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Donatella Bisutti UNDICI POESIE SCELTE da “Dal buio della terra” (Empiria 2015) Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa “La mano”, “Pinocchio nell’isola dei Papua”, “Lezione di poesia (Classe con handicap)”, “L’albero dei cachi”, “Pondus”, “Clessidra”, “Pellicano”, “La vibrazione delle cose”, “Limiti”, “Farfalla”

foto donna con pavimento a scacchi.

Donatella Bisutti è nata e vive a Milano. È giornalista professionista. Ha collaborato in particolare alla collana I grandi di tutti i tempi (Mondadori) con volumi su Hoghart Dickens e De Foe e ha tenuto per otto anni una rubrica di poesia sulla rivista Millelibri (Giorgio Mondadori editore). Nel 1984 ha vinto il Premio internazionale Eugenio Montale per l’inedito con il volume Inganno Ottico (Società di poesia Guanda,1985). Nel 1990 è stata presidente della Association Européenne pour la Diffusion de la Poésie a Bruxelles. Di poesia ha poi pubblicato Penetrali (ed.Boetti & C 1989), Violenza (Dialogolibri, 1999), La notte nel suo chiuso sangue (ed.bilingue, Editions Unes, Draguignan, 2000), La vibrazione delle cose (ed. bilingue, SIAL, Madrid, 2002), Piccolo bestiario fantastico,(viennepierre edizioni , Milano 2002), Colui che viene (Interlinea, Novara 2005, con prefazione di Mario Luzi). È in via di pubblicazione a New York l’antologia bilingue The Game tradotta da Emanuel di Pasquale e Adeodato Piazza Nicolai (Gradiva Publications, New York). La sua guida alla poesia per i ragazzi L’Albero delle parole, è stata costantemente ripubblicata e ampliata dal 1979 e attualmente edita nella collana Feltrinelli Kids (2002). Il saggio La Poesia salva la vita pubblicato nei Saggi Mondadori nel 1992 è negli Oscar Mondadori dal 1998. Nel 1997 ha pubblicato presso Bompiani il romanzo Voglio avere gli occhi azzurri. Fra le traduzioni il volume La memoria e la mano di Edmond Jabès (Lo Specchio Mondadori 1992), La caduta dei tempi di Bernard Noel (Guanda 1997) e Estratti del corpo sempre di Bernard Noel (Lo Specchio Mondadori 2001).Il suo testo poetico L’Amor Rosa è stato rappresentato come balletto al Festival di Asti con musica del compositore Marlaena Kessick. Ha curato per Scheiwiller l’edizione postuma delle poesie di Fernanda Romagnoli, dal titolo Il Tredicesimo invitato e altre poesie (2003). È nel comitato di redazione della rivista Poesia di Crocetti per cui cura la rubrica Poesia Italiana nel Mondo, nella redazione delle riviste Smerilliana e Electron Libre (Rabat, Marocco), tiene una rubrica di attualità civile, Il vaso di Pandora, sulla rivista Odissea e una rubrica di interviste La cultura e il mondo di oggi sulla rivista di Renato Zero Icaro. Collabora a diversi giornali e riviste, tra cui l’Avvenire, Letture e Studi Cattolici, Fonopoli, Leggendaria, La Clessidra, Semicerchio. È membro dell’Associazione Culturale Les Fioretti a Saorge in Francia. Tiene corsi di scrittura creativa per adulti, corsi di aggiornamento per insegnanti anche a livello universitario e laboratori di poesia per le scuole. Ha ideato e dirige la collana di poesia autografata A mano libera per le edizioni Archivi del ‘900 in cui sono apparsi finora testi di Luzi , Spaziani e Adonis. È tra i soci fondatori di Milanocosa.

London Piccadilly Circus in bianco e nero

London Piccadilly Circus in bianco e nero

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

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«La simpatia fra avanguardia e Music Hall o Variété» di cui parlava Adorno nella Teoria estetica (1971) è stato un dato di fatto ovvio della cultura del Novecento europeo, è stata una sorta di imprinting della grande cultura novecentesca. In un certo senso, non è possibile neanche oggi, a distanza di tre lustri dal Novecento, sfuggire a questo diktat, a questa dicotomia che, come una forbice, ha allargato e ristretto il proprio compasso censorio a secondo delle mode culturali e degli obiettivi di poetica. Non rimaneva altro da fare che adattarsi alla coazione a ripetere: o arte semiseria o arte orfica, cioè, estremamente seria, priva di ironia, nutrita di simbolismo e di ermetismo. Al massimo, era concessa una metaironia. Insomma, la poesia doveva essere ironica e ilare o ermetica e orfica, o crepuscolare o avanguardista. Da questo dualismo non se ne usciva. Questo libro di Donatella Bisutti invece ritorna alle origini del fare poesia modernista con la tranquilla vocazione della maturità stilistica. Tono understatement e ripresa delle tematiche «alte», quelle tematiche un tempo definite «metafisiche», con una connotazione semantica negativa. La poetessa milanese ha ragione di tornare a nominare le cose con il loro nome proprio senza titubanze. Ed ecco la parola «anima», la parola «felicità», la parola «spirito», la parola «bellezza» che fanno ingresso in questo libro, insieme ad altre parole un tempo guardate con sospetto e scetticismo. Si tratta di un vero e proprio allargamento orizzontale della gamma tematica della poesia italiana. Ma più che sul riutilizzo delle singole parole-tema, vorrei richiamare l’attenzione sul tipo di conduzione del libro, sulla sua architettura interna e sulla sua costruzione simbolica, non tanto per le sezioni o sotto sezioni, quanto per l’insieme compatto delle sezioni tutte tenute su un registro lessicale e stilistico medio, cioè colloquiale, ovvero «normale». La poesia della Bisutti viene parlata con un idioma normale, medio.
Un aspetto degno di nota è la «normalità» di questa poesia, il suo non voler trascendere il piano di una normale operosità, di una operosa normalità linguistica. Un altro aspetto rilevante è il simbolismo fatto di frantumi e di riflessioni casuali, quasi che il poeta voglia tenere una positura blasé e diminutiva, quasi che volesse far filtrare i messaggi filosofici come in sordina, sottogamba, in tono minore, con una voce priva di albagia o di sostenutezza, con un parlato che ha la postura normale, nella convinzione che si può parlare in poesia di argomenti «alti» alla stessa stregua con cui si parla di argomenti «bassi». Il timbro è, come nella migliore poesia contemporanea, prosastico, tutto incentrato sul pedale basso, così che la poesia si presenta sospesa tra il caso e la necessità, nata da osservazioni casuali, in occasioni effimere, eppure teleologicamente orientata verso la sua finalità umanistica: docere et delectare, anche oggi in tempi certo non favorevoli alla Musa:
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Donatella Bisutti 1

