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Paul Valéry OPERE SCELTE a cura di Maria Teresa Giaveri “I Meridiani” Mondadori, 2014 pp. 1770 € 80 Presentazione di Giorgio Linguaglossa e una nota critica di André Durand – La jeune Parque

Paul Valéry

Paul Valéry

 Paul Valéry (Sète, 30 ottobre 1871 – Parigi, 20 luglio 1945) è un poeta chiave per comprendere la poesia europea del Novecento; finalmente abbiamo qui riunite in un unico volume le opere poetiche del poeta francese insieme alle più importanti riflessioni sull’arte poetica e sulla Poetica. Valéry è il primo poeta europeo che crea una teoria del linguaggio e una teoria della composizione poetica, per lui il linguaggio è la fonte della metafisica come illusione intellettuale e la zona di massima dispersione e confusione intellettuale e linguistica. È caratteristico di Valéry che lui pervenga alla poesia da una teoria critica della poesia, da una via fino allora considerata impensabile. È un poeta e un teorico della poesia allo stesso tempo di straordinaria importanza.

«Tutta la mia filosofia – scrive Valéry – si riduce ad accrescere quella precisione o coscienza di sé che ha per effetto di separare nettamente le domande dalle risposte […] Bisogna imparare a pensare che ciò che è non è necessariamente una domanda. E che non ogni domanda ha necessariamente un senso». Valéry pensa che il linguaggio sia  il luogo stesso della confusione. Di qui quella sua forsennata ricerca di una poesia che fosse applicazione di una geometria assoluta, di un rigore quasi matematico. Il superamento del linguaggio naturale in Valéry non può essere compiuto grazie a un linguaggio ideale ma grazie alla vita, che pone dei problemi reali per dei bisogni reali e grazie all’azione.

Paul Valéry cop Scrive Valéry: «Si potrebbe – e forse lo si dovrebbe – assegnare come unico oggetto alla filosofia quello di porre e di precisare i problemi, senza preoccuparsi di risolverli. Si tratterebbe allora di una scienza degli enunciati, e dunque di una purificazione delle domande».  «Una riflessione semplicissima ci fa pensare che la Letteratura è e non può essere altro che una specie di estensione e di applicazione di certe proprietà del linguaggio. Essa utilizza per esempio ai propri fini le proprietà foniche e le possibilità ritmiche del parlare, che sono trascurate nel discorso comune […] È questo il mondo delle “figure”, di cui si preoccupava l’antica Retorica […] La formazione delle figure è indivisibile da quella dello stesso linguaggio, in cui tutte le parole “astratte” sono ottenute tramite qualche dilatazione d’uso o trasferimento di significato, seguito da un oblio del senso primiero. Il poeta che moltiplica le figure non fa dunque che ritrovare in se stesso il linguaggio allo stato nascente […] La Poetica si proporrebbe non tanto di risolvere i problemi quanto di enunciarli. Il suo insegnamento non sarebbe separato dalla ricerca stessa… dovrebbe essere trattato e mantenuto in uno spirito di massima generalità… quest’ultima considerazione conduce… a un’importante distinzione: quella delle opere che sono come create dal loro pubblico (di cui rispondono all’attesa e sono perciò quasi determinate dalla sua conoscenza) e delle opere che, invece, tendono a creare il loro pubblico». (qui pp. 380-381)

Paul Valéry 13 «Una poesia su un foglio di carta non è che uno scritto, sottoposto a tutto quel che si può fare di uno scritto. Ma fra le sue varie possibilità, ce n’è una, e una soltanto, che pone infine quel testo nelle condizioni in cui prenderà forza e forma d’azione. Una poesia è un discorso che esige e che provoca un legame continuo fra la voce che è e la voce che viene e che deve venire. E questa voce deve essere tale da imporsi, e da stimolare lo stato emotivo di cui il testo sia l’unica espressione verbale. Togliete la voce, e la voce che occorre, e tutto diventa arbitrario. La poesia diviene una serie di segni legati l’uno all’altro solo dal fatto di essere stati materialmente tracciati uno dopo l’altro. (qui p. 394) «Anche nella testa più solida la contraddizione è la norma; la consequenzialità è l’eccezione […] Ma ecco una circostanza stupefacente: tale dispersione, sempre imminente, importa e concorre alla produzione dell’opera quasi quanto la stessa concentrazione». (qui 396) «L’opera d’arte è un’opera in sé inutile, in rapporto al senso preciso di utilità: è una categoria completamente a parte». (qui p. 416) «Una poesia deve essere una festa dell’intelletto».

Paul Valéry

Paul Valéry

 Nella notte tra il 4 e il 5 ottobre 1892, a Genova, cade in quella che in seguito avrebbe  indicato come una profonda crisi esistenziale intellettuale. Al mattino decide di ripudiare gli idoli dell’estetica simbolista tutta volta alla ricerca di una sopra-realtà e si concentra su una concezione  tutta razionale dell’arte quale mezzo di conoscenza e di auto-costruzione; l’opera sarà un espediente per l’affinamento delle doti spirituali e intellettuali, un «esercizio spirituale», una «ginnastica», una «danza», un «fare», una «scherma», un «gioco di scacchi», una «strategia».  La via dello spirito è una via anagogica, ce lo testimoniano i suoi cahiers, (diari) nei quali annota ogni mattino le sue riflessioni. Aggiunge, come battuta di spirito, «avendo consacrato queste ore alla via dello spirito, mi sento in diritto di essere sciocco per il resto del giorno». «Ogni poema che non avesse la precisione esatta della prosa non ha nessun valore» dichiara Valéry, oppure, segue le orme di Malherbe il quale aveva detto che «un buon poeta non è più utile al suo paese di quanto non sia un buon giocatore di bocce».

Paul Valéry 8 Nel 1894, si trasferisce a Parigi, dove lavora come redattore al ministero della guerra. Rimane volontariamente lontano dalla scrittura poetica per consacrarsi alla conoscenza di sé e del mondo. Segretario personale di Edouard Lebey, amministratore della Havas, la prima agenzia di stampa, si dedica ogni mattino, dalle quattro alle sette, alla redazione dei suoi Cahiers, diari intellettuali, che vedranno la parziale pubblicazione solo dopo la sua scomparsa. Nel 1917, sotto l’influenza principalmente di André Gide, ritorna alla poesia, con La Jeune Parque, pubblicato presso Gallimard. In piena epoca di avanguardie e di libertà formale, Valéry ritorna all’alessandrino di Racine, a un modello formale seicentesco riproposto con due secoli di ritardo; sembra una provocazione, un lavoro a ritroso, e invece è subito un successo; il poema non è altro che «una fabbricazione artificiale che ha preso una sorta di sviluppo naturale» scriverà in seguito Valéry. Seguono Le Cimetière marin (1920) e una raccolta, Charmes (1922). Valéry non finisce mai di stupire, a proposito dei poeti simbolisti, durante una conferenza nega l’esistenza dei poeti simbolisti in quanto alla loro epoca nessuno di essi sapeva di essere dei simbolisti. Scrive:

«Quanto a loro, i nostri simbolisti dell’86 [concordi in una comune risoluzione di rinuncia al suffragio della massa], senza appoggi nella stampa, senza editori, senza approdi […], si adattano a questa vita fuori norma; si fanno le loro riviste, le loro edizioni, la loro critica interna; e si formano a poco a poco quel piccolo pubblico di loro scelta […]. Operano così una sorta di rivoluzione nell’ordine dei valori, poiché sostituiscono progressivamente alla nozione di opere che sollecitano il pubblico, che lo prendono per il suo lato debole o abitudinario, quella di opere che creano il loro pubblico». (pp. 1109-10) Scrive ancora Valéry: «I miei versi hanno il senso che si dà loro […] È un errore che va contro la natura della poesia potrebbe esserle fatale pretendere che a ogni poesia corrisponda un significato autentico, unico, conforme o identico a un pensiero dell’autore» (pp. 1298-9).

Paul Valéry

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 Scrive nella prefazione la Giaveri: «diversamente dalle opere giovanili (a cui d’altra parte rivendicava un senso preciso), le poesie della raccolta non vivono di un gioco metaforico costruito a posteriori, tramite la mediazione letteraria, ma di una analogia originaria fra due stati psicofisici che si strutturano secondo le stesse leggi e permettono le stesse varianti» (p. XXXIII). Diventa il “poeta ufficiale” di Francia ma resta schivo ed estraneo ai riconoscimenti e agli onori. Nel 1924, viene eletto presidente del Pen Club francese e componente dell’Académie Francaise. Seguono anni di riconoscimenti e di onori e la cattedra (quella di poetico al Collège de France).

Ma durante tutto questo tempo, la sua vera professione continua nell’ombra: la profondità delle riflessioni che dà alle stampe in opere consistenti (Introduction à la méthode de Léonard de Vinci, La soirée avec monsieur Teste), i suoi studi sul divenire della civiltà (Regards sur le monde actuel) e la sua viva curiosità intellettuale ne fanno un interlocutore ideale per Raymond Poincaré, Louis de Broglie, Henry Bergson e Albert Einstein. Sotto l’occupazione nazista, si rifiuta di collaborare e perde il suo posto d’amministratore a Nizza. Muore  il 20 luglio 1945, poche settimane dopo la fine della seconda guerra mondiale. Charles de Gaulle richiede per lui i funerali di Stato e viene sepolto a Sète, nel cimitero marino che aveva già celebrato nel suo famoso poema.

(Giorgio Linguaglossa)

Paul Valéry 9Ecco come il critico André Durand presenta La jeune Parque (1917):

Depuis 1892, Valéry n’avait publié qu’un très petit nombre de poèmes d’une esthétique fort différente des compositions antérieures, en particulier pour la nature et le fonctionnement des métaphores. Vers le milieu de 1912, sur l’insistance d’André Gide et de Gaston Gallimard, il accepta d’éditer l’ensemble de ses œuvres de jeunesse, vers et prose. Mais, ne sachant comment transformer ces vers anciens qui lui paraissaient étrangers, il entreprit un poème d’une quarantaine de vers, qui serait un adieu à la poésie.

Dans sa dédicace à André Gide, il déclara : «Depuis des années, j’avais laissé l’art des vers ; essayant de m’y astreindre encore, j’ai fait cet exercice que je te dédie.» Et il précisa ses intentions : «Lorsque j’ai voulu me remettre à la poésie, j’ai voulu faire œuvre de volonté, combiner dans une oeuvre, tout d’abord les idées que je m’étais faites sur l’être vivant et le fonctionnement même de son être en tant qu’il pense et qu’il sent ; ensuite…, ne pas verser dans l’abstraction, mais au contraire incarner dans une langue aussi imagée que possible, et aussi musicale que possible, le personnage fictif que je créais.» Nulle contrainte n’était plus précieuse à cet athlète mental que celle de la versification traditionnelle, de la prosodie la plus rigoureuse. Il voulait que le poème en vers soit le chant continu d’une voix portée par un «je»  et dont l’efficacité poétique tienne aux ressources souplement modulées d’une matière verbale où la musique du sens est étroitement nouée à la musique du son. Son projet n’était pas de dire quoi que ce soit mais chercher à faire, c’est-à-dire à rigoureusement composer un poème dont le sens ne se dégagerait que plus tardivement.

Paul Valéry

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 Si, après un long silence, il était revenu à la poésie, il n’en avait pas, pour autant, abandonné ses idées centrales. Leur restant fidèle ou ne parvenant pas à s’en détacher, les jugeant essentielles, il voulait traiter, dans un poème aussi, le thème de la passion de l’intellect ou, mais c’est la même chose, de la connaissance et de la conscience. Il voulut d’abord l’intituler “Psyché” (l’âme) et a d’ailleurs défini son objectif de la manière la plus claire : «Songez que le sujet véritable du poème est la peinture d’une suite de substitutions psychologiques et en somme le changement d’une conscience pendant la durée d’une nuit.» Il voulut montrer l’opposition entre deux états et le passage de l’un à l’autre : du non-être de la conscience à l’existence de la conscience, cette prise de conscience de la conscience étant le motif central de toute sa réflexion.

La difficulté était donc quasi insurmontable : unir la matière abstraite la plus éloignée de toute forme poétique à la forme poétique la plus éloignée de l’abstraction. Au surplus, il était obligé de compter avec les exigences propres à la poésie, sachant qu’elle ne concède rien et qu’elle veut rester rythme, image, chant. Il a donc tenté de tenir cette gageure : rendre l’abstrait voluptueux sans qu’il perde rien de son austérité et créer une plasticité sans qu’elle perde rien de son rayonnement sensoriel. Puisque l’étude du mécanisme de l’intelligence, surpris dans le moment propice de l’élaboration ou de l’invention, restait sa curiosité profonde, il a corrigé la sécheresse d’un tel dessein et il en a vécu l’émotion.

Par une sorte de miracle, l’objet même qui devait l’obliger à l’usage de la prose et au vocabulaire technique l’a conduit à une prosodie rigoureuse, une syntaxe audacieuse et puriste, un choix de mots rares, des images, des symboles, des métamorphoses, une langue sensuelle, chatoyante et précieuse, si harmonieuse et si pleine que sa beauté paraît se séparer de son sens et autorisa, en son temps, l’extravagante erreur de tenir ses poèmes pour de la poésie pure, soit sans signification.

Paul Valéry

Paul Valéry

 Cette tentative apparut d’abord à travers un brouil­lon intitulé ‘’Hélène’’. Ainsi, la mythologie grecque ajoutait aux différentes significations du poème des effets complexes de résonance. Hélène sortait de la grotte de la Nuit et voulait exister par elle-­même et non par le désir des autres («Suis-je quelque chose Moi qui ne me vois que dans le vertige des autres. Et qu’y suis-je?»), explorer les mystères de son être «en tant qu’il pense et qu’il sent». Mais, se regardant dans un miroir, elle se voyait séparée de ce reflet par des larmes, qui provoquaient aussitôt la question : «Si je me vois au miroir, des larmes me viennent, d’où?»). Puis elle se posait des questions sur un lieu inconnu, sur une identité autre et mystérieuse : «Mais qui pleure / seule et de diamants séparés?» Questions inachevables qui s’articulaient déjà sur un décor «élémental» : Astres, Nuit, Distance, Larmes, Regard, ­et cette objet indispensable à tout questionnement chez Valéry : le Miroir. Mais, en quarante vers, c’était trop. D’autant plus que l’écri­ture fit surgir en s’accomplissant les problèmes du «système» auquel il ne cessait de travailler : les substitutions, l’acte de conscience et la mémoire, les déplacements et les condensa­tions du Moi par la pratique du langage, le fonctionnement des figures, la production de l’imaginaire par les structures for­melles, etc.

Gardant la préoccupation du double manque, le manque qui cause les larmes, le manque qui fait de cette autre d’Hélène dans Hélène un être sans nom, il envisagea donc une œuvre plus ample, qu’il appelait d’ailleurs «mon opéra», dans laquelle il voulut donner à la poésie les valeurs des récitatifs des drames lyriques (« Glück et Wagner m’étaient des modèles secrets» (lettre à  Aimé Lafont, septembre 1922), pour laquelle différents titres furent ébauchés à mesure pour aiman­ter diversement le travail : ‘’Pandora’’, ‘’Vers anciens’’, ‘’Ébauche’’, ‘’Étude ancienne’’, ‘’Discours’’, ‘’La seule Parque’’, ‘’L’aurore’’, puis ‘’Psyché’’ qui fut proposé par Pierre Louÿs, ‘’Île’’, enfin ‘’La jeune Parque’’ en 1916. Le poète a choisi de faire parler une Parque, non une des trois Parques qui, chez les Anciens, étaient les divinités du Destin, symbolisaient les étapes de la destinée humaine, la troisième coupant le fil de la vie ; mais une Parque qui est une mortelle et qui, surtout, est jeune, se trouvant à l’âge où l’individu doit définir son identité, voit naître «la conscience de soi-même», rencontre les divers problèmes de «la conscience consciente».

La composition dura plus de quatre ans. Le poème se développa par fragments remis vingt fois sur le métier : il y eut plus parfois plus de trente états successifs. Une note d’un ‘’Cahier’’ de 1917, intitulée «Comment j’ai fait la J.P.»,  précisa la chronologie du travail :

– 1912 : Genèse              
– 1913 :  Serpent                            
– 1914 
– 1915 : «Harmonieuse Moi», Sommeil    
– 1916 : Îles
– 1917.

Paul Valéry 10 Il commenta : «D’écart en écart, cela s’est enflé aux dimensions définitives». Pour ces 512 vers, il avait rédigé plus de cent brouillons dont la reproduction occuperait 600 pages ! La pression de la guerre accompagna l’invention du poème. Il avait fini par considérer comme un devoir de léguer à notre langue menacée cet ouvrage «fait de ses mots les plus purs et de ses formes les plus nobles». – «Je ne me l’explique à moi-même, je ne puis concevoir que je lai fait, quen fonction de la guerre. Je l’ai fait dans l’anxiété et à demi contre elle. J’avais fini par me suggérer que j’accomplissais un devoir; que je rendais un culte à quelque chose en perdition. Je m’assimilais à ces moines du premier Moyen Âge qui écoutaient le monde civilisé autout de leur cloître crouler, qui ne croyaient plus qu’en la fin du monde ; et toutefois qui écrivaient difficilement, en hexamètres durs et ténébreux, d’immenses poèmes pour personne […] Il n’y avait aucune séré­nité en moi.» (lettre à Georges Duhamel, 1929). Mais les bruits de la guerre n’étaient peut-être pas nécessaires car il avoua : «angoisse, mon vrai métier».

Dans une lettre à Aimé Lafont (septembre 1922), il a ainsi défini son poème : «C’est une rêverie qui peut avoir toutes les rup­tures, les reprises et les surprises d’une rêverie dont le person­nage en même temps que l’objet est la conscience consciente. Figurez-vous que l’on s’éveille au milieu de la nuit, et que toute la vie se revive, et se reparle à soi-même […] Sensualité, souvenirs, paysages, émotions, sentiment de son corps, profondeur de la mémoire et lumière ou cieux antérieurs revus, etc.. Cette trame qui n’a ni commencement ni fin, mais des nœuds, j’en ai fait un monologue auquel j’avais imposé avant de l’entreprendre des conditions de ‘’forme’’ aussi sévères que je laissais au fond de liberté. Je voulais faire des vers non seulement réguliers mais césurés, sans enjambement, sans rimes faibles.»

Paul Valéry

Paul Valéry

 Dans une lettre à A. Mockel (1917), il précisa le but qu’il s’était donné : «Faire un chant prolongé, sans action, rien que l’incohérence interne aux confins du sommeil ; y mettre autant d’intellectualité que j’ai pu le faire et que la poésie en peut admettre sous ses voiles ; sauver l’abstraction prochaine par la musique, ou la racheter par des visions, voilà ce que j’ai fini par me résoudre à essayer, et je ne l’ai pas toujours trouvé facile […] Il y a de graves lacunes dans l’exposition et la composition, je n’ai pu me tirer de l’affaire qu’en travaillant par morceaux. Cela se sent, et j’en sais trop sur mes défaites !» Son projet était aussi de composer un poème «cent fois plus difficile à lire qu’il n’eût convenu», dont le sens ne se dégagerait que plus tardivement. Cette obscurité résulterait d’abord de la nature du sujet. Il a voulu rassembler dans ce poème un grand nombre d’idées qui l’occupaient depuis longtemps

Ces «morceaux», les divers états du manuscrit font voir qu’ils ne se sont pas toujours succédé dans l’ordre où le texte définitif les présente, le plus important de ces déplacements concernant le dernier épisode. C’est que l’œuvre s’est formée en restant volontairement aveugle à son destin.

Ailleurs encore, on peut lire : «Ce chant est une autobiographie. J’ai supposé une mélodie, essayé d’attacher, de «ritardare», d’enchaîner, de couper, d’intervenir, de conclure, de résoudre, et ceci dans le sens comme dans le son…» (‘’Cahiers’’, VI, 508-509).

Armé de ces renseignements, invité par Valéry lui-même qui disait : «Il ne suffit pas d’expliquer le texte, il faut aussi expliquer la thèse», on peut essayer de déchiffrer ce poème dense et difficile dont l’obscurité ne résulterait pas d’une intention délibérée d’hermétisme (les raccourcis et les ellpises étant exigés par l’harmonie) et qui, grâce à la musique verbale, transpose une idée abstraite et revêche dans un érotisme onduleux, la pureté de l’idée étant atteinte à travers la pureté de la sensation, sans l’intermédiaire du sentiment.

 

Paul Valéry nel suo studio

Paul Valéry nel suo studio

La jeune Parque” (1917)

Poème de 512 alexandrins

«Le Ciel a-t-il formé cet amas de merveilles
Pour la demeure d’un serpent?»
Pierre Corneille

Qui pleure là, sinon le vent simple, à cette heure
Seule avec diamants extrêmes?… Mais qui pleure,
Si proche de moi-même au moment de pleurer?

Cette main, sur mes traits qu’elle rêve effleurer,
Distraitement docile à quelque fin profonde,
Attend de ma faiblesse une larme qui fonde,
Et que de mes destins lentement divisé,
Le plus pur en silence éclaire un cœur brisé.
La houle me murmure une ombre de reproche,
10 Ou retire ici-bas, dans ses gorges de roche,
Comme chose déçue et bue amèrement,
Une rumeur de plainte et de resserrement…
Que fais-tu, hérissée, et cette main glacée,
Et quel frémissement d’une feuille effacée
Persiste parmi vous, îles de mon sein nu?
Je scintille, liée à ce ciel inconnu…
L’immense grappe brille à ma soif de désastres.

Tout-puissants étrangers, inévitables astres
Qui daignez faire luire au lointain temporel
20 Je ne sais quoi de pur et de surnaturel ;
Vous qui dans les mortels plongez jusques aux larmes
Ces souverains éclats, ces invincibles armes,
Et les élancements de votre éternité,
Je suis seule avec vous, tremblante, ayant quitté
Ma couche ; et sur l’écueil mordu par la merveille,
J’interroge mon cœur quelle douleur l’éveille,
Quel crime par moi-même ou sur moi consommé?…
… Ou si le mal me suit d’un songe refermé,
Quand (au velours du souffle envolé l’or des lampes)
30 J’ai de mes bras épais environné mes tempes,
Et longtemps de mon âme attendu les éclairs?
Toute? Mais toute à moi, maîtresse de mes chairs,
Durcissant d’un frisson leur étrange étendue,
Et dans mes doux liens, à mon sang suspendue,
Je me voyais me voir, sinueuse, et dorais
De regards en regards, mes profondes forêts.

J’y suivais un serpent qui venait de me mordre.

Quel repli de désirs, sa traîne !… Quel désordre
De trésors s’arrachant à mon avidité,
40 Et quelle sombre soif de la limpidité ! Continua a leggere

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POESIE di Maria Rosaria Madonna “Gli angeli sono come gli uccellini”, Giorgio Linguaglossa “Carnevale delle ombre“, Marco Onofrio “Stige”, Fabrizio Dall’Aglio “Nel tempo in cui il passato continuava”, Nazario Pardini “Nel regno delle Eumenidi”, Anonimo “Poema dell’altrove”, SUL  TEMA DELL’ISOLA DEI MORTI di Böcklin (STIGE o ACHERONTE)

Arnold_Böcklin_seconda versione

Arnold Böcklin, seconda versione

  Arnold Böcklin (1827-1901) dipinse diverse versioni del quadro fra il 1880 e il1886. L’opera fu estremamente popolare all’inizio del XX secolo e affascinò personaggi come Sigmund Freud, Lenin, George Clemanceau, Salvador Dalì e Gabriele D’Annunzio. Adolf Hitler ne possedeva una versione originale, acquistata nel 1936. Tutte le versioni del dipinto raffigurano un isolotto roccioso sopra una distesa di acqua scura. Una piccola barca a remi, condotta da una persona a poppa, si sta avvicinando all’isola. A prua ci sono una figura vestita di bianco e una bara bianca ornata di festoni. L’isolotto è dominato da un bosco fitto di cipressi, associati da lunga tradizione con i cimiteri e il lutto, circondato da rupi scoscese. Nella roccia sono presenti quelli che sembrano essere portali sepolcrali. L’impressione complessiva è quella di uno spettacolo di desolazione immerso in un’atmosfera di mistero.

Arnold Böcklin non ha fornito alcuna spiegazione pubblica circa il significato del suo dipinto, anche se l’ha descritto come «un’immagine onirica: essa deve produrre un tale silenzio che il bussare alla porta dovrebbe fare paura». Il titolo, che gli è stato dato dal mercante d’arte Fritz Gurlitt nel 1883, non è stato specificato da Böcklin, anche se deriva da una frase scritta in una lettera inviata nel1880 ad Alexander Günther, che aveva commissionato l’opera. Non conoscendo la storia delle prime versioni del dipinto, molti critici d’arte hanno interpretato il vogatore come una rappresentazione di Caronte, che nella mitologia greca conduceva le anime agli inferi. L’acqua è quindi il fiume Stige o l’Acheronte, e il passeggero vestito di bianco un’anima recentemente scomparsa in transito verso l’aldilà.

Arnold Böcklin_Die_Lebensinsel_-1888

Arnold Böcklin Die Lebensinsel -1888

La spiaggia di Levrechio sull’isola di Paxos si trova di fronte alla foce dell’Acheronte fiume che attraversa l’Epiro, regione nord-occidentale della Grecia, e si congiunge col mare nei pressi della cittadina di Parga. L’Acheronte è un affluente del lago Acherusia e nelle sue vicinanze sorgono le rovine del Necromanteio, l’unico oracolo della morte conosciuto in Grecia. Ma Acheronte (in greco Ἂχέρων, -οντος, in latino Ăchĕrōn, -ontis) è anche il nome di alcuni fiumi della mitologia greca, spesso associati al mondo degli Inferi. Secondo il mito sarebbe proprio un ramo del fiume Stige che scorre nel mondo sotterraneo dell’oltretomba, attraverso il quale Caronte traghettava nell’Ade le anime dei morti; suoi affluenti sarebbero i fiumi Piriflegetonte e Cocito. Il suo nome significa “fiume del dolore”. (nota di Francesco Aronne)

 madonna 1

Maria Rosaria Madonna

Gli angeli sono come gli uccellini

Gli angeli sono come gli uccellini
volano via al primo battere delle mani,
i dèmoni invece stanno immobili
appollaiati sui rami degli alberi
emettono il loro singhiozzo disperato.
Essi non possono fuggire… maledetti
dall’eternità sono condannati a star fermi.
Per sempre.

*
Ci sono parole che dormono
il loro sonno eterno e non è bene
svegliarle. Ci sono altre parole invece
che improvvisamente risorgono
a vita nuova dopo un sonno eterno…
magari in un’altra lingua, un altro mondo…
E questa è la vera resurrezione
della carne… la sola, unica e vera.

*

Tu mi chiedi ancora una volta
di tornare al nostro problema principe:
«quale sia l’origine del male».
«Ebbene, ed io ti rispondo che se
al male aggiungiamo altro male e al bene
aggiungiamo altro bene, non per questo
avremo più male o più bene, ma ciò
non deve farci recedere di un millimetro
dal nostro proposito».
Sì, mio caro lettore, dobbiamo
amare le stelle e andare a passeggio
con Dante e i personaggi del suo Inferno
piuttosto che tra i beati del Paradiso.
Sì, mio stimato lettore, il male esiste e resiste
a tutte le intemperie…

Ed ora un aneddoto. Sai come si salvò
un tenente italiano fatto prigioniero dai tedeschi?
All’ufficiale della Wermacht che lo interrogava
rispose recitando il primo canto della Commedia…
parlava senza fermarsi della selva oscura
che nel pensiero rinnova la paura
e delle tre fiere che gli sbarravano il passo…
E così si salvò dalla deportazione in un lager.

Dunque, è vero, stimato amico lettore
che la poesia salva la vita e riscatta il mondo
e sono nel falso e nella menzogna
coloro che dicono altro. Tienilo a mente,
o lettore, tu che sei saggio e sai
distinguere la verità dalla menzogna.
E così sia.

(Inedito da Tutte le poesie – 1985-2002)

Picasso the shadow 1953

Arnold Böcklin, seconda versione

Giorgio Linguaglossa

Carnevale delle ombre

«Benvenuti al carnevale delle ombre!», disse una voce;
l’angelo Achamoth dai dodici occhi che non guardano che i propri occhi
gridò: «toglietevi la maschera!».
Ed entrammo, con altri prigionieri, nel corridoio
delle ombre eterne: c’era una ressa del diavolo,
delle statue bianche si avviavano sotto un giogo di ferro
e calcestruzzo eretto, a destra e a sinistra, tra le finestre cieche
lungo un ambulacro alle cui pareti pendevano
migliaia di volti in cornici dorate. I volti dipinti parlavano tra di loro,
dicevano: «non fate entrare le ombre maledette!,
sbarrate loro l’ingresso!».
Mi accorgo che dalla porta entrano in molti,
dicono «Buongiorno e addio», e ritornano
nel buio da dove sono venuti; c‘è ressa:
dei figuri vogliono entrare dalle finestre, bussano ai vetri delle persiane
sbarrate, lottano anche essi con le ombre; “vogliono
diventare ombre”, penso con raccapriccio.
Una triplice voce piove dall’alto dai microfoni degli altoparlanti
nascosti nel buio:
«Benvenuti nella galleria dei quadri morti»
«Lasciate i vestiti su questa spiaggia».
Noi lasciamo i vestiti sulla spiaggia ed entriamo nel mare
fino alla cintola; «siamo pronti!», gridiamo.
Entrano in noi lentamente le ombre bianche
come un inchiostro nella carta assorbente;
e scompaiono; la voce ritorna nel microfono,
il microfono cammina nella sala d’aspetto,
il quadro si attacca alla parete, il mare si ritrae dalla spiaggia,
le ombre si staccano dai corpi, si allungano e camminano nel volo
dei gabbiani bianchi.
……………………………………
Dio scrive sull’acqua le parole che vuole nascondere:
un testo senza parole?, un pentagramma senza note?,
l’ascensore del silenzio sale nel sole assente,
il sole assente entra ed esce dal sole bianco.
Madame Hanska nell’atrio fa entrare le parole morte
e scaccia con un frustino le parole vive.
Le ombre prendono possesso delle statue bianche, ombre
anch’esse di altre pallide ombre; pallide linci di pallide ombre.
Portano una maschera bianca sul volto.
………………………………….
I geroglifici delle stelle vengono incontro
alle maschere bianche che portiamo sul volto.
La mia ombra veste l’abito del crepuscolo
ascende i gradini del silenzio, il dolore soffia
con un sospiro rauco e si attacca alle pareti del corridoio
i sopravvissuti della luce trascinano le ombre bianche
sopra le impalcature di ferro. Una voce esce da un altoparlante
e dice: «Buongiorno e addio»

(Inedito da Il tedio di dio – viaggio tra i morti assiderati -)

i misteri di Eleusi

i misteri di Eleusi

 

Marco Onofrio

Stige

Raccolsi dentro il pugno la mia accidia
andando per montagne, per vallate
dove centurie d’anime perdute
mi chiamavano a vivere con loro;
e vidi: cenni di bonzi sciamani
giganteschi calvi di terrore
col cranio lucisferico di senso
che in coro mi lanciavano anatemi;
e il polso del braccio levato
emergere da melme barbuglianti
dal basso di fondali putrescenti
megere transatlantiche abissali
erinni o gorgoni impazzite
con le chiome gonfie color notte
annodate sulle facce urlanti
dagli occhi insanguinati e inebetiti
da minacce: spaventate picchiatrici
di sorde campane bombanti
suonando senza fine risuonando
dal vuoto la sottesa melodia
di algoritmi in carole flautate
modulando ossa traforate
di vittime immolate, fredde già
o gemebonde, all’ultima agonia
rosicchiare, raspolare, spollinare
e frangere, e gemere, e ingollare
e svellere vincigli corticali
le unghie fameliche rapaci
tuffate dentro l’opera tremenda
immerse nella chiorba alla poppugna
cucchiara della crogna nel babbàno
marmitta della pigna al sobbollire
maderna della broda in portulano
fernacca papelèra e bocca a culla,
or quando imbestialita di murena
or quando ingentilita e musicante:
e così, far cembali d’orecchi
e d’incavati malli le conchiglie
di nacchere giulive ed andaluse
e di mariti becchi le protuse
armoniche di trippe sbudellate
ad uso pizzicato di chitarra
e per le corde i nervi da vibrare
utilizzando a plettri le sporgenze
di nasi acuminati a scimitarra
e di scuoiati occipiti ocarine
busecchie iridescenti cornamuse
di chiappe a percussione il ratapùm
bombando fra i tiranti le membrane
tamburi contro rulli fragorosi,
nel fondo più profondo di pantani
dolciastri, al chiasso di batraci
dagli occhi velati, stroboscopici
palluti e concertati, a frotte
a lestre, a turbe di milioni
vidi gonfiare i gozzi ed eruttare
dalle bocche tumide violacee
il fiato solforoso in bolle ciane
grotteschi brutti gonfi ciondolanti
bambocci, allocchi imbecilliti
mentre le squame grigiazzurre dei tritoni
guizzavano nel viscido mollume
coi corpi attenti ad ogni variazione
e un fitto, inestricato brulicame
di rivoli ammuffiti e densi grumi
agglutinava bianche concrezioni
all’apice dei fusti e dei rizomi
nei luoghi abbandonati alla paura
agli angoli obliati dove i morti
trascorrono invisibili natura
nei posti poco fuori all’aria scura;
e larve raggrinzite degli aborti
vidi pendere, da rami scheletriti
e i resti delle crapule imbandite
su stuoie di macachi scotennati
catriossi di spolpata cacciagione
disseminata in croste di pattume
tra nodi di midolli pineali
disciolti dentro stormi di riflessi
e ciuffi dentro bulbi dilavati
e viscioli di villi e condilomi
sfinteri, duri anelli e polpi ricci
vesciche purulente, gialle piaghe
in volti liquefatti ed ustionati
di stolta maldicenza ottuse voci
le fole vagabonde senza autore
a friggere daccanto le scintille
barlumi fuggitivi e grandi luci
di croci nere sagome lontane
e visi, tanti visi senza tratti
i nasi consumati dal dolore
esausto nel suo riso evaporato
ai franchi prigionieri del silenzio
l’ecclèsia degli aventi in dissipare
ricchi di vuoto, di solennità
ghignare i loro ammicchi verso il cielo
da celle di costretta opacità;
e scivolanti anguille fatte a fiume
sciamare senza fine, a mille a mille
ali d’angeli con la zampa storta
dimenarsi nel bitume dei pasticci
stillando dappertutto colaticci
di pece puzzolente e di lordume
e schiere di scorpioni ticchettanti
brucare le mucose rosse fuoco
le callide lussurie di baccanti
confitte nelle forre d’acqua morta

(Inedito)

pittura parietale stile pompeiano volto femmimile

pittura parietale stile pompeiano volto femmimile

 

Fabrizio Dall’Aglio

Nel tempo in cui il passato continuava

Vorrei dirti che sotto questo sole
son già passate le generazioni.
Ascolta. Un passo, un asso, e nel rumore
di piedi che ricoprono la terra
c’è il lento genocidio della specie.
Gente. Persone. Qualcuna si è affrettata
nel tempo in cui il passato continuava
a passare. Qualcuna è già sparita.
Cosa conviene fare. Ascolta.
Fra un anno, forse, vedi,
saremo ancora insieme ad annaffiare
questa sabbia spettrale,
questa oasi imbandita di pianto.
Non siamo nati per questo.
Ma ora è solo un battito di sangue
nelle vene, un testo di stagioni trasferite
in piazze gremite di gente
a chiacchierare
o in lambrette curve
su strade di montagna
verso il mare.
La nostra storia.
Era un paese, era la sua luce
dischiusa dagli elementi abbandonati;
un’euforia di soldati smessi
nell’unica memoria che rimane.

