Dio chiede una recensione sulla sua creazione e si rivolge ai poeti della nuova ontologia estetica Rispondono all’appello Giorgio Linguaglossa, Mario Gabriele, Marie Laure Colasson, Gino Rago


[Marie Laure Colasson YZZ Struttura dissipativa acrilico, 78×34 cm. 2020]

Il fantasma globale di catastrofe che aleggia sul mondo contemporaneo finisce, paradossalmente, per risolversi nella sensazione che non avvenga più niente di reale. Che la catastrofe che aleggia sia in realtà soltanto una visione, una rappresentazione veicolata dai media e dalla cineteca dei film dell’horror. In realtà, con la scomparsa del reale è scomparso dalla percezione dei contemporanei anche il concetto di catastrofe, come è scomparso il concetto di angoscia e quello di disperazione che gli erano correlati. Le categorie della psicopatologia sono oggi diventate categorie del politico. Ed è forse questo, paradossalmente, il significato recondito più profondo delle visioni apocalittiche contemporanee. Con la catastrofe ci si va al cinema a vedere i film di King Kong e i film della fine del mondo con tanto di Oscar aggiudicati.

Concetti come scambio simbolico, iperrealtà, simulacro, negli studi sulla contemporaneità vengono sempre più spesso adoperati per comprendere le recenti, convulsive metamorfosi della globalizzazione. Il secondo principio della termodinamica ha inferto un colpo micidiale alla ingenua fiducia di un progresso progressivo e indefinito.

… Noi viviamo in un presente iperreale in quanto completamente mediatizzato: il ‘tempo reale’ in cui gli eventi ci raggiungono in forma di immagini ci consegna a una inconsapevolezza sulla loro realtà di cui siamo letteralmente, all’oscuro.

Questa tesi ne implica un’altra, la realtà è già un’invenzione, o, per meglio dire, una costruzione sociale. Tale tesi concepisce la realtà in senso non fisico-materialistico, ma semiologico, come  un sistema di segni prodotto dall’uomo e regolato dal principio di realtà da cui dipende anche quello freudiano, che ha come suo correlato l’immaginario ma che, proprio in quanto principio, può anche a un certo punto non funzionare più. Dunque, quando Baudrillard sostiene che la realtà è scomparsa, ciò non significa affatto che lo sia fisicamente, bensì solo semiologicamente, come metafisica del segno che direziona la realtà. La simulazione cancella la realtà e porta alla completa abolizione segnica del referente reale.

Baudrillard dirà:
«Non è più possibile partire dal reale e fabbricare l’irreale, l’immaginario a partire dai dati del reale. Il processo sarà piuttosto l’inverso: si tratterà […] di reinventare il reale come finzione, proprio perché il reale è scomparso dalla nostra vita. Allucinazione del reale, del vissuto, del quotidiano, ma ricostituito, talvolta fin nei dettagli di un’inquietante estraneità, ricostituito come una riserva animale o vegetale, dato a vedere con una precisione trasparente, e tuttavia senza sostanza, derealizzato in anticipo, iperrealizzato».1

Gran parte della nostra cultura scientifica, sociologica, filosofica, psicoanalitica, così impregnata di soggettivismo prospettico e così sensibile alle costruzioni e decostruzioni ermeneutiche, si cimenta ancora a cercare sistemi di senso e di interpretazione tendenti ad una completa razionalizzazione del mondo. Tuttavia, sembra sempre sfuggire l’oggetto della sua stessa comprensione, la verità di quel mondo che si sottrae derisoriamente ad ogni tentativo di comprensione.
Nella società tecnocratica assistiamo piuttosto ad una scomparsa del reale, la caduta di ogni principio di realtà, di ogni referenza reale. Questa fine del reale, ridotto ormai a un sistema di rinvio di segni, si espone paradossalmente in un eccesso, in un ordine parossistico, l’ordine dell’iperreale, del più reale del reale.
Baudrillard scrive:

«Questa realtà perfetta, alla quale sacrifichiamo ogni illusione, così come si lascia ogni speranza alle soglie dell’inferno, è chiaramente una realtà fantasma. Essa è evidentemente un altro mondo e, di fronte alla macchina della verità, se potessero esservi sottoposte, la realtà così come la verità confesserebbero che esse non ci credono. È come un arto fantasma: la realtà è scomparsa, ma noi soffriamo esattamente come se esistesse ancora. O, come dice Achab in Moby Dick: “Se sento i dolori della mia gamba, quando invece essa non esiste più, cosa vi assicura che voi non soffrirete i tormenti dell’inferno, quando sarete morti?”».2

Piuttosto, la disperazione è la catastrofe dell’ordine simbolico che è imploso. La disperazione è l’ultima ideologia che resiste nel vuoto pneumatico dell’implosione dell’ordine simbolico. In tale situazione l’io non è più capace di avvertire una reale disperazione, avverte qualcosa sì, ma che non è più disperazione ma una situazione di vuoto derivante dalla implosione di ogni ordine simbolico e di ogni ordine semiotico.
«Il principio di realtà – scrive il Baudrillard ne Lo scambio simbolico e la morte – ha coinciso con uno stadio determinato della legge del valore. Al giorno d’oggi, tutto il sistema precipita nell’indeterminazione, tutta la realtà è assorbita dall’iperrealtà del codice e della simulazione, è un principio di simulazione quello che ormai ci governa al posto dell’antico principio di realtà. Le finalità sono scomparse: sono i modelli che ci generano. Non c’è più ideologia, ci sono soltanto dei simulacri».3

Questo aspetto del percorso degli eventi è, a ben vedere, anche il percorso derisorio della Storia… di una Storia che è ormai soltanto memoria, senza eredità, senza mandato testamentario, senza meta, senza telos, accumulativa, istantanea, pattumiera di rifiuti che dal tempo ciclico traghetta nell’ordine del riciclabile in quanto citazione e del disordine simbolico. Per questo la teoria, oltre ad abbandonare ogni istanza critica oppositiva, dovrà abbandonare anche il concetto di linearità tipico di ogni filosofia della storia impegnata nel dispiegamento progressivo dell’idea di ragione.

… E la poesia italiana che fa? Continua con i suoi stereotipi e con il concetto lineare e reflessologico di mimesis del reale presunto e presupposto?; ma, chiediamoci, quel reale che ci hanno raccontato, non è scomparso?, non si è inabissato con tutto il bagaglio del senso e del non senso?, non è affondato con l’inabissarsi dell’ideologia?. La poesia continua ad essere narrata come se quel reale fosse lì, davanti a noi in attesa di essere fotogrammato. Ma quel reale è diventato ideologia, feticcio, surrogato del senso comune, non è più possibile accoglierlo nella sua postura così com’è e per come si presenta nell’ideogramma dell’ideologia. E viene scambiato con la poesia dell’io, con la poesia monodica, con la poesia della disperazione posticcia, fasulla e invereconda.

