilla, sembra che provenissero dalla media borghesia provinciale, e in ogni caso dovevano godere di una buona condizione economica per permettersi di sostenere gli studi del giovane Marziale.

La congiura di Pisone e la vita da cliens (64-80)

« Heu! Nero crudelis nullaque invisior umbra,
debuit hoc saltem non licuisse tibi. »« Ahimè! O Nerone crudele e per nessun’altra uccisione più odioso, almeno questo delitto non doveva esserti permesso! »
(Epigrammi, VII, 21)
Nerone

Nerone

Nel 64, anno del grande incendio di Roma, spinto dalla voglia di conoscere il mondo e dalla speranza di fare fortuna come era accaduto a molti altri letterati spagnoli della sua epoca, Marziale decise di recarsi a Roma. Giunto nella capitale dell’Impero allacciò subito i rapporti con le più importanti e influenti personalità della città provenienti come lui dalla Spagna: la famiglia degli Annei, composta da uomini del calibro di Seneca, Giunio Gallone, Mela eLucano; il grande avvocato Lucio Valerio Liciniano e il giureconsulto Materno, entrambi originari di Bilbili; Deciano di Emerita e il poeta Canio Rufo di Cadice.

Proprio grazie alla famiglia di Seneca Marziale si legò a personaggi potenti della capitale, come Gaio Calpurnio Pisone, Gaio Memmio Regolo eQuinto Vibio Crispo, che con tutta probabilità aiutarono largamente il giovane spagnolo mentre muoveva i suoi primi passi a Roma, tanto che li elogerà anche a distanza di più di trent’anni in un suo epigramma. Ciononostante questo periodo iniziale in cui Marziale si trovò al centro di una fitta rete di amicizie e conoscenze terminò presto e bruscamente nel65, quando l’imperatore Nerone scoprì la congiura ordita proprio da Pisone; la reazione di Nerone fu feroce e immediata: così molti degli amici di Marziale vennero uccisi o costretti al suicidio, lasciandolo solo e senza nessun appoggio su cui contare; l’unica amicizia che gli rimase fu quella di Polla Argentaria, vedova di Lucano, che negli anni successivi citerà più volte nei suoi componimenti.

Vespasiano, il primo imperatore della dinastia flavia con cui Marziale con tutta probabilità instaurò un rapporto di clientela.

Dal 65 quindi Marziale dovette iniziare a frequentare nuovi ambienti: si indirizzò verso una vita dacliens, un’attività pesante e scomoda che lo spingeva ogni mattina a svegliarsi presto per portare i propri saluti ad un ricco signore ed eventualmente accompagnarlo nei suoi giri per Roma, ricevendo in cambio la sportula, un donativo in cibo o denaro. Tuttavia, anche se non è ben chiaro in che modo, riuscì ad ottenere un appartamento sul Quirinale, descrittoci da Marziale come un umile bugigattolo situato al terzo piano, per poi forse spostarsi in un’abitazione sul medesimo colle; il Quirinale era anche il colle dove risiedevano famiglie prestigiose come quella dei Claudii dei Pomponii, dei Valerii e dei Flavii. Con quest’ultima famiglia, che risiedeva non lontano da lui, Marziale dovette instaurare un duraturo rapporto di clientela, forse dovuto alla vicinanza delle due abitazioni, a partire già dal principato diVespasiano, salito al potere in seguito al suicidio di Nerone e alla guerra civile del 68-69.

Venere statua copia romana

Venere statua copia romana

La vita da cliens fu dispendiosa e priva di soddisfazioni per il giovane spagnolo, che avrebbe potuto sicuramente condurre una vita più agiata esercitando la professione dell’avvocato, alla sua portata visto gli studi giovanili, strada che però non fu mai disposto ad intraprendere e per la quale non si sentiva adatto; preferì la via della poesia e la vita da cliens, per quanto dura, si dimostrò estremamente utile per osservare la quotidianità dell’ambiente romano, le più svariate personalità e situazioni che poi trasporterà con crudo realismo nella sua poesia; è possibile che proprio in questi anni Marziale si addentrò nelle sue prime sperimentazioni poetiche, forse anche su commissione di Vespasiano: infatti l’imperatore era solito offrire durante i Saturnalia, agli uomini, e durante le Martiae kalendae, alle donne, degli apophoreta, biglietti d’accompagnamento ai doni distribuiti durante le feste; a scriverli su commissione potrebbe essere stato Marziale, dato che è l’unico poeta di cui ci è giunta una raccolta di questi biglietti, denominata proprio Apophoreta.

Tito, i giochi inaugurali e gli esordi letterari (80-85)

Isola Tiberina ricostruzione Roma antica

Isola Tiberina ricostruzione Roma antica

Marziale, ormai intrapresa la strada letteraria, scrisse alcune poesie, pubblicate da Quinto Pollio Valeriano di cui non ci è giunta traccia. Nell’80 per volere del nuovo imperatore Tito vennero organizzati dei giochi inaugurali dell’anfiteatro Flavio, completato nel 79 poco dopo la morte di Vespasiano, che ne aveva avviato la costruzione molti anni prima; in occasione di questi giochi Marziale pubblicò il suo primo libro di epigrammi, il Liber de spectaculis, che gli procurò onori e gloria. Grazie a questo primo successo ebbe dall’imperatore Tito lo ius trium liberorum, che comportava una serie di privilegi per i cittadini che avessero almeno tre figli, nonostante – a quanto pare – il poeta non fosse nemmeno sposato. Il successore di Tito, Domiziano, confermò i privilegi concessi dal fratello e lo nominò tribuno militare, e con esso ottenne anche il rango equestre.

Verso l’anno 84o 85 comparvero altri due libri di epigrammi: “Xenia” (doni per gli ospiti) e “Apophoreta” (doni da portar via alla fine del banchetto), composti esclusivamente di monodistici. L’accoglienza di tali libri, però, deluse le aspettative del poeta che si ritirò per alcuni mesi aForum Cornelii (Imola), ospite di un potente amico. Lì pubblicò il suo terzo libro ma, la nostalgia dell’ambiente variopinto e multiforme romano, fonte di ispirazione della sua poesia, lo fece tornare nella capitale.

La maturazione poetica e la morte di Domiziano (85-98)

Dopo l’assassinio di Domiziano nel 96, sotto i principati di Nervae poi di Traiano, si instaurò a Roma un clima morale austero. Marziale tentò di ingraziarsi i nuovi governanti, ma i suoi epigrammi mal si conciliavano con il nuovo orientamento del potere. Inoltre probabilmente egli era ormai troppo noto per i suoi passati rapporti con l’odiato predecessore di Nerva. Nel 98, infine, compì il viaggio di ritorno alla città natia. Tra il 90 e il102 pubblicò complessivamente altri otto libri di epigrammi.

pittura parietale romana epoca pompeiana

pittura parietale romana epoca pompeiana

Il ritorno in patria e la morte (98-104)

A Bilbilis una ricca vedova di nome Marcella, presa d’ammirazione per la fama e la poesia del poeta, gli addolcì gli ultimi anni della vita, mettendolo nella situazione di poter vivere agiatamente col dono di una casa e di un podere. Marziale morì a circa 64 anni a Bilbilis come attesta una lettera dell’anno 104, inviata da Plinio il giovane a Cornelio Prisco, nella quale il mittente dà un giudizio sul poeta spagnolo, che gli aveva indirizzato alcuni epigrammi di elogio per la sua attività di avvocato.

Epigrammata, edizione del 1490.

Di Marziale ci sono pervenuti quindici libri di epigrammi, per un totale di 1561 componimenti, pubblicati tutti dallo stesso poeta. Quelli monotematici non hanno un numero progressivo ma sono noti con un nome: nel caso di Xenia e Apophoreta anche il nome è autoriale. Sembra anche che i dodici libri di epigrammi vari siano stati così numerati dal poeta medesimo. I libri sono inoltre preceduti da una prefazione in prosa che ha la funzione di fornire al lettore elementi sulla composizione dell’opera.

Chiamato anche Liber spectaculorum, nell’edizione del filologo Gruterus del 1602, fu pubblicato nell’80 e rappresenta la prima raccolta di epigrammi di cui abbiamo notizie (nessun epigramma giunto fino a noi sembra essere precedente a questa data). La raccolta contiene 33 o 36 epigrammi in distici elegiaci che descrivono i vari spettacoli offerti al pubblico in occasione dell’inaugurazione del Colosseo ad opera dell’imperatore Tito, figlio di Vespasiano.

Nell’edizione che suddivide i lavori di Marziale in quindici libri, queste due raccolte costituiscono rispettivamente il XIII e XIV libro, secondo l’ordine in cui sono riportati nei manoscritti, benché criteri interni rendano quasi certa la loro seriorità rispetto al I libro. Sono composti esclusivamente di epigrammi in distici elegiaci. I titoli (o lemmata) che menzionano l’oggetto descritto di volta in volta furono dati dall’autore stesso.

I “doni per gli ospiti” (xenia) sono una raccolta di 127 (124 e 3 introduttivi) epigrammi che accompagnavano, appunto, i doni che ci si scambiava durante i Saturnali.

I “doni da portar via” (apophoreta), invece, sono quelli (221 più due introduttivi) che accompagnavano i doni destinati ai commensali alla fine di un convivio. Bisogna sapere che tali doni venivano sorteggiati tra gli invitati: da questo fatto potevano derivare talvolta situazioni curiose o comiche (ad esempio: un pettine assegnato a un calvo) su cui il poeta poteva sbizzarrirsi divertendo i lettori.

Cogito soldati romani

I, 30

Faceva il chirurgo, ora il becchino. Poco male:

si vede che gli piace, il cliente orizzontale.

I, 80

Dunque, tu già speravi, adesso, di avere una gran mancia, a torto.

Meno soldi del previsto? Allora eccoti là, sùbito morto.

I, 91

Non pubblichi mai versi, però le mie poesie

le critichi e ti danno dispiacere.

Deciditi una volta: o pubblichi i tuoi

versi, oppure cerca di tacere.

I, 71

Sette bicchieri per Iustina

e quindi sei per Laevia

e cinque per Lycas

e quattro per Lyda

e infine tre per Ida

Le mie amiche le chiamo con tanti

bicchieri quante sono le lettere dei nomi:

e se non viene nessuna, allora il sonno

con un profondo sorso

mi berrà

attori sul set

attori sul set

II, 13

Soldi al giudice, e al cancelliere, e all’avvocato:

ma pagare i creditori, scusa, non è forse più sensato?

II, 88

Non ci leggi mai nulla,

caro Antonello,

ma ti passi per poeta.

Bene, te lo concedo:

a patto che continui

a non leggerci mai nulla.

Sarà più bello.

III, 18

«Stasera, mi scuserete, ci ho la voce raffreddata»: così sospiri.

E allora, Massimo caro, perché vuoi leggere, perché non ti ritiri?

III, 84

[a Sebastiano]

Che racconta, di bello, la tua cara troiaccia?

Non parlo di tua moglie: ma della tua linguaccia.

IV, 12

Non si vergogna mica di non negarsi a nessuno:

almeno si vergogni di non negarlo a nessuno.

Fayyum, ritratto di fratelli

Fayyum, ritratto di fratelli

VII, 3

[a Rossella]

Perché, mi chiedi, non ti regalo le mie raccolte di poesia?

Perché, in cambio, io già temerei le tue. Risparmiami la cortesia.

VIII, 27

Ricco e decrepito, sei carico sempre di moltissimi regali.

Ma ognuno di questi generosi ti sussurra: «a quando i funerali?».

XI, 66

[A Massimo]

Spia, traffichino, imbroglione; sagace addestratore

di critici d’accatto; maligno calunniatore;

presenzialista, succhiacazzi, sordido coboldo:

però, malgrado il gran daffare, sei sempre senza un soldo.

VII,16

«Non ho un centesimo, Mario!

Allora, quasi quasi, quei regali

che mi hai comprato

me li rivenderei.

T’interessa, per caso, ricomprarli?»

Roma6VIII, 51

Ad Aspro, il cieco, Amore finalmente oggi concede

una magnifica ragazza; e già per lei stravede.

II, 38

Tu vuoi sapere qual è la rendita di quel lontano mio terreno?

Questo mi frutta: della tua vista posso, finalmente, fare a meno.

III, 34

Fai guerra col tuo nome: sei bruna, ma non certo calorosa;

ti chiami Bianca, ma appari sempre, ahimé, costantemente ombrosa.

VII, 4

Friedrich, lo vedi, è rachitico, è palliduccio:

perciò si crede poeta. Povero ciuccio!

XI, 89

Le ghirlande di fiori me le spedisci adesso intatte: ma perché?

Lo sai che mi piacciono soltanto le rose stropicciate da te.

XII, 26

Flavia denuncia d’essere stata violentata, a turno, dai ladroni.

Quelli protestano: saremo pure delinquenti, ma non coglioni.

II, 25

Galla, mi dici continuamente : mai ti concedi, però!

Se allora sei così contraddittoria, tu dimmi, ti prego… no.

VIII, 20

[A Francesco]

Scrivi molti versacci; però, alla fine, non pubblichi mai niente.

Che caso strano: tu sei, allo stesso tempo, cretino e intelligente.

X, 8

Vorrebbe sposarmi, Paola, dice: ma di sicuro io no, non lo vorrei.

È vecchia, Paola: ma se fosse decrepita, allora sì, la sposerei.

VIII, 35

Siete fatti l’uno per l’altra:

un’oca, ignorante e scaltra,

e un imbecille monocordo.