(da Colori e altri colori Passigli 2014)

roma donna gioco della palla

Arnold Böcklin, seconda versione

 

Nazario Pardini

Nel regno delle Eumenidi
(fra mito e poesia)

Avvenne proprio là. Nel punto in cui
scorre il diletto fiume, verdeggiante
nelle acque che rispecchiano le acacie
rigonfie e le betulle; quasi al termine
del suo fluire dove l’onda stenta
respinta dal libeccio; sulla sponda
rivolta alla marina, ormai matura,
mi apparvero dal volto minaccioso
tre fanciulle severe. Svolazzavano
sopra le loro forme le ampie vesti
sanguigne che cangiavano ora in nero
ora in bianco. Furiose e pien di sdegno
con un unico suono a me si volsero
stridente ed infernale: “Erinni siamo
o, se ti aggrada, Nemesie; lo vedi
dall’abito di pece del momento.
Ci fu madre la notte e genitore
Acheronte che in animo portiamo
rigonfio di uccisione e di indicibile
rancore. Se placate, diventiamo
l’eburnee Eumenidi. Guardaci bene!
Restiamo sopra te sospese in aria
con le materne ali. E ci vantiamo
che serpi attorcigliate sopra il capo
rimpiazzino i bei crini. Illuminate
da fiaccole splendenti
ancor di più risaltano d’orrore.

Gli dèi ci destinarono al castigo
degli uomini in vita coi flagelli
della celeste collera. A turbare
i loro sonni. Li perseguitiamo
con paurosi rimorsi e dilanianti
visioni. Perché soffrano di già
del tartaro gli eterni patimenti.
A noi, temute, omaggi singolari
furono offerti e tanto fu pauroso
il rispetto che nessuno si arrischiava
a nominarci o a porgere lo sguardo
ai nostri templi. Solo sia d’esempio
d’Oreste il gesto. Alzò in fondo all’Arcadia
un’ara per cercare di placare
i nostri tetri intenti. Di narcisi
e zafferano incoronò le nostre
statue; di frutta le cosparse e miele;
una pecora nera ci immolò
e consumò il suo corpo sopra un rogo
di cipresso, ginepro e biancospino.
Fu allora che commosse dai rimorsi
gli comparimmo con le vesti bianche.
Ci eresse un nuovo altare. Incoronò
noi Eumenidi di olivo e in sacrificio
due tortorelle ed una libagione
d’acqua di fonte in vasi con i manici
fasciati in pelle ovina. Proprio là
pretendevano i ministri il sacro vero”.

Intanto il sole deponeva in fondo
all’orizzonte i tiepidi languori
di sopore serale. Sopra il chiaro,
nel punto in cui il mio fiume ormai si annulla
nell’insaziabile gorgo dei pelaghi,
giacevano rosate d’occidente
animelle e poiane. Dalle sghembe
forcelle dei pinastri lacrimava
il pianto delle scorze ricamate
dei queruli richiami dei colimbi.

Sembrava l’astro, nella sua metà
roventata di luce porporina,
volesse richiamare l’attenzione
delle ferali Erinni. Dai loro
occhi sanguinolenti trasparivano
tutti i martìri umani: di Megèra
l’insaziabile invidia; il desiderio
più sfrenato di morte, di vendetta,
di uccisione da quelli di Tisifone;
mentre Aletto traspariva tutte quante
le nostre altre mestizie: solitudine,
spleen, tradimenti, indicibili affanni
dei poveri mortali. Mi sembrava
di essere il solo umano sulla terra
ad espiare i rimorsi. Mi rinchiusi
in un terrore infernale; era un sogno,
certo! oppure vivevo le invenzioni
che avevo immaginate più volte ai
limiti estremi della fantasia.
Si trasformava forse il quotidiano
in onirico irreale
e realtà in sua vece si faceva
l’universo pensato nei miei sogni?
Ma in quel momento vidi farsi verdi
i loro occhi profondi. Come il mare
nell’imo più lontano o come i bronzi
sottratti dopo secoli ai fondali
vidi farsi i loro occhi. Sulle teste
divennero le serpi rami fini
di fulve fioriture e poi capelli
fluenti come i grani dei declivi.
Le braccia glauche come i fondi cieli
opposti ad occidente. I seni ansiosi
si fecero rosati come dita
di un ultimo barlume trasparente
sulle sete nivali. Mi rapirono
le femmine vogliose e sensuali,
benevole oramai. Respiravo
tra i loro afflati e i crini di lavanda
l’aria del maestrale. Mi svanivo
gradatamente nei riflessi pallidi
dell’ultimo settembre. Quale pace
nel lieto regno! Essenza di trasvoli
di suoni, di silenzi, di dolcezze,
di estremi amori il regno delle Eumenidi.

Venere statua

Venere statua

 

Anonimo

Poema dell’altrove

Fummo nella dimenticanza di noi stessi eterni. Una lontananza incalcolabile definì la percezione dello spazio. L’inganno futuro non parve più inaccessibile.
La Ragione e la Musa scelsero templi dalle soglie ardenti. Ne delimitarono lo spazio oracolare.
Avvenne il trionfo, nonostante i divieti. Nel cerchio purissimo, nel punto glorioso, l’io e l’eternità dialogarono a lungo.

Scena della vestizione

Eleusi mi addestrò alla morte.
Non fu necessario giungere, piuttosto liberarsi e semplicemente essere.
Mi concesse la dea una vestale esperta di misteri.
Dimenticare. E vedere, udire unicamente il tutto.
È come sfilarsi una collana – disse –
e mi tolse anelli bracciali e corpetto.
Non più indefinita e inquieta la suprema dimora.
Ma la veste invasata di vita sulla pelle tessuta e cucita
non fu dato strapparla.
La libertà, in tutta la sua ampiezza, violava l’involucro della carne.
Incollerita mi cacciò dall’Ade.
E me ne andai come da una festa
sfilandomi adagio la collana.
La stillante tenerezza vide la sua pietà inondare il corpo delle cose.

 

Nato nel 1971 a Roma, dove si è laureato in Lettere moderne,  Marco Onofrio è autore di poesia, narrativa, saggistica e critica letteraria.  Per la poesia ha pubblicato 9 dei 21 volumi complessivi, tra cui Autologia (2005), D’istruzioni (2006), Emporium. Poemetto di civile indignazione (2008), La presenza di Giano (con Raffaello Utzeri, 2010), Disfunzioni (2011), Ora è altrove (2013). Ha pubblicato poesie in numerosi volumi antologici. Ha conseguito premi e riscontri critici a livello nazionale e internazionale, tra cui il “Montale”, il “Carver”, il “Pannunzio”, il “Farina”, il “Città di Torino”, il “Città di Sassari”. Web Site: www.marco-onofrio.it

 A fine 1991 Maria Rosaria Madonna (Palermo, 1942- Parigi, 2002) mi spedì il dattiloscritto contenente le poesie che sarebbero apparse l’anno seguente, il 1992, con il titolo Stige con la sigla editoriale Scettro del Re. Con Madonna intrattenni dei rapporti epistolari per via della sua collaborazione, se pur saltuaria, al quadrimestrale di letteratura Poiesis che avevo nel frattempo messo in piedi. Fu così che presentai Stige ad Amelia Rosselli che ne firmò la prefazione. Era una donna di straordinaria cultura, sapeva di teologia e di marxismo. Solitaria, non mi accennò mai nulla della sua vita privata, non aveva figli e non era mai stata sposata. Sempre scontenta delle proprie poesie, Madonna sottoporrà quelle a suo avviso non riuscite ad una meticolosa riscrittura e cancellazione in vista di una pubblicazione che comprendesse anche la non vasta sezione degli inediti. La prematura scomparsa della poetessa nel 2002 determinò un rinvio della pubblicazione in attesa di una idonea collocazione editoriale. È quindi con dodici anni di ritardo rispetto ai tempi preventivati che trova adesso la luce uno dei poeti di maggior talento del tardo Novecento. (nota di Giorgio Linguaglossa)

Nazario Pardini è nato ad Arena Metato (PI). Laureatosi prima in Letterature Comparate e successivamente in Storia e Filosofia all’Università di Pisa, è inserito in Antologie e Letterature: “Delos” (Autori contemporanei di fine secolo), edita da G. Laterza, Bari, 1997; Antologie Scolastiche “Poeti e Muse”, edite da Lineacultura, Milano, 1995, 1996; Antologie “Blu di Prussia”, E. Rebecchi Editore, Piacenza, 1997 e 1998; Antologia Poetica “Campana”, P. Celentano, A. Malinconico, e Bàrberi Squarotti, Pagine Editrice, Roma, 1999; G. Nocentini, “Storia della letteratura italiana del XX secolo”, a cura di S. Ramat, N. Bonifazi, G. Luti, Edizioni Helicon, Arezzo, 1999; “Dizionario degli autori italiani contemporanei”, Guido Miano Editore, Milano, 2001; “Dizionario degli autori italiani del secondo novecento”, a cura di Ferruccio Ulivi, Neuro Bonifazi, Lia Bronzi, Edizioni Helicon, Arezzo, 2002; “L’amore, la guerra”, a cura di Aldo Forbice, Rai – Eri, Radio Televisione Italiana, Roma, 2004. È fondatore del blog “Alla volta di Lèucade” (nazariopardini.blogspot.com). Il 9 maggio 2013 gli è stata conferita la Laurea Apollinaris Poetica dalla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università Salesiana Pontificia di Roma. Ha pubblicato 26 opere fra poesia, narrativa e saggistica, ultima: Lettura di testi di autori contemporanei, The Writer Edizioni, Milano, pagg. 776.

Fabrizio Dall’Aglio è nato nel 1955 a Reggio Emilia. Vive tra Reggio Emilia e Firenze, impegnato in attività di carattere editoriale e librario. Ha pubblicato: Quaderno per Caterina. Poesie e brevi prose 1975-1980 (Reggio Emilia, Libreria Antiquaria Prandi, 1984); Versi del fronte immaginario, 1982-1983 (Reggio Emilia, Libreria Antiquaria Prandi, 1987); Hic et nunc. Poesie 1985-1998 (Firenze, Passigli, 1999); La strage e altre poesie. Resti di cronaca, 1975-1982 (Valverde, Il Girasole, 2004); L’altra luna. Poesie 2000-2006 (Firenze, Passigli, 2006); Colori e altri colori Passigli, 2014.

Giorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma. Nel 1992 pubblica Uccelli e nel 2000 Paradiso. Ha tradotto poeti inglesi, francesi e tedeschi. Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura «Poiesis» che dal 1997 dirigerà fino al 2005. Nel 1995 firma, Giuseppe Pedota, Lisa Stace, Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica», pubblicato sul n. 7 di «Poiesis». È del 2002 Appunti Critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte. Nel 2005 pubblica il romanzo breve Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesia La Belligeranza del Tramonto.
Nel 2007 pubblica Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia in «Atti del Convegno: È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo», Passigli, Firenze. Nel 2010 escono La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980 – 2010) EdiLet, Roma, e il romanzo Ponzio PilatoMimesis, Milano Nel 2011, sempre per le edizioni EdiLet di Roma pubblica il saggio Dalla lirica al discorso poetico. Storia della Poesia italiana 1945 – 2010. Nel 2013 escono il libro di poesia Blumenbilder (natura morta con fiori), Passigli, Firenze, e il saggio critico Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000 – 2013), Società Editrice Fiorentina, Firenze. Ha fondato il blog lombradelleparole.wordpress.com e-mail: glinguaglossa@gmail.com

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SETTE POESIE di Anna Ventura “Atena” “Noli me tangere” “Venere uscì dal mare”  “Antinoo” “Arbiter” “L’angelo freddo” “Gli sposi di pietra” – Sul tema Poesie su personaggi storici mitici o immaginari – Commento di Steven Grieco-Rathgeb

statua femminile

statua femminile

Anna Ventura è nata a Roma, da genitori abruzzesi. Laureata in lettere classiche a Firenze, agli studi di filologia classica, mai abbandonati, ha successivamente affiancato un’attività di critica letteraria e di scrittura creativa. Ha pubblicato raccolte di poesie, volumi di racconti, due romanzi, libri di saggistica. Collabora a riviste specializzate ,a  quotidiani, a pubblicazioni on line. Ha curato tre antologie di poeti contemporanei e la sezione “La poesia in Abruzzo” nel volume Vertenza Sud di Daniele Giancane (Besa, Lecce, 2002). È stata insignita del premio della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ha tradotto il De Reditu di Claudio Rutilio Namaziano e alcuni inni di Ilario di Poitiers per il volume Poeti latini tradotti da scrittori italiani, a cura di Vincenzo Guarracino (Bompiani,1993). Dirige la collana di poesia “Flores”per la  Tabula Fati di Chieti. Suoi diari, inseriti nella Lista d’Onore del Premio bandito dall’Archivio nel 1996 e in quello del 2009, sono depositati presso l’Archivio Nazionale del Diario di Pieve Santo Stefano di Arezzo. È presente in siti web italiani e stranieri; sue opere sono state tradotte in francese, inglese, tedesco, portoghese e rumeno pubblicate  in Italia e all’estero in antologie e riviste. È presente nei volumi: AA.VV.-Cinquanta poesie tradotte da Paul Courget, Tabula Fati, Chieti, 2003; AA.VV. e El jardin,traduzione di  Carlos Vitale, Emboscall, Barcellona, 2004. Nel 2014 per EdiLet di Roma esce la Antologia Tu quoque (Poesie 1978-2013)

anna ventura

anna ventura

 Commento di Steven Grieco-Rathgeb

Il pensiero poetico di Anna Ventura si distingue, mi sembra, per una “velocità” tutta particolare: non necessariamente quella raggiunta attraverso la metafora o altre figure retoriche, e nemmeno quella di certi poeti orientali del passato, in cui la tensione metafisica preme in modo così forte sulla dimensione esistenziale-reale, che si crea un moto, capace di imprimere una inaudita, perfino auto-distruttiva, velocità nell’espressione poetica. In Anna Ventura sono l’estrema pulizia e chiarezza del verso i veicoli che le permettono di raggiungere di colpo il concreto delle cose e degli oggetti del pensiero. Su questo punto aggiungo soltanto qui qualche considerazione in più a ciò che è già stato rilevato da Giorgio Linguaglossa nella sua prefazione.

Dunque una velocità che rinsalda – paradossalmente – l’andamento pacato, equilibrato, intenso del verso; in cui le innervature dell’angoscia “esistenziale” sono per lo più sottintese, o espresse comunque con economia, e soprattutto senza quel particolare tipo di ironia “leggera e distaccata” che tanto ha contribuito a trivializzare la poesia a cavallo fra XX e XXI secolo.  In lei il ritmo serrato serve a superare la pesantezza dell’ogni giorno, che non è necessario ribadire, per ricordare invece frammenti di vissuto che rilucono di un qualche senso e possibilmente indicano un filo di continuità. Nei momenti migliori, infatti, le sue poesie dischiudono, tutte insieme, un intimismo puro, nitido, pasternakiano. Una somiglianza con il poeta russo che non è casuale, anzi la dice lunga sui nostri tempi, in cui vige una censura sottile, strisciante, della libertà di pensiero, così come un tempo in Unione Sovietica esisteva la censura ufficiale. Laddove impera infatti un Pensiero Unico, di qualsiasi colore esso sia, viene sempre danneggiata la solidarietà emotiva ed intellettuale fra gli individui, la loro capacità di pensarsi pienamente “umani”.

anna ventura

anna ventura

 Nell’attimo “inimmaginabile” di questa poesia, l’autrice deve a Blake (Tiger tiger burning bright / in the forests of the night) tutto quello che lei può o potrà mai dire in campo poetico: e nello stesso tempo al poeta inglese lei non è debitrice di assolutamente niente, non del minimo granello di polvere contenuto nella sua più piccola poesia. Per un semplice motivo: Anna Ventura ha saputo ri-forgiare questa, fra le tante immagini primordiali dell’uomo: il senso di stupore di fronte all’ignoto, che resiste a qualsiasi sistemazione filosofica, teologica o scientifica: la stessa immagine a cui Blake dette espressione due secoli fa in Inghilterra, e qualcun altro in Asia o in Africa mille o forse diecimila anni fa. Questa volta è stata Anna Ventura a ricreare l’immagine: conferendole quel senso inaspettato della cosa appena nata, appena emersa dal nulla, miracolosa come l’elefantino o il cerbiatto appena usciti dall’utero della madre, a stento capaci ancora di tenersi in piedi.

Ma quante proto-immagini e quanti elefantini sono nati e rinati nei milioni e milioni di anni? Ecco un aspetto fra i più importanti della poesia autentica: stare – a modo suo – vicinissima alla vita, quella che ognuno di noi vive. Ed è in questo senso che ho usato più sopra la parola “inimmaginabile”: che non denota semplice “sbalordimento”, bensì indica l’attimo pre-cogitativo, prima che la capacità immaginifica umana si muova e inizi a manifestarsi.

Nella poesia di Anna Ventura c’è inoltre forte il desiderio di tornare a casa, in uno spirito totalmente privo di ogni sentimentalismo. È la nostalgia per un senso più compiuto, più ricco, delle cose del mondo, che sentirono anche i poeti e le poetesse giapponesi del periodo classico (IX-XIII sec.). Essi chiamarono questo anelito furusato, letteralmente “l’antico villaggio” “la casa avita”, “il cuore rammentato delle cose”Comunque sia, con Pasternàk, e altri poeti di quel paese, l’autrice ha in comune la facoltà di gioire della presenza discreta delle cose: come loro, ha chiaro il concetto che è la concretezza a rivelare in essi l’energia nascosta (anche numinosa). “Res”.

(Steven Grieco)

 

Atena

Atena

ATENA

Atena uscì dalla testa di Giove
con lo sguardo fosco e la fronte turrita: già sapeva
quanto le sarebbe costato
essere all’altezza di un tale privilegio.
Prese a invidiare
le dee frivole e belle
che altro non dovevano fare
se non mostrarsi al meglio
delle loro grazie,
parlando il meno possibile.
Lei no; lei avrebbe dovuto anche parlare, all’occorrenza,
perché non poteva deludere
chi l’aveva messa tanto in alto.
Troppo per una donna,
anche se questa donna era Atena.
Un giorno si tolse le insegne divine
e scese tra gli uomini,
che non la degnarono nemmeno
di uno sguardo. Ma lei non fece una piega:
conosceva la superficialità degli dei,
poteva immaginare quella degli uomini.
Poi un bambino piccolissimo,
nella confusione di un mercato,
perse la sua mamma, e, con la manina,
si attaccò al braccio di Atena, cercando protezione.
Atena si commosse al punto che,
quando tornò sull’Olimpo,
immaginò che il bambino
stesse ancora con lei
e decise di tornare sulla terra
per rivederlo; il piccolo, a sua volta,
dopo aver ritrovata la madre,
ancora sentiva il calore
di quel braccio sicuro
e sperò di stringerlo ancora,
nell’allegria del mercato.

noli me tangere Correggio

noli me tangere Correggio

Noli me tangere

L’auriga di Delfi,
col suo broncio di bravo ragazzo
appena uscito dalle mani di sua madre,
non sa di essere tanto bello,
né, forse, tanto valente.
La tunica che lo ricopre
fino ai piedi perfetti,
simile a una colonna dorica,
è il “noli me tangere”
di chi appartiene al destino.

 

Venere Botticelli

Venere Botticelli

Venere uscì dal mare

Venere uscì dal mare
coperta di goccioline. Vulcano la vide,
dal fondo della sua fucina,
e pensò che, un giorno o un altro,
gli si sarebbe spezzato il cuore. Venere
se ne era accorta,
ma non sapeva che farci:
non era una colpa
se, di tutte, lei era la più bella. Poi
avvertì un brivido, e un altro,
e un altro ancora:
l’acqua del mare, rappresa,
si stava congelando:solo
la fiamma del dio deforme
poteva riscaldarla.
Con i suoi piccoli piedi,
Venere scese nella fucina;
e lì rimase per qualche tempo;
ne uscì fuligginosa e contenta,
perché finalmente era fuori dal gelo
della sua corazza invisibile:
la consapevolezza di un ruolo,
il pregiudizio degli eletti.
Mentre la vita è altrove:
nell’umiltà dell’amore,
nel rischio di spezzarsi il cuore.

(Inediti)

Anna Ventura copertina tu quoque

 

 

 

 

 

 

 

Antinoo

Adriano contemplava Antinoo;
la sua bellezza lo stregava:
volle che gli artisti tentassero l’impossibile:
fermare quella bellezza per l’eterno.
Tutto
avrebbe potuto chiedere – e ottenere –
il giovane dio.
Purtroppo, non voleva niente:
era un corpo di cera,
che un giorno si scoprì
galleggiare sull’acqua,
in mezzo ai petali dei fiori.:
quella era la sua meta, il suo destino.
Restarono le statue.

Petronio arbiter

Petronio arbiter

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Arbiter

Era tanto snob,
Petronio Arbiter,
che sfidava la sorte in campo aperto. Sapeva
che ogni suo gesto, ogni parola,
venivano osservati e giudicati,
anche per potersene impadronire. Lui
non faceva nulla per evitare
un tale avamposto della morte.
Nell’impari duello
contro la volgarità e la bruttezza
vinsero loro. A Petronio restò la morte,
che era quello che voleva.

.
L’angelo freddo

Chi può dire che cosa non ci appartiene,
chi segna i confini delle proprietà,
chi chiude le porte e col gesso scrive
i limiti del possibile?
Chi, se non un angelo malvagio,
al quale bruciamo inutili incensi,
l’angelo conformista di un galateo di menzogne,
l’angelo di pietra che sta sulla tomba,
e aspetta solo che gli stiamo a tiro,
ma non ha fretta,
perché già ci possiede?
A quest’angelo freddo
è inutile strizzare l’occhio:
ignora spirito e fantasia;
non ha la luciferina gaiezza
del Satana piede caprino,
né la buia durezza del Maligno:
alita soavemente sulle nostre case arredate,
governa le nostre automobili,
i bambini grassi e le serve.
E’ la nostra ottusa certezza,
la fede indegna di essere creduta.
I ladri, i rapitori, il dolore
sono l’unico baluardo
contro di lui.

gli sposi etruschi di Volterra

gli sposi etruschi di Volterra

 

 

 

 

 

 

 

Gli sposi di pietra

Forse la tartaruga di Volterra
parla con i sarcofaghi sommersi
nella terra morbida
del giardino del museo.
Sono sempre due,
gli sposi etruschi di nessuna bellezza,
stretti in una scatola di pietra,
che non si annoiano e ridono
di un sorriso che non si spiega ed è beffardo.
Il mistero etrusco non è la scrittura,
non è la remota provenienza,
ma la tenacia testarda
dei loro matrimoni eterni.
Contro la durezza quadrata
di queste scatole di pietra
si spezza
e diventa segatura
il biondo dell’oro sibarita.
Sommerso nella terra, minuscolo,
l’ultimo sarcofago
aspetta di sopravvivere
al giorno del giudizio.
Ha gli sposi mangiati dal tempo,
caduti i nasi di pietra,
interrotto il sorriso sulle bocche,
il filo d’argento di una solitaria lumaca
li percorre, e ammiccano
nell’ombra della fratta più nascosta,
dove è il mistero del mistero, la tana
della tartaruga di Volterra.

dalla Antologia Tu quoque (Poesie 1978-2013) EdiLet, 2014

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DANTE ALIGHIERI E GUIDO CAVALCANTI -L’AMICIZIA E POI IL DISSIDIO di Cesare Garboli con due sonetti di Guido Cavalcanti

 Dante Alighieri 2

.

da Repubblica, un articolo di Cesare Garboli sul legame tra Guido Cavalcanti e Dante Alighieri 

Confesso di sentirmi un po’ a disagio di fronte al generoso corsivetto che lo scrittore Sebastiano Vassalli ha dedicato sul Corriere della Sera (6 settembre), all’articolo sull’Inferno di Dante che ho recentemente pubblicato su questo giornale (Repubblica, 31 agosto). Come ci si comporta con chi approva le nostre idee nel momento stesso in cui le fraintende? La cosa avrebbe ben scarsa importanza, se non fosse che nel titolo del corsivetto campeggiano due nomi di fuoco, che appartengono al patrimonio culturale di tutti coloro che parlano la nostra lingua: “Perché Dante odiava Cavalcanti”. Una simile notizia, e un simile enunciato, non possono passare sotto silenzio. “Per il critico letterario Cesare Garboli – scrive il Vassalli – al centro della visione di Dante, e del poema che ne discende, c’ è il più forte e il più complesso dei sentimenti umani: l’odio, e al centro dell’odio c’ è Guido Cavalcanti, il grande «cancellato» della Commedia”. Non me ne voglia il Vassalli, ma il fatto è che non sottoscriverei la sua parafrasi neppure per un miliardo di lire. Non sono così miscredente da infischiarmene dell’aldilà. Ci penserebbero le anime di Dante e di Guido, prima o poi, a presentarmi ben altro conto. Prego dunque il lettore di attribuire le righe che seguono a un doveroso bisogno di rettifica.

Dante Alighieri e Guido Cavalcanti

Dante Alighieri e Guido Cavalcanti

Me la sbrigherò rapidamente. Nel mio articolo dantesco osservavo come la capacità di odiare, presente in tutta la Commedia e non solo nella prima cantica, abbia assunto ai miei occhi, col passare del tempo e del secolo, una colorazione sempre più forte e marcata. Non c’ è da meravigliarsi se il Novecento scopre in Dante ciò che l’Ottocento aveva tenuto più discretamente occultato. Fuori da questo tema, a conclusione dell’articolo, facevo anche notare che ci sono due ingressi nel tartaro dantesco, corrispondenti a due diversi inizi del poema: uno la grande porta scardinata, l’altro una delle tante porte della città di Dite. Appena varcate le mura della città di Dite, si apre, come tutti sanno, a perdita d’ occhio, il cimitero degli atei: innumerevoli tombe piene di fuoco, destinate a chi negava che l’anima sia immortale e non annetteva alcun valore alla sepoltura. Nel cimitero rovente Dante incontra una figura mitica della sua gioventù, un politico, un condottiero, il capoparte ghibellino Farinata degli Uberti. Insieme a lui, nella stessa tomba, giace Cavalcante Cavalcanti, il padre del grande e insostituibile amico di Dante, il poeta e filosofo Guido. Sotto il profilo strutturale, romanzesco, stilistico, il viaggio dantesco nell’oltretomba comincia qui, davanti al supplizio degli atei, quando Dante coglie l’opportunità, che gli è offerta da Farinata (“chi fur li maggior tui?”), di dichiarare la propria identità anagrafica (leggi: “il proprio io”). Simultaneamente, Dante affronta e scioglie due nodi, due miti, due idoli, o, come si dice modernamente, due “complessi” della sua gioventù, uno politico-militare e l’altro filosofico-letterario, Farinata e Guido. Con il primo, con il fantasma incombente di Farinata, Dante si misura a viso aperto: discute, replica, battibecca. Con Guido, Dante si comporta come si fa con gli amici del cuore, quando il tempo dell’amore e dell’amicizia è finito. Grazie a uno stratagemma geniale, rimuove delicatamente e tacitamente la presenza dell’amico, facendolo scomparire dal proprio sistema intellettuale e quindi dallo scenario della Commedia. In questa rimozione non c’ è nessuna traccia di odio.

Dante Alighieri

Dante Alighieri

 E se non sapessi che leggere è più difficile che scrivere, mi meraviglierei che qualcuno abbia potuto fraintendere e distorcere a tal punto il senso delle mie parole. Del resto, si tratta di un meccanismo molto perdonabile. Succede spesso, anche ai più grandi lettori, di scorgere confusamente nel discorso di un altro il riflesso, il riverbero, lo specchio di pensieri propri che non hanno mai preso forma, e così di appoggiare all’autorità di un testo stampato l’occasione per trovare il coraggio di esprimerli. Più gravi, perché storicamente e culturalmente perniciose, mi sembrano invece le conclusioni originali cui giunge il Vassalli, per il quale a fondamento del presunto odio di Dante per Guido Cavalcanti “c’ è la comune esperienza dell’avanguardia”. L’avanguardia? Ma sì, per il Vassalli l’avanguardia si sarebbe incarnata, ai tempi di Dante, nel “dolce stil nuovo”. Diceva un grande maestro di studi storici, Delio Cantimori, e lo ripeteva a ogni occasione, che bisognerebbe astenersi dal tracciare o immaginare analogie, paralleli, raffronti tra i fatti accaduti nel passato e quelli che ci scorrono sotto gli occhi, o tra le congiunture che si sono verificate in un passato lontano e in un altro meno remoto. Le storie dentro la storia, come le unioni carnali, sono sempre diverse. Se lo stesso vale in letteratura, non sarebbe meglio lasciare i movimenti d’ avanguardia al Novecento, che è il loro posto, e lo stil nuovo a quei tempi lontani, ignari di automobili e di socialismo, e così poco interessati a cambiare il mondo? Ma la reincarnazione dell’esperienza letteraria dantesca nella realtà e nell’attualità dell’oggi ci fornisce ben altra sorpresa. Avanguardia o non avanguardia, lo Stil nuovo, secondo il Vassalli, “deluse” Dante, il quale si staccò dal gruppo preferendo “la visione tradizionale dell’arte: l’Antico, contro l’odiato Nuovo”.

Dante Alighieri

Dante Alighieri

 L’Antico sarebbe Virgilio, la buona guida della Commedia, mentre l’odiato Nuovo sarebbe il maestro cattivo, Cavalcanti: “una guida ingannevole che lui (Dante) non poteva perdonare e che non perdonò”. Par di capire che il Vassalli dia pochissimo peso a quel documento di storia letteraria che è il noto incontro di Dante, nella sesta cornice del Purgatorio, con Bonagiunta da Lucca, dove lo “Stil nuovo” viene non solo recuperato al poema ma confermato, commentato, autenticato, omologato con tanto di bollo e firma, tra l’altro consegnandone la formula – dolce stil novo – ai posteri e quindi anche allo stesso Vassalli che la usa con tanta disinvoltura. Caro Vassalli, la ringrazio delle sue parole, ma il suo capitoletto di storia letteraria si presenta così oltranzista e così emotivo da sconfinare dal tema letterario. Episodi simili nascono spesso dalla violenza invadente di un oscuro fondo autobiografico. Non so se questo sia il suo caso.

 

guido cavalcanti

guido cavalcanti

 

 

 

 

 

 

 

Rime, XII – Perché non fuoro a me gli occhi dispenti

Perché non fuoro a me gli occhi dispenti
o tolti, sì che de la lor veduta
non fosse nella mente mia venuta
a dir: «Ascolta se nel cor mi senti?»

Ch’una paura di novi tormenti
m’aparve alor, sì crudel e aguta,
che l’anima chiamò: «Donna, or ci aiuta
che gli occhi ed i’ non rimagnàn dolenti!»

Tu gli ha’ lasciati sì, che venne Amore
a pianger sovra lor pietosamente,
tanto che s’ode una profonda voce

la quale dice: – Chi gran pena sente
guardi costui, e vedrà ‘l su’ core
che Morte ‘l porta ‘n man tagliato in croce.

*

Perché gli occhi non mi sono stati
spenti o strappati, così che, attraverso
la loro vista, [la donna] non fosse

venuta nella mia mente a dire:
«Ascolta se mi senti nel tuo cuore»?

Ché allora una paura di tormenti
inauditi mi colse, così spietata
e acuta che la mia anima gridò:
«Donna, ora aiutaci, affinché
gli occhi ed io non ne soffriamo.»

Tu li hai lasciati in tale condizione
che Amore è venuto a piangere
su di essi per compassione,

tanto che si sente una voce profonda
che dice: – Chi è addolorato guardi
costui [il poeta], e vedrà che Morte
porta il suo cuore tagliato in croce.

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POESIE SCELTE di José-Flore Tappy  da   “Poesie  lunari” (2001)  (Losanna – 1954) traduzione a cura di Marco Morello

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José-Flore Tappy è nata a Losanna nel 1954 ed è autrice di sei volumi di poesia. Ha vinto due prestigiosi premi letterari svizzeri: il Premio Ramuz per Errer mortelle e il Premio Schiller per Hangars e l’opera omnia. Tappy ha anche scritto un saggio sull’artista Loul Schopfer, ha tradotto poesie dallo spagnolo e, in collaborazione con Marion Graf, le poesie di Anna Achmatova. Lavora come editor e ricercatrice presso il Centro di Ricerche sulla Letteratura Romanza all’Università di Losanna.

José-Flore Tappy  da   “Poesie  lunari” (2001)

da Lunaires , Geneva : La Dogana, 2001 “Sheds / Hangars : Collected Poems 1983 – 2013″ (bilingual edition, Fayetteville, New York, 2014).