Donatella Bisutti

La bellezza è priva di profondità;
qualcosa che fiorisce – affiora
alla superficie.
*
Ogni attimo di felicità
pagato al prezzo durissimo della sua perdita,
ci spinge a seppellirlo,
come certi animali fanno con i loro rifiuti.
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Il libro si svolge come un tappeto di secondarietà e di ripensamenti di frammenti, di citazioni e di eventi. Poesie brevi, scritte nel classico metro libero, si alternano a poesie lunghe che non esondano mai la pagina garantendo la leggibilità e la sintesi. Le tematiche sono le più varie, da quelle filosofiche come la «bellezza» a quelle apparentemente casuali, «la mano», «Pinocchio», «Lezione di poesia», etc. Libro che coniuga tematiche «alte» e quelle «basse» come è tipico della poesia del modernismo europeo con uno sguardo acuto e lancinante sulla condizione spirituale di oggi; un dettato sapientemente modulato, attento alle «vibrazioni delle cose», alle ombre del linguaggio, alle rifrazioni tra l’ombra delle cose e il linguaggio. È il timbro preferito da Donatella Bisutti, una poetessa di grande rigore metrico e formale, che sa alternare il metro breve o brevissimo a quello lungo oltre le quattordici sillabe mediante un accordo di proposizionalismi di varia intensità.
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Prendiamo in esame la parola «anima». Fino a qualche decennio fa, questa domanda sull’«anima» era lecita solo nell’ambito di una riflessione teologica, oggi, invece, entra a pieno diritto nelle domande fondamentali della fisica teorica. Henry P. Stapp, ad esempio, fisico teorico presso la University of California-Berkeley, non vuole dimostrare l’esistenza dell’anima, ma che essa si inserisce all’interno delle leggi della fisica.

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Quando parliamo di anima, siamo nel campo della metafisica o della fisica?

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Prima dell’avvento della “fisica quantistica”, tutto ciò che travalicava i confini del visibile, era tema di ricerca della metafisica, ovvero quella disciplina che indaga sulle cose “al di là” della fisica. Oggi, invece, all’indomani della scoperta del bizzarro mondo dei quanti, ciò che non è visibile e che non è determinabile è diventato oggetto di studio della fisica. Più recentemente, alcuni scienziati hanno cominciato a inquadrare pionieristicamente questioni come la coscienza umana, l’immortalità dell’anima e la vita dopo la morte, come oggetti di studio all’interno della fisica teorica. E la Poesia italiana? Possiamo dire che con la poesia di Donatella Bisutti la parola «anima» è stata laicamente riaccreditata nel vocabolario poetico maggiore e indagata come non si faceva ormai da tempo.
Donatella Bisutti

Donatella Bisutti

La mano

Non è nemmeno mia, questa mano.
Accettala.
Non commettere
questo unico peccato.

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Pinocchio nell’isola dei Papua

Pinocchio disse
non voglio essere buono
obbedire al re
a tutti gli imbecilli
che si credono grandi
ai furbi che
conquistano il potere con l’inganno

non voglio
diventare di carne
indossare abiti eleganti
essere baciato
amare chi mi vuole bene
odiare chi mi fa male
essere seviziato
essere crocifisso
ad una trave

Voglio restare
di legno
non avere anima
non avere casa
non avere padre
avere per amici gli asini
vivere nella foresta
ridiventare albero.

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Lezione di poesia (Classe con handicap)

Martina ha fatto segno di sì con la testa
appena più pesante del dovuto sul collo
come un grosso fiore appesantisce lo stelo.
Ha fatto segno che aveva capito
e le sue mani amorose e incerte
si sono mosse per afferrare la matita.
Poi ha serrato gli occhi con violenza
ed è scoppiata in pianto.
Il buio è entrato nel candido paesaggio di neve
dove il venditore di scope emetteva il suo grido
attutito e immobile.
Martina ha strumenti diversi per afferrare il mondo
è stata la sola a capire
che quel venditore di scope
era la Morte.

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DONATELLA BISUTTI_copertina2L’albero dei cachi

Primo viaggiatore

L’albero dei cachi si sviluppa
contro il cielo dell’ultima stazione.
Sulla nudità dei rami
la bassa traiettoria dei soli invernali.
Per loro l’albero ha rinunciato
alla sontuosa lucentezza delle foglie.
Si concentra nel miele del pensiero.

Secondo viaggiatore

Albero di un eden spoglio, nel sogno ha ottenuto
di riportare l’inverno all’estate.
Nulla indica più chiaramente
che la vita non nasce dalla necessità
ma dal sovvertimento
e la bellezza è il frutto dell’immaginazione

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Pondus

Un piatto vuoto e un piatto pieno
si bilanciano: sul primo
si solleva l’offerta, sull’altro
grava il peso del dare
e del ricevere, che nel quantificare quella
astratta perfezione
misura
un immediato
corrispettivo
di pena.

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Donatella Bisutti cop la poesia salva la vitaClessidra

La morte inizia sempre a diffondersi da un punto preciso. Fin dalla nascita siamo legati alla morte da un cordone ombelicale che ha in quel punto il suo attacco – un’assenza iniziale e incolmabile. Attraverso di esso il vuoto fa precipitare di continuo i suoi bordi all’interno di sé, diventando a mano a mano più smisurato finché la nostra vita si riduce a esserne contorno. Da ultimo esso assorbe l’estremo disegno.
Allora non abbiamo più bisogno di morire, perché il vuoto ha già colmato tutto lo spazio che ci era stato concesso.

