LA POESIA di PABLO PICASSO E LA QUESTIONE DELLA METAFORA nell’interpretazione di Valerio Gaio Pedini con una scelta di poesie di Pablo Picasso

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picasso donna seduta picasso donna seduta

 Rileggendo  le poesie diPablo Picassoho fatto mentalmente una panoramica della poesia italiana del ‘900 e mi sono reso conto di una vistosa lacuna stilistica. Soprattutto nel secondo Novecento è mancata la capacità di utilizzare le qualità comunicative della metafora, anzi, quest’ultima è stata indicata come un corpo estraneo da estirpare dalla poesia, come un orpello, trattata alla stregua di un abbellimento lessicale, un retorismo da evitare a tutti i costi. Ritengo questo fatto un errore grave che ha inciso sulla poesia italiana privandola di un elemento insostituibile del linguaggio poetico. Pregiudizio grave che sarà gravido di conseguenze negative sul piano stilistico per la poesia italiana.

Picasso, da pittore, non ha pregiudizi verso l’immagine, anzi, lui vede il linguaggio poetico come una funzione dell’immagine. Per il pittore spagnolo la metafora è ragguagliata alla immagine, ed entrambe sono impiegate come «fotogrammi» degli «oggetti», alla stregua di una macchina…

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POESIA GIAPPONESE WAKA- di Chŏng Chisang E IL RIGOGOLO GIALLO a cura di Steven Grieco-Rathgeb, con un Waka di Ki no Tomonori e Fujiwara no Sadaie

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waka 6.

Nel 1999 conobbi un professore giapponese, che mi invitò a collaborare con lui su un progetto che accarezzava da anni: tradurre in inglese e italiano un significativo numero di waka del periodo classico Heian (9°-13° sec.), con relativo commento critico. Nel mondo letterario anglo-sassone, progetti di questo tipo vengono spesso fatti a quattro mani: dei due collaboratori uno – l’esperto in materia storico-filologica e interpretativa – illumina il componimento nel contesto originale, il secondo è il poeta e traduttore, che li porta, come uccelli migratori, a destinazione nella lingua di arrivo.

Lo studioso di Tokyo si interessava anche di poesia cinese classica, e a questo riguardo mi parlò di un poeta coreano, Chŏng Chisang (?-1135), vissuto durante la dinastia Koryo, periodo in cui tra i letterati di quel paese si coltivava lo stile cinese dei poeti Tang.

Di Chŏng Chisang si sa soltanto che era discendente di una famiglia…

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Carlo Sini intervistato da Silvia Bellia dal «linguaggio universale» alla Babele linguistica di oggi – «I gesti sono la scrittura del corpo»  – Pensieri suIl cavaliere, la morte e il diavolo” di Albrecht Dürer

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"The Knight, the death and the devil", B 98. Engraving by Albrecht Dürer. Musée des Beaux-Art de la Ville de Paris. “The Knight, the death and the devil”, B 98. Engraving by Albrecht Dürer. Musée des Beaux-Art de la Ville de Paris.

da http://www.hounlibrointesta.it

Il cavaliere, la morte e il diavolo. E’ con l’immagine di questa incisione di Albrecht Dürer che il professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Milano, Carlo Sini, inizia la sua lezione, dal tema: I nomi e le cose – L’epopea dimenticata. “Husserl – spiega Sini – scorgeva nel cavaliere fiero e sprezzante del pericolo che, chiuso nella sua corazza, precedeva senza timore, incurante del diavolo e della morte, il cammino della fenomenologia”. Oggi come allora, sostiene il professore, la filosofia – per vedere le cose con sguardo puro – deve evitare di cadere in due tentazioni: “l’oblio del linguaggio (la morte) e la sopravvalutazione delle parole (il diavolo)”. Secondo Sini infatti, il segno mai coincide con le cose, “le parole non sono…

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CINQUE POESIE INEDITE di ADAM VACCARO con un DIALOGO APERTO tra Adam Vaccaro e Giorgio Linguaglossa  sul concetto di Esperienza e di Adiacenza, “tra arte e vita non c’è nessun vaso comunicante”, “Esperienza è stata definita da Hans-Georg Gadamer il meno rischiarato dei concetti filosofici“, “Perdita dell’Origine (Ursprung) e spaesatezza (Heimatlosigkeit)”, “Ciò che è Perduto non può essere ritrovato se non nella forma di «frammento»”,  “La parola esperienza era in greco ἐμπειρία, empeirìa, composta da ἐμ πειρία (in e prova)”, “l’albero metodologico chiamato Adiacenza“, “all’approssimarsi dell’Estraneo (Unheimlich) le nottole del tramonto singhiozzano”

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bello città nel traffico città nel traffico urbano

Caro Giorgio,

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mi complimento per gli ultimi post che aprono a voci anche molto diverse del panorama contemporaneo, sia italiano che europeo e oltre. È l’azione auspicabile di una Rivista come quella che con grande impegno curi, insieme a vari collaboratori. Ma sono stato sollecitato a scriverti alcune notazioni, soprattutto dopo le due ultime interviste, a Roberto Bertoldo e a Elio Pecora. Perché entrambi, da posizioni e poetiche diverse, esprimono misure e punti di riferimento, che a mio modo ho cercato di articolare nel mio percorso di scrittura con saggi e versi.
Dalla florida foresta di ricerca teorico-critica di Roberto Bertoldo estraggo alcuni punti, anche per me fondanti. L’intervista evidenzia prima di tutto un tronco metodologico, da cui derivano rami e frutti. C’è una implicita critica al cespuglio di libertà apparenti, anarcoide, affollato e ininfluente, di scritture fluttuanti e inconsistenti quanto arroganti, nella realtà…

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Jorge Luis Borges (1897-1986)  CINQUE POESIE METAFISICHE «L’arte vuole sempre irrealtà visibili» con un Commento di Giorgio Linguaglossa

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Jorge Luis Borges Jorge Luis Borges

Jorge Luis Borges Jorge Luis Borges

Jorge Francisco Isidoro Luis BorgesAcevedo nasce a Buenos Aires il 24 agosto 1899 e muore a Ginevra il 14 giugno 1986. Nonostante sia stato uno dei più importanti scrittori del ventesimo secolo, ed abbia ricevuto importanti riconoscimenti, non gli fu mai conferito  il Premio Nobel. Più volte il suo nome è apparso nella lista dei candidati ma le sue idee politiche conservatrici e filo-occidentali gli hanno alienato i favori dei membri della giuria svedese.

Borges è famoso per i suoi racconti nei quali  ha saputo coniugare idee filosofiche e metafisiche con i classici temi del fantastico (quali: il doppio, le realtà parallele del sogno, i libri misteriosi e magici, la contemporaneità del tempo).

buenos_aires case colori buenos aires

Molti sono gli scrittori che sono stati influenzati dalle sue opere: Cortazar, Philip K. Dick, Umberto Eco, Leonardo Sciascia, Italo Calvino. Oggi l’aggettivo «borgesiano» definisce una concezione dell’arte…

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Giorgio Linguaglossa: Riflessioni sul concetto di “Paradigma”, Ilya Prigogine, Alfredo De Palchi “Sessioni con l’analista” (1967), Tomas Tranströmer, Jorge Luis Borges, Salman Rushdie,  il Post-moderno e il Modernismo europeo – Con una riflessione di Massimo Forti Robert Frost : “Scrivere in verso libero è come giocare a tennis con la rete abbassata”

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eclissi sole 5.

Scrive Massimo Forti su “Il Messaggero” del  29 maggio 2003:

“Ha cavalcato la tigre della scienza moderna, così lontana dal quadro di rassicuranti “certezze” della fisica classica, persino con allegria. Talvolta contagiosa. Caos, instabilità, disordine, probabilità, casualità, complessità catastrofi… L’universo di Ilya Prigogine era come il Paese delle Meraviglie di Alice dove tutto cambia, tutto è possibile, tutto è rimesso continuamente in gioco. Premio Nobel per la chimica per le sue ricerche sull’entropia e sulle strutture dissipative non si stancava di sottolineare che anche Einstein aveva avuto paura della rivoluzione scatenata dalla fisica quantistica, che sostituiva alle sicurezze del mondo di Newton i concetti di aleatorietà e di probabilità. Non era stato, forse, proprio il padre della relatività a dire la celeberrima frase: «Non posso credere che Dio giochi a dadi»?
Prigogine, no. Come tutti i grandi scienziati consapevoli della sconvolgente e irreversibile svolta generata dalla teoria dei quanti…

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di | 18 agosto 2016 · 8:23

PAUL CELAN (1920-1970) POESIE SCELTE traduzioni di Giuseppe Bevilacqua, a cura di Giorgio Linguaglossa

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Paul Celan(Cernăuţi, 23 novembre 1920 – Parigi, 20 aprile 1970), poeta rumeno ebreo, di madrelingua tedesca, è nato nel capoluogo della Bucovina settentrionale, oggi parte dell’Ucraina, figlio unico di Leo Antschel-Teitler (1890-1942) e di Fritzi Schrager (1895-1942). Sin dall’infanzia, trascorsa quasi interamente a Cernauti (oggi Czernowitz), caratterizzata dall’educazione rigida e repressiva del padre, apprende la conoscenza della lingua e della letteratura tedesca in particolare grazie alla madre. I primi scrittori ai quali si appassiona sono Goethe, Rilke, Rimbaud; coltiva un certo interesse per i classici dell’anarchismo, quali Gustav Landauer e Koprotkin, che preferisce decisamente alla lettura di Marx. Nel 1938, conseguita la maturità, decide di iscriversi alla facoltà di Medicina a Tours, in Francia. Il treno sul quale viaggia sosta a Berlino proprio durante la Notte dei cristalli. È in questo periodo che Paul inizia a scrivere le prime poesie (poi confluite nell’antologia postuma “Scritti romeni”), intensificando…

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UNA POESIA INEDITA di  Bella Achatovna Achmadulina (1937-2010) Ricordi di Boris Pasternak (1962) Traduzione di Donata De Bartolomeo con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

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Bella (Isabella) Achatovna Achmadulina Bella (Isabella) Achatovna Achmadulina

 Bella Achatovna Achmadulina(in russo: Белла Ахатовна Ахмадулина) è nata a Mosca il 10 aprile 1937 ed è scomparsa il 29 novembre 2010. Ha conquistato larga popolarità con le raccolte di versi Struna (“La corda”, 1962), Uroki muzyki (“Lezioni di musica”, 1970, trad. it. Tenerezza e altri addii, 1971), Metel´ (“La tempesta”, 1977) e il poema Mòja rodoslovnaja (“La mia genealogia”, 1964). Negli ultimi anni ha pubblicato inoltre: Larec i ključ (“Lo scrigno e la chiave”, 1994), Sozercanie stekljannogo šarika. Kovye stichotvorenija (“Contemplazione di una pallina di vetro. Nuove poesie”, 1994), Grjada kamnej. Stichotvorenija 1957-1992 (“La scogliera di pietre. Poesie 1957-1992”, 1995). È stata una poetessa russa tra le più lette e conosciute in patria e all’estero. Nata da padre tataro e da madre italo-russa, con la raccolta di liriche La corda (1962), improntate a un arduo tecnicismo verbale, si pose in prima…

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QUATTRO POESIE INEDITE di Steven Grieco “All’usignolo”, “Tradizione orale”, “Girasoli neri” “La protopoesia” – con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO

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foto di Steven Grieco foto di Steven Grieco

 Steven J. Grieco-Rathgeb, nato in Svizzera nel 1949, poeta e traduttore. Scrive in inglese e in italiano. In passato ha prodotto vino e olio d’oliva nella campagna toscana, e coltivato piante aromatiche e officinali. Attualmente vive fra Roma e Jaipur (Rajasthan, India). In India pubblica dal 1980 poesie, prose e saggi. È stato uno dei vincitori del 3rd Vladimir Devidé Haiku Competition, Osaka, Japan, 2013. Ha presentato sue traduzioni di Mirza Asadullah Ghalib all’Istituto di Cultura dell’Ambasciata Italiana a New Delhi, in seguito pubblicate. Questo lavoro costituisce il primo tentativo di presentare in Italia la poesia del grande poeta urdu in chiave meno filologica, più accessibile all’amante della cultura e della poesia.

Attualmente sta ultimando un decennale progetto di traduzione in lingua inglese e italiana di Heian waka, in tandem con il Prof. Teppei Yamada, dell’Università Meiji di Tokyo. In termini di estetica e filosofia dell’arte…

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ALFREDO RIENZI – POESIE SCELTE da “Notizie dal 72° parallelo” (Joker, 2015) “Iróstene di Sitzia”, “Terza giornata di Kristian Rosenkreutz”, “Vincent B. sceglie una fotografia per il corredo funerario”, “Una domanda di Irma C.”, “Julius, volgendo le spalle alla nave”, “Di Arcadio e di un suo pensiero fluttuante”, “Anosh riconosce l’inganno e gli ingannatori” , con un Commento di Giorgio Linguaglossa, un Appunto dell’Autore e uno stralcio della quarta di copertina di Sandro Montalto.

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foto New York City New York City

Alfredo Rienzi, nato a Venosa nel 1959, risiede dal 1963 a Torino, dove esercita la professione di Medico. Ha pubblicato in poesia: Pianeta truccato, elusioni! (Torino, 1989), Contemplando segni, silloge poetica vincitrice del X Premio “Montale”, in Sette poeti del Premio Montale, (Scheiwiller, Milano, 1993); Oltrelinee (Dell’Orso, Alessandria, 1994), poesie, Premio Città di Torino 1996, segnalato al XIV Premio Montale. Ha pubblicato Simmetrie(Joker, 2000) Custodi e invasori (Mimesis, 2005) e Notizie dal 72° parallelo” (Joker, 2015).  E’ pubblicato, tra le altre, nelle seguenti antologie: L’addomesticamento del bue (Il grappolo, Salerno, 1991); Opere d’inchiostro 1991-1995 (Assessorato alla Gioventù, Torino, 1995); Parole e forme per il terzo millennio, (Ed. Ippogrifo, Torino, 1997); Antologie de poezie piemontezâ Poeti piemontesi contemporanei, Pref. di Elio Gioanola (Ed. Studia, Cluj-Napoca, Romania, 1998); Florilegio per il terzo millennio (Campanotto, Udine 1999). Ha tradotto per il Centro per…

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Vera Cholòdnaja (1893-1919) La diva maggiore del cinema muto russo a cura di Antonio Sagredo – Traduzione di Angelo Maria Ripellino di due poesie di Osip Mandel’štam  con Commento inedito di Angelo Maria Ripellino, a cura di Antonio Sagredo 

Vera_Kholodnaya and Ossip Runitsch

Vera_Kholodnaya and Ossip Runitsch

https://www.youtube.com/watch?v=WPjNphbbla0

La diva maggiore del cinema muto russo Vera Cholòdnaja, morta di spagnola a 26 anni, a Odessa il 16 febbraio 1919, fu la protagonista principale di decine e decine di film (si dice, una settantina) con titoli similari a quelli su citati, che già dicevano tutto di una trama… lacrimevole, languida, sentimentale e passionale fino all’eccesso, fatale, svenevole… Subì il fascino di due grandi attrici: la Komissarževskaja e Asta Nielsen. Tanto fu lo straordinario successo che ebbe questa diva del muto da non saper, essa stessa, distinguere più la sua realtà cinematograficamente muta dalla realtà della vita che la circondava (sdoppiamento e identità erano in fatale conflitto e la dominavano). Così Ripellino in “Majakovskij e il teatro russo d’avanguardia”, (cap. V , Storia di una cimice. ), op. cit. p. 175 : “È chiaro che, nel dipingere le figure della commedia, Majakovskij ebbe in mente certe vedette del cinema muto, come Vera Cholòdnaja”. Nei primi anni’70 del secolo scorso (XX°!): con la sceneggiatura di Andrei Končalovskij, il regista e pittore russo Rustam Chamdamov, non finì di girare il film Le gioie casuali (o: Verità fortuite), poiché pare non rispettò affatto la sceneggiatura e perciò fu estromesso e diffidato dal continuarlo; ma sulla traccia di questo film un altro regista russo Nikita Michailkov (fratello minore dello sceneggiatore), girò nel 1975 il film Schiava d’amore; questo film tratta della dis/avventura di una troupe cinematografica che si trova in Crimea, dove era in corsa una spietata lotta fra bianchi e rossi, per realizzare un film dal titolo Schiava d’amore; ed è in questo evento bellicoso che si innesta la vita sentimentale, privata ed artistica, della prima attrice-eroina di questo film, che allude alla vita di Vera Cholodnaja. Per quanto riguarda il problema dei due registi russi, questo mi fu riferito in primavera (2011) a Roma da un regista cinematografico italiano “irregolare” molto noto (che a Mosca incontrò il secondo dei due, ma ebbe l’informazione da una terza persona). Egli non ha voluto che io, qui, facessi il suo nome! ////// [Riporto una annotazione (p. 9 del testo in cirillico delle poesie) della slavista Claudia Scandura dal Corso su Mandel’štam: “Romanticismo dozzinale… (ЛЮБОЧНЫЙ РОМАНТИЦИ)…. ЛЮБОKera la corteccia di betulla su cui i contadini nel ‘600 e ‘700 dipingevano le immagini delle feste e che vendevano in ceste di tiglio. E che l’inizio del cinema è legato al baraccone e alla fiera”]. La corteccia di betulla già gli antichi slavi usavano per dipingere o per iscrizioni; mentre le ceste possono essere sia di tiglio che di betulla.

[197] Leonid Andreev, Lettere sul teatro,…

Ripellino-Bosco

Angelo Maria Ripellino a Praga

(il commento di Angelo Maria Ripellino è fra parentesi quadre)

..ma l’altro giorno, qui in campagna dove vi sono tanti materiali, vado a rivisitare le mie cartoline dalla fine dell’800 fino  agli anni trenta del ‘900 e vi trovo una fotografia originale (trasformata in cartolina, come si usava allora) della Vera Cholodnaja… e così annoto su un foglietto:

« questa mattina, rovistando per mettere in ordine alcune mie vecchie cose ho avuto un sobbalzo, una sorpresa che consiste in questo: una volta, tantissimo tempo fa andavo a Porta Portese ogni domenica (adesso talvolta) per comprare vecchie cartoline illustrate: ne ho a centinaia con tantissimi francobolli (di cui non conosco il valore in denaro, ma credo che ve ne siano parecchi di valore); dunque in una busta su cui scrissi “donne d’altri tempi” e intendo quelle della fine ‘800 e inizio ‘900, ho trovato la fotografia in cartolina illustrata (si dice così?) della più grande attrice del cinema muto russo, Vera Cholodnaja: sono saltato in aria! (comprendi da russista la mia sorpresa), a questa attrice avevo dedicato una mia nota nel Corso da me curato di A.M. Ripellino su Mandel’štam del 1974-75. Ho naturalmente messo la cartolina in una bustina trasparente con dietro la mia nota (n.° 197, pag. 80) che ti riporto qui sotto:

La diva maggiore del cinema muto russo Vera Cholòdnaja, morta di spagnola a 26 anni, a Odessa il 16 febbraio 1919, fu la protagonista principale di decine e decine di film (si dice, una settantina) con titoli similari a quelli su citati, che già dicevano tutto di una trama… lacrimevole, languida, sentimentale e passionale fino all’eccesso, fatale, svenevole… Subì il fascino di due grandi attrici: la Komissarževskaja e Asta Nielsen. Tanto fu lo straordinario successo che ebbe questa diva del muto da non saper, essa stessa, distinguere più la sua realtà cinematograficamente muta dalla realtà della vita che la circondava (sdoppiamento e  identità erano in fatale conflitto e la dominavano). Così Ripellino in “Majakovskij e il teatro russo d’avanguardia”, (cap. V , Storia di una cimice. ) , op. cit. p. 175 : “È chiaro che, nel dipingere le figure della commedia, Majakovskij ebbe in mente certe vedette del cinema muto, come Vera Cholòdnaja”. Nei primi anni’70 del secolo scorso (XX°!): con la sceneggiatura di Andrei Končalovskij, il regista e pittore russo Rustam Chamdamov, non finì di girare  il film Le gioie casuali (o:  Verità fortuite),  poiché pare non rispettò affatto la sceneggiatura e perciò fu estromesso e diffidato dal continuarlo; ma sulla  traccia di questo film un altro regista russo Nikita Michaijkov (fratello minore dello sceneggiatore), girò nel 1975 il film Schiava d’amore; questo film tratta della dis/avventura di una troupe cinematografica che si trovava in Crimea,  dove era in corsa una spietata lotta fra bianchi e rossi, per realizzare un film che avrebbe avuto quel titolo; ed è  in questo evento bellicoso  che si innesta la vita sentimentale, privata ed artistica, della prima attrice-eroina di questo film, che allude alla vita di  Vera Cholodnaja. Per quanto riguarda il problema dei due registi russi, questo mi fu riferito in primavera (2011) a Roma da un regista cinematografico italiano “irregolare” molto noto (che a Mosca incontrò il secondo dei due, ma ebbe l’informazione da una terza persona). Egli non ha voluto che io, qui, facessi il suo nome! ////// (Riporto una annotazione – ai margini di p. 9 del testo  in cirillico delle poesie del poeta – della slavista Claudia Scandura dal Corso su Mandel’štam (1974-75) che riprende un verso della poesia Cinematografo: “ Così comincia il dozzinale/romanzo della leggiadra contessa” : “Romanticismo dozzinale… (ЛУБОЧНЫЙ РОМАНТИЗМ)…. ЛУБОK era la corteccia di betulla  su cui i contadini nel ‘600 e ‘700 dipingevano le immagini delle feste e che vendevano in ceste di tiglio. E che l’inizio del cinema è legato al baraccone e alla fiera”).

La corteccia di betulla già gli antichi slavi usavano per dipingere o per iscrizioni; mentre le ceste possono essere sia di tiglio che di betulla; l’uso di questa corteccia è diffuso anche nell’800.

“Sull’attrice  vi sono informazioni esaurienti in: “eSamizdat 2005 (III) 2-3 pp. 133-149, “Divismo e morte nel cinema russo degli anni Dieci-I funerali di Vera Cholodnaja“- di Andrea Lena Corritore”.

*

osip mandel'stam 2

osip mandel’stam

La poesia, ignota ai più, di Mandel’štam che dà a Ripellino il pretesto di scrivere sul cinema muto russo ha il titolo di «Cinematografo» (pag. 79 del Corso):

Osip Mandel’štam

Cinematografo. Tre panche.
Febbre sentimentale.
Un’aristocratica e ricca
nelle reti di una ribalda rivale.

Non si può trattenere il volo dell’amore:
ella di nulla è colpevole!
Con abnegazione, come un fratello,
amava il luogotenente della flotta.

Ed egli oggi vaga nel deserto –
figlio adulterino del brizzolato conte.
Così comincia il dozzinale
romanzo della leggiadra contessa.

E con frenesia, come gitana,
ella contorce le mani.
Commiato. Furiosi suoni
di un tartassato pianoforte.

Nel petto fiducioso e debole
c’è ancora abbastanza coraggio
per sottrarre importanti carte
per lo stato maggiore del nemico.

E per il viale di castagni
un mostruoso motore si precipita,
stride il nastro, il cuore palpita
più febbrile e più allegro.

In abito e sacco di viaggio,
nell’automobile e nel vagone,
ella teme soltanto l’inseguimento,
estenuata da un secco miraggio.

Ma quale amara sciocchezza:
il fine non giustifica i mezzi!
A lui – il retaggio paterno
e a lei – la fortezza a vita.

(1913)

*

traduzione di Angelo Maria Ripellino e suo commento alla poesia «Cinematografo» (pag. 80 dei miei appunti) :

[ È una parodia dei soggetti dei film svenevoli dell’epoca 1912-13, dell’inizio del secolo che erano ugualmente smancerosi e banali in tutte le cinematografie del mondo e notevolmente in quella russa, che in parte si specchiava su quella italiana. Ci riferiamo in un’epoca in cui la stessa parola cinematografo era contestata, si diceva bioscop, biograf, illusione. Questa poesia secondo una critica di Gumilëv rispecchia:” il romanticismo dozzinale dei soggetti cinematografici dell’epoca”. Basta elencare qualche titolo a caso per farsi un’immagine del cinema di allora e di come Mandel’štam lo rifletta precisamente. Per esempio: Una storia fra tante, 1912: una povera sartina diventa cocotte; Il calice della vita e della morte, 1912 : una ragazza di famiglia intellettuale perisce sedotta da un conte. Sui lastroni di pietra, 1913 : una povera modista vittima della città.  Seguono: E tutto è stato pianto, deriso ed infranto; Il marchio delle passate passioni, 1913; La vita com’è, 1913; La passione dilettosa; Da tempo sono fioriti i crisantemi in giardino, 1916; Eppure la felicità era così possibile; Concedimi questa notte   Il cinema di allora ha suscitato diverse poesie; i diari del poeta Aleksandr Blok sono continuamente segnati da questa parola cinematografo, egli dice:

               Il cinematografo è oblio, l’arte è ammonimento.