 En plein jour
Une fourmi
Elle me hante cette nuit
 

Seishi

 
Dans ma robe de drap fruste
osseuse
plus aiguë qu’un silex
je creuse
l’étouffante noirceur
je gratte avec mes ongles
le salpêtre de la nuit
 

*

Nella mia veste logora
ossuta
più aguzza d’una selce
scavo
nella soffocante nerezza
gratto con le unghie
il salnitro della notte

*

La nuit tient tout contre elle
l’astre de sel sa poupée chauve
aux yeux troués
si sombre sa robe si taciturne
elle se confond avec le ciel

Sans refuge
partout l’emmène
poupée blafarde
d’avoir traîné
à travers toute l’immensité

jusqu’au matin
la serre la baigne
de sa sueur mobile

bouclier de nuées
contre les pluies fantômes
*

La notte tiene tutto per sé
l’astro di sale la sua bambola calva
dagli occhi forati
così scura la sua veste taciturna
si confonde col cielo

Senza rifugio
la porta dappertutto
pallida bambola
da trascinare
per tutta l’immensità

fino al mattino
la stringe la bagna
col suo sudore mobile

scudo di nuvole
contro le piogge fantasma

José-Flore Tappy

José-Flore Tappy

Les hanches serrées
dans une étoffe rêche
j’avance
compacte
portée par mes chevilles

tout autour
cratères lumière d’écume
et de mercure

à peine si l’astre sous mes pieds
vibre

moi l’insecte elle la toile
moi l’agitée elle la sphère
moi debout elle circulaire

pétrie de terre et de fumée
avec mes rêves mes cires et mes boues

moi la chair elle la pierre
moi l’anarchie elle souveraine
moi la naine elle géante

j’irrite le silence
véhicule en tous sens
l’eau potable et de troubles marchandises
et je vaque aux besognes et j’entretiens le feu

moi la fauve elle nuée
moi païenne elle l’extase
moi la rauque elle fluide

et je raie l’espace de ma stridente aiguille

moi l’oreille elle la sourde
moi violente elle muette
moi la houle elle néant

.
Seishi

I fianchi costretti
in una stoffa ruvida
avanzo
compatta
sorretta dalle caviglie
tutto attorno
crateri luce di schiuma
e di mercurio

la luna vibra appena sotto i miei piedi

io l’insetto lei la ragnatela
io l’agitata lei la sfera
io in piedi lei circolare

impastata di terra e di fumo
coi miei sogni le mie cere i miei fanghi

io la carne lei la pietra
io l’anarchia lei sovrana
io la nana lei gigante

irrito il silenzio
trasporto in ogni direzione
l’acqua potabile e oscure merci
mi dedico alle faccende e curo il fuoco

io la belva lei nuvola
io pagana lei l’estasi
io la rauca lei fluida

e graffio lo spazio col mio ago stridente

io l’orecchio lei la sorda
io violenta lei muta
io l’onda lunga lei il nulla

José-Flore Tappy

José-Flore Tappy

 

 

 

 

 

 

 

 

Kaos

Têtes coupées crânes vides
roulent dans la poussière
tellement sonores
sur la terre nue
leurs fronts cognent
contre le sol

les boules
dans la main des joueurs
quand le lancer est courbe
s’entrechoquent
comme des cailloux

jeu de bandits
jeu d’assassins

Kaos

Teste tagliate crani vuoti
rotolano nella polvere
risuonano
sulla terra nuda
le fronti colpiscono
il suolo

le bocce
dalla mano dei giocatori
concludono la parabola
scontrandosi
come sassi

gioco da banditi
gioco da assassini

*

Comment user l’angoisse
comment l’exténuer

vertiges tournis
amoncellements
caillots des nuits

sous la poitrine
bolides lancés
dans une course
aveugle

*
Come stancare l’angoscia
come estenuarla

vertigini capogiri
accumuli
coaguli delle notti

sotto il petto
bolidi lanciati
in una corsa
cieca

José-Flore Tappy

José-Flore Tappy

Mais c’est elle
qui l’hallucine
l’attractive
la fait rire ou crier
c’est elle
qui tangue et l’appelle
c’est l’iode et le chant
des sirènes et la tête
lui tourne sur le roulis
des vagues
*

Ma è la luna
ad allucinare il mare
l’attraente
lo fa ridere o piangere
è lei
che beccheggia e lo chiama
è lo iodio e il canto
delle sirene e la testa
le gira al rollìo
delle onde

*

Le ciel agite
Son bout d’étoffe
sa lune grise
dans la nuit rare

il voudrait dire
il voudrait dire

au grand train qui dévale
le temps ferraille
le temps sur rails
tout ce vacarme

le ciel agite
sa lune pâle
dans la nuit rare
aromatique

*

Il cielo agita
il suo pezzo di stoffa
la sua luna grigia
nella notte rara

vorrebbe dire
vorrebbe dire

al grande treno che viene giù
il tempo sferraglia
il tempo sulle rotaie
tutto questo fracasso

il cielo agita
la sua luna pallida
nella notte rara
aromatica

José-Flore Tappy

José-Flore Tappy

Engourdis
bleuis de froid
là-bas
leurs yeux se perdent
au fond de leurs visages

on y cherche
on voudrait

mais l’oubli
l’oubli seul les recouvre
de la neige plein la bouche

*

Intirizziti
resi blu dal freddo
laggiù
i loro occhi si perdono
in fondo ai loro volti

vorremmo
cercarli

ma l’oblio
solo l’oblio li ricopre
le bocche piene di neve

*

L’eau des rivières
a beau couler
rien ne guérit
quand la mort creuse
des ventres déjà vides

*

Di acqua può passarne
sotto i ponti
ma niente guarisce
quando la morte perfora
dei ventri già vuoti

*

Lentement
à travers l’insomnie
descend
l’âpre théine
des larmes

*

Lentamente
attraverso l’insonnia
scende
l’aspra teina
delle lacrime

José-Flore Tappy

José-Flore Tappy

Le jour fendu
crachera-t-il ses pépins
dans nos bouches affamées

ou peut-être faudra-t-il
à nouveau
patienter jusqu’au soir
se contenter de boire
boire à la blanche mamelle
à son lait d’autrefois
doux-amer

*

Il giorno spezzato
sputerà i suoi semi
nelle nostre bocche affamate
o forse bisognerà
di nuovo
pazientare fino a sera
accontentarsi di bere
bere alla bianca mammella
il suo latte stantìo
dolce-amaro

*

Chaque matin
poser nos voix debout
sur la toile cirée
rompre le pain casser le sel

avant que la fatigue
encore une fois ne vienne
ne nous fauche
une fois de plus
hâtive
de sa grande pelle

*

Ogni mattina
posare le nostre voci dritte
sulla tela cerata
spezzare il pane sminuzzare il sale

prima che la fatica
ancora una volta venga
a falciarci
una volta di più
frettolosa
col suo grosso badile

José-Flore Tappy photo Yvonne Bohler

José-Flore Tappy photo Yvonne Bohler

Pendant qu’un homme
harassé se replie
sur son matelas
que toujours
plus près de lui
s’amenuise le souffle

la lumière
par vagues se déploie
balaie l’espace
de grands mouvements
fluides

Ou suspendue
descend
dans les jardins

sous une toiture de paille
l’hibiscus ouvre
chaque jour
cinq pétales rouges

*

Mentre un uomo
sfinito si rifugia
sul suo materasso
sempre più
vicino a lui
il respiro s’affievolisce

la luce
si diffonde a ondate
spazza lo spazio
con grandi movimenti
fluidi

o sospesa
scende
nei giardini

Sotto un tetto di paglia
l’ibisco spalanca
ogni giorno
cinque petali rossi

*

Elle transpire
l’humide la verte
terre qui persévère
bol de vapeur où
je plonge mon visage

monte
jusqu’à l’opaque
toute sa moiteur

ne rien dire
peut-être est-ce
juste pour respirer
quand le corps
n’a plus d’ombre

*

L’umida
terra verde
prosegue a traspirare
una bolla di vapore
dove tuffo la faccia

tutta la sua umidità
cresce
fino all’opacità

non dire nulla
forse è
giusto per respirare
quando il corpo
non fa più ombra

*

Sur le sol torride
je fume des herbes
devenues vénéneuses
et soumise j’attends
j’attends la nuit
qu’elle me recouvre
de son sel noir
et de ses bûches

*

Sul suolo torrido
fumo delle erbe
diventate velenose
e quieta attendo
attendo che la notte
mi ricopra
col suo sale nero
e i suoi ciocchi

*

Aux deux extrémités du champ
une chèvre brune une chèvre noire
poignées d’un même récipient vide

ou clés de poils
qui ferment en tournant
sur elles-mêmes
à chaque nuit tombante
les deux battants de l’île

*
Alle due estremità del campo
una capra bruna una capra nera
manici dello stesso recipiente vuoto
o chiavi pelose
che chiudono girando
su se stesse
i due battenti dell’isola
ad ogni tramonto.

(traduzione di Marco Morello  –  6.9.14)

 

Marco Morello nasce a Torino nel 1956, insegnante alle superiori dal 1980. Direttore dell’aperiodico “Poesia nella Strada” negli anni ’80. Ha pubblicato “Quartine per ‘Lù” presso Joker e “111 haiku” per Genesi. Ha tradotto “Gli arazzi dell’Apocalisse” e “Se cade la notte” di John Taylor rispettivamente per i Quaderni di Hebenon e Joker. Recentemente, in collaborazione con John Taylor, ha tradotto in anglo-americano una raccolta miscellanea dei migliori aforisti italiani. Ludolinguista dal ’79, ha fornito numerosi spunti creativi per le rubriche e i testi di Stefano Bartezzaghi (sua l’ideazione dell’accavallavacca). Da un decennio cura due rubriche on line sul “Giornalaccio”: ‘devi sapere che’ di punzecchiature letterarie e ‘l’alce mormorò’ di liriche e giochi di parole. Suoi contributi sono apparsi su ‘Hebenon’ e su ‘corto circuito’.

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SETTE POESIE di Andrea Rompianesi da “Sette capitoli di Avinguda del Paral-lel” (2014)

 

Barcellona Raval

Barcellona Raval

 Andrea Rompianesi (Modena, 1963) formatosi  presso l’Università di Bologna, svolge attività editoriale. Risiede attualmente in provincia di Novara. Ha pubblicato, in poesia: “Orione”(1986), “Vascello da Occidente” (1992), “Punti cardinali” (1993), “Scendevi lungo la strada” (1994), “Momenti minimi” (1994;1999), “Apparenze in siti di trame”(1996), “I giorni di Orta”(1996), “La quercia alta del buon consiglio”(1999), “Scritti e frammenti”(1999), “Ratio”(2001), “Versi civili”(2003), “Metrò:Madeleine” (2004), “Gustav von Aschenbach” (2006), “Rimbaud Larme” (2007), “Il grido”(2008),”Fides” (2009), “Dietro tutti i colori del blu” (2013) ; in prosa : “Il pane quotidiano” (1990), “Quella dei Beati Angeli” (1994), “Il killer” (1995;2000), “Venti e lune” (1995), “In odore di terre”(1998), “La notte dei grandi ladri” (2003), “Strada di pausa e di viaggio” (2012), “Avinguda del Paral-lel” (2014).

 

Barcellona Metro

Barcellona Metro

 

 

 

 

 

 

Agosto (caldo). Sera (cielo nitido).
Lampioni di Barcellona (gialli, bianchi,
arancioni). Taxi (rapido). Brezza
(dal finestrino). Port Vell (mare).
Leo osserva (curiosità). Placa d’Espanya;
Palau Nacional (collina di Montjuic).
Avinguda del Paral-lel (hotel Silken).

*

Facciata dell’albergo (rifatta da poco);
porta girevole (faretti direzionali);
hall (divano e tre poltrone); banco di
ricevimento (due ragazze in giacca
nera). Leo appoggia il bagaglio.
Mezza parete, tavoli. Bed and
breakfast. Ragazza alta e mora (capelli
a coda di cavallo). Tessera magnetica
(stanza 312). Ascensori.

Andrea Rompianesiscanner 031 (1)

 

 

 

 

 

 

 

 

Cellula fotoelettrica (corridoio camere).
Corsia rossa. Porta 312 (spia verde apre).
Bagno (a destra); letto matrimoniale,
televisore piatto, frigobar, aria
condizionata (spenta), poster di Mirò.
Tenda (lunga) sopra scrivania con
penna e carta intestata. Lenzuola
bianche. Faretti. Moquette scura.
Vasca da bagno (doccia).

*

Pigiama giallo. Bagaglio aperto.
Materasso rigido. Telecomando
(scorrono i canali). Frigobar (salatini,
acqua minerale, bibite, liquori).
Cuscino alzato. Leo pensa (la ragazza
mora della hall).

Andrea Rompianesi

Andrea Rompianesi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mattina (luce). Tavolo (prima colazione).
Latte e caffè. Famiglia nordica; coppia
taciturna (¿con leche?). Strada ( gente).
Clima mediterraneo. Odori di aromi,
cucine, rifiuti. Fermate d’autobus,
cartelloni pubblicitari, bar, videonoleggi,
bancomat. Leo osserva la cartina. Placa
d’Espanya (senso opposto al mare).
Arena abbandonata (fossile tozzo).
Gran Via (alberata).

*

Placa de Catalunya (venendo da Carrer
de Pelai). La grande incantatrice
( antico a sud, moderno a nord).
Megastore, tavolini bianchi, magazzini,
automobili (promesse per la sera).
La Rambla (un fiume umano). Leo segue
un’altra strada (Avinguda del Portal).
Burger, bar, book shop, bambini in corsa,
jazzista nero (voce roca). Ombra della
pianta. Placa Nova (quartiere gotico).

barcellona strada

barcellona strada

 

 

 

 

 

 

 

Accesso stretto (varco tra le cose). Mura
romane. Carrer del Bisbe Irurita (luce
in diagonale); angoli delle pietre.
Musicisti di strada. Placa de Sant Jaume
(Leo osserva la mappa). Placa de l’Angel,
via Laietana. La Ribera (brezza dal mare).
Carrer de Montcada.

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TRE POESIE INEDITE di Giorgio Linguaglossa “Confessione del poeta Cornelio Viburno: «E adesso che farà il console?»”I pensieri del poeta Gaio Cornelio Gallo a proposito del suo collega Druso” “Monologo dell’Imperatore Giuliano l’apostata” – SUL TEMA DEI PERSONAGGI STORICI MITICI O IMMAGINARI

Giorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma. Nel 1992 pubblica la sua prima opera poetica, Uccelli (Roma, Edizioni Scettro del Re) e, nel 2000, Paradiso (Edizioni Libreria Croce). Ha tradotto poeti inglesi, francesi e tedeschi. Dal 1992 al 2005 ha diretto la collana di poesia delle Edizioni Scettro del Re di Roma. Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura «Poiesis» che dirigerà fino al 2005. Nel 1995 redige e firma, con altri poeti, Giuseppe Pedota, Lisa Stace e Maria Rosaria Madonna, il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica», pubblicandolo nel n. 7 della rivista da lui diretta. Nel 2001, pubblica il racconto lungo Storia di Omero nel volume collettivo Via Pincherle – Modelli Narrativi a Confronto, per le Edizioni Libreria Croce. Nel 2002 pubblica il libro di saggi sulla poesia, Appunti Critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte (Coedizione Libreria Croce – Scettro del Re). Suoi saggi sulla poesia contemporanea sono presenti in Linee odierne della poesia italiana, a cura di Roberto Bertoldo e Luciano Troisio (Torino, Quaderni di Hebenon, 2001), e nel volume Sotto la superficie. Letture di poeti italiani contemporanei a cura di Gabriela Fantato (Milano, Bocca, 2004). Nel 2003 viene raggiunto dalla interdizione a pubblicare presso editori a diffusione nazionale. Nel 2005 pubblica il romanzo breve Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio.

Roma statua2Ha curato l’apparato critico del numero speciale 33 di «Poiesis» del 2006 dedicato alle traduzioni di alcuni saggi del poeta russo Osip Mandel’stam e di dieci poesie inedite del poeta russo: Il fornello a petrolio (poesie per bambini). Nel 2006 per la poesia pubblica La Belligeranza del Tramonto (LietoColle 2006). Alcuni suoi saggi sulla poesia contemporanea sono apparsi in “Numen” del 2007, quaderno di critica edito dalla rivista di segni contemporanei «Altroverso» di Campobasso. Ha curato le presentazioni critiche dei poeti inseriti nella La poesia degli anni Novanta. Antologia (Roma, Scettro del Re, 2002) ed è presente con alcune composizioni nella Antologia della poesia erotica contemporanea (Roma, Ati Editore, 2006). Collabora in veste di critico con le riviste di letteratura: «Polimnia», «Hebenon»,  «Altroverso», «Capoverso», «I fiori del male», nel 2014 fonda il blog lombradelleparole.wordpress.com – Sue poesie sono state tradotte in spagnolo, inglese e bulgaro. In quest’ultima lingua è stata pubblicata nel 2007 la traduzione de La Belligeranza del Tramonto. Nel 2007 è apparso il saggio Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia  in Atti del Convegno È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo per le edizioni Passigli di Firenze. Nel 2010 esce La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980 – 2010) l’editore Edilet di Roma; nel 2011 per il medesimo editore esce Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana (1945 2010). Nel 2013 esce il saggio Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea Società Editrice Fiorentina, Firenze, e la raccolta di poesia Blumenbilder (Natura morta con fiori) per Passigli, Firenze. Nel 2016 pubblica il romanzo 248 giorni (Achille e la Tartaruga) e l’Antologia di poesia Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, Roma)

scena di film

scena di film

Appunto di Giorgio Linguaglossa

Le poesie fanno parte di una raccolta inedita “Tornare alla corte di Cesare?”, scaturita dalla lettura di una poesia di Zbigniew Herbert (“Il ritorno del proconsole”). La figura retorica sulla quale ho costruito le poesie della raccolta è la “trasposizione” (il traslato), ovvero, il parlare dell’oggi fingendo di parlare di personaggi del lontanissimo passato. Se non si capisce questo non si comprenderebbe nulla delle mie poesie. Il problema indagato è la condizione dell’artista nei confronti del Potere, di qualsiasi potere, anche di quello cd. democratico. Anche la figura dell’Imperatore Giuliano (forse la figura più grande degli ultimi due secoli della storia romana) è stata affrontata in questa prospettiva: il grande riformatore dell’Impero (grande generale e grande amministratore, uomo colto e saggio che vedeva lungo, molto al di là della sua epoca). Ecco, l’avere lo sguardo lontano è proprio di ogni artista, ogni vero artista non può che disprezzare il presente, non può accordare la propria cetra alle regole metriche del Presente. Il tono “salottiero” di cui parla Francesca Diano è quello usato, è vero, ma vorrei ricordare anche l’altra figura retorica fondamentale di molta poesia degli ultimi due secoli (tra cui ci metto Brodskij) : quella della “epistola” che consente di scrivere nel’intimità delle cose che altrimenti non potrebbero essere vergate; il pubblico è lontano, le poesie sono indirizzate quindi ad un misterioso “interlocutore” non ben specificato. Tutte le poesie (almeno le mie) sono sempre indirizzate ad un “interlocutore” posto al di fuori del proprio tempo e del tempo, per questo forse appaiono stranianti (ma non sono il solo, ci sono molti poeti europei che scrivono in questo modo!).
Parlo meglio di me e della mia epoca quando assumo la finzione di parlare di un’altra lontanissima epoca. Tutto qui. Però oggi in Europa ci sono poeti che trovano invece la contemporaneità molto più poetica e preferiscono fare delle poesie sulla Minetti. Oggi Tutto è permesso, la democrazia dispiegata afferma che questo è libertà. Sì, rispondo io, la libertà degli eunuchi.

Confessione del poeta Cornelio Viburno: «E adesso che farà il Console?»

Adesso spero proprio di essere inessenziale,
invisibile, trascurabile come un piccione
che becca tra gli orti del Foro.
«Chi vivrà vedrà», mi dico tanto per consolarmi.
«In fin dei conti il Console può essere sconfitto dai barbari
o dalla guerra civile o da se stesso».
Ma ecco Silla, nel manto di porpora,
sulla biga addobbata,
di ritorno dalla guerra vittoriosa,
l’ennesima guerra tra le mura della Repubblica,
che fa ingresso con le sue legioni,
tra squilli di trombe
e rullio di tamburi sotto l’Arco di Trionfo.
«È il suo trionfo o il nostro?», chiedo al mio fidato amico Claudio
assiepati alla transenna del Foro della Repubblica.
Ogni mattino mi reco in allarme
ai piedi del Campidoglio, negli uffici
del Consolato e cerco il mio nome
tra quelli iscritti alle liste di proscrizione
sperando ch’io sia tra gli assenti.
«E se lo trovassi? – mi chiedo – che cosa farei
se trovassi il mio nome nelle liste di proscrizione?
Andrei subito dal Console per rendergli omaggio?
Lo supplicherei di essere risparmiato?
Rinnegherei la mia fede repubblicana?
O magari reclamerei la mia fedeltà in lui,
nel console vittorioso
che tante volte ha risolto con le armi
il contenzioso?
Mi prostrerei ai suoi piedi a invocare clemenza?».
Così, ogni mattino mi reco pieno
di angoscia al Campidoglio,
ma ormai spero davvero di trovare il mio nome
tra quelli iscritti nelle liste di proscrizione;
finalmente sarei libero, libero di fuggire
o di umiliarmi dinanzi alla toga del Console;
mi getterei ai suoi piedi scongiurandolo
di risparmiare me e la mia famiglia,
lo invocherei di liberarmi della mia angoscia,
di mozzarmi subito la testa o,
peggio ancora, di lasciarmi libero tra gli orti
del Foro, proprio come un piccione.

statua di romano epoca imperiale

statua di romano epoca imperiale

I pensieri del poeta Gaio Cornelio Gallo a proposito del suo collega Druso

Druso ha sempre i piedi sporchi nei calzari di cuoio,
il ventre prominente e parla un latino infarcito di dialettismi della Sabina;
inoltre, a tavola non è mai sobrio, ama l’eccesso
in libagioni e in amorazzi con le sue schiave
e con i mori che acquista al mercato al suono di sesterzi d’oro.
Nel Foro non prende mai una posizione
univoca, chiara, ciò che dice in
privato non lo ripete certo in pubblico.
È abile, sfuggente come una biscia, oleoso
come la resina del Ponto Eusino,
dire che non lo amo sarebbe un eufemismo,
una ipocrisia, ma ciò che è più grave,
non riesco neanche a detestarlo.
Mi dico: «Druso è un codardo, un mentitore,
un fingitore, un voltagabbana» ma, ciononostante,
non riesco a detestarlo. Forse che dovrei rimproverargli
il suo faccione impolverato di cerusso?
In fin di conti è un mio simile: un teatrante, un attore,
ha un mento, un naso aquilino, proprio come me.
«Non c’è alcuna differenza – mi dico – tra noi».
Druso ha il volto foderato di cerone da teatro,
scivoloso di biacca, il mento leporino
e gli occhi cisposi per il vino in eccesso
bevuto la notte innanzi, ascolta
ciò che gli torna immediatamente utile,
quando non gli conviene fa il pesce in barile;
dei nostri discorsi sulla res publica
dice «che sì, che no, che forse, che insomma…».
Del resto, sto molto attento quando
nei conviti privati mi porge il cratere colmo di vino,
fingo di bere con un sorriso sordido…
mentre con la coda dell’occhio
sbircio sempre in allarme la porta d’entrata.
Evito di guardare in volto il capo delle guardie
quando fa ingresso in casa di Mecenate
con il suo codazzo di pretoriani e di ottimati profumati.
Anch’io parlo sempre meno in pubblico
dei miei pensieri privati, e in privato
dei miei pensieri pubblici…

sesterzio  romano

sesterzio romano

 

Monologo dell’Imperatore Giuliano l’apostata

Come quando sei a teatro e vedi
sul fondale trascorrere delle ombre indecifrabili,
incomprensibili icone, però, che parlano
una loro lingua muta;
geroglifici, criptogrammi, tracce misteriose
degli dèi scomparsi, di infausti eventi;
e credi di riconoscere un profilo,
un volto, una immagine, un segmento,
una mano tesa in aiuto
(o pronta ad impugnare una spada…)
Io Cesare, davanti allo specchio, chiedo a Cesare:
«È il tuo quel volto?», «Sono per te quei segni?»
Il mio dèmone mi dice che «le Moire
sono più antiche del Fato, che la mia filosofia
è aggiogata ad un carro più antico».
Mi dice anche: «guardati dai tuoi generali, Cesare!»*.
«È tua l’immagine che vedi riflessa nello specchio!»
«Una mano compirà quel gesto. Ti colpirà alle spalle.
Una Moira l’ha deciso.
Che tu forse speravi avesse dimenticato.
Ma è lì il gesto, nel nodo che Lachesi ha intessuto nel filato
del tuo manto di porpora, che dimora
nel secchio senza fondo della tua anima».
Mi chiede ancora il dèmone: «È tua quella mano,
la mano che ha impugnato la spada?
La spada chiama altra spada, Giuliano,
l’odio chiama altro odio».
«Sì, chiedo al dèmone: quel volto che vedi riflesso nell’immagine
dello specchio corrisponde alla mia “anima”?».
«Sì, – ha risposto il dèmone –
quel volto corrisponde al tuo profilo,
alla linea sghemba del tuo mento leporino,
alle rughe che hai agli angoli degli occhi
almeno nelle sue linee, diciamo così, generali».
«Sì – ha replicato Cesare – ritengo di essere sempre io
il riflesso di quel volto che ho considerato,
troppo spesso, in modo incongruo, discontinuo,
a volte fraudolento,
scambiando l’effetto per la causa
o la causa per l’effetto.
Sì, sono proprio io quel volto,
il volto che gli dèi mi hanno dato,
il destino che le Moire mi hanno concesso».

roma busto maschile*giunto nel 363 d.c. con il suo esercito a Ctesifonte, Giuliano, a soli 33 anni, fu assassinato da una congiura di alcuni ufficiali cristiani. Ecco il resoconto di Ammiano Marcellino sugli ultimi istanti di vita dell’imperatore:
“Giuliano, giacendo sotto la tenda, rivolse la parola ai circostanti depressi e tristi “é venuto il tempo, amici, di uscire dalla vita. Sono in procinto di pagare alla natura il debito che chiede, non afflitto e addolorato, ma ammaestrato dai pareri dei filosofi su quanto l’animo sia più beato del corpo, conscio che tutti i dolori, come infieriscono sui codardi, così cedono il passo a chi persiste. Non rimpiango alcuna delle mie azioni nè mi opprime il ricordo di un grave delitto, sia quando venivo relegato nell’ombra e nelle ristrettezze, sia dopo la mia ascesa al principato. Ho conservato l’animo esente da macchie, come penso, reggendo l’impero con moderazione. Considerando che il fine di un giusto impero fosse l’interesse e la salvezza dei sudditi, fui sempre alquanto propenso ad una situazione tranquilla. Ora me ne vado lietamente, e ho venerazione per il nume eterno, poiché prendo congedo non dopo una lunga e dolorosa malattia, ma nel mezzo della gloria fiorente”

(Inediti, da Tornare alla corte di Cesare? – 2010)

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POESIA di Iosif Brodskij “Odisseo a Telemaco” POESIA di Mark Strand “Marsyas” POESIA di Wistan Hugh Auden “Musée des Beaux Arts POESIE di Bertolt BrechtIl ladro di ciliege” “Mio fratello aviatore” “Generale, il tuo carro armato è una macchina potente SUL TEMA DEI PERSONAGGI STORICI MITICI O IMMAGINARI

Iosif brodskij 5

Iosif brodskij a Venezia

 

 Iosif Brodskij

Odisseo a Telemaco

Telemaco mio,
la guerra di Troia è finita.
Chi ha vinto non ricordo.
Probabilmente i greci: tanti morti
fuori di casa sanno spargere
i greci solamente. Ma la strada
di casa è risultata troppo lunga.
Dilatava lo spazio Poseidone
mentre laggiù noi perdevamo il tempo.

Non so dove mi trovo, ho innanzi un’isola
brutta, baracche, arbusti, porci e un parco
trasandato e dei sassi e una regina.
Le isole, se viaggi tanto a lungo,
si somigliano tutte, mio Telemaco:
si svia il cervello, contando le onde,
lacrima l’occhio – l’orizzonte è un bruscolo -,
la carne acquatica tura l’udito.
Com’è finita la guerra di Troia
io non so più e non so più la tua età.

Cresci Telemaco. Solo gli Dei
sanno se mai ci rivedremo ancora.
Ma certo non sei più quel pargoletto
davanti al quale io trattenni i buoi.
Vivremmo insieme, senza Palamede.
Ma forse ha fatto bene: senza me
dai tormenti di Edipo tu sei libero,
e sono puri i tuoi sogni, Telemaco.

(1972, traduzione di Giovanni Buttafava)

ОДИССЕЙ ТЕЛЕМАКУ

Мой Tелемак,
Tроянская война
окончена. Кто победил – не помню.
Должно быть, греки: столько мертвецов
вне дома бросить могут только греки…
И все-таки ведущая домой
дорога оказалась слишком длинной,
как будто Посейдон, пока мы там
теряли время, растянул пространство.

Мне неизвестно, где я нахожусь,
что предо мной. Какой-то грязный остров,
кусты, постройки, хрюканье свиней,
заросший сад, какая-то царица,
трава да камни… Милый Телемак,
все острова похожи друг на друга,
когда так долго странствуешь; и мозг
уже сбивается, считая волны,
глаз, засоренный горизонтом, плачет,
и водяное мясо застит слух.
Не помню я, чем кончилась война,
и сколько лет тебе сейчас, не помню.

Расти большой, мой Телемак, расти.
Лишь боги знают, свидимся ли снова.
Ты и сейчас уже не тот младенец,
перед которым я сдержал быков.
Когда б не Паламед, мы жили вместе.
Но может быть и прав он: без меня
ты от страстей Эдиповых избавлен,
и сны твои, мой Телемак, безгрешны.

 

Mark_Strand april 1992

Iosif brodskij a Venezia

 

Mark Strand

Marsyas

Something was wrong
Screams could be heard
In the morning dark
It was cold

Screams could be heard
A storm was coming
It was cold
And the screams were piercing

A storm was coming
Someone was struggling
And the screams were piercing
Hard to imagine

Someone was struggling
So close, so close
Hard to imagine
A man was tearing open his body

So close, so close
The screams were unbearable
A man was tearing open his body
What could we do

The screams were unbearable
His flesh was in ribbons
What could we do
The rain came down

His flesh was in ribbons
What could we do
The rain come down

His flesh was in ribbons
What could we do
The rain came down

His flesh was in ribbons
And nobody spoke
The rain come down
There were flashes of lightning

And nobody spoke
Trees shook in the wind
There were flashes of lightning
Then came thunder

Marsia

Qualcosa non andava
si sentivano urla
nel buio del mattino
faceva freddo
le urla erano laceranti

S’appressava un temporale
qualcuno si dibatteva
le urla erano laceranti
qualcosa di inaudito

Qualcuno si dibatteva
così vicino, così vicino
qualcosa di inaudito
un uomo si squarciava il corpo

Così vicino, così vicino
le urla erano insostenibili
un uomo si squarciava il corpo
cosa potevamo fare

le urla erano insostenibili
la carne era in lacerti
cosa potevamo fare
cadde la pioggia

La carne era in lacerti
e nessuno parlava
cadde la pioggia
apparvero i lampi

E nessuno parlava
alberi scossi dal vento
apparvero i lampi
poi venne il tuono

(traduzione di Damiano Abeni)

W.H. Auden

W.H. Auden

 

Wistan Hugh Auden

Musée des Beaux Arts

About suffering they were never wrong,
The old Masters: how well they understood
Its human position: how it takes place
While someone else is eating or opening a window or just walking dully along;
How, when the aged are reverently, passionately waiting
For the miraculous birth, there always must be
Children who did not specially want it to happen, skating
On a pond at the edge of the wood:
They never forgot
That even the dreadful martyrdom must run its course
Anyhow in a corner, some untidy spot
Where the dogs go on with their doggy life and the torturer’s horse
Scratches its innocent behind on a tree.
In Breughel’s Icarus, for instance: how everything turns away
Quite leisurely from the disaster; the ploughman may
Have heard the splash, the forsaken cry,
But for him it was not an important failure; the sun shone
As it had to on the white legs disappearing into the green
Water, and the expensive delicate ship that must have seen
Something amazing, a boy falling out of the sky,
Had somewhere to get to and sailed calmly on.

*

Sul dolore la sapevano lunga,
gli Antichi Maestri: quanto ne capivano bene
la posizione umana; come avvenga
mentre qualcun altro mangia o apre una finestra o se ne va a zonzo spensierato;
come, quando gli anziani aspettano riverenti, con fervore,
la miracolosa nascita, debba sempre esserci
qualche bambino che non l’avrebbe voluta e pattina
su un laghetto alle soglie del bosco:
non dimenticavano mai
che anche l’orrendo martirio deve compiere il suo corso
comunque in un angolo, in un sudicio luogo
dove i cani fanno la loro vita da cani e il cavallo del torturatore
si gratta l’innocente didietro contro un albero.

Nell’Icaro di Bruegel, per esempio: come ogni cosa ignora
serena il disastro! L’aratore può
aver udito il tonfo, il grido desolato,
ma per lui non era una perdita grave; il sole splendeva
come doveva sulle bianche gambe inghiottite dalle verdi
acque; e la ricca ed elegante nave che doveva aver visto
una cosa incredibile, un ragazzo cadere dal cielo,
aveva una meta e via passava placida.

(in Another time, 1940 traduzione di Nicola Gardini)

 

Bertolt Breht  LA GUERRA CHE VERRA'. Non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell'ultima c'erano vincitori e vinti.

Bertolt Breht LA GUERRA CHE VERRA’. Non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti.

 

Bertolt Brecht

Il ladro di ciliege

Una mattina presto, molto prima del canto del gallo,
mi svegliò un fischiettio e andai alla finestra.
Sul mio ciliegio – il crepuscolo empiva il giardino –
c’era seduto un giovane, con un paio di calzoni sdruciti,
e allegro coglieva le mie ciliegie. Vedendomi
mi fece cenno col capo, a due mani
passando le ciliegie dai rami alle sue tasche.
Per lungo tempo ancora, che già ero tornato a giacere nel mio letto,
lo sentii che fischiava la sua allegra canzonetta.

 

Mio fratello aviatore

Avevo un fratello aviatore.
Un giorno, la cartolina.
Fece i bagagli, e via,
lungo la rotta del sud.

Mio fratello è un conquistatore.
Il popolo nostro ha bisogno
di spazio. E prendersi terre su terre,
da noi, è un vecchio sogno.

E lo spazio che si è conquistato
sta sulla Sierra di Guadarrama.
È di lunghezza un metro e ottanta,
uno e cinquanta di profondità.

 

 il binario che porta ad Auschwitz

 

il binario che porta ad Auschwitz

 

 

Generale, il tuo carro armato è una macchina potente

Spiana un bosco e sfracella cento uomini.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un carrista.

Generale, il tuo bombardiere è potente.
Vola più rapido di una tempesta e porta più di un elefante.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un meccanico.

Generale, l’uomo fa di tutto.
Può volare e può uccidere.
Ma ha un difetto:
può pensare.

(traduzione di Franco Fortini)

 

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DUE POESIE di Antonio Sagredo “Cirene, Ker… o il mito?” “In cammino…” “Francesca Diano TRE POESIE da “Bestiario” (1981) Silvana Baroni UNA POESIA “Dafne, in assolo, a ricorrenzaSUL TEMA DEI PERSONAGGI STORICI MITICI O IMMAGINARI

raffigurazione di Polifemo

raffigurazione di Polifemo

 

 

 

 

 

 

Antonio Sagredo

Cirene, Ker… o il mito?

Mi assillava il Vuoto irregolare all’ora sesta
e la domestica ombra delle Naiadi in calore.
Era cinta alla lingua delle api la loro caccia,
alla carcassa di un leone e della sua criniera.

Le braci di potassio negli occhi di Diomede
e le sue cavalle infuriate che divorano gli uomini
sono corone in cenere di mirto sparse sullo Ionio.
Sono stragi – per Euridice morsa da un serpente!

