Archivi del mese: luglio 2014

POESIE SULLA MORTE di Salvatore Toma (1951-1987) da “Canzoniere della morte” (1999) Commento di Giorgio Linguaglossa

salvatore toma lecce culla-del-barocco

salvatore toma lecce culla-del-barocco

 Salvatore Toma nasce a Maglie nel Salento nel 1951, da una famiglia di fiorai, e insieme a Antonio Verri e Claudia Ruggeri fa parte dei cosiddetti “poeti maledetti salentini”. Frequenta il liceo classico, ma non prosegue gli studi, anche se coltiva da autodidatta le materie che più gli interessano: letteratura e ovviamente poesia. Vive nella tenuta dei genitori occupandosi della campagna e trascorrendo ore in un bosco di querce, “le Ciàncole”, appostato comodamente sui rami di un grande albero. Pubblica (dal 1979 al 1983) sei raccolte di poesie, rispettivamente: Poesie, Ad esempio una vacanza, Poesie scelte, Un anno in sospeso, Ancora un anno e Forse ci siamo.

salvatore toma paesaggio salento

paesaggio salento

La sua morte prematura, avvenuta quando aveva appena trentacinque anni viene, da alcuni, attribuita al suicidio, in realtà sembra sia sopraggiunta per un uso eccessivo di alcolici, per cirrosi epatica. La sua notorietà deriva dalla pubblicazione della raccolta di poesie Canzoniere della Morte (Einaudi 1999), a cura della filologa Maria Corti.

Dopo la scomparsa della Corti, avvenuta nel 2002, la poesia di Toma rischiava di essere definitivamente dimenticata. Un folto gruppo di intellettuali meridionali promosse una raccolta di firme per chiedere la ristampa del volume al tempo esaurito, tentando anche di rilevare i diritti di autore per pubblicare il libro altrove. L’iniziativa provoca una vasta eco in tutta Italia e la casa editrice decide, di ristampare il Canzoniere.

Giorgio Linguaglossa 5 ottobre 2017

Giorgio Linguaglossa

Commento di Giorgio Linguaglossa

“Un poeta sconosciuto e disconosciuto come Salvatore Toma (1951-1987), che vive nella lontana provincia salentina, scrive invece i versi più acuti e dolorosi del decennio a cavallo tra gli anni Settanta-Ottanta. Dinanzi alla sua disperata autenticità, scoloriscono e impallidiscono le scritture poetiche più scaltrite ma anche più professionali degli esistenzialisti milanesi e dei minimalisti romani. Recluso nell’isolamento della provincia, Toma scrive una poesia lontana anni luce dalla ideologizzazione neosperimentale e dalle poetiche che si andavano elaborando a Roma e a Milano; la poesia di Toma è quella di un ruminatore-visionario che accentra il discorso lirico, una sorta di primitivismo linguistico, intorno al problema della propria morte, con una versificazione basata sul verso libero, sulla percussione ritmica e su una imagery limitata e circoscritta a poche figurazioni di base dalle quali si diramano le variazioni ossessive della sua ruminazione interiore. Il discorso lirico diventa così la proiezione all’esterno delle sue ruminazioni interiori.

Salvatore Toma giovane studente universitario

Salvatore Toma giovane studente universitario

 Tra interno ed esterno non c’è distanza: l’interno diventa immediatamente esterno, pagina scritta; l’«io» è sottoposto alla percussione di un fascio di elettroni e di fotoni che ne illuminano l’ultimo bagliore. Fra le sue raccolte, prima della pubblicazione di una antologia da Einaudi nel 1999 con il titolo Canzoniere della morte, si ricordano Poesie (Prime rondini) (1970), Ad esempio una vacanza (1972), Un anno in sospeso (1979). Un percorso diverso ma parallelo è quello di un giovane pittore lucano, Giuseppe Pedota che scrive con un lirismo naif che sembra un meteorite caduto dalla luna, il contraltare del maledettismo di Salvatore Toma. Colpisce la serena estraneità di queste opere  al clima culturale degli anni Settanta. I quanti del suicidio (1976) di Helle Busacca sembrano versi scritti da un reietto che cammina sulla terra dopo un terremoto, sono poesie di un sopravvissuto da un bombardamento.

salvatore toma pagina 1Nelle poesie che il poeta lucano Giuseppe Pedota scrive in questi anni e che pubblicherà soltanto venticinque anni dopo, nel 1996, Equazione dell’infinito (1996) e Dialogo con Einstein (1999), sembra di trovarci dinanzi ad un marziano che sia sbarcato sulla terra con la sua astronave. Pedota scrive come parla, parla con i terrestri in una lingua «privata», nella lingua dei marziani. Nel 2005 pubblicherà Acronico, che contiene anche le due precedenti raccolte. Pedota scrive ad una altissima concentrazione lirica, dove è la tensione tra un verso e l’altro che sostiene tutta l’impalcatura del discorso poetico in un susseguirsi di ponti tensioattivi che reggono l’infrastruttura dei versi che si snodano da una metafora all’altra, da una iperbole all’altra, in un continuum immaginifico di rara felicità espressiva. In queste opere non c’è nulla che le ricolleghi alla comune ascendenza del «duopolio»: lo sperimentalismo e la ex linea lombarda. Pedota scrive in una lingua che abita una terra di nessuno, una specie di extralingua. È questo il segreto della sua forza. La ristrutturazione del linguaggio lirico operata da Pedota avviene mediante il riposizionamento del piano lirico sul «parlato» privato. Tutte le opere di questi autori sono opere «cieche», sono monadi condannate a restare «monadi», sono vasi incomunicanti. Ciascuno segue un proprio progetto di riconfigurazione del discorso lirico.

salvatore toma copertinaÈ comunque la rivincita della provincia che produce i risultati più alti della poesia di questi anni. Tra queste opere si stabilisce la incomunicabilità di prodotti tra di loro incomunicanti: le opere di poesia non parlano, non colloquiano tra di loro, tantomeno gli autori ma c’è qualcosa che accomuna i versi disperati e rarefatti di Toma all’idioma lirico-irrealistico di Pedota: l’ossessione della propria irriducibile singolarità. Giuseppe Pedota nel 1993 entrerà a far parte della redazione del quadrimestrale«Poiesis» diretto da chi scrive, negli anni seguenti pubblicherà due opere «visionarie». Nella poesia di un Toma o di un Pedota non si verifica alcuna investigazione dell’«io» o del «mondo», a rigore non c’è più alcun «mondo»: non c’è più un messaggio che un io ipotetico invia in codice ad un destinatario posto oltreoceano o oltremanica, non c’è più una fenomenologia dell’«io» intesa come dispiegamento prospettico e temporale del passaggio di un «evento destinale». Forse siamo davvero davanti all’ultima esternazione dell’«io» lirico nell’epoca della problematica esistenza del discorso lirico”.

[da Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana (1945-2010) EdiLet, Roma, pp. 390 € 16]

(poesie tratte da Canzoniere della morte Einaudi, 1999 a cura di Maria Corti)

 

salvatore_toma 1

salvatore toma

Ultima lettera di un suicida modello

Ultima lettera di un suicida modello
A questo punto
cercate di non rompermi i coglioni
anche da morto.
È un innato modo di fare
questo mio non accettare
di esistere.
Non state a riesumarmi dunque
con la forza delle vostre certezze
o piuttosto a giustificarvi
che chi s’ammazza è un vigliacco:
a creare progettare ed approvare
la propria morte ci vuole coraggio!
Ci vuole il tempo
che a voi fa paura.
Farsi fuori è un modo di vivere
finalmente a modo proprio
a modo vero.
Perciò non state ad inventarvi
fandonie psicologiche
sul mio conto o crisi esistenziali
da manie di persecuzione
per motivi di comodo
e di non colpevolezza.
Ci rivedremo
ci rivedremo senz’altro
e ne riparleremo…
Addio bastardi maledetti
vermi immondi
addio noiosi assassini.

.

salvatore toma pagina

Salvatore Toma in una foto

Salvatore Toma

Spremiti Toma
spremiti come
un limone
o spezzati come
si spezza un ramo
d’alloro per
respirare dal vivo, dal profondo.
Questo ordinarsi
di vivere non
ti fa bene non
ti rappresenta più.
Arditi Toma
datti fuoco acqua terra
datti luce
batti palpita schiuditi
battiti.

*

Presso mezzogiorno
mi sono scavata la fossa
nel mio bosco di querce,
ci ho messo una croce
e ci ho scritto sopra
oltre al mio nome
una buone dose di vita vissuta.
Poi sono uscito per strada
a guardare la gente
con occhi diversi.

*

Il suicidio è in noi
fa parte della nostra pelle
in essa vibra respira si esalta
appartiene alla nostra vita
plana sui nostri pensieri
spesso senza motivo:
a volte l’idea sola
ci conforta ci basta
l’effetto al momento è identico
ci pare di rinascere
una nuova forza stordente
per un poco ci possiede
ci fa sentire immortali.
Perciò io ho rispetto
di chi muore così
di chi così si lascia andare
perché solo chi si nega la vita
sa cosa significa vivere.
L’assuefazione il contagio
il tirare avanti
la sopravvivenza son solo cose
per chi ha paura di frugare
e di guardarsi dentro.
Il falco lanario

Come un aereo solare
senza rumore
se non fra le ali
il canto di un vento luminoso
circondava il lanario
il vecchio casolare
desolato in collina
tra le spine e i papaveri.
Assorto
stavo lì a guardarlo
roteare a spirale
lento come sospeso
a caccia del rondone.
Si spostava
ogni tanto
anche più di là
fra gli ulivi e il raro verde.
Un silenzio di fiaba
avvolgeva la collina.

.

Fiera 8 dic 2017 3 nero e bianco

a sx Letizia Leone, dietro, Antonio Sagredo e Giuseppe Talia

Quando sarò morto
e dopo un mese appena
come denso muco
color calce e cemento
mi colerà il cervello dagli occhi
se mi si prende per la testa
(l’ho visto fare a un mio cane
disseppellito per amore
o per strapparlo ai vermi)
per favore non dite niente
ma che solo si immagini
la mia vita
come io l’ho goduta
in compagnia dell’odio e del vino.
Per un verme una lumaca
avrei dato la vita:
tante ne ho salvate
quando ero presente
sciorinando senza vergogna
l’etichetta della pazzia
con l’ansia favolosa di donare.
Per favore non dite niente.

*

Io spero che un giorno
tu faccia la fine dei falchi,
belli alteri dominanti
l’azzurrità più vasta,
ma soli come mendicanti.

*

Il poeta esce col sole e con la pioggia
come il lombrico d’inverno
e la cicala d’estate
canta e il suo lavoro
che non è poco è tutto qui.
D’inverno come il lombrico
sbuca nudo dalla terra
si torce al riflesso di un miraggio
insegna la favola più antica.

.

salvatore toma

 

Chi muore
lentamente in fondo al lago
fra l’azzurro e i canneti
non muore soffocato
ma lievita piano in profondità.
Avrà sul capo una foglia
e su di essa un ranocchio
a conferma dell’eternità.

 

 

*

Io ho l’incubo
della mia vita
fatta di grandi
sconcertanti conoscenze
e di sogni paurosi.
Per questo credo
di vivere ancora per poco
e non rischiare
di sfiorare l’eternità.
Se passa una nube
fra incerte piogge
quella è nube
in cerca di serenità.

*

Se si potesse imbottigliare
l’odore dei nidi,
se si potesse imbottigliare
l’aria tenue e rapida
di primavera
se si potesse imbottigliare
l’odore selvaggio delle piume
di una cincia catturata
e la sua contentezza,
una volta liberata.

.

Salvatore Toma

Salvatore Toma

Quando sarò morto
che non vi venga in mente
di mettere manifesti:
è morto serenamente
o dopo lunga sofferenza
o peggio ancora in grazia di dio.
Io sono morto
per la vostra presenza.
Un giorno di questi
farò di tutto,
tutto farò filare liscio,
i pensieri e gli occhi
anche le nuvole raddrizzerò.
La mia ascia
sarà inesorabile.

Un giorno di questi
comanderò,
come un Dio
tutto vorrò
a me comparato.
Capre galline
voleranno sulle teste
umane come rettili nei fiumi
e fra le aride rocce
un giorno di questi comincerò. Continua a leggere

33 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea

POESIE EDITE E INEDITE SUL TEMA DELL’ADDIO (Parte VI) Kikuo Takano, Octavio Paz, Salvatore Toma, Mariella De Santis, Anthony Robbins

magritte golconda

magritte golconda

«Il tema dell’addio. L’addio è una piccola morte. Ogni addio ci avvicina alla morte, si lascia dietro la vita e ci accorcia la vita che ci sta davanti. Forse il senso della vita è una sommatoria di addii. E forse il senso ultimo dell’esistenza è un grande, lungo, interminabile addio».

 

 

Kikuo Takano è nato a Niibo, nell'isola di Sado, Giappone, nel 1927

Kikuo Takano è nato a Niibo, nell’isola di Sado, Giappone, nel 1927

Kikuo Takano cop

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Kikuo Takano

Sempre una voce

Sempre una voce
ti ha avvisato: “Se piangi
vai oltre il dolore.
E ti accorgi che nell’addio
c’è l’incontro”.
Così ti parlava Dio, sfiorandoti
con la mano la schiena.

Sempre una voce
ti ha avvisato: “Con pazienza
aspetta, e per meglio guardare
impara a chiudere gli occhi”.
Così ti parlava Dio, con una lieve
carezza sui capelli.

Quando nel dolore piangevi
senza poter far nulla
quel Dio lo avevi accanto,
a volte ti portava sulle sue spalle.

 

Se ti dico

Se ti dico che è la destra,
mi rispondi: “Anch’io la destra”,
se ti dico che è la sinistra
mi ripeti: “Anch’io la sinistra”.
E così insieme abbiamo atteso l’alba.
Solo l’addio che entrambi ci eravamo detti
era il desiderio dell’uno per l’altra
e assai fortemente stringeva l’uno all’altra
e noi, senza neppure toccarci,
eravamo stupiti da tanto desiderio.

“Siamo stati stupiti come bambini…”
E ora tu mi disprezzi
“sì, ti odio
perché l’hai contemplata come in estasi
senza svegliarmi con uno schiaffo
anch’io abbagliata da quella visione”.

Senza darti uno schiaffo.
un pesante schiaffo.
E noi, in quell’istante,
eravamo già oltre quella “domanda”;
tu avresti potuto pronunziare il tuo addio,
io avrei detto il mio
e con questi nostri addii
avremmo potuto iniziare
ogni notte e ogni mattina.

Ma ancora mi chiedi:
“Non poteva quell’addio
prender congedo dall’addio?”
Ed io ancora ti ripeto
quando diversa è la “domanda”,
che sparisca quella “domanda”.
Abbiamo fatto esperienza non d’amore
ma di tempo, il tempo vuoto,
e l’abbiamo accettata come un fatale contrassegno.
Avesti dovuto capirlo anche tu.

Ma alla fine che cosa vuol dire?
Se mi confronto con te,
scuoti il capo in modo banale
e banalmente mi rimproveri.
Erano inutili quei giorni,
inutili quelle lotte.
Oggi sentiamo come peccato
l’esperienza dopo aver recuperato
ciò che abbiamo vissuto.
Oh, la spola della tessitura!
È un terribile filo: più costruisce la trama
più si sfila l’altra parte del bandolo
E passano i giorni in cui mi capita
di dipanare sempre fil filo.

(da L’infiammata assenza Ediz del Leone, 2005 cura e trad di Yasuko Matsumoto e Renato Minore)

 

Octavio Paz (1914-1998)

Octavio Paz (1914-1998)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Octavio Paz

La luce sostiene – lievi, reali –
il picco bianco e le querce nere,
il sentiero che avanza,
l’albero che resta;

la luce nascente cerca il suo cammino,
fiume titubante che disegna
i suoi dubbi e li trasforma in certezze,
fiume del’alba su palpebre chiuse;

la luce scolpisce il vento sulle tende,
fa si ogni ora un corpo vivo,
entra nella stanza e guizza,
scalza, sul filo del coltello;

la luce nasce donna in uno specchio,
nuda sotto un diafano fogliame
uno sguardo la incatena,
la dissolve un palpebrare;

la luce palpa i frutti e palpa l’invisibile,
brocca dove bevono chiarori gli occhi,
fiamma tagliata in fiore e candela in veglia
dove la farfalla dalle ali nere si brucia:

la luce apre le pieghe del lenzuolo
e i risvolti della pubertà,
arde nel camino, le sue fiamme divenute ombre
si arrampicano sui muri, edera di desiderio;

la luce non assolve né condanna,
non è giusta e non è ingiusta,
la luce con mani invisibili innalza
gli edifici della simmetria;

la luce se ne va per un varco di riflessi
e ritorna a se stessa:
è una mano che si inventa,
un occhio che si guarda nelle sue invenzioni.

La luce è tempo che si pensa.

(da Il fuoco di ogni giorno Garzanti, 1992 trad. Ernesto Franco)

 

Salvatore Toma

Salvatore Toma

salvatore toma copertina

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Salvatore Toma

Testamento

Quando sarò morto
che non vi venga in mente
di mettere manifesti:
è morto serenamente
o dopo lunga sofferenza
o peggio ancora in grazia di dio.
Io sono morto
per la vostra presenza.

*

Presso mezzogiorno
mi sono scavata la fossa
nel mio bosco di querce,
ci ho messo una croce
e ci ho scritto sopra
oltre al mio nome
una buona dose di vita vissuta.
poi sono uscito per strada
a guardare la gente
con occhi diversi

(da Canzoniere della morte, Einaudi, 1999)

 

Mariella D Santis, foto Dino Ignani

Mariella D Santis, foto Dino Ignani

Mariella DeSantis copertina

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mariella De Santis

Porta d’ingresso

fummo una porta d’ingresso, un numero civico
che fatico a rammentare, un passaggio in taxi
per le vie di Roma che dell’autunno scroscia
nel grembo delle donne la sottile decadenza.
Non altro nascondono le poetabili foglie d’oro
o le muffe dei funghi se non quel simile umore
che a corpo ancora non freddo si netta
per decente inumazione.

.

Le cose che vanno

Le cose che vanno
non sempre hanno il tempo
di tiepidi addii,
a volte poi sembra vadano
invece restano per sempre
a morire con noi.

.

Punti cardinali

verso sud, dove più tu sei lontano, ci sono io
a est la tua gioia che è sempre per domani
a nord ti fermi anche se vorresti andare
forse a quel sud guardando, da cui fuggo io
e non ci incontriamo mai se non nelle punte
ad ovest di due letti solitari. Continua a leggere

6 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, poesia inglese, poesia italiana contemporanea

UNA POESIA INEDITA di MARIA ROSARIA MADONNA (Palermo, 1942- Parigi, 2002), tratta da “Stige” (1992) Dice la protagonista: la «menzogna» è propria della «lingua dei servi», Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

pompei villa misteri di dioniso

pompei villa misteri di dioniso

.
Maria Rosaria Madonna (al Dominus) tratta da “Stige” (inedito)

.

Non adularmi per la mia misura,
se sono evanescente; tu dici «che non capisco
la lingua dei famuli…», ma «è che provengo
da un terribile digiuno…».
Tu dici che «non comprendo perché sono pagana?
Che non comprendo la lingua degli iloti?
E tu?, tu, invece, la capisci?».
«Io lo so: tu, convertito al dio dei cristiani,
intendi bene la lingua degli iloti
i tuoi simili, i devoti all’altare di Mitra
e del vostro dio dei cristiani…».
Un sonno leggero sulle mie palpebre.
Adesso sono una gemma (una stella?, una supernova?)
una stella senza profeta, sacerdote senza segreta.
«Sono la tua baldracca?, dimmi;
la tua lussuria osserva la danza araba
del mio ventre, l’ombelico che ondeggia
al suono dei sistri.
Non adularmi per la mia arrendevolezza,
è che sono evanescente e non capisco
la lingua dei servi».

.

 (da Stige, 1992)
  madonna 1Notizia per i lettori
A fine 1991 Maria Rosaria Madonna (Palermo, 1942- Parigi, 2002) mi spedì il dattiloscritto contenente le poesie che sarebbero apparse l’anno seguente, il 1992, con il titolo Stige con la sigla editoriale Scettro del Re. Con Madonna intrattenni dei rapporti epistolari per via della sua collaborazione, se pur saltuaria, al quadrimestrale di letteratura Poiesis che avevo nel frattempo messo in piedi. Fu così che presentai Stige ad Amelia Rosselli che ne firmò la prefazione. Era una donna di straordinaria cultura, sapeva di teologia e di marxismo. Solitaria, non mi accennò mai nulla della sua vita privata, non aveva figli e non era mai stata sposata. Sempre scontenta delle proprie poesie, Madonna sottoporrà quelle a suo avviso non riuscite ad una meticolosa riscrittura e cancellazione in vista di una pubblicazione che comprendesse anche la non vasta sezione degli inediti. La prematura scomparsa della poetessa nel 2002 determinò un rinvio della pubblicazione in attesa di una idonea collocazione editoriale. È quindi con dodici anni di ritardo rispetto ai tempi preventivati che trova adesso la luce uno dei poeti di maggior talento del tardo Novecento.
(Giorgio Linguaglossa)
.
giorgio-linguaglossa-15-dicembre-2016
.
Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

.

Alla lettura della poesia il senso mi sembra inequivoco: C’è il culto di Mitra, ci sono i famuli, gli iloti, ci sono i servi, c’è il dio dei cristiani, i pagani. C’è una voce femminile che parla e che si auto definisce «pagana» e il suo ricco amante, definito con sprezzo, «convertito al dio dei cristiani». È chiaro che siamo proiettati in un altro tempo e, precisamente, nel tardo impero romano. È un colloquio, con tanto di parlato e di frasi virgolettate con frasi urbane, tranquille. Chi parla è, probabilmente, una etèra, una hostess, una accompagnatrice che si rivolge, possiamo dire così, al suo ricco amante benefattore, che potrebbe essere un ricco possidente romano, un ottimate, un latifondista, o un ricco mercante siriaco, un appartenente alla classe degli ottimati, fate voi.

La prostituta che parla è istruita, raffinata e disillusa quanto basta per non credere a tutte le sciocchezze dei culti orientali che reclamano e propagandano la verginità, l’astinenza, la «menzogna»; chi parla sa che le religioni, tutte le religioni, imbastiscono un proprio discorso sulla «verità» e la «menzogna»; forse potremmo dire che la protagonista è una stoica. Dice la protagonista: la «menzogna» è propria della «lingua dei servi», dichiara senza remore al suo amante di essere «la tua baldracca». Capiamo che l’interlocutore è un ricco faccendiere della nuova ideologia della «menzogna» dalla risposta che gli dà la prostituta:

Villa dei misteri pompei Nemesis and the four seasons
Villa dei misteri pompei Nemesis and the four seasons
.
” Tu dici che «non comprendo perché sono pagana?
Che non comprendo la lingua degli iloti?
E tu?, tu, invece, la capisci?».
«Io lo so: tu, convertito al dio dei cristiani,
intendi bene la lingua degli iloti
i tuoi simili, i devoti all’altare di Mitra
e del vostro dio dei cristiani…”

.

In gioco c’è il problema della «menzogna» (e quindi della «verità») e della «corruzione» (quella vera, quella non da intendersi nel senso carnale ma quella intellettuale, etica, politica ed estetica); tra chi crede «nella lingua degli iloti» e chi, come i pagani, crede nella propria autenticità. È una lotta furiosa tra due ideologie: una, quella del piacere e dell’autenticità, del rifiuto delle ideologie della «verità» e della «menzogna», e l’altra, quella della «menzogna» e della «lingua dei servi», sostenuta  dai servi e dai ricchi latifondisti. La poesia parteggia senza dubbio per le ragioni del mondo che sta per tramontare, un mondo senza «verità» e senza «menzogna»; è un atto d’accusa al nuovo mondo che sta per nascere, quello della «lingua degli iloti» e alla trionfante Chiesa cristiana della «menzogna».

.
Pompei immagini del bordello
Pompei immagini del bordello
.

Il pensiero del linguaggio ha finito per bucare il Linguaggio. È qui il nocciolo della geniale operazione di M.R.Madonna. La poetessa siciliana buca come un palloncino di gomma l’italiano corrente per retrocedere alla “zona d’ombra e di transito” del latino che si sta corrompendo in un primitivo e rude italiano. Madonna è costretta così a reinventarsi un latino corrotto dalla immissione di teologismi smerigliati e lavorati per farli càpere entro una struttura linguistica integralmente inventata (e «invetriata» come lei scrive). Una Lingua di vetro. Trasparente e inesistente. (L’inesistenza della trasparenza!, o la trasparenza dell’inesistenza!).

L’operazione è indubbiamente geniale, del tutto straniante, e, per la profondità nella quale va a pescare, drastica, totale nel rifiuto della Modernità (quindi rigetto di tutte le ideologie del Moderno) e delle sue rappresentanze artistiche e politiche.

.

In mei oculi fragmenta et ferramenta
in mei auri tormenta et placenta
in mea vagina turpitudine et abstinentia
in meae tempie rumoresque et ciarpame.

.

(da Stige, 1992)

«Nelle mie tempie rumore e ciarpame». Mi sembra chiarissimo questo punto, detto con un linguaggio che non ha nulla di emotivo o di emozionale, Madonna si affida alla potenza di una Lingua «inventata e invetriata», distillata da una raffinatissima sensibilità metrica, tonale e lessicale. È nella squisita fattura ellenistica della sua lessicalità il segreto di questa poesia. Un unicum in tutto il Novecento italiano.

.
affresco, ritratto di Messalina
affresco, ritratto di Messalina

L’idea guida della poesia di Maria Rosaria Madonna è la certezza dell’impossibilità di un linguaggio referenziale che ponga gli «oggetti» là dove la percezione standardizzata li vede: la contezza che il locutore ha cessato di essere il fondatore e il fonatore, che il processo della significazione non è separabile da quello della reificazione dei linguaggi e si costruisce sopra le fondamenta della metafora e della retorizzazione del «soggetto», il quale si scopre (si rivela) quale luogo retorico del linguaggio, chiusura del linguaggio, impossibilità di porre il domandare se non attraverso l’interrogazione delle metafore, dei traslati, in una parola, del linguaggio. Ma anche nelle poesie del dopo Stige vige una interrogazione le cui leggi finiranno con l’autonomizzarsi in immagini e in catene di immagini che si sostengono le une sulle altre in un ordine architetturale claustrale, in una «lingua morta», è stato detto. Ma è appunto la strategia con cui Madonna risponde alla crisi della poesia del tardo Novecento. Volta le spalle al Novecento, sceglie di andare per la strada maestra tracciata dalla poesia modernista europea, abbandona il Modello proposizionale della Ragione poetica del tardo Novecento, opta per una poesia dell’Interrogazione, una Ragione poetica fondata sul traslato, sulla retorizzazione del «parlato» e del «quotidiano» nel «quadrato» del discorso metaforico.

 (Giorgio Linguaglossa)

10 commenti

Archiviato in poesia italiana del novecento

POESIE EDITE E INEDITE SUL TEMA DELL’ADDIO (Parte V) Alfredo De Palchi, Luciano Troisio, Giorgio Linguaglossa, Salvatore Martino, Patrizia Cremona, Paolo Carlucci, Roberto Piperno, Silvana Baroni

Orfeo Giorgio De Chirico

Orfeo Giorgio De Chirico

«Il tema dell’addio. L’addio è una piccola morte. Ogni addio ci avvicina alla morte, si lascia dietro la vita e ci accorcia la vita che ci sta davanti. Forse il senso della vita è una sommatoria di addii. E forse il senso ultimo dell’esistenza è un grande, lungo, interminabile addio».

grattacieli-new-york

grattacieli-new-york

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alfredo De Palchi

Potessi rivivere l’esperienza
dell’inferno terrestre entro
la fisicità della “materia oscura” che frana
in un buco di vuoto
per ritrovarsi “energia oscura” in un altro
universo di un altro vuoto
dove
la sequenza della vita ripeterebbe
le piccolezze umane
gli errori subordinati agli orrori
le bellezze alle brutture
da uno spazio dopo spazio
incolume e trasparente da osservarla io solo

rivivere senza sonni le audacie
e le storpiature
persino le finestre divelte
i mobili il violino il baule
dei miei segreti
tutti gli oggetti asportati da figuri plebei
miseri femori.

(21 giugno 2009, da Paradigm, Chelsea Editions, 2013)

alfredo de palchi

alfredo de palchi

 

 

 

 

 

 

 

Le domeniche tristi a Porto di Legnago
da leccare un gelato
o da suicidio
in chiusura totale
soltanto un paio di leoni con le ali
incastrati nella muraglia che sale al ponte
sull’Adige maestoso o subdolo di piene
con la pioggia di stagione sulle tegole
di “Via dietro mura” che da dietro la chiesa
e il muro di cinta nella memoria
si approssima ai fossi
al calpestio tombale di zoccoli e capre

nessuna musica da quel luogo
soltanto il tonfo sordo della campana a morto.

(22 giugno 2009, da Paradigm, Chelsea Editions, 2013)

New York grattacieli nel bosco

New York grattacieli nel bosco

luciano troisio

luciano troisio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Luciano Troisio

haiku dell’addio

Di lei
non m’importa un corno.

(Mi manca il suo
coniglio al forno).

Addio

Addio fidanzate adorate
che ci volete azzerare.
Addio amici morenti
che non è più possibile nemmeno visitare.

Unisce lo strazio
dell’amaro congedo, ma
peggior della Livella di De Curtis
è tremendo l’addio a -poniamo-
un genitore maisempre incistato nella demenza.
Mai più mai più ti riconoscerà.

L’angoscia per un volto inebetito
vagante oppiomane stupito
cuce un CD di care espressioni
ti affida in cartella compressa
l’assoluto di tutte le lente
finali disperazioni.

(inediti)

giorgio linguaglossa

giorgio linguaglossa

 

 

 

 

 

 

 

Giorgio Linguaglossa

L’allievo Tu I torna dalla guerra

Quando tornai a casa, dopo il tempo
dell’invasione dei tartari,
mi rallegrai che la mia casa fosse stata risparmiata,
mi rallegrai nel trovare mia moglie,
in piedi, in cucina, che mi scaldava
il tè nel bricco che bolliva sul fornello,
il fedele domestico, più vecchio e più magro…
c’era financo lo sgabello
ancora intatto sul quale un tempo
poggiavo i piedi dopo pranzo,
mi rallegrai nel trovare Zerco,
il mio cane, che mi venne incontro
scodinzolando,
(lui sì, mi aveva riconosciuto)
mi rallegrai nell’ascoltare i racconti
di mia moglie circa i morti dei vicini,
le uccisioni, le depredazioni inaudite
e le vicende degli amori clandestini
che erano fioriti in quegli anni cupi…
mi rallegravo del cinguettio dei passerotti
sugli alberi, che il mondo
continuasse a girare come prima.
Mi rallegravo io stesso
di essere sopravvissuto in tutti quegli anni
dell’invasione barbarica.
«Dopo tutto è il male minore
essere ancora in vita
– mi dicevo per rassicurarmi –
e c’è un male peggiore,
quello di non esserlo più, in vita»;
ma non riuscivo a persuadermi,
a capacitarmi del tutto e guardavo
dalla finestra aperta
i rami del mandorlo fiorito che uscivano
dal buio ed entravano nella finestra
così, senza cercare nulla, senza volere nulla.

(da La filosofia del the, inedito)

salvatore martino

salvatore martino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Salvatore Martino

Da un sogno emerso dalle nebbie

Metropoli di fossili allagate
abitatori ignoti sulla porta
e dovunque il tuo nome
inciso dalla mia follia
inseguito richiamo
testimonianza ambigua del tuo passo

O mio compagno astrale
pontile remoto dell’insonnia
la voce tua per folgorare il muro
e quel sicuro naufragare
o mio compagno astrale
del mio corpo tenevi ambo le chiavi

In cerchio incalza il nostro treno
fino a consumare
a cadere stremato di vagoni
o mio compagno astrale
non andartene docile alla nebbia
verso una meta che non ha colore
nel vento che discioglie ogni dolore

Da Le città possedute dalla luna (1996)

salvatore martino copertina la fondazione di ninivo

Quel pomeriggio quieto di settembre

Disteso lungo il mio cuscino
il fiato assorbito alla mia bocca
forse non siamo che un sogno impossibile
che cerca la sua notte
-mi ripeti –
un verso inciso da un poeta in una stanza
un punto di luce nebulosa

Descrivimi l’orbita dei tuoi mattini
che più non accendono la casa
altri passi e rumori
si attardano a investigare
storie che cercano
un nome diverso da tradire
numeri trascritti
su pagine che mai non leggeremo
verso un giardino
che suonerà straniero ai nostri occhi

Era un pomeriggio
quieto di settembre
era l’infinita separazione

Da “ La metamorfosi del buio

Patrizia Cremona

Patrizia Cremona

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Patrizia Cremona

I

L’aria si è quasi spaventata e adesso inghiotte
l’estraneità della pioggia.
Anche le mani s’infiammano in fulmini
sottili.

II

«… Poi di scatto si riprende
col suo battito contrario,
gettando via lamenti
per fermare con la sua mano,
il tempo». La mente cade giù:
perciò rinasco o muoio
sempre fuori della luce. Continua a leggere

6 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, poesia italiana contemporanea

SETTE POESIE INEDITE di Laura Cantelmo “Tsunami (Notizie da occidente)”

Nascita di Venere di Botticelli, particolari

Nascita di Venere di Botticelli, particolari

 Laura Cantelmo, nata a Biella, ha studiato Lingue e letterature straniere presso l’Università di Torino e vive a Milano. Ha insegnato a lungo Lingua e Letteratura Inglese in un Liceo Scientifico Statale. Si occupa di poesia, di critica letteraria e di traduzione dall’inglese collaborando con diverse riviste e antologie. Ha pubblicato Invito alla lettura di Ezra Pound, ed Mursia, Milano 1978 e saggi su poeti anglo-caraibici (sulla rivista “Poesia”), inglesi e statunitensi su “La Mosca di Milano”, “Inoltre”, “Il Monte Analogo” e altre. Un saggio su Marianne Moore si trova in Con la tua voce, a cura di G.Fantato, Milano 2010. Partecipa alle attività dell’Associazione Milanocosa con interventi e saggi sull’arte e la letteratura (Milano, Storia e immaginazione, Milano 2011). E’ autrice della raccolta di poesie, Un luogo di presenze, Joker 2006, di alcune plaquettes e di testi comparsi in varie antologie. Suoi saggi sulla storia di Milano si trovano nel volume Milano – Storia e immaginazione, Milanocosa edizioni 2011 e una presentazione critica della poeta statunitense Marianne Moore fa parte del lavoro collettaneo a cura di Gabriela Fantato Con la tua voce, La vita felice, Milano 2010. Svolge attività culturale all’interno della Associazione Milanocosa, presieduta da Adam Vaccaro.

 

Mario Sironi paesaggio urbano

Mario Sironi paesaggio urbano

Tsunami (Notizie da occidente)

Un tempo il mare era nostro.
Un sogno d’infanzia carpito
si è alzato con rabbia dove
un mostro lontano, un gorgo
di palme nel regno dell’alba
ha scovato la gabbia del vento.
L’enigma del male fendeva
la terra spaccata gonfiando
la furia dell’onda.

Cancellate il debito
urlava il popolo dietro
le transenne, mentre
indifferente il vento
del nord si chiedeva:
ma dove avvenne?

Date brioches – disse intanto
la bionda regina – se manca pane
e s’incipriò i capelli.
In questa terra la vita
umiliata si vive col cuore
offuscato, tra grumi di link
e l’urlo inumano di qualche partita.

Magritte elective affinities 1933

Magritte elective affinities 1933

Balene

Le balene rincorrono nuove
costellazioni dopo che Leviatano
ha trafitto il ghiaccio boreale e
lunghe ombre del nord hanno turbato
il mare col rantolo glaciale
dell’albatro fuggente.
Noi, gente di risaia e di aironi,
brindiamo in un sussulto
al loro arcuato andare
immersi nell’abissale profumo
di tanta maestà che abbaglia,
sirena perturbante forse
di un mondo abbandonato
all’onda.
Pur con l’inquieto rombo dei pilastri
fondi tra Scilla e Cariddi
i precipizi dell’isola hanno retto
e il mosto antico promette ancora
nettare da bere. Nel turbinare
dello Stretto tra scogli ardenti
le navi scivolano oceaniche sotto
cirri ridenti. E indifferenti cercano
il porto.

Laura Cantelmo

Laura Cantelmo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bosco sotterraneo
(Metropolitana milanese)

The apparition of these faces in the crowd,
Petals on a wet, black bough.
( Ezra Pound, In a Station of the Metro)

Un origami di maschere
indurite dove furono petali
e ninfee. Nella fuga dei treni
graffiti di gioventù appannate
dal distratto pensiero dominante
sull’informe silenzio delle vetrine
nella vita affannata su prati
di marmo e alberi d’acciaio,
su muri grigi e scale gracidanti.

Oscure interferenze.
Per il poeta quali corrispondenze
nel bosco sotterraneo?

Nessuna verità e pochi
volti umani salgono alla città,
ma strana analogia nelle parole
per chi, transfuga, corre
verso ignota meta.

Nei cerchi d’ombra la paccottiglia
sui lenzuoli e i sogni dei migranti,
mosaici di sabbia arroventati
tesi verso il cielo che tutto
inghiotte fuori : lo pensavamo
blu, invece è di cemento.

Laura Cantelmo cop 2

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Baia di Campi

Alveo di sirene
il fuoco ti divora
e non ti spegne.
Amo il mitile del tuo placido ventre
l’isola verso l’ombra, l’aglio selvatico
il drappo dì foresta precipitato nel cobalto
il mirto in bilico sull’alto.
Mentre il vento ci travolge
mi aggrappo mitile
allo scoglio, sento voci del passato
piombare nel crepuscolo, il basalto
annerito in mille fogge
annunciare il nuovo amore.
Amo il tuo placido ventre palpitante
di luce.
Già vedo l’ombra ardere
la foresta delle ore, già mi sento
ospite di un altro, alto, più alto.

scippa l’anima
trapassa l’urlo sordo
delle navi col cicaleccio
dei barconi.
La bianca innocenza
delle grotte si perde
tra i mostri coperti
dagli scogli .
Perdersi tra questi
anfratti come in un viaggio
in lidi sconosciuti dove
come colombe volano
sete e damaschi coprendo
la furia di grandi Tamerlani
sempre più vicini.

Laura cantelmo cop 1

Parabola

Saliva l’alba con i tacchi
a spillo e scarpe luccicanti
di vernice – breve la gonna.
Occhi sfioravano affamati
la sua pelle tersa, le forme
tondeggianti.
Sola discese poi di stella
in stella le tenebre del giorno,
dopo l’amore.

