Renato Minore, Ogni cosa è in prestito, La nave di Teseo, Milano, 2021 pp. 292 € 20 Lettura di Giorgio Linguaglossa, Lo scetticismo integrale incontra la forma-poesia, «Se ogni cosa è in prestito lo è anche il dolore», Minore gioca a citare Marcuse, sa che ci troviamo tutti in una unica dimensione solitaria e olistica nella quale ci siamo abituati alla incomunicabilità questa sì, totalitaria, ci siamo abituati alle mezze frasi, alle mezze certezze, alle mezze superstizioni e al mezzo parlare, al parlottio

Renato Minore Ogni cosa è in prestito

Lo scetticismo integrale di Renato Minore

Abruzzese di nascita e romano di adozione, come il suo predecessore Ennio Flaiano, Renato Minore ha in comune con il suo conterraneo uno scetticismo adriatico divenuto scetticismo tirrenico per via della sua frequentazione della città più sorniona e meticcia d’Italia quale è Roma. Albeggia in Minore la consapevolezza che la forma-poesia abbia raggiunto in questi ultimi venti anni un gradiente terminale, che è giunto al capolinea il binario continiano della poesia innica e della poesia elegiaca, con annessi e connessi di sub-categorie come quelle costituite dal post-sperimentalismo e dalla poesia neo orfica. La poesia più matura di questi anni reca il contrassegno della sua insufficienza come genere e del suo essere periferica, è proprio questa constatazione che guida Minore verso gli aspetti secondari, laterali e trascurabili dell’esistenza. «Se ogni cosa è in prestito lo è anche il dolore» recita un suo verso che non vuole avere nulla di memorabile, che dopo la lettura vuole essere subito dimenticato; è incongruo e improprio trattare le grandi questioni della metafisica, ma è improprio anche la tascabilizzazione della metafisica, la sua messa in mora e in posizione minoritaria, così è inutile e controproducente perfino il «discorso sulla morte»:

Altra cosa la morte
dal discorso sulla morte e oggi
ho leggiucchiato di quel Louis comunista,
filosofo disperato senza più bussola
uccise Santippe uccise Alcina uccise Penelope,
e vive rintanato, dicono, senza avvilimento
quieto e balordo come la gatta che in tanti
l’altro giorno sentivamo miagolare sul pino.

*

E improvviso fu lo stupore
tra le parole
che sono piombo fuso,
ceralacca di feroce carità,
ognuna pure vale
la sua espiazione.
Un’anima abita
e custodisce il bosco.

*

Non esistere
sarà forse impossibile.
Nel multi verso-patchwork
a pochi millimetri
dal nostro presepe

*

Ogni candela è una stella.
In cima l’angelo di Wenders
precipita credendo di volare.

Che le parole possano ancora abitare
nel tenue lume di perla e turchese,

Ma per essere colpevoli di ciò che facciamo
dobbiamo essere colpevoli di ciò che siamo?

Come piccole bolle appena soffiate,
viviamo in spazi evanescenti.

Non sappiamo che aver tempo
significa non aver tempo per tutto?

*

Ma l’io è minimo, lo sai,
l’io è la lucerna
che hai dietro le gracili
tue spalle, è quel resto
di dente la stoviglia
bucherellata la spianata
di Hiroshima l’orlo
il fendente che non prende
la colla essiccata
sul tavolo di papà Leopardi,
è lo stabulario l’acquario
il dolorino dietro l’anca
il motorino che non si stanca,
la turbolenza, l’eccesso
discreto o eccitato,
la porosa granulare proprietà
dei corpi che si toccano,
degli amori che divergono.
È il quoziente tra il tanto dire
e il poco dare o il tanto dare
e il poco dire.

È lo scetticismo integrale che riscatta Renato Minore da ogni azzardo verso una poesia esclusivamente incentrata sull’io demiurgico o sulla tascabilizzazione delle questioni tradizionalmente considerate metafisiche, Minore sa bene che la poesia è una Musa timida e scontrosa che non ama i luoghi affollati, frequentati, disinfettati, igienizzati, che predilige la sordina del ritegno e della parola minoritaria; Minore sa che l’evento «io sono qui» non è il primo segnale che conduce dal nulla all’essere di una esistenza sempre più precaria ma è già il primo, magari precario, risultato di una massa di eventi che gli preesistono. «Io sono qui», allora, non è il richiamo testimoniale dell’univocità dell’esistenza ma un indicatore di un luogo che esiste in quanto non separato da tutti gli altri luoghi. Essere qui significa essere solitari, non indica altro che una traccia, un momento «terapeutico del concetto operativo». Minore gioca a citare Marcuse, sa che ci troviamo tutti in una unica dimensione solitaria e olistica nella quale ci siamo abituati alla incomunicabilità questa sì, totalitaria, ci siamo abituati alle mezze frasi, alle mezze certezze, alle mezze superstizioni e al mezzo parlare, al parlottio. La coscienza che si risveglia non si chiede: «dove sono?», ma: «forse sono?» Ecco il primo interrogativo che la poesia di Renato Minore solleva e ci coglie alle spalle: in quale relazione mi trovo con me stesso e con gli altri esseri umani? Siamo a tal punto disorientati dalle domande in minore che Minore ci consegna che immediatamente tentiamo di derubricarle; certo, sarebbe preferibile tornare alle antiche e pigre certezze dell’ontologia poetica della tradizione novecentesca, ma tutto è andato in rovina ed è diventato sabbia, terriccio instabile. La poesia di Renato Minore ci dice che non c’è nulla di più improprio che pensare ad una autosufficienza dell’io: «Ogni cosa è in prestito» titola la sua autoantologia, l’io non è altro che un eccentrico epicentro, una rete di debiti, un reticolo di prestiti, l’io non è nulla di diverso da tutti gli altri enti che abitano l’ ontologia metastabile in continua trasformazione del nostro mondo. Minore pensa la poesia come quasi-evento linguistico, un quasi-evento che si annuncia come irruzione di ciò che è per venire, o che è già avvenuto senza che ce ne accorgessimo, il quasi-evento di Minore è ciò che ormai è diventato assolutamente non riappropriabile; in quanto unico e singolare il quasi-evento linguistico sfida l’anticipazione e la posticipazione, la riappropriazione, il calcolo ed ogni predeterminazione. L’avvenire, ciò che sta per avv-venire può essere pensato solo a partire da una radicale alterità, che va accolto e rispettato nella sua inappropriabilità e infungibilità. Ed ecco i suoi personaggi: la «maestra De Stefanis che «prima non mi conosceva/ dopo non mi riconobbe», Enrico con «il suo bell’occhio di vetro», il «bambino che cerca l’oro sull’atlante»