E non andate d’accordo?

imperatore romano

imperatore romano

IV, 33

Ora non pubblichi nemmeno un verso.

«Dopo morto, lo faranno gli eredi».

Al pubblico in attesa, allora, questi tuoi

capolavori quando concedi?

VI, 31

La moglie scopa col dottore. Lui non discute.

Morirà, ne sono certo, in perfetta salute.

XI, 19.

Beh, tu ce l’hai con me perché alla fine, poi, non ti ho sposata.

Ma tu sei chic e perfettina; e io ho la minchia scostumata.

VIII, 69.

Solo i poeti superclassici e i defunti sai lodare e recensire.

Quanto a me, non ho interesse alcuno – soltanto per piacerti – di morire.

  Nota.

Le versioni saranno intese come una interpretatio ludica dei testi: la scelta della rima nasce dall’idea di una costruzione burlesco-sintetica della parola tradotta, nell’ipotesi di un travestimento di trasversale giocosità straniante. Non c’è «modernizzazione», ma, al contrario, una specie di regressione gioiosamente infantile, in cui lo strumento edonistico del suono tende alla demolizione della presenza, e soprattutto dell’autorialità, dello stesso traduttore-giocatore. I nomi dei personaggi citati sono (quasi) puramente casuali.

                                                                                                                                     m.f.

Salerno, luglio 2011 e agosto 2015

Mario Fresa

Mario Fresa

Mario Fresa è nato nel 1973. Ha compiuto gli studi classici e musicali e si è laureato in Letteratura italiana. Oltre a indagini sulla cultura della traduzione letteraria, si è dedicato alla poesia italiana e francese dell’Otto-Novecento. Come poeta esordisce nel 1999, presentato su «Specchio della Stampa» da Maurizio Cucchi. Altri suoi testi appaiono nell’antologia Nuovissima poesia italiana(Mondadori 2004) e su varie riviste, tra le quali «Caffè Michelangiolo» (n. 3, 2003), «Paragone» (n. 60-61-62, 2005), «Nuovi Argomenti» (vol. 45, Mondadori 2009). È del 2002 la raccolta prefata da Maurizio Cucchi Liaison, cui fanno seguitoCostellazione urbana («Almanacco dello Specchio» di Mondadori, n. 4, 2008), il poemetto Alluminio, con la prefazione di Mario Santagostini (2008) e Uno stupore quieto, introduzione di Maurizio Cucchi (La collana, Stampa, 2012). Un’anticipazione della sua nuova raccolta poetica è apparsa sul n. 16 di «Smerilliana» (2014), con un saggio di Valeria Di Felice. Collabora a riviste e a quotidiani e cura la rubrica Sguardi sul periodico «Gradiva. International Journal of Italian Poetry», di cui è redattore.

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Luigi Celi HAIKU OCCIDENTALI – inediti con un Commento di Giorgio Linguaglossa

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L’empereur_Minghuang_regardant_Li_Bai

Luigi Celi è nato in Sicilia, in provincia di Messina, ha insegnato per trent’anni nelle scuole superiori di Roma. Esordisce con un romanzo in prosa poetica L’Uno e il suo doppio, e un breve saggio filosofico/letterario, La Poetica Notte, per le edizioni Bulzoni (Roma, 1997). Pubblica diversi libri di poesia: Il Centro della Rosa, Scettro del Re, Roma, 2000; I versi dell’Azzurro Scavato Campanotto, Udine, 2003; Il Doppio Sguardo Lepisma, Roma, 2007; Haiku a Passi di Danza (Universitalia, 2007, Roma); Poetic Dialogue with T. S. Eliot’s Four Quartets, con traduzione inglese di Anamaria Crowe Serrano (Gradiva Publications, Stony Brook, New York, 2012. Quest’ultimo testo, già tradotto in francese da Philippe Demeron, è in pubblicazione a Parigi. Per la sua opera poetica ha avuto riconoscimenti, premi e menzioni.

Sue poesie edite e inedite e suoi testi di critica si trovano su Poiesis, Polimnia, Studium, Gradiva, Hebenon, Capoverso, I Fiori del Male, Pagine di Zone, Regione oggi, Le reti di Dedalus ( rivista on line). Ha in pubblicazione nel mese di febbraio 2014 un saggio filosofico-letterario su Kikuo Takano per l’Istituto Bibliografico Italiano di Musicologia.

Giulia Perroni con Luigi Celi

Giulia Perroni con Luigi Celi

Presente in numerose antologie, tra gli studi critici a lui dedicati ricordiamo: Cesare Milanese su Il Centro della Rosa, nel 2000; Sandro Montalto, sulla rivista internazionale di letteratura Hebenon, nel 2000; Giorgio Linguaglossa, su Appunti Critici, La poesia italiana del Tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte Scettro del Re, 2002; La nuova poesia modernista italiana Edilet, 2010; Dante Maffia in Poeti italiani verso il nuovo millennio, Scettro del Re, 2002; Donato Di Stasi su Il Doppio Sguardo, nel 2007; Plinio Perilli, per Poetic Dialogue. Hanno scritto di lui tra gli altri: Domenico Alvino, Lea Canducci, Antonio Coppola, Philippe Démeron, Luigi Fontanella, Piera Mattei, Roberto Pagan, Gino Rago, Arnaldo Zambardi. Con Giulia Perroni ha creato il Circolo Culturale Aleph, in Trastevere, dove svolge attività di organizzatore e di relatore dal 2000 in incontri letterari, dibattiti, conferenze, mostre di pittura, esposizioni fotografiche, attività teatrali. Ha organizzato incontri culturali al Campidoglio, un Convegno su Moravia, e alla Biblioteca Vallicelliana di Roma.

cinese donna con gonnaCommento di Giorgio Linguaglossa

È nota la problematica tra il pieno ed il vuoto trattata da Lacan, il quale fu influenzato dalla teorizzazione di François Cheng. Nel suo studio “Il vuoto e il pieno” il poeta e critico cinese si sofferma sul concetto di vuoto «all’interno di un sistema binario Yin/Yang, per il quale il Vuoto costituisce il terzo termine Tao, che in cinese significa contemporaneamente separazione, trasformazione e unità». In questo solco di pensiero, Lacan recupera il concetto di Tao, che in cinese significa «la via» e il «parlare», la voie e la voix.

Secondo il Tao, prima dell’Uno c’è il Vuoto supremo, il Soffio primordiale, e soltanto successivamente si generano lo Yin e lo Yang, che interagiscono tra loro grazie a un Vuoto mediano. Il Vuoto, quindi, è ciò che insieme lega e separa ed è solo grazie ad esso, sul suo sfondo, che il «soggetto» può apparire. Un tipico esempio di ciò è evidente nelle opere di Shitao, pittore cinese del XVII secolo. Lacan sottolinea che l’Unico Tratto di Pennello, il tratto di cui parla Shitao rappresenta un taglio, un’incisione. In un articolo del 1971 intitolato “Lituraterra” Lacan discetta sul fatto che la lettera è ciò che urta la catena significante, generando la scrittura, la quale, a sua volta è la principale via verso la personalizzazione. La lettera incide il soggetto lasciando delle impronte irripetibili, delle tracce. Queste tracce, così come il tratto di pennello di Shitao, connettono il vuoto e il pieno, in quanto rappresentano la forza della singolarità che si staglia, che urta contro l’universalità della catena significante. La vita del «soggetto» pulsa nel momento in cui esso di scorre come non-Tutto, come buco, come resto, come vuoto all’interno di un pieno. Gli haiku di Luigi Celi ci mostrano appunto l’istante di tempo nel quale accade il satori, in termini occidentali, la sospensione della temporalità, ovvero, la visione, che deriva dalla diretta osservazione delle cose. È il vuoto, il nihil originario che crea la possibilità della soggettivazione. È proprio il fatto di essere una manque-à- être, un objet petit a, a rendere il soggetto desiderante, ad aprirlo verso la possibilità della visione e della sospensione del tempo proprio della visione. La visione negli haiku di Luigi Celi prende forma dallo sfondo del vuoto che fa da fondale alla visione stessa. È una vera e propria esemplificazione di quella che in termini moderni può essere definita estetica del vuoto; è propriamente essa che qui ha luogo, e non è un caso che sia stato proprio Luigi Celi, uno studioso della poesia di Kikuo Takano e della filosofia orientale a scrivere questi mirabili haiku, con una sensibilità tutta occidentale per il «contrasto» presente tra le cose all’interno delle singole visioni. Celi fa in modo che il contrasto accada, di conseguenza il «soggetto» si ritira, si nasconde dietro la visione.

cinese drago Si racconta che nei tempi antichi, in Cina, quando arrivava un'eclissi di sole, si usasse battere i tamburi per cacciar via il dragone che si stava ...

cinese drago Si racconta che nei tempi antichi, in Cina, quando arrivava un’eclissi di sole, si usasse battere i tamburi per cacciar via il dragone che si stava …

tre ballerine
in vampe di rubini
fuoco d’estate
*
la ballerina
le ali alle caviglie
farfalla gialla
*
sensuose danze
in margini d’azzurro
il sole a picco
*
lievi ragazze
in sinfonia di verde
foglie screziate
*
liete un po’ pazze
su tremulo fogliame
guizzano in danze
*
foglia di tiglio
rigoglio di lusinga
cupida voglia
*
la nuda foglia
dall’occhio concupita
sentiva caldo
*
da rami alati
si librano su note
piume d’uccello
*
raggio caduto
sull’abito succinto
l’ombra del sole
*
dolce era il fico
famelico s’incurva
becco d’uccello
*
uva matura
la terra sa di miele
l’erba di mosto
*
livido tango
languore di ragazza
coppia d’ebbrezza

*
languide danze
bagnate anche un po’ pazze
s’innalza il pino
*
ballano mute
in forme indefinite
anime nude

ideogramma cinese Bellezza

ideogramma cinese per Bellezza

stanno sul palco
baccanti redivive
e non lo sanno
*
per la più bella
il verso si fa luce
in poche righe
*
s’inarca in danza
sul palco della luna
un raggio ombroso
*
sulle azalee
il sole si riposa
mute formiche
*

selvosi colli
il mosto è quasi vino
febbrile il canto
*
le ballerine
le nubi sotto i piedi
ali nell’alba

ideogramma cinese Poetry

ideogramma cinese Poetry

il lieve piede
sul palco non si posa
l’aria lo sposa
*
nude le gambe
l’origano profuma
rorida luna
*
tele d’autunno
intessono le danze
fili di ragno
*
danza di fuoco
in corpo di passione
buio s’accende
*

fino al mattino
la luna nella vasca
danzano pesci
*
farfalle gialle
in punta di volare
ridda nell’aria
*
mimési in alto
e l’alba dona un volto
a un sole umano
*
non ti ingannare
non bastano le danze
per farti amare
*
pioggia d’umori
danzano sopra il palco
bagnate pazze
*
un raggio d’alba
affonda tra le zolle
è duro il leccio
*

luna smarrita
tremula tenue luce
gerani d’ombra
*

ideogramma cinese della parola Te'

ideogramma cinese della parola Tè

fuoco s’impiglia
ardono gridi e gigli
giardino in fumo
*
i seni al vento
melissa e citronella
giugno profuma
*
tamburi a ritmo
fiore d’anturio rosso
danzano avvinti
*
sirene in danza
tra liete spume d’onde
mostrano i seni
*
luna d’estate
il caldo la denuda
noi non guardiamo
*

danza il vigneto
il corpo sa di mosto
tosto si sfrena
*
salice piange
il tronco e i rami freddi
non c’è l’amore
*

ideogramma cinese nomi vari

ideogramma cinese nomi vari

mi turba molto
la danza non si placa
rotto ogni accordo
*
la vita in arte
un modo d’inventarsi
un’altra vita
*
la melagrana
ha succo di passione
smania di rosso
*
gaie pupille
scrutano senza sosta
fremito d’api
*

stella vampira
il latte sugge all’alba
il sangue a sera
*
gerani in fiamme
a spasmi di natura
senza ritegno
*
taglia la notte
la falce della luna
apre alla luce
*
ha la farfalla
l’incendio sulle ali
arde i ciliegi
*
fior di narciso
si specchia in una fonte
muore nell’acqua
*

goccia di pioggia
affonda blu nel mare
non sa nuotare
*
dorme la luna
sul seno d’una donna
è selva oscura
*
ride la brezza
su un pube di ragazza
e si trastulla
*
non danza stanco
il corpo che s’adagia
nepeta verde
*
freme in giardino
il bianco gelsomino
il corpo è nudo
*
le ballerine
sospese in un sol passo
corona al mimo

donna con ventaglio

donna con ventaglio

non dirmi nulla
dei mandorli fioriti
preme l’asfalto
*
morbido raggio
affonda tra le ghiande
d’un duro leccio
*
i seni al vento
accendono sul palco
occhi di fiamma
*
luna d’autunno
tra l’ali si denuda
dei passerotti
*
occhi sgranati
scrutano senza sosta
api frementi
*
le ballerine
calpestano viole
e corpi nudi
*

fruscii di danze
nel vuoto di conchiglie
memoria arcana
*
baciata in bocca
la maschera di carta
sembra animarsi
*
olio d’amore
scivola dal suo seno
aperto grembo
*
come una chiave
la mano dell’amore
schiude il suo cuore
*
bevendo vino
ballano le baccanti
senza alcun velo
*

ciò che sovrasta
è anche il sottostante
gioco di specchi
*
un terremoto
ci ignora totalmente
è deprimente

paesaggio

paesaggio

un’incertezza
sovrasta l’esistenza
nulla s’arresta
*
gioco di neve
da un seno di tepore
un bimbo snida
*
il blu del mare
assembla tra le spume
refoli e vele
*
grandine estiva
precipita nel seno
di nudi gigli
*
non ho parole
se a garrule viole
manca l’odore
*
tra i gelsomini
l’aria che si respira
sa di liquore
*
ogni mattina
in me devo salvare
Abele il mite
*
nell’uomo il dio
alata una presenza
oltre l’assenza
*

la storia avanza
ha nome di progresso
anche il suo inverso
*
un doppio passo
ma tremano le gambe
se t’innamori
*
fotografare
il vuoto delle cose
piena è la luce
*

drago cinese

drago cinese

è nel silenzio
il misterioso suono
il più profondo
*
è nel profondo
la misteriosa voce
quasi silente
*
cose mortali
evocano nel profondo
cose immortali
*

nude di giorno
le chiare margherite
più non sfogliare
*
farfalla sogna
il bozzolo setoso
il suo groviglio
*
semi di canti
in vulve di natura
turgidi versi
*
è notte fonda
il sonno si fa sogno
e mi rapisce
*
lieta farfalla
nel volo ha liberato
l’antico sogno