1 J. Baudrillard, Simulacres et simulation, Parigi 1980, p.181, trad. it. di E. Schirò.
2 J. Baudrillard, Violenza del virtuale e realtà integrale, Firenze 2005, p.20.
3 J. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, cit., p. 12

Giorgio Linguaglossa

Ho sognato che Dio mi chiedeva di scrivergli
una recensione per la sua creazione…

Disse proprio così. Utilmente io mi schermii dicendo
che non mi sentivo all’altezza…

Allora Dio si è rivolto a Gino Rago
del resto anche lui è un membro della nuova ontologia estetica,

Ma, sfortunatamente per il Signor Dio, anche Gino ha declinato l’invito
con l’argomento che il Buio rotola alla velocità della luce

E altre smargiassate che non vi sto qui a ridire.
E allora quel manigoldo si è rivolto a Mario Gabriele

Dicendogli che lo avrebbe accolto nel regno dei cieli se…
ma il risultato è stato che il poeta di Campobasso se l’è data a gambe.

Insomma, a farla breve, Dio ha dovuto rinunciare…
E sì, e la «creazione» è rimasta senza alcuna recensione

Marie Laure Colasson

gentile Giorgio,

due curiosità:
1. perché il Signor Dio non si è rivolto anche alle poetesse de L’Ombra delle Parole?, ovvero Anna Ventura, Letizia Leone, Marina Petrillo, Alejandra Alfaro Alfieri e, in ultimo, la sottoscritta… Forse il Signor Dio ha qualche problema con il sesso femminile?
2. e perché il Signor Dio non si è rivolto al poeta, scrittore, critico letterario de L’Osservatore Romano, Sabino Caronia, il quale avrebbe ben altri titoli per interloquire con l’Onnipotente?
Resto in fiduciosa attesa di una tua risposta.
Grazie!

Giorgio Linguaglossa

gentilissima M.L. Colasson

come tu sai la questione è nota e controversa, il Signor Dio
ha delle reticenze ad interloquire con il sesso femminile

E sì, per via della questione dello Spirito Santo che ingravidò
la Madonna e del Signor Paolo di Tarso (di quel figuro

non dico altro), e del Concilio di Nicea e di quello di Trento
i quali hanno statuito essere le femmine prive di anima

E altre corbellerie che non sto qui a rammentare ai rispettabili
e colti lettori dell’Ombra…

Fatto sta che il Signor Dio predilige avere a che fare con il sesso
maschile e, caso bizzarro, proprio con gli esponenti della

«nuova ontologia estetica», per quanto atei impenitenti
e materialisti, quanto più malmessi tanto più benvisti in quanto tali…

Quanto poi al perché il Signor Dio abbia trascurato
Sabino Caronia, già critico letterario dell’Osservatore

Romano e delle sue adiacenze vaticane, in possesso di ben altri
titoli accademici e professionali, in fede, non saprei dire…

Mario Gabriele

E’ il massimo dell’ironia, Giorgio! Meno male che Dio ti è venuto in sogno! Ma se mi fosse apparso all’improvviso, se solo avesse rinunciato per un minuto alla sua Assenza, dicendo dall’alto dei cieli: IO SONO IL DIO DI TUTTI GLI ESSERI UMANI E DI TUTTE LE COSE DA ME CREATE, si sarebbe attivato di nuovo il mio COLON IRRITABILE, che ancora perdura nonostante prenda giornalmente KIJIMEA e PROLIFE. Non sto qui a fare pensieri metafisici e filosofici. Sarebbe troppo lungo il discorso e provocherebbe il risentimento di molti lettori che hanno un proprio CREDO.Ciò non toglie che io guardi il MONDO in tutta la sua meraviglia, rimanendone estasiato. Ciò che rovina tutto è la MORTE. Il FLOP DELL’UNIVERSO! Stando così le cose,era meglio se DIO avesse guardato da solo la sua CREAZIONE, così come si guarda LA FABBRICA DI MATTONI A TORTOSA, nel Museo dell’Ermitage a San Pietroburgo.

Gino Rago

Dio chiede una recensione…

Il femminile di Dio, il Suo lato destro,
ha chiesto una recensione ai poeti della «nuova ontologia estetica».

Di certo le poetesse dell’ombra lo sanno che Dio è dappertutto,
che rovista con garbo nella pattumiera.

Il maschile di Dio ,il Suo lato sinistro,
frequenta le bische clandestine, i ricoveri

aperti tutta la notte, staziona tra le vetrate,
gli slums delle periferie di Hopper.

Ci ha provato anche con Lucio Mayoor Tosi, Francesco Paolo Intini e Talia
ma non gli hanno dato retta, andavano di fretta,

per una recensione sulla sua creazione
perché i tre lasciano di sé frammenti dappertutto

e cercano il tutto in ogni frammento:
in un seme di cocomero, in un chiodo, in un filo di spago.

Dio si è rivolto ai cacciatori di immagini,
perché i tre in poesia rapinano banche,

la poesia è una rapina in banca: si entra, si spiana la rivoltella,
si cattura l’ attenzione, si prendono i soldi, si scappa

e si scompare, per poi ricomparire in altre banche.
Ebbene, questi versi annoiano Dio, l’Onnipotente

non sopporta questi ladruncoli che giocano a fare
scaccomatto.

Cicche e carte stracce sui marciapiedi,
dalla tavola calda aperta tutta la notte odore di cipolle,

Charles Simic si rivolge ai tre della «nuova ontologia estetica»:
«voi tre, farabutti, vi riconosco, siete cacciatori di frodo».

L’appendivestiti dà al cameriere la mancia,
alla scarpa servono un piatto di caviale,

la sedia sa dialogare con i clienti,
diventa un tavolo e si prende in giro.

Un fiore nel vaso parla con lo specchio:

«E’ perfettamente inutile che Lei caro signore si ecciti,
faccia quello che sa fare. Faccia lo specchio».