È dagli anni settanta del novecento che la poesia del logocentrismo è entrata in crisi una volta scoperta la perduta centralità dell’io, e la forma-poesia ne è risultata irrimediabilmente cambiata («Ed io/ ora proprio mi sento addosso quello che mi rende/ improponibile/ ad un’altra qualsiasi ipotesi di me…» p. 43). L’evento ontologico della poesia novecentesca: «Io sono qui», ha questa temibile implicazione esistenziale: «Nessun altro è qui, nel luogo dove mi trovo io», il qui e ora come luogo e tempo dell’io è la negazione decisa dell’altrove come luogo e tempo dell’Altro.
La poesia dell’«io penso dunque sono» della tradizione poetica del novecento, la «poesia da risultato sicuro», quella cioè del significante e del significato sicuro, è affondata insieme a quella tradizione. Io dunque significo e posso significare ciò che voglio è da considerarsi un falso assioma. La «poesia da risultato sicuro» è una poesia che deriva da un concetto di logos tutto sommato rassicurante, perché l’io ha a che fare soltanto con se medesimo: quello che l’io dice e quello che non dice si trova nel campo della verità, non si discute. Da questa impostazione ne deriva che il non-io non esiste, e quindi è fuori della verità, fuori del campo della verità. Una posizione indubbiamente comoda, rassicurante, gratificante che non si può discutere. Un concetto, si direbbe oggi, da «dittatura sanitaria», da «dittatura solitaria dell’io» (Ipse dixit), si potrebbe dire parafrasando un virologo che è andato di moda lo scorso anno secondo il quale «l’io è clinicamente morto».

(Giorgio Linguaglossa)

«E se le parole, se i versi non fossero altro che la misura di ogni nostra insufficienza? Se non fossero altro che l’indicazione del peso specifico di ogni nostra incertezza e di ogni nostra coscienza d’incompiuto? Come in un mulinello che prende a vorticare nell’acqua, prima piano, a larghi giri, e poi sempre più velocemente, così le poesie che Renato Minore raccoglie in questa sua autoantologia raccontano ogni vita a partire da una vita: perché se ogni cosa è in prestito, lo è anche il dolore e il nome di ciascuno. L’io lirico inventa e rimpasta tutto, è chiaro, e però questo libro, che fa il punto su cinquant’anni di scrittura di quella che Giuseppe Pontiggia considerava una delle voci italiane più sicure e originali, schiude le porte su di un vero e proprio catalogo di momenti di pura esistenza. Fedele al suo sguardo sempre innamorato della parola, Minore plana sull’amore, sull’infanzia, sulla solitudine, sulla memoria, sulla consistenza organica delle nostre percezioni, e lo fa senza trascurare vere e proprie carezze a Marilyn Monroe, Giacomo Leopardi, Ennio Flaiano, Jacques Lacan e Kikuo Takano».
[dalla quarta di copertina]

«Un testo bellissimo e cruciale su cui dovrebbero meditare tutti coloro che tuttora presumono di sé , della propria atteggiata sufficienza» [dalla prefazione di Giulio Ferroni]

Renato Minore, da Ogni cosa è in prestito

Che le parole possano ancora abitare
nel tenue lume di perla e turchese.
Ma per essere colpevoli di ciò che facciamo
dobbiamo essere colpevoli di ciò che siamo?
Come piccole bolle appena soffiate,
viviamo in spazi evanescenti.
Non sappiamo che aver tempo
significa non aver tempo per tutto?

*

Quanti specchi
– la moda il calcio
le canzonette –
spècchiati spècchiati
e troverai quel grande specchio
che riflette
specchi specchi specchi.

*

Col cancellino
rovisti le mie carte
sudate e decennali,
apri gli annali
della tua impazienza,
affetti il mio dolore
a chili, ad etti,
lo getti nel cestino
quando è montato male
come l’acidula
panna sentimentale.
Sei il bisturi
della mia animella,
spaurita ma narcisa
dentro il midollo:
e già proponi
la pupilla sul collo
inzaccherata,
che la lingua abbia
i suoi desiderata
sulla quieta sponda
dove Lacan saltella
con la combriccola
dei suoi coboldi.

*

Tre delfini sull’onda
saltavano a molla.
L’antico ceruleo poeta
appena ieri
diceva la memoria
resiste davvero esiste
l’oggetto della memoria?
Come dopo un fuoco
mai alzato
su questa rena annerita
deve pur esserci
prova o traccia
di quella minima trasgressione,
e mi sembrava inaudita:
che ci fossero i corpi
liberi
dal loro naturale impedimento
e sgusciavano
in una luce sbieca di luna.
Ne verrò a capo
come con il radio
di un fossile.
Flessibili i delfini
ripetono la danza.

per Ennio Flaiano

I
Posso anche averti conosciuto
(non lo rammento, ma è plausibile pensare un simile ricordo)
sulla spiaggia verso la fine degli anni cinquanta,
in una città non necessariamente grande
(entrambi amiamo il minimo in primo piano:
ma ingrandire vuoi dire conoscere, non riconoscere)
dove l’inverno tempra e affina l’animo
e l’estate è la troppo breve promessa che svapora.
Avevi la mia età d’oggi, ai miei occhi vecchissimo,
gonfio di saggezza come un mulo: non sapevo che farne,
mentre scaricavi il sigaro, con il lampo d’ironia
che dagli occhi si spandeva nella morsa delle dita.
Ricordi? Tagliavano la pineta per farne orridi antri
di Biancaneve. L’Italia era la festa di campanili,
tutta la cuccagna sul fiume che tu ricordavi
con le luminarie di un’altra festa verso cui serbavi
un ricordo modesto che, con il tempo e la malinconia,
s’era troppo ingigantito. Quel giorno mi hai detto:
non m’incanta l’euforia di cuori e case,
non sappiamo cosa si perde ma il guadagno è fittizio,
una gragnuola di simboli presto invaderà
quello che pensiamo sia il ripostiglio più nascosto
della nostra mente e non sapremo
più distinguere l’erba buona dalla gramiglia
(in fondo il tuo parlare aveva accensioni evangeliche).
E se anche hai detto queste parole
con il piglio di tragica noncuranza che poi
ho imparato a conoscerti, chissà se davvero ho potuto capirle.
Avrei dovuto imparare in gran fretta il tono saturnino,
la stanchezza, l’occhio inciso nel dolore
da cui fosti trafitto. Avrei dovuto forgiarmi
un altro e ancora un altro destino, più vittorioso
giocando con le biglie sulla spiaggia fino a settembre o ottembre,
il mese magico nato accorpandone due normali,
o chiedendo l’incantesimo d’un presente eterno. Sai:
l’eventualità del tempo ciclico che rotola su se stesso,
quando nessun orco ci inghiotte e ogni cosa rimanda
alla sua origine, senza corruzione. E se ti avessi davvero
incontrato – con il tuo fardello di inclamorosi successi,
nella mia apprensiva adesività al mondo –
non avresti potuto essermi né padre (troppi ne ho divorato
e d’ogni tipo per non aver compreso la ruvida,
tenera disponibilità del mio) né il maggiore dei fratelli,
quello che torna quando la casa rischia di bruciare,
e il papà vola via con l’attricetta di passaggio nel borgo.