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  Paolo Mazzocchini DIECI POESIE dalla Antologia: “PIETRA E FARFALLA” con un Commento di Giorgio Linguaglossa: “Scrivere la contingenza”

patrick caulfield Anni Sessanta

patrick caulfield Anni Sessanta

 Paolo Mazzocchini, insegnante di lettere e studioso di letteratura classica e leopardiana, autore di testi scolastici e scrittore. Nel suo settore di studi ha prodotto numerosi articoli raccolti in gran parte nella miscellanea Noctes vigilare serenas (Aracne, Roma, 2010); una monografia sulla rappresentazione virgiliana della guerra (Forme e significati della narrazione bellica nell’epos virgiliano, Schena, Fasano 2000); una edizione critica commentata della Titanomachia di Esiodo di Giacomo Leopardi (Salerno, Roma 2005); ed un paio di antologie tematiche scolastiche di letteratura latina presso l’Editore Canova (Treviso, 2004-05). Recentemente ha rivolto il suo interesse anche alla saggistica d’opinione ed alla scrittura creativa. In proposito ha pubblicato un paio di pamphlet sui guasti della scuola superiore italiana (La scuola del P(L)OF, Aracne, Roma 20082; Studenti nel paese dei balocchi – Lettera di un insegnante a un genitore, Aracne, Roma 2007). È inoltre autore di una raccolta di racconti (L’anello che non tiene, Aracne, Roma, 20132) e di una recentissima raccolta di poesie (Zero termico, Italic Pequod, Ancona, 2014) che ha avuto lusinghiere recensioni sul web. Sta per pubblicare una nuova raccolta di poesie (Chiasmo apparente) con l’editore Lietocolle. Collabora a riviste didattiche e letterarie (La Nuova Secondaria; L’indice dei Libri Scuola). Cura il blog Zibaldone ( www.paolomazzocchini.wordpress.com )

 brocca, Patrick Caulfield

brocca, Patrick Caulfield

Commento di Giorgio Linguaglossa: Scrivere la contingenza

Conforme ad un progetto di mediazione e di medietà tra l’istanza della conservazione e quella di modernizzazione del linguaggio poetico, la poesia di Paolo Mazzocchini rileva come oggi sia urgente muoversi in un dominio trasformistico piuttosto che in quello della rivoluzione permanente dei linguaggi. Oggi che siamo all’interno della Crisi della Ragione narrante, la poesia si sforza di seguitare il dire della narrazione oggi in crisi. In tal senso, Mazzocchini ci presenta un lavoro di assoluto rispetto, una cognizione del dolore, una scrittura della contingenza tradotta in termini moderni, una sobria aderenza allo stile medio tipico dell’«età della prosa», per dirla con una fraseologia hegeliana. Scrivere la contingenza nell’età dell’incertezza con uno stile dell’incertezza e della interrogazione, sospesi tra la pesantezza della «pietra» e la leggerezza della «farfalla», tra il quotidiano inodore e incolore e il non-luogo anch’esso incolore e inodore. Una condizione esistenziale legata alla stazione dell’io; non-drammatica, direi, qualcosa che sta all’esterno del soggetto e dentro il soggetto, quella «Cosa» (Das Ding) che sta contemporaneamente dentro e fuori, che consiste nella sua estimità, nel suo essere, per Lacan «entfremdet – alienato – di estraneo a me pur stando al centro di me», qualcosa tra il familiare e l’estraneo, che sta in bilico tra il detto e il non detto, tra il dentro e il fuori. Una continua interrogazione intorno all’io, nei dintorni dell’io con una interpretazione lineare del testo poetico.

Paolo Mazzocchini

Paolo Mazzocchini

Pietra e farfalla

Pietra patisco il peso della mia
longevità, quasi perenne intesa
d’atomi coesi in una stretta potente
più di qualsiasi centrifuga contesa. Si posa
la farfalla su di me ignara che il suo giorno sta
per sfogliarsi in un applauso d’ali, crollare
in un battito sospeso; ma mi fu lieve
e festivo quel caro suo riposo
fuggitivo più che questa mia
pésa ed ottusa quasi eternità.

.
Nihil ad nihilum

Morire nella natura viva
viva sempre della nostra
morte, patire questa sorte
divina e la rara sventura
di sapere che noi si dura
vivi soltanto nella morte.

.
Cadrà una sera

Cadrà una sera che saremo aquiloni
appesi al suolo da un filo di memoria
alti, sospesi nella incerta sfera che divide notte
e luce, cielo e terra, lampo e tuono, materia
e vuoto, le ali attese ad un unico soffio di tempo
senza minuto né ora, sedotte in un’orbita che ignora
chilometri o miglia, verso, andata o ritorno. Allora
varrà solo quel che saremo stati prima
di alzarci in volo: che il poco di cenere
o di grano che avremo sparpagliato
per amore o per sbaglio nel campo
altrui camminando sul ciglio
del sentiero non sia
caduto invano.

In memoriam

Quando ho appreso da un blog che il caro prof si era
spento, ci ho messo un poco a realizzare: il tempo fuori
era radioso, spirava un tiepido favonio, era ormai
quasi mezzogiorno, dal retrocucina le ali degli odori
per le narici spiumavano allegre sul piancito
gastrico un orgiastico anelito di vita. In più c’era
l’urgenza del plastico di mio figlio, tutto ancora
da montare in vista dell’esame di laurea triennale
in scienze dell’architettura. Il sugo poi era lì lì
per attaccare al fondo della teglia antiaderente e
intanto mia moglie mi annunciava col suo solito
sms il suo imminente avvento per il pranzo. In fondo
era nuvola passeggera, pagliuzza nell’occhio, flebile
puntura quella nuova che m’aveva scalfito l’epidermide
con il tocco di un insetto in volo. Sebbene fosse
stato in buona parte lui quello che io ormai sono
per sempre diventato, un terzo sopraggiunto ai due
di mio padre e mia madre, si sa: ogni allievo
prediletto è il devoto cannibale del proprio
Pigmalione, il suo sorridente sarcofago, il profeta
di uno spirito estinto da una morte non proprio
naturale. Sono io infatti che da tempo l’ho
immolato vestendone le spoglie: meglio smacchiare
le impronte del rimorso dai resti del delitto, lesti
aggrapparsi ad un filo di musica rock, sciogliere
una lacrima nel vapore denso delle penne appena
scodellate dentro il colapasta. Ipocrita deporrò
a ingrato ricordo una entusiasta citazione, un fiore
nero d’inchiostro autografato sul cenotafio
a lui dedicato del mio prossimo libro.

Patrick Caulfield was one of the pioneers of British Pop Art, his work is my favourite from a British artist and I actually bought, 'I've only the 2

Patrick Caulfield was one of the pioneers of British Pop Art, his work is my favourite from a British artist and I actually bought, ‘I’ve only the 2

Motu alieno

Di vivere una vita
impropria proprio
non mi consolo: che i vènti
non le ali segnino
la direzione
del volo.

In veritate amicitia

La verità – si dice dalle mie
parti – fa perdere gli amici.
Sì, ma solo quelli falsi.
Solo la maggior parte.

Sogno del tempo

Mézze rotolarono le notti
sulle radici dei giorni, mesi fioccarono
gialli nel letto svaporato degli anni: ormai
misuro un orizzonte senza monti né valli, fuochi
fatui intorno, fossili ombre in frastagliata
selva di lapidi e di massi. Davanti
l’indurata riva – spume di lava
bianche – di un oceano lunare.

Nausicaa

Sferzava la tua immagine la pioggia
del mio sonno, stilla a stilla solcavano
impure lacrime uno specchio di straniata
bellezza: luridi rovi intricati alle fronde
dei capelli, blatte avide a intorbidare
le fontane degli occhi. Sulle pallide
sete della pelle insulti neri di rughe
o sfregi di suture. Così io ti ho
sognata. Ma al risveglio tu eri
lì accanto, per me, germoglio
ancora di palma quieto
e chiaro, ancora
addormentata.

.
Avanzo nel mio futuro

Avanzo nel mio futuro come il mare
dentro il lembo di spiaggia che arretra verso
il bordo della strada, e sgretola la sabbia in tonfi
sventramenti e crolli: assalti d’amore ultimi
e folli che erodono crateri di rabbia
al grembo esausto di un’amante
infida, a decantarne appena
un grano di diamante.

.
L’oggetto smarrito

Figlio mio, tu – io, lo so che ti serve adesso – abbi
fiducia, la cerco, subito: dov’è che sarà finita? Chi
me l’avrà portata via? Eppure la tenevo lì, ben custodita.
Come il dollaro d’oro della zia, quello che lei mi regalò
alla prima comunione – era il mille novecento sessantotto
o quasi – e lo nascosi nella foderina del Panini, l’album
dove riposa pure la figurina preziosa di Anastasi coronato
d’un’aureola aggiunta a mano con il gesso. Come
quel quadrifoglio che spiccai il giorno stesso del maggio
odoroso che conobbi tua madre e lo infilai a seccare
tra lo psi e l’omega, nel dizionario di greco: tra le pieghe
delle pieghe dei segreti pudibondi, dove pensi scioccamente
a quell’età che nessuno mai, mai penserà di ficcare
il dito. Ma pure quella che mi chiedi – garantito – da tempo
l’ho riposta al sicuro, da qualche parte, per te, per tuo
fratello, come un fazzoletto intatto tra federa
e cuscino, come la compressa contro l’emicrania
a martello disponibile all’urgenza in uno stick, sulla mensola
del water. Aspetta, che la trovo. Abbi fede… (accidenti,
sarà un preavviso di Alzheimer questa nebbia che confonde
ogni coordinata spazio-temporale dentro la giostra confusa
del ‘mi pare, forse, non ricordo bene’). Aspetta un po’
che forse mi conviene rovistare nello sgabuzzino, dentro
i cartoni delle cianfrusaglie. Pazienza ci vuole, a questa
età, occhiali buoni, neuroni distesi che sieno
contrappesi alle onde montanti della sera dentro
le quali tutti i pesci dell’acquario sono grigi.
Costanza mi occorre per scovarla – la memoria d’altronde,
si sa, nasconde ma non ruba – per ritrovare quella cara
magica bomboletta che sprizzava la nuvola d’un genio
tutto inchini e sorrisi, matricolata erogatrice di zuccheri
filanti e di meringa soffiata, lei, quella fottuta
piazzista di sogni a scadenza illimitata, ladra
di verità che con compunta
solennità noi chiamavamo:
speranza.

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Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Antologia Poesia italiana

UNDICI POESIE di Tomas Tranströmer – LA COSTRUZIONE DELLE IMMAGINI IN MOVIMENTO Commento di Giorgio Linguaglossa traduzioni di Enrico Tiozzo e Maria Cristina Lombardi

tomas transtromer 1Tomas Tranströmer, premio Nobel per la Letteratura nel 2011, è morto venerdì 27 marzo 2015 a 82 anni.
Poeta, quando vinse il Premio dell’Accademia era da undici anni stato colpito da un ictus che gli aveva inibito la capacità di parlare. A riferire della scomparsa è stato il suo editore, Bonniers.
Psicologo di professione, era il massimo esponente della generazione di intellettuali che si è affermata dopo la Seconda Guerra mondiale e punta a suggerire che l’esame poetico della natura offre intuizioni sull’identità umana e sulla sua dimensione spirituale, entrando spesso in territori metafisici. “L’esistenza di un essere umano non finisce dove terminano le sue dita”, ha scritto un critico svedese della sua poesia, definendo i suoi lavori “preghiere secolari”.
La sua notorietà nel mondo anglofono derivava dalla sua amicizia con il poeta americano Robert Bly, che ha tradotto gran parte del suo lavoro dallo svedese all’inglese, una delle 50 lingue in cui le sue poesie sono apparse.