*

Gino Rago

Un fiore nel vaso parla con lo specchio:

«È perfettamente inutile che Lei caro signore si ecciti
Faccia quello che sa fare. Faccia lo specchio»

Giorgio Linguaglossa

gentile Signor Dio:

Il volto del critico Linguaglossa nella cornice di legno si solleva
dal quadro, fa una smorfia e si rivolge al Signor Dio, così:

gentile Signore, la recensione l’ho messa nella valigia,
stipata insieme alle mie cose. Lì c’è mio figlio,

le donne che ho amato, i vigliacchi, i codardi, i buttafuori,
i giusti (pochi), gli stolti (molti), così, quando me ne andrò,

se vorrai, potrai sbirciare nella valigia; sono sessant’anni
che me la trascino dietro, è pesante, adesso

sono davvero stanco…
ma non ti assicuro nulla, potrai anche trovarci un foglio

con delle scancellature e, se vorrai sapere cosa c’era scritto,
dovrai aggirare la morte e richiamarmi in vita…

in quel caso, te lo prometto, scriverò la rece che mi hai chiesto,
ma non prima, non prima…

 

21 commenti

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21 risposte a “ Dio chiede una recensione sulla sua creazione e si rivolge ai poeti della nuova ontologia estetica Rispondono all’appello Giorgio Linguaglossa, Mario Gabriele, Marie Laure Colasson, Gino Rago

  1. guglielmo peralta

    Non si può recensire la Creazione perché non si può “recingere” l’Infinito!

  2. Sulla questione della “recensione” richiesta dal Signor Dio a dei comuni mortali

    dell’Ombra delle Parole, non avrei niente da dire, non sono un intenditore di questioni di universo, universi, infinito ed altro… io mi accontento del «finito», non conosco altro che dei «finiti», mi muovo continuamente in mezzo a dei «finiti» e non sento affatto il bisogno degli «infiniti»… del resto non era Wittgenstein che diceva che «il finito non è in concorrenza con l’infinito»? La questione è aperta, dunque. O meglio: chiusa.

    Secondo il pensiero del più grande teorico fisico del mondo, l’olandese Erik Verlinde, il secondo principio della termodinamica sarebbe errato perché l’universo è immobile… quello che i nostri telescopi rilevano è qualcosa di simile ad una illusione, non è vero affatto che l’universo si espande ad una velocità sempre maggiore (la cosiddetta legge dell’Entropia), in realtà l’universo è immobile, ma noi non ce ne accorgiamo… e poi noi, gli osservatori, siamo parte dell’universo, per cui le nostre percezioni sono distorte…

    Io avrei però delle cose da dire al Signor Dio in merito alla creazione degli universi… ma finirei con il litigare con tutti i benpensanti delle religioni costituite, e poi mi annoiano queste discussioni, per cui lo ribadisco, ho messo in una valigia costipata di camicie e calzini sporchi un foglietto con su scritta la mia recensione. L’ho consegnata ad un notaio il quale è autorizzato a darne pubblica lettura soltanto in presenza di una apposita istanza da parte del Signor Dio.
    Spero che Dio non l’avrà a male.

    • guglielmo peralta

      Wittgenstein ha ragione. Il finito non può essere in concorrenza con l’infinito, perché è, esso stesso, infinito, cioè in-compiuto. L’esempio più eccellente è l’arte, la quale vive della propria in-compiutezza e, in quanto tale, è inesauribile ed è emblema dell’In-finito.

  3. da Michel Onfray, Sagesse, Flammarion, 2018,pp. €22.90
    Dans l’attente de la catastrophe, on peut toujours vivre en Romain : c’est-à-dire droit et debout.

    RÉSUMÉ

    Comment se comporter dans une civilisation qui menace de s’effondrer ? En lisant les Romains dont la philosophie s’appuie sur des exemples à suivre et non sur des théories fumeuses.
    Sagesse est un genre de péplum philosophique dans lequel on assiste à la mort de Pline l’Ancien et à des combats de gladiatrices, à des suicides grandioses et à des banquets de philosophes ridicules, à des amitiés sublimes et à des assassinats qui changent le cours de l’histoire. On y croise des personnages hauts en couleur : Mucius Scaevola et son charbon ardent, Regulus et ses paupières cousues, Cincinnatus et sa charrue, Lucrèce et son poignard. Mais aussi Sénèque et Cicéron, Epictète et Marc Aurèle.

    Ce livre répond à des questions très concrètes : quel usage faire de son temps ? Comment être ferme dans la douleur ? Est-il possible de bien vieillir ? De quelle façon apprivoiser la mort ? Doit-on faire des enfants ? Qu’est-ce que tenir parole ? Qu’est-ce qu’aimer d’amour ou d’amitié ? Peut-on posséder sans être possédé ? Faut-il s’occuper de politique ? Que nous apprend la nature ? A quoi ressemble une morale de l’honneur ?
    Dans l’attente de la catastrophe, on peut toujours vivre en Romain : c’est-à-dire droit et debout.

  4. meglio niente più arte che l’arte decorativa e funzionale allo status quo della poiesis di oggi.

  5. Carlo Livia

    Che la chiesa Cattolica sia stata e resti patriarcale, maschilista e misogina è un fatto inoppugnabile, che vale per quasi tutte le società precedenti alle rivoluzioni culturali degli ultimi anni, a cui essa, purtroppo, ha la responsabilità di essere rimasta del tutto indifferente.
    Ma che abbia negato che le donne abbiano l’anima è una menzogna colossale, nata dalla strumentale falsificazione di una richiesta di un vescovo al sinodo di Macon, nel 486, che chiese se era giusto estendere alle donne il termine generico di uomo, homo in latino, senza rispettare la differenza sessuale. La risibile questione venne messa subito a tacere, ma bastò a suscitare, più di mille anni dopo, da parte del calvinista John Boyle, l’infondata accusa che i cattolici negavano l’anima alle donne.

    La verità è che fin dai primi secoli il pensiero e l’arte cristiana hanno celebrato la divinità della Vergine Maria, in cui Gesù si è incarnato, rendendo l’ uomo pari a Dio, basti pensare ai celebri versi dell’ultima cantina del Paradiso dantesco, oltre a venerare molte sante e martiri donne.
    Tra queste dovrebbe essere inclusa Margherita Porete, una delle poche che, contemporanee di Dante, seppe affrancarsi dalla sudditanza culturale del suo sesso, scrivendo un’opera memorabile, “Lo specchio delle anime semplici” in cui arrivò ad affermare che l’uomo che rispondeva all’amore divino diventava lui stesso Dio. Era quello che aveva affermato Gesù, che indicava nella sua relazione con il Padre il segno della natura divina di ogni uomo. Come il suo maestro, anche Caterina pagò con la vita la sua affermazione, considerata blasfema, e fu bruciata sul rogo come eretica nel 1310.

    Identificare Dio con la chiesa, con qualunque ideologia e dogmatica, e soprattutto con l’autentico messaggio di Gesù, quale emerge dai quattro vangeli canonici e dai 26 apocrifi, è un errore madornale, specialmente se si considera che egli fu ucciso proprio dalla gerarchia ecclesiastica del suo tempo, di cui aveva smascherato ipocrisia e violenza.