*

Privilegi

Anche il tempo ha i suoi privilegi
chi vive sotto il suo segno
e ne divide corrosioni e splendori.
Ma chi è vissuto – ente pensiero mondo –
prima del big bang
dove è davvero vissuto
se neppure gli era concessa
a indennizzo l’apparenza d’una larva?
E se è tagliato fuori
da questa colossale trasformazione
che esce dal suo transetto
e semina l’esistenza nella forma
di luce sempre più rossa
a segnare l’invalicabile distanza…

*

La maestra De Stefanis
passava proprio sotto
il mio balcone
con la sua corte di bambini.
Ed io ero l’escluso da quella festa
poi seppi d’una sua figlia
un po’ andata via di testa
ma lei continuò per qualche anno
con la nuova banda di grembiulini
forse un po’ zoppicava
mai mi salutava
prima non mi conosceva
dopo non mi riconobbe.

Vento e filo d’amore

I

Le cose che io so le cose che tu sai
Le cose che facciamo finta di sapere
Le cose che fanno il mondo grasso e tondo
Le cose che hanno angoscia e fondo
Le cose appena sussurrate
Intuite eppure dimenticate
Svanite appena la luce s’avvicina.

Dormi dormi che ti passa il magone

Non hai che pelle erosa
guaina che inghiotte inghiottita
l’io del mondo, storia e differenza,
dolcissima idea del movimento
appena smorzato dal pensiero della sua fine
nella stringa nella stringa nella stringa.
Amore e pena dominio e specchio
tutto nella stringa mutevolmente.

Dormi dormi che la gioia s’avvicina

*

II

È come se ora
io e te fossimo costretti a muoverci
sulla superficie di un filo elettrico
mi accorgerei
ti accorgeresti
della dimensione
del filo
non di quella attorno
al filo.
Il custode della tua anima
ora ti chiede
se è possibile
avere un’anima
senza custodia.

VII

La mia ombra
sul muro e la tua ombra
separate appena
non erano una
e neppure due.

VIII

Ed è qui l’errore?
Dove sia la luce dove sia l’ombra
e la luce ogni volta sia la stessa
e se di qui passi altrove
l’ombra medesima…

II

(da Amos Oz)

È un po’ come se fossi
il marinaio solitario
su una zattera
in mezzo al mare.
non ci sono gabbiani,
assenza di vento,
la corrente silenziosa,
l’acqua pare ferma.
La zattera sta per sfasciarsi
una faccenda marginale
un banale incidente,
un prevedibilissimo
colpo di scena.
Ho visto orizzonti sconfinati.

renato_minore 3

[Renato Minore, foto Dino Ignani]

Renato Minore (Chieti, 7 settembre 1944) è un giornalista, scrittore e poeta italiano. Risiede da oltre trent’anni a Roma. Si è laureato in lettere moderne con Natalino Sapegno e si è specializzato in filologia moderna. Ha insegnato Teoria e tecniche delle comunicazione di massa all’Università di Roma e alla LUISS.
Giornalista professionista dal 1971[3], ha operato presso i servizi giornalistici della RAI, ha scritto per settimanali come Il Mondo, quotidiani come la Repubblica Tuttolibri de La Stampa, e Il Messaggero come inviato culturale, per cui attualmente scrive come critico letterario, riviste culturali come Dimensioni e Paragone.
TV e radio
Per la TV e la radio ha curato dagli anni Settanta moltissimi programmi, soprattutto di divulgazione culturale. Per Rai 2 ha curato tra l’altro Bravo chi legge, per Raitre L’altra edicola insieme con Luigi Malerba, per il TG1 ha spesso recensito le novità librarie. È stato conduttore di programmi radiofonici come I giorni e L’uomo della domenica. È anche autore di alcuni film televisivi dedicati a scrittori come Flaiano, Rimbaud, Leopardi, Bufalino, Poe.
Ha curato alcuni allestimenti teatrali tra cui Il fiume dei sogni dalle Novelle della Pescara di Gabriele d’Annunzio. Ha fatto parte della Commissione Teatro del Ministero dello Spettacolo. Ha fatto parte di giurie quali quelle del Campiello (1993), del Flaiano, di cui è il presidente della Giuria Letteraria, del Premio Settembrini, del Camaiore di poesia,, del Premio “Ciità delle Rose” per la saggistica di cui è il presidente. Ha tenuto conferenze e dibattiti negli Istituti di Cultura di diverse capitali europee.
Poesia
I nuovi giorni, presentazione di Giuseppe Rosato, Rebellato, Padova 1965;
“Quinta generazione”, antologia con Antonio Ciocca, Nicola Colecchi, Sergio De Risio, Luciano Russi. Rebellato 1970
Non ne so più di prima, prefazione di Giuseppe Pontiggia e cinque disegni di Enzo Cucchi, Edizioni del Leone, Spinea 1985
Le bugie dei poeti, All’insegna del pesce d’oro, Milano 1993
Nella notte impenetrabile, Passigli, Antella 2002
I profitti del cuore, (con Franco Summa), Libri Scheiwiller, Milano 2005
O caro pensiero, con prefazione di Raffaele Manica, Nino Aragno editore, 2019[7].
Ogni cosa è in prestito, con prefazione di Giulio Ferroni e postfazione di Simone Gambacorta, La nave di Teseo, Milano, 2021.
Narrativa
I ritorni, Guida 1985
Leopardi: l’infanzia, le città, gli amori, Bompiani, Milano 1987; note e apparati a cura di Vincenzo Guarracino, Bompiani, Milano 1997, nuova Edizione Bompiani 2014 ampliata
( nella cinquina del Premio Strega)
Rimbaud, A. Mondadori, Milano 1991, nuova edizione ampliata, Bompiani 2019
Lo specchio degli inganni, Lisciani & Giunti, Teramo 1990; con illustrazioni di Cecco Mariniello, 1991Il
dominio del cuore, A. Mondadori, Milano 1996
Re Tontolo (libro per bambini), con illustrazioni di Costanza Favero, Nord-Sud, Milano 2011
Saggistica, curatele, traduzioni
Paul Verlaine, Poesie, introduzione di Giacinto Spagnoletti, cura e traduzione di Renato Minore, Newton & Compton, Roma 1973, nuova edizione 2003
Giovanni Boine, La nuova Italia, Firenze 1975
Ennio Flaiano tra mito e utopia, Bulzoni, Roma 1976
Mass-media, intellettuali, società, Bulzoni, Roma 1976
Il Peccato di Boine, La Nuova Italia, Firenze 1976
Il Gioco delle ombre: Incursioni di un critico nella letteratura del Novecento, SugarCo, Milano 1985
Dopo Montale: incontri con i poeti italiani, (antologia: Daniele Pieroni, Marco Tornar; ricerche bibliografiche Isabella Donfrancesco; disegni Ettore Spalletti, Zerynthia, Roma 1993
Poeti italiani al telefono, con disegni originali di Enzo Cucchi; introduzione di Mario Soldati, SugarCo, 1993; STET, Torino; Roma1993
Futuro virtuale, Telecom Italia, Roma 1994
Amarcord Fellini, prefazione di Manuel Vázquez Montalbán, nella prefazione incontri e didascalie a cura di Jonathan Giustini: Ingmar Bergman, Manuel De Oliveira, Akira Kurosawa, Cosmopoli, Roma 1994
Campiello & campielli: voci e scenari della Venezia letteraria, Stet, Roma 1995
I moralisti del Novecento: prosa, narrativa e frammenti della “Voce”, cura e introduzione di Renato Minore, Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 1995
Rotte virtuali: navigare nelle reti: le nuove comunicazioni, Telecom Italia, 1995 (Roma Cosmopoli)
Rotte convergenti, TELECOM, 1996 (Roma Cosmopoli)
Quel bianco traforo: via sicura per l’Europa, a cura di Renato Minore, Cosmopoli, Roma 2002
La promessa della notte: conversazioni con i poeti italiani, Donzelli, Roma 2011
L’italiano degli altri (con Dante Marianacci) Newton Compton 2013
Kikuo Takano il senso del cielo (a cura di Renato Minore) Passigli 2017
Tra i riconoscimenti ricordiamo il Premio Viareggio per la poesia con O caro pensiero nel 2019. Tratto da Wikipedia