Notizie sull’autore

Tomas Tranströmer, unanimemente ritenuto il maggiore poeta svedese contemporaneo, più volte candidato al Premio Nobel, è nato a Stoccolma nel 1931. Di professione psicologo, dopo aver lavorato alcuni anni all’Università, nonostante il successo della sua poesia, ha continuato a svolgere attività terapeutiche in centri di riabilitazione di varie città svedesi. Pianista di notevole talento, ha spesso composto i suoi testi ispirandosi a ritmi e forme musicali. Benché una grave malattia gli abbia provocato una dolorosa paralisi, non ha smesso di scrivere, come testimonia la sua ultima opera Sorgegondolen (La gondola a lutto), del 1996, e il volume di traduzioni di poeti europei e americani Tolkingar (Interpretazioni), del 1999. Ha pubblicato sinora dodici brevi raccolte: 17 Dikter (17 Poesie), 1954; Hemligheter på vägen (Segreti sulla vita), 1958; Den halvfärdiga himlen (Il cielo incompiuto), 1962; Klanger och spår (Echi e tracce), 1966; Mörkerseende (Colui che vede nel buio), 1970; Ur stigar (Fuori dai sentieri), 1973; Östersjöar (Mari Baltici), 1974;Sanningsbarriären (La barriera della verità), 1978; Det vilda torget (La piazza selvaggia), 1983; För levande och döda (Per vivi e morti), 1989; Minnena ser mig (I ricordi mi vedono), 1989; Sorgegondolen (La gondola a lutto), 1996.

tomas transtromer

tomas transtromer

Leggere la sua poesia non è un percorso lineare: è come entrare in una labirintica chiocciola. La concentrazione dei concetti in immagini conduce alla contrazione degli elementi connettivi, dei passaggi logico-sintattici, alla prevalenza dei sintagmi nominali. La capacità di realizzare densità poetica non è in Tranströmer tanto imputabile alla parola, al singolo lessema semanticamente pregnante, ma alla rete capillare di nessi che vengono a stabilirsi tra le parole. Tale sottile interazione, non facile a cogliersi immediatamente, dà spazio alla molteplicità interpretativa, alla pluralità del senso, lasciando spesso misteriosi i referenti delle metafore. Questa “oscurità”, comune a molta poesia contemporanea, in Tranströmer nasce dalla volontà di fuggire ai vuoti schemi della comunicazione massificata, di contrapporsi ai linguaggi pubblicitari, rifuggendo dall’univocità e proclamando la “polivocità” della parola.

(dalla prefazione di Maria Cristina Lombardi in Poesia dal silenzio, Crocetti editore, 2011)

Oct. 6, 2011, Swedish poet Tomas Transtromer poses for a photograph at an unknown location

Oct. 6, 2011, Swedish poet Tomas Transtromer poses for a photograph at an unknown location

Commento di Giorgio Linguaglossa

Con il Nobel nel 2011 per la poesia a Tomas Tranströmer, i membri dell’Accademia giudicante lo hanno riconosciuto come il poeta che ha avuto la più grande influenza sulla poesia occidentale.

Nato a Stoccolma nel 1931, dopo studi di psicologia nell’Università della capitale svedese, è entrato nell’amministrazione pubblica della cittadina industriale di Vasteras. Tranströmer è rimasto per lunghi decenni appartato e in solitudine fino al ritratto autobiografico che il poeta ha dato di se stesso nel libro Minnena ser mig nel 1993, tradotto tre anni dopo in italiano con il titolo I ricordi mi vedono.
Tranströmer parte sempre da esperienze personali (la casa nel popolare quartiere di Söder a Stoccolma, la figura del vecchio nonno pilota di rimorchiatori etc.) con un dettato essenziale, diretto alle cose, senza giri frastici, anzi abolendo del tutto congiunzioni e filtri letterari. Dal dato biografico Traströmer arriva a tratteggiare la cornice di un quadro di angoscia esistenziale e di disagio della società occidentale, l’incomunicabilità, la enigmaticità della condizione esistenziale degli uomini concreti posti in una determinata stazione storica: quella della Svezia del Dopo il Moderno, la violenza e la inautenticità nascoste dietro il velo dell’ipocrisia. Si può affermare che tutta l’opera del poeta svedese non è altro che un tentativo di squarciare il velo di perbenismo edulcorato che si nasconde dietro l’apparenza sociale. Tradotto splendidamente da Enrico Tiozzo, è apparsa in italiano SorgengondolenLa gondola a lutto pubblicata da Crocetti nel 1996; opera dettata alla moglie per via dell’ictus che colpì il poeta negli anni ’90 che lo ha ridotto all’afasia ma non alla interruzione della sua attività poetica. Così la moglie ha commentato la notizia del conferimento del Nobel al marito: «Non pensava più di sentire questa gioia un giorno».

Le poesie dell’esordio, con la raccolta 17 dikter – 17 poesie del 1954, gli valsero da parte della critica il nomignolo ironico di «re delle metafore» ma ciò non scalfì la collocazione di tutto rispetto tra i poeti degli anni Cinquanta per l’inconfondibile concentrazione del suo stile.
Le poesie sono sempre delle occasioni per una riflessione. Il poeta, come un minatore, scende nella profondità che sta celata appena dietro il velo dell’apparenza delle cose. Con uno stile classico e modernista, dietro il vestito metaforico della sua poesia, Tranströmer può essere qualificato, oggi, come uno dei maestri in ombra della poesia europea e occidentale. Il poeta svedese offre al lettore una nuova esperienza degli oggetti. Gli oggetti sono visti come immagini in scorcio, in collegamento ed in sviluppo; il lettore è chiamato in causa direttamente, a prendere posizione dinanzi alla ambiguità e alla «polisemia» delle «cose» viste da un preciso e determinato angolo visuale. Le «cose» equivalgono alle immagini in movimento ed in collegamento reciproco. Contrario ad ogni ipotesi di poesia sperimentale, Tranströmer ha sempre tenuto ben dritto il timone della sua investigazione poetica mantenendosi a cautelosa distanza da ogni ipotesi di poesia civile, impegnata o sperimentale, concetti da sempre ripudiati dal poeta svedese. C’è una certa distanza tra l’apparato reticolare delle metafore di Tranströmer e le «cose» del reale messe bene in luce in un saggio del critico Kjell Espmark che ha identificato i modelli del poeta in Hölderlin, Dante, Rilke. Alla fine degli anni Ottanta è arrivata per Tranströmer la definitiva consacrazione con la silloge För levande och döda – Per vivi e morti del 1989, concentrata sul tema della presenza della morte nel quotidiano. Tranströmer «fonda» il quotidiano, lo rimette in piedi da dove quel «quotidiano» era stato fatto ruzzolare dalle scaffalature impolverate dei «quotidianisti».
In Italia l’opera di Tranströmer è stata pubblicata da Crocetti che nel 1996 ha dato alle stampe alcune poesie nella Antologia della poesia svedese contemporanea e, nel 2008, il volume Poesia dal silenzio. Con il medesimo editore è uscito Il grande mistero l’ultima opera del poeta svedese, una raccolta di 45 haiku per 45 punti di vista. Alcune poesie del poeta svedese erano apparse nell’Almanacco dello Specchio Mondadori del 2007.

  1. Scrive Tranströmer sulla sua vita (da Poesia n. 265 novembre 2011)

    «”La mia vita”. Quando penso a queste parole vedo davanti a me una striscia di luce. Guardando più attentamente, la striscia di luce ha la forma di una cometa con una testa e una coda. L’infanzia e l’adolescenza formano l’estremità più luminosa, la testa. Il nucleo, la parte più compatta, è la primissima infanzia dove si decidono i tratti più importanti della nostra vita. Cerco di ricordarmi, cerco di farmi largo in quella direzione. Ma è difficile muoversi in queste regioni dense, è pericoloso, è come una sensazione di avvicinamento alla morte. Più indietro la cometa si dirada, è la parte più lunga, la coda. Si fa sempre più rada ma anche più larga. Adesso mi trovo molto avanti sulla coda della cometa, ho sessant’anni quando scrivo queste righe.
    Le prime esperienze sono per la maggior parte irraggiungibili. Cose riraccontate, ricordi di ricordi, ricostruzioni sulla base di atmosfere che improvvisamente si riaccendono.
    Il mio primo ricordo databile è una sensazione. Una sensazione di fierezza. Ho appena compiuto tre anni e si è detto che è molto importante che adesso sono diventato grande. Sono a letto in una stanza luminosa e poi scendo sul pavimento, conscio in modo inaudito del fatto che sto diventando adulto. Ho una bambola a cui ho dato il nome più bello che ho potuto inventare: KARIN SPINNA. Non la tratto maternamente. È più una compagna, oppure un’innamorata.»

    Scrive un critico della poesia di Tranströmer:

    Il tempo è anche una sorta di cammino che l’uomo può e deve percorrere in più direzioni e nel quale la sovrapproduzione di momenti del passato su quelli del presente, del futuro o viceversa, è assai spesso legata a un elemento spaziale che raccogliendo in unità un apparente contrasto riporta il discorso poetico verso il centro della riflessione. Per questo i momenti della vita sono racchiusi tutti insieme in uno spazio che concentra simbolicamente anche il tempo

    (“Si fece buio all’improvviso, come per un acquazzone. / Io stavo in una stanza che conteneva tutti i momenti ./ un museo di farfalle.”)

    La qualità essenziale del tempo e dello spazio poetico sarà dunque quella di potersi comprimere e dilatare, aprendosi a tutte le direzioni (verticali e orizzontali), una espansione cui si giungerà partendo da un punto focale di concentrazione, nel quale mondo interiore e quello esteriore si incontrano traducendosi – per il tramite dell’immagine poetica, magari della metafora – l’uno nell’altro. E qui sarà inevitabile sottolineare una affinità fondamentale: la possibilità di immaginare il tempo e lo spazio poetico come elementi musicali, suoni che si susseguono nel tempo e che si dilatano a coprire lo spazio del mondo e dell’animo…*

    Ho sognato che avevo disegnato tasti di pianoforte
    sul tavolo di cucina. Io ci suonavo sopra, erano muti.
    I vicini venivano ad ascoltare.

    *Saggio di Gianna Chiesa Isnardi in Sorgengondolen, Herrenhaus, 2003 pp.109, 110

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    Appunto critico di Giorgio Linguaglossa

    Si dice spesso che l’evento principiale è il silenzio. Ma il silenzio è cosa diversa dal rumore (inteso come ciò che precede il linguaggio) ed è privo di significato. Il fare silenzio è una forzatura, è una imprecisione terminologica. A rigore, l’uomo non potrebbe sopravvivere nel silenzio, il silenzio lo dissolverebbe. Il silenzio (da non confondere con il vuoto), ovvero, l’assenza di suoni, non esiste. In realtà, le cose parlano, parlano sempre, e non possono che parlare in continuazione. L’uomo parla in continuazione anche quando si trova nella più aspra delle solitudini. Così, il vento parla quando passa attraverso le foglie di un bosco, quando incontra degli ostacoli; la pioggia ci parla quando trascorre attraverso l’atmosfera e incontra degli oggetti, e così via… il mare «fragoroso» ci parla attraverso il suo incontro scontro con la terraferma e gli scogli… è l’incontro con le cose, con gli ostacoli, che fa parlare le cose, senza incontro scontro non ci può essere né linguaggio né la parola. Linguaggio e parola possono prendere vita soltanto attraverso l’incontro scontro tra gli uomini e le cose, tra silenzio e linguaggio.

    Sono le cose collegate in un insieme che fanno sì che siano esse a parlare. Il poeta deve soltanto porsi in posizione di ascolto. L’ascolto recepisce i suoni, le parole (il silenzio è un altro modo di essere del linguaggio, quando il linguaggio diventa silenzioso), l’ascolto predispone il linguaggio a formarsi, e il formarsi del linguaggio significa predisporre il silenzio all’interno del linguaggio. In questo caso si può parlare propriamente del silenzio del linguaggio quale sua custodia segreta. Il poeta abita questa custodia segreta. Ma anche tutti gli uomini abitano questa custodia segreta. Non è una prerogativa del poeta quella di abitare il silenzio delle parole, chiunque può attingere il silenzio delle parole attraverso la lettura di una poesia. Il silenzio abita il linguaggio; l’uomo abita il linguaggio, ovvero, il silenzio delle cose, la loro lingua segreta. Tranströmer con la sua poesia fa parlare il silenzio, fa parlare le cose tra di loro, esplora le risorse linguistiche e sonore delle cose attraverso l’impiego della immagine. È questa la grande novità della poesia di Tranströmer. L’immagine è l’altra dimensione in cui può vivere la parola sonora. «Tutti gli oggetti hanno un’anima, bisogna solo scoprirla» ha scritto John Cage. Nulla di più vero. Per Tranströmer scoprire una relazione tra le cose è un processo molto complesso che ha il proprio segreto nell’ascolto delle cose. La poesia è per il poeta svedese lo spalancamento della illuminazione, dis-chiusura della coscienza avvezza al linguaggio ordinario, imprevedibilità della dis-chiusura delle cose, frattura della coscienza ordinaria, un nuovo modo di stare nel mondo che prevede l’incontro con l’illuminazione: la creazione di una immagine elicoidale in movimento, scoprimento di un linguaggio iconico. Il tempo forte del linguaggio poetico di Tranströmer è il tempo forte iconico che ha il sopravvento nei confronti del tempo debole metrico, piegando quest’ultimo alle esigenze di quello. Il tempo forte iconico disloca e dissolve il tempo forte metrico e lo assoggetta alla priorità dettata dal primo.

tomas transtromer

tomas transtromer

da 17 Poesie (1954)

Sotto il quieto punto volteggiante della poiana
avanza rotolando il mare fragoroso nella luce,
mastica ciecamente il suo morso di alga e soffia
schiuma sulla riva.
La terra è celata dalle tenebre frugate dai pipistrelli.
La poiana si ferma e diventa una stella.
Il mare avanza rotolando fragoroso e soffia
schiuma sulla riva.