Presto la luce vicina
all’imbrunire divenne
piuma, stormi di alianti
solcarono le brume e fu
girandola di vento.
Scorie di vita rigavano
il suo sguardo che clandestino
spiava la fine dell’incanto.

La chiocciola del tempo
s’arrotolava svelta mentre
muto dietro la valle il mare
rodeva piano gli spalti.

Lei si fermò sullo spazio
divaricato dagli assalti
del vento e attese il piombo
del silenzio. Continua a leggere

5 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, poesia italiana contemporanea

“Il Disperso” (1976) di MAURIZIO CUCCHI – LA POESIA D’ESORDIO – Il processo di de-fondamentalizzazione del discorso poetico di Cucchi fino a “Vite pulviscolari” (2009) – Commento di Giorgio Linguaglossa

Milano Periferia nord

Milano Periferia nord

Da Giorgio Linguaglossa Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana (1945-2010) EdiLet, Roma, pp. 390 € 16

Con Il disperso (1976) di Maurizio Cucchi abbiamo il primo e più tipico esempio di de-fondamentalizzazione del «soggetto» nella poesia italiana del Novecento. È l’assunzione nel discorso poetico della nozione di «frattura» del procedimento armonico; «frattura» e «dif/ferenza» del piano proposizionalistico. C’è, nel sostrato strutturale de Il disperso, più Beckett che Eliot e Pound; c’è la frattura formale che si consuma nella poesia italiana del tardo Novecento attraverso il decentramento del piano narrativo, che resta senza inizio né fine, senza plot, senza soggetto che totalizzi, senza tematica che stabilizzi, senza cornice spazio-temporale che indirizzi cronotopicamente gli eventi. È quanto era stato acquisito dal Nouveau Roman, dal pastiche sanguinetiano (che però presuppone ancora un soggetto esterno che, come nell’informale, proietta fuori di sé il disordine), dal Calvino della trilogia: la assunzione, in poesia, della procedura enigmatica di derivazione kafkiana: c’è tutto un concorso di procedure compositive che nell’opera di Cucchi vengono a sedimentazione e a convergenza.

milano il naviglio pavese in secca e palazzi residenziali del quartiere barona alla periferia sud

milano il naviglio pavese in secca e palazzi residenziali del quartiere barona alla periferia sud

Il discorso poematico de Il disperso non abita più il luogo dell’asseribilità generalizzata fondata sulla proiezione del soggetto cartesiano sul fondale bianco della linguisticità ma è diventato problematico in sé; è la linguisticità a non essere più linguisticamente possibile. È il discorso proposizionale della poesia italiana del Novecento che qui entra in fibrillazione, in crisi irreversibile. È la ragione narrante della poesia italiana degli anni Settanta, con tutto il suo carico di problematicità, che entra in crisi irreversibile: sia il canone sperimentale che il canone, per così dire, anti-sperimentale entrano in una crisi di linguisticità e di rappresentatività. Entra in crisi il tradizionale modello proposizionalistico di rappresentazione fondato sulla ipotassi.

Milano Mario Sironi paesagio urbano

Milano Mario Sironi paesagio urbano

Se il neodescrittivismo della poesia sperimentale degli anni Settanta è un discorso poetico senza oggetto, o, nel migliore dei casi, con un oggetto prestabilito, la poesia post-moderna di Cucchi invece tenta l’immersione nel linguistico rinserrando il «soggetto» in un sistema di differenze, di rapporti di significanti e di significati dis-locati. La «mitologia» viene sostituita dalla «topologia», il discorso sui luoghi sostituirà il discorso sui miti. Non c’è più il «paesaggio rurale» come nella poesia di Zanzotto o di Bertolucci ma il paesaggio urbano, dove la vicissitudine dei luoghi è già vicissitudine esistenziale. Non c’è più un autore-soggetto già stabilito la cui individuazione assicurerebbe la significazione. Se nel simbolismo il «soggetto» è all’origine della significazione, nel post-simbolismo, dove tutto nella struttura rimanda al tutto per accumuli, per sottrazioni, per transizioni, per differenze, per scarti, il «soggetto» si costituisce nell’ambito di un sistema che lo definisce per la parola-segno. Preso in sé il «soggetto» non significa. Il «soggetto», nella sua non-identità , diventa una differenza fra altre nel sistema generale delle differenze possibili e plausibili.

mario sironi paesaggio urbano 1921

mario sironi paesaggio urbano 1921

Ne Il disperso c’è un delitto. Ma è veramente un delitto? C’è un soggetto inquisitorio, un poliziotto che tenta di ricostruire gli eventi a partire dalle «tracce», dai «segni» presenti nella scena primaria. C’è un cadavere ma nessuno sa chi sia e perché sia proprio lì e non altrove («È morto per un infarto (o per un incidente stradale, per un malore per via di un sasso): sì va bene, ma ci sarà / pure un colpevole, un responsabile / diretto, qualcuno che l’ha fatto fuori»); e perché proprio quel morto e non altri morti-significanti. Ci sono dei segni-significanti che potrebbero condurre il soggetto inquisitorio a ricomporre la scena primaria del delitto ma ci sono anche dei segni-significanti che potrebbero sviare l’indagine di ricostruzione dell’evento delittuoso. A volte, compare un inciso del soggetto narrante («Non ci voleva quel bicchiere rotto. / Poco meno di un simbolo»); subito dopo c’è l’ammissione della possibile causa della morte («E poi / la ferita, lo zampillo, l’incerottamento. Mi spiace confessarlo, / ma per fortuna che non c’ero»). L’occhio inquisitorio del poliziotto tenta la ricostruzione degli eventi secondo un ordine razionale-logico. Tutta la vicenda delittuosa viene passata al setaccio dell’occhio logico-proposizionale: il titolo dell’incipit è significativo di questa procedura e suona: «La casa, gli estranei, i parenti prossimi». Ed ecco l’apertura dove ci sono, in estrema sintesi, tutti i dettagli della scena primaria accaduta: la Lambretta a pezzi, la data, un giovedì, le ipotesi sulla causa del decesso: un infarto? O un incidente?

Nei pressi di… trovata la Lambretta. Impolverata,
a pezzi. Nessuno di noi ha mai pensato
seriamente a ritirarla. Forse la paura. Rovistando
nel cassetto, al solito, il furbo di cui al seguito
ha ripescato una fascia elastica, una foto o due,
un dente di latte e un ricciolo rimasti nel portafogli,
dieci lire (che non c’entravano per niente…)

Maurizio Cucchi foto Dino Ignani

Maurizio Cucchi foto Dino Ignani

La domanda sulla questione dell’evento delittuoso pone all’ordine del giorno lo sguardo indagatorio che opera la rilettura del reale. La poesia de Il disperso pone la domanda in termini problematologici. Siamo di fronte ad una vera e propria scacchiera di interrogazioni. Alla molteplicità delle domande possibili corrisponde una soltanto delle risposte. La poesia de Il disperso è tutta intessuta di sintagmi «tracce» e di sintagmi «differenze» (la dis-locazione dell’«io»), di enunciati. La «differenza» è questo scarto, questo recupero impossibile del soggetto incessantemente differito nel processo interruptus del discorso. La scena primaria del delitto (presunto) funge da archi-traccia che assume il valore di archia trascendentale. Derridianamente la traccia non ha soltanto valore di sparizione dell’origine, qui essa vuol dire che l’origine non è affatto scomparsa, ma d’altronde se tutto è traccia ciò significa che è scomparsa l’origine: non c’è la traccia originaria. Il disperso è un’«opera aperta» nel senso appunto che non c’è né ci potrà mai essere una definizione ultima dell’evento primario della scena del delitto (presunto). Non si sa nemmeno se ci sia un morto («Che i morti siano due? Ma quello giusto?»), quale sia la causa del decesso, non si sa se («C’entra qualcosa il vicino / del piano di sotto, che esce sempre dopo le undici di sera / con una faccia da vampiro?»), oppure se c’entri in qualche modo il personaggio dell’io narrante («E io / rosso di colpa, mezzo scemo, coi capelli / già quasi tagliati a zero / a giustificarmi come segue: “Ma io non c’entro,/ io non ho fatto niente… l’infarto… lo sa bene…” / E mi toccavo i bottoni della giacca.»).

È il primo caso di applicazione, nella tradizione italiana, della tecnica del giallo alla poesia moderna. In primo luogo la «topografia della casa», un indice nomenclatorio di significati (o di significanti?) delle «cose» che si traduce in toponomastica, e quindi in topologia:

Diamo un’occhiata alla TOPOGRAFIA DELLA CASA:

– Tutte le cose, a loro modo,
erano in ordine, al posto giusto. Un senso,
capisci, non mancava. Ma quel tale
entrato poco dopo (forse, mi hai detto
dietro la tenda, uno della polizia) cos’ha capito?
Intendo del pestacarne abbandonato
sopra il frigorifero, o della mela
mezza sbucciata, tagliata, diventata nera; della bottiglia
del vermut rimasta senza tappo, in un angolo del tavolo,
col bicchiere lì…

Gif maniglia

Il discorso poetico de Il disperso esperisce una interna inadeguazione del proprio statuto proposizionalistico: Il «confessato» diventa «incoffessabile», il «giustificato» diventa l’«ingiustificabile». Il motore assertorio si inceppa e si guasta: il discorso procede per arresti e strappi, per ritorni improvvisi e flashback, proiezioni in avanti e ritorni indietro, in incisi ipotetici e lacerti interrogativi; ciò che si traduce sul piano stilistico in una abbondante messe di fraseologie plebee e piccolo-borghesi che si giustappongono e si intrecciano. Affabulazioni impersonali e personalissime confessioni vengono giustapposte e sovrapposte con l’effetto finale, come incidentale, di una fibrillazione del linguaggio poetico:

e poi / non capisco la ragione di questo grattarsi insistente sul di dietro. / Avrà a che fare (visto l’arrossamento, / i foruncoletti…) / con altri sintomi del genere (viscerali, / di solito, infiammazioni)? Prendo la pomata. / E intanto chi mi vede fa il di più. Che mi scoccia, con l’umido / e tutti i fatti miei e le telefonate alla cabina, / è il riscaldamento che non va: ho i piedi sporchi, / luridi. Giù in basso / stanno manovrando in quattro / con la caldaia a pezzi. Figurati se ho voglia / di scoprirmi…

Il detective è una figura-proiezione spostata dell’io: né Ingravallo né Sherlock Holmes (che prefigurano un ordinamento stabile e leggibile del mondo e quindi degli eventi), ma qualcosa e qualcuno più simile a un meta-reale che si articola tra presunzioni di vittime e colpevoli non per restaurare l’ordine razionale del reale ma per tentare un itinerario inquisitorio.

Milano Periferia, scorcio

Milano Periferia, scorcio

Duchamp nel 1927 a proposito della Porte, 11, rue Larrey scriveva: «Non c’è soluzione perché non c’è problema». Ed è appunto questo il problema che il figlio-detective si trova ad affrontare nella ricerca della scena primaria: il decesso del padre.
Giovanni Giudici ha scritto, con indubbio acume, che Il disperso è costruito come un «documento d’istruttoria». Verissimo, solo che il soggetto-detective (entità fizionale) avanza mascherato e a tentoni dentro una serie di «sovrapposizioni», di «scomposizioni», di «tracce» che rendono indistinguibile la scena primaria del crimine (vero o presunto). È un documento d’istruttoria davvero scombiccherato e dissestato dalla dispersione e frammentazione dei segni significanti e dall’occultamento dei segni significato. Intermezzi di dialoghi anonimi o «soverchiamente» carichi di affettività coniugale, fraseologie straniate frammiste a considerazioni pedestri e ad accumuli di «cose», un’ansia nomenclatoria di «cose». Incisi, intermezzi parenetici, parentetici, asserzioni apofantiche, proposizioni cartolari del «parlato». Un linguaggio frammentato e bombardato. È l’oralità che si riversa in poesia precipitando dentro un imbuto semantico: « Tutto è cominciato pochi giorni fa./ Mi ha proprio riferito la portiera di averlo visto uscire / quieto nel primo pomeriggio. (La giacca dall’attaccapanni, «torno tra poco». Sparisce.) E dico io».

Quello che la poesia de Il disperso aggiunge alla attitudine tutta lombarda di fare poesia con i nomi propri di cose, di persone e di luoghi è quella particolare aura di estraniazione che promana dall’opera. Rispetto ad altre opere milanesi uscite negli anni Sessanta: Gli strumenti umani di Sereni, La vita in versi di Giudici, Le case della Vetra di Raboni, La tartaruga di Jastov di Cesarano, Lotte secondarie di Majorino e La talpa imperfetta di Tiziano Rossi, tutti pubblicati tra il 1965 e il ’68, ne Il disperso l’estraneazione e l’atmosfera allucinata risultano assolutamente preponderanti. La ricerca de Il disperso oscilla tra doublure e feedback, tra l’inafferrabile e l’imponderabile. È l’autonomia del simbolico che traccia la mappa del trans-soggettivo.

Milano tram

Milano tram

A distanza di più di trent’anni dall’esordio de Il disperso, oggi appare inequivocabile che l’opera si pone a latere dello sperimentalismo inglobandone le residue potenzialità espressive; inaugura un modo stilistico introducendo degli slittamenti tra piani linguistici differenti. Un po’ come Somiglianze di Milo De Angelis apparso nello stesso anno di pubblicazione de Il disperso: il 1976. Entrambi i libri aprono e chiudono una stagione poetica tipicamente lombarda. Entrambi i libri presentano delle analogie stilistiche davvero sorprendenti: accelerazioni e corto circuiti di fraseologie e piani linguistici, il paesaggio urbano delle periferie milanesi, l’accumulo di oggetti, l’inquadramento cinematografico di «interni», l’impianto tipicamente narrativo.

Le opere che seguiranno: Le meraviglie dell’acqua (1980), Donna del gioco (1987), L’ultimo viaggio di Glenn (1999), segneranno una lunga marcia di allontanamento, anche stilistico, da Il disperso. O di avvicinamento a qualcosa che, anche stilisticamente, deve ancora avvenire, come nella successiva raccolta Vite pulviscolari (2009), la poesia di Cucchi proseguirà in direzione di una ricomposizione della folgorante de-fondamentalizzazione dell’esordio.

Milano Periferia_PortaVigentinaMilano 1952 Mario De Biasi

Milano Periferia_PortaVigentinaMilano 1952 Mario De Biasi

da Il disperso (1976)

La casa, gli estranei, i parenti prossimi

1
Nei pressi di.. trovata la Lambretta. Impolverata,
a pezzi. Nessuno di noi ha mai pensato
seriamente a ritirarla. Forse la paura. Rovistando
nel cassetto, al solito, il furbo di cui al seguito
ha ripescato una fascia elastica, una foto o due,
un dente di latte e un ricciolo rimasti nel portafogli,
dieci lire (che non c’entravano per niente..)

In aggiunta a tutto ricordo che quando venivo su dalle scale io
era di giovedì, finita la scuola, verso mezzogiorno; ma era
anche un ritorno diverso dal solito… Ci sarà
un aggancio.

Adesso comunque, eccomi e:
– Credimi, fai caso
a quel tale andare tirandosi dietro le gambe e tutto, con gli occhietti
ancora appiccicati, nel pigiama, goffo da cane,
rigido inamidato. Ma il bello è
che me ne accorgo. E allora con che faccia
fingere un’altra volta il tono giusto, le parole,
cioè un po’ stiracchiate; il vestire in qualche modo?

(Che i morti siano due? Ma quello giusto?
Indifferente? E il primo,
come una specie di confidenza notturna, non è un parente stretto?
Strettissimo?)

(Dimmi tu se è possibile. Pochi giorni fa
era lì che faceva i suoi lavori. Pareva pacifico.)

È morto per un infarto (o per un incidente stradale, per un malore, per via di un sasso): sì, va bene, ma ci sarà
pure un colpevole, un responsabile
diretto, qualcuno che l’ha fatto fuori.

2
Non ci voleva quel bicchiere rotto.
Poco meno di un simbolo. Poco più
di una fissazione. O viceversa. E poi
la ferita, lo zampillo, l’incerottamento. Mi spiace confessarlo,
ma per fortuna che non c’ero.

Diamo un’occhiata alla TOPOGRAFIA DELLA CASA:
– Tutte le cose, a loro modo,
erano in ordine, al posto giusto. Un senso,
capisci, non mancava. Ma quel tale
entrato poco dopo (forse, mi hai detto
dietro la tenda, uno della polizia) cos’ha capito?
Intendo del pestacarne abbandonato
sopra il frigorifero, o della mela
mezza sbucciata, tagliata, diventata nera; della bottiglia
del vermuth rimasta senza tappo, in un angolo sul tavolo,
col bicchiere lì…

Di fuori c’erano i fiaschi, le bottiglie vuote. Tutti gli ombrelli
appesi alla sbarra di ferro della porta interna.

(C’entra qualcosa il vicino
del piano di sotto, che esce sempre dopo le undici di sera
con la faccia da vampiro?)

(Non avevo mai nascosto certe mie debolezze
– Dal dentista
andarci all’ora del tramonto può essere invitante.
E in più, dopo, uscire, fare il giro della casa,
tenerti la bocca, dire al primo che incontri e ti saluta: “Sai
devi scusarmi se parlo male, o mostro un riso macabro. Ma vedi,
mi mancano i denti, proprio qui davanti…”

Così, dopo l’accaduto, la vicina del dentista: “Se la gente caro lei
ci pensasse un po’ più spesso
ci sarebbe meno cattiveria”. E io
rosso di colpa, mezzo scemo, coi capelli
già quasi tagliati a zero
a giustificarmi come segue: “Ma io non c’entro,
io non ho fatto niente… l’infarto… lo sa bene..”
E mi toccavo i bottoni della giacca.)

maurizio cucchi

maurizio cucchi

 

 

 

 

 

 

 

3
I primi segni a ben vedere
non erano mancati. È la ricomparsa
che nessuno si poteva attendere. Dato che poi,
sulla poltrona, magari in lacrime, se ne era parlato
della sparizione. Ma in concreto, quanto ne sapevamo?
Ricordati, però, senza cercare colpe, dell’acqua
entrata di notte sotto i vetri in nostra assenza, della crepa
che taglia tutto il soffitto, addirittura del solaio,
sopra la stanza in fondo e che neppure ci siamo curati di visitare,
del lampadario che dondola, degli infissi mezzi marci.

Oggi, poi, come non bastasse, guarda qui! Avvicinati,
guarda un po’ qui, ti dico, qui sotto. Mi cresce la muffa,
la muffa sulla suola!

È che mio padre sì
sapeva di lettere, cultura: London
Steinbeck, Coppi e Bartali, Oscar
Carboni e la Gazzetta
dello Sport. L’officina. E quelle camicie d’allora,
larghe, i pantaloni alti in vita, paletò palandrane..

Mi sono domandato il perché
di questo continuo andarsene
di inquilini, qui dell’interno. E di operai
che vanno e vengono e sporcano le scale. (Chissà adesso
come sarebbe tutta consumata la targhetta della porta.)

4
Avevo cercato di chiedere spiegazioni
a chi poteva saperne di più. E le domande,
come al solito, si facevano insistenti. Poi ho visto
un certo imbarazzo, un certo disagio. “Se non ti va”
ho detto “scusami,
non se ne parli più.” “Ma non è per questo”
mi ha fatto lei. “È che così, a bruciapelo…
Preparami, voglio dire,
lasciami tempo di abituarmi.”

– Ma non ci sarà, lo sai bene,
conclusione migliore alla vicenda,
soluzione diversa dal previsto. Solo tutt’al più
prima o poi un tizio che verrà, uno dei soliti,
a portare certi suoi risultati di qualcosa: per esempio pezzi di carte,
foto, testimonianze…

maurizio cucchi

maurizio cucchi

5
IL CORPO (il primo, s’intende).
……………………….

Ma poi era venuto su dalle scale
nel buio.
Avrà fatto di certo i cinque piani a piedi.

…………………………

Nascosto nel portaombrelli. Identificato.
Finalmente. Recuperato nel sonno. Continua a leggere

22 commenti

Archiviato in critica dell'estetica, poesia italiana del novecento

POESIE SCELTE di Dmitrij Sergeevič Merežkovskij (1866-1941)  “Il passaggio dal populismo al simbolismo” a cura di Donata De Bartolomeo

rivoluzione d'ottobre i bolscevichi

rivoluzione d’ottobre i bolscevichi

Dmitrij Sergeevič Merežkovskij – Poeta, narratore e filosofo russo (Pietroburgo 1866 – Parigi 1941). Assieme alla moglie, la poetessa Zinaida Gippius, raccolse intorno a sé, nella sua casa di Pietroburgo, i seguaci delle nuove correnti estetiche e filosofiche, e redasse nel 1903-04 la rivista decadente Novyj put´ (“La nuova strada”). Accanito oppositore del regime sovietico, visse dal 1920 all’estero. M. fu tra gli iniziatori della scuola simbolistica russa e il suo saggio O pričinach upadka i o novych tečenijach sovremennoj russkoj literatury (“Sulle cause del decadimento e sulle nuove correnti della letteratura russa contemporanea”, 1893) può considerarsi il primo manifesto del simbolismo in Russia. Tutta impostata su fondamenti mistici e teologali, l’opera di Merežkovskij si propone di illustrare con esempî storici il cammino dell’umanità verso il futuro “regno dello spirito”, sintesi di paganesimo e di fede cristiana. Sulla teoria dei tre regni, variante mistica della triade hegeliana, s’imperniano, per esempio, le sue due trilogie più famose. La prima (Christos i Antichrist “Cristo e Anticristo”) è composta dei romanzi Smert´ bogov: Julian Otstupnik (“La morte degli dèi: Giuliano l’Apostata”, 1896), Voskresšie bogi: Leonardo da Vinci (“La resurrezione degli dèi: Leonardo da Vinci”, 1901) e Antichrist: Pëtr i Aleksej (“Anticristo: Pietro e Alessio”, 1905). La seconda comprende: Pavel I (1908), Aleksandr I (1911) e 14 dekabrja (“Il 14 dicembre”, 1918). Chiudendo la storia nelle strette cornici dei suoi schemi, Merežkovskij non si fa scrupolo di alterare i fatti. Anche la critica letteraria fu concepita da M. dentro schemi mistici: nella creazione di Gogol´ egli vide una lotta col diavolo e in Čičikov l’Anticristo; Dostoevskij e Tolstoj furono per lui precursori della rigenerazione universale. Negli anni dell’esilio continuò a scrivere romanzi a tesi, come Tajna trech (“Il mistero dei tre”, 1925) e Roždenie bogov: Tutankamen na Krite (“La nascita degli dèi: T. a Creta”, 1926), ecc. Degli ultimi suoi lavori bisogna ricordare gli studî su Napoleone, su Dante, su Agostino. Fedele in principio all’autocrazia (lo zar era per lui l’unto del Signore), Merežkovskij passò all’opposizione dopo la rivoluzione del 1905, ma, allarmato dalle correnti progressiste, piegò a destra e accolse la rivoluzione bolscevica come “regno dell’Anticristo”.

rivoluzione-d'ottobre, Lenin arringa la folla

rivoluzione-d’ottobre, Lenin arringa la folla

Diamo conto di due avvenimenti della giovinezza a cui il poeta attribuiva un particolare significato. Il primo fu l’incontro nel 1880 con Dostoevskj, svoltosi per insistenza del padre che era molto orgoglioso dei versi del figlio. Dostoevskij ascoltò «le tristi poesiole», «tacendo con stizza impaziente» ed infine disse: «Per scrivere bene bisogna soffrire, soffrire!». Il secondo fu l’aspro conflitto del padre col fratello di Dmitrij, Kostantin. a causa dell’uccisione dello zar il 1 marzo 1881 (Kostantin difendeva gli «scellerati terroristi»).

rivoluzione d'ottobre manifestazione

rivoluzione d’ottobre manifestazione

I suoi principali maestri furono Dostoevskij, Poe e Baudelaire, che furono poi iscritti nell’albero genealogico del simbolismo russo del quale Merežkovskij era destinato a diventare uno degli esponenti di spicco. Merežkovskij vedeva la via d’uscita dalla paralisi dell’arte nel ritorno al misticismo e all’idealismo, avverso l’aridità derivante dal fecondo movimento degli anni ’60, il disprezzo per le questioni religiose, l’assenza di un’aura spirituale che favoriva lo spreco dei talenti.

rivoluzione d'ottobre 4La poesia di Merežkovskij riflette le tappe del cammino dal populismo al simbolismo; la sua lirica appare come una originale illustrazione del processo di trasformazione qualitativa della poesia populista, la disillusione degli ideali populisti, la consapevolezza «delle illusioni sprecate» di una generazione malata e stanca. I suoi primi versi non escono dalla poetica tardo-populista; ma è con le raccolte Simboli (1982) e Nuovi versi (1896) che si precisa il nuovo poeta simbolista: la tematica notturna, celeste, amorosa, i motivi della ricerca del nirvana, la ricerca dell’introvabile, dell’Oceano Inconoscibile, già preparano la poetica del simbolismo: il concetto della «Bellezza» come essenza segreta del mondo, supremo valore dlla vita in grado di trasfigurare la realtà. L’impostazione «panestetica» (l’arte come suprema realtà) si manifestava anche nel profondo interesse verso il mondo antico.

rivoluzione d'ottobre 1La tesi di Merežkovskij negli anni 1902-1903 criticava i capisaldi della gerarchia religiosa ufficiale, negava molti aspetti del cristianesimo storico, constatava la profonda crisi della cultura del suo tempo e indicava la via di uscita nella «nuova consapevolezza religiosa» destinata a superare la polarità paganesimo – cristianità, anima e corpo, definiti due «abissi» sulla base di sottili e lambiccate interpretazioni di «oscuri» passi degli evangeli, predicando la religione del Terzo Testamento che avrebbe condotto alla compiutezza del messaggio cristiano e alla realizzazione del «regno di Dio in terra». Queste idee attraversano la trilogia Cristo e Anticristo.

rivoluzione d'ottobre manifestazione bolscevica

rivoluzione d’ottobre manifestazione bolscevica

Alcuni circoli intellettuali, attratti dalle idee di Merežkovskij, videro in lui uno dei più attivi costruttori del «futuro religioso della Russia», un «Lutero russo», prendendo però le distanze da un progetto «troppo precoce» per «una primavera troppo lenta». Gli avvenimenti degli anni 1905-1907 gli rivelano il legame niente affatto «religioso» tra l’assolutismo zarista e la gerarchia religiosa. Merežkovskij avverte il pericolo del «gioco rivoluzionario», ma la preveggenza del poeta (in famiglia lo chiamavano Cassandra) era destinata a restare inascoltata. L’Ottobre viene vissuto da Merežkovskij come un enorme tumore maligno le cui metastasi avrebbero invisibilmente invaso tutto il continente. La politica di attesa dell’Europa nei confronti della Russia gli sembra un crimine esiziale. Il 24 dicembre del 1919 Merežkovskij e la Gippius abbandonano Pietroburgo e attraversano la frontiera polacca. Negli ultimi anni di emigrazione Merežkovskij esorterà i governi europei contro quella forza «oriente tenebrae» che veniva da Oriente. Nel suo zelo fu goffo e ingenuo fino a sostenere la possibilità di un accordo con i dittatori Hitler e Mussolini. Muore nell’inverno del 1941 seduto nella sua ampia poltrona di fronte al caminetto della sua casa parigina di Passy.

 (Donata De Bartolomeo)

rivoluzione d'ottobre 3

Dio mio, Ti ringrazio
per ciò che hai concesso ai miei occhi
Tu vedi il mondo, il Tuo tempio eterno
e la notte e le onde e l’alba…
Tormentami con le tempeste –
Ti ringrazio per questo istante,
per tutto quello che comprendo con il cuore,
per tutto quello che mi dicono le stelle…
Dovunque, dovunque io Ti
avverto, Signore – nella quiete notturna
e nella stella più lontana
e nella profondità della mia anima.
Avevo sete di Dio
– e non lo sapevo: mentre con la ragione rinnegavo –
con il cuore Ti sentivo.
E Tu ti sei rivelato a me: Tu – il mondo.
Tu – voce della tempesta. Tu – etere,
Tu – pensiero del poeta. Tu – stella…
Finché vivo, Ti onoro.
Ti amo, anelo a Te,
quando morirò, mi unirò a Te
come le stelle e l’alba mattutina:
voglio che la mia vita sia
una lode incessante a Te,
per la mezzanotte e per l’alba,
per la vita e per la morte – Ti ringrazio!…

(1883)

Io voglio ma non sono capace di amare gli altri;
sono un estraneo in mezzo a loro: più vicini al cuore degli amici
sono le stelle, il cielo, la fredda azzurra lontananza
e la muta tristezza dei boschi e del deserto…
L’anima non si sazia di ascoltare gli alberi;
nelle tenebre della notte posso guardare fino al mattino
e singhiozzare per qualcosa così dolcemente, follemente
come se il vento fosse mio fratello e l’onda mia sorella
e la cruda terra la mia madre carnale…
Intanto, però, non vivo né con l’onda né col vento
ed è terribile non amare nessuno.
Forse il mio cuore è morto per sempre?
Dammi la forza, Signore, di amare i miei fratelli!

(1887)

Invano ho voluto dare tutta la mia anima al popolo.
Sono troppo debole: nell’animo né fede né fuoco…
Il santo odio di morire per la libertà
non mi attirerà:
che mormori il ruscello e splenda nella vastità –
le deboli correnti si placheranno e sboccheranno
non nel mare sconfinato e scintillante
ma nella calma, assonnata palude.

(1887)

Dmitrij Sergeevič Merežkovskij

Dmitrij Sergeevič Merežkovskij

 Dmitrij Sergeevič Merežkovskij

La morte di Nadson

(letta alla serata letteraria in ricordo di S.J. Nadson)

I poeti in Russia non amano vivere a lungo:
passano veloci come una meteora istantanea,
si affrettano a spegnere la loro fiaccola
oppressi dalla tenebra o dalla schiavitù o dall’infanzia.
Morire in una cupa disperazione è il loro destino,
condannati a perire, non appena balenati
a causa della perfida calunnia, pallottola traditrice,
o in un sordo esilio.

Ed eccone ancora un altro – che pena:
voleva appassionatamente vivere ed è morto a vent’anni.
Come una stella mattutina, come una tenera viola
si è esperto il nostro poeta-martire!
Ha implorato la libertà, si è gettato vivo nella bara
e tutti noi abbiamo visto – pareva che un’ombra si stendesse
sul marmo della bellissima fronte
e invocava la morte – e la morte venne a lui.
Chi è il colpevole? A che scopo infiammarsi.
Noi siamo i colpevoli – noi. Perché non abbiamo conservato
alla patria il cantore, quando ancora potevamo
salvarlo dalla terribile malattia.
Tutti noi, qui venuti alla commemorazione
per onorare il talento col pianto convenzionale –
in quei giorni in cui si spegneva, estenuato dalla lotta,
quando aveva sete di conoscenza, di libertà e lavoro
e ci chiamava in aiuto con folle ansia,
amici, ammiratori, dove eravamo allora?…
Il vano rumore dei giornali e la profetica voce della gloria –
adesso, quando è morto – il tardo alloro del cantore
e i tristi fiori della corona mortuaria –
come tutto gronda di lugubre ironia!…

Chiamatelo, amici, egli non ci sente:
nella tomba, nella sorda tomba dorme ora profondamente
e mentre qui si diletta la vista e l’udito
e si diffonde la musica e risplende il gas luminoso
nel quieto cimitero egli dorme solo
nella sorda mezzanotte.
Le sue labbra si sono serrate e per sempre senza risposta…
Dolente spettro di poeta morto,
perdona, perdona!…

(1887)

Dmitrij Sergeevič Merežkovskij e sua moglie Zinaida Gippius

Dmitrij Sergeevič Merežkovskij e sua moglie Zinaida Gippius

 

 

 

 

 

 

Angelo oscuro

Oh, angelo oscuro della solitudine,
soffi di nuovo
e di nuovo sussurri le tue profezie:
“Non credere all’amore.

Hai riconosciuto la mia voce misteriosa?
Oh, mio caro
io sono l’angelo dell’infanzia, l’unico amico
per sempre con te.

Il mio sguardo è profondo, infelice
ma non amaro:
sarà fresco e dolce
il mio bacio.

Soffia come un raggio eterno
e nell’oscurità
come una madre ti cullo.
A me, a me!”

E si compiono le profezie:
oscurità intorno.
Oh, terribile angelo della solitudine,
ultimo amico,

sono colmi di quiete sepolcrale
i tuoi passi.
Quelli che amo con eterna tenerezza,
anch’essi sono nemici!

(1895)

Dmitrij Sergeevič Merežkovskij 3

rivoluzione d'ottobre lenin-manifesto-prop

rivoluzione d’ottobre lenin-manifesto-prop

 

 

 

 

 

 

 

 

Nirvana

E di nuovo, come nel giorno della creazione,
è quieto il cielo azzurro
come se nel mondo non ci fosse il dolore,
come se nel cuore non ci fosse il peccato.
Non ho bisogno di amore e gloria:
nel silenzio dei campi al mattino
respiro, come respirano certe erbe…
Né i giorni passati né quelli futuri
voglio tormentare e contare.
Avvero di nuovo
quale felicità sta nel non pensare,
quale piacere sta nel non desiderare.

(1896)

Dmitrij Sergeevič Merežkovskij 2

Zinaida Gippius

Zinaida Gippius

 

 

 

 

 

 

 

 

Esuli

La felicità è nel fatto che gli uomini hanno odiato
hanno considerato il bene male
e sono passati accanto e non hanno visto le tue lacrime
chiamandoti nemico.

La felicità è nell’essere eternamente esule
e, come un’onda del mare
e come una nuvola in cielo, essere bizzarro e solitario
e non avere amici.

Soltanto il sacrificio ignoto è meraviglioso:
come un’ombra voglio avanzare
e sarà dolce il fardello della croce
nel mio cammino sulla terra.

(1893)

Dmitrij Sergeevič Merežkovskij e la Gippius

Dmitrij Sergeevič Merežkovskij e la Gippius

Le case ed i fantasmi degli uomini –
tutto è confluito in una piana foschia
e perfino la fiamma dei fanali
soffoca nella nebbia morta.
E accanto ai colossi di pietra,
chissà dove gli uomini scivolano
in fretta come pallide ombre

ed io stesso vado in silenzio
dove – non so, come in sogno,
cammino, cammino e mi sembra
che all’improvviso, stanco,
morirò come la fiamma dei fanali
come un pallido spettro, frutto
della nebbia delle notti del nord. Continua a leggere

14 commenti

Archiviato in critica dell'estetica, poesia russa

POESIE EDITE E INEDITE SUL TEMA DELL’ADDIO (Parte IV) Sabino Caronia, Gabriella Sica,Paolo Polvani, Lidia Are Caverni, Marzia Spinelli, Cristina Sparagana, Stelvio Di Spigno

Albrecht Durer ex-libris 1516

Albrecht Durer ex-libris 1516

«Il tema dell’addio. L’addio è una piccola morte. Ogni addio ci avvicina alla morte, si lascia dietro la vita e ci accorcia la vita che ci sta davanti. Forse il senso della vita è una sommatoria di addii. E forse il senso ultimo dell’esistenza è un grande, lungo, interminabile addio».

 

sabino caronia

 

 

 

 

 

 

Sabino Caronia

Adieu

Altera ti ricordo, altera e bella
passare, così passano le stelle.
Sì, ti ricordo, lo ricordo ancora
quel tuo strano, dolcissimo sorriso.

Ma a che serve un ricordo, a cosa giova
la lontana memoria di un sorriso?
Anche i ricordi non sono che mani
che non si toccano, e ogni cosa muore.

 

a Luca Canali

E se pure di noi resta qualcosa,
oltre un nome ed un’ombra senza peso,
tu Catullo, dottissimo poeta,
d’edera cinto il giovinetto crine,
nella valle d’Eliso sorridente
vienigli incontro e tendigli la mano.

 

Gabriella Sica

Gabriella Sica

gabriella sica Le lacrime delle cose

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gabriella Sica

2
Non altro che il tuo lento sparire
alla mia mente, polvere d’amore
al volgere pacificato delle stagioni
come verso l’Ade scivola il tempo
e al prato degli asfodeli quieti
al soffrire dei morti per la morte.

3
Separarsi è l’aprirsi di una crepa
nel terribile sentiero dei morti
è lo spirito che sporca i bei giorni
e rompe come ascia il cielo vasto
è spiluccare i dolci chicchi rubini
dischiusi nel lungo solco nero.

aprile 2004

Da Le lacrime delle cose (2009)

 

Paolo Polvani, 2013 Murge

Paolo Polvani, 2013 Murge

Patrizio Dimitri 3

 

 

 

 

 

Paolo Polvani

Assaggiare il vuoto

Accade che un giorno spalanchi la finestra e senza
consultare l’orizzonte, decidi
di assaggiare il vuoto, di sperimentare
le conseguenze delle leggi gravitazionali.

E io che cosa avrei dovuto più inventare, non basta
saper sorridere, ascoltare non è una condizione sufficiente.
Ci sono congiunture e adesso la cosa mi appare nella sua evidenza.

Spalancare la finestra e dire sì al vuoto, alla sua bocca aperta,
alla fame di te che manifesta. Erano già in riserva le lacrime
e il muro bianco d’ospedale esaurita ogni possibilità.

La bellezza non è un lasciapassare. Volevi essere accolta
hai scelto il vuoto di un cortile, lo spazio
bianco di un lenzuolo.

.

A Pino che se ne va

Così sei morto. Sul pavimento il cacciavite
aspetta le tue mani sporche di grasso e i colpi di tosse
del motore.

E’ nella stanza accanto, dice qualcuno.

Se fosse vero ci daresti un segno: una pinza
che cade, uno sportello che si chiude, una valvola
col minimo rotolio che l’accompagna.
Un colpo sulla scocca.

Ma tu sei morto e tutti ti voltano le spalle, anche i tuoi figli
non ti riconoscono, non riconoscono il tuo silenzio.

Tu continui a guardarli rigirando un sorriso
stranito tra le mani, impacciato
davanti a tanta incomprensione.

La vita ti ha condotto fin qui e adesso
non sta bene che continuiamo a parlarti

sei sceso senza domandare
sei sceso con la faccia buona
quasi chiedendo scusa

e non c’è niente da ridere
niente da ridere.