    Il Dio dei mistici cristiani, come Meister Eckart , che affermava: “pregate Dio che vi liberi da Dio “, cioè dalla mistificazione teologica e dall’implicita e ineluttabile violenza di ogni credo catafatico, o di Angelo Silesio, che nei sui splendidi versi celebrava il pensiero apofatico che risplende nel cuore di ogni uomo, per cui Dio finisce per identificarsi col nulla, e l’io con il tutto, non è diverso dall’insegnamento di tutti i grandi profeti dell’antichità, da Eraclito a Pitagora, da Budda a Plotino, da Lao Tse a Samkara, uno dei maggiori divulgatori del pensiero vedico induista: l’uomo è parte del Tutto, ma la sua ragione lo conduce a sentirsi isolato, separato, colpevole e aggressivo, per cui adotta strategie e paradigmi logici per sottomettere la realtà e gli altri alla sua volontà di dominio. Tutto illusorio, finché non si capisce che la vera illusione è proprio l’io.

  6. caro Carlo,
    qui il problema è la «recensione» che il Signor Dio ha chiesto ad alcuni membri della nuova ontologia del poetico.
    La questione della Chiesa è un fuori questione, nessuno di noi l’ha tirata in ballo. E, tra l’altro, io non sono un teologo, non mi interessano le questioni di dogma, ma sulla questione dell’«anima» di cui le donne sarebbero prive, ce ne sarebbero delle cose da scrivere… Soprassediamo poi sulla questione delle dichiarazioni di alcuni cardinali cattolici in merito al Covid19 inviato da dio per punire gli uomini colpevoli di deviazioni sessuali… E questo in pieno XXI secolo…

  7. tiziana antonilli

    L’articolo di Giorgio Linguaglossa impressiona per la sua aderenza a quello che accade intorno a noi e offre una chiave interpretativa. Quello che dice a proposito della disperazione come ultima ideologia che resiste, quando con lucidità ci vede precipitare nel vuoto derivante dalla ‘implosione di ogni ordine simbolico’ sta parlando della coscienza collettiva turbata dagli ultimi fatti di cronaca. La violenza bruta e cieca che colpisce chi si rende protagonista di atti di solidarietà, come è accaduto a Willy, deriva proprio dalla spirale descritta da Linguaglossa..
    A proposito, invece, della recensione chiesta da Dio e della risposta di Marie Laure Colasson, dico questo: forse Dio si rivolge solo ai poeti di genere maschile per operare una scrematura fra uomini che scrivono parole pensate e pensanti e uomini che usano le parole per comunicare sessismo e omofobia. Elly Schlein ne sa qualcosa.

  8. Guglielmo Peralta scrive:
    “Non si può recensire la Creazione perché non si può “recingere” l’Infinito!”
    Carlo Livia si interroga ed interroga su altro.
    Un mio tentativo di risposta.
    Gino Rago
    Nello studio del notaio…

    Una valigia. Nello studio del notaio più famoso di Roma
    il collaboratore fa l’inventario:
    Calzini sporchi, camicie dai colletti senza colori,
    il cinturone del Generale Patton comprato
    da un rigattiere al mercato di Via Sannio,
    le bretelle francesi del nonno di Milaure Colasson.

    Secondo strato:
    la tabacchiera di legno del brigante Musolino,
    due fazzoletti giallorossi, la maglietta di Losi,
    il fischietto dell’arbitro Lo Bello, la scatola di colori
    della nipotina di Predrag Matvejevic con cui colorava
    le pagine bianche del Breviario Mediterraneo,
    una copia di Alice nel paese delle meraviglie,
    un canino della tigre catturata da Sandokan,
    la fascia bianca della prima comunione di Nikos Kazandzakis
    alle pagine 37-38 del suo libro Cristo di nuovo in croce
    che il poeta regalò al critico poeta Giorgio Linguaglossa
    in una serata di lettura al Caffè Letterario Il Mangiaparole.

    Terzo strato:
    fondo della valigia.
    Una busta di carta color avorio
    ben custodita nel portacipria della madre di Roland Barthes
    arrivato a Roma in Via Pietro Giordani chissà come.

    Il notaio e il collaboratore aprono con cura il portacipria,
    tirano fuori la busta
    e leggono queste parole in grassetto: “Recensione all’opera di Dio…”

    N.B.
    “Busta da aprire dando pubblica lettura del foglietto con la mia recensione
    soltanto in presenza di un’apposita istanza del Signor Dio”.

    Sull’altro lato della stessa busta sigillata questa domanda:
    “Gentile Sirena del mare Adriatico,
    perché nella poesia croata ci sono molte più pietre che mare?”.

    In calce:
    G. L.
    c/o Ufficio Affari Internazionali e Riservati
    Sezione: Rapine Banche delle Parole
    *

  9. «Benvenuti in tempi interessanti»

    di Slavoj Žižek

    «Ci sentiamo liberi perché ci manca il linguaggio necessario per articolare la nostra mancanza di libertà.»

    top pop poesia, poetry kitchen, soap poetry e top picture

    Per capire il mondo attuale non abbiamo più bisogno della poesia.
    L’arte che si fa oggi in Europa è simile al dolcificante che si mette nel veleno.
    I piccoli poeti pensano al dolcificante in dosi omeopatiche…
    I grandi poeti pensano al dolcificante in dosi macropatiche…
    È molto semplice: Dopo le Avanguardie non ci saranno più avanguardie, né retroguardie, le rivoluzioni artistiche e non, non si faranno né in marsina né in canottiera. Non si faranno affatto.
    Siamo all’interno di un gioco di specchi. Ciò che vediamo sono le illusorie metastasi della realtà.
    Ripeto, Faust chiama Mefistofele per una metastasi, dal titolo eloquente del libro di Francesco Paolo Intini.

  10. ELEATICHE

    Va e viene da Elea. Lucky Strike tra le dita.
    Parmenide e la convinzione di tirare su una palma dalle ciglia.

    Una bozza di romanzo sull’immortalità
    Un altro alle stampe e seppellito in veranda.

    Joker ammazza Batman finalmente.

    Una biscia intanto inghiotte un geco
    Lo stomaco lungo un anno luce fa conteggi di Piraha.

    Lo scuro per evadere il fisco,
    il bianco gira le spighe di granturco
    cocendosi a popcorn.

    Le vedi schizzare fuori da anfore
    inseguite da grosse spigole:

    il peplo non basta a coprire i capezzoli.

    Capisci Zenone non appena
    Ammucchi il verde in una punta d’ ago.

    Pinete a pastelli, però.

    La stiva vuota, il molo partito.
    E c’è posto sufficiente per barili di noia.

    Ora il poeta grande riposa.
    Ma lascia un siluro da affondare.