     Andreev scrive nelle Lettere sul teatro:

Meraviglioso cinema! Sa l’alta  e suprema e santa finalità dell’arte che è di creare una comunione tra gli uomini e le loro anime solitarie, quale enorme infinito social-psicologico compito è dato da realizzare a questo artistico apache del nostro tempo. Che cosa sono accanto al cinema: la navigazione aerea, il telegrafo, il telefono, la stessa stampa, questo piccolo strumento portatile, che si può mettere in una scatolina, si può mandare per tutto il mondo  con la posta, ed è meglio della comune gazzetta   

 Qui Mandel’štam gioca sul dramma salottiero del cinema di allora, dove ricorrevano continuamente baroni, baronesse, conti che avevano poi straordinarie, terribili notti, sempre nelle alte sfere, palazzine aristocratiche, ricchi saloni borghesi, studi di scultori cattivi, mobili sfarzosi, fiori esotici; e costoro si innamoravano, coltivavano amanti, uccidevano rivali; gli attori recitavano con gli sguardi fissi nel vuoto, con lunghe pause, proprio mostrando se stessi. Tutto accadeva nelle alte sfere perché questo attraeva un’umanità desiderosa di migliorare il proprio stato.]

*

mandel'stam foto segnaletica nel lager 1938

mandel’stam foto segnaletica nel lager 1938

Ecco, questo è l’imput originario di Brodskij della famosa poesia su Troia ed Elena.  Qui, da questa poesia di

Osip Mandel’štam

Insonnia. Omero. Le vele tese.
Io ho letto sino a metà l’elenco delle navi:
questa lunga nidiata, questo treno gruesco
che sopra l’Ellade un tempo si è levato.

Come un cuneo di gru in confini (contrade) stranieri –
sulle teste dei re c’è la schiuma divina –
ma dove navigate? Se non ci fosse Elena,
a che servirebbe Troia da sola, uomini achei?

E il mare, e Omero – tutto questo è mosso dall’amore.
Chi devo ascoltare? Ed ecco, Omero tace,
e il mare nero, perorando, risuona
e con un pesante tonfo si avvicina al capezzale.

(agosto 1915)

Commento di Ripellino a questa poesia di Osip Mandel’štam:

[ È straordinaria l’estrema densità con cui viene concentrato in 3 quartine tutto l’intreccio dell’intera Iliade. E dentro di questo, tutta una sintesi di epoche, di cicli, di culture come fa sempre Mandel’štam. Ed è una lettura del II° libro dell’Iliade, del catalogo delle navi, di Omero fatta prima di dormire, per vincere l’insonnia. E alla fine l’insonnia è vinta, perché il mare nero si alza, come un personaggio, perorando, rumoreggia e giunge sino al capezzale.

   Un poeta acmeista dell’emigrazione, G. Adamovič, forse esagerando, ha scritto che:

“Una simile musica non c’è mai stata in nessun poeta dai tempi di Tjutčev, e tutto quello che ricordi a paragone ti sembra acquerugiola”.

Notare la languida atmosfera di sonnolenza, questo semi-veglia, questo senso soporifero, il sonno che diventa come il mare, e poi questa domanda: ”Dove navigate?”. È un’inserzione colloquiale tipica degli acmeisti che subito rompe l’aspetto austero della poesia, che è continuamente spezzata da questa domanda, e poi dall’ultimo verso:

Troia, a che vi servirebbe, se non ci fosse Elena? 

Qui è la modernità della Poesia.]

Antonio sagredo teatro politecnico-1974

teatro Politecnico 1974, Antonio Sagredo

Antonio Sagredo (pseudonimo Alberto Di Paola), è nato a Brindisi nel novembre del 1945; vissuto a Lecce, e dal 1968 a Roma dove  risiede. Ha pubblicato le sue poesie in Spagna: Testuggini (Tortugas) Lola editorial 1992, Zaragoza; e Poemas, Lola editorial 2001, Zaragoza; e inoltre in diverse riviste: «Malvis» (n.1) e «Turia» (n.17), 1995, Zaragoza.

La Prima Legione (da Legioni, 1989) in Gradiva, ed.Yale Italia Poetry, USA, 2002; e in Il Teatro delle idee, Roma, 2008, la poesia Omaggio al pittore Turi Sottile.

Come articoli o saggi in La Zagaglia:  Recensione critica ad un poeta salentino, 1968, Lecce (A. Di Paola); in Rivista di Psicologia Analitica, 1984, (pseud. Baio della Porta):  Leone Tolstoj – le memorie di un folle. (una provocazione ai benpensanti di allora, russi e non); in «Il caffè illustrato», n. 11, marzo-aprile 2003: A. M. Ripellino e il Teatro degli Skomorochi, 1971-74. (A.   Di Paola) (una carrellata di quella stupenda stagione teatrale).

Ho curato (con diversi pseudonimi) traduzioni di poesie e poemi di poeti slavi: Il poema :Tumuli di  Josef Kostohryz , pubblicato in «L’ozio», ed. Amadeus, 1990; trad. A. Di Paola e Kateřina Zoufalová; i poemi:  Edison (in L’ozio,…., 1987, trad. A. Di Paola), e Il becchino assoluto (in «L’ozio», 1988) di Vitězlav Nezval;  (trad. A. Di Paola e K. Zoufalová).

Traduzioni di poesie scelte di Katerina Rudčenkova, di Zbyněk Hejda, Ladislav Novák, di Jiří Kolař, e altri in varie riviste italiane e ceche.

Recentemente nella rivista «Poesia» (settembre 2013, n. 285), per la prima volta in Italia a un vasto pubblico di lettori: Otokar Březina- La vittoriosa solitudine del canto (lettera di Ot. Brezina a Antonio Sagredo),  trad. A. Di Paola e K. Zoufalová. È uscito nel 2015, per Chelsea Editions di New York, Poems Selected poems. Dieci sue poesie sono presenti nella Antologia di poesia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Roma, Progetto Cultura, 2016)

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POESIE SU PERSONAGGI STORICI MITICI O IMMAGINARI – DUE POESIE di Anna Ventura “La vergine di Norimberga” “Torquemada ” con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale

 

anna ventura anna ventura

Anna Ventura copertina tu quoqueAnna Ventura è nata a Roma, da genitori abruzzesi. Laureata in lettere classiche a Firenze, agli studi di filologia classica, mai abbandonati, ha successivamente affiancato un’attività di critica letteraria e di scrittura creativa. Ha pubblicato raccolte di poesie, volumi di racconti, due romanzi, libri di saggistica. Collabora a riviste specializzate ,a  quotidiani, a pubblicazioni on line. Ha curato tre antologie di poeti contemporanei e la sezione “La poesia in Abruzzo” nel volume Vertenza Sud di Daniele Giancane (Besa, Lecce, 2002). È stata insignita del premio della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ha tradotto il De Reditu di Claudio Rutilio Namaziano e alcuni inni di Ilario di Poitiers per il volume Poeti latini tradotti da scrittori italiani, a cura di Vincenzo Guarracino (Bompiani,1993). Dirige la collana di poesia “Flores”per la  Tabula Fati di Chieti.

Suoi diari, inseriti nella Lista d’Onore del Premio bandito dall’Archivio nel 1996 e…

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Kjell Espmark, POESIE SCELTE da “Quando la strada gira” (1993), “Illuminazioni” e da “Lo spazio interiore” (2014) – “La tradita: solo un contorno senza forza”, “A fianco del suo banco c’è il banco”. Traduzione di Enrico Tiozzo, con una Nota critica di Giorgio Linguaglossa

Kjell Espmark (1930) è tra i maggiori scrittori svedesi della sua generazione. La prima pubblicazione di poesia avviene nel 1956. È anche saggista, romanziere e drammaturgo, ha al suo attivo una sessantina di volumi che gli sono valsi la cattedra di Letterature comparate all’Università di Stoccolma, la cooptazione nell’Accademia di Svezia – dove ha ricoperto per un lungo periodo l’incarico di presidente della commissione Nobel – e una grande quantità di premi nazionali e internazionali. fra le opere più note ritroviamo libri come Vintergata (2007), Det enda nödvändiga – Dikter 1956-2009 (2010) e la sua autobiografia, dello stesso anno, I ricordi mentono, tradotto e pubblicato in Italia nel 2014. Con Aracne ha pubblicato il romanzo L’oblio. Sempre con Aracne ha pubblicato Lo spazio interiore, opera con la quale ha vinto il Premio Letterario Camaiore 2015 – Sezione Internazionale.

kjell_espmark_5Nota critica di Giorgio Linguaglossa

Il problema è che «Non si dà la vera vita nella falsa», così hanno sintetizzato e sentenziato Adorno e Horkeimer ne la Dialettica dell’Illuminismo (1947), in un certo senso contrapponendosi nettamente alle assunzioni della analitica dell’esserci di Heidegger, secondo il quale invece si può dare l’autenticità anche nel mezzo di una vita falsa e inautentica adibita alla «chiacchiera» e alla impersonalità del «si». Il problema dell’autenticità o, come la definisce Kjell Espmark, l’«esistenza falsificata», è centrale per il pensiero e la poesia europea del Novecento. Oggi in Italia siamo ancora fermi al punto di partenza di quella staffetta ideale che si può riassumere nelle posizioni di Heidegger e di Adorno-Horkeimer i quali, nella loro specularità e antiteticità, ci hanno fornito uno spazio entro il quale indagare e mettere a fuoco quella problematica. La poesia del Novecento europeo ne è stata come fulminata, ma non per la via di Damasco – non c’era alcuna via che conducesse a Damasco – sono state le due guerre mondiali e poi l’ultima, quella fredda, combattuta per interposte situazioni geopolitiche, a fornire il quadro storico nel quale situare quella problematica esistenziale. Quanto alla poesia e al romanzo spettava a loro scandagliare la dimensione dell’inautenticità nella vita quotidiana degli uomini dell’Occidente. È interessante andare a computare la topologia della poesia di Espmark; di solito si tratta di interni domestici ripresi per linee diagonali, sghembe e in scorcio; le storie esistenziali sono quelle della grande civiltà urbana delle società postindustriali; le vicende sono quelle del privato, quelle esistenziali, vicende sobriamente prosaiche di una prosaica vita borghese; non c’è nessuna metafisica indotta, ma un domesticità e una prosaicità dei toni e delle situazioni Potremmo definire questa poesia di Espmark come una sobria e prosaica epopea dell’infelicità borghese del nostro tempo post-utopico. Emerge il ritratto di una società con Signore e Signori alla affannosa ricerca di un grammo di autenticità nell’inautenticità generale. Qui da noi nel secondo Novecento hanno tentato questa direzione di sviluppo della poesia Giorgio Caproni con Il conte di Kevenhuller (1985) e Franco Fortini con Composita solvantur (1995), da diversi punti di vista e con opposte soluzioni, ma sempre all’interno di un concetto di resistenza ideologica alla società borghese, la dimensione esistenziale in sé era estranea a quei poeti come alla cultura italiana degli anni Settanta Ottanta. Per il resto, quella problematica esistenziale che balugina in Espmark, da noi è apparsa per fotogrammi e per lacerti, in modo balbuziente e intermittente, qua e là. Più chiaramente quella problematica è presente nella poesia italiana del Novecento presso i poeti non allineati, in Alfredo De Palchi con Sessioni con l’analista (1967), in Helle Busacca con la trilogia de I quanti del suicidio (1972) ; in chiave interiorizzata, in Stige di Maria Rosaria Madonna (1992); in chiave stilisticamente composta in Giorgia Stecher con Altre foto per album (1996). Ma siamo già a metà degli anni Novanta. In ambito europeo è stato il tardo modernismo che ha insistito su questa problematica: Rolf Jacobsen con Silence afterwards (1965), Tomas Tranströmer con 17 poesie (1954) e, infine, Kjell Espmark con le poesie che vanno dal 1956 ai giorni nostri. Si tratta di un ampio spettro di poeti europei che hanno affondato il bisturi sulla condizione umana dell’uomo occidentale del nostro tempo. Presentiamo qui una scelta delle poesie del poeta svedese Kjell Espmark nella traduzione di Enrico Tiozzo, lasciando alle poesie la diretta suggestione di quanto abbiamo appena abbozzato.

foto segnali stradaliPossiamo paragonare la poesia di Espmark ad una fotografia asimmetrica, dove non c’è un baricentro, non c’è un equilibrio, ma disequilibrio, frantumi, frammentazioni. Dove ci sono segnali stradali, nebbie che si intersecano con fumi di ciminiere e gas di scarico delle automobili, dove lo spazio verticale è ripreso orizzontalmente. Il vero segreto dell’arte contemporanea è il disequilibrio… magari invisibile ma pervasivo, che si diffonde in tutte le direzioni, come micro fratture che minano dall’interno anche il materiale più resistente. Il disequilibrio, l’estraneità, il perturbante, l’unheimlich, il rimosso, l’inaudito, l’equivoco, la crisi esistenziale vista dal vivo dei personaggi fanno parte integrante della poesia di Espmark.

Abbiamo bisogno di una poesia che abbia nei suoi ingredienti di base quelle «cose» che Lucio Mayoor Tosi ha chiamato con una brillante definizione il “fermo immagine”, il “girare intorno all’oggetto”, la frantumazione, la «fragmentation»; ed io aggiungerei, la sovrapposizione e l’entanglement delle immagini e dei frammenti. Il mondo globale ha prodotto e messo in circolo una miriade di frammenti incomunicabili. Quei frammenti siamo noi. Siamo frammenti de-simbolizzati. Siamo diventati Altro. Utilizzare e assimilare questi frammenti è un atto di vitale importanza non solo per la poesia ma anche per il romanzo. Infatti, ho fatto due nomi di romanzieri che hanno scritto romanzi a partire dalla raccolta di frammenti: Orhan Pamuk e Salman Rushdie. I poeti italiani sembrano alieni da questa impostazione delle problematiche del «poetico». Però, in questi ultimi anni del nuovo millennio sembra configurarsi una nuova sensibilità per la poesia che abbia il suo punto centrale nella problematica dell’esistenza. Non è un caso che questa problematica sia al centro delle riflessioni di questa rivista. Anche in Italia qualcosa sembra muoversi.
Utilizzare i “frammenti” significa piegare la sintassi e la fonetica alla «natura» dei frammenti, cambiare il modo stesso di costruzione del verso libero modulato sull’antico calco endecasillabico, significa fare i conti con un nuovo concetto di “spazio” e di “tempo” metrico, significa la velocizzazione del lessico, e il suo rallentamento…

kjell espmarkLeggiamo questa poesia dello svedese Kjell Espmark nella traduzione di Enrico Tiozzo. Me l’ha mandata il grande traduttore dallo svedese. Leggiamola. E osserviamo le frasi sincopate, i repentini cambi di marcia, le impennate delle analogie, le perifrasi interrotte; i punti di vista che si intrecciano e si accavallano, i fermi immagine, le riprese etc.
Voglio dire che qui abbiamo qualcosa di nuovo come impianto di una struttura, una struttura in versi liberi che perde continuamente il proprio baricentro, che perde l’equilibrio, e che proprio grazie a questa continua perdita di equilibrio metrico e sintattico, paradossalmente, la poesia riesce a mantenersi in un assai precario e nuovo equilibrio. Ecco, questo è un esempio del modo di scrivere una poesia assolutamente moderna.

Ella è dunque stata un’altra per otto anni
senza saperlo.
Ogni giorno c’è stato un equivoco.
Si aggrappa al lavandino. La stanza da bagno vira di bordo.
L’inaudito non è nel guardare all’improvviso
in un entusiasmo inflessibile come quello degli insetti.
L’inaudito è vedere un pomeriggio
scambiati otto anni della propria vita.
I figli l’hanno saputo. E sono stati risparmiati. Questo amore
è appartenuto a tutta la cerchia dei conoscenti
una comunanza piena di antenne vaganti.
Solo lei ne è rimasta fuori.
II prezzo per la calma di tutti splendenti come maggiolini
è la sua esistenza falsificata.
Ella guarda il volto trasparente nello specchio.
È del tutto estraneo.
Le mani che diventano bianche intorno al lavandino
non più del suo proprio biancore
non sono sue. Lei non può trattenersi.
E vomita tutti i ricordi menzogneri:
questo volto semichiaro su di lei
sciolto in desiderio e assicurazioni
la sua repentina giovinezza – una gita sulla neve e risate
questi momenti maturi nel cerchio di luce del tavolo da pranzo
quando la voce di lui rendeva reale l’appartamento.
Ella vomita tutta questa vita falsa
queste giornate dal tanfo di gusci di gambero.

*

E adesso, un inedito in italiano che fa parte di una raccolta che sta per andare in stampa per Aracne con il titolo di La creazione con una mia prefazione e la traduzione di Enrico Tiozzo:

Trovai sì l’ombra del mio amato
ma brancicò sopra di me
senza riconoscermi.
Allora passai la goccia di sangue sulle sue labbra,
l’ombreggiatura più scura che erano le sue labbra,
e lui stupì –

La mia mano che mano più non era
prese la sua che ancora era ombra.
E cominciammo a salire su nel buio.
Ad ogni gradino noi creammo
un pezzo dell’altro – un contorno noto,
gli occhi che un giorno scelsero l’altro.
Sì, dalle carezze ci nacquero sessi noti.

Vicino alla luce alla fine della scala,
alitato il respiro l’un nell’altra
rimanemmo fermi sopra un gradino
che doveva dirci qualche cosa:
spingi indietro la tua immagine dell’altro
e lascia che l’altro sia l’altro.
Stupiti ci fermammo,
prima che la creazione si compisse,
per imbrigliare il bisogno di riconoscere.
Ed era la sera del sesto giorno.

da Lo spazio interiore, traduzione di Enrico Tiozzo (Aracne, 2014)

La tradita: solo un contorno senza forza

Lei è dunque stata un’altra per otto anni
senza saperlo.
Ogni giorno c’è stato un equivoco.
Si aggrappa al lavandino. La stanza da bagno vira di bordo.
L’inaudito non è nel guardare all’improvviso
in un entusiasmo inflessibile come quello degli insetti.
L’inaudito è vedere un pomeriggio
scambiati otto anni della propria vita.
I figli hanno saputo. E sono stati risparmiati. Questo amore
è appartenuto a tutta la cerchia dei conoscenti
una comunanza piena di antenne pendolanti.
Solo lei ne è rimasta fuori.
Il prezzo per la calma di tutti splendente come maggiolini
è la sua esistenza falsificata.
Si guarda il volto trasparente nello specchio.
È del tutto estraneo.
Le mani che diventano bianche intorno al lavandino
non più del suo proprio biancore
non sono sue. Lei non può trattenersi.
E vomita tutti i ricordi menzogneri:
questo volto semichiaro su di lei
sciolto in desiderio e assicurazioni
la sua repentina giovinezza – una gita sulla neve e risate
questi momenti maturi nel cerchio di luce del tavolo da pranzo
quando la voce di lui rendeva reale l’appartamento.
Lei vomita tutta questa vita falsa
questi giornate dal tanfo di gusci di gambero.
Infine siede sul pavimento del bagno
del tutto messa a nudo. Nulla è rimasto degli otto anni.
Solo il sapore di metallo in bocca.
Dovete restituirmi i miei anni!
I bambini se la cavano, inaspettatamente adulti, imbarazzati
dalla retorica, da questi resti di disperazione
che nemmeno ha parole proprie.
E gli occhi dei vicini nelle maioliche del bagno!
Lei siede avvolta intorno al suo vuoto doloroso.
Cerca di proteggere la sua povertà con la schiena contro tutti quelli che hanno saputo.
A fianco del suo banco c’è il banco

Lei ascolta con tutto il corpo.
Le labbra dell’insegnante si muovono. E lei sente
ma manca tuttavia le sue parole di qualche millimetro
come quando si cerca di prendere una pietra nell’acqua.
C’è un altro mondo, a un palmo di distanza dal suo.
Proprio vicino alla carta della Svezia
pende una carta sulla Svezia –
stesse città e stessi lembi di laghi
stessi campi gialli e verdi
eppure un regno irraggiungibile che risplende.
Adesso discutono, si muovono le bocche.
Certo lei sente. Ma ciò che si dice veramente
passa scoppiettando oltre le sue orecchie
verso chi abita nel paese giusto.

Eppure li può catturare nella pausa
quando raffreddata racconta come presero il padre
che lottava, tirato in ogni direzione.
E la madre che cercava di nascondersi tra le mani.
Tutto viene venduto per venti risate cianciate.
Racconta a gambe aperte, con le calze calate.

Ma nulla viene tolto al suo successo.
Quando poi prende posto nella loro conversazione
incontra quel diaframma sottile
che separa il mondo dal mondo
e quel sorriso che fa così male
perché è fatto per non essere notato.
Se potesse infiltrarsi nella loro Svezia
e cautamente sedersi in mezzo a loro
allora la sedia non diventerebbe una sedia
e lei stessa non diventerebbe reale?
Un passo a lato, non servirebbe di più.
Ma non trova neanche una parola per quel passo.
E la classe sa: lei non la troverà mai.
La lingua tra queste quattro mura
sente la sua vita che verrà.
Lei può lottare fino a smembrarsi tirata in ogni direzione.
In questa grammatica gentilmente inflessibile
ciascuno ha il suo posto finale.

foto vuoto con due sedieda Quando la strada gira trad. Enrico Tiozzo, Ed Bi.Bo.1993

Impromptu

È un giorno esploso in pezzi.
Abbiamo litigato da annerire l’intonaco
ma abbiamo ritrovato la strada
verso di te, verso di me.
Mi sollevo un po’ in modo che la pelle sudata
frusciando si stacchi dalla pelle
e metto il mio cuore al posto giusto nel tuo:
un piatto di terracotta sopra all’altro.

La finestra è aperta: maggio è blu.
Nella trave sopra noi avanza
la morte un millesimo di pollice, con uno schiocco.
Ma il ciuffolotto rosso sul ramo nudo
canta, canta.
Il piumaggio del petto si muove nel vento.
Quanto più grande è il canto
del corpo tremante!

L’apocalisse silenziosa

Da oblio e indifferenza
vengono i quattro cavalieri
così lisi da secolari riproduzioni
che gli stanchi lineamenti
si possono prendere per pieghe della carta.
I loro zoccoli così silenziosi che la rugiada è intonsa,
il rumore discreto come il russare di un rondinino.

Il primo agita una frusta di paglia
e il verde della giungla si fa bianco.
Il secondo immerge il suo bastone nel fiume
e i pesci affiorano con la pancia all’aria.
Il terzo tira una freccia contro lo spazio
e una luce ignota filtra per la ferita
meravigliato si guarda il braccio che si macchia.
Il quarto apre il suo sacco sulle case
e i molti si accoppiano, ciecamente come mosche,
per riempire la terra ancora e ancora.

Adesso i quattro corrono per la strada del villaggio,
silenziosi come una nuvolea di polvere.
La nostra lingua
può a malapena vederli e fiutarli.
Solo il sonno ha parole
per ciò che a lungo abbiamo attesa
ma che non osiamo riconoscere.
Il dormiente fa un gesto
come per festeggiare o per difendersi
e senza accorgersene cessa di respirare.

.
Illuminazioni

1.
Stavo davanti alla cattedrale contadina di Lau,
ho aperto di un dito la porta,
preparato al bianco fresco della stanza
e sono impietrito. Forse era l’acustica
e le voci dei visitatori insieme con la fessura –
io non ho alcun bisogno di spiegazioni.
Ma tutta la chiesa era una potente bocca
mormorante di voci di angeli.
non c’era alcuna misericordia in quella musica.

2.
I bambini siedono uno di fronte all’altro,
stranamente bianchi
in una stanza bianca davanti a un pianoforte bianco.
È la nostra sala da pranzo e tuttavia non lo è.
I loro capelli sono così chiari che lo sguardo non li regge
essi ridono bassi e acuti
inaspettatamente si accordano.
Anche la musica sembra bianca.
I bambini possono avere quindici e dodici anni.
Difficile decidere
perché non pesano niente
e l’immagine nega un contesto.
Ma c’è qualcosa di strano nella luce.
È troppo chiaro
anche per queste finestre alte.
Allora si vede come le carte bianche alle pareti
scuriscono nei bordi estremi, s’accartocciano
e fanno passare una fiamma, sempre più.