Lo spettro orfico si gingilla di passi e di sguardi,
cancella le tracce sulle piante e le orme di Mefisto.
La cetra non sa l’estasi del dubbio e la pietà infernale
che distrugge il canto per un ritorno irrevocabile.

E non sai se sono zoccoli nel bosco e corna del grigio frate
che contriti battono la sua parola e la pungente luce – e ora,
basta! Tersite, il codardo, intona un Te Deum e gioca ai dadi,
e dal suo volto ciondola la tossica armilla di una smorfia.

(13/17 novembre 2011)

.
In cammino… dagli occhi di Diomede

Come il cammino sul molo irriverente segue incerto
una luce franta che conduce a un sentiero cieco,
ma un oblio che vai a cercare ha la morte altrove
e non sai il canto di una nostalgia che non ha passato.

Oggi ho ascoltato con le dita il continuo sconforto del mare
sui granuli… le implorazioni e le suppliche, i gridi, e i suoi lamenti,
e compassione ha avuto – lui di me! – con la sua belante letania,
e non la sfida di un gabbiano con uno sguardo in picchiata: amami!

E ho sentito sui malleoli i vagiti asmatici delle sue risacche
e dei cavalli omerici le scintille dalle criniere dei marosi,
dagli occhi di Diomede gli uncini dei suoi furori come braci –
– mi sono ricordato l’infanzia delle vigilie eretiche:

le bestemmie contro gli angeli e tutti gli dei in ogni tempo,
i pugni dei miei occhi contro tutti gli altari e i cristi crocefissi,
le omelie blasfeme da pulpiti e patiboli come frustate inquisitorie
perché interdetto è il condannare per chi il diniego e la smorfia

sono un sacramento nuovo contro ogni verbo irrazionale – ma non ho
timore del puzzo delle scimitarre e dei candelabri, né di quelle croci –
invano attendi una liberazione da questi barbari legami che solo
su questa terra infame sono divisi e uniti per sterminarci tutti!

(Campomarino, 23 luglio 2011, ora prima del nuovo giorno)

roma pasifae

 

 

 

 

 

Francesca Diano

L’ape

Ape regina, emblema del Sole
Creatura di pura luce
Spirito d’oro, nettare regale
Che dalla terra al cielo conduce.
Ape di bronzo, rintocco alato
Delle vergini oracolanti
Donate a Hermes da Febo-Sole
Che stordisce i mortali coi suoi canti.
Ape d’argento, segno immortale
Di vita eterna, di simmetria
Ronzando tracci nell’aria azzurra
Complesse regole di geometria

.
Il cane

Custode dei morti, compagno di veglie
In forma di Ecate appari
Ai crocicchi di notte scortata
Da una muta senza pari.
Silenzioso compagno e muto
Ti adatti ad ogni negazione
Soffochi il gemito sconosciuto
Senza piegarti alla commozione.
Cuchulainn, eroe tetro e fiero
Che rinasce ad ogni luna
Ululando di notte alle foglie
Tra vapori di morbida bruma

 

Il corvo

A novembre, sui prati secchi
Saltellano torme di corvi
Neri principi dell’inverno
Sotterranei signori torvi.
Demiurghi oscuri della rinascita
Sottili signori dell’aria
Formule alchemiche della materia
Che dal mondo dei morti s’irradia

(Inediti, da Bestiario 1981)

 

apollo e dafne

apollo e dafne

 

 

 

 

 

 

 

 

Silvana Baroni
Dafne, in assolo, a ricorrenza

Dall’ingordo gorgo dell’eco
l’imperioso buio della parola.
Ascoltami Apollo
dai pace a questo urlo
spezza la distanza di questa estrosa
mia giovinezza, rovinosa
virginale rapina d’essere arciere
e freccia e belva.
Furente l’acqua ribolle
è il tuo nome, Apollo.
Grumo di buio l’alloro mi avviluppa
arsa quaresimale a rifugio nel fogliame
con dita tese sull’arco al primo richiamo
io stessa preda imbronciata in arrocco
dietro le quinte dei lauri
io dea della distanza
nella convulsa galleria dei latrati.
Da questo strazio di luna
da questo corpo incompiuto
miro al cervo da un anello di legno.
Chimere si pasciano del mio bersaglio
i gesti del ritardo cadono a grandine
amnesia giù per i dirupi
dell’eterno diluvio.
Non ho scampo
schiava del presente assoluto
non oso voltarmi al tuo domani.
Una sponda di marmo è l’attesa
non altro che albe a imbrunire
traghetti di luce per fori larghi del cielo
a cui s’addossa a sentenza la luna.
Ho in archivio il tuo nome, la voce
il vigore del fremermi accanto
tu corpo d’altra natura che non la mia
io vizio a distanza a certezza di resa.
E ancora t’ho sognato, Apollo
sul ponte a dritta del tuo sole
e che sorpresa la goccia smorfiosa
dal piovasco della tua verde navata!
Il bosco di nuovo un gemito di nati
fiammelle dai bivacchi e sagome
muy adelanti a risveglio a snodarsi
dall’orchestra dei rami.
Apollo! Torna ai boccioli in accensione
morsi vorrei, svestirmi dell’ombre
godere del furioso sequestro della bocca
dell’insistere a sete al traino del tuo sole.
Apollo!
Tu che mi sfrondasti l’anima
abbi pietà della ripulsa verginale
dell’arco mio teso al fulgore dell’ego.
Perso l’abbraccio altro non sono
che un verde scarabocchio nel caglio notturno
un assolo a ricorrenza
dell’assieme voluttuoso abbraccio
alla medesima altra creatura.
Ma la luna è sovrana
io carne fatale della sua bocca
io preda dei profumi e veleni del suo forziere.

 

teatro Politecnico 1974, Antonio Sagredo

teatro Politecnico 1974, Antonio Sagredo

Antonio Sagredo. Dicono che sia nato nel Salento decine di anni fa… a pochi chilometri da Giulio Cesare Vanini (a cui ha dedicato un poema mirabile), da Carmelo Be-ne e Eugenio Barba; il primo lo frequentò con discrezione somma, e gli de-dicò versi immortali. Fu frequentatore assiduo di quei teatri d’avanguardia romani e non, di cui conobbe autori e attori; recitò in due spettacoli teatrali: nei drammi lirici del poeta russo Aleksandr Blok e in uno spettacolo del poe-ta praghese Vitězslav Nezval, che inneggiava ai progressi della scienza della comunicazione. Sagredo studiò e visse a Praga calpestando gli acciottolati insieme ai poeti praghesi e a Keplero. I suoi primi componimenti, a 14 anni, in un vagone di terza classe (seppe tempo dopo che Pasternak e Machado viaggiavano nella stessa classe, componendo); distrusse i primi versi, i secondi e seguirono altre rovine; trovò un impiego di ripiego per nascondersi; poi raggiunse una forma inclassificabile tendente al sublime che gli permette di vivere di eredi-tà auto-postuma. Un amico poeta spagnolo, M. Martinez Forega, lo spinse a pubblicare due piccole raccolte di poesia a Zaragoza: Tortugas (Lola edito-rial, 1992) e Poemas (Lola editorial Zaragoza, 2001); sulle riviste: Malvis (n. 1) e Turia (n. 17). Poi nulla più, fino a che da New York, la scorsa estate, gli giunse una proposta di pubblicazione con Chelsea Editions.

francesca diano

Francesca Diano

Francesca Diano è nata a Roma nel 1948 e vive a Padova. Laureata in Storia dell’Arte, ha vissuto a Oxford e Londra. Ha insegnato all’Istituto Italiano di Cultura e ha lavorato al Courtauld Insitute. Ha vissuto a Cork, in Irlanda, dove ha insegnato all’University College e ha tenuto lezioni pubbliche sull’arte italiana contemporanea. Dai primi anni ’80 è consulente editoriale e traduttrice letteraria di poesia, narrativa e saggistica per vari editori, tra cui Fabbri, Neri Pozza, Donzelli, Guanda. E’ la traduttrice italiana delle opere di Anita Nair. Studiosa di folklore e tradizione orale irlandese, ha curato l’edizione italiana delle Fairy Legends di Thomas Crofton Croker (Neri Pozza, 1998) e quella anastatica dell’originale (The Collins Press, 1998).

Autrice di saggi, testi narrativi e poetici, nel 2012 ha vinto il Premio Teramo. Nel 2010 ha pubblicato il romanzo La Strega Bianca – una storia irlandese e la raccolta di racconti Fiabe d’amor crudele(Edizioni La Gru, 2013). Suoi testi poetici sono presenti sui blog letterari MOLTINPOESIA, CARTESENSIBILI, LA PRESENZA DI ERATO

Silvana Baroni

Silvana Baroni

Silvana Baroni Vive a Roma. Ha scritto testi teatrali: Le infinite metà del mondo, L’amore è una scatola di biscotti rappresentati entrambi al teatro XX° Secolo a Roma, Liti d’amore con Neruda” ai teatri: La catapulta e  Agorà di Roma.In poesia ha pubblicato: nel ‘92  Tra l’Io e il Sé c’è di mezzo il me– aforismi e grafica- Il Ventaglio; nel ’94  Stagioni Il Ventaglio; nel ‘98 Nodi di rete Fermenti; nel 2001 Ultimamente Fermenti; nel 2002 Il tallone d’Achille di una donna Fermenti; nel ’97 Acquerugiola-acquatinta – haiku e grafica – Dell’oleandro;  nel 2005  Alambicchi – 14 racconti – Manni; nel 2006, Nel circo delle stanze – poesia – Fermenti; nel 2007  Neppure i fossili – aforismi, grafica e pittura – Quasar; nel ’11 Il bianco, il nero, il grigio– aforismi – Joker; nel ’12 Perdersi per mano– poesia – Tracce; nel ’13 Criptomagrittazioni – Onyxeditrice; nel 2013 ParalleleBipedi – aforismi- La città del sole. www. htts://silvanabatroni.it

 

 

 

 

 

 

 

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Andrej Andreevič VoznesenskijDalla vita delle crocette” (Inedito in italiano) traduzione e commento di Donata De Bartolomeo (Prima parte)

 

Andrej Andreevič Voznesenskij, Андрей Андреевич Вознесенский (Mosca, 12 maggio 1933  – Mosca,1 giugno 2010), è stato un poeta russo. Laureato in architettura, scopre, alla fine degli Anni Cinquanta, la sua passione per la poesia. Fin dal 1958 si fece interprete, attraverso i suoi versi, del disagio e delle passioni delle giovani generazioni, sia nella ricerca di ideali da vivere, sia nella forma linguistica più appropriata e più moderna nell’esporli. Esordisce nel 1958 con una raccolta di versi, cui seguì, nel 1959, il poemetto Mastera (“Maestri”), ispirato alla leggenda dell’accecamento dei costruttori della chiesa di San Basilio, con il quale si afferma poeta di vigorosa ispirazione e alto magistero formale. Tra le altre raccolte: Parabola (1960); Mozaika (“Mosaico”, 1960); Antimiry (“Antimondi”, 1964); Vzgljad (“Sguardo”, 1972); Proraby ducha (“Capomastri dello spirito”, 1984).

Dal 1958 cominciò, insieme ad Evgenij Evtušenko, a pubblicare poesie che ebbero riconoscimenti anche da Pasternak e Achmatova. Nel 1978  è stato insignito del Premio Lenin. È stato più volte in Italia, in particolare nel fiorentino cui ha anche dedicato una poesia. Memorabile la sua querelle con il leader sovietico Kruscev, ai tempi della Guerra Fredda, quando il politico dovette cedere alle richieste del poeta e al suo desiderio di poter lasciare il paese e viaggiare per il mondo. Le sue mete furono l’Europa, l’Italia la sua preferita, e gli Stati Uniti che, all’epoca più di oggi, erano l’emblema della libertà. Qui entrò in contatto con i personaggi che negli anni Sessanta tracciarono con le loro variegate espressioni, l’immagine artistica dell’America: Allen Ginsberg, Arthur Miller e Marilyn Monroe.

Andrej Andreevič Voznesenskij

Andrej Andreevič Voznesenskij

 Dopo la laurea in architettura Voznesenskij ha iniziato a pubblicare i primi versi nel 1958, alle soglie di quegli anni Sessanta che, se da un lato furono caratterizzati dalla perdita per la letteratura russo-sovietica di eminenti personalità artistiche (basti citare per tutti l’Achmatova e Pasternak), videro dall’altro affermarsi nuove personalità alle quali saranno affidate le future sorti della letteratura, della poesia e della critica.

Voznesenskij aveva inviato già nel 1954 le sue poesie giovanili a Pasternak ma attese il 1960 per pubblicare i suoi primi volumi: Parabola e Mozaika. La sua fama andò prestissimo crescendo al punto da spingere Evtuscenko a dichiararlo il più grande poeta della giovane generazione, accanto a lui e ad Evghenij Vinokurov che, per la verità, erano poeti più maturi avendo debuttato nell’agone poetico nel decennio precedente. Non dimentichiamo che in questi stessi anni (1962) pubblicava il suo primo libro di versi una nuova poetessa, Bella Achmadùlina, e lavorava, sia pure in clandestinità, Iosif Brodskij le cui prime poesie furono pubblicate nel 1965 negli Stati Uniti ma di cui circolavano in patria numerose copie manoscritte.

Kennedy e Kruscev

Kennedy e Kruscev

Diversissimo il destino di questi poeti, condannato Brodskij per parassitismo sociale e lodato Voznesenskij per aver salvato la sua personalità lirica rivestendola di toni sociali che nascondevano il dramma della personalità umana nella nuova società in via di tecnologizzazione.

Nella raccolta di saggi critici Il talento è un miracolo non occasionale (Mosca, 1980), Evtuscenko dice dell’esordio letterario di Voznesenskij: «si cominciano a scrivere versi così come si comincia a nuotare. Chi sguazza da solo nell’acqua bassa, chi si esercita assiduamente in una piscina ricca di cloro sotto la guida di un maestro esperto. ma in ogni caso i primi movimenti nell’acqua sono convulsi, goffi. Voznesenskij ha cominciato subito a nuotare a farfalla – per lo meno il suo sguazzare o i suoi esercizi nel gruppo dei principianti sono rimasti un mistero per i lettori. I forti, sicuri movimenti del principiante hanno irritato quelli che nuotano tutta la vita “a cagnolino” o si dondolano comodamente sulla schiena. Voznesenskij non ha intrapreso il cammino degli sforzi minuziosi da una categoria all’altra – egli ha raggiunto subito il livello del maestro».

Andrej Andreevič Voznesenskij by_Mikhail_Lemkhin

Andrej Andreevič Voznesenskij by_Mikhail_Lemkhin

 Ma c’è una maestria impersonale quando il poeta assimila almeno le regole della buona creanza – non di più. Voznesenskij «ha confuso le carte». Egli ha unito il russo pereplies[1], le sincopi del moderno jazz e i rombi beethoveniani. Il tragico singulto della Cvetaeva viene frantumato all’improvviso dall’ardita ciciotka[2] del primo Kirsanov. Il fragile tema lirico dai paesaggi quasi alla Zoscenko. Questa asprezza di palpiti ha spaventato gli amanti dei toni piani, affettati. Gli assertori delle regole severe si sono allarmati, scorgendo già nelle prime pubblicazioni di Voznesenskij, e soprattutto in La pera triangolare, un attentato alla poesia russa tradizionale. Fu da loro adoperata sprezzantemente la parolina “moda” per spiegare in qualche modo l’interesse dei lettori per i versi di Voznesenskij: ma i rimandi alla “moda” appaiono spesso rivelare una debolezza di argomentazioni. nonostante le predizioni sarcastiche, il nome di Voznesenskij si è solidamente affermato in letteratura ed i suoi detrattori fanno sorridere come il barone von Grivaldus seduto sempre nella medesima posizione sulla stessa pietra.

Il libro di Voznesenskij L’ombra del suono, che rappresenta in un certo qual modo il bilancio del già lungo lavoro del poeta, appare come la testimonianza del fatto che la sua attività è divenuta nella poesia russa simile a quella parola che non si cancella da una canzone. Assumendo a suo modo l’esperienza della poesia russa, egli stesso ne è divenuto parte.

Mi sembra che senza una analitica comprensione dell’opera di Voznesenskij non sia possibile spiegare i nuovi poeti. Nella psicologia dei lettori si sono in un modo o nell’altro rifratti i suoi ritmi nervosi, le sue metafore intense che sono divenute parte del mondo interiore di molti».

Andrej Andreevič Voznesenskij

Andrej Andreevič Voznesenskij

 Quella di Voznesenskij si palesa quindi come una poesia che se da un lato si riallaccia alla migliore tradizione russa degli anni post-rivoluzionari (Majakovskij, Pasternak, Zabolockij), appare completamente nuova. D’altra parte tutta la generazione dei poeti dell’era chrusceviana e brezneviana aveva operato un drastico ribaltamento della concezione del mondo e del concetto stesso di poesia, giungendo sino alla frantumazione del tabù della sussumibilità della sfera del privato nella prassi artistica ed a questa tematica sempre più laica il pubblico offriva una straordinaria attenzione e compartecipazione.

Andrej Andreevič Voznesenskij

Andrej Andreevič Voznesenskij

Alla lettura Voznesenskij appare poeta «gradevole», versificatore di gran talento; Egli si impunta nell’impedire al suo estro pirotecnico di giostrare oziosamente all’interno delle metafore e delle similitudini, per agganciarle al reale desublimato e per prodursi in rocambolesche variazioni metriche e semantiche che sviano continuamente il lettore, lo sorprendono, lo inchiodano ad ogni verso in una girandola di equivoci e di inceppamenti semantici. L’impressione di dissolvenza, di «deregulation» della costruzione ordinata e gerarchica si fa sempre più evidente e serrata man mano che ci si addentra nel suo lavoro, nei serpeggianti drenaggi metrici e materici, tra gli inciampi delle metafore che fanno scoccare scintille, nel balletto e nella balbuzie dei «dialoghi» così naturali da far pensare estratti dal registratore, costruiti su geometrie scalene o scanzonti, per lo più triangolari, in ripidissima successione paratattica. Il convenzionale della vita quotidiana, quello per intenderci della distinzione tra vero e falso, viene vivisezionato e rimontato con tutti i relativi paradossi e giochi perversi, in una intelaiatura fantastico-surreale lontanissima dalla cantabilità della poesia della sua generazione. La ipernovità di questo nuovo stile doveva apparire ai lettori contemporanei, ad un tempo, estremista ed estranea ai canoni del realismo socialista. Ed invece Voznesenskij creava dall’interno della tradizione la nuova poesia mutuando dalla sineddoche e dalla metafora gli elementi per una poesia anti convenzionale e modernista nutrita di intertestualità dissacratorie e deliranti, in direzione di una orchestrazione sinfonica che si ispirava al «ballabile», ai ritmi jazz, con continui cambi ritmici e timbrici, con la sovrapposizione di note sgargianti e di registri colloquiali convenzionali.

Andrej Andreevič Voznesenskij

Andrej Andreevič Voznesenskij

 Voznesenskij porta di colpo la linea melodica della lirica russa al suo naturale capolinea per scoprire le innumerevoli possibilità offerte da una poesia coerentemente «modernista». Con questa operazione Voznesenskij recupera la carica ancora attuale dell’eredità del cubofuturismo russo e l’eredità delle «poesie per bambini» di Osip Mandel’štam , secondo il quale compito del poeta è animare dall’interno le immagini, le similitudini, le metafore ricercando uno sguardo «ingenuo» (per eccellenza lo sguardo infantile) che potesse permettere inconsueti e non-convenzionali associazioni di correaltà e consentisse l’appropriazione artistica del «nuovo» reale. Se in Chlébnikov è uno sguardo infantile che osserva la lingua e in Mandel’štam  lo sguardo infantile costruisce gli oggetti, in Voznesenskij il medesimo sguardo opera un bizzarro montaggio delle immagini e delle locuzioni dialogiche. Il risultato è sorprendente. Un realismo infantile, pirotecnico, surreale basato sulla tecnica del montaggio e del corto metraggio: successione di rapidi fotogrammi dove il caso e l’estro convergono nella liquidazione di ciò che rimaneva della retorica del realismo apologetico sostenuto dalla critica ortodossa e di ciò che restava della retorica del poetismo spalleggiata dalle autorità culturali.

Andrej Andreevič Voznesenskij in recita

Andrej Andreevič Voznesenskij in recita

Potremmo quindi dire di essere di fronte ad un «esistenzialismo pirotecnico», nel senso di una poesia fortemente tramata sull’esistenza, sul mal di vivere di un’epoca e di un’intera generazione. Ma al contempo è questa una poesia che guarda al futuro, che annuncia il futuro, che si pone di fronte al pubblico senza pavoneggiarsi in elegiache tristezze ma con scorci, ellissi verbali, scarti ironici ed allusivi alla situazione del presente.

È un privato scomodo quello che Voznesenskij offre ai suoi lettori: l’amore desublimato, la modernità (sotto le spoglie di una segreteria telefonica), la quotidianità con la «volgarità del ciao» e le radiazioni nei pacchetti del té; tutto viene fatto oggetto di ironia tagliente che si sere della resa poetica di un vocabolario basso, di versi brevi, di invenzioni linguistiche e metaforiche che rendono dura la vita al traduttore. Su tutto pesa il fardello della Storia che, lontanissima dalla poetica dell’Achmadùlina e vissuta ottimisticamente da Evtuscenko, getta una luce sinistra anche sul rimo amore: «Perdona il fatto che in questi giorni / eravamo innamorati».

L’ironia si fa sberleffo della Storia delle crocette, dove l’espediente figurativo consente a Voznesenskij di demolire persino il mito sacro del famoso sabato comunista in cui Lenin «portò la trave». Non c’è invece ironia dell’assoluta rivendicazione della singolarità del ruolo del poeta:

Tutti scrivono, io smetto.

Di Stalin, di Visotskij, del Bajkal,

di Grebenscikov e Chagall

scrivevo, quando non era permesso.

Non voglio finire nel calderone.

Scrive ancora Evtuscenko nell’articolo citato: «per Voznesenskij il poeta è il salvatore non  il salvato. E di nuovo imperiosamente affiora l’immagine del “superamento della palude”, che ricorda l’eterna funzione della poesia: la lotta con la palude, comunque la si chiami».

(Donata De Bartolomeo)

[1]  ballo russo in cui i danzatori si esibiscono in assoli

[2]  danza ritmica

Andrej Andreevič Voznesenskij

Andrej Andreevič Voznesenskij

(testi tratti da Aksioma Mosca, 1990)

 

 

 

 

 

Volavano due bastoni. Uno verso il Nord, l’altro verso il Nord, l’altro verso
Occidente. Sull’asfalto le loro ombre si sono
Sovrapposte: ne è venuta fuori una crocetta.
-Bastoni, per favore non separatevi, altrimenti io sparirò!
-Scusa, crocetta, per noi è tempo di filarsela.

*

La crocetta andava lungo una stradina.
Vede una folla di crocette su un ramo.
-Siete un’assemblea rionale di crocette?
-No, siamo un lillà.
Si rattristò la crocetta. Soltanto, allargò le braccia.
Andò oltre.

*

Cammina, vede: delle crocette nere stavano l’una sull’altra,
formando una figura ginnica.
-Un saluto ginnico, pace al mondo! Posso montare su di voi
per un attimo?
-Prego, noi siamo la grata di una prigione. Aggrappatevi!
-Scusate ma ho fretta.
Soltanto, allargò le braccia.
Diremo dopo in quale direzione si affrettava.

Andrej Andreevič Voznesenskij

Andrej Andreevič Voznesenskij

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*

L’uomo discende dalla scimmia. Ma di chi deriva la crocetta?
Dall’uomo. Se metti sotto terra un cadavere (e lo innaffi),
crescerà una crocetta.
Ma molti ritengono che sia un prodotto della terra.

*

La crocetta ha scoperto l’America per prima.
Sedeva sull’albero maestro.

*

Dicono che la crocetta abbia buttato la bomba atomica su Hiroschima.

*

La crocetta aveva paura dell’AIDS. Andò in farmacia. Comprò.
-Ma su quale estremità bisogna metterlo?
-Avete letto la favola “La bertuccia e gli occhiali”? Rassegnatevi alla via sperimentale.

*

Quando le crocette elessero il ministro dell’economia fluviale, questi stava sulla tribuna e, allargando le braccia all’inverosimile, indicava: “Ecco quale pesce pescheremo!”

*

Una donna andò a trovare una crocetta.*
-Crocetta, posso appendere su di te la camicetta? Solo, non
muoverti, altrimenti me la spiegazzerai.
Si spogliò. Si mise a letto. Aspettò un po’. Si addormentò.
La crocetta rimase ferma fino al mattino, aveva paura di muoversi.

*ndt: in russo la parola krestnik (crocetta) è di genere maschile.

*

La crocetta può nello stesso tempo
stringere

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POESIE SCELTE di Mark Strand – da “L’uomo che cammina un passo avanti al buio La metafisica del quotidiano, traduzione di Damiano Abeni e nota introduttiva di Giorgio Linguaglossa

Mark Strand aprile 1992

Mark Strand aprile 1992

 Mark Strand (nato l’11 Aprile 1934) è un canadese-americano nato poeta, saggista e traduttore. Dal 2005-06, è stato un professore di inglese e di Letteratura Comparata alla Columbia University.

 Mark Strand è nato nel Summerside Prince Edward Island, Canada. His early years were spent in North America, while much of his teenage years were spent in South and Central America. I suoi primi anni sono stati spesi in Nord America, mentre gran parte della sua adolescenza è stata trascorsa in Sud e Centro America. In 1957, Nel 1957, ha conseguito la laurea. Strand ha poi studiato pittura con Josef Albers presso la Yale University , nel 1959 tramite una borsa di studio Fullbright , ha studiato la poesia italiana dell’Ottocento in Italia durante il 1960-1961. Ha frequentato i workshop Writers Iowa presso la University of Iowa e l’anno successivo  ha conseguito un Master of Arts nel 1962. Nel 1965 ha trascorso un anno in Brasile come lettore.

Mark Strand

Mark Strand

Mark Strand

Mark Strand

Molte delle poesie di Mark Strand sono incardinate nel tema della innominabile nostalgia dell’uomo contemporaneo, una nostalgia che non può essere detta o rivelata senza tradire la nominazione. L’Itaca dell’uomo contemporaneo è il senso di quella antica nostalgia che è stata dimenticata, la nostalgia che sta prima dell’estraneazione, in quella zona franca che non fa più parte della storia individuale e neanche della storia dei nostri sogni: una dimensione, appunto, innominabile, intransitabile a ritroso, ma neanche percorribile in avanti, circondati come siamo da un buio fitto che non consente di riconoscere una direzione. Nella  poesia di Strand si trova tutto ciò che il poeta ha frequentato nella sua vita: le baie, i campi, barche, gli appartamenti grigi e anonimi negli agglomerati urbani etc e i pini e i sogni della sua infanzia su Prince Edward Island. Strand è stato paragonato a Robert Bly per il suo uso del surrealismo, ma la vera origine del suo surrealismo del quotidiano gli deriva piuttosto dalla attenta lettura iconografica della pittura di Marx Ernst, Giorgio de Chirico e René Magritte. Una poesia dunque che si nutre dell’arte figurativa, una traduzione e una riconfigurazione di quella iconografia nella poiesis. Le poesie di Strand utilizzano un linguaggio diretto, colloquiale e concreto, una sintassi regolare, un verso ampio di origine narrativa privo di rime e di un metro riconoscibile ma non per questo meno musicale. In una intervista del 1971, Strand ha detto, «Mi sento molto una parte di un nuovo stile internazionale che ha molto a che fare con la semplicità di dizione, un certo affidamento sulle tecniche surrealiste, e un elemento narrativo forte.»

(Giorgio Linguaglossa)

da Mark Strand L’uomo che cammina un passo avanti al buio (Poesie 1964-2006) Oscar Mondadori, 2007, pp. 392 € 15 – traduzione di Damiano Abeni

Mark Strand

Mark Strand

 

The tunnel

A man has been standing
in front of my house
for days. I peek at him
from the living room
window and at night,
unable to sleep,
I shine my flashlight
down on the lawn.
He is always there.

After a while
I open the front door
just a crack and order
him out of my yard.
He narrows his eyes
and moans. I slam
the door and dash back
to the kitchen, then up
to the bedroom, then down.

I weep like a schoogirl
and make obscene gestures
through the window. I
write large suicide notes
and place them so he
can read them easily.
I destroy the living
room furniture to prove
I own nothing of value.

When he seems unmoved
I decide to dig a tunnel
to a neighboring yard.
I seal the basement off
from the upstairs with
a brick wall. I dig hard
and in no time the tunnel
is done. Leaving my pick
and shovel below,

I come out in front of a house
and stand there too tired to
move or even speak, hoping
someone will help me.
I feel I’m being watched
and sometimes I hear
a man’s voice,
but nothing is done
and I have been waiting for days.

.
Il cunicolo

Un uomo sta fermo
davanti a casa mia
da giorni. Lo spio
dalla finestra del
salotto e la sera,
non riuscendo a prendere sonno,
con la torcia elettrica
illumino il prato.
È sempre lì.
Dopo un po’
socchiudo appena
la porta e gli ingiungo
di andarsene dal giardino.
Strizza gli occhi
e geme. Sbatto
la porta e mi precipito
in cucina, poi su
in camera, poi di nuovo giù.
Piango come una scolaretta
e faccio gesti osceni
alla finestra. Scrivo
messaggi enormi sul proposito
di suicidarmi e li espongo
in modo che li legga facilmente.
Distruggo gli arredi
del salotto per dimostrare
che non posseggo nulla di valore.
Lui resta impassibile
e allora decido di scavare un cunicolo
che sbocchi nel giardino del vicino.
Separo lo scantinato
dai piani superiori
con un muro di mattoni. Scavo
come un matto e il cunicolo
è subito finito. Lascio sotto
il piccone e la pala,
sbuco davanti a una casa
e resto lì troppo stanco
per muovermi o parlare, sperando
che qualcuno mi aiuti.
So di essere osservato
e a tratti sento
la voce di un uomo,
ma non succede niente
e sono giorni che aspetto.
da “Dormendo con un occhio aperto”

(1964)

Mark Strand

Mark Strand

From the Long Sad Party
from “The Late Hour”

Someone was saying
something about shadows covering the field, about
how things pass, how one sleeps towards morning
and the morning goes.

Someone was saying
how the wind dies down but comes back,
how shells are the coffins of wind
but the weather continues.

It was a long night
and someone said something about the moon shedding its
white
on the cold field, that there was nothing ahead
but more of the same.

Someone mentioned
a city she had been in before the war, a room with two
candles
against a wall, someone dancing, someone watching.
We begin to believe

the night would not end.
Someone was saying the music was over and no one had
noticed.
Then someone said something about the planets, about the
stars,
how small they were, how far away.

 

Dal lungo party triste
da “The Late Hour”

Qualcuno stava dicendo
qualcosa riguardo ombre che coprono il campo, riguardo
lo scorrere dell’esistenza, di come ci si addormenti verso il mattino
ed il mattino passi.

Qualcuno stava dicendo
di come il vento muoia ma poi ritorni,
di come le conchiglie siano le bare del vento
ma il tempo continui.

Era una lunga notte
e qualcuno disse qualcosa riguardo a come la luna perdeva il suo
bianco
sul freddo campo, come non ci fosse nulla davanti a noi
oltre le solite cose.

Qualcuno menzionò
una citta in cui era stata prima della guerra, una stanza con due
candele
contro un muro, qualcuno che danzava, qualcuno che guardava.
Cominciamo a credere

che la notte non avrebbe avuto termine.
Qualcuno stava dicendo che la musica era finita e nessuno
se n’era accorto.
Allora qualcuno disse qualcosa riguardo i pianeti, riguardo le
stelle,
di quanto fossero piccole, quanto fossero lontane.

Mark Strand

Mark Strand

Keeping Things Whole
from “Sleeping with one eye open”

In a field
I am the absence
of field.
This is
always the case.
Wherever I am
I am what is missing.

When I walk
I part the air
and always
the air moves in
to fill the spaces
where my body’s been.

We all have reasons
for moving.
I move
to keep things whole.

Tenendo le cose assieme

da “Sleeping with one eye open”

In un campo
io sono l’assenza
di campo.
Questo è
sempre opportuno.
Dovunque sono
io sono ciò che manca.

Quando cammino
divido l’aria
e sempre
l’aria si fa avanti
per riempire gli spazi
che il mio corpo occupava.

Tutti abbiamo delle ragioni
per muoverci
io mi muovo
per tenere assieme le cose.

Mark Strand

Mark Strand

 

 

 

 

 

 

 

What it was
from “Blizzard of one”

I

It was impossible to imagine, impossible
Not to imagine; the blueness of it, the shadow it cast,
Falling downward, filling the dark with the chill of itself,
The cold of it falling out of itself, out of whatever idea
Of itself it described as it fell; a something, a smallness,
A dot, a speck, a speck within a speck, an endless depth
Of smallness; a song, but less than a song, something drowning
Into itself, something going, a flood of sound, but less
Than a sound; the last of it, the blank of it,
The tender small blank of it filling its echo, and falling,
And rising unnoticed, and falling again, and always thus,
And always because, and only because, once having been, it was…

II

It was the beginning of a chair;
It was the gray couch; it was the walls,
The garden, the gravel road; it was the way
The ruined moonlight fell across her hair.
It was that, and it was more. It was the wind that tore
At the trees; it was the fuss and clutter of clouds, the shore
Littered with stars. It was the hour which seemed to say
That if you knew what time it really was, you would not
Ask for anything again. It was that. It was certainly that.
It was also what never happened – a moment so full
That when it went, as it had to, no grief was large enough
To contain it. It was the room that appeared unchanged
After so many years. It was that. It was the hat
She’d forgotten to take, the pen she left on the table.
It was the sun on my hand. It was the sun’s heat. It was the way
I sat, the way I waited for hours, for days. It was that. Just that.