*

L’albero della luna è marcito e si sgualcisce la vela.
Il gabbiano volteggia ebbro lontano sulle acque.
È carbonizzato il greve quadrato del ponte. la sterpaglia
soccombe all’oscurità.
Fuori sulla scala. L’alba batte e ribatte sui
cancelli granitici del mare e il sole crepita
vicino al mondo. Semiasfissiate divinità estive
brancolano nei vapori marini.

.
Storia fantastica

Ci sono giorni d’inverno senza neve quando il mare s’imparenta
con i tratti montuosi, accucciandosi in grigie vesti di piume,
un breve attimo blu, lunghe ore con onde che invano
come pallide linci cercano un appiglio sulla riva ghiaiosa.

In giorni come questo esce il relitto dal mare in cerca dei
suoi armatori, seduti al chiasso delle città, e gli equipaggi
annegati soffiano verso terra, più sottili del fumo di pipa.

(Nel nord vagano le vere linci, con artigli affilati
e occhi sognanti. Nel nord dove il giorno
vive in una caverna giorno e notte.

Dove il solo sopravvissuto può sedere
alla fornace dell’aurora boreale e ascoltare
la musica dei morti assiderati.)

.

Tomas-Transtromer

Tomas-Transtromer

Meditazione agitata

Un temporale fa girare all’impazzata le ali del mulino
nel buio della notte, macinando nulla. – Ti
tengono sveglio le stesse leggi.
Il ventre dello squalo è la tua fioca lampada.

Soffusi ricordi calano sul fondo del mare
e là si irrigidiscono in statue sconosciute. – Verde
di alghe è la tua gruccia. Chi va
al mare torna impietrito.

.
Elegia (1973)

Apro la prima porta
È una grande stanza soleggiata.
Un’auto pesante passa per la strada
e fa tremare il vasellame.
Apro la porta numero due.
Amici! Avete bevuto il buio
e siete diventati visibili.
Porta numero tre. Una
stretta camera d’albergo.
Vista su una strada secondaria.
Un lampione che scintilla sull’asfalto.
La bella scoria delle esperienze.

.
Volantini (1989)

La silenziosa rabbia scarabocchia sul muro in dentro.
Alberi da frutto in fiore,
il cuculo chiama.
È la narcosi della primavera. Ma la silenziosa rabbia
dipinge i suoi slogan all’inverso nel garage.
Vediamo tutto e niente,
ma dritti come periscopi
presi da una timida ciurma sotterranea.
È la guerra dei minuti. Il bruciante sole
è sopra l’ospedale, il parcheggio della sofferenza.
Noi chiodi vivi conficcati nella società!
Un giorno ci staccheremo da tutto.
Sentiremo il vento della morte sotto le ali
e saremo più dolci e più selvaggi che qui.*

.
* da Poeti svedesi contemporanei a cura di Enrico Tiozzo, Göteborg, 1992

.
Epilogo

Dicembre. La Svezia è una nave malandata
in missione. Contro il cielo del tramonto sta
il suo albero aspro. E il tramonto è più lungo
di un giorno – la via che porta qui è sassosa:
solo verso mezzogiorno esce la luce
e il colosseo dell’inverno si alza,
illuminato da nuvole irreali. Allora sale d’un tratto
vertiginoso il fumo bianco
dai villaggi. Altissime stanno le nuvole.
Alle radici dell’albero celeste fruga il mare,
distratto, come in ascolto di qualcosa.
(Invisibile viaggia sull’altra metà
dell’anima un uccello che sveglia
chi dorme con le sue grida. Così il telescopio
gira, cattura un altro tempo
ed è estate: mugghiano le montagne, gonfie
di luce e il ruscello solleva lo scintillío del sole
nella mano trasparente… sparito in quell’attimo
come quando la pellicola di un film si spezza al buio.)

Ora l’astro della sera brucia attraverso la nuvola.
Alberi, recinti e case aumentano, crescono
nella silenziosa slavina che precipita nel buio.
E sotto la stella ancor più si suscita
l’altro paesaggio nascosto che vive
la vita dei confini sulla radiografia della notte.
Un’ombra trascina la sua slitta tra le case.
Stanno in attesa.

(da Poesia dal silenzio, Crocetti Editore , 2001, trad. Maria Cristina Lombardi)

Tomas-Transtromer

Tomas-Transtromer

La coppia

Spengono la lampada e il suo globo risplende
un istante prima di sciogliersi
come una pastiglia in un bicchiere di tenebre. Poi si sollevano.
Le pareti dell’albergo si gettano nel buio del cielo.
I gesti dell’amore si sono acquietati e loro dormono
ma i pensieri più segreti s’incontrano
come quando s’incontrano due colori e l’uno nell’altro fluiscono
sulla carta bagnata di un dipinto infantile.
È buio e silenzio. Ma la città stanotte
si è avvicinata in fretta. A finestre spente. Le case sono qui.
Vicinissime, stanno serrate in attesa,
una folla di volti inespressivi.

.
Storia fantastica

Ci sono giorni d’inverno senza neve quando il mare s’imparenta
con i tratti montuosi, accucciandosi in grigie vesti di piume,
un breve attimo blu, lunghe ore con onde che invano
come pallide linci cercano appiglio sulla riva ghiaiosa.
In giorni come questo esce il relitto dal mare in cerca dei
suoi armatori, seduti al chiasso delle città, e gli equipaggi
annegati soffiano verso terra, più sottili del fumo di pipa.
(Nel nord vagano le vere linci, con artigli affilati
e occhi sognanti. Nel nord dove il giorno
vive in una caverna giorno e notte.
Dove il solo sopravvissuto può sedere
alla fornace dell’aurora boreale e ascoltare
la musica dei morti assiderati.)

.
Sfere di fuoco

Nei mesi oscuri la mia vita scintillava
solo quando ti amavo.
Come la lucciola si accende e si spegne, si accende e si spegne,
– dai bagliori si può seguire il suo cammino
nel buio della notte tra gli ulivi.
Nei mesi oscuri l’anima stava rannicchiata
e senza vita
ma il corpo veniva dritto verso di te.
Il cielo notturno mugghiava.
Furtivi mungevamo il cosmo e siamo sopravvissuti.
Pagina di libro notturno
Sbarcai una notte di maggio
in un gelido chiaro di luna
dove erba e fiori erano grigi
ma il profumo verde.
Salii piano un pendìo
nella daltonica notte
mentre pietre bianche
segnalavano alla luna.
Uno spazio di tempo
lungo qualche minuto
largo cinquantotto anni.
E dietro di me
oltre le plumbee acque luccicanti
c’era l’altra costa
e i dominatori.
Uomini con futuro
invece di volti. gli scogli

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Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Autori dei Due Mondi, critica letteraria, poesia svedese

Vasko Popa (1922-1991) CINQUE POESIE Traduzione di Ibolja Cikos, Presentazione a cura di Duška Vrhovac

Vasko Popa,

Vasko Popa,

Vasko Popa è uno dei poeti più tradotti ed apprezzati della ex Jugoslavia ed anche oggi è uno dei poeti serbi più tradotti e riconosciuti nel mondo. Le sue poesie in inglese apparvero già nel 1969 curate ed introdotte da Ted Hughes (Selected Poems, Penguin Books), il quale più tardi pubblicò e scrisse l’introduzione per un’ampia scelta di poesie del Popa scritte tra il 1943 ed il 1976. Tradotto in una ventina di lingue, oltre a Hughes tra i suoi traduttori o tra quelli che ne hanno scritto troviamo, Charles Simic (inglese), Alain Bosquet (francese), Octavio Paz (spagnolo), Gun Bergman, Artur Lundkvist ed altri di rilevanza internazionale.

In Italia Popa ha avuto una qualche attenzione appena vent’anni dopo la morte, quando la rivista “In forma di parole” pubblicò un’ampia scelta di sue poesie intitolata: “Vasko Popa, Poesie”, curata e tradotta da Lorenzo Casson, con una postfazione scritta da Dan Octavian Cepraga.

Vasko Popa nasce il 29 giugno 1922 nel villaggio di Grebenac presso Bela Crkva come Vasile Popa, di origine etnica rumena. Frequenta la scuola elementare ed il liceo a Vršac. Nel 1940 iscrive la Facoltà di filosofia a Belgrado, continuando poi gli studi universitari a Bucarest e a Vienna. Durante la seconda guerra mondiale viene internato nel lager tedesco a Bečkerek, oggi Zrenjanin. Nel 1949 si laurea in lingue neolatine alla Facoltà di filosofia di Belgrado.

Pubblica le sue prime poesie nella rivista „Književne novine“ e nel giornale „Borba“.

Vasko Popa u svom domu

Vasko Popa u svom domu

La sua prima collezione di poesie, “Kora“(La corteccia) vede la luce nel 1953 a Belgrado; seguono i libri: „Nepočin polje“ (Il campo del non-riposo,1956), „Sporedno nebo“ (Cielo secondario, 1968), „Uspravna zemlja“ (La terra verticale, 1972), „Vučja so“ (Il sale dei lupi,1975), „Kuća nasred druma“ (La casa in mezzo alla strada, 1975), „Živo meso“ (La carne viva, 1975), „Rez“ (Il taglio, 1981) nonché il ciclo di poesie „Mala kutija“ (La piccola scatola, 1984), parte della collezione incompiuta „Gvozdeni sad“ (Il giardino di ferro).

Dal 1954 al 1979 lavora come redattore presso la casa editrice Nolit di Belgrado. Ha curato le antologie: “Od zlata jabuka” (Mela d’oro, 1958.), che mette in nuova luce la poetica della saggezza popolare; “Urnebesnik” (Strepitio, 1960.), il mondo dell’umorismo poetico; e Ponoćno sunce (Il sole di mezzanotte, 1962.), sulle chimere poetiche. Ha fatto traduzioni dal francese.

A Vršac, il 29 maggio 1972 costituisce il Comune letterario di Vršac (KOV) e avvia un’insolita biblioteca su cartoline intitolata “Fogliame libero”.

È stato membro dell’Accademia serba delle scienze e delle arti ed ha conseguito numerosi premi e riconoscimenti serbi, jugoslavi e mondiali. È morto a Belgrado il 5 gennaio 1991 ed è sepolto nel Viale degli emeriti al cimitero “Novo groblje”.

Autografo Vasko Popa

Autografo Vasko Popa

Dopo la sua morte è stata trovata tra le sue carte la collezione incompiuta di poesie „Gvozdeni sad“ (Il giardino di ferro), un testo incompiuto intitolato „Lepa varoš V“ (Il bel borgo di V) ed un ciclo di cinque poesie dal titolo comune “Ludi Lala” (Il “Lala” matto – dove Lala è il nomignolo che si da agli abitanti di Vojvodina). Tra le sue carte si trovano anche 19 poesie ed un libro di saggi sull’arte e artisti intitolato „Kalem“ (Bobina).

Il Comune letterario di Vršac ha pubblicato nel 2002 il libro „Rumunske i druge pesme“ Poesie rumene ed altre) dove sono apparse per la prima volta alcune poesie del Popa scritte in gioventù. La sua eredità letteraria è oggi custodita dalla biblioteca dell’Accademia serba delle scienze e delle arti.

Nel 1995 è stato istituito il premio “Vasko Popa”, per il miglior libro di poesie scritto in serbo, che viene conferito il giorno della nascita del poeta, il 29 giugno di ogni anno.

VASKO POPA - copertinaDa anni, per la verità da decenni, mi chiedevo ogni tanto, senza trovare una risposta plausibile, come mai l’ editoria italiana (compresa l’ Enciclopedia della Letteratura Garzanti, ancora nell’ edizione del 2000) ignorasse completamente un poeta del rilievo come Vasko Popa (1922-1991). Non è stato né un autore clandestino né una figura appartata, ma il poeta nazionale della Serbia, che ha anche rivestito cariche ufficiali, ad onta di un’opera che, considerata in se stessa, non solo non si accordava con i canoni del realismo socialista, ma ne rappresentava un’assoluta antitesi. Romeno della Vojvodina, Popa, che nella sua opera abbandonò presto la lingua materna per adottare quella serba, dopo aver studiato lingue e letterature romanze nelle Università di Belgrado, Vienna e Bucarest, aver partecipato alla Resistenza ed essere anche stato internato per alcuni mesi in un campo di prigionia tedesco, aveva pubblicato tra il 1953 e il 1980 otto raccolte poetiche. Già nel 1969 era apparsa in inglese una scelta introdotta da Ted Hughes ( Selected Poems , Penguin Books), a cui seguì l’anno dopo un’altra selezione tradotta da Charles Simic, compatriota di Popa ( The Little Box , The Charioteer Press). Un’ampia antologia dei versi scritti fra il 1943 e il 1976 era poi stata pubblicata, sempre con la prefazione di Hughes, nel 1978 ( Collected Poems , Carcanet New Press). Tradotto in una ventina di lingue (in francese da Alain Bosquet, in spagnolo per merito di Octavio Paz, che scrisse anche versi in suo onore), Popa in ambito italiano non ha ricevuto la minima attenzione, se si eccettua il caso di poche liriche tradotte nella rivista di Fiume «La battana» all’ inizio degli anni Settanta. È dunque un vero merito della rivista «In forma di parole» e del suo fondatore-direttore, Gianni Scalia, offrire in un recente numero monografico (pp. 292, 30) la traduzione integrale di tre raccolte poetiche di Popa: Il campo del non-riposo (1956), Terra verticale (1972), Il sale dei lupi (1975), coraggiosamente curate da Lorenzo Casson e accompagnate da un’ottima postfazione di Dan Octavian Cepraga. La scelta esemplifica una poesia che si insedia con grande potenza fantastica in un singolare continente posto fra il surreale, la storia e il mito, o il folclore popolare, serbo. L’apertura dell’orizzonte di Popa è cosmica, oltre che surreale, come denunciano immediatamente alcuni incipit: «Una testa tagliata/ Fiore tra i denti/ gira intorno alla Terra» oppure: «Un pugnale nudo e vivo/ giace sulla Via Lattea» ( Il cielo secondario , raccolta del 1968). Ma la scena poetica allestita da Popa ricorda non di rado Beckett: solo che si tratta di un Beckett risospinto e sprofondato nell’inorganico e nell’anonimo. Protagonisti non sono più esseri umani, sia pure ridotti alla condizione di fantocci o di relitti, ma frammenti smembrati di corpi – teste, occhi, lingue, braccia, ossa, fiamme, astri, pietre. Si direbbe che Popa raffiguri la condizione diagnosticata da Benn: che non esiste più l’uomo, ma vi sono soltanto i suoi sintomi. In una poesia del Campo del non-riposo due ossi colloquiano tra loro con disperata, affabulante ironia fino a negare la più lontana forma di appartenenza:

«Per noi ora è facile/ Ci siamo liberati dalla carne/ Ora faremo quel che faremo/ Dimmi qualcosa/ Vuoi essere/ la spina dorsale della folgore/ Dimmi ancora qualcosa/ Che vuoi che ti dica/ Forse l’ osso iliaco della burrasca/ Dimmi qualcos’ altro/ Altro non so/ Forse la costola dei cieli/ Noi non siamo le ossa di nessuno/ Dimmi qualcos’ altro ancora».