 

lidia are caverni l'anno del lupo

lidia are caverni

lidia are caverni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lidia Are Caverni

Avresti voluto un bacile per detergere
mani dopo l’abbandono si era consumato
il sacrificio del sole la spada tratta che toglie
via la luce del giorno aprendosi alla sera
al fresco bagliore che confonde voli il lieto
sconfinare della finestra dove non penetri
ombra proveniente dai sogni dall’esalazione
incerta di notti chine per i miei respiri
lo snodarsi lento delle attese a dipanare
gli intrighi dei capelli meduse ormai relitte
sulle spiagge di mari dove i corpi si confondono
persi di ebbrezza.

*

Per non smarrire il pezzetto di cielo
vuoto ormai di voli andranno presto
altrove i rondoni nella continua ricerca
nel mirto ti confondi nascosto nell’ultimo
fiore il cuore si stringe che non vedi
gabbiano altero che cacci pulcini fra
le tegole del tetto come fossi aquila
roteante sulle cime che tutte attendono
a sovrastare il mare il guizzare lieto
dei pesci nei fondali trasparenti dove
le ghiaie si consumano per non tacere
le parole masticate a metà già colorate
d’ombra dove non mi trovi.

(inediti, da Brividi di tempo 2007)

 

 

Marzia Spinelli

Marzia Spinelli

marzia spinelli cop

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Marzia Spinelli

Come addii

Non hanno fine le parole degli addii,
le vorremmo perfette come sembravano le cose.
Parlavano ai giorni,
sapendo quanto imperfetto l’avvenire.
Parlano ancora
sciupate in un via vai frenetico,
teso l’orecchio all’oblio. Continua a leggere

1 Commento

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, poesia italiana contemporanea

 SETTE POESIE di Pavel Řezníček da “Confessione di un funambolo” e “Sembra che qui la chiamassero neve – Poeti cechi contemporanei” a cura di Antonio Parente

Pavel reznicek Confessioni di un funambolo

 Pavel Řezníček in Sembra che qui la chiamassero neve – Poeti cechi contemporanei a cura di Antonio Parente, Mimesis Hebenon, 2005 pp. 228 € 16 – Confessione di un funambolo a cura di Antonio Parente Mimesis, Hebenon a cura di Antonio Parente 2007 pp. 120 € 12

Classificato a ragione come uno dei principali rappresentanti del surrealismo ceco, Pavel Řezníček  ha sempre messo in dubbio veementemente sia la così spesso proclamata ‘morte del  surrealismo’, sia la possibile evoluzione di questo movimento in una sorta di ‘neosurrealismo’ o ‘postsurrealismo’.

Lo stesso autore confida la ricetta dei suoi testi: «Vedere le cose senza illusione e criticamente, aggiungendo umorismo, possibilmente nero.» Nel suo caso, però, neanche l’umorismo è da considerarsi una forma di escapismo: pur distanziandosi dal surrealismo programmaticamente politico, non è possibile non considerare le sue opere come opere politiche, nel senso più ampio del temine, a dimostrazione della capacità del surrealismo di modificarsi e svilupparsi anche in nuovi contesti storici, così diversi da quelli che regnavano nel periodo originale di fioritura di questa corrente.

(Antonio Parente)

Pavel Řezníček foto

Pavel Řezníček

Pavel Řezníček (1942) è uno dei maggiori rappresentanti del surrealismo ceco. Esordì nel 1965 con un programma di poesie di Breton, Péret, Dalí e Tzara, presentato al teatro Convenzione (Konvence) di Brno, dal titolo La coda del diavolo è un biciclo (Ďáblův ocas je bicykl). Da allora è rimasto fedele alla sua idea surrealista e ai tre punti focali di questa corrente: umorismo nero, casualità oggettiva e dislocazione percettiva. Dal 1974 pubblica il più antico samizdat ceco, l’almanacco “Doutník” (“Sigaro”). Oltre che poesia, scrive anche prosa, sempre in vena surrealista, come testimonia la sua produzione novellistica, ad esempio Strop, pubblicato nel 1983 in Francia con prefazione di Milan Kundera e nel 1984 in Italia col titolo Il soffitto (Edizioni e/o).

Della sua produzione poetica possiamo citare Malto per unghie (Vlak na nehty, 1985) e, più recentemente, Spazzola cacodemonica (Kakodémonický kartáč, 2006) dove prevale sempre la sua poetica grottesca e bizzarra.

Pavel Řezníček nella sua abitazione

Pavel Řezníček nella sua abitazione

Esser pancia

Esser pancia
O cappello
Essere l’ombra di un cerotto
Far ritorno nella piazzetta
Uccidere il legno
Uccidere il fuoco
Uccidere la nebbia
Col cappotto liso pulirsi gli occhiali
E stupirsi della gravidanza della civetta
sulla scatoletta della carta moschicida.

(2001)

Pavel Řezníček

Pavel Řezníček

Confessione di un funambolo

La morte e l’uccello sono entrambi stupidi
entrambi si scacciano col correggiato
sull’immagine della Madonna di segale
nel campo di segale il cerchio dell’atterraggio di un UFO (?)
giunge Rajmund
no non è Rajmund è un marabù
che infilzavamo sulla centrifuga
come pezzi di gyros
o di giroscopio?
qualche generale finlandese fa rapporto
a Boleslao il Crudele
ma ecco è un lucido sogno
non c’è affatto un generale finlandese
non c’è affatto Boleslao il Crudele
ci sono soltanto vie
dove si cuoce il sapone
e i funamboli
sono uccelli
che si alzano in volo dalle palme dei palombari
che sono appena emersi dal mare

Hebenon rivista internazionale di letteratura diretta da Roberto Bertoldo

Hebenon rivista internazionale di letteratura diretta da Roberto Bertoldo

 Pavel Řezníček neve

 

 

Il dolce legno delle navi

Un’ostrica bruna come New York
Montoni aggraziati come abiti da sera con spalline
Le spalle nude di scheletri di pesce
Il tuo bottone, Dulcinea
O gas della mia stufa
Espressi intorno al divano
Finestre chiuse soltanto durante il monsone
Giganteschi aquiloni che si sentono sulla lingua
Come granelli di frumento

Poi si aprì l’armadio del ciclone
I mandarini caricavano a polvere i cappotti
Dalle fornaci dell’Austria
Bigodini di carta nei capelli una corda
sulla quale si tiene il vuoto
L’espresso Vindobona
Pertiche
Lanterne
Un caldo respiro granuloso che riscalda la pergamena
Nel labirinto delle bottiglie
Che scommettono su o la va o la spacca del guardaroba del granchio

La lingua strappata al dott. Jesenius
Si aggira per le cinte e intorno all’Europa.

(2001)

Pavel Řezníček quadro

Sala macchine del carciofo

L’orichicco quel vecchio spilungone
e il fruscio di banconote tra le mani delle ortiche
qualcosa si allontana e qualcosa si adagia accanto a noi
ai nostri corpi alla nostra cenere
il silenzio della lampada e la meteora dell’asciugamano
scompartimento sotto frane di pepe e arpione
portavano la megera tutta di arance sbucciate
e di piume di sparvieri che imbrattavano tutte le finestre del mondo
è solo una vampata quella che balugina
nella sala macchine del carciofo
un fazzoletto gettato sul chimico
che ispeziona la pancia del defunto Lévy-Bruhl
Il Canale di Panama e l’incidente d’auto (o di flauto?)
verga di nocciolo martelli pneumatici e la pazzia del pompelmo
appello della rivista TVAR: chi è a conoscenza del luogo di soggiorno del poeta Karel Šebek
irreperibile dall’aprile del 1995
è pregato di comunicarlo al seguente indirizzo:
Dott. Eva Válková, Clinica psichiatrica 547
334 41 Dobřany

meteora dell’asciugamano gettato sul ring del destino
un passante in lontananza di notte si soffia il naso su un globo di diamanti

Pavel Řezníček

Pavel Řezníček

La seppia pascola il ragno

Portava sempre due sacchi
Il cammello alla stazione
Non dovresti credere a queste facce piatte come la pietra
Prendi metà saccarina e metà caramello
Il cucciolo di felino non lo si riconosce
Quando finalmente inizierà la guerra?
Tutto palpitante per il Modern Jazz Quartetto
Due lanterne verdi due sigari verdi
Fece amicizia con un uccello
Portava sempre tre sacchi
Ragni con cappelli in testa

I ragni pascolano le seppie
Le seppie pascolano le puttane
Un cane micaceo picchiettava il muso
Un fiammingo
Le calze azzurro chiaro
Portava sempre tre sacchi portava quattro sacchi
Ma non le servì a nulla:
Il martello di pietra centrava sempre in pieno
La carriola
Nella quale portavano
la testa di Charles Bukowski

Pavel Řezníček cop 2

Le febbrili visioni di un surrealista: Omicidi, supplizi, macinatura in polvere di vivi…

(Dedicato al compagno Štěpán Vlašín per la sua recensione del mio “Caldo”nel giornale comunista HALÓ)

Nei boschi e durante la guazza
flicorno cistifellea madreperla coltelli
nel ricordo di colui che sforbiciava i giornali e faceva bambini dal formaggio
inzaccherare l’occhio
la calce porta la bicicletta
nella calce farina nelle uova sangue
la puzzola interprete della Luna
non dovremmo leccare la stufa ogni musicante poi mescolerebbe con la carriola
quello che non si deve svelare
il lebbrosario di San Giacomo
le grancasse sono in valigia qualcosa come frittate
e gli schizzi di sangue dei tuoi seni rappresentano una marcita
zeppa
di segreti granchi e aragoste massacrati
che confessano di essere aragoste
e quello che è un fungo è cristallo e i funghi sono persone
con la lingua perforata dal ferro da maglia

Poi ridusse le persone vive in polvere
e quei pochi assassinii che gli caddero dalle tasche erano un affare da nulla
come i peli che crescono dal naso di Messerschmidt
che era non solo professore
ma anche un aereo fatto con la busta
di plastica del latte
Allora: quei pochi assassinii che erano un affare da nulla
si trasformarono in pariglia di cani eschimesi husky
e la città O. si trasformò nel condrosarcoma del dio Aion
sì quello della grotta di Mitra
dove si asciuga il bucato della trascendenza

Pavel Řezníček

Pavel Řezníček

Ho due piedi, il cuore e la ragione

Il negro dei miei piedi mi porge una rosa
(fiorita tra le dita delle quali cinque
digrignate come denti
o come una previsione meteorologica
si dà l’aria di un castaldo)

Due cavalli un aratro e un aratore
mi lavorano sulle dita

Il più anziano monta lì una capanna dopo il lavoro
Presto da lì uscirà del fumo
Quando il fumo si poserà sulle mie ginocchia
le gambe andranno in pezzi come un vecchio camino

Dovrei lavarmeli più spesso
ma preferisco bermi con gli ugonotti
quella loro notte

5 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, poesia ceca

LA GENERAZIONE DEGLI ARRABBIATI (Parte II)- Gregory Corso, Ambra Simeone, Bsa, Artin Bassiri Tabrizi, Matteo De Bonis, Valerio Pedini a cura di Ivan Pozzoni con preambolo di Giorgio Linguaglossa

Andy Warhol_Marilyn 1967 serigrafia su carta pezzo unico fuori edzione cm91x91

Andy Warhol_Marilyn 1967 serigrafia su carta pezzo unico fuori edzione cm91x91

«Poetar è dis-umano / poetar è dis-ordine», scrive Artin Bassiri Tabrizi; « La mia penna come / un dildo il cere-bellum», scrive Bsa; «una volta leggendo un poeta contemporaneo, / mi è sembrato di capire che non ci avevo capito niente», scrive Ambra Simeone; «Il poeta, che è per un istante volto di luna, /siede, lungo sentieri limacciosi / e appestati da infernali pozzanghere», scrive Matteo De Bonis; «L’uomo è già distrutto, Dio pur non esistendo si è suicidato», scrive Valerio Pedini.

Mi sembra chiaro che qui siamo di fronte ad una diseconomia valoriale ed estetica. Una generazione che va dai venti ai trent’anni, che ha perduto la propria identità, la generazione che è venuta Dopo il Moderno, e dopo, diciamolo, il fallimento della poesia italiana della Tradizione e della Anti Tradizione, dopo il fallimento della politica degli ultimi trenta quaranta anni, dopo un lunghissimo decennio di strisciante stagnazione e recessione economica dell’Italia. Che altro dire? Che cosa possiamo rimproverare a questi giovani? Io, per rincuorarli, direi che hanno avuto pessimi maestri e che è stata una buona scuola. Non posso dir loro nient’altro. Non gli abbiamo lasciato nulla di duraturo (intendo valore estetico duraturo), nulla che valesse la pena di un impegno; gli abbiamo detto che la poesia è gioco, che si deve occupare dei ritagli e dei detriti, che si deve occupare del proprio corpo, che la poesia è «farsi i fatti propri» come scrive un poeta contemporaneo che va di moda, che la poesia è un atto «irresponsabile», come hanno scritto altri autori, e altre varie corbellerie. Non dobbiamo quindi meravigliarci se questi giovani hanno perduto le coordinate valoriali, politiche ed  estetiche (su quelle etiche non mi pronuncio). Hanno perduto tutto (anzi, gli abbiamo sottratto tutto). Cosa gli è rimasto?. Semplice, le «fondamenta instabili» (titolo di una antologia a cura di Ivan Pozzoni), non gli è rimasto nulla, non credono in nulla, tantomeno alla poesia.

(Giorgio Linguaglossa)

 

Gregory Corso
HO 25 ANNI

Con un amore un delirio per Shelley
Chatterton Rimbaud
e l’affamato guaito della mia gioventù
si è propagato da orecchio a orecchio:
IO ODIO I VECCHI SIGNORPOETI!
Specialmente i vecchi signorpoeti che ritrattano
che consultano altri vecchi signorpoeti
che esprimono la loro gioventù in bisbigli,
dicendo: – Queste cose le ho fatte allora
ma è acqua passata
è acqua passata –
Oh vorrei tranquillizzare i vecchi
dirgli: – Sono vostro amico
ciò che eravate una volta, grazie a me
lo sarete ancora –
Poi di notte nella sicurezza delle loro case
strappare le loro lingue apologetiche –
e rubare le loro poesie.

trad.it. Massimo Bacigalupo
[testo scelto da Ambra Simeone]

Ambra Simeone

Ambra Simeone

 Ambra Simeone copertina Ho qualcosa da dirtiAmbra Simeone
UNA VOLTA LEGGENDO UN POETA CONTEMPORANEO

una volta leggendo un poeta contemporaneo,
mi è sembrato di capire che non ci avevo capito niente,
che quel che aveva scritto lo aveva scritto per non farsi capire,
cercavo sul dizionario le parole difficili, che intanto mi ero incuriosita,
e forse anche un po’ arricchita, avevo imparato parole nuove,
o meglio parole vecchie, parole che non sentivo dirle più a nessuno,
che scritte mi sembravano ancora più antiche, rimaste lì tra le righe,
pensavo a come scriverle anch’io, per far vedere che le sapevo,
per far impazzire chi le leggeva, che poi come me doveva aprire il dizionario,
e anche lui imparava quella nuova parola, e stava lì a decifrare un codice,
come in guerra, che se non capisci il codice sei morto o giù di lì,
ma se anche dopo imparate le parole che non sapevo, io non ci capivo,
che vorrà dire, mi sono chiesta? che sono ignorante? forse,
io ignoro perché il poeta contemporaneo lo aveva fatto, perché, mi chiedevo?
allora a chi vuole leggermi gli dico qualcosa che forse l’ha fatta anche lui,
che forse voleva proprio farla, che forse non ci aveva mai pensato,
che poi dice cavolo ora la faccio proprio, che allora c’ha proprio ragione!
ecco perché ti scrivo un ammasso di parole sentite per strada,
che il mio racconto se te lo senti dentro oppure no, me lo dirai,
chissà, ma almeno lo sappiamo di cosa stiamo parlando.

AMBRA SIMEONE è nata a Gaeta il 28-12-1982 e attualmente vive a Monza. Laureata in Lettere Moderne, ha conseguito la specializzazione in Filologia Moderna con il linguista Giuseppe Antonelli e una tesi sul poeta Stefano Dal Bianco. Collabora con l’Associazione Culturale “deComporre”. La sua prima raccolta di poesie Lingue Cattive esce a gennaio del 2010 per i tipi della Giulio Perrone Editore di Roma. Del 2013 è la raccolta di racconti Come John Fante… prima di addormentarmi per la deComporre Edizioni. La sua ultima raccolta di quasi-poesie esce quest’anno per deComporre Edizioni con il titolo Ho qualcosa da dirti – quasi poesie. È co-curatore de “Il Gustatore – quaderni Neon-Avanguardisti” che hanno ospitato Aldo Nove, Giampiero Neri, Peppe Lanzetta, Giorgio Linguaglossa, Paolo Nori e molti altri. Alcuni suoi testi sono apparsi su riviste letterarie nazionali e internazionali tra le quali l’albanese Kuq e Zi, la belga Il caffè e l’americana Italian Poetry Review e su antologie; le ultime due per Lietocolle a cura di Giampiero Neri e per EditLet a cura di Giorgio Linguaglossa.

 

Bsa

Bsa

Bsa
LA POESIA FA IL POETA, IL POETA FA POESIA

La mia penna come
un dildo il cere-bellum riordina,
placa sconquassando teorie
a spada tratta, niente
vasellina ma con sabbia unge, bagna,
calma la rabbia
delle labbra oro-neurovaginali.
Estro non è creatività bensì
intimo sanguinare, mensile o emorroidale. Il dolore
aiuta pel pensiero astrale. Frullo
ora a freddo il fremente Freud: Arte,
ESSENZA SENZA formal tecnica non
si riduce al solo ES.

Poesia, grazie
per il sublime sublimato
io,
sazio e savio e dissolto
che regali.

Sei un bel gioco
per bambini mai banali.

BSA, Oudeis, Anam sono tre nomi usati dal “poeta”. Classe 1989, mai laureato, ha pubblicato i suoi scritti nella raccolta Viaggi diVersi (Poeti e Poesia), e varie volte con deComporre edizioni, in diverse antologie a cura di Ivan Pozzoni.

 

Artin Bassiri Tabrizi

Artin Bassiri Tabrizi

Artin Bassiri Tabrizi
IN MORTE DEL POETA MAI NATO
a Jacques Derrida

Commensale, commensale !
Dammi da bere
e inizierò a narrare

Amico mio, devi sapere
Che noi poeti d’antico mestiere
– mal celati
mai compresi –
con diversi sotterfugi
l’Animo umano sappiam cangiar!

Acciocché possa capire
quel che io ti sto per dire
prova un po’ a immaginare
a quant’è sconfinato il mare

Troverai, con dispiacere
che c’è poco da tacere!
Ahi, lasso, qual buon vento
mena le vele a piacimento

e cangiarlo non si puote
(non importano le quote)
tentennar è criminale
se di fronte hai un bel crinale

senza fronzoli o anatemi
lo smargiasso di sistemi
cosa può dinanzi a noi?

Che poi vedi, oh commensale
la nostra
ingordigia tutto travolge
non solo al mare
essa si volge

Sterpi danzanti
muri vibranti
chioschi dolenti
volti piangenti.

L’orecchio tende l’agguato
la parola, inerme

Esso
si intinge di lusso
si veste di fango

La simmetria di questo pensiero
non esiste, non può d’altronde
esso è rapace
avvilito da quello che gli si mostra :
teste marce, scuotono meccanicamente
l’assenso, come a dimostrarne l’inconsistenza

Sapresti affermare, con viltà
che questo è movimento?
Che questa è possibilità?
Posso forse immergerti in questo specchio unto?

Posso osare
carpire le forme del tuo volto cieco immerso in una sostanziale uniformità di linguaggio
menomare quegli occhi acuminati
sostenere il tuo respiro?

Posso forse, io
– con cotanta perfidia –
chiederti ora, avvolta nei nembi
di mescere, con me, ignave forme di silenzio
di sostare inerte finché tutto sia brullo?

Poetar è dis-umano
poetar è dis-ordine,

Nel ventre del sonno
che ormai tutto tace
noi siam la fornace
già! quella loquace!

Ma senza proventi
marciscono lenti
quei decadenti
che aman poetar

Vieni, anche te!
a esplorare il sentier
insieme al burlier
e al suo destrier

Unitevi in coro,
amanti dell’oro!
agiremo caparbi
sosterremo gli sguardi

Narcisi violenti
scappate, fetenti!
è il turno dell’ombra
le cui stanche membra
tanto pazienti
finirono algenti
disperse dai venti

Oh, commensale
quanto mai vale
questa sporca realtà?

ARTIN BASSIRI TABRIZI è nato ad Assisi il 1992; frequenta Filosofia all’Università degli studi di Perugia e anche il conservatorio F. Morlacchi della stessa città, come studente di pianoforte. Attualmente svolge studi all’Université Paris Pantheon-Sorbonne; a breve si iscriverà all’Università Statale di Milano per la specialistica. È uscito nell’antologia Umane transumanze (deComporre Edizioni).

 

Matteo De Bonis

Matteo De Bonis

Matteo De Bonis
IL POETA

Il poeta, che è per un istante volto di luna,
siede, lungo sentieri limacciosi
e appestati da infernali pozzanghere, su una selce
solitaria.

La sua mente è rivolta verso l’incandescente
forma d’una poesia-conchiglia;
in essa giocherà
un’eco del mare invisibile.

MATTEO DE BONIS è nato a Cosenza il 27 Giugno 1991; è laureando in Filosofia e Storia presso l’Università della Calabria. Nel 2008 ha partecipato al premio letterario ‘Federica Monteleone’ nella sezione dedicata alla narrativa, figurando tra i vincitori. Nel 2011 ha partecipato e vinto la selezione regionale delle Olimpiadi di filosofia. Ha collaborato con numerose riviste on-line di cultura e filosofia. Attualmente s’occupa di tematiche quali i rapporti tra poesia e ontologia e la riabilitazione del sapere estetico. È uscito nell’antologia Fondamenta instabili (deComporre Edizioni).

 

valerio gaio pedini

valerio gaio pedini

 valerio pediniValerio Pedini
POIESIS ET NATURAE: NIETZSCHE E CAPRONI S’INSULTANO, MENTRE BUKOWSKI RIDE- ED IO EVAPORO

“Dio è morto”, inizia così la triste- ma forse non così tanto vicenda
Del litigio dogmatico dei poeti dei mondi- fanculo se l’uno ispirò l’altro-
Fanculo se tutti ispirarono me-nessuno ispira nessuno, perché noi siamo destinati a scioglierci
E la Poesia allora domina nel nostro decadimento- la salvezza del Tutto, in un brodo assiomatico
Di niente-nienti-perdenti-dente
Che macella
Tutto in-giustamente
“Dio si è suicidato”- fa niente che non sia mai esisto, ma si è suicidato!
“Dio è superato”- la Natura domina- il vero Dio lo respiriamo
Dio è pietra che saremo- pietra che già siamo
Una pietra è magmatica e la si può salire, guardando in basso
Dobbiamo scoprire noi
Dobbiamo scoprire il sé, l’io, il noi, ogni pronome personale soggetto è superato, troppo smidollato
Insulto smidollato, vivi secondo natura, conosci i tuoi limiti e la tua saggezza e la tua non saggezza, ignora questa vacua tua poesia-non sarai capace a descrivere la rosa, perché dialogherai solo con te stesso-questa è la tua vacua poesia!
Pregna, pregna dell’umana impotenza
“L’uomo va superato”
L’uomo è già distrutto, Dio pur non esistendo si è suicidato

Ah ah ah,
i coglioni se la litigano,
mentre io mi faccio una sega,
oh, che la poesia sia la natura mi ci gioco le palle
ma mi ci gioco le palle che il miglior modo per descriverla
è descrivere me stesso, snaturalizzandomi un po’
ed è pur vero che i gatti fanno le fusa
mentre si lavano colla lingua,
mentre le puttane vengono stuprate,
mentre la politica rimane sempre uno spreco di tempo,
mentre io mi scolo un po’ del mio sangue,
guastandomi il mio pancreas
in questa morte naturale
non vi è inizio alla poesia, né morte, un arbitrario passatempo per scrivere cazzate,
questa è la filiera della decadenza poetica,
una fiera di hot dog e patatine unte bisunte- patatine, che, a differenza del mio culo, fanno cagare

Dio-tanto è il vostro, non me ne frega un cazzo, mi preoccuperei se fosse il mio- voi credete che io sia pazzo?
Voi credete che sia un porco frustrato che non ha alcunché da fare per vivere in modo sano?
Diamine, mi avete sgretolato tutto, ora umana spezie, della poesia ignoranti, io sgretolo voi- ed evaporo
Alla mia Natura! Continua a leggere

120 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, critica dell'estetica, poesia italiana contemporanea

POESIE EDITE E INEDITE SUL TEMA DELL’ADDIO (Parte III) Gabriella Sica, Lucia Gaddo, Flavio Almerighi, Patrizio Dimitri, Meeten Nasr, Loris Maria Marchetti, Giuseppe Panetta

cornelius escher la colomba

cornelius escher la colomba

cornelius escher stelle

cornelius escher stelle

«Il tema dell’addio. L’addio è una piccola morte. Ogni addio ci avvicina alla morte, si lascia dietro la vita e ci accorcia la vita che ci sta davanti. Forse il senso della vita è una sommatoria di addii. E forse il senso ultimo dell’esistenza è un grande, lungo, interminabile addio».

gabriella sica

gabriella sica

gabriella sica Poesie familiari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gabriella Sica

Un’inflessibile ben oliata corda lega
il primo piano al piano di sottoterra
su cui scivola un elegante ascensore
tutto in legno senza porte da dover aprire.

Cosa scende o sale di noi sul filo teso
della stessa arca? Questa storia che continua
tra il luminoso eden e l’erebo stretto e buio
l’unica via per cui in silenzio andiamo

su e giù fino al nodo scorsoio estremo,
la vena d’oro di una miniera sepolta
dove andare a ritroso nell’esosa morte.

Ma da solo si apre al pianterreno dove
noi due chiusi usciamo in via Bertoloni
all’aperto così che non si sente l’arresto.

26 luglio 2005

Da Le lacrime delle cose (2009)

Lucia Gaddo Zanovello

Lucia Gaddo Zanovello

 

labirinto

labirinto

 

 

 

 

 

 

Lucia Gaddo

Torna implume

Rincorre l’ala stretta della malinconia un sorso di te
sopra questo prato rinverdito da tanto, senza ch’io sapessi
le molli tonalità dell’alba.
Certo il succo di questo dolore distillato alla corte delle rinunce
mi divora il senno
e non potrà la mano del desiderio riaprire i cassetti chiusi dalle ore inabili
affastellate ora nella luce del tramonto, alla latitudine del vento.
Nulla attendo dal cuore attento dei fanciulli
che cimano il presente diroccato coi subbugli.
Sulla stagione aperta dall’avemaria tanti voli planano, arditi nei disegni
ma l’ebetudine antica che dimora nei tratti di quel viso
dilaga nel rovello d’oggi che macina lacrime combuste
nella mola vanesia della fronte.
Regge il drago dell’onnipotenza fra i denti
aspre remore ancora
– incuneati contrafforti fra gli astati muri dell’anima –.
Rovistano i camini il dritto del disegno, che da quaggiú dispare.

Il tempo mostra la faccia arancio della buccia
che non tiene dentro al frutto tutto il succo.
Avvizzisce tremulo il parlare delle genti sopra il molo.
Non s’ode dagli ormeggi l’eco dei fermenti
che addensano fluenti alla boa del fare inutile.
Alla somma summa dei saperi
bussa incompleto l’ordine degli addendi.
Tace la cifra ignota che manca
– l’umida canzone rinchiusa nei grani del rosario delle dita –.
Torna implume l’anima, alla fine del viaggio
sulla terra inospitale dei viventi,
torna molle il cuore
percosso duramente dagli eventi avversi, nei torrenti sguardi
lungo il corso alpino dei tornanti
dentro un cielo di rannuvoli segmenti
e fra le tenere umane giovani sementi.

(12.7.2011 inedito)

 

Lascito

Poi questa immensità possibile chiuderà le braccia
come la notte che viene sui progetti irrisolti
che non avranno domani.

Sarà di rapina
come voce inattesa alle spalle
un rapido sguardo di sorpresa

– e in un nitore improvviso
tutto questo che è tolto –

alla partenza del grande viaggio,
il cui biglietto è già in mano

manca solo il molo d’imbarco
il numero della banchina e l’ora.

Vorrei solo si sapesse
che del mio meglio non ho fatto,
che molto più avrei voluto
avere amato.

(12.4.’14 inedito)

flavio almerighi

flavio almerighi

flavio almerighi

 

Flavio Almerighi

Di tutti i ricordi che ti ho dato

Di tutti i ricordi che ti ho dato
terrei per noi quell’eroe di guerra,
Onestini mi sembra si chiamasse,
morto di spagnola nel Ventuno,
la sua edicola dimenticata accesa
incubava tuorli di passero,
tu li vedevi vivi, curiosa salivi
a osservare i becchi aperti e muti
nel via vai infinito della fame
del bisogno di mettere piume
avere voce e diventare cattivi.

Al tuo ritorno erano già partiti.

 

tutto risolto

L’ultima volta ero piuttosto a soqquadro,
avevo idea del vento, i ricci sulle guance,
l’inedito del mare caricato ventre a terra
sopra un himalaya d’emozioni, la rabbia
sotto il mare agitato si alzava dal fondo
senza desiderio e senza arrivare in alto
dove le gambe solitamente nuotano
attingendo talento convulso dalla cecità,
non c’è tempo ce n’è mai, abbiamo da fare
le braccia alzate sul mento, rompere vetri,
figli perfetti della guerra fredda pronti
a farci sbranare da grandinate d’occhi,
nemmeno si trovava una stanza appartata
dove prenderci e passare inosservati,
seguire l’altalena di orari arrivati tardi
e qualcosa d’indefinito, amore non c’è Dio
dove andavamo noi credendoci
piccoli souvenir dimenticati nel mondo
e mangiati dal tempo, ora sì fai bene tu
intoccabile nel filo spinato di un sorriso
a ritornare estranei, tutto risolto.

 

patrizio dimitri

patrizio dimitri

 

Stefano Di Stasio, Addio

Patrizio Dimitri

La riparazione

Non hanno più nome
i nostri oggetti
sono carcasse trasparenti
soprammobili del vuoto
lesionati da gesti irreparabili.
Siamo abitanti remoti
silenziosi nella casa
tra noi rimane traccia
di una perduta simmetria.
Ora la crepa avanza
cede la struttura
collaudata del ricordo
il meccanismo lucido
dei rari ordigni elettrici.
La funzione compromessa
delle tubature innesca
la mia esigua attitudine
alla riparazione. Continua a leggere

7 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea

LA MEDITAZIONE POETICA DI WALLACE STEVENS (1879-1955). Due poesie da “Note verso la finzione suprema” PROGETTO UMANO E ‘PROGETTO DEL SOLE’ di Franco  Toscani

wallace stevens

wallace stevens

 da Note verso la finzione suprema, Titolo originale Notes toward a supreme fiction (1942)  trad. Nadia Fusini

IX

The poem goes from the poet’s gibberish to
The gibberish of the vulgate and back again.
Does it move to and fro or is it of both

At once? Is it a luminous flittering
Or the concentration of a cloudy day?
Is there a poem that never reaches words

And one that chaffers the time away?
Is the poem both peculiar and general?
There’s a meditation there, in which there seems

To be an evasion, a thing not apprehended or
Not apprehended well. Does the poet
Evade us, as in a senseless element?

Evade, this hot, dependent orator,
The spokesman at our bluntest barriers,
Exponent by a form of speech, the speaker

Of a speech only a little of the tongue?
It is the gibberish of the vulgate that he seeks.
He tries by a peculiar speech to speak

The peculiar potency of the general,
To compound the imagination’s Latin with
The lingua franca et jocundissima.

IX

Dal farfuglio del poeta al farfuglio
Del volgare va la poesia avanti e indietro.
Va e poi torna, o è insieme

In entrambi? E’ un lampo improvviso,
O il concentrato bagliore di un giorno piovoso?
Esiste una poesia che mai giunge alla parola

E una che vaneggia impaziente?
La poesia è sia particolare che generale?
C’è una riflessione qui, che appare

Come un’evasione, una cosa che non si comprende
O non si comprende bene. Ci sfugge forse
Il poeta, in un elemento che non s’afferra?

Ci sfugge, questo ardente, asservito oratore,
Il portavoce delle nostre barriere più ottuse,
Esponente per virtù di parola, l’attore

Di una parola solo in parte lingua comune?
E’ l’oscuro farfuglio del volgare che cerca.
Vorrebbe, grazie ad una parola speciale, dire

La speciale potenza del generale.
Combinare il latino dell’immaginazione
Con la lingua franca et jocundissima.

wallace stevens harmonium

X

A bench was his catalepsy, Theatre
Of Trope. He sat in the park. The water of
The lake was full of artificial things,

Like a page of music, like an upper air,
Like a momentary color, in which swans
Were seraphs, were saints, were changing essences.

The west wind was the music, the motion, the force
To which the swans curveted, a will to change,
A will to make iris frettings on the blank.

There was a will to change, a necessitous
And present way, a presentation, a kind
Of volatile world, too constant to be denied,

The eye of a vagabond in metaphor
That catches our own. The casual is not
Enough. The freshness of transformation is

The freshness of a world. It is our own,
It is ourselves, the freshness of ourselves,
And that necessity and that presentation

Are rubbings of a glass in which we peer.
Of these beginnings, gay and green, propose
The suitable amours. Time will write them down.

X

Una panca faceva da palco al suo trance, Teatro
Del Tropo. Sedeva nel parco. L’acqua
Del lago era piena di segni artificiali,

Come uno spartito, un’aria più rarefatta,
Un’atmosfera fugace, in cui cigni diventavano
Serafini, santi, mutevoli essenze.

Il vento d’occidente era la musica, il moto, l’energia che spingeva
I cigni in curve lente, una volontà di mutamento,
Una volontà di disegnare volute nel vuoto.

C’era una volontà di mutamento, una necessità,
Un’urgenza, un’offerta, una specie di mondo volatile,
Troppo coerente per essere negata,

L’occhio d’un vagabondo in metafore,
Che ci cattura. Ma il caso non basta.
Il vigore della trasformazione è

Il vigore di un mondo. È il nostro,
Siamo noi, il nostro stesso vigore,
E quella necessità e quell’offerta

Sono i graffi sul vetro appannato da cui spiamo.
Di questi inizi, ingenui e gioiosi, presenta
I confacenti amori. Il tempo li tradirà.

wallace stevens quotes 5

1. ‘Suprema finzione’ e incanto del mondo. Il romantico

Sugli uomini la pressione della realtà rischia di diventare talmente intollerabile e oppressiva da impedire ogni effettiva capacità di distacco, autonomia e contemplazione. Il poeta, come fratello e amico degli altri mortali (un amico particolarmente affettuoso e soccorrevole), deve essere in qualche modo capace di sottrarsi a tale pressione, alla sua cogenza e violenza, ma al tempo stesso egli è parte del reale, la grandezza della poesia non conduce certo a negare il valore e lo spessore della realtà. Anzi, come “ambasciatore dell’immaginazione”, il poeta ha un unico compito, scrive Wallace Stevens (1879-1955) nel saggio Imagination as value (1949): “i grandi poemi del paradiso e dell’inferno sono già stati scritti, ma rimane da scrivere il grande poema della terra” (AN 216).

????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????? Non si può dire che Stevens non avesse, anche come uomo e nel suo lavoro, un senso solido della realtà. Com’è noto, il grande poeta americano fece un’importante carriera dirigenziale ad Hartford nel Connecticut, in cui risiedette per tutta la vita e da cui si allontanò pochissimo, solo per motivi di lavoro, per brevi vacanze in Florida o per rapide scappate nelle librerie e gallerie di New Jork. Egli divenne vicepresidente di una delle massime compagnie di assicurazione americane, la “Hartford Accident and Indemnity Company” (il suo ramo specifico professionale era l’assicurazione del bestiame trasportato al mercato), dove lavorò sino agli ultimi anni di vita. A proposito del suo rapporto col denaro, c’è un epigramma dal significato inequivocabile: “Money is a kind of poetry” (OP 165, AN 16).

Wallace-Stevens-Walk-Blackbird-1 Ora, Stevens riuscì a coniugare questo suo pragmatismo tipicamente americano a una straordinaria, vitalissima e feconda passione poetica. Il senso della realtà, per non scadere a realismo cinico e opportunistico, non può non risolversi – pensiamo qui al Musil de L’uomo senza qualità – nel senso della possibilità: a questo serve, fra l’altro, l’immaginazione poetica.
Wallace-Stevens-Quotes-1 Stevens distingue tra l’“evasione in senso peggiorativo” o elusione (che si ha quando il poeta è slegato dalla realtà e l’immaginazione non aderisce ad essa) e l’ “illusione benigna” (la “suprema finzione” della poesia), che arricchisce il mondo e aiuta tutti gli uomini a pensare e a vivere (cfr.AN 38,104-7;CP 120,L 402-3). A questo proposito Massimo Bacigalupo ha osservato che la “suprema finzione” stevensiana può essere utilmente messa in relazione al grande tema leopardiano dell’ “illusione” (cfr. AN 26). Per Leopardi, tutto il bello e il buono di questo mondo sono “pure illusioni”, senza le quali però non vi può essere poesia e si afferma la barbarie tra i popoli . Egli scrive nello Zibaldone : “Pare un assurdo, e pure è esattamente vero, che, tutto il reale essendo un nulla, non v’è altro di reale né altro di sostanza al mondo che le illusioni. (…) in ogni sentimento dolce e sublime entra sempre l’illusione, ch’è il più acerbo dolore il vedersi togliere e svelare” (Z 56). Per lui, il vero filosofo, che non è un illuso ed è lucido a proposito del reale, ama le illusioni, al contrario del falso filosofo che le disprezza (cfr. Z 477).

 wallace-stevens-riceve-un-premio-1951.j


wallace-stevens-riceve-un-premio-1951.j

 Se gli uomini credessero di più in “supreme illusioni” o “enti immaginari” come la generosità, la sensibilità, la giustizia, la fedeltà, la corrispondenza di amorosi sensi, etc., per Leopardi nel mondo vi sarebbe certamente meno infelicità; gli uomini sensibili continuerebbero a seguire delle illusioni, “perché nessuna cosa è capace di riempier l’animo umano, ma non è meglio una vita con molti piaceri illusorii, che senza nessun piacere? non si vivrebbe meglio se nel mondo si trovassero queste illusioni più realizzate, e se l’uomo di cuore non si dovesse persuadere non solo che sono enti immaginari, ma che nel mondo non si trovano più neanche così immaginari come sono? in maniera che manchi affatto il pascolo e il sostegno all’illusione. E dall’altro lato, non c’è maggiore illusione ovvero apparenza di piacere che quello che deriva dal bello dal tenero dal grande dal sublime dall’onesto. Laonde quanto più queste cose abbondassero, sebbene illusorie, tanto meno l’uomo sarebbe infelice.” (Z 113-4).