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23 risposte a “Renato Minore, Ogni cosa è in prestito, La nave di Teseo, Milano, 2021 pp. 292 € 20 Lettura di Giorgio Linguaglossa, Lo scetticismo integrale incontra la forma-poesia, «Se ogni cosa è in prestito lo è anche il dolore», Minore gioca a citare Marcuse, sa che ci troviamo tutti in una unica dimensione solitaria e olistica nella quale ci siamo abituati alla incomunicabilità questa sì, totalitaria, ci siamo abituati alle mezze frasi, alle mezze certezze, alle mezze superstizioni e al mezzo parlare, al parlottio

  1. leggendo le poesie di Mimmo Pugliese, in una email all’autore, le ho definite delle ex poesie. Mimmo è rimasto perplesso, e mi ha chiesto: «che cosa intendi?»; io gli ho risposto che le sue quartine e le sue terzine mi ricordavano qualcosa che è esistito in un altro universo, un universo che abbiamo abbandonato da pochissimo tempo ma che già si trova a distanza siderale della nostra nuova collocazione. Volevo dire che in quelle quartine e quelle terzine è possibile riconoscere, in filigrana, un altro tipo di poesia, una poesia idillica che aveva tutti i suoi significati a posto, nel posto giusto, intendo. Quell’universo era in ordine, era riconoscibile, tutto era così e così perché doveva essere così e così. Ma nel nuovo universo ciò che era riconoscibile nel precedente adesso non è più riconoscibile, i significati si sono spostati, o sono tramontati o hanno traslocato… e Mimmo è stato costretto ad andarli a cercare con l’acchiappafarfalle. E si è perduto.

    Poetry kitchen
    Il Prof. Feinman ha detto:

  2. Caro Giorgio,
    leggo questi versi:
    “[…]giocando con le biglie sulla spiaggia fino a settembre o ottembre,
    il mese magico nato accorpandone due normali[…]”

    e ti confesso che sono proprio questi versi che Renato Minore dedica a Ennio Flaiano con quella nuova parola “ottembre” ,inventata dalla fusione fra ottobre e settembre, che hanno acceso in me l’attenzione sul Renato Minore aperto a certo “sperimentalismo” che sottrae in buona parte questa poesia dalle insidie del monolinguismo, per me il più terribile dei mali di tutta la nostra poesia, a partire da Petrarca.

    Al fine di evitare equivoci preciso che quando continuo a parlare di monolinguismo e plurilinguismo mi rifaccio esclusivamente ai Preliminari sulla lingua del Petrarca di Gianfranco Contini, lavoro continiano sul quale più volte tu e io abbiamo discusso e nel quale per la prima volta Contini introduce due categorie critiche destinate a fare scuola:
    mono-linguismo, per Petrarca; pluri-linguismo, per Dante.
    Preliminari sulla lingua del Petrarca nei quali Contini stabilisce un nesso diretto tra le scelte linguistiche di un autore e la sua ideologia, nella convinzione che lo stile rispecchi sempre la Weltenshauung del poeta.

  3. Negli anni sessanta, nel giro di pochi anni escono sei raccolte poetiche pubblicate a distanza di pochi mesi l’una dall’altra. Gli strumenti umani di Sereni, La vita in versi di Giudici (1965), Congedo del viaggiatore cerimonioso e altre prosopopee di Caproni (1965), Nel magma di Luzi (1966), una prima edizione, con un numero minore di testi, era uscita già nel 1963; Variazioni belliche di Amelia Rosselli è del 1964 e Sessioni con l’analista di Alfredo de Palchi del 1967 che però raccoglie poesie scritte dal 1946 in poi. Nel 1956 Sanguineti aveva pubblicato la sua prima raccolta, Laborintus, che rappresenta la rottura più energica della tradizione lirica della poesia italiana, il soggetto lirico viene colpito in maniera, sembrava, mortale. E invece la poesia con soggetto lirico riprenderà quota a metà degli anni settanta e durerà fino ai giorni nostri. Quella che sembrava una Canne si è dimostrata invece una vittoria di Pirro.
    Si verificano diverse posture dell’io: Luzi, Sereni, Giudici, Caproni, Rosselli, de Palchi sono autori di generazioni e poetiche diverse che danno ciascuno un contributo alla deflazione del soggetto lirico.
    Ma si possono annoverare, ovviamente, altre opere significative: Case della Vetra di Raboni, le Ecloghe (1962) di Zanzotto, Una volta per sempre di Fortini (1963), Il seme del piangere (1959) di Caproni, e alcuni titoli del 1957 come Vocativo di Zanzotto, Le ceneri di Gramsci di Pasolini e La ragazza Carla di Pagliarani, opere tutte che rappresentano delle risposte alla «deflazione del soggetto» di cui ha parlato la storiografia letteraria. Resta il fatto indiscutibile che dalla metà degli anni settanta si verifica il riacutizzarsi della crisi della forma-poesia con la crisi dell’io lirico tradizionale che si era inequivocabilmente manifestata già all’inizio del Novecento.
    DOMANDA
    Oggi, a distanza di settanta anni dagli anni sessanta, quali libri di poesia dovremmo prendere in considerazione per individuare la crisi della soggettività lirica, ovvero, il cambiamento del paradigma lirico e la sua sostituzione con un nuovo paradigma?