Autografo

Autografo

Un ciclo di liriche all’ interno della stessa raccolta narra il cuore, il sogno e l’ innamoramento del ciottolo, altro oggetto-emblema della poesia di Popa: alla fine due ciottoli, lacrime di pietra, si guardano ottusamente per riconoscersi soltanto «vittime di una beffa innocente/ una beffa insipida senza beffatore». Che cosa anima e riscatta, oltre alla serpeggiante vena ironica, questo desolato paesaggio metafisico? Il fatto che esso «si apre attraverso occhi di una semplicità infantile e di una lunatica stranezza» e che «il filosofo sofisticato è anche un primitivo, gnomico mago» (Hughes). Questo secondo aspetto si vede bene anche quando l’ oggetto della poesia di Popa diventa la storia dei Serbi, caratterizzata dalla resistenza e dalla ribellione al dominio ottomano e miticamente ricondotta alla discendenza da un dio-lupo primordiale. Se la vocazione surrealista aveva preso la via dell’ immanenza nell’ inorganico, lo sguardo storico sfocia pur sempre nel favoloso e nell’arcaico, avvolto da una medesima e trasfigurante fiamma epico-lirica: «Muovi lo sguardo verso di me/ Lupo zoppo/ E ispirami col fuoco delle fauci/ Perché io canto in tuo nome/ nella lingua ancestrale dei tigli». Come nota opportunamente Cepraga, l’opera di Popa (che non manca di rapporti né con la poesia romena, né con la ricerca di Eliade né con la scultura di Brancusi) consente di «misurare non solo la frattura che ci ha divisi, ma anche la distanza ancora da colmare per ricollocare, a pieno titolo, in un comune orizzonte intellettuale e spirituale la grande poesia dell’Europa dell’Est di questi ultimi sessant’ anni».

Vasko Popa Vizit-karta Vaska Pope

 A PROPOSITO DI VASKO POPA Commento di Duška Vrhovac. Traduzione dal serbo: Cvijeta Jakšić

 Mentre nella mia vita ero collegata all’Italia da un’amicizia giovanile che mi ha regalato un’altra famiglia incrementando il mio amore per la cultura, l’arte ed il popolo italiano, nella mia casa di Belgrado ci sono due cose che da qualche tempo mi ricordano Roma: il libro delle mie poesie scelte in italiano, Quanto non sta nel fiato e Don Chisciotte, una serigrafia ritoccata a mano, del maestro Ezio Farinelli, sulla parete del mio soggiorno. Perché parlo del mio libro? Perché la nascita di quel libro mi ha arrecato molta gioia, ma anche un attimo di disagio. Fu all’Isola dei poeti – Tiberina, quando mentre ne tenevo in mano commossa la seconda edizione mostrandola al pubblico, ho saputo che a Vasko Popa, il poeta sul quale avevo scritto la mia tesi agli esami di maturità, uno dei maggiori poeti serbi del Novecento, non è mai stato pubblicato un libro in italiano. Poco dopo ho letto un articolo di  Giorgio Linguaglossa che diceva che avrebbe volentieri visto la poesia di Vasco Popa edita da qualche grande casa editrice italiana. La raccomandazione mi ha fatto sentire riconoscente perché l’unico modo di conoscere un poeta è che sia tradotto e pubblicato, quindi accessibile.

Vasko Popa è senza dubbio un poeta di formato internazionale e la sua opera già durante la sua vita ha superato tutti i confini, geografici, nazionali, generazionali, ideologici e linguistici. Durante la sua vita, nonostante fosse stato pure contestato da alcuni autori, ha ottenuto gloria, riconoscimenti e premi. Il mondo gli ha dato anche di più: il poeta che ha pubblicato 8 collezioni (circa 400 poesie) ed è stato scelto in circa 30 antologie ha visto durante la vita la stampa di 54 libri con il suo nome in giro per il mondo, libri per i quali ha avuto elogi da alcuni dei poeti più riconosciuti, e voluminosi studi sulla sua poesia sono stati pubblicati in Inghilterra, Germania, Francia, gli USA.

Vasko Popa Dusan Simic, Ilustracije za pesme Vaska Pope

Vasko Popa Dusan Simic, Ilustracije za pesme Vaska Pope

E’ vero che Popa non è completamente sconosciuto al pubblico letterario italiano, anche se la prima presentazione è avvenuta appena 20 anni dopo la sua morte. Il merito della prima presentazione importante della poesia del Popa in Italia va alla rivista „In forma di parole”, che ha pubblicato un’ampia scelta di poesia con traduzione a fronte curata da Lorenzo Casson. La postfazione è firmata da Dan Octavian Cepraga, il quale rileva che si tratta davvero di un poeta di eccezionale rilievo. Una recensione molto ispirata del numero della rivista „In forma di parole” dedicato a Popa, intitolata “Il poeta-mago che cantò la liberazione dei Balcani”, è firmata da Rigoni Mario Andrea nelle pagine culturali del „Corriere della Sera“ (30 luglio 2011, pagina 53).

Credo di dover dire che questo non è sufficiente e che una pubblicazione delle poesie di Popa in italiano sarebbe sicuramente utile e farebbe la gioia del pubblico letterario italiano e degli amatori della buona poesia. Ecco alcuni fatti che lo confermano.

Con il suo primo libro di poesie, Kora (La corteccia), un libro caratterizzato da sintassi, contenuto e forma insoliti, Vasko Popa – insieme a Miodrag Pavlović (1928-2014) con il suo libro 87 poesie, ha creato un’importante svolta nella poesia serba dei primi anni cinquanta. Con la sua espressione poetica moderna, liberata da tutti i dogmi dell’epoca, la poesia di Popa rinnovava la freschezza poetica del mondo e diventava subito vicina alle generazioni giovani che influenzerà diventando non solo il precursore della poesia serba moderna ma anche il personaggio chiave della poesia contemporanea che ha segnato l’epoca definendo sicuramente le direzioni dell’ulteriore sviluppo della poesia.
L’espressione poetica di Popa è affine all’aforisma, il proverbio, è ellittica e concisa, la lingua è essenziale e lapidaria. Scrive in versi brevi senza rima e punteggiatura, versi molto vicini alla metrica della poesia popolare serba. La caratteristica della poesia di Popa è una “ricchezza linguistica e rigorosità sintattica”. Una relazione particolare, complessa ed essenziale con la tradizione, un patriottismo sano senza cariche ideologiche o nazionalistiche, ma con piena conoscenza della storia e della cultura, con la capacità di dimostrare l’insieme e la particolarità con un dettaglio, dimostrano una sua sublime capacità di tradurre tutte le cose, gli oggetti ed i fenomeni in motivi poetici. I contrasti ed i conflitti universali, tutto l’esistente, si incontrano nel suo campo del non-riposo rendendo la sua poesia filosofica e metafisica. Parco con le parole, Popa spalanca le porte ai pensieri ed ai significati. E’ un grande poeta anche perché la sua poesia rappresenta un fermo nesso tra le accezioni più larghe della tradizione e del nostro tempo. E’ un’opera che “per unicità di metodo e significato quasi non trova pari, un’opera che con diversi e singoli progetti, artisticamente realizzati e ritrovati nella realtà poetica … ascende verso significati universali”.

Vasko Popa Ranko Guzina, kar.Per Vasko Popa, come ha detto lui stesso in un’intervista, “la Poesia in verità è la personificazione dell’armonia senza la quale in fin dei conti non è possibile vivere… Con la mia poesia desidero esprimere esattamente quello che ho scritto. Se sapessi esprimerlo in altro modo, probabilmente non scriverei…“

In un altro discorso, parlando di tradizione, dice: „Le nostre poesie sulla battaglia del Kosovo ed il nostro mito del Kosovo rappresentano una miniera di diamanti. Senza fine né fondo!… Io ne ho tolto solo alcuni grumi. Varrebbe la pena spendere una vita intera a portare alla luce queste preziosità…“

Quando fu pubblicata nella biblioteca eccezionale Rukom pisano (Scritto a mano – Milan Rakić, Valjevo), la sua collezione di poesie Lontano dentro di noi, scritta a mano da lui stesso, Popa scrisse nell’intorduzione: „Le poesie che scrivo creano cerchi, i cerchi creano libri. Per la biblioteca Scritto a mano dal poeta ho scelto il circolo Daleko u nama (Lontano dentro di noi)Daleko u nama consiste di trenta poesie, il numero dei giorni di un mese. Il mese si è protratto a otto anni interi dato che le poesie sono state scritte nel periodo 1943-1951. Il cerchio di poesie Lontano dentro di noi è pubblicato nel mio primo libro La corteccia del 1953. Anche queste poesie sono dedicate a Haša…“. Haša era il primo amore di Vasko e la sua moglie fino alla fine. Si sa poco della loro vita privata.

il poeta serbo Vasko Popa (1922-1991), per la prima volta tradotto in italiano.

VASKO POPA: 5 POESIE

Traduzione: Ibolja Cikos
Il sogno del sasso

Dalla terra si protese una mano
Tirò in alto un sasso

Dov’è il sasso
Sulla terra non è tornato
Su in ciel’ non è arrivato

Cos’è successo al sasso
Forse l’altezza s’ha mangiato
Forse in un uccello s’è trasformato

Eccolo il sasso
Rimasto testardamente in sé stesso
Ne sulla terra ne su in cielo

Ascolta se stesso
Mondo tra i mondi

*

Сан белутка (Serbo)

Рука се из земље јавила
У ваздух хитнула белутак

Где је белутак
На земљу се није вратио
На небо се није попео

Шта је с белутком
Јесу ли га висине појеле
Је ли се у птицу претворио

Ено белутка
Остао је тврдоглав у себи
Ни на небу ни на земљи

Самог себе слуша
Међу световима свет

(http://www.babelmatrix.org/works/sr/Popa,_Vasko-1922/San_belutka/it/45905-Il_sogno_del_sasso)

Vasko Popa & Hasa, London 1969, Photo by Anne Pennington

Vasko Popa & Hasa, London 1969, Photo by Anne Pennington

Due sassi

Si guardano apatico
Si guardano i due sassi
Due confetti ieri
Sulla lingua dell’eternità

Oggi due lacrime di pietra
Sulle ciglia dell’ignoto

Domani due mosche sabbia
Nelle orecchie della sordità
Domani due fossette allegre
Sulle guance del giorno

Due vittime di un piccolo scherzo
Scherzo insipido senza burlone

Si guardano apatico
Si guardano con le natiche fredde
Parlano dal ventre
Parlano al vento

*

Два белутка (Serbo)

Гледају се тупо
Гледају се два белутка
Две бонбоне јуче
На језику вечности

Две камене сузе данас
На трепавици незнани

Две муве песка сутра
У ушима глухоте
Две веселе јамице сутра
На образима дана

Две жртве једне ситне шале
Неслане шале без шаљивца

Гледају се тупо
Сапима се хладним гледају
Говоре из трбуха
Говоре у ветар

(http://www.babelmatrix.org/works/sr/Popa%2C_Vasko-1922/Dva_belutka/it)

Vasko Popa,

Vasko Popa,

La nostra giornata è una mela verde

La nostra giornata è una mela verde
Tagliata in due

Ti guardo
Tu non mi vedi
Tra di noi il sole cieco

Sulla gradinata
Il nostro abbraccio stracciato

Mi chiami
Io non ti sento
Tra di noi v’è l’aria sorda

Nelle vetrine
Le mie labbra
Cercano il tuo sorriso

Sul crocevia
Il nostro bacio calpestato

Ti ho dato la mano
Ma tu neanche la senti
Ti ha abbracciato il vuoto

Sulle piazze
Le tue lacrime cercano
I miei occhi

A sera la mia giornata morta
S’incontra con la tua giornata morta

Solo nel sogno
Percorriamo lo stesso paesaggio

*

Наш дан је зелена јабука (Serbo)