Pellicano

Con il becco frughi
lo squarcio dentro il petto
per nutrire i tuoi figli di te stesso
come io mi frugo il cuore
per nutrire di quella
senza proporzione né grazia
l’altra
– fragile –
che le è figlia.

*

I tuoi occhi – senza luce
due fessure a stento
aperte.
Eppure
nell’area piccolissima delle tue pupille
si rovescia intero il firmamento.

*

Ogni attimo di felicità,
pagato al prezzo durissimo della sua perdita,
ci spinge a seppellirlo,
come certi animali fanno con i loro rifiuti.

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La vibrazione delle cose

Quando l’anima come un cane
si lascia accarezzare, inerme
allora è tutta concentrata nel piacere
che dà la vibrazione delle cose
allora è facile staccare sé da sé –
si insinua, poi irrompe
l’esterno nell’interno.

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Limiti

Prima abbiamo fissato lo spazio
dalla stanza d’albergo
con gli scarafaggi nel bagno
a ovest fino al chiosco sul molo
di vetro trasparente
a est la terrazza della scuola coranica
all’ombra della glicine
Poi abbiamo fissato il tempo
fino alla sera di domenica
quando tutti si sono sparpagliati
alla discesa del battello
dopo essersi scambiati gli indirizzi
e in quello spaziotempo
abbiamo fatto precipitare la tempesta
che ci ha sorpresi sconosciuti e nudi
intensa e breve
si è dileguata.

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Farfalla

Preferisco un’ala che sfugge fra le dita
a un’ala
che cattura lo spillo.

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GABRIELA FANTATO – SETTE POESIE INEDITE da  “Interstizi”  e SEI POESIE da “L’estinzione del lupo” (Empiria, 2012) con uno stralcio della Prefazione di Elio Pecora

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Gabriela Fantato. Poetessa, critica e saggista, tradotta in inglese, francese, arabo e spagnolo. Suoi testi sono compresi nell’antologia: Nuovi poeti italiani 6 (Einaud, 2012) e in “Almanacco dello Specchio”(Mondadori, 2009), con il poemetto A distanze minime. Raccolte poetiche: L’estinzione del lupo ( Empiriua, 2012); The  form of life,  bilingue, traduzione E. Di Pasquale (Chelsea Edition, New York, 2012).Codice terrestre, (La Vita Felice,2008); il tempo dovuto, poe­sie 1996-2005 (editoria&spettacolo,2005); Moltitudine (Marcos y Marcos,2001); Northern Geography,traduzione E.Di Pasquale (Gradiva Publications, University of New  York, 2002); Fugando (Book editore, 1996). Per molti anni ha diretto la rivista “La Mosca di Milano”, codirige: Almanacco di Poesia PUNTO e la collana  poetica SGUARDI (La Vita Felice). Ha scritto testi in versi per la musica, andati in scena nei maggiori teatri italiani (Piccolo Teatro di Milano, Arena di Verona, Teatro Comunale  di Trento, Teatro  Giacosa di Novara, Filarmonica di Roma, Donizetti di Bergamo).

Gabriela Fantato

da  Interstizi (raccolta inedita)

Perdersi

Indietro – hanno lasciato alle spalle
la dedizione, la cura meticolosa
dell’umano.
L’antico gusto di specchiarsi,
del mai dimenticarsi
– centro nel cerchio di onde attorno.
Sono solo ora pronti a sciogliersi,
disfarsi di cellule in altre cellule,
come lo zucchero si perde per trovare
un’esistenza nuova, un suo destino
dentro – l’acqua.

In avanti

Dissennati, avevano corso in avanti
sino al punto in cui
voltarsi era – partita persa, inutile lo sforzo.
Restava solo procede oltre,
stanza dopo stanza,
ficcarsi a imbuto nella casa,
fissarsi precisi
nella vita.
Attraversare la corrente senza appigli,
si trattava di esplorare il vuoto,
in bilico con un piede qui e
uno là, più oltre… avanti.
Sospesi nel passo a venire,
enorme o solo piccolo,
quasi solo un saltello a lato.
Avanzavano incerti della meta.

Il compito

Alcune specie animali si riproducono
per frantumazione – di uno, due.
Altri duplicano
la parte terminale del loro corpo
e danno così seguito alla vita.
Solo nei millenni gli esseri
mutano davvero, dice la genetica.
Gli umani non sanno che
ogni loro nascita è
– un taglio, fine della volontà di potenza.
Sparizione.

Figli

I figli vanno dove nessuno sa,
vengono da un incontro
di cellule, dal caso o da un destino .
Il compito resta ancora
sfuggire le trappole
– dissodare il terreno
con la testarda determinazione
di chi semina fagioli,
ogni anno a marzo.

Lineare

Disegnare un cerchio senza saperne
il diametro esatto, senza
lo spazio da occupare nella vita,
– sarebbe possibile,
come fare arcate, finestre e
grandi porte alzate
in verticale tra muri e muri
del perimetro che resta.
Seguiamo la punta dell’indice,
la direzione, nonostante il limite,
e … tutto il resto.

La vita

Si sa che la vita cresce
solo se il terreno è ricco d’acqua,
dove vengono il sole e il vento
a portare tramontana, poi le cicale
e le formiche rosse.
La vita cresce se restano
qui e là segnali per il dopo.

Duplicazione

Dicono che mossi
dai corpuscoli di Krauser
maschi e femmine si cerchino
con foga, sorridono
– si promettono l’eterno.
Celata è la legge elementare
di farsi vita in altri, un sogno nuovo
da tenere e dare
al prossimo che avanza.

pittura Balthus la chambre (1954)

Balthus la chambre (1954)

da “L’estinzione del lupo” (Empiria, 2012)

dalla Prefazione di Elio Pecora

 Gli anni sono quelli «dei sogni, degli errori e di molte sconfitte» della generazione del ’76. La città è la Milano delle case delle ringhiere, case ottocentesche «con la muffa ovunque / e il cesso fuori al piano, dietro una porta». La voce che racconta scende dentro se stessa, raggiunge la sua grana, si ascolta partecipe e accoglie tante altre voci in una pacatezza trovata dopo l’inquietudine. La parola pulita, densa, aderisce al suo significare. Non v’è nostalgia, è negato ogni ritorno. Tutto si mostra come dietro un velario, di chi guarda lontano in una luce tenue.

