Yang Lian   POESIE SCELTE traduzioni di Claudia Pozzana e Alessandro Russo con un Commento di Giorgio Linguaglossa

[nella lingua dei corvi ogni mattino muore un’altra volta]

Yang Lian è nato in Svizzera nel 1955, ma è cresciuto a Pechino dove ha fondato la scuola di poesia contemporanea cinese ‘Misty’.
La poesia di Lian è caratterizzata da lunghi poemi che evidenziano un profondo legame con la poesia classica cinese.
Yang Lian è un poeta in esilio (vive a Londra dal 1997). Otto anni dopo il massacro di piazza Tienanmen ha lasciato il suo paese d’origine.

Ha pubblicato dieci raccolte di poesie, due raccolte di prosa e una raccolta di saggi in cinese. Yang Lian è stato insignito del Premio Internazionale di Poesia Flaiano (Italia, 1999) e il suo “Dove si ferma il mare: nuove poesie” è stato Poetry Books Society Recommended Translation (UK, 1999).

Tra le sue opere più famose tradotte in inglese: Dove si ferma il mare, (Bloodaxe Books, UK, 1999); Yi, (Green Integer, USA, 2002); Concentric Circles, (Bloodaxe Books, UK, 2005) e Riding Pisces: Poems From Five Collections (Shearsman Books, UK, 2008);  Lee Valley Poems – Un progetto di poesie e traduzioni (Bloodaxe Books, UK, 2009). Yang Lian e il poeta scozzese W.N. Herbert sono co-editori di una nuovissima Antologia della Poesia Contemporanea Cinese (1978 – 2008) in inglese,  pubblicata da Bloodaxe Books nel 2011. In Italia è uscito Dove si ferma il mare (Scheiwiller, Milano 2004); alcune sue poesie si trovano in Nuovi poeti cinesi, Einaudi, 2012.

[la luce cavalca la più fragile delle pietre infiltrata sotto terra]

Yang Lian è uno dei poeti più straordinari che abbia letto. Ha una sensibilità occidentale, modernista, unita a una cinese, antica, quasi sciamanica. É capace di entusiasmarti e terrorizzarti: è una specie di ibrido tra MacDiarmid e Rilke che impugna una spada da Samurai!
– W.N. Herbert, Scotsman

Il suo lavoro è un ponte tra la tradizione cinese e il modernismo occidentale. La portata della sua immaginazione è sorprendente.  Yang Lian è uno dei più grandi poeti della nostra epoca.
– Klaus Rifberg, Edinburgh Review

Non mi sorprenderebbe se un giorno vincesse il Nobel. Il suo è uno stile di straordinaria grandezza e ambizione.
– David Morley, Stand

*

«Ancorato alle millenarie radici della sua cultura, la reinterpreta reinventandola, aprendola alle tensioni della contemporaneità, toccando nei suoi versi tutti i grandi interrogativi del nostro esistere e ricordandoci che la poesia è la nostra unica lingua madre. Vive e poeta da esiliato non solo dalla sua terra, spingendo al confine estremo il suo vedere. Un esule assoluto e distante cantore, profondo al di là del nostro spazio-tempo».

Così la giuria del Premio Internazionale Nonino 2012 ha raccontato Yang Lian, poeta cinese esiliato dopo il massacro di Tienanmen, annunciandone la vittoria.
Insieme a Yang Lian, la giuria – presieduta da V.S. Naipaul, premio Nobel per la letteratura 2001, e composta da Adonis, John Banville, Ulderico Bernardi, Peter Brook, Luca Cendali, Antonio R. Damasio, Emmanuel Le Roy Ladurie, James Lovelock, Claudio Magris, Norman Manea, Morando Morandini, Edgar Morin ed Ermanno Olmi – ha premiato Hans Küng e Michael Burleigh.

Il Premio Nonino si conferma come una delle manifestazioni culturali più importanti nel nostro paese, capace di individuare nel panorama internazionale figure di rispettabile spessore artistico e intellettuale (nel 2004, ad esempio, un altro poeta – allora quasi inedito in Italia – si era aggiudicato il premio: il Nobel 2011 a Tomas Tranströmer).

Giorgio Linguaglossa Franco Di Carlo 5 ot 2017

da dx, Giorgio Linguaglossa e Franco Di Carlo, Roma, ottobre 2017

Commento di Giorgio Linguaglossa

Possiamo dire che con quell’epoca che va da L’opera aperta di Umberto Eco (1962) a Versetti satanici di Salman Rushdie (1988) si è concluso il Post-moderno e siamo entrati in una nuova dimensione. Nel romanzo di Rushdie il fittizio, il fantastico, il mitico, il reale diventano un tutt’uno, diventano lo spazio della narrazione dove non ci sono separazioni ma fluidità. Il nuovo romanzo prende tutto da tutto. Oserei dire che con la poesia di Tomas Tranströmer finisce l’epoca di una poesia lineare (lessematica e fonetica) ed  inizia una poesia topologica che integra il fattore Tempo (da intendere nel senso delle moderne teorie matematiche topologiche secondo le quali il quadrato e il cerchio sono perfettamente compatibili e scambiabili) ed il fattore Spazio. Chi non si è accorto di questo fatto, continuerà a scrivere romanzi tradizionali (del tutto rispettabili) o poesie tradizionali (basate ancora su un concetto di reale e di finzione separati), ovviamente anch’esse rispettabili; ma si tratta di opere di letteratura che non hanno l’acuta percezione, la consapevolezza che siamo entrati in un nuovo “dominio” (per dirla con un termine nuovo).
Nei nuovi romanzi e nelle nuove poesie, finzione e realtà non costituiscono più un’opposizione ontologica, il reale stesso si mostra come il fittizio o fantastico potenziale, il presunto originale si presenta come un mero poscritto ad un testo passato, una sorta di palinsesto nel quale appaiono le tracce di ciò che il Novecento aveva già pensato e ci aveva consegnato. La poesia di Eliot e Brecht rappresenta i due corni della distanza che separa due tipi di poesia rendendoli  inconciliabili. Ancora una volta il grande precursore di questo modo di intendere la letteratura è stato Borges con Finzioni (1941) e con Pierre Menard autore del Chisciotte (scritto già nel 1939); l’ambizione di Menard sarebbe stata quella di riscrivere il Chisciotte adeguato al proprio tempo. Ebbene, l’opera di Borges ci pone il problema seguente: che non è possibile scrivere un’opera di letteratura se non consideriamo il fattore Tempo che interviene a modificarla dall’interno. Ecco il punto: nel mondo tecnologico odierno è il fattore Tempo ad essere sovversivo. A mio modesto parere, della nostra epoca presente sopravvivranno soltanto le opere che si approprieranno del fattore Tempo, ovvero, che hanno riflettuto sulla funzione deformante del tempo e sulla funzione spaesante dello spazio all’interno della scrittura lineare progressiva, quella che va dall’inizio alla fine seguendo una segmento direzionale unilineare.

Nella scrittura di Yang Lian si avverte la digressione dei fattori «tempo» e «spazio». Il verso assume un conglomerato, come dire, di antico e di moderno; nella sua poesia le immagini sanno di antico e di moderno, sono spezzate e riannodate; si percepisce l’eredità della migliore cultura poetica europea con qualcosa che a noi europei appare come «esotico» (vedi l’abbondare di corvi, di coccodrilli, e la presenza di immagini cinesi: «pozzo di giada», «denti di squalo», etc.). Una miscela di elementi che conferiscono a questa poesia uno spessore immaginifico particolarmente ricco e originale.

Yang Lian utilizza la metafora come chiave privilegiata di accesso alla verità. Detto così sembra una boutade, ma forse per un poeta di origine cinese come lui ciò è normale, la forza di questa poesia è nella sua sapiente capacità di creare illusione e illusorietà; qui si parla di «coccodrilli» che hanno «palpebre come foderi di coltelli», di una «casa come ombra», «su uno strato di aghi di pino oscilla la luna», «l’ombra del pino è immersa nell’acqua». Metafore, catacresi, voli pindarici, epifanie ultronee. Ecco, questo è il terreno di coltura della «poesia nuova» di Yang Lian, una poesia molto diversa da quella in auge in Italia. Il poeta di origine cinese ci rivela una «nuova Patria» delle parole, una nuova «atmosfera».

Momenti di forza della poesia di Yang Lian sono: la catena sinonimica e la metafora, che, letteralmente significa “portare fuori”, fuori dal linguaggio… non c’è un significato univoco al quale la metafora corrisponde ma molti significati che si intrecciano, questo è il bello della poesia di alto valore. E nessun significato può esaurire il significabile, perché il significabile è molto di più di ogni singolo significato.

yang-liang

Il coccodrillo ti morde con lo sguardo/ palpebre come foderi di coltelli/ nascondono denti insonni

Poesie di Yang Lian

Il coccodrillo ti morde con lo sguardo
palpebre come foderi di coltelli
nascondono denti insonni

sentieri nella carne
premono verso lo stagno
vieni divorato dalla tua stessa occhiata

(da Maschere e Coccodrilli) Continua a leggere

Annunci

7 commenti

Archiviato in poesia cinese, Senza categoria

Giorgio Linguaglossa: Lettura comparata di due poesie di Gian Mario Villalta e di Petr Král dal punto di vista della «nuova ontologia estetica» – Commenti di Donatella Costantina Giancaspero, Carlo Livia, Gino Rago

Foto in Subway 50 years

Altrove viviamo noi, con i nostri propositi, le sconfitte / nella lotta col frigorifero, l’inferno tiepido delle bollette / e delle mollette per stendere

Faccio seguito all’intervento di Carlo Livia che ha posto nel giusto binario la nostra discussione. Che Petr Král appartenga al secondo o al terzo surrealismo praghese, è una questione storico filologica che a noi, qui, interessa fino a un certo punto. Quello che a noi interessa è la percezione, il concetto e la procedura della poesia che Král persegue e consegue con la sua opera poetica. Quello che a me appare maggiormente interessante è la portata rivoluzionaria della poesia Králiana, rivoluzionaria almeno per noi lettori italiani abituati alla lettura della poesia italiana di questi ultimi decenni.

È ovvio che, dal punto di vista della poesia italiana degli ultimi decenni la poesia di Král riesca di problematica identificazione, quasi incomprensibile. Invece, dal punto di vista della «nuova ontologia estetica» la poesia Králiana diventa pienamente intelligibile. Com’è possibile, come può essere avvenuto questo fenomeno? La risposta a questo interrogativo è già in nuce nelle riflessioni di Gino Rago, di Carlo Livia, negli appunti di Donatella Costantina Giancaspero e, credo, anche nel mio commento. Quello che noi stiamo dicendo e facendo da tempo è dire che una nuova poesia sorge sempre e soltanto quando si profila un  nuovo modo di concepire il linguaggio poetico.

Ad esempio, negli autori della «nuova ontologia estetica» si verifica un uso di alcune categorie retoriche piuttosto che di altre, innanzitutto la categoria retorica fondamentale (che poi non è una categoria retorica ma concerne il modo stesso con il quale si concepisce l’essenza e la funzione del linguaggio poetico): il concetto di verosimiglianza tra il «linguaggio» e il «reale». Negli autori della «nuova ontologia estetica» non si dà alcuna corrispondenza equivalente e/o mimetica tra la «parola» e l’«oggetto» del reale, non si dà «corrispondenza» affatto, non si dà alcuna «riconoscibilità» a priori, in quanto la «riconoscibilità» deve essere scoperta volta per volta nell’ambito del dispiegamento del discorso poetico, deve essere «ricostruita» ogni volta di nuovo.

Faccio un esempio di un tipo di poesia tipicamente italiana nella quale le parole «vedono» da vicino l’oggetto del «reale» in modo riconoscibile e condiviso. Prendo in esame un autore italiano molto noto, Gian Mario Villalta, da Telepatia (LietoColle, 2016). Leggiamo:

Strilli Catapano i suoni sono luce

Dove scola l’acqua nera tra i cocci di tegole
e i ciuffi di sorgo matto invadono le soglie
sotto i festoni di viticciòli, nell’ombra del vischio annidato sui pioppi,
una vita nuova d’insetti, di infime vittime e di minuscoli assassini feroci,
in agguato perenne tra i tubi, nei crolli dei muri, nelle canalette
interrate, ha conquistato il regno della ruggine.

Altrove viviamo noi, con i nostri propositi, le sconfitte
nella lotta col frigorifero, l’inferno tiepido delle bollette
e delle mollette per stendere, altrove noi siamo inerti
e violenti a parole, con il termo a 21, la paura di perdere
la cena fuori di sabato, e qualcosa di moda, anche poco, o l’amicizia
con un nickname, abbiamo paura, soprattutto, per la sicurezza.

Nel regno della ruggine c’è un edificio riattato
oggi vuoto di uomini soli, gentili per forza
quando arrivava il cibo.
Di loro neppure più il sorriso, di chi nel sonno stringe
il nostro paradiso.

Qui il discorso poetico è immediatamente «riconoscibile», non c’è alcuna «ridondanza», non ci sono procedure di entanglement, catene sinonimiche, metafore, non ci sono deviazioni, deragliamenti, salti temporali e spaziali, insomma, ci muoviamo in un tipico concetto di poesia come adesione della «parola» al «reale riconoscibile».
Leggiamo invece una poesia di Petr Král:

Strilli Talia la somiglianza è un addio

Sono qui
Quando dietro la silhouette maturata del passante
avanzi un po’ fino alle Zattere
tra le panchine di pietra e gli alberi come in un vecchio dipinto tremolante
– le signore sulla panchina che discutono, il fumo di luci e ombre
sparse leggere lungo la riva
tra gli alberi, pedoni, facciate rosa e grigie – ti ritroverai di nuovo lì oggi,
e te ne pentirai. Le vecchie signore sono qui come sempre, odierne e sicure,
è oggi, la pulsazione che riempie fino all’orlo i corpi e la cornice
del quadro, soltanto chi è morto
manca. Il vapore umidiccio della stiratura di vecchie flanelle, come trattengono sibili
penetra nelle fessure del giorno che si restringono, è presente come
i becconi delle gru
che si profilano minacciosi lì dietro la cala. – Di sicuro non
dimenticano nemmeno di rimpiangere nulla,
di guardare fuori dalla cornice verso il passato e scavare un po’ il quadro
col rimpianto per ciò che fu; nessuna di loro però a casa toglie
la mano davanti alla massa ringhiosa del frigorifero
e davanti al freddo dell’inverno a venire. Sono qui oggi come noi,
nessuno è in ritardo; solo il giorno d’oggi, il pulsare, pietra colma di pietra
fino al gelido midollo, l’alzare la polvere della luce e il disegno
oscurante degli alberi, delle nostre silhouette
senza un altro strato a parte la profondità della fenditura, della
percezione
e del suo pronunciamento.

(da Massiccio e crepacci, 2004)

Foto il trasporto pubblico

le signore sulla panchina che discutono, il fumo di luci e ombre / sparse leggere lungo la riva / tra gli alberi, pedoni, facciate rosa e grigie…

Dalla poesia di Gian Mario Villalta si evince che il linguaggio impiegato è pensato in quanto funzionale alla «riconoscibilità mimetica» del «reale». Nella poesia di Petr Král no, il linguaggio impiegato viene utilizzato per una «ricostruzione» non più «mimetica» del reale.

È ovvio che la «nuova ontologia estetica» guardi con molto interesse alla poesia di Petr  Král piuttosto che a quella di Gian Mario Villalta, ma non per partito presto, quanto perché nella poesia kraliana c’è un modo di intendere il «reale» in una accezione non più «mimetica» come è stato in auge nella tradizione poetica italiana maggioritaria di questi ultimi decenni, ma in una accezione diversa,  più complessa e problematica.

Mi fermo qui.

Strilli Gabriele Da quando daddy è andato viaStrilli De Palchi non si cancella niente

Scrive Lacan: «Nella misura in cui il linguaggio diventa funzionale si rende improprio alla parola, e quando ci diventa troppo peculiare, perde la sua funzione di linguaggio. Continua a leggere

2 commenti

Archiviato in Critica, critica dell'estetica, critica della poesia, critica letteraria, nuova ontologia estetica, poesia italiana contemporanea, Senza categoria

Petr Král POESIE traduzioni di Antonio Parente, con una Presentazione di Donatella Costantina Giancaspero

Laboratorio gezim e altri

Laboratorio 5 zagaroli

Quando dietro la silhouette maturata del passante avanzi un po’ fino alle Zattere

 Presentazione di Donatella Costantina Giancaspero

Se in Internet cerchiamo Petr Král, ovvero uno dei maggiori esponenti della letteratura ceca contemporanea, verifichiamo un dato che ci rattrista e ci rallegra al tempo stesso: solo la nostra rivista telematica, L’Ombra delle Parole, gli ha dedicato ampio spazio. Pochi altri blog si sono limitati a pubblicarne due o tre poesie, al massimo, insieme a qualche breve cenno biografico, senza altro commento.

Però, l’altro giorno, cercando appunto in Internet Petr Král, mi sono imbattuta in una bella notizia: a Torino, nell’ambito della III edizione dello “Slavika Festival” (dal 18 al 25 marzo), è stata presentata l’edizione italiana di Nozioni di base (Miraggi Edizioni), un centinaio di brevi prose dello scrittore ceco, tradotte da Laura Angeloni. Precedente a questa pubblicazione, è l’eccellente antologia Tutto sul crepuscolo, che raccoglie la produzione poetica più rappresentativa di Král, realizzata con grande cura da Antonio Parente, per Mimesis (2014): lo stesso editore che, già nel 2005, aveva riunito, nel volume Sembra che qui la chiamassero neve, una pregevole selezione della poesia ceca contemporanea. Tra gli autori, il nostro Petr Král.

Nonostante questo, è sempre troppo poco per conoscere un poeta, prosatore, traduttore, saggista, autore di opere sulla storia del cinema; un grande intellettuale, insomma, che guarda la realtà con occhi “spesso piuttosto perfidamente obliqui”, come Král dichiara ironicamente nella nota introduttiva alla sua antologia Tutto sul crepuscolo.

Onto Petr Kral

Petr Král, grafica di Lucio Mayoor Tosi

Ma chi è Petr Král?

Petr Král nasce a Praga il 4 settembre 1941, in una famiglia di medici. Dal 1960 al ’65 studia drammaturgia all’Accademia cinematografica FAMU. Nell’agosto del 1968 trova impiego come redattore presso la casa editrice Orbis. Ma, con l’invasione sovietica, è costretto ad emigrare a Parigi, la sua seconda città per più di trent’anni. Qui, Král si unisce al gruppo surrealista, che darà un indirizzo importante alla sua poesia. Svolge varie attività: lavora in una galleria, poi in un negozio fotografico, anche come insegnante, interprete, traduttore, sceneggiatore, critico, collaborando a numerose riviste. In particolare, scrive recensioni letterarie su Le Monde e cinematografiche su L’Express. Dal 1988 insegna per tre anni presso l’Ecole de Paris Hautes Études en Sciences Sociales e dal ’90 al ’91 è consigliere dell’Ambasciata ceca a Parigi. Risiede nuovamente a Praga dal 2006.

Petr Král ha ricevuto numerosi riconoscimenti: dal premio Claude Serneta nel 1986, per la raccolta di poesie Pour une Europe bleue (Per un’Europa blu, 1985), al più recente “Premio di Stato per la Letteratura” (Praga, 2016).

Tra le numerose raccolte poetiche, ricordiamo Dritto al grigio (Právo na šedivou, 1991), Continente rinnovato (Staronový kontinent, 1997), Per l’angelo (Pro Anděla, 2000) e Accogliere il lunedì (Přivítat pondělí, 2013). Autore anche di prosa e curatore di varie antologie di poesia ceca e francese (ad esempio, l’Anthologie de la poésie tcheque contemporaine 1945-2002, per l’editore Gallimard, 2002), è attivo come critico letterario, cinematografico e d’arte. Ha collaborato con la famosa rivista Positif e pubblicato due volumi sulle comiche mute.

La creazione poetica di Petr Král è segnata, come abbiamo detto, dall’incontro con il surrealismo. Il tema centrale è il rapporto tra realtà e immaginario. Un rapporto che, durante gli anni Settanta, diventa via via più articolato e conduce il poeta ceco verso esiti espressivi e formali di particolare interesse: la sua poesia si configura quasi come una sorta di commento della realtà, che mescola le esperienze quotidiane più banali, gli oggetti di uso comune, con l’istantanea psicologica dei personaggi, avvolti da un alone di vuoto. I luoghi descrivono gli interni domestici, dove va in scena la vita quotidiana, oppure appartengono al paesaggio urbano: strade, piazze, autobus, lampioni, treni, stazioni avanzano sulla pagina, e, spesso, un interlocutore muto condivide il colpo d‟occhio e le riflessioni che ne scaturiscono, gli interrogativi sul significato dei gesti, sul senso di un’affannosa, quanto frustrante, esistenza. Il tutto reso in modo tale da evitare il pur minimo ristagno nel cliché del patetico. In questo contesto, l’angolo visuale dal quale si osservano le cose risulta, per così dire, “spostato” rispetto alla prospettiva consueta, quella frontale, da cui ci affaccia da decenni la nostra poesia tradizionale. Viceversa, la prospettiva di Petr Král è resa di scorcio. Per questo motivo, il discorso che ne deriva non è diretto, esplicativo, ma rimane nel non-detto, è sottinteso, mascherato, indirizzato su percorsi periferici, inconsueti. Un certo ispessimento, o indurimento di espressione, e, ancora di più, il suo contrario, ovvero quel senso di ironia e auto-ironia, peculiare di talune poesie, possono essere interpretati come una reazione difensiva contro la transitorietà del mondo, contro il nulla. E l’effetto di mascheramento che l’ironia produce, quell’apparente alleggerimento della parola, rende, al contrario, più manifesta la sofferenza esistenziale e la malinconia che l’accompagna, il dramma che la suggella.

Petr Král

Appiè di fanfara

                                                                                  a Claude Courtot

Di tutti i mezzi espressivi, la musica è quello che, probabilmente, ci delude meno. Soltanto l’ascolto di alcuni dischi fonografici, quali le prime registrazioni “giunglesche” dell’orchestra di Ellington, è capace di placare almeno un po’ quella fame interiore ed indefinibile che regolarmente si impossessa di me nel periodo pre-natalizio, nelle giornate insoddisfacentemente brevi di inizio inverno e scorcio anno. Soltanto con quei suoni preziosi e soprattutto, naturalmente, con i toni leggendari della cornetta di Armstrong di fine anni Venti, riesco a venire a patti con la malinconia che mi assale nelle serate estive e di fine primavera, quando la vita rivela in maniera così opprimente tutta la sua vana bellezza. Continua a leggere

36 commenti

Archiviato in critica della poesia, poesia ceca dl Novecento, Senza categoria

Gino Rago  Lettera dalla sopravvissuta di Theresienstadt, ricordando il 16 ottobre 1943 al Ghetto di Roma, con una Riflessione di Rossana Levati

(Lasciano alla ruggine dei fili spinati con la corrente brandelli di carne – Numeri tatuati. Bandoni corrosi. Sabbie quarzifere. Carta pesta.)

Gino Rago è nato a Montegiordano (CS) il 2. 2. 1950, residente a Trebisacce (CS) dove, per più di 30 anni è stato docente di Chimica, vive e opera fra la Calabria e Roma, ove si è laureato in Chimica Industriale presso l’Università La Sapienza. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’idea pura (1989),Il segno di Ulisse (1996), Fili di ragno (1999), L’arte del commiato (2005). Sue poesie sono presenti nelle Antologie curate da Giorgio Linguaglossa Poeti del Sud (EdiLazio, 2015) Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, Roma, 2016). È membro della redazione dell’Ombra delle Parole.   Email:  ragogino@libero.it

(ricordando il 16 ottobre 1943 al Ghetto di Roma)

16 ottobre 1943. Al Ghetto si scatena la caccia agli Ebrei.
1024 anime nella catastrofe. Senza strepiti. Senza perché.
In tanti non trovano il tempo neanche di cominciare a vivere.
Tornano in sedici dall’inferno dei forni.
15 uomini e una donna soltanto. E non parlano.
Tacciono per anni. Preferiscono guardare il Tevere.
Non odono da tempo voci umane.
Risentono cani che abbaiano. Soltanto cani. Nelle divise.
Dentro le svastiche. Negli stivali sempre luccicanti.
Non dimenticano i fili di fumo che tagliano il cielo.
(…)
I migliori colori (Lefranc. Oxford. Taalens. Schminke).
I ritratti. I paesaggi. Le nature morte.
Le tele di lino del Belgio alle pareti sono ricordi sbiaditi.
Un mondo muore quel giorno con loro.
Lasciano in eredità non oggetti senza vita ma cose.
Le cose dell’io frantumato. La coscienza calpestata.
La memoria umiliata. L’identità derisa.
La spoliazione. La musica forzata sulla fossa.
Lo strazio delle separazioni. La babele di lingue.
(…)
Lasciano alla ruggine dei fili spinati con la corrente brandelli di carne.
Numeri tatuati. Bandoni corrosi. Sabbie quarzifere. Carta pesta.
Segatura impastata con colla di pesce. Stoppa. Smalti. Vernici.
Lenzuoli sovrapposti. Federe incollate.
Stoffe di tappeti. Sacchi. Cortecce. Reti di metallo.
I cenci cuciti alle intelaiature della Storia.
(…)
I materiali poveri della disperazione. Il disastro di un popolo
disastrosamente ingenuo di fronte ai fatti grandi.
Riparte da qui la Poesia. Da nuove parole di resti di stoffa.
Questi versi di scampoli e stracci sono i grumi di quel sangue.
Su queste parole-cenci già piovono i fiori dai ciliegi.

(Questi versi di scampoli e stracci sono i grumi di quel sangue)

Rossana Levati

I cenci cuciti alle intelaiature della Storia

Caro Gino, 
come potrebbe non piacermi la tua poesia? Ti ringrazio ancora tanto di avermela mandata e di esserti fidato del mio giudizio.
La tua poesia  ha la “densità” e lo “spessore” che hanno solo le grandi, le vere poesie, quelle che trasmettono subito al lettore un messaggio al tempo stesso etico ed estetico.

Ti allego il mio giudizio, ben poca cosa rispetto alla densità dei tuoi versi. Sono certa che chiunque la legga, come accade ai grandi testi, potrà trovarvi nuovi livelli di interpretazione e cogliere significati ed espressioni che a me magari sono sfuggiti: Continua a leggere

54 commenti

Archiviato in critica dell'estetica, critica della poesia, critica letteraria, poesia italiana contemporanea, Senza categoria

George  Nina  Elian  (Costel  Drejoi), poeta rumeno – POESIE SCELTE INEDITE tradotte dall’autore con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

foto ombre sfuggenti

solo una fessura in un muro / attraverso la quale la vita si sta infiltrando sempre / altrove

George  Nina  Elian  (Costel  Drejoi). Poeta, saggista, traduttore, giornalista. Nato il 13 novembre 1964,  Slatina (Romania). Esordio: 1985, sulla rivista ”Cronica” di Iași (Jassy)..

   Libri originali: Lumina  ca  singurătate La  luce  come  solitudine (poesie) – 2013;  „Toamna,  când  vine  sfârșitul  lumii… Nell’autunno,  quando  viene  la  fine  del  mondo… (microsaggi poetici) – 2014;  Nu  prin  viață,  ci  prin  moarte  am  trecut!. Cinci  mărturii  din  temnițele  comuniste Non  la  vita,  ma  la  morte  abbiamo  attraversato!. Cinque  testimonianze  dalle  carceri  comuniste  – 2015; Lumina  ca  singurătateSecvențial  2:  Ninsoarea  se  întorsese  în  cer… La  luce  come  solitudine.  Sequenziale  2:  La  neve  era  tornata  in  cielo…-  2017.

   Traduzioni:  Silvina  Vuckovic,  A  iubi  și  a  dărui  suflet (titolo originale:  ”Amar  y  almar”) – poesie, 2015;  Cleopatra  Lorințiu,  El  paisaje  en  el  que  falto”/ „Peisajul  din  care  lipsesc (edizione bilingue romeno-spagnola) – poesie, 2017 

*

 Dichiarazione di poetica? Una. Possibile. „La poesia è una confessione in assenza del prete.”

(George  Nina  Elian

solo una fessura in un muro
attraverso la quale la vita si sta infiltrando sempre
altrove

George Nina Elian (Costel Drejoi)

 

Giorgio Linguaglossa 5 ottobre 2017

Giorgio Linguaglossa

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

L’atto dello scrivere, corre sempre il rischio di porsi come invasione dello spazio della scrittura da parte del soggetto, corre sempre il rischio di trasformarsi in scrittura intransitiva, positiva, autoreferenziale, di risolversi in quella che siamo soliti chiamare: retorizzazione del soggetto.

Dinanzi a questi «pensieri», a questa «confessione in assenza del prete», espressi come «in vitro» di George  Nina  Elian, potremmo parlare di un pensare scrivendo, con la consapevolezza che in ogni scritto si celano due testi: uno esplicito e l’altro segreto, due inseparabili dimensioni: il testo «in chiaro» e la dimensione «nascosta».

Aristotele ha sostenuto che i segni scritti sono immagine di ciò che «è nella voce», Platone invece, come ha rilevato Derrida, ha presentato il discorso orale come rifrazione di una inattingibile archi-scrittura al di qua della voce sensibile, una archiécriture che è la poesia stessa nell’atto del suo prendere forma. Per contro, la scrittura che «appare» non può che agire quale «comunicazione del comunicabile», come affermò genialmente Walter Benjamin, ossia corre sempre il rischio di essere mera trasmissione e pubblicizzazione di significati attraverso i suoi segni pubblici.

L’immediatezza di certa  scrittura poetica di oggi pensa ancora possibile e attingibile la scrittura mediante uno sguardo frontale. È qui, a mio avviso, in questa impostazione categoriale aporetica, che sussulta e frigge la posizione della poesia contemporanea, in questa oscillazione tra una archiscrittura (celata) e una scrittura dell’immediatezza (manifesta). La poesia contemporanea più matura si muove, a mio avviso, nell’ambito di questa antinomia, nella quale non c’è alcuna soluzione compromissoria.

La forza della scrittura poetica di Nina George Elian è qui: nella decisione con la quale lascia trasparire questa insanabile divaricazione.

È vero il contrario: il discorso «manifesto» non può comunicare pubblicamente i suoi messaggi se non si è già attivata la misteriosa danza dell’invisibile archiscrittura. Ogni poesia non può non tendere l’orecchio dell’ascolto nei riguardi del segreto di quella danza nascosta. Ogni poesia è un porre in atto mediante parole ciò che in atto non è.

Cito da La vita delle parole studiata nei loro significati di Arsène Darmester, 1886.

Così, nella formazione del nome che da oggettivo passa allo stato di sostantivo; nelle restrizioni di significato che assorbono il determinante nel determinato: nelle metonimie, che trasferiscono il nome da un oggetto a un oggetto vicino unito al precedente da un rapporto costante; nelle estensioni e nelle metafore che fanno sì che si dia il nome di un primo oggetto, ben presto perso di vista, a un secondo oggetto che può essere della stessa natura ma, più generalmente di natura diversa; ovunque, condizione del cambiamento è il fatto che la mente oblia un primo termine e non considera più che il secondo.
A questo oblio i grammatici hanno dato il nome di “catacresi”, vale a dire “abuso”…

Gif piove

felice / come un uomo / che non ha più nulla da perdere

BEATITUDINE

da solo, abbandonato dalle parole (come davanti a un
quadro bianco su bianco
esposto in una stanza vuota) Continua a leggere

18 commenti

Archiviato in Critica, critica dell'estetica, critica della poesia, critica letteraria, Senza categoria

Cristina Annino Poesie inedite da Le perle di Loch Ness – con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

 

Gif-cool-occhiali

Era alto, oh! aperto a valanghe nei polsi

Cristina Annino – laurea in Lettere e Filosofia- nata Arezzo, vive a Milano.
1969, Non me lo dire non posso crederci, Tèchne, Firenze (ancora con il cognome Fratini)
1977, Ritratto di un amico paziente, Roma, Gabrieli.
1979, Boiter (romanzo) con Forum, Forlì.
1980, Il Cane dei miracoli, editore Bastogi, Foggia.
1984, Nuovi Poeti Italiani n°3, Einaudi, Torino, a cura di Walter Siti.
1987, Madrid, Corpo 10, Milano; libro riedito per le Ed. della Stampa 2009, Varese, 2013.
2002, Gemello carnivoro, I Quaderni del Circolo degli Artisti, Faenza.
2002, Macrolotto, Canopo Edizioni, Prato.
2008, Casa d’Aquila Levante Editore, Bari.
2009, Magnificat, raccolta antologica di tutta la sua produzione, PuntoaCapo editore.
2012, Chanson Turca, LietoColle editore, Como.
2013, Poco prima di notte, plaquette, Arca felice.
2014, Céline, EDB Edizoni, Milano
2014 Chronic Hearing. Selected Poems 1977-2012, Bilingual Edicion, Celsea, New York
2016, Anatomie in fuga, Donzelli Edizioni, Roma
È in corso di pubblicazione il romanzo Connivenza Amorosa, per le edizioni Greco&Greco.
Da alcuni anni si occupa saltuariamente anche di pittura.

Gif scale e donna

Certe sere, Carina, rimette il pasto

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

 La poesia di Cristina Annino «vuole» essere il racconto di un linguaggio nel quale le parole dicano qualcosa di più o di meno e di diverso da quello che avrebbero voluto dire, da quello consegnato ai vocabolari, da quello che si vorrebbe dire agli interlocutori del futuro (già, i posteri!). Il mutamento dei significati delle parole presuppone sempre una dimenticanza del loro primo significato. La poesia moderna più evoluta  si situa in questa zona d’ombra, in questa zona di mezzo, in questo chiaroscuro semantico in cui il significato antico sbiadisce mentre sta per  venire alla luce il nuovo significato. La poesia  è questo significato nuovo che viene alla luce, o meglio, che vorrebbe venire alla luce, ma di frequente non ci riesce perché una forza oscura lo spinge indietro, di lato, lo disperde, lo assottiglia, lo dissolve. La poesia racconta questo mutamento di significato, questo travaglio, questa entropia, e quindi racconta la propria impotenza, la propria incomprensibilità, l’incapacità delle parole a comunicare nient’altro che il comunicabile.

Che significa, per esempio: «Fu ottava al citofono, noia di campanelli», o «bottoni tirati sugli occhi», o «un calore di penne»… sono sintagmi nominali che elencano la propria incomprensibilità incomunicabilità, la propria insignificanza, o meglio, il trasloco del significato da un punto ad un altro, l’incapacità della lingua telematica di oggi a comunicare qualcosa di veramente essenziale, una esperienza significativa. Di qui lo zoppicamento, l’andamento claudicante della dizione della Annino.

La poesia si sviluppa sulla base della consapevolezza della propria caducità, è costretta a fare dei propri limiti il proprio punto di forza.

Credo che bisogna leggere la poesia moderna (e anche il romanzo moderno, per quel poco che se ne scrive di decente) come il racconto stenografico di una intenzione significante. Forse soltanto entro questi termini ha senso fare una critica della poesia oggi: andare a scoprire con lo stetoscopio le intenzioni significanti, gli scacchi, le perdite, le sconfitte delle intenzioni significanti. Già il

linguaggio della critica era impreparato e inidoneo cinquanta anni fa, figurarsi oggi dinanzi alla prolificità e alla moltiplicazione dei linguaggi mediatici. Questa catacresi, che non è volgarmente un «abuso del linguaggio», ma il suo vero motore interno e segreto, quella forza invisibile, quella forza oscura che tende a piegare il linguaggio per adattarlo alle nuove esigenze, questa catacresi, dicevo, non è soltanto una figura retorica ma una categoria, anzi, è la categoria fondamentale che registra il movimento e il sommovimento dei linguaggi.

Nella poesia della Annino, la catacresi si sviluppa sul piano della catena sinonimica più che su quello della catena metaforica, il che unito al discorso interruptus produce quel sintomatico e peculiarissimo movimento lessicale irto di micro fratture semantiche.

Adorno nella Dialettica dell’Illuminismo scrive:

«Quella che un tempo chiamavano vita, si è ridotta alla sfera del privato […] Lo sguardo aperto sulla vita è trapassato nell’ideologia, che nasconde il fatto che non c’è più vita alcuna…».

Così, avviene in grandissima parte della poesia italiana di oggi e di ieri, che si situa il «privato» in primo piano, ma il «privato» è uno «pseudo-luogo», da esso non può zampillare nemmeno una stilla di «poesia» ma soltanto «chiacchiera» posticcia e insignificante se non viene trattato mediante il «non-privato», se non viene sottoposto alla cura dimagrante delle categorie retoriche. Chiediamoci: quanta poesia del secondo Novecento corrisponde alla «chiacchiera» di cui stiamo discorrendo? Il «privato» è per eccellenza il luogo della menzogna deputata alla ipocrisia del sociale, e non potrebbe essere diversamente. L’opera d’arte compie un prodigio: converte l’inautenticità del «privato» nella rappresentazione del significativo, dell’autenticamente alienato. E ciò facendo diventa essa stessa inautenticamente «autentica».

Gif Corridoio

Non li ricordo più fino / in fondo, i nomi scorrono dal rubinetto

 

Icaro

Un calore di penne,
d’elevazione, lo mette mezzo
corpo nella rosa dei venti e non
staccherebbe per niente
dalla
pelle, la cera. Respira
fermo; poi lo spacca l’idea
che prenderà
i fulmini in mano; e la mente
siede salda sul braccio.

*

Se casco casco va bene. Ma
staranno
le stelle a guardare che mi
alzo fisicamente, io, più
immenso di me.

*

Abbiamo
mietuto nel tempo grano, parole
con pugno di grasso merciaio
raso terra anche amando
o da soli; ma mai lasciato
un minuto, che oltraggio
diventasse pensiero. Continua a leggere

30 commenti

Archiviato in Critica, critica dell'estetica, critica della poesia, critica letteraria, poesia italiana contemporanea, poesia italiana del novecento, Senza categoria

La nuova ontologia estetica – Poesie di Anna Ventura, Antonio Sagredo, Gino Rago, Francesca Dono, Lucio Mayoor Tosi, Edith Dzieduszycka, Mariella Colonna, Tomas Tranströmer, Carlo Livia con Commenti di Giorgio Linguaglossa e Gino Rago – Da dove viene l’inconscio?

Giorgio Linguaglossa Aleph, Roma, 2017 Sabino Caronia

da sx Giorgio Linguaglossa, Costantina Giancaspero. Franco Di Carlo, Sabino Caronia, 2017

Giorgio Linguaglossa

Nuova Ontologia Estetica significa pensare per fondamenti ontologici.

L’ontologia da economia curtense della poesia post-lirica nelle versioni epigoniche che si sono avute nella tradizione italiana degli ultimi decenni viene sottoposta a critica dalla «nuova ontologia estetica», da una nuova economia del discorso poetico. Non c’è nulla di scandaloso nel pensare l’ontologia dei fondamenti. Ogni poesia riposa su un fondamento di ontologia estetica, anche quella in apparenza più tradizionale, anche quella più ingenua e sussiegosa che rifugge da ogni petizione di poetica che si basa implicitamente su una ontologia (involontaria e immediata) del senso comune. È del tutto naturale che il pensiero estetico pensi le proprie fondamenta ontologiche, chi non riflette sulle fondamenta del proprio pensiero è un pensatore ingenuo, nel migliore dei casi apologetico, nel senso che fa apologia dell’esistente.

Oggi finalmente in Italia si avverte il bisogno di un pensiero che pensi i fondamenti della poesia, e questo lo fa la «nuova ontologia estetica». In fin dei conti, una nuova ontologia dei nomi che noi definiamo estetica perché si applica alla poesia (e non solo) altro non è che un nuovo modo di dare dei «nomi» alle «cose», usare delle «parole» al posto di altre. La scelta delle parole è determinante, ma una scelta la si fa in base a dei criteri, dei principi, che noi definiamo «ontologici» e non legati a mere idiosincrasie soggettive.
Il punto di appoggio per comprendere il «concettuale», scriveva Adorno, è il «non concettuale», ma il «non concettuale» non lo si può comprendere senza far ricorso ad un «nuovo concettuale», altrimenti esso si dissolve in vacuo e vuoto nominalismo.
Una poesia basata sulla coscienza immediata, sulla immediatezza del senso comune, può essere un bisogno corporale legittimo, un anelito, un desiderio di espressione personalistica che è destinato a rimanere sul piano della espressione comune.
Dovremmo chiederci perché mai sorga soltanto oggi nella poesia italiana un nuovo bisogno ontologico, il bisogno di ancorare la «nuova poesia» ad una «nuova ontologia». Il bisogno di una «nuova ontologia» del poetico è oggi diventato una necessità.

Strilli Tranströmer2Strilli Transtromer le posate d'argentoTomas Tranströmer

Il risveglio è un salto col paracadute dal sogno.
Libero dal turbine soffocante il viaggiatore
sprofonda verso lo spazio verde del mattino.

(da Tomas Tranströmer 17 Poesie, 1954, prima poesia che ha titolo: Preludium)

Anna Ventura
10 ottobre 2017 alle 17.29

La vergine di Norimberga*

La Vergine di Norimberga
non avrebbe voluto straziare
il bel giovane che già stava lì, per terra,
in catene,
ad aspettare la morte. Ma lei
era la Vergine di Norimberga
e doveva ubbidire al suo compito.
Perciò quando immaginò il sangue dell’uomo
scorrere lungo le sue membra ferrate,
immaginò il pallore del suo volto,
gli occhi già rovesciati alla morte,
invocò su se stessa
l’aiuto degli dei, e delle dee,
specialmente di queste ultime:
perché, essendo donne,
avrebbero meglio compresa la sua pena. Ma quelle
avevano altro da pensare.
Fu Cupido, invece,
a raccogliere il pianto della Vergine,
lui così attento
a qualunque sospiro d’amore.
Poiché era un dio,
poteva anche fare un miracolo: fece in modo
cha la Vergine si coprisse di fiori: tanti fiori
da rivestire le punte delle lance.
Il che, tuttavia,
non ottenne altro che allungare la pena.
Alla fine, fiori e sangue si mescolarono
sulla terra bruna: un intrigo
non più complicato
di tanti altri.

* notizie storiche sulla Vergine di Norimberga

La Vergine di Norimberga, chiamata anche vergine di ferro, è una macchina di tortura inventata nel XVIII secolo ed erroneamente ritenuta medioevale, a causa di una storia raccontata da Johann Philipp Siebenkees che sosteneva fosse stata usata per la prima volta nel 1515 a Norimberga. Non esistono prove che tali macchine siano state inventate nel Medioevo né utilizzate per scopi di tortura, nonostante la loro massiccia presenza nella cultura di massa. Sono state invece assemblate nel Settecento da diversi manufatti trovati nei musei, creando così oggetti spettacolari da esibire a scopi commerciali.

La macchina consiste in una specie di armadio metallico a misura d’uomo e di forma vagamente femminile, più o meno grande a seconda dei casi, pieno di lunghi aculei che penetrano nella carne senza ledere organi vitali.

Il condannato ipoteticamente veniva fatto entrare in questo “sarcofago” e, chiudendo le ante, veniva trafitto dai suddetti aculei in ogni zona del corpo, morendo lentamente tra atroci dolori. In realtà simile strumento non è stato usato almeno fino al XX secolo (un’apparecchiatura di tale tipo è stata trovata durante un reportage televisivo a casa di Udai Hussein, il figlio maggiore dell’ex dittatore iracheno Saddam Hussein).

Strilli Espmark è stata un'altra per otto anniStrilli RagoCommento di Giorgio Linguaglossa Continua a leggere

30 commenti

Archiviato in Critica, critica dell'estetica, critica della poesia, critica letteraria, discorso poetico, nuova ontologia estetica, poesia italiana contemporanea, Senza categoria

Chiara Catapano: poesie inedite, Autunno d’agosto con un commento di Giorgio Linguaglossa, Una lettura di Letizia Leone su “Erbario minimo triestino”, Un estratto dal poemetto Alìmono in traduzione inglese di Steven Grieco-Rathgeb per l’Antologia bilingue di prossima uscita con Chelsea Editions

 

Gif Van Gog

Sara di Terach e della lettera yod diede tarda discendenza E risalendo inversamente la scala del tempo, dalla famiglia Passò a Sur sulle ventose coste del Libano

Chiara Catapano nasce a Trieste nel 1975. Si laurea nell’ateneo tergestino in filologia bizantina. Vive per alcuni anni tra Vienna, Atene e Creta, approfondendo così i suoi studi sulla cultura e la lingua neogreca. Alcune collaborazioni:

Museo Storico del Trentino (riedizione dei Discorsi militari di Giovanni Boine, http://fondazione.museostorico.it/index.php/Pubblicazioni/Libri-e-produzioni-video/Libri/Discorsi-militari); Casa editrice Pataki (http://www.patakis.gr/), e con la poetessa greca Aghatì Dimitrouka; Mincione Edizioni, per cui traduce e tiene i contatti con la Grecia (https://www.mincionedizioni.it/).

In passato ha collaborato con la rivista Anthropos de l’Istitucio Alfons el Magnanim CECEL, con l’Olandese Volante rivista transmoderna; con Thauma edizioni di Pesaro; con Rec Movie nella realizzazione del corto “Alìmono”. Ha pubblicato con Thauma edizioni e con Perrone. Sue poesie e testi sono apparsi in antologie e riviste italiane ed internazionali.

Sono in calendario:

Giovedì 9 novembre 2017, La militarizzazione della vita civile

Conversazione sul libro Discorsi militari di Giovanni Boine; a cura di Andrea Aveto, con scritti di Chiara Catapano e Claudio Di Scalzo (Trento, Fondazione Museo storico del Trentino, 2017;

14/15 Dicembre 2017, Centenario boiniano, in collaborazione con il Comune e la Biblioteca di Imperia, per l’organizzazione di Franco Contorbia e di Andrea Aveto.

 

onto Chiara

Chiara Catapano, grafica di Lucio Mayoor Tosi

 

Erbario minimo triestino

Val Rosandra e Costiera

Campanula piramidale – Campanula pyramidalis L.

(Durante i mesi freddi queste piante perdono la parte aerea, ricominceranno a germogliare la primavera successiva)

Sara di Terach e della lettera yod diede tarda discendenza.
E risalendo inversamente la scala del tempo, dalla famiglia
Passò a Sur sulle ventose coste del Libano:
Baciò i cedri sacri e fondò la guarigione iniziatica
Attraverso l’abbandono d’ogni negozio.
Messa al rogo come strega
Un lembo bruciato della sua veste ancora
Venerano le vergini e le anziane come reliquia.
Meno conosciuta di Tiresia
Vibrò decisa in terra il nodoso bastone di ciechi e indovini
E sulle sue orbite divorate dal fuoco
Dio calò un drappo perennemente bagnato.

Dolina
Elleborina verde – Hacquetia epipactis

(Il decotto di elleboro veniva usato dagli antichi come potente veleno)

Sostavano sull’uscio, era imperativo il loro sostare:
impietosi, osavano quell’incertezza – sfoggiare era dominare.
Da quella posizione non se ne comprendeva il numero,
fuori la stanza delle attese: personalmente ne contai una decina,
ma certo dal trambusto di ferraglia che cozzava intorno le cinte,
le punte di ferro che sgusciavano tra le cosce, erano molti di più.
Avrei giurato di averne riconosciuti un paio, visti giù al paese,
o dentro i sogni in cui ti inseguono con gambe e braccia di piombo
e se ti giri, loro svaniscono;
a quei sogni di solito presto attenzione, suggeriscono il Vero.
L’ultima volta pigiati all’interno delle ossa non li vedevo
ma li percepivo perché ad ogni movimento
lanciavano un garrulo grido: ridevano di me.
Poi degli ubriachi hanno sostato sotto la mia finestra
fino alle prime luci dell’alba ch’è durate ore, non dormii più.
Questo per dire che non sono sicura delle facce, o dei miei ricordi.
Potrebbero essere inquisitori anche se manca loro l’altezza
(la stazza è importante in certi mestieri).
Poiché si era creato grande imbarazzo per la loro presenza
ci concentrammo tutti sotto i muri della stanza delle attese.
La carta da parati ormai spenta presentava strappi
intorno alle poche aperture da cui filtrava luce,
ogni tanto un guizzo di colore combaciava
con una qualche lontana realizzazione:
per la prima volta riconobbi l’elleborina verde
in formato grande su sfondo azzurro.
Dalla sua bocca squamosa piccoli capezzoli gialli
stillavano il vile veleno, raggiro del corpo;
l’insolita fragranza del desiderio privo d’oggetto.
Ma non era un dio a cercarci?
Non stavamo dunque tutti lì, in attesa
con questi petali d’intorno a contenerci
a proteggerci col loro veleno dagli altri,
dal loro e nostro imbarazzo
per le prossime esecuzioni?
Nessuna pressione, nessun sussulto sotto il silenzio della pelle.
Erano ali, sottili affilate per fendere nell’intima corteccia dell’umano;
era la resina ai nostri piedi fino alla fonte di dolore,
l’epicureismo delle fibre, la vita rivoltata dentro sé.
Così uno dopo l’altro ci sciogliemmo in versi,
palpebre tremule dentro un concerto di sillabe;
miele di suoni invertebrati ancestrali, impronunciabili
se non per una volta. Suoni privi di ritualità.
Era il peso dell’atomo che cantavamo, e fuori
lo stridere di spade e strade senza mistero. Continua a leggere

30 commenti

Archiviato in Critica, critica della poesia, critica letteraria, poesia italiana contemporanea, Senza categoria

Silvana Palazzo  Poesie scelte da La giusta strada del ritorno (Progetto Cultura, 2016) Commento testuale di Sabino Caronia

foto-video-in-citta

parlare all’infinito senza fermarsi mai

 Silvana Palazzo, fondatrice e direttrice della rivista Nuova redazione Unical, è autrice di testi saggistici e letterari.  Nel 2003, per i tipi del Centro Editoriale e librario dell’Università della Calabria, ha dato alle stampe il volume Omicidi nel Cosentino 1998-2001. (*) altri lavori saggistici per le Edizioni Periferia di Cosenza quali L’omicidio relazionale (come coautrice), Mente Media Cervello; Grandi Processi, Catastrofi esistenziali (*), La crisi relazionale, Delitti quotidiani. altri lavori Un Centro per la Legalità sull’attività trentennale del Centro di Ricerca e Documentazione sul fenomeno mafioso e criminale dell’Università della Calabria e Un Centro per la legalità Contributi di Redazione (redazione Unical). Da segnalare altresì E adesso leggeteci tutti (Serra), Ribellismi (Falco ed.), Eros e Thanatos Delitti di relazione (pref. Giorgio Linguaglossa) (CJC), Cara Prof Diari di classe (pref. Giuseppe Greco, CJC). Per l’attività letterario-poetica: Relazione di Psiche (pref. Francesco Leonetti, Periferia), Insomnia a Barcelona (Le Nuvole, in Italiano e spagnolo), Il meme è un seme (pref. Gennaro Mercogliano, CJC), Il silenzio, audiolibro (id.), Francesco Leonetti. Il ritorno in Calabria (id.), Le stagioni della mente (pref. Maurizio Soldini, CJC), Poesie di un’estate (Manni). Ha collaborato per vari editori a varie antologie: Il rumore delle parole, L’impoetico mafioso, Seguendo Giangurgolo, Frammenti di-versi, Florilegio, Cronache di Rapa Nui, Enciclopedia degli autori di poesia dell’anno 2000, Comunità nomadi, Bustrofedica, Chorastikàhttp://www.silvanapalazzo.it; La giusta strada del ritorno (Progetto Cultura, Roma, 2016)

Layout 1

 Commento testuale di Sabino Caronia

Il motivo del tempo mentale ritorna in questo libro di Silvana Palazzo, dopo il precedente titolato Le stagioni della mente del 2013, come tempo che si incarna nel cammino della parola. René Char ha scritto: «Le parole sanno di noi ciò che noi non sappiamo di loro». Le parole ci guidano, sono esse le nostre signore, e noi siamo alla mercé della loro signoria assoluta. Le parole ci precedono, noi da sempre «siamo in un bagno di linguaggio» scriveva Lacan.

Le parole sono
cunicoli di
labirinti da
esplorare
dentro i quali

perdersi per poi
ritrovare

la giusta strada
del ritorno.

Il componimento eponimo di questo volume esprime bene la poetica di Silvana Palazzo. Non a caso la prima sezione è dedicata alla parola che «salverà il mondo o lo ucciderà». la poetessa si chiede «nasce prima/ la parola/ o il significato/ ch’essa poi/ assumerà?».
In un mondo in cui non resta che

parlare
all’infinito
senza fermarsi
mai,
Parlare all’infinito
come segreto
per non morire.

*

Un gioco crudele «in una/ sorta di ping pong/ da cui uscire/ sconfitti/ o vittoriosi».
Giustamente, il prefatore richiama un brano da Linguaggio e silenzio di George Steiner intitolato «Il silenzio e il poeta» dove è citato il Kafka di Il silenzio delle sirene a proposito di questa poetessa che ben dice di sé: «È il silenzio// la cosa che più/ m’incanta».
La poesia di Silvana Palazzo è un inventario («faccio l’inventario/ come una azienda/ pronta a chiudere/ col passato»), è La ferita del possibile che si oppone al pragmatismo della realtà.

la ferita
sanguina non
la posso rimarginare
trattengo con
le mani il
sangue

rosso come fuoco
zampillo infernale.

È una fede religiosa, una religione laica, che richiama il Goethe di Vermachtnis, la sua ultima poesia, il suo testamento spirituale («Nessun essere può risolversi in nulla… l’essere è eterno»).

È il sentire la vita che scorre che
m’induce

a pensare che tutto ciò che
sento

non può

così in un attimo finire.

Una poesia, dunque, che vuole proporre o suggerire una moderna via del ritorno che si conclude significativamente con versi pieni di misurata speranza.

Il ritorno come
recupero

di ciò che si è abbandonato. Il
ritorno come delusione di ciò

che non si è trovato.

foto il vuoto della folla

Una parola salverà il mondo o lo ucciderà

da Prefazione di Giorgio Linguaglossa

Già negli anni Sessanta un grande critico, George Steiner, scriveva:«Parliamo davvero troppo, con troppa facilità, rendendo comune ciò che è personale, fissando nei luoghi comuni di una falsa certezza ciò che era provvisorio, personale, e quindi vivo sul lato in ombra del discorso. Viviamo in una
cultura che è, sempre di più, una galleria del vento di pettegolezzi; pettegolezzi che dalla teologia e dalla politica giungono a una diffusione senza precedenti di fatti privati (il procedimento psicanalitico è la nobile retorica del pettegolezzo).
Questo mondo non finirà né con uno scoppio né con un piagnucolio, ma con una testata, uno slogan, un romanzetto d’appendice… In quanto di ciò che adesso trova espressione le parole diventano parola – e dov’è il silenzio necessario se dobbiamo udire quella metamorfosi? […] È meglio per il poeta tagliarsi la lingua piuttosto che esaltare il disumano con il suo talento o la sua noncuranza».

Ha scritto Kafka nelle sue Parabole: «adesso le sirene hanno un’arma ancor più fatale del proprio canto, cioè il silenzio.
È anche se è vero che una cosa simile non è mai accaduta, è tuttavia concepibile che qualcuno forse abbia potuto sfuggire ai loro canti; ma certo nessuno è mai sfuggito al loro silenzio».
Il problema dell’inflazione delle parole è uno dei più acuti problemi della poesia contemporanea, se non il più acuto.
Qualche anno fa un poeta romano, Luigi Manzi, aveva lanciato l’idea di una moratoria di almeno dieci anni da parte dei poeti a pubblicare libri di poesia. In pratica, uno sciopero dei poeti. Naturalmente, la proposta cadde subito del dimenticatoio. Oggi si pubblica di tutto e troppo, si scrive in tutti i modi,
parafrasando tutti gli stili, riscrivendo libri già scritti. Si chiama restyling, i più accorti lo chiamano vintage, i meno intelligenti lo chiamano new realism, i più colti post-realism.
Il fatto è che le parole, questi guardiani del senso, non sono immortali, non sono invulnerabili. Colpite nei punti vitali, soffrono e muoiono e diventano inservibili; e quando una civiltà ha fatto il pieno di parole morte, ecco che la fine si avvicina.
È per questo forse che i poeti contemporanei sono assediati dalle parole morte, dalle parole usurate. Le parole sono diventate vacue di senso e, se non ci sono più parole, non ci sono più forme, il mondo diventa illeggibile e irrappresentabile.

Scrive Silvana Palazzo che «le parole / Sono cunicoli / Di labirinti / Da esplorare», e il poeta è diventato un minatore di parole, costretto ad andare in sempre maggiori profondità nella miniera delle parole ormai esausta. È una discesa agli inferi questa delle parole morte. Silvana Palazzo non ha scampo, non ha vie di uscita, non può che proseguire con la lanterna del minatore e la piccozza, nello scavo interno della miniera morta. Il poeta è costretto ad avanzare a tentoni nel buio delle parole morte. E si chiede: « Nasce prima / La parola / o il significato / Ch’essa poi / assumerà», come se la domanda non fosse anch’essa retorica, non suonasse vuota di senso. In questa corsa a perdifiato verso le parole morte non resta altro da fare che proseguire la corsa: « Parlare / all’infinito / Senza fermarsi / Mai. / Parlare all’infinito», in un continuum che ha dell’assurdo, del folle «Come segreto / Per non morire». Un gioco crudele e insensato: « In una sorta / Di ping pong / Da cui uscire / Sconfitti / o vittoriosi».
In questo essenziale libro di nuove liriche, Silvana Palazzo ci racconta la sua personale esperienza di questa morte del linguaggio, del fallimento della parola dinanzi alla disumanizzazione del mondo e dell’arte, dell’oltraggio che colpisce anche le parole che vorrebbero significare, delle parole amputate
e doloranti che sconfinano nel silenzio, ma non il silenzio mistico, ascetico, ma un silenzio frutto avvelenato di una irrimediabile perdita di cui il poeta è costretto a far dono.

1] George Steiner Linguaggio e silenzio trad. it. 1972 Rizzoli, p. 73

gif-citta-in-nerogif-citta-animata

Da La giusta strada del ritorno.
Prima sezione: Una parola salverà il mondo o lo ucciderà

Ogni parola

ogni parola
ha un contenuto
che può toccare
l’anima
nel fondo
oppure scivolare
senza scalfire,
caderti addosso
senza rumore.

*

Sono scolpite
come in una
roccia
le parole
alta quanto
una montagna
da cui
attingere
verbi, avverbi
nomi
per comporre
il ritmo sonoro
di danze
d’autore.

*

Ti regalo
i miei pensieri
che privi
del supporto
delle parole
non sanno
da che parte
andare.
La bocca
resta chiusa,
pare aver
scordato
come fare.

*

La vita
delle parole
messe insieme
sonanti
significanti
per tutti
in assoluto
come specchi
d’acqua
nei quali
riflettere
la tua immagine
e l’altro
ch’è in te.

 

*

Nasce prima
la parola
o il significato
ch’essa poi
assumerà? Continua a leggere

3 commenti

Archiviato in critica della poesia, poesia italiana contemporanea, Senza categoria

Mariella Colonna, Poesia inedita – Sotto il tendone del Teatro di strada – Allegoria della condizione infernale dell’uomo sulla terra… con un Commento di Mariella Colonna e un Appunto di Giorgio Linguaglossa

 

Commedia eroicomica in versi prosastici sulla trama di una [di Giorgio Linguaglossa] poesia.

Siamo in un tendone di un «Teatro di strada» dove si sta allestendo un «Grande spettacolo» dal titolo misterioso: Il bacio è la tomba di Dio,  con la partecipazione del primo attore, Mario Gabriele,  e di il Signor K., Madame Hanska e  Anonymous (creazioni artistiche di Giorgio Linguaglossa), e Miss Evelyn (creazione artistica di Mario Gabriele). E ancora, in prima persona intervengono gli attori: Giorgio Linguaglossa, Gino Rago, Elena, Ecuba di Troia, Odette, (personaggio scaturito dalla fantasia di Mariella Colonna);  e personaggi vari di altre poesie. Dimenticavo, c’è anche «una Galleria con quadri animati»; e un Signor K2, e, infine, addirittura un K3! Sembra un manicomio ambulante! Ci sono delle Signore che litigano tra di loro, si colpiscono con le borsette… E c’è nientemeno Dio che interviene di qua e di là per tentare di comporre gli innumerevoli dissidi che nel frattempo si moltiplicano come funghi. Siamo nel bel mezzo del paradosso e della peritropè (capovolgimento), di una realtà surrazionale, al di là del reale e del non reale: siamo nel multireale multiprospettico proprio della dimensione psichica, nella dimensione della «nuova ontologia estetica».

Oserei dire, con Andrea Emo, che «nel paradosso è sempre e finalmente l’unica verità; ma nel paradosso, e perciò nella Verità, possiamo soltanto credere. Il linguaggio, il Verbo del Paradosso, è il mito; soltanto il mito sa esprimere il paradosso».1 Infatti, la valorizzazione e la trasmutazione del quotidiano in mito, implica il rivolgimento del linguaggio in linguaggio mitico, come espressione di un «reale» profondamente paradossale e sovra-razionale.

1 Cfr. A. Emo, Il Dio negativo. Scritti teoretici 1925-1981, a cura di Massimo Donà e Romano Gasparotti, Marsilio Editori, Venezia 1989, p. 34

(Giorgio Linguaglossa)

Gif volti

Gif, Roy Lichtenstein

[Interpretazione del testo e regia di Mariella Colonna.]

Sotto il tendone del Teatro di strada, aperto a nord a sud
ad est e ad ovest, il signor K [personaggio della poesia
di Giorgio Linguaglossa] grida e la voce si diffonde
nelle quattro direzioni dello spazio:

“Venite, venite tutti a vedere
il più grande spettacolo del mondo
dal titolo insuperabile: Il bacio è la tomba di Dio!
Avete mai sentito una cosa del genere??
Vi presento me stesso, il signor Kappa,
il sommo… prestigiatore, il mago portentoso
capace di cambiare i destini degli uomini
e dei popoli!

Alla modesta cifra della vostra anima
(che non vale niente)
posso fare di voi il contrario di quello che siete,
poveri incapaci e depressi abitanti
di questo miserabile pianeta avviati alla catastrofe!
Ascoltatemi dunque!
(si rivolge ai suoi scherani)
“Suvvia, date fiato alle trombe! Inizi lo spettacolo!”

“Un momento…alt!”
“E voi chi siete?”
“Sono il signor K!”
“Ah, questa poi…
il signor K(appa) sono io!”
“Siamo due Signor K, io sono famoso ormai
per essere passato dalle poesie di Mario Gabriele
in quella di Giorgio Linguaglossa intitolata ‘Il corvo entra dalla finestra’…
“per corteggiare una dama, miss. Evelyn…”.

“Ma che state dicendo? Di che diavolo parlate?
Rivolgendosi al pubblico: “Non sa che io
sono tanto più famoso di lui…”
“È la verità. Piuttosto voi…”
“Tacete! Fate un silenzio di pietra quando parlate con me…
State a sentire: vedete quella torre?”
“Sì, la vedo…”
“Ma no, non quella che vedete! Quella che non vedete!”
“Va bene, credo di aver capito.”
“C’è scritta una frase bizzarra.”
“Ma non riesco a leggerla bene. Non ho con me gli occhiali.”
“Vi ho detto che non dovete ‘vederla!’
E neppure leggerla, non avete bisogno degli occhiali,
vi basti immaginare.”
“L’imagination au pouvoir!”
“Così va meglio, però.
Prima di tutto ditemi perché avete interrotto l’inizio
dello spettacolo?”
“Volevo che lei, signor Kappa,
ci spiegasse il senso di tutto questo baccano…”
“Questo mai, se lo facessi, addio suspence…
c’è un incredibile evento che vi inchioderà sulle sedie,
cari signori! Ma adesso
continui lei, signor K2, che dice di essere il mio doppio!
Da quale parte del mondo viene?”

“Vede, signor Kappa, io e lei siamo due personaggi complicati:
io vengo non dalla mia terra, ma da due poesie.
La prima l’ho scritta io che sono un poeta e mi chiamo
Mario Gabriele; nella mia poesia ho creato Evelyn:
lei si è presa una sbandata per me e io per lei.
Ma, per attrarla e farmi desiderare, mi sono recato
con il nome d’arte di Signor K nella poesia-opera d’arte
di Giorgio Linguaglossa!
Una Galleria con quadri animati
che hanno molto movimentato l’Incontro con miss Evelyn.
Quando ho scelto di identificarmi con il signor K,
ero all’oscuro della sua identità, signor Kappa.”
“Lei dunque sa meglio di me chi sono?”
Se è per questo anche lei sa meglio di me
chi sono e chi è il signor K n.3, che poi è il primo!”

“Va bene, allora basta! Non mi confonda le idee
con altre spiegazioni, tenga pure il mio nome,
ma, mi raccomando, coll’aggiunta del 2 , lei è il signor K2!
E sappia che… chi porta il mio nome porta dentro di sé
qualcosa di me”.
“Essere K2 aumenterà il mio fascino agli occhi di Evelyn.
D’altra parte, anche la mia Evelyn è ambigua,
adesso è un’elegante signora Liberty… ma, Gi Elle dice che ha
un passato da megera e prosseneta: si guadagnava da vivere con le carte etc…”.
“Ma sì, la conosco bene anche io, il patto è concluso: vede,
con la musica-luce verde-rossa rivolta ora al suo volto ora al mio…
Diamo inizio allo spettacolo!” Continua a leggere

72 commenti

Archiviato in Critica, critica dell'estetica, critica della poesia, critica letteraria, nuova ontologia estetica, poesia italiana contemporanea, Senza categoria

Lucio Mayoor  Tosi – Poesie inedite con Commenti di Giorgio Linguaglossa

Lucio Mayoor Tosi Sponde 1

Lucio Mayoor Tosi Sponde

 Mayoor  Lucio Tosi è nato a Gussago, vicino a Brescia, il 4 marzo dell’anno 1954. Dopo essersi diplomato all’Accademia di Brera è entrato in pubblicità. Ne è uscito nel 1990, quando è diventato sannyasin, discepolo di Osho (da qui il nome Mayoor: per esteso sw. Anand Mayoor = bliss peacock). Ha trascorso più di vent’anni facendo meditazione e sottoponendosi a ogni sorta di terapia psicanalitica: sulla nascita e l’infanzia, sul potere, sulle dipendenze affettive ecc. Di particolare importanza, per la realizzazione di Satori, sono stati alcuni ritiri Zen dove ha potuto lavorare sui Koan (quesiti irrisolvibili). Vive a Candia Lomellina (PV), nel mezzo delle risaie, dove trascorre il tempo dipingendo e scrivendo poesie. Sue poesie sono state pubblicate on line su Poliscritture, L’Ombra delle parole, e su alcune antologie. Dieci sue poesie sono presenti nella Antologia di poesia Come è finita la guerra di Troia non ricordo a cura di Giorgio Linguaglossa (Roma, Progetto Cultura, 2016).

Lucio Mayoor Tosi Composition acrilic

Lucio Mayoor Tosi, Composition

Poesie di Lucio Mayoor Tosi

By night

Una luce chiara gli entrò, da dietro, negli occhi.
Subito lui pensò: io sono due che si sono amati.
Poi anche: Non avrai altro…
Ma qui s’interruppe.
La gente intorno cantava
Azzurro, il pomeriggio è troppo azzurro
per meee…
E lei, guardandolo negli occhi:
– Mi accorgo di non avere più risorse
(insieme) senza di teee.
Più tardi lui le sussurrò anche:
– Sai di Leocrema.
Uno sciame di neutrini
stava attraversando le ombre del corridoio.

*

Alla gara di memoria vinse l’insegnante
della scuola media di Vercelli.
L’anno prima vinsero quelli di Casale.
L’anno prima ancora, non so.
– Chi vinse tre anni fa?
– Per questo è nata la scrittura.
Ma dove l’hai presa quella camicia rosa?
Una notte scura e silenziosa serviva ai tavoli.
Ma fuori già stava piovendo.

*

La donna seduta di fronte ha sul volto la bocca.
Quella di fianco un occhio.
Dal treno all’Università seguendo la linea
marcata dalla biro.
Una sottile cascata di azzurro.
Alberi e rumore di passi.
Il vuoto è alle spalle e un po’ mi sento colpevole.
Ma è solo il terzo capitolo.
C’è anche chi muore nei libri.
Di solito la salma viene fatta scivolare di lato.
Direttamente nel buio che scorre
fuori dalle finestre.

*

Vedete anche voi quel poeta
che sta fuori dalla finestra
e picchia sui vetri?
Che vorrà?
Mi avvicino
ed è già volato via!
Ho l’ufficio al 60° piano.
E’ un largo tappeto persiano.

Lucio Mayoor Tosi Composizione di immagini

Lucio Mayoor Tosi
22 settembre 2017 alle 19:12

Andersen sappiamo tutti chi è, ma forse non tutti sanno di Eckersberg. Era un pittore danese, arrivato dopo il neoclassicismo di Bertel Thorvaldsen e prima di quel meraviglioso pittore che fu Vilhelm Hammershøi. Fantastica la storia dell’arte danese! Direi che è la culla del nichilismo. Eckersberg dipinse dei nudi memorabili, paragonabili ma più raffinati rispetto al noto quadro di Courbet. L’origine del mondo. Fermo restando che senza Courbet saremmo ancora qui a levigarci le pettinature.

Lui e Lei avevano due simil gatti:
Andersen e l’altro Eckersberg. Entrambi maschi.
E castrati.
Andersen amava le camicie bianche
Eckersberg il contatto con la nudità.
“Fetente ma raffinato”, così recitava
la pubblicità.
Ma Lei aveva a cuore Andersen.
Se lo teneva in braccio o sulle spalle,
anche stando in piedi mentre cucinava:
sapori dell’India per loro e bianchi
ma finti spaghetti per Gatto Eckersberg
il nudista.
Lei stava morendo. Lo faceva ogni giorno.
Lui se non aveva da leggere svitava
e avvitava qualsiasi cosa.
John Lennon, Miles Davis, Natasha Thomas.
Lei quei pontili sospesi sul lago. Ma senza nebbia
e nemmeno dragoni. Solo cose per Andersen.
(Se la noia non vi assale, penso io
vuol dire che siete fumatori).
– Tutta l’Europa del sud è un canile.
A cominciare da Courbet. Non è vero, Eckersberg?
Quell’Origine del mondo, appena concepito
con furore. Quel leccarsi le dita…
Lei non rispondeva (stava morendo).
Contemplava le forme molli di un cubo
le bollicine dell’axterol, le lancette
dell’orologio sull’ora e i secondi.
– Probabilmente il sole. Disse Lei.
E non tornarono sull’argomento.
Tranne un giovedì, allorché Lei disse:
– Credo che ad Andersen farebbe bene
un piatto di trippa ogni tanto.
Il cargo dei viveri Okinawa era in ritardo
ormai di tre settimane (sei mesi terrestri).
Salgari sarebbe già partito in missione
con a bordo almeno tre robot ambasciatori
di marca tedesca.
Ma era stagione di polveri.
Difficile poter comunicare, inutile sprecare
Metafore. Si sarebbero perse nel vuoto
tra le lune. Quindi Lui e Lei si misero d’accordo
per spedire un messaggio criptato
al sovrintendente dei beni umani,
Ork il maligno; in realtà un povero cristo
circondato da macchine, alcune a vapore
(per via della pelle che nella stagione delle polveri
gli si seccava. Puntualmente e orribilmente).
“Aghi OrK”, così iniziava il messaggio
“Le bdhko di lk snmlir8jk! Andersen bd in vgeytz!
Si dia una mossa”.
La risposta non si fece attendere:
“Mi sono informato: niente trippa sul cargo Okinawa.
Ma posso mettervi da parte dei pomodori irlandesi”.
E in un secondo messaggio aggiunse:
“Per il gatto ho un Mickey Mouse del ’63.
Il mio l’ha già letto. Lo so, non è divertente”.
Le quattro linee del tramonto si stavano fondendo
nel sogno turco di Moon light.
Lui si tolse le spalline di cristallo, si strofinò gli occhi
e senza dire una parola volle intrattenersi ancora un po’
con Lei, che nel frattempo aveva terminato
di raddrizzare, così diceva, tutti i rametti del prezzemolo.
Fecero programmi. Il letto scandinavo ondeggiava
rumorosamente.
Vista dal giardino lenticolare, la casa sembrava
un traforo di merletti. Ork il maligno, come al solito
stava trasmettendo pensieri sconclusionati.
Lo chiamava Ozio dei poveri. Oppure
a seconda del momento, solo ‘Zio.

Strilli Transtromer le posate d'argentoStrilli Lucio Ho nel cervello

Lucio Mayoor Tosi
22 agosto 2017 alle 19.43

In qualche modo, l’aver letto queste poesie di Wallace Stevens ha condizionato nella forma il mio tentativo di stamane. Ma ci sta che sul finire di agosto si scriva con un diverso ritmo interiore, calmo, quasi rassegnato, sui bordi della metrica.

Apocalisse

Come si sta nell’universo al mattino? Che si fa?
Il grigio tormento di un verso attraversa il cortile.
Inossidabile. Giace la rana sepolta dai diserbanti
le spire del vecchio serpente si rilasciano nell’acqua
tiepida di agosto. Il tempo precipita nelle cave
su Andromeda. Segnali di luce, mattini come perle
quando passa l’onda sui frammenti. E mancano
i volti.
Sillabazione mattiniera, nella compostezza
un po’ come aggiustarsi le vesti nell’ordinario
di una ramaglia sul bordo della statale. In confine.
Passeggiare lungo le strisce bianche per Vercelli
o Alessandria.
Un pianeta sconosciuto è sceso a curiosare sulla Terra.
Tanto vicino che la sua mancanza d’aria si è fatta sentire.
Un lampo simile allo spegnimento, al giornale chiuso
sull’ultima pagina. – Non conosco i nomi delle stelle.
Francesca dice “Buongiorno poeta”, qui è presto-tardi.
Sulle guance piccolissime gocce di sangue. Lamenti.
Un vento contrario scalfisce le strade per canali
nuovi corsi d’acqua. I Dominanti s’aggiustano
su poltrone riservate. Sulla scacchiera tante ruspe.
Da sobrio non saprei come cavare un grammo di lattice
stellare dal brefotrofio Divino. Forse una mangusta
amica, due paesani in gabbia. Non un chicco di grano.
Così s’accende il passato: una sterminata pietraia.
L’orizzonte in alto, sul finire delle stelle al tramonto.
Come bere un bicchiere d’acqua, frizzante e salata.
In piedi
sulle Birkenstock.

Strilli Carlo LiviaStrilli Linguaglossa Sulla parete a sinistra

Giorgio Linguaglossa

23 agosto 2017 alle 11.07

La legge dell’entropia della forma-poesia di Lucio Mayoor Tosi

Il punto di partenza di Lucio Mayoor Tosi non è Cogito ergo sum bensì Dubito ergo cogito. Ed infine, il momento centrale è: Dubito ergo non sum. Lucio Mayoor Tosi dubita della propria esistenza e dell’esistenza di tutto ciò che circonda il proprio io, o meglio, non crede affatto che quello che gli altri vedono sia eguale a quello che i suoi occhi vedono. Per esempio, in questa poesia scopre le «tracce» dell’entropia dell’universo, del suo sgretolamento progressivo, che altro non è che il suo impulso vitale; questa moltiplicazione all’infinito della trasformazione della «materia» dell’universo porta con sé anche la trasformazione della forma-poesia, dell’entropia della forma-poesia che la disgrega dal suo interno e che, disgregandola, produce nuove modalità di esistenza della forma-poesia. Quello di Lucio Mayoor Tosi è lo sguardo stupefatto e meraviglioso di un bambino che, dubitando, osserva il mutare delle cose e pone delle domande ai genitori. Lucio Mayoor Tosi si chiede con una ingenuità disarmante:

Come si sta nell’universo al mattino? Che si fa?

Una domanda senza senso, direi, in quanto domanda piena di senso, essa domanda ha finito col perdere alcun senso, nel senso che non è ragionevole e, come tutte le domande dei bambini non procede con il principio di non contraddizione perché tutte le cose si contraddicono e precipitano nell’imbuto della trasformazione dell’energia e dell’entropia.
Ad esempio, che significa questo verso?

Un pianeta sconosciuto è sceso a curiosare sulla Terra.

Io credo che il suo significato vada oltre il significato grammaticale, direi che è un significato di un universo post-simbolico, Lucio Mayoor ha perduto definitivamente i «simboli», non li riconosce più, epperò non può non procedere che per simbolizzazioni, perché la corteccia cerebrale dell’homo sapiens non può che produrre a getto continuo simbolizzazioni… la simbolizzazione è una funzione del cervello umano. Lucio Mayoor Tosi procede per simbolizzazioni progressive in accordo con la seconda legge della termodinamica che ha individuato nell’entropia la legge fondamentale di organizzazione e trasformazione dell’universo. La sua poesia obbedisce a questa legge, adatta la forma-poesia alle nuove organizzazioni entropiche che vanno da stati di bassa entropia a stati ad alta entropia.

Carlo Rovelli scrive: «L’intera storia dell’universo è questo zoppicante e saltellante aumentare cosmico dell’entropia. Non è né rapido né uniforme, perché le cose restano intrappolate in bacini di bassa entropia… fino a che qualcosa non interviene per aprire la porta di un processo che permette all’entropia di crescere ulteriormente. La crescita stessa dell’entropia apre occasionalmente nuove porte attraverso le quali l’entropia ricomincia a crescere».1]

Francesca dice “Buongiorno poeta”.

Chi è Francesca? Non lo sappiamo e il poeta non si perita di dircelo. Chi sia Francesca non ha importanza, può essere nessuno o chiunque, la cosa non cambierebbe ai fini della poesia. La poesia non si preoccupa di «illustrare», di «rappresentare», di fornire una «spiegazione», non si occupa né di significanti né di significati (come la poesia del novecento), non si preoccupa di «simboli», ma semmai di surrogati, di emblemi, di engrammi, di icone, di segnaletiche, di segni… siamo ormai in un universo post-simbolico, e chi non l’ha capito continua a scrivere come se ci fosse davanti a noi un universo di simboli simbolici. Il neo-realismo dei lirici e degli anti lirici della stragrande poesia che si fa oggi in Italia e in Occidente, la poesia da toponomastica, è semplicemente fuori tempo, non parla di noi…

1] C. Rovelli, L’ordine del tempo, Adelphi, 2017 p. 140

lucio-mayoor-tosi-composizione-3

Lucio Mayoor Tosi, grafica

Lucio Mayoor Tosi
2 settembre 2017

Washo in cerca dei suoi discepoli

Quel giorno– era fine agosto – Washo uscì di casa
come al solito per recarsi al bar del paese: una compressa
col campanile, nei secoli mai dissolta tra le Langhe
e la pianura Padana. Lungo il tragitto si divertì
a fare abbaiare i cani segregati dietro i cancelli delle case;
anche se quella mattina, perché era di mattina, Doly
quasi non si avvide del suo passaggio. Anzi,
proprio non gli rivolse neppure lo sguardo.
«Doly! » disse con voce alta Washo voltandosi indietro
dopo che fu passato. E quella finalmente abbaiò.
Cane sentimentale, pensò Washo.
«A cosa stavi pensando?»
Più avanti toccò al dobermann. Ma anche questi si limitò
a guardarlo da sotto i ferri del suo cancello; il lungo muso
sembrava quello della BMW del suo padrone, solo con gli occhi
più mansueti. Ma nemmeno il dobermann abbaiò. Giusto
un abbaio in risposta a Doly che nel frattempo si era svegliata.
E più avanti il meticcio; che, sì, era tanto bruttarello
ma aveva un bel cortile da sorvegliare. Il meticcio erano mesi
che aveva smesso di abbaiare al passaggio di Washo.
Ah, pensò Washo, la prossima vita ti prenderò io. Perché siamo
oramai amici e ti ricorderai di me.
Al bar si va per ordinare un caffè. E se ce la si fa
per leggere il Corriere dello sport. Caffè? chiese la signora
del bar. Sì grazie. Ma subito Washo si accorse che il grazie
era di troppo, almeno per l’uomo che vuole mantenersi rude
come stesse in famiglia. E c’era un altro avventore.
Quindi Washo provvide a mettersi coi gomiti bene appoggiati
sul banco, con il bagliore dei muscoli in vista per dare prova
di sicurezza interiore. Quindi pensò: ecco, che lo si sappia o meno
questo è l’istante fuggevole della meditazione. Il tempo
che la signora impiega per caricare il caffè dentro il filtro
della Faema ed erogare nella tazzina.
Zucchero di canna.

Strilli Gabriele2Strilli RagoGiorgio Linguaglossa
3 settembre 2017 ore 17.00

La poesia di Lucio Mayoor Tosi sopra postata è il racconto della «ricerca della identità». Il protagonista, Washo, ha perduto tempo addietro, «qualcosa». Questa «perdita» lo guida. Washo prende a passeggiare, oziando.

Quel giorno– era fine agosto – Washo uscì di casa
come al solito per recarsi al bar del paese.

Washo non sa chi è. Prende a passeggiare perché non sa chi è e deve capire chi egli sia veramente; deve percorrere un tragitto (che lui conosce molto bene), questo tragitto è la sua personalissima Odissea mattutina. Va al bar per prendere un caffè. Il narratore è una terza persona che sta fuori della dimensione entro la quale vive e vegeta il protagonista Washo. Passeggiare, quindi, è il modo proprio del protagonista per capire se stesso, per mettersi alla prova.

Il dramma di Washo è che lui non sa chi è:
Al bar si va per ordinare un caffè. E se ce la si fa
per leggere il Corriere dello sport. Caffè? chiese la signora
del bar. Sì grazie. Ma subito Washo si accorse che il grazie
era di troppo…

Washo è un personaggio colpito da amnesia, e quindi da cecità. Egli non vede ciò che vede e non ricorda ciò che non può ricordare, infatti tutta la poesia è svolta al presente. Washo ha perduto qualcosa ma non sa che cosa sia questo qualcosa e non sa neanche di stare cercando questo «qualcosa». Tutta la vicenda di Washo è esemplare di questa condizione di non consapevolezza. Washo è stato colpito da un colpo apoplettico, da una alienazione originaria, ma lui non lo sa e non lo sospetta nemmeno. Il dramma di Washo è che lui vive unicamente nell’Immaginario, vive tra le immagini. Il suo mondo è stato «ridotto» all’Immaginario del presente, egli non ha più la capacità di ordinare il suo mondo tramite il Simbolico, vive in un flusso di eventi immersi in processi di de-soggettivazione che sono anche processi di assoggettamento. La de-soggettivazione va di pari passo con l’assoggettamento della coscienza alienata.

L’uomo è un ente che “nasce” alienato ab origine, perché da sempre costretto a «giocare in difesa». L’universo rappresentazionale attraverso il quale significa il mondo è la conseguenza di uno «smarrimento» mitologico, la «perdita» della das Ding , che lo aliena da se stesso e lo pone in una condizione psicologica difensiva.

Il soggetto alienato ab origine della nuova poesia psicologica, ovvero, la «nuova ontologia estetica» (penso alla poesia di autori come Anna Ventura, Donatella Costantina Giancaspero, Mario Gabriele, Lucio Mayoor Tosi, Francesca Dono, Steven Grieco Rathgeb, Mariella Colonna ed altri), si occupa di questo: di rappresentare, oggettivare l’universo simbolico e immaginario proprio di questo soggetto alienato che «non sa chi è». Il «suo» oscillare esistenziale è il tentativo di gestire il trauma dello smarrimento originario. Questo trauma origina quell’apertura di senso che ci contraddistingue, quel serbatoio di senso attraverso il quale produciamo le nostre rappresentazioni…

Viviamo in una società post-televisiva, che ha sostituito il registro Simbolico con quello Immaginario, ci muoviamo in un ordine di icone e di simulacri.

Strilli Espmark Le labbra dell'insegnanteStrilli Tranströmer2Scrive Lucio Mayoor Tosi:

22 agosto 2017 alle 19.43

Si dice che Aristotele, ma tempo prima anche Lao Tsu, avevano l’abitudine di pensare camminando. Di LauTzu, l’autore del Tao, si racconta che aveva un amico il quale talvolta lo accompagnava nelle sua passeggiate nei boschi; e una volta gli chiese di poter portare con é un ragazzo, perché aveva tanto insistito per poterci essere… Lao acconsentì. Così si addentrarono insieme nel bosco. Tutto bene. Ma un paio d’ore più tardi, verso il ritorno, accadde che il ragazzo, il quale durante tutto il tragitto se n’era stato zitto, sentendosi in dovere di ringraziare disse: grazie Maestro, è stata una bellissima passeggiata! Eppure, quando Lao Tsu fu solo con il suo vecchio amico, gli disse di non portarlo più. Parla troppo, gli disse. Questa storia mi ha sempre fatto ridere: Lao Tzu avrebbe sicuramente cacciato anche me!

*
Ognuno di noi continua a parlare un linguaggio
che lui stesso non intende, ma che ogni tanto, viene inteso.
Il che ci permette di esistere e di essere perciò
quanto meno fraintesi.
Se esistesse un linguaggio in grado di essere inteso,
disse Saurau, non ci sarebbe bisogno di nient’altro.

(Thomas Bernhard – Perturbamento)

Strilli LeoneA proposito dell’innominabile nella «nuova ontologia estetica»

La rappresentazione poetica è quanto scompone letteralmente il soggetto parlante, quanto lo pone nella condizione costitutiva che possiamo definire di impotenza alla nominazione, qualcosa di molto simile a ciò che accade nella teologia apofantica. Perché Das Ding è lì, dentro, al centro del soggetto come un «vuoto causativo», oltre la regolazione omeostatica del principio di piacere e dei suoi tracciati; sta lì come un vuoto tangibile e innominabile. Sta lì cioè come testimone della delusione del desiderio, del suo non avere requie, delusione che si esprime in una ripetizione del bisogno che è un bisogno di ripetizione. E quando Lacan indica nella sublimazione l’operazione che eleva un oggetto alla dignità della Cosa, non fa altro che denunciare, insieme a Freud, l’effettiva illusione di cui il desiderio e, più in generale, il percorso della civiltà sono intrisi.
L’oggetto, per quanto sia bello, non è tuttavia mai questo, non è mai la Cosa. Ecco a cosa mira Lacan. Esso è sempre posticipato, o in anticipo rispetto al compito che gli si chiede di assumere. L’oggetto non è un dato, l’oggetto è un investimento, un serbatoio di nostre proiezioni psichiche e affettive.

«Crediamo che le cose siano lì, al centro, solide, stabili, in attesa di essere riconosciute, e che il conflitto sia ai margini. Ma che cosa insegna l’esperienza freudiana, se non che ciò che accade nel cosiddetto campo della coscienza, cioè sul piano del riconoscimento degli oggetti, è altrettanto ingannevole rispetto a ciò che l’essere cerca? Benché sia la libido a creare i diversi stadi dell’oggetto, gli oggetti non sono mai questo […]. Il desiderio, funzione centrale di ogni esperienza umana, è desiderio di niente di nominabile».1

Sappiamo da Lacan che l’ordine della rappresentazione prodotto dal vuoto causativo della Cosa segue la via del significante, si installa nella dialettica della presenza e dell’assenza. Più il poeta nomina e introduce la presenza, più la parola pone la Cosa in presenza della presenza, più egli scava l’assenza. Più il desiderio del soggetto scava in direzione dell’innominabile e più fa esperienza del suo annichilimento, si trova scalzato, allontanato dal nucleo del suo proprio essere. Annichilimento che riguarda in primo luogo la parola, in quanto desiderio di nominare, di nominarsi. Ma, una volta in prossimità dell’innominabile non c’è che silenzio e ammutolimento. Per questo, come sovente si dice, la bellezza «lascia senza parole», la bellezza è innominabile.

1 J. Lacan Funzione e campo della parola e del linguaggio, in Scritti I, Einaudi, 1970, p. 278

84 commenti

Archiviato in Critica, critica dell'estetica, critica della poesia, critica letteraria, nuova ontologia estetica, poesia italiana contemporanea, Senza categoria

Dialogo a più voci e Poesie in onore di Alfredo de Palchi – Donatella Costantina Giancaspero, Lucio Mayoor Tosi, Mario Gabriele, Mariella Colonna, Gino Rago, Fritz Hertz, Francesca Dono, Mauro Pierno, Mario De Rosa, Alejandra Alfaro Alfieri, Giorgio Linguaglossa, Sabino Caronia 

 

foto Christer Strömholm

foto Christer Strömholm

Donatella Costantina Giancaspero

29 settembre 2017 alle 18.09

Vorrei aggiungere una piccola annotazione, ovvero le parole che Alfredo de Palchi riporta nella sua nota a Sessioni con l’analista (1964 – 1966), in Paradigma, tutte le poesie: 1947 – 2005 (Mimesis, 2006).
Si tratta di un commento molto breve, ma non per questo meno significativo, poiché ribadisce la necessità di un approccio psicologico ai suoi testi – questi in particolare -, così come ho tentato di fare io nella mia analisi. Ed è stato indispensabile affrontare il discorso da una prospettiva lacaniana, in quanto l’impianto strutturalista della psicoanalisi di Jacques Lacan offre molti utili strumenti per l’indagine e l’interpretazione del testo poetico.

Queste le parole di Alfredo de Palchi:

Sessioni con l’analista (1964 – 1966)

Scritti di getto durante una esperienza malsana nell’estate del 1964 in Bucks County nello stato di Pennsylvania, i 23 testi formati nel presente storico, psicologicamente intercalano le esperienze personali del passato alle attuali. L’intravisto analista è un carattere emblematico e perché tale può essere un oggetto inanimato: la bottiglia, la tavola, la finestra, oppure animato: la mia gatta, la donna, il maiale. Per la cronaca, frequentai un analista dopo la pubblicazione del libro.

Insomma, qui sembra che proprio l’autore voglia indicarci la via per l’esatta comprensione dei suoi versi. Ci dice: io scrivo questo. E questo non puoi capirlo se sei ancora sottomesso alla struttura del linguaggio (per dirla con Lacan) in uso presso quella critica che tu sai, la critica miope e generica di derivazione accademica.

Donatella Costantina Giancaspero

30 settembre 2017 alle 12.46

Riprendendo il discorso…  vorrei nuovamente citare Alfredo de Palchi, riportando un’altra sua testimonianza molto interessante sul contesto in cui è nata la raccolta “Sessioni con l’analista”. Scrive de Palchi nell’aprile 2014:

«Nel lontano 1964, mi segregai nella bella campagna collinare dello stato di Pennsylvania (azione di sparire per un mese o due dalla città, in luoghi disabitati, e camminare per sentieri traversati da caprioli mucche conigli fagiani etc., oppure sulle spiagge del New Jersey con neve vento e migliaia di gabbiani).
Durante i mesi estivi del 1964, nella mia casa, accompagnato dalla mia gatta parigina Gigi, indisturbato compilai di getto, in pochissimi giorni, le 23 Sessioni con l’analista (lasciate in disparte poi fino al 1966 quando decisi di revisionarle). Non avendo esperienza alcuna del paziente, cominciai a conversare, o confessare, con l’immagine dell’analista che era la mia gatta, quasi sempre sulla scrivania; quando non c’era mi rivolgevo all’albero fuori dalla finestra, e di sera alla bottiglia di vino di fronte. Ovviamente l’analista, ovvero gatta albero e bottiglia, benché mi ascoltassero attentamente, non rispondevano. Ma io continuavo a interpellare il loro muto. . . “perché”, con il mio “perché” e con il “perché” dei vari personaggi sovrapposti, così creando un narrare frammentato da trascorse e attuali situazioni e nello stesso momento da quelle che crescevano attorno, per darne un senso direi complesso. . . senso?––incomunicabile dell’io e del resto. Sicuro, “l’atto della scrittura si è de-soggettivato”.

Dalla sua riflessione finale si deduce la parola chiave per la comprensione dei testi di “Sessioni”: incomunicabilità, o meglio «(incomunicazione)», così come inizia la seconda poesia della raccolta:

(incomunicazione)

frammenti secchi singhiozzi, turbinio
interno – mi ascolti
congelando alla parete una stampa
di olmi fiume e strada
– che ho perso –
mentre con sola immaginazione parlo
al compatto vuoto del soffitto
che dici, seccamente il tuo “perché”
frantuma il silenzio dell’ufficio
– la segretaria al telefono… –
oltre l’uscio lunedì all’una
risponde e a me sabato all’una
il dottore.. incredibile,
che ne so –
il “perché” è domanda stupida
– difficile –
impossibile estrarlo, rimane una cava
paleolitica,
impossibile cauterizzarlo e ancora il tuo “perché”
non ho colpe,
altri, i complessi
del paleolitico superiore –
“che fa la segretaria”
si tratta d’isolamento
incompiutezza –

(stesura del 1964)

foto Esistenzialismo in giallo Boileau-Narcejac, I diabolici

Ed ecco come commenta questo testo Giorgio Linguaglossa in un paragrafo della sua monografia dedicata alla poesia di Alfredo de Palchi, Quando la biografia diventa mito, (Progetto Cultura, 2016, pp. 150 € 12):

“La poesia inizia con il termine «(incomunicazione)» messo tra parentesi e finisce con la parola «incompiutezza», senza parentesi. C’è un dialogo, ma del tutto slogato, dissestato, de-territorializato, che non obbedisce più alla legislazione della sintassi. Qual è l’oggetto?, non si sa, ci sono «frammenti», «singhiozzi», compare un «mi ascolti», ma non sappiamo chi sia l’interlocutore che dovrebbe porsi in posizione di ascolto. Si progredisce nei tre quattro versi seguenti a tentoni, fino ad incontrare: «parlo al compatto vuoto del soffitto». Si cerca un «perché», si va alla ricerca di un «perché» come un commissario va alla ricerca delle tracce del delitto; nella composizione sono inseriti spezzoni di dialoghi, dialoghi espliciti e dialoghi impliciti, proposizioni implicite di un monologo pensato. C’è una «segretaria al telefono», ma non si capisce bene se sia lei ad inserirsi nel dialogo o se stia tentando di «cauterizzarlo», come si cauterizza una escrescenza. Il dialogo (o meglio il monologo) non va alla ricerca del senso, piuttosto lo fugge con tutte le sue forze, vuole divincolarsi dal legame col «senso», vuole liberarsi dalla soggezione del «senso», così come parimenti vuole liberarsi dalla «soggezione della sintassi», dal potere estraneo e impositivo della logica, suprema inerenza della sintassi”.

*

Alfredo de Palchi

2 ottobre, 2017 alle 3,33

Questa volta L’Ombra mi sorprende con una incursione analitica nel libro del 1967, Sessioni con l’analista. Cinquant’anni di silenzio critico, e di cretineria degli addetti ai lavori, si sono rivelati preziosi durante gli anni recenti con scritti di Luigi Fontanella, di Roberto Bertoldo, e Giorgio Linguaglossa a cui Roberto m’indicò. Mai dubitai dell’originalità dell’opera perché sapevo che il confessionale del prete sarebbe scaduto con la chiacchiera pseudo psicologica di P.P. Pasolini. In quell’epoca, la scelta ideologica in auge indusse la cretineria del premio Viareggio a premiare l’opera prima in combutta fino alla fine con “Sessioni con l’analista” inviata a mia insaputa da Vittorio Sereni. L’opera prima vincente era già defunta come poesia. Non per i cretini che anche al premio Prato bocciarono Sessioni con l’analista nonostante l’opera fosse sostenuta da Giorgio Caproni. In più lessi su La Nazione e La Fiera Letteraria, ridendo, una recensione che scannava il mio libro e quello vincente al Viareggio. Quando incontrai l’autore della recensione, Silvio Ramat, lo ringraziai perché era una recensione, non la presi come offesa, tanto che Ramat ed io siamo amici. Trent’anni dopo capì che la mia Grazie per il l’insolito Paganini, bellissimo. Poesia non era come l’aveva analizzata. Succede. Dunque, ora che vedo un interesse più adeguato per analizzare e sostenere il lavoro d’un poeta, ho la soddisfazione che mi mancava. Allora, come complimentare e ringraziare l’intelligente e sensitiva Donatella Costantina Giancaspero. Non so come a parole. Per l’insolito Paganini, bellissimo pezzo, ricambio con un dono pitocco ma ricchissimo di “effetti collaterali” che per anni mi hanno ispirato a scrivere tanta poesia. Per me è la migliore interpretazione del quinto concerto per pianoforte di Luigi Beethoven. E grazie a Giorgio Linguaglossa, e a coloro che commentano anche con entusiasmo. Grazie, ma sono stufo di ringraziare, meglio che vi abbracci dandovi un bacio sulla fronte, anche ad Anna Ventura, guai che menzioni il mio nome invano. . .

Giorgio Linguaglossa    

30 settembre 2017 alle 18.55

Una nota di stilistica, quanto mai opportuna per la comprensione della poesia di Alfredo de Palchi.

«Cito da La vita delle parole studiata nei loro significati di Arsène Darmester, 1886.

Così, nella formazione del nome che da oggettivo passa allo stato di sostantivo; nelle restrizioni di significato che assorbono il determinante nel determinato: nelle metonimie, che trasferiscono il nome da un oggetto a un oggetto vicino unito al precedente da un rapporto costante; nelle estensioni e nelle metafore che fanno sì che si dia il nome di un primo oggetto, ben presto perso di vista, a un secondo oggetto che può essere della stessa natura ma, più generalmente di natura diversa; ovunque, condizione del cambiamento è il fatto che la mente oblia un primo termine e non considera più che il secondo.

A questo oblio i grammatici hanno dato il nome di “catacresi”, vale a dire “abuso”…». Continua a leggere

45 commenti

Archiviato in Critica, critica dell'estetica, critica della poesia, critica letteraria, poesia italiana contemporanea, poesia italiana del novecento, Senza categoria

Pierluigi Cappello (1967-2017) Poesie scelte con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

 

Gif Autunno strada

Una poesia «onesta» di sabiana memoria

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

È morto ieri a cinquanta anni il poeta Pierluigi Cappello, dall’età di sedici anni costretto in una sedia a rotelle per via di un incidente che gli aveva privato l’uso delle gambe, da «più di dieci anni trascorsi in una baracca del terremoto a Tricesimo, Udine, un prefabbricato donato dall’Austria al Friuli dopo l’ecatombe del 1976. Tra scatoloni, fotografie, matite, sigarette e bottiglie veniva ogni tanto un topo a farsi una passeggiata, oppure uno scroscio di pioggia dal tetto che non teneva più», scrive Maurizio Crosetta. Usava dire: «sarei diventato poeta anche senza l’incidente, anzi di più, anche meglio». «Una vita grama – scrive Crosetta -, nessuno può campare di poesia, neppure un Premio Viareggio come Pierluigi: 700 euro al mese di pensione d’invalidità, i gettoni di qualche serata di letture, un po’ di lezioni ma poche perché il suo corpo si affaticava presto, e ogni spostamento richiedeva la mobilitazione di tanti amici».

La scelta monolinguistica e monostilistica di un’elegia prosasticizzata, un monotonalismo di fondo e un lessico «povero» (le «parole povere») sono le caratteristiche di questo poeta friulano che della sua gente ha tutta l’onestà e la forza morale, la riservatezza e la laboriosità, qualità che ha saputo riversare nella propria poesia. Una poesia «onesta» di sabiana memoria, un concetto di poesia come seconda pelle, un concetto monodico e monostilistico che ha numerossissime ascendenze nel novecento italiano, quel narrare le povere cose che fanno il retro gusto della vita di tutti i giorni. Affollano questa poesia dei personaggi appena accennati (Isolina che porta un caffè, un altro personaggio che perde la testa dopo una bottiglia di Vov, uno che porta «una scatola di scarpe» etc…), persone umili della vita di tutti i giorni che compiono gesti della vita di tutti i giorni. La  musa di Cappello prediligeva il prosaico, le «parole povere» pur non essendo mai diaristica o delle «occasioni» nel senso delle «occasioni» montaliane, era però pur sempre debitore del secondo Montale, quello diaristico e occasionale, nel senso che aveva rimosso lo scetticismo del ligure e aveva applicato alla sua poesia la derubricazione del tono olimpico per rifugiarsi nella prosaicità del piccolo mondo dell’io; sotto questo aspetto debitore senz’altro della impostazione post-montaliana, almeno come si è configurata una certa linea discendente della poesia italiana dopo Montale. Un crepuscolarismo senza «neo» e senza «post», ma semplice e dimesso, dal tono caldo e colloquiale. Una lezione di misura e di profilo «basso» molto consolidata e collaudata nella poesia del secondo novecento italiano. Una poesia in «stato di quiete», per dirla con le parole di Pierluigi Cappello.

Gif Autunno

Proprio ieri, scrivevo in un commento:

caro Gino Rago,

https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/01/emilia-barbato-poesie-scelte-da-capogatto-puntoacapo-2016-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-24438

lascia che ti dica che questa tua è una composizione pluristilistica, variometrica, multilessicale, multitemporale, è una composizione da vero reporter della nuova ontologia estetica, una composizione di nuovo conio oserei dire, nuovo conio rispetto a tutta la tua precedente produzione. Ciò significa che la nuova piattaforma concettuale della NOE dà dei risultati oltre le nostre aspettative e la nostra immaginazione. Abbiamo abbandonato e per sempre il post-Satura, la poesia del post-montalismo. Abbiamo aperto un nuovo indirizzo all’anagrafe tributaria della poesia italiana. Questa forma della missiva, questo dialogo tra membri della nuova ontologia estetica che va avanti a scanso degli impedimenti e della manifesta ostilità della poesia ufficiale, questa forma-missiva, sta dando dei risultati eccellenti. Finalmente in Italia si ritorna a scrivere poesia con la libertà e l’estro che la poesia italiana aveva nei primi anni dieci del novecento. E che poi ha perduto irrimediabilmente con l’avvento del cardarellismo e della poesia del neorealismo del dopo guerra.

Anche la poesia di Emilia Barbato, la nostra ospite di oggi, ospite di riguardo, è una autrice di indubbie qualità, tiene bene il discorso poetico sul piano della quantità di cose e di oggetti (come ci ha insegnato una certa scuola) ma poi quando viene il momento di cambiare registro linguistico e stilistico, ecco, dicevo, che la Barbato perde di vista l’obiettivo, è costretta ad inseguire i rivoli e i rigagnoli di quell’accumulo di cose e di oggetti venendo sospinta verso la narrativizzazione ad oltranza… proprio quando invece avrebbe bisogno di cambiare marcia, procedere per vie laterali, per lateralizzazioni del discorso, per salti temporali e spaziali…

Della poesia di Pierluigi Cappello dirò in un prossimo post. Il suo problema (ed i suoi limiti), come quello della poesia narratologica che si è fatta in Italia in questi ultimi cinquanta anni, è quello a cui si riferiva Pasolini quando pochi mesi prima del suo assassinio (siamo nel 15 gennaio 1975) confidò a Franco Di Carlo la sua volontà di ritornare a scrivere poesia secondo un modello pluristilistico e multilessicale…. quella via che poi la sua morte prematura rese impossibile. Il danno per la poesia italiana dei decenni successivi è stato incalcolabile, perché si è continuato a scrivere poesia prosastica con uno strumento espressivo monostilistico e monolinguistico, fino a giungere ai giorni nostri… come quello usato da Pierluigi Cappello… Continua a leggere

14 commenti

Archiviato in Critica, critica della poesia, critica letteraria, nuova ontologia estetica, poesia italiana contemporanea, poesia italiana del novecento, Senza categoria

Emilia Barbato Poesie Scelte da Capogatto (puntoacapo, 2016), con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

gif-traffico-e-pedoni

«siamo in una poesia del possibile e sperimentiamo l’assenza di peso»

Emilia Barbato è nata a Napoli nel 1971. Laureata in Economia ha pubblicato le raccolte di poesia Geografie di un Orlo (CSA Editrice, 2011), Memoriali Bianchi (Edizioni Smasher, 2014), Capogatto (Puntoacapo, 2016) È presente in diverse antologie.

Gif ragazza sexy

«il cuore non devi praticarlo, ha sentieri irrimediabili, carichi di mine»

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Un aspetto che mi ha attratto verso la poesia di Emilia Barbato è questa percezione dei luoghi, il saper inserire l’esistenza, il destino dei personaggi protagonisti delle sue poesie entro le coordinate spazio-temporali; saper «chiudere» i luoghi e il tempo dell’esistenza; saper affidarsi ai cenni, agli invii, agli indizi…

In una nota esplicativa Emilia Barbato ci spiega il significato della parola “capogatto”: «L’espressione ‘far capogatto’ è impiegata in agronomia per indicare la tecnica di riproduzione delle piante a rami rigidi e inflessibili con cui si conduce un ramo della pianta madre nella terra allo scopo di utilizzare la sua capacità di emettere radici dall’apice».

Io tradurrei questo concetto di Emilia Barbato nel senso del capovolgimento, ovvero, impiegare una frase all’incontrario per ottenere un effetto insolito. Di frequente, nei suoi momenti migliori, la poesia della Barbato parte da un punto lontano per arrivare, tramite una denegazione, a quello più vicino: si ha così un fare spazio (making room) per giungere alla «parola» del suo discorso poetico.

Scrive l’autrice: «siamo in una poesia del possibile» in un «tempo che precede la lacerazione», una sorta di «inverno minore» dove

… il cuore
non devi praticarlo,
ha sentieri irrimediabili,
carichi di mine.

Siamo in uno «spazio», o meglio, nel «suo principio», dove avviene «l’espansione originaria della parola / che dimentica la sua condizione / di nucleo primordiale, la sua fragilità. / Questa entità o relazione di entità…

che è lo spazio
di una dimensione dove abbiamo respiro.
Questa sua origine di vuoto
che lentamente si occupa
che è lo spazio di una stanza
dove noi iniziamo.

Apprezzo in particolare in queste poesie l’intelligenza dell’autrice nel fornire quasi una pneumologia e una topologia dello «spazio» e del «tempo», i due attanti-agenti della malattia del nostro modo di vivere. Il mal de vivre montaliano è diventato un «male» prosasticizzato ed elasticizzato, globalizzato, a portata di tutte le tasche e di tutte le generazioni, una malattia dello spirito talmente diffusa ed invasiva che non ci facciamo più caso. È proprio di questo argomento ciò di cui parla il libro, «l’aggressiva / decadenza delle cose, delle case, dei muri, / il progressivo franare dei margini delle strade»; il franamento, la dissoluzione delle «cose» viaggia ormai ad una velocità incontrovertibile… non c’è più nulla a cui poggiarsi, non c’è alcun corrimano, nessuna certezza che duri più di un minuto, la parola diventa un «passaparola», il «vuoto» «è lo spazio di una stanza dove noi iniziamo». La poesia finisce con la parola «iniziamo», ma potrebbe essere anche il contrario, ormai l’esistenza è «un film bianco», dove «non c’è scampo», né un attimo di «tregua», nel quale «scopriamo di essere un volo parabolico», di parlare «con voce adultera», di passare il tempo a guardare film alla televisione: «Guardiamo un film in tv, uno dei pochi sopravvissuti ai canali a pagamento».

Esilaranti sono anche certe descrizioni del nostro mondo:

C’è questo studio e una troupe che gira un film per i camerini,
le luci, gli specchi, i pennelli, i rossetti, i profumi,
le parrucche, i vestiti e tutto è pervaso da una presenza
femminile assente

Qui sembra che non avvenga nulla di veramente importante, tutto appare precario e tutto è precariamente «possibile»; qui sembra di stare in un sogno come dentro la «scatola nera» della tv che emette bianchi fotogrammi in sequenza dove c’è un misterioso personaggio che

 

Si alza dalla poltrona, fruga nella madia, le mani si
spostano freneticamente, i gesti si fanno silenziosi, sequenze
mute di mani tra le tazze, un dejà vu di mani
convulse, mani che finiscono e poi riprendono, movimenti
imprecisi, come quelli di sua madre.

Sono questi i momenti nei quali la poesia di Emilia Barbato riesce indubbiamente efficace. Altro problema è quello della direzione della ricerca della Barbato, di dare uno sviluppo tematico e stilistico alla sua poesia. Prima o poi i nodi verranno al pettine. Farà la Barbato una poesia del Dopo Montale?, sarà capace di tirare le conseguenze dalla situazione della poesia italiana che giustamente è stata definita «post-montaliana»?
Leggiamo quello che scrive un critico «in posizione di terzietà», Romano Luperini:

«La centralità dell’esperienza montaliana nella nostra poesia e persino nella nostra cultura ha contribuito in modo decisivo a determinare i caratteri della poesia lirica italiana del nostro secolo, differenziandola da quella tedesca e soprattutto da quella francese (altra storia ha avuto quella inglese, più vicina alla nostra; e anche qui ha giocato la linea Eliot-Montale). Al posto di Char o di Jabès abbiamo avuto il Sereni di Gli strumenti umani o il Luzi di Nel magma o lo Zanzotto di La Beltà, o, per altra via, l’allegorismo civile di Fortini. Occorrerà attendere gli anni Settanta e Ottanta per trovare una generazione di poeti italiani – quelli della cosiddetta «parola innamorata» – che abbia cercato di ricollegarsi – con scarsi risultati, peraltro – al simbolismo francese e tedesco scavalcando mezzo secolo di storia della lirica italiana e recuperando, al di là di esso, la poetica dell’ermetismo e, ancora più indietro, D’Annunzio, il Campana «orfico» e alcuni aspetti del primissimo Montale (quello di Riviere).

E oggi? Si può parlare ancora di una centralità di Montale? La domanda, fra gli anni Cinquanta e Sessanta, sarebbe apparsa persino retorica. Montale era infatti considerato il punto d’arrivo di una linea simbolista o ermetica o metafisica, senza che spesso si distinguesse bene fra queste diverse tendenze.

Cerchiamo di rispondere muovendo in prima istanza da una constatazione persino ovvia. La centralità di Montale è intanto quella di un autore che non appare mai bloccato su un’unica linea di sviluppo e si presenta invece sempre disponibile a infinite correzioni, ripensamenti, ritorni all’indietro, contaminazioni di esperienze diverse. Senza essere mai eclettico, e anzi mantenendo sempre un timbro suo inconfondibile, Montale è in qualche modo compartecipe di tutte le tendenze fondamentali del nostro secolo: sembra avvicinarsi alla grande tradizione orfica del simbolismo e subito la controbilancia in direzione prosastica ed espressionista; condivide la cifra ardua e chiusa della poesia ermetica, ma respinge sempre la poesia pura e analogica; approda a un classicismo che intende tutelare la nobiltà e la decenza della forma e immediatamente lo interpreta in senso “modernista”; opta per un realismo basso e comico che presenta diversi punti di contatto con la ricerca delle neoavanguardie degli anni Sessanta e nello stesso tempo lo orienta verso esiti – niente affatto eversivi bensì ironicamente lucidi e citazionisti – che saranno propri delle poetiche postmoderniste.

foto Le biglie

«Si potrebbe prendere un aereo selezionando attentamente gli oggetti da portare»

Questa duttilità va messa sul conto della grande capacità di Montale di confrontarsi apertamente con la storia del suo tempo, riflettendola nella propria poesia e talora persino anticipandola. Per i suoi contemporanei essa ha costituito, soprattutto a partire da un certo momento, un problema critico aperto e persino spinoso. Dopo l’uscita di Satura, infatti, il profilo dell’ autore, e in qualche misura anche la sua stessa identità poetica, sono apparsi alterati o modificati. Le diverse, e per certi versi opposte, stroncature di Fortini e di Pasolini nascono anche dallo sconcerto di lettori che vedono deluse le loro aspettative e che non riconoscono il loro autore».1]

Ecco il punto. Io credo, e mi auguro di sbagliare (e qui condivido il parere di Romano Luperini), che oggi la poesia italiana sia ancora imbrigliata all’interno del quadro di una «poesia post-montaliana», quella narrativizzazione che resiste alla deriva prosastica, come asseriva Montale. Il problema era ed è sempre quello: come si esce da questa pendenza verso la narrativizzazione nutrita di scetticismo e di privatismo? La «nuova ontologia estetica» di cui siamo noi dell’Ombra delle Parole i propugnatori vuole tentare di uscire da questa impasse, emigrare finalmente dalla forma-poesia ereditata dal Montale della seconda serie.

1] https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/09/11/antonio-riccardi-poesie-scelte-da-gli-impianti-del-dovere-e-della-guerra-garzanti-2004-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-23724

emilia barbato-1

Emilia Barbato

Poesie di Emilia Barbato

Quel modo di essere luoghi

Quello che dovremmo recuperare con cautela
è il nostro modo di essere luoghi,
di raccoglierci e languire riflettendo l’aggressiva
decadenza delle cose, delle case, dei muri,
il progressivo franare dei margini delle strade,
dovremmo ammettere di contenere
la popolazione stanca di una baia
e il fastidio della sua aria salmastra, la noia
dei rami, capire di essere la riva dove si ripetono
le acque tristi e la terra, la solitudine
del bastione di Spa House che resta nell’incuria
e nel romanzo di quell’uomo che amava soltanto i bambini.

Inverno minore

Il tempo che precede la lacerazione
è una bestia docile che tira
fuori la lingua in un inverno minore,
il fiato corto dei minuti condensa,
schiuma paure, il cuore
non devi praticarlo,
ha sentieri irrimediabili,
carichi di mine. Continua a leggere

15 commenti

Archiviato in Critica, critica dell'estetica, critica della poesia, critica letteraria, nuova ontologia estetica, poesia italiana contemporanea, Senza categoria

Una ermeneutica psicologica. L’azione letale del significante nel linguaggio poetico di Sessioni con l’analista (1964–1966) opera edita nel 1967, di Alfredo de Palchi 

Alfredo de Palchi, originario di Verona dov’è nato nel 1926, vive a Manhattan, New York. Ha diretto la rivista Chelsea (chiusa nel 2007) e tuttora dirige la casa editrice Chelsea Editions. Ha svolto, e tuttora svolge, un’intensa attività editoriale. Il suo lavoro poetico è stato finora raccolto in sette libri: Sessioni con l’analista (Mondadori, Milano, 1967; traduzione inglese di I.L Salomon, October House, New York., 1970); Mutazioni (Campanotto, Udine, 1988, Premio Città di S. Vito al Tagliamento); The Scorpion’s Dark Dance (traduzione inglese di Sonia Raiziss, Xenos Books, Riverside, California, 1993; II edizione, 1995); Anonymous Constellation (traduzione inglese di Santa Raiziss, Xenos Books, Riverside, California, 1997; versione originale italiana Costellazione anonima, Caramanica, Marina di Mintumo, 1998); Addictive Aversions (traduzione inglese di Sonia Raiziss e altri, Xenos Books, Riverside, California, 1999); Paradigma (Caramanica, Marina di Mintumo, 2001); Contro la mia morte, 350 copie numerate e autografate, (Padova, Libreria Padovana Editrice, 2007); Foemina Tellus Novi Ligure (AL): Edizioni Joker, 2010. Ha curato con Sonia Raiziss la sezione italiana dell’antologia Modern European Poetry (Bantam Books, New York, 1966), ha contribuito nelle traduzioni in inglese dell’antologia di Eugenio Montale Selected Poems (New Directions, New York, 1965). Ha contribuito a far tradurre e pubblicare in inglese molta poesia italiana contemporanea per riviste americane. Nel 2016 pubblica Nihil (Milano, Stampa9).

gif-maniglia

Donatella Costantina Giancaspero – Una ermeneutica psicologica

L’azione letale del significante colpisce la struttura sintattica della poesia depalchiana destrutturandone i nessi logico-proposizionali. Questo «intervento» in quanto operazione di divisione del «soggetto» condotto attraverso ciò che Lacan definisce «alienazione significante», si ha come «separazione». Separazione dal campo materno. Separazione dal desiderio materno. Separazione dal linguaggio poetico della tradizione considerato come linguaggio anestetizzato.

C’è stato un tempo remoto nel quale si  è verificata una separazione, un allontanamento:

non so come, da quale mia geologica età
cominciare

Ma, in quale linguaggio esprimere questa Spaltung? Come fare per organizzare il discorso poetico se il significante unario, il primo significante è inattingibile? «in me il vivo / cespuglio che si cela! come dirlo allora».

Con Lacan sappiamo che la «separazione» è un tempo logicamente secondo, essa illustra come il soggetto opera quello che si può definire uno sganciamento dal significante Nella poesia depalchiana si verifica uno sganciamento dal significante del linguaggio poetico della tradizione. Si tratta di un’operazione in cui il soggetto trova la via di ritorno dal vel dell’alienazione significante. Dunque, da una parte abbiamo l’essere, dall’altra il senso. Il soggetto è il risultato dell’azione di allontanamento dal significante della tradizione poetica italiana; ma qui si rivela uno iato del significante dall’essere, luogo dell’Altro «in quanto il primo significante, il significante unario, sorge nel campo dell’Altro, in quanto rappresenta il soggetto per un altro significante, altro significante che ha come effetto l’afanisi del soggetto».1

Ecco un tipico esempio di destrutturazione della sintassi:

— difficile —
dico
tavolo con carta, cenere
di sigaretta, dizionari, penna (o macchina),
scheggia d’albero poggiacarte con corteccia,
pietrificato
— quanti milioni d’anni? —
interessante: la geologia ruga,
è
sulla asimmetria facciate di . . .

Lacan parla di catena significante, il che implica che per un minimo di significazione necessita la presenza di almeno due significanti. Il linguaggio nella sua struttura può essere ridotto alla correlazione di due significanti; è la stessa definizione saussuriana, in quanto il significante è diacritico. Perché vi sia effetto di senso si deve avere la coppia minima di significanti S1-S2, in modo che si avvii la significazione.

Separazione dal desiderio materno significa questo: separazione dal senso, separazione dal linguaggio poetico della tradizione italiana, scissione del linguaggio (non più materno), separazione e scissione dal campo del linguaggio come campo dell’Altro e ingresso nella Storia. Ingresso nel linguaggio della Storia.

Gif pop art

un significante che si impone come luogo della parola

L’Altro non è che questo: un significante che si impone come luogo della parola. Il giovanissimo Alfredo de Palchi si trova situato «altrove» rispetto al luogo in cui egli si trova. Possiamo affermare che la poesia depalchiana corrisponde esemplarmente alla formula lacaniana secondo cui «Un significante rappresenta il soggetto per un altro significante». Il soggetto, infatti, affinché acceda alla significazione, all’ordine simbolico costituito da un minimo di significazione composto dalla coppia di due significanti, deve reperirsi nel campo dell’Altro [il campo materno, il linguaggio poetico della tradizione]. L’io della poesia di de Palchi scrive la separazione dal campo materno e l’ingresso nella Storia. Qui si ha il vacillamento, l’oscillazione del soggetto separato dal campo materno del linguaggio, dal linguaggio dell’innocenza, dal linguaggio della protostoria.

Il soggetto si trova già sempre lì dove incontra un significante che non lo esaurisce, che lo rinvia ad un altro significante, incisione dell’Altro nel linguaggio. È questa l’essenza dell’alienazione introdotta dal significante. La sua rappresentazione è la seguente: l’alienazione traduce l’inscrizione del soggetto nel luogo dell’Altro. Il linguaggio poetico depalchiano in quanto inscrizione dell’alienazione comporta sempre un non-senso, situa il soggetto in una vacillazione dal non-senso al senso, una vacillazione incessante dal non-senso al senso, ma anche dall’essere al senso. La separazione corrisponde alla rimozione originaria («il verbo, vero»); «il verbo» è il discorso dell’Altro, «il gergo inconcluso / attorcigliato, cespuglio vivo di serpi».

Strilli De Palchi Dino Campana assoluto lirico

grafica di Lucio Mayoor Tosi, della serie degli “Strilli”

La poesia depalchiana si inscrive nella collocazione del soggetto rispetto al desiderio materno. L’io depalchiano scopre questo «spostamento» rispetto al linguaggio del campo materno. «È in quanto il suo desiderio [dell’Altro, della madre] è al di là o al di qua di ciò che ella dice e intima, di ciò che fa sorgere proprio come senso, è in quanto il suo desiderio è sconosciuto, è proprio in questo punto di mancanza che si costituisce il desiderio del soggetto».2 Lacan ci dice che se con l’alienazione il soggetto scopre la sua mancanza a essere, la sua vacillazione perché lì dove c’è senso ne va dell’essere, nella «separazione» invece si determina quella operazione che svela che anche l’Altro è mancante, che la mancanza è nell’Altro, che cioè, detto in termini lacaniani, «non c’è Altro dell’Altro», non c’è Altro che possa garantire che l’Altro sia completo, che l’ordine del senso rimandi a quello dell’essere.

Dunque, alla base dello sperimentalismo psicologico e transmentale della poesia di Alfredo de Palchi c’è la scissione dal campo dell’Altro, dal desiderio della madre, dal campo materno.

Adesso possiamo leggere questo drammatico autoritratto, testimonianza della poesia depalchiana tratto da Sessioni con l’analista (1967). Qui c’è il giovanissimo de Palchi «ragazzo timido, chiuso / colmo di vergogne concrete» che sta  lì «nel fosso, dopo che il camion… / (il camion traversa il paese / infila una strada di campagna…»; il giovanissimo de Palchi impugna il fucile «alla mia prima azione guerriera non riuscii… me la feci nei pantaloni kaki / l’acqua mi toccava i ginocchi… “leva la sicurezza bastardo” urlò il sergente Luigi / – fu l’ultimo sparo in ritardo -».

1 J. Lacan, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, in Scritti II, 1974. p. 214.

2 Ibidem

Strilli De Palchi Fuori dal giro del poetaAlfredo de Palchi

da Sessioni con l’analista (1964–1966) opera edita nel 1967 Continua a leggere

52 commenti

Archiviato in Critica, critica dell'estetica, critica della poesia, critica letteraria, poesia italiana del novecento, Senza categoria

Tomas Tranströmer (1931-2015) – Poesie da La lugubre gondola (1996) – Brani dalla Introduzione di Gianna Chiesa Isnardi a Sorgegondolen, Herrenhaus, 2003

foto-gunnar-smoliansky-1976

gunnar-smoliansky-1976

Tomas Tranströmer, premio Nobel per la Letteratura nel 2011, è morto venerdì 27 marzo 2015 a 82 anni. Quando vinse il Premio dell’Accademia era stato colpito da undici anni  da un ictus che gli aveva inibito la capacità di parlare. 
Psicologo di professione, era il massimo esponente della generazione di intellettuali che si è affermata dopo la Seconda Guerra mondiale. Convinzione di Tranströmer era che l’esame poetico della natura fornisce intuizioni sull’identità umana e sulla sua dimensione spirituale. La sua poesia sconfina spesso in territori metafisici. “L’esistenza di un essere umano non finisce dove terminano le sue dita”, ha scritto un critico svedese della sua poesia, definendo i suoi lavori “preghiere secolari”.
La sua notorietà nel mondo anglofono derivava dalla sua amicizia con il poeta americano Robert Bly, che ha tradotto gran parte del suo lavoro dallo svedese all’inglese, una delle 50 lingue in cui le sue poesie sono apparse.

Notizie sull’autore

Tomas Tranströmer, unanimemente ritenuto il maggiore poeta svedese contemporaneo, più volte candidato al Premio Nobel, è nato a Stoccolma nel 1931. Di professione psicologo, dopo aver lavorato alcuni anni all’Università, nonostante il successo della sua poesia, ha continuato a svolgere attività terapeutiche in centri di riabilitazione di varie città svedesi. Pianista di notevole talento, ha spesso composto i suoi testi ispirandosi a ritmi e forme musicali. Benché una grave malattia gli abbia provocato una dolorosa paralisi, non ha smesso di scrivere, come testimonia la sua ultima opera Sorgegondolen (La gondola a lutto), del 1996, e il volume di traduzioni di poeti europei e americani Tolkingar (Interpretazioni), del 1999. Ha pubblicato sinora dodici brevi raccolte: 17 Dikter (17 Poesie), 1954; Hemligheter på vägen (Segreti sulla vita), 1958; Den halvfärdiga himlen (Il cielo incompiuto), 1962; Klanger och spår (Echi e tracce), 1966; Mörkerseende (Colui che vede nel buio), 1970; Ur stigar (Fuori dai sentieri), 1973; Östersjöar (Mari Baltici), 1974;Sanningsbarriären (La barriera della verità), 1978; Det vilda torget (La piazza selvaggia), 1983; För levande och döda (Per vivi e morti), 1989; Minnena ser mig (I ricordi mi vedono), 1989; Sorgegondolen (La gondola a lutto), 1996.

tomas transtromer

Leggere la sua poesia non è un percorso lineare: è come entrare in una labirintica chiocciola. La concentrazione dei concetti in immagini conduce alla contrazione degli elementi connettivi, dei passaggi logico-sintattici, alla prevalenza dei sintagmi nominali. La capacità di realizzare densità poetica non è in Tranströmer tanto imputabile alla parola, al singolo lessema semanticamente pregnante, ma alla rete capillare di nessi che vengono a stabilirsi tra le parole. Tale sottile interazione, non facile a cogliersi immediatamente, dà spazio alla molteplicità interpretativa, alla pluralità del senso, lasciando spesso misteriosi i referenti delle metafore. Questa “oscurità”, comune a molta poesia contemporanea, in Tranströmer nasce dalla volontà di fuggire ai vuoti schemi della comunicazione massificata, di contrapporsi ai linguaggi pubblicitari, rifuggendo dall’univocità e proclamando la “polivocità” della parola.

(dalla prefazione di Maria Cristina Lombardi in Poesia dal silenzio, Crocetti editore, 2011)

Tomas Tranströmer
da La lugubre gondola (1996)

I
Due vecchi, suocero e genero, Liszt e Wagner, abitano sul Canal Grande
insieme alla donna irrequieta che è sposata con il re Mida
quello che trasforma tutto ciò che tocca in Wagner.
Il verde freddo del mare penetra attraverso i pavimenti nel palazzo.
Wagner è segnato, il celebre profilo da maschera1) è più stanco di prima
il volto una bandiera bianca.
La gondola è gravata dal peso delle loro vite, due biglietti di andata e ritorno
e uno di andata.

II
Una finestra del palazzo si spalanca e si fanno smorfie alla corrente improvvisa.
Fuori sull’acqua compare la gondola dell’immondizia spinta da due banditi con un solo remo.2)
Liszt ha buttato giù alcuni accordi, così pesanti3) che dovrebbero essere mandati
all’istituto mineralogico di Padova per l’analisi.
Meteoriti!
Troppo pesanti per trovar quiete, possono solo sprofondare sempre di più
dentro il futuro giù
fino agli anni delle camicie brune.4)
La gondola è gravata dal peso delle pietre del futuro rannicchiate.

Sguardi5) sul 1990

III
25 marzo. Inquietudine per la Lituania.6)
Ho sognato che visitavo un grande ospedale.
Niente di personale. Tutti erano pazienti.
Nello stesso sogno una bambina appena nata
che parlava con espressioni compiute.

IV
Accanto al genero che è uomo del suo tempo Liszt è uno sciupato grandseigneur.
È un travestimento.
L’abisso che prova e respinge tante maschere ha scelto proprio quella per lui –
l’abisso che vuol far visita agli uomini senza mostrare il suo volto.

V
L’abate Liszt è abituato a portarsi da solo la valigia nel nevischio e sotto il sole
e quando un giorno morirà nessuno lo aspetterà alla stazione.
Una tiepida brezza d’un generoso cognac lo rapisce nel bel mezzo di
un compito.
Ha sempre dei compiti.
Duemila lettere all’anno!
Lo scolaro che scrive cento volte la parola sbagliata prima di poter andare a casa.
La gondola è gravata dal peso della vita, è semplice e nera.

VI
Di nuovo nel 1990
Ho sognato che avevo guidato per duecento chilometri inutilmente.
Poi tutto si fece grande. Passeri grossi come galline
cantavano in maniera assordante.
Ho sognato che avevo disegnato tasti di pianoforte
sul tavolo di cucina. Io ci suonavo sopra, erano muti.
I vicini venivano ad ascoltare.

(traduzione di Gianna Chiesa Isnardi, Sorgegondolen, Herrenhaus, 2003)

Onto Transtro¦êmer

Tomas Tranströmer, grafica di Lucio Mayoor Tosi

Altre poesie

SULLA STORIA (PARTE V)

Fuori, sul terreno non lontano dall’abitato
giace da mesi un quotidiano dimenticato, pieno di avvenimenti.
Invecchia con i giorni e con le notti, con il sole e con la pioggia,
sta per farsi pianta, per farsi cavolo, sta per unirsi al suolo.
Come un ricordo lentamente si trasforma diventando te.

MOTIVO MEDIEVALE

Sotto le nostre espressioni stupefatte
c’è sempre il cranio, il volto impenetrabile. Mentre
il sole lento ruota nel cielo.
La partita a scacchi prosegue.
Un rumore di forbici da parrucchiere nei cespugli.
Il sole ruota lento nel cielo.
La partita a scacchi si interrompe sul pari.
Nel silenzio di un arcobaleno.

(traduzione di Enrico Tiozzo)

foto Gunnar Smoliansky - Sodermalm, 1956

gunnar-smoliansky-1956

dalla Introduzione di Gianna Chiesa Isnardi a Sorgegondolen, Herrenhaus, 2003

«La lingua marcia al passo dei carnefici. / Perciò dobbiamo cercarci una lingua nuova» (T.T.)

«Le mie poesie sono luoghi di incontro. Vogliono stabilire un legame inatteso tra le parti della realtà che le lingue e i modi di vedere convenzionali sono soliti mantenere separate. Piccoli e grandi dettagli del paesaggio si incontrano, culture e uomini differenti confluiscono in un’opera artistica, la natura incontra l’industria e così via. Ciò che ha l’apparenza di un confronto svela un legame. Le lingue e i modi di vedere convenzionali sono necessari quando si tratta di relazionarsi col mondo, di raggiungere scopi limitati, concreti. Ma nei momenti più importanti della vita abbiamo spesso sperimentato che non funzionano. Se riescono a dominarci completamente si va verso la mancanza di contatto e la rovina. Considero la poesia, tra l’altro, come una controtendenza nei confronti di questo processo. le poesie sono meditazioni attive che non vogliono addormentare ma ridestare». (T.T.)

Il testo poetico si pone come luogo d’incontro in cui si congiungono sul piano dell’accostamento orizzontale e su quello dell’intersezione verticale da un lato le immagini e dall’altro tutto ciò che esse simboleggiano o evocano.

[…] Estrema semplicità significa in Tranströmer estrema concisione. La prima impressione che scaturisce dalla lettura dei testi di questo autore è infatti quella di un perfetto nitore delle figure poetiche proposte cui fanno immediato contrappunto le riflessioni che ne scaturiscono. Pressocché totale è l’assenza di elementi non direttamente aderenti all’immagine e alla sensazione evocata e la concentrazione – che egli stesso ha definito come essenza del parlare poetico . è massima. Precisione nelle scelte lessicali e strutturali, prevalenza delle frasi affermative e della struttura lineare, relativa povertà verbale, laconicità, ricorso in misura minima agli elementi connettivi del discorso, frasi talora apparentemente frammentarie, costruzioni ellittiche, uso misurato della ripetizione con l’unico scopo di ricondurre l’attenzione del lettore al punto focale della riflessione poetica, attrazione reciproca fra elementi contrastanti, ossimori, associazione (seppure non immediatamente percepibile) di immagini e conseguentemente di idee, forza espressiva della parola portata all’estremo: un’arte della concisione che risale, almeno in parte, a grandi modelli del ‘900 come, soprattutto, Ezra Pound (del quale viene spesso ricordata l’espressione: “Great literature is simply language charged with meaning to the outmost possible degree“), T.S. Eliot o – per restare nell’ambito della letteratura svedese – il grande Harry Martinson.

Volendo scegliere, fra i tanti possibili, un esempio ineccepibile di questo atteggiamento stilistico pare opportuno trarlo qui innanzi tutto da una “poesia in prosa”, un genere di componimento che Tomas Tranströmer ha talora privilegiato, ogni qual volta tale tipo di espressione appaia immediatamente confacente al ritmo assunto dallo spunto della riflessione poetica. Per quanto vicino ai modi della poesia questo genere resta infatti, per il suo intrinseco e mai rescindibile legame con la prosa, più facilmente soggetto a tentazioni di sovrabbondanza o anche, più semplicemente, di superfluità verbale: l’estrema capacità di concentrazione poetica con cui Tranströmer sa costruire anche questi testi testimonierà dunque qui ampiamente le proprie qualità straordinarie. Si legga:

Nella foresta c’è una radura inaspettata che può essere trovata solo da chi si sia perduto. / La radura è racchiusa da una foresta soffocata in se stessa

In queste righe introduttive va rilevata innanzi tutto la linearità dell’espressione verbale affidata alla semplicità della costruzione della frase principale cui è connessa in modo immediato la secondaria relativa. Il procedere perfettamente coerente della descrizione si limita a fornire elementi essenziali quali un dove e un che cosa che è, daltronde, da identificare con il dove medesimo: la radura che sta nel cuore della foresta è  al contempo il cuore della foresta. L’aggettivo che definisce la radura «inaspettata», è richiamato nella relativa dal riferimento a «chi si sia perduto»: solo chi abbia smarrito la direzione, cioè chi sia uscito dalla prevedibilità delle strade consuete (dal linguaggio convenzionale?) potrà infatti imbattersi in un incontro inatteso. Una sola riga è dunque sufficiente al poeta per definire un luogo concentrandovi la sensazione di distacco dalla realtà ordinaria e, insieme, lo stato d’animo che la rende possibile e l’accompagna. Che si sia di fronte a una situazione di improvviso isolamento è del resto chiaro dalla scelta dell’immagine della «radura»: luogo perfettamente definibile nei suoi contorni proprio perché circondato da una foresta «soffocata in se stessa» a formare una barriera nella quale è delimitata una netta linea di separazione dal resto del mondo.

foto-gunnar-smoliansky-stockholm-1958

gunnar-smoliansky-1976

La radura diviene così il centro sul quale far convergere ogni attenzione e al quale riferire ogni riflessione poetica. La tecnica di far convergere l’attenzione su un elemento semplice e definito nella sola essenza distraendo al contempo da tutto ciò che vi sta attorno, è un procedimento che consente di focalizzare le energie su un unico punto nel quale tutto lo spazio della mente, sensitivo e intellettivo (sensi, intuizione, presa di posizione, memoria), viene senza distinzione assorbito, confluendovi in perfetta coesione… “Concentrare” quindi nel senso proprio di “attrarre verso un centro”: un risultato raggiunto grazie alla perfetta sovrapposizione di elementi lessicali (affidati a un impianto sintattico il più semplice possibile) che si mostrano capaci di catturare le sensazioni e i pensieri del lettore, che solo in quel centro si sentono perfettamente espressi. Un risultato che costituisce tuttavia solo il punto di partenza per l’indagine poetica, perché… in quella «radura», luogo del corpo, della mente e del sentimento troveranno spazio nuove ricerche. («nello spazio aperto l’erba è incredibilmente vera e viva»), si leggerà poco più avanti nel testo.

Se tale è la regola della concentrazione in una  “poesia in prosa” non sarà difficile comprendere quanto più la disciplina formale sarà rigorosa nei versi veri e propri, là dove la precisione delle immagini, la capacità di comprimere il testo, la perspicacia delle scelte lessicali, la precisa organizzazione dell’impianto poetico costituiscono una caratteristica determinante di questo autore fin dalla raccolta del debutto […] Va qui sottolineato tuttavia che (forse proprio per rispondere a questo desiderio di concisione) negli ultimi tempi il poeta è venuto sempre più privilegiando le composizioni brevi o molto brevi – in particolare sul modello orientale, cinese e soprattutto su quello giapponese del haiku, per il quale egli mostra forte inclinazione. La poesia haiku rappresenta… un tipo di espressione che intende corrispondere a ciò che nella filosofia di vita giapponese viene espresso con il termine satori, che significa «comprensione intuitiva», «illuminazione»: una conoscenza cioè che oltrepassando ogni confine logico superi lo spazio e il tempo. Lo scopo di un tale componimento è, nella sostanza, quello di rendere poeticamente tale concetto facendo rivivere tale esperienza. Un haiku, si precisa opportunamente, non è un aforisma: piuttosto può essere definito «arte dell’illusione». Non ha infatti tono sentenzioso, né percettivo, né di riflessione o commento sulla realtà, bensì piuttosto si propone di fornire gli strumenti linguistico-formali tramite i quali una situazione oggettiva venga trasformata in un processo mentale di conoscenza… Ha dunque bisogno di una lingua che consenta di tradurre elementi concreti (talvolta tratti da una realtà persino banale) in esperienza intuitiva e dunque immediata:

I pensieri sono fermi
come le tessere di un mosaico
nel cortile del palazzo

Una tecnica che potrebbe essere definita della delineazione, con ciò intendendo che essi ci appaiono, per così dire, ‘tradotti in linee’ che disegnano le traiettorie o intersecano le superfici in una nitida ed essenziale geometria che ne fa la cornice d’una sorta di ‘specchio magico delle fiabe’, finestra sull’ignoto…

… finché è tempo di uscire
e vagare a lungo nella foresta.
Seguire le orme del tasso.
Si fa scuro, è difficile vedere.
Là, nel muschio, ci sono delle pietre.
Una delle pietre è preziosa:
Può trasformare tutto
può far brillare l’oscurità.

Alla ricerca di una lingua poetica

Interrotto nel mezzo di un discorso
che il silenzio porta avanti
ma con forza ancora più grande.

Si torna così al problema dal quale si è partiti: come dar voce agli spunti poetici che si affacciano alla coscienza senza che essi vengano in qualche modo ‘corrotti’ nell’atto di trasporli in parole? Per un poeta come Tomas Tranströmer, il cui percorso si muove in direzione di una concentrazione sempre più marcata, l’atteggiamento nei confronti della lingua pare gradatamente muovere verso un crescente scetticismo.

In un testo che risale al 1980, il poeta, dichiarata la propria stanchezza nei confronti di tutti coloro che si presentano con parole, rivela di aver cercato rifugio nella natura:

Stanco di tutti quelli che si presentano con parole, parole ma nessuna lingua
sono andato sull’isola coperta di neve
[…]
La natura non ha parole.
Le pagine non scritte si estendono in tutte le direzioni!

Sulla neve, bianca come un foglio immacolato, le orme degli animali selvatici: «Lingua, ma niente parole».
Immediatezza e semplicità; il bisogno di lasciare lo spazio al linguaggio della natura, che ha… come interlocutori privilegiati i bambini (cioè coloro che ancora posseggono il dono di una intuitività incorrotta.

Una natura morta fatta di tronchi sulla neve mi rese pensieroso.
Domandai loro:
“Mi accompagnate fino alla mia infanzia?” Risposero “sì”.

Dentro ai cespugli si sentiva un mormorio di parole in una lingua nuova:
le vocali erano il cielo azzurro e le consonanti i rami
scuri e parlavano così pacatamente sulla neve.

Una lingua nuova, in realtà, antichissima. […] la considerazione della minaccia, sempre presente, che la lingua possa essere (come in effetti è) utilizzata come strumento di potere, come prigione nella quale rinchiudere l’uomo in celle costruite con parole che appartengono a convenzioni da taluno imposte e da altri subite. davanti a tutto questo solo la letteratura e in particolare la poesia può forse offrire una via d’uscita.

foto-gunnar-smoliansky-sergelstorg-1978

gunnar-smoliansky-1970

Note

1] In svedese Kasper è una maschera del teatro delle marionette, una sorta di Arlecchino.
2] Vi è qui un gioco di parole, intraducibile, tra enarade banditer “banditi a un sol remo” (con evidente allusione al modo in cui i gondolieri spingono la loro imbarcazione) e l’espressione svedese enarmad bandit, letteralmente “bandito con un solo braccio”! con cui si fa riferimento a una slot machine. Ciò, secondo S. Bergsten sottolinea l’aspetto di buffonata da fiera che assumerà il culto di Wagner.
3] L’allusione è probabilmente al fatto che sullo spartito Liszt ha inseriro l’indicazione «pesante».
4] Chiara allusione al fatto dall’ideologia nazista della figura e dell’opera di Wagner.
5] Letteralmente, in svedese glugg (plurale gluggar) indica una “apertura” o una “piccola finestra”.
6] Non si dimentichi che dal punto di vista storico i Paesi baltici hanno da sempre rivestito una grande importanza per gli Svedesi. Si consideri inoltre che Tomas Tranströmer, oltre ad avere rapporti personali di amicizia con intellettuali di quell’area, ha dedicato alla distesa del Mar Baltico (quello che al “tempo della grande potenza” [stormakstid], 1630-1721, poteva essere considerato il mare nostrum svedese) l’opera Österjöar (“Mari baltici”, 1974), nel cui titolo l’uso di un plurale apparentemente improbabile vuole invece sottolineare la molteplicità degli elementi naturali e culturali che la caratterizzano.

 

29 commenti

Archiviato in critica dell'estetica, critica della poesia, critica letteraria, Senza categoria

Alfredo de Palchi: Sfida in sintesi alla poesia italiana del novecento e contemporanea, con una missiva di Giorgio Linguaglossa

 

Gif Amanda Rodrigues on

Carissimo Alfredo,

il tuo «pezzo» è fortissimo, metà prosa e metà poesia (di ciò che resta della poesia). È una invettiva come non se ne fanno più in Italia da almeno 50 anni. Meno male che ci sei tu. In ogni caso io ribadisco che sei il più grande poeta italiano vivente. Vediamo che ne dicono in giro, voglio proprio vedere se qualcuno si permette di negare l’evidenza. Mi piace moltissimo poi quella messa in risalto di quel… poco-di-buono della poesia italiana: quel Franco Buffoni che ha fatto una «antologia» di 40 «poeti» italiani dicendo che il «criterio» da lui adottato è stato quello di evitare di pubblicare i «premorti», cioè di coloro che avevano più di 60 anni.

Quanto a quel personaggio che ti ha detto al telefono che io sarei un autore di «sottobosco», ho apprezzato la tua signorile reticenza nel  rifiutarti di dirmi chi è quel povero personaggio. Chi lui sia non ha per me alcuna importanza, e neanche mi interessa conoscere la sua identità, mi basta la consapevolezza che chi volesse ragguagliarsi intorno alla migliore poesia che oggi si fa in Italia dovrà leggere la rivista telematica lombradelleparole.wordpress.com e i poeti che ci pubblicano.

Che dio salvi l’Italia e ti mantenga in vita.

(Giorgio Linguaglossa)

*

alfredo de Palchi

Alfredo de Palchi

Alfredo de Palchi
Sfida in sintesi alla poesia italiana del
novecento e contemporanea

(New York, 8–9, luglio 2017)

1

la morte d’un poeta consola la mia fragilità… vent’anni prima lo incontro a  Manhattan con colleghi italiani… poi mai  più udito il suo sarcastico cinico umorismo… d’improvviso voci amichevoli del  defunto si scambiano mails che ricevo per conoscenza… fuori dal giro del poeta di quartiere non vive motivo  che io  ghiacciaio mi schianti… le voci si dichiarano costernate e tristi… dall’antica civiltà delle isole greche rinunciano alla rituale camera ardente…  la polverizzazione del poeta nel quartiere non scomoda lontane  amicizie né sconvolge il sangue a nessuno… nome  insignificante del poeta in mostra è “ch” ?… non hai notorietà… soltanto gente che si scalmana a sparlare degli assenti fino al litigio alla bara… la verità non ti sospetta più…

2

il  terracqueo porta inferi di qualsiasi poeta, giustifica l’inedita  verità sulla cronaca poetica italiana del Novecento… poeti d’ogni città e paese per principio di supremazia si definiscono  “sottobosco” a vicenda… lontano migliaia di miglia e per formazione mentale trovo normale che dal Nord al Sud l’Italia poeticamente provinciale si insulti… e  puerilmente si autonomini “migliore”… dagli anni 1940 di ogni collana di poesia si stabilisce  l’importanza dal nome degli editori: Vallecchi Mondadori Einaudi più che dal nome dei direttori di collana… iniziano con maestri già pubblicati altrove anni prima… raramente collaudano un libro vivo… il macero giustizia opere superiori e inferiori d’arte abbondantemente invendute… seguitando a produrre rischi simili a quelli sconsacrati… rare vedettes e dozzinali apparenze e non un grande… versi sfiatati mal stampati su carta pitocca a prezzi esagerati… ora due collane sussistono per inferiorità stilistica a quelle di piccola editoria… se  il commerciale negato alla poesia conteggia il direttore propone stracci invece di dimettersi…  la poesia anticomplessa e commerciale di marchio editoriale di terzo grado ha la gravità autentica del “sottobosco”. . .

3

inservienti spolveratori spolverano e qualificano di primo grado autori di secondo e terzo grado… antologie imbarazzano di spolverati inquilini… il primo quarto del Novecento invita i lettori a spianzottare con Corazzini e a ridere con i Futuristi… il secondo   quarto spalanca gli occhi su grandi autori di nuove opere di suprema poesia… il terzo quarto abbraccia un numero di poeti di primo grado  della generazione anni 1920 e di avanguardie impotenti… il quarto riusa rimasugli del recente trascorso fino al deterioramento… panorami di rari nomi strausati… in questo limite mi metto a lapidare “stop” sulla lapide del poeta defunto simbolo d’ogni altro  pateticamente sbalzato nel “neant”… termine cruciale quanto la vertebra color fiamma… cruciale per il correttore di canoni didattici imposti da secoli a schemi moderni… intimazione terminale ai cucitori di poetiche ripetenti sullo schematismo del poeta che scavare dal fondo… mai superando il maestro delle dolci fresche acque… il bruciante raggio di sorteggio imparzialmente giustifica il messaggio… quando si valutano i grandi emarginati da mestieranti…

4

ingaggia la smoderata energia di chi invidia con tremulo labbro invelenato… autori della generazione anni 1920 stupiscono con poesie magistrali più delle mie… inedito non confesso che la mia poetica è creativa originale  ostica e autentica sin dagli albori del 1947… mai mi sento inferiore perché gli  amici mi stimano come poeta senza deturparmi con l’ostracismo…  non si cancella niente andando per il mondo col mistero di fermarmi con la valigia di poeti… così ostica  cresce scrittura e scelta. . . fuori strada…  “stop”...  nessuna concessione di abbagli… imparzialmente i designati sfilano all’“Inferno terracqueo”… al “Purgatorio”… al “Paradisiaco neant”…

gif sparo tumblr5 Continua a leggere

60 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Critica, critica della poesia, critica letteraria, Dopo il Novecento, poesia italiana contemporanea, poesia italiana del novecento, Senza categoria

Alfredo Rienzi Scelta di poesie e una Riflessione sulla nuova ontologia estetica con una risposta di Giorgio Linguaglossa

Gif snow in town.gif

Alfredo Rienzi

Riassumo qui brevemente alcune caratteristiche dei linguaggi della «nuova ontologia estetica»:

“Frammento, frammentazione, de-simbolizzazione, disparizione dell’io, presenza della contraddizione, principio di contraddittorietà, principio di negazione, diplopia della identità, principio di incontraddittorietà, il paradosso, intemporalità, multitemporalità; inversioni spazio-temporali; mobilità degli investimenti linguistico-libidici; indipendenza dell’io dalla realtà esterna; il mondo esterno visto dal «tempo interno»; il «tempo interno» dell’io, il «tempo interno» delle parole; utilizzazione del punto nella orditura della sintassi, ritorno del rimosso, asse metonimico e asse metaforico…”.
(Giorgio Linguaglossa Ombra delle Parole, 29 ago 2017)

Caro Giorgio,
come sai seguo da tempo il tuo lavoro, di sentinella e di timoniere, fin dai tempi della Nuova Poesia Metafisica e di Poiesis. Ora, con interesse, ripagato come lettore con preziosi stimoli e molte sollecitazioni, seguo il dibattito sulla Nuova Ontologia Estetica.
Conosci bene anche il mio lavoro “appartato” che mi ha tenuto e mi tiene sempre poco incline a tuffarmi in correnti, scuole, manifesti e ad aderire profondamente e con costanza ad un modello stilistico o estetico (consapevolmente, almeno).
Ciò non mi impedisce, anzi, mi pare possa funzionare da lente neutra, di osservare lo sviluppo di rivoli, torrenti (e pozze e pozzanghere e paludi) nella poesia contemporanea, pur con i miei invalicati limiti di tempo e competenza. Così facendo, devo laicamente (come si usa adesso dire) confessare che alcuni dei testi più stimolanti li ho potuti cogliere in questo ambito. Dico di quelli di Steven Grieco-Rathgeb, di Mario Gabriele, degli ultimi tuoi e mi fermo qui per non fare obliante torto a nessuno. Testi nei quali mi appaiono chiari e netti molti di quegli aspetti che hai, per ultimi, didascalicamente e con (molto) ampio spettro, riassunto in uno degli ultimi articoli su L’Ombra. (Dove per altro ritrovo altri testi veramente pregevoli, come Le case di Anna Ventura, nei quali però mi pare meno netto il divario – anche contenutistico –con una poesia più lineare e perfino lirico-onirica).

Strilli Busacca è troppo tardiStrilli Lucio Ho nel cervelloNon sempre mi sono ritrovato d’accordo sulla, se ho ben compreso, sterilizzazione emozionale dei testi, ritenendo (e cercando di praticare), piuttosto, una domiciliazione distopica (anche un elenco telefonico può generare emozioni, forse anche commozione: provare per credere!).
E, ancora, le mie lotte nello svincolarmi da un dettato a fondo ritmico imparisillabico mi rendono affascinato dagli esiti di un verso libero e fratto, ma sostanzialmente incapace a praticarlo.

Mi pare un arricchimento del testo, per finire, quella mobilità linguistica e di registro stilistico nel singolo testo, perfino necessitante come sostiene un poeta appartatissimo e finissimo come il mio concittadino Franco Trinchero.
Ma veniamo allo specchio, che rimanda immagini interrogative più che assertive. Una riflessione auto-critica (quindi parzialissima) che chiede confronto. Nulla più.
Mi pare, volgendo lo sguardo ad alcuni dei miei lavori, sempre afflitti da un’ansia stilistica che mi ha finora impedito di riposare su un prodotto finito (e, un attimo dopo, credo moribondo…) che alcune o molte delle caratteristiche che citi le abbia spesso utilizzate, senza avere coscienza chiara di quanto fosse residuo epigonico neo o post-avanguardistico o quanto si ispirasse a una ricerca di un “nuovo estetico” (cui, invero, tu hai spesso accennato, senza che io ne cogliessi decentemente il senso), utilizzando ciò che ho variamente inteso come frammento, scarto temporale, inserti e lacerti metalinguistici e citazionali, ecc.. Molto è restato confinato in testi inediti o in una delle diverse produzioni minori o collaterali, ma talora è affiorato, anche nel recente Notizie dal 72° parallelo.

Più che offrire, quindi, un qualche reale contributo alla discussione sulla Nuova Ontologia Estetica, oltre queste poche righe, ti invio alcuni testi, interroganti. Non so quanto e come smarginino in o si infondano di quelle caratteristiche che eleggi a fisiognomica neo-ontologica. Sono, però, testi datati, scritti senza nessuna attuale (ri)taratura. Chiaro che non mi somministrerei mai un’emulazione scolastica, un esercizio “direzionato”, credo però che certe spore (suggestioni, influenze, appropriamenti) possano diffondersi, senza magari neanche tener conto, dello scorrere ordinato di cause ed effetti. Forse l’intera realtà in divenire somiglia più al caos spaziotemporale di certi testi della “nuova ontologia estetica” che all’ordinato racconto che ci illudiamo di governare.
Un caro saluto.
Alfredo Rienzi

Strilli Transtromer le posate d'argentoStrilli Leone
Commento-replica di Giorgio Linguaglossa

caro Alfredo Rienzi,
è interessante questa tua testimonianza, la pubblicheremo senz’altro, con le poesie annesse… Ci tengo a dirti è che la NOE non è un salotto di letterati oziosi, non è un grimaldello che può aprire tutte le serrature, nel senso che se uno non ha talento è inutile che segua le «prescrizioni» NOE. Io preferirei piuttosto parlare di «piattaforma NOE», una «Cosa» in continua evoluzione, in continuo assemblaggio. Un fatto è dirimente, da lì non si può tornare indietro: bisogna decidere di abbandonare definitivamente il novecento con i suoi annessi e connessi. Il novecento italiano e, soprattutto, gli ultimi cinquanta anni di mediocre poesia italiana devono essere posti tra parentesi.

Se si prende coscienza di questa petizione di principio, allora si capirà meglio quello che i naviganti NOE stanno dicendo e facendo; se non si prende coscienza di questo «fatto», allora è inutile seguire i «precetti», anche perché di «precetti» validi per tutti non ce ne sono nella «nuova ontologia estetica»; quello che nella NOE invece c’è, è un nuovo modo di essere in poesia, è una rivoluzione copernicana rispetto alla poesia italiana degli ultimi cinquanta anni, tutta minoritaria (in Europa). Mi spiace dover essere così categorico, davvero, credimi, mi spiace dover irritare i letterati spocchiosi che scrivono «poesie» oggi in Italia, ma questa è la pre-condizione per accedere alla «piattaforma NOE» e pensare di scrivere come del resto scrivono i maggiori poeti europei di queste ultime decadi, quei poeti europei che abbiamo pubblicato nell’Ombra delle Parole…

Non ti nascondo che nutro qualche perplessità sulle poesie da te proposte, tranne la prima composizione, esse non lasciano presagire una nuova direzione di ricerca, che invece era presente nel tuo ultimo libro Notizie dal 72° parallelo (Joker, 2016), come mai? Tranne la prima, che prosegue il tracciato stilistico del tuo ultimo libro, le altre sono delle scritture diligentemente assemblate ma che non fuoriescono dalla cortina di nebbia della letteratura poetica oggi in vigore in Italia. Il problema, credo, è nello «sguardo», nelle poesie qui di seguito postate lo «sguardo» è frontale, cosa che produce «accecamento» della vista.

Strilli Linguaglossa Tre finestreStrilli RagoScrive sul tema Lucio Mayoor Tosi:

A proposito del guardare «di sbieco» [della poesia di Donatella Costantina Giancaspero]:
Ho notato che nei sogni non esiste prospettiva, o meglio non esiste la nostra partecipazione alla profondità prospettica. Se ad esempio in un sogno ci trovassimo nel mezzo di una strada trafficata, non vedremmo le cose mutare camminando ma assisteremmo solo al cambio di immagini, cose e persone. Qualsiasi azione vorremmo compiere ci metterebbe a disagio, anche parlare. Al primo gesto cosciente che vorremmo compiere è assai probabile che ci sveglieremmo.
In effetti, anche nella realtà di tutti i giorni noi non percepiamo altro che la mutazione delle immagini; è come se non avessimo una percezione naturale della prospettiva, tanto meno della profondità e della lontananza.

Va ricordato che la prospettiva geometrica è stata inventata agli inizi del Rinascimento, quando ancora poche persone sapevano cosa fosse. Per molti si trattò di una specie di risveglio, un vero cambio di mentalità. Ma anche oggi, se viaggiando in automobile lungo l’autostrada fossimo coscienti di percorrere lo spazio in prospettiva, è probabile che andremmo a sbattere: sarebbe come assistere a quelle riprese televisive nelle gare di motociclismo o di Formula 1, dove la telecamera è montata sul veicolo. Tanto emozionanti.
Quello che ho scritto era nelle mie note di qualche giorno fa. Penso inoltre che ci sia un collegamento tra prospettiva (rinascimentale) e scrittura lineare. La scrittura lineare svolge lo stesso artifizio: è prospettica. Quindi sul piano della pura percezione, falsa. Il Rinascimento, al pari con il Barocco, è la base fondante della cultura e della mentalità italiana.
La NOE stabilisce altri criteri di percezione, spesso simili agli stacchi cinematografici. Trovo che questa modalità sia vicina alla percezione naturale di tutte le persone. Continua a leggere

10 commenti

Archiviato in Critica, critica dell'estetica, critica della poesia, critica letteraria, discorso poetico, nuova ontologia estetica, poesia italiana contemporanea, Senza categoria

Laboratorio pubblico di poesia: commenti e poesie al seguito di Ewa Lipska tra Mario Gabriele, Giorgio Linguaglossa, Donatella Costantina Giancaspero, Carlo Livia, Daniela Crasnaru, Francesca Dono, Fritz Hertz, Antonio Sagredo, Gino Rago, Nelly Sachs, Chiara Catapano, Lucio Mayoor Tosi, – verso una nuova ontologia estetica

Giorgio Linguaglossa

22 settembre 2017 alle 9:08

E adesso, una mia poesia.
(alla maniera di Ewa Lipska)

Cari Signori Gino Rago, Giorgio Linguaglossa,
Mario Gabriele, Lucio M. Tosi e compagnia varia…
Vi porgo i miei saluti
dal Labirinto, quel luogo dal quale non è più
possibile trovarsi, dove non c’è neanche bisogno
di cercare le sorgenti dell’amore.
Le parole, egregio Signor Linguaglossa,
in questo luogo sono fuori posto.
Mi perdoni questa ovvietà,
ma lei, mi dicono, è un poeta!
Vede? Cado anch’io a volte nella trappola della geometria.
Che vuole, mi piacciono i triangoli scaleni,
gli eptaedri, i vertici acuti, i numeri primi.
Tutto ciò che ci ha amato,
cari Rago e Linguaglossa, cari Gabriele e Tosi,
e quanti altri della nuova ontologia estetica
non ha più ragione d’essere…
Sì, mi attendo da Voi una risposta. Una sola, però.
Per questo vi dò il mio indirizzo:
“Quartier Generale dell’Aldilà
dove scorre il fiume dell’aldiquà
al numero civico 777 piano terzo scala D,
attigua alla abitazione di Dio, perbacco!”.

Mario M. Gabriele

22 settembre 2017 alle 14:16

Signor K, e Signor Cogito, Sig.Gab e Sig.na Evelyn, Sig.ra Schubert, Sig Tosi e Sig. Rago, Sig. Steven e tanti altri Signori e Commodori,ma dove vi siete incontrati? Al Palazzetto dello Sport Linguistico? Abbiamo tutti un indirizzo ed è: il “Quartier Generale dell’ALDILA’, al numero civico 777, vicino alla abitazione di Dio. Ciò che ci ha amato se ne è andato dalla ciminiera Al Centro Impiego cercano “Spazzini”.

 Strilli Espmark Le labbra dell'insegnanteStrilli Busacca Vedo la vampa

Carlo Livia

22 settembre 2017 alle 12:37

La decomposizione delle strutture morfosintattiche, come strumento d’indagine di nuove relazioni tra linguaggio e ontologia, come nell’opera di Zanzotto o Celan, può essere mutata in una decontestualizzazione semantica di sintagmi e frammenti diegetici che rimangono strutturalmente integri, ma assumono diversa funzione noetica, nella trasgressione dell’ordine logico-relazionale, con il risultato di mettere in luce l’irrazionalità latente nella logica convenzionale, come avviene in Lipska e Linguaglossa; è la stessa differenza, più o meno, che sussiste fra la pittura di Braque e quella di Magritte. Ecco un testo in cui ho tentato un’integrazione delle due procedure espressive.

Altra ferita del silenzio
Il corpo allucinante risplende
e scompare nella risata del vento
coi suoi frutti segreti mangiati vivi
L’amore sprofonda nello specchio
pugnalato dalla memoria
Dietro i pozzi degli antenati
vecchie femmine lunatiche sorvegliano l’entrata
Trascino il mio letto per campi lamentosi
la madre s’allontana su fondali d’erba
E’ finita l’attesa
quella lotta d’alberi e belve
dietro la casa di cenere
Ma non riesco a dormire
sotto lo sguardo di questi spettri

Donatella Costantina Giancaspero

22 settembre 2017 alle 20:13

gentile Carlo Livia,

seguo sempre con attenzione e stima i suoi interventi e le sue poesie. Complimenti sia per il commento che per la poesia, molto interessante e coinvolgente… si vede che anche lei sta cercando una poesia diversa da quella che si legge in Italia… inserisca pure le sue poesie sono una lettrice attenta e priva di pregiudizi. Questo è un Laboratorio all’aperto, fatto per poeti senza tacchi a spillo. Ho un appunto da farle. La prima strofa io la scriverei così, togliendo due aggettivi. Secondo me la strofa corre meglio:

“Il corpo risplende e scompare nella risata del vento
coi suoi frutti mangiati vivi…”

a me sembra più scorrevole…

saluti.

Strilli GriecoCarlo Livia

22 settembre 2017 alle 20:59

Grazie, gentilissima, faccio quello che posso, i tacchi a spillo non li ho mai amati, nemmeno come simbolo, malgrado sia di pochi centimetri più alto di Woody Allen. Un caro saluto. Continua a leggere

6 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Antologia Poesia italiana, Critica, critica della poesia, critica letteraria, poesia italiana contemporanea, Senza categoria

Ewa Lipska da L’occhio incrinato del tempo titolo originale: Droga pani Schubert (Cara signora Schubert, 2012) a cura di Marina Ciccarini (Armando, 2014) con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

 

foto selfie 1

Cara signora Schubert

Ewa Lipska, poetessa e pubblicista, è nata a Cracovia il 10 ottobre 1945. Nella stessa città si è diplomata presso l’Accademia di Belle Arti. Dal 1970 al 1980 responsabile del settore poesia della casa editrice Wydawnictwo Literackie. Dal 1995 al 1997 direttrice dell’Istituto Polacco di Vienna. Cofondatrice e redattrice di diverse riviste letterarie, tra cui il mensile “Pismo”. Vicepresidente del PEN Club polacco. Ha ricevuto diversi importanti premi per la sua creazione letteraria. Le sue poesie sono state tradotte in molte lingue. Autrice di numerose raccolte poetiche, tra le ultime: Ja (Io, 2004), Pogłos (Rimbombo, 2010), per la quale ha ricevuto il premio “Gdynia”, e Droga pani Schubert… (Cara signora Schubert…, 2012).

Per il suo anno di nascita e per quello del debutto, avvenuto nel 1967 con il volume Wiersze (Poesie), Ewa Lipska appartiene al gruppo di poeti della “Nowa Fala”, in polacco “nuova ondata” o “nouvelle vague”, o detta anche “generazione ‘68”, vale a dire gli autori nati intorno alla metà degli anni ’40, come: Stanisław Barańczak, Adam Zagajewski, Ryszard Krynicki, Julian Kornhauser e Krzysztof Karasek (nato nel 1937). La poetessa tuttavia rifiuta ogni appartenenza a qualsivoglia gruppo  e da anni manifesta coerentemente la propria individualità creativa, sempre peculiare, come peculiari ed espressivi sono la sua dizione poetica, le metafore, la densità di significato, il paradosso. Qualcuno a tale proposito ha detto che la creazione di Ewa Lipska è nella poesia polacca contemporanea, quello che l’ablativo assoluto è nella sintassi latina, cioè un sintagma a sé stante. La sua poesia si concentra sui sentimenti della sofferenza e della paura, sulla fragilità dell’esistenza condannata a morire. Piotr Matywiecki, poeta, critico letterario e saggista scrive:

«La poesia di Ewa Lipska si distingue per la sua immaginazione insolitamente vivace. Con sorprendente disinvoltura nel suo mondo si può paragonare una classe scolastica alla storia dell’umanità, il traffico stradale al moto della mente, una malattia a un avvenimento pubblico. (Questo è anche il “metodo” poetico della Szymborska). Si avrebbe voglia di dire la Lipska è una poetessa sociale nel senso che non c’è per lei niente di intimo che non sia al tempo stesso quotidiano, formulabile sociologicamente».

(Paolo Statuti)

foto volto Malika Favre

grafica Malika Favre

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

 

 Il titolo originale del libro è Cara signora Schubert, chissà perché poi cambiato, dall’editore italiano,  con quell’orribile e banale L’occhio incrinato del tempo. Forse all’editore sembrava troppo «semplice» quel titolo. Anche qui, come vedete, è in azione il filtro del conformismo e della omologazione verso il basso, addirittura i titoli dei libri vengono cambiati in stile «ultroneo». La forma prescelta da Ewa Lipska è la più semplice in assoluto, una serie di lettere indirizzate ad una signora dal nome corrivo e convenzionale: Schubert. E che si dice in queste lettere? Niente di trascendentale, si parla di un reale poroso, corrivo, sciatto, convenzionale, in uno «stile [che] non vale niente», scritte di «pugno degli Dei», ovvero, degli uomini del nostro tempo corrivo e banale. E la poesia? La poesia di Ewa Lipska non può che sortire fuori dalla metratura di questo «mondo». Chiede la poetessa: «dove andremo ad abitare Dopo»?. Domanda corriva che richiede, ovviamente, una poesia corriva.

Ecco, mi piace questa poesia fatta di stracci, di corrivo, di rottami linguistici, scritta in uno stile minimalista, terra terra, volgare come è volgare il nostro «mondo», dove ci sono tante cose: «Una cena con Nerone / all’Hotel Hassler di Roma»; ci sono pezzi di cronaca: «l’Unione Europea? Il XXI secolo»;  ci sono incisi mozzafiato: «Tutto ciò che ci ha amato, cara / signora Schubert, non ha più via d’uscita»;  «cara signora Schubert le porgo i miei saluti dal Labirinto»; dove «Greta Garbo è sempre più simile a Socrate». E, infine, l’ironico augurio: «siccome credo nella vita d’oltretomba, ci incontreremo senz’altro nel Grande Collisore di Adroni».

 Qual è la differenza tra la poesia di Ewa Lipska e quella che si confeziona in Italia oggi? (in particolare mi riferisco alla antologia di poesia femminile pubblicata da Einaudi a cura di Giovanna Rosadini nel 2014). La poesia maggioritaria che si fa oggi in Italia consta di commenti, una fenomenologia para giornalistica che va verso la narrazione indiscriminata delle questioni dell’io e delle sue adiacenze, una fenomenologia del banale, priva di direzionalità laterali e trasversali, priva di verticalità, di diagonalità, di salti posizionali, temporali e spaziali. Direi che questa è un modo di scrittura che privilegia la banalità. È la negazione dello stile, con l’io posticcio e artefatto governatore del piccolo mondo dell’io e delle sue adiacenze. Ewa Lipska invece va dritta dentro i problemi di oggi, la poetessa polacca lascia cadere le domande, una dopo l’altra, come una collana di perle nere, con apparente negligenza: «Cara signora Schubert, che fare dell’eccesso di memoria?»; «Come si entra nella storia, cara signora Schubert?». Ma si tratta di domande fondamentali, quelle di cui dovrebbe occuparsi la poesia di serie “A”.

foto Malika Favre ritratto

grafica Malika Favre

Uno spettro si aggira per l’Europa: una fame di riconoscibilità,

una sete di omologismo. Il problema cui si trova davanti la poesia di oggi è quello di una forma-poesia riconoscibile. Gli scrittori e soprattutto i «poeti» mirano a creare qualcosa di immediatamente riconoscibile e identificabile. Il problema di una forma-poesia riconoscibile, è sempre quello: se l’«io» sta in un luogo, immobile, anche l’«oggetto» sta in un altro luogo, immobile anch’esso.

Il discorso poetico diventa un confronto tra il qui e il là, tra l’io e il suo oggetto, tra l’io e il suo doppio, e il discorso lirico assume un andamento lineare. Ma, se poniamo che l’oggetto si sposta, l’io vedrà un altro oggetto che non è più l’oggetto di un attimo prima; di più, se anche l’io si sposta di un metro, vedrà un oggetto ancora differente, anche posto che l’oggetto se ne fosse stato fermo nel suo luogo tranquillamente per un bel quarto d’ora. E così, il discorso lirico (o post-lirico) si può sviluppare tra due postazioni in stazione immobile. Altra cosa è invece se le due posizioni, ovvero, i due attanti, cambiano il loro luogo nello spazio; ne consegue, a livello sintattico, un moto di ripartenza, di stacco e di arresto e, di nuovo, di stacco. Avremmo una poesia che non si muove più secondo un modello lineare ma secondo un modello non-lineare. Voglio dire che già Mallarmé aveva distrutto il modello lineare dimostrando che esso era una convenzione e null’altro e, come tutte le convenzioni, bisognava derubricarla e passare ad uno sviluppo non più lineare ma circolare della poesia.

Gran parte della poesia contemporanea che si fa in Europa parte da un assunto acritico: dalla stazione immobile dell’io, con l’io al «centro del mondo», attorno al quale ruota tutta la fenomenologia degli oggetti; in modo consequenziale i giri sintattici, anche se di illibato nitore e rigore metrico, si dispongono in modo lineare, come tipico di una tradizione recente: l’io di qua e gli oggetti di là, in un costante star-di-fronte.

Questo tipo di impostazione, intendo quello della stazione immobile dell’io e della distanza fissa tra l’io e gli oggetti, conduce, inevitabilmente, al pendio elegiaco. L’elegia ti costringe a cantare la «distanza». L’elegia è tipicamente consolatoria. In definitiva, il dialogo tra l’io ed il suo oggetto si rivela essere un dialogo posizionale, posizionato, «convenzionale». Infine, chiediamoci: che genere di poesia scrivere in un’epoca afflitta, come scrive la Lipska, da «eccesso di memoria»? E non è questa la domanda cruciale che si pongono anche i poeti della «nuova ontologia estetica»?

 

ewa-lipska

Ewa Lipska

da Droga pani Schubert (Cara signora Schubert, 2012)

 

Tra

Cara signora Schubert, mi chiedo dove andremo ad abitare Dopo. Dopo, cioè là dove prima c’era la fabbrica che produceva la vita d’oltretomba. Sarà tra ciò che non abbiamo fatto e ciò che non faremo più.

Il nostro mondo

Cara signora Schubert, il nostro mondo è come una lettera scritta di proprio pugno dagli Dei, ma lo stile non vale niente…

UE

Cara signora Schubert, ricorda ancora
l’Unione Europea? Il XXI secolo, Quanti anni sono trascorsi…
ricorda il grano ecologico? la depressione del lusso?
e il nostro letto che sfrecciava sull’Autostrada del Sole? Era la [nostra]
giovinezza, cara signora Schubert, e per quanto gli orologi
persistano nella propria opinione, tengo questo tempo
ben stretto nel pugno. Continua a leggere

55 commenti

Archiviato in Critica, critica della poesia, critica letteraria, discorso poetico, poesia polacca, Senza categoria