  4. Altra cosa la morte
    dal discorso sulla morte e oggi

    Un’anima abita
    e custodisce il bosco.

    a pochi millimetri
    dal nostro presepe

    Non sappiamo che aver tempo
    significa non aver tempo per tutto?

    il fendente che non prende
    la colla essiccata

    Non sappiamo che aver tempo
    significa non aver tempo per tutto?

  5. Giorgio Linguaglossa pone una bruciante questione poetica e
    DOMANDA
    “Oggi, a distanza di settanta anni dagli anni sessanta, quali libri di poesia dovremmo prendere in considerazione per individuare la crisi della soggettività lirica, ovvero, il cambiamento del paradigma lirico e la sua sostituzione con un nuovo paradigma?”
    Darei, per me, questo tentativo di
    RISPOSTA
    I libri poetici che siano in grado di misurarsi almeno con
    – il plurilinguismo, sotto forma di poliglottia degli stili che abbiano come approdo il pluri-stilismo da contrapporre al mono-stilismo;
    – la pluralità di toni e la pluralità di strati lessicali in grado di proporre una compresenza diciamo di sublime, di grottesco e di linguaggio qualunque;
    – la sperimentalità linguistica incessante, da intendere come «filosofia linguistica».

  6. milaure colasson

    Caro Gino,

    la domanda posta da Giorgio è impegnativa, e presuppone che si siano letti centinaia o migliaia di libri di poesia usciti alla chetichella qui a là, dove magari c’è un poeta di livello. Una fatica improba che nessuno è in grado di sopportare. Una fatica di Sisifo, e, direi anche inutile, assolutamente inutile. Ciascuno scribens tenta di auto storicizzarsi, molti si fanno candidare al Nobel magari dal proprio condominio, altri maneggiano piccoli premi di parrocchia, tutti si conformano all’esistente meglio di niente. Il fatto è che, se cerchi di essere Lenin ti ritrovi poi ad essere Fantozzi (come scrive Intini).

    Renato Minore è un poeta elegante, da ascrivere al post-minimalismo, quel territorio dove nasceranno e cresceranno le poesie del prossimo futuro, forse; certo Roma è la città che ha tenuto a battesimo il minimalismo con Patrizia Cavalli e Magrelli e innumerevoli adepti, ma con Minore mi sembra che quel minimalismo sia in via di superamento, alcune poesie lo rivelano, in specie quelle derivate dalle traduzioni di Kikuo Takano.

    Un aneddoto.
    Ho saputo che qualcuno in Lombardia pensa di fare una Antologia con la Mondadori della poesia lombarda, così magari qualche altro farà una antologia della poesia del Veneto… e così via. Di questo passo davvero si arriverà a fare Antologie leghiste che raccoglie i poeti leghisti o domenicali, cioè dei testi scritti di domenica o lunediali o martediali, di quelle scritte il lunedì o di martedì.

    Penso che in Italia ancora sopravviva qualche poeta assennato, che ci sia in Italia una sparutissima pattuglia di persone serie e assennate, ma è che contano sempre di meno, messe in mora dalle confraternite di comunione, reclusione e proscrizione.

  7. milaure colasson

  8. Ogni candela è una stella.
    In cima l’angelo di Wenders
    precipita credendo di volare

    (Renato Minore)

    VENERE O MOLTO MENO

    La faccia dell’idrogeno è scura. Dà brividi il ciano.
    Il bambino nato nel letto sbagliato piange per tutto il giorno.

    Una lanterna mangia insalata di carne
    Ma non s’accorge della stella nana nel soggiorno.

    Venere conferma la sua identità con un green pass
    Tutti liberi i quark in cambio di un rossetto all’aragosta.

    Calde entità dell’Ade invadono i tuoi occhi
    Lasciando libero lo spazio tra i canini.

    Lo schermo è a posto. Perché dici universo
    Se si tratta di un cartellone?

    Da qui è scappata persino la donna delle calze a rete
    E gli angoli tristi diventano punti luce senza ritegno.

    Vietata la crema da barba ci si rade alla carte,
    nessuno ricorda dove è la taverna dei granchi.

    S’accende la dea all’aprirsi della Borsa
    Fa un tuffo e nella fodera allatta un cent.

    Dal fiore di scarafaggio, cola mercurio
    sulle vie di Bari.

    Per frittura mista s’intende il Sud,
    Giusto per somigliare a una stella del girarrosto.

    Oh paura, mater generatrice d’ universi
    Spasmo di parto che dissolvi cosa?.

    (Francesco Paolo Intini)

  9. ha scritto Gianfranco Contini parlando di Montale un pensiero che può essere ripreso: il rapporto che lega un poeta alla tradizione e al suo tempo:

    «La differenza costitutiva fra Montale e i suoi coetanei sta in ciò che questi sono in pace con la realtà (a più forte ragione col mondo immaginario se il loro è un universo fittizio), mentre Montale non ha certezza del reale. Per-ciò quei poeti non derogano alla dominante eminentemente letteraria della tradizione italiana: il loro primum è formale […] Il primum di Montale stamolto più addietro, è in un minimo di tollerabilità del vivere.»1

    Direi che la capacità di un poeta di rapportarsi con la tradizione intesa, alla Vattimo, come rapporto con la monumentalità, è ciò che contraddistingue la peculiarità di un’opera letteraria del Moderno. Nel mondo odierno il rapporto con ciò che è monumento è fondamentale per introdurci all’interno di un’opera letteraria. La poesia di Renato Minore redige con il Moderno un rapporto luttuoso, di qui il suo post-minimalismo (intendendo con tale termine tutte le scritture letterarie, poetiche e non, che oggi nascono in modo consapevole sul presupposto della distanza dalla tradizione), in un certo senso anche la poetry kitchen è una scrittura post-minimal. Minore si è nutrito di scetticismo integrale e di integrale derubricazione delle posizioni un tempo metafisiche. È una questione di sensibilità, anzi, di sensitività, di allergia, di ethos prima ancora che una questione di estetica o di poetica, tanto più oggi in cui un poeta è costretto a presentarsi privo di poetica, e quindi privo di noetica, di contenuti noetici. Una poesia priva di contenuti noetici può rivelarsi, nelle condizioni odierne, perfino un vantaggio: l’esser costretti ad impiegare gli ingredienti che si trovano già pronti nel frigobar, che troviamo già pronti nei supermarket: cibi a cottura veloci, cibi precotti e bevande gassose.
    La poesia moderna credo che passi di qui.