Wallace-Stevens-Quotes-2 Pur disilluso e amaro sulla nostra condizione, Leopardi così non cessa di invitarci con forza a una vita più ricca e felice. Con l’immaginazione l’uomo coglie una seconda dimensione degli oggetti: “All’uomo sensibile e immaginoso, che viva, come io sono vissuto gran tempo, sentendo di continuo ed immaginando, il mondo e gli oggetti sono in certo modo doppi. Egli vedrà cogli occhi una torre, una campagna; udrà cogli orecchi un suono d’una campana; e nel tempo stesso coll’immaginazione vedrà un’altra torre, un’altra campagna, udrà un altro suono. In questo secondo genere di obbietti sta tutto il bello e il piacevole delle cose. Trista quella vita (ed è pur tale la vita comunemente) che non vede, non ode, non sente se non che oggetti semplici, quelli soli di cui gli occhi, gli orecchi e gli altri sentimenti ricevono la sensazione.” (Z 1196).

sunny-breakfast

sunny-breakfast

 A queste fini osservazioni di Leopardi fa eco Stevens, in Esthétique du mal (pubblicata nel 1945 in plaquette e poi raccolta nel volume del 1947 Transport to Summer ), allorché si sofferma sui rischi di immiserimento della percezione e di perdita della sensibilità corsi dallo sguardo superficiale dei realisti incapaci d’incanto: “Perdere sensibilità, vedere quel che si vede,/ come se la vista non avesse le sue accortezze miracolose,/ udire solo ciò che si ode, un solo significato,/ come se il paradiso del significato cessasse/ di essere paradiso, questo vuol dire immiserirsi./ Questo è il cielo spogliato delle sue fontane” (H 378-9).
L’invito è qui esplicito al pieno dispiegamento e all’esercizio di quei sensi umani “educati e raffinati” che valorizzava Ludwig Feuerbach nel secolo XIX. Continua a leggere

2 commenti

Archiviato in critica dell'estetica, poesia americana

POESIE EDITE E INEDITE SUL TEMA DELL’ADDIO (Parte II) Mark Strand, Marco Onofrio, Anna Ventura, Adam Vaccaro, Ivan Pozzoni, Antonio Spagnuolo, Antonio Coppola, Alberto Figliolia

Ravenna chiesa di San Vitale Teodora- e la corte di Costantinopoli mosaicos-bizantinos-muestran-emperatriz

«Il tema dell’addio. L’addio è una piccola morte. Ogni addio ci avvicina alla morte, si lascia dietro la vita e ci accorcia la vita che ci sta davanti. Forse il senso della vita è una sommatoria di addii. E forse il senso ultimo dell’esistenza è un grande, lungo, interminabile addio».

Mark Strand april 1992

Mark Strand april 1992

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mark Strand

From the long sad party

Someone was saying
something about shadows covering the field, about
how things pass, how one sleeps toward morning
and the morning goes.

Someone was saying
how the wind dies down but come back,
how shells are the coffins of wind
but the weather continues.

It was a long night
and someone said something about the moon shedding its white
on the cold field, that there was nothing ahead
but more of the same.

Someone mentioned
a city she had been in before the war, a room with two candles
against a wall, someone dancing, someone watching.
We began to believe

the night would not end.
Someone was saying the music was over and no one had noticed.
Then someone said something about the planets, about the stars,
how small they were, how far away.

Mark_Strand

Mark_Strand

Dalla lunga festa triste

Qualcuno diceva
qualcosa sulle ombre che coprivano il campo, su
come le cose passano, come ci si addormenta verso il mattino
e il mattino se ne va.

Qualcuno diceva
di come il vento si spegne ma poi torna,
di come le conchiglie sono le bare del vento
ma le intemperie continuano.

Era una lunga serata
e qualcuno diceva qualcosa sulla luna che cosparge di bianco
i campi gelidi, e che non c’era niente da aspettarsi
se non sempre le stesse cose.

Non so chi parlò
di una città in cui era stata prima della guerra, una stanza e due candele
al muro, qualcuno che ballava, qualcuno che guardava.
Cominciammo a credere

che la sera non sarebbe mai terminata.
Qualcuno diceva che la musica era finita e non se n’era accorto nessuno.
Poi qualcuno disse qualcosa sui pianeti, sulle stelle,
di quant’erano minuscoli, quant’erano lontani.

marco onofrio

marco onofrio

marco onofrio emporium

 

 

 

 

 

 

 

Marco Onofrio

Un grande addio

La vita è l’arte dell’addio:
è lunga l’arte dell’addio
per imparare ad accettarlo
che la vita è tutto un addio
interminatamente
inesorabilmente
istante dopo istante
un grande addio.

 

Anna Ventura

Anna Ventura

 anna_venturaAnna Ventura

Non tu, domani

È il senso dell’addio,
questa nausea leggera,
quasi una spossatezza che,
all’improvviso, viene.
Sai bene che non puoi farci niente:
qualcosa, dentro, si è spezzato.
Non è la fine del mondo, è solo
un altro coccio rotto che si allinea
tra il vasellame che stipa gli scaffali
di questa lunga credenza dove
si chiudono le cose.
Qualcuno – non tu – domani
tenterà un restauro.

.

In un cesto di paglia

Qui c’è un topo di panno rosso,
lungo pochi centimetri
dono di una magica signora
che abitava sopra di noi, al mare:
l’aveva fatto lei, con le sue mani fatate
per regalarmelo
il ventisei luglio del millenovecentoquarantotto,
giorno di Sant’Andrea e mio onomastico.
C’è il vestito di organza verde,
a pallini bianchi, per i grandi balli del Liceo. C’è
Giuseppe De Robertis,
l’iride blu sotto il basco dello stesso colore,
quando mi strizzava l’occhio, a Firenze,
perché lui era la Letteratura e io
una conversa decisa a farsi suora.
Ci sono anche la menta, il farro,
l’olio di frantoio, il pepe e il sale,
gli ingredienti della cucina povera, tutti
in un cesto di paglia:
che non sia solo una metafora.

da Tu quoque Antologia, (Poesie 1978-2013) Edilet, 2014

adam vaccaro

adam vaccaro

 adam vaccaro Fronte SeedsAdam Vaccaro

Presente passato

E mi trascino dietro tante cose
povere cose
orgogliose
inaridite e dense di vita
facce e case
onde sonore profumi
che sogno sempre
di lasciare per sempre
e poi ritrovo
in un angolo inventato
di pensieri e ricordi
di ombre col loro
presente passato.

(1976)

La lingua tra i denti

La luna girando non berrà questo piombo
che la lingua curerà girando tra i denti
quasi un segno d’appuntamenti in un sogno
di tutte le notti (dove) chiacchierando privo
di questa stupida penna che la carta bucherebbe

Mi verrai incontro col tuo viso generoso e
quello scempio di corpo insanguinato abbandonato
all’ignobile richiamo che t’ha lasciato là
carponi sull’asfalto

Chiacchierando mi dirai finalmente
che solo oltre oltre
ci ospiterà la verità

Ah verità verità che hai sempre
così paura d mostrarti e vivi
rintanata
come fossi una ladra ma non sai
che qui ormai è tutto uno show
un bellissimo show dove i ladri
sono lustri e belli come il sole

(E) chiacchierando forando il tuo sguardo
di padre capace con un bacio
d’affogare i miei occhi ti dirò che stupido
stupido destino a non darti mai
di rubare neppure una patata (*)

Tu col viso rosso mi farai
e non fare il fesso
guarda come volo
come volo leggero
senz’ombra di piombo

(aprile 1989)

(*) Il riferimento è al campo di prigionia in Germania, in cui mio padre venne tenuto tra il ‘43 e il ‘45 a raccogliere patate, con la proibizione assoluta di rubarne qualcuna.

Ivan Pozzoni

Ivan Pozzoni

 Ivan Pozzoni Patroclo non deve morireIvan Pozzoni

My brother is dead – frater meus mortuus est

Non ho mai temuto di rinchiudermi in una cella francescana,
frate Leone butterato, 1.83 cm x 90 kg, colosso di porcellana,
a chiedermi come fai ad essere ancora innamorata e attratta,
me lo domando ogni volta che mi accosto un boccone al viso,
ingurgito tutto, desidero invadere il mondo, come un frastornato Narciso,
non mi muovo, disoccupato immerso nel lavoro, mi invento nomade sedentario
non rimanendomi altro da donarti che un bicchiere di Bellini misto ad un abbecedario.

Annego la mia fragilità in cocktail di alcool, Delorazepam e Paroxetina,
mi immergo nella lotta sondando Bauman, distante da una generazione allevata a cocaina,
convertendomi in menestrello – dovrei assomigliare a un elfo, non ad un troll-
canto con la sgraziata cacofonia, in un capannone industriale, di una fresatrice Bosch,
sperso auf Das Narrenschiff, sperimentati tutti i vizi, e, adesso, avanti marsch
con amore, casa, affitto, bollo, benzina, neutralizzato anarchico in dolce quarantena,
mi batto, cotidie, a disinfettare i tuoi sogni da trentenne minacciati da cancrena.

Non è che la bruttezza mi avvantaggi sul carattere, schivo come Salinger
il successo di The Catcher in the Rye, non riuscendo a trasformarmi in challenger
delle angoscianti sfide di ogni giorno, morto di fame vs. morto di fame,
mi avvicino ad essere l’anti-eroe omerico zittito da Odisseo, Tersite,
soffrendo mal di testa atroci dovuti a calci in culo e sinusite,
barcollo, senza mai mollare, ai ripetuti cali di energia:
governi corrotti, disoccupazione e riforme inutili fanno una bella sinergia.

Giano bifronte è morto nell’utero d’una vita baldracca
che non desidero affrontare coi lamenti striduli d’una checca,
resto da solo, davanti alla tastiera, condannato a smettere di battere a quattro mani,
troppo spesso, sciocco arrogante, m’arrogo d’esser Gulliver tra lillipuziani,
e non considero un disonore, ogni volta, debuttare a fianco d’un debuttante,
significa che l’arte non è morta, infettata dalla necrosi del contante. Continua a leggere

3 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, poesia italiana contemporanea

POESIE SCELTE di Kureepuzha Sreekumar a cura di Antonella Zagaroli

 

elefante indiano

elefante indiano

 «Le poesie di Kureepuzha Sreekumar sono rivelatrici del dolore e della disillusione della sua generazione. La sofferenza generazionale cui appartiene questo poeta indiano del Kerala (sud dell’India) è legata alle attuali incertezze causate dal degrado culturale e dalla perdita di ogni valore umano. In lui la poesia diventa un’esperienza sui temi, il processo, la riflessione e la conseguente ricerca di eventuali soluzioni».

Così inizia l’introduzione alla traduzione inglese, propria di Raman Nair, del testo Suicide Point, edito nel 1991 dalla casa editrice Jean Johnson di New York nella collana Writers Workshop.

kureepuzha sreekumar copertinaHo voluto far conoscere anche in Italia la poesia di Sreekumar, che ho incontrato la prima volta nel 2006. È un artista senz’altro sui generis rispetto al panorama italiano e agli stranieri da noi conosciuti. Lo propongo ora perché in Italia è un momento in cui la poesia ha bisogno di ripensare se stessa, il proprio senso, e di aprirsi a conoscenze che non siano strettamente occidentalizzate.

Kureepuzha Sreekumar è nato nel 1955 a Kureepuzha, un piccolo villaggio sulle rive del lago Ashtamudikajal, vicino a Kollam, Kerala, non distante dal Golfo Arabico. Il poeta è stato iniziato allo studio dei classici e della mitologia da suo padre, insegnante ma soprattutto lettore vorace e acuto. Suo nonno aveva tradotto in Malalayalam la Bhagavadgita e alcune Upanishads. La madre lo abituò fin da piccolo all’ascolto della poesia recitandogliela la sera e quando era malato. Suo zio è stato uno dei comunisti più attivi e riconosciuti del Kerala. Prima di finire la scuola, Sreekumar aveva già letto tutto ciò che era stato scritto in lingua Malayalam. Suo padre morì quando era poco più che ventenne ma gli lasciò in eredità una potenza vitale che lo accompagna ancora.

kureepuzha sreekumar 9Sreekumar scrive in Malayalam ed è estremamente conosciuto soprattutto fra i giovani, che cantano le sue poesie di ribellione e sulla natura. Ha rappresentato la poesia Malalayalam in molti incontri nazionali e internazionali.

La prima raccolta, Habibinte Dinakkurippukal, è stata pubblicata nel 1984; la seconda, Sreekumarinate Dukkangal, nel 1987, entrambe ristampate successivamente. Sono seguite poi Rahulan Urangunnilla, Penangunni, Yakshiyute Churidar, Keezhalan, Ammamalayalam, Ithiri Snehamundo Syringil, Kureeppuzha Sreekumarinte Kavithakal, e la traduzione Suicide Point.

Nei suoi testi, Sreekumar affronta il problema del significato dell’arte all’interno della propria vita. Nella poesia lunga La Poesia così si entra all’interno del processo creativo con tutto ciò che esso comporta per chi lo vive. I temi di Sreekumar sono personali e insieme universali, anche se parla di luoghi e situazioni che ci sembrano molto ingenui e a volte anche distanti.

Nelle sue poesie si pone il problema della distruzione della cultura prodotta dal cosiddetto progresso, meramente tecnologico; della perdita dei

kureepuzha sreekumar 5

valori nella vita sociale oltreché in politica e dei danni ambientali causati da una minoranza di popolazione che vive consumando come se avesse tre pianeti a disposizione e non soltanto la Terra. Egli riflette sulla situazione del mondo intero, pur vivendo appartato e parlando una lingua quasi ignota al mondo. Si occupa di pace con indignazione e utilizzando parole violente contro coloro che identifica come “demoni rampanti della società”. Il poeta va fisicamente e direttamente alle radici delle forze dell’annientamento e la sua poesia, in alcuni momenti, è una reale spinta alla rivolta a livelli molto profondi. Per questa ragione c’è assenza di narrativa nella sua scrittura:  la poesia è più forte e più incisiva della narrativa.

 kureepuzha sreekumar 12Sreekumar sostiene che alla morte del pianeta non seguirà alcuna rigenerazione reale, perché anche nella conoscenza e nella cultura “continueremo a costruire trappole, a servirci di rettili, veleni per nascondere la verità semplice e diretta.” Ogni poesia è proseguimento di un’altra e lette insieme esse compongono un lungo poema sul dolore. È quindi un poeta molto poco minimalista, volendo utilizzare la terminologia della critica italiana attuale.

Solitamente ogni poeta ha il suo tema emotivo privilegiato, quello di Sreekumar è la malinconia sviluppata spesso attraverso parole di rabbia, egli volutamente compie un viaggio all’interno dell’inferno da noi stessi creato. La sua poesia è stata definita un continuo working progress; egli vive all’interno di tale processo e contemporaneamente lo trasmette agli altri. È una poesia che a  un lettore poco attento potrebbe apparire soltanto autobiografica, in realtà, esplorando se stesso fino in fondo, egli è riuscito a trovare il filo conduttore che lo avvicina e identifica con gli altri esseri umani.

kureepuzha sreekumar 6

danza tribale

 A questo proposito vorrei citare la pittrice Frida Khalo che più volte affermò: “dipingo essenzialmente autoritratti di me stessa perché sono la cosa che conosco meglio e sulla quale possa permettermi tutto”. Io credo che ciò valga anche per il “lontano” poeta indiano e forse dovrebbe costituire la base di partenza di ciascun autentico artista. La sua è poesia deve essere sperimentata – cosa difficile da fare attraverso la traduzione – e non discussa. Sreekumar canta le sue poesie. Io ho avuto modo di ascoltarlo.

La prima volta che l’ho conosciuto, mi ha parlato da innamorato della sua lingua madre, lingua estremamente musicale e di origine popolare; mi ha riferito pudicamente della sua conoscenza diretta con Octavio Paz e con Mohammed Nezim; e d’un tratto ha affermato: “un poeta non può avere religione, né partito, perché lotta per la libertà di pensiero e per la solidarietà umana”. Pensai allora, e penso ancora di più oggi, quanto è diverso il suo pensiero, il suo modo di essere da quello della maggioranza dei letterati italiani, invischiati in faide, ripicche, ricatti, scambi di potere e quant’altro avvelena la nostra poesia e arte in generale.

 (traduzione dall’inglese di Antonella Zagaroli)

Antonella Zagaroli poetessa

Antonella Zagaroli

 

Lapoesia così

Poesia
col fuoco negli occhi
Poesia
con occhi di fuoco
Poesia evapora
Poesia brucia
Poesia scorri
nelle vene come lava.

Poesia
fluido profondo
nelle mie mani frantumate
da un dolore insopportabile
Poesia
che inciampi, corri
fremendo
come rombo di tuono
Poesia
seduta a consolarmi
che non ti allontani
durante le notti d’angoscia
.
Poesia chiaro di luna
svanisci
dentro la coscienza ferita,
la lenisci.
Poesia
frusta che sorride
se mi arrampico
con la croce.
Poesia
segui la tracce di qualcosa
quando le fiaccole ardono
sull’autostrada.

Poesia
col veleno in un seno
con l’ambrosia nell’altro,
Poesia
Poesia rimpianto
Poesia mai scheggia
Poesia unghia
che trafigge il cuore.
Poesia riverbero
al crepuscolo
quando suonano i chandravalayams
e parole ubriache
stillano sangue bollente.
Poesia seminatrice di sorrisi.
Poesia afferrata dal demonio
nel pensiero mio battente
ritmo di tamburo.
Poesia forsennata
danzi mi baci
mi spingi
nel letto rovo d’un sogno.

Poesia
con la spada in una mano
un fiore nell’altra
Poesia!
Poesia
inzuppata di pietà
ti insinui dentro di me
se urlo inferocito
per l’agonia inaridita
che gocciola dentro la ferita.

Poesia doccia
di fuoco che piove
dentro la tristezza
se passeggio ozioso.
Poesia
impregnata di sofferenza
mi tieni la testa in grembo,
mi accarezzi
e di nuovo ti lamenti.
Poesia come farfalla
kurava distendi parole
se canto il cuore distrutto.

Poesia ansia inquietudine
sei la mia pace
sensualità senza corpo
musica fatta di materia

Poesia sincerità
Poesia pienezza di verità
Sopportazione e sofferenza
del mio animo.

Kureepuzha Sreekumar

Kureepuzha Sreekumar

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La penna

La penna dentro di me
bagnata di lacrime
Un uccello-ballerina
immersa nel sangue
mi ha scritto sul viso
una canzone dolente.
Poi è andata via
in un vento qualsiasi.
Solo, seduto, ho pianto.

kureepuzha sreekumar 3

Kureepuzha Sreekumar

 

Messaggio telefonico

Le parole
dell’uomo morto
di là dal telefono.
Un altro dicembre e
anche tu verrai
a rifugiarti
sul mio terreno,
a sederti sul trono
triste e doloroso,
soltanto allora
per favore,
attacca il ricevitore.

kureepuzha sreekumar 11

 

Verso il momento del suicidio

Siamo vicini al suicidio

Questa è la nostra ultima passeggiata

Il cielo mai più sarà
blu
L’oscurità mai più
fiorirà nel rosso
Feste con canti
musica o lacrime
di felicità, mai più
Non canteranno e balleranno
mai più i ruscelli della foresta
e mai più arriveranno falene

alla ricerca del miele
Non ci saranno più mormorii di corde
Non batteranno più il tempo
le bacchette di tamburo
I bracciali del peccato
mai più
danzeranno nella consapevolezza
Mai più
fiori di lussuria
Mai più pensieri
toccheranno terra.
Sogni? Mai più
Non eromperanno
i suoni impercettibili
Non cinguetteranno più gli uccelli
Dalla foresta mai più
fragranza ottundimento.

Le nere bellezze
non andranno più a caccia del poeta
Non ci saranno numeri
Né problemi
L’occhio non cercherà nulla
Le lacrime non geleranno più
I frutti della tentazione
non circuiranno alcun desiderio
Mai più urla fragorose

Abbiamo cercato bellezze
di felicità ignote
impossibili da raggiungere
E abbiamo lasciato tutto

Ora siamo arrivati
all’ultima nostra passeggiata.
Ecco siamo vicini al suicidio

kureepuzha sreekumar 2

Kureepuzha Sreekumar

 

Questa è l’ultima nostra serata

Mai più cammineremo
mano nella mano
tentando di reprimere la sofferenza
Nessun margine, nessuna parola
perfino nessun ricordo
di racconti -barzellette
scivolerà via
Nessuna testimonianza da erigere
L’oscurità smetterà di tornare.
Non ci sarà la Croce del sud,
Kurisu la stella,
Mai più il sonno
accarezzerà le ciglia
Nemmeno i sospetti
più intricati cresceranno
Non penetreranno più
per vie traverse gli inganni
di qualche altro uomo.
Ti lascio
e mai più troverò
frutti di miele
Mai più la pioggia
per noi conserverà
canzoni indecenti
Se abbiamo corretto
gli errori commessi
non piangeremo mai più.
E ancora mai più
chiederemo perdono
gettando via parole
di preghiera o tristezza
per promesse mancate
Mai più romperemo
il ritmo della vita
Perché sì, questa è
la nostra ultima sera
Siamo vicini
al momento del suicidio
e questo è il nostro
ultimo incontro.
Cos’altro c’è da fare?
Gettare i pacchi di
nude speranze.
Cos’altro c’è da dire?
Seppellire borse piene
di inutili suoni.
Ma se prima pensi
di cantare una canzone
ripeti l’agonia infuocata
della mia poesia.
Lascia che la crudeltà
dell’ultimo incontro
sia un festival di parole.
Un poeta è un codardo.
Prima del suo ritiro
Prendilo
lasciagli finire la canzone.
Come alfabeti di fuoco
in versi pieni d’amore
lasciaci diventare
verità viventi e
senza corpo,
boccioli del ricordo.
Non vogliamo più
terre selvagge come quelle
attraversate,
terre in cui s’è perso
il significato delle parole.
Prima di adagiarci nei sogni
in cui si concedono le profondità
lasciaci non pensare
al nostro ultimo incontro.

Antonella Zagaroli è nata a Roma nel 1955. Opere letterarie: La maschera della Gioconda plaquette (1986) e libro (prefazione di Walter Pedullà Crocetti, Milano, 1988) che rispetto alla plaquette include anche i poemi Pi greco quinto e Coiffeur distratto; Il Re dei danzatori poema teatrale con musiche originali presentato a Roma e Provincia (1992); Terre d’anima, (1996); Come filigrana scomposta – racconto d’amore tango e poesia andato in scena a Roma nel 2001 e dopo la sua pubblicazione (2008) di nuovo a Roma e provincia; La volpe blu, prose poetiche e racconti (2002); Serrata a ventaglio (Roma, 2004); Quadernetto Dalìt saggio e reportage sul lavoro di volontariato fra gli intoccabili indiani poi tradotto in inglese col titolo Dalit Notebook Thoughts and Poems- An experience in India-, prefazione Vincent Arackal, attuale vescovo di Calicut India (2007; Venere Minima romanzo in versi e prosa (2009; Mindskin A selection of poems 1985-2010 con nota di Alfredo De Palchi e introduzione e traduzione di Anamaria Crowe Serrano (Chelsea Editions New York, 2011). Con Alfredo De Palchi il duetto poetico intitolato Intuire come possedere – Corrispondenza in versi (Italian Poetry Review volume VI, 2011 pubblicato nel 2013). In collaborazione con la fotografa Mariangela Rasi le raccolte La nostra Jera (Roma, 2010) e Trasparenze in vista di forma (Verona, 2013) nonché col pittore De Luca le istallazioni poetiche della breve raccolta Al di là d’ogni luce in mostra da Settembre a Dicembre 2012 a Pienza, da poco giorni riproposte in rete gratuitamente, con la Onyxebook, insieme a Serrata a Ventaglio. Dieci sue poesie sono comprese nella Antologia di poesia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Roma, Progetto Cultura, 2016)

In qualità di traduttrice ha finora pubblicato alcune poesie da Suicide Point dell’indiano Kureepuzha Sreekumar (Hebenon aprile-novembre 2010), la plaquette One Columbus leap, (Il balzo di Colombo) della poetessa irlandese Anamaria Crowe Serrano (Roma, 2012) e Hosanna – Osanna raccolta di epigrammi di Louis Bourgeois, poeta e scrittore statunitense (Trento, 2014). Le sue poesie sono apparse su riviste italiane, francesi, inglesi, americane e ultimamente anche su diversi blog italiani e stranieri. Alcune sue opere sono presenti nelle biblioteche di Londra, Budapest, Dublino e nelle università americane di Yale, Standford, Columbia, Stony Brook.

2 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea

POESIE EDITE E INEDITE SUL TEMA DELL’ADDIO (Parte I) Iosif Brodskij, Antonella Zagaroli, Giovanni Turra, Ambra Simeone, Giuseppina Di Leo, Gian Piero Stefanoni

«Il tema dell’addio. L’addio è una piccola morte. Ogni addio ci avvicina alla morte, si lascia dietro la vita e ci accorcia la vita che ci sta davanti. Forse il senso della vita è una sommatoria di addii. E forse il senso ultimo dell’esistenza è un grande, lungo, interminabile addio».

 

canciani 

Iosif Brodskij

Iosif Brodskij

Iosif Brodskij

Arrivederci, o magari addio

Non è necessario che tu mi ascolti,
non è importante che tu senta le mie parole,
no, non è importante, ma io ti scrivo lo stesso
(eppure sapessi com’è strano, per me, scriverti di nuovo,
com’è bizzarro rivivere un addio…)
Ciao, sono io che entro nel tuo silenzio.
Che vuoi che sia se non potrai vedere come qui ritorna primavera
mentre un uccello scuro ricomincia a frequentare questi rami,
proprio quando il vento riappare tra i lampioni,
sotto i quali passavi in solitudine.
Torna anche il giorno e con lui il silenzio del tuo amore.
Io sono qui, ancora a passare le ore in quel luogo chiaro che ti vide amare e soffrire…
Difendo in me il ricordo del tuo volto, così inquietamente vinto;
so bene quanto questo ti sia indifferente,
e non per cattiveria, bensì solo per la tenerezza
della tua solitudine, per la tua coriacea fermezza,
per il tuo imbarazzo, per quella tua silenziosa gioventù che non perdona.
Tutto quello che valichi e rimuovi
tutto quello che lambisci e poi nascondi,
tutto quello che è stato e ancora è, tutto quello che cancellerai in un colpo
di sera, di mattina, d’inverno, d’estate o a primavera
o sugli spenti prati autunnali – tutto resterà sempre con me.
Io accolgo il tuo regalo, il tuo mai spedito, leggero regalo,
un semplice peccato rimosso che permette però
alla mia vita di aprirsi in centinaia di varchi,
sull’amicizia che hai voluto concedermi
e che ti restituisco affinché tu non abbia a perderti.
Arrivederci, o magari addio.
Librati, impossessati del cielo con le ali del silenzio
oppure conquista, con il vascello dell’oblio, il vasto mare della dimenticanza.

Antonella Zagaroli

Antonella Zagaroli

 labirinto

 

Dalla sezione Costruzioni cinematografiche

Apologia della Libertà

La telecamera si avvicina
Lentamente al letto bianco
Al quaderno col risvolto nero

(…)
Guardate oggi è il mio turno.
Non esisto più.
Finalmente mi libero da ogni guardiano.
Muoio al mondo senza suicidarmi
(non ho questo coraggio).
Non c’è più sesso nel mio corpo.
Sola, mi lascio toccare soltanto dal letto.
Abbasso le braccia.
Non sono riuscita ad essere un centro qualsiasi.
Ho fallito.
Finalmente dico basta alla mia spoliazione.
Ad occhi chiusi e nel letto disegno il futuro.

(…)
Adesso al buio il fremito mi prepara:
“cammina, cammina la principessa
va all’appuntamento
………………………”

(…)
Senza volontà cambio volto
divento un grande orecchio
rintocco di piume
dilatazione di boccioli
voce in fondo agli abissi
………………………
Piano sequenza lentissimo sul volto e sul corpo della donna nuda.

Ecco finalmente lascio il deserto e
vado via anche da te, figlio senza padre
claudicante castellano della solitudine
dolente cavaliere di principesse e principi
ultimo regnante dalla parola magica.
Mi allontano dalle tue e dalle mie vedovanze
caro volto, voce di ambigua specie
confuso crogiuolo di lutti passati
bagliore di inaspettate gemme emotive
per comuni slanci di tenerezza.
Sì, la persistenza è fuggevole volo
a chi soffoca la sulfurea materia,
prezioso custode della malincolìa!
A te finalmente restituisco
il giardino-labirinto d’ogni incontro.
Perderò le trasfigurazioni del tuo viso.
Nel letto insieme alla respirazione
interrompo lo slancio verso il martirio,
ho imparato la carnalità dell’anima.
Oggi, alleggerita dall’ardore,
ubbidisco alla morte.

 

labirinto aleph

labirinto aleph

Dalla sezione La vista del Corpo

Un grido di idee dallo stomaco
e le gambe si alzano
la lingua si ferma,

il colore senza più matite
compone l’assonanza,
l’unica possibile conoscenza.

Il segreto scompare:
“E se la Morte fosse Dio
Buddha Yahvè Allah

la Grande Madre
apparsa concreta
nella vita di Cristo?

Sarebbe Lei la Verità Rivelata
dell’esistenza tutta
motore e paura degli umani?

La continuità della luce?
L’amore senza ragione
al di là di ogni pulsazione?”

“Sì. Morte è notte sole luna stelle
luogo che si perpetua
per tutti coloro che la trovano.

Cratere d’acqua, deserto,
lirico roco lamento
che turba e rasserena,

fiammella, dubbio,
tristezza nella sosta
per l’ignoto.”

Allora mi affido a lei
nella cenere bagnata

la penetro,

nel renderle grazie
scuoto la difesa e vedo
vedo il giardino del tiaso.

(Venere Minima, Rupe Mutevole Bedonia (Parma) -2009)

Giovanni Turra

Giovanni Turra

 

wassily-kandinsky-yellow-red-blue-1925

wassily-kandinsky-yellow-red-blue-1925

 

 

 

 

 

 

 

 

Giovanni Turra

l’orologio da parete

Il pensile orologio da parete,
il metallo brunito della scocca.
Con tatto d’entomologo ne sfili
come altrettante ali le lancette:
un volo di lancette sul quadrante,
tutta la tua vita in un botto.
E s’accampano di getto,
come usciti dall’armadio,
i tuoi morti uno e due.
A mezzo busto dentro una cornice,
in un giorno di sole.

 

l’apolide

Mio padre l’apolide,
gravato nel petto per l’angina,
ben conosceva tutti i duty-free
del Norico, della Pannonia.
E mai s’è dato che per me,
l’unico figlio,
ne sia tornato senza
la stecca rossa di Marlbòro
a metà prezzo.
Così oggi persino questo
mi tocca ricordare:
dei miei vizi,
assolti impunemente
e per amore
dai miei vecchi genitori. Continua a leggere

3 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, poesia italiana contemporanea, Senza categoria

SEI POESIE di Michael Krüger “La poesia del quotidiano” Commento di Giorgio Linguaglossa

 Michael Krüger BerlinoMichael Krüger copertina

Michael Krüger Il coro del mondo Milano, Mondadori, 2010  pp. 202 € 15,00 traduzione di Anna Maria Carpi

 

 Il linguaggio di poeti come Yeats ed Eliot non è più il linguaggio degli uomini comuni del tempo di Wordsworth ma è un linguaggio «nuovo» che ha acquisito, tramite la rivoluzione dei linguaggi mediatici, una sofisticatissima colloquialità. Quello che Yeats rimprovera a Eliot noi lo potremmo rivolgere a Michael Krüger e, più in generale, alla poesia moderna. Scrive Yeats: «Eliot has produced his great effects upon his generation because he has described men and women that get out of the bed or into it from mere habit; in describing this life that has lost at heart his own art seems grey, cold, dry. He is an Alexander Pope working without apparent imagination, producing his effects by a rejection of all rhythms and metaphors used by more popular romantics rather than by the discovery of his own, this rejection giving his work an unexaggerated plainness that has the effect of novelty».

Michael Krüger

Michael Krüger

«A noi, residuo plurilingue», scrive Krüger spetta un linguaggio poetico talmente logorato dalla civiltà mediatica da essere un qualcosa di assolutamente inutilizzabile (non-orientabile, come il nastro di Moebius), un qualcosa: «che era già stato scartato» scrive il poeta tedesco, secondo il quale il linguaggio poetico è qualcosa che proviene già da uno scarto di qualcun altro e di qualcosa d’altro. Ed è proprio questo il particolare, diciamo così, statuto del linguaggio poetico contemporaneo. Quasi che una posizione di autenticità sia possibile soltanto aggiudicandosi dosi massicce di «scarti»; quasi che la situazione di attesa dell’uomo contemporaneo sia analoga a quella  di chi, poiché «tutti gli aerei atterravano con ritardo/ e non c’erano più decolli», a cui spetta «l’odioso posto in mezzo»; un’attesa che è un intermezzo, un interludio, un interspazio-temporale tra decolli annunciati e cancellati. Come se la cancellazione fosse la spia di una condizione oggettiva per ristabilire il giusto ordine delle cose; è una poesia questa che non deriva più da alcun ordine delle cose, perché non c’è alcuna ragione di un tale principio nella società dell’organizzazione totale e della globalizzazione amministrata. Ciò che spetta alla poesia è esplicitamente indicato nella poesia intitolata «Discorso di un viaggiatore», dove il «viaggiatore», dopo il viaggio, si rende conto che non gli è restato nulla: «Se lei permette, prendo un pezzo di pane e un po’ di vino. Grazie. Adesso mi sento quasi come a casa».

Michael Krüger

Michael Krüger

Diciamo che è la condizione dell’uomo del tardo Moderno quello che sta a cuore a Krüger, e la poesia è soltanto uno strumento (sofisticatissimo) per la rilevazione delle quantità di isotopi di uranio e di cesio che si trovano nell’atmosfera (nella biosfera) dell’ambiente linguistico. Assodato che la democrazia del tardo Moderno è quella che reclama a gran voce che tutte le arti siano eguali, eguali in quanto tutte inessenziali; inessenziali in quanto tutte decorative… e che la tendenza al decorativismo costituisca il piano inclinato di tutta l’arte del tardo Moderno, è un dato difficilmente oppugnabile. Addirittura, risulta problematico financo discorrere di arte nel «reale» del villaggio globale e del villaggio mediatico, che conosce soltanto, come è stato detto,  la diffusione dell’estetico, dato che se ne è perduto il concetto; senza contare che un’arte senza stile quale è quello della poesia del tardo Moderno ricade e rientra nell’estetico per la porta di servizio (non certo per la porta principale). Direi che un’arte senza stile è quella che richiede la diffusione dell’estetico in quanto: che cos’è l’estetico se non un «servizio» che la diffusione dell’architettura e del design permettono all’arte della democrazia dispiegata? Anche se è vero che tutte le filosofie che discettano di un’arte senza stile non sanno quello che fanno (impegnate come sono nell’eutanasia della libertà), in verità, essa sta incondizionatamente dalla parte della comunità servile, orgogliosamente partigiane della techné dei medaglioni.

Michael Krüger

Michael Krüger

La poesia di Krüger ha questo di vero, che si occupa dell’amministrazione degli «scarti» come un amministratore di condominio si occupa dei rapporti millesimali tra i condomini. Il poeta come amministratore del condominio dei propri «scarti», di tutto ciò che è scaduto da tempo ed è perciò inutilizzabile (inutilizzabile innanzitutto per i lettori della borghesia illuminata). Una poesia che cerca se stessa nella discarica indifferenziata dei rifiuti è una «cosa» talmente ostica e inafferrabile da determinare un rifiuto istintivo, lo capisco…  così, la migliore poesia per la Germania è quella che descrive la perdita dei «foglietti»; analogamente, la migliore poesia per descrivere l’«inverno» è quella che «narra» il fatto che il proprietario dell’agenzia di viaggi «ha preso la cassa e ha tagliato la corda», e che «la nettezza urbana» dichiara di non avere problemi, etc. E come vanno le cose con il «quotidiano»? Beh, i rapporti che il poeta tedesco tiene con questa inafferrabile entità sono rapporti del tutto fortuiti, spastici e apotropaici: «In casa tengo la porta solo accostata», per favorire l’entrata della persona che si aspetta, perché «potrebbe darsi che tu venissi. Posso aspettare./ Posso aspettare…». Ed ecco che la poesia si compone più che di esperienze vissute, di esperienze mancate; è la «mancanza» di esperienze significative quella che fornisce il paradigma e il pentagramma iconico entro i quali far svolgere gli avvenimenti del «poetico».

Michael Krüger

Michael Krüger

Se prendiamo atto del retroterra da cui muove questa poesia, allora apparirà chiaro che la forza espressiva dei componimenti di Krüger deriva proprio dalla consapevolezza che l’autore ha del demanio di rottami e di scarti entro il quale la poesia deve provare a rovistare e saccheggiare: le esperienze significative saranno, appunto, quelle che abitano stabilmente il demanio dei rifiuti indifferenziati delle esperienze attingibili dalla generalità, ovvero, attingibili soltanto nella loro manifestazione fenomenica di indirezionalità.

Da quanto precede risulterà chiaro che la poesia di Krüger intende porsi come una zona refrattaria alle tendenze apologetiche del minimalismo europeo proprie del tardo Moderno, che personificano l’esigenza di razionalizzazione del «reale» (che è affetto da quella sorta di dimagrimento permanente che sono le esperienze de-realizzate di cui esso è costituito). «È tutto tranquillo. Non è successo niente», scrive Krüger. Siamo già dentro la dimensione della superficie superficiaria, della direzionalità indifferenziata, della stagnazione permanente.

Michael Krüger 4È chiaro che il non-stile del tardo Moderno sia anche uno stile, anzi, lo stile par excellence del tardo Moderno: lo stile del beota, lo stile omiletico. Forse nessuno come Montale ha compreso così a fondo le questioni legate allo stile da «ectoplasma» nell’epoca della pinguedine dello stile che caratterizzava gli anni Settanta; ma oggi, in pieno tardo Moderno (che più tardo non si può), lo stile omiletico trova il suo corrispettivo sintagmatico nello stile ironico colloquiale che prende in prestito dalla oralità del telefilm e del cabaret la pinguedine della propria irresponsabilità estetica.