    L’immortalità dell’anima è nel libro d’ottone
    Autunno “ Zukov” avanza con scarpe da jogging e maschera di Riace.

    Silla lo riconosci dall’ accento romanesco
    Il selfie nella fodera del gladio

    Mangia, invade, ordina Covid e arrosto di maiale.
    Luce finalmente, curiosità d’ossiuro su carne macinata.

    Poi venne lo yankee
    Non fu civile, perse quota e avvitò l’aereo al secolo seguente.

    La copertina non è stata sufficiente a contenerne l’urto vincente.
    Doveva essere utero, invece, partorì sequoie

    Così fu detto, di Scrooge Duck -a sproposito credo-
    mangiucchiando tuba e chicchi d’ orzo bimbo.

    Non basta la libido a tutto
    Occorre dividere e razionarla

    Pacchetti d’energia
    In ogni ciotola di riso.

    L’abbandono del campo del compagno Duch
    interrogatori oltre cortina.

    Dopo la spremitura
    Un coltello di limone

    Come s’immagina l’Inferno? Kampuchea eterna
    Campi di trigemino

    Anche le idee hanno la loro mietitura
    Spighe d’uguaglianza, covoni di fratellanza

    Se pensi bene c’è sempre un pizzico di paradiso
    in ogni nervo d’ intellettuale
    (“Spicchi di beatitudine” suggerimento di Pol Pot)

    E dunque è un lavoro sporco da portare a termine
    Fino alla corteccia cerebrale

    Toro scatenato contro Martin Scorsese

    La pellicola recita messa ogni mattina
    Un buon odore di rucola. Incenso di Giordano Bruno.

    E il tempo è una trottola all’incontrario
    stringe in curva, getta fuori millennio.

    Povero Faust che si avvita e sbatte contro il guard rail
    Le idee danno zuccheri da mettere nel branco

    Tu non sei l’idea che sopravvive su Manhattan
    La coscienza resiste poco, cede al Boeing, sfregola l’acciaio fuso.

    Dopotutto l’eternità è tecnologia di parole
    Smontare “sempre” in quark.

    Meccanica di protoni nel propulsore.
    Noia uguale energia al quadrato.

    A schede perforate e valvole sostituiremo
    l’alfabeto Morse e dunque le dita della mano.

    Le anime combattute mettono una margherita all’orecchio
    ricominciano a contare sulla vetta di Elea

    poi mandano un drone a perlustrare la periferia dell’universo:
    a troppo stramonio corrisponde un blocco stradale.

    Un tir fermo blocca la via lattea, ruggisce la Polare
    L’onda ferma non sarà riavviata.

    Buchi nella macchia dell’uliveto
    Chi o cosa tiene assieme tanti “sempre”?

    Le tre lingue dei colori fondamentali
    nel fischietto una risposta.

    Filini organizza una partita.
    Di Sofocle il goal vincente.

    (Francesco Paolo Intini)

  11. e.c. n.2: Piraha e non Piranha

  12. https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/09/07/dio-chiede-una-recensione-sulla-sua-creazione-e-si-rivolge-ai-poeti-della-nuova-ontologia-estetica-rispondono-allappello-giorgio-linguaglossa-mario-gabriele-marie-laure-colasson-gino-rago/comment-page-1/#comment-67617
    Il paradigma della decrescita infelice è l’indice della nostra felice falsa coscienza

    È avvenuta una mutazione ma noi non sappiano quando, perché abbiamo perduto il filo del tempo. Noi viviamo (noi abitanti dell’ipermoderno telematico), respiriamo in un ordine di simulacri. Lo spazio simulacrale è quello che decide dell’ordine simbolico e dell’ordine del reale. Entrambi questi ordini noi li avvertiamo per mezzo della relazione simulacrale. Siamo tutti interconnessi in un ordine simulacrale-virtuale. La natura è scomparsa, è rimasto il «naturale» e la sua ideologia da strapazzo: il latte senza lattosio, la pasta senza glutine, la guerra al glifosfato, le istanze ecologiste, le focacce del Mulino bianco.

    Il «naturale» è una funzione dell’homo sapiens dominata dal codice della produzione. C’è natura (forza, energia, equilibrio ecologico) perché c’è produzione, ovvero perché il codice di dominio economico e semiotico è operativo a partire dalla de-simbolizzazione e dalla de-socializzazione che hanno preso il campo con la modernità.
    Pensare alla poiesis come ad una istanza indipendente dalla logica dei surrogati e dei simulacri e dalla logica della produzione industriale è una mitologia da anime belle, l’utopia della décroissance è l’indice della nostra felice falsa coscienza. La poiesis non è un lusso dell’homo sapiens, è una funzione, una prassi, un fare sottoposto alle leggi della tecnica e dipendente dalle leggi di produzione di un mondo storico. Nella poesia kitchen di Intini e in quella buffet di Gino Rago siamo dinanzi alla implosione dei registri del simbolico e del reale, è l’organizzazione semiotica dei segni di un mondo storico che è andata in fumo e in cenere e non c’è araba fenice che possa resurgere dalle ceneri.

    Nel moderno non si dà sganciamento dell’oggetto-merce dal bisogno come fondamento naturale della prassi economica. Al contrario, il moderno si caratterizza proprio in virtù dell’imposizione ideologica della categoria di bisogno e della reificazione dell’homo oeconomicus quale modello astratto di attore socio-economico. I bisogni sono di per sé un prodotto della repressione e della rimozione e il valore d’uso un alibi perverso del valore di scambio. Per questo né l’una categoria né l’altra possono offrire alcuna prospettiva di disalienazione. Alla luce di ciò, la deriva semiotico-simulativa dell’oggetto, lo scollamento tra dimensione tecnico-pragmatica e dimensione linguistico-semiotica, tra funzione e segno, non hanno alcuna funzione verso la de-naturalizzazione e l’antropogenesi, si verifica invece uno spostamento tutto interno al codice semiotico dell’illusione. Il vigente ordine dei simulacri si coniuga mirabilmente con la coscienza infelice della falsa coscienza di massa.

    È possibile traslocare i giochi linguistici nei fenomeni psicopatologici. E viceversa. Il reale è in sé un manufatto psicopatologico, è il prodotto di una psicopatologia allarmata. L’anagramma, l’ipogramma, il palindromo, l’acrostico, l’inversione, la rima, l’assonanza, la consonanza, il distico, il tristico, il polittico, la strofa, la catastrofe, l’apocatastasi, il pastiche sono anche categorie della psicopatologia. Non solo i grandi tropi della metafora e della metonimia, ma i giochi istantanei, lo scherzo, la battuta insensata, i tropi eterocliti sono categorie in comune tra la psicopatologia e l’estetica. C’è qualcosa di sbalorditivo nella metalepsi (sostituzione dell’effetto con la causa) che ci riguarda da vicino. C’è predestinazione e procrastinazione perché l’effetto è già nella causa, è prima della causa. Infatti, non ci sono più cause, ma solo effetti. Il mondo esiste, in effetti. Senza ragione. Dio è morto, ed io non mi sento poi tanto bene.

  13. Una poesia normal, quasi kitchen, quasi soap, fatta con degli stracci presi qua e là…

    Stanza n. 90

    È entrato nella stanza, si è seduto sulla sedia a dondolo,
    in maniche di camicia.

    Delle persone entravano ed uscivano dal bar, sembravano preoccuparsi
    di qualcosa che non comprendevo.
    I polsini delle camicie con i gemelli in finto oro, le spille, i fermacravatte
    con le cravatte dozzinali degli impiegati di banca
    all‘ora della pausa pranzo…
    mani che si stringono, che si sciolgono…
    ma non saprei dire perché, perché mai e per come…
    il profumo che proviene da un vestito femminile, che mi turbava,
    ma non saprei dire perché…
    Esteves è uscito dalla tabaccheria, s’è voltato e mi ha visto,
    mi ha salutato con un cenno.
    Io mi sono alzato dalla sedia e sono andato alla finestra,
    e ho risposto: «ciao Esteves!»,
    poi la nebbia gialla è entrata nella stanza.

    La nebbia gialla che strofina il dorso sui vetri della finestra.
    La pioggia fitta che batte le nocche sui vetri della finestra.

    Le persone sembravano cercare qualcosa.
    Delle voci, tante voci, che non riconoscevo.
    Nel bus si tenevano ai ganci, parlavano…

    In strada la spider rossa parcheggiata tra gli alberi,
    c’è una donna all’interno, si ripassa il rossetto sulle labbra,
    si osserva allo specchietto…

    Adesso rivedo Giusy come attraverso un acquario,
    sullo stipite della porta, che mi guarda, si volta all’indietro,
    mi parla. E sorride.
    «Ricordi, Albert? al luna park, all’Eur?, sulla grande ruota?
    Stavamo così stretti!, poi venne il buio, una pioggia fitta…
    tu mi baciasti.
    Ricordi, lo ricordi Albert?».
    Io mi schernii: «no, non lo ricordo…», dissi,
    però non le ho detto che ero pazzo… è che non avevo le parole,
    non conoscevo l’uso delle parole.
    La pioggia era fitta, mi venne in mente che fosse una estranea.
    Dissi semplicemente: «un caffè, ti va?», così,
    per prendere tempo.
    «Chiudi la porta, Giusy», aggiunsi.
    «C’è troppo caldo qui, non si respira…».
    La incontrai anni fa sulla Berkeley street, aveva ancora il tubino,
    il décolleté rosso…

    Cadeva una pioggia fitta sullo Stanbergersee.
    Le dissi: «ripariamoci, andiamo via di qui,

    fa freddo…»

  14. da un pensiero di Czeslaw Milosz (da La mente prigioniera)
    una conferma a quanto fra l’altro Giorgio Linguaglossa scrive nel suocommento:

    “[…]Nella poesia kitchen di Intini e in quella buffet di Gino Rago siamo dinanzi alla implosione dei registri del simbolico e del reale, è l’organizzazione semiotica dei segni di un mondo storico che è andata in fumo e in cenere e non c’è araba fenice che possa resurgere dalle ceneri[…]”.

    Ma, di sottecchi, anche un cenno di risposta a Carlo Livia e a Guglielmo Peralta.

    Gino Rago
    Il poeta davanti a Zeus

    Molti hanno passato la loro esistenza collezionando francobolli,
    monete antiche,
    o coltivando specie rare di tulipani.

    Sono certo che sebbene queste fossero manie divertenti
    e inutili
    Zeus lo stesso è stato clemente con loro
    se in quelle occupazioni
    essi hanno trasfuso tutta la loro passione.

    Quando mi presenterò davanti a Zeus
    gli dirò:

    “Non è colpa mia se mi hai creato poeta
    e mi hai dato il dono di vedere contemporaneamente
    ciò che accade nel Nebraska
    e a Praga,
    nei paesi baltici e sulle rive dell’Artico.

    Se non avessi fatto uso di quel dono
    la fama mi avrebbe disgustato
    davanti ai miei versi insipidi.

    Perdonami”.

    E forse Zeus, che non chiama idioti i numismatici,
    i collezionisti di francobolli,
    né i coltivatori di tulipani,
    alla fine perdonerà.

    • Gino Rago

      Dio chiede una recensione…

      Il femminile di Dio, il Suo lato destro,
      ha chiesto una recensione ai poeti della «nuova ontologia estetica».

      Di certo le poetesse dell’ombra lo sanno che Dio è dappertutto,
      che rovista con garbo nella pattumiera.

      Il maschile di Dio, il Suo lato sinistro,
      frequenta le bische clandestine, i ricoveri

      aperti tutta la notte, staziona tra le vetrate,
      gli slums delle periferie di Hopper.

      Ci ha provato anche con Lucio Mayoor Tosi,
      Francesco Paolo Intini, Pino Gallo e Pino Talia,

      ma non gli hanno dato retta, andavano di fretta,
      per una recensione sulla sua creazione

      perché i tre lasciano di sé frammenti dappertutto
      e cercano il tutto in ogni frammento:

      in un seme di cocomero, in un chiodo, in un filo di spago.
      Dio si è rivolto ai cacciatori di immagini,

      perché i quattro in poesia rapinano banche.
      La poesia è una rapina in banca: si entra,

      si spiana la rivoltella, si cattura l’ attenzione,
      si prendono i soldi, si scappa

      e si scompare,
      per poi ricomparire in altre banche.

      Ebbene, questi versi annoiano Dio, l’Onnipotente
      non sopporta questi ladruncoli che giocano a fare
      scaccomatto.

      Cicche e carte stracce sui marciapiedi,
      dalla tavola calda aperta tutta la notte odore di cipolle,

      Charles Simic si rivolge ai tre della «nuova ontologia estetica»:
      «Voi tre, vi riconosco, siete cacciatori di frodo».

      L’appendivestiti dà al cameriere la mancia,
      alla scarpa servono un piatto di caviale,

      la sedia sa dialogare con i clienti,
      diventa un tavolo e si prende in giro.

      Un fiore nel vaso parla con lo specchio:
      «E’ perfettamente inutile che Lei caro signore si ecciti,

      faccia quello che sa fare. Faccia lo specchio».
      *
      da Gino Rago, I platani sul Tevere diventano betulle, Ed. Progetto Cultura, Roma, 2020

  15. Sulla pop-poesia

    «Il disallineamento frastico, il dislivello tra i singoli sintagmi, l’interruzione di ogni enunciato, è questo il lavoro nel quale sono personalmente impegnata.