    1Cfr. G. Contini, Montale e la «Bufera», in Una lunga fedeltà,Torino,Einaudi,
    1974

  10. C’è una vulgata che ci informa che la tradizione viene acquistata come il prodotto di un lungo lavorio svolto con l’ausilio della «Squadra del buon costume» (si diceva una volta), in base alla quale c’era la convinzione che la poesia può sopravvivere solo attraverso la acquisizione della tradizione mediante la classica «bouteille à la mer» e mediante una bonifica della lingua della tribù, che c’è un recto e un verso della tradizione, e che all’interno delle sue pieghe si può spigolare alla ricerca del vello d’oro.

  11. milaure colasson

    poesia da frigobar mi sembra una dizione esatta. Renato Minore scrive poesia con un linguaggio aggiornatissimo, cioè da frigidaire con parole necessariamente conservate al freddo.
    Oggi non si può scrivere in altro modo, la purezza della lingua della tribù la si può trovare in frigo, tra i cartocci, la verdura arancione e la frutta…

  12. Raffaele Ciccarone

    set 9

    per abbandonare Alcatraz
    Dedalo mette a punto
    il volo verticale
    Minosse ne è adirato
    per il suo drone sparito

    • ecco 3 mie poetry kitchen
      dalla raccolta inedita Una giraffa seduta su un sofà chiede un Campari

      receipt 77837

      Si affacciò sul set Clint Eastwood con un dolcevita a manica lunga
      «This object has been created in stretch cotton for effortless comfort»
      precisò per i fotografi
      aggiungendo:
      «L’inconfondibile tristezza della torta al limone»

      receipt 77839

      Clint Eastwood è entrato nel giallo di Giorgio Scerbanenco
      “Venere privata”
      ha preso ad amoreggiare con la giovane modella del romanzo
      poi ha estratto il revolver a tamburo calibro 7,65
      dicendole:
      «Your email address has been removed from my mailing list»

      receipt 77869

      Ai suoi followers la tgirl Molly Blum ha prescritto:
      «To unsubscribe from future emails please click the unsubscribe button below»
      «I am sorry to hear that you no longer wish to receive emails from me»

  13. Il modernismo europeo in poesia come nel romanzo finisce negli anni novanta. Herbert, uno dei massimi rappresentanti del modernismo europeo ha scritto negli anni novanta: «La poesia è figlia della memoria». Herbert scrive questi versi significativi: «stammi vicino fragile memoria/ concedimi la tua infinità». La memoria, strettamente connessa alla tradizione, è vissuta dai poeti modernisti come la più grande alleata per situarsi entro l’orizzonte della tradizione, e quindi della storia. I poeti e i narratori dell’età del modernismo percepiscono la storia come tradizione e la tradizione come storia, in un nesso indissolubile; e nell’ambito della tradizione introducono il «nuovo», di qui le avanguardie del primo novecento e le post-avanguardie del secondo novecento. Con la fine del novecento, con la caduta del muro di Berlino e del comunismo e la rivoluzione mediatica, le cose sono cambiate: la storia è diventata storialità e la tradizione è diventata museo, museo di ombre e di fantasmi, da difendere e da coltivare perché produce profitti.

    La nuova ontologia estetica invece con la sua ultima produzione: la poetry kitchen assume: «La poesia NON è figlia della memoria» perché la storia si è mutata in storialità. L’oblio della memoria (da cui i celebri versi di Brodskij: «La guerra di Troia è finita/ chi l’ha vinta non ricordo»), segna l’inizio di una nuova poesia, di una nuova narrativa e di una nuova arte: una poiesis incentrata sulla dimenticanza della memoria e sull’oblio della tradizione.

    Qui, in nuce, c’è il punto centrale della nuova poesia europea. Un poeta del Dopo il Novecento non potrà più fruire dell’ausilio della memoria, dovrà imparare a farne a meno. La condizione dell’uomo nell’epoca del neoliberalismo è contrassegnata da questo duplice petitio principii: l’oblio della memoria (e della tradizione) e l’oblio della libertà (convertita in scelta tra più prodotti). Il primo motto di Microsoft recitava: «Where do you want to go today?», lasciando presagire la prossima ventura libertà assoluta della navigazione senza limiti nel web. Ma era una finzione, una petizione, una allegoria della nostra prigionia. Questa finzione narra la nostra condizione ontologica: siamo davanti al video e ci reputiamo presuntivamente liberi. Tutto il resto, ovvero, il reale, ci appare come degli epifenomeni laterali, periferici, consideriamo libertà la non-libertà. Nell’oblio della libertà c’è tutta l’impossibilità per un poeta di oggi di scrivere come i poeti del modernismo europeo che erano guidati dalla stella polare del valore assiologico della parola «libertà». Tuttavia, come scrive Agamben, il naufragio «apre il luogo della parola, come quello in cui si può soltanto parlare e non sapere».1

    La dizione «poesia da frigobar», intendendo la definizione in accezione positiva, contrassegna la poesia di Renato Minore il quale «scrive poesia con un linguaggio aggiornatissimo, cioè da frigidaire con parole necessariamente conservate al freddo.» (Marie Laure Colasson)

    Condivido ovviamente la tesi della Colasson, oggi lo scetticismo integrale affiancato da una robusta dose di fantasmi e di icone, avatar, sosia etc. è la forma-poesia per eccellenza dei nostri tempi infetti dal virus del populismo, del sovranismo e del Covid19; la crisi climatica è la crisi del pianeta Terra, del capitalismo mondiale, crisi dell’Antropocene che accomuna Occidente ed Oriente, Nord e Sud. La crisi ormai ha assunto dimensioni planetarie. E la poesia? Penso che la poesia ha l’obbligo di riformulare i suoi parametri fideistici.

    1 G. Agamben, «La parola e il sapere», in aut aut, n. 179-180, p.165

  14. Riepilogavo così il 21 marzo 2020

    Con la Krisis Covid è finito il Postmoderno

    Ha scritto qualche tempo fa Lucio Mayoor Tosi lombradelleparole.wordpress.com

    «Quanto alle parole non so. Per il fatto che oggi ti vengono date gratis, sembra non abbiano alcun valore; però, scegliendo e accostando “scarti”, rifiuti, qualche rimanenza d’epoca, ecco, riprendono vita. Sembrano altre. Certo, si noteranno i rappezzi, i rammendi, le cuciture, ma forse un giorno non lontano proprio di quest’arte del riutilizzo – contraria agli sprechi e alla sovrabbondanza – si parlerà positivamente. Per quel che NON si ha da dire, queste componenti vanno benissimo.»

    Il pensiero poetico e filosofico non ha più alcun oggetto se non l’erranza della metafisica, l’eclissarsi della metafisica, con annesso e connesso il bagaglio degli strumenti retorici ed ermeneutici che quella metafisica portava con sé. Ciò comporta una presa di consapevolezza che quella metafisica non è più utilizzabile, che dobbiamo andare al fondo della crisi di quella metafisica per poterla abbandonare nella sua interezza. Soltanto abbandonandola in piena consapevolezza possiamo alleggerirci e andare oltre, oltre il novecento. Noi possiamo soltanto raccogliere quegli «stracci» che il novecento ci ha lasciato in dono, in eredità, ma con la consapevolezza che si tratta, appunto, di stracci, di relitti e che è con queste «cose» che noi dobbiamo edificare qualcosa.
    I classici dell’ottocento e del novecento ci appaiono sempre più lontani, estranei, perdono la loro aura di modelli, di costrittività, di esemplarità. Sono pensati come un relittuario di presenze-assenze, di simulacri, di ordini di valori conchiusi, lontani, inaccessibili, un ordine di valori de-valutati, appartenenti ad un passato già passato che è inutile perlustrare, ripercorrere, indagare, che forse è più utile porre tra parentesi, dimenticarlo per poterlo meglio ricordare. Forse oggi non resta altro da fare che una rinegoziazione di un passato che non si consegna se non nella forma di una latenza, di un venir meno.

    Heidegger indica dunque nel mondo in quanto Geviert, il«risultato» del pensiero dell’Ereignis, ciò che è «fatto avvenire»o «appropriato» dall’evento, la trasformazione che il pensiero dell’ Ereignis produce e il compito che così apre: il pensiero post-metafisico, che prende dimora nell’evento, è pensiero «cosmologico» del dispiegarsi del mondo nel suo gioco e dell’abitare umano in esso. Con lo svanire dell’essere nel valore di scambio, anche i rapporti essere-uomo ed essere-ente si dissolvono verso l’ambito della loro provenienza: l’abitare dell’uomo in quanto mortale nel mondo, il quale a sua volta si dà nel dispiegarsi della differenza tra mondo e cose.
    Il mondeggiare del mondo è l’Ereignen, l’accadere dell’evento in cui ogni cosa ha luogo venendo appropriata a se stessa nel mentre viene espropriata verso tutte le altre e verso il mondo come ambito del loro comune accadere. Come Heidegger afferma in una formula icastica, «l’evento della radura è il mondo (Das Ereignis der Lichtung ist die Welt)»; il mondo non è una cosa né la somma delle cose né una totalità statica, ma un evento, l’evento dell’apertura in cui possiamo incontrare le cose e fare esperienza.

    Sempre Lucio Mayoor Tosi ha scritto:
    «Alla poesia, penso, bisogna tendere tranelli, non solo aspettare contemplando la luna!».

    Pensiero quanto mai vero, quanto mai complesso. Innanzitutto, c’è la «posizione» del poeta. Dove si posiziona il poeta in una poesia? Al centro del campo? In area di rigore? In porta? Sulle ali? (usiamo il gergo calcistico così alleggeriamo il peso di questa prolusione). In molte poesie che si leggono sulla carta stampata oggi targata Mondadori e Einaudi, si nota subito che il «poeta» se ne sta beato in tribuna a contemplare il gioco dei fonemi e dei lessemi che agiscono nel campo di gioco; il poeta si trova (beato lui!) seduto nella comoda tribuna numerata, al sicuro e ben riparato dalla pioggia e dagli eventi atmosferici. Potrei fare dei nomi di questa postazione nobiliare di molti poeti di oggidì, ma non ne varrebbe la pena, farei solo della pubblicità…

    E poi si pone la questione del linguaggio. Un tempo si pensava che porre la questione del linguaggio fosse una cosa che riguardava l’attivismo dell’autore, il linguaggio era un corpo, erano dei «materiali» dove si poteva entrare a piacimento con gli strumenti chirurgici offerti gratis dalla nuova scolastica che era data dallo sperimentalismo, intendo qui con il termine sperimentalismo anche tantissima parte di ciò che veniva volgarizzato dalla estrema destra letteraria: l’orfismo con le sue adiacenze, riflesso speculare della scolastica del pensiero positivizzato.

    Quando invece il linguaggio è una pre-condizione, una pre-condizione che non postula nulla di condizionato. Un paradosso nel paradosso. Una pre-condizione che postula il nulla prima di esso. Soltanto così, accettando questa impostazione esistenziale e categoriale si può tentare di fare poesia di qualche valore. Ma non è una cosa così facile né scontata, è che bisogna entrare in un altro ordine di idee, quello che noi abbiamo denominato la «nuova ontologia estetica», una direzione di ricerca che è uscita dal novecento.
    E invece è vero il fatto che non si può pensare di scrivere poesia se non sulla pre-comprensione di una crisi che coinvolge il linguaggio e il soggetto nel linguaggio.

  15. È un po’ come se fossi
    il marinaio solitario
    su una zattera
    in mezzo al mare.

    Renato minore non immagina la propria voce calata in un contesto, in una sceneggiatura. Il suo punto di vista è unico e inamovibile. Nulla, oltre al pensiero, sta accadendo: è già avvenuto, appena avvenuto, è ciò che è stato. Ne deduco che il pensiero meditativo, filosofico, non può darsi che a fatto compiuto. Sempre che un fatto ci sia. Comunque in piena e invidiabile consapevolezza, infatti scrive:

    spècchiati spècchiati
    e troverai quel grande specchio
    che riflette
    specchi specchi specchi.

    • caro Lucio,

      per risponderti, riprendo un pezzo della mia riflessione sopra postata:

      «Innanzitutto, c’è la «posizione» del poeta. Dove si posiziona il poeta in una poesia? Al centro del campo? In area di rigore? In porta? Sulle ali? (usiamo il gergo calcistico così alleggeriamo il peso di questa prolusione). In molte poesie che si leggono sulla carta stampata oggi targata Mondadori e Einaudi, si nota subito che il «poeta» se ne sta beato in tribuna a contemplare il gioco dei fonemi e dei lessemi che agiscono nel campo di gioco; il poeta si trova (beato lui!) seduto nella comoda tribuna numerata, al sicuro e ben riparato dalla pioggia e dagli eventi atmosferici. Potrei fare dei nomi di questa postazione nobiliare di molti poeti di oggidì».

      Parafrasando una celebre asserzione di Gramsci, potremmo dire che:

      Ogni qual volta affiora, in un modo o nell’altro, la questione della posizione del poeta, significa che si sta imponendo una serie di problemi.

      Scrive Gramsci:

      «la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale».1

      che io parafraserei così:

      «la formazione e l’allargamento di una nuova idea di poesia: se la poiesis è posizione di significati, una nuova poiesis implica sempre una nuova posizione di significati».

      1 A. Gramsci, Quaderni del carcere, vol II, Einaudi, 1975, p. 2346.

      lombradelleparole.wordpress.com
      Poetry kitchen

      Il gufo del Madagascar
      si dice che vada in sidecar con olio di propilene
      e olio di fegato di merluzzo

      Il gufo del Bengala
      invece si dice che preferisca Aperol aperitivo analcolico
      Tutto ciò
      «Outdated conception of what the future will be»

  16. Un nuovo tentativo di
    poetry kitchen

    Gino Rago

    Marie Laure Colasson in un messaggio vocale
    Dice:«Madame Lepetit, di lunedì o di mercoledì
    Merleau-Ponty prende il taxì
    e lascia Paris…».

    • milaure colasson

      caro Gino Rago,

      pensa che Lepetit era il cognome di mia nonna, ma come fai a sapere queste cose? Anche tu hai accesso all’Ufficio Informazioni Riservate di via Pietro Giordani?, lì c’è un fascicolo segreto con le notizie della mia esistenza e di quella di mia nonna.
      In ogni modo sono irritata della questione della fine della Metafisica di cui parla sempre Giorgio, ma il fatto è che, nonostante ciò continuiamo a vivere e a infestare il pianeta di dolciumi e prodotti in quantità. Penso anch’io che la tua poesia (in minore) in realtà è il massimo di cui possa occuparsi oggi un poeta, siamo senza parole e ci stiamo bene, non c’è di che. Mi sento benissimo senza parole, senza le parole “pesanti” e anche senza le parole “leggere”. questa distinzione è tipica della antica e nobile metafisica.
      E quindi, considero la tua poesiola serissima!

  17. Se prendiamo La ragazza Carla di Pagliarani (1960) o anche Laborintus (1956) di Sanguineti, lì vengono trattate (rappresentate) delle cose che realmente esistono; se prendiamo un brano de I quanti del suicidio (1972) di Helle Busacca, lì si tratta di un tema ben preciso: la morte del fratello «aldo» e della conseguente j’accuse del «sistema Italia» che lo ha determinato al suicidio. Voglio dire che tutta la poesia del novecento italiano e quella di questi postremi anni post-veritativi, rientra nel modello del «vero», e del «verosimile». Ebbene, questo «modello» nella NOE viene ad essere caducato, viene messo in sordina; la distinzione tra verosimile e non-verosimile cade inesorabilmente ed entrano in gioco il possibile e l’inverosimile; si scopre che l’inverosimile è della stessa stoffa del possibile-verosimile.

    Questa possibilizzazione del molteplice è la diretta conseguenza di una intensa problematizzazione delle forme estetiche portata avanti dalla «nuova ontologia estetica», prodotto dell’aggravarsi della crisi delle forme estetiche tardo novecentesche che ha creato una fortissima controspinta in direzione di un nuovo modello-poesia non più ancorato e immobilizzato ad un concetto di eternità e stabilità del «modello del vero e del verosimile».

    Il concetto di «verosimile» della poesia lirica e anti lirica che dir si voglia di questi ultimi decenni poggiava sulla stabilità ed eternità del soggetto che legiferava in chiave elegiaca o antielegiaca.

    La poesia che si scrive avendo in mente un ente ricade nel modello del «vero» e del «verosimile», e quindi del realismo in senso lato, ovvero, poesia fatta con il pilota automatico innestato.
    La poesia che si scrive senza l’ausilio di alcun pilota automatico, è la sola poesia che è possibile scrivere dopo la fine della Metafisica.
    Il fatto è che l’uomo è «un animale metafisico» (dizione di Albert Caraco) che non può che riprodurre la metafisica anche dopo la fine della metafisica. Si tratta di un meccanismo infernale che non può arrestarsi mai, ma è preferibile esserne consapevoli.

    Ecco perché la «nuova poesia» assume a proprio tema centrale il perché della poesia, se si debba perseguire il senso e il significato, o si debba perseguire il fuori-senso e il fuori-significato.
    Poiché la crisi è in poesia, la poesia reagisce diventando meta poesia, ricusando la vecchia metafisica per una meta ontologia. Il poetico non è uno spazio separato dal non-poetico, quanto che esso è la stessa meta ontologia che diventa nuova metafisica. La meta ontologia verte su ciò che è al di fuori della ontologia, fuori dell’ontico e, precisamente, sul nulla che costituisce le cose, sulla nientificazione che sta all’origine di tutte le cose e determina la nostra esistenza.

  18. Riprendendo un verso di Hölderlin in cui il poeta dice:

    “Pieno di merito, ma poeticamente, abita / l’uomo su questa terra”,

    Heidegger formula un’interpretazione rimasta storica che indica l’essere dell’uomo in presenza degli dei e dei «mortali». Gli uomini sono coloro i quali muoiono ogni volta, muoiono sempre di nuovo e infinitamente. Heidegger sottolinea che il fare poesia è il fabbricare «poeticamente» le «case», intendendo l’attività pratica del costruire abitazioni, in quanto anche la poesia è una «casa» che possiamo abitare. La poesia indica: «L’atto del fare si dice in greco  po…hsij. L’abitare [das Wohnen] dell’uomo dovrebbe essere [Poesie], cioè qualcosa di poetico». In base al detto del poeta, l’abitare dell’uomo non è un prodotto  di una delle tante facoltà dell’uomo, ma è il fondamento stesso dell’esserci: l’abitare è il modo principale con cui l’esserci attua la sua struttura fondamentale di essere-nel-mondo. L’abitare della poesia di Renato Minore è la costruzione di un luogo dove vige lo scetticismo integrale e la leggerezza, la volatilità, ciò che dischiude il peculiarissimo Befindlichkeit, il modo d’essere del suo essere nel mondo, ma è questo «pieno di merito» la locuzione significativa usata dal filosofo tedesco, quel «merito» la poesia di Minore lo svela come un «demerito», un minus habens un minus di essere. 

    L’umanità che esce fuori dalla poesia di Minore è, appunto, una umanità in minore, che si occupa di cose minori, trascurabili, inessenziali, minime, che non sa di vivere in minore e non sarebbe neanche più capace di uscire fuori da questo stato di minorità, che non sospetta neanche di essere condannata alla minoritarietà storica. Ed è questo morire indefinitamente degli italiani di oggi, tra sovranismo e populismo e individualismo deteriore, che la poesia di Minore in qualche modo e misura coglie. Anche questo fa parte della storia d’Italia.

    1 M. Heidegger, …“poeticamente abita l’uomo”… , in Saggi e discorsi, cit., p. 125 

  19. Pingback: Stefanie Golisch – Alessandria today @ Web Media. Pier Carlo Lava

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