Gli adolescenti di quegli anni leggono Foucault, Lukács, Marcuse, si preparano «uniti e nudi» al «nuovo», si promettono «la fine dell’ingiustizia». Chi di loro vede la città che si trasforma, «le fabbriche attorno all’ombelico, / alte come guglie del duomo, / sparse dentro i campi come figli / in cerca di fortuna»? Chi ascolta il silenzio che cumula paure in quella «giovinezza intatta»? Il tono potrebbe tingersi di elegia se, di fondo, non vi fosse un istinto innegabile a guardare oltre il vuoto e dietro la luce. L’esito è dello svelamento onestamente cercato, di quell’onesta che Saba chiedeva alla poesia: «Noi avevamo in bocca tante voci / e nelle mani doni pronti per il dopo, / quei sogni che non tornano / mai esatti», e ancora: «È stato veloce perdere tutto / uno slittare via di lato / di un’intera generazione. / Farsi togliere tutto è stato facile / come nessuno sa, / come neppure è scritto nelle fiabe».

Nella seconda sezione, La città sparita, pure nella grazia del ricordo, nella tenerezza del ritorno ai luoghi amati, il sentimento del tempo chiude quel che è stato in una malinconia che comprende la «gioia grande del dimenticare». Ed è il presente, con le sue pene e i suoi errori, a prevalere fino a dire: «Prendo la vita / a morsi piccoli ogni volta, / ho un coltello dentro questa nebbia / e non si vede / lo nascondo nella voce», fino a mutare in viatico le parole “anteriori”, le stesse necessarie alle «evidenze». Queste, che danno il titolo alla terza sezione, si riducono alle fatiche e agli «eroismi» della giornata, e insieme promuovono una diversa sapienza: «Conosco il passo cadenzato, / la marcia, la fuga / – il ritmo dell’uomo che vive / sulla terra. / So l’assenza e la presenza, / l’ostinazione del nome / e il debito mai saldato». Perché, dopo la delusione e la perdita, è una conquista ridare nome agli oggetti e alle persone, per un nuovo alfabeto. Così che: «ll conto ti prende all’improvviso, / come una colpa. / Esistere davvero».

gabriela fantato 2010

gabriela fantato 2010

I
Nel muro di casa, nelle parole
nell’eco che le apre e le scompiglia
cercavamo salvezza e punizione,
nel pungere – esatta la vita
e amarla sino alle ginocchia,
dove si fa veloce la corsa
sapevamo la gioia di un abbraccio.
Come stranieri abitavamo il paese che
ci eravamo presi in sorte
il doppio dentro le lenzuola,
la casa degli specchi nel destino da rifare.
Senza porte, senza soldi, senza più
cognomi, solo un pronome
noi, ma preso in prestito
lì per lì.

II.
Il salto imparato almeno una volta
oltre la voce dei padri
e il tenere stretto di una madre,
oltre il buio negli occhi
nelle vie a incastro dentro
il labirinto di Milano
piccolo tesoro da salvare agli anni.
Era quella l’uva, quello il sole che la prende
nel palato e la voce dei ragazzi
in un’estate del settantanove
dentro la storia, dentro questa città
e si faceva piano piano
– notte.

III.
Eravamo stretti al fianco,
in meno di venti, eravamo
molto più di un esercito di sogni
– la casa occupata, scale da salire,
tutti i destini chiusi nel cassetto
e i gatti da tenere a bada.
Un gran discutere,
un fare a gara e alzare le colline
dentro il cemento
un paese solo di cortili,
case di ringhiera con il capolavoro di chi
ci vive dentro
(fuori le sei meno venti e ancora
non dicevamo chi
era stato scelto per parlare in assemblea).

IV.
Al primo piano da una finestra
incastrata tra le altre
la signora Anna vedeva il nostro
sciogliere le reti,
intrecciare logica e spavento
nella furia delle stanze,
dentro le pagine bianche
in cui tenevo stretta la mia fuga
come un’estate venuta troppo presto.
Mi dicevi inventiamo il mondo
nella lirica del pane, nel rosso del sangue
facciamolo ora,
come se fosse tutto vero, come se

V.
Era così facile il racconto,
facile entrare nelle trattorie,
bersi il novello o un amaro
tra Ticinese e corso Garibaldi
dove c’era un palazzo per noi.
Chi era stato dentro quelle stanze
prima del sogno dentro i libri,
la cicatrice nella mano…
Era solo nostro l’abitare
senza cesso, senza le spalle alte di mio padre
e la casa in smottamento,
dentro l’imponenza di nobiltà lombarda
la muffa vien giù dal tetto.

VI.
Qualcuno nuovo entrava nel palazzo,
c’era chi veniva via dopo poco,
uno si fermava lì
– non partirà mai più,
lo sapevo, come chi ha fretta
dentro i giorni senza fiato.
Si restava lì – uniti e nudi,
senza saperlo,
come me che tenevo gli angeli
dipinti sopra il letto
e davanti solo un cassettone
di fatica.
Poi molti sono finiti male,
una fine che a volte prende
all’improvviso.