3.
Con il manico del mio ombrello colante
batto sul sarcofago
e ti invito ad uscire
dalla terza fila
nel sotto Escorial.
Silenzio. La pioggia lassù.

Capisco che mi aspetti
nel tuo regale studio.
La scala serpeggia attraverso gli anni.
Il tuono si raccoglie prima della visita.

4.
In mezzo alla vita questa porta nella tappezzeria:
deve esserci sempre stata
sebbene non ce ne siamo mai accorti.
La apro
– il rumore è come quando si strappa un lenzuolo –
e l’odore di anni inibiti esce con la muffa.
Là dietro c’è una donna mummificata
in una stanza più piccola di un armadio.
I suoi occhi cono al di là di ogni conversazione,
la figura sfocata delle tele di ragno.
Le labbra rugose sussurrano,
bianche di rabbia:
– Non potevi lasciarmi morire!

5.
Siedo sulla scala e «mi» rado.
L’acero che nasconde la strada e il mondo
è un litigioso romanzo russo
in cui c’è la storia di tutto il podere.
Nel capitolo di oggi c’è qualcosa in giuoco.

Tolgo uno strato di schiuma e barba:
non c’è alcun volto dietro.
Devo accettarlo
come la mancanza di un contatto linguistico
con la rondine che proprio ora va sotto il cornicione:
un arco jet che atterra su una stazione di lavaggio auto
ma non vuole accettare una metafora.

È presto, è prima del testo.
Le betulle sono attraversate dalla luce.
È così chiaro che il verde dell’erba si arrende.

«Solo se tu rinunci al tuo nome
puoi uscire fuori nel paesaggio.»

Il cerfoglio vaga, una possibile salvezza.
«Hai solo alcuni minuti di tempo».
Il coniglio nell’erba sta fermo,
la sua gola pulsa:
dice di no ad ogni intervista.

6.
Questo è prima dei ludi gladiatori
e siamo ancora nel Foro.
La colonna dei prigionieri ebrea
nell’arco di Trionfo di Tito
trema e sussurra come uno sciame d’api
aggrappato durante un atterraggio di scalo.
Ma ciò che mi ha catturato
è il pezzo di capitello sul terreno:
la sua cesellata foglia d’acanto
esce fuori dalla pietra e inverdisce.
Io sto nell’ombra un po’ aromatica
e leggo un testo che non è mai stato scritto.

7.
Nessuno racconta impunemente
delle armate segrete imperiali a Xi’an.
Un guerriero stracciato mi viene a cercare
insieme con il mio sodale Bei Dao.
La sua voce è rotta, il pensiero è rotto
e cade l’argilla rotta intorno a lui
ma mi viene incontro tuttavia con dignità
e fa segno con la sua mano grigia
che sono chiamato al regno dell’imperatore.
Come se non avesse avuto quel regno con sé!
Ci sono spacchi sul cielo e nelle strade.
Gli amici intorno a me
parlano il nostro venato quotidiano
con polvere di creta che scende dalla bocca.
Uno spacco corre attraverso lo specchio.
Non si riesce a vedere se è nel vetro
o nel mio occhio grigio di creta.

da L’altra vita Edizioni del Leone, 2003 trad. Enrico Tiozzo

È il minuto dopo le rondini.
In una lenta panoramica sono costretto
a staccare me stesso da me.
La sera si libera delle foglie di betulla,
ognuna incisa da un maestro,
e si fa fonda.
Nega l’odore del concime e il canto delle zanzare
e si fa fonda.
Si libera degli sfarfallii del pipistrello
e si fa fonda.
Si libera anche della prima sdrucciolevole
battuta dell’usignolo
e si fa fonda.
Dice così di no all’ultimo grigio rosseggiante
e si fa fonda.
Adesso non esiste più niente
che questa profonda assenza. Infine
il profondo si libera del profondo.
Ed esiste

 

Rinascita

Abbiamo lasciato la barca senza ormeggio
e vacillando siamo andati verso l’isola scabra
con le teste ronzanti. Un preistorico mare
è scomparso tra gli alberi. Siamo caduti sull’erba
in mezzo al sole. La radura si è spenta, rossa.
L´ultima cosa che ho visto era la tua gola vibrante.

Prima si forma il ronzio delle mosche, poi la luce.
Con occhi socchiusi vediamo il mondo rinnovarsi.
Il vento riempie gli alberi di foglie.
Tu ridi perché c’è l’erba.
La libellula si alza, scende, si alza.
E mille anni sono passati.

 

enrico tiozzo

enrico tiozzo

Enrico Tiozzo è nato a Roma, dove si è laureato nel 1970 con una tesi sulla ricerca di Dio in Pär Lagerkvist, pubblicata lo stesso anno da Bulzoni. Da oltre trent’anni è professore ordinario di Lingua e letteratura italiana presso l’Università di Göteborg, in Svezia. È autore di numerosi studi sulla letteratura italiana del Novecento (Bonaviri, Bertolucci, Sciascia) e sulla lirica svedese contemporanea (Espmark, Forssell, Tranströmer). A partire dagli anni Settanta ha collaborato alle pagine per la cultura prima dei quotidiani “Il Tempo” e “Il Messaggero” di Roma, e successivamente a quelle del “Dagens Nyheter” di Stoccolma. Attivo anche come traduttore, è stato premiato nel 2003 dall’Accademia di Svezia per la qualità del suo lavoro. Tra le sue opere piú recenti figura Il premio Nobel e la letteratura italiana (Catania, La Cantinella, 2002).

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POESIE SCELTE del poeta indiano Vivek Tandon (1959) che vive a Calcutta, traduzione di Gabriella Kuferzin – “La forza della lingua inglese a macchia di leopardo” “L’inglese indianizzato di Vivek Tandon” Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa [Prima traduzione in italiano]

città Historische Halle mit Cloud Cities, Foto © Friedhelm Denkeler 2011.

Vivek Tandon è l’autore di Climbing the Spiral (poesie), pubblicato sotto la guida di Nissim Ezekiel e Dom Moraes.  Il suo libro Mappa di Mumbai di un cieco, un thriller per lettori dai 10 anni in su, è stato pubblicato da Scholastic India. L’autore premio Booker Prize Roddy Doyle (Paddy Clarke ah ah ah!) dice: “mi è piaciuto molto … La città, come luogo, come un mix, come una cosa caotica ma gloriosa, era molto ben descritta. E mi è piaciuto il finale. “

La sua opera teatrale Lo yoga del sesso, del matrimonio e dell’amore ha vinto il premio Wallace Charles. Vivek è stato selezionato dal Royal Court Theatre come drammaturgo per il loro prestigioso International Residency Programme a Londra.

Ha lavorato come attore a Mumbai, a Prithvi, NCPA Experimental ed in altri teatri, e canta con il famoso coro Paranjoti di Mumbai. Attualmente Vivek sta lavorando ad una sceneggiatura per un film così importante che forse non si farà mai…

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Ho conosciuto Vivek Tandon durante un incontro di poesia internazionale che si è tenuto a Calcutta il mese di gennaio del 2016, in uno scalcinato Hotel al centro di Calcutta, dove erano convenuti tantissimi poeti dell’India e dei paesi limitrofi oltre a una poetessa israeliana. Ero in compagnia di Steven Grieco-Rathgeb. Con grande fatica tentavo di capire il loro modo di parlare l’inglese così ricco di accenti e di suggestioni locali. Mi colpiva molto il loro modo di mangiare con le mani, tipico dei musulmani, e la magnifica sporcizia dappertutto, sontuosa e regale, compresi i piccoli scarafaggi della stanza e le scimmie che si arrampicavano fino al quinto piano dove ero alloggiato e che andavano a caccia della biancheria intima. Steven mi avvertì subito di non stendere le mutande di fuori al balcone perché me le avrebbero portate via le scimmie, evidentemente ghiotte di tali indumenti. Vivek parlava ad una velocità eccezionale, fermandosi di quando in quando come arrestato dalla Wehrmacht, e poi riprendeva il suo fiume di parole. Io oscillavo tramortito. E non si capacitava che non riuscissi a seguirlo a quella velocità infernale. Un giorno, mi porge delle sue poesie in inglese (misto a dialetto punjab) ed io ne rimango folgorato. Quella rapidità del suo eloquio era la medesima rapidità delle sue poesie. Velocissime, a zig zag, che andavano per frammenti, per interruzioni, claudicanti, stralunate, briose, bizzose, ariose che andavano a strappi e a inconseguenze semantiche e sintattiche. Ne restai folgorato, le diedi a Steven Grieco Rathgeb il quale assentì, dicendo che era incredibile come questo modo di scrivere oggi in auge nell’Occidente più evoluto e colto fosse presente anche lì, a Calcutta. Così mi presi la briga di farlo conoscere al pubblico italiano, e, tramite Flavio Almerighi, ho chiesto di farle tradurre da Gabriella Kuferzin. Il risultato mi sembra eccellente, anche per via della sontuosa difficoltà a tradurre un tipo di poesia intimamente intrisa di dialetto punjab e così scombiccherata da far venire i brividi di allergia. Per una poesia, l’ultima, mi sono cimentato io nella traduzione che, spero, i cultori dell’eloquio inglese mi perdoneranno.

Vivek è un poeta sui generis, non è affatto sperimentale come lo intendiamo noi in Italia, è semplicemente originale, ma non è la ricerca dell’originalità che lo fa poeta quanto il suo modo di essere indiano del Punjab nella lingua inglese; di qui le striature e le fenditure impresse alla lingua inglese e quell’ironia tipicamente indiana con tanto di deismo indiano. Si fa evidente qui la forza impressionante della lingua inglese, capace di adattarsi ai continenti più dissimili, il suo comportamento a macchia di leopardo, il suo sopravvivere a se stessa in ogni parte del mondo. La forza della poesia di Vivek Tandon è la forza del suo inglese indianizzato. A suo cospetto i tentativi di apparire originali degli autori italiani sa tanto di muffa di sagrestia e di chierichetti. La forza di una lingua non la può inventare un poeta, ma è la lingua stessa che ha quella forza, un poeta può al massimo prenderla in prestito.

Penso ai timidi tentativi dei parolieri italiani che tentano di fare poesia a far luogo dalla poesia edulcorata di un Sandro Penna o dallo sperimentalismo telefonato di un Edoardo Cacciatore.

Sono dell’idea che dopo questa lettura dovremmo rivedere i nostri mini canoni e i nostri mini calcoli poetici.

Vivek Tandon 11 sett. 2015

Vivek Tandon 11 sett. 2015

Poesie di Vivek Tandon

 Lungvaje, Chapter I

(With Appalgies to my rispactdd P’raantan)

i.
when i was little
i knew the meaning of ‘Sone peh Suhaaga’.
Only, i thought the actual words were,
‘Sone peh Suhaagraat’.

ii.
Once, visting raltvvs in chandigarh
They sat me in an armchair
For their afternoon’s antertainmant;
Gathering around me, they said
‘Chal! Hun Punjabi’ch gal karr’

iii.
ik Sampll:
“Oi vhutt! Ainvi!? Aahon, horrr… teh main kya …
Teh, I taell you! Oi!! Lae,
Bhencho! Ab baas karr!
Soun, smbhaall ke chalio,
Khyall rakhiyo, Bai Gaad!
O g’rantee ji … 100%. 120%. 200%!
TWO HANDRED PERCANT JI!”

iv.
“The three most frightening words in any language”,
said the Tamilian,
he heard when he went to a Punjabi frand’s house:
“Kha puttar; kha!”

Lungvaje, Capitolo I
(Con delle scuse al mio rispettabile P’raantan)

i.
quando ero piccolo
conoscevo il significato di ‘Sone peh Suhaaga’.
Solo pensavo che le parole esatte fossero
‘Sone peh Suhaagraat’.

ii.
Una volta, facendo visita a raltvvs a chandigarh
Mi hanno fatto sedere su di una poltrona
Per il loro divertimento pomeridiano;
Radunandosi intorno a me, dissero:
‘Chal! Hun Punjabi’ch gal karr’

iii.
ik Sampll:
“Oi vhutt! Ainvi!? Aahon, horrr… teh main kya …
Teh, ti dico! Oi!! Lae,
Bhencho! Ab baas karr!
Soun, smbhaall ke chalio,
Khyall rakhiyo, Bai Gaad!
Ti garantisco … 100%. 120%. 200%!
DUECENTO PER CENTO JI!”

iv.
“Le tre parole più spaventose in ogni lingua”
Disse il Tamil
Le ha sentite quando andò a casa di un amico Punjabi:
“Kha puttar; kha!”

v.
In the Paranjoti Choir, we sing
Brahms GERMAN REQUIEM:
Beethoven’s 9th
Handel.
The bawas and macs
think, I think
That I do the Germanic power rather well.
Unnanoo ki patta – Pnjaabi puttarr da paawrrr …
ROTTI! :D!

vi.
Inspiration suddenly struck me.
When asked, “parlez vous francais”?
“If cursse! Dafnitivment! Mais oui, vraiment, bien sur – seulement, d’un peu de la francais. Sans doute, d’accord! Veritevement, pardonnez moi?,
Peut-etre, un interesent combination de doute,
pas de deux, definetivement!
Alors! Absolutement!
Off course!

But I injaay fake Pnjaabi
More than fake franch!

vii.
Ammaji would tell earthy, hearty tales,
Slapping her thigh and going, “Horrrr!”
Sis told her what that meant in English.
Ammaji hooted,
thwacked her thigh harder than ever
and ever after
said “Horrrr”
louder and longer than ever …

viii.
ji
i injaay speaking Pnnjabbi:

v.
Nel coro Paranjoti, cantiamo
Brahms GERMAN REQUIEM:
La Nona di Beethoven
Handel.
I bawas ed i macs
Penso, io penso
Che faccio abbastanza bene il potere germanico.
Unnanoo ki patta – Pnjaabi puttarr da paawrrr …
ROTTI! :D!

vi.
Improvvisamente mi colpì l’ispirazione
Quando mi chiesero: “parlez vous francais”?
“Ma certo! Dafnitivment! Mais oui, vraiment, bien sur – seulement, d’un peu de la francais. Sans doute, d’accord! Veritevement, pardonnez moi?,
Peut-etre, un interesent combination de doute,
pas de deux, definetivement!
Alors! Absolutement!
Certamente!

Ma io injaay un falso Pnjaabi
Più di un falso francese!

vii.
Ammaji raccontava storie terrene, calorose,
Battendosi la coscia e dicendo “Horrrr!”
Sis le ha detto cosa significava in inglese.
Ammaji fischiò
Si batté sulla coscia più forte che mai
E mai
Disse “Horrrr!”
Più forte e più a lungo che mai…

yaane ke – fake pnjabbi.
(Yanni ki, fakeney laik)
I injaay pulling my ma-derr-tang …
Even though I’m not a – tppkill Pnjaabbi:
I haave no Pnjaabi krakterristiks ixcapt
mebbe ke Pnjaabis rush in
vheare angells fear to tradd.
(Aff korse some pnjaabbis vill say thatt
krakterstik I have is ke
Fools rush in vhere Pnjabbis fear to trad.
Chal chadd…)
But hai! I injaay speaking Pnnjaabi-Shunjaabbi.
It puts me in touch with my ROOTTAN!*

* [n.d.t. impossibile tradurre
inglese misto a lingua Punjabi, incomprensibile per il traduttore]
Whatsapp to white girl who liked me

Clear light eyes
Like clean open sky
Inviting me to fly
As long as my heart too
Is clean, open like the skies

Achha now laet uss gett back
to fake angreji.

Whatsapp ad una ragazza Bianca a cui piacevo

Occhi chiari e luminosi
Come cielo aperto e pulito
Mi invitano a volare
Finché anche il mio cuore
È pulito, aperto come I cieli.

Achha now laet uss gett back
to fake angreji.
(?)

Vivek Tandon foto

Vivek Tandon, 2015

Language, Chapter II * Sanskriti = “Culture” in Hindi

Long ago,
nestled in Sanskrit, and Sanskriti,*
on the lower slopes of a White Himalayan Heaven
(snow, clouds, Gods),
We lolled like Gods-in-Waiting,
in gardens rolling with green ornamentation, flowers,
poetry, conceits,
snow-white reflections, and fantasies:
Celebrating our riches in gated communities
Of language, thought, proximity to the Gods,
goodwill, caring for each other,
For our common children:
Rolling with arabesques down centuries, millenia
Lolling, like Gods-in-Waiting, in gardens
Separating our riches
Of metaphor, of humour, of song,
Of four-letter-words, like ‘Love’,
nestled in this, our language, our High Culture
On the lower slopes of a Western-White Heaven …

Fuck man!

Lingua, capitolo II * Sanskriti = “Cultura” in Hindi

Molto tempo fa
annidato nel Sanscrito, e nel Sanskriti *
sui versanti inferiori di un Bianco Paradiso Himalayano
(neve, nubi, Dei),
Ci stendevamo come Dei-in-Attesa,
in giardini ondeggianti di verdi ornamenti, fiori,
poesia, concetti,
riflessi nivei, e fantasie:
Celebrando le nostre ricchezze in comunità cintate
Di lingua, pensiero, prossimità agli Dei,
Benevolenza, cura gli uni per gli altri,
Per i nostri figli comuni:
Ondeggianti di arabeschi lungo i secoli, i millenni
Stesi, come Dei-in-Attesa, in giardini
Separando le nostre ricchezze
Di metafora, di umorismo, di canto,
Di parole a quattro lettere, come ‘Love’,
Annidate in tutto ciò, la nostra lingua, la nostra Elevata Cultura
sui versanti inferiori di un Bianco Paradiso Himalayano…

Vaffanculo!

Night

The joint family gathers for the day’s final feast: sleep.
The charpais are brought out into the cool, starry courtyard.
Bodies are splayed against their latticed, open ropework.
The men rub hairy paunches and, with their wives, loudly discuss
Business, neighbours, servants, children, holy men, each other.
The children dodge and duck around the charpais.

After the hot day, no-one wants to let go of the coolness:
so there is general, sleepy, resistance to sleep.
Conversations, and reveries, are artificially prolonged.

They are reluctantly abandoned, one by one, as each man is overcome
by the ripening of sleep, which bursts and floods the mind
with rich, pleasurably cleansing juices.
Finally the last, sporadic, conversation limps into
monologue, occasionally interrupting the crickets.
Soon there is only breathing and snores,
broken by now a creak, now a clatter of bangle.
The night moves on: cool, lazy, yet precise with stars.

.
Notte

La famiglia riunita si raccoglie per l’ultima festa del giorno: il sonno.
Si portano fuori le brande nel fresco cortile stellato.
I corpi si stendono sulle reti di corda intrecciata.
Gli uomini si grattano pance pelose e, con le mogli, discutono ad alta voce
Di affari, vicini, servi, bambini, santi.
I bambini giocano a nascondino intorno alle brande.

Dopo la calda giornata, nessuno vuole perdersi il fresco:
Così c’è una generale, assonnata, resistenza al sonno.
Le conversazioni, e le fantasticherie sono artificialmente prolungate.

Ad uno ad uno si abbandonano, quando ogni uomo è sopraffatto
Dal maturarsi del sonno, che scoppia e allaga la mente
Con succhi ricchi e piacevolmente purificanti.
Alla fine, l’ultima, sporadica, conversazione scivola in un
Monologo, interrotto di quando in quando dai grilli.
Presto si sente solo respirare e russare,
Intervallati da cigolii e clangore di bracciali.
La notte prosegue: fresca, pigra ma accurata di stelle.
steven grieco piccioni sul terrazzoLa traduzione di questa poesia è di Francesca Diano

I HAD TO RE-READ THE WHOLE
FUCKING PLAY TO WRITE THIS POEM

.
(1st draft)

.
Is it only me?
OK: I googled, and it is only me….
For me, ‘Romeo and Juliet’ is not about love:
But about a dangerous phantom of love.
A parable about a deadly parabola of the hyperbole of love
And what it can do to a couple of innocents.
It’s
about a heaving arch – arc – of hot poisonous air
embracing the hapless millions
only to scythe them down.

(BTW both my therapists –
And that one on CNN too –
said that this ‘love’
Is the modern age’s greatest sickness:
a modern superstition; creation myth.
A modern religion;
demanding a modern obeisance, and reverence.
Though they didn’t quite get what I said about ‘Romeo
and Juliet’.)

Oh, the
Fatal
Deceptively shiny
parabola of
heavens…

Was Shakespeare
one of those hapless millions?

Or was he just the one who wrote them a prescription:
so subtle,
the medicine, wielded so
Powerfully-fine,
that it grew the poison it was supposed to kill.
Turning an illness
into THE epidemic
Of the modern age.
Yup! I think that about sums up
The story of the modern age.
The age of
Romeo, Juliet, and me.

.
HO DOVUTO RILEGGERE L’INTERA FOTTUTA COMMEDIA

PER SCRIVERE QUESTA POESIA

(Prima bozza)
Sono solo io?     (cioè si chiede se è solo lui che la pensa così)
Ok: ho cercato su Google, e sono solo io.
Per me, “Romeo e Giulietta” non parla d’amore:
Ma di  una pericolosa illusione dell’amore.
Una parabola su una parabola mortale dell’iperbole dell’amore
E su cosa può fare ad una coppia di innocenti.
È  un arco che si leva – arcata – di aria calda velenosa
Che abbraccia milioni di infelici
Solo per poi falciarli.
(cmq sia il mio terapista –
che quello della CNN –
Hanno detto che questo “amore”
È la più grande malattia dell’età moderna:
Una superstizione moderna; mito della creazione.
Una religione moderna;
Che richiede una moderna obbedienza e reverenza.
Benché non abbiano capito cosa ho detto a proposito di ” Romeo
E Giulietta ‘.)

Oh, la
Fatale
Ingannevolmente luccicante
Parabola del
Cielo…

Era Shakespeare
Uno di quei milioni di sventurati?
O era solo quello che ha scritto per loro  una ricetta:
Così astuta,
la medicina, somministrata con
tale potente finezza
da alimentare il veleno che avrebbe dovuto uccidere.
Trasformando una malattia
Ne L’epidemia 
Dell’età moderna.
Sì! Penso che questo riassuma
La storia dell’età moderna.
L’ età di
Giulietta, Romeo, e mia.

Gabriella Kuferzin è nata a Trieste nel 1964. Di madrelingua slovena, si è sono trasferita a Cittadella (PD) all’età di sei anni e ha studiato lingue straniere all’Università di Venezia. Insegna Inglese alla Scuola Secondaria Inferiore di Cittadella. Ama l’arte in tutte le sue forme che tende a sperimentare quando e come può. Dopo anni di depressione la poesia l’ha aiutata a trovare una dimensione e a tentare di capire se stessa.

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POESIE inedite di John Taylor “It Was Not Yet Night” (Non era ancora notte) traduzione di Marco Morello con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

foto fumetto

Fumetto design Diabolik ed Eva Kant

John Taylor, poeta, scrittore e traduttore, e Caroline François-Rubino, pittore, lavorano insieme dal 2014. Il loro primo libro, Boire à la source / Drink from the Source, è pubblicato da Éditions Voix d’encre in marzo 2016. Il loro secondo libro, Hublots / Portholes, sarà pubblicato questa estate da Éditions L’Œil ébloui. John Taylor è anche autore di altre sei opere di racconti, di prose brevi e di poesie, di qui The Apocalypse Tapestries (2004) e If Night is Falling (2012). The Apocalypse Tapestries è stata pubblicata in italiano con il titolo Gli Arazzi dell’Apocalisse (Hebenon) et la sua raccolta di prose brevi, If Night is Falling, con il titolo Se cade la notte (Joker), i due libri nella traduzione di Marco Morello. John Taylor è editor e co-traduttore d’una ampia raccolta dei testi del poeta italiano Alfredo de Palchi, Paradigm: New and Selected Poems (Chelsea Editions, 2013). Ha ottenuto nel 2013 una borsa notevole dell’Academy of American Poets per il suo progetto di tradurre le poesie di Lorenzo Calogero — libro che è stato pubblicato: An Orchid Shining in the Hand: Selected Poems 1932-1960 (Chelsea Editions).