    Il significato deve essere bypassato, dribblato, eluso, solo così si può ottenere un significato ulteriore, citeriore, anteriore…

    Aprire una parentesi all’interno di ogni enunciato, e un’altra parentesi fuori dall’enunciato, e così via…

    Fare del terrorismo, terremotare ogni enunciato, dissestarlo, de-costruirlo, smobilitarlo.

    Fare del terrorismo all’interno di ogni enunciato è un lavoro serissimo, che dovrebbe appartenere al bagaglio di ciascun poeta, perché oggi non si può adottare un significato così come ce lo consegna già confezionato il sistema delle emittenti linguistiche.»

    (Marie Laure Colasson)

    *

    su “Marie Laure Colasson, Struttura dissipativa Z, acrilico, 55×35 cm., 2015”

    “[…] Tutto ciò il quadro lo raffigura in modo traslato e intersemico e lo convoca in una struttura auto sufficiente e auto immune, erige la propria struttura difensiva e ostensiva perfettamente in grado di rendersi indifferente ed estranea alla prassi, perché la felicità non è nella prassi ma al di là della prassi, al di là della storia. La sola felicità compossibile è quella che è contenuta nella prassi di una struttura dissipativa come atto di negazione del tutto.

    Scrive Adorno nella Teoria estetica: «La forza della negatività nell’opera d’arte dà la misura dell’abisso fra prassi e felicità».

    (Giorgio Linguaglossa)

  16. Cura te ipsum, lettera aperta a Goffredo Fofi
    di Matteo Marchesini, uscita il 1 settembre 2020 su le parole e le cose
    Estratto
    :

    Siamo tutti prodotti di una mutazione avvenuta a monte del nostro percorso. Quanti di noi non sono figli dei giovani descritti dal Pasolini luterano, quelli che avevano ormai assorbito i gerghi della scuola, ma che quando non se ne servivano regredivano a una rozzezza maligna impensabile nell’Italia contadina? In quanti di noi convivono minacciosamente le due barbarie, la mediata e l’immediata? E quanti sono gli eredi dei cretini intelligentissimi visti nascere dallo Sciascia che tu citi con approvazione? Quei cretini, lo sappiamo, erano già molto diversi dal “cretino” difeso da Fortini, che all’alba della mutazione, coi pacchi dei primi “Quaderni piacentini” freschi di stampa, prendeva ancora genuinamente sul serio le domande morali poste alla sua esistenza dai giornali e dal costume.

    Abbiamo dato a Renzo e a Lucia la lingua di Azzeccagarbugli, ha riassunto benissimo Arbasino, purtroppo dopo avere contribuito non poco ad allestire uno scenario culturale intimidatorio. Sono passati gli anni, la mentalità veicolata da quella lingua si è diffusa, ed ecco che oggi gli adulti scalfarizzati del ventunesimo secolo annuiscono automaticamente al corsivo in cui Michele Serra, commentando il basso numero dei connazionali lettori, sostiene che “è l’ora di rivendicare i libri letti come calli sulle mani”. A parte il fatto che vien da chiedere quali libri, e in che modo, a me sembra piuttosto che sia ora di rivendicare i calli sulle mani come libri letti. E almeno finché ci teniamo sulle linee generali, caro Goffredo, credo che anche su questo possiamo essere d’accordo. Tutti e due rifiutiamo la concezione di “cultura” e “ignoranza” che identifica la prima con un mix di scuola e industria editoriale, e che nella seconda comprende un numero enorme di saperi non riconosciuti. Chi assume questa concezione, tra l’altro, finisce per attribuire le opinioni sgradite espresse dai meno privilegiati alle fatiche di una vita oscura. Il presupposto è che “se sapessero” la penserebbero come chi legge. Non prendono in considerazione, i serriani, l’ipotesi che appunto quelle fatiche possano far capire cose che altrimenti sfuggono, non solo della propria esistenza ma del mondo: per i progressisti del ceto culturale, l’idea di offrire a tutti la possibilità di studiare coincide con l’idea di estendere la loro visione della realtà.

    È qui l’ideologia che domina la zona grigia di compromissione in cui tutti ci muoviamo. Mi conforta che tu riconosca di essere a tua volta complice e parte di questa “struttura della sovrastruttura”, e che tu avverta la mancanza di un “fuori” sul quale far leva per criticarla. Come te, penso che la sua apparenza totalitaria dipenda anche dalla riduzione di ogni ambito all’unum della comunicazione, nel cui flusso vengono mistificate sia la politica sia la cultura: sottoposta a un capillare ricatto mediatico, la prima non riesce a essere efficace, e la seconda rinuncia a dire tutta la verità.

    Come non essere d’accordo, caro Goffredo, con l’idea che il mito della Cultura è stato ed è una droga dannosissima, soprattutto da quando i suoi celebratori sono quasi soltanto dei funzionari di un sistema scolastico e mediatico che polverizza ogni istanza critica, ovvero gli amministratori di una tecnocrazia postumanistica che espelle fisiologicamente chi vuole ricondurre i saperi alle esigenze della vita intima e comune? E come non essere d’accordo, d’altra parte, sul fatto che, per dirla adornianamente, se ci si disfa di questa barbarie travestita si rischia di rimanere in balia di una barbarie più nuda, brutale e immediata?

  17. Sul concetto di «catastrofe»

    Nietzsche scrive:

    «Ciò che racconto è la storia dei prossimi due secoli. Descrivo ciò che verrà, ciò che non potrà più venire diversamente: l’avvento del nichilismo.
    Questa storia può essere raccontata già oggi, poiché qui è all’opera la necessità stessa. Questo futuro parla già per cento segni, questo destino si annuncia dappertutto; tutte le orecchie sono già ritte per questa musica del futuro. Tutta la nostra cultura europea si muove già da gran tempo con una tensione torturante che cresce di decennio in decennio, come se si avviasse verso una catastrofe: inquieta, violenta, precipitosa; come un fiume che vuole sfociare, che non si rammenta più, che ha paura di rammentare»1

    «“Tutte le cose diritte mentono,” borbottò sprezzante il nano. “Ogni verità è ricurva, il tempo stesso è un circolo”» (La visione e l’enigma)

    La zona grigia di compromissione in cui tutti ci muoviamo, è già in sé una ideologia.
    Abbiamo dato agli azzeccagarbugli la lingua del Principe di Salina.
    Sullo sfondo di una realtà che sparisce per lasciare posto all’iperrealtà, alla pseudorealtà e alla iporealtà, alla ipoverità, alla pseudoverità e alla iperverità, la distanzatra segno e referente, tra segno e cosa, si fa squarcio insondabile. Dal capitalismo della produzione e dei consumi, oggi ci troviamo immersi in un capitalismo semiurgico, capitalismo della manipolazione dei segni, semiotico, semantico nel quale le parole diventano insensibilmente innocue, si iperbarizzano, si atrofizzano, entrano nel frigorifero e da lì ne escono a temperatura sotto zero, pronte per essere impiegate nelle catene di montaggio dei significanti e dei segni.