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INTERVISTA a ELIO PECORA (1936) a cura di Giorgio Linguaglossa – “La chiave di vetro del 1970 pubblicato con l’editore Cappelli. Perché quel titolo?”,   “la critica letteraria italiana attuale, per buona parte, soffre gravemente di inerzia”, “Sento nei toni forti, gridati, piuttosto la debolezza che la forza” “La balbuzie montaliana, prossima ai borbottii e bofonchii  beckettiani, è la dimensione dell’uomo del Novecento“, “la poesia ha un posto nel presente e nel futuro ben più ampio e urgente che nel passato” – con un Commento impolitico  dell’intervistatore e una scelta delle poesie dell’autore da “Simmetrie” (2007)

foto donna sale le scale

Commento impolitico  di Giorgio Linguaglossa

Il percorso poetico di Elio Pecora ha inizio nel 1970 quando pubblica la raccolta d’esordio La chiave di vetro. Degno di nota il semantema simbolistico di quel titolo che ammiccava a una civiltà che non c’era più, che aveva riposto nel deposito bagagli smarriti ogni riferimento simbolistico. E non è casuale che Elio Pecora peschi proprio nel bagaglio simbolistico per il titolo della sua prima raccolta. I titoli sono importanti, sono sempre significativi di un percorso e di un progetto; e in quella specificazione di «vetro» c’era già tutta quanta la fragilità di quella «chiave» che mondi avrebbe dovuto aprire. Se non che quel mondo simbolistico era scomparso da un pezzo, spazzato via dalla contestazione del ’68 e dalla iperattività della neoavanguardia letteraria che occupava quasi tutto lo spettro di «nuovo».   Nel frattempo il boom economico si è arrestato, l’Italia  subisce l’invasione delle fiat Cinquecento, delle lavatrici, dei frigoriferi per tutti, inizia la balneazione di una popolazione  che si è trasformata in piccola borghesia rapace e rampante; si va tutti in villeggiatura al mare  mentre la classe operaia va in paradiso e il partito comunista sta all’angolo con le sua parole d’ordine diventate inutili. Nel frattempo, sia il romanzo che la poesia rinunciano alla rappresentazione di una società in rapido e tumultuoso cambiamento. Con Trasumanar e organizzar (1968) Pasolini abbandona la poesia al suo destino e si dedica al cinema, al giornalismo; Montale nel 1971 pubblica Satura, opera di svolta della sua poesia e della poesia italiana ed adotterà un linguaggio para giornalistico; scende dal podio simbolistico e si ritira nel suo olimpico scetticismo domestico. Questo è il quadro macro storico. Nel piccolo microcosmo della poesia italiana avviene una mutazione genetica, una mutazione che va di pari passo con la mutazione antropologica di cui parlava Pasolini. E la poesia si appresta a diventare una pratica di massa.

Quelle del giovane Elio Pecora sono poesie che abitano il registro colloquiale, il piano basso, il bisbigliato, una versificazione che appare antica per quel suo passo ritmico e cadenzato, fatta di suoni di quantità in delicato equilibrio, con cadenze interconnesse e ritmi apparentemente stabili ma che in realtà stanno appena al di sopra dei sommovimenti equorei  profondi della poesia di quegli anni. Una poesia dove il silenziatore ha una funzione dominante. Una poesia senza stacchi, acuti, o suoni sopra le righe del pentagramma, ma ritrosa e intima, che sembra non conoscere modellizzazione privatistica e invece è sapientemente elaborata in vista di una voce bisbigliata e sommessa. Ecco, possiamo dire che a questo registro minimo la poesia di Elio Pecora è poi rimasta fedele in tutto l’arco della sua produzione fino ai giorni nostri. Una poesia che si è mossa, come una invariante, fin dall’inizio, nel solco della continuità, ma senza essere conservativa, nel solco di una modernità che non equivaleva a modernizzazione, tantomeno forzata e sopra le righe come era in auge in quegli anni che ben presto divennero di «piombo». Una continuità che filtrava la poesia di Saba e Penna mediante il Pianissimo di Sbarbaro. Insomma, Pecora si ritagliava un suo Novecento e ripartiva da lì, da dove la poesia italiana si era interrotta e incagliata, ripartiva da una zona non ancora esplorata. E forse questo è stato ed è il merito della poesia di Elio Pecora: l’aver intravisto con chiarezza la direzione da intraprendere sin da subito, sin dal 1970. Un discorso poetico ricco di piccolissime cose, minuzie, amnesie, ricco di ombre e in chiaroscuro «come cartoline di saluti, come telefonate frettolose. Spettacolini per gli intimi, giostre casalinghe» (da Simmetrie, 2007).

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Elio Pecora

Intervista a Elio Pecora di Giorgio Linguaglossa

Domanda: Il tuo primo libro è La chiave di vetro del 1970 pubblicato con l’editore Cappelli. Perché quel titolo? In quel volume c’è in nuce una voce nuova di un poeta che prende le distanze dalla poesia dell’opposizione, dalla poesia d’impegno, ideologica e sperimentale di quegli anni. Possiamo dire che il tempo ha dato ragione alla tua poesia; la poesia che allora era in voga è stata dimenticata mentre  la tua poesia all’apparenza così esile e fragile oggi torna ad essere apprezzata.

Risposta: quel mio primo libro, che veniva da anni di letture, dai miei diari di ventenne, e da personalissime macerazioni, avevo dato un titolo che tuttora ritengo il più esatto ” Narciso in pensiero”: perché quell’io,  nell’attenzione alle proprie storie e al mondo che lo accoglieva e imprigionava,  poneva insieme consapevolezza e smarrimento. Ma l’editore Cappelli, che mi contentò nelle cure particolari del volumetto, chiese insistentemente un titolo diverso da quello che gli suonava “intellettualistico”. Seppi  tempo dopo che “La chiave di vetro” era anche il titolo di un famoso romanzo poliziesco di Hammet. Invece lo inventai guardando i dipinti di Magritte e decisi per quella chiave  trasparente, perché credevo, e credo, che l’uomo possa rispondere alle domande che lo inquietano e lo accompagnano solo se  mette in conto i limiti di ogni possibile risposta; e pure seguita a cercare la verità adoperando i suoi strumenti tutti assai fragili. Ho derivato questo modo di essere e di vedere,  prima di ogni scrittura, dai miei amati presocratici, in seguito ripensati  nelle analisi abbaglianti di Giorgio Colli,  e da Nietzsche che intravede nuove misure dell’esistere, più tardi da Bertrand Russell, dai diari di Max Frisch,  dalle percezioni affilate di Virginia Wolf, ma anzitutto  dal Leopardi che, nella mia prima adolescenza, mi si è presentato come il più alto e intimo riferimento.  Peraltro, nel tempo del mio primo libro,  mentre ero molto preso dagli scritti  di Freud  avevo stretto una forte amicizia con uno  psicoanalista tedesco, venuto a Roma per scrivere un romanzo, e di cui fui, per alcuni mesi, ospite in Baviera, in un paese di nevi,  dove  scrissi “Narciso in pensiero”  assiduamente riflettendo sul narcisismo e discutendone animatamente con il mio ospite.

Domanda: Alcuni critici affermano che nel secondo Novecento, dopo Laborintus (1956) di Sanguineti  e La Beltà (1968) di Zanzotto la poesia lirica ha esaurito la sua spinta propulsiva e che oggi si scrive una poesia non più lirica, una sorta di esperanto narrativo con degli a-capo. Qual è la tua opinione?

Risposta: Non ho esitazioni nell’affermare che la critica letteraria italiana attuale, per buona parte, soffre gravemente di inerzia, malattia che sta fra la pavidità e la cecità. Ed è condizione ben grave se  porta a riparare in sentenze scheletrite e ad arroccarsi in un passato di comodo,  già  tutto codificato,  dunque impossibile (per inerzia e pavidità) da ricollocare fuori di codici scontati e di facili nostalgie.  Rifugge insomma dal  rischiare nel presente più attentamente guardando e vagliando. (Non è casuale che il poco della migliore poesia delle generazioni più giovani propende all’elegismo.) Mi chiedo se  in un paese sfiduciato e depresso, proprio la poesia,  musa appartata e  fuori dell’utile, possa  essere data ancora per viva?  (A un osservatore attento non può sfuggire che gli stessi esegeti delle fini e degli esaurimenti, si contraddicono ogni volta in cui  dispensano  riconoscimenti anche eccessivi e rilasciano indubbi certificati di esistenza a singoli poetificanti. Quanto poi all”’esperanto narrativo con gli a capo”, di sicuro è fenomeno dovuto al “vogliamo tutto”, da cui “possiamo tutto”,  innescato  da   contestazioni affrettate e insensate in decenni ormai lontani.

elio pecora SimmetrieDomanda: Alcuni critici affermano che dopo il ’68 la poesia si è democratizzata, è diventato più facile scrivere poesia, tutti scrivono poesia che sembra  una pratica di massa, una scrittura facile, alla portata di tutti,basta andare a capo ogni tanto. Non ci sono più regole, non c’è più un Canone, sembrano scomparsi i modelli narrativi e poetici, e la valutazione critica sembra un atto casuale o, al più, arbitrario. Qual è la tua opinione?

Risposta: La storia non insegna, ma fornisce esempi ragguardevoli. Vi sono epoche in cui il nuovo consiste quasi solo nel respingere  il passato e non solo per quel che è obsoleto, ma anche per  quel che renda possibile la qualità nella prosecuzione.  S’abbuia la memoria, s’annientano i confronti. Si ritiene che solo da una “completa” libertà, intesa come spoliazione,  possa scaturire il meglio e il necessario. Basti ricordare  che, nei decenni seguenti alla fine della seconda guerra mondiale, è emersa una massa informe che ha chiesto quanto prima gli veniva negato: a una tale massa è stata riconosciuta non più di una confusa apparenza. Nella confusione è passato e passa di tutto e la stessa autorità crtitica è venuta meno: così ciascuno gioca  a suo modo. A questo punto il critico, sfiduciato e scontento, si concilia con se stesso inserrandosi in un recinto di negazioni e rischiando l’asfissia.

Domanda: Nel 1987 esce il tuo libro Interludio con l’editore Empiria di Roma. Ricordo che all’epoca, quando lo lessi,  fui colpito dalla nudità del tuo modo di parlare in poesia, come di un colloquio che si svolge in un territorio non più sacro ma ridotto allo stato laicale, come indica il titolo, tra due ludi, due festività del gioco, un parlare sommesso con una voce esile che si compie in un terreno sconsacrato. Quel parlare che tu hai continuato a coltivare come essenza della poesia: un dialogo, un colloquio, o meglio, un soliloquio in una stanza. È questo, credo, il timbro riconoscibile della tua poesia. Da quella data la tua poesia trae le conseguenze della propria imperturbabilità pur nel caos degli avvenimenti della cronaca e della storia. È una lettura corretta della tua poesia  o ho preso un abbaglio?

Risposta: Hai letto come meglio non posso augurarmi. Dici del tono nudo e sommesso. L’ho già più sopra accennato. Sento nei toni forti, gridati, piuttosto la debolezza che la forza. La poesia non è mai gridata e quando lo è suona di enfasi, di atteggiata. Vale anche per quella che definiamo epica. Gigalmesch,  Ulisse, Macbeth, Faust ci chiamano dalla loro parte soprattutto quando trovano gli accenti della verità, e questa non può essere esclamata, ma  solo accennata così come Eraclito dice della  Sibilla, che accenna non dice.  Non  convince l’eccesso del tono, la manifestazione recitata del vigore. Ho sempre sentito, fin dall’infanzia, che le parole durevoli sono quelle pronunciate con voce ferma, pacata;  perfino la bestemmia e l’insulto, detti sottovoce, fanno  maggior  male. Finanche il dolore si rivela profondo e immedicabile solo quanto svela e rivela con parole nude e chiare, anche solo mormorate.  Come per la  musica, quel che fa straordinaria una voce  è, così come annotava Roland Barthes,   la sua “ grana”  fatta di testa e di  ventre, di ragione e di sentimento, e tutto questo non può raggiungere la giusta espressione se non nella dovuta misura. La poesia, vado ripetendolo in diverse scuole, non è spontaneità e immediata emozione, non è  facile cronaca,  ma ricreazione di  queste  in un altrove che, al di fuori di quel che chiamiamo realtà, pure della realtà consiste e la significa. Da ciò la mia “ imperturbabilità”.  

elio pecora POESIE 1975 - 1995Domanda: Recentemente tu hai scritto: «Verso che stiamo andando? E sarebbe da rispondere:  da che veniamo?», mettendo in un certo modo il punto sulla questione della nostra contemporaneità. Il mondo che è rimasto orfano delle «Grandi narrazioni» sembra condannato, scriveva Montale, alla «balbuzie» a quel «mezzo parlare» che il poeta ligure aveva intravisto già all’inizio degli anni Settanta. Oggi veramente non si chiede più nulla al poeta e alla poesia? Qual è la tua opinione in proposito?

Risposta: La balbuzie montaliana, prossima ai borbottii e bofonchii  beckettiani, è la dimensione dell’uomo del Novecento,  corpuscolo fragile e infinitesimo in un fluttuare di universi infiniti. Conclusi gli ardori romantici, traversate guerre spaventose  e rovine tremende, l’uomo ha da accettare una nuova misura di sé, sapersi fragile e breve,  e in tale misura bastarsi e riconoscersi. Ma questo  lo antivedeva, già nel primo Ottocento,  il Copernico leopardiano. Può questo uomo ancora dare e dire molto , proprio  dopo  una  trasformazione travagliata e pure aperta a nuove crescite, in special modo della psiche. Hilman ha scritto che gli dèi camminano ancora fra noi e certo i sentimenti che li significano e gli umori che li contraddistinguono tuttora ci nutrono e ci spingono, Poeti come Brodskij e come Walcott non hanno dubitato e non dubitano della presenza della  poesia. ( Scendendo nelle giornate di tutti va ricordato che, mai  come in questi anni e in Italia, è cresciuto a dismisura il numero di coloro che scrivono versi e versicoli, oltre a prose più e meno sgangherate, svendendole per poesia. Se una tale proluvie di libri e libretti denuncia il poco e il niente che li produce, questa stessa proluvie dimostra quanto tuttora valga l’illusione e la speranza di affidarsi, in un universo di chiacchiere, a parole durevoli. E questo prova quanto sia viva e più che mai vincente, in tanto inutile rumore, l’idea di poesia.)  Vale ricordare che la poesia è un raro uccello? A pochi è dato,  per talento e per qualità di strumenti,  accostarla e  raggiungerla. Gli altri, i tanti, vanno piuttosto avvertiti, istruiti. La mia generazione imparava fin dalle elementari molte poesie a memoria, poesie degli autori maggiori, e questo bastava a portarsi dentro un patrimonio che stabiliva raffronti e misure. Forse il bisogno di consegnarsi agli altri con  parole durevoli potrebbe essere al meglio soddisfatto ripetendo le parole assolte e risolte che  la poesia,  raro uccello, ci ha lasciato e ci lascia  affidandocele. E’ una questione di ignoranza da combattere.

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Domanda: L’ultimo tuo libro di poesia ha un titolo significativo: Simmetrie (2007) pubblicato ne Lo Specchio Mondadori. Perché quel titolo? – Il libro, insieme al  volume Poesie 1975-1995 (Empiria, 1997), ci consegna il percorso di una poesia di sapiente compostezza metrica, che rimanda alla linea che va da Sbarbaro e  Saba,  e arriva a Penna e Bertolucci attraverso il progenitore della poesia italiana del Novecento: Pascoli. C’è il tema del viaggio e del congedo, un viaggio che si dirama  “lungo la strada del cuore” attraverso il “corpo”:

È una stanza il corpo
nido-cella-recinto.
Abito in cui bastarsi,
da non potersi assentare un istante.
Gabbia d’ossa e di arterie,
di dove assistere al mondo.

*

Un albero, per appoggiarvi la schiena.
Stare là, senza pensieri, senza possessi.
Il mondo davanti dietro interno.
Uguale al ramo, alla foglia. Che importa
la tegola rotta, la stanza stretta?
Restare fino a che è dato,
senza orologio e senza calendario.
Chi ha deciso questa inquietudine?

Risposta: IL titolo “Simmetrie” riassume e significa quella mescolanza di opposti che per me muove  l’intera esistenza e l’essere in sé. Ho trovato e  trovo questa verità, ossimorica, in ogni istante della mia giornata. L’ho riconosciuta nella gioia-dolore che da Schopenhauer passa in Leopardi e che, nel Novecento Italiano, nutre e dà luce soprattutto in Saba e in Penna, a mio parere i poeti più  dentro il nuovo millennio: la ”serena disperazione” dell’uno, la “strana gioia di vivere” dell’altro. M’è toccato nell’infanzia: erano gli anni della guerra, mio padre era lontano sulle navi della marina militare, tutto era faticoso e doloroso da accettare, ma c’erano le poesie e le canzoni, gli orti che inverdivano a marzo,  le allegrie di mia madre dopo le oscure malinconie, le felicità improvvise, brevi, continuamente attese, instancabilmente cercate. Non ho mai smesso di vedere, di sentire, in tutto quanto mi tocca, in tutto quanto  affronto o rifiuto, nel mio stesso corpo che è insieme un peso e un dono, negli sconcerti e sconforti degli eventi pubblici, in un tempo di cambiamenti e di rumori,  la grazia di un affetto, la luce della bellezza, la voglia testarda di vivere e di continuare  che in ognuno resiste e alberga. Ho scritto molti anni fa un verso che in diversi ricordano: «Io compio l’avventura di restare.»  Ho scelto, molto tempo fa, prima dell’adolescenza, di stare nella vita  fuori della menzogna, ma anche fuori della tristezza come rifugio e medicamento. So che l’esilità e la fragilità non mi corrispondono se in ogni istante mi adopero per  vedere chiaro, per capire meglio.  Questa  è la sostanza che nutre le mie forme. 

Domanda: Molta poesia che si pubblica oggi, anche di autori di rilievo, sembra indirizzata al Ceto Medio Mediatico colto, quel pubblico di “poeti” che poi deve dare il plauso alla nuova poesia. Si realizza così un corto circuito tra le generazioni, una pratica molto diffusa tra i giovani oggi al di sotto dei quaranta anni che scrivono tutti allo stesso modo scimmiottando i modi della poesia maggioritaria. Qual è la tua opinione in proposito?

Risposta: Ho fin dalle mie prime poesie saputo che scrivevo  per il testimone attento e severo che mi porto dentro e subito dopo per gli altri, per  tutti gli altri. Sono stato per mia natura, o limitatezza, estraneo a scuole e   ideologie. Quanto alle scimmiottature e alle omologazioni, non ho dubbi: il poeta è fedele a se stesso, non può venire meno a questa fedeltà, pena il suo spegnimento. E  in conclusione: niente più della poesia denuncia il suo autore, le sue qualità e le sue mancanze. Sono sufficienti poche frasi, a volte un solo verso, per scorgere il vuoto e la bugia.