Da questi pochi cenni apparirà chiaro come Krüger sia uno tra i pochi poeti europei contemporanei che scrive una poesia di responsabilità estetica, che ha il coraggio di addossarsi tutta la responsabilità derivanti dallo statuto del proprio atto linguistico. Di qui il mio augurio di leggerlo e meditarlo.

 Michael Krüger

Michael Krüger

 

 

Come vanno le cose

È tutto tranquillo. Non è successo niente.
L’errore di scoprire il mondo lo rimpiangiamo da un pezzo.
Ogni colpo di vanga, ogni osso ritrovato, ogni speranza dissepolta:
la loro inefficacia è dimostrata da un pezzo. Le rovine
si edificano su progetto, anche questa una vecchia soluzione per dopo.
Sulle macerie artificiali abitano famiglie, accanite
a distribuire foto a colori: istantanee senza garanzia.
Si parlava di una piccola lista di obiezioni,
ridicolaggini, non mette conto di parlarne: non mette conto
comunque d’interrompere gli altri.
Tutto è tranquillo. Non è successo niente.
Le piccole ferite sanguinano come al solito, i ritardi
non hanno motivo. In altre parole, in altro modo,
detto altrimenti: il caso ne esce di nuovo vittorioso,
la ragione è battuta: nemmeno questo
le si vede addosso. Il suo profilo si è fatto più morbido
da quando parla solo di se stessa, i suoi occhi sono
più accademici, ogni sua uscita è facilmente scusabile.
È uno spasso diabolico starla a guardare: le soavi
drammatizzazioni della sua indifferenza.
È tutto tranquillo. Non è successo niente.
I sentimenti si sono fatti meno vistosi, era da aspettarselo, l’odio,
si è mutato in invidia. Non vi eccitate,
niente storie, niente malinconie: il finanziamento dell’apatia
è assicurato. L’export si sta riprendendo. La vita
è ora capace di miglioramento, finalmente
gli sforzi sono valsi la pena. Al museo, indifese,
le timide ambizioni dei passati:
a ognuno si fa chiaro come il sole su cosa si è infranta la storia.
Non è successo niente. È tutto tranquillo.
L’alfabeto è di nuovo in uso, le tabelline,
il dialogo ha congiuntura. I vecchi cappelli,
le vecchie profezie, i vecchi fenomeni: tutto
sembra nuovo. Ognuno da ieri ha la chiara sensazione
di esserci. Ognuno si presenta bene. Ognuno guarda ognuno
con interesse. Le conversazioni balbettanti
sono ammutolite, tutto scorre, fluisce, gli intimi
deragliamenti non ci sono più. L’oscuro è stato eliminato:
aforismi descrivono il mondo con mortale chiarezza.

Michael Krüger

Michael Krüger

 

 

 

 

 

 
So già cosa mi aspetta, oltre alla pioggia,
novembre. Il futuro non conosce
nessuna nicchia, anche le domeniche occupa
fino a tutto settembre. Bisogna essere
bambini, per gioire del prossimo aprile,
e maggio, anche se misurato, è pieno
di false attese. E giugno?
Imbrattato di scrupoli,
le circostanze inevitabili della vita.
Ad ore mi si consuma
il tempo, anche ad agosto. Se resto
in vita ci vedremo a dicembre,
non dimenticarti quello che volevi
chiedermi. C’è ancora un giorno libero,
poco prima la fine dell’anno.
Per sempre resterà il desiderio
di non volere sapere quando
ci raggiungerà la disgrazia, che non
è segnata sul calendario.

Michael Krüger nel 1974

Michael Krüger nel 1974

Michael Krüger 10

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel cortile, presso i bidoni della spazzatura, nell’angolo oscuro,
dove gli ubriachi del bar “Miracolo” vomitano
quando le parole nella giungla
dei loro ruvidi trionfi, hanno massacrata uno a calci,
alle quattro del mattino, lo potevo sentire. E ho visto
come la sua testa rimbalzava sull’asfalto bagnato
e come le sue gambe dondolavano al ritmo
dei calci. L’importante è non sporcarsi le mani.
Lui giaceva là. appallottolato e gettato via
come molte altre cose che ci danno fastidio,
il pugno come duro cuscino sotto la testa.
Quando mi avvicinai alla finestra, la luce alle spalle,
e alzai la mano, la cui ombra stranamente lunga
si proiettò tremolante sulla vittima, gli aguzzini
guardarono in su: se voglio continuare a vivere qui
in zona di guerra, dovrò cambiare nome.
Capita spesso ora da queste parti,
dice il poliziotto, che piegato sulle ginocchia traccia un cerchio
col gesso attorno all’uomo ancora vivo, scatta una foto, poi
lo gira a fatica sulla schiena, in modo che la sua testa
guardi verso l’alba, la lotta dei vivi
si fa più dura. Vogliono la guerra. La inscenano
per essere pronti in caso di emergenza.
Così come nel corpo del potere cresce l’impotenza
e nel linguaggio dell’ordine un altro linguaggio,
che si rifiuta di formare le frasi giuste
che ognuno capisce, così cresce dietro il muro
della pace una piccola guerra. E’ un fatto,
è così com’è, e adesso se ne torni su a letto,
e se suonano, non apra
la porta. Continua a leggere

1 Commento

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, poesia tedesca

POESIE di Annamaria De Pietro “Petizione”, “La vana conta degli astragali”,  Steven Grieco “Preveza”, “Firenze, febbraio: sera”, Giuseppina Di Leo “Per mia madre”, Umberto Simone “Seppellendo Afrodite”, Salvatore Martino “ Sopra un quadro di Böcklin”, Rossella Seller “Olocausto”,  Anonimo “Scena della vestizione” SUL  TEMA DELL’ISOLA DEI MORTI di Arnold Böcklin (STIGE o ACHERONTE)

arnold bocklin Toteninsel (L'isola dei morti)

arnold bocklin Toteninsel (L’isola dei morti)

 Arnold Böcklin (1827-1901) dipinse diverse versioni del quadro fra il 1880 e il 1886. L’opera fu estremamente popolare all’inizio del XX secolo e affascinò personaggi come Sigmund Freud, Lenin, George Clemanceau, Salvador Dalì e Gabriele D’Annunzio. Adolf Hitler ne possedeva una versione originale, acquistata nel 1936.

Tutte le versioni del dipinto raffigurano un isolotto roccioso sopra una distesa di acqua scura. Una piccola barca a remi, condotta da una persona a poppa, si sta avvicinando all’isola. A prua ci sono una figura vestita di bianco e una bara bianca ornata di festoni. L’isolotto è dominato da un bosco fitto di cipressi, associati da lunga tradizione con i cimiteri e il lutto, circondato da rupi scoscese. Nella roccia sono presenti quelli che sembrano essere portali sepolcrali. L’impressione complessiva è quella di uno spettacolo di desolazione immerso in un’atmosfera di mistero.

Arnod BocklinToteninselArnold Böcklin non ha fornito alcuna spiegazione pubblica circa il significato del suo dipinto, anche se l’ha descritto come «un’immagine onirica: essa deve produrre un tale silenzio che il bussare alla porta dovrebbe fare paura». Il titolo, che gli è stato dato dal mercante d’arte Fritz Gurlitt nel 1883, non è stato specificato da Böcklin, anche se deriva da una frase scritta in una lettera inviata nel1880 ad Alexander Günther, che aveva commissionato l’opera. Non conoscendo la storia delle prime versioni del dipinto, molti critici d’arte hanno interpretato il vogatore come una rappresentazione di Caronte, che nella mitologia greca conduceva le anime agli inferi. L’acqua è quindi il fiume Stige o l’Acheronte, e il passeggero vestito di bianco un’anima recentemente scomparsa in transito verso l’aldilà.

Arnol Bocklin Isola_dei_Morti versione originale

Arnol Bocklin Isola_dei_Morti versione originale

La spiaggia di Levrechio sull’isola di Paxos si trova di fronte alla foce dell’Acheronte fiume che attraversa l’Epiro, regione nord-occidentale della Grecia, e si congiunge col mare nei pressi della cittadina di Parga. L’Acheronte è un affluente del lago Acherusia e nelle sue vicinanze sorgono le rovine del Necromanteio, l’unico oracolo della morte conosciuto in Grecia. Ma Acheronte (in greco Ἂχέρων, -οντος, in latino Ăchĕrōn, -ontis) è anche il nome di alcuni fiumi della mitologia greca, spesso associati al mondo degli Inferi.

Secondo il mito sarebbe proprio un ramo del fiume Stige che scorre nel mondo sotterraneo dell’oltretomba, attraverso il quale Caronte traghettava nell’Ade le anime dei morti; suoi affluenti sarebbero i fiumi Piriflegetonte e Cocito. Il suo nome significa “fiume del dolore”. (nota di Francesco Aronne)

annamaria de pietro 2010 febb

annamaria de pietro 2010 febb

annamaria de Pietro Magdeburgo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Annamaria De Pietro

Petizione

Morte, in vece della falce
che recide i garretti, sia la spada
l’arma che tiene il guanto.
Prendi il cuore soltanto,
non strisci a banda bassa la tua strada
come una nota in calce.

 

La vana conta degli astragali
(profezia bolla chiusa)

L’anno lancia gli astragali, e nel fosso
dentro pianura li conta la rana
quanti le bolle d’aria che nell’aria
rende oltre l’acqua all’aria e sale e varia
la conta e scoppia a tempi a spazi vana,
somma che è zero, conto chiuso in rosso.

(da Magdeburgo in Ratisbona, 2012)

 

Steven Grieco

Steven Grieco

foto di Steven Grieco

foto di Steven Grieco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Steven Grieco

Preveza

Sono tornato a queste acque ipnotiche,
ai promontori azzurri
alle montagne in un velo di foschia

per ritrovare coloro che non vedevo da tempo,
invecchiati,
la lunga strada abbandonata
che va verso il mare
fra i giunchi piegati dal vento;
di nuovo sono entrato negli interni oscuri
nell’ora accecante di mezzogiorno

pensando,
in questo orizzonte di lungomari
e caffè deserti
e uomini disoccupati seduti fuori ai tavolini
come poeti in attesa,
di ritrovare le stesse figure
che affollano lo specchio nascosto delle mie notti.

Ma anche questo è falso,
come se il nostro rischioso oscillare
fra l’identità e il suo inganno
fosse “noi”,
scissi per sempre fra questo e quello:

come se il nostro senso delle cose,
una volta compiuto
(con ogni colore imprigionato nell’azzurro),
non potesse mai più spezzarsi,

mai più trasfigurarsi.

(Questa poesia, nella sua versione originale inglese, è stata pubblicata nel 2012 nella rivista online Mediterranean Poetry).

 

Firenze, febbraio: sera
Per M. and V.

Tredici anni fa, come oggi,
noi tre sediamo al tavolo di cucina
davanti alla finestra,
guardando il sole fermo
sopra chiese e palazzi.

L’aria si accende
con una domanda senza risposta

un uccello scioglie il nostro abbraccio,
divincolandosi dalla pietra si invola
nell’ora dopo ogni addio:

e noi, stupiti, entriamo, figli miei,
nell’imbuto che si apre a dismisura
per intravedere come l’oggi
ignaro di ogni esperienza
gioca pericolosamente
con le tinte dei giorni passati e futuri.

Laggiù, nelle piazze e nelle vie
dilaga il tramonto che si mescola alla luce
dei lampioni,
cento facciate di case avvampano nell’oro,
i folli bevitori di vino si riversano nella notte
con gli occhi illuminati.

Che questo non ci dia dolore:
perché le nostre vite
già disperse in città lontane
come blocchi di pietra in muri impervi

affronteranno lo stesso splendore
quando esso di nuovo viaggerà
verso il nord del mondo.

Nessun inganno ci tradirà.

Ma restiamo adesso, per qualche attimo,
assorti qui: contempliamo
l’oscurità di questo momento.

Un’arancia risplende
sul nostro tavolo – i suoi spicchi
senza numero

(trad. dall’inglese dell’autore)

 

giuseppina di leo

giuseppina di leo

foto di giuseppina di leo, Lisbona

foto di giuseppina di leo, Lisbona

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giuseppina Di Leo

Agnizione

C’è stato un tempo in cui calanchi erano le parole
scurità apicali infilzavano occhi discendenti lame
bocche orribili. E di un dio non vidi mai la fine.
Mezza pagina era troppo. Né parlarti
spostava lo sgomento dei tre sì e dei tre no.
Su quale fragile armonia s’incammina la rabbia
stesa in alto pressa un tavolo di accordi poche facce
si riconoscono tra gli estranei nel momento del saluto.

*

Con l’odio serrato nel petto scrivi pure
la nenia per addomesticare le belve
ama il prossimo tuo evitandolo da sempre
erigi l’altare della benevolenza sotto il grido
uccelli auspici colpisci con la fionda;
la lingua di sangue bagnata nel ruscello
scherma il velo alla ragazza
mai amata né tradita, solo schernita.
– h.: 16,40

*

Giovedì 28 marzo 013
Autori poco noti ritraggono il pensiero
per facili associazioni affermazioni sostengono.
Ma lei sentì la veglia che dal mio corpo
il vento stanco le trasmise. In desiderio
in crescendo la mano raggiunse la porta. Eloisa
ha pallidi i lineamenti, le scarpe ai suoi piedi sollevati
come la veste intorno alla coscia sinistra adagiata
su di un lato aspetta il corpo che sussulti
che sia portato fuori all’alba. Ma che nulla resti
che non chiudano la porta. Ci penserà lei stessa dopo
a ribatterla con forza.

(inedito)

 

Umberto Simone

Umberto Simone

 maschera

 

 

 

 

 

 

Umberto Simone

Seppellendo Afrodite

Spranghe coltelli roncole, ecco la mansuetudine
dei Cristiani se vincono! e anche gli schiavi nati
in casa, dopo tanti gai Saturnali in famiglia, un battesimo
basta per farne estranei dagli occhi troppo accesi –
perciò stanotte, in gran segreto, solo,
a una buca scurissima nell’angolo più occulto del giardino
affido i tuoi candori, mia piccola Afrodite,
che hai finora abitato gentilmente il ninfeo, sopra una festa
sussurrante di rivoli e di mirti,
opera luminosa di un allievo fra i più illustri
dell’eccelso Prassitele , ma per costoro opera del demonio,
idolo immondo, sconcia nudità.

Non voglio che i martelli ti spengano il profilo, che disperdano
le armoniose avventure dei tuoi riccioli,
che infrangano per sempre quell’accenno di gesto con il quale,
per malizia, o pudore, o l’uno e l’altra insieme,
non dimentica d’essere, prima che dea, una donna,
inviti al pube in ombra, forse, o forse lo schermisci …
Distruggere? è un momento – mentre occorrono giorni e giorni e giorni,
e una lenta erosione d’amore e di dolore,
perché il marmo di Paro somigli a carne, e quella carne al sogno.
Non lo sanno, i pii barbari: non pensano al miracolo di te
che viva sei davvero spuntata dalla pietra come inventano
sia evaso dalla tomba spezzandone il macigno il loro Re.

Ma adesso sei sparita di nuovo, tutta . Spiano il suolo, elimino
ogni traccia. E rientrando la tua nicchia deserta
è un’orbita spolpata, acque e fronde si sono ammutolite
quasi già strette dal vetroso inverno –
un corpo privo d’anima sembra a un tratto il giardino senza te.
E proprio questo cercano, editto appresso a editto,
odiando e salmodiando, imperatori baciapile in serie:
strapparci vista e voce ed innalzare
una rete spinata di cilici
intorno alla bellezza, e deformarci in angeli con ali
e aureole, e senza i sensi – i musicali,
i colorati sensi. Ma falliranno. Perciò ti preparo.
Coltelli e spranghe e roncole non sono eterni, e invece tu lo sei.
Vincono, i mansueti Cristiani, ma per poco. E tornerai.

E accadrà all’improvviso. Staranno forse costruendo un ponte,
una strada, una casa. Si fermerà il cantiere. Chiameranno
in una lingua ancora sconosciuta,
levandosi il berretto, tergendosi il sudore, gli operai.
Arriva un vecchio, il capo, e s’inginocchia, per guardare meglio –
già s’inginocchia, sì, senza nemmeno
averti vista intera! perché soltanto un che di bianco affiora …
Dalla terra riemergi stavolta, non dal mare.
E felice colui che, delicato,
intimidito, come un inserviente
delle terme di fronte ad una Augusta,
con un’umida spugna indugerà su chiome e spalle e seni,
lavandone via i secoli e l’esilio e le tenebre, lavandone
la polvere sconfitta. Continua a leggere

3 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, poesia italiana del novecento

SEI POESIE di UDAYAN VAJPEYI (prima traduzione in italiano) da ADRSHYA JIVAN, LA VITA INVISIBILE, traduzione dal hindi e presentazione di Steven Grieco

Udayan tempio Jain

tempio Jain

Udayan Vajpeyi

Udayan Vajpeyi

(con la gentile consulenza di Dr. Shalini Sharma e Francesco De Mandato)

Udayan Vajpeyi nato nel 1960 a Sagar, nel Madhya Pradesh, è letterato e medico di professione. Vive a Bhopal (dove nel 1984 avvenne il disastro dello stabilimento della Union Carbide). Ha pubblicato diversi libri di racconti, due libri-intervista fra cui Abhed Aakash (Spazio indiviso) con il regista Mani Kaul, e inoltre molti saggi su argomenti filosofici, sulla pittura e la musica, sul teatro classico sanscrito e infine sulle popolazioni tribali originarie del suo stato, il Madhya Pradesh.

Udayan Ragione 18

India

In ambito poetico, notiamo tra le altre raccolte significative, Adrshya Jivan, La vita invisibile, tradotta in francese e pubblicata prima presso Cheyne éditeur nel 2000, e in seguito ripubblicata da Ragage éditeur nel 2007. Da questo volume sono tratte le poesie che seguono.

Sue poesie sono state tradotte in diverse lingue indiane, in inglese, svedese, polacco, bulgaro, e altre. Ha tradotto in hindi testi di Octavio Paz, J. L. Borges, Anton Chekhov, Iosif Brodsky, Philippe Jaccotet, Shuntaro Tanikawa, Balchandran Chullikad, e altri. Dirige la rivista Samas in lingua hindi, ed è membro di diverse redazioni di riviste letterarie e di poetica, fra cui Kavita Asia.

Ha parlato su arte e letteratura a Mosca, Parigi, New Delhi, Heidelberg, Bombay e altrove.

udayan_vajpayi conversation

ARRIVO

“Prepara la casa, che abbia l’aria felice.” Questo disse, o forse fui io a sentirlo. Avevo la febbre, lei era esausta per la giornata. Sulla sua fronte e nell’aria piovosa, un’oscurità fitta. Non c’era nessuno degli ospiti che non ci avrebbe visto litigare. “Prepara la casa, che abbia l’aria felice!” ripeteva di continuo.
L’acqua continuava a bollire sulla stufa.
C’era ancora tempo prima dell’arrivo del treno.
Sulla strada gli ubriaconi borbottavano fra di loro. Nei sobborghi sudici della città i mendicanti avevano preso sonno. Nell’albero del neem la vedova nera tesseva la notte.
Venne la sua voce dalla cucina: “guarda, guarda, il geco morto è tornato in vita e sta correndo sul muro! Alzati! Alzati! Le pareti (di casa) sono ancora piene di polvere e ragnatele!”

Udayan Vajpeyi est né en 1960. Il vit à Bhopal, dans la centre de l'Inde, où il enseigne la physiologie

udayan vajpeyi est né en 1960 il vit bhopal-dans la centre de linde il enseigne physiologie

LA NOTTE

E’ la notte di Tija1, la Mamma, che era dalla Nonna, è corsa a casa sua. Qualcuno dorme sul divano di legno nella veranda. Non sa che il Papà si è già addormentato. La Nonna la redarguisce per piccole questioni. Mi impedisce di dare una risposta. L’immagine di argilla di Parvati2 è già ricoperta di fiori. Le donne cantano i canti devozionali. Papà cammina afferrando le ginocchia con le mani. Vuole rinascere prima ancora di morire. La Mamma si accorge di un singhiozzare soffocato fra i canti; apre la bocca per un po’ d’acqua. Papà si gira nel letto.

Oltre la pelle trasparente della Nonna, appare la vita invisibile di Mamma.

1. Terzo giorno del calendario lunare, giorno di digiuno completo per le donne sposate.
2. La dea madre Parvati praticò durissime austerità e digiuno per sposare Shiva.

udayan vajpayi

udayan vajpayi

FOTOGRAFIA

Sembra che dalla fotografia Mamma stia lanciando fuori uno sguardo furtivo. Sullo sfondo, il fiume è diventato immobile per sempre.
Papà, malato, mormora di fronte ad una sconosciuta: “ormai il leone è sconfitto.”
Il Nonno materno, avvicinandosi al finestrino del treno, saluta Papà che parte in viaggio per farsi curare.
Dentro le lacrime negli angoli degli occhi di Papà trema il viso del Nonno pieno di rughe.
Pur leggendo giorno e notte,1 Mamma non riesce a capire dove è sparito Papà.

Cogliendo la mia voce che arriva da dietro, mi giro, e ho un sussulto. Papà è lì: anche lui nel sentire la propria voce si gira, sussultando.

Tranquilizzata, Mamma ci guarda dal cielo remoto, silenzioso.

.
1. Probabilmente si tratta della lettura del Ramacharitmanas, vedi nota alla poesia “Intervallo” qui sotto.

Udayan Vajpeyi untitled by Hemray

untitled by Hemray

INTERVALLO

La Mamma appiccica gallette di sterco di vacca sul muro dietro casa. Papà esce indossando un abito formale, da ufficio. Nonno in calesse percorre ansimando la salita verso il tribunale. All’incrocio della via, il sarto apre il suo negozietto tremando di freddo, Papà lo vede attraverso il finestrino dell’auto che lo porta lontano da casa.

Mamma recita il Manas1 in due parti: prima quando tutti dormono, poi dopo la partenza di Papà. Nel breve intervallo, l’acqua del tè bolle sulla stufa. La Nonna mi chiama, io accorro, sto in piedi davanti a lei: “chi verrà con lui?” mi chiede lei. Nella stalla Mamma copre le bestie con sacchi di juta.

La camionetta che nel buio della notte trasporta il cadavere di Papà verso la città vicina fa un fruscio simile alle foglie secche.
1. Il Ramcharitmanas, antico poema epico reinterpretato nel 16° sec. dal poeta e santo Tulsi Das, in cui si narrano le gesta di Rama, re giusto che salva la moglie Sita dopo che questa è stata rapita dal demone Ravana, re di Lanka (l’odierna isola di Ceylon).

Udayan foto di Nihal Mathur

foto di Nihal Mathur, India

IMBRUNIRE

Nella stanza delle preghiere Mamma rompe il digiuno mangiando della frutta. All’interno del quadro, Re Rama si accinge a partire in soccorso di Sita.
Il Papà, indossando dhoti-kurta1, si muove verso la sua auto. Dal lato opposto della strada inizia a farsi sentire la voce di Nonna.
Il Nonno sfoglia silenziosamente alcuni documenti del tribunale. Mamma smette di colpo di mangiare la frutta e si avvia correndo verso la casa del Nonno. Con occhi muti, Nonno vede nascosta in lei la sua piccola figlia.
Ora la casa è vuota. La Nonna prende della farina e la dà a Mamma.

La morte attraversa il cortile poggiando attenta ogni passo sui frammenti d’argento2 del culto.

.
1. Pantaloni larghi e casacca in cotone leggero (di colore bianco quando vengono indossati in casa).
2. Frammenti di sfoglia d’argento che si incollano sulle immagini sacre con un po’ d’acqua del Gange, durante il culto alle divinità prescelte.

Udayan Vajpeyi

Udayan Vajpeyi

VENTRE

Il ventre di Mamma si è disteso, come se un’onda dell’oceano fosse venuta a posarsi lì. Io mi tuffo in quest’onda immensa, sono tutto bagnato, vedo la Mamma che dal suo di là mi sorride.

Alla Nonna questo non piace. Mi ingiunge più volte di tornare a riva.

Ignorando tutto ciò, il Nonno mi porta ogni sera ai giardini. Io, nascosto dietro i densi cespugli, vedo sul viso di Nonno approfondirsi l’ombra dell’età.

Dopo la partenza di Papà, l’onda dell’oceano è tornata all’oceano. Nella sabbia sparsa sul grembo di Mamma, le impronte dei miei piedi iniziano a riempirsi.

*

Poeta, autore poliedrico, Udayan Vajpeyi è sempre rimasto fedele nella sua scrittura creativa alla lingua hindi, risolvendo in questo modo la questione delicatissima, che si pone ad ogni scrittore indiano oggi, se comporre nella lingua ancestrale o in inglese, la quale da tempo viene considerata lingua “subcontinentale” a pieno titolo.

Molto ci sarebbe da dire sulla sua poesia, ricchissima. Basti indicare qui l’influenza sul suo stile del linguaggio cinematografico, e questo sicuramente anche grazie alla sua decennale profonda amicizia con Mani Kaul, uno dei massimi rappresentanti del cinema d’arte indiano nella seconda metà del XX sec.

Nella sua raccolta Adrshya Jivan, La Vita invisibile, oltre a gettare luce sui complessi rapporti umani che intercorrono fra i membri all’interno della famiglia indiana estesa, Vajpeyi riesce in un’impresa davvero sorprendente: esprimere pienamente l’inesausta continuità della vita, senso tradizionalmente condiviso da tutti gli abitanti del subcontinente indiano, indipendentemente dalla convinzione religiosa o dalla non-credenza. Tale continuità è poi ciò che la nostra coscienza in qualche modo percepisce attraversando di continuo, nel corso della vita, i tradizionali tre stati d’essere individuati dal pensiero indiano antico: la veglia, il sogno e il sonno profondo. (Il quarto stato, turya, di questi completamento e superamento, rimane indicibile e inesprimibile). Ma al pari di ciò, anche la morte, così come la vita terrena, non sono che stadi temporanei all’interno di una durata esistenziale più vasta. Di fronte ad una visione di questa portata, poesia, scienza, filosofia, i travagli dell’umano vivere, tutto si accartoccia.

E malgrado l’ampiezza quasi insostenibile di tale visione, alla quale Vajpeyi si riallaccia pienamente ed esprime in versi di talvolta difficile comprensione, quanta umanità e semplicità nelle poesie qui presentate, quanta pena e fragilità, sempre trattenute dal distacco illacrimato del poeta.

(Steven Grieco)

Onto Steven GriecoSteven J. Grieco Rathgeb, nato in Svizzera nel 1949, poeta e traduttore. Scrive in inglese e in italiano. In passato ha prodotto vino e olio d’oliva nella campagna toscana, e coltivato piante aromatiche e officinali. Attualmente vive fra Roma e Jaipur (Rajasthan, India). In India pubblica dal 1980 poesie, prose e saggi. È stato uno dei vincitori del 3rd Vladimir Devidé Haiku Competition, Osaka, Japan, 2013. Ha presentato sue traduzioni di Mirza Asadullah Ghalib all’Istituto di Cultura dell’Ambasciata Italiana a New Delhi, in seguito pubblicate. Questo lavoro costituisce il primo tentativo di presentare in Italia la poesia del grande poeta urdu in chiave meno filologica, più accessibile all’amante della cultura e della poesia. Attualmente sta ultimando un decennale progetto di traduzione in lingua inglese e italiana di Heian waka.

In termini di estetica e filosofia dell’arte, si riconosce nella corrente di pensiero che fa capo a Mani Kaul (1944-2011), regista della Nouvelle Vague indiana, al quale fu legato anche da una amicizia fraterna durata oltre 30 anni. Dieci sue poesie sono presenti nella Antologia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, 2016). Nel 2016 con Mimesis Hebenon è uscito il volume di poesia Entrò in una perla. Indirizzo email:protokavi@gmail.com

9 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea

POESIE EDITE E INEDITE SUL TEMA DEL VIAGGIO E DELL’ESTRANEITA’ (Parte VI) Giuseppina Di Leo,  Annamaria De Pietro, Giorgio Linguaglossa, Ivan Pozzoni, Franco Fresi, Furio Detti

Roma antica, plastico

Roma antica, plastico

 I poeti, come ha scritto Adam Zagajevski, spesso dimorano in una strettoia «tra Atene e Gerusalemme», «tra la verità mai pienamente raggiungibile e il bello, tra il pensiero e l’ispirazione». «Tale viaggio – continua Zagajevski – può essere descritto nel modo migliore con un concetto preso in prestito da Platone – metaxy: essere “tra”, tra la nostra terra, il nostro ambiente ben noto (tale almeno lo riteniamo), concreto, materiale, e la trascendenza, il mistero. Metaxy definisce la situazione dell’uomo quale essere che si trova irrimediabilmente “a metà strada”». Metaxy, deriva dal platonico métechein, che significa «prender parte», «mezzo dove gli opposti trovano mediazione».

 

Lisbona

Lisbona

Giuseppina di leo quadro2

Giuseppina Di Leo

Un colpo di vento improvviso ferma la lettura.
È un avviso: è l’inizio del viaggio,
inviti a cogliere i frammenti, gli sprazzi di luce;
sono le 18,30 di un pomeriggio di agosto.
Il capitano è indaffarato e nervoso,
passa incarichi agli ufficiali mentre il cuoco
di bordo mette in caldo il pane per noi;
le sue mani sono dure come la corteccia di un albero.
Siamo qui
estranei a quanto sta accadendo
fuori
quasi e soprattutto il vento.

*

All’inizio del viaggio è andata così:
Odisseo torna ad Itaca,
la terra ed il mare finalmente riuniti.
Saremo amanti in terra e in cielo
non c’è scampo al bisogno di cercarsi.
Circe ti insegue, vuole la tua mano
è impaziente del tuo coraggio.
Troppe mani ti cercano, tienile in ultimo
per me sola, sposo, le tue mani.
Se non mi adotti resterò senza patria:
la mia patria sei tu:
Je renirais ma patrie, si tu me le demandais…
Così.
– Quando ci vediamo?
Nulla! È lontano.

*

E il male nacque sul mare delle parole radicandosi
senza un discorso. Se lui tornava, la solita storia
eleggeva a racconto ogni volta.
Le sue imprese furono rena senza limiti
e una buona dose di volontà studiata.
Come oggi, ogni sera, Odisseo torna ad Itaca
con il silenzio chiuso nel cuore rispondendo
silenzioso al mare. La speranza, parlando gli aveva detto:
dovrai difenderti dalle sue arroganze e dalle tue
presunzioni, così rispondendo ad un urlato:
Non posso adottarti!
Ci sono parole peggiori? Certo ingiuste
furono le parole per un’estate calda come questa.

(inedito)

 

Lisbona

Lisbona

 annamaria de pietro

annamaria de pietro

Annamaria De Pietro

Passaggio con viola – Interno
(profezia viola)

La cronistoria ha fine.
la cronistoria ha storia.
La cronistoria ha inizio
Dentro la cronistoria suona una viola.
Una viola squisita suona a sé sola.
Una viola da inizio
suona in furto una storia
chiede furto alla fine.
Lei ruba dall’uscio lei ascolta la viola.
Dal vuoto per l’uscio lei e lei ruba sola.
Ruba solo la fine
perché uccide la storia
perché acceca l’inizio.
Lei ha i polsi la donna lei ha i lacci la viola.
Lametta gelida lunga arcata sola.
Carica sangue e inizio
gronda indecenza o storia
presa ai solchi, alla fine.
Tace ora costante la triste viola.
Non più voce è di lei che partì sola.
Rubò solo la fine
lei, che zittì la storia
per varcare all’inizio.

(da Magdeburgo in Ratisbona, 2012)

 

giorgio linguaglossa

giorgio linguaglossa

Shakespeare

Shakespeare 

Giorgio Linguaglossa

Il poeta morto

«La notte è la tomba di Dio e il giorno la cicatrice del dolore».
V’erano scritte queste parole in alto sopra la prima porta a destra.
Una voce risuonò nell’androne: «Benvenuto nella galleria del dolore!».
Fu così che mi decisi… Ed entrai.
………………………………………..
C’è un bosco pieno di foglie parlanti che gridano:
«Il presente è il passato e il passato è il presente».
C’è un chiasso del diavolo. Tante parole quante
sono le foglie. Una quercia mi parla:
«Apri la prima porta a destra – mi dice – e segui la via della mano destra
che porta a sinistra».
………………………………………
Apro quella porta.
Ci sono tre vascelli a vele spiegate
che un vento fuori cornice gonfia tumultuosamente.
Ma restano immobili. Anche il mare crestato
è immobile. Ogni dettaglio è nitido e percettibile
come seppellito nell’ambra da un milione di anni millimetri.
Apro la seconda porta a destra.
C’è una colluttazione di ombre che entrano
dentro altre ombre e ne escono; lottano furiosamente
per il palcoscenico della mia anima;
«Ma non c’è nulla per cui lottare, sono già morto!»,
pronuncio con un filo di voce;
“farsesca costipazione di ombre”, penso con tristezza
che anche loro sono morte e non possono udire le mie parole.
…………………………………….
Attraverso come a nuoto la stanza; apro una finestra.
C’è una statua sulla piazza deserta
portici risucchiati dal vuoto
pontili su un mare di basalto
città di cristallo…
A tentoni nel buio della stanza apro un’altra finestra.
C’è una torre in un cortile deserto che
puoi udire il tonfo di una farfalla che cade dall’alto
e il lucore fosforescente di una luna gialla
che si posa sulla toga di un imperatore triste…
Mi precipito alla cieca in avanti, apro una terza finestra.
C’è un calendario dal quale si staccano i fogli, un orologio,
una lapide sulla quale v’è inciso il mio nome e cognome
e la mia data di nascita…
una scrittura annerita che gratto con l’unghia:
«Benvenuto nella cicatrice chiamata Terra»
……………………………………
«È tutto qui? – mi chiedo – non c’è nient’altro?».
L’angelo della nebbia piange in un angolo in ginocchio.
La notte profuma di tomba. Anche la rugiada profuma di tomba.
La cicatrice chiamata Terra è un immenso campo santo di lapidi.

(inedito da Girone dei morti assiderati)

 

Ivan Pozzoni

Ivan Pozzoni

Post-moderno

Ivan Pozzoni

Ballata dell’amore respinto

Per una volta, vorrei evitar di celebrare i vanti d’Antéros,
cantato in ogni salsa, dando notizia, coi miei versi rancidi,
d’un amor respinto senza onore di rivalsa.

Dall’unione adulterina, consumata in un talamo appartato
d’un motel lontano dalle reti d’Efesto, sotto forma di sveltina
nacque Antéros, secondo erede d’una coppia clandestina,
che, tra sex outdoor e scambi, amava vivere senz’ethos.

Per capriccio d’un fratello autistico Antéros venne al mondo
incatenato al ruolo di siamese, restando vittima dell’utile domestico,
lui, neonato, concepito, come molti, ai fini di risolver beghe terrene,
come i bambini della durata d’un minuto, inventati in Cina o India, su mandato,
ove al turista occidentale occorra un rene.

Educato in un mix d’aggressività e bellezza, avendo come metro Ares e Afrodite,
miti nel mito d’un adolescente conscio di dover crescer senza debolezza,
all’ombra di una madre attenta ad ogni ruga con un marito assente e molti amanti,
schiavo d’un fratellastro fragile, Antéros si diede in fuga.

Genti d’ogni era, condizione, genere razziale
bramando di stanare Antéros non vi rendete affatto conto
come non sia normale che un amore ricambiato
abbia confitte le sue radici in un ambiente tanto incasinato? Continua a leggere

30 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, poesia italiana contemporanea

SETTE POESIE di Petr Král da “Tutto sul crepuscolo” Mimesis, 2014 – traduzione di Antonio Parente con un commento di Giorgio Linguaglossa

petr kral prague foto di joseph-koudelka

petr kral prague foto di joseph-koudelka

 

petr kral

petr kral

Petr Král “Tutto sul crepuscolo” Mimesis Hebenon, 2014  pp. 76, € 9 – traduzione di Antonio Parente

Francesca Tuscano che firma la prefazione del libro, cita Roberto Bertoldo a proposito del suo concetto di «surrazionalismo»: «La poesia resta una creazione oltre la ragione e la realtà, però passa nel corpo dell’autore, attraverso di esse. La ragione che va oltre la ragione assume in sé quegli “integratori emotivi” che la qualificano. Il surrazionalismo è questa ragione che ‘risolve’ la contraddizione nell’emozione» (R.B. Nullismo e letteratura p. 251 Mimesis).

«Nella nota introduttiva, Král afferma che “di sicuro la mia poesia è necessariamente un po’ lontana dalla tradizione poetica italiana […] laddove nella poesia italiana direi che prevale la fluidità del canto, i miei sguardi alla realtà, spesso piuttosto perfidamente obliqui possono anche suscitare un minimo di disturbo”».

petr kral Tutto_sul_crepuscolo È indubbio che la poesia di Král, da quanto risulta dalla traduzione del bravo Antonio Parente, suoni un po’ ostica all’orecchio della tradizione poetica italiana così incardinata nel discorso diretto e nella sua fedeltà al referente, inteso come qualcosa di oggettivo e di insindacabile e non come una icona che deve essere aggirata, incontrata in tralice, evitata semmai o circumnavigata. Insomma, ciò che dal punto di vista della tradizione italiana è lo sguardo frontale, troppo detto, nella poesia di Král, invece, risulta obliquo, in tralice, frutto di uno sguardo distratto. Si tratta di due modi di concepire la visione ottica di un oggetto. Nella poesia dell’autore ceco invece è proprio l’angolo visuale dal quale si osservano le cose che è “spostato” rispetto all’angolo visuale a cui siamo abituati nella tradizione poetica italiana, spostato in quanto ogni tradizione elegge un proprio punto di vista piuttosto che un altro. Si tratta di un fatto quasi inconsapevole per chi fa e legge poesia in italiano che lo lega e lo determina ad un modo di fare poesia all’interno della tradizione italiana che potremmo definire «frontale». La poesia di un Montale e di un Sanguineti da questo punto di vista non differiscono affatto, entrambe stanno davanti all’autore e al lettore in modo frontale, diretto; ne consegue che lo sviluppo metrico e sintattico non può non seguire questa impostazione di fondo. Nella tradizione poetica italiana del novecento, non c’è una indirezione sintattica, non c’è uno sviluppo prospettico o scopico del punto di vista dell’agente poetico. Direi invece che nel poeta ceco questo “spostamento” del punto di osservazione  determina anche uno spostamento-slogamento sia dell’ordine logico-sintattico che dell’ordine musicale, ovvero, del pentagramma tonale e fonosimbolico. Da questo nucleo problematico ne deriva un nodo che non può essere sciolto dal traduttore (comunque sempre attento a trasportare nell’ordine logico-sintattico dell’italiano quanto vi può essere traslocato). Direi che l’utilità della lettura di questo poeta ceco sta proprio qui, nella sua capacità di mostrare al lettore italiano un diverso modo di considerare gli oggetti e le relazioni che ci legano al mondo degli oggetti, giacché sono gli oggetti ad essere determinati dal mondo e non viceversa, come crede il senso comune.