Cos’era da “Blizzard of one”

I
Era impossibile da immaginare, impossibile
da non immaginare; il suo azzurro, l’ombra che proiettava,
che cadeva a riempire l’oscurità del proprio freddo,
il suo freddo che cadeva fuori di sé, fuori di qualsiasi idea
di sé descrivesse nel cadere; un qualcosa, una minuzia,
una macchia, un punto, un punto entro un punto, un abisso infinito
di minuzia; una canzone, ma meno di una canzone, qualcosa che
affoga in sé, qualcosa che va, un’alluvione di suono, ma meno
di un suono; la sua fine, il suo vuoto,
il suo vuoto tenero, piccolo che colma la sua eco, e cade,
e si alza, inavvertito, e cade ancora, e così sempre,
e sempre perché, e solo perché, una volta essendo stato, era…

II
Era l’inizio di una sedia;
era il divano grigio; era i muri,
il giardino, la strada di ghiaia; era il modo in cui
i ruderi di luna le crollavano sui capelli.
Era quello, ed era più di quello; era il vento che sbranava
gli alberi; era la congerie confusa di nubi, la bava
di stelle sulla riva. Era l’ora che pareva dire
che se sapevi in che punto esatto del tempo si era, non avresti
mai più chiesto nulla. Era quello. Senz’altro era quello.
Era anche l’evento mai avvenuto – un momento tanto pieno
che quando se ne andò, come doveva, nessun dolore era tanto grande
da contenerlo. Era la stanza che sembrava immutata
dopo così tanti anni. Era quello. Era il cappello
che s’era dimenticata, la penna lasciata sul tavolo da lei.
Era il sole sulla mia mano. Era il caldo del sole. Era come
sedevo, come attendevo per ore, giorni. Era quello. Solo quello.

mark strand quote

 

 

 

 

 

Black sea
from “Man and camel”

One clear night while the others slept, I climbed
the stairs to the roof of the house and under a sky
strewn with stars I gazed at the sea, at the spread of it,
the rolling crests of it raked by the wind, becoming
like bits of lace tossed in the air. I stood in the long
whispering night, waiting for something, a sign, the approach
of a distant light, and I imagined you coming closer,
the dark waves of your hair mingling with the sea,
and the dark became desire, and desire the arriving light.
The nearness, the momentary warmth of you as I stood
on that lonely height watching the slow swells of the sea
break on the shore and turn briefly into glass and disappear…
Why did I believe you would come out of nowhere? Why with all
that the world offers would you come only because I was here?

 

Mare nero
da “Man and camel”

Una notte chiara, mentre gli altri dormivano, ho salito
le scale fino al tetto della casa e sotto un cielo
fitto di stelle ho scrutato il mare, la sua distesa,
il moto delle sue creste spazzate dal vento, divenire
come pezzi di trina gettati in aria. Sono rimasto nella lunga
notte piena di sussurri, aspettando qualcosa, un segno, l’avvicinarsi
di una luce lontana, e ho immaginato che tu venivi vicino,
le onde scure dei tuoi capelli mescolarsi col mare,
e l’oscurità è divenuta desiderio, e desiderio la luce che approssimava.
La vicinanza, il calore momentaneo di te mentre rimanevo
su quell’altezza solitaria guardando il lento gonfiarsi del mare
rompersi sulla riva e in breve mutare in vetro e scomparire…
Perché ho creduto che saresti venuta uscita dal nulla? Perché con tutto
quello che il mondo offre saresti venuta solo perché io ero qui?

 

Mark Strand

Mark Strand

 

 

 

 

 

 

 

The Remains
from “Darker”

I empty myself of the names of others. I empty my pockets.
I empty my shoes and leave them beside the road.
At night I turn back the clocks;
I open the family album and look at myself as a boy.

What good does it do? The hours have done their job.
I say my own name. I say goodbye.
The words follow each other downwind.
I love my wife but send her away.

My parents rise out of their thrones
into the milky rooms of clouds. How can I sing?
Time tells me what I am. I change and I am the same.
I empty myself of my life and my life remains.

Ciò che resta

Mi svuoto del nome degli altri. Mi svuoto le tasche.
Mi svuoto le scarpe e le lascio sul ciglio della strada.
Di notte metto indietro gli orologi;
apro l’album di famiglia e mi guardo bambino.

A che giova? Le ore hanno fatto il loro dovere.
Dico il mio nome. Dico addio.
Le parole si inseguono nel vento.
Amo mia moglie ma la caccio.

I miei genitori si alzano dai troni
nelle stanze delle nuvole. Come posso cantare?
Il tempo mi dice ciò che sono. Cambio e resto lo stesso.
Mi svuoto della mia vita e rimane la mia vita.

Mark Strand

A piece of the storm

from “Blizzard of one”

From the shadow of domes in the city of domes,
A snowflake, a blizzard of one, weightless, entered your room
And made its way to the arm of the chair where you, looking up
From your book, saw it the moment it landed. That’s all
There was to it. No more than a solemn waking
To brevity, to the lifting and falling away of attention, swiftly,
A time between times, a flowerless funeral.
No more than that
Except for the feeling that this piece of the storm,
Which turned into nothing before your eyes, would come back,
That someone years hence, sitting as you are now, might say:
It’s time. The air is ready. The sky has an opening.

Frammento di tempesta

Dall’ombra delle cupole nella città delle cupole,
un fiocco di neve, tormenta al singolare, implacabile,
è entrato nella tua stanza e si è fatto strada fino al bracciolo
della poltrona dove tu, alzando lo sguardo
dal libro l’hai scorto nel’attimo in cui si posava. Tutto qui.
Niente altro che un solenne svegliarsi
alla brevità, al sollevarsi e al cadere dell’attenzione, rapido,
un tempo tra tempi, funerale senza fiori. niente altro
se non per la sensazione che questo frammento di tempesta,
fattosi niente sotto i tuoi occhi, possa ornare,
che qualcuno tra anni e anni, seduta come adesso sei tu, possa dire:
«È ora. L’aria è pronta. C’è uno spiraglio nel cielo».

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LA POESIA METAFISICA – De profundis o madre – di Giuseppe Pedota da Equazione dell’infinito (1996) Commento di Giuseppe Elio Ligotti a cura di Giorgio Linguaglossa

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opera di Giuseppe Pedota, ciclo dei pianeti spenti, anni Novanta

 Giuseppe Pedota (Genzano di Lucania – Pt – 26.01.1933 – Cremona 15.05.2010). Dall’età di cinque anni compie studi musicali quindi, studi medi, ginnasiali e classici a Potenza tra i gesuiti. Dà concerti d’organo e pianoforte. Di formazione laica, instaura legami con Carlo Levi, Rocco Scotellaro, Vito Riviello, Orazio Gavioli, Lucio Tufano e riunisce il meglio dell’ intellighenzia lucana di allora proponendo un inedito ed importante centro di dibattito politico e culturale.  Si lega a Crippa, Fontana, Kodra, Buzzati, Vittorini, Roversi.. Per reazione a certi modi e mode d’arte si dedica per motivi di lavoro soprattutto all’architettura, al design, alla pubblicità e scenografie. Tra i lavori degli anni ’60, la commissione per gli interni dell’hotel “due Foscari” di Busseto; gli interni totali del cinema Vittoria di Crema. Alcuni progetti, come la villa Kesten a Ginevra, sono considerati esempi ante litteram di bioarchitettura.

Giuseppe Pedota, ciclo dei pianeti spenti, anni Novanta

 A Cremona, mostra personale con interventi di Elda Fezzi (1965). A Roma, mostra personale di pittura e scultura con catalogo titolato dai curatori ”Pittura sovvertitrice, Pittura dell’inconscio, con testi di Fiammetta Selva, Vito Riviello, Ernst Zeisler, Sebastiano Carta con una poesia dedicata (1968). A Matera, personale alla “Scaletta” con presentazione di Franco Palumbo (1970).

Giuseppe Pedota che fuma foto anni Settanta

Giuseppe Pedota che fuma foto anni Settanta

In un’asta di maestri contemporanei a Milano, viene per la prima volta quotato a livello internazionale (1970). È invitato a Palermo dove allestisce una mostra personale di pittura e scultura alla “Trinacria” (1972). Il catalogo è di Ugo Moretti con testi dello stesso, mentre alla vernice interviene con una prolusione Leonardo Sciascia. Testi critici sui maggiori quotidiani, reti TV-Rai3. Nella primavera del ’73 è chiamato a dirigere “Trinacria” dove allestisce, tra le altre, un’importante antologica al suo amico Tot. Segue poi quest’ultimo, titolare di seminari di scultura in campus universitari, durante un iter americano. Visita a New York i più importanti studi di artisti americani (Robert Kleinman, N.Y. “Tormentingly poetic”, 1974). È invitato a numerose mostre nelle maggiori città europee.

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Giuseppe Pedota nudo femminile, anni Novanta

 Dal ’95 è redattore e art director della rivista di letteratura “Poiesis”. Giorgio Linguaglossa presenta le poesie di Giuseppe Pedota nel numero sette di “Poiesis” (settembre ’95); nel medesimo numero Pedota firma il “Manifesto della Nuova Poesia Metafisica”. 1996, pubblica il poema Equazione dell’infinito per i tipi “Scettro del Re” – Roma. Nel 1999, pubblica il poema “Einstein, i vincoli dello spazio” con prefazione di Luigi Reina. Nel 2009, esposizione a Roma presso la Domus Talenti. Nel 2005 esce il numero speciale di «Poiesis» (32) con il titolo Acronico comprendente tutte le poesie di Pedota.

 *

Il verso di Giuseppe Pedota, fin dal suo primo germinarsi, soddisfa l’affermazione per cui la poesia non è vaga, non meglio definita ispirazione, è bensì, esattamente, folgorazione da contrasto: pietra focaia degli opposti, sistema di equivalenze tanto calibrate quanto drammatiche, limite grafico dell’illimite per un impossibile pareggio delle sorti. È, in definitiva, quell’equazione dell’infinito che è poi lo sfolgorante titolo sidereo della nostra silloge ed è pure, per così dire, lo zoccolo duro tematico dei paragrafi di cui si compone.

Giuseppe Pedota foto anni Settanta

Giuseppe Pedota foto anni Settanta

 Ed è dunque l’unico luogo, la poesia, in cui si possa tentare di conciliare l’inconciliabile: le tre facce della storia, il desiderio e la realtà, l’aristocrazia del pensiero e la sua irrealizzabilità, la relatività della vita e della morte. Tutti temi e motivi che caratterizzano la poesia di Pedota, che anzi la esaltano fino ad essere risaltati. “…io siedo al crocevia del tempo”  – dice il poeta –  “spietato dono per il nostro limite.” E ancora, in una lirica dedicata alla Lucania delle origini, parla di “sogno di remote/civiltà stellari…la mia Lucania è un’Itaca/ di tutte le ombre/ che mi crearono la luce.” Dove mi pare evidente la visione orfica e metamorfica delle cose della terra e dell’uomo. Orfismo che è parametro e paradigma dell’eterno. L’orfico Pedota, il pitagorico Pedota, ci ricorda che il tempo è ritmicità, rotazione e ciclicità: è la teoria dell’eterno ritorno di Nietzsche: teoria portatrice sì di fatalità, ma anche di serenità cosmica, per cui l’uomo la terra le cose sono viste  dall’alto,  al di sopra del tempo:  afferma, il poeta: “sarà solo un abbaglio/ una cifra che ho inciso nel mio seme/ disincarnato e immemore/ di questi miei silenzi a darvi il segno/ forse d’amarmi anche non capendo/ mi basterà questo amore mai detto/ a risalire dalle mie vertigini/e inondarmi di stelle.”

giuseppe pedota al pianoforte 2009

giuseppe pedota al pianoforte 2009

 Alla funzionalità di un tale processo orfico-metamorfico, destinato al sottile succo dell’ebbrezza della metempsicosi, contribuiscono le più impensate contaminazioni, gli accostamenti mitopoietici più audaci, le plasmabilità della creta compositiva: fino ad estrarne figurazioni ed immagini nuove, miste ed icastiche: l’esito è d’uno splendido ibridismo delle forme. Ecco allora il “seme del tuo pube di seta/ innalzato a ostensorio/ il tuo ventremuschio rovesciato /in filigranavene di luce/ per i figli che nasceranno/nei silenzi dei nuovi pianeti.” E poi: “l’autoritratto è un efebo/per i languori di saffo ed i corrucci di michelangelo.” Ora è l’androgino: “ha mani di rebus intrico di spazi/ha il tuo culo di gioia irrispettabile/che spiega i paradossi/della gravitazione oscillante.” Ora appare “l’amico cogitans/ maitre à penser della contrada/fons bandusiae” il quale “vede Orazio scendere dai fianchi/d’una lucida mula di massari.”     Ecco   poi riaffiorare le figure torbide  e  insanate  del Mito greco:  da Medea a Edipo, da Elena alle Arpie, al Minotauro: “antropofaghi sputi del peccato.” E il corpo di chi quei miti ha sempre vissuto, “il mio corpo di giunco vecchio/ attraversato da meteore.” Infine, l’epifania d’un “gigante guerriero/ venuto ad inseminare la mente/ d’un branco di scimmie prensili.”

ritratto femminile di Giuseppe Pedota inizi anni Settanta

ritratto femminile di Giuseppe Pedota inizi anni Settanta

 E mi si passi questa serie di estrapolazioni necessariamente riduttiva, ma non accidentale, atta com’è a dimostrare che, in definitiva, la dimensione spazio-temporale, anzi spazio-atemporale, in cui muove la poesia di Pedota è quella del simbolismo, per meglio dire: d’un neosimbolismo e contenutistico e formale. La concezione orfica di cui s’è detto  – e che niente concede a forme di epigonismo di maniera –  ha al centro l’evocazione, la necessità cioè di fermare nel moto ciclico dell’eterno ritorno, nuove sembianze e nuove prospettive: ma perché ciò sia possibile, perché cioè lo spessore della suggestione sia colto nella sua forma più elevata e più astratta, s’impone un uso prepotentemente connotativo della parola, un supplemento di immagini, al di la del valore semantico-lessicale suo proprio, sia sul piano analogico sia su quello fonico e, soprattutto, cromatico. Questo è un punto focale. Il maestro di pittura Pedota fa del cromatismo verbale uno degli elementi fondamentali del suo metabolismo metamorfico. Il pittore poiètes inventa, attizza, metaforizza e rassembla: in lui è vivissimo il gusto della sciarada come neologismo: termini come “orosalmastro, ambraviola, ditapiume, falloseme, ventremuschio” hanno una loro autonomia plurisensoriale, venendo a soddisfare, fra l’altro, la sintesi di quel processo di sinestesia (per cui un senso s’innesta nell’altro) che è uno dei cardini della costruzione simbolista.

Giuseppe Pedota anni Novanta

Giuseppe Pedota anni Novanta

 In Pedota tutto è pulsione, ricerca e distinzione: tutto è, grecamente, istorìa: indagine, visione, esplorazione oltre i limiti del sensibile e del visibile: pur all’interno d’un disegno formale che non esula dalla filigrana della tradizione: basti considerare l’unità di base metrico-ritmica che resta pur sempre l’endecasillabo, ma si tratta d’una levigatezza, d’una morbidità accesa, stupita di sé e di un mondo e di un tempo che non hanno confini, solo avvicendamento di “più futuri/innumerabili… dove l’alfa si tocca con l’omega.”

In questo contesto, l’endecasillabo espanso in enjambement, l’isolamento della parola, l’andamento ossimorico teso a saldare gli opposti, giocano un ruolo basilare, direi cardinale, giacchè il moto che prevale è quello dell’altitudine o, se preferite, della perlustrazione delle profondità, ora stellari interplanetarie siderali, ora terrestri ctonie magmatiche. N’è collante, ripeto, il cromatismo verbale: punto di congiunzione e sutura fra, ad esempio, il Sud della Lucania, il sud lucano, e una stella antelucana (la radice è sempre quella: lux, lucis), un pianeta “dai solo blu”, dove, attenzione alla fulminazione michelangiolesca, “dove/ un laser di pensiero/è una nostra vita di parole.” La scommessa è rischiosa, lo sappiamo, ma l’esito è non di rado sorprendente. La poesia di Pedota è un quasar di sorprese. Inventa soluzioni o riscopre movimenti di una bellezza assurda totale esaustiva. Si legga l’ungarettiana “Mater”, un respiro purissimo della memoria e della pietas, in cui la contrapposizione è il saldo di due esistenze: un saldo risaltato, reso altorilievo da uno splendido chiarismo: i “sublimi fallimenti”del figlio, cui si contrappongono le “fedi ostinate”della madre.

C’è infine un aspetto di questa poesia che non va trascurato. Ed è la vis polemica, il propellente morale, l’ethos, a proposito di ciò che la poesia e il mondo delle lettere non dovrebbero, anzi non devono essere. La critica allora diviene sferzante: “se ne andranno i servi che si dimisero/ dalla categoria dell’uomo… chi imprigionò i poeti/ chi non volle vedere l’invisibile”. Orfismo, dunque, è anche immanenza, necessità di fare i conti con la storia, con le sue brutture, con le sue deviazioni. E nulla pare offenda    più    Pedota     dell’andazzo    corrente    del decadimento culturale degli ultimi decenni. Ancora una volta il vero artista, e Pedota è un vero artista, dà per implicito il rischio dell’impresa, dove impresa e rischio codificano la necessità di una nuova arte, comunque elitaria. Il poeta questo lo sa, ad altri il compito di affrancarsi, di leggere, d’inchiodare al loro vero bassissimo rango i falsi poeti e i falsi profeti.

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Giuseppe Pedota L’universo acronico, anni Novanta

 Pedota è un iniziatore di avventure, di nuove stagioni e viaggi, di ricognizioni nei buchi misterici del tempo: è un iniziato del cosmo, non meno che della zolla e del sangue. Né forse è un caso che l’anagramma di PEDOTA è ADEPTO o, ad essere più sottili, togliendo da ADEPTO la “D” di Delirio, resta AEPTO, il cui anagramma, guarda caso, è POETA. Ora, chi crede a queste numerologie combinatorie, resti soddisfatto, chi non ci crede, sia quanto meno incuriosito o presti attenzione e riguardo alla preziosità di un’opera come Equazione dell’infinito. Un’opera che si ascrive a pieno titolo (ed è un titolo esteticamente vertiginoso), si badi bene, non nel presente, un presente ancora malversato e nebuloso, ma nel futuro, nel futuro prossimo, quello costruito dall’istorìa del verso.

(Giuseppe Elio Ligotti)

 

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Giuseppe Pedota, L’universo acronico, ani Novanta

da Equazione dell’infinito, 1996

I campi dello splendore

I

De profundis o madre l’inesausta
chiara tristezza e queste lunghe lune
ti chiamano e le stanze luminose
ancora mi posseggono all’incanto
delle verdi stagioni della luce

sono tornato dall’illimite
per la felicità di nascermi da un sogno
tuo acerbo di granoverdemaggio

Lucania lucis l’eden tra la torre
normanna di Tricarico e le selve
di lupi che odoravano di neve

e falchi neri le ali di rugiada
inseminati da sapienza i venti
grand’inventori di storie e di sciarade
sulle flotte ulissiache dei sogni

e l’avida di spazi
Genzano emersa da abissali
valloni ebbri d’aglianico e di risa
scenografia arrogante per attori
cattivi contro il cielo come solo
sanno esserlo per genìe segrete
le progenie di Orazio e di Pitagora

matematica e mistica lubrica e libertà
crudele sole nostre ospiti

II

e ancora andiamo per queste strade di vento
con un frullo di stelle tra le ciglia

Lucania lucis come allora andiamo
quando ancora sottile nel tuo ventre
sentivo raggrumarsi i vaticini
delle imminenti apocalissi e glorie

ma è sublime vertigine del tempo
il grande gioco
di frantumarci nell’oblio di ciò che fummo
e che saremo

e fu storia mai sazia
di coincidenti epifanie
nascere l’anno della croce uncina
che provava i suoi artigli d’acefalia deforme
devastando i colori ed il cuore di Klee

e per quali segnali d’elezione
egli mi rese la sua scienza
di render l’invisibile visibile?

III

quali segni esaltanti e disperanti
protessero da intrighi
la mia stupefazione a menti aliene

perché annulla i dies irae della storia
il sonno d’un bambino

perché si aprivano le vene
di dèmoni e sibille e di profeti
tra le dita
di Michelagnolo che urlava
al suo papa i crediti mancati
dei lapislazzuli sistini

per quali segni
a pretesto di fame si compose
Amadeus il suo Requiem

e può un blu-viola distico
disperare all’abiura d’un amore?

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Giuseppe Pedota Panorama di pianeta spento, anni Novanta

IV

ed ora che traslata la tua forma
e lunare innocenza
hai superato l’ultimo confino
dove hai scienza del nostro paradosso

sai perché le cento teste dell’idra
furie dell’ombra attraversarono
il grande enigma delle nostre vite
e del mondo

perché dopo l’abbaglio delirante
di più soli immortali
in un’alba porgesti a me il sudario
del fratello
con lo stupore di tutte le madri
cui in quel tempo rovente in un crogiolo
di fumo si strapparono quaranta
milioni di figli

ora tu sai perché sedevo sempre
su orli d’universo e ad ogni balzo
non s’esauriva ancora la mia sete
e ancora… e ancora

V

e poi ti raccontai gli occhi di Luis
d’arcobaleno sceso nei recessi
degli oceani e dei vuoti siderali

occhi che soli hanno percorso
il mio stellare labirinto

ti raccontavo i viaggi da mutante
tra città dagli acùmini di diaspro
non abitate
ma impregnate da abitatori-luce

con scale che salivano a volute
arditissime al nulla interrompendosi

come accade
ai percorsi-pensiero degli umani quando
dopo gli arditi giri del troppo chiedersi
sperdendosi sull’improvviso balzo
della rarefazione d’assoluto
dell’acuto abbisognano d’un volo

VI

de profundis ti chiama questa chiara
tristezza e già un disincarnato alto
canto mi porta ai nostri
campi dello splendore

le mie ali si chiusero a uno spazio
d’attesa appena
stanche

creature ho amato senza le radici
che il dolore esorcizzano
con incensi d’abiura
alla vita e gioie
d’atarassia

ancora molte teste di quell’idra
miti d’alterità aberrante
a intelligere nostro evolutivo

VII

per quei lampi comete-apparizioni
che danno il senso e il conto
di viverci fluttuati dalle stelle

per quei percorsi curvi d’occhi chiari
levitanti alle estreme
regioni della mente

e all’immisura
delle nostre stagioni capovolte
nell’incommensurabile

questo è il dono maturo delle nostre
storie che finalmente
coincidono elidendosi in un punto
essenziale

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Giuseppe Pedota, stella segreta, anni Novanta

 

 

 

 

 

stella segreta

o mia stella segreta come l’ombra
dell’altra luna
se le finzioni del cuore preservassero
dalle comete amare
io tramerei un bozzolo di luce
per incontaminarti
e appannerei il mio specchio con un alito
di senno

ma il mio riflesso è un tempo
che si diverge in più futuri
innumerabili

le ragioni segrete
che dipanarono i tortuosi
sentieri del minotauro
assaltano il mio labirinto
dove l’alfa si tocca con l’omega

 

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POESIE SCELTE da “Lezione all’aperto” di Alfonso Berardinelli (1978) Commento di Sandra Petrignani e una intervista ad Alfonso Berardinelli del 1979

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alfonso berardinelli

Quando Alfonso Berardinelli, critico e saggista tra i più noti, scriveva poesia, in questo caso intorno agli anni 70, un poeta quindi giovane di cui Marco Forti, in una nota del ’78, scriveva: “Non c’è dubbio che l’interscambio fra il critico e il poeta nel trentacinquenne Berardinelli sia molto forte. La sua poesia si trova a nascere nel punto di un complesso e personale incontro fra un attento adeguamento critico e culturale-generazionale del suo autore, la sua presa di coscienza non soltanto letteraria di un complesso tempo di transizione, e la capacità del poeta di coglierne una metafora subito matura, in forme chiuse e programmaticamente non periture. (…) La sua poesia — almeno a quanto noi la conosciamo — ha cominciato a formarsi e aggregarsi dopo la rottura «novissima» dei primi anni ’60, dalla quale il nostro autore si è subito staccato mostrando il bisogno di operare al livello di una scrittura che egli vuole personale, nutrita culturalmente, di un discorso che si vuole funzionale e esatto, e non mai semplicemente ideologico o illustrativo di un messaggio troppo scoperto e non sufficientemente elaborato. La poesia di Berardinelli, infatti, stabilite le sue distanze dal linguaggio di crisi novecentesca della prima metà del secolo, o anche da quello più immediatamente prossimo delle neoavanguardie, sembra semmai ricollegarsi al rigorismo etico e  all’allegorismo dei Vociani, riconquistati tramite la gnomica e la pedagogia in verso di Fortini e la sperimentazione non solo verbale-letteraria degli scrittori di « Officina », fino a trovare e configurare, nella realtà di oggi, un suo universo deietto, massificato e come congelato nel tardo capitalismo, di fronte a cui chi scrive ha una presa di coscienza politica, che somiglia, peraltro, molto anche a una lotta espressiva, e a un agone mistico religioso.(…)”.

alfonso berardinelliAl di là delle parole di Forti, che lo stesso successivo lavoro critico e polemico di Berardinelli datano inequivocabilmente, è interessante gettare uno sguardo sulla scrittura poetica di quegli anni del nostro. E cercare di immaginare che cosa scriverebbe del Berardinelli poeta di allora il Berardinelli critico di oggi.

Sandra Petrignani (Il Messaggero”, s.d. ma estate 1979)

 alfonso berardinelli 4Presentato nell’Almanacco dello Specchio del ’78 da Marco Forti come «scrittore vivacemente controcorrente» Alfonso Berardinelli ha ora pubblicato il suo primo volume di poesia, Lezione all’aperto, con Mondadori. Il suo nome è già noto nel campo della scrittura critica per una monografia su Franco Fortini del ’73 [Alfonso Berardinelli, “Franco Fortini”, Il Castoro-La Nuova Italia, n. 78, giugno 1973, pp. 177, L. 2.000 gdc, già allora “seguiva”… Franco Fortini…] e per aver curato, insieme a Franco Cordelli, un’antologia di giovani poeti, Il pubblico della poesia, nel ’75 [Alfonso Berardinelli, Franco Cordelli, “Il pubblico della poesia”, Lerici, Cosenza, pp. 307, L. 4.500. A. Berardinelli firmava l’introduzione, Effetti di deriva, pp. 7-29, F. Cordelli lo schedario, pp. 279-307 gdc], in cui per la prima volta si dava una sistemazione alla generazione poetica del periodo immediatamente successivo agli anni della neo-avanguardia.
La «lezione» che ora Berardinelli dà con il suo libro è quella di un verso costruito direttamente sul reale, contro la «letterarietà», per la contaminazione col grande testo della vita, che nella metafora biblica è quello della natura. «Scruta l’occhio della scimmia», «Guarda il sonno dei cani», «Prova a guardare, a vedere. / Smetti di leggere: guarda!», così suonano i suoi versi, semplicemente dichiarativi, spesso durissimi, gelati e raggelanti nella loro perentorietà. Controcorrente, quindi, come chi oggi riesce in tanto disseminarsi e non-essere di altri poeti ad affermare un io-positivo, anche se assente e tutto concentrato in uno sguardo. E lo sguardo è da una parte innocente (è il bambino che «guarda» che scopre le cose per la prima volta), ma anche sacralmente onnisciente (chi se non il Poeta è in grado di «vedere» e perciò di «rivelare»?).
Vecchia tecnica dell’arte lo straniamento sorregge tutta la costruzione poetica di Berardinelli; il suo è un occhio moderno, un teleobiettivo, capace di ingrandire mille volte l’oggetto, di sorprenderlo e isolarlo da lontano, d’avvicinarlo tanto da coglierne il particolare, la venatura, la ruga, il poro («Dove vanno le sue cancellabili / macchie, i suoi pori?…»).
Ma in tanto osservare e sezionare l’oggetto ci si dimentica del soggetto, che rimane prudentemente acquattato, nascosto nel luogo privilegiato di chi guarda senza farsi guardare. Berardinelli assomiglia, naturalmente, ai suoi versi. Parla guardando un punto lontano, distante. Sfugge al registratore, preferendo affidare le sue risposte alla pagina scritta. É un poeta preciso, pignolo, che non rivela i suoi sogni e che non dimentica di essere anche un professore (insegna Storia della Critica Letteraria all’Università di Calabria).

alfonso berardinelli

alfonso berardinelli

– Cosa è cambiato dal «Pubblico della poesia» a oggi nel panorama poetico italiano?

«Molte delle cose scritte allora sono diventate oggi luoghi comuni, però le intuizioni fondamentali si sono dimostrate giuste. La deriva, lo smembramento hanno finito per occupare l’intero decennio ’70. Compivamo l’esplorazione di un continente sommerso e non era facile formulare ipotesi chiare e univoche per il futuro. Tuttora se si dovesse fare un consuntivo della letteratura italiana del decennio ci si troverebbe di fronte una materia molto fluida, caotica, spesso inafferrabile. Insomma niente in comune con i due o tre decenni immediatamente precedenti. La perdita d’identità dei giovani scrittori e la labilità dei confini del cosiddetto spazio letterario mi sembrano perduranti».

– Il processo di dissoluzione della figura dell’autore che ipotizzavi quattro anni fa sembra oggi non avere riscontro nel successo di pubblico che hanno le letture pubbliche di poesia. Si può dunque credere che quell’amputata circolarità scrivente-scritore si sia ora ricostruita?

«Assolutamente no. L’autore continua a non essere riconosciuto dal nuovo pubblico: incontra agressività, sordità, diffidenza. Ma forse proprio per questo i giovani autori relativamente affermati hanno cominciato a darsi un gran da fare, temono di perdere la loro buona occasione, hanno paura che passino troppi anni senza che intorno a loro si sia stabilito il loro ruolo, la loro immagine sociale. Il fatto è che non può obiettivamente stabilirsi. Perché un autore, una generazione di autori, indipendentemente dalla qualità di quello che scrive, abbia un’identità storica, uno spazio, un riconoscimento, è necessario che la società  stabilizzi la propria figura complessiva, organizzi con un minimo di stabilità i propri ambiti e settori di attività e di vita, proietti di fronte a sé una qualche prospettiva. Tutto questo in Italia non avviene».

alfonso berardinelli 3 Non ti sembra che la tendenza a «teatralizzare» la poesia, la tendenza del poeta ad affrontare fisicamente il pubblico risponda a un preciso progetto,«democratico», di diffusione della poesia, una sorta di promozione pubblicitaria?

«Sì, ma non la condivido, perché non serve che alla moltiplicazione giornalistico-mitologica di quello che è avvenuto, rito di puro cannibalismo. Né la poesia si è venduta di più perché le platee erano affollate: i piccoli editori lo sanno bene. Tra bassa mitologia e distruttività molte delle manifestazioni poetiche di impianto grosso modo teatrale si fondano sul presupposto che la presenza e il gesto sono tutto, la lettura e il testo nulla. Ma il testo poetico, lo si voglia o no, è costruito in modo da richiedere per sé una focalizzazione, un supplemento speciale di attenzione. Certo questa può essere considerata, rispetto a altri tipi di discorso, una bella pretesa antidemocratica…».

– Niente più letture pubbliche allora…?

«Non dico questo. Ma si deve garantire alla lettura lo stesso grado di concentrazione adeguata alla concentrazione di senso presente in quello che si legge o si ascolta. Perché scrivere poesia se non per dare densità a messaggi non rapidamente usurabili e consumabili, se non per dare intensità e durata a quello che si dice, sfidando in qualche modo le distanze di spazio e tempo? Memoria, ripetizione, ritualità sono caratteristiche difficilmente sottraibili alla poesia».

alfonso berardinelli

alfonso berardinelli

– Parliamo un attimo del tuo libro e delle tue tendenze poetiche

«Lezione all’aperto» è per me il libro di un decennio, il ’68-’78, con molte cose che questo decennio implicava. Le mie poesie le pensavo e scrivevo all’interno di un sistema culturale in cui la tradizione di quella che era la Nuova Sinistra aveva un peso più che rilevante, un peso fondamentale… Insomma io a vent’anni ho preso terribilmente sul serio le cose che a proposito della letteratura dicevano Fortini, Asor Rosa, Enzensberger con tutte le implicazioni e i precedenti: da Brecht a Lu Xun a Adorno. Insomma una tendenza è quella della concentrazione e riduzione all’osso, ma accanto a una tendenza del tutto opposta: quella della descrizione, dell’accumulo, dell’apertura enumerativa, perfino».

– Benn, Williams, Vallejo, Auden, Ponge i tuoi autori preferiti: ne dimentico qualcuno?

«Una mia recente scoperta, scoperta della sua grandezza, intendo dire, è Ingeborg Bachmann: qualcosa di eccezionale di cui mi sembra non ci si è resi del tutto conto. La Bachmann è in assoluto uno dei massimi poeti del ’900».

La grande bellezza di Paolo Sorrentino Tony Servillo in una scena

La grande bellezza di Paolo Sorrentino Tony Servillo in una scena

Odio Roma e la Dolce Vita di Alfonso Berardinelli

Uscito sul Foglio

Che cos’è Roma? Ci sono nato, da genitori nati a Roma, e sono cresciuto a Testaccio. Ma non ho mai capito cos’era questa città. Non mi è mai piaciuta, l’ho sempre rifiutata, da bambino mi sembrava che avesse un odore di sacrestia e di latrina. Ho studiato dai Salesiani fino a tredici anni, la vita personale dei preti mi incuriosiva, mi chiedevo in che cosa credevano loro, in che cosa dovevamo credere noi, se nella messa del mattino o nei film western e nei tornei di calcio con cui ci tenevano occupati di pomeriggio. Perfino con un gigante letterario come Gioachino Belli ho difficoltà. Mi piace leggerlo a voce alta a qualcuno, ma dopo la lettura mi sento letterariamente euforico e moralmente abbattuto. Posso essere fiero del fatto che Roma abbia prodotto un attore come Ettore Petrolini, ma sento che la sua comicità, la sua nausea di sé, è una scorante malattia che nessuno ha mai eliminato dall’aria di Roma. Perciò sopporto male i fanatici della bellezza di Roma, soprattutto se non sono romani. Li considero esteti e guardoni, ciechi alla tristezza, alla metafisica barbarie, al “delirio d’immobilità” che la città trasmette a chi ci nasce. Roma è un mito e un problema? O è semplicemente un luogo meraviglioso e irresistibile?

 la grande bellezza gambe-e-tacchi-a-spillo

 

da Lezione all’aperto

Smetti di leggere: guarda!
P. Celan

1
Ancora una primavera opaca
coperta da una nebbia verde
propizia come una macchia di foglie
affondata nel buio, carica, repellente.

Una schiuma di luce sotto la cute
astratta e rovente come un’ustione.

La suppurazione cieca dei biancospini
bianco su bianco, verde e grigio
appena un filo, un indizio
un’esuberanza, una nuvola.

Anche qui macchie di mandorli
file di nocciòli nella nebbia
biancastri, senza dolcezza
tra una stagione e l’altra, in dormiveglia.

.
2
Qui mucchi di sabbia, crepe.
Niente che suggerisca ricomposizioni.
Raramente una striscia di gelo.
Una costa assiderata.
Una cauta evenienza di vita.

Barriere di nuvole, schermi.
Conifere e licheni. Visibili così,
da qualunque lato, dovunque.

Una frana di foglie. Umidità, riflussi.
Rami di fibra dolce.
Appena foga di parole o altro.

Contrazioni e spasmi,
fenditure di ali e zampe,
sfinteri e pinne avviati alla fine.
Tutto ciò che l’apparenza risparmia.

«Qui non donna, né uomo, né fanciullo,
né uccello, né vespa, né cane,
né conca d’acqua, né fronda. »

alfonso berardinelli foto di dino ignani

alfonso berardinelli foto di dino ignani

3
Approssimazioni: rampicanti e piumini.
Sughera, carrubo, siliquastro,
vite vinifera, albero di Giuda.

L’arenaria rossa cementata
da ossido di ferro.
L’arenaria stratificata e conglomerata:
chi lo direbbe? una chioma rossa
pettinata da molte mani.

La graminacea ammofila:
spudorata, sfrontata, a fiocchi.

La graminacea piena di speranze prossime.
La graminacea accanto all’osso, cupa.

.
4
Scruta l’occhio della scimmia,
osserva il giallo quasi-umano,
il gesto pigro e svelto.

Ricorda il salto, il pelo grigio,
l’unghia nera e lunga,
l’inquieta e sospettosa calma.

La fronte è un’acuta lingua.
La coda è animata e tesa.
Il corpo è una molla equamente caricata da Dio.

Guarda il sonno dei cani,
il loro scuro giaciglio.
L’arcaico stile di vita che li governa.

L’occhio loro non ha ruotato
lungo tutti i perimetri.
La lìngua loro non immagina niente.

E tutto questo non è un travestimento.
Prova a guardare, a vedere.
Smetti di leggere: guarda!

La grande bellezza, immagine di Tony Servillo nei panni di Jep Gambardella

La grande bellezza, immagine di Tony Servillo nei panni di Jep Gambardella

5
Un giardino nella sfera del giorno.
Il pelo caldo del lama mansueto. La scimmia
alla catena. Ma, oh guarda

il mostruoso lungo pelo fulvo
dell’orango coricato dietro lo spesso vetro!
Guarda il fango nero in cui nuota e scava

il muso del cinghiale! L’odore asprigno
delle capre nomadi, il tapiro dalla gualdrappa,
il contegnoso volto del cammello caccoloso e sgonfio!

Qui il cervo non esibisce né usa il mistico rameggio.
La poiana medita e sdegna.
L’avvoltoio è un vecchio nobile sanguinario in pensione.

Solo la scimmia è abbastanza cinica da fregare
il padrone e il prossimo. Eppure urla e piange
come un neonato o un vecchio, oltre ogni ragione.

Bello è il ghepardo, e il giaguaro:
hanno freddo e odio dentro le lussuose pellicce,
tengono in serbo muscoli inutili per lottare

e vincere, navigano in sogno nei deserti di roccia
o di neve, a pesca e a caccia lungo steppe e fiumi montani.
Questo pasto di vermi non li appaga.

Ma voi,
fenicotteri rosa in sonno, miti bramini,
perché non lasciate la sporca pozza,

perché non volate all’improvviso a Dio?

.
6
È qui, è presente
con la faccia rugosa del suo legno.
Si concentra in tondi nodi,

stabilisce con sagacia il suo limite.
Si allunga senza esitare, mostra
per un momento il proprio essere in fuga.

Dove vanno le sue cancellabili
macchie, i suoi pori? Dove accade
la sua lenta maturazione di oggetto?

Il tornio ha lavorato le sue vertebre.
Senza muoversi aspira al soffitto,
si dispone in lungo e in largo

occupando uno spazio considerevole.
Ma fa dormire su di sé
altre fraterne cose.

Non scioglie i propri né gli altrui
confini. Tiene conto di processi e di
contraddizioni. Ha il suo occhio

e la sua volontà. Ha
la sua storia, ma anche il suo sonno.

.
7
Arrendevoli alberi e arbusti,
lucidi nella loro carta, ma dentro opachi.
Curvi e pendenti ma soddisfatti come sessi.

O mossi e protesi, a spigoli.
Ben collegati al tepore dei loro canali.
Di superfici erette e tese. Esplosi.

Eppure ben difesi dentro le maglie dure
del guscio. Si versano senza avarizia.
La luce che assorbono va lungo strali e arti.

Si macchiano di rosso, se necessario.
O escono dalla propria levigata pelle
in spine e foglie. Divisi. Si aggregano

e danno frutti o difese. Si gonfiano
in serbatoi di alimento e di sonno.
Piovono giù. Allontanano l’acqua dal sughero.

Organizzano dischi sovrapposti, eliche
dure. Bacche o pigre trombe. Pomi di folta luce.
Si negano e si mediano.

Crescono.

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POESIE SCELTE di Dylan Thomas La poesia negli anni ’40 in Gran Bretagna: Dylan Thomas (1914-1953) traduzione di Roberto Sanesi e nota introduttiva di Patrizia Pallotta

dylan thomas 1941

dylan thomas 1941

 L’aspetto più vistoso della poesia inglese degli anni quaranta lo si scopre agevolmente leggendo la poesia di Dylan Thomas (1914-953). Viaggiando sulla scia  dell’eredità che il grande Wystan Hugh Auden aveva lasciato, i poeti della generazione seguente come Robert Graves, Louis MacNeice e altri, svilupparono l’ideale iconoclastico della semplicità e del realismo per dare vita ad uno stile prettamente derivativo.

Dylan Thomas è stato il poeta più rappresentativo di questo periodo. Il poeta che rompe gli schemi. Nato a Swansea, nel Galles, Dylan Thomas abbandona presto gli studi formali per dedicarsi al giornalismo. Solo qualche anno dopo inizia a scrivere poesie. Nel 1943 diventa subito famoso con la prima raccolta  dal titolo Diciotto Poesie, dove lo scrittore- poeta riesce a fondere lo stile musicale e romantico con  i temi mistici della natura  e con quelli psicologici e sessuali.

Dylan Thomas

Dylan Thomas

A Londra, dove si trasferisce viene accolto come una vera e propria “celebrità” e dichiarato dagli amanti della poesia come “un profeta” coraggioso e realista insieme. Il “personaggio” Dylan Thomas è passato  alla storia letteraria come la figura del ribelle romantico, sebbene i suoi scritti fossero, talvolta, criticati aspramente. Fra i pregi maggiori  del poeta, si ricorda la reintroduzione della recitazione tradizionale delle poesie attraverso la lettura  orale dei componimenti nei caffè e nei cabarets. La realizzazione dei vari tour inizia in America. Egli stesso recita le sue liriche durante i readings, la sua voce suadente dal pieno accento gallese, ricca di espressioni e cadenze musicali, rendeva incisivo ogni verso, conferendogli una accentuata nota di teatralità .

Per Thomas il potere della natura costituisce l’unico aggancio fra passato e futuro, l’uomo era parte integrante di questo processo come un rito perpetuo e naturale, le sensazioni umane come speranza, paura, desideri sessuali convergono sempre alle forme e alle coerenze   attraverso  l’identificazione  con madre natura. La sua personale tecnica poetica non seguiva le regole tradizionali,cambiava la punteggiatura, inventava espressioni del genere : “un dolore fa” o “ mare succhiato” che scioccavano il lettore ma nel contempo riuscivano ad affascinare e ad essere trascinanti.

Dylan Thomas

Dylan Thomas

 Stilisticamente Dylan Thomas risente molto dalle tradizioni poetiche gallesi del 1600, avvalendosi di queste  che usò per la creazione dei versi, altro  motivo di proclamazione a “genio originale.” Il suono espresso dalle parole era parte integrante della sua poetica, era solito usare le tecniche dell’allitterazione e dell’anafora in modo sorprendente. L’abilità stilistica lo porta a creare  significati linguistici fuori da ogni schema  usuale e tipico di quel tempo. L’immaginazione per Thomas fu di estrema importanza, usava mischiare immagini di natura biblica, con quelle di origine freudiana.

dylan thomas

dylan thomas

 Nel poema “Fern Hill”, nome della fattoria dove la zia di Thomas viveva, il poeta adolescente si sentiva un principe e la sua sfrenata fantasia lo conduceva verso la voglia di libertà e la possibilità invincibile di giocare nei campi e di stare con gli animali. Il contatto diretto con la natura esalta le sue doti di poeta, è solito ripetere suoni e parole ad effetto. Il poeta si cimenta anche nella narrativa, pubblica Ritratto dell’artista come un giovane cane, una raccolta di racconti brevi, pubblicati nel 1940. La vita di Dylan Thomas, termina a soli trentanove anni, vittima dell’abuso di alcolici. Una delle sue poesie più significative e rappresentative del suo stile e della poetica è “Sognai la mia genesi”. Trascrivo qui una famosa dichiarazione di Dylan Thomas sulla propria poesia:

dylan thomas

dylan thomas

 «Spesso lascio che un’immagine “si produca” in me emozionalmente, e quindi applico ad essa quanto posseggo di forza critica e intellettuale – lascio che questa immagine contraddica la prima, già sorta, e che una terza immagine generi dalle altre due insieme una quarta immagine contraddittoria, e lascio quindi che tutte restino in conflitto entro i limiti formali da me imposti… Dall’inevitabile conflitto delle immagini – inevitabile perché appartenente alla natura creativa, ricreativa distruttrice e contraddittoria del centro motivante, cioè del centro della lotta – cerco di pervenire a quella pace momentanea che è una poesia».

(Patrizia Pallotta)

 Sognai la mia genesi

Sognai la mia genesi nel sudore del sonno, bucando
Il guscio rotante, potente come il muscolo
D’un motore sul trapano, inoltrandomi
Nella visione e nel trave del nervo.
Da membra fatte a misura del verme sbarazzato
Dalla carne grinzosa, limato
Da tutti i ferri dell’erba,metallo
Di soli nella notte che gli uomini fonde….

(da Poesie nella stanza)

 

dylan thomas

dylan thomas

 

The force that through the green fuse

The force that through the green fuse drives the flower
Drives my green age; that blasts the roots of trees
Is my destroyer
And I am dumb to tell the crooked rose
My youth is bent by the same wintry fever

The force that drives the water through the rocks
Drives my red blood, that dries the mouthing streams
Turn mine to wax
And I am dumb to mouth unto my veins
How the mountains spring the same mouth sucks.

The hand that whirls the water in the pool
Stirs the quicksand; that ropes the blowing wind
Hauls my shroud sail
And I am dumb to tell the hanging man
How of my clay is made the hangman’s lime.

The lips of time leech to the fountain head
Love drips and gathers, but the fallen blood
Shall calm he sores

And I am dumb to tell a weather’s wind
How time has ticked a heaven round the stars.

And I am dumb to tell the lover’s tomb
How at my sheet goes the same crooked worm.

 

La forza che attraverso il verde càlamo sospinge il fiore

La forza che attraverso il càlamo sospinge il fiore
E’ quella che sospinge la mia verde età;
Quella che spacca le radici agli alberi
E’l la mia distruttrice
E io non ho parole per dire alla rosa incurvata
Che la mia giovinezza è piegata da identica febbre
invernale.

La forza che spinge le acque attraverso le rocce
Spinge il mio rosso sangue;
Quella che le correnti prosciuga alla foce
Le mie trasforma in cera:
E io non ho parole per gridare alle mie venerdì

Che alla sorgente montana la stessa bocca sugge.

La mano che mùlina l’acqua sul fondo dello stagno
Agita sabbie mobili
Quella che allaccia il soffiare del vento
Tende la vela del mio sudario.
E io non ho parole per dire all’impiccato
Che la mia creta è fatta con la calce del carnefice.

Al getto della fonte le labbra del tempo sorseggiano;
L’alore stilla a gocce e si condensa, ma il sangue versato
Addolcirà le piaghe di colei che amo.

E io non ho parole per dire a tutto l’impeto del vento
Come attorno alle stelle il tempo ha scandito un suo cielo.

E sono muto per dire alla tomba di colei che amo
Come lo stesso verme tortuoso si avvia al mio sudario.

dylan thomas

dylan thomas

 

 

 

 

 

 

Vision and prayer

Who
are you
Who is born
in the next room
So loud to my own
That I can hear the womb
Opening and the dark run
Over the ghost and the dropped son
Behind the wall thin as a wren’s bone?
In the birth bloody room unknown
To the burn and turn of time
And the heart print of man
Bows no baptism
But dark alone
Blessing on
The wild
Child

.
Visione e preghiera

Chi
sei tu
Che vieni generato
Nella stanza accanto
Alla mia così rumoroso
Ch’io posso udire il grembo
Aprirsi e il buio scorrere
Sopra il fantasma e il figlio rovesciato
Oltre il muro sottile come un osso di scricciolo?
Nella stanza sanguinosa di nascita ignoto
Al bruciare ed al volgersi del tempo
E all’impronta del cuore dell’uomo
Nessun battesimo si inchina
Ma oscurità soltanto
Porge benedizione
al selvaggio
bimbo.

dylan thomas

dylan thomas

 

This bread I Break

This bread I break was once the oat,
This wine upon a foreign tree
Plunged in its fruit;
man in the day or wind at night
Laid the crops low, broke the grape’s joy.

Once in this wine the summer blood
knocked in the flesh that decked the vine,
Once in this bread
The oat was merry in the wind;
Man broke the sun, pulled the wind down.

This flesh your break, this blood you let
Make desolation in the vein,
Were oat and grape
Born of the sensual root and sap
My wine you drink, my bread you snap.

.
Questo pane che rompo

Questo pane che rompo un tempo fu frumento,
Questo vino su un albero straniero
Nel suo frutto fu immerso;
L’uomo di giorno o il vento nella notte
Gettò a terra le messi, la gioia dell’uva infranse.

Un tempo, in questo vino, il sangue dell’estate
Pulsò nella carne che vestì la vite;
Un tempo, in questo pane
il frumento fu allegro in mezzo al vento;
L’uomo spezzò allora il sole, abbattè allora il vento.

Questa carne che rompete, il sangue a cui lasciate
devastare per le vene, furono
Frumento ed uva, nati
Da radice e da linfa sensuali; voi
Bevete del mio vino, spezzate del mio pane.

.
In my craft or sullen art

In my craft or sullen art
Exercised in the still night
When only the moon rages
And the lovers lie abed
With all their griefs in their arms,
I labour by singing light
Not for ambition or bread
Or the strut and trade of charms
On the ivory stages
But for the common wages
Of their most secret heart.

Not for the proud man apart
From the raging moon I write
On the spindrift pages
Not for the towering dead
With their nightingales and psalms
But for the lovers, their arms
Round the griefs of the ages,
Who pay no praise or wages
Nor heed my craft or art

.
Nel mio mestiere, ovvero arte scontrosa

Nel mio mestiere, ovvero arte scontrosa
Che nella quiete della notte esercito
Quando solo la luna effonde rabbia
E gli amanti si giacciono nel letto
Tenendo fra le braccia ogni dolore,
A una luce che canta mi affatico
E non per ambizione, non per pane,
Né per superbia o traffico di grazie
Su qualche palcoscenico d’avorio,
Ma solo per la paga consueta
Del loro sentimento più segreto.

Non è per il superbo che si apparta
Dalla luna infuriata che io scrivo
Su questa spruzzaglia di pagine,
E non per i defunti che torreggiano
Con i loro usignoli e i loro salmi,
Ma solo per gli amanti che trattengono
Fra le braccia i dolori delle età,
E non offrono lodi né compensi,
Indifferenti al mio mestiere o arte.

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DUE POEMI di Kamau Brathwaite (1930) “La polvere” “Ali di colomba” da Diritti di passaggio, cura e traduzione di Andrea Gazzoni, Roma, Edizioni Ensemble, 2014 (Parte II Prima traduzione in italiano)

capanna

capanna

 Nato nel 1930 a Bridgetown, sull’isola di Barbados, Kamau Brathwaite è non solo un poeta di fama internazionale ma anche uno storico, un critico, un editore e un organizzatore culturale che ha segnato mezzo secolo di letteratura caraibica in lingua inglese (della quale è tra i grandi padri fondatori insieme ad autori come Derek Walcott, George Lamming e Wilson Harris) e di cultura postcoloniale. Emigrato in Inghilterra con una borsa di studio per gli studi universitari, si è formato come storico, e ha scritto importanti saggi sulla creolizzazione della cultura caraibica e sulle sue origini africane. Dopo alcuni anni in Ghana, tornato nei Caraibi pubblica tra 1967 e 1969 la trilogia The Arrivants, composta dal poema della diaspora (Rights of Passage), da quello della riscoperta alla radici (Masks) e da quello del ritorno al Nuovo Mondo (Islands). Fonda il Caribbean Artist Movement ed è uno dei fautori di uno scambio culturale sempre più intenso tra i Caraibi anglofoni, francofoni e ispanofoni. Come poeta e critico Brathwaite difende le ragioni della voce e dell’oralità, radicate nel nation language, l’inglese parlato e creolizzato dalle genti delle isole. A cavallo tra gli anni ’70 e ’80 scrive la seconda trilogia, Ancestors, con Mother Poem, Sun Poem, X/Self.  Sia in poesia che in prose narrative che in saggi critici Brathwaite trasporta la sua sperimentazione sull’oralità dentro alla materialità della scrittura, sviluppando il suo Sycorax Video Style, che produce testi come partiture visive.

isola dei Caraibi

isola dei Caraibi

Composti in questa modalità all’inizio del nuovo millennio, i due volumi di MR (Magical Realism) sono la più grande sintesi del Brathwaite poeta-pensatore-lettore-critico, nonché uno dei più grandi, innovativi e profondi studi di letteratura comparata che si possano oggi leggere. Verso la fine degli anni ‘80 una serie di drammatici avvenimenti personali e collettivi danno inizio a quello che lo stesso Brathwaite ha chiamato il suo “tempo del sale”, che infine lo vede lasciare l’arcipelago e cominciare l’attività di professore di letteratura comparata alla New York University, dove in anni più recenti comincia un “secondo tempo del sale”. Brathwaite ha chiamato culural lynching, “linciaggio culturale” – memore di una storia antica di violenza – l’isolamento e il sabotaggio che lo hanno colpito fino a fargli lasciare il suo posto a New York, in particolare con la sottrazione di materiali dal suo archivio personale, che in mezzo secolo ha raccolto non solo il percorso di un artista e intellettuale ma le testimonianze scritte, orali, visive e materiali di una cultura, quella caraibica, che non ha musei o luoghi che preservino le tracce del suo passato. Piegato dalle fatiche e dalle frustrazioni, Kamau Brathwaite continua a produrre scritti che sconcertano per la loro radianza emotiva, intellettuale e visionaria.

andrea gazzoni

andrea gazzoni

[Per una più completa introduzione al quel grande continuum che è l’opera di KB, rinvio allo “Speciale Kamau Brathwaite” pubblicato sul n.2 della «Rivista dell’Arte», pp. 150-212, corredato di traduzioni di poesie edite ed inedite]:

[I seguenti testi sono tratti da Kamau Brathwaite, Diritti di passaggio, cura e traduzione di Andrea Gazzoni, Roma, Edizioni Ensemble, 2014. Dal tessuto continuo del poema si sono estratte alcune sequenze].

http://www.aliasnetwork.it/pdf_rivistaArte/pdf_N2_marzo2013/N2_marzo2013.pdf ]

Kamau Brathwaite

Kamau Brathwaite

 Kamau Brathwaite "Diritti di passaggio"

The Dust

Evenin’ Miss
Evvy, Miss
Maisie, Miss
Maud. Olive,

how you? How
you, Eveie, chile?
You tek dat Miraculous Bush
fuh de trouble you tell me about?

Hush!
Doan keep so much noise
in de white people shop!

But you tek
it?

Ev’ry night ‘fore uh gets
into bed.

Uh bet-
‘cha you feelin’ less
poorly a’ready!

I int know, Pearlie,
man. Any-
way, the body int dead.

No man, you even lookin’
more hearty!

A’ready?
Then all uh kin say
an’ uh say it agen:
we got to thank God
fuh small mercies.

Amen,
Eveie, chile.
Amen,
Eveie, chile

an’ agen
I say is Amen.

Miss Evvy, uh wants
you to trus’ me half
pung-a flour an’ two
cake o’ soap till
Mundee come wid de will
o’ de Lord.

Write two
cake o’ soap an’ half
pung-a flour in Olive black balance
book fuh me, Maisie muh dear.
An’ Olive—

doan fuhget ‘bout de
biscuit an’ sawlfish
you daughter Marilyn
come here an’ say that you wish
to tek out las’ month!
Mundee Dee Vee, uh settlin’
up ev’ry brass bill an’ pen-
ny that owin’ this shop, Miss
Olive muh dear.

Hey Mary!
You there?
I int see you there
wid you head half hide
in de dark o’ dat crocus bag. How
Darrington mule?

He still sicky-sicky. An’ now
I hear dat de cow
gone down too. It int give no milk
since las’ Tuesdee.

Is de pes-
tilence, man.
Same kind o’ sickness,
like wickedness, man, dis-
favour de yams.

Is true. Bolinjay,
spinach, wither-face cabbage,
muh Caroline Lee an’ the Six Weeks, too;
greens swibble up an’ the little blue
leafs o’ de Red Rock slips gettin’ dry
dry dry.

Is de pes-
tilence, man.
Mister Gilkes say is a test
o’ de times like the nine-
teen fourteen an’ eighteen
war when they burn out ‘e balls
wid dat yellowin’ mustard gas.

An’ if you as’
me, there soon goin’
to be fresh wars an’ rumours
of wars.

But is
true.

Is
the pes-
tilence, man. You
int hear

the silence? Pastor
say las’ night in the Chapel
that the Writin’ Han’ pun the Wall.

But that isn’t all!
you remember that story
Gran’ tell us ‘bout May
dust?

No! What nother fuss
that?

Well it seem that
they have a mountain near hey
that always smokin’ an’ boilin’
like when you belly got bile.

What you sayin’, chile!

But is
true!

Now how you
know! Any-
body live there? You
know any-
body from there who
live out near here?
Besides, where
exactly you say this place is?

That isn’t you biz-
ness! Besides,
is miles an’ miles
from the peace o’ this

place an’ is
always purrin’ an’ pourin’
out smoke. Some say
is in one o’ them islands away

where they language tie-tongue
an’ to hear them speak so
in they St. Lucia patois
is as if they cahn unnerstan’

a single word o’ English.
But uh doan really know. All uh know
is that one day suddenly so
this mountain leggo one brugg-a-lung-go

whole bloody back side
o’ this hill like it blow
off like they blastin’ stones
in the quarry.

Rocks big as you cow pen hois’
in the air as if they was one
set o’ shingles. That noise,
Jesus Christ, mussa rain down

splinter an’ spark
as if it was Con-
federation.

But you int got to call
the Lord name in vain
to make we swallow
this tale! It int nice,

Olive, man!

It is true!
An’ the Lord God
know that uh sorry.

But it black black black
from that mountain back:
in yuh face, in yuh food,

[in yuh eye. In fac’,
Granny say, in de broad
day light, even de white

o’ she skylight went out.
An’ if you hear people shout!
how they can’t find the way

how they isn’t have shelter
can’t pray to no priest or no leader
an’ God gone an’ darken the day!

Gran’ say that even the fowls in the yard
jump back pun they coops when the air
turn grey an’ the cocks start to crow
as if it was foreday mornin’.

It went dark dark dark
as if it was night
an’ uh fright-
en, you know,

when uh hear things so;
is make me wonder an’
pray: ‘cause uh say

to meself: Olive, chile,
you does eat an’ sleep
an’ try to fuhget

some o’ de burdens
you back got to bear;
you does drink, dance

sometimes pun a Sar’dee
night, meet yuh man
an’ if God bless yuh, beget

Yuh does get up, walk ‘bout,
praise God that yuh body
int turnin’ to stone,

an’ that you bubbies still big;
that you got a good
voice that can shout

for heaven to hear
you: int got nothin’ to fear
from no man. You does come

to the shop, stop, talk
little bit, get despatch
an’ go home;

you still got a back that kin dig
in the fields
an’ hoe an’ pull up the weeds

from the peeny brown
square that you callin’ you own;
you int sick an’ you children strong;

ev’ry day you see the sun
rise, the sun
set; God sen’ ev’ry month

a new moon. Dry season
follow wet season again
an’ the green crop follow the rain.

An’ then suddenly so
widdout rhyme
widdout reason

you crops start to die
you can’t even see the sun in the sky;
an’ suddenly so, without rhyme,

without reason, all you hope gone
ev’rything look like it comin’ out wrong.
Why is that? What it mean?

Kamau Brathwaite

Kamau Brathwaite

La polvere

‘Sera Miss
Evvy, Miss
Maisie, Miss
Maud. Come stai

Olive? Come sta
la mia Eveie?
Lo hai preso il Cespuglio dei Miracoli
per il guaio che mi hai detto?

Zitta!
Non far ‘sta cagnara
nella bottega dei bianchi!

Ma allora lo
hai preso?

Tutte le sere prima di
andarmi a letto.

Scom-
metto che ti senti
già meno giù!

Non lo so,
Pearlie mia amica. Com’è
o come non è, non è morto qua il corpo.

No amica mia, sembri anche
più sana!

Di già?
Allora posso dirlo
e lo dico ancora:
ringraziamo Dio
per le sue piccole grazie.

Amen,
Eveie mia.
Amen,
Eveie mia

e io dico
ancora Amen.

Miss Evvy, vorrei
segnare la farina mezza
libbra e il sapone
due pezzi finché non è
lunedì se lo vuole
Nostro Signore.

Scrivi sapone
due pezzi e farina mezza
libbra nel libro nero dei conti
di Olive per me, Maisie mia cara.
E Olive –

non ti scordare i
biscotti e il merluzzo salato
che Marylin tua figlia
è venuta qui e ha detto che vuoi
saldare l’ultimo mese!
Sì lunedì sì ti pago
tutto il malloppo le carte e gli spic-
ci in sospeso in questa bottega, Miss
Olive mia cara.

Ehi Mary!
Sei tu?
Non ti vedevo laggiù
con mezza testa allo scuro
sotto il saccone di iuta. Come sta
il mulo di Darrington?

Malato è malato. E in più
ho sentito che pure la mucca
se ne sta un bel po’ giù. È da martedì
che il latte non c’è.

È la pes-
tilenza, amica mia.
Un tipo di malattia uguale,
come una carogneria, amica, stra-
pazza gli ignami.

Vero. Melanzane,
spinaci, i cavoli a grinze,
Anche le mie patate e i fagioli dell’occhio;
la verdura trapassa e nella fila dei cavoli le foglioline
azzurre sono ormai così secche
secche secche.

È la pes-
tilenza, amica mia.
Il signor Gilkes dice che è una prova
dei tempi come nel quattor-
dici diciotto con la
guerra quando bruciavano le palle
con quel gas mostarda tutto giallo.

E se me lo chiedi
a me, lo so che presto
ci saranno altre guerre e voci
di guerre.

Ma è
vero.

È
la pes-
tilenza, amica mia. Non
lo senti tu

il silenzio? Il Pastore
nella Cappella ieri sera diceva
che è la Mano che scrive sul muro.

Ma non è tutto qui!
ti ricordi la storia
che il nonno diceva, la polvere
a maggio?

No! Che altra
roba è?

Be’ sembra che
c’è una montagna vicino qua
che tutto il tempo bolle e fuma
come quando hai la bile nella pancia.

Cosa dici, cara mia!

Ma è
vero!

E come lo
sai? Là qual-
cuno ci vive? Tu
conosci qual–
cuno da là
che vive quaggiù?
E anche, dove dici
che questo posto è di preciso?

Non sono af-
fari tuoi! E poi,
è miglia e miglia
dalla pace di questo

posto
e tutto frigge e tutto fuma
tutto il tempo. C’è chi dice
che è laggiù in una di quelle isole

dove gli si intorciglia la lingua
e sentirli parlare così
nel loro patois di St. Lucia
è come se non sanno capire

neanche una parola di inglese.
Ma non lo so per davvero. Tutto quello che so
è che un giorno di colpo così
questa montagna ha fatto bum-bum-bum-kabumm

Tutta quella maledetta parte di dietro
di questa collina è come scoppiata
come nella cava che fanno saltare
in aria le pietre.

Rocce grosse come il recinto dove tieni le mucche
buttate su in aria come se erano
un pugno di ghiaia. Quel botto,
Cristo santo, deve aver fatto piovere giù

schegge e scintille
come se fosse la Con-
federazione.

Ma non hai da nominare
il nome di Dio invano
per farcela bere questa
storia. Non va bene,

Olive, cara!

È vero!
E il Signore Iddio
sa che ti dispiace.

Ma che nero nero nero
da dietro di quel monte:
ce l’avevi in faccia, nel mangiare,

negli occhi. Infatti,
dice la nonna, in pieno
giorno anche il bianco

della sua finestrella si è spento.
E se senti la gente che grida!
come fanno a non trovare la strada
come fanno a non avere il riparo
a non pregarlo un prete o un capo
e Dio è andato via e ha fatto scuro quel giorno!

Dice la nonna che anche i polli nell’aia
saltavano sopra le stie quando l’aria
veniva giù grigia e i galli via che cantano
come quando è prima di giorno.

Si faceva scuro scuro scuro
come di notte
e hai pau-
ra, lo sai,

quando senti cose così;
e mi fa meravigliarmi e
mi fa pregare: perché io

mi dico: Olive mia,
tu mangi e poi dormi
e provi a scordarti

qualcuno dei pesi
che ha da portare la schiena;
tu bevi, tu balli

a volte un sabato
sera, incontri il tuo uomo
e con la grazia di Dio fai un figlio

Tu ti alzi, vai in giro.
ringrazi Dio che il tuo corpo
non è ancora di pietra,

e le hai ancora grosse le tette;
che hai una voce
buona a gridare

fino al paradiso per farti
sentire: non hai da aver paura di niente
da nessuno. Te ne vieni

alla bottega, ti fermi, due
chiacchiere, dai il saluto
e vai a casa;

hai una schiena che può ancora scavare
nei campi
e zappare e strappare le erbacce
da quel quadra-
tino di terra che tu chiami il tuo;
non sei malata e hai figli forti;

ogni giorno lo vedi il sole
che s’alza, il sole
che scende; ogni mese Dio manda

una luna nuova. La stagione di secca
viene ancora dopo la stagione di pioggia
e dopo la pioggia viene il verde raccolto.

E poi di colpo così
non c’è rima
non c’è ragione

i tuoi raccolti iniziano a morire
non puoi neanche vedere il sole nel cielo;
e di colpo così, non c’è rima,

non c’è ragione, la tua speranza è finita tutta
ti sembra che tutto va storto.
Perché va così? Che cosa vuol dire?

Kamau Brathwaite

Kamau Brathwaite

Wings of a Dove

Brother Man the Rasta
man, beard full of lichens
brain full of lice
watched the mice
come up through the floor-
boards of his down-
town, shanty-town kitchen,
and smiled. Blessed are the poor
in health, he mumbled,
that they should inherit this
wealth. Blessed are the meek
hearted, he grumbled,
for theirs is this stealth.

Brother Man the Rasta
man, hair full of lichens
head hot as ice
watched the mice
walk into his poor
hole, reached for his peace
and the pipe of his ganja
and smiled how the mice
eyes, hot pumice
pieces, glowed into his room
like ruby, like rhinestone
and suddenly startled like
diamond.

And I
Rastafar-I
in Babylon’s boom
town, crazed by the moon
and the peace of this chalice, I
prophet and singer, scourge
of the gutter, guardian
Trench Town, the Dungle and Young’s
Town, rise and walk through the now silent
streets of affliction, hawk’s eyes
hard with fear, with
affection, and hear my people
cry, my people
shout:

Down down
white
man, con
man, brown
man, down
down full
man, frown-
ing fat
man, that
white black
man that
lives in
the town.

Rise rise
locks-
man, Solo-
man wise
man, rise
rise rise
leh we
laugh
dem, mock
dem, stop
dem, kill
dem an’ go
back back
to the black
man lan’
back back
to Af-
rica.
2
Them doan mean it, yuh know,
them cahn help it
but them clean-face browns in
Babylon town is who I most fear

an’ who fears most I.
Watch de vulture dem a-fly-
in’, hear de crow a-dem crow
see what them money a-buy?

Caw caw caw caw.
Ol’ crow, ol’ crow, cruel ol’
ol’ crow, that’s all them got
to show.

Crow fly flip flop
hip hop
pun de ground; na
feet feel firm

pun de firm stones; na
good pickney born
from de flesh
o’ dem bones;

naw naw naw naw. Continua a leggere

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POESIE SCELTE di Ernst Paul Klee a cura di Valerio Gaio Pedini traduzioni di Giorgio Manacorda e Ursula Bavaj

Paul Klee-Drawing-365x365

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Nota critica di Valerio Gaio Pedini
 Se la poetica di Picasso è un intruglio di colori e di sfumature, quella di Ernst Paul Klee, (Münchenbuchsee, 18 dicembre 1879 – Muralto, 29 giugno 1940),  è l’opposto. Si può dire che la sua poesia, come la sua pittura, è acromatica, asettica, a-significativa; se la poesia di Picasso si forma in un luogo esterno, quella di Klee è sempre più interna, in una formazione «foucaultiana» del soggetto.
Possiamo dunque presentare l’opera di Klee, dicendo che si incornicia in qualcosa che è ben privo di cornice, un foglio bianco o nero, un chiaroscuro del significante, una dimensione protozoica della poesia in chiave generativa, in cui l’evoluzione della poesia sta nel renderla più netta possibile, più  infantilistica e in una visione riduttiva del verso, dove la terminologia viene ridotta a soggetto, verbo e complemento, senza la presenta di attributi, che darebbero un impressione troppo artefatta all’opera, troppo sofistica: più le sfumature sono ridotte, più le immagini sono distinte e più distinta è  la personalità del poeta.
Paul Klee

Paul Klee

 Klee poeta, ergo è poeta proprio nella dimensione del suo disegno: il suo disegno è il suo segno e viceversa. Ed è generatore d’arte proprio nella dimensione di se stesso, in una privazione carnale e passionale, verso ad una meta del tutto metafisica ed astratta: l’opposto, ergo, come ho già potuto constatare, di Picasso, poiché come sostiene Greenberg  nel Saggio Su Klee: “Picasso vede il quadro come un muro, Klee come una pagina”. Se il primo aveva una concezione rinascimentale dell’arte come riempimento di uno spazio, il secondo aveva una concezione dell’arte, oserei dire, «proto orientale»  di svuotamento dello spazio, di risalto dell’acromatismo, che delinea un colore a sé stante, una fusione semiotica tra linguaggio ed immagine.
Ed in tutto questo, il ritrovarsi in sé medesimo nella figura contrastante di Dio: un Prometeo condannato a se stesso, si profila una polemica adorativa, lasciata in una sospensione genetica, in cui l’adorazione è dovuta, ma il rifiuto d’essa fa da cornice contrastante:
(…)
Per i dolori di molti e per i miei
io ti giudico,
per ciò che non hai fatto.
Ti giudica
il tuo figlio migliore,
il tuo spirito più audace,
a te affine eppure
tanto da te diverso.

Paul Klee 4

Ma se la genesi di Klee è acromatica e il colore è soggetto e predicato, in un caso diviene attributo: ed il verde diviene colore della natura, colore materno ed astratto, fisico e metafisico e nell’assunto di questo croma universale un nome s’impasta dinanzi agli occhi: Eveline.
Facile da desumere che la donna sia la figura più similare a Dio, e quindi al cosmo e alla terra, basti pensare alle svariate supposizioni mitiche e antropologiche che la vedono raffigurata come cardine sociale, o basti vedere le famose madri della fertilità neolitiche. Ma, senza andare così lontano nel tempo, la donna in una concezione metafisica, con il dolce stilnovo diviene una fonte di beatitudine, di congiungimento con Dio, un’immagine creatrice. E tornando indietro alla storica greca, la creazione artistica è delle muse, divinità femminili. Ducis in fundo, quell’Eveline astratta, quella donna metafisica, incarna il cosmo e diviene arte: da genesi a genesi. Per questo:

.

Eveline è un sogno verde fra gli alberi, il
sogno di un bambino nudo nella campagna.
Poi mi fu negato di essere felice, quando
arrivai fra gli uomini per non lasciarli più
Una volta mi sono liberato dalla violenza del dolore
e sono fuggito nei campi assolati, abbandonato
al rovente declivio. E ritrovai Eveline, matura
ma non invecchiata. Solo spossata dall’estate
Adesso lo so. Ma lo intuivo solo quando cantavo.
Siate teneri con i miei doni. Non spaventate
la nudità che cerca sonno.
Paul Klee
Paul Klee
La poesia di Klee assume un moto circolare, che si conchiude da dove inizia e continua in un flusso genetico. È importante e decisivo capire che in Klee vi è un insieme semiologico, tra musicalità, iconismo e letteratura e tutto si traduce nel segno: l’arte diviene una linea, poiché così come un colore può descrivere una scena, una linea la può generare e chiudere.
Ed è strano che sia proprio questa la tendenza del maestro espressionista, è un paradosso che il colore, la sfumatura, l’aggettivo si riduca a verbo, a sostantivo, a vuoto, a chiaroscuro: è un’inversione: se, in altri espressionisti il colore generava il soggetto, con Klee è il soggetto a generare il colore, in una dimensione puramente simbolica. Di contro però si può dire che da qui parte una poetica dell’Io che caratterizzerà tutto il Novecento: dall’ermetismo dell’io sociale, al minimalismo dell’io artistico, fino a chiudersi progressivamente in una disintegrazione dell’io, che diverrà successivamente la chiave del nuovo io anti-individualistico ed anti-sociale.
.
(Poesie tratte da Poesie di Paul Klee, a cura di Giorgio Manacorda, traduzioni di Giorgio Manacorda e Ursula Bavaj; Abscondita; carte d’artisti)
Paul Klee

Paul Klee

 

1915

Dal sottosuolo
sorge la mia stella

dove abita d’inverno la mia volpe?
dove dorme il mio serpente?

.

LINGUA IRRAZIONALE

-E la ragione se ne andò
nella corrente del vino-

1
Una buona pescata è una grande consolazione.

2
L’abiezione cerca anche quest’anno
di scivolarmi dentro.
3
Io devo essere salvato.
Attraverso il successo?

4
Ha occhi o cammina nel sonno
l’ispirazione?
5
Si piegano talvolta per pregare
le mie mani. Ma il ventre
poco sotto digerisce
e il rene filtra l’urina chiara.
6
Amare la musica soprattutto
significa essere infelici.
7
Dodici pesci,
dodici assassini.

(1901)

.

ASINO

il raglio risuona e mi strazia
udite udite che grazia!

Quando tacque l’usignolo
notevole fu il nulla solo.

Cresce sola e isolata
la pianta d’avorio abbandonata.

Pensieri e pensieri si scambia il mare
non c’è più nulla da afferrare.

C’era una volta una cosa
ha chiesto: cosa
contava qualcosa?
da no a niente
nessun ente
comunque oplà
il senso eccolo qua
entrò l’apparenza
dentro la verità
e divenne possibilità.

Paul Klee

Paul Klee

 

UNA SIMILITUDINE

Il sole cova vapori;
i vapori si levano
e combattono contro di lui.

(1899)

.

AD EVELINE

Ti ho promesso di essere
un uomo onesto. Io voglio
sopportare il tuo sguardo. Devo
inginocchiarmi davanti a Dio.
Poi Eveline salvami tu!
Perché non ho nessuno!

Giocavo col veleno
e mi sono avvelenato,
perché ho voluto chiamarmi fuori?
Ma in fondo tenevo troppo
al bene. Maledetta
colpa, forse è maggiore
di quanto pensassi.
Dimenticare lei con te!
Ma prima, se puoi,
mi dovresti perdonare.
Ti saluto in lontananza.

.

ANEDDOTI VERI

Uno
cui nel più grande dolore
cresca una dentatura da belva.

Deve essere una sorta di naufragio,
quando da vecchi
ancora ci si arrabbia per qualcosa.

. (1905)

***

Ridurre!
Vogliamo dire qualcosa
in più della natura e si fa
l’incredibile errore di volerlo dire
con più mezzi invece
che con meno strumenti.

La luce e le forme razionali
sono in lotta, la luce
le mette in movimento,piega
angoli retti,
curva parallele,
costringe i cerchi dentro gli intervalli,
rende l’intervallo attivo.

Da tutto questo l’inesauribile
diversità.

. (1908)

Paul Klee Paesaggio

Paul Klee Paesaggio

La creazione vive
come genesi
sotto la superficie visibile
dell’opera.

A ritroso la vedono
tutti gli intellettuali.

Avanti- nel futuro-
solamente gli artisti.

.

EPIGONO

In me scorre il sangue di un tempo migliore.
Sonnambulo del presente
dipendo da una vecchia patria,
dalla tomba della mia patria.
La terra inghiotte tutto
e il sole del sud non lenisce i miei dolori.

(1902)

Paul Klee, Blue Night 1937

Paul Klee, Blue Night 1937

QUASI UN PROMETEO

Eccomi davanti a te, Giove,
perché ne ho la forza.
Tu mi hai eletto e questo
mi obbliga a te. Sono
saggio abbastanza da pensarti
ovunque, e non cerco
il potente ma il dio buono.
Sento la tua voce dalle nubi:
tu ti tormenti, Prometeo.

Da sempre il tormento è il mio destino
perché sono nato per amare.
Spesso chiedendo e pregando
ho guardato a te: ma invano!

Batta dunque alla tua porta
La grandezza del mio scherno!
E se non basto io,
ti lascio con la tua superbia.
Tu sei grande, è grande
la tua opera. Ma
solo grande all’inizio,
incompiuta.
Un frammento.

Compila!
Allora griderò l’evviva!
Viva lo spazio, la legge
che lo attraversa e misura.
Ma non griderò l’evviva.
Approverò soltanto
l’uomo che lotta.
E il più grande sono io
che lotto con la divinità.

Per i dolori di molti e per i miei
io ti giudico,
per ciò che non hai fatto.
Ti giudica il tuo figlio migliore,
il tuo spirito più audace,
a te affine eppure
tanto da te diverso.

(1901)

.
GUARDANDO UN ALBERO

Gli uccellini sono da invidiare,
evitano
di pensare al tronco e alle radici
beati si dondolano tutto il giorno,
loro che sono leggeri
cantando sull’orlo dei rami.

(1902)

Paul Klee

Paul Klee

Con fiori, io uomo bambino,
voglio incoronare il tuo pallido viso.
Sulle bianche pareti si legge
Che i crisantemi sono vicini.

Le tue fredde labbra hanno bisogno di una lieve febbre,
forse un bacio le difende dall’arsura.

Come sei bella ora, i tuoi colori,
sono solo apparenza di colori.
I miei occhi voraci volevano
raccogliere nuovi fantasmi.

Se morirò brilleranno molli
due fiori notturni nel crepuscolo.

Ai tuoi occhi dolcemente cerchiati
dirò ich glaube e crederò
quel che vedo morendo.

(1902)

 

Valerio Gaio Pedini

Valerio Gaio Pedini

 Valerio Pedini nasce il 16 giugno del 1995, di otto mesi, e viene tempestivamente scambiato nella culla: il misfatto viene subito scoperto. Esattamente 18 anni dopo, Valerio, divenuto Gaio, senza onorificenze, decide di organizzare il suo primo evento culturale ad Artiamo (gastrite e l’epilessia e quasi nessuno ad ascoltare); nell’intermezzo ha iniziato a recitare, preferendo l’espressività del teatro di ricerca rispetto al metodismo popolare e a scrivere, uscendo, in collaborazione col circolo narrativo AVAS – Gaggiano, nelle antologie Tornate a casa se potete, Rigagnoli di consapevolezza e Ma tu da dove vieni?. Nell’ottobre del 2013 inizia il progetto Non uno di meno Lampedusa, insieme ad Agnese Coppola, Rossana Bacchella, Savina Speranza e ad Aurelia Mutti. A dicembre conosce Teresa Petrarca, in arte Teresa TP Plath, con cui inizia diversi progetti artistici: La formica e la cicala, Essence e Pan in blues e in jazz. Sta lavorando ad una monografia filosofica: Maggiorminore: la disperazione dei diversi uguali. A Maggio 2014 è uscita la sua prima raccolta poetica, con IrdaEdizioni: Cavolo, non è haiku ed è stato inserito nell’antologia Fondamenta Instabili (deComporre Edizioni) e, successivamente, sempre con deComporre Edizioni, uscirà nelle antologie Forme Liquide, Scenari ignoti e Glocalizzati.

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La letteratura invisibile. Pensieri “a briglia sciolta” di Marco Onofrio sul sistema letterario

labirinto

labirinto

Così recita un passaggio di Treno di panna (1981), il romanzo d’esordio di Andrea De Carlo: «noi siamo racchiusi sotto questa cupola di nevrosi in questo ranch di talenti in attesa che arrivi uno con un lazo a tirarci fuori dal branco e portarci finalmente verso la esposizione totale che ricerchiamo e vorremmo evitare allo stesso tempo». È proprio questa, mi pare, la condizione perpetua in cui si dibattono, mordendo il freno, i talenti invisibili: quelli cioè che non vengono aspersi dal crisma dell’ufficialità, l’unico che garantirebbe loro di essere considerati, di vendere copie dei loro libri e, quindi, di impostare la propria attività letteraria su basi professionali.

escher Labirinto

escher Labirinto

 Il passaggio decisivo che consente a uno scrittore di imporsi finalmente come tale (a prescindere dal successo che ne potrà scaturire) è la pubblicazione con l’editore “di peso”. Medium is the message: se lo stesso identico libro lo stampa e tenta inutilmente di diffonderlo il piccolo editore, ottiene un rilievo mediatico – ma soprattutto un prestigio simbolico – incomparabilmente minore. Il pubblico comune tende a valutare sulla base dell’etichetta, prima ancora di leggere una sola pagina. L’editore importante, insomma, è già una garanzia. La gente pensa pressappoco così: “se lo ha pubblicato X [grande editore] allora vuol dire che il libro vale, e che l’autore è bravo”. E viceversa (in assenza di grande editore): “se Y [autore sconosciuto] è davvero bravo come pretende di essere e di imporsi, perché allora non lo pubblica un grande editore?” Quasi che le singole persone, astratte dalla massa, non avessero un cervello autonomo per pensare, e strumenti critici (sia pur minimi) atti a capire che la pubblicazione con il grande editore non è affatto garanzia di qualità: e anzitutto perché non è la qualità l’unico – ma nemmeno il primo – requisito per cui si viene pubblicati dal grande editore.

La grande bellezza di Paolo Sorrentino Tony Servillo in una scena

La grande bellezza di Paolo Sorrentino Tony Servillo in una scena

 Ci sono in realtà tanti giochi nascosti che portano un autore alla ribalta della grande editoria. Oltre all’opportunità commerciale che si fiuta, con sempre minore sicurezza, tra le pagine del dattiloscritto “potenziale bestseller”, c’è tutta una filiera di manovre occulte (segnalazioni, scambi di favori, marchette economiche o politiche) dietro alla stupefacente apparizione di certe “meteore”, che magari non verranno neppure distribuite e, appunto, spariranno nel baleno della loro insignificanza; ma intanto potranno dire di essere scrittori professionisti (e tali verranno ritenuti) perché li ha pubblicati il grande editore. Mi si lasci immaginare, a “briglia sciolta”, una di queste situazioni-tipo: il politico che favorisce e protegge da anni il grande editore ha un’amante, una mediocre poetessa, la quale tuttavia vuole togliersi la soddisfazione di vedersi pubblicata da un marchio editoriale di “peso”, acciocché tutti quelli che conosce, e in primis i “colleghi poeti”, muoiano d’invidia; il politico, così, chiede al grande editore di pubblicarle le poesie, e questi non può dire di no.

Czeslaw Miłosz

Czeslaw Miłosz

 LA GUERRA CHE VERRA'. Non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell'ultima c'erano vincitori e vinti.

LA GUERRA CHE VERRA’. Non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti.

Poco male, si dirà: il libro “imposto” entrerà in un catalogo collaterale,  una sorta di “canale b” di pura rappresentanza, sul quale non si punta e non si investe. La classica marchetta “all’italiana”.  La cosa grave, invece, è che, per la mediocre poetessa pubblicata, ce n’è un’altra di valore che – pur avendo proposto le sue poesie – si vedrà rifiutata o, com’è più probabile, completamente ignorata dal grande editore. Perché al grande editore non interessa in primis la qualità delle cose che pubblica, ma il sistema convenzionale di opportunità che si nasconde dietro la loro eventuale pubblicazione. Conta soprattutto chi ti presenta, e in quale alchimia di convenienze sei inserito come oggetto di cooptazione.

Marco Onofrio legge Emporium 2011

Marco Onofrio legge Emporium 2011

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Scrivevo 6 anni fa nel mio Emporium. Poemetto di civile indignazione:

È il classismo e il nepotismo delle logge
sono i muri invalicabili di gomma
il “dimmi chi ti manda, non chi sei”
da cui le camarille, le consorterie
i privilegi ereditari della casta
e la rabbia conseguente di chi urla
“Adesso basta” (…)

Giuseppe Ungaretti

Giuseppe Ungaretti

 Molte istituzioni, in Italia, sono coperture ideologiche per dare penetrali e posti sicuri ai soliti protetti alto-borghesi, o (le briciole) a piccoli diavoli che agiscono a livello di procacciamento elettorale. I fenomeni visibili della cultura ufficiale (università compresa) sono, per lo più, manifestazioni di movimenti e smottamenti invisibili, gestiti da lobbies, aggregazioni occulte e massoniche: centri di spartizione del potere politico/economico che orchestra, senza parer di nulla, le grandi manovre di rappresentanza della letteratura che “conta” (autori affermati, o nuovi ma caldeggiati, sospinti da “ordini di scuderia”, presentati e/o imposti ai grandi editori). La cruda verità è che occorre pescare nell’invisibile per diventare visibili; chi opera onestamente alla luce del sole, confidando solo nella spinta propulsiva delle pagine scritte, resta assolutamente invisibile: anche se pubblica cinquanta libri di valore, anzi, tanto più!

zbigniew herbert

zbigniew herbert

 È in realtà una storia vecchia. La cultura è sempre stata appannaggio dei ceti dominanti, chiamati a formarsi per alimentare, secondo certi criteri di selezione e legittimazione, le classi dirigenti del Paese. Queste sono dunque formate da un corpo sociale omogeneo e tendenzialmente “chiuso”, fondato su un patto di connivenza. La cultura è da sempre il potere invisibile (il “capitale” immateriale: prestigio e rappresentanza) attraverso cui l’élite perpetua la propria posizione e il riconoscimento simbolico dei privilegi di cui gode. Il ricambio generazionale all’interno di questi gruppi chiusi non può permettersi di derogare da una strategia di “cooptazione endogamica”, secondo dinamiche nepotistiche, per cui vengono fatti “entrare” solo i figli del ceto dirigenziale e intellettuale, provenienti da famiglie rappresentative, o comunque agiate, secondo una discendenza patrilineare in grado di garantire la gestione del potere e il mantenimento dello status quo. La cultura è un potere da gestire con cautela e condividere tra sodali fidati, di comprovata e certificata appartenenza.

W.H. Auden

W.H. Auden

 Occorrono “garanzie” per entrare a far parte dei gruppi che, come club esclusivi, si spartiscono questo potere. Garanzie che non risiedono – umanisticamente – nel valore e nel talento dell’individuo, bensì nel livello sociale della famiglia da cui proviene, nella struttura che eventualmente lo sostiene e protegge, nelle segnalazioni che lo precedono, nel potere di scambio che veicola rispetto all’opportunità di proporlo e imporlo alla pubblica attenzione. E il malcapitato talentuoso, privo delle garanzie che contano (ad es. bravissimo scrittore ma di estrazione piccolo-borghese, senza agganci politici, inquietamente “isolato”, forte soltanto delle proprie capacità), verrà fieramente ignorato e, al limite, osteggiato dai gruppi di potere, che vedranno in lui un germe allogeno pericoloso (oltre che un pungolo alla cattiva coscienza del merito mancante) e lo accerchieranno per isolarlo, per farlo sbattere inutilmente e invariabilmente contro i muri di gomma del sistema.

Costantino Kavafis

Costantino Kavafis

 La cultura diventa, così, un luogo simbolico di riproduzione, piuttosto che di promozione e mobilità sociale; sia pur in aperta contraddizione con l’ideologia meritocratica e democratica che, apparentemente, sostanzia il processo di affermazione della borghesia moderna. Si diffonde anzi la prospettiva illusoria di un’accessibilità alle “alte sfere” (niente e nessuno t’impedisce, se vuoi…) nella misura in cui è utile e necessario occultare la realtà oscena di certi meccanismi a doppio fondo. Chiunque, partendo da una posizione allotria, si proponga (capacità e opere alla mano) come se davvero il campo fosse libero e impregiudicato, dovrà poi vedersela con una serie infinita di sbarramenti di ammissione e di iniziazione. Gli individui allogeni sono, su un piano simbolico, “predatori” da bloccare: vengono perciò sottoposti a giri e rigiri logoranti, ore di anticamera, promesse illusorie, indicazioni false o contraddittorie…  nella speranza che desistano, rinuncino, si lascino prendere dallo scoramento. Non è la loro strada, malgrado i meriti eventuali (quanti e quali siano): che tentino altrove, quello deve restare terreno minato, zona off limits.

Yeats and Eliot

Yeats and Eliot

 Ecco il bisogno del mentore: qualcuno già interno al sistema che ti presenti, che ti faccia entrare. Qualcuno che garantisca che sei un “bravo picciotto”, e che una volta entrato ti renderai funzionale alle dinamiche generali, e non darai problemi. Anche Dante ha bisogno di un mentore (Virgilio) per superare gli sbarramenti dell’inferno! I “cavalli pazzi”, cioè gli uomini liberi, confidenti solo nel loro valore e incapaci di prestarsi alle trafile umilianti del vassallaggio, insomma i pochi italiani che ancora credono nel potere dell’autodeterminazione e della meritocrazia, vengono prima o poi accerchiati, isolati e messi all’indice, trascritti segretamente sulla “black list” degli indesiderabili. La “scomunica” li renderà “appestati”, esclusi per sempre da ogni accesso. A costoro non resterà che rinunciare al proprio destino o, come molti fanno, scegliere un Paese meno degenerato. Anche chi denuncia queste cose, violando il patto di omertà, si candida al ruolo di “capro espiatorio”. Tutti gli faranno il vuoto intorno, terrorizzati anche solo di poter lanciare messaggi di condivisione o solidarietà (tanto grande è il condizionamento del sistema). Viene fuori anzi, in questi casi, il solito sciacallo tirapiedi che ne approfitta per fare un po’ di baccano e, aggredendo il capro espiatorio, attirare l’attenzione di chi sta in alto, con la segreta, inutile speranza di guadagnarne la fiducia e riceverne tangibili riconoscimenti.

Mandel'stam a Firenze 1913

Mandel’stam a Firenze 1913

 La più parte dei critici e dei poeti ha, in fondo in fondo, interesse a difendere il proprio sia pur piccolo orticello di prebende e prelazioni, e dunque si esime dal dire apertamente ciò che pensa (ciò che tutti pensano e sanno) per paura di rompere le “uova nel paniere” entro qualche gruppo o gruppuscolo al quale già appartiene o nel quale aspira ad entrare, provocando turbative e/o alienandosi simpatie, nella delicata alchimia di gestione e spartizione dei poteri di rappresentanza. Le dinamiche della “società letteraria” sono a mio parere desolanti: almeno quanto quelle di altri settori della società italiana. Conta sempre meno il riscontro della pagina scritta, il valore intrinseco/oggettivo del lavoro svolto sulle opere (che, peraltro, quasi nessuno legge).

paul celan ingeborg bachmann

paul celan ingeborg bachmann

 Ci sono delle guarentigie sine qua non è impossibile entrare nella casta dell’ufficialità, ma anche essere semplicemente presi sul serio. E si resta pressoché invisibili (come dicevo all’inizio), malgrado i libri scritti e pubblicati, se non c’è nessun potentato politico o massonico o cardinalizio che lavora per imporre il nome dell’autore. O se non c’è uno scrittore affermato che fa da mentore e apre le porte del Tempio. È passato purtroppo questo messaggio: conta più autopromuoversi e, quindi, intessere public relations (presenziare, farsi vedere, farsi conoscere, farsi accettare) che dedicarsi al lavoro vero, sudando sulla pagina per estrarne il meglio che si può. E la crisi della società letteraria riflette quella più generale della società in cui viviamo, nelle sue multiformi radici etiche, politiche, economiche. L’organizzazione dei processi culturali agisce per sopravviventi sacche di feudalesimo, affatto incompatibili con lo sviluppo storico e civile degli ultimi tre secoli. Anche per questo l’Italia, oggi, sembra un Paese senza futuro.

(Marco Onofrio)

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POESIE SCELTE di Ivano Ferrari da “Macello” (2004) a cura di Flavio Almerighi

Medusa Caravaggio

Medusa Caravaggio

 Trent’anni fa ho lavorato con un ragazzo reduce da un’esperienza presso un mattatoio, dove si occupava dell’uccisione del bestiame assieme a un collega. Ha retto pochi mesi, poi ha cercato un altro lavoro, ha preferito il precariato. Macello è un poemetto scaturito dall’esperienza dell’autore, Ivano Ferrari, impiegato per qualche tempo al macello comunale di Mantova. E’ un diario di bordo sull’ambiente e sul posto di lavoro composto tra il 1976 e il 1978, edito da Einaudi nel 2004. Poesia disincantata, imbevuta di realismo, ma non semplice calco della realtà, risposta e metodo di adattamento verso una concretezza scabra e un lavoro duro. Se un carnefice non è particolarmente sadico prima o poi crolla. Di suo, Ferrari aggiunge poesia autentica, trasparente come strumento e scatenante come effetto, impercettibile nel dire e inesorabile a cose dette: poesia che non tralascia tuttavia momenti particolarmente lirici, questi emergono con forza in alcuni dei versi proposti. Poesia che anticipa di decenni la mucca pazza e tante altre deviazioni tipiche del nostro tempo di individualismo senza più individuo. E’ lo stesso Ivano Ferrari ad affermare del resto che:

Escher Maurits Cornelis Drago

Escher Maurits Cornelis Drago

“La poesia ha un’urgenza che non è la tua. Non esce un capolavoro ogni volta che si scrive. Se è una poesia che vale non ha tempo. Quindi secondo me bisogna conciliare l’urgenza della poesia che è latente e spesso dilatata nel tempo con la propria, che imporrebbe di pubblicare all’istante. La distanza spesso paga. Non mi sento invece di dare giudizi sul lavoro degli altri, anche perché la storia della letteratura ci ha lasciato esempi eclatanti di grandi autori che hanno avuto un’esperienza opposta alla mia, penso a Svevo, a Rimbaud. E’ comunque vero che la tribù degli andanti a capo cresce a vista d’occhio. Il rischio è quello di logorare in maniera irreversibile la parola. Il poeta deve essere ostile con il mondo e deve verificare se all’interno della sua poesia è avvenuto il riscatto della parola. Certo la scolarizzazione di massa non ha aiutato questo riscatto.”

(Flavio Almerighi)

Nota

Gli animali, confinati nelle stalle dei macelli, possono solo attendere il loro turno mentre vedono portare via gli altri e sentono la loro sofferenza, i vitelli possono vedere come gli operai sparano agli altri che stanno in fila prima di loro e che cadono per terra davanti ai loro occhi. Terrorizzati, quando la sbarra si alza cercano tutti inutilmente di scappare tornando indietro. Nella trappola di stordimento gli animali scivolano e cadono, e sentono l’odore del sangue degli animali che vengono dissanguati. Dopo lo sparo del proiettile nella loro testa, alcuni animali restano ancora coscienti e provano ad alzarsi disperatamente. I veterinari raccontarono che in varie occasioni alcuni vitelli erano riusciti ad alzarsi e avevano cercato di fuggire correndo verso l’interno del recinto.

Ivano-Ferrari

Ivano-Ferrari

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Ivano Ferrari È nato a Mantova nel 1948 ed ha lavorato nel mattatoio cittadino e per il Palazzo Te. Ha esordito nell’antologia Nuovi poeti italiani 4 (Einaudi 1995). Sempre con Einaudi ha poi pubblicato le raccolte La franca sostanza del degrado (1999), Macello (2004) e La morte moglie (2013). Un altro suo libro di poesie, Rosso epistassi, è stato pubblicato da Effigie nel 2008; con Einaudi ha pubblicato il poemetto Macello all’interno dell’antologia Nuovi poeti italiani.

Ivano Ferrari Macello
Lo stanzino in fondo allo spogliatoio
è detto delle seghe
affisse a tre pareti foto di donne
dalla vagina glabra
nell’altra il manifesto di una vacca
che svela con differenti colori
i suoi tagli prelibati.

*

La mia pelle ripulita e triste
il cuore glabro
il colorito bluastro
bene, io sono quello
che stabilisce la commestibilità
dei vostri miasmatici cibi.
*
Dove nasconderà le lacrime?
Se la domanda pende sul cranio
sfondato di un puledro
sfumo affannando versi
subendo animali e cose.
*
La carne morta rivive
nella sua grande miseria
col vento che riporta gli odori
ad un ordine sparso.
La carne morta è ricamata
da quelle sinuose presenze
che gli altri chiamano larve.
*
È fuggito un toro nero
erra sul cavalcavia
impaurendo il traffico,
lo rincorriamo
impugnando coltelli
bastoni elettrici e birre
corre si ferma torna
arrivano i carabinieri coi mitra,
ora è steso su un velo d’erba
e sussurra qualcosa alle mosche.

Ivano Ferrari

Ivano Ferrari

Quando hanno tolto la luce
la morte si è ricomposta
per apparire subito dopo
più nitida, più vergine.
*
Un lungo, insopportabile ritardo.
poi il rumore dei camion
le urla degli autisti
le ultime preghiere delle bestie.
Ricomincia la vita appaiono le forche
le pistole, le falze, i coltelli.
*
Nella stanza d’attesa
un vitellone chiazzato
e una tornita manzarda
avranno ancora la notte
per annusarsi promesse
da domani eterne.
*
Dalla vasca d’acqua bollente
emerge un enorme maiale
bianco come uno spettro
che oscilla impudico fino a quando
dal finestrone il sole
accende quintali di luce.
*
A qualche centinaio di metri
passata la forma fresca del prato
e dopo case dagli occhi spenti
si trova il cimitero degli umani
dove c’è carne che non sfama.
*
È venerdì santo ma senza
la primaverile viandanza,
già prodiga di resurrezioni
il sangue ancora ghiaccia
riempiendo i fiati di bagliori
e le bestie sono troppo pesanti
per scendere dalla croce.
*
Qualcuno si chiede se io ami
se durante il giorno cerco
o risolvo, se almeno vedo.
Quando guardano le mie labbra
o le mie mani
e più maliziosamente giù, fra le cosce
sento sul corpo le domande
che mi attraversano
come una forca farebbe con la paglia.
Se faccio sanguinare il vento
se trasformo le foglie fredde
in involtini di carne,
se i cavalli bianchi del mio rinascimento
sono esposti sul bancone di una macelleria
non rinuncia alla mia umanità come voi del resto.
*
Tutti in fila | nudi | appena sporchi di letame | attendono la perfezione | balbettando proteste | il più intraprendente sodomizza il compagno davanti | l’urlo che si alza è solo un anticipo | la rivoltella a pressione frena lo scandalo
*
Per i problemi dell’anima
la sala stoccaggio:
coi quarti e le mezzene senza sangue
i cartellini del sesso
l’etichetta di destinazione
la delazione cosciente della bilancia.
Ci si confessa pestando reni di scarto
schegge d’ossa e strati di grasso.
Più liberi, dopo, divoriamo
fettine di carne cruda (dei quarti più belli)
appena un po’ di sale
e tanta devozione.

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DUE POESIE di Claudio Damiani “Quando mi alzai già suonava la musica” “Il cercatore d’oro” sul tema Poesie su personaggi storici mitici o immaginari con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

claudio.damiani

claudio damiani

 

Claudio Damiani è nato nel 1957 a San Giovannclaudio damiani Eroii Rotondo. Vive a Roma dall’infanzia.
Ha pubblicato le raccolte poetiche Fraturno (Abete,1987), La mia casa (Pegaso, 1994, Premio Dario Bellezza), La miniera (Fazi, 1997, Premio Metauro), Eroi (Fazi, 2000, Premio Aleramo, Premio Montale, Premio Frascati), Attorno al fuoco (Avagliano, 2006, finalista Premio Viareggio, Premio Mario Luzi, Premio Violani Landi, Premio Unione Lettori), Sognando Li Po (Marietti, 2008, Premio Lerici Pea, Premio Volterra Ultima Frontiera, Premio Borgo di Alberona, Premio Alpi Apuane), Il fico sulla fortezza (Fazi, 2012, Premio Arenzano, Premio Camaiore, Premio Brancati, finalista vincitore Premio Dessì). Nel 2010 è uscita un’antologia di poesie curata da Marco Lodoli e comprendente testi scritti dal 1984 al 2010 (Poesie, Fazi, Premio Prata La Poesia in Italia, Premio Laurentum). Ha pubblicato di teatro: Il Rapimento di Proserpina (Prato Pagano, nn. 4-5, Il Melograno, 1987) e Ninfale (Lepisma, 2013). Ha curato i volumi: Almanacco di Primavera. Arte e poesia(L’Attico Editore, 1992); Orazio, Arte poetica, con interventi di autori contemporanei (Fazi, 1995); Le più belle poesie di Trilussa (Mondadori, 2000). E’ stato tra i fondatori della rivista letteraria Braci (1980-84). Suoi testi sono stati tradotti in diverse lingue (tra cui principalmente inglese, spagnolo, serbo, sloveno, rumeno) e compaiono in molte antologie italiane (anche scolastiche) e straniere.

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Mi sembra che una delle caratteristiche della poesia di Claudio Damiani sia la capacità di travasare la dimensione onirica nel quotidiano, farne una dimensione unica ed omogenea. Il musicista che non sa di aver scritto la musica, che si meraviglia che gli altri ascoltino estasiati quella musica, non distingue più la dimensione onirica da quella del reale. Analogamente, nella poesia “Il cercatore d’oro”, chi cerca si accorge che all’improvviso, “senza scavare”, tutto gli è dato, che tutto l’oro del mondo è lì perché era lì da sempre e che il più grande rimpianto era un’altra cosa che gli era sfuggita da sempre.
Nella poesia di Damiani il linguaggio sembra già dato e formato lì da sempre, il poeta sembra che dica che c’è sempre un nucleo di senso nella vita, che non è vero che il senso non esiste o che non sia raggiungibile, il senso della vita è qui, con noi, accanto a noi, nell’attimo del quotidiano delle piccole cose; c’è una positività nell’atteggiamento del poeta dinanzi al mondo, c’è un implicito invito a raccogliere, ad ascoltare questo grumo di positività. Mi sembra una sincera dichiarazione di principio di contro alla presunta negatività di chi nega e vuole negare qualsiasi ipotesi di positività per riaffermare sempre di nuovo il nichilismo esistenziale e il nichilismo in poesia. Mi sembra una dichiarazione di speranza, una apertura di credito alla positività. Di qui quella poesia del discorso quieto e pacato, la poesia del racconto del quotidiano, di un «io» debole che narra le sue vicende sentimentali.

claudio damiani foto di dino ignani 1

claudio damiani Sognando-Li-Po-Damiani_3

 

 

 

 

 

 

Quando mi alzai già suonava la musica

Quando mi alzai già suonava la musica,
era una musica che non conoscevo
eppure, essendo mio il sogno,
era una musica che avevo scritto io.
Sì, l’avevo scritta io, ricevevo i complimenti
della gente, gli applausi, scene di delirio,
coppie che piangevano, ricordando il loro amore,
donne già avanti negli anni che mi guardavano estasiate,
sì, l’avevo scritta io, e allora?
Giornalisti mi facevano domande, quali erano le circostanze
della mia vita allorquando composi
questa musica meravigliosa,
se ero stato influenzato da qualche musicista,
se ero innamorato
quando l’avevo scritta, e chi era l’amata,
e già fantasticavano di una donna magra
piccola, che si nascondeva ai fotografi,
mi chiedevano in quanto tempo l’avevo composta
e se col piano, o senza strumenti,
se l’avevo composta nella mia mente.
Sì nella mia mente
– rispondevo – l’ho trovata già fatta
e come l’ho trovata, tale e quale l’ho scritta.
Dissi che non conoscevo la musica, che ero pure stonato
solo portavo un amore smisurato,
i giornalisti non mi volevano credere
e ridevano, poi fui accolto da re
e imperatori, scrissi molte musiche
divenni famoso in tutto il mondo, mi chiamavano ovunque,
ovunque dicevano che per me la musica era risorta,
la grande musica che da tanti anni taceva
era tornata a rifiorire all’improvviso,
i teatri straripavano, ovunque si studiava il canto,
si studiava il pianoforte, il violino
ovunque scuole di musica (la televisione
fu chiusa, perché si disse:
che o la musica la ascolti dal vivo, oppure niente
e che la devi suonare, per capirla).
Si disse anche che la musica ingentilisce
e che la gentilezza è la cosa più importante,
non la felicità, la ricchezza o la fama, il potere
ma la gentilezza era il traguardo di ognuno.
Poi la mia popolarità cominciò a scemare,
a nuovi musicisti volgeva il favore del pubblico,
caddi presto in miseria, come era successo a Vivaldi
che sarebbe stato riscoperto molti anni dopo la morte
per brillare per sempre nel cielo della musica.
Ma di morire dimenticato
non mi dispiaceva,
ero contento di aver fatto rinascere l’arte
e di aver stimolato tanti
all’educazione e allo studio,
ero contento che tutti cantavano, tutti ballavano
ricercando la gentilezza in cuor loro,
questa era una cosa che mi riempiva di gioia.

claudio damiani foto di dino ignani

claudio damiani foto di dino ignani

claudio damiani la miniera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il cercatore d’oro

Quanto ho penato, sai, cara Ketty
quanti anni ho passato in solitudine
a scavare in queste colline, a filtrare
nel mio setaccio interi greti di fiumi,
ora mi vedi sulla mia poltrona
davanti al caminetto, ma quanto ho penato, Ketty.
Vivevo in stamberghe umide, mi nutrivo di bacche,
piccoli roditori, radici, eppure sai, se penso a quei tempi
era una gioia per me, non trovavo l’oro
ma la mia vita era una preghiera,
come con una cannuccia infissa nella terra
suggevo un nettare invisibile, gioia liquida, forza,
come un bicchiere che non avesse fine,
un pozzo senza fondo, e ogni giorno di più
e più prendevo e di più ce n’era ancora.
Poi a un certo punto trovai l’oro, scendendo
in una grotta abbandonata, senza scavare,
senza nessun colpo di pala o piccone
trovai oro a non finire,
divenni ricco, molto ricco, e ora vedi
sono vecchio e mi si avvicina la fine
ma non rimpiango la povertà e la fatica,
non rimpiango la ricchezza e gli agi,
ma non aver conosciuto te bambina, questo rimpiango,
non aver diviso la mia vita con te,
questo rimpiango, ma vedi, ti vedo ora, cresciuta,
accanto a me, davanti al fuoco, a parlare,
cara figlia, e questa è una gioia,
una gioia che non riesco a contenere.

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DUE POEMETTI di Gëzim Hajdari Maldiluna” “Spine nere”  con un Commento di Fulvio Pezzarossa e Andrea Gazzoni

Gezim Hajdari davanti la sua casa natale, nel villaggio Hajdaraj, povincia di Darsìa, Lushnje, Albania 2012

Gezim Hajdari davanti la sua casa natale, nel villaggio Hajdaraj, povincia di Darsìa, Lushnje, Albania 2012

 Gëzim Hajdari, è nato nel 1957, ad Hajdaraj (Lushnje), Albania, in una famiglia di ex proprietari terrieri, i cui beni sono stati confiscati durante la dittatura comunista di Enver Hoxha. Nel paese natale ha terminato le elementari, mentre ha frequentato le medie, il ginnasio e l’istituto superiore per ragionieri nella città di Lushnje. Si è laureato in Lettere Albanesi all’Università “A. Xhuvani” di Elbasan e in Lettere Moderne a “La Sapienza” di Roma.

In Albania ha svolto vari mestieri lavorando come operaio, guardia di campagna, magazziniere, ragioniere, operaio in una azienda per la bonifica del terreno, operaio di bonifica, due anni come militare con gli ex-detenuti, insegnante di letteratura alle superiori dopo il crollo del regime comunista; mentre in Italia ha lavorato come pulitore di stalle, zappatore, manovale, aiuto tipografo. Attualmente vive di conferenze e lezioni presso l’università in Italia e all’estero dove si studia la sua opera.

Gezim Hajdari davanti la sua casa natale, nel villaggio Hajdaraj, povincia di Darsìa, Lushnje, Albania 2012

Gezim Hajdari davanti la sua casa natale, nel villaggio Hajdaraj, povincia di Darsìa, Lushnje, Albania 2012

 Nell’inverno del 1991, Hajdari è tra i fondatori del Partito Democratico e del Partito Repubblicano della città di Lushnje, partiti d’opposizione, e viene eletto segretario provinciale per i repubblicani nella suddetta città. È cofondatore del settimanale di opposizione Ora e Fjalës, nel quale svolge la funzione di vice direttore. Allo stesso tempo scrive sul quotidiano nazionale Republika. Più tardi, nelle elezioni politiche del 1992, si presenta come candidato al parlamento nelle liste del PRA. Nel corso della sua intensa attività di esponente politico e di giornalista d’opposizione, ha denunciato pubblicamente e ripetutamente i crimini, gli abusi, la corruzione e le speculazioni della vecchia nomenclatura di Hoxha e della più recente fase post-comunista. Anche per queste ragioni, a seguito di ripetute minacce subite, è stato costretto, nell’aprile del 1992, a fuggire dal proprio paese.

Gezim Hajdari sulle colline del villaggio natale

Gezim Hajdari sulle colline del villaggio natale

 La sua attività letteraria si svolge all’insegna del bilinguismo, in albanese e in italiano. Ha tradotto vari autori. La sua poesia è stata tradotta in diverse lingue. È stato invitato a presentare la sua opera in vari paesi del mondo, ma non in Albania. Anzi, la sua opera, è stata ignorata cinicamente dalla mafia politica e culturale di Tirana.

È presidente del Centro Internazionale Eugenio Montale e cittadino onorario per meriti letterari della città di Frosinone. Dirige la collana di poesia “Erranze” per l’editore Ensemble di Roma. È presidente onorario della rivista internazionale on line “Patria Letteratura” (Roma), nonché membro del comitato internazionale della Revue électronique “Notos” dell’Université Paul-Valery, Montpellier 3. Considerato tra i maggiori poeti viventi, ha vinto numerosi premi letterari. Dal 1992, vive come esule in Italia.

Ha pubblicato in Albania: Antologia e shiut, “Naim Frashëri”, Tirana 1990;Trup i pranishëm / Corpo presente, I edizione “Botimet Dritëro”, Tiranë 1999 (in bilingue, con testo italiano a fronte). Gjëmë: Genocidi i poezisë shqipe, “Mësonjëtorja”, Tirana 2010.

Gezim Hajdari, Siena 2000

Gezim Hajdari, Siena 2000

 Ha pubblicato in Italia in bilingue: Ombra di cane/ Hije qeni, Dismisuratesti 1993; Sassi controvento/ Gurë kundërerës, Laboratorio delle Arti,1995; Antologia della pioggia/ Antologjia e shiut, Fara, 2000; Erbamara/ Barihidhët, Fara, 2001; Erbamara/ Barihidhët, (arricchita con nuovi testi rispetto alla prima edizione). Cosmo Iannone Editore 2013; Stigmate/ Vragë, Besa, 2002. II edizione Besa 2007; Spine Nere/ Gjëmba të zinj, Besa, 2004. II edizione Besa 2006; Maldiluna/ Dhimbjehëne, Besa, 2005. II edizione Besa 2007; Poema dell’esilio/ Poema e mërgimit, Fara, 2005; Poema dell’esilio/ Poema e mërgimit, II edizione arricchita e ampliata, Fara 2007; Puligòrga/ Peligorga, Besa, 2007; Poesie scelte 1990 – 2007, EdizioniControluce 2008; Poesie scelte 1990-2007, II edizione (arricchita con nuovi testi). EdizioniControluce 2014; Poezi të zgjedhura 1990 – 2007 (versione in lingua albanese di Poesie scelte), Besa, 2008; Poezi të zgjedhura 1990 – 2007, II edizione (versione in lingua albanese di Poesie scelte), Besa, 2014; Corpo presente/ Trup i pranishëm, Besa 2011; Nur. Eresia e besa/ Nur. Herezia dhe besa, Edizioni Ensemble 2012; I canti dei nizam/ Këngët e nizamit (i canti lirici orali dell’800,con testo albanese a fronte). Besa Editrice 2012; Evviva il canto del gallo nel villaggio comunista/ Rroftë kënga e gjelit në fshatin komunist (con testo albanese a fronte). Besa 2013 -Libri reportage di viaggio: San Pedro Cutud. Viaggio nell’inferno del tropico, Fara, 2004; Muzungu, Diario in nero, Besa, 2006 – Libri sull’opera di Hajdari: Poesia dell’esilio. Saggi su Gëzim Hajdari, a cura di Andrea Gazzoni. Cosmo Iannone Editore 2010. La besa violata. Eresia e vivificazione nell’opera di Gëzim Hajdari, a cura di Alessandra Mattei. Edizioni Ensemble 2014.

Gezim Hajdari Siena 2000

Gezim Hajdari Siena 2000

 Ha tradotto in albanese: L’antologia Poesie /Poezi, ( con testo italiano a fronte) di Amedeo di Sora. “Botimet Dritëro”, Tiranë 1999. Forse la vita è un cavallo che vola, / Ndoshta jeta është një kalë fluturak, (con testo italiano a fronte, Edizioni Empiria 2000. L’antologia/ Eshka dhe guri/ Il muschio e la pietra (con testo italiano a fronte) di Luigi Manzi. Besa 2004.

Ha tradotto in italiano: I canti dei nizam/ Këngët e nizamit(i canti lirici orali dell’800,con testo albanese a fronte). Besa Editrice 2012. Leggenda della mia nascita/ Legjenda e lindjes sime (con testo albanese a fronte) di Besnik Mustafaj. Edizioni Ensemble 2012. Evviva il canto del gallo nel villaggio comunista/ Rrofte kenga e gjelit ne fshatin komunist (con testo albanese a fronte). Besa 2013

Gezim Hajdari Siena 2000

Gezim Hajdari Siena 2000

 Ha tradotto in albanese: L’antologia Poesie /Poezi, ( con testo italiano a fronte) di Amedeo di Sora. “Botimet Dritëro”, Tiranë 1999. Forse la vita è un cavallo che vola, / Ndoshta jeta është një kalë fluturak, (con testo italiano a fronte, Edizioni Empiria 2000. L’antologia/ Eshka dhe guri/ Il muschio e la pietra (con testo italiano a fronte) di Luigi Manzi. Besa 2004.

Ha tradotto in italiano: I canti dei nizam/ Këngët e nizamit(i canti lirici orali dell’800,con testo albanese a fronte). Besa Editrice 2012. Leggenda della mia nascita/ Legjenda e lindjes sime (con testo albanese a fronte) di Besnik Mustafaj. Edizioni Ensemble 2012. Evviva il canto del gallo nel villaggio comunista/ Rrofte kenga e gjelit ne fshatin komunist (con testo albanese a fronte). Besa 2013 È co-curatore in italiano: dell’antologia I canti della vita (con testo arabo a fronte) del maggior poeta tunisino del Novecento, Abū’l-Qāsim Ash-Shābb, Di Girolamo Editore 2008. È curatore e co-traduttore (insieme ad Andrea Gazzoni) dell’antologia Dove le parole non si spezzano (con testo originale a fronte) del poeta più importante delle Filippine, Gémino H. Abad, (Edizioni Ensemble 2014).

Gezim Hajdari a Udine 2011

Gezim Hajdari a Udine 2011

Commento di Fulvio Pezzarossa

Parte della totalità

  1. (Gezim Hajdari)

      Poche righe di prefazione devono prima di tutto rilevare l’intelligenza e il coraggio di Andrea Gazzoni nel realizzare un’impresa che ha i tratti dell’eccezione, offrendo il primo volume critico dedicato in Italia ad uno scrittore migrante. La scelta di una riflessione monografica a più voci sull’opera dell’albanese Gëzim Hajdari non risulta casuale, e si lega alla ricca disponibilità di materiali analitici, affiancati da nuove riflessioni, testimoni del vasto uditorio che quei versi hanno saputo ritagliarsi presso studiosi di varie competenze, collocati in una dimensione internazionale a cui naturalmente tendono le complesse significazioni dei suoi testi. Voce sorprendente, tra le prime che in Italia manifestarono i potenziali di novità derivanti dalla creazione letteraria affidata a una lingua e una cultura di casuale accoglienza, Hajdari ha raccolto successi e riconoscimenti delle superbe capacità poetiche lungo un’intensa parabola, che negli anni Novanta l’ha proiettato dai concorsi per migranti indetti da Eks&Tra, al riconoscimento del premio Montale nel 1997, fino a una serie lunghissima di attestazioni. Ma la capacità di mettere a frutto con un’incessante forza creativa i lunghi anni di residenza italiana, che gli ha consentito di offrire alla nostra cultura l’abnegazione rigorosa di raccolte poetiche frequenti e in continuo sviluppo, si è manifestata in proposte di intelligente varianza formale e di genere, che derivano dall’inquieta frequentazione di esperienze e panorami della vita culturale alle periferie dell’Occidente.

Gezim Hajdari e Laura Toppan (docente all'Università di Lorraine-Nancy 2) durante la presentazione della sua antologia Poesie scelte al Centro Internazionale di Lingua e Cultura Italiana a Parigi, 2008

Gezim Hajdari e Laura Toppan (docente all’Università di Lorraine-Nancy 2) durante la presentazione della sua antologia Poesie scelte al Centro Internazionale di Lingua e Cultura Italiana a Parigi, 2008

 Assolutamente estraneo al profilo diffuso di one book man, che alimenta una scrittura a ridosso della bruciante intensità del viaggio e dell’approdo,  trasformando in forza creativa lo spaesamento dell’essere umano ridotto a precario migrante, Hajdari ha costruito una voce assolutamente distinta in una platea crescente di autori che con percorsi spesso similari mirano alla professione letteraria come occasioni di integrazione e di rifiuto di categorie distintive. Il suo tratto singolare è invece costruito entro la fissità di un esperienza esiliaca, proclamata quale condizione esistenziale dell’umanità intera, che diviene punto di forza quando la condizione individuale sa raccordarsi all’incrocio di culture che i secoli hanno stratificato in un piccolo e aspro angolo dei Balcani. L’identità albanese, non rinnegata se non nella dimensione contingente di una cronaca ostile che l’ha reso fuggiasco, costringe di fatto i lettori del nuovo paese, e del più vasto mondo, a ripensare il continuo di esperienze e di scambi che da mezzo millennio intrecciano l’esistenza dei due popoli raffrontati sulle sponde adriatiche, e la profondità degli scambi resistenti alla deformazione dell’immaginario mediatico, fino a cogliere il perdurare di una responsabilità coloniale e fascista non riscattata.

      La trama esistenziale del poeta subisce gli esiti di quella drammatica e inconclusa decolonizzazione, e origina una tensione al riscatto di sé e del proprio popolo che si fa sguardo aperto sui grandi modelli della poesia mondiale, attivando con quella un colloquio diretto entro un’operazione singolare, che concentra quelle suggestioni nello scavo di forme e temi di arcaica misura, da cui si alimenta una poesia all’apparenza elementare, composta da un universo di frammenti e di immagini cariche di potenza evocativa, dove le profonde tensioni dell’animo si materializzano nella vivezza densa di cose e di scene quotidiane senza tempo. Il discorso non pretende una frantumazione indicibile, ma all’opposto vi alimenta la necessità di una resistenza, basilare per la rifondazione di un universo immaginativo a contrasto con la crisi totale che travolge la vita economica, le consuetudini sociali, gli assetti politici, i tratti ambientali, e i riferimenti ostili fra le culture. A fronte della catastrofe, che dalla nazione albanese si proietta su scala globale, l’intellettuale rintraccia nella dimensione locale le radici di una vita nuova, salda sui principi atavici, e che la sua responsabile narrazione propone con forza rigenerativa.

      La complessità di uno sguardo simultaneo tra locale e globale manifesta la reattività della doppia coscienza, e si esprime in una lingua doppia, capace di moltiplicare potenziali espressivi e stimolo a percorsi differenti, necessari a superare l’oscurità di un cupo velo (per rimanere nelle categorie di DuBois) dovunque incombente, che solo la parola disperata sa attraversare. Alla gigantesca ombra, che nell’immediato esprime l’oppressione politica del sistema mondiale, e pretende la poesia asservita e racchiusa in riferimenti canonici, si oppone la forza di un verso che si fa esperienza tangibile, capacità di rendere la sofferenza universale manifesta attraverso il corpo del poeta veggente, sottomesso ad un’operazione sacrificale per consentire la celebrazione di un rito di rinnovamento, al quale sono indispensabili coordinate all’apparenza contraddittorie nell’incrociare fitta presenza delle cose terrene e slancio dell’esperienza mistica del sufismo.

  È su questo corpus poetico, così ricco e sfaccettato nel suo progressivo manifestarsi da aver consentito per primo una ricostruzione antologica di poesie scelte, offerte come sfida continua alle tensioni cruciali fra i due millenni, che risulta possibile aprire percorsi critici tesi a considerare le scritture di migrazione oltre il dato etnico e il portato delle novità tematiche e delle ragioni sociali messe in rilievo, anche nell’ambito italiano, da metodi interpretativi esito degli studi culturali. Pertanto queste pagine saggistiche accostano l’attenzione alle valenze della ricezione con un approccio mirato alla dimensione più strettamente letteraria, linguistica e stilistica, dove la poesia pur sempre attinge la propria forza d’origine, e gli esiti universalmente riconosciuti.

Gezim Hajdari a Filettino 2012

Gezim Hajdari a Filettino 2012

Una forza attiva su un orizzonte totale, che nell’esibire un radicamento nell’immaginario di culture periferiche, riesce nello sforzo di dislocare il centro dell’universo, anche letterario, attraverso un’operazione che mette in scena un io smarrito, non titanico, la coscienza di una piccolezza marginale rispondente a una letteratura minore. Voce marginale e minore, il poeta diviene obiettivo di persecuzioni quando pretende di rompere schemi, quando costringe al dialogo materializzandosi come altro e diverso, quando suggerisce con la propria scrittura vertigini di mondi aperti oltre ogni ristretta barriera e confinazione. Obbligatoriamente Hajdari sceglie i toni e le risorse dell’epica, tipica dei grandi momenti fondativi, per misurarsi a tutto campo con la Storia, che trascina ormai, travalicandole, le frontiere di incoerenti nazioni, inutili fossili su uno scacchiere in cui si manifesta la totalità mondo, secondo Glissant.

      Il poeta si fa allora tessitore di trame ancora fragili, ma proiettate su una messa in forma futura, che può irrobustirsi solo con l’incessante lavoro di ricomposizione dei modi inventivi, divaricati nelle forme scrittorie e nelle lingue, e che vanno alimentati col paziente lavoro per connettere le voci di ogni provenienza, dal vicino Mediterraneo, altrettanto potenti di quelle delle Filippine o dell’Africa. Ma non è contraddittorio aggiungere che nella parabola della creazione poetica albanese, italofona, mondiale di Hajdari si rintracciano anche gli esiti di una sensibilità diacronica, che guarda al filone più aperto della nostra tradizione novecentesca; i debiti riconosciuti verso due interpreti della modernità internazionale quali Saba ed Ungaretti, raccolgono la spinta a fare tesoro degli inesausti potenziali della lingua italiana, evoluta anche attraverso le voci più recenti di coloro che l’hanno incontrata fra le tribolazioni dell’età adulta. Essi le hanno consegnato una gamma di sensazioni e di potenziali estranei, che rispondono all’investimento emozionale ed al carico di aspettative tipici di un atteggiamento denso di stupore infantile, che ha la convinzione tipica di una coscienza netta e intensa di poterle garantire vitalità e rinascita, da porre a disposizione di figure umane deboli e spaesate, in grado di superare la fragilità caduca del corporeo e del contingente soltanto attraverso il sopravvivere pieno della voce poetica, che sa travalicare spazi e tempi.

 (Tratto da Poesia dell’esilio. Saggi su Gëzim Hajdari. Cosmo Iannone Editore, 2010. A cura di Andrea Gazzoni)

Gezim  Hajdari con la sua compagna Iris Hajdari, Marsiglia 2012

Gezim Hajdari con la sua compagna Iris Hajdari, Marsiglia 2012

 Andrea Gazzoni Introduzione. Cantare nel sisma dell’esilio

Qui si raccolgono quattordici testi critici dedicati all’opera di Gëzim Hajdari, quelli che chi scrive ritiene i più importanti.[1] Ancora mancano studi monografici di rilevante ampiezza, mentre sono ormai numerosi sia i saggi, in volume o rivista, sia gli interventi a conferenze, convegni, presentazioni. Da questa messe il libro raccoglie i suoi materiali (con l’aggiunta di alcuni inediti) e li propone nel loro insieme come uno strumento utile per chi voglia studiare o avvicinare l’opera di Hajdari.

      È una ricapitolazione critica di un percorso letterario che di libro in libro, raddoppiandosi tra italiano e albanese (due lingue, due immaginari, due mondi), ci ha rivelato una costellazione di leggibilità solo in parte decifrata e ancora da scoprire. Ogni opera di Hajdari sembra gettare fasci di luce retrospettiva su tutto il resto, portando allo stesso tempo alla nostra coscienza ombre, zone oscure, esperienze opache e refrattarie.

      I saggi qui riuniti sono raggruppati in sezioni che si definiscono in base ai loro approcci e ai nessi di problemi dai quali muovono. Con la prima sezione vengono proposti saggi che lavorano sul senso dell’esilio in Hajdari: quelli di Simona Wright e Franca Sinopoli, i primi in ordine cronologico, partono da ricognizioni della nascente letteratura italiana della migrazione per poi misurarne alcune questioni sul corpo della poesia di Hajdari. Se Wright sceglie una prospettiva diacronica, Sinopoli si concentra su una tipologia di scrittura e su un singolo testo poetico e, d’altra parte, lo affianca ad un secondo testo esemplare delle scritture migranti in italiano: Immigrato di Salah Methnani. Anche Ugo Fracassa sceglie il confronto con un altro autore, vissuto però nella prima metà del Novecento: Emanuel Carnevali. L’analisi serrata e incrociata permette di tracciare somiglianze decisive in due scrittori coinvolti, a distanza di tempo, in simili e simmetriche esperienze di dispatrio e di scrittura (Carnevali è italiano e, emigrato negli Stati Uniti, scrive in inglese). Nel saggio L’intentio epica dell’esilio ho tentato invece di portare alla luce, a partire dal Poema dell’esilio, i gesti epici coi quali Hajdari investe la sua poesia.

      La seconda sezione è dedicata all’inscindibile relazione lingua-patria, vissuta da Hajdari attraverso il bilinguismo. Fausto Pellecchia, leggendo Stigmate, ci conduce attraverso le tensioni della lingua di Hajdari per coglierne la radicale portata filosofica, che irrompe ogniqualvolta la poesia, dentro la lingua, faccia balenare il non-linguistico, l’infans. Silvia Vajna de Pava, lavorando sul sostrato albanese della poesia di Hajdari, descrive il passaggio tra le lingue e le patrie come perdita e ritrovamento del canto, intuibile attraverso la ricorrente nominazione ornitologica. Constantina Evanghelou descrive (attraverso le relazioni tra lingua, madre, sensi e luogo) le patrie che costruiscono l’io di Hajdari: la memoria, il luogo e la poesia.

      La terza sezione raccoglie saggi dedicati a singoli libri, attraverso i quali emergono, di volta in volta, elementi o funzioni particolari della scrittura di Hajdari: Simona Wright analizza Corpo presente sotto il segno dell’assenza; Laura Toppan attraverso Maldiluna ricapitola l’itinerario di Hajdari nella congiunzione di vita e parola; Massimo Fabrizi offre un commento puntuale di Péligorga, con particolare attenzione al carattere di ricapitolazione e nuovo inizio che segnano il libro; Ugo Fracassa legge San Pedro Cutud e Muzungu discutendo i sottili slittamenti che Hajdari impone agli schemi della scrittura di viaggio e il gioco di sovrapposizioni e sfasature che essa instaura con l’opera poetica.

Gezim  Hajdari con la sua testa in ceramica, opera dell'artista Marica Bisacchi

Gezim Hajdari con la sua testa in ceramica, opera dell’artista Marica Bisacchi

  La quarta sezione, infine, è composta da testi che costituiscono un minimo ma essenziale campionario di quelle figure in Hajdari ricorrono come emblemi della poesia stessa, in un certo senso come “doppi” del poeta. Laura fa un excursus sulla donna che è l’assente/presente dal teatro della poesia di Hajdari e allo stesso tempo ne è il punto di fuga, il termine mai raggiunto, non nominabile, non visibile: madre, amante, patria. Viktor Berberi insegue le ombre del corpus di Hajdari: doppia, transitoria, oscura, l’ombra è il segno del rapporto di unione e disunione tra vita e scrittura. In conclusione l’intervento di Luigi Manzi, poeta che Hajdari ha antologizzato e tradotto nel libro Il muschio e la pietra, ci riporta alle ragioni prime dell’interesse per la poesia di Hajdari, a una lettura intensa fatta di intuizioni folgoranti, a un corpo a corpo doloroso ed estatico, a formule e parole che passano dalla parola di Hajdari a quella dello stesso Manzi: una restituzione del libro all’opera che ne è la “materia”.

(Tratto da Poesia dell’esilio. Saggi su Gëzim Hajdari. Cosmo Iannone Editore, 2010. A cura di Andrea Gazzoni)

[1] Nella scelta non si è tenuto conto di forme testuali estremamente sintetiche, come le prefazioni, o non primariamente critiche, come le testimonianze.

– Testi tratti da Poesie scelte, Edizioni Controluce I edizione 2008, II edizione ampliata con nuovi testi 20014 –

Gezim Hajdari Frosinone 2007

Gezim Hajdari Frosinone 2007

 

 

 

 

 

 

 

 

MALDILUNA

Io, Gëzim Hajdari,
creazione di tremule ombre notturne,
errante maledetto delle sacre dimore,
confesso davanti agli dei,
ai templi e all’oblio.
Confesso davanti ai campi abbandonati della patria
e ai fuochi dell’Inferno:
sono maschera della mia maschera,
e ciò che ho scritto sono fandonie,
non sono stato io
ma un indegno delirante,
chiuso in una stanza sgombra.
Giuro e scomunico i miei versi maledetti
ovunque siano
e chiedo perdono ai pazienti lettori
per averli ingannati
con il mio fango.

Che possano cadere tutti i fulmini del cielo 
e l’ira dei demoni su di te,
Cerbero possa giudicare la tua anima tenebrosa
tra le fiamme impietose.
Hai perso la nostra fiducia
nelle paludi invernali vagherà la tua ombra orfana
come uno spirito maligno,
che tu non possa trovare mai pace sulla terra degli uomini!                
Piogge cadranno, nevi e melma dall’alto,
soffieranno venti gelidi sulla tua parola,
fiumi neri cancelleranno il tuo nome.
Con polvere e pietre copriremo le tue orme passo per passo
e con l’oblio sarai condannato                                                           
dalla tua stirpe!

O stagioni finte con fiori di ginestre e profumo di viole
nei cespugli in primavera
dove il passero gioioso insegue il cuculo;
rosa canina,
petali di papaveri
caduti nella terra del crimine,
sentieri con fischi di vipere.
O anni persi nei ruderi di merli e civette,
labirinti oscuri e tremendi dove ho errato
come un monaco mesto
per tutto questo tempo,
in nome di un Padre che non si è fatto mai uomo.
O bei giorni consumati invano
in una patria castrata
lanciando sassi controvento
e scrivendo con la punta del coltello sulla mia carne
canti d’amore e di pena.
O vortici di sogni incantevoli
che continuate ad uccidere poeti ingrati
senza una guerra, né una goccia di sangue.
Io, ombra della mia ombra,
condannato all’esilio per un altro esilio
bestemmio il mondo
e sputo in faccia al dio ipocrita e crudele,
ho amato solo il mio terrore e non il canto dell’uomo.

Ma tu, mia vecchiarella,
continui a volermi bene come sempre,
nomina il mio nome come facevi ogni sera
nella piccola e umida casetta di campagna
e non dar retta a quel che scrivo.
Sgomento è il mio cervello,
avvelenati i miei pensieri,
e se in un’alba m’impiccassi,
sarà per una vergine puttana
per un poeta la vita conta poco,
è la morte che vale.
Ho deciso di svendere questa vita
in cambio di uno squallido poema,
ma tu, grazia il tuo figlio prediletto
che amava gli alberi
stretti l’uno all’altro.
Ritornerà il mio nome
e busserà ad ogni crepuscolo alla tua porta
come un uccello che cerca di ripararsi dalla pioggia,
come un fragile amante pentito.

Sia castigato il tuo verbo maledetto in tutto il regno dei vivi
e che sia impedito al tuo seme di fiele di attecchire
nella terra di Adamo,
pèntiti del peccato orribile
e che dio misericordioso ti assolva!

Gezim Hajdari nello suo studio con la sua compagna Iris

Gezim Hajdari nello suo studio con la sua compagna Iris

Sono vissuto sempre in mezzo ai miei simili
solitario ed estraneo ad essi,
affascinato dalla mia follia
e dagli occhi teneri degli uccelli,
celebrando le mie ceneri oscure e chiare
sotto la luce di una luna spaventata,
testimone di atroci delitti.
Come un assassino in fuga,
attraversando regioni di neve,
rivendicavo a piena voce nel silenzio cieco e macabro
il mio potere .
Ridi tu, valle,
e nascondi il mio panico,
sorgi tu, collina
e copri il mio terrore,
germoglia tu, stagione funebre
e distruggi i miei sogni veggenti.
Con il pettirosso del cortile
che m’insegue nel bagliore del ghiaccio
divido il tormento
in questo autunno pallido.
Nessuno crede alla mia gioia,
i giorni per me sono cieli chiusi di pietre
e le notti paradisi di orge.
I primi che ho conosciuto nell’infanzia
furono i falchi nella mia collina;
si nutrivano delle allodole dei prati
ed io mi beavo ai pianti delle vittime,
mettevo in testa corone di ginestre
e passavo davanti alla battaglia dei predatori
come un re vincitore.
Chi non applaudiva con me era un vigliacco,
questo sono io,
ho adorato i volti sorridenti dei tiranni
ed ho odiato prima di amare.
Avanzate miei amori crudeli
mordete la mia carne innocente
lapidate con pietre i miei occhi castani;
incendiate la mia angoscia,
affinché vengano placati i miei gemiti
e sia fatta la vostra volontà malvagia.
Che aspettate,
inchiodatemi con le mie parole
fino al sangue,
flagellatemi il corpo con i miei versi;
impiccate il mio cuore rosso
ai rami
prima che io corvo dei corvi
entri nelle vostre vene
a bere del vostro sangue impuro,
per risorgere mostro.

Oh, cose inaudite e blasfeme ascoltiamo
in questa notte di stelle gelide,
mentre canta il primo gallo rivolto ad Oriente:
morirai lontano dalla tua terra oscura, 
distrutto dal dolore dell’esilio immenso,
spine mortali cresceranno dalle tue ceneri.

Sono uno straniero di passaggio,
nulla rimpiango del tuo regno di perdizione,
un altro destino rivendico;
conosco i segreti della vita infedele
come l’arma il proprio delitto,
Non c’è veleno che calmi la mia pazzia
donatami dal Padre
prima che diventassi
figlio di cannibali
nel deserto promesso.
Accoltellato dai fedeli
in una notte fonda
di comunione
e tradimento,
mostro alla gente la mia ferita che sanguina:
desiderio del mistero voluto.
Dal giorno che ho perso Atlantide,
erro senza meta nelle strade e nei campi
con la mia ossessione nelle mani
e maldiluna,
incendiando
alfabeti,
eros,
addii.
Oblio del tempo, salvami.

So quel che faccio mio dio
e non chiedo grazia a nessuno;
io contadino di capre,
abitante di ex-cooperative agricole di buio e fulmini,
che un tempo correva dietro ai tori insanguinati e alle ombre,
non obbedisco al tuo disordine,
ben venga il rogo
e questi versi come castigo dell’eterno.

Gezim Hajdari nel suo studio 2006

Gezim Hajdari nel suo studio 2006

 

 

 

 

 

 

 

 

SPINE NERE

C’era una volta un ragazzo magro dall’animo fragile
con occhi castani e sguardo penetrante come un corvo nero,
nato in un inverno magico di lampi e tuoni marini
e cresciuto sulla collina brulla vicino alle stelle ardenti.

Quando vide i primi raggi del sole pallido:
«Il suo nome vivrà in eterno -dissero i laghi e le nebbie cieche –
di pietra in pietra verrà scolpito il suo verbo,
nei secoli la sua storia d’uomo verrà narrata».

«O donne, lo renderemo immortale –
giurarono i folletti delle valli oscure –
gli insegneremo la lingua degli uccelli e delle Fate,
e lo affideremo all’amore».

Per sette giorni e sette notti egli dormì nelle ali delle Ore
senza mangiare, né succhiare al seno di donna.
Fu un patto stipulato con sua madre,
nel caso la creatura nascesse maschio.

Con un bel nome lo battezzarono nel paese natio i saggi
giunti di notte dalle regioni di mezzaluna.
Con l’acqua fresca del pozzo lo benedissero una mattina di febbraio
donne zingare dai volti scavati e dalle trecce nere.

Lui veniva dall’Est, paese del sole nascente,
tra riti e falchi trascorreva la sua infanzia.
Con fiori di ginestre intrecciava ghirlande per la sua capra
e le infilava tra le vecchie corna.

«Lo chiameremo col titolo nobile di bey
e aumenteremo i terreni – brindavano spesso i nonni paterni –
prima diventerà il principe della sua gente
poi il Re del paese».

Passarono anni ed egli crebbe con il latte di rondine,
mentre il sole seccava le spine della sua futura corona
e il bosco allargava il tronco del suo trono bianco come la neve,
nei campi lunari cadevano piogge feconde.

Nel suo paese tirava sempre vento e l’erba cresceva incurvata,
mentre di notte sulla riva del fiume danzavano belle spose.
Dalle faide sanguinarie sorgeva la sua stirpe antica:
guaritori di morsi di serpenti, indovini di destini furono i suoi avi.

Sul fango e la polvere camminava la sua gente umile
con la speranza nella terra e nella benedizione del Signore.
Quando moriva qualcuno veniva seppellito all’ombra dell’ulivo,
senza né croce, né mezza luna.

Fu allora che il ragazzo di notte e di nascosto,
decise di scendere dalla collina fino al fiume profondo
aspettando impaurito nel silenzio e nel buio
di incontrare le belle spose danzatrici.

«O bel fanciullo – gli dissero appena lo videro –
dicci quale bontà ti ha portato fin qui? –
mentre danzavano intorno a lui
legate con le proprie trecce –

Nessuno fino ad oggi ha osato
assistere alla nostra danza notturna,
che il tuo seme non possa crescere sulla terra,
sarai maledetto in eterno.

Morirai in esilio solo e di crepacuore,
lontano dal paese che amavi.
Divoreranno impietosamente la tua debole carne
pietre ed aquile nere a due teste.

Mai nessuno pronuncerà il tuo nome
nei richiami quotidiani.
Il peccato lugubre ti peserà
come un vecchio chiodo nella fronte.

La tua anima non sarà mai amata,
nessuna donna ospiterà il tuo corpo.
Vivrai dimenticato per il mondo
come una pietra buttata al margine della strada».

E nel fiume oscuro le bianche spose scomparvero
cantando e danzando nella lingua dei fiumi.
Vortici di fuoco avvolsero il ragazzo sette volte
senza lasciare segni di sangue,né ferite.

Da quella notte fonda
gli spiriti abbandonarono le valli.
Le donne misero la sciarpa nera in testa
una nenia sgomenta si udì nel paese.

Cessarono i lampi, i tuoni marini,
i galli del paese cantavano giorno e notte.
Siccità e spine crescevano nei campi seminati,
ovunque regnavano le ombre.

Un giorno di pioggia egli attraversò il mare
avvolto da canti marini e nebbie cieche.
Gli sembrò che qualcuno lo seguisse nell’oblio,
come se lo volesse accoltellare.

Nulla si sa della sua vita errante,
nel profondo racchiude i suoi misteri.
Come un monaco mesto fugge per il mondo
con una vecchia sciarpa intorno al collo.

Così narra la leggenda:
si dice che egli, di notte, torni
nel paese dell’Est che tanto amava
su di un cavallo bianco.

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