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Giorgio Linguaglossa: Sulla ventilata chiusura dello “Specchio” Mondadori. “Il Sistema Poesia non è riformabile”, “E adesso non resta da fare altro che ricominciare da zero”

Elsa Martinelli, 1967

Elsa Martinelli, 1967

Faccio copia e incolla dei miei interventi sulla vexata quaestio della paventata chiusura della collana de Lo Specchio Mondadori apparsi su questa Rivista  di inizio agosto 2015

1giorgio linguaglossa
31 luglio 2015 alle 10:42 –

A proposito della ventilata «chiusura» dello «Specchio» mondadoriano, condivido l’argomentazione di Matteo Marchesini, e mi avvalgo della facoltà di integrare, almeno in parte, le sue osservazioni con alcuni distinguo:
La vera questione (che investe anche la poesia in dialetto) non è quella del rapporto fra gli idioletti della comunicazione mediatica e la lingua strumentale della comunicazione quotidiana ma quella del rapporto tra il linguaggio poetico e i linguaggi della comunicazione mediatica. Ma già parlare di linguaggi è un pescare nelle profondità della superficie. Oggi i linguaggi tendono a spostarsi sul piano della superficie (infinita senza limiti) propria della società mediatica. Oggi il problema non è più quello tra lingua nazionale e le massime lingue di cultura, in quanto le lingue di cultura internazionali tendono a superficializzarsi in una lingua della superficie internazionale.
Resta vero ancora oggi quello che scriveva Franco Fortini nel 1976:

«In corrispondenza ad un irrigidimento della società in caste (maschera delle classi), il cosiddetto “italiano” o è una sottospecie dell’inglese che serve alla comunicazione dei potenti, dei sapienti, degli eminenti, dei borsisti, degli specialisti, dei registi, ecc. o è esso stesso un dialetto, la lingua d’uso destinata alla comunicazione pragmatica e affettiva. In questo senso i dialetti tradizionalmente intesi ritrovano tutta la loro legittimità: se consideriamo l’Italia una grande Manhattan, nei dialetti tradizionali vi sono linguaggi delle sottoculture, mentre l’italiano della comunicazione corrente (parlata o letteraria) è il linguaggio della sottocultura complessiva peninsulare e, al di sopra, sta l’italiano ufficiale, amministrativo, scientifico o specialistico, che è l’inglese o russo tradotto o traducibile; non a livello linguistico ma a livello morale e culturale. Per questo i dialetti, in quanto superstiti, sono “figura” dell’italiano, che già fin da ora è una lingua superstite. Non corrisponde a nulla di autonomo. Che Volponi scriva in (ottimo) italiano invece che in castigliano è un puro caso geografico».

M.R.Madonna

M.R.Madonna

Se prendiamo invece in esame i testi di quattro poetesse poco conosciute in quanto laterali al circuito della grande editoria ma di sicuro valore: Roberto Bertoldo con Il popolo che sono (2016), Maria Rosaria Madonna (Stige – 1992), Giorgia Stecher (Altre foto per album– 1996, libro uscito postumo), Anna Ventura (Antologia Tu Quoque (Poesie 1978-2013) del 2014, Steven Grieco-Rathgeb con Entrò in una perla (2016)  e Mario M. Gabriele con l’ultimo libro L’erba di Stonehenge (2016), Luigi Manzi con Fuorivia (2013) e Chiara Moimas (L’Angelo della Morte e altre poesie, – 2005), ci accorgiamo che ciò che frigge, non solo semanticamente, nella loro poesia è una scelta di campo: l’attraversare in diagonale il linguaggio poetico ereditato, una critica autolimitazione, una forte tematizzazione della loro poesia con conseguente esaltazione della comunicazione estetica. In autori più famosi, come Antonella Anedda, si percepisce ancora, a mio avviso, un senso «squisito» della comunicazione poetica, un senso «effabile», «affabile», «estatico», «cromatico», «semantico» della posizione estetica: si percepisce nitidamente il suono di violini e violoncelli che esalta il «sublime» o, come nel caso di Jolanda Insana, l’«antisublime» sottostante.

foto Anonymous 2

1. giorgio linguaglossa
1 agosto 2015 alle 9:08

Cerchiamo di non spostare l’ordine del discorso sul discorso sull’ordine. L’ordine va infranto appunto insufflando nei suoi penetralia nuovo e corposo disordine. Questo è il compito del critico, altrimenti egli si ridurrebbe a suonare il piffero ad ogni incantatore di serpenti. Compito del critico è portare dubbi nel campo dell’argomentazione dell’interlocutore… e poi fare in modo che i dubbi camminino da soli.
Io non pretendo mai di aver ragione, ho sempre tenuto presente l’aforisma di Adorno nei Minima moralia secondo cui «Nulla si addice meno all’intellettuale che vorrebbe esercitare ciò che un tempo si chiamava filosofia, che dar prova, nella discussione, e perfino – oserei dire – nell’argomentazione, della volontà di aver ragione. La volontà di aver ragione, fin nella sua forma logica più sottile, è espressione di quello spirito di autoconservazione che la filosofia ha appunto il compito di dissolvere […] Quando i filosofi, a cui sisa che il silenzio riuscì sempre difficile, si lasciano trascinare in una discussione, dovrebbero parlare in modo da farsi dare sempre torto, ma – nello stesso tempo – di convincere l’avversario della sua non-verità».
Il cerchio spaventa perché la sua inattaccabilità è originaria. Allora, l’argomentazione critica dovrà assumere dal cerchio il concetto dell’ordine del discorso da applicare al disordine del discorso proprio del conformismo.

2. giorgio linguaglossa
1 agosto 2015 alle 19:12 

Posto di nuovo un commento che avevo già inserito in altra occasione:
io la penso come il poeta Flavio Almerighi: «il sistema non è riformabile», almeno in Italia. Il problema è ben più vasto, qui non si tratta di un problema tecnico o specialistico, cioè di tipo letterario, ma è più vasto: per riformare il settore della poesia (produzione, commercializzazione, pubblicizzazione e consumo del prodotto), occorre una riforma non solo di tipo letterario, cambiare un dirigente di collana è appena una goccia nell’acqua, in Italia bisogna cambiare le regole del gioco, le regole di cooptazione, le regole non scritte delle lobbies letteraria e politica, la seconda che sostiene la prima, riscrivere le regole del gioco, spezzare le cinghie di trasmissione che legano i partiti alle lobbies. Quando io parlo di “qualità” che dovrebbe presiedere la valutazione di certe scritture letterarie, cioè quelle che non sono di mero intrattenimento, intendo appunto un universo assiologico istituzionale che adotti quel valore, quel criterio metodologico, non ho in mente un criterio mitico idealistico di delibazione dell’opera bella. Occorre soprattutto una riforma della scuola, delle università, della stampa e della televisione, nonché dei mezzi di comunicazione di massa, è un problema gigantesco che attiene a quelle mancate riforme istituzionali e di struttura di cui si parla tanto oggi ma che nessuno dei partiti dell’arco costituzionale ha la minima intenzione di porre in essere. Il problema del settore poesia e narrativa non va visto quindi come un problema specialistico o di comparto, ma è molto più vasto ed attiene al tipo di società che vogliamo costruire, se vogliamo continuare sulla falsariga feudale e coloniale che la politica italiana ha seguito finora, non c’è scampo, la scrittura letteraria e la produzione artistica ne rimarranno condizionate. Tutto ciò mi sembra ovvio. Quindi, come dice Flavio Almerighi, «il sistema non è riformabile».

3. giorgio linguaglossa
2 agosto 2015 alle 11:29

Posto qui un commento scritto stamane su facebook:
Gli ultimi tre libri di poesia de Lo Specchio, quelli di Roberto Dedier, Stefano Dal Bianco e di Franco Buffoni, sono scritture professionali medie, scritture letterarie che adottano un gergo della medietà linguistica, scritture di professori, professionalmente corrette… ma di questo tipo di scritture ne sono capaci almeno un paio di centinaia di persone in Italia. Ad essere seri quindi dovremmo pubblicare nello Specchio libri di almeno 200 persone, il che è un assurdo oltre che una follia. In realtà, di tratta di libri nati già morti. Sono la dimostrazione che si tratta del decesso de Lo Specchio. A questo punto che Lo Specchio continui a pubblicare gli “Amici” e i “Sodali” di una ritrettissima cerchia di persone di Milano e di Roma, che significato può avere? Nessuno, rispondo io. Quindi, che ben venga la chiusura della collana che un tempo lontano pubblicava libri di poesia.
Caro Gianpaolo Mastropasqua, quello di Cucchi e Riccardi non è stato un «errore di politica editoriale», come tu dici, o, almeno, non solo. È stata una strategia fatta a tavolino: quella di voler imporre alla poesia italiana del secondo Novecento il marchio di fabbrica di Milano con, in posizione sussidiaria, i romani (Patrizia Cavalli, Valentino Zeichen, Valerio Magrelli, etc.) fingendo di dimenticare i romani diversi e di diversa qualità come Luigi Manzi (classe 1944) e Carlo Bordini (classe 1938) oltre che Giovanna Sicari (classe 1954), etc, per non parlare dei poeti che romani non erano, ad esempio Helle BusaccaMario M. Gabriele, Edith Dzieduszycka, Salvatore Martino,  Roberto Bertoldo etc. – L’operazione è culminata con la Antologia curata da Cucchi e Giovanardi (nella quale Giovanardi faceva l’esecutore del mandato critico ricevuto). Però, mi viene un dubbio sempre più assillante, ed è questo: che è la visione che della poesia hanno i Cucchi e i Riccardi che non è stata all’altezza di recepire e comprendere la poesia migliore che si è fatta in Italia negli ultimi 40 anni. Questo, credo e temo, è stato un loro limite.Era ovvio che fosse soltanto una questione di tempo, a lungo andare, la loro “visione” della poesia italiana si è rivelata sempre più asfittica e conformista, sempre più ristretta, fino alla implosione finale fatta senza neanche il minimo dubbio che il 90% degli autori pubblicati ne Lo Specchio fosse di media qualità, intendendo con il termine “medio” che ce ne sono in giro almeno altre 200 persone che scrivono a quel livello. E questo ha portato ad una perdita di credibilità e a un livello sempre più basso delle pubblicazioni. Ed il pubblico è scomparso. A questo punto, ripeto, non ha senso chiudere o no la collana de Lo Specchio e quella della Einaudi, in sostanza queste collane hanno già chiuso (virtualmente) non sono più da tempo in grado di individuare i valori poetici e, secondo me, nemmeno ne hanno intenzione. Ed è finita la funzione di «GUIDA» che queste collane hanno avuto nel lontano passato quando al loro timone c’erano persone come Calvino e Sereni, e anche Raboni (pur con i suoi errori).

4. giorgio linguaglossa
3 agosto 2015 alle 11:22 


Riprendo il filo del discorso:
Caro Gianpaolo, hai messo il dito nella piaga, la poesia viene letta quando è una poesia di livello elevato. Il pubblico della poesia che è andato crescendo a dismisura in questi ultimi 4, 5 decenni, ha fatto sì che ci fosse una enorme quantità di libri di poesia in circolazione, e spesso anche ben scritti (io ne so qualcosa dato che mi occupo da due tre decenni di poesia e la leggo), ma il problema non è che siano ben scritti, per essere pubblicati da una collana prestigiosa occorre qualcosa di più. Bisognava avere l’accortezza di mettere in piedi una rete di lettori di diverso indirizzo stilistico e di diversa provenienza culturale allo scopo di ottenere responsi anche contraddittori e conflittuali dai quali trarre le risultanze definitive. E occorrerebbe oggi più che mai mettere in piedi un sistema di valutazione dei testi, dei lettori di alta qualità che possano esprimere un parere sui testi, tutto un lavoro che si mette in piedi (e si doveva mettere in piedi) nel corso degli anni tentando di interessare le migliori menti in circolazione, lavoro che però non si è fatto o che si è fatto affidando il lavoro di vaglio e di selezione dei testi e degli autori a persone che non avevano i requisiti per svolgere questo lavoro con competenza e super partes. Con la conseguenza che si è pensato ad una “scorciatoia”, quella di restringere il campo dei “beneficiati” ad una ristretta cerchia di “amici” e di “sodali”. Si è trattato di un meccanismo che alla lunga si è dimostrato perverso e che ha determinato risultati perversi e discutibili mentre nel frattempo la crisi del mercato editoriale dei libri si aggravava e la crisi ha prodotto il fall out del sistema, il quale è imploso.

E adesso non resta da fare altro che ricominciare da zero.
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2 commenti

Archiviato in Crisi della poesia, critica della poesia, poesia italiana contemporanea, poesia italiana del novecento, Sistema poesia

“THREE STILLS IN THE FRAME” (Tre fotogrammi dentro la cornice), Chelsea Editions 2015 pp. 330 $ 20 Traduzione di Steven Grieco, INCONTRO CON GIORGIO LINGUAGLOSSA a cura di Daniela Cecchini 

Giorgio-Linguaglossa-Three Stills In the Frame 2015 È uscita il 7 agosto 2015, l’intervista a Giorgio Linguaglossa a cura di Daniela Cecchini sulla pagina Cultura del Corriere del Sud di cui alleghiamo il link in occasione dell’uscita della Antologia delle sue poesie con traduzione in inglese di Steven Grieco con testo a fronte.

http://www.corrieredelsud.it/nsite/home/corriere-letterario/21462–three-stills-in-the-frame-incontro-con-giorgio-linguaglossa.html

Giorgio Linguaglossa, eccellente critico letterario, poeta e saggista, è nato ad Istanbul nel 1949, da famiglia di origini siciliane e vive da sempre stabilmente a Roma.
La sua opera prima di poesia Uccelli risale al 1992; successivamente, nel 2000 pubblica Paradiso, nel 2006 La Belligeranza del Tramonto e nel 2013 Blumenbilder (natura morta con fiori).
Nella sua intensa attività letteraria, ha tradotto poeti inglesi, francesi e tedeschi e diretto la collana di poesie delle Edizioni Scettro del Re di Roma, oltre ad aver fondato il quadrimestrale di letteratura “Poiesis”, che dirigerà dal 1993 sino al 2005. Interessante la pubblicazione nel 1995 del “Manifesto della Nuova Poesia metafisica”, che redige insieme ad altri poeti molto noti nel panorama letterario. Ha pubblicato, inoltre, numerosi saggi sulla poesia moderna e contemporanea ed alcuni racconti e romanzi di elevato spessore culturale.
*
D) Le sue poesie hanno varcato i confini italiani, sono state tradotte in spagnolo, bulgaro e adesso in inglese. La traduzione riesce sempre a mantenere intatto il significato di una lirica, nel momento in cui non è possibile realizzarla in modo letterale?

R) La traduzione è importante, innanzitutto perché è un dialogo tra le lingue e le culture, è una specie di sistema di vasi comunicanti tra le culture ed è utilissima per ampliare la visione che una cultura ha di se stessa. La traduzione è uno specchio che ti consente di vederti con altri occhi e di verificare se il tuo discorso ha la forza di uscire dalla cultura di provenienza, oppure no.

D) In questi giorni è stata pubblicata negli Stati Uniti la sua Antologia di 320 pagine “Three Stills in the Frame” – Tre fotogrammi dentro la cornice – (Chelsea Editions). Questa sua opera rappresenta un avvenimento di un certo rilievo per la poesia italiana, un biglietto da visita del Made in Italy, come si usa dire oggi, anche se apparentemente riservato all’élite della cultura americana. Vorrebbe parlarmi di questo avvenimento, in un momento storico complesso, in cui la cultura italiana è sofferente e stenta a varcare i confini nazionali?

R) Ho sempre pensato che la poesia di un’epoca storica è l’espressione artistica che «rappresenta» nel modo più alto e sintetico la cultura di un popolo in un dato momento storico, la rappresenta nel senso che la custodisce e la tradisce. Voglio dire che i contemporanei fanno sempre una certa fatica a riconoscere la voce di un poeta del loro tempo, se lo riconoscono subito e lo acclamano come loro poeta, allora si tratta di un poeta minore, che viene incontro al gusto medio del pubblico. Facendo questa antologia per il pubblico americano ho voluto dare della mia poesia una idea europea piuttosto che italiana, ho selezionato le poesie più europee; ho voluto dare l’idea di un poeta che proviene da quella grande esplosione di creatività, di arte e di scienza che è stato il Rinascimento italiano. In tal senso, io mi considero un epigono di Machiavelli e di Leonardo piuttosto che un erede di Montale. Non so se la critica americana si accorgerà di questo aspetto, io lo spero. Mi sono sempre posto il problema di uscire dal Novecento italiano, la sua storia non è stata certo esaltante; di avere uno sguardo stereometrico, di guardare all’Europa: ai grandi poeti polacchi, ai russi, ma anche agli svedesi come Tomas Tranströmer e ai norvegesi come Rolf Jacobsen.

giorgio linguaglossa 5 agosto 2015 teatro MarcelloD) Vedo che nella copertina del suo libro c’è una foto del 1946, raffigurante i suoi genitori giovani, che camminano in una strada di Roma. Come mai questa scelta di mettere una foto di famiglia nella copertina di un’Antologia di poesia?

R) L’immagine posta in copertina del libro riprende una foto scattata da un fotografo di strada a Roma nel 1946 con una Kodak. All’epoca, mio padre era disoccupato, tornato dalla guerra, aveva perso il negozio che aveva a Roma. Il proprietario del negozio gli notificò l’importo dell’affitto da pagare per i quattro anni della guerra, mio padre che non aveva i soldi fu costretto a chiudere il negozio e a restare disoccupato. Così fu trattato un servitore della patria. Io non ero ancora nato. Comincia qui la mia poesia, dagli anni Quaranta. Il dopoguerra, la fame e la disgrazia dei miei genitori. Tornato dalla guerra, mio padre sposa mia madre. Un episodio d’amore. La mia Antologia vuole essere un omaggio alle generazioni di italiani che hanno rifatto l’Italia dopo il disastro del fascismo e della guerra, e la poesia “Tre fotogrammi dentro la cornice”, la più lunga che io abbia mai scritto, ripercorre la storia privata dei miei genitori nello scorcio del Novecento; la vita privata si confonde e si sovrappone, nella poesia, alla vita pubblica: il fascismo (mio padre era comunista), la guerra, il dopoguerra, la caduta in disgrazia economica dei miei genitori, la mia nascita, mia madre, la donna più bella del mondo agli occhi di me bambino, mio padre che a quaranta anni ricomincia tutto daccapo, da disoccupato, e si mette a fare il calzolaio, e poi, in seguito, negli anni Sessanta, metterà su una bottega di vendita di scarpe. Così, mentre scorrono gli eventi della guerra fredda, i miei genitori invecchiano, io divento grande e comincio ad invecchiare anch’io, l’Italia peggiora e invecchia. E poi la corruzione delle menti, quella corruzione antropologica che purtroppo ha attinto gli italiani. Di qui la mia scelta di andare a fare, dopo gli studi di lettere, un mestiere utile al mio paese, andai a fare il direttore di carcere. Ho girato molti penitenziari del nord e del centro dell’Italia. E poi, i giorni nostri: la crisi, che non è solo economica, ma spirituale, antropologica, crisi del «sistema Italia» ormai, temo, non più riformabile.

D) Il libro si apre con una poesia, dove è presente sua madre, che ricompare insieme a suo padre, nella bellissima lirica “Tre fotogrammi dentro la cornice”, che dà il titolo al volume e riprende l’immagine dei suoi genitori, messa in copertina. Inoltre, il libro è disseminato di figure femminili, volta a volta diverse: Marlene, Beltegeuse, Enceladon, la dama veneziana in maschera, Madame Zorpia e Madame Zanzibar e tante altre ancora. Quale significato racchiude tutto questo affollamento di figure femminili?

R) Stavo dicendo che Marlene, Beltegeuse, Enceladon, Simonetta Vespucci, la dama veneziana in maschera, Madame Zorpia e Madame Zanzibar e tante altre ancora, sono tutte personificazioni e personaggi del «femminile», sono sosia di mia madre. Il «femminile» ha attraversato tutto il mio immaginario, e quindi attraversa anche il mio Novecento poetico. La vecchiezza delle donne corrisponde alla vecchiaia del Novecento, e la mia poesia vuole essere la palinodia, il compianto per la vecchiaia di un secolo che ha coinciso anche con la mia personale maturità, e lo scacco di non essere riuscito a dare un contributo maggiore per la riscossa del mio paese. Forse con la poesia ci sono riuscito. Forse. Ma non credo, la mia poesia porta un messaggio di cui gli italiani non hanno bisogno.

D) Quale è, ove ci fosse, il filo conduttore tra tutti questi personaggi?

R) Non so quale sia il filo conduttore tra tutti i personaggi e le personificazioni, maschili e femminili, presenti nella mia poesia. Tra le personificazioni maschili ci sono Tiziano, Vermeer, Rembrandt, Velazquez, poeti come Brodskij, Ariosto, Dante; musicisti come Ciajkovskij, Vivaldi; personificazioni di entità astratte: il Signor K., Anonymous, il Signor Cogito (personificazione del filosofo), l’imperatore Costantino (colui che rifonda l’Impero su una menzogna), il Signor Retro, il Signor Posterius, il Signor K., il Commissario, e poi ci sono gli Angeli: l’angelo della storia Achamoth, gli angeli Raffaele, Asraele, Shemchele e i falsi angeli come Sterchele (nato da un difetto di pronuncia dell’Altissimo); e poi ci sono i filosofi che non si piegano, come Carneade, che resiste in un interrogatorio drammatico alle domande degli angeli inquisitori, Munkar e Nakir. In realtà, è una lotta drammatica di tutti contro tutti, una belligeranza universale, quella che ha attraversato il Novecento con le sue tre guerre mondiali. La volontà di potenza nel suo massimo dispiegamento di forze in atto. Ecco, forse il filo conduttore è questo: la volontà di potenza dispiegata dalla nostra epoca tecnologica, quello che un filosofo come Heidegger con una espressione poetica ha chiamato «l’oblio dell’essere».

D) Il prefatore Andrej Silkin afferma che la sua poesia è il tentativo più arduo ed ambizioso fatto dalla poesia italiana, per superare la poesia d’occasione: la poesia diario iniziata dal più grande poeta del Novecento italiano, Eugenio Montale. Vorrebbe spiegarmi cosa significa “superare”, ovvero, andar oltre Montale?

R) «Superare Montale», nel senso da attribuire a questa frase di Andrej Silkin, significa fare una poesia che corrisponda ad un progetto « für ewig » (per sempre), una poesia che corrisponda ad «una Grande Visione», e non ad una poