NOVE POESIE di Anna Andreevna Achmatova da “Il silenzio dell’amore. Poesie” nuova traduzione di Manuela Giabardo e Presentazione di Paolo Ruffilli

 

anna achmatova, ritratto di Kuzma-Petrov-Vodkin

anna achmatova, ritratto di Kuzma-Petrov-Vodkin

 Anna Andreevna Achmatova (1889-1966) pseudonimo di Anna Andreevna Gorenko nacque a Bol’soj Fontan, un elegante quartiere di Odessa, il 23 giugno1889, terza dei cinque figli di Andreij Antonovich Gorenko, funzionario pubblico, e di Inna Erazmovna Stogova, entrambi di nobile famiglia. Il padre, ingegnere meccanico di marina, si trasferì prima nei sobborghi di Pietroburgo, a Pavlovsk, e poi a Càrskoe Selò.

Precoce, Anna a cinque anni parlava perfettamente il francese ed era una grande lettrice. A dieci, superata una grave malattia, cominciò a scrivere: un diario, piccole storie, ritratti di compagni di gioco. Nel 1905 i genitori si erano separati e Anna si era trasferita a Kiev, dove nel 1907 terminò il liceo e si iscrisse alla facoltà di Legge. Nel frattempo, avendo cominciato a comporre poesie e manifestando il desiderio di pubblicarle, il padre le suggerì di ricorrere a uno pseudonimo letterario e la scelta cadde sul nome della bisnonna materna, Achmatova. La sua prima poesia è datata 1900, a undici anni, e la prima pubblicata apparve sulla rivista parigina “Sirus”, edita da Gumilëv, nel 1907.

Nel 1903 cominciò la storia sentimentale con il poeta Nikolàj Gumilëv, maggiore di tre anni rispetto a lei ed ex allievo di un insegnante ginnasiale di Anna. Anna era coinvolta (“Prego il raggio che dalla finestra / entra pallido, sottile, dritto. / Da stamattina non parlo, / il cuore spezzato in due”), ma appariva discontinua (“l’ho fatto ubriacare / di aspra malinconia”) e Gumilëv era innamorato a tal punto da tentare il suicidio per superare le sue resistenze (“Scherzavo. / È stato tutto uno scherzo. Se te ne vai, muoio”).

Si sposarono nel 1910 e il matrimonio durò fino al 1918 e nel 1912 nacque il figlio Lev Nikolaevič Gumilëv, che divenne geografo, antropologo e storico, e che fu arrestato ingiustamente per tre volte e visse ben diciotto anni in un campo di lavoro e solo dopo la morte di Stalin poté cominciare la sua carriera accademica (nel periodo della perestroika i suoi lavori raccolsero un ampio consenso, tanto che, dopo la sua morte, si decise di intitolare a lui l’Università statale a Astana, capitale del Kazakistan).

anna-achmatovaAnna faceva parte della corporazione “La Gilda dei poeti” (Cech poetov), nata nel 1911 e orbitante intorno alla rivista “Apollon” dalle cui pagine Gumilëv insieme con Sergej Mitrofanovič Gorodeckij teorizzavano i principi del così detto “acmeismo”. Il nome del movimento, che intendeva alludere al punto estremo della lucidità espressiva, si alternava con quello di “adamismo”, più propriamente voluto da Gumilëv, in opposizione al simbolismo, sviluppando una diversa tematica e un nuovo stile espressivo fondati sulla chiarezza rappresentativa, sulla concretezza dei contenuti ancorati alla “realtà” dei sensi e sullo studio dei valori formali del verso.

L’acmeismo, che non riusciva a tenere il passo con gli avvenimenti determinati dalla rivoluzione per l’inadeguatezza delle sue componenti ideologiche, superato nell’attenzione generale dal futurismo, rappresentava il momento drammatico di una generazione che cercava di adeguarsi all’accelerazione imposta dagli eventi della storia. Pur avendovi aderito due poeti di grande talento come l’Achmatova e Mandel’štam, il movimento ebbe vita breve, travolto poi dall’arresto del suo fondatore e dall’accusa di tradimento che lo portò alla condanna a morte.

Anna aveva composto la  sua prima opera, La sera, nel 1912, Nello stesso anno fece un viaggio a Parigi, dove conobbe tra gli altri Amedeo Modigliani, che la ritrasse in numerosi disegni (eseguiti a memoria, uno dei quali è conservato a San Pietroburgo). Venne in Italia, visitando numerose città: Venezia, Genova, Padova, Bologna, Pisa e Firenze. E dirà che la pittura e l’architettura italiana sono “simili a un sogno che poi ti ricordi per tutta la vita”.

La produzione poetica continuò fervida negli anni seguenti: al primo libro seguirono Rosario nel 1914, con cui ottenne una vastissima popolarità, e poi  Lo stormo bianco nel 1917, la sua terza raccolta di poesie, che ebbe con il favore dei lettori l’adesione di molti critici. L’anno seguente divorziò da Gumilëv, partito volontario per il fronte, e finì un rapporto importante che segnerà per sempre la vita e la produzione dell’Achmatova. Dopo il divorzio, Anna lavorò alla biblioteca dell’Istituto di Agronomia, e nel 1918 sposò il poeta e assirologo Vladimir Šilejko, uomo patologicamente geloso e possessivo. Anche questa unione terminò, nel 1921, l’anno in cui Gumilëv, che nel frattempo si era risposato, venne accusato di aver preso parte ad un complotto sovversivo monarchico e venne fucilato il 25 agosto.

anna achmatova

anna achmatova

Nel 1921 uscirono Piantaggine e, a breve distanza, Proprio sul mare e, nel 1922, Anno Domini MCMXXI: raccolte di versi ispirate da una forte nostalgia delle vicende passate, una sorta di elegia dolorante che spesso assumeva quasi la cadenza di una preghiera. Anno Domini fu l’ultima raccolta dell’Achmatova e nei quarantaquattro anni che seguirono nessun libro nuovo vide la luce (dal 1922 al 1966, anno della sua morte, non poté pubblicare un libro “veramente suo”). Negli anni del dopoguerra furono proposte solo due antologie selezionate e censurate dalla casa editrice di Stato, con testi della prima produzione e con le poesie di guerra, allo scopo di attestare al pubblico soprattutto straniero che l’autrice era viva e fedele al regime.

Nella Russia sovietica, l’Achmatova era vista con sospetto come ex-moglie di un poeta controrivoluzionario. Oltre tutto, negli anni tra il 1917 ed il 1921, non si era espressa in alcun modo riguardo ad una adesione personale alla Rivoluzione, pur scegliendo di non emigrare dal paese. Si ritrovava fondamentalmente sola, in una Russia che non la condannava ancora ufficialmente, ma che le era comunque palesemente ostile. Per sopravvivere, contava come l’amico Mandel’štam sull’appoggio di Boris Pasternak, svolgendo sporadicamente la professione di traduttrice e dedicandosi intanto allo studio dell’opera di Puskin. Ma i tragici sviluppi del regime stalinista le serbavano ulteriori e drammatiche sofferenze.

Nel 1925 nacque la nuova infelice relazione con Nikolàj Punin, critico e studioso d’arte e la poetessa si trasferì, a causa della crisi degli alloggi, nella casa della Fontanka a Leningrado, dove conviveva con lo studioso, la sua ex moglie e la figlia, e suo figlio Lev. La situazione familiare era, insomma, innegabilmente difficile e la vita nella Russia sovietica contraddistinta da una crescente politica del terrore (“ma noi abbiamo imparato, una volta per tutte / che sa di sangue, soltanto, il sangue…”).

Si determinò per l’Achmatova un’interruzione dell’attività poetica, che si protrasse fino alla fine degli anni trenta. È alla vigilia dell’apertura dei campi staliniani e delle deportazioni che Anna riprese a poetare, dopo la separazione da Punin, avvenuta nel 1938. Raccolse i versi in un’antologia di poesie scritte fra il 1924 e il 1941, Il salice, che nella realtà non uscì mai.

Il 13 marzo 1938 suo figlio venne arrestato e condannato a morte (condanna poi convertita in deportazione) a causa probabilmente del cognome del padre. Anna si recò, come molte madri russe, al carcere delle Croci per avere notizie di Lev. Ne nacque il poemetto Requiem, che le migliori amiche provvidero a imparare a memoria, sicure dell’intolleranza del governo. Era un canto straziato che, seppure non dato alle stampe, si guadagnò, anche solo in forma orale, una fama vastissima. Il ciclo di poesie era uno spietato atto di accusa contro la dittatura di Stalin.

Pubblicandolo vent’anni dopo, l’Achmatova scrisse nella prefazione: “Negli anni terribili della ežóvščina ho passato diciassette mesi in fila davanti alle carceri di Leningrado. Una volta qualcuno mi riconobbe. Allora una donna dalle labbra livide che stava dietro di me e che, sicuramente, non aveva mai sentito il mio nome, si riscosse dal torpore che era caratteristico di noi tutti e mi domandò in un orecchio (lì tutti parlavano sussurrando): Ma questo lei può descriverlo? E io dissi: Posso. Allora una sorta di sorriso scivolò lungo quello che un tempo era stato il suo volto” (Leningrado, primo aprile 1957).

Nel 1941 incontrò Marina Cvetaeva, in un intenso reciproco scambio di visioni e di umori. “Due poesie diverse, radicate nello stesso terreno sconvolto della Russia novecentesca, quella dell’Achmatova e quella della Cvetaeva: classica e apollinea la prima, trasgressiva e dionisiaca la seconda. E due vite diverse, anche se entrambe tempestose di amori e piagate di dolori”, come ebbe a dire Vittorio Strada.

Achmatova e Gumilev

Achmatova e Gumilev

Il poemetto Lungo tutta la Terra risaliva a quello stesso periodo. Nel 1941 la Germania aveva invaso la Russia e Stalin fece ricorso a tutti quei nomi che, da tempo in disgrazia, potevano tornare utili. L’Achmatova, con il prestigio e la fama che aveva sia pure per vie del tutto clandestine, parlò alla radio per favorire l’unità del popolo russo contro la minaccia hitleriana. Nel frattempo il nemico avanzava e Anna fu evacuata, insieme con altri intellettuali, da Leningrado a Taskènt. Qui scrisse Luna allo zenit, e il tema centrale della produzione poetica divenne la guerra, come anche nella serie Il vento della guerra.

Compose, negli anni 1942-43, le Elegie del Nord. Nel 1944 tornò a Leningrado, nella casa della Fontanka. Continuava intanto a lavorare al Poema senza eroe, iniziato nel 1942, al quale continuerà a dedicarsi per ondate fino al 1962. Nello stesso anno il figlio Lev venne liberato perché costretto ad arruolarsi nell’Armata Rossa e raggiunse poi la madre alla fine della guerra, ma venne arrestato di nuovo nel 1949.

Nello stesso periodo Anna riprese a pubblicare su diverse riviste. La risonanza di una breve relazione con il primo segretario dell’ambasciata inglese Isaiah Berlin (1945), resa pubblica dal giornalista Randolph Churchill (il figlio di Winston), insieme con l’arresto e l’esilio in Siberia di Punin, contribuì all’espulsione della poetessa dall’Unione degli scrittori sovietici nel 1946 con l’accusa di estetismo e di disimpegno politico, sulla scia delle critiche ždanoviane di pessimismo nevrotico, misticismo e culto per il passato (divenne famosa la definizione che Ždanov diede dell’Achmatova: “mezza suora e mezza puttana”). Circostanze, tutte, che provocarono in lei un periodo nero di isolamento, come appare evidente in Frantumi: “Appendetemi al gancio sanguinolento, / come una belva uccisa, / perché increduli e ridacchiando / gli stranieri mi girino attorno / e scrivano in fogli autorevoli / che si è spento il mio impareggiabile dono, / e che io ero poeta tra i poeti, / ma è scoccata / la mia tredicesima ora.”

Nel 1950, terrorizzata dal pensiero che il figlio potesse essere ucciso, scrisse su consiglio degli amici, quindici liriche dedicate a Stalin, il ciclo di poesie Slava Miru (Gloria alla Pace), in ossequio al “comunismo radioso”.  Lev fu infatti risparmiato molto probabilmente grazie a questo intervento e venne liberato tre anni dopo la morte del dittatore, quando per Anna l’incubo cessò definitivamente.

Anna Achmatova copAnche dopo la morte di Stalin nel 1953, l’Achmatova continuò ad essere sottoposta ad una severa censura in patria e fu parzialmente riabilitata dopo il Congresso del Pcus del 1956. Lei, del resto, in pubblico continuava a considerare negativamente il realismo socialista dominante in letteratura e a ritenere veramente decisiva solo la produzione degli scrittori dissidenti. Nel 1961, cinque anni prima di morire, in un breve componimento intitolato “Noi quattro”, insisteva a riconoscere, senza enfasi ma con piena consapevolezza, il valore letterario fondamentale dei pochi che non si erano piegati ai dettami del regime, accostando alla sua le voci di Osip Mandel’štam, Boris Pasternak e Marina Cvetaeva.

Pubblicò nel 1962 un’opera alla quale lavorava già dal 1942, il Poema senza eroe, un nostalgico ricordo del passato russo, rielaborato attraverso la drammaticità che la nuova visione della Storia imponeva. Sulla sua poetica continuavano ad esercitare influenza le opere della tradizione non solo russa, tra cui in particolare la Divina commedia di Dante, che Anna rileggeva di continuo direttamente in italiano. Come testimonia il filosofo Vladimir Kantor: «Quando chiesero ad Anna Achmatova, la matriarca della poesia russa, se aveva letto Dante, con il suo tono da grande regina della poesia rispose: “Non faccio altro che leggere Dante”».

Nel 1964 la poetessa ebbe il permesso di lasciare la Russia per ritirare, in Sicilia, il premio “Etna – Taormina”. L’anno seguente presso l’università di Oxford ricevette la laurea honoris causa. Le associazioni culturali russe la riabilitarono del tutto come una dei massimi poeti sovietici del secolo e nel 1965 uscì una nuova raccolta, La corsa del tempo, che contiene tra l’altro le liriche degli ultimi anni, i cicli “La rosa di macchia fiorisce” e “Ghirlanda per i morti”.

Anna Achmàtova, già sofferente di cuore, è morta di una crisi cardiaca a Domodedovo (Mosca) il 5 maggio 1966.

 (Paolo Ruffilli)

Amedeo-Modigliani-Reclining-Nude-with-Loose-Hair

Amedeo-Modigliani-Reclining-Nude-with-Loose-Hair

 

 

(da Anna Achmatova Il silenzio dell’amore. Poesie Biblioteca dei leoni 2014 pp. 122 € 14)

 

 

*

Ho stretto le mani sotto il velo scuro
“Perché sei pallida oggi?”
Perché l’ho fatto ubriacare
d’aspra malinconia.

Come potrò dimenticare? È uscito, barcollando,
con una smorfia penosa sulla faccia..
Sono scesa di corsa, senza sfiorare il corrimano,
l’ho raggiunto in un balzo, giù alla porta.

In affanno, ho gridato: “Scherzavo, dai.
È stato tutto uno scherzo. Muoio, se te ne vai.”
Con un sorriso freddo, mi ha risposto
tranquillo: “Non startene lì al vento”.

.
(1911)

*

La porta accostata,
il lieve ondeggio degli alberi di tiglio…
Sul tavolo, chissà dimenticati,
un frustino e un guanto.

L’alone giallo della lampada…
Sento un fruscio.
Perché sei andato via?
Io non capisco…

Domani sarà un mattino
di serenità.
La vita è splendida,
sii saggio, cuore.

Sei così stanco,
rallenta, batti piano…
Pensa, ho letto
che l’anima è immortale.

(1911)

mandel'stam e la achmatova

mandel’stam e la achmatova

 

 

 

 

 

 

 

 

Poesia dell’ultimo incontro

Il petto senza forza raggelava,
eppure leggeri erano i passi.
Ho infilato il guanto di sinistra
nel posto della destra.

Sembrava che i gradini fossero tanti,
ma io sapevo che erano soltanto tre!
Nell’autunnale sussurro degli aceri
mi ha chiesto: “Muori con me!

Mi ha ingannato infatti il triste,
incostante, crudele mio destino”.
Gli ho risposto: “Caro, caro!
Anche me ha ingannato. E morirò con te…”

Questo è il canto del nostro ultimo incontro.
Ho guardato la casa buia all’ultimo istante.
Solo nella camera ardevano candele,
di una luce gialla, indifferente.

(1911)

*

Bevi la mia anima con la cannuccia.
Conosco il suo sapore amaro d’alcol.
Ma non ti pregherò di smettere nella tortura.
Oh, io sono in pace da settimane ormai.

Avvertimi però quando hai finito. E
non importa se non avrò più l’anima.
Prenderò la via qui accanto,
guarderò i bambini che stanno lì giocando.

Fioriscono i cespugli di uva spina,
e qualcuno porta i mattoni nel recinto.
Chi sei: fratello o amante?
Non lo ricordo, e non serve d’altra parte ricordare.

Quanta luce qui, e come è inospitale.
Il corpo stanco intanto si riposa.
Ma, turbati, pensano i passanti: è vero sì,
è rimasta vedova ieri soltanto.

(1911)

*

Delle mie gambe non so più che fare,
in coda di pesce perciò siano mutate!
Che gioia e che freschezza nel nuotare,
e da lontano biancheggia pallido un ponte.

A che mi serve quest’anima paziente,
che vada pure in fumo
e in tenere volute azzurre si alzi in volo
dal lungofiume buio.

Guarda, mi tuffo giù e solo aggrappata
a un’alga scivolo via.
Non ripeto, no, parole d’altri
né mi imprigiona l’altrui nostalgia.

Ma possibile che tu, mio assente,
sia impallidito e la tristezza t’abbia reso muto?
Che cosa sento? Tre settimane intere,
non fai che bisbigliare: “Povera te, perché?”

anna achmatova

anna achmatova

 

*

Vivo come il cucù dell’orologio,
non invidio gli uccelli dei boschi tuttavia.
Mi danno carica e io faccio cucù.
Però, lo sai che a un nemico soltanto
un tale destino augurerei.

(1911)

 

 

 

Inganno

I
Il mattino è ubriaco di sole a primavera
e il terrazzo profuma denso di rose
il cielo, poi, splende più di una ceramica turchina.
Sul quaderno rivestito in cuoio morbido
leggo le stanze e le elegie
che ho scritto per mia nonna.

Vedo la strada fino al portone e le colonne
bianche sull’erba di smeraldo.
Oh, il mio cuore ama con dolcezza, cieco amore!
E mi rallegrano le aiuole colorate
l’alto grido del corvo nel cielo buio
perfino l’arco del sepolcro, in fondo al viale.

.
II
Soffia un vento afoso, di tempesta.
Il sole mi ha scottato sulle braccia,
sopra di me, la volta di questo cielo
è una vetrata di turchino,

i semprevivi profumano appena
nella treccia sfatta.
Sul tronco nodoso dell’abete
le formiche vanno in fila.

Lo stagno manda pigri bagliori argento,
la vita ha leggerezza tutta nuova…
Chi mi appare oggi in sogno,
sulla rete colorata dell’amaca?

.
III
Placida serata. Cala il vento piano piano,
una luce intensa mi richiama verso casa.
Provo a indovinare: “Tu chi sei?
Sei forse tu, il mio amato?”

Sul terrazzo c’è un profilo che conosco,
si ode appena un dialogo sommesso.
Non avevo finora mai provato
un tale incantevole languore.

A stormire inquieti i pioppi,
visitati da sogni di dolcezza.
Il cielo del colore dell’acciaio,
le stelle, scialbe, impallidite.

Porto un mazzetto di violaciocche bianche,
in loro brucia un fuoco indefinito
per lui che, ricevendole dalle mie mani timide,
ne sfiora il palmo intiepidito.

.
IV
Ho scritto parole che per tanto tempo
non ho osato pronunciare.
La testa mi fa un male sordo,
stranamente insensibile è il mio corpo.

Tace il corno da lontano,
gli stessi enigmi sempre dentro al cuore,
un leggero nevischio dell’autunno
è sceso a ricoprire il campo da croquet.

Stormire con le ultime foglie in sintonia!
Tormentarsi con gli ultimi pensieri.
Non volevo disturbarlo
abituato com’è lui a divertirsi.

Ho perdonato già alle labbra amate
il crudele loro scherzo.
Su, venite domani con la slitta.

Accenderanno le candele nel soggiorno,
brillano di giorno più soavi,
e porteranno un mazzo intero
di rose dalle serre.

(1910)

achmatova profilo a sinistra

achmatova profilo a sinistra

*

Mio marito mi picchiava,
con una cinghia doppia, arabescata.
Per te, rimango alla finestra
tutta la notte, con la lanterna accesa.

Albeggia. Si alza il fumo
sulla fucina.
Neppure questa volta sei rimasto
con me triste prigioniera.

Per te ho accolto un destino amaro,
un destino di tortura.
E tu, chissà, ami una bionda
o una bella rossa?

Potessi smetterla di piangere così!
Nel cuore ho un’ebbrezza soffocante,
ma i raggi del sole si stendono sottili
sopra il letto intatto.

(1911)

Canzoncina

Allo spuntar del sole
canto all’amore
in ginocchio nell’orto mentre
annaffio la grande bietola rossa.

Strappo il secco e lo getto,
che mi perdoni lei.
Vedo accanto alla siepe
una bambina che piange scalza.

Che spavento quelle grida
e la voce piena di strazio,
l’odore caldo, più intenso della bietola
che appassisce intanto.

Avrò pietre invece che pane
a crudele ricompensa.
Sopra di me soltanto il cielo,
la tua voce accanto a me.

(1911)

Nella notte bianca

Non ho chiuso la porta,
non ho acceso le candele,
non lo sai ma, per quanto fossi stanca,
non riuscivo ad andarmene più a letto.

Guardare, come si smarriscono i sentieri
dentro al bosco, all’imbrunire ormai del giorno,
ebbra del suono di una voce
che è simile alla tua.

E sapere che tutto è già perduto,
che la vita è un tremendo inferno.

Ero certa
che saresti ritornato.

(1911)

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22 commenti

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22 risposte a “NOVE POESIE di Anna Andreevna Achmatova da “Il silenzio dell’amore. Poesie” nuova traduzione di Manuela Giabardo e Presentazione di Paolo Ruffilli

  1. Anna Achmatova (1889-1966) e Osip Mandel’štam (1891-1938) avevano due concezioni differenti della poesia nei confronti della lingua russa. Tra di loro c’era stima e ammirazione reciproca ma le loro idee sulla questione della Lingua erano divergenti, e infatti la loro poesia seguirà due direzioni molto distanti l’una dall’altra: da una parte c’è il “conservatorismo modernista” della poesia dell’Achmatova, dall’altra il “modernismo rivoluzionario” di Mandel’štam:

    «Io voglio strapparmi dal nostro idioma» (Mandel’štam ).
    «E noi ti custodiremo, idioma russo» (Achmatova).

    E al tempo stesso, il giuramento di Anna Achmatova risponde allo scongiuro di Mandel’štam (a quel tempo già morto):

    «Custodisci la mia parola per sempre
    Dal morso della sfortuna e del fumo…»

    In Mandel’štam c’è la consapevolezza della necessità di una nuova costruzione della Lingua russa, nella Achmatova c’è invece l’intento di non interrompere il filo con il passato del simbolismo russo e con la tradizione (il “noi ti custodiremo”) e l’individualismo (la “mia parola” in Mandel’štam ) sono concezioni agli antipodi che però non si escludono a vicenda, sono due vie entrambe possibili ed entrambe apriranno alla poesia europea direzioni di sviluppo feconde.

    Già nel 1916 il giovane Mandel’štam presentiva in Anna Achmatova, poeta di raffinate liriche erotiche da camera, una statura nazionale: “Al tempo presente la sua poesia si avvicina a diventare uno dei simboli della grandezza della Russia”; al tempo stesso, il poeta russo presentiva per l’avvenire del futuro della poesia una «poesia da camera».

    Ma Anna Achmatova divenne simbolo della “grandezza della Russia” nel periodo meno glorioso della nostra storia. Essa divenne in realtà ciò che si è soliti definire “un poeta nazionale” (se per “nazione” e “Russia” noi intenderemo solo coloro che hanno sofferto questa storia come sventura, quei compatrioti predestinati al silenzio degli assassinati e degli oppressi, con la cui voce avrebbe parlato la musa achmatoviana). A un poeta nazionale in una simile situazione resta solo una cosa, rispondere alle loro implorazioni con un imperativo: “Custodite!”.

    La conservazione divenne per la Achmatova una missione per un poeta del dopo la rivoluzione, un tempo teso al nuovo, all’inaudito, al futuro. In Russia il «conservatorismo» troverà nella poesia della Achmatova uno squisito interprete. E in un certo senso quella poesia diventerà un paradigma della poesia europea del modernismo.

    Per Mandel’štam la Lingua russa «è il palazzo donatoci da dio», ma in lui c’è anche la consapevolezza che «la latitanza di due o tre generazioni» sarebbe stata funesta per la Lingua e la poesia russe; nella Achmatova non c’è traccia di questa problematica, in lei c’è la certezza che il popolo russo troverà, pur attraverso lutti indicibili e dolori, la strada verso il riscatto mediante la poesia.

  2. Apprezzo molto la tua analisi, però voglio fermarmi al piacere del cuore che queste poesie “toccano” penso che solo le donne sappiano descrivere così bene le piccole minuzie di un amore, e mi basta così.

  3. “Stormire con le ultime foglie in sintonia!
    Tormentarsi con gli ultimi pensieri.”

    *”Sopra di me soltanto il cielo,
    la tua voce accanto a me.”
    *
    Vorrei fossero versi miei!
    Giorgina Busca Gernetti

  4. antonio sagredo

    Nella presentazione doveva essere spiegata l’origine e il perché del nome “Achmàtova”…. che era uno pseudonimo, che a sua volta era il cognome della nonna di origine “tartara”, appunto: Achmàtova. E poi non conobbe Modigliani nel 1912, ma nel 1910, durante il viaggio di nozze, quando aveva solo 21 anni… e una seconda volta nel 1911… Modigliani le regalò 16 disegni che la ritraevano… scrive la poetessa: “che furono distrutti nella mia casa di Carskoe Selo nei primi anni della rivoluzione. Si salvò quello che meno degli altri faceva presentire i suoi futuri nudi”. Tra i misteri che avvolgono questa poetessa resta quello di chi favorì l’incontro di questi due giovani (che non furono necessariamente amanti, anche se l’interrogativo resta)… Modiglaini lo conobbe quando era poverissimo e a lei (che scrive) : “parve circondato da un compatto anello di solitudine”. Pare che siano in tutto dieci i disegni di Modigliani che ritraggono la poetessa, tra quei 430 del pittore italiano che furono esposti a palazzo Grassi nel 1993, e questa interessante scoperta – dei 10 disegni – fu fatta dalla slavista Avgusta Dokunina Bobel, durante la visita che fece alla mostra veneziana. Ma i misteri che avvolgono la poetessa sono tanti.
    Come quello p.e. del contrasto tra lei e lo slavista A. M. Ripellino.
    La presentazione la si lascia fare agli specialisti!
    a. s.

  5. Molte grazie, gentile Antonio Sagredo, per queste interessanti notizie che riguardano anche il mio adorato Modigliani, oltre alla grande Achmatova.
    Con stima
    Giorgina Busca Gernetti

  6. antonio sagredo

    Sagredo annuncia la morte di M;arcello Mariani….

    • ubaldo de robertis

      Marcello. Mariani. Pochi giorni fa ci eravamo scambiati segni di affetto. Senza conoscerci. Sono costernato.

      L’epigrafe riportata sul mio romanzo: L’epigono di Magellano, Edizioni Akkuaria, 2012, testimonia la mia dedizione per la poesia della Achmàtova:
      Tutto s’è confuso per sempre,
      e non riesco a capire ora
      chi sia bestia e chi uomo. (Anna Achmàtova)

      Parafrasando un bel verso della poesia La città di Antonio Sagredo, dolce come un bacio di una frusciante infermiera, trovo la poesia di Anna. Infermiera e non cameriera come è scritto nella poesia originale di Sagredo essendo io provato da estenuanti aritmie cardiache. La Achmàtova sussurra al mio cuore:
      Sei così stanco,
      rallenta, batti piano…
      Pensa, ho letto
      che l’anima è immortale.
      Condivido la risposta dell’attento Giorgio Linguaglossa che è in sintonia con Olga Sedakova (“Il nodo della vita”. La poesia come esperienza spirituale in Anna Achmatova e Osip Mandel’štam).
      Mentre certa critica si inabissa, l’autore de: Dopo il Novecento, Monitoraggio della poesia italiana contemporanea, resta di vedetta. Per dirla con Isaia: Sentinella dimmi a che punto è la notte?
      Ubaldo de Robertis

  7. Sono anch’io costernato a nome della redazione dell’Ombra delle Parole dalla notizia della scomparsa di Marcello Mariani con il quale c’era stato più di uno scambio di battute, ma sempre nel rispetto dovuto tra interlocutori di questo blog.

    • Caro Giorgio, non so come sia morto Marcello Mariani, ma ora mi chiedo che mai ci fosse, dietro la sua costante ansia di comunicare, anche se in un’ottica severa verso fatti e persone.Forse, era solo una richiesta di aiuto.Forse non lo abbiamo capito, e ora è tardi per riparare,Anna Ventura

  8. Marcello Mariani è un alter ego utilizzato da Antonio Sagredo per commentare…

  9. Ivan Pozzoni

    Purtroppo anche a me è arrivata la notizia della morte di Marcello Mariani. Le circostanze della morte sono tremende. Prima è arrivata una infezione da necrosi della mano destra: scriveva troppo. Poi è sopravvenuta una nuova infezione da necrosi della mano sinistra: era ambidestro. E, infine, è calata una terza infezione da necrosi agli arti inferiori: subita l’amputazione delle mani destra e sinistra, iniziò a scrivere coi piedi. Era debolissimo: l’ennesimo congiuntivo sbagliato del suo amatissimo discepolo lo ha ucciso. Oggi mi ha scritto dal Paradiso che finalmente è felice, anche se non riesco a capire con cosa teneva la stilografica. Pur avendo un’idea infelice, non mi esprimo. Con Mariani è morto un grande della letteratura spagnola.

  10. Ambra Simeone

    Cari tutti,

    lo avevo detto che Marcello Mariani era per noi tutti come una droga (o lo dissi a un altro poeta? non ricordo) e comunque mi sento di fare le dovute condoglianze alla famiglia ma soprattutto al suo discepolo amato, che mi sembra abbia un nome molto giocoso, diciamo pure Gaio!

  11. Giuseppina Di Leo

    Caro Antonio Sagredo, anche a me addolora la notizia della perdita del tuo amico Marcello Mariani. Ora forse è troppo presto, ma se puoi parlaci di lui, magari fanne un post.
    Con affetto.

  12. Povera Achmatova, si starà rivoltando nella tomba…

  13. Giuseppina Di Leo

    …aggiungo: o potrebbe esserlo.

  14. Come? M&M’s morto? Forse perché sotto natale tradito dal torrone? Costernato.
    A Lui, come dedica una poesia di Spoon River

    DIPPOLD L’OTTICO (Un ottico)

    – Che cosa vedi adesso?
    Globi rossi, gialli, viola.
    Un momento! E adesso?
    Mio padre, mia madre e le mie sorelle.
    Sì! E adesso?
    Cavalieri in armi, belle donne, volti gentili.
    Prova queste.
    Un campo di grano – una città.
    Molto bene! E adesso?
    Molte donne con occhi chiari e labbra aperte.
    Prova queste.
    Solo una coppa su un tavolo.
    Oh, capisco! Prova queste lenti!
    Solo uno spazio aperto – non vedo niente in particolare.
    Bene, adesso!
    Pini, un lago, un cielo estivo.
    Così va meglio. E adesso?
    Un libro.
    Leggimene una pagina.
    Non posso. I miei occhi sono trascinati oltre la pagina.
    Prova queste.
    Profondità d’aria.
    Eccellente! E adesso?
    Luce, solo luce che trasforma tutto il mondo in un giocattolo.
    Molto bene, faremo gli occhiali così.-

    • Giuseppina Di Leo

      Caro Giuseppe: Bellissima! (Ops! Mariani sarebbe andato su tutte le furie su una simile esposizione). Ma le tue lente lenti le trovo molto adatte… ad una circostanza simile… per vederci meglio (come disse il lupo a Cappuccetto Rosso).

  15. Cara Giuseppina, la tua ironia è solare. A differenza della mia fatta di necessità e di virtù.
    Colgo l’analogia con Cappuccetto Rosso con simpatia.
    Ma prima, per omaggiare una grande poetessa qual è la Achmatova, non avendo altro al momento, prendo a prestito uno degli aggettivi del buon Almerighi: IMMENSA!

    Ho letto, non ricordo dove, a cura di non ricordo chi, una reinterpretazione della fiaba di Cappuccetto rosso. Pare che Cappuccetto fosse una bambina iniziata alla prostituzione. La mamma, vista la povertà in cui la famiglia versava, manda Cappuccetto dalla nonna, la quale nonna a sua volta fu una prostituta. Il cappuccetto rosso, o almeno la mantellina rossa, era un indumento indossato dalle prostitute come segno di riconoscimento, per legge dello Stato. Il lupo altri non è che il primo cliente di Cappuccetto, salvata in extremis dal cacciatore, il quale diventa a sua volta il protettore della bambina.
    Quanta differenza di destino tra Cappuccetto Rosso e quelle paracule di Biancaneve, la Bella Addormentata e Cenerentola che sposano alla fine un principe.
    Cappuccetto Rosso mi è simpatica.

  16. Giuseppina Di Leo

    Sta simpatica pure a me, nonostante la “coazione a ripetere gli stereotipi sociali di cui la madre è soggetto trasmettitore” – come trovo da un appunto preso dall’enciclopedia di psicologia Garzanti.
    Grazie per il solare, caro Giuseppe, in questo primo giorno d’inverno mi ristora parecchio.

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