(Giorgio Linguaglossa)

Petr Král, con Jana Bokova

Petr Král, con Jana Bokova

 Petr Král (1942) è uno scrittore e poeta ceco, è un classico vivente della letteratura ceca. Poeta, saggista e traduttore studia drammaturgia all’Accademia cinematografica FAMU di Praga e nel 1968, dopo l’invasione russa, emigra a Parigi. Nel 1986 riceve il premio Claude Sernet per la raccolta di poesie Pour une Europe bleue (Per un’Europa blu, 1985). Tra le numerose sue raccolte possiamo ricordare Dritto al grigio (Právo na šedivou, 1991), Continente rinnovato (Staronový kontinent, 1997), Per l’angelo (Pro Anděla, 2000) e Accogliere il lunedì (Přivítat pondělí, 2013). È anche autore di prosa e curatore di varie antologie di poesia ceca e francese e nel 2002 ha curato e tradotto per Gallimard Anthologie de la poésie tcheque contemporaine 1945-2002 (2002). Importante è anche la sua attività di critico letterario, cinematografico e d’arte; è autore di saggi e articoli sul cinema, contributore alla famosa rivista Positif ed ha pubblicato due volumi sulle comiche mute.

Petr Kral

Petr Kral

Caduta

E in ogni bottiglia vuota
c’è ancora una goccia. Col tuo pettine e il sapone

dalla valigia rovesciata cadono anche le spille nere
della forcina, che vedi per la prima volta. Da quale tasca persino segreta

dl cosmo deserto – L’esile forcina non toglie
o aggiunge nulla, appena un trattino di ferro tra il giorno e la notte,

tra la pelle morbida e la pelliccia minacciosa
del mondo. Senza di essa però qui manca

una virgola per la redenzione. Pace con lei e con te.
Tu e la forcina nella stessa giornata vuota

(Per l’angelo, 2000)

primavera di Praga, 1968

primavera di Praga, 1968

Evo moderno

ad Yves

Gli eroi sono andati via;
al loro posto infila il corridoio
soltanto il sospiro di spettri di flanella,
nel cassetto a ricordo dell’antica gloria del corpo
soltanto un ciuffo di peli dimenticato.

Niente allori, maschere dorate di collera o benevolenze divine:
solo un busto stinto senza faccia all’angolo della mensola,
scarabocchiato rapidamente dal gesso della paura.

La breccia del fulmine passa senza fretta
per la grigia pietra del cielo.

I lampioni sono comunque tornati all’imbrunire,
per continuare a vegliare le stoffe nel silenzio dei negozi.

(La vacuità del mondo, 1981)

Ian Palach si dà fuoco Primavera di Praga

Ian Palach si dà fuoco Primavera di Praga

praga ponte carlo

praga ponte carlo

Paese di naufragi

Siamo qui entrambi, ma allo scorcio; per metà in ciò che c’è qui,
per metà in ciò che manca,
senza pressione: condividiamo un dormiveglia, la completezza
del vuoto incagliato tra i rami sulle nostre teste,
la gloria, che ci evita con discrezione,
finché non si riversa, intera e senza macchia,
anche attraverso l’orizzonte dei corpi.

Ancora all’ombra della costruzione orfana cadiamo soltanto a lungo
verso il bordo delle nostre convinzioni, ai piedi del silenzio
fiammeggiante dall’alto nello sguardo opposto, nel volto nudo
colto dal crepuscolo serale
nell’imbarazzo dell’incompletezza.
A tratti un libro riposto o un pettine si freddano nella polvere.
Sull’erba del terrapieno bruciato, sulla sella della collinetta vicina
il vuoto intanto si accresce – di cicatrice in cicatrice –
nella nuova casa chiara.

(Vita privata)

casinò a Praga foto pubblicitaria

casinò a Praga foto pubblicitaria

Caduta in giugno

Del giorno restano brandelli
Nulla se non cenere
L’odore di benzina sussurra basso di bruciature lontane
I segnali degli uccelli già pieni della notte
sfregano nel rivolo

I lampadari vanno accendendo nelle finestre le nostre visioni nascoste
I testimoni si disperdono per le stradine Qua e là la massa bianca
della luna o della schiena
si accinge ad illuminare nel grigiore orfano

I lampi scivolano nell’oblio vellutato Tiriamo fuori con un sorriso
subdolo i coltelli e le forchette
Il naufragio dell’uccello La bancarotta del lampadario
La crepa della schiena impigliata nella polvere dei ficus

La mano terrorizzata nella cenere del corpo
Le gonne nel mormorio al limite del crepuscolo sfiorano
le ortiche
Le fresche bellezze sul balcone splendente erette sotto una sottile
pioggia di fuliggine
pazientemente aspettano che le vengano a prendere

(Lampi radenti, 1981)

Praga

Praga

Tutto sul crepuscolo

a Jiří Kolář
l

Il giorno va spegnendosi malinconico sul duomo lontano,
i motociclisti con un unico movimento s’incurvano sotto gli alberi
verso la notte, ricotti dall’antica fiaccola –
e la prima stella è una lacrima, diamante grippato
nel velluto azzurro dell’attimo e del suo rovescio, della tomba
interiore e del silenzio sui dispersi,
che ancora indugia sul bosco bruciato.

2

Il giorno va spegnendosi sul duomo lontano,
i motociclisti con un unico movimento s’incurvano verso la notte,
la prima stella è una lacrima.
Sul duomo in lontananza, dolce, malinconica,
con un unico movimento s’incurva sotto gli alberi come verso
il fondo della grotta,
lacrima amara ma ossessiva nel velluto azzurro dell’attimo
e del suo rovescio.
Il giorno si spegne, va spegnendosi sulla cupola lontana, come se
l’ora più luminosa
avesse lontana all’orizzonte, sul fondo rosato della gola un sapore
dolce, la visione della Roma mancante,
che la malinconica estende dietro se stessa.
Con un’unica incurvatura sotto gli alberi del boulevard, con un
unico nitrito animalesco,
che sale dalla sella oscurante; come rovinano qui su di noi,
ricotti dall’antica fiaccola,
ci uniscono nonostante l’estraneità delle sue macchine solo con
la grotta familiare della notte
sul fondo di noi stessi. La prima stella è una lacrima, diamante
grippato
nel velluto azzurro dell’attimo e del suo rovescio, tomba interiore a
silenzio dei dispersi
che indugia sul bosco bruciato. Sotto gli alberi nell’esilio del
boulevard la notte che va spandendosi non è
più di un sollievo temporaneo dall’abbraccio dell’ombra meridiana.

(Lampi radenti)

primavera di Praga, 1968

primavera di Praga, 1968

Avanguardia

ai Rubeš

Il leggero trotterellare di uno scroscio di pioggia solo a volte portò
sollievo al bosco,
finché quello riaprì le sale al sole e nel suo fulgore
dietro di noi s’impietrì glorioso, trattenne il suo respiro pastello
in ogni albero e siepe, grigiastro, rosato, vellutatamente ingiallito,
finché ci guidò con lo sguardo l’intera
massa iridescente, la folla leggermente serrata.
Di nuovo ci veniva chiesto
solo un lontano stupore, le gesta di testimoni, coi quali come su un
antico dipinto
per un attimo ci ritirammo sorpresi a margine del percorso
davanti al tronco di un albero rovesciato, sepolta metropoli spiantata
con la terra tra le radici;
null’altro che immemorabile pesantezza e sopra qua e là già
l’ignota leggerezza
della luce che sale attraverso la verde spuma, la lieve punteggiatura
delle foglie nuove –
Camminavo per ultimo, eravate davanti a me
solo le fresche silhouette, vicine, presentite, le vostre graffiature
oscure nella pioggerella d’oro ignoto
facevano strada, celavano il traguardo, io riconoscente
dietro di voi, avrei voluto procedere così in eterno, lame d’oro,
d’umido, la verdeggiante notte
oltre gli alberi, oltre la tempesta, sorseggiare la vostra risata col
mio silenzio,
leggere nella lucentezza d’un tratto il nero spoglio
dei vostri tratti, vicino, deserto come io stesso, già in eterno in
quell’attimo
lì sotto gli alberi e in nessuno dei luoghi

(Il continente rinnovato)

Primavera-di-Praga

Primavera-di-Praga

Quello che sta pagando
ed uscendo dal locale
dove non lascia nulla solo con niente in tasca
senza cicatrici con anticipo
o con ritardo
esce in orario non tiene nulla nella cornice
della porta mentre la pulisce lievemente
con la spalla languida
Senza grassi appena orlato
dal resto della luce
è soltanto una risata ciò che manca
nella sala alle spalle
Bisbiglii ai tavoli calcoli semplici
sono dietro di lui flaccido strascico Esce tutti i problemi
ancora in sua attesa
Irradiato dal buio desertico
che gli sbadiglia accomodante vi aggiunge già la firma
la scava arruffa
con la testa Dapprima vi sveglia le piazze nude
quello che sta uscendo
per bere dalle cantine dell’attimo

(Massiccio e crepacci)

14 commenti

Archiviato in poesia ceca

POESIE EDITE E INEDITE SUL TEMA DEL VIAGGIO E DELL’ESTRANEITA’ (Parte V) Steven Grieco, Marisa Papa Ruggiero, Letizia Leone, Silvio Aman, Silvana Baroni, Giuseppe Panetta

Ulysses and the Sirens, mosaic, 3rd century AD Roman from Dougga/Thugga, Tunisia   Photo Credit: [ The Art Archive / Bardo Museum Tunis

Ulysses and the Sirens, mosaic, 3rd century AD Roman from Dougga/Thugga, Tunisia
Photo Credit: [ The Art Archive / Bardo Museum Tunis

I poeti, come ha scritto Adam Zagajevski, spesso dimorano in una strettoia «tra Atene e Gerusalemme», «tra la verità mai pienamente raggiungibile e il bello, tra il pensiero e l’ispirazione». «Tale viaggio – continua Zagajevski – può essere descritto nel modo migliore con un concetto preso in prestito da Platone – metaxy: essere “tra”, tra la nostra terra, il nostro ambiente ben noto (tale almeno lo riteniamo), concreto, materiale, e la trascendenza, il mistero. Metaxy definisce la situazione dell’uomo quale essere che si trova irrimediabilmente “a metà strada”». Metaxy, deriva dal platonico métechein, che significa «prender parte», «mezzo dove gli opposti trovano mediazione».

 

Steven Grieco_A Shilp Gram, Udaipur

Steven Grieco_A Shilp Gram, Udaipur

 

Steven Grieco

Etnomusicologia

1 Euridice

Talvolta diciamo essenziale
conservare le musiche dei nostri avi:
patrimonio che per forza di cose
tramonta, un po’ alla volta.

Musiche che già adesso ci sembrano
l’inutile gracchiare da una bocca cariata,
mentre scendono senza appello
negli smisurati archivi dell’oblio umano.
Perché il Tempo, nel suo torcersi lento
e massacrante, ne deforma le sonorità,
oscura il senso,
porta a compimento nuovi misteri.

(E quelle persone che piangono
sull’inesorabile invecchiare del mondo.)

Orfeo Giorgio De Chirico

Orfeo Giorgio De Chirico

 

2 Orfeo

Giunto fin qui dal suo remoto villaggio
quel vecchio
aveva anche lui, ti sembrava,
smarrito i motivi. E tu,
scegliendo da mille musiche simili
ma mai uguali, ti sforzavi
con tutto te stesso di ricrearle.

Sempre invano, però.
Lui poteva solo indicarti la potenza
che dal gioco di armonie
balza fuori inudita.

Marisa Papa Ruggiero 1
Marisa Papa Ruggiero

Il viaggio

Ero prima di me e mi cercavo
Fulgente di stelle la notte infinita lasciata nel cosmo
Memore un lume sto alla costa ghiaiosa come
il peso al suo corpo
a lampi a fiocchi di neve, l’ora gira la curva
dentro il mio sasso, in apnea glaciale
– famelico, cieco, mi chiamo –
risalgo l’enorme distanza il fiume gelato
al travaglio del seme,
appena germoglio, pulsante di pena
risalgo pinnacoli d’ombre
tra spoglie pareti di stanze sbarrate scontando
la dismisura del bianco in lento cadere,
bendato un pensiero
dalla tempia si stacca, il viaggio
abissale scavo sotto le ossa

E mi prendo per mano, una spina
di luce dove l’unghia s’incarna prelevo a una sete,
un feroce richiamo, scalciando alla sabbia,
che odo da dentro, il taglio
che odo di forma sapiente
nel passo del giorno, sapienza del raggio
segnare i confini sulla creta del corpo,
– o dell’asta solare come bisturi l’ombra –
crudissimo un nervo di colpo sguinzaglia
una fame chiodata
e ascolto

Marisa Papa 5

la molecola ambrata cantare nel fondo
la forza dei nomi tremando sui volti
che infine saremo
nel bosco degli echi, noi nudi
alla pioggia alla brezza salata, sulla roccia riflessi
noi siamo più grandi
nell’attimo errante, sospeso
infinito

ed entro
nel fresco sentiero di erbe,
distante il raduno dei corni, dei cembali accesi,
appena sgusciando alla stretta del cappio,
il viso affondato nell’umida terra che prega
e ti guardo
ti guardo, bambina, la corsa spezzata
al bivio di sassi,
sospesa a un pensiero, le orbite fisse

bambina invetriata nei ghiacci
che segui l ‘Ariete lentamente salire e l’azzurra
Bilancia, nella gola mi versi
il presagio e la spina
e mi tendi le mani, mi sleghi
dal tasto incantato

marisa papa tra ombra e luce

la lastra di ghiaccio colpisci da dentro

ed esplode nel lampo lo scroscio
squillante del sangue
lo scoppio d’acquario
che schizza nell’urlo nel vortice cupo
che mescola tutto
nel gorgo di sillabe e pollini,
di uccelli e di pesci sciamanti, di ondose
falene affamate di larve inciampando
il ritorno, l’inizio, il ritorno entro un unico istante
eretto nel nome,
un unico istante istoriato, ferito,
di fame fiorito
trattenendo il respiro

Letizia Leone diwali

 

Letizia Leone

Luce secca che screpola su Roma
mare giallo di città
-anche questo Tirreno-
dove nessuna vela nessun approdo
riporta al lido Lavinio.

Una strada dritta o
confine d’acqua per allontanarsi
alla porta della metropoli:
campi d’orzo
il buio, sazio, è caduto
nel corpo del chicco.

Il disegno dell’ombra
copre i cilindri dell’urbe
i sassi latini dell’acquedotto.

Da qui una linea arancione vapora
sulla nera città.

giorgio ortona, ritratto di Letizia Leone, 2012, olio su tavola, 59,8 x 35,6 cm

giorgio ortona, ritratto di Letizia Leone, 2012, olio su tavola, 59,8 x 35,6 cm

Argostoli

Migrazione negli strati inferiori
dove il passo in discesa tenta la pietra
via verticale a basse vastità
di oscurità feconda ai territori.

Tu segui il tracciato dell’isoipsa
individua il punto, la temperatura
entra nelle strade così
in una solitudine di cielo greco

stessa oscura radice che confonde
con la luce gelata dell’azzurro.
Argostoli. Una macelleria con mezzi corpi scuoiati, appesi.

E’ l’isola dei pini e cimiteri
aroma di cenere, chiodi obliqui
di arbusti su radure.
Slealtà: la colata chiara del mare

illumina le geometrie dei marmi
fino alla notte degli unisoni
umani: nero fiato ionico più eco
inascoltato. Perdere il cammino.

(Da Pochi centimetri di luce, Roma,2000)

Silvio Aman

Silvio Aman

Silvio Aman

Analogie

Chissà per che Alisei
o da che forra ignora,
se dall’esterno o per le vie del simili…
Lo devi a un tocco in dolce risonanza
ai tuoi pensieri armonici
o ai fiori svolazzanti delle acacie?
Perché l’Idea, nel gioco,
è donna sbarazzina
e giunge spesso travestita:
tu vedi allora il maggiociondolo
o in mezzo al verde della sera
il luccichio del mare.

Esile giovane
dall’andatura alata
tu scegli spesso il giro breve e chiuso
di questa via animata,
le immagini elusive a primavera
della città che agogni
(appaiono velieri, gli alberi,
e un gran corteo la sera)
dove nessuno vede…
chi vuoi che scopra il senso
della tua strana idea?
Non sanno questo i più.

Ti scorgo mentre scivoli leggero
dalle oscuranti immagini
a un’imprevista luce
e scrivo: Col suo fare un po’ svagato
ha certo l’aria giusta per le vele…
la sigaretta accesa,
il ciuffo di una notte scompigliata
e il volto in cui è riflessa
una lontana gioia.
È come chi sciorini una bandiera
dal grande sole impresso
su una distesa opaca.

 

statua di giulio-cesare

statua di giulio-cesare

Nike

Non so perché,
se sia per questa luce obliqua
o per gli specchi argentei…
Guardando il quadro del veliero
che non scorgevo prima
ormai perduto in fondo all’abitudine,
quello che il nonno prese un giorno a Londra,
è il sogno a far la parte buona:
andrò con lui, il nocchiero,
e a Delfi gusteremo sopra il vello
i nostri giorni d’oro –
Mi porterà lontano,

oltre le felci oscure,
oltre le spore infette.

O è forse perché l’aria è nuova
dopo una pioggia estiva
e ha questo strano odore d’erba e angurie?
In quanto a lei, la bionda che ti sfugge
e forse ride su nell’Esterel,
hai messo troppe foglie ai rami
della sua scarsa fede,
e tuttavia l’approvi,
guardi il veliero in fianco ai due ritratti
(i tuoi bei nonni giovani)
e all’improvviso esclami: È Nike,
donna del mare a prua.

Silvana Baroni

Silvana Baroni

 

 

 

 

 

 

 

 

Silvana Baroni

Giù dal cielo

Giù per le rapide
gli parve il volo
un frullìo di grilli a costeggiare
l’incauto volitivo trapasso
a scapole divelte
tra angeli superbi
e ossa d’amorini.
Uno svolazzo immortale
via dall’eccesso di zelo
dall’incantevole sfarzo
di prodigiose impennate.
L’uomo cambiò viaggio
si scrostò dal mestiere d’annodarsi
e in applauso di membra si librò
giù dal cielo del settimo piano
per rannicchiarsi al buio
nel permanere della terra.

Giuseppe Panetta

Giuseppe Panetta

Giuseppe Panetta

Un viaggio

Parto per questo viaggio
con la Musa low cost volo
destinazione l’immaginazione
ferma nell’applicazione:
dove siamo? Nel trittico
del cane, Io, Es e Se
nell’alternativo concept
della scoperta fantastica
tra pianeti nani
nella perduta via degli anelli planetari
nel viaticum della storia allucinata
una toccata e fuga fugace
un pacchetto, una combinazione
sul planisfero di misura in misura
un raid in moto su Marte
una foto condivisa su Android
nei villaggi globali di misere capanne
in qualche campo di guerra
d’ogive e di speranza
in un resort di lusso
con l’alluce sul capezzolo
di una qualsivoglia Venere
o a stritolar le ossa di bimbi-bambù.
Il viaggio nell’aldilà, in ogni cosa che finisce
e inizia nel mar morto come un profugo.

.
Canio

Con il suv di rappresentanza
traccio solchi sulle piste di neve.
La democrazia la tiro su dal naso
e la realizzo in un vernissage.
Gioco in borsa e svuoto le borse
di tutti i portaborse affaristi
che con me rimestano nel torbido.
Il mio rolex segna un tempo
che non è il tempo del mondo
e la solidarietà la porto in braccio
in una camera d’albergo.
È bionda.

Lascia un commento

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, poesia italiana contemporanea

A PROPOSITO DI INGIURIE E DIFFAMAZIONI A MEZZO INTERNET BLOG di Giorgio Linguaglossa

Il malcostume

 jeff_koons-cicciolina


jeff_koons-cicciolina

Narro i fatti. In data 8 luglio 2014 alle ore 19,08 ho scritto, su questo blog, questo commento:

«Leggo in un articolo del blog “La presenza di erato” un articolo di tale Rocco Fioravanti il quale scrive: «impotente fisico e mentale», locuzione indirizzata ad un ignoto interlocutore.

Ciò premesso, invito il signor Fioravanti (presumo nome di comodo adottato da qualcun altro) a non schermarsi dietro l’anonimato, ma, se ha coraggio, lo dimostri scrivendo il nome e cognome dell’ignoto destinatario dell’insulto, così potrà fare i conti con una denunzia per ingiuria e diffamazione.

Lanciare il sasso e nascondere la mano è un gesto ancora più ignobile che lanciarlo».

Nell’articolo in questione si accenna anche ad «un blog marcescente» senza altra indicazione utile a identificare il «blog» e altra locuzione diretta a chi «sputa su Maffìa»,  di dubbio gusto, ma anche qui senza fornire alcuna indicazione precisa in ordine alla identificazione delle persone in questione.

*

jeff koons camera da letto rosa salmone

jeff koons camera da letto rosa salmone

Apprendo oggi, 9 luglio, 2014, ore 7.50, che (a meno che non si tratti di un caso di omonimia) esiste un tale signor Rocco Fioravanti che è un assessore comunale del comune di Roseto Capo Spulico (Calabria) luogo di nascita di tale Dante Maffìa (candidato al premio Nobel con delibera dello stesso Consiglio Comunale).

Mi chiedo, per chiudere bene il cerchio, con chi abbiamo davvero a che fare?

*

In seguito a ciò, in data 9 luglio alle ore 8,00 ho inviato una e-mail al sindaco del comune di Roseto Capo Spulico segnalandogli gli insulti che il suo (presunto autore dell’articolo) assessore Rocco Fioravanti ha usato nel suo scritto invitandolo a verificare se il suo assessore sia veramente l’autore dell’articolo e, nel caso positivo, a prendere provvedimenti sanzionatori o cautelativi nei confronti del suo collaboratore alla cosa pubblica.

*

maschera Questi i fatti. E ciascuno può trarre dai fatti narrati una propria opinione al riguardo. Io mi limito soltanto ad aggiungere, per completezza di esposizione per i lettori del blog, che l’assessore Rocco Fioravanti fa parte di quel medesimo Consiglio Comunale di Roseto Capo Spulico che con delibera consiliare del 2012 ha proposto il Dante Maffìa alla candidatura del premio Nobel.

Mi sembra che le tessere del puzzle combacino. E che il volgare, il ridicolo e il grottesco non hanno limiti.

1 Commento

Archiviato in Senza categoria

POESIE DI PAOLO RUFFILLI da Variazioni sul tema (Aragno, 2014) Commento di Giorgio Linguaglossa

Paolo Ruffilli Variazioni sul tema Aragno, 2014 pp. 252 € 12

Paolo Ruffilli Variazioni copertina Paolo Ruffilli è nato nel 1949. Ha pubblicato di poesia: Piccola colazione (1987; American Poetry Prize), Diario di Normandia (1990; Premio Montale e Premio Camaiore), Camera oscura (1992), Nuvole (con foto di F. Roiter; 1995), La gioia e il lutto (2001; Prix Européen), Le stanze del cielo (2008), Affari di cuore (2011); Natura morta (Poetry-Philosophy Award). Di narrativa: Preparativi per la partenza (2003); Un’altra vita (2010); L’isola e il sogno (2011). Di saggistica: Vita di Ippolito Nievo (1991), Vita amori e meraviglie del signor Carlo Goldoni (1993); La Regola Celeste – Il libro del Tao (2004).

Paolo Ruffilli

Paolo Ruffilli

 Commento critico di Giorgio Linguaglossa

L’opera poetica di Paolo Ruffilli, fin dalla sua prima prova (Piccola colazione, 1987), è stata caratterizzata dalla adozione del verso breve, dal “parlato” e, più che da tematiche, da variazioni su un unico tema: la persona e le persone amate, il loro essere state parte di noi e il nostro essere stati parte di loro. Il “parlato poetico” di Ruffilli ha una fluidità insieme oratoria e a colloquiale, un lessico sobrio, direi quasi prosastico, sempre preciso indirizzato al referente, caratterizzato da una meta ironia più che dalla ironia. Forse è questo il punto di distinzione di Ruffilli rispetto ai poeti che lo precedono sulla via generazionale (per esempio Valentino Zeichen e Patrizia Cavalli). Già di per sé questa mutazione segna una svolta rispetto allo stile “modernistico”, concentrato, ascetico, spesso orfico, ontologico, caratteristico della generazione dei poeti che è venuta in seguito (Giusepe Conte, Tomaso Kemeny, Rosita Copioli e altri). Ma il ritorno dello stile orfico, diciamo così, non è stato in grado di influenzare più di tanto la poesia italiana del tardo Novecento. Dicevamo dello stile “parlato” della poesia di Paolo Ruffilli: infatti tale predilezione stilistica la si incontra sia nella sua poesia come anche nella sua prosa saggistica. In entrambe Ruffilli è  un uomo che “parla”. Si potrebbe dire che la sua stessa poesia è in larga misura saggistica versificata e animata dall’energica regolarità degli schemi metrici (ottonari, settenari, senari alternativamente commisti anche a novenari).

La poesia per Ruffilli non è certo magia fonosimbolica, piuttosto è considerata come una opportunità di stabilire un dialogo tra l’autore e il lettore. Nelle sue intenzioni una delle finalità della poesia consiste nel disincantare e disintossicare, raccontando una storia, rievocando una foto, commentando un ricordo.

paolo ruffilli 3 Oserei dire che il «parlato poetico» di Ruffilli non aspira a essere un sostituto, un surrogato fonosimbolico della realtà, e non è neanche una poesia degli oggetti, anche se gli oggetti ci sono eccome. È piuttosto, del tutto consapevolmente, un commento alla realtà, più osservata a distanza, da fuori e dall’alto, che direttamente vissuta. Ruffilli non è un poeta dell’essere, ma un poeta del pensare, della cogitazione. Nella poesia di Ruffilli le parole non vogliono essere nomenclatura delle cose, né influire su di esse. La coscienza della separazione fra linguaggio e realtà è un presupposto che lo scrittore non dimentica mai. La poesia resta un evento del pensiero e del linguaggio; non cambia niente di ciò che sta intorno a sé. Pensieri e cose, lingua e mondo sono dimensioni separate ma comunicanti. I pensieri del “parlato” si nutrono dei ricordi, di foto, di sensazioni tattili, olfattive, di impressioni etc., e il “parlato” diventa di colpo aforismatico, gnomico, e il registro estetico ne guadagna.

È la cancellazione
progressiva delle
presenze care o note,
il conto che comincia
a non tornare. Il
margine sempre più
sottile, man mano
che si fanno falle
e vuoti tra le file.

paolo-ruffilli 2 È proprio da queste collisioni interne tra piani del linguaggio che si dipanano le sfumature del senso. Osserviamo una foto, rievochiamo un ricordo di famiglia, ed ecco che mille significati vengono comunicati in pochi versi scanditi con grande felicità prosastica. Leggendo questo libro verrebbe da dire che la Poesia sia figlia della migliore Prosa, forse è questo il segreto del “parlato” di Ruffilli, il quale sa che i poeti sono tutto tranne che i «misconosciuti legislatori del mondo», come dicevano i romantici. La poesia va cercata e trovata là dove noi non pensavamo di trovarla: in qualche vecchia foto di famiglia, in qualche ricordo che misteriosamente ci torna alla mente, tra le cianfrusaglie dei cassetti di famiglia, negli oggetti persi e poi ritrovati, oppure semplicemente nel tempo trascorso.

(Giorgio Linguaglossa)

Foto Lazslo Moholy Nagy 2

A penna, sul bianco
del cartone,
è appuntata la data:
18 maggio del ‘908.)

(Con l’elmo a punta
e la mantella,
sul cavallo finto.
Contro lo sfondo
cupo, di foresta.
Una mano sul fianco
e l’altra a sostenere
la sciabola, su,
tra testa e spalla.
Ride con qualcuno,
davanti, che – si
suppone l’accompagna.
A penna, sul bianco
del cartone,
è appuntata la data:
18 maggio del ‘908.)

*

paolo ruffilli 4

(A mezzo busto,
in coppia:
lui con il cappello
di feltro nero
e una sciarpetta doppia
di seta bruna
stretta al collo,
lei un camicione
a strisce da pipistrello
fin sotto al mento.
Uniti, sì, per distrazione.
Guardano, ciascuno
in una direzione.
Si capisce
che tirava vento.)

Lei non voleva,
ma mio nonno d’accordo
con la sua famiglia
preparò le carte
e la sposò,
la vigilia di Natale
del diciotto.
Lei faceva sempre,
suo malgrado, quello
che le si chiedeva.

Fu nella vita,
ciò che non voleva:
serva e moglie
tradita. Sopportò
che il marito
avesse due case
e che le mantenesse
con il suo lavoro.

Non ebbe nulla o
poco di quanto
più sognava.
E pure quel decoro
che sperava
le restò impedito.

Sempre e ovunque
andando, con il dito
sulle mappe,
a caccia del tesoro.
nonostante la parte
che, comunque, manca
al sogno di infinito.

*

labirinto intrico

labirinto (In fila sullo/ stretto pontile/ dell’imbarco:/ la bambina con i segni/ della maglia, sua/ madre col busto eretto,

(In fila sullo
stretto pontile
dell’imbarco:
la bambina con i segni
della maglia, sua
madre col busto eretto,
il padre in cima
a tutti, nella
tavola inclinata
sul mare che li abbaglia
al varco della sera.
E, dietro, in ancora
lo stemma dei Savoia
trema sulla vela.)

Lui monarchico
in casa socialista,
era la pecora nera
della famiglia.
Sua moglie, sarta,
lo spingeva dicendo
che ci avrebbe
guadagnato più rispetto.

Lui, che era stato
ardito e, poi fascista
della prima ora.
Con un gruppo di amici
si vedeva, per vincere
la noia, a dividersi
l’Europa sulla carta.

Ammazzato con gli altri
sull’argine del fiume,
una mattina presto.
Scovato, dentro al cesto
con le piume d’oca,
sulle tracce della
figlia mentre gioca nel
cunicolo della cantina,
discesa e risalita
fino alla rovina.

*

labirinto aleph

labirinto aleph

(Quasi calvo,
un viso tondo
segnato da due baffi
folti e scuri.
Nella giacca
di fustagno,
con la striscia
di velluto nero
sul risvolto.
Il padre di mio padre.)

Quest’uomo che non ho
mai conosciuto
e dal quale dipende
la mia vita.
mancato a torto,
credevo, poco o molto
al nostro appuntamento.
Di lui sapevo a stento
che, restato vedovo,
si era risposato
a dispetto di suo figlio
e che, colpito da trombosi,
era rimasto a letto
anni e poi era morto. Continua a leggere

7 commenti

Archiviato in poesia italiana contemporanea

POESIE INEDITE di Marco Fazzini con un Commento di Giorgio Linguaglossa

las-meninas Velazquez

las-meninas Velazquez

 Nato nel 1962 nelle Marche, Marco Fazzini ha studiato presso le università di Ca’ Foscari (Venezia), di Edimburgo (Scozia) e del Natal (Durban, Sud Africa). Dopo aver lavorato per diversi anni presso l’Università di Macerata, oggi insegna Lingua e Letteratura Inglese e Postcoloniale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Come traduttore ha lavorato presso le università di Londra (Inghilterra), di St Andrews (Scozia) e del South Carolina (Stati Uniti).
Ha curato, tra gli altri, due antologie, Poeti della Scozia contemporanea (Venezia, 1992), e Poeti sudafricani del Novecento(Venezia, 1994), un volume sulla questione dell’alterità, Resisting Alterities: Wilson Harris and Other Avatars of Otherness (New York-Amsterdam, 2004), e una storia della letteratura scozzese, Alba Literaria: A History of Scottish Literature(Venezia, 2005). Ha tradotto in italiano, tra gli altri, Philip Larkin, Norman MacCaig, Douglas Livingstone, Hugh MacDiarmid, Kenneth White, Geoffrey Hill, Edwin Morgan, Charles Tomlinson, e Douglas Dunn. La sua critica è riunita in Crossings (Venezia, 2000), inL’acrobata della memoria (Venezia, 2002), e nel recente Tradurre, paradiso dei poeti(Lugo, 2005). Canto di un mondo libero: Poesia-canzone per la libertà (Pisa 20111).

Alcuni suoi testi poetici sono apparsi in edizioni limitate d’arte per diversi editori e in riviste quali Arenaria, Origini, Carapace, Il Segnale, e nei Quaderni della Luna. Il suo recente volume di poesie è già stato tradotto in inglese e in slovacco. Per le Edizioni del Bradipo dirige, dal 1996, la collana di poesia straniera I dardi del poeta.

*

marco fazzini

marco fazzini

Commento di Giorgio Linguaglossa 

Ritengo che per apprezzare ed entrare dentro questi testi di Marco Fazzini il modo migliore sia quello di adottare il metodo della nuova critica francese. Per la nouvelle critique occorre mettere tra parentesi locutori e allocutori e lo stesso contenuto del messaggio; di considerare come una sola cosa il discorso del testo e il discorso critico all’interno di un «discorso del linguaggio» che prescinde dalle coordinate comunicative. L’operazione tende a sostituire il linguaggio al soggetto (autore o critico che sia). Scrive Barthes: «Il soggetto non è una pienezza individuale che si ha o meno il diritto di evacuare nel linguaggio (secondo il ‘genere’ di letteratura che si sceglie) ma viceversa un vuoto attorno al quale lo scrittore intreccia una parola infinitamente trasformata (inserita in una catena di trasformazioni), cosicché ogni scrittura che non mente designa l’assenza del soggetto anziché i suoi attributi ulteriori. Il linguaggio non è il predicato di un soggetto inesprimibile, o che il linguaggio stesso servirebbe a esprimere, ma è il soggetto» [Barthes Critique et veritè Seuil, Paris, trad. it. Einaudi, Torino, 1975 pp. 57-58].

In particolare, la prima composizione è strutturata come un meccanismo di segni confezionati entro scatole cinesi, l’uno dentro l’altro, l’uno che ammicca all’altro  ma che al contempo vi sfugge. Così, l’attenzione del lettore, all’atto della lettura, viene riportata all’indietro, di predicato in predicato, a ritroso, di segno in segno alla ricerca di un soggetto che si sottrae. Che non c’è.

(Giorgio Linguaglossa)

 

Marco Fazzini e Seamus Heaney (Castledawson, 13 aprile 1939 – Dublino, 30 agosto 2013) in uno dei loro incontri

Marco Fazzini e Seamus Heaney (Castledawson, 13 aprile 1939 – Dublino, 30 agosto 2013) in uno dei loro incontri

 

POESIE DI MARCO FAZZINI
WELWITSCHIA MIRABILIS

Un assegai piantato tra dune
e venti e ritorni di dune
gravita ora nel tuo occhio
di conifera nana pulviscoli
di carne e di osso annotati
dal tempo sopra fogli di nebbia.

Bevendo, bevi tristi battaglie,
fondi d’attese, millenari kraal
deserti, motivi pizzicati sull’arco
d’un boscimano solo che s’attarda
sul tuo cuscino di foglia e trema
nella scheggia d’un sogno.

*

An assegai
planted among dunes
and winds and
recurring dunes
now
gravitates into your dwarf
conifer’s
eye, the dusty pollen
of flesh and
bone recorded
by weather on
pages of fog.

Drinking, you
drink sad battles,
aquifers of
waiting, deserted thousand-
year-old
kraals, tunes plucked from the bow
of a solitary
bushman who lingers
on your
cushion of leaf and shivers
in the
splinter of a dream.

marco fazzini

marco fazzini

NELLE SHETLANDS

C’era un’onda che non dormiva;
era ladra e assassina
fino a notte fonda. Del vento
si cibava, e della pioggia,
sotto la luna, e con il ventre gonfio.
Digrignava i denti sulla spiaggia.
L’ascoltavo frantumare detriti
e rottami, ingoiare
quello che non ricordava più
la sua natura: roccia, vegetale,
umore minerale
della terra.
Qui il reale
trasforma le sue parti,
ma tuffando una mano tra le pietre
il sangue balza ancora
dal vortice del tempo.

 

In the Shetlands

There was a  wave that never slept –
thief and  assassin –
until the middle of the night. It ate
wind and rain
in the moonlight, its belly swollen.
It ground its teeth along the shoreline.
I listened as it crushed the debris
and wreckage, swallowing

everything  that has forgotten
what it was:  rocks, vegetation,
the mineral  secretions
of the  earth.
Here,  reality
transforms  its elements,
but plunge a hand among the stones
and the blood  still jumps
from the vortices of time.

marco fazzini copertina

 

 

 

 

 

 

ANDRÒ DOMANI

Andrò domani a un altro porto,
dove sono già stato, dove sono già morto.
Vi tornerò. E, di là, guarderò quell’ultima rotta,
un destino perduto, una vena d’acqua
che le mie mani hanno goduto.

Tutto scorre in ruote di mistero;
solo la brezza è la certezza del silenzio,
un verso difficile che ascolto di lontano.
Ma cos’è quella distesa di onde e luce,
dove l’occhio cuce vegetazione e sangue,
la pretesa d’un astro che muove piano?

Difficile amicizia la malinconia.

Go Tomorrow

I go  tomorrow to another harbour
where  previously I’d been, where I am already dead.
I’ll return there. And from there see the final way,
the  lost destiny, the vein of water
in which my hands once rejoiced.

Everything
glides on mysterious wheels;
only the breeze has the certainty of silence,
a  difficult line heard from afar.
What is  this expanse made of waves and light,
where  sight stitches together vegetation and blood,
claims  to be a slowly moving star?
A  difficult friendship, nostalgia.

 

marco fazzini

marco fazzini

RIMANGO UN POCO

Rimango un poco
fermo a largo.
La solitudine del mare
è calma, impenetrabile,
come la foschia
che infine s’alza all’orizzonte
a disvelare i volti,
le linee del porto
verso cui dirigo.

L’ostinazione del tempo
salpa l’ancora
e allora mi lascio
trasportare alla deriva,
con un carico d’errori,
un fremito pressante
nelle ossa, le lacrime, e un otre
sorridente di vino nella stiva.

Ma di che parlo io se non di barche?

For  a While

For a  while I stay still
far out at sea, its solitude

calm, impenetrable, like
the haze that lifts at last on the horizon
and unveils the faces,
the outlines of the harbour
I’m  heading towards.

The  obduracy of time
weighs  anchor
and I allow myself
to be  carried along, drifting
with a  load of mistakes,
an  urgent trembling

in my  bones, tears, and a full
wineskin smiling in the hold.
But what is it I am talking
about if not boats?