    Il linguaggio che impiega la poetry kitchen, a ben guardare, è un linguaggio rifritto, di seconda o terza cottura. Tutta la migliore poesia di oggi è di seconda o terza cottura, ripassata in padella. I puristi del bel verso eufonico sono quei tuttofare disposti a tutto. Così come anche in pittura. Guarda i vari strati di pittura, gli strati di colore, i graffi, le smagliature, i tagli, le ulcerazioni sovrapposte intendo, sui quali il pittore stende la pittura, ehm, definitiva, volevo dire ultima, giacché di definitivo nell’arte di oggi non è rimasto un bel niente, sono il conglomerato di una idea di poiesis che si fa per sporcificazione, quando invece non c’è bisogno di alcuna sporcificazione, è il reale stesso in modo oltraggioso sporcificato oltre misura. La poesia della poetry kitchen mi dà la sensazione di una scrittura un po’ improvvisata, come se fosse una scrittura ancora da ultimare. Ma è che non è più possibile pensare di scrivere una scrittura definitiva e definita, oggi non è più pensabile pensare di licenziare una scrittura poetica ultimata. Oggi è forse possibile soltanto una scrittura che porti con sé un quantum di improvvisazione, di oscillazione, di inquietudine e di incertezza… Che poi è, mi sembra di capire, quella cosa che sta a cuore alla nuova fenomenologia del poetico. La nuova poesia ha in sé il marchio di fabbrica della propria vulnerabilità e della tendenza alla disparizione oltre che all’ammutinamento. La poiesis tende all’ammutinamento nella misura in cui tende all’ammutolimento. La costituzionalizzazione della poiesis che ha avuto luogo a partire dagli anni sessanta ad oggi è stato un prodotto storico inevitabile, ma questo non è un motivo sufficiente per considerare eterno ciò che è soltanto un prodotto storico.

    1 Opere di Friedrich Nietzsche, edizione italiana diretta da Giorgio Colli e Mazzino Montinari, voI VIII, tomo II [Frammenti postumi 1887-1888], tr. it. di Sossio Giametta, Adelphi, Milano 1971, pp. 392-393)

  18. Antonio Sagredo

    da LAMENTAZIONI
    (marzo 2020)

    “Pensate o immaginate una creatura che esiste e viva a distanze tali, dalla Terra, che non possiamo nemmeno calcolare e che voglia scandagliare gli universi… la Terra non le sarà affatto visibile e dunque non può pensarla e né immaginarla, insomma come un qualcosa che possa esistere, e non perché soltanto non le è visibile… già vedere la Terra da Saturno è un puntino così insignificante che non gli daresti tanta importanza – perché altre sono le cose più importanti e necessarie da osservare – e sempre da chi osserva la Terra da tale distanza – da Saturno intendo che ci è così vicino! – l’idea di un Dio creatore degli universi non lo sfiora affatto, ammesso che sappia o non sappia cosa siano gli universi o gli dei.”

    … ma Tu pensa se fossi un abitante di Saturno ( o altro corpo celeste del nostro sistema solare, o altro fuori di questo sistema, magari della stessa galassia, o altro ancora: fuori della – mia –galassia e cioè su una altra galassia, o fuori di qualsiasi altra galassia)… insomma in un dove che non fa parte di nessun dove… e allora da dove mi potrebbe venire l’idea di un dio (creatore) ?! …e di cristo, nemmeno a parlarne!
    …e da una altra galassia si vede appena come il nostro sistema solare (un puntino!) gira attorno alla sua galassia (la periferia di questa) in andamento ondulatorio; e poi se da Saturno la Terra appare come un puntino, immaginate come non è assolutamente visibile dal centro della sua stessa galassia; e, ancora, da quell’altra galassia il nostro sistema solare non appare più, nemmeno come un puntino dall’andamento ondulatorio… scompare del tutto.
    La non osservabilità della Terra dal centro della sua stessa galassia sta alla quasi non osservabilità del nostro sistema solare dal centro di questa stessa galassia… da una altra galassia , ripeto, questo nostro sistema a sua volta non è più osservabile: scompare del tutto.
    Ma tutto ciò è noto.
    ——
    Mi aspettavano gli Dei tutti sulla pensilina, ma non scesi dal treno dell’Oblio.
    (10/19/2020)

  19. Antonio Sagredo

    rotazioni?

    Dissi alla Notte ch’era un inganno degli umani e che nessun infinito
    la contemplava nella sua rotazione… non esisteva il suo contrario.
    E il sole col suo corteo invano rotava torno ad una galassia che girava…
    che girava senza sapere nulla della sua direzione e destinazione.

    Me ne andavo rotando come l’infinito senza sapere nulla di se stesso.
    Il mio Io non aveva senso in tutti i corpi in movimento. Invano clemente
    a un qualcosa – a un non so: a chi e dove – mentre ogni corpo intorno mi
    rigirava
    e questo rotava a un fittizio centro, e questo ancora a un principio
    inesistente.

    Davvero era un naufragio di ogni cosa in moto e nulla di amaro e dolce
    avvolgeva la mia mente, come tutte le dimensioni erano e non erano,
    avevano e non avevano… non una base dove poggiare i piedi erranti
    e nemmeno occhi con cui mirare un limite che s’allontanava indefinito.

    Partecipavo indolente, non rassegnato, alla fuga dei corpi in ogni dove,
    non tradotto ero distante e vicino ad ogni corpo, celeste non so dire
    sempre, e la storia? E il tempo era solo un appendice o un nulla
    legato ai luoghi che mi segnavano il passo ad ogni svolta, e al tutto indifferenti.

    Umano, troppo umano, disumano, inumano ecc. … di queste parole non
    avevo
    bisogno, e mai udite anche nei ricordi più segreti, come ogni divinità mi si
    presentava
    inutile vestita di simulacri e miti! Ero slegato da tutti i tempi calcolati e non
    sapevo
    le loro significanze e i riti, e vagavo in ogni dove inosservabile, e non
    eletto, e senza rote.

    Antonio Sagredo

    Maruggio-Campomarino, 10 agosto 2020

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