Наш дан је зелена јабука
На двоје пресечена

Гледам те
Ти ме не видиш
Између нас је слепо сунце

На степеницама
Загрљај наш растргнут

Зовеш ме
Ја те не чујем
Између нас је глухи ваздух

По излозима
Усне моје траже
Твој осмех

На раскрсници
Пољубац наш прегажен

Руку сам ти дао
Ти је не осећаш
Празнина те је загрлила

По трговима
Суза твоја тражи
Моје очи

Увече се дан мој мртав
С мртвим твојим даном састане

Само у сну
Истим пределом ходамо

(http://www.babelmatrix.org/works/sr/Popa%2C_Vasko-1922/Na%C5%A1_dan_je_zelena_jabuka/it)

Vasko Popa,

Vasko Popa,

Canta piccola scatoletta

Non permettere che ti vinca il sonno
Tutto il mondo dentro di te veglia

Nella tua vacuità quadrata
Trasformeremo la lontananza in vicinanza
E l’oblio in rimembranza

Non permettere che ti si allentino i chiodi

Attraverso il tuo buco della serratura
Guardiamo per la prima volta
I paesaggi ultraterreni

La tua chiave gireremo nella nostra bocca
E deglutiamo le lettere e i numeri
Delle tue canzoni

Non permettere che ti salti via il coperchio
Che ti si stacchi il fondo

Canta piccola scatoletta

*

Певај мала кутијо (Serbian)

Не дај да те савлада сан
Цео свет бди у теби

У твојој четвртастој празнини
Претварамо даљину у близину
Заборав у сећање

Не дај да ти попусте ексери

Кроз твоју кључаоницу
Први пут гледамо
Пределе изван света

Твој кључ окрећемо у устима
И гутамо слова и бројке
Из твоје песме

Не дај да ти одлети поклопац
Да ти отпадне дно

Певај мала кутијо

(http://www.babelmatrix.org/works/sr/Popa%2C_Vasko-1922/Pevaj_mala_kutijo/it/45903-Canta_piccola_scatoletta)

Vasko Popa,

Vasko Popa,

La storia di una storia

C’era una volta una storia
Era finita
Prima di iniziare
E iniziava
Dopo che era finita

Gli eroi entrarono in scena
Dopo la propria morte
E ne uscirono dopo
La propria nascita

Gli eroi raccontarono
Di qualche terra o di cielo
Raccontarono di tutto

Non parlarono solo di una cosa
Di cui non sapevano neppure loro
Che erano solo gli eroi della storia

Di una storia che finisce
Prima di iniziare
E che inizia
Dopo che era finita

*

Прича о једној причи (Serbo)

Била једном једна прича
Завршавала се
Пре свог почетка
И почињала
После свог завршетка

Јунаци су њени у њу улазили
После своје смрти
И из ње излазили
Пре свога рођења

Јунаци су њени говорили
О некој земљи о неком небу
Говорили су свашта

Једино нису говорили
Оно што ни сами нису знали
Да су само јунаци из приче

Из једне приче која се завршава
Пре свог почетка
И која почиње
После свог завршетка

(http://www.babelmatrix.org/works/sr/Popa%2C_Vasko-1922/Pri%C4%8Da_o_jednoj_pri%C4%8Di/it)

Duska Vrhovac

Duska Vrhovac

Duška Vrhovac, poeta, scrittrice, giornalista e traduttrice è nata nel 1947 a Banja Luka (Bagnaluca), nell’attuale Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina, e si è laureata in letterature comparate e teoria dell’opera letteraria presso la Facoltà di filologia di Belgrado, dove vive e lavora come scrittrice e giornalista indipendente, dopo aver lavorato per molti anni presso la Televisione di Belgrado (Radiotelevisione della Serbia).

Con 20 libri di poesia pubblicati, alcuni dei quali tradotti in 20 lingue (inglese, spagnolo, italiano, francese, tedesco, russo, arabo, cinese, rumeno, olandese, polacco, turco, macedone, armeno, albanese, sloveno, greco, ungherese, bulgaro, azero), è fra i più significativi autori contemporanei di Serbia e non solo. Presente in giornali, riviste letterarie, e antologie di valore assoluto, ha partecipato a numerosi incontri, festival e manifestazioni letterarie, in Serbia e all’estero.

È autrice di tre volumi di racconti per bambini e per la famiglia dal titolo Srećna kuća (La casa felice) e anche ha pubblicato sei libri in traduzione serba: due libri di prosa e quattro libri di poesia. Membro, fra l’altro, dell’Associazione degli scrittori della Serbia, e dell’Associazione dei traduttori di letteratura della Serbia, è attuale vicepresidente per Europa del Movimento Poeti del Mondo e ambasciatore in Serbia. Ha ricevuto premi e riconoscimenti importanti per la poesia, tra cui:

Majska nagrada za poeziju – Maggio premio per la poesia – 1966, Yugoslavia;
Pesničko uspenije – Ascensione di Poesia – 2007, Serbia;
Premio Gensini – Sezione Poesia 2011, Italia;
Naji Naaman’s literary prize for complete works – Premio alla carriera – 2015, Libano e il Distintivo aureo assegnato dal massimo Ente per la Cultura e l’Istruzione della Repubblica di Serbia.

Ha pubblicato i seguenti libri di poesia:

San po san (Sogno dopo sogno), (Nova knjiga, Beograd 1986)
S dušom u telu (Con l’anima nel corpo), (Novo delo, Beograd 1987)
Godine bez leta (Anni senza estate) (Književne novine i Grafos, Beograd 1988)
Glas na pragu (Una voce alla soglia), (Grafos, Beograd 1990)
I Wear My Shadow Inside Me (Forest Books, London 1991)
S obe strane Drine (Sulle due rive della Drina), (Zadužbina Petar Kočić, Banja Luka 1995)
Žeđ na vodi (Sete sull’acqua), (Srempublik, Beograd 1996)
em>Blagoslov – stošest pesama o ljubavi (Benedizione, centosei poesie d’amore), (Metalograf, Trstenik 1996)
Knjiga koja govori (Il libro che racconta), (Dragoslav Simić, Beograd 1996)
Žeđ na vodi (Sete sull’acqua) edizione ampliata, (Srempublik, Beograd 1997)
Izabrane i nove pesme (Le poesie scelte e nuove), (Prosveta, Beograd 2002)
Zalog (Il pegno), (Ljubostinja, Trstenik 2003)
Zalog (Il pegno), edizione bibliofilo (Ljubostinja, Trstenik 2003)
Operacija na otvorenom srcu (L’ operazione a cuore aperto), (Alma, Beograd 2006)
Za sve je kriv pesnik (La colpa è di poeta), (elektronsko izdanje 2007)
Moja Desanka (Lа mia Desanka), (Udruženje za planiranje porodice i razvoj stanovništva Srbije, Beograd 2008)
Postoje ljudi (Ci sono persone), edizione dell’autore (Belgrado 2009)
Urođene slike / Immagini innati (edizione bilingue), (Smederevo, 2010)
Pesme 9×5=17 Poems (poesie scelte in 9 lingue), (Beograd 2011)
Savrseno ogledalo (Lo specchio perfetto), (Prosveta, Beograd 2013)
Quanto non sta nel fiato, poesie scelte, (FusibiliaLibri 2014)

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A proposito della “Palude degli scrittori” di Franco Cordelli – “La silenziosa «casta» degli scrittori dove tutti sponsorizzano gli amici” di Paolo Di Paolo

books 5sulle repliche al pezzo uscito su «la lettura» di Franco Cordelli.
L’articolo di Cordelli ha fatto venire allo scoperto le conventicole alla base della letteratura italiana di oggi. Ecco perché, nelle risposte, prevale la frustrazione

L’articolo di Franco Cordelli su «la Lettura #131» di domenica scorsa, intitolato «La palude degli scrittori», ha generato diverse polemiche. Dopo la risposta di Gilda Policastro, di Paolo Sortino, di Raffaella Silvestri, di Andrea Di Consoli, di Gabriele Pedullà, e di Alessandro Beretta, ecco la replica di Paolo Di Paolo, scrittore (il suo ultimo libro è «Tutte le speranze. Montanelli raccontato da chi non c’era», uscito per Rizzoli)

Milano, 3 giugno 2014

il poeticidio dei libri di poesia

il poeticidio dei libri di poesia

Se l’articolo di Franco Cordelli, da cui tutto è partito, era spiazzante e perciò anche divertente, la gran parte delle reazioni non lo sono state: lamentose, lugubri, contorte. O peggio ancora: opache. Viene il sospetto, a leggere certe repliche in rete e alcuni degli interventi ospitati da Corriere.it, che alle categorie istituite da Cordelli ne mancasse ancora una: quella degli «involuti». Nel senso che si ingarbugliano, fanno pasticci con le parole, usano l’italiano senza disinvoltura, forse perché non lo amano fino in fondo, e lui, l’italiano, gli si rivolta giustamente contro.

E dove sono, tra i senatori, Arbasino, Maraini o Debenedetti?

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Partiamo dal presupposto che si tratta di una polemica per «addetti ai lavori», come si diceva un tempo: ebbene, se posso considerarmi tale, io non ho capito oltre metà dei ragionamenti opposti a quello di Cordelli. In fondo, molto in fondo magari, la sostanza era però quella più biliosa e indicibile: la frustrazione. La spinta istintiva e umanissima, da esclusi, a puntare i piedi. Tradotta più o meno in questi termini: «lasciando da parte che Cordelli non mi ha inserito, vorrei sapere perché non ha inserito nemmeno x e y, che peraltro sono amici miei stimatissimi». Ma così il gioco non finisce più. Io stesso avrei obiezioni: perché, al di là del suo valore, c’è Giordano, se Cordelli dice di aver escluso i «troppo percepiti»? E dove sono, tra i senatori, Arbasino, Maraini o Debenedetti? E Mazzucco, vitalista moderata? Celati non dovrebbe passare nel gruppo misto? E il dissidente Maggiani, autore di un pamphlet definivo e violentissimo sulla generazione dei cinquanta-sessantenni? Comunque.

Paolo Di Paolo

Paolo Di Paolo

Solo un premiuzzo può tirarci un po’ su di morale

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Un «ispettore del commercio librario» nella Parigi del 1750 aveva registrato in città, attivi, 359 scrittori, tra cui Diderot e Rousseau. Oggi, anno 2014, sulla sola piattaforma di self-publishing ilmiolibro.it gli scrittori attivi sono oltre 20mila. Il punto è questo: la macro-categoria che include tutte le altre proposte da Cordelli è quella che va sotto l’aggettivo «frustrati». Lo siamo, inclusi o no, praticamente tutti. Frustrati perché siamo troppi, perché il cosiddetto mercato non si allarga ma resta lo stesso o si contrae. Frustrati perché le recensioni non escono e comunque non servono, i libri passano in libreria per un mese e scompaiono. Paolo Di Paolo

Frustrati perché – ci diciamo – l’editore non si impegna. Frustrati perché lo cambiamo e, nonostante questo, le cose non cambiano. Frustrati perché sentiamo che il nostro romanzetto non riesce a farsi largo, e che solo un premiuzzo può tirarci un po’ su di morale, o l’alleanza di qualche simpatico amico a cui ricambieremo il favore. Nessuno ammetterà che funziona così per tutti (salvo quei cinque o sei baciati dal vero successo commerciale), e proprio perché non lo ammetterà nessuno, è vero.

Un autore su ilmiolibro.it sponsorizza un suo compagno

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Navighiamo tutti a vista, sempre meno convinti, sempre meno «puri», sempre più affannati e stanchi e in alcuni casi cattivi, risentiti. E tutti, praticamente tutti, caro Cordelli, «poco percepiti». È la tribù a salvarci: qui Cordelli ha ragione. Fino a trent’anni fa c’era l’unica grande tribù della letteratura, riconosciuta da una élite, certo, ma più solida e dai contorni più definiti. E lì convivevano (si fa per dire) i diversi: Calvino e Moravia, Bassani e Morante. Si guardavano a vicenda, dialogavano, si tenevano d’occhio, ma erano soli. Maestosamente soli. Nella palude letteraria in cui siamo condannati a stagnare, ci si tiene d’occhio solo fra amici. Su Facebook se ne ha la triste certezza: ci si sponsorizza a vicenda, ma solo in una ristrettissima cerchia. Un autore pubblicato su ilmiolibro.it sponsorizza un suo compagno di strada pubblicato su ilmiolibro.it, Cortellessa mette nell’antologia i suoi amici, quell’altro posta la recensione appena pubblicata allo straordinario esordio del suo ex compagno di scuola.

addio alla lettura

addio alla lettura

Siamo patetici, ma meglio far finta che non sia così

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E così avanziamo, nell’illusione che il mondo sia quello che vorremmo che fosse, una ghenga composta di zie, di mamme, dei compagni di merende; ci facciamo forza così, salvo poi puntare il dito sulle cricche altrui. Le conventicole contro cui, in un film di Virzì, puntava il dito un Castellitto professore frustratissimo. Siamo patetici, ma meglio far finta che non sia così. Allora se Cordelli ha un merito è che lui – a differenza di tutti i suoi detrattori – prova a leggere quanto più può, a mappare, a capire, è curioso, anche crudelmente curioso come pochi altri, di tutto, di tutti, degli scrittori di Roma, d’Italia, del mondo, e ingaggia una sfida titanica contro il molteplice, l’universale, pur sapendo che è votata al fallimento. Così, ogni tanto, per fare ordine e per provocare anche sé stesso, sul tovagliolo in un bar o su una pagina della Lettura, prova a tirare giù una mappa. Gli altri, il 90%, continuano a leggersi solo tra vicini, tra complici, hanno già deciso da sempre chi leggere e chi no, hanno già deciso da sempre chi è bravo e chi no, e fanno tanta, tanta tenerezza perché sono come quel famoso cavaliere ariostesco. «Il cavalier del colpo non accorto / andava combattendo ed era morto». Esistono un po’ perché e finché hanno accanto la ghenga. Chi si guarda intorno, chi guarda oltre casa sua, magari non supera la frustrazione, magari si sente più solo, ma almeno resta vivo. Paolo Di Paolo

3 giugno 2014  © RIPRODUZIONE RISERVATA

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TRE POESIE – TRADUZIONI IN LINGUA SERBA di MILAN KOMNENIĆ (1940-2015) di EUGENIO MONTALE, GIUSEPPE UNGARETTI e CESARE PAVESE – a cura di Duška Vrhovac

Milan Komnenic Cesare Pavese

Quando un poeta muore,
La morte dissolve la nebbia dai suoi versi. (Ljubomir Simović)

A Belgrado, si è spento di recente, il 24 luglio, il poeta e traduttore Milan Komnenić. La commemorazione si è svolta nell’aula dell’Assemblea della città di Belgrado (dell’Assemblea cittadina di Belgrado), in presenza degli amici, della famiglia e dei colleghi dell’Associazione degli scrittori della Serbia, e la tumulazione è avvenuta nel Nuovo cimitero di Belgrado, nel Viale dei cittadini illustri. Alla notizia della morte di Milan Komnenovic, l’attuale ministro della cultura ha indirizzato alla famiglia di Milan Komnenić un telegramma di condoglianze in cui si dice: “Ricorderemo Komnenić come eminente poeta, traduttore, e redattore, per lunghi anni, di riviste letterarie e, a suo tempo, anche ministro della cultura, che  con la sua poesia, i saggi, il lavoro nel campo dell’editoria e l’impegno politico si è dedicato a trovare le risposte ai complessi interrogativi del destino storico del popolo. Inoltre considerevole è stato il suo contributo alla collaborazione internazionale nel campo della letteratura mediante un copioso lavoro di redattore e traduttore. Ora ci accomiatiamo da un uomo che con la sua attività ha contribuito in modo rilevante alla cultura serba e alla trasformazione democratica della società.” Tuttavia, anche se Komnenić ha svolto in due occasioni alte funzioni pubbliche, prima come segretario di stato per l’informazione e la cultura e poi anche come ministro della cultura, nessuno dei funzionari di stato ha partecipato né alla sua commemorazione né alle sue esequie funebri, che non hanno visto neppure la presenza di colleghi preposti al Movimento serbo di rinnovamento, partito di cui egli era stato cofondatore. La morte ha confermato che il poeta e traduttore, in questo caso, hanno prevalso sul politico.

Milan Komnenić

Milan Komnenić

Milan Komnenić era nato l’8 novembre 1940 a Pilatovac (Bileća) in Montenegro. Studente e laureato della Facoltà di Filologia di Belgrado, redattore della casa editrice „Prosveta“, nel cui ambito ha dato vita a tre edizioni di prestigio: „Erotikon“, „Prosveta“ e „ Hispanoamerički roman“/ “Il romanzo latinoamericano“/, ha redatto anche le riviste letterarie „Vidici“, „Delo“ e „Relations“; inoltre ha tenuto lezioni presso università di Francia, Italia e USA.

Alla produzione letteraria Komnenić cominciò a dedicarsi nel 1960. Ci ha lasciato un’opera ampia e varia: 21 raccolte di poesie, quattro libri di saggi, sei tra antologie e miscellanee, tre monografie, duecento tra articoli e testi specialistici, pubblicati in periodici di tutto il mondo. È stato insignito del riconoscimento per il sommo contributo dato alla cultura della Repubblica di Serbia e rimane destinatario di prestigiosi premi letterari per la poesia e per la traduzione.

Milan Komnenić, come traduttore, è stato instancabile. Ha tradotto  cinquanta libri dall’ italiano, dal francese, dallo spagnolo e dal tedesco. Con queste sue traduzioni egli ha fatto conoscere alla giovane generazione i poeti italiani Ungaretti, Montale e Pavese, pubblicandone le opere presso  rinomati editori della Jugoslavia. Nel 1975, per i tipi dell’allora grande casa editrice BIGZ, Komnenić ha curato e tradotto la raccolta di Ungaretti, Sentimento del tempo, per cui ha scritto la prefazione e le note. Nel 1977, la casa editrice Rad (Belgrado) nella sua edizione „Reč i misao“ /“Parola e pensiero“/ pubblicò la sua traduzione della raccolta Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi di Cesare Pavese, mentre nel 1982 sarà ancora una volta l’editrice BIGZ a pubblicare Ossi di seppia di Eugenio Montale nella traduzione di Komnenić.

In omaggio al poeta e traduttore Milan Komnenić e ai suoi prediletti autori italiani riportiamo, nell’originale e nella traduzione, una poesia di ciascuno di questi tre libri.

 Milan Komnenic Eugenio Montale

Giuseppe Ungaretti, Sentimento del tempo

Selezione, traduzioni, note e prefazione di Milan Komnenić
Đuzepe Ungareti, Osećanje vremena, BIGZ, Beograd, 1975.
Izbor, prevod, predgovor.i napomene Milan Komnenić

L’Isola

A una proda ove sera era perenne
Di anziane selve assorte, scese,
E s’inoltrò
E lo richiamò rumore di penne
Ch’erasi sciolto dallo stridulo
Batticuore dell’acqua torrida,
E una larva (languiva
E rifioriva) vide;
Ritornato a salire vide
Ch’era una ninfa e dormiva
Ritta abbracciata a un olmo.
In sé da simulacro a fiamma vera
Errando, giunse a un prato ove
L’ombra negli occhi s’addensava
Delle vergini come
Sera appié degli ulivi;
Distillavano i rami
Una pioggia pigra di dardi,
Qua pecore s’erano appisolate
Sotto il liscio tepore,
Altre brucavano
La coltre luminosa;
Le mani del pastore erano un vetro
Levigato da fioca febbre.

Ostrvo
Na obalu gde vajkadašnje beše veče
Onih pradrevnih šuma, siđe
I ukaza se
Prizva ga lepet krila
Što se ote trpkom damaranju
Uzavrele vode,
I priviđenje (što je čilelo
I opet živelo) spazi;
Smotri, krenuvši naviše,
Da to beše nimfa i da je spila
Uspravna grleći brest.

Lutajući u sebi
Od privida do žežena plamena
Stiže na livadu
Gde se senka gusnula
U očima devica
Kao veče u maslinjaku;
Grane su cedile
Lenju kišu strela,
A ovce su dremale
U slatkastoj mlitavosti,
Druge su pasle
Svetli pokrovac;
Ruke pastira behu staklo
Brušeno potajnom groznicom.

***

 Milan Komnenic

Milan Komnenic

Cesare Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
Selezione e traduzioni di Milan Komnenić
Česare Paveze, Doći će smrt i imaće tvoje oči
izbor i prevod Milan Komnenić, Beograd, Rad 1977

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Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

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Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Cosí li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.
(22 marzo ’50)

.
Doći će smrt i imaće tvoje oči

.
Doći će smrt i imaće tvoje oči-
ta smrt što nas saleće
od jutra do večeri,besana
i gluva,kao stara griža savesti
ili besmislena mana. Tvoje oči
biće uzaludna reč,
prigušen krik, muk.
Vidiš ih tako svakog jutra
kada se nadnosiš nad sobom u ogledalu.
O draga nado,
toga dana i mi ćemo znati
da jesi život i ništavilo.
Za svakoga smrt ima pogled.
Doći će smrt i imaće tvoje oči.
Biće poput ispravljanja mane,
kao zurenje u ogledalo
iz koga izranja mrtvo lice,
kao slušanje zatvorenih usta.
Sići ćemo u bezdane nemi.

Preveo Milan Komnenić
*
Milan Komnenic Giuseppe Ubgaretti

Eugenio Montale, Ossi di seppia
Traduzione da italiano di Milan Komnenić
Euđenio Montale, Sipine kosti, BIGZ, Beograd, 1982.

Preveo sa italijanskog Milan Komnenić

Corno inglese

.
ll vento che stasera suona attento –
ricorda un forte scotere di lame –
gli strumenti dei fitti alberi e spazza
l’orizzonte di rame
dove strisce di luce si protendono
come aquiloni al cielo che rimbomba
(Nuvole in viaggio, chiari
reami di lassù! D’alti Eldoradi
malchiuse porte!)
e il mare che scaglia a scaglia,
livido, muta colore
lancia a terra una tromba
di schiume intorte;
il vento che nasce e muore
nell’ora che lenta s’annera
suonasse te pure stasera
scordato strumento,
cuore.

 
 Engleski rog

Vetar što večeras smotreno svira
– nalikuje silnom lepetu limarije –
na instrumentu gustog borja
i mete bakarna obzorja
kuda se rojta svetlosti vije
poput zmajeva u ječećim nebesima
(Oblaci promiču, vedra
kraljevstva nebesna! Visokih Eldorada
kapije odškrinute!)
i more što, krljušt po krljušt,
olovno tre
i menja boju bacajući na hridi vrtloge
uzvitlane pene;
da hoće vetar, što se rađa i mre,
dok sumračja stiže čas,
zasvirati večeras
na tebi, razdešeni instrumente,
srce.

Duska Vrhovac

Duska Vrhovac

Duška Vrhovac, poeta, scrittrice, giornalista e traduttrice è nata nel 1947 a Banja Luka (Bagnaluca), nell’attuale Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina, e si è laureata in letterature comparate e teoria dell’opera letteraria presso la Facoltà di filologia di Belgrado, dove vive e lavora come scrittrice e giornalista indipendente, dopo aver lavorato per molti anni presso la Televisione di Belgrado (Radiotelevisione della Serbia).
Con 20 libri di poesia pubblicati, alcuni dei quali tradotti in 20 lingue (inglese, spagnolo, italiano, francese, tedesco, russo, arabo, cinese, rumeno, olandese, polacco, turco, macedone, armeno, albanese, sloveno, greco, ungherese, bulgaro, azero), è fra i più significativi autori contemporanei di Serbia e non solo. Presente in giornali, riviste letterarie, e antologie di valore assoluto, ha partecipato a numerosi incontri, festival e manifestazioni letterarie, in Serbia e all’estero.
È autrice di tre volumi di racconti per bambini e per la famiglia dal titolo Srećna kuća (La casa felice) e anche ha pubblicato sei libri in traduzione serba: due libri di prosa e quattro libri di poesia.
Membro, fra l’altro, dell’Associazione degli scrittori della Serbia, e dell’Associazione dei traduttori di letteratura della Serbia, è attuale vicepresidente per Europa del Movimento Poeti del Mondo e ambasciatore in Serbia. Ha ricevuto premi e riconoscimenti importanti per la poesia, tra cui:
Majska nagrada za poeziju – Maggio premio per la poesia – 1966, Yugoslavia;
Pesničko uspenije – Ascensione di Poesia – 2007, Serbia;
Premio Gensini – Sezione Poesia 2011, Italia;
Naji Naaman’s literary prize for complete works – Premio alla carriera – 2015, Libano e il Distintivo aureo assegnato dal massimo Ente per la Cultura e l’Istruzione della Repubblica di Serbia.

Ha pubblicato i seguenti libri di poesia:

San po san (Sogno dopo sogno), (Nova knjiga, Beograd 1986)
S dušom u telu (Con l’anima nel corpo), (Novo delo, Beograd 1987)
Godine bez leta (Anni senza estate) (Književne novine i Grafos, Beograd 1988)
Glas na pragu (Una voce alla soglia), (Grafos, Beograd 1990)
I Wear My Shadow Inside Me (Forest Books, London 1991)
S obe strane Drine (Sulle due rive della Drina), (Zadužbina Petar Kočić, Banja Luka 1995)
Žeđ na vodi (Sete sull’acqua), (Srempublik, Beograd 1996)
Blagoslov – stošest pesama o ljubavi (Benedizione, centosei poesie d’amore), (Metalograf, Trstenik 1996)
Knjiga koja govori (Il libro che racconta), (Dragoslav Simić, Beograd 1996)
Žeđ na vodi (Sete sull’acqua) edizione ampliata, (Srempublik, Beograd 1997)
Izabrane i nove pesme (Le poesie scelte e nuove), (Prosveta, Beograd 2002)
Zalog (Il pegno), (Ljubostinja, Trstenik 2003)
Zalog (Il pegno), edizione bibliofilo (Ljubostinja, Trstenik 2003)
Operacija na otvorenom srcu (L’ operazione a cuore aperto), (Alma, Beograd 2006)
Za sve je kriv pesnik (La colpa è di poeta), (elektronsko izdanje 2007)
Moja Desanka (Lа mia Desanka), (Udruženje za planiranje porodice i razvoj stanovništva Srbije, Beograd 2008)
Postoje ljudi (Ci sono persone), edizione dell’autore (Belgrado 2009)
Urođene slike / Immagini innati (edizione bilingue), (Smederevo, 2010)
Pesme 9×5=17 Poems (poesie scelte in 9 lingue), (Beograd 2011)
Savrseno ogledalo (Lo specchio perfetto), (Prosveta, Beograd 2013)
Quanto non sta nel fiato, poesie scelte, (FusibiliaLibri 2014)

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