 

marco fazzini

marco fazzini

È SULLO SPECCHIO

(per Seamus Heaney)

È sullo specchio speleologico
d’un pozzo che m’affaccio, cercando
un segno del passato
che nel presente porti
luce e strada a futuri eventi.

Dal tuffo dentro il tempo strombato
in questa storia d’acque emerge
dunque il reperto favoloso,
onda, amore e sonda d’oltre i sogni,
un’era ormai a riposo.

Da qui lontano un bosco,
un volto una cornice
amplificano l’oscuro enigma
sepolto dentro la pupilla della sera.

 

The Well

(For  Seamus Heaney)

It is in the speleological mirror
of a  well that I look into, searching
for a  sign from the past
that  now might bring
light  and direction to what will be.

Out of  that dive into time splayed
through  the history of waters
there  emerges a fabulous find,
a wave,  love and delving from beyond the dreams,
an era now at rest.

A forest far from here, a face,
a picture frame
amplify  the obscure enigma
buried in the eye of the evening.

 

OGNI COSA

(su una foto di Eugénio de Andrade col suo gatto)

Ogni cosa su quel tavolo
mostra la sua aureola di luce,
il vino, il pane,
quelle olive cariche del sole
dell’estate ormai declive.
Il gatto è là, la coda
tanto nera, accesi
i suoi occhi tanto grandi,
creatura attenta che dormendo
guarda, e guardando
rischiara la mano del poeta
che corre sopra i fogli,
cresce pagine del libro,
traccia la fiumara
d’un nodo ardente di luce
che su una stella va smorendo.

 

Everything

 (after a photo of Eugénio De Andrade with his cat)

Everything on that table
displays  its aureole of light,
the  wine, the bread, those
olives full of the sunlight
of a  declivous summer.
The cat  is there, its tail
so black, its eyes
so  large and luminous,
a  careful creature that, while still asleep,
watches,  and in watching
lights  up the poet’s hand
as it  runs over sheets of paper,
growing  the number of pages in the book,
tracking  the torrent
of a fiery knot of light that fades,
dies away upon a star.

 

marco fazzini

marco fazzini

BILANCIA

Il corpo d’un poema
bilancia a malapena
il carico di vita
all’altro piatto.

Solo l’inganno
dei pesi
pareggia il conto
con le stelle.

 

Scale

A poem’s body
barely balances
life’s  load
on the  scales.

Only the  deceit
of counterweights
can settle the bill
with the stars.

3 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, poesia italiana contemporanea

SEI POETI DELLA NUOVISSIMA GENERAZIONE “GLI ARRABBIATI” (bsa), Leonardo Catagnoli, Mattia Macchiavelli, Mariano Menna, Valerio Gaio Pedini, Ivan Pozzoni -Con uno scritto di Ivan Pozzoni: La crisi della nozione tradizionale di comunità: hôtellerie e «nomadismo»

gambe-delle-donne-indossano-i-tacchi-alti

grattacieli-new-york

grattacieli-new-york

 

 

Bsa

Bsa

Galappa Losa [grappa rosa, la notte al bar cinese]

(bsa)

Limpido il bancone mandarino,
saracinesche mai del tutto abbassate
nonostante la legge l’imponga. Giambellino
offre vaste gamme di osterie di nuova
generazione. Disperati arabi mai educati al bere
vomitano lame contro lo sguardo che li coglie.
Tranquilli i sudati sudaca con fiato di fuoco
chiacchierano sul caro Caribe. Pochi
gl’italiani superstiti, vivi forse, sicuro
poco vegeti. Agitati dalla calce che le nari
farcisce. La chiaman droga, poco pura azzera
i neuroni, ma non è buona.
Tintinna ininterrotto lo stillicidio colorato del videopoker che ritma la vita
dell’omino del sol levante.

Un meltin’pot della devastazione, nuova
la forma, sempre uguale la sostanza, da Bukowski in poi,
dei bar delle periferie babilonesi.

 

 

escher

escher

 

Leonardo Catagnoli

Leonardo Catagnoli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Leonardo Catagnoli

L’OSTERIA

Cumuli di grida
sussurri e fiati sfiorano
dimenticati ed essiccati
gli antichi buchi
del legno notturno

evaporano i padri
mentre inciampa nel buio
l’afa alcolica dell’infinito
un vociare di donna
gronda sudicia libertà

il godimento s’estenua
in attimi di nulla
le urla arrugginite
donano alle fatiche
l’insensatezza dello spirito.

la grande bellezza gambe-e-tacchi-a-spillo

Mattia Macchiavelli

Mattia Macchiavelli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mattia Macchiavelli
OSTERIA COLOMBINA

Non v’è riparo per i raminghi del nord
sono folle volo le sinapsi di Atena
eterni gli appetiti su esauste rovine,
Wotan ha bruciato anche i corvi
smarriti i sillogismi nel buio selvatico
nessuno conosce la parola degli universi
sono tutti muti i pellegrini di Earthsea;

è oasi di sangue e sperma l’Osteria Colombina
porte di marzapane per lo sparuto avventore
la mia bisaccia culla nebbie di princisbecco,
regna la Venere dai sette difetti
un sorriso mirandolino in trenta denari d’argento
del fumo non sa che farsene,
nel malchiuso portone indovino il panettiere
autotrofe le certezze del braccio bianco
pingue e atroce il verbo dell’assenza:
la Luisona ha natura altamente metafisica;

un’orgia festosa nella sala dirimpetto
ebbra è la Luna che esilia Saturno
siamo tutti figli del serpente
m’offre Dioniso un cantaro d’edera:
– fatti bere dagli occhi della maschera
tuo è il tacco della Menade
sogno di cocaina la libido del satiro
mordi con me il pomo di Eris- ;

Ugo siede solo al bancone di cipresso
l’Ultima Dea tarda a tornare
mi bisbigliano profezie immortali le sue urne:
è canto dell’upupa l’abisso di memoria
sottrazione primordiale la lezione della mandorla
misura alchemica il segreto del papavero;

ho scelto la pillola rossa
splende un sole senza ritorno al di là dello specchio
Ananke culla il fuso con mani di caos e latte
nelle epifanie di Dublino sono la nuova Locandiera:
sa di vergine il gusto del Lete

bello

mariano menna

mariano menna

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mariano Menna
OSTERIA

Brindiamo alla gente di questa osteria
che vi entra per caso e mai più va via,
che rifiuta illusioni e vana speranza,
che disdegna prestigio e fatua eleganza.
Brindiamo agli ubriachi tornati lucidi
perché, più di prima, saranno trucidi;
perché giureranno di smetter di bere,
per poi tornare a innalzare il bicchiere.
Brindiamo ai politici che sono corrotti,
ai falsi ribelli e ai loro finti complotti;
ai preti bigotti e ai maniaci brutali
che troppo spesso hanno abiti uguali.
Brindiamo alla crisi che regna perpetua,
alle tasse infinite che non danno tregua,
a chi si lamenta ed è pieno di soldi,
a chi non si veste nemmeno coi saldi…
Brindiamo a chi ancora sa credere in Dio,
a chi, alla sua fede , ha già detto addio;
a chi ama un altro del suo stesso sesso,
vuole sposarlo, ma non gli è permesso.
Brindiamo alle donne uccise per gioco,
perché debbano pianger ancora per poco;
all’eterno razzismo e ad un paese diviso,
a chi è stato abortito e non l’ha deciso.
Brindiamo alla morte sempre in agguato,
brindiamo alla notte e al tempo andato,
urliamo al silenzio che risveglia i pensieri:
non c’è più passato, solo vino e bicchieri.
Brindiamo al brindare che ci rende felici,
che ci unisce tutti, amici e nemici.
Brindiamo a chi legge le nostre parole:
potrà venirle a cantar quando vuole!

MAJAKOVSKIJ ILLUSTRAZIONE

MAJAKOVSKIJ ILLUSTRAZIONE

 

valerio gaio pedini

valerio gaio pedini

 

 

 

 

 

 

 

Valerio Gaio Pedini

TOSSICA OSTERIA

M’impermei di sconfitte radicali,
disarcionandomi da ciò che vale,
f-attualmente niente di cui si può parlare
niente di ciò che esiste
nella terra delle terrazze meningitiche moral-mortali:
una sconfitta di suoni obesi
e di pensieri anoressici:
non si può andare avanti, se non sai cosa significhi “indietro”:
vai solo indietro, ti picconi, e poi ti fermi, liquidandoti in una società da poco:
in una diarrea primordiale
che di avveniristico ha solo il funerale.
Mi si torcono le budella, lo sfintere, il colon ed i coglioni
Soffrendo l’ammontare dei coglioni che mi fa male:
è un’eutanasia:
una lobotomia frontale, dove il fatto è una cacosissima denigratoria apatia emozionale:
è la mediazione dei calabroni che ti pungono di fiele
seppellendoti in inferno,
perché tu lo vuoi.
Io non so far altro che recitar questa disposizione dispotica
Di una terra caotica
Che sarcasticamente mi stimola
Uno svisceramento potente:
una scoreggia
che spero soffochi qualcuno,
al più presto.
Che spero soffochi me così che il buon senso dei finti buoni non trafigga la disposizione astrale dei miei coglioni,
che si sa sono polvere di stelle:
un’esplosione.

Buhm!

Morte!

Fine del divertimento,
del dipartimento,
della nazionale,
della nazione,
della latrina,
dell’obesità,
dell’anoressia,
del mio mal di stomaco,
dell’ansia spasmodica,
del lirismo apocalittico,
del sadismo e del crepuscolarismo,
del neo-capitalismo e del populismo,
del postmoderno e del classicismo:
fine di tutto:
fine di niente:
fine di me!

Picasso Jacqueline Roque

Picasso Jacqueline Roque

 

Ivan Pozzoni

Ivan Pozzoni

 

 

 

 

 

 

 

 

Ivan Pozzoni

ALL’OSTERIA DELL’AMORE SOLIDO

Piccolo amore mio, solido, tu, oggi, cadevi
e io non c’ero, a sostenerti, coi miei bicipiti aggressivi
di barbaro delle foreste del Nord, la faccia dipinta di azzurro,
distesi nello spasmodico berserksgangr del bere dal cranio dei vinti,
inizia tutto con un tremolio, il battere dei denti e una sensazione di freddo,
rabbia immensa e desiderio di assalire il nemico.

Piccolo amore mio, fragile, tu, oggi, cadevi,
e c’è un’osteria dietro casa nostra, tutta brianzola, il tuo nuovo mondo,
c’è un’osteria che serve cento e cento tipi di risotti
da spalmare sulle tue ferite e sulle tue ginocchia sbucciate,
dove io, uomo tassativo, riesco ancora ad interpretare ogni oscurità ambrata
nei tuoi occhi da bimba saggia, a manipolare il caleidoscopio delle tue iridi,
scoprendo, volontariamente, il fianco alla daga della tua artica lucidità.

Se non è un’osteria, il nostro amore, ci assomiglia: mangiamo e viviamo,
retribuendoci, a vicenda, vittorie e sconfitte, hôtellerie, viavaiamo e mangiamo,
finché l’oste Godan, il dio dei «poeti» ostinati, sbattendo un boccale di idromele sul tavolo
non ci inviti a danzare al Walhalla, Mocambo a contrario, danzare lontani, alla fine dei mondi,
tu tornerai alla freschezza semplice del tuo mare, ondivaga Sirena caetana di sabbia,
e a me non graverà sullo zinco la terra umida di nebbia della valle senza salite o discese.

Nelle antiche osterie dell’amore solido continuano a mescere nebbia e acqua-di-mare,
fuori temporaleggia, fulmini e tuoni, liquefatto dal nubifragio tutto si stinge,
e noi, mangiamo e viviamo, viavaiamo e mangiamo, al riparo, nella nostra riserva di felicità,
consapevoli che, restando sospesi nell’aria, a lungo andare,
i cristalli di ghiaccio brumosi confluiranno nel mare. Continua a leggere

99 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, critica dell'estetica, poesia italiana contemporanea

Poesie di Angela Bonanno da “Pane schittu”CFR, 2014 (Pane solo) con presentazione di Manuel Cohen

Commento di Manuel Cohen 

Pani schittu (CFR, 2014) un sintagma nominale che nella parlata catanese implica un modo di dire polisemico, alla lettera: ‘pane solo’ o ‘pane senza companatico’, in grado di sod-disfare o allentare il morso della fame, o pane che si mastica facilmente, come ad alludere a un alimento base, vitale.
Il pane come emblema e come tema, variamente declinato, costituisce una delle parole chiave della raccolta e, va da sé, una delle coordinate fondamentali del libro, nella duplice valenza, materica e simbolica.

città Catania sposi al mercato del pesce

Catania sposi al mercato del pesce

È motivo di origine e marca da subito in sottotraccia una differenza di genere: «me matri è n pezzu di pani schittu / di me patri non sacciu nenti», «mia madre è un pezzo di pane solo / di mio padre non so nulla»; è emblema della povertà materiale e morale in Tempo di fame: «senza fami», «senza fame», o della ‘fame nel mondo‘: «n pezzu di pani siccu nt’o casciolu», «un pezzo di pane secco nel cassetto»; altrove, è elemento che rinvia a credenze pagane e a formule di religiosità figurali e popolari, come in Centomila scongiuri e preghiere: «ma u miraculu non veni e / u pani arresta sulu», «ma il miracolo non viene e / il pane resta solo»; o che richiama aspetti di etnografia religiosa, di attinenza rurale e umile: «u santu n testa / chiddu d’e poviri / d’o sulu pani», «il santo in testa / quello dei poveri / del solo pane»; vieppiù si costituisce quale correlativo oggettivo di una condizione di solitudine, o di silenzio in Sunu fatti di carni i to paroli, Sono fatte di carne le tue parole: «ma u pani è silenziu», «ma il pane è silenzio»; o di disagio: «u pani adduppa», «il pane resta in gola»; e ancora, investe il mondo delle relazioni, rivelandosi quale più concreta, e congrua (per rapidità di sintesi, per esattezza icastica di rappresentazione) a riferire della problematicità interpersonale, fatta di mancanze e perdite, di vuoti e insufficienze, di incomprensioni e preterizioni: «ca di ognunu na mud-dica / m’arresta dintra / non sugnu spirituali», «che di ognuno una mollica / mi resta dentro / non sono spirituale»;

città Catania interno di palazzo-manganelli

Catania sposi al mercato del pesce

a rimarcare la distanza, la fine di un amore: «u friddu / d’e to manu / schitti comu u pani», «il freddo delle tue mani / sole come il pane»; oppure: «è sempri n fattu di fami / l’amuri è quannu non c’è», «è sempre un fatto di fame / l‘amore è quando non c’è»; o un elemento naturalistico a forte allusività analogica non privo d‘ironia: «u pani schittu abbasta / ma i maccarruni / allinchiunu a panza», «il pane solo basta / ma i maccheroni / riempiono la pancia»; è oggetto di rivalsa, contro cui si scaglia un istinto libertario: «vasamu u pani d’aieri e / ittamulu ê cani», «baciamo il pane di ieri e / buttiamolo ai cani». Interrelati al pane come alimento e come emblema, sono il senso di fame (una necessità fisiologica che sposa presto un più connaturato bisogno di affettività) e la percezione del freddo, al contempo, fisico ed emotivo, interiore e meteorologico. Inutile quasi rimarcare quanto sia urgente la forte valenza di una Stimmung attualissima, come in questo testo: «perdu sempri na cosa / a sira i tappini / a forza a matina / iù perdu / tu perdi / persimu tutti / è u verbu d’a catina», «perdo sempre una cosa / la sera le ciabatte / la forza al mattino / io perdo / tu perdi / abbiamo perso tutti / è il verbo della catena».

città Catania

Catania sposi al mercato del pesce

 Gli ultimi prelievi testuali consentono inoltre di intravvedere la particolare formulazione retorica dei testi: oltre al ricorso a formule gergali e a modi di dire, si segnala il frequente uso della congiunzione ‘e’ posta a fine verso: a indicare che il verso quasi mai si chiude in sé, rinunciando alla valenza monorematica, e invece affida alla continuità testuale e sintattica il proprio discorso.
Altro elemento retorico strategico e caratterizzante, rilevabile in frequenza, è costituito dalle figure di ripetizione. Queste ultime, se ad una prima lettura trovano giustificazione nell’oralità, come elementi ecolalici e archetipici del discorso diretto, ma anche come dati di formularità glossolalica ricalcata da una matrice di religiosità popolare millenaria, ovvero dal Grande Codice della Bibbia: ripetizioni dunque da intendersi come vere e proprie genealogie, e ripetizioni come orazioni affidate ad elementi di recursività sonore che tracciano lo stigma di memorabilità dei versi.
Ad una lettura ulteriore, ci si accorge della sottile, raffinata tela ordita da questa sorprendente autrice: le ripetizioni sono sempre più complesse, e ne attestano l’elevata appercezione estetica, da esperta rethoricienne: basti leggere un testo, in questa chiave, esemplare: Sempri idda, Sempre lei: qui si va dalla epanodo, che come un mantra stigmatizza il rapporto con la madre, «me matri me matri / sempri idda», alla dittologia raddoppiata «me matri me matri», passando poi per l’epanadiplosi: quel «sempri idda» che apre e chiude circolarmente il testo, anadiplosi che torna ad esempio in Assittatu nt’a testa, Seduto nella testa, dove il participio ‘assittatu’ apre e chiude il testo poetico.

città catania_mercato_pesce_1

Catania sposi al mercato del pesce

 Ancora figure di ripetizione nel testo Cu s‘ammuccia nt’a notti, Chi si nasconde nella notte, dove la ripresa lessematica da un verso all’altro o anadiplosi: «a notti / a notti», si fa ricerca di ambiguità linguistica e di variazioni nell’anafora variata (con sovrapposizione di coniugazione singolare e plurale) ‘notti, notti’ in presenza di una chiusa gnomica che si fa memoria proverbiale: «ca c’è sempri u iornu ammenzu a du notti suli», «che c’è sempre il giorno in mezzo a due notti sole».
Pani schittu è un libro coeso, forte per strumentazione, saldo per accordo di motivi. Motivi qui solo in minima parte svelati, lasciando al lettore margine e piacere della scoperta. Piacere di un testo mercuriale che restituisce la pienezza di sguardo, la complessità di lingua e argomenti, a volte l’urto necessario di una scrittura di estrema sintesi, affidata a ellissi e clausole tranchant e aforismatiche: «essiri scurdata è / non essiri», «essere dimenticata è / non essere»; o paradossali: «cu mi lassa / non mi perdi», «chi mi lascia non mi perde».

città Palermo Il duomo di Monreale

Catania sposi al mercato del pesce

 Pani schittu pone al centro l’asse cibo-poesia-vita: ne fa implicata e non dirimente questione fisiologica, corporale e mentale. Sicché questa materia elementare, feriale e concreta, sarebbe di certo piaciuta molto a Davide Lajolo, indimenticato critico di Poesia come pane. Sarebbe piaciuto a Pasolini, indagatore inquieto delle scritture dialettali, e ne sarebbe rimasto anche sorpreso: quelle sue considerazioni sul realismo e sul-l’ambiguità di Lu fattu di Bbissana di Alessio De Giovanni, potrebbero in parte, solo in parte, valere anche per il lavoro di Angela Bonanno: tra naturalismo e ambiguità semantica, vitalità e ricerca. Ma su tutti, e più di altre, la direzione di questa scrittura, viscerale e concreta, umorale e molto fisica, muove verso una comunanza ideale con il paradigma di Assunta Finiguerra: non solo per il ricorso alla similitudine, il tropo più naturale, che evidenzia tutt’intera la humilitas come habitus, e la predilezione per il sermo humilis, non disdegnando qua e là accese sortite nel sermo merus. L’ascendenza con la Finiguerra si può cogliere ad esempio in questo prelievo testuale: «u cori è n’o ciancu /chiuso n’a scoccia comu na ficurinia / ogni passu na spina», «il cuore è nel fianco / chiuso nella buccia come un fico d’india / ogni passo una spina»; dove assieme alla similitudine, c’è il ricorso ad una metafora naturale, la buccia, che sembra precipitata per filiazione endogena della phonè. Ma l’accostamento alla poeta di San Fele è nei motivi dell’amore abbandonato, conteso, sofferto, nonché per quella natura ferita e ferina, vieppiù risentita, su cui posare uno sguardo autoironico, solo in parte consolatorio: «na lingua sula sacciu / chidda ca scava na fossa n’a me vucca»,«una lingua sola so / quella che scava la bocca».

(dalla prefazione di Manuel Cohen)

*

staiu nt’a statu di famigghia scarutu
o stato di famiglia scaduto
sto su uno stato di famiglia scaduto
ci su paroli ca non vogghiu sentiri
sangu
ancora ancora avi n sonu duci
ma globuli russi e ianchi
m’agghiacciunu i renti
ci su paroli ca non vogghiu sentiri
paroli fausi
ca non servunu a nenti
addumannari pirmissu
spiari cu è
l’ura arriva a porti chiusi
e a morti s’attrasiri
trasi

sono parole che non voglio sentire
ci sono parole che non voglio sentire / sangue / ancora ancora ha un suono dolce / ma globuli rossi e bianchi / mi gelano i denti / ci sono parole che non voglio sentire / parole fasulle / che non servono a niente / chiedere permesso / domandare chi è / l’ora arriva a porte chiuse / e la morte se deve entrare / entra

 

angela bonanno da sx S.Lisi, Angela Bonanno, G.LaVilla, Sebastiano Leotta

angela bonanno da sx S.Lisi, Angela Bonanno, G.LaVilla, Sebastiano Leotta

me figghia e me figghiu
su ciatu e vista
me figghia nt’a vucca
me figghiu nt’a ll’occhi

mia figlia e mio figlio / mia figlia e mio figlio / sono fiato e vista / mia figlia nella bocca / mio figlio negli occhi

*
i setti
e ddi carusi non spuntunu
a pignata è supra ma
a testa unn’è
e u sali cci-ù misi
o non cci-ù misi
e mi doli u rinocchiu
nt’a sta casa s’aggigghia
u cani dormi
comu fu ca arristai sula
forsi dd’a limosina ca non fici

le sette
le sette / e quei ragazzi non spuntano / la pentola è sopra ma / la testa dov’è / e il sale l’ho messo / o non l’ho messo / e mi fa male il ginocchio / in questa casa si gela / il cane dorme / come fu che sono rimasta sola / forse quell’ elemosina che non ho fatto

 

angela bonanno

angela bonanno

appuntamenti cch’e dutturi
u stagninu
sabbutu sira ccu tia
ma nt’a testa è duminica
sempri

con i dottori
appuntamenti con i dottori / l’idraulico / sabato sera con te / ma nella testa è domenica / sempre

*
fa friddu
supra u lettu cuttunati di nivi
u ciatu ciuscia forti e
rumpi i renti
u pinzeri è suttazeru
si ciacca
a casa sdintata
si unghia
abbastassi n focu nicu
na vampata
ppi sciogghiri u gelu di sti iorna
non ci su pospira
i ligna assappanati
e su nfozza u friddu
o finisci ca moru

fa freddo
fa freddo / sopra il letto coperte di neve / il fiato soffia forte e / rompe i denti / il pensiero è sottozero / si spacca / la casa è sdentata / si gonfia / basterebbe un fuoco piccolo / una vampata / per sciogliere il gelo di questi giorni / non ci sono fiammiferi / la legna è inzuppata / e se rinforza il freddo / va a finire che muoio

 

città Catania pescheria 2

Catania sposi al mercato del pesce

dormu a filu
mi cusu u sonnu all’occhi
ma non teni
me figghia fuma nirvusa
u mussu strittu
comu a so nanna
a muntagna arreri ô cozzu
u friddu ncoddu
comu n’avissimu a parrai
cu stu ruppu nt’a vuci
m’arrusbigghiu cc’o scuru
ogni ghiornu n’ura prima
comu a me matri
assittata nt’o lettu
i spaddi ô muru
aspettu di sentiri n varagghiu
u munnu ca si scugna
me figghia astuta muzzucuni
u televisori
cci ll’avi cch’e politici
ci vulissunu du pezzi supra u suli
e dormiri dormiri
iù criru ca è l’omu a peggiu speci

dormo a filo
dormo a filo / mi cucio il sonno agli occhi / ma non tiene / mia figlia fuma nervosa / le labbra strette come sua nonna / la montagna dietro il collo / il freddo addosso / come dovremmo parlarci / con questo nodo nella voce / mi sveglio col buio / ogni giorno un’ora prima / come mia madre / seduta sul letto / le spalle al muro / aspetto di sentire uno sbadiglio / il mondo che si scuote / mia figlia spegne mozziconi / il televisore / ce l’ha con i politici / ci vorrebbero due pezze sopra il sole / e dormire dormire / io credo che l’uomo è la peggiore specie

 

città Catania via etnea

Catania sposi al mercato del pesce

cu s’ammuccia nt’a notti
a notti sculata intra u bicchieri è vinu
è cchiù nica a notti
s’arricogghiu cch’e manu
non si pò chiuriri a notti nt’a parola notti
si sapi ca i notti tra d’iddi non si ncontrunu mai
ca c’è sempri u iornu ammenzu a du notti suli

notte
chi si nasconde nella notte / la notte colata dentro il bicchiere è vino / è più piccola la notte / se la raccolgo con le mani / non si può chiudere la notte nella parola notte / si sa che le notti tra di loro non si incontrano mai / che c’è sempre il giorno in mezzo due notti sole

*

me matri me matri
sempri idda
a dirimi ca sugnu buttana
a mmìa ca allargu i cosci
ma mi tegnu strittu u cori

me matri me matri
sempri idda
a dirimi ca sugnu mbriacuna
a mmìa ca vivu e vivu
e a siti non s’astuta

me matri me matri
sempri idda
a dirimi ca a casa sta fitennu
a mmìa ca lavu e lavu
e aiu i manu sempri
chini di fangu

me matri me matri
sempri idda
a dirimi tantu non moru
ca cu nasci ppi piniari
a morti non s’a pigghia

me matri me matri
sempri idda

mia madre mia madre
mia madre mia madre / sempre lei / a dirmi che sono una puttana / a me che allargo le cosce / ma mi tengo stretto il cuore // mia madre mia madre / sempre lei / a dirmi che sono ubriacona / a me che bevo e bevo / e la sete non si spegne //mia madre mia madre / sempre lei / a dirmi che la casa sta puzzando / a me che lavo e lavo / e ho le mani sempre / piene di fango // mia madre mia madre / sempre lei / a dirmi tanto non muoio / che chi nasce per penare / la morte non se la piglia //mia madre mia madre / sempre lei

 

città gli sposi a Catania

Catania sposi al mercato del pesce

u riscussu si fa seriu
ti cazzulii i manu
ti putissi fari crisciri l’ugna
penzu
tingiritilli russi
e mi veni d’arririri
scritta nt’e stiddi
a luna storta a stasira
a to facci si fa niura
n coppu di tussi
a vuci non ti nesci
non vulissi essiri ô to postu
penzu
e mi veni d’arririri
discorso si fa serio
il discorso si fa serio / ti torturi le mani / ti potresti fare crescere le unghie / penso / tingerle di rosso / e mi viene da ridere / scritta nelle stelle / la luna storta stasera / la tua faccia si fa nera / un colpo di tosse / la voce non ti esce / non vorrei essere al tuo posto / penso / e mi viene da ridere

 

città giardino dipalazzo-manganelli-catania-2

Catania sposi al mercato del pesce

rivogghiu a me vita
a me casa
non parru d’amuri
l’amuri è vacanza
è iri e turnari
rivogghiu a me vita
n duluri di testa viddanu
iddu si susi assunnatu
nt’o lettu u cunfortu
d’a stampa d’o pettu
talìa versu fora
a facci d’o muru
nesci d’a stanza
ô piscia
torna
non sapi cchi fari
mi susu cc’u tutti i me forzi
mi lavu mi vestu
na pinnula e
nesciu ch’e cosci di fora
ncazzata
u vicinu è cunvintu ca
ti fazzu i conna
picchì tu ci arriri
ti fermi a parrari
m’arrusbigghia ê primi d’aprili
na schigghia ca spacca
nt’a panza
curru versu a finestra
m’affacciu
i pessica c’a testa china di ciuri
u ciatu s’accupa pp’o
troppu culuri
rivogghiu a me vita
non certu l’amuri
l’amuri è vacanza
è iri e turnari
rivogghiu a me vita
a casa pulita
ogni cosa ô so postu
iù nficcata nt’a luci
abbissata
mentri ca torna
non sacciu di unni di quannu
e mi leggi e rileggi
e dopu mi chiuri
m’abbìa nt’a na gnuni
u prezzu stampatu
supra a carina
vogghiu sentiri u sonu d’e piatti
vulari
appoi nesciri nzemi
illi accattari
rivogghiu a me vita
a me casa
non parru d’amuri
l’amuri è vacanza
è iri e turnari
viriri vogghiu u schifìu
d’a cipudda ca frii
u lamentu d’a taula
ca cu duluri s’allonga
assittata
sta paci m’ammazza
u divanu russu
a tenna viola ca duci duci ô
ventu s’annaca
me matri dici ca
paremu ô burdellu e
comu ô burdellu n’aiu vistu passari
senza pani né acqua
p’arristurari stu cori di terra
ca mpetra
non parru d’amuri
l’amuri è vacanza
è iri e turnari
ci vulissi na staccia
sutta u tettu
sapiri ca teni
e iri e turnari
a circari l’amuri
rivoglio la mia vita

(rivoglio la mia vita / non parlo d’amore / l’amore è vacanza / è andare e tornare / rivoglio la mia vita / un dolore di testa villano / lui si alza assonnato / nel letto il conforto / della stampa del petto / guarda verso fuori / la faccia del muro / esce dalla stanza / va a pisciare / torna / non sa cosa fare / mi alzo con tutte le mie forze / mi lavo mi vesto / una pillola e / esco con le cosce di fuori / incazzata / il vicino è convinto che / ti faccio le corna / perché tu gli sorridi / ti fermi a parlare / mi sveglia ai primi d’aprile / un urlo che spacca / nella pancia / corro verso la finestra / i peschi con la testa piena di fiori / il fiato si soffoca per / il troppo colore / rivoglio la mia vita / non certo l’amore / l’amore è vacanza / è andare e tornare / rivoglio la mia vita / la casa pulita / ogni cosa al suo posto / io ficcata nella luce / agghindata / mentre torna / non so da dove da quando / e mi legge e rilegge / e dopo mi chiude / mi getta in un angolo / il prezzo stampato / sulla schiena / voglio sentire il suono dei piatti / volare / poi uscire insieme / andarli a comprare / rivoglio la mia vita / la mia casa / non parlo d’amore / l’amore è vacanza / è andare e tornare / vedere voglio il baccano / della cipolla che frigge / il lamento del tavolo / che con dolore si allunga / seduta / questa pace mi uccide / il divano rosso / la tenda viola / che dolce dolce al / vento si dondola / mia madre dice che / sembriamo al bordello e / come in un bordello ne ho visti passare / senza pane né acqua / per ristorare questo cuore di terra / che impietrisce / non parlo d’amore / l’amore è vacanza / è andare e tornare / ci vorrebbe una trave / sotto il tetto / sapere che tiene / e andare e tornare / a cercare l’amore)

5 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, poesia in dialetto

POESIE INEDITE E EDITE  di Lorenzo Calogero (1910-1961), tradotte da John Taylor Presentazione di Giorgio Linguaglossa

stecher Bicicletta d'epoca con uomo e donna primi 900

foto d’epoca

  Lorenzo-Calogero

Presentazione di Giorgio Linguaglossa

Lorenzo Giovanni Antonio Calogero nasce il 28 maggio 1910 nel piccolo centro di Melicuccà, in provincia di Reggio Calabria, da Michelangelo Calogero e Maria Giuseppa Cardone. Terzo di sei fratelli, Lorenzo inizia le scuole elementari a Melicuccà e le conclude a Bagnara Calabra, dove vive presso gli zii materni. Nel 1922 la famiglia Calogero si trasferisce a Reggio Calabria, dove Lorenzo frequenta prima l’Istituto Tecnico, poi cambia corso di studi conseguendo la maturità scientifica. Nel 1929 la famiglia Calogero si trasferisce a Napoli per avviare i figli agli studi universitari. E’ di questi anni la scrittura dei primi versi, che legge solo alla madre. Lorenzo inizia ad Ingegneria, ma l’anno successivo decide di cambiare facoltà iscrivendosi a Medicina. Nel 1934, per ristrettezze economiche, la famiglia Calogero è costretta a tornare in Calabria. Segue con profitto gli studi ma contemporaneamente legge i poeti e scrive: in questo periodo compone buona parte dei versi che formeranno le raccolte 25 Poesie, Poco suono e Parole del Tempo. Comincia a manifestare le prime patofobie.

stecher il venerdì santo a Palermo gli incappucciati

foto d’epoca

 Di formazione cattolica, segue la scena letteraria che si raccoglie intorno a “Il Frontespizio”, di Pietro Bargellini e Carlo Betocchi, ai quali invia le prime poesie con la speranza che vengano pubblicate. I versi gli vengono però restituiti, allora scrive a premi letterari e riviste spurie, vuole pubblicare ad ogni costo. Nel 1936 esce a sue spese il primo libro, Poco suono, presso Centauro Editore. Nel ’37 si laurea in Medicina, ma continua la corrispondenza con Betocchi, che gli promette di pubblicarlo ne “Il Frontespizio”; la pubblicazione non avviene ed egli ne trae la conclusione che il suo destino non è quello del poeta. Inizia un lungo periodo di distanza dalla scrittura, in cui non v’è traccia di tentativi di pubblicazione o contatti con il mondo letterario. La sua salute è precaria, tuttavia consegue l’abilitazione e nel 1939 inizia ad esercitare la professione medica in diversi centri della Calabria. Ma tende a tornare a Melicuccà, a rifugiarsi dalla madre, con cui intrattiene un’intensa corrispondenza. E’ sempre più instabile. Nel 1942 tenta per la prima volta il suicidio sparandosi in direzione del cuore. Viene salvato a fatica. I fratelli sono in guerra, fa il medico sempre più a malincuore: “sono vissuto nella mia professione come se scrivessi versi”.

stecher Mario_De_Biasi__1954__stampa_d_epoca

foto d’epoca

lorenzo calogero

lorenzo calogero

Nel 1944 inizia una lunga corrispondenza epistolare con una studentessa di Reggio Calabria, Graziella, cui seguirà un fidanzamento di cinque anni. La sua vita è sempre più caotica, abbandona i posti di lavoro, si rifugia dalla madre con più frequenza.  Si getta in tutte le letture: filosofia, scienze biologiche, matematica, teologia, poesia. Rompe con Graziella ma non la dimentica, e tenta invano di riallacciare il rapporto attraverso lunghissime lettere disperate. Ha ricominciato a scrivere: dal 1946 al 1952 compone le poesie poi incluse in Ma questo… e Come in dittici. Dal 1951 al 1953 invia i suoi manoscritti a molti scrittori, poeti, uomini di cultura, l’esito è sempre negativo. Nel 1954 invia dattiloscritti all’editore Einaudi, da cui non riceve risposta. Decide allora di partire per incontrare Giulio Einaudi personalmente, ma va a Milano e sbaglia redazione. Giunge a Torino ma Einaudi  è fuori sede e i suoi scritti non si trovano. E’sempre più sfiduciato ma continua a scrivere a editori e riviste , che gli rispondono evasivamente. Lo stesso anno riceve l’incarico come medico condotto a Campiglia d’Orcia, in provincia di Siena; qui scrive in soli undici giorni Avaro nel tuo pensiero, che rimarrà inedito. Dopo appena un anno, una delibera del consiglio comunale lo dimette dall’incarico di medico-condotto, così nel 1955 si ritira definitivamente nel suo paese. Riscrive a Einaudi che risponde, ma negativamente. Nel settembre, sempre a sue spese, pubblica Ma questo…, presso Maia.

Lorenzo Calogero La casa a Melicuccà

Lorenzo Calogero La casa a Melicuccà

  lorenzo-calogeroScrive anche a Betocchi, di nuovo dopo vent’anni, chiedendogli di pubblicare con Vallecchi. Nel gennaio del 1956 esce la raccolta  Parole del tempo, che contiene 25 PoesiePoco SuonoParole del Tempo. A causa di un peggioramento delle sue nevrosi viene ricoverato nella casa di cura “Villa Nuccia” a Gagliano di Catanzaro. Tornato nel suo paese, scrive invano a numerosi critici e poeti per farsi recensire Ma questo… Ne spedisce una copia anche a Leonardo Sinisgalli, accompagnata da una lunga lettera in cui chiede la prefazione per un nuovo libro che sta per essere pubblicato “anche se dovesse dirne tutto il male che si può immaginare”. Inizia così il rapporto con chi invece sarà il primo a riconoscere le sue qualità poetiche, e che gli sarà amico fino alla fine. Nel mese di settembre esce Come in dittici con la prefazione di Sinisgalli. In seguito alla morte della sua amatissima madre, però, avvenuta poco dopo, viene nuovamente ricoverato per un tracollo nervoso a “Villa Nuccia”. Si innamora di un’infermiera, Concettina. Tenta nuovamente il suicidio recidendosi le vene dei polsi.

 leonardo sinisgalli

leonardo sinisgalli

 Nel 1957 vince il premio letterario “Villa San Giovanni”, conferitogli dalla giuria presieduta da Falqui, e composta da G. Selvaggi,  G. B. Angioletti, G. Doria, S. Solmi. Sinisgalli  presenzia alla premiazione. Nonostante il prestigio del premio non riceve nessuna proposta editoriale, che cerca disperatamente, sempre più stretto da una ingenerosa  incomprensione. Mangia pochissimo, sostenendosi con sonniferi, sigarette, caffè. Tra il 1956 e il 1958 scrive le novantanove poesie della raccolta Sogno più non ricordo. Viene ricoverato nuovamente a “Villa Nuccia”. Nel 1960 si reca per alcuni giorni a Roma, dove conosce Giuseppe Tedeschi, che racconterà il loro incontro nell’introduzione al primo volume di “Opere Poetiche”, pubblicato postumo. La sua irrefrenabile necessità di scrivere si intensifica, scrive i 35Quaderni di Villa Nuccia, così come li intitolerà Roberto Lerici, editore di “Opere Poetiche”, che costituiscono forse la sua più alta produzione letteraria.

Trascorre gli ultimi anni da solitario e sventurato poeta nel suo paese natale, consacrato alla poesia, corteggiando la morte.

Il corpo del poeta senza vita fu trovato nella sua casa di Melicuccà il 25 marzo 1961. Nell’ultima pagina di un quaderno trovato sulla sua scrivania, è stata trovata quella che forse è la sua ultima poesia, “Inno alla morte”. Un biglietto trovato accanto al suo corpo, recita la frase:

Vi prego di non essere sotterrato vivo”.

lorenzo calogero foto di paese

foto d’epoca

 Nel fascicolo di aprile 1961 di “Europa Letteraria”, Giancarlo Vigorelli pubblica alcune sue poesie con note di Leonardo Sinisgalli. Nel 1962 con l’uscita del I vol. di “Opere Poetiche” in un’elegante edizione della collana “Poeti europei” della casa editrice Lerici, esplode il “caso letterario Lorenzo Calogero”. Centinaia di articoli della stampa italiana e straniera lo definiscono “nuovo Rimbaud italiano”. Il clamore dura quasi ininterrotto fino al 1966, quando, quasi subito dopo la pubblicazione del II vol. di “Opere Poetiche,” la casa editrice Lerici pone fine alla sua attività editoriale. Per anni è stato atteso l’ultimo dei volumi della Lerici che avrebbe dovuto contenere Avaro nel tuo pensiero, ancora oggi inedito, insieme ai circa 800 quaderni manoscritti, fittissimi di liriche, numerosi scritti in prosa e lettere con poeti, critici, editori, intellettuali. Attualmente il corpus inedito è composto da più di 15.000 versi che attendono un’adeguata collocazione nella più alta letteratura del ‘900.

John Taylor

John Taylor

 John Taylor nasce nel 1952 a Des Moines (Stati Uniti), e vive in Francia dal 1977. È autore di sei opere di racconti, di prose brevi e di poesie: The Presence of Things Past (1992), Mysteries of the Body and the Mind (1988), The World As It Is (1998), Some Sort of Joy (2000), The Apocalypse Tapestries (2004) e If Night is Falling (2012). Le raccolte The Apocalypse Tapestries e If Night is Falling sono state pubblicate in italiano: Gli Arazzi dell’Apocalisse (Hebenon, 2007) e Se cade la notte (Joker, 2014), nella traduzione di Marco Morello. John Taylor è anche noto come specialista di letteratura francese contemporanea, di cui scrive regolarmente rassegne sul Times Literary Supplement (Londra). Si occupa anche di poesia internazionale nella rivista Antioch Review, dove appare in ogni numero la sua rubrica “Poetry Today”. Un’ampia selezione dei suoi saggi su poesia e prosa francesi è apparsa in tre volumi con il titolo Paths to Contemporary French Literature (Transaction, 2004, 2007, 2012) e i suoi saggi su poesia europea nella raccolta Into the Heart of European Poetry (Transaction, 2008) che comprende numerosi saggi su poeti italiani: Montale, Saba, Pavese, Caproni, Ungaretti, Sbarbaro, Sereni, Zanzotto, Erba, Cattafi, Mariani, de Palchi, Luzi, De Angelis e altri. Ha tradotto le poesie di Philippe Jaccottet, di Pierre-Albert Jourdan, di Jacques Dupin, di Louis Calaferte e di José-Flore Tappy. È editor e co-traduttore d’una ampia raccolta dei testi del poeta italiano Alfredo de Palchi: Paradigm: New and Selected Poems, 2013. En 2013, Taylor ha vinto una borsa di traduzione presso l’Accademia di Poeti Americani per il suo progetto di tradurre il poeta italiano Lorenzo Calogero.

Edizioni Lerici delle poesie di Lorenzo Calogero

Edizioni Lerici delle poesie di Lorenzo Calogero

 

However gloriously he loved
it was his pale hesitation that was being recounted
at the boulders’ brink.
All things recounted themselves in turn
the finalized obliqueness
of the blue half in formation.
At night things were recounted to the other human being
and only when recounted aloud could he himself understand.
Thus his very things were telling stories all the time
over this earth’s dominions.
Creeping plants were flowering in rows
as well as something else, dark and expected—
all these were elsewhere.

 

*

Per quanto egli amò con gloria
era una pallida titubanza
che si narrò ai margini delle rocce.
Tutte le cose si narrarono a vicenda
l’obliquità compiuta
del mezzo azzurro a schiera.
Di notte si narrò di cose ad altro essere
e solo ad alta voce egli comprese.
Così raccontarono nel dominio della terra
tutte le ore le medesime sue cose.
Sui filari rampicanti erano i fiori
e un’altra cosa attesa oscura
erano altrove.

da Avaro nel tuo pensiero — inedito.

*

via Lorenzo Calogero Melicuccà

via Lorenzo Calogero Melicuccà

 

 

 

 

 

 

 

Implicitly understood, the signs

Implicitly understood, the signs—
the day is near—hollow out
with their long lightning eyes
a black flash that was full of hate.
Larks were captive and,
facing the days,
with a calm sound of lightness,
of pure spaces of waves,
that you watch struggling to grow, a dense,
limpid gentleness in your eyes
snaps off as you fade.
If the dead steal you away into the ground,
if you question me and then smile,
I no longer know what is longer
or more foreboding: death
or this quietude that comes
from now on to live again
in the sunbeam of other people’s pain.

 

Implicitamente sottintesi i segni

Implicitamente sottintesi i segni —
non è lontano il giorno — scavarono,
coi loro lunghi occhi di baleni,
un lampo nero ch’era di odio.
Allodole erano prigioniere,
e, di rimpetto ai giorni,
col suono calmo di una lievità
di puri spazi di onde,
che vedi crescere a stento, si spezza
una dolcezza limpida
nei tuoi occhi, densa, che scolori.
Se ti trafugano i morti sotterra,
se m’interroghi e sorridi poi,
non so se piú presaga
piú lunga di te sia morte
o la quiete: questa che viene
ormai a rivivere
nel raggio dell’altrui dolore.

da Come in dittici, Opere Poetiche 1, p. 18.

lorenzo calogero citazione

 

 

 

 

 

A life is streaked

A life is streaked among anxious
rigid shapeless things. Still unseen
is a passer-by.
To drop anchor in the void was surely
a light and, if ablaze,
no longer do you know if a line or a larva
was afar, a winged shape
neither hiding nor swooping down anymore.
Nor do you reply with brief
close-up movements. You will accompany pain
to the increased mystery of being
only a leaf.

Tears, lacinias left behind
have no longer happened: they pass
like lines into the void. Man,
no longer will you leave tomorrow unseen,
your weeping lacerated.

If the enlightening magic ceases
the light of words today is denied
in the dark, monotonous reflected alternative
of the hours. For this solemn strolling
you will cease to be at the height
of the solar solitudes, in the silence,
a hovel made round and,
no longer with the hint of a smile, you will await
in the reflection of a new being
your new pain.

 

Si screzia una vita

Si screzia una vita fra trepide
rigide amorfe cose. Ancora
non veduto è un passante.
Ancorarsi nel vuoto era certo
una luce e, se a fiamma
non sai piú se remota era una linea
o una larva, sagoma alata
piú non si cela piú non ripiomba.
Piú non risponderai per brevi
moti accanto. Accompagnerai il dolore
al mistero cresciuto di essere
solo una foglia.

Lacrime, lacinie lasciate in disparte
non sono più accadute: passano
come righe nel vuoto. Non più uomo
lascerai domani non veduto
lacerato il tuo pianto.

Si l’illuminante magia cessa
il lume della parola oggi si nega
nell’alternativa riflessa resa cupa
e monotona delle ore. Per questo incesso
cesserai di essere dalle altitudine
delle solitudini stellate, nel silenzio,
una bicocca resa rotonda
e, no più abbozzato sorriso, attenderai
nel riflesso di un nuovo essere
il tuo nuovo dolore.

da Come in dittici, Opere Poetiche 1, p. 11

Monumento a Lorenzo Calogero, di C. Pirrotta Melicuccà

Monumento a Lorenzo Calogero, di C. Pirrotta Melicuccà

I Know of a Tree

I know of a tree, of a free
cloak of leaves, of a thief
or of another with a changeable
name behind a tombstone; and perhaps
tomorrow you too will recall
having been up in the air
and on a different versatile course
during the same day. Free,
off you will go in your shabby cloak,
not noticing you are yourself gentleness,
lazy and lovely in your looks,
your lips limpid,
quivering in the air, so alone in your grief.

 

So di un albero

So di un albero, di un libero
mantello di foglie, di un ladro
o di un altro con un mutevole
nome dietro una tomba; e forse
domani ti ricorderai
anche tu di essere nell’aria
di un diverso versatile corso
nell’ora del medesimo giorno. Libera
andrai nel tuo mantello povero
e non ti accorgerai di essere una dolcezza
vaga pigra all’aspetto,
chiara sul labbro,
tremula nell’aria, così solitaria al dolore.

da Come in dittici, Opere Poetiche 1, p. 154.

lorenzo-calogero

lorenzo-calogero

To veiled enchantment

To veiled enchantment the words
are crying out. One moment burning out, the next
flaring into faint love, ever sharp was the song.
If lazy, a word dissuades:
return to remote warnings.
How this quietude was mindful
of the sad sound deceiving it.

Perhaps it is but a dream. The gray beating
wings back upstream
and a day ends. I ask what sign
your sweet facial features was.
Thus burns out
bleak weather or dim sorrow
and sways off into the swamp
because I am asking you.
Cobalt blue
were the waters and, changeless,
your disappointing face
hovering above a light flickering in the breeze.

 

A larvato incanto

A larvato incanto gridano
le parole. Ora si spegne, ora in fioco amore
era sempre acuminato il canto.
Pigra una parola dissuade
e ritorno a remoti ammonimenti.
Come questa quieta era memore
del suono triste che l’illude.

Forse non è che sogno. Il battito
d’ali grigio risale a monte
e una giornata si chiude. Chiedo
qual era il segno dei dolci
tuoi lineamenti. Si spegne
anzi tempo cupo o duole fioco
e dondola fuggente nella palude
perché ti chiamo.
Di cobalto
erano le acque e, senza mutamenti,
sopra una luce trepida alla brezza
il tuo viso che delude.

da Ma questo, Opere Poetiche 2, p. 138.

Edizioni Lerici delle poesie di Lorenzo Calogero

Edizioni Lerici delle poesie di Lorenzo Calogero

Frail sailing veins

Frail sailing veins and the sailboat
as dawn glimmers. Still drowsing. A dark
empty affair and you dying
like a bud of wheat when,
leaving the barely surfaced land,
the shepherds crossed the waters
with their dark, worn-out hearts
and their blond faces
like the soft low-cut clearings
of harvests on barely born hills.
Like a star barely deserted
a current murmured to you
in the immensity of the blue.
Now you hear the call of the camp
when the horses bit you.
Long the brown wellsprings that loved you
with their bright motley banners
have dried up.
That frail colored boat
changed its sail and oars
and the cameos made an about-face
towards the spread of solitary brown plains
of the night, like a soothed
affable sunbeam, and they loved
other men. The pain
awakened your brown desires for torrid days
on the blond hair; and yesteryear’s
times and paths have vanished
even as gold bleaches live gold and hisses at
the swift moonbeams
from the west.

 

Fragili vene a vela

Fragili vene a vela e l’imbarcazione
sugli albori. Dormiveglia. Cupa
e vuota faccenda e tu che muori
come una gemma del grano, quando
da una terra appena emersa,
passarono i pastori sulle acque
coi loro cupi e stanchi cuori,
e il loro viso era biondo
come le radure soffici e radenti
delle messi dei colli appena nuovi.
Come una stella appena vuota
ti mormorò una corrente
nell’azzurro e nell’immenso.
Ora odi il suono del bivacco
quando ti morsero i cavalli.
Erano da anni assiepate
queste brune fonti che ti amarono
e splendevano come vessilli multicolori.
Cambiò vela e mutò remo
questa fragile barca di colori
e i cammei si volsero dall’altra parte
ove si stendevano le brune erme pianure
della notte, come un sopito raggio
che fu tanto cortese ed amarono
gli altri uomini. Il dolore
ti svegliò la bruna voglia del solleone
sopra i biondi capelli; e i tempi,
i cammini da allora sono persi
come l’oro fa biondo l’oro vivo e sibila
i veloci raggi della luna
da ponente.

da Ma questo, Opere Poetiche 2, p. 34.

Lorenzo Calogero La casa a Melicuccà

Lorenzo Calogero La casa a Melicuccà

Already pale tresses

Already pale tresses
on steep abysses move
the volcanic islands
and the fresh maidenhair fern
hides the life-giving lands.

I know the respite of rectilinear reflections
and a fire in the womb flares up
like a cloud into the vastness.

You suffer the burnt-up beckoning
that a green fragrance sends you from space
and you trace
the bitter branches of life in the silence,
in a ball of wool going astray.

 

Già pallide chiome

Già pallide chiome
su ripidi abissi muovono
le isole dei vulcani
e il fresco capelvenere
nasconde le alme contrade.

Conosco il riposo dei riflessi rettilinei
e un fuoco nel grembo si accende
come una nuvola nell’immenso.

Tu soffri gli arsi richiami
che ti manda dallo spazio
un effluvio verde e tracci
gli aspri rami della vita nel silenzio
in un gomitolo che si sperde.

da Ma questo, Opere Poetiche 2, p. 14.

 

Opere Poetiche 1, Lerici Editori, 1962.
Opere Poetiche 2, Lerici Editori, 1966.

3 commenti

Archiviato in Poesia italiana anni Sessanta, poesia italiana del novecento

POESIE EDITE E INEDITE SUL TEMA DEL VIAGGIO E DELL’ESTRANEITA’ (Parte IV) Steven Grieco, Antonella Zagaroli, Paolo Polvani, Loris Maria Marchetti, Flavio Almerighi, Claudia Zironi, Luisa Gorlani, Giorgina Busca Gernetti

C. Escher colomba

C. Escher colomba

 cornelius escher

cornelius escher

I poeti, come ha scritto Adam Zagajevski, spesso dimorano in una strettoia «tra Atene e Gerusalemme», «tra la verità mai pienamente raggiungibile e il bello, tra il pensiero e l’ispirazione». «Tale viaggio – continua Zagajevski – può essere descritto nel modo migliore con un concetto preso in prestito da Platone – metaxy: essere “tra”, tra la nostra terra, il nostro ambiente ben noto (tale almeno lo riteniamo), concreto, materiale, e la trascendenza, il mistero. Metaxy definisce la situazione dell’uomo quale essere che si trova irrimediabilmente “a metà strada”». Metaxy, deriva dal platonico métechein, che significa «prender parte», «mezzo dove gli opposti trovano mediazione».

 

foto di Steven Grieco

foto di Steven Grieco

 

Steven Grieco_A Shilp Gram, Udaipur

Steven Grieco_A Shilp Gram, Udaipur

Steven Grieco

Il viaggiatore

Padre,
progenitore, al tuo
cospetto mi avvicinai
quando guardavo in un’isola* forse tua
le gravi alture ammantate di pino,
i dirupi bianco-tenebrosi che stramazzano
laggiù,
nel mare turchese.

Quanti fremiti allora si destarono
nel mio involucro vivente, mattone
su mattone, generazione su generazione,
muovendosi lamentosi e ripugnanti
creando risucchi, correnti di sangue,
riccioli sotto la superficie:
tutta la torma frenetica dell’Ade
che batte i pugni muti dentro il mio torace,
dentro ciò che chiamo “io”.

In antico, i padri dei padri ti avviarono
sulla strada che inizia il Tempo.
Misurandoti con la realtà esterna,
tu la percorresti fino in fondo.

E dopo il travagliato ritorno,
l’ordine in casa tua ristabilito,
la stirpe rinnovata,
cosa poteva rimanere, altro
che la discesa armoniosa, piena di doni,
in una canuta vecchiaia,
la discesa lieve, sfiorata d’angoscia,
nel vasto mare di ombre in attesa.

Preso da una forte commozione
avrei voluto dirti: rifiuta il lento affondare!
rifiuta il destino che fa della tua vita
un arco, da cui vola la freccia infallibile.
Ma tu, fin dall’inizio conoscevi quel bersaglio:
lo raggiungesti, non andasti oltre.
Fin dall’inizio, con i padri dei tuoi padri,
avevi concluso una pace silenziosa, solenne.

Indomito, iroso*, pieno d’estro:
ma rassegnato quando la vita si rivelò un bagliore
nel crepuscolo senza fine dell’esistenza.

Ecco il perché del lungo viaggio, il tuo ritorno,
l’ulivo della discendenza:
il perché del declino, sereno e giusto
nel segno degli antichi:
tutto ti tirava col suo peso di nostalgia
giù, verso una morte greca, arcaica.

Quella stessa morte che oggi ancora noi
viviamo, ma senza alcuna convinzione,
tracannando il bicchiere fino alla feccia,
giorno dopo giorno, generazione
su generazione.

Dopo quasi tre millenni
ne sappiamo molto meno di te:
con muri ciechi davanti agli occhi
sprofondiamo nell’antico sostrato
in cui vibra, più viva che mai,
la tua ombra che ci insegna a morire.

Ecco perché ripenso il tuo viaggio
intorno alla realtà, come raggiungesti
i punti illimitati del suo tondo.
Chiuso in quel globo smisurato,
roteando nella tragica prigione,

ti saluto, padre,
rendo omaggio a te,
capostipite nel Tempo.

* L’isola a cui penso nel 4° verso è Lefkàda (Leucade). L’etimologia del nome Odiesso è, secondo alcuni, “l’iroso”.

Antonella Zagaroli poetessa

Antonella Zagaroli

Nel viola nel giallo nel lilla
e nel mio sogno il bianco.
Silenzio
Non voglio né dormire, né sognare
Mi vesto di luce solo per parlare
A te che guidi e segni le entrate.

Il mio cammino è ora lento
Mentre sfoglio i resti dei miei abiti

Come gli antichi vapori dei treni
non voglio fuggire oltre il mio stesso avvenire.
E’ una strada contorta per riempirmi la vita
ma non sono succhiata né frantumata.
Ho un cerchio che induce al ritorno

E quando gli alberi muoveranno il vento
nel celeste, salirò nel mio bianco
Io,
diventata una soglia corrosa

Cercherò non più barriere ma l’angelo
mare dei miei tuffi notturni

Là un cieco rientra senza bussare,cerca una giostra nuova,
dentro il petto: “Perdono, ti perdono luce che ho perso!
vorrei dal mondo in corsa un piccolo faro
per splendere verde”.

(aprile 1997)

antonella zagaroli

antonella zagaroli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Libero concerto di violini e tamburi nel folto che nasconde e allontana

Mi avvicino con saltelli silenziosi
non voglio disturbare le falene sui vetri
nella locanda per vecchi viandanti e antichi pastori

danzano Strauss

fanciulle con lunghe trecce ritmano la loro gioia
sulla punta dei piedi

soltanto il campanello del richiamo rimane sordo;

(agosto 2003)

Grace Nichols 10

 SANYO DIGITAL CAMERAPaolo Polvani

Compagni di viaggio

Lungo la spiaggia di Ansedonia ci accompagnano,
allegre e un po’ insolenti, le orme di una piccola volpe.

Forse adesso ci scruta dalla macchia con lo sguardo fisso.
Forse stanotte annuserà le nostre orme,
così disordinate e tracotanti.

Quanti compagni di viaggio invisibili
sulla strada, quanti fratelli.
I disagi del viaggio
Erano in conto i disagi del viaggio,
le frenate improvvise, lo spaventoso fragore
delle gallerie, tutto quell’andare
di asfalti luccicanti, di castelli
fiammeggianti sul filo dell’orizzonte,
tante parole lanciate a sbriciolarsi
contro l’esuberanza dei tir. Ogni viaggio
è disseminato d’ insidie e i paesaggi
splendenti sono inghiottiti dalla notte.

Viaggiare è anche la scoperta delle nuvole,
la meraviglia di un volo radente
che abbaglia le pupille. E’ anche
un balbettio di coordinate, un ansimare
che condensa la pioggia, un’inesausta
sequenza di dimenticanze, un risvegliarsi
nel luogo esatto da cui eravamo partiti.

relatività cornelius escher

relatività cornelius escher

 Loris Maria Marchetti

Loris Maria Marchetti

Secolo che muore

Sarai Circe o sarai Calypso
(visto che né Nausicaa né Penelope
potrai più essere) mi chiedo
mentre veglio il tuo sonno e le tue spalle
in quest’alba inopinata della Spezia
e il margine di gioco è molto esiguo
anche se investe sentimenti o sensi
e così forte è il sapore convincente
della tua pelle torrida di sole e di passione
fino a sconfiggere l’afrore
marcio del porto e inopportune
zaffate di focaccia e farinata…
Circe o Calypso – partirà una nave
ma non a Itaca volgerà la prora,
segreta è la sua destinazione
o forse ignota e cambia di natura senza posa –
mercantile, da guerra, piratesca… –
come nei sogni.

Tu sei il mare
e io non sono Ulisse –
non è questione di pelle o di sale
il peso della terra mi sprofonda:
non sarò io il capitano della nave,
neppure il timoniere,
l’immensità dei tuoi dominî acquatici
non saprò perseguire…
tu stupenda, che dormi imperturbabile
il tuo sonno animale, mostruoso
e indifferente
come i tuoi inattingibili fondali.

«Circe o Calypso» ti modulo all’orecchio
in un sussurro (o forse lo ripeto
a me stesso), mentre il vento notturno
ci schiaffeggia e ci esalta compiaciuto
e io ti serro in una stretta irresolubile
sul ponte della nave che fa rotta al Pireo:
ma non c’è interferenza del destino
o del caso, è un modesto ripiego
(non so quanto felice) operato
d’accordo per protrarre la scelta.
Incalza la domanda
la risposta ritarda
il breve scalo andrà a comporsi
come un incandescente souvenir.

(da Concerto domestico, Edizioni Joker, 2002)

.
Verità di Odisseo

a Elettra Bianchi

In attesa di ritornare ad Itaca
(o di sbarcarvi per la prima volta?)
sperimentasti mille approdi e mille
soste. E da coloro che ti offrivano amore
senza fine sempre fuggisti non reggendo
legami troppo lunghi. Solo una volta
in barba ai vaticinî di Tiresia
il cuore ti diede la certezza di poterti
trattenere, che non era più il caso
di proseguire fino a un’isola che forse
avevi governato solo in sogno od intravisto
da bambino navigando con tuo padre:
ma là dove pensasti di fermarti
l’amatissima ospite di turno
il cui nome mai volesti rivelare,
regina o dea, fu lei a rifiutarti
generosa di tutto, non d’amore.
Il tuo destino ti recava ad Itaca
che, reconquista o nuovo porto fosse,
era la certa mèta di quel viaggio.
Non necessariamente
fissato come l’ultimo.
(da Regesti del cosmo, Edizioni dell’Orso, 2011)

buenos aires

buenos aires

flavio almerighi

flavio almerighi

 Flavio Almerighi

chilometro diciannove
chilometro diciannove,
com’è stare al mare
a quattordici anni
arenato di fresco
tra gente disabitata
e stuzzichini lievi,
dopo sbronza perenne
senza risposte
spenti tutti gli ulissi,
cercare strada
piccole deviazioni
per andare via
a perdersi sui binari
di un’estate esitante,
e provocare forti ritardi Continua a leggere

1 Commento

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, poesia italiana contemporanea

CONVERSAZIONE CON ALFONSO BERARDINELLI di Doriano Fasoli – «La metafisica e l’ontologia sono come il chewing gum: si mastica e si mastica, ma non si può ingoiare niente… Alla fine, però, bisogna sputare»

alfonso berardinelli[pubblicato in: Il Caffè Illustrato, n. 34, gennaio-febbraio 2007.]

 

Doriano Fasoli: Berardinelli, quali sono le prospettive della critica del nuovo Millennio? Che futuro ha la critica? Può indicarmi i nomi e le linee di tendenza su cui scommettere?

alfonso berardinelli

alfonso berardinelli

 Alfonso Berardinelli: Di solito non faccio altro che nominare gli scrittori che preferisco. Non ho altra religione, nessun altro ‘credo’. È tutta una questione di amore e odio. La critica in fondo non ha altri moventi. Le linee di tendenza su cui scommettere sono, per me, semplici e vaghe. Si tratta di capire e perfezionare, credo, la propria singolarità, dato che siamo, irrimediabilmente, dei singoli imperfettamente, provvisoriamente socializzati. La propria autenticità (se c’è) va recitata (dato che bisogna esprimerla). Oggi, in fin dei conti, mi sento una specie di anarchico radicale che per discrezione recita da scettico liberal-democratico… Ma queste categorie suonano sempre un po’ enfatiche e deformanti…

 

Mandel'stam a Firenze 1913

Mandel’stam a Firenze 1913

 

massimo cacciari

massimo cacciari

Secondo il filosofo-scrittore Emilio Garroni, interpretare testi narrativi è un’operazione complicata, non mai risolta completamente dalla critica. «Certamente – egli ha avuto occasione d’affermare nel corso di una nostra conversazione – interpretare testi narrativi significa, da una parte, anche svelarne quella comprensione globale che essi suppongono o esprimono implicitamente. Per dirla con un’espressione che detesto: ‘la concezione del mondo’ supposta dall’autore o dall’ambiente da cui proviene. D’altra parte però significa anche seguire e riesporre il filo della narrazione, in quanto racconto di eventi e di azioni, descrizione di personaggi e di situazioni. Ebbene, io credo che entrambe le operazioni siano per se stesse insufficienti: la prima, come dicevo, trascura il tratto peculiare della narrazione, la sua temporalità; la seconda sacrifica alla temporalità quella comprensione che rende possibile una narrazione e rischia di risolversi in un descrittivismo insignificante, oltre che unilaterale».

paul celan ingeborg bachmann

paul celan ingeborg bachmann

Lo sforzo, secondo Garroni, sarà quindi di mostrare che nel paradosso dell’interpretazione narrativa comprensione e narrazione per un verso si richiamano a vicenda e per altro verso si escludono. «In altre parole: bisogna, sì, comprendere un romanzo, ma anche guardarsi dal trasformare questa comprensione in un suo equivalente filosofico o ideologico. Dovremmo piuttosto ripercorrere la storia interna della comprensione che il romanzo suppone e provoca. Del resto comprendere e narrare dipendono dalle due coordinate fondamentali del nostro esperire: il cogliere con un colpo d’occhio l’intera nostra esperienza possibile nei suoi tratti necessari, come se fosse perenne e noi fossimo immortali, e nello stesso tempo coglierla nella sua temporalità, nel suo non essere da sempre, nel suo essere radicalmente contingente, quali noi stessi siamo». È d’accordo? Che cosa vuol dire per lei interpretare testi narrativi?

zbigniev herbert

zbigniev herbert

Trovo interessante questa distinzione di Garroni. E la condivido. Diffido della pura «comprensione» se si esprime nelle forme della sintesi intellettualistica, perché ogni opera d’arte (ma anche ogni fatto, fenomeno, esperienza e forma vivente) è irriducibile al suo concetto. Ogni comprensione e interpretazione è il risultato di un qui-e-ora, è circostanziale. Può cambiare non appena se ne sentirà il bisogno. Non c’è niente di totalmente immobile neppure nei valori più forti e nelle più grandi opere della tradizione culturale. Per questo la critica militante ha sempre valore retroattivo. Se uno studioso seriamente accademico prende per buoni dei cattivi autori contemporanei, dobbiamo dubitare anche della sua comprensione dei classici. Evidentemente non li ha capiti, non hanno agito su di lui. Si è limitato a studiarli per puro (e cieco) dovere professionale. In questo senso, esplicitamente o implicitamente, tutta la critica è militante, e non può illudersi di trovare rifugio e certezze nel passato. È il presente, infatti, che custodisce o distrugge il passato. Anche se spesso per custodire bisogna sospendere l’idea di una continuità garantita.

Adam Zagajevski

Adam Zagajevski

La via che porta ai classici non è una linea retta, è uno zig-zag o un labirinto… Comprensione e narrazione, mito e logos non devono escludersi. I migliori critici sono delle menti logiche, ma anche mitografiche. Il critico incapace di vera ammirazione diventa facilmente un puro amministratore di beni immobili.

Tendo a credere che raccontare sia solo uno dei modi per interpretare ciò che è avvenuto o avviene. Si racconta quando non si riesce a interpretare per concetti, o quando la sola logica degli eventi è la loro concatenazione di fatto, la catena dei prima e dei dopo o il rapporto di simultaneità, del tipo: «Pensò questo e fece quello»; oppure: «Mentre faceva quello, pensava questo».

Yeats ed Eliot

Yeats ed Eliot

La mente del critico è di solito più interpretativa che narrativa. Interessante però non è tanto fornire formule o esibire strumenti analitici, quanto fare la storia del (proprio) processo interpretativo. Ogni concetto contiene e nasconde un racconto, un percorso mentale che si dovrebbe rendere esplicito.

Si tratta di capire che la scientificità delle scienze storico-ermeneutiche non è la stessa di quelle empirico-analitiche. La critica, comunque, può fare l’una cosa e l’altra: descrivere casi singoli e indagare leggi generali, essere idiografica e nomotetica, fare il ritratto di un autore e studiare le trasformazioni di un genere letterario o di una poetica.

wallace stevens

wallace stevens

Quali sono, secondo lei, le vere qualità del saggista letterario? L’immensa cultura? Il desiderio di possesso, il dono analogico, l’arte delle connessioni, una sottigliezza persino tortuosa, la freddezza mentale, il fiuto del poliziotto che insegue dovunque le tracce del criminale, il dono psicologico, quello che Poe chiama «il metodo» di Dupin?

Stavo cominciando a parlare proprio di questo. La saggistica è la forma sperimentale della prosa di pensiero. È il contrario del trattato. Comunque, come in altri generi letterari, le qualità del saggista cambiano da un autore all’altro. Ci sono saggisti in cui l’immensa cultura, al limite dell’erudizione, fa pensare ad una vocazione enciclopedica. Questo demone enciclopedico, la curiosità, il camaleontismo, il gusto della pluralità e della molteplicità, il libertinismo intellettuale si trovano nella maggior parte dei saggisti, soprattutto nei critici letterari o d’arte. È il bisogno di uscire da se stessi per entrare in altri mondi o microcosmi individuali: è un infilarsi e intromettersi nella vita altrui, in altre forme mentali e fisiche di vita.

 Christopher William Bradshaw Isherwood; Wystan Hugh ('W.H.') Auden by Louise Dahl-Wolfe

Christopher William Bradshaw Isherwood; Wystan Hugh (‘W.H.’) Auden by Louise Dahl-Wolfe

Ma c’è anche il polo opposto. Non la curiosità e la mobilità, ma la fedeltà, l’aderenza a quello che si è e a quello che davvero interessa. Da un lato la curiosità enciclopedica e libertina, dall’altro l’idiosincrasia dei gusti e delle ossessioni, la dedizione ai propri piaceri e alle proprie necessità intellettuali, morali, estetiche, politiche… Sì, probabilmente la formula potrebbe essere la combinazione di virtuosismo intellettualistico e di fedeltà autobiografica. Cose che si notano chiaramente (e originalmente combinate) in saggisti come Mario Praz, Walter Benjamin, Giacomo Debenedetti, Edmund Wilson, Viktor Šklovskij, Leo Spitzer, Roland Barthes, fino a Starobinski e Steiner. Sembra sempre che dimentichino se stessi per correre dietro a ogni stimolo, sollecitazione, avventura, idea, storia. Ma poi ci si rende conto che cercano dovunque se stessi. Scrivono la propria autobiografia per interposte persone. Parlano di sé parlando d’altro e di altri… Continua a leggere

2 commenti

Archiviato in critica dell'estetica, filosofia

POESIE EDITE E INEDITE SUL TEMA DEL VIAGGIO E DELL’ESTRANEITA’ (Parte III) Adam Vaccaro, Salvatore Martino, Stelvio Di Spigno, Gian Piero Stefanoni, Antonio Coppola, Matteo Veronesi, Domenico Alvino

buenos aires

buenos aires

 grattacieli-di-vetro-riflettenti-manhattan-new-york.

grattacieli-di-vetro-riflettenti-manhattan-new-york.

I poeti, come ha scritto Adam Zagajevski, spesso dimorano in una strettoia «tra Atene e Gerusalemme», «tra la verità mai pienamente raggiungibile e il bello, tra il pensiero e l’ispirazione». «Tale viaggio – continua Zagajevski – può essere descritto nel modo migliore con un concetto preso in prestito da Platone – metaxy: essere “tra”, tra la nostra terra, il nostro ambiente ben noto (tale almeno lo riteniamo), concreto, materiale, e la trascendenza, il mistero. Metaxy definisce la situazione dell’uomo quale essere che si trova irrimediabilmente “a metà strada”». Metaxy, deriva dal platonico métechein, che significa «prender parte», «mezzo dove gli opposti trovano mediazione».

 

adam vaccaro

adam vaccaro

    adam vaccaro Fronte SeedsAdam Vaccaro

Carovana

Carovana giungeva da chissà dove andando verso
chissà dove – attento non avvicinarti troppo che
ti portano via, dicevano trepide le madri – in quel
accampamento accanto alla fontana dal nome che
sonava quasi onomatopeico – scintillante Ciciliano! –

in concerto con pentole e voci di bambini e urla di
volti scuri, baffi e occhi neri, cercine e zinali chini
intorno a fuochi pentole fumanti e assi traballanti
di farina impastata dalle mani volteggianti di una
maga che – con occhi spiritati s’un dente unico re

duce rimasto al centro della bocca come punzone –
fissandomi mi disse, tu hai nel nome il destino di
– di cosa? dissi spiritando gl’occhi a specchio – di
andare fuori e essere contro – e contro cosa?, ilare
e curioso chiesi – occhi fissi negli occhi di carbone

della bambina attaccata al magico manto del suo zinale –
mentre lei rideva ridiventata con noi bambina tra asini
cavalli e tende delle allegrie accampate, ma mi forava
per sempre anima e memoria un sibilo dal suo punzone:
oh piccolino mio, ma contro tutto il bel mondo che c’è!

(Inedita)
27 febbraio 2014

.
L’ala sottile

Quell’ala sottile che ci raggiunge
e si apre come una vela sull’infinito
non è l’ultimo vento che ti aprirà le mani
ché l‘universo è pregno di mille altri universi
che tu ancora non sai

(inedita)
18.12.2012

COPERTINA SALVATORE MARTINO sonetto  salvatore martino

Salvatore Martino

IX

Sopra un cavallo rosso s’avventura
all’incontro temuto e così forte
il più invocato quello della morte
ma il cavaliere va senza paura

Farnetica una strana congettura
di scardinare le temute porte
il bastione invocato tante volte
domestico rifugio di sventura

Il viaggio della vita è così breve
e così lunga la dimenticanza
la cenere che plasma i nostri corpi

Nel bozzolo di seta siamo avvolti
dal tempo e così privi di speranza
ma il cavallo nel vento è così lieve

XV

Il viaggio che sarà dopo la morte
l’unico attraversato da una mèta
è immagine per noi già consueta
del dio che ha scardinato le tue porte

Tutte le vanità saranno accolte
come polvere fredda di cometa
dentro un ossario azzurro che ci vieta
di esorcizzarlo il furto della sorte

Chissà se lo potremo rimandare
l’incontro da nessuno stabilito
il treno che attendeva il suo binario

Se anche questo viaggio è immaginario
persino l’illusione ci ha mentito
il Nulla attende il nostro naufragare

Da Nella prigione azzurra del sonetto 2009

stelvio di spigno   stelvio-di-spigno-la-nudita
Stelvio Di Spigno

Marca

Quando gli uomini del bar del Crocifisso
rincasarono per le ore troppo piccole
un’auto perse il gusto del paesaggio
perché la notte quando viene è per tutti

e io che guidavo mi girai per vedere
quanto era rimasto nel bagagliaio o sul sedile
da snocciolare agli amici di Fermo:

c’era sempre un triangolo tra Gaeta Formia e Iripinia
mentre partivo da un luogo in cui credevo fermamente
e volevo cambiare strada, ininterrottamente,

ma c’era quel bagaglio che pesava
e inoltre era una notte di pensieri in cantilena
con davanti un futuro di colline e di mare
e un chiosco per chi batte strade nuove e si vuole salvare,

poi ci aiutammo a capire esattamente
che era solo libertà con i suoi neon, può mettere paura
se la incontri per prima,
ma alla fine niente va perduto e ciò che avanza
è tutto amore di una terra in pace.

.
Partire, tornare

Spalle alla poppa del traghetto, nel mare
non c’è altra vita che non sia la nostra.

Spalle alla nave che ci salva, ma la mia mente
è ancora ferma sul treno che mi ha portato qui,
e non c’è niente che la possa distrarre
da quel gemere di binari e ferraglie,
che è giusto il rumore di un viaggio.

Il profilo di Napoli scompare nella sua distruzione,
ma stavolta sono io a girare la testa, per non vedere
quanto intatto resta in me,
mentre con gioia e tradimento lo abbandono.

Come andrei, dove andrei, se potessi
far sparire queste macchie solari
che affondano la retina nel buio del nonsenso,
cancellare la nausea di ogni luogo conosciuto,
o soltanto intravisto o immaginato,
perché basta così poco per fare una scoperta…

Ma ancora non so se è più dolce partire o tornare,
mentre gli spruzzi di un mare forza tre
portano il sale del mondo fino al fondo delle labbra,
aspettando che smuova le cose come sono
fino a dove possiamo ancora indovinarle;
perché è questo che si cerca dal mare,
questo aspetta ogni vero navigante.

Mentre il nostro, di mare, mia donna,
si ferma fino a Procida e ritorno.

gian piero stefanoni  gian piero stefanoni copertina
 

 

 

 

 

 

 

 

Gian Piero Stefanoni

La prima cosa

(su alcuni versi di Seferis)
La prima cosa fu il viaggio,
e la casa ed il cane invecchiato che aspetta
per morire il ritorno.

Ma il respiro ed il freddo
che vennero dopo
all’inizio non furono dati;
col cammino tenne dietro il ricordo,
nella navigazione, nel passo
il valico lasciato alle spalle, il carico
sempre più ingombro di rimostranze e paure.

Per questo forse qualcuno
cedette all’attesa segnata sullo scudo
dalle pelli del nemico battuto:
imprese e nomi somiglianti alla propria cacciata
rosa nel volto dai colpi del vento.

(Da Quaderno di Grecia, LaRecherche.it, 2011)

.
Corte

Sei Tu Signore
le mie meraviglie,
il mio viaggio nei luoghi
della Tua incarnazione.

Per quali foreste
mi porterai oggi,
per quale letto di foglie?

Fammi solo essere
e dammi solo un posto
per pregare e renderTi grazie
nelle tue gole, nelle tue rive
in questa terra in cui ancora risuona
e per sempre Santa la Tua scrittura.

Corte- Golfo d’Ajaccio, giugno 2010

(Da Roma delle distanze, Joker, 2011)