Domanda: Vorrei finire l’intervista con la domanda che faccio sempre ai poeti intervistati: pensi che ci sarà posto per la poesia nel mondo del futuro?

Risposta:  Mai come oggi l’uomo e il poeta hanno tante domande a cui rispondere, emozioni e sensazioni e umori da raccontare, rilevare, percepire. Chi annuncia la morte della poesia, a mio parere accerta solo la morte che si porta dentro e la cupa volontà di giustificarla come condizione comune. Lo ribadisco: la poesia ha un posto nel presente e nel futuro ben più ampio e urgente che nel passato. La modernità ha reso più incerto e scontento l’umano, più esteso e oscuro il suo desiderio, più folte e complesse le sue domande. La poesia, questo lo credo fermamente e vado da anni ripetendolo, è “educazione ai (e dei) sentimenti”.

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Elio Pecora

Elio Pecora è nato a Sant’Arsenio (Salerno) nel 1936,  da decenni vive a Roma.
Ha pubblicato romanzi, saggi critici, una biografica di Sandro Penna
(Frassinelli, ultima edizione 2006) e curato antologie di poesia
contemporanea. Ha collaborato con articoli letterari a quotidiani,
settimanali, riviste e a numerosi programmi culturali della RAI. Dirige
la rivista internazionale “Poeti e Poesia”.

 

In poesia ha pubblicato:

  – 2012     Dodici poesie d’amore  (Napoli,  Frullini Edizioni)
  – 2011     In margine  (Salerno/Milano, Oédipus )
  -2010     Tutto da ridere (Roma, Empiria)
  – 2007   Simmetrie (Milano, Mondadori)
– 2007   L’albergo delle fiabe e altri versi (Roma, Orecchio acerbo)
– 2006   Insettario/Insectionary (Roma, Almenodue)
– 2004   Nulla in questo restare (Trieste, Il Ramo d’Oro)
– 2004   Favole dal giardino (Roma, Empiria)
– 2002   Per altre misure (Genova, San Marco dei Giustiniani)
– 1997   Poesie 1975-1995 (Roma, Empiria; ristampato nel 1998)
– 1995   L’occhio corto (Il Girasole)
– 1990   Dediche e bagatelle (Roma, Rossi & Spera)
– 1987   Interludio (Roma, Empiria; ristampato nel 1990)
– 1985   L’occhio mai sazio (Roma, Studio S.)
– 1978   Motivetto (Roma, Spada)
– 1970   La chiave di vetro (Bologna, Cappelli)

POESIE DI ELIO PECORA
da Simmetrie (2007)

 

L’OCCHIO CORTO

Eventi da poco. Notizie prossime, come cartoline di saluti, come telefonate fretto
lose. Spettacolini per gli intimi, giostre casalinghe.
A volte, in pochi righi, appare l’allegria, passa velata la morte. Una folla, in
cammino  verso il giorno o la notte, verso il ricordo o la dimenticanza,
sosta dentro il presente.
Che vale di queste storie mentre il pianeta ruzzola e ruota, avanzano ghiacciai,
si consumano stelle, il tempo cambia di numero, si perpetrano orrori,
si assolvono speranze?
Vengono certo da umori segreti, da attenzioni a minimi segni: passi brevi,
desideri inseguiti, attese bestemmiate, rabberciate bellezze. Lacerti di 
un  mondo spiato, intravisto da un occhio corto.
*
Vanno: mani, piedi, volti
– sterminata moltitudine di attese,
di speranze, di uguali
per fame, per morte,
l’uno l’altro cercando
che rassicuri, impedisca,
tutti compiendo destini
variamente intricati,
mai cessando dietro le arterie,
fin dentro il riso o il grido,
la paura di essere cacciati
da un recinto indifeso.
*
Felice. Ma è possibile che questa felicità,
così colma, comprenda
anche tutti i disagi, tutti gli assilli?
Il sole alto sulla piazza, la folla svagata, i cani,
la violinista con l’orchestra nel registratore,
la vecchia dei fiori puzzolente di orina. Tutto visto, sentito,
e il pensiero dell’amore assente
e il pensiero di essere vivo e breve.
Felicità e disperazione.
*
Traversare il dolore
come una stanza scura,
contando i passi, i fiati.
Cercare nel chiuso
un buco, una crepa,
perché non sia memoria
ma presenza
in quell’assenza di luce.
All’uscita sapere
che toccherà tornare.
E l’allegrezza ancora
aspettando l’assalto.
*
Esistere
senza disperare della brevità,
conoscendola come spazio e confine.
Ma vale ogni giorno.
Dentro la contentezza sapere che finirà.
*
In ogni spigolo o lembo,
dietro le viscere e il cuore,
s’aprono spazi imprevisti
e ancora abissi e cunicoli.

(DOPPIO MOVIMENTO)

Un albero, per appoggiarvi la schiena.
Stare là, senza pensieri, senza possessi.
Il mondo davanti, dietro, intorno.
Uguale al ramo, alla foglia. Che importa
la tegola rotta, la stanza stretta?
Restare fino a che è dato,
senza orologio e senza calendario.
Chi ha deciso questa inquietudine?
Partire, tornare, tenere, trattenere,
quando basta appoggiarsi a un albero.
Invece, nella sazietà
temere la fame, sospirare nella contentezza. Così, da per tutto.
Non un attimo di sosta. Sempre una guerra,
un contrasto. Profumi che divengono fetori,
polpe che infradiciano,
parole come baccelli svuotati.
Una barca fragile su un mare senza fondo,
l’ansimo nella corsa dell’atleta,
l’urlo dopo il traguardo.
Non sapeva e gli è toccato imparare.
A che è valso?
Continua, come se non fosse avvertito.
Si sveglia da sogni confusi,
si dice che oggi capirà.
Un istante e tutto si ripresenta,
uguale a ieri e a ieri l’altro,
lo stesso disagio, la medesima angoscia.
Quando è cominciato tutto questo?
(…)

Elio Pecora, Simmetrie (Mondadori, Lo Specchio, 2007, pp. 115, € 12)

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