Sito di John Taylor (http://johntaylor-author.com/)
Sito di Caroline François-Rubino (http://www.caroline-francois-rubino.com/)

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Sono convinto che Antonio Sagredo sbaglia quando paragona la poesia di Timothy Houghton a quella di Pasternak, Un errore che fa spesso la critica è quella di leggere la poesia contemporanea con gli occhi rivolti al passato, e invece è l’esatto opposto ciò che noi dobbiamo fare, leggere la poesia di oggi con gli occhi rivolti al futuro. E poi non possiamo addebitare a un poeta di oggi la colpa di utilizzare nella sua poesia i simboli e gli oggetti della vita di oggi. Ogni poesia è figlia del proprio tempo, nel bene e nel male, e ciò che ci accomuna è molto più forte di ciò che ci divide.
Per tornare alla poesia di John Taylor che qui presentiamo in alcune poesie, noi lo conosciamo quale bravissimo traduttore della poesia italiana in inglese, le sue traduzioni delle poesie di Lorenzo Calogero hanno riscosso il plauso e l’ammirazione di un poeta traduttore come Steven Grieco-Rathgeb, e non era affatto facile rendere in inglese i modi ellittici tipici della lingua letteraria italiana in inglese. Voglio dire che non deve trarre in inganno l’apparente semplicità del lessico e della sintassi di John Taylor, la sua icasticità è massima, è quasi scultorea, punta all’essenziale di un dettaglio, di un oggetto per metterli in evidenza. In fin dei conti il fine della poesia è questo: mettere in evidenza certi scorci linguistici che rimandano ad altro. John Taylor non mette mai in evidenza gli scorci linguistici per se stessi, per fare una poesia bella o eufonica, ma per qualcosa d’altro che sta dietro e sotto il testo letterario. E questo per me è già sufficiente, vuol dire che Taylor ha ben digerito la lezione di Un William Carlos Williams e di un Wallace Stevens, un po’ meno, mi si conceda, quella di un Lorenzo Calogero il quale di frequente gira intorno all’oggetto linguistico con le sue onde foniche concentriche. Qui, in Taylor, non abbiamo onde concentriche ma direi uno stato di quiete apparente interrotto dal susseguirsi di brevissime scosse telluriche. Mi chiedo quanti tra i poeti italiani sono capaci di fare altrettanto?, di essere rastremati fino all’eccesso come in Taylor?. Certo, se mettiamo a confronto la poesia di John Taylor con quella di Pasternak non rendiamo un buon servizio né all’uno né all’altro, ogni poeta vale per sé e per quello che può portare alla poesia universale progressiva (o regressiva) dell’Occidente. Si presti attenzione agli incipit delle poesie di John Taylor, sembrano accadere quasi per caso, o per rimozione di un precedente verso, di un ricordo, o per amnesia di qualcosa d’altro. E questa non è una caratteristica precipua della migliore poesia contemporanea?

Parafrasando le parole di un critico russo Boris Groys: «la vittoria del materialismo in Occidente ha portato alla totale scomparsa della materia… sicché è diventato evidente che la materia come tale è nulla. Sembra che sia giunta l’ora dell’apocalisse…», e invece nulla, non è accaduto nulla qui in Occidente, tutto continua come prima e meglio di prima. A causa della Crisi e grazie alla crisi.

  • B. Groys Lo stalinismo ovvero l’opera d’arte totale Garzanti, 1992 p. 28
  • Disegni nei testi di Caroline François-Rubino.
John Taylor

John Taylor

John Taylor

It Was Not Yet Night

sometimes / for a while
you no longer know

this dusk will be darkness
at the end

an absence of light

not this soothing twilight

over the snow
Non era ancora notte
a volte / per un po’
non sai neanche più

che questo crepuscolo diventerà oscurità
alla fine

un’assenza di luce

non questa distensiva penombra
sopra la neve
*

sometimes it is
thicker haze

every slope almost imaginary

a slope
a plain
as it happens

they are there

*

a volte è nebbia
più spessa

ogni pendìo quasi immaginario

un pendìo
una pianura
guarda caso

eccoli là

 

sometimes so much light
what must pass
can be seen

not what must
remain

later

the night unclothes
what is constant

envelops the momentary
in a black shroud

a not entirely black shroud

that also must vanish

.
*

a volte in così tanta luce
si può vedere
ciò che deve passare

non cosa deve
rimanere

più tardi

la notte spoglia
ciò che è costante

avvolge il momentaneo
in un nero sudario

un sudario non completamente nero

che anch’esso deve svanire

Alfredo De Palchi e John Taylor Firenze 2012

Alfredo De Palchi e John Taylor Firenze 2012

 

bands of haze
fingers across a field

if darkness could caress you

sometimes

this caress
mere thickening twilight
a handful of light
soon scattered

beyond any desire

*

sciarpe di nebbia
dita attraverso un campo

se il buio potesse accarezzarti

talvolta

questa carezza
semplice crepuscolo che infittisce
una manata di luce
presto dispersa

oltre ogni desiderio

*

talvolta persistono alberi
più vicini a te
di quanto avessi immaginato

emergono

anche i più scuri
recano luce
un’improvvisa rassicurazione buia

*

sometimes trees persist
closer to you
than you had thought

they emerge

even the darkest
bear light
a sudden dark reassurance

 

sometimes
in daylight
it is ever going to be night

in your heart

light laced
with black

in whatever brightness

when sunlight warms
with its gentle embers of coal
remember this

every
day
night
the dark warm brightness

*

a volte
anche in pieno giorno
sta comunque per farsi notte

nel tuo cuore

luce venata
di nero

in qualsiasi splendore

quando la luce solare riscalda
con le sue gentili braci di carbone
ricorda questo

ogni
giorno
notte
la scura calda luminosità

*

where twilight hovers blue
over the valley
where a moment
seems ever-changing
then motionless

sometimes

blurred trees
bushes hedges
patches of darkness
in the leftover light

recall
the brighter
missing light

*

dove il crepuscolo si libra blu
sopra la valle
dove un momento
sembra cangiante
poi immobile

talvolta

alberi offuscati
cespugli siepi
chiazze di buio
nella luce rimasta

ricordano
la più luminosa
luce mancante

Marco Morello

Nasce a Torino nel 1956. Si laurea in inglese nell’80 e lo insegna da allora nelle superiori. Scrive poesie liriche dal ’72 al ’79, virando successivamente verso lidi ludolinguistici, attestati da fitta collaborazione con il Bartezzaghi di “Tuttolibri”, Accavallavacca, Anno sabbatico, ”Lessico e nuvole”. Pubblica tre raccolte di versi: Semplicità (’76), Quartine per ‘Lù (’01), e 111 haiku (‘05). Dirige per anni l’aperiodico “Poesia nella Strada” e collabora come critico e traduttore a “Hebenon”, rivista internazionale di  letteratura. Sue punzecchiature letterarie, oltre a giochi di parole e poesie, sono ospitate dal foglio elettronico “il giornalaccio”.

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Timothy Houghton POESIE SCELTE da The internal distance Selected poems (1989-2012) Introduzione di Luigi Fontanella traduzione di Annalisa Macchia e Luigi Fontanella Mimesis, 2015 pp. 160 € 14

roy lichtenstein interior with Built in Bar

roy lichtenstein interior with Built in Bar

Timothy Houghton è nato a Dayton, Ohio, USA. I suoi precedenti libri sono High Bridges (Stride Press, England, 1939) e Below Two Skies (1993), Riding Untouched (1998), Drop Light (2005), The Height in Between (2012), tutti editi da Orchises Press. Ha pubblicato su numerose riviste internazionali. Insegna letteratura e scrittura alla Loyola University in Maryland dove vive con sua moglie e due bambini. Per trent’anni è stato un avido osservatore di uccelli e per la maggior parte di quel tempo ha condotto escursioni per Audubon e altre organizzazioni.

  da Introduzione al libro di Luigi Fontanella

Due parole per presentare Houghton, la cui conoscenza devo all’amico Alfredo de Palchi, forse e senza forse il maggior poeta italiano espatriato negli States, già fondatore (con Sonia Raiziss) della storica rivista Chelsea e attuale direttore della casa editrice Chelsea Editions di New York.

Nativo di Dayton (Ohio), Timothy Houghton si è formato culturalmente presso l’università di Denver, Colorado, ottenendo numerosi riconoscimenti e borse di studio tra cui la prestigiosa MacDowell. Timothy vive attualmente nel Maryland con sua moglie e due figli, e insegna “Creative Writing” presso la Loyola University.

La sua poesia si caratterizza immediatamente per un tono complessivamente riflessivo, con una straordinaria capacità osservativa, diciamo pure un’attenzione capillare verso la realtà (benché sia spesso “indecifrabile”), dalla quale trarre segni e indicazioni sul senso o sui sensi ad essa profondamente sottesi.

In questa storia di anamnesi, ch’è prima di tutto introspettiva, un ruolo fondamentale giocano gli affetti familiari (in primis la figura del padre, spesso ricorrente per lampi e improvvise epifanie) ri-percepiti o ri-evocati come presenze che hanno lasciato e ancora lasciano segni duraturi, indelebili, sui quali e con i quali confrontare i propri passi. Due versi fortemente suggestivi recitano così: «I morti che ho amato / Costruiscono la loro casa».

Dunque, la memoria: fonte attiva d’ispirazione; da un lato fonte d’indagine e di rivisitazione della quotidianità e, dall’altro, come dimensione autoanalitica. Ed è sempre questa memoria, spesso intrecciata con l’immaginazione, che permette a Houghton di scandagliare il coacervo della realtà in cui egli si muove, le sue contraddizioni, la sua storia, le sue insensatezze («È sempre tardi quando le cose accadono… / nuove tubature / strappano le radici, s’incrociano con i pozzi»).

L’innata capacità osservativa di Houghton si è andata arricchendo, nelle raccolte più recenti, di striature oniriche; forti squarci visionari che possono scaturire dal rimbalzo visivo di un oggetto o di una situazione che richiama subito un’altra (si legga, a tal proposito, la bella poesia Their Laughter). Squarci e segni che vanno oltre l’immediata percezione dei sensi. Significativamente, nella poesia Perseid, dirà: «I segni sono chiari stasera, decisamente, / non adducono pretesti – / possiamo andare oltre a ciò che siamo».

Da qui, infine, una certa dilatazione dello scrutare di Houghton fino a raggiungere, in certi componimenti, come degli straripamenti epici, benché esplorati sempre con una disposizione intimista, perfino vagamente crepuscolare, densa, tuttavia, di aperture, contaminazioni e oniriche meditazioni alla Sergio Leone, l’indimenticato regista di C’era una volta il Woest, del resto, puntualmente evocato da Houghton nella sua più recente raccolta (The Height in Between).

Timothy Houghton

Timothy Houghton

Poesie di

Timothy Houghton

 Sanctuary

Sometimes during visits
we see our mother pretending to bustle

in the quiet of her bedroom
that’s used for storage now –

where she’s kept the windows
swollen shut for over thirty years

for fear that loosening them
will break the glass. The unwashed panes

are giant laboratory slides
preserving a soup of grit and oils

from children’s fingertips:
a history of touches

between herself and the birches
which line our street. The whole warmth

of sunlight coming free of a cloud
and coming in – not here. Lately

my brothers and I discovered
one of our father’s coats

still hanging in the closet
and stood there trading memories

of seeing different aspects of him
in that herring-bone brown.

This means we’ve stopped teasing her
about the room. We keep quiet.

.
Santuario

A volte in occasione di visite
vediamo nostra madre trafficare con falsi pretesti

nella calma della sua vecchia camera da letto,
ora usata come ripostiglio-

dove lei tiene le finestre
ingrossate, chiuse da oltre trent’anni,

per paura che nell’aprirsi
si rompa il vetro. I vetri non lavati

sono vetrini giganti di laboratorio
che proteggono l’attaccaticcio di sporco e di unto

di ditate di bambini:
un passato di strusciate di mano

tra lei e le betulle
che fiancheggiano la nostra strada. Tutto il calore

della luce del sole sfuggito a una nuvola
entra – non qui. Ultimamente

i miei fratelli ed io abbiamo scoperto
uno dei cappotti di nostro padre

ancora appeso nell’armadio
e siamo rimasti lì davanti, scambiandoci ricordi

e ritrovando ogni lato del suo carattere
in quello spigato marrone.

Così abbiamo cessato di prenderla in giro
per quella stanza. Restiamo in silenzio.
timothy houghton_copTheir Laughter

When the hornet finally died
its blue wings –

                               translucent and sturdy
                               as mica –

crossed themselves and covered the body
as it lay on the sill,

and I was surprised
to find myself thinking of water,

how it comes up blue
                                 after wind blows away
                                 the floating seaweed –

when black-crowned terns
hover above fish –

                                 and remembered a story
                                 I heard from my father,

one of many troops swimming
at a Philippine beach
                                  as lobsters boil
                                  in a metal drum.

Planes come swooping low
from jungle canopy,
                              strafing the diving men
                              whose stomachs are filled

with white meat, and the miracle is no one
gets hit,
                              that it’s one

pass only. They surface with shouts,
with fists raised

but dissolved in spindrift – and laughter,
violent laughter
                                                       like glare
                                                         and white water on the blue.

.

La loro risata

Quando infine il calabrone morì
le sue ali blu –

translucide e resistenti
come mica –

s’incrociarono tra loro e coprirono il corpo
inerte sul davanzale,

e mi sono sorpreso a pensare all’acqua,

a come si ritorna al blu
                                        dopo che il vento ha soffiato via
                                        le alghe fluttuanti –

quando le rondini di mare
si librano sopra i pesci –

                                        e mi viene in mente un racconto
                                        di mio padre,

una delle tante truppe che nuotavano
in una spiaggia delle Filippine
                                                        mentre le aragoste bollivano
                                                        in un bidone di metallo.

Gli aerei arrivano in picchiata
dalla verde calotta della jungla,
                                                        a mitragliare gli uomini immersi,
                                                        dagli stomaci

sazi di polpa bianca, e il miracolo è che nessuno
viene colpito
                                        che si tratta

di un solo passaggio. Loro riemergono dal mare gridando
con i pugni alzati,
ma subito tutto si scioglie in spruzzo e risata,
una convulsa risata
                                     come un lampo
                                     e acqua bianca sul blu.

 

Roy Lichtenstein 1993 – LARGE INTERIOR WITH THREE REFLECTIONS – Tape, painted and pirnted paper on board (87 x 233 cm)

Roy Lichtenstein 1993 – LARGE INTERIOR WITH THREE REFLECTIONS – Tape, painted and pirnted paper on board (87 x 233 cm)

Classical vs. Quantum

Kids jump through each other and crowd the room
—giant quarks, a frenzied physics at play—
then stomp my belly below the lunch tray.
“Careful!” I shout. They exit my couch but soon

fly, arms locked, from coffee table to rug,
heads banging, tongues out. It’s tumult to tears,
so I click the volume up – my trick for years.
“Turn it off!” my boy yells. I’m the big slug,

glad my tray’s empty now – they pounce once more.
I melt into their heat and glue their limbs
into a popeyed machine, holding a gin
and tonic above it all. There’s the door…

but nails dig into me and keep me down.
Quantum faces laugh above my frown.

.
Classica contro Quantistica

– Giganteschi quark, pazza fisica in gioco
l’uno sull’altro i bimbi affollano la stanza
mi pestano lo stomaco sotto il vassoio del pranzo.
“Attenti!” grido. Scendono dal sofà ma da lì a poco

dal tavolo al tappeto volano giù in picchiata
e battono la testa, lingua fuori. È caos fino al pianto,
così alzo il volume – un trucco ormai da tanto.
“Spegni!” grida mio figlio. Son proprio una patata,

ora a vassoio vuoto, felici – saltano un’altra volta.
Mi sciolgo in quel calore e i loro corpi incollo
a un automa dagli occhi sgranati, ma controllo
soprattutto il mio gin & tonic. C’è la porta…

ma resto giù bloccato da unghie ad artiglio.
I volti della Quantistica ridono al mio cipiglio.

.
Ice Elf

Where a foot-high helper
spent the night
sleeping –

                            there’s compression and
                            voice of mine

                            partly buried in powder snow:

a quartz-like tower beside the wall
where pipe vents furnace.
                                                     One night my son
                                                     recreates it,

shaping air without precision
before the fireplace, but I see it,

the ice elf in his manic hands. He believes me
when I tell him
                              it doesn’t leave tracks
                                when the body runs away.

His small hands are God, his talk behind them is God.
This immortality will live two more years,

maybe three. Yet I believe, too, angry
with innocence and angry at it.

I live in a family tightly packed
within a living room of worn furniture.

We watch TV at night. We sit in the air of light bulbs
and enjoy our smiles.

The hippie Christ adds dimension above the fireplace
with His soft beige shirt.

.

Elfo di ghiaccio

Ecco dove un elfo alto un piede
ha trascorso la notte
dormendo –

                                 c’è una piccola depressione e
                                  la mia voce

                                  suona ovattata dalla neve fresca:

come una torre di quarzo accanto al muro
dove sono convogliati gli sfiati del bruciatore.
                                                        Una sera mio figlio
                                                         lo ricrea,

vagamente modellandolo in aria
davanti al caminetto, ma io, l’elfo di ghiaccio, lo vedo

tra le sue mani fantasiose. Mi crede
quando gli racconto
                         lui non lascia tracce
                          quando il corpo fugge via.

Le sue piccole mani sono Dio, le sue chiacchiere su di lui, sono Dio.
Questa fede assoluta durerà ancora due anni,

forse tre. Eppure io credo, anche con rabbia
con innocenza e rabbia a tutto ciò.

Vivo in una famiglia saldamente unita
dentro le mura d’un logoro salotto.

Alla sera guardiamo la TV. Ci sediamo alla luce di semplici lampadine
e ci godiamo i nostri sorrisi.

Il Cristo hippie sopra il caminetto completa l’atmosfera
con la Sua leggera tunica beige.

roy-lichtenstein-interior-series-the-living-room

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Machine

autism

1. Hikari

An earthmover planes a muddy square
in the distance.

Riding his father’s shoulders, he watches and hears,

properties
of distribution
at work in his mind. Machines

settle him down,
but sometimes a voice
takes part
in design:

his father’s
bird tape, the monotone, the
parallel syntax:

this is, this is – and the bird
is named.

A song

jolts him,
matching the tape
exactly,

and he speaks
as the narrator had:

“This is a water rail”
—for himself
to hear,
that planar
symmetry.

2. His Father

Those words: a Doppler turnabout, red
to blue
coming toward him

from reaches of space
in the split second of disbelief.

The weight on his shoulders is real, like wings folding in
upon landing,
stunning him
with presence,

the appearance
of affect.

And then it sings again, the same bird
a shade
different

this time – off,
equivalent
to chaos
for the boy, who gives no response.

3.

The shade is a wall.
One head turns
followed by the other –

to the machine on the muddy square.

Ruspa

autismo

1. Hikari

Una ruspa spiana una piazza fangosa
in lontananza.

A cavalluccio del padre, vede e sente,

proprietà
distributive
in attività nella sua mente. Le macchine

lo calmano,
ma talvolta una voce
prende parte
al disegno:

il nastro registrato di suo padre
con canti di uccello, la ripetitività del suono,
la parallela sintassi:

questo è, questo è – e l’uccello
è identificato.

Un canto

lo riscuote
in perfetta corrispondenza
con la registrazione,

e lui parla
come fa il narratore aveva detto:

“Questo è il porciglione”
—Per se stesso
per sentire
questa parallela
simmetria.

2. Suo padre

Qulle parole: un Ecodoppler, dal rosso
al blu
attraverso il suo corpo

da remoti spazi
nell’incredula frazione di un secondo.

Il peso sulle sue spalle è reale, come ali che si ripiegano
all’atterraggio,
lo sbalordiscono
con la prontezza,

l’apparenza
di una partecipazione.

E poi canta di nuovo, lo stesso uccello
con tonalità
diversa

questa volta – alterata,
in sintonia
con il caos
del bambino, che non dà risposta.

3.

Questa tonalità è un muro.
Una testa si volta
seguita dall’altra –

verso la ruspa sulla piazza fangosa.

The Remaining Warmth

The twelve-foot fraction of tentacle
lay on the shore

like a thick whip – like a tool
used by dangerous, benthonic

orders. Children who touched it
studied their fingertips

before running from this proof
of giants, of still-living

never-seen monsters
of concealment and wonder.

At great depths
below the apprehension of light

there’s a remaining warmth
where unnerving work gets done –

and slowly the good fears rise up
to be with our days

like hail banging on windshields
of moving cars

with sheets of rain
waving at us from the road ahead.

.
Il residuo calore

I quattro metri di tentacolo
sono riversati sulla riva

come una massiccia frusta – un’arma
a disposizione di pericolose, abissali

specie marine. I bambini che lo toccavano
si osservavano la punta delle dita

prima di correre via da quella tangibile certezza
di giganti, di ancora-esistenti

mai -svelati mostri
di un mondo segreto e fantastico.

Nella profondità degli abissi
sotto ogni percezione di luce

resta un residuo calore
in cui si svolgono attività snervanti –

e lentamente affiorano sane paure
per tenerci compagnia

come grandine che picchia sui parabrezza
di vetture in corsa

scrosci di pioggia
che salutano dalla strada innanzi a noi.

Luigi Fontanella foto

Luigi Fontanella vive tra New York e Firenze. Ha pubblicato libri di poesia, narrativa e saggistica. Ha pubblicato libri di poesia, narrativa e saggistica. Fra i titoli più recenti: L’angelo della neve. Poesie di viaggio (Mondadori, Almanacco dello Specchio, 2009), Controfigura (romanzo, Marsilio, 2009), Migrating Words (Bordighera Press, 2012), Bertgang (Moretti & Vitali, 2012, Premio Prata, Premio I Murazzi), Disunita ombra (Archinto, RCS, 2013), L’adolescenza e la notte Passigli, Firenze, 2015. Dirige, per la casa editrice Olschki , “Gradiva”, rivista internazionale di poesia italiana (Premio per la Traduzione, Ministero dei Beni Culturali, e Premio Catullo) e presiede la IPA (Italian Poetry in America). Nel 2014 gli è stato assegnato il Premio Nazionale di Frascati Poesia alla Carriera. luigi.fontanella@stonybrook.edu

annalisa macchia

annalisa macchia

Annalisa Macchia è nata a Lucca nel 1950 e vive a Firenze  dove ha insegnato lingua e letteratura francese. Studiosa di letteratura per l’infanzia, poeta, narratrice e traduttrice, ha pubblicato vari libri, tra cui La luna di Cézanne (poesia, Kairos, 2008); A scuola di poesia (saggistica, Florence Art Ed. 2009); Il portone di via Ghibellina (prosa, puntoacapo Editrice, 2011); Interporto Est (poesia, Moretti &Vitali, 2014); Come si cucina un sonetto (poesia, Florence Art Ed., 2015). Ha tradotto poesie di John Ciardi, Timothy Houghton e Mark Strand. Collabora con alcune associazioni culturali e riviste  ed è nella redazione fiorentina della rivista internazionale Gradiva.

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Gian Mario Villalta TRE POEMETTI da “Telepatia” (LietoColle, 2016, pp. 148 € 13) “le madri cattoliche del Novecento”, “I poeti e l’invisibile”, “Telepatia”, “Il problema della contiguità tra linguaggio narrativo e linguaggio poetico” con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

bello città nel traffico

città nel traffico urbano

Gian Mario Villalta è nato a Pasiano (Pordenone), insegna in un liceo ed è direttore artistico del festival pordenonelegge.

Prime pubblicazioni sulle riviste “il verri” di Luciano Anceschi, su “Studi di Estetica” e su “Alfabeta”, ancora alla metà degli anni  ’80. Negli anni successivi scriverà anche su «ClanDestino»,« Tratti», «Nuovi Argomenti», «Testo a Fronte», «Baldus » «Diverse Lingue». Ha pubblicato i libri di poesia: in dialetto (veneto periferico)Altro che storie!, Campanotto 1988. Premio S. Vito al Tagliamento; Vose de Vose/ Voce di voci, Campanotto 1995. Premio Lanciano (giuria: Loi, Rosato, Giacomini, Serrao, …) (ristampato nel 2009); Revoltà, Biblioteca Civica di Pordenone, 2003; in italiano ricordiamo: Vedere al buio, Sossella 2007; Vanità della mente, Mondadori, 2011 (Premio Viareggio 2011, Premio Diego Valeri); Telepatia, LietoColle-pordenonelegge 2016. Numerosi gli studi e gli interventi critici su rivista e in volume – tra questi i saggi: La costanza del vocativo. Lettura della “trilogia” di Andrea Zanzotto, Guerini e Associati 1992; Il respiro e lo sguardo. Un racconto della poesia italiana contemporanea (Rizzoli 2005), ora in versione ridotta su e-book edito dalla Scuola Holden; Ha curato inoltre i volumi: Andrea Zanzotto, Scritti sulla letteratura, Mondadori 2001 e, con Stefano Dal Bianco: Andrea Zanzotto, Le Poesie e prose scelte, “I Meridiani” Mondadori 1999. Il suo primo libro di narrativa è stato Un dolore riconoscente, è uscito presso Transeuropa nel 2000, al quale sono seguiti quattro romanzi, editi da Momdadori, tra i quali ricordiamo: Tuo figlio, Mondadori 2004 e Alla fine di un’infanzia felice, Mondadori 2013. Nel 2009 ha pubblicato il non-fiction Padroni  a casa nostra (Mondadori): un ritratto del Veneto e del Friuli Venezia Giulia tra fraintendimenti e conflitti.

 

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Un aneddoto. A metà degli anni Novanta feci leggere a una poetessa di Roma, Lisa Stace, (tra l’altro molto brava, talmente brava che poi smise di scrivere poesie), delle mie prose. Lei mi disse che avevano un difetto. Ricordo ancora le sue precise parole: «Ci devi lavorare molto. Si vede che prendi la prosa sotto gamba, difetto tipico dei poeti. La prosa richiede invece un lunghissimo lavoro». Non dimenticherò mai quanto quelle parole mi siano state utili. Da allora (e sono passati venti anni) non ho smesso di tornare su quei racconti, di ritoccarli.

Questo l’aneddoto. Questo per dire che se non sai scrivere un’ottima prosa non puoi diventare un buon poeta. Il poeta deve essere capace di scrivere ottima prosa, questo è il segreto che Lisa Stace intendeva dirmi. Da allora, capii quanto è importante per un poeta scrivere in prosa, la prosa è la vera palestra di un buon poeta, lì ci si fa una buona muscolatura, con continui esercizi fisici e mentali.

Non è un caso che Gian Mario Villalta abbia scritto ben cinque romanzi e si sia cimentato anche nella poesia in dialetto veneto periferico, abbia cioè provato tutta la tastiera del pianoforte dei generi letterari.

Il problema della contiguità tra linguaggio narrativo e linguaggio poetico è stato affrontato ripetutamente nel corso del tardo Novecento, con esiti diversi e spiegazioni diverse: è stato detto che la poesia andava verso la prosa, che la poesia tendeva a perdere le sue caratteristiche precipue nel confronto scontro con la prosa; che la poesia si stava indebolendo a causa del verso libero che favoriva inavvertitamente la deriva prosastica; che la tascabilizzazione delle tematiche metafisiche avrebbe favorito la contiguità e la commistione tra poesia e prosa penalizzando la prima; che tra poesia e prosa non c’era differenza alcuna, etc. Resta il fatto indubitabile che la poesia nel corso di questi ultimi trenta anni si è avvicinata molto alla prosa, ma in ciò io non vedrei una deriva della poesia verso la prosa, quanto il contrario: una deriva della prosa verso la poesia; oggi, in un momento di debolezza generalizzata dei linguaggi narrativi, la poesia sembra aver ripreso, silenziosamente, il suo ruolo egemonico. In questa accezione credo debba essere letto questo ultimo lavoro di Gian Mario Villalta, come una rivalsa della poesia nei confronti della prosa. In precedenza avevo stigmatizzato una certa concessione di Villalta all’elegia, ma con questo ultimo lavoro mi devo ricredere, l’autore si è mosso con maggiore consapevolezza del terreno argilloso dell’elegia ed ha corretto l’andatura e la postura, ha introdotto delle protesi narrative nell’impianto poetico.

I lettori mi scuseranno se cito un altro aneddoto. Un frammento del dialogo tra Goethe ed Eckerman. Scrive Goethe:

«Parlando delle opere dei nostri nuovissimi poeti siamo arrivati alla conclusione – scriveva Eckerman, – che neanche uno di loro scrive della bella prosa. – È semplice, – disse Goethe: per scrivere in prosa bisogna almeno dire qualche cosa; chi non ha niente da dire può tuttavia scrivere versi e cercare rime, e una parola suggerisce l’altra e finalmente sembra che qualche cosa riesca; e benché non significhi niente, sembra tuttavia che significhi qualcosa».

Commento di Jurij Tynjanov: «Cerchiamo di capire la sua definizione di una “nuova lirica”. Non c’è niente da dire, ossia non c’è niente da comunicare; non c’è un’idea che abbia bisogno di essere oggettivata; lo stesso processo della creazione non ha scopi comunicativi. (Mentre la prosa con il suo orientamento sulla parola simultanea è molto più comunicativa: “Per scrivere in prosa bisogna dire qualche cosa”.)

Goethe descrive come una successione lo stesso processo creativo: “una parola suggerisce un’altra” (e qui Goethe attribuisce un ruolo importante alla rima). “E benché non significhi niente, tuttavia sembra significhi qualche cosa.” Questo è il punto in cui Goethe è in contrasto con Kireevskij (“una parola detta bene ha il valore di una buona idea”). Pertanto, in entrambi i casi, si tratta di parole “prive di contenuto nel senso più lato della parola, che assumono nel verso una certa semantica immaginaria“.»*

Quello che voglio dire è questo: che spesso i poeti scrivono una parola pensando ad una «semantica immaginaria» del tutto personale (cosa che non accade nel romanzo), ma la questione non è così semplice; non sempre, o meglio, quasi mai una «semantica immaginaria personale» coincide con una semantica immaginaria pubblica, che il pubblico può comprendere. Spesso i poeti di minore rigore formale e culturale pensano in modo semplicistico che una semantica immaginaria personale debba SEMPRE coincidere con una semantica immaginaria del pubblico. Anche questo equivoco è stato un portato di certo sperimentalismo acritico tipicamente italiano diffusosi a macchia d’olio nel secondo Novecento.

Per tornare al nostro oggetto: la questione di una buona prosa, è chiaro che un narratore che non abbia qualcosa di preciso da dire non potrà mai scrivere della buona prosa, ne uscirebbe un ircocervo incomprensibile. Per la poesia invece tutto sembra essere ammesso. Di frequente io dico a certi autori di poesia che non ho le chiavi per entrare dentro i loro testi, intendendo dire che non ho le chiavi per entrare all’interno della loro semantica immaginaria.

Ecco la ragione per la quale ogni tanto anch’io mi cimento con il romanzo. Perché il romanzo mi obbliga a pensare un oggetto preciso e a raccontarlo nel modo più diretto e circostanziato, senza ricorrere a retorismi fuorvianti come spesso accade in poesia. Quindi, cari poeti, vi consiglio di misurarvi con il romanzo se volete scrivere buone poesie!

Gian Mario Villalta è un poeta che sta tutto intero dalla parte della prosa (poetica). Questo libro, composto di diciannove poemetti, è, in tal senso, inequivocabile, al di là di ciò che vorrebbe farci intendere il titolo «Telepatia», ovvero, di una comunicazione che si dispiega a velocità istantanea. Una utopia. Ma è bene così, la poesia deve sempre inseguire una utopia. O forse è proprio la prosa poetica, la «poesia significazionista» la chiamava Mandel’stam, quella che può portarci in prossimità della «telepatia» delle parole. Forse proprio allontanando la poesia dalla strumentazione fonica delle parole possiamo accedere ad un altro piano di realtà sonora, magari più profonda, o comunque diversa. È proprio questo l’intendimento del libro di Villalta, credo. È su questa posta che l’autore gioca tutte le sue fiches. Ma va anche detto che, qua e là, anche Villalta scopre, come per caso e in via incidentale, le sue carte segrete, ed ecco che compaiono le parole-simbolo, figurazioni simboliche e sviamenti del discorso, apparentemente lineare, tutte strutturate nella sequenza temporale progressiva.

Un punto qualificante della procedura di Villalta è il «discorso narrativo», cioè un tipo di discorso poetico che scorra in modo da attenuare la sensazione che esista un «metro»; mentre nei precedenti libri il metro serviva a veicolare una certa melodia, in quest’ultimo, liberandosi dalla melodia interna, l’autore è approdato ad un parlato continuo, un parlato che quasi fa a meno del ritmo come sistema dinamico interno. Il ritmo così rallentato fino alle estreme conseguenze, porta alla naturale datità di un discorso poetico che imita il «parlato» del linguaggio di relazione attraverso un controllo della soggettività. Il risultato complessivo non può non essere che un isocronismo, un sistema isofonico e isotonico.

Credo che proprio su questo aspetto la poesia del futuro di Villalta dovrà pensare di indagare se non vorrà registrarsi tutta sulla scansione temporale progressiva del presente. Dovrà, a mio avviso, recuperare il tempo dell’elegia, il tunc, sfuggendo, come dire, all’elegia e alla perimetrazione del presente. Ma è chiaro che i retorismi propri dell’elegia, gli «indizi fluttuanti» tipici della poesia elegiaca del Novecento non sono olio galleggiante sull’acqua, sono qualcosa di più consustanziale, entrano in un determinato rapporto con i significati delle parole costituiti dall’«indizio fondamentale», deformandolo, arcuandolo. Ed è significativo che è proprio questa intromissione nel significato delle parole che deforma leggermente la semantica della poesia e la differisce dalla più semplice semantica della prosa. Tutta l’operazione di Villalta si gioca su questo punto di criticità. E dire che su questo punto è inciampata sovente la poesia contemporanea che non pensa a quella fondamentale procedura che è lo «scarto», la «deviazione», lo «straniamento», lo shifter, una funzione che recita un ruolo essenziale e basilare nella poesia moderna, a differenza che nella prosa la quale può andare per il suo corso per pagine e pagine senza preoccuparsi minimamente di tali questioni. Ecco perché io preferisco le poesie di Villalta dove l’autore adotta con più incisività la procedura della estraniazione, e anche della simbolizzazione, perché no?, dove fa una meta poesia, quasi simbolica, una poesia sulla poesia come quella scritta sulle orme di Wallace Stevens:

  1. J. Tynjanov Il problema del linguaggio poetico, Il Saggiatore, 1968 p. 102

Gian Mario Villalta.JPG

Poemetti di Gian Mario Villalta

le madri cattoliche del Novecento

I.

Non è un posto per bambini. Vetri rotti,
borchie sconficcate, infissi svelti
e affilate lamine d’alluminio
lasciate nell’orto dall’ultima volta
che qualcuno ha prestato aiuto,
in un afoso sabato pomeriggio
del 2008, alle suore agostiniane, ora migrate
nel moderno convento–albergo di Viareggio.
Al Patronato ci stanno i topi, e i cari mici
casalinghi si guardano dall‟entrare: perché mai
dovrebbero scacciare quegli amici
più sfortunati (lì non c’è da mangiare)
e inalare la puzza dell‟abbandono
che a chi sta meglio fa più male?
Al Patronato non c’è più neppure l‟eco
dei canti, quelli belli, inviati su, su fino al cielo
nei giorni di festa, né un povero fantasma
infesta quelle stanze con l’odore
delle pietanze preparate dalle madri
per la ricreazione: si è stancato anche il vuoto
di stare qui, e così ha fatto il giro
dell’isolato e a poco
a poco ha quasi finito di occupare
la scuola elementare, le sedi della pro loco
e del mercato rionale, il posto degli ultimi
anziani nella chiesa concattedrale.

II.

Erano madri di altri – lo ricordo per chi
non lo sapesse – che lì dispensavano i loro uffici
agli indigenti, ma prima di tutto erano madri
(è difficile spiegarlo, e forse è anche
un poco ridicolo) le madri cattoliche.
Al confronto le suore erano sterpi
di devozione, frutta muffita, acide.
Le madri, invece, le madri cattoliche,
nelle due ore di servizio domenicale,
mai sazie di maternità, coi loro baci
a labbra strette, le carezze rapide e i gesti
precisi sulle vesti, con il pettine e con le tazze
erano stampi di mamma per tutti i bimbi
che ne avevano bisogno e, sospetto,
per ogni uomo, che allora veniva cucito
– da quelle mani abili nel rammendo
dell‟affetto – dentro il suo infantile sogno.

III.

E poi c’era suo figlio, da lei generato, di tutto il creato
l‟unico a meritare ogni sacrificio.
Per lui avrebbe implorato il cilicio
e sgobbato e pianto, se necessario,
e anche se non lo fosse stato.
La Madre dell‟Unico Figlio
dal suo esempio avrebbe tratto
effigie e cartiglio, non bastante il contrario.
Al figlio invece, a suo figlio, su tanto martirio
e sulle preci puntualmente informato,
mai sarà dato sdebitarsi,
e così, chi a fare malta, chi di conto,
e chi (come me e te, Fernando) con la penna
in mano studiando,
tutta la vita a rimettere il debito, a madonna–
madre, senza uscita né scampo.

IV.

Ma tu così né mai l‟avresti detto,
né io direi, non fosse per la nausea
di tutte quelle troppo solite madri
dei poeti del Novecento,
le super madri cattoliche
di fine aspetto (un po’ ‟ dimesso)
tutte carezze sofferte
e premura, ipoteca futura sul bene
e sul male – fatale, stesso effetto sui pargoli:
far sentire l‟affetto un morbo
inguaribile, un prestito a usura.
Ma adesso, che più non vale il modello
della Madonna e del Figlio,
restano senza appiglio
i facitori di versi? Non ci sarà più il sorriso
doloroso, il sacrificio che esige riscatto,
il perenne senso di colpa
per un misterioso misfatto.
Della madre diranno che tutto l‟anno
odorava di estate e aveva i capelli più luminosi,
le labbra vermiglie più di tutte quelle
della sua età.
Anche di quelle della pubblicità.

Gian Mario Villalta Telepatia cop
I poeti e l’invisibile

I.

Stamattina sono sceso, entrato nell’auto, ho acceso
e ho preso l’aìre per andare a trovare Amedeo,
che è morto da nove anni.
Che stupidaggini fai, sei fuori amico, mi accuso.
“Da ieri – ribatto – mi chiama. Vieni,
non è questa la strada? La grava, l’ornâr,
la risultive: guarda anche tu!”.
“Ma dove credi che sia, Amedeo?” – insiste.
“Nella tua testa – ho risposto – però
più lontano, dove l’ornâr è l’ontàno, e sommesse
rasoterra due lingue intessono. Aspetta, ci siamo quasi”.
Mi fermo. Scendo. Venivamo qui spesso.
E qui qualcuno è venuto a falciare. Poi a metà
se ne è andato lasciando il profumo dell‟erba
che diventa fieno e quello del prato che adesso
canta, sulla riva del Tagliamento,
dove non smetto il discorso tra me con me stesso
e con il terzo che dentro di me ci smentisce
entrambi e dice che non devo credere, non devo
illudermi che sia diverso, se non ciò che vedo.
“Intanto – gli dico – c’è questo prato, per metà falciato,
dove io vedo che qualcuno, che se n‟è andato,
mi lascia contare che è vero, che si va via,
ma quasi tutto resta, e una scia
di tempo insieme, anche quella, sta,
la puoi vedere con la mente
come in una fotografia
notturna le luci delle auto appena passate
ricordano l’istante
nella scia che lasciano dietro di sé”.
È solo il presente che (quando fissi
con uno scatto la vita
in un‟immagine)
per un infinito istante si perde.

II.

(d‟après W. S.)

I corvi fanno il verde più sincero
o stona quel loro segno nero
sul quadretto che la primavera
scurisce all‟imbrunire?
Ci sono cinque corvi, stasera,
sul prato, stanno fermi,
come cinque pensieri fermi
simili ma non uguali, nella testa.
All‟apparenza disposti
a caso, ma intanto stanno
e zitti, immobili, non distinti
neppure dal lugubre verso.
Porta male vedere i corvi?
E avere pensieri neri?
E la primavera, la primavera
conquista ancora la testa?
All‟imbrunire, cinque corvi,
cinque pensieri: il primo lo so,
e così fino a maggio – ma il quarto, il quarto
non lo capisco, è uguale ma non lo stesso,
e il quinto?, ripete: “Tu adesso di‟ forte
per due volte, e distinte, che cosa vuoi”,
“Devi smettere – esige – con questa farsa:
corvi e pensieri a parte, è altro il niente,
il male vero restare svegli sempre”.

III.

Il microchip sottopelle autostabilizzante,
che nel tempo rilascia fede in una chiara realtà
in quantità costante, costerà caro, e illuderà,
ma come quando uscivo dal fiato
denso della stalla e guardavo il prato
nella mattina di smeraldo, dietro la casa di mio padre,
vedevo un ordine, un fine, un colore uniforme
dove il giorno aveva misura e in ogni parola
sentivo il gesto di benedire, e il cielo, gli alberi in fondo,
i monti azzurrini dire bene del mondo.
O Microchip, che rilasci serotonina, endorfine e nuovo farmaco!
Per Te, annunciato da un serio scienziato, sto risparmiando
già da ora, e non per farmi bello
o più sessualmente efficiente, ma perché sei promessa
di pace con il reo tempo, interiore ordine, vera fede
nella geometria di quel prato, non lì per caso, smeraldo
fatuo di luce per avventura incidente, ma nato
nel mio pensiero da luce che lo ha pensato.

IV.

(d‟après A. Z.)

Quando i colori mi invitavano, mi imitavano –
anzi, creavano desideri
di bellezza altrove all‟inizio
e di bellezza lì, evidente, appena un po’ 
irraggiungibile, appena un po’ invisibile,
i colori del prato non promanavano dal prato stesso
ma gli erano offerti da superiori, supremi ordini
provenienti da moltissimi dna, che là si incontravano,
attratti, illusi come in vertigini
di un luogo dove raggiungere
infinitamente se stessi.
Ora, che sei dietro il vetro
di un sentire ossesso,
opaco e smerigliato prato
se io sapessi pregare
con naturalezza, come un vero silenzio
saresti il centro di ogni fuga,
sarebbe l’amore, l’invano, il sempre
perduto che non si vede ma compie lo sguardo.

città in bianco e nero

città di sera

Telepatia

I.

Uno stormo di istanti, per sempre
curvò nella luce dell’una, innalzò il respiro
con tutte le radici.
Sarebbe un modo di dirlo.
Un altro è che avvenne,
lasciò una scia attraversò
senza ferita, senza cicatrice
fu giorno per notte per sempre:
divise il sangue, smise di essere
di qualcuno, e pensammo il nome detto
nostro una volta per tutte.
Prima persona plurale,
modo incondizionato,
tempo perfetto.

II.

Quando ti penso, perché
so che un esistere vero
è dove mi porta a te,
a me ti porta, il pensiero?
Pure se nulla afferro, nulla è,
cosa tra cose, corpo tra corpi, perché
occupi spazio, profumi, sei causa
di decisioni, e rinunce: lo sai che non posso
chiedere, né avere altra risposta – eppure
sei tu che parli, fai l‟amore
e la morte?

III.

Dico che ti penso.
Penso che sia il pensiero
di te, che io invento
nella mia mente,
che sono io, cioè, a trovarti
in me stesso e a portarti in un luogo
e in un tempo, perderti di nuovo.
Ma sei tu che mi pensi, forse,
perché sei tu che vieni
e il pensiero che ti porta è già te:
quell’io che ti pensa, può essere che sei tu
che lo crei?
So che esisto fuori di me.
Le prove? Lasciamo perdere.
Ma so che persiste
l‟irrevocabile.
Forse l‟oscuro di ciò che chiamiamo
essere è appartenere
agli altri, a molto altro (anche luoghi, date, vuoti
di noi stessi) e non sapere dove
stiamo ancora insieme, dove siamo altri, o gli stessi.

IV.

Il pensiero di te, che ha origine
in me stesso, viene da altrove,
suppongo, e lontano, per questo mi chiama,
o è come se lo facesse,
e spesso sorprende la mente
intenta al lavoro, alla guida, a se stessa
nel riflesso che rigira il presente.
Rigira l‟origine, il pensiero,
e quando arriva ci trova già
rivoltati verso il futuro, in fuga
da noi stessi, pieni di desiderio
di essere stati: “Celeste
è questa…” …facoltà, che hanno gli umani
di rivivere rimorire
lontani, celeste…
è il colore del cielo,
a volte, quel colore inventato da noi
umani, forse da uno rimasto solo
e nel pensiero vicino all‟amore
come vicino all‟amore nessuno.

 

 

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Guido Galdini VENTI POESIE BREVI “Il collasso della funzione rettilinea del discorso suasorio” con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

pittura Paul Delvaux, Landscape with Lanterns, 1958

Paul Delvaux, Landscape with Lanterns, 1958

Guido Galdini (Rovato, Brescia, 1953) dopo studi di ingegneria ha lavorato nel campo dell’informatica. Alcuni suoi componimenti sono apparsi in opere collettive degli editori CFR e LietoColle. Ha pubblicato la raccolta Il disordine delle stanze (Puntoeacapo, 2012).

 Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Si sa da sempre che ciò che appare «naturale» in fatto di stile, nasconde spesso l’artificio. In arte, e nella scrittura in particolare, non v’è nulla di «naturale» né di ovvio, la naturalità ha le sue radici in un profondo lavoro di scavo e di progetto artistico. Quindi se parlerò di stile naturale per la scrittura poetica di Guido Galdini, sarà in questo senso che lo dico. Naturalmente, e in una grande misura, il fondo sonoro generale in queste poesie appare messo in sordina, dietro le quinte, viene insomma rimosso per mettere in maggiore evidenza i legami sintattici e logici della descrizione narrativa. È ovvio che in questo tipo di poesia tutta la strumentazione sonora, il momento progressivo e quello regressivo, passino in secondo piano; così, l’eufonia, o l’anti eufonia, o quel che rimane della antica eufonia. Per ciò stesso la «strumentazione» è da considerarsi fattore del tutto secondario. La connotazione acustica del verso tende a collimare e a identificarsi con l’estensione del giro sintattico, un po’ come avviene nella prosa o nella poesia in prosa, di cui un maestro indiscusso di questo tipo di poetare è senz’altro Giampiero Neri che lo inaugurò con la sua opera di esordio L’aspetto occidentale del vestito (1976). In questo tipo di impostazione, la poesia viene a identificarsi quasi interamente con la didascalia di un prodotto commerciale o con la didascalia storica, entrambi svolgono una funzione assertoria, informativa, regolatrice dell’uso di certi prodotti. Analogamente, la poesia di Guido Galdini adotta questo modo di essere, predilige una poesia dal registro sistematicamente informativo, isotonico e isofonico, fermamente aggrappato al significato delle parole, crede nel significato delle parole e nel loro potere incantatorio sganciate dalla operatività del significante. Ovviamente, in questo tipo di operazione tutta la qualità sta nella deviazione improvvisa di un elemento atomico della significazione dalla via obbligata di percorrimento; una sorta di collasso della funzione rettilinea del discorso suasorio. In quel punto preciso, scocca la significazione aggiuntiva del testo poetico. Come nel quadro di Paul Delvaux: il paesaggio è nitido, gli alberi sono al loro posto, i lampioni anche, i viottoli lindi e puliti e la signora di spalle che osserva la scena anche; tutto è lindo e pinto e immacolato. Ma c’è qualcosa che non si vede, non si nota, ed è «il disordine delle stanze», quel «disordine» che spesso si cela nell’ordito natural-tecnologico del nostro modo di vivere. Galdini però non forza mai la linearità sintattica, non aggiunge e non toglie, non opera interruzioni improvvise del polinomio sintattico come faceva il suo predecessore, il suo intendimento di poetica è la massima chiarezza denotativa ed emotiva, vuole evitare gli equivoci derivanti dall’impiego del significante che tanti disastri ha prodotto nella poesia italiana del tardo Novecento. E non saremo certo noi a dargli torto.

Guido Galdini B-N

Guido Galdini

.

APPUNTI PRECOLOMBIANI (Estratto)

.
Dresda, Persepoli, Tenochtitlan,
e tutti gli altri nomi
riconsegnati alla polvere,
ci fanno sospettare che sia impossibile
convivere troppo a lungo
con il ricatto della bellezza;
verrà sempre qualcuno, prima o poi,
a liberarci da questo peso:
la rovina è stata la rovina o la costruzione?

*

è noto che i conquistatori
approfittarono dell’attesa per il ritorno,
previsto proprio quell’anno,
del principe dal mare d’oriente;
e qui s’inoltrano le riflessioni
sulle coincidenze che diventano catastrofi

ma non risulta che nessuno tra gli eruditi
abbia mai avanzato l’ipotesi
che Cortés fosse realmente il serpente piumato,
il miglior serpente piumato
che la storia si era potuta permettere.

*

come denaro usavano i chicchi di cacao:
questa è stata la loro risposta
ai problemi della purezza del conio;
essa mostra altresì la variegata
origine dell’economia:
al latte, alla nocciola, un po’ più amara,
con una punta di menta piperita.

*

i cani, i tacchini e le api,
sono le specie viventi
allevate dai Maya;
il cibo, la dolcezza, l’amicizia,
a questi mezzi hanno assegnato
il compito di difenderli dal futuro:
anche loro non hanno avuto il coraggio
di accontentarsi delle stelle.
*

utilizzavano la ruota
solamente per i giocattoli dei loro figli,
la consueta spiegazione di questo limite
è l’assenza, nel nuovo mondo, di animali da tiro,
un’ipotesi più accurata è che forse
avevano già compreso, nei loro giovani giorni,
che affidarsi alla tecnica, senza adeguate difese,
è un esercizio del massimo rischio,
da adoperare soltanto per trascinare col filo
il carretto con gli incubi della propria infanzia.

*

secondo una fonte dell’epoca
lo Yucatan prese il nome
da “ma c’ubah than”,
la risposta che diedero i nativi
alle domande degli stranieri del mare,
e che significava, semplicemente,
non capiamo le vostre parole:
in questo modo, come si addice agli spettri,
divenne un luogo anche l’incomprensione.

*

pittura Born in Mexico City in 1963, Moises Levy prefers achitecture in the light

pittura-born-in-mexico-city-in-1963-moises-levy-prefers-achitecture-in-the-light

il palmo della mano era la parte
prelibata del corpo,
riservata nel banchetto ai guerrieri;
e noi, che ogni occasione è propizia
per aumentare la sfiducia in noi stessi,
non ci rendiamo più nemmeno conto
di possedere questa saporita virtù.

*

John Rowe fece propria l’ipotesi,
sulla base degli antichi cronisti,
che i fondatori di Cuzco
ne avessero tracciato la pianta
a imitazione del profilo di un puma;
ipotesi confutata, probabilmente a ragione,
dal gran numero dei successivi studiosi

ma un’idea così ripida, ruvida e sgusciante,
è assai più intrepido essere chi l’ha proposta,
piuttosto che rimanere dalla parte annoiata
di tutti gli altri che si accontentano di respingerla.

*

lo zero, vanto intellettuale dei Maya,
era rappresentato da una conchiglia
oppure da un fiore con tre petali:
in una terra soffocata dagli dei
almeno il nulla doveva essere gentile.

*

per giorni e giorni d’assedio la città
era vissuta sommersa nel frastuono,
tamburi, strepiti, trombe di conchiglie,
urla e lamenti di chi, per combattere,
non aveva altre armi oltre alla voce;
ma quando Quauhtemoc si consegnò agli invasori
cadde un silenzio improvviso e totale:
circondato da secoli di rumori
quel silenzio non s’è ancora interrotto.

*

quando ad Hatuey, un cacicco di Cuba,
prima del supplizio, proposero di convertirsi
per ottenere il suo posto nel cielo,
chiese loro se il cielo era il luogo
dove vivono, dopo morti, gli spagnoli,
ricevuta una risposta affermativa
dichiarò che preferiva l’inferno:
anche in tema di paradiso,
quando si entra propriamente nel merito,
le opinioni finiscono per divergere.

*

tutti i popoli conquistati e raccolti
sotto il giogo dell’impero del sole,
pare non fossero
del tutto grati del proprio stato di sudditi;
accolsero quindi il manipolo d’invasori
come Dei sopraggiunti
per offrir loro la liberazione

più intricato fu poi chiedere ad altri Dei
di liberarli dagli Dei liberatori:
ma questo non fa eccezione
all’uso promiscuo, che si fa ovunque nei tempi,
della perenne parola libertà.
*

i Mixtechi, il popolo delle nubi,
riuscivano a comprendere la lingua
fino a circa sessanta chilometri da casa,
la distanza che era dato percorrere,
a piedi, in due giorni di viaggio:
il limite dell’altrove era segnato
in modo indelebile dalle impronte;
per noi che abbiamo perduto
la consuetudine della strada
ogni centimetro è diventato incomprensibile.

*

ci è del tutto estraneo il motivo
per cui la civiltà classica Maya
fiorì nel cuore fradicio della foresta,
in una natura inospitale e malsana, folta
d’insetti e rettili dall’ineluttabile morso

una proposta, estranea e rapace,
è che soltanto nel fitto di quelle fronde
crescessero gli incensi più ricercati,
il caucciù, il palo santo, il copale,
e che inebriarsi del loro incendio
potesse dare un temporaneo sollievo
dal raffreddore della realtà.

*

non c’è riflesso che possa perturbare
le maschere di pietra verde di Teotihuacan;
soltanto l’ombra di quei volti senza pupille
riusciva a reggere lo sguardo delle piramidi,
soltanto chi è senza sguardo si può permettere
di oltrepassare gli equivoci della vista.

*

pare che in remote età geologiche
il Rio delle Amazzoni scorresse in senso contrario
fino a una foce intravista nell’occidente;
successivi rivolgimenti tellurici
ne mutarono il verso:
era una fine più mansueta
scendere incontro all’indecisione dell’alba.
*

pittura Marcel Duchamp Duchamp devoted seven years - 1915 to 1923 - to planning and executing one of his two major works, The Bride Stripped Bare by Her Bachelors, Even, ...

Marcel Duchamp Duchamp devoted seven years – 1915 to 1923 – to planning and executing one of his two major works, The Bride Stripped Bare by Her Bachelors, Even, …

alzando gli occhi, a Zanipolo,
nella cappella di san Domenico,
siamo inondati dalla cupola del Piazzetta,
che ha utilizzato tutti i toni di bruno
esistenti nel mondo,
e qualcun altro ne ha dovuto inventare:
non ci resta che volare con gli occhi
alle creme, ai nocciola, alle schiume
della ceramica Nazca, alle loro carezze
sulla superficie dei vasi: il rococò
non è una questione di dettagli ma di stupore.

*

i maestri maya che firmavano i loro vasi
non lo facevano per vanità ma per scrupolo;
ad esempio, Aj Maxam, dipingendo il suo nome
sul Vaso dei Fiori dell’Anima,
dove esili, incerti, bruni gigli
galleggiano nell’oltremondo
in un mare di candidi flutti,
si premuniva di ricordare a noi tutti
che, se è un nume a guidare le onde,
è sempre un uomo che ne registra le oscillazioni.

*

i sacerdoti di Xipe Totec,
il dio mixteco della primavera,
indossavano, dopo averle scorticate,
la pelle delle vittime sacrificali

la natura si riveste e si spoglia
e si riveste in abiti di distruzione,
cresce il germoglio sul marcire degli arbusti,
succhia la linfa alle carcasse sepolte

come informano i poeti modernisti
la crudeltà non è solo un pretesto:
quante notti di nebbia, per la luce d’aprile.

*

saranno necessarie varie decine d’anni
per esplorare in modo appena degno
i principali monumenti di Tikal,
un tempo che man mano si avvicina
a quello della loro costruzione:
una giusta ed umana vendetta
degli autori sui critici.
*

il sangue gocciola sopra la statua
del dio che attende, avido, un altro sorso;
con altre lame, con altri liquidi,
con le stesse intenzioni,
proseguiamo nell’estenuarci,
perché qualcuno debba infine accettare
il predominio, l’evanescenza e gli spigoli
dei nostri ricatti travestiti da sacrifici.

*

al grand’Inca non era concesso
indossare due volte la stessa veste:
appena smessa, la consegnava ai suoi servi
perché fosse all’istante distrutta,
oppure donata a un cortigiano
meritevole di ricompensa;
riflettiamo su questa
irreparabile perdita:
nella sua onnipotenza non poteva
nemmeno permettersi di possedere
il proprio maglioncino preferito,
quello blu.

*

il vecchio di una comunità spagnola,
rimasta esclusa per secoli
nella foresta intatta del Petèn,
ma ormai raggiunta dalla civiltà,
accende una sigaretta a Felice Bellotti,
gli offre il fuoco da un antico acciarino,
e gli propone tutta la sua amarezza:
“non ci mancava niente prima,
e adesso cominciano a mancarci troppe cose”

nel contatto con le genti nascoste
non offriamo oggetti ma assenze:
il desiderio è la merce di maggior pregio.

*

la storia ci ha conservato il lamento
del suo popolo all’esecuzione dell’Inca
“chapui punzhapi tutayanca”
che in lingua quechua significa
“e a mezzogiorno è scesa la notte”:
credevate davvero che il buio
potesse accontentarsi di qualche ora?

*

lo smilodonte fatalis, antico enorme felino,
la tigre dai denti a sciabola, scomparso
nel tardo pleistocene, popolava
col suo terrore tutto il continente,
ora ci basta l’irrefrenabile nome
per fremere sgomenti ai suoi ruggiti:
chi non riesce a farsi raggiungere dalla parole,
deve provarsi ad inseguirne il riverbero
prima di cedere, trafelato, alla sordità.

*

l’inferiore, dei tre mondi degli Incas,
è la terra che ospiterà i morti,
non è l’inferno, come credettero gli spagnoli,
ma un ritorno alle rive del nostro imbarco;
il luogo dove andranno i peccatori
non è un altro luogo,
vagheranno in perpetuo sulla terra,
senza un fine o una fine o un compimento:
l’inferno è non avere un destino,
troppo spesso si inizia già da vivi.

*

“l’America è il luogo
dove l’Europa ha fatto naufragio”
scrive Charles Simic nei suoi appunti
sull’arte timida di Joseph Cornell;
un continente non fa eccezione
alla regola dell’incudine e della piuma,
come ogni cosa, raggiunge il proprio scopo
quando si priva dell’obbligo di galleggiare.

Note

Cacicco: capo di una comunità tribale dei Caraibi.

Cortés – Conquistatore, con un pugno di uomini, dell’impero azteco. Di grande volontà e sagacia, più colto della massa dei suoi compagni, lasciò alcuni resoconti delle sue imprese sotto forma di lettere all’imperatore di Spagna.

Cuzco – Capitale dell’impero inca, in Perù, a tremilaquattrocento metri di altitudine, tuttora popolata da circa trecentocinquantamila abitanti.

Dresda, Persepoli, Tenochtitlan – Tre città di grande splendore accomunate dalla distruzione gratuita, rispettivamente da parte degli angloamericani, dei macedoni e degli spagnoli. Sulle rovine di Tenochtitlan, capitale dell’impero azteco, sorse l’attuale Città del Messico.

Felice Bellotti – Scrittore novecentesco, autore del volume di impressioni di viaggio “Terra Maya”.

John Rowe – Archeologo statunitense, tra i primi a studiare, con un approccio insieme storico e antropologico, la civiltà incaica.

Impero del sole: il regno degli Incas.

Mixtechi: popolo precolombiano del Messico sudorientale.

Nazca – Civiltà del Peru meridionale, nota per gli enormi disegni sul suolo delle sue coste, rappresentanti sia animali sia linee senza apparente significato.  Un ulteriore vanto sono le sue ceramiche dai colori di estrema varietà e brillantezza.

Petèn – Regione del Guatemala settentrionale, cuore della civiltà classica maya.

Quauhtemoc: ultimo sovrano azteco nella disperata difesa di Tenochtitlan (l’attuale Città del Messico).

Quechua – Lingua degli Incas, tuttora parlata da circa dieci milioni di indios, principalmente in Ecuador, Perù e Bolivia.

Serpente Piumato – essere soprannaturale di molte religioni precolombiane, di cui si attendeva il ritorno dopo la sua fuga, via mare, verso oriente. Pare che gli spagnoli abbiano approfittato di questo mito per giustificare la loro venuta, anche se attualmente si è dell’opinione che questa leggenda sia stata elaborata in un periodo successivo alla conquista.

Teotihuacan: enorme sito archeologico a nord di Città del Messico, caratterizzato da imponenti piramidi.

Tikal – Antica città Maya del Guatemala, probabilmente la più estesa del periodo classico, immersa nella foresta pluviale, da cui spuntano come guglie le sue affilate piramidi.

Yucatan – Penisola del Messico meridionale, dove fiorì la tarda civiltà maya.

Zanipolo – Chiesa veneziana (san Giovanni e Paolo). La cupola della cappella di San Domenico è un capolavoro di luminosità e leggerezza dipinto da Gianbattista Piazzetta.

 

 

 

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Ubaldo de Robertis, SEI POESIE INEDITE sul Requiem di György Sándor Ligeti (1923-2006) (1965): Immagini di un Universo, e Kósmos (κόσμος) “ordine”, “Prima che…” sul tema dell’Assenza; “L’Anfora” sul tema della frattura/incomunicabilità, e la penultima sulla questione del tranello in cui può facilmente cadere l’artista, lo scienziato, l’innovatore: “I fantasmi della mente”. L’ultima dedicata a: “Theodor Franz Eduard Kaluza” ; con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Ubaldo de Robertis ha origini marchigiane e vive a Pisa. Ricercatore chimico nucleare, membro dell’Accademia Nazionale dell’Ussero di Arti, Lettere e Scienze. Nel 2008 pubblica la sua prima raccolta poetica, Diomedee (Joker Editore), e nel 2009 la Silloge vincitrice del Premio Orfici, Sovra (il) senso del vuoto (Nuovastampa). Nel 2012 edita l’opera Se Luna fosse… un Aquilone, (Limina Mentis Editore); nel 2013 I quaderni dell’Ussero, (Puntoacapo Editore). Nel 2014 pubblica: Parte del discorso (poetico), del Bucchia Editore. Ha conseguito riconoscimenti e premi. Sue composizioni sono state pubblicate su: Soglie, Poiesis, La Bottega Letteraria, Libere Luci, Homo Eligens. E’ presente in diversi blogs di poesia e critica letteraria tra i quali: Imperfetta Ellisse, Alla volta di Leucade, L’Ombra delle parole. Ha partecipato a varie edizioni della rassegna nazionale di poesia Altramarea. Di lui hanno scritto: S. Angelucci, Pasquale Balestriere, G. Linguaglossa, Michele Battaglino, F. Romboli, G.. Cerrai, N. Pardini, E. Sidoti, P.A. Pardi, M. dei Ferrari, V. Serofilli, F. Ceragioli, M.G. Missaggia, M. Fantacci, F. Donatini, E.P. Conte, M. Ferrari, L. Fusi, E. Abate È autore di romanzi Il tempo dorme con noi, Primo Premio Saggistica G. Gronchi, (Voltaire Edizioni), L’Epigono di Magellano, (Edizioni Akkuaria), Premio Narrativa Fucecchio, 2014, e di numerosi racconti inseriti in Antologie, tra cui l’Antologia Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, 2016) a cura di Giorgio Linguaglossa.

ubaldo de Robertis foto

Ubaldo de Robertis

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

 Ha scritto di Ligeti Andrej Ždanov:

«Pur essendo ateo, l’ungherese György Sándor Ligeti (1923-2006) scrisse due veri e propri capolavori di musica religiosa: il Requiem, per soprano e mezzo soprano solista, due cori misti e orchestra (1963-65) e Lux æterna, per 16 voci soliste (1966). Quest’ultima originariamente apparve quale sorta di coda del Requiem, traendo l’impostazione da antiche messe per i defunti. Del resto Ligeti era affascinato dall’opera del compositore fiammingo Johannes Ockeghem (1410-97), che per primo impostò il requiem, e sulla cui opera il Magiaro affermò: “La continuità incessante della musica di Ockeghem, un progresso senza sviluppo, per me è stato un punto di partenza onde pensare in termini di strutture impenetrabili del suono”. Il critico statunitense Alex Ross, facendo riferimento a Lux æterna e Lontano, per grande orchestra (1967) scrive: “Il punto fermo della ‘musica più elevata’ è mantenuto in Lux Aeterna e al brano orchestrale, Lontano, a cui fa riscontro. Entrambe le opere hanno il carattere di oggetti occulti, o di paesaggi da sogno in cui il suono diventa una superficie tangibile”. A fine anni Sessanta, Stanley Kubrick aveva assunto il musicista Alex North (1910-91), allo scopo di comporre una partitura per 2001: odissea nello Spazio, e lo incoraggiò a copiare la musica ligetiana. Però il regista restò insoddisfatto dal lavoro di North, quindi lo licenziò e pose nel film brani di Ligeti, senza chiedergli l’autorizzazione: Requiem, Lux æterna e Atmosphères che lottavano nelle scene con il classicismo di Aram Chačaturjan, Johann Strauss figlio e Richard Strauss. Dopo la proiezione inaugurale negli Stati Uniti (1968), un amico di Ligeti gli scrisse per informarlo che era uscito un film in cui si udivano tre sue composizioni.

Quando Ligeti partecipò alla prima viennese, restò comprensibilmente scioccato nel rendersi conto che la musica era stata utilizzata piratescamente, sia pure citata da Kubrick nei titoli di coda. A conclusione d’una lunga battaglia legale l’MGM fu costretta a pagare i diritti d’autore minimi. Nonostante ciò Ligeti espresse ammirazione per l’opera: “In Kubrick, Ligeti ha riconosciuto la volontà di esplorare e assumersi rischi, una preoccupazione instancabile per il dettaglio e la maniacale ricerca della perfezione, simile a quella di Ligeti stesso”.

È essenziale sottolineare che senza le musiche di Ligeti la pellicola sarebbe stata del tutto inefficace. Tali composizioni rappresentano non solo una parte della colonna sonora, ma permeano di spessore onirico l’intero film».

Non deve quindi fare meraviglia se la musica di Ligeti abbia lasciato una impronta profonda in un poeta come Ubaldo de Robertis il quale è un Ricercatore chimico nucleare e quindi anche un uomo di scienza. Ripeto da sempre che oggi la poesia deve guardare attentamente al linguaggio della musica più alta, al linguaggio dei fisici teorici, deve aprirsi alle suggestioni delle nuove scoperte nel campo della astrofisica, stiamo per entrare, come hanno detto Roger Penrose e Stephen Hawking, in un’epoca di rivolgimenti nella concezione dell’universo, rectius, degli universi, o meglio, del multiverso; le nuove tecnologie: la nano tecnologia e la bio tecnologia avranno ripercussioni gigantesche anche nella nostra vita quotidiana, nella nostra vita di tutti i giorni, e la poesia non può restarsene a guardare, o meglio, ad ignorare l’avvento della imminente nuova rivoluzione copernicana senza trovare in se stessa la forza per porsi in discussione e rinnovarsi, rinnovare il lessico, il metro, il tono, la gittata stessa della immaginazione. Consiglio quindi di leggere queste poesie di Ubaldo de Robertis ascoltando la musica di Ligeti che l’ha generata per diffrazione ed entropizzazione sonora, per risonanze acustiche e con la quale si trova in rapporto di magica affinità. Poesia che diventa un «pensiero rammemorante» che procede per «riverberazioni», linee eccentriche continue e sfumate, con le parole di Ligeti: mediante un «progresso senza sviluppo», una linea ondeggiante e iridescente, riverberante  che si scrive nel mentre che traccia la partizione dello spazio negli spazi innumerevoli e nei tempi innumerevoli che scorrono in una lamina sottilissima tra due membrane gigantesche…. «fra ombre continuamente dirette verso un altrove», «particelle minime vaganti spiragli acustici cromatici», «come             se non fossero frammenti» «ma apparenze / astrazioni che  toccano / oscuri timbri / tasti segreti / sentimenti risonanti» «Sull’orizzonte degli eventi». Sono convinto che un poeta incontra la poesia quando stabilisce un orizzonte posizionale dal quale guardare l’orizzonte ontico. Ora, non è che ogni epoca ne dia a iosa di codesti «orizzonti posizionali», essi sono in numero limitato, ed alcune epoche non ce l’hanno affatto. Ed essi, soltanto essi permettono lo scoccare della scintilla della Forma poetica.

Poesie di Ubaldo de Robertis

Immagini di un Universo

Immagini di un Universo
inaccessibile
pur se ogni oggetto è lì per riferire
che esiste
obiettivamente
come esistono corpi celesti astri
paesaggi sonori
anche se non li perlustriamo
uno ad uno
anche se non li osserviamo
direttamente
per la fitta coltre della separazione

è il cartesiano ego
principio intrascendibile
che lo costituisce
la coscienza e i suoi modi di cogliere particolari
particelle minime vaganti spiragli acustici cromatici
inaggirabili nello spazio là fuori
[quale fuori?]
come se non fossero frammenti
di sangue e carne
ma apparenze
astrazioni che toccano
oscuri timbri
tasti segreti
sentimenti risonanti
ora che nessuno ha più l’ardimento
di difenderli
di evocare
azzurre lontananze

All’improvviso
il violento sollevarsi di echi
estemporanee sferze di suoni remotissimi
folate di vento armonie sonorità pioniere
un maelström di echeggi e noi
uditori esterrefatti
osservatori
increduli vibranti
qui sulla Terra in superficie
torniamo
ad incontrare noi stessi
riverberati in quello spazio
da cui ci eravamo indolentemente
esclusi

Ecco dinanzi ad occhi
stupefatti
si spalanca nuovamente
l’inesplorato.

.
Kósmos (κόσμος) “ordine”

Sulla scia di oggetti sfuggiti dal tunnel quantistico
mai stati in contatto [ fortuito ]
con il cono di luce
incapace di comprenderli
fra ombre continuamente dirette verso un altrove
ai margini di stati di vuoto
che si negano al riempimento
in regioni dello spazio-tempo oltre le quali cessa
ogni possibile osservazione
la piccola grande visione della musica
con le sue partiture cosmiche
dissonanti variazioni
nella loro successione
che si scostano poco a poco dal tema dominante
fin quasi a stravolgerne l’assetto
sa parlare da sé
al più appariscente astro dell’universo
e all’atomo più piccolo e lieve
fa apparire come fosse ordinato
l’insieme di mondi nello spazio sparsi
soggetti ad evolversi a modificarsi
fa apparire come fosse organizzato
il moto di particelle elementari
ognuna con il suo singolare modo di vibrare
Sull’orizzonte degli eventi
così distante dal linguaggio che lo rivela
l’infinita mente grande [ e lontano ]
e l’infinita-mente piccolo [ e recondito ]
varcano l’universo mentale
irrompono come un respiro [o un soffio]
sulla sfera della coscienza
presenziano al nostro inquieto movimento
e con esso fino allo stremo
al nostro continuo mutamento.

Prima che…(Il demone dell’Assenza)

Rahko dipinga di nero la Luna
prima che
venga a mancare quel desiderio familiare
goduto poi perduto

Il demone dell’Assenza
immagine senza ombra
ti farà rincorrere qualcosa
che altrimenti si dissolverebbe
continuerà ad illuderti
di riavere ciò
che ti era appartenuto
A quest’ultima attesa si appiglia
il pensiero rammemorante
che si capovolga in pieno
questo vuoto
l’assenza in presenza
sino a pervadere
il Tutto
Intanto Piru continuerà
a fare impazzire le fanciulle
che si ubriacheranno
e si esibiranno in atti osceni
che tutti potranno guardare e sentire
affinché anche le vedove torneranno a sposarsi
In fondo l’angoscia ha il suono
/o il non suono/ della mancanza
un vuoto che non vuole
essere colmato.

* le parti in corsivo sono tratte (liberamente) da: Gli dei di Hame e di Carelia di Mikael Agricola
Ubaldo De Robertis legge.

L’Anfora

Neve in alto
pura
la terra natia
la gola scura
del fiume in basso
la foschia
continua a salire
il sentiero non è più tanto ripido
come prima
l’eco di cose lontane si separa sparge
dissolvenze incrociate
immagini destinate a scomparire
Lui… non le stacca gli occhi di dosso
– Com’è cupo il tuo silenzio- le dice chiamandola con molti nomi
“È rotta, – ripete Lei- ahimé! È rotta! L’anfora più bella!
Ne sono sparsi i frammenti qua intorno!”
Giorno
inoltrato
il limite dell’orrido
di lato
più in su … l’altura da oltrepassare
più agevole scavare un pertugio
nel ghiaccio
scortati dal richiamo di una cosa calda
desiderio che pervade l’ambito dei sensi
e quello della ragione
senza aderire
a nessuno dei due
calore che non si può attingere neppure in prestito
dall’ambiente
dal niente che li circonda
Lui vuole scavare
andare all’indietro
Lei… andare oltre…
Impossibile sanare la frattura
a partire da quel fondo diviso
dal corso d’acqua
e da quella cima dove più cruda è la realtà
nemmeno scalfita dalle parole dell’uomo
di per sé vaghe e vuote
alla donna continuano a cadere di mano
i frammenti raggelati
“È rotta, ahimé! È rotta!
L’anfora più bella!

I fantasmi della mente

Bellezza
origine e ultimità del cosmo
in occhi verdi
sognanti
il nastro della felicità
tra i capelli
nessuna asperità
nessun affanno interiore
volgere via lo sguardo
chiamarlo altrove
lei non vivrebbe di là dalla cornice
lungo dirupi
sentieri non tracciati
in cerca del rimosso
l’impensato
il mancante
le cose che si lasciano intuire
quelle invisibili
segrete
A volte
si riesce a vedere prati fioriti ovunque
svelare il turbamento
le cose che non si fanno riconoscere
e che non ti riconoscono
Altre volte
la realtà si avvicina
si rivela troppo in fretta
il talento la amplifica
così il pensare fuori dagli schemi
le idee oltre misura estranee
alla tradizione
esuberanti
inusuali
fermenti eccessivi
fulminei
i fantasmi della mente tendono
un’ imboscata
Dici di stare in guardia?
Da cosa?
Dall’euforia? dall’assillo?
La depressione La mania?
Le allucinazioni Le ossessioni?
La fobia?
Le torbide passioni ? L’isteria?
L’ansia di draghi rossi e salamandre
che gettano fuoco su di te
A volte
capita di udire
da lontano
una musica che copre l’ inquietudine
qualcuno ha l’impressione
che siano gli stessi soggetti
a seminare paure e a comporre musica
E’ successo a Robert Schumann
rinchiuso in un istituto mentale
di Bonn
le partiture deliziose
le note che ci ha affidato
e le paure
dell’acqua
degli spazi aperti
delle altitudini
paura di essere
avvelenato
diventare un altro
e avvertiva il suono
continuo
“di lontani ottoni
che diventava coro di angeli
che cantavano una melodia
che lui inutilmente
cercava
di trascrivere”
E non aveva ricevuto
il bacio
da Anne Sexton
i nervi sono accesi e
il compositore è entrato nel fuoco
dove fa il nido la salamandra
a corto di veleno
e il pieno il drago rosso
improvvido custode del vello
d’oro.
La tua idea fissa è
che quelle pennellate
evidenti
fioriture nel dipinto
e quel volto sublime
ti volteggino intorno
offrendoti le più sorprendenti
rivelazioni
e tutto con una musica
idilliaca
di un pianoforte
/che per la gente normale
può tacere tutta la vita/
magari quella musica è
un Improvviso in do maggiore di Schumann
La fanciulla con il nastro turchese
tra i capelli
sorride

.
Theodor Franz Eduard Kaluza

Dimensione spaziale
aggiuntiva
invisibile
arrotolata su se stessa
grani minimi di spazio
di tempo
di luce
a costituire il mondo
lumi in un cantuccio
organo e vecchi dischi
odore risvegliato di cere
in quest’ombra
aggrovigliate ripercussioni
risuonano sui vetri delle finestre
riecheggia in pieno sole
il rammarico d’essere vecchio
per dilettare l’ orecchio
smorto l’organista
fuori di sé
senza il mantello scuro da concerto
sullo scranno scarlatto
braccia prese da un moto irrequieto
ma è musica già registrata
non può dal vivo conseguire
le dimensioni nascoste
del cosmo
dell’esistere
predire il futuro
ora che il destino più non esiste
come un lampo improvviso
cade sui tasti del suo strumento
seguito dal tuffo dei portoni
serrati con brutalità
tutto si placa all’interno
ristagna l’esile fumo di incenso
che l’organista soleva separare
con le proprie mani

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Steven Grieco-Rathgeb DIECI POESIE “DIMENSIONI DI UN CERCHIO” E “SUPERSIMMETRIE”: UN PROSIMETRUM INEDITO DI STEVEN GRIECO-RATHGEB. POESIE COME INSTALLAZIONI DI INCHIOSTRO SU CARTA. LA GRAFIA DEL VUOTO, LA PAROLA IN DIVENIRE E LA QUESTIONE DELL’INCALCOLABILITA’, DA LIMITE SCIENTIFICO A RISORSA POETICA. COMMENTO DI LETIZIA LEONE. trad. dall’inglese, Trinita Buldrini

 

Steven TAV Termessos 3

Termessos

Steven J. Grieco Rathgeb, nato in Svizzera nel 1949, poeta e traduttore. Scrive in inglese e in italiano. In passato ha prodotto vino e olio d’oliva nella campagna toscana, e coltivato piante aromatiche e officinali. Attualmente vive fra Roma e Jaipur (Rajasthan, India). In India pubblica dal 1980 poesie, prose e saggi. È stato uno dei vincitori del 3rd Vladimir Devidé Haiku Competition, Osaka, Japan, 2013. Ha presentato sue traduzioni di Mirza Asadullah Ghalib all’Istituto di Cultura dell’Ambasciata Italiana a New Delhi, in seguito pubblicate. Questo lavoro costituisce il primo tentativo di presentare in Italia la poesia del grande poeta urdu in chiave meno filologica, più accessibile all’amante della cultura e della poesia. Attualmente sta ultimando un decennale progetto di traduzione in lingua inglese e italiana di Heian waka.In termini di estetica e filosofia dell’arte, si riconosce nella corrente di pensiero che fa capo a Mani Kaul (1944-2011), regista della Nouvelle Vague indiana, al quale fu legato anche da una amicizia fraterna durata oltre 30 anni. Dieci sue poesie sono presenti nella Antologia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, 2016). È in corso di stampa un libro di poesie presso Mimesis editore. indirizzo email:protokavi@gmail.com

Commento di Letizia Leone: “Dimensioni di un cerchio”

Quando Steven Grieco-Rathgeb definisce questi suoi testi “poesie in progress” che si sviluppano da materiali di bozza vecchi anche di quarant’anni ma ancora intrisisi di un’energia prodigiosa, ridefinisce il suo rapporto con la parola e con l’atto stesso della scrittura: “un altro scrivere” che, per così dire, vuole cogliere la parola nel suo farsi, nel movimento impercettibile e segreto della sedimentazione del senso, una parola refrattaria alle calcificazioni e che elude linee rette o consecutio temporali, ma predilige la circolarità portando al massimo grado l’erranza dell’intuizione.

Il segno del cerchio, svuotato della sua portentosa dimensione simbolica, posto a marchio denotativo delle poesie, è il grafo (“kanij, carattere cinese di “Kage”, parola giapponese dal doppio significato di luce e buio) di una “supersimmetria” che rintraccia l’idea di infinito, e di movimento orbitale del tempo, là dove la poesia disarticola la concatenazione dei fatti secondo causa ed effetto aprendo alla conoscenza sub specie aeternitatis, cogliendo l’eternità dell’istante, il momento in cui l’eternità irrompe nel tempo… dato che la poesia insieme alla fisica quantistica è coinvolta nel ripensamento radicale dei concetti tradizionali di spazio , tempo e materia.
Attraverso la parola poetica Grieco-Rathgeb intercetta questo mutamento della prospettiva temporale, la frattura che fa deragliare dal tempo storico, il rallentamento o l’accelerazione, il volgersi indietro o il balzare in avanti, il precipitare nell’evento (Ereignis) come pensato da Heiddegger, qualcosa che “fa saltare l’ordine del tempo” al di là di ogni calcolo e previsione.

E proprio negli Holzwege (“Sentieri interrotti”) viene precisato un certo fallimento della fisica moderna nella pretesa della calcolabilità assoluta che, ad un certo punto, inevitabilmente trapassa nell’incalcolabile: “Non appena il gigantismo della pianificazione e del calcolo, dell’organizzazione e dei sistemi di controllo schizza via oltre la dimensione del quantificabile e tracima in una sua propria dimensione, allora il gigantesco e ciò che sembra calcolabile sempre e sino in fondo (l’onnicalcolabile) divengono, proprio per ciò, l’incalcolabile. Questo resto indeterminabile è l’ombra invisibile che si proietta attorno a tutte le cose quando l’uomo è divenuto subjectum e il mondo figura [Bild]. Per via di questa ombra, il mondo moderno si colloca esso stesso in uno spazio sottratto alla rappresentazione, e consente così a quell’incalcolabile di avere la sua propria determinatezza e il suo carattere storicamente unico.”
Compito del poeta allora è esporre alla visione l’ombra invisibile che si proietta attorno alla materia, l’indeterminabile, ciò che sfugge ai calcoli, come nel caso di questi testi dove lo sguardo intuitivo è magistralmente fuso alla ricerca sulla genesi del visibile portata avanti dalla grande pittura, quale quella di Leonardo Da Vinci preso qui ad esempio per il suo riferimento di una “chiarità” sempre insita nel paesaggio.
Il paesaggio (e il mondo) per l’artista moderno, sia esso poeta o pittore, non è più oggetto di rappresentazione ma piuttosto diventa relazione simbiotica e condizionante mai pacificata: “è il pittore che nasce nelle cose come per concentrazione e venuta a sé del visibile… La visione non è più sguardo su un di fuori, relazione meramente “fisico-ottica” col mondo”. (Merleau-Ponty)

Steven TAVEcco perché Kage (ombra-lumen) si rivela parola epifanica densa di suggestioni, ci dice il nostro poeta nelle chiose prosastiche di accompagnamento alle sue poesie che tanto ricordano il modello dantesco del prosimetrum, componimento misto di prosa e versi, inaugurato in lingua italiana dalla “Vita Nuova”.
È nel chiaroscuro, nel riverbero, nella trama di luce diffusa che fa vibrare le cose e ne sbriciola i margini, nel confine incerto delle forme atto a risvegliare “nella visione potenzialità dormienti” che agisce la forzatura espressiva della parola poetica, ci suggerisce Grieco-Rathgeb, e se le forme perdono la loro rigidità, le parole s’indeboliscono, si allentano su traiettorie del senso elastiche, spiraliformi, ridondanti…
La poesia moderna nasce da questa contestazione del corpo rigido e opaco di una parola funzionante e funzionale, così come la pittura dal superamento della linearità prosaica: “La linea non è più come nella geometria classica, l’apparizione di un essere sul vuoto dello sfondo: è, come nelle geometrie moderne, restrizione, segregazione, modulazione di una spazialità preliminare”.
Per esempio, in Matisse il contorno si trasforma in nervatura ad alto potenziale d’irraggiamento, e la linea, figurativa o no, “è un certo squilibrio introdotto nell’indifferenza della carta bianca, un varco aperto nell’in sé, un certo vuoto costituente che, come mostrano perentoriamente le statue di Moore, sorregge la pretesa positività delle cose”.

Squilibrio e vuoto sono i due termini entro i quali si sviluppa il moto ondulatorio dei versi. Un vuoto “orientale” però, uno spazio aperto dell’eco, esperienza interiore originaria e punto d’origine dell’ostensione della materia, un vuoto davvero troppo distante dall’abbandono al non-sense del nichilismo culturale, “il nulla alle spalle”, “Il vuoto dietro di me con un terrore di ubriaco”; no, qui il vuoto è, per così dire, di matrice femminile, è assimilato al recipiente di una parola in ascolto, una parola progettuale e in trasformazione che ha abbondantemente sperimentato l’opacità del meccanismo comunicativo o l’insufficienza della codificazione pietrificata.
L’epifania di un oleandro “fiorito da sempre” nel primo testo “Quando il treno rallenta dopo Settebagni” viene esperita in virtù di uno svuotamento, di un disorientamento, di una distorsione spazio-temporale che interrompe il “Samsara” (inteso come vita quotidiana e ruota incessante del divenire) e rende il “fuori-tempo”
Il testo è quasi un manifesto di una fenomenologia della visione, l’attimo nel quale “si accende la scintilla della percezione sensibile”:

…quaggiù, in quest’ombra-lumen 影
un oleandro fiorito da sempre
ed intensamente il mio volto cieco
mi sembra rotto, selvaggiamente isolato,
ma è solo il suo porsi fiorito da sempre,
solo il suo porsi, adesso, in piena
assorta fioritura, espressione
del profondissimo buco nel mondo
da cui a nuoto risalgono nell’acqua buia
meravigliosamente limpida
nostre parole, sussurrate
dalle labbra come
esseri viventi –

*

Steven TAV Termessos Amphitheatre

Termessos Amphitheatre

Un sostare dentro la maturazione della visione che ci rammenta le epifanie di Lord Chandos, la crisi e l’impotenza della parola a rischio di deliquio. E Hofmannsthal scrisse nel “Libro degli amici”: “Nel presente si cela sempre quell’ignoto la cui apparizione potrebbe mutare tutto: questo è un pensiero che dà le vertigini, ma che consola”.
Non ci sorprende allora l’introduzione del supporto di uno specchio nell’atto della visione. Lo specchio amplifica il paesaggio (in convergenze di istanti e frammenti) quasi per animazione interna e tenta di alludere al riflesso smarrito della significanza cosmica:

Cercavo invano, ormai da anni, di raggiungerti.
E apparve quello specchio, non ricordo
se posato in un campo, fra le zolle,
o nell’erba piena d’insetti.
Con la sua caratteristica impassibilità, seppe riflettere
cose di una bellezza selvaggia, insperata,
come se fossimo saliti sul terrazzo più alto della città.
Mentre io cercavo invano di interpretarne il senso.
A lungo il suo volto fu attraversato dalla fuga d’immagini
finché un giorno s’involò in lui
un uccello sopra un immenso paesaggio.

Lo specchio-speculum, strumento del riconoscimento e della visione di secondo grado, oggetto di “una magia universale che trasforma le cose in spettacoli e gli spettacoli in cose, me stesso nell’altro e l’altro in me stesso”, ci suggerisce la dimensione speculativa della parola poetica esaltandone insieme l’aspetto intuitivo e vivificante.
Intuisce Merleau-Ponty che proprio l’immagine speculare “accenna nelle cose il processo della visione” catturando “il venire alla forma” dell’immagine.
La parola chiaroveggente del poeta, “Girasole nero”, interroga quali oggetti della ricerca “luce, illuminazione, ombre, riflessi, colore…zebrature di sole, oggetti dall’esistenza visiva, come fantasmi”, cose che solitamente lo sguardo profano elude.
La parola viene in luce dalla carne oscura della materia.
“In un poema ci sono frasi che sembrano non essere state create, ma essersi formate”: ecco vorrei rubare queste parole ad Apollinaire per descrivere la sensazione incontestabile che mi ha lasciato la lettura di queste poesie di Steven Grieco-Rathgeb.

Premessa di Steven Grieco-Rathgeb

Le poesie che si leggono qui sono per la maggior parte tratte da SUPERSIMMETRIE, una mia nuova raccolta di poesie in progress. Tutte in italiano (tranne Black Sunflowers).
Il titolo si riferisce alla mia necessità di circoscrivere uno spazio definito dalla sua stessa illimitata apertura, quale può essere il cerchio; di creare un luogo, delle condizioni per facilitare l’assimilazione di concetti e contenuti, che sono almeno per me nuovi in questa lingua italiana, sempre conosciuta da me e sconosciuta. E si riferisce al mio estremo bisogno di impiegare la lingua italiana per veicolare spazi, ritmi e sonorità che ho raccolto in luoghi e in tempi apparentemente da lei lontanissimi. Ma tutto è davvero caleidoscopio. E nel caleidoscopio ho seguito ciecamente il mio intuito, che mi diceva che se i poeti italiani medievali erano rimasti affascinati dalla poesia mistica persiana, e prima ancora da quella araba, e ne erano stati ispirati e trasformati per sempre, dando in questo modo almeno uno degli impulsi decisivi all’avvio della poesia occidentale di sette secoli, con le sue vette eccelse, allora il mio senso di smarrimento davanti a distanze che io vedo come remote, è davvero illusione, ignoranza tutta mia.
Perché la parola “supersimmetria”? Le composizioni così contrassegnate provengono da bozze di poesie vecchie di 20, 30 o perfino 40 anni, che io ho sempre gelosamente conservato, o su carta o nel ricordo. Non poche poesie, allora, non si erano fatte per varie ragioni: una perché sentivo troppo forte la linearità che mi costringeva, mi piegava il pensiero e la penna in una direzione che non volevo, che sordamente, ciecamente, rifiutavo. Uno dei risultati di questo sordo rifiuto è il volume Maschere d’oro – 33 poesie italiane, edito da Biblioteca Cominiana del 1997. Nel caso di quella raccolta, le poesie finirono ovviamente per nascere, situandosi per giunta ad un buon punto secondo me della mia ricerca di un altro scrivere. Ciò malgrado i materiali di bozza di quelle stesse poesie continuavano a sprigionare una energia sottile ma prodigiosa. E io sapevo, vagamente percepivo che un giorno quella energia sotto le ceneri avrebbe aperto nuove porte, nuovi modi di vedere per me, tristo poeta perché ricco soltanto della sua razionalità.
Uso questa parola, “supersimmetria”, perché quelle bozze pur irradiando energia rimanevano oscure. Il che sembrerebbe confermato, visto che siamo figli del cosmo, dalla scoperta della materia oscura, la quale costituirebbe l’80% di tutta l’energia del cosmo. Questa cosa delle bozze l’ho capita pienamente molto tardi, solo 4-5 anni fa, quando le mie esperienze di vita si erano fatte molto difficili, e la risultante tensione esistenziale faceva affiorare in me livelli più profondi, anche più oscuri, della esperienza umana di sé e del cosiddetto mondo esterno.

Il cerchio cui mi riferisco nel titolo produce un senso di infinito e di vuoto creativo che nessun’altra forma geometrica possiede allo stesso grado. Non sono certo il solo a sentire tale suggestione. E così vi ho preso un cerchio e al suo interno ho inserito il kanji (carattere cinese) di kage, ad aprire questa piccola raccolta. Il motivo è per me molto importante.
Quando lavoravo con il mio collega giapponese alla traduzione di waka del periodo Heian in inglese e in italiano, un giorno, quasi dieci anni fa, iniziammo a parlare di questa strana parola, kage, che appunto lui diceva avere il doppio significato di “luce” e “buio”.
Se avessi avuto un dubbio che il mio amico stesse esagerando, questo scomparve quando per conto mio lessi un haiku di Basho, che un grande studioso, Makoto Ueda, aveva tradotto due volte, a distanza di più di vent’anni, così:

Chō no tobu bakari nonaka no hikage kana

A butterfly flits all alone – and on the field, a shadow in the sunlight. (1970)

Una farfalla svolazza da sola – e sul campo, un’ombra nella luce.

Chō no tobu bakari nonaka no hikage kana

Butterflies flit… that is all, amid the field of sunlight (1990)

Le farfalle svolazzano… solo questo, in mezzo al campo nella luce.

(traduzione Trinita Buldrini.)

La penultima parola nel haiku, hikage, è composta da hi, “luce, raggio di sole”, e da kage, che io traduco con “ombra-lumen”. Vediamo qui la suggestione di una farfalla o diverse farfalle che attraversano il campo inondato di luce, creando ancora più luce con le loro ali scintillanti. In questo impossibile sovrappiù di luce prodotto dalle farfalle appare un impercettibile turbarsi, il senso come di un’ombra. In questa immagine davvero portentosa abbiamo il rapporto della vita umana con il mondo circostante, che in molti sensi non è che il moto intimo dell’uomo, esso stesso mero svolazzare di farfalla nella grande luce ignota del mondo visibile.
Con il collega entrammo a parlare sempre più profondamente della qualità della luce, e del fatto che esiste una “chiarità” diffusa del paesaggio, anche quando questo non è direttamente illuminato dal sole. Leonardo da Vinci ha detto che la quantità di luce nello spazio non è mai così grande quanto il buio. (Anche questo forse confermato dalla scoperta della materia oscura).
Fu allora che qualcosa mi spinse a riflettere sulla coppia “lux-lumen” (come si vedrà dalla nota alla prima poesia qui sotto). Come avevo sospettato, anche nelle lingue occidentali c’era qualcosa di simile a kage (si pronuncia kàghe). Ma era necessario tornare al grande Latino, anche se l’Italiano ancora ne reca una traccia ben evidente.
La parola “chiaroscuro” non è nemmeno lei lontanissima da kage, sebbene più tecnico-pittorica, forse meno carica di sfumature e suggestioni.

Infine, vorrei mettere in guardia il lettore: il cerchio è in se stesso illusorio: non è da prendere come un punto di arrivo ma di partenza – anche per gli altri che mi leggono, anche per me stesso che mi leggo.

Steven TAV Termessos tomb

Termessos tomb

Poesie di Steven Grieco-Rathgeb

1. QUANDO IL TRENO RALLENTA DOPO SETTEBAGNI

sprofondando nella vegetazione
sotto due viadotti
che s’incro-
ciano, risalendo più in alto

dove stanno i miei simili, uomini e donne
visibili solo di gambe, di sola luce 光
senza testa o torace
e con tutte le loro attività in alto
in pieno sole, quotidiane
dal pane, al bar
i piedi frettolosi lungo il
marciapiede, i basamenti delle case,

quaggiù, in quest’ombra-lumen 影
un oleandro fiorito da sempre
ed intensamente il mio volto cieco
mi sembra rotto, selvaggiamente isolato,
ma è solo il suo porsi fiorito da sempre,
solo il suo porsi, adesso, in piena
assorta fioritura, espressione
del profondissimo buco nel mondo
da cui a nuoto risalgono nell’acqua buia
meravigliosamente limpida
nostre parole, sussurrate
dalle labbra come
esseri viventi –

“Ecologia” – di infinita
fragilità

che non so scindere
dalla mia immagine interna (e il prossimo
arrivo a Termini, l’oleandro al centro della folla

(dal senso di infinita pena)

30 maggio 2016

Nota 1: In giapponese, il primo kanji, hikari è luce piena, lux. Il secondo, kage, significa sia “luce” che “ombra”. Ad es.: tsukikage: “volto della luna”. La sua qualità è quindi vicina a lumen, “luminosità del paesaggio”.
Il Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani dice: “lùme: Splendore che nasce da cose lucenti, e la Cosa stessa che fa Lume (…) Lume differisce da Luce. Funzione della luce è di risplendere; Funzione del lume è d’illuminare. Perciò Lucere è verbo intransitivo e Illuminare transitivo.”
Per me poeta, la differenza cruciale sta proprio qui: fra la “c” o “x”, acuta, tagliente di luce, e la “m” più diffusa, introspettiva di lumen.

2. IL COLORE VERDE
Supersimmetria del verso 13 della poesia “Quando il treno rallenta…”

L’Uomo spiega
nel giardino dove cade obliquo il sole

illuminato
spiega
dentro il verde che appare cosa oltre i colori
traditi nella loro realtà basilare
supera nel fitto intrico perfino la luce
cadere dove vuole (non dove obbligata):
e come il verde allora si rallegri
trovando nella ramaglia strozzata da tante ombre
lo sguardo che varca se stesso
l’oltre-colore
rilucere nel neutro del suo pigmento.

Allora la stessa luce sembra un’altra:
ma non è che il trasecolare di quel verde,
suo manifestarsi incantevole:
che spiega a chi ascolta, quando पुरुष Purusha traspare
in prakriti प्रकृति natura, come è lui stesso

l’illuminato nell’ombra del pigmento

31 maggio 2016

Nota 2: Prakriti, “Natura” (ma anche “qualità fondamentale”, “radice di parola”). Purusha è l’Indifferenziato, ciò che anima la prakriti. I kanji nella prima poesia, e le parole sanscrite, qui scritte in grafia devanagari e latina, non vogliono spaesare: l’intento è rendere la poesia più “grafica”, più disegnata, più simile a quello che nella sua piena potenzialità la poesia può talvolta essere: una “installazione di inchiostro su carta”.

3. ETNOMUSICOLOGIA III – “Il Monte Olimpo”

Chi l’avrebbe detto, su quella scarpata pietrosa:
la sopravvivenza dell’uomo
racchiusa in un plettro e una cetra.

Come una magia le sere piovose d’autunno
fuggono in disordine verso la fine dell’anno,
non si stringono come il gregge intorno
al pastore nero-vestito:

lui sa come tagliar loro la gola compassionevole
perché non soffrano il sacrificio, trapassino
il volto distorto delle cose, ophrys mascherate
con l’elmo guerriero e sono Io, Io, e vibrano
danzando nell’ubriaco amplesso.

In questo crescente invisibile mucchio di cadaveri
un’azzurra catarsi le impelle
e imbrunite ascoltano al valico la musica
di quel tumulto, che la pioggia non sa sbarrare
né lo possono i cani dai collari chiodati
né i mille incappucciati Altri del pastore aguzzino.

Allora tutto è un lassù, Termessos
sotto il vasto tamburo del cielo
e corrono autostrade e viadotti vertiginosi
nel frastuono di gallerie e gallerie
scende e risale si sparge in ogni direzione il Tempo
come fiato dal flauto librato.

Al vertice del mondo i camionisti
si ristoreranno nelle aree di servizio future:
commessi viaggiatori, venditori e camminanti
il popolo rozzo e splendente, i divini cantori
affolleranno le vie sopraelevate del pianeta.

Così tu, stanza d’autunno, fra i mille Io, ascolti:
senza rivali, le tue ali cantano il cuore a nessuno.
Che sale anch’esso, ispirato, a loro che tu ed io sono.
Oltre pareti e palazzi alle mille città, a Nessuno,
rilucere ignoto nel gran buio atroce.

Supersimmetria di “Etnomusicologia III – via dei Canacci, 1992”

Questa poesia riassume molti dei miei pensieri sulla “musica popolare”, così come Béla Bartók scelse di chiamare il folklore musicale, perché vedeva in esso non solo le radici musicali dell’uomo, ma anche il fatto che ogni ulteriore sviluppo nel campo della musica possa soltanto partire da quell’universo di suoni e ritmi originari. Senza di esso, non esisterebbero né la musica classica occidentale, né il raga classico indostano. (Non so se in modo simile Stockhausen nel suo Mikrophonie I abbia inserito un tam tam, il cui suono viene rilevato da un altoparlante direzionale come “uno stetoscopio rileva il corpo di un essere umano”.)
Così, quando abitavo in Grecia, pochi mesi dopo la nascita di mia figlia si rese necessario il suo battesimo. Dico “necessario” perché erano i pescatori del villaggio dove abitavamo a volere il battesimo, non io e mia moglie. Per il Greco, in maniera particolarmente forte, il battesimo rappresenta il passaggio dal sostrato psichico pagano ad quello cristiano: dalla morte “buia” a quella “luminosa”. Ciò malgrado, per molti Greci, mi è sembrato, il significato della vita rimane quello più antico – “azzurro guizzo dal mare di un oscuro delfino”. Sia come sia, il battesimo di mia figlia era per loro imprescindibile, pena la nostra partenza da quel luogo qualora non ci fossimo trovati d’accordo.
Qualche giorno prima andai con il futuro padrino di mia figlia dai pastori valacchi, i quali svernano sulle colline sopra il Golfo Amvracico, a prendere le due pecore che sarebbero apparse cucinate sul tavolo imbandito della festa dopo la cerimonia religiosa. “Le riportammo al villaggio sul sedile posteriore della mia macchina, le zampe legate. Mi piangeva il cuore. Il papas ci aspettava nel giardinetto della sua casa: originario delle montagne pastorali del Pindo, è lui che macella gli animali nel villaggio. I pescatori non saprebbero come fare. Con gesto dolce prese le pecore una per una vicino alle gambe – loro mansuete, come di fronte ad un padre – poi un taglio veloce alla gola, e quelle si accasciarono senza un belato.”
Nacque subito nel mio pensiero il dilemma: è possibile riconciliare l’atto selvaggio cruento per la sopravvivenza, con le altissime vette raggiunte dalla musica popolare in tutto il mondo? Dove il punto esatto in cui l’uomo si trasfigura e asserisce la sua intima armonia con il mondo, e non soltanto quella del macellaio, che sembra il suo contrario? Ebbene, se questa affermazione ha un senso, allora tale presa di coscienza avviene nell’esatto momento in cui egli sgozza: per trascendere quell’attimo, egli deve essere convinto che qualcosa – forse la religione, forse la filosofia, ma io penso prima di tutto L’ESPRESSIONE ARTISTICA – lo sta nel contempo trasformando da bruto in eccelso trasfiguratore di una verità del mondo.
Come immagine di quest’attimo, di questo fulcro fremente in cui coesistono macellaio e divino musicante, ho preso la mia amata ophrys apiaria, una delle piccole orchidee mediterranee, che con il suo bizzarro volto “mascherato” (a me ricorda l’elmo del guerriero) attira l’insetto pronube il quale, ingannato e ignaro, pseudocopula con lei e poi sulla pancia porta via il polline per fertilizzare altre orchidee.

Nota: Termessos, un’antica città greca sui monti del Tauro, in Anatolia.

 

Steven TAv Koronisia 2009 foto T. Buldrini

TAv Koronisia 2009 foto T. Buldrini

4. ISOMETRIA I

La poesia al poeta:

A volte mi scorciano incontro tempi
quando tutta la foresta luceva
e la tua aspra indifferenza era mio amato compagno

Da allora ho percorso mille furenti vie
il volo sciamano, cieca sofia, l’immaginazione e l’epifania

Poeta, nel tuo rapimento che ignora ogni nesso
si sfiorano le ombre d’oro – e io non ho pace
di volgerle come oscure parole
sulle loro orme prefigurate

Ora le porte sono schiuse,
il suono è ovunque!

Ti chiedo: dove sta in me il compimento?

Il poeta alla poesia:

Amata, tu parli dentro le parole, domandi la mia risposta:
nell’aria di cristallo, nel vago cristallo sei l’aria—sei tutta l’aria,
e le tue parole origliano stupite ai vani sempre aperti

Strano, essere così, l’aria parlarsi:
tu, incurante del brunito
così tuo-stesso
rifrangersi di luce

quasi fossi io questo dire: o non lo fossi:
e allora queste voci
queste tue tante voci

mi paiono

essere una

2004-2014

Nota: ringrazio Ubaldo de Robertis per i suoi chiarimenti riguardo alla parola “Isometria”, dopo che l’avevo scelta come titolo per questa poesia.

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5. AL FRATELLO:

Cercavo invano, ormai da anni, di raggiungerti.
E apparve quello specchio, non ricordo
se posato in un campo, fra le zolle,
o nell’erba piena d’insetti.
Con la sua caratteristica impassibilità, seppe riflettere
cose di una bellezza selvaggia, insperata,
come se fossimo saliti sul terrazzo più alto della città.
Mentre io cercavo invano di interpretarne il senso.
A lungo il suo volto fu attraversato dalla fuga d’immagini
finché un giorno s’involò in lui
un uccello sopra un immenso paesaggio.

Allora venne, si prese sotto il braccio e se ne andò frettoloso.

Adesso non lo vedo più. O forse immagino che non veda noi.
Ma chi è lui? Da dove è venuto?
Tu è come avessi perso lo sguardo, l’ispirazione del mondo.
Io, passo le giornate in vuota contemplazione.

Supersimmetria di “Come cambiammo – Via dei Canacci, 1992”

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6. LA MATTINA RISPLENDE

Della notte non è rimasto nulla
tranne una porta socchiusa
sul corridoio:

tutti ancora dormono
ma qualcuno, si vede, è già sveglio,
il silenzio è trasalito
davanti alle finestre luminose:
già sveglio, a giudicare dai rumori,
qualcuno all’altro capo della casa:

perché da laggiù è salito un filo d’aria
si è levato pian piano
e con pazienza

torna
per l’alto spazio del corridoio,
più in alto dei libri polverosi che già sfiorano il soffitto,
torna sul filo di quel più elevato dialogo,
quel ragionare fra menti illuminate,
quasi a raggiungerlo
non dovesse sfiorare
fra la porta socchiusa il suo risveglio
e la mattina ancora buia

Supersimmetria di “Quando la mattina risplende – Via dei Canacci, 1997”
foto donna sale le scale7. FERMARE IL TEMPO II

Battiti uscivano dal cristallo di orologi
se ne illuminava un’intera civiltà – ma
cessò di colpo, serpeggiò in alto l’immobilità
ondeggiando senza spina dorsale

Un monello scagliò un sasso contro i frantumi di orologi
sfrecciò un sasso trapassando i quadranti
salì sospeso fra le trasparenze
volò un uccello immobile su un ramo

E il tempo era sopra dietro sul ramo fitto di foglie
dove l‘uccello svolava sorpreso: e l’osservatore,
sorpreso, immobile sul ramo millenario
borbottava un vecchio addormentandosi, una voce,
una scena tremando come tempo sopra il tempo

e sopra dietro ovunque dormiva la camera-giardino
brunita, ingioiellata di bui alberi, di fiori d’oro
e rami e cespugli vibranti luce già dormiva
si allungava come forza inerte nel silenzio

raccontando una donna un tempo fatato volando
ansimò: in terrore d’ali l’intero mondo spiccò
l’uccello vorticò fisso! da sopra il giardino, da dietro
che scendeva in macerie, serpeggiando risaliva

maggio 1979

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BLACK SUNFLOWERS

I’ve profited hugely, I’ve gained
from all these losses the loss of a world
that would open the open book.

Wherever I look now are black sunflowers
their deep glow gone.

Incredibly, they stand blinded in a field
overrun by light: withered root-hands
losing their grip on unwatered soil.

Are millions of birds, seeds, black suns ready to fly.

Creating, shaping new horizons discovers
another horizon,
that migration is a future: a new sky,
new vastness discovered by a mere flock of birds.
A new angle on the flying eye.

Till journeying so far beyond themselves,
at last cease being what will to reshape
continuously break up:
to flower in whatever flowers, lose all hope;
to become poems
cease the tireless game of becoming.

Seconda supersymmetria di una poesia non scritta nel 1990
Via Merulana, agosto 2014

Questa poesia sulla poesia rimane nella sua versione originale inglese, perché non sono riuscito a tradurla. Mi è sfuggita. Chiedo a Francesca Diano, bravissima traduttrice, di farlo per me, se per caso legge questo post.

 

Steven Grieco a Paestum

Steven Grieco a Paestum, 2013

8. VIAGGIO INFERO 2
Per Rita

Quanto profonda la luce
ai tuoi occhi chiusi
la mia testa rivolta in oscurità

Questa vita non la conosciamo più.
È un viaggio infero? Come dicevano. Un trascorrere,
O un luogo –

Il piede di una donna che sfiora la mia gamba in sonno
è miriade d’immagini afferrarsi nello spazio.
E il grande albero ramificato del mio esistere
radicato saldo a se stesso un luogo di lei
trasalire ad ogni successivo svelarsi
raggiungere ogni direzione ed ogni esperienza
mascherandosi come il tempo in
ogni pensiero. Ma dove, tu? E quello sfiorare intende,
e questo, intende “risvegliato”. Da un luogo infero
– esser vivi in जागृति, luogo di galassie

Stoccolma, Roma, novembre 2015 (trad. dall’inglese S. Grieco-Rathgeb)

Jaagriti (pronuncia, giàgriti): stato mentale dell’ “essere desto”, specifico all’essere umano (non alla vita animale, vegetale e “inanimata”).

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9. Ο ΜΑΪΣΤΡΟΣ – ALL’EPIRO – VENTO E ASFODELO

Quando mi svegliai da questo sogno di cose e di persone
ero tornato e non c’era più nessuno. Solo soffiava
costante, tenace come un mastino attraverso
la chiusa finestra, mi soffiava il maestrale
attraverso una fessura nel torace.
Alla finestra soffiava azzurro vuoto il vento
lo stesso vento che a lungo negli anni portò gli avvenimenti
i luoghi, le persone. Ora soffiava come un mastino
aprendomi una fessura di silenzio.

Il vento che in altre condizioni di tempo
luogo e persona diventò in mille mascheramenti
tramontane, mareggiate e ventate di scirocco, cozzare
di nuvole e rullio di Golfo, o di montagne, di promontori
e di fattezze appena accennate su volti fuggenti
ora soffiava vuoto e azzurro nella stanza disadorna
della mia primavera. Mia primavera gelida
dentro i fiori bianchi e gocce d’acqua
microcosmi che stillano dai rami uno ad uno.

Loro continueranno a mangiare pesce, a mangiare
sul piattino candida feta,
continueranno nelle stanze fra incrociati letti e masserizie
a morire sotto la croce greca.
La sera accenderanno i lumi davanti alle icone
sarà la preghiera alla Dea Speranza.
Continueranno col nero dei sacerdoti,
con l’ala corvina di 4 secoli e mezzo a sventolare
nel bianchissimo azzurro a vivere e morire.

Passando da qui, voi avete detto: non capiamo, non
vediamo, non cogliamo l’attimo che tu evolvi
pregno di mondo, respiro tenace fuggente nel pensiero
nelle cinematiche figure proiettate a migliaia
su uno schermo vuoto.

Ma io non scolpisco la luce di Seferis. Uguale,
talvolta, l’angolo osservato, il suo mirabile altrove
non è mio. Nel cieco della luce vado rovistando:
non c’è nessun asfodelo, solo nero-bianche immagini
proiettate furibonde su uno schermo
che non lascia traccia.

E dove sembra il mare incresparsi obliquo
verso riva, il vento soffiare perenne
nella stessa furibonda direzione.
Proiettarsi queste nere figure, questi ricordi
e promontori che non intagliano
perché senza sostanza, ombre nel vento che soffia luce.
Solo è il quadro della vuota finestra spopolata.
Qui, dove risalgono uccelli nell’aria, schegge senzienti
dall’orizzonte di promontori e monti profondi
catapultati in alto sul mare verde azzurro.

Di nuovo illusori bianchi cumuli staranno ammassati
all’orizzonte. Di là, verso il mare aperto trasecolando,
il limone ingiallirà al sole, il basilico nell’ombra
della pergola, le nuvole statiche ferme
sul retro di casa. Da altre finestre che inquadrano
Arta biancheggiare nella distanza, di là dal Golfo, le catene
del Pindo incoronate da cumuliformi.

E nella calma di vento i vecchi seduti davanti al Golfo.
Possa io parlare sempre di te, involandomi su
attraverso questi taciturni ai tavolini, alle tazzine
di caffè vuote e annerite.
Sono loro i miei autori: libellule prigioniere alle vetrate,
meglio di me hanno sognato la vastità.

Promontori visionari in tutta la loro lunghezza, immobili.
Mi guardano e guardano con i miei occhi.
E il modo delle acque di sciacquarsi sempre a riva,
le rondini di mare scomparire nell’aria stranite
non ne vengo a capo.

Perché a lungo andare tutto diventerebbe
inspiegabilmente reale. E un giorno si romperebbe a pezzi.
Di nuovo sarebbero altri quei promontori
che nel silenzio guardano se stessi.
Quei promontori guarderebbero solo se stessi.

Ecco perché arrivate quando sono già partito.
Il mio stupore è più grande.
Questo è lo studio della luce, gli uccelli
apparire furtivi fra gli scuri specchi d’acqua.
Sono reali, non ne avete studiato l’immobilità.

Nell’erba, nascosti fra le lagune fuggite come
innumerevoli cavalli di Troia, asfodeli smemorati.
Venuti qui, avete solo detto: non abbiamo visto,
non abbiamo colto l’attimo che si evolve
pregno di mondo dove il vento soffia, sibilo cavo,
triste flauto, avaro d’immagini.

In distanza loro mi guardano immobili
e mi sembrano il mio sguardo.
Perché le schegge di mio pensiero-luce
potrebbero soltanto nel cielo del proprio rarefarsi
tornare un giorno a se stesse,
come le onde prendere il largo e tornare a riva.

Creando un domani e un dopodomani, il mio cercare
tornare ancora a rompersi su questa riva.

E di nuovo trasalirei al volo delle rondini di mare,
ferite più intense nell’etere già così splendido.

Di nuovo, nel moltiplicarsi smarrito dei miei futuri,
quei promontori guarderebbero solo se stessi.

Supersimmetria di “Addio all’Epiro” – Koronisia 2005, Rome 2016

steven grieco piccioni sul terrazzo

foto di Steven Grieco (India)

Una nota a questa poesia. Le fa da sfondo il Golfo Amvracico, in terra d’Epiro: un golfo che si apre sul Mare Ionio per una mera fessura di poche centinaia di metri all’altezza della cittadina di Preveza. Quasi un mare interno, costituito anche da tre grandi lagune separate fra loro da sottili strisce di terra.
In questo Golfo fu combattuta nel 31 a. C. la battaglia navale di Actium, tra Marco Antonio e Ottaviano, il cui esito decise le sorti del futuro impero romano. Ancora oggi sorge lì vicino la città di Nikopolis, perfettamente conservata.
Un luogo oggi fuori dalle vie battute, ma cruciale per la mia famiglia, perché qui nacque mia figlia 31 anni fa. L’estrema, quasi impossibile bellezza del Golfo mi catturò poeticamente fin dall’inizio. Scrissi delle poesie, in inglese e in italiano.
Quello che non avevo capito allora, ed ho capito appena un anno fa, è che il suo grande cerchio, ricchissimo di acque pescose, di promontori e montagne all’orizzonte – mondo ubriaco e illimitatamente vasto – ciò malgrado appare in qualche modo circoscritto, e a me suggestivo di un cosmo finito: “finito”, così come l’uomo occidentale, fin da Omero e dai presocratici in poi, si immagina nato dal Nulla, e qui, in questo mondo trova la sua misura umana, qui può costruire la sua “casa”, prima di tornare un giorno al Nulla. Nell’antica Grecia i morti diventavano asfodeli, fiori dell’oblio.
Eppure non vi è nel Golfo alcuno scorcio prospettico chiaro e univoco, nessun punto dove vanno tutte le linee a convergere! Non vi è alcun senso di “termine”, di morte definitiva, perdita irrevocabile del ricordo di sé. In esso è tutto sfericità, apertura. Ma non dispersione.
Per me e per tutta la mia famiglia, esso allora rappresentò una casa in questo mondo, perché arrivammo qui per vie davvero fortunose, con mio figlio piccolo e mia moglie nel settimo mese di gravidanza. E proprio per tale motivo, perché questo allora era per noi un approdo, io non capii il senso più profondo del paesaggio che pure vedevo ad occhio nudo e amavo: che esso circoscrive l’infinità. Esso, insomma, possedeva un orizzonte segreto, non visibile ad occhio nudo.
Diversissimo ma simile a quello che avevo così bene conosciuto in India. E’ un infinità, quella indiana, inimmaginabilmente vasta, ma per niente dispersa. Anzi, con tutti i pezzi perfettamente al loro posto. Solo per un piccolo dettaglio quella visione è secondo me profondamente diversa dalla cosmogonia occidentale tradizionale (prima, diciamo, di Galileo): non fa alcun tentativo di imbrigliare, di ridurre alla ratio, l’Assurdo irriducibile delle cose. La sua radice è inafferrabile anche a se stessa.
È sufficiente che io salga, fisicamente o mentalmente, su una delle montagne che si vedono dal Golfo Amvracico, per sentire chiamare forte il mio nome. Sento quella voce arrivare da lontano, come un sussurro. Viaggia migliaia di chilometri lungo le catene montuose dell’Asia. Quando sono assorto in qualche pensiero la sua insistenza mi fa trasalire: proviene da un’altura, punto di partenza di un raggio luminoso che oltrepassa le frontiere e le meschine barriere umane (prima di tutto mie). Che sia Devprayag quel luogo all’altro capo del mondo: laddove confluiscono i fiumi Bhagirathi e Alaknanda? O la scarpata vertiginosa, a 3500 metri, dove stai di fronte a Nanda Devi, nevosa gigantessa, dea vergine che si erge su fino a 7800 metri di altitudine? Non so.

10. TWO MOTHS / DUE FALENE

(I)
Un esperide è entrato volando dalla finestra. O forse giaceva già sulla scrivania quando sono entrato nella stanza. L’ho guardato, domandandomi che fare. Lui ha detto: “Sono venuto qui a raccogliere i miei pensieri. Ormai è giunto questo tempo, e io sono entrato da fuori. Per tutta la primavera e l’estate svolazziamo a decine di migliaia fra i possenti platani nella elegante via romana. Benché, ombrosi e dispersi come siamo, raramente veniamo notati. Da lassù, in autunno, ci sparpagliamo in tanti posti diversi, cercando più crepuscolo.”
“Capisco, ma ora, che faccio? Forse ti è rimasto un po’ di vigore: apro la finestra e ti faccio volar via?“
“No,” ha detto. “Non mi faresti un favore mettendomi fuori per forza. Sono troppo debole, cadrei giù in strada.”
“Pensavo che fosse possibile un ultimo volo verso quegli alti rami.”
“E’ la tua fragilità umana che ti spinge a pensare così. Io sto solo volando via da questo respiro.”
Mi ha sorpreso. “Vuoi dire che noi siamo immortalmente qui? Che la nostra psiche non è mai nata?”
Ho aspettato un po’, poi l’ho sentito mormorare: “il minuscolo cerchio della vita individuale è racchiuso dentro il più grande cerchio della morte. Oltre quel cerchio tutto esiste, inesprimibilmente. La nostalgia, memoria di questo mondo, fa sì che torni qui. Questo intendo. E amo l’erba falciata, e i campi ondeggianti. Ora che è maggio, ed è giugno come una corsa in treno nella campagna toscana, sono venuto qui. Perché io, creatura bruna, rimango senza parole nel vedere come fai macerare fiori azzurri nell’alcol, mi dà una strana gioia come aspetti con pazienza che qualche raggio di sole penetri la penombra della tua stanza a bagnare quei fiori di luce.”
L’esperide giaceva come esanime sulla scrivania. Improvvisamente ha sbattuto le ali, e sollevandosi con violenza è precipitato in un angolino buio della stanza come papaveri nel grano ancora verde. Poi è rimasto lì, respirando appena, sprofondato nel pensiero.

(II)
Ho preso in mano quel leggero essere madreperlaceo, l’altro giorno, scendendo le scale del mio palazzo in Via Merulana. Nudi gradini di marmo, nude pareti, non una fronda giù per le scale illuminate a giorno. Vedendola rattrappita, immobile su un pianerottolo, ho pensato che non doveva stare lì. Anche se, con l’autunno tutto intorno, stava cercando dove morire. Perché, in un posto così freddo e nudo? L’ho raccolta nelle mani a coppa, e l’ho portata fuori. Per la strada ha iniziato a battere le ali, è riuscita a sfuggire dalle mie mani, è volata via. E’ successo davanti a un negozio di ottica, la vetrina piena di lenti, occhiali da vista e da sole. Nell’attimo in cui ho sorpreso la mia immagine nella vetrina, la falena, da un luogo non più visibile, ha detto: “Stai pensando alla morte dal punto di vista della vita. Io vedo la morte dal punto di vista dell’esistenza.”
Ho risposto: “è strano che io ti senta. Ogni movimento del tuo corpo e delle tue ali parla la mia lingua.”
“E’ soltanto perché siamo poeti tutti e due,” ha risposto la falena, più raggomitolata che mai. “Ti ho aspettato a lungo quando piangevo e mi disperavo nella grande casa di legno buia e vuota. Adesso non ho più bisogno di te.”
“Addio. Mi dispiace che tu debba morire qui per la strada come una mendicante, tu che hai le ali luminose di una principessa Heian.”
“Conosci quel musicista di strada cinese, che suona l’erhu?”
“Certo. E’ mio amico.”
E lei: “Spesso viene qui la sera, e suona davanti alle trattorie. Lo sento da dentro il buco del tronco dove giaccio morente.”

Roma, via Merulana, autunno 2013 (trad. dall’inglese, Trinita Buldrini)

letizia leone

letizia leone

Letizia Leone è nata a Roma. Ha insegnato materie letterarie e lavorato presso l’UNICEF. 
Ha pubblicato i seguenti libri: Pochi centimetri di luce, (2000); L’ora minerale, (2004); Carte Sanitarie, (2008); La disgrazia elementare (2011); Confetti sporchi ,(2013); AA.VV. La fisica delle cose. Dieci riscritture da Lucrezio (a cura di G. Alfano), Perrone, 2011; la pièce teatrale Rose e detriti, FusibiliaLibri, 2015. Un suo racconto presente nell’antologia Sorridimi ancora a cura di Lidia Ravera, (2007) è stato messo in scena nel 2009 nello spettacolo Le invisibili (regia di E. Giordano) al Teatro Valle di Roma. Ha curato numerose antologie tra le quali Rosso da camera –Versi erotici delle poetesse italiane – (2012); Dieci sue poesie sono presenti nella Antologia Come è finita la guerra di Troia non ricordo a cura di Giorgio Linguaglossa (Ed. Progetto Cultura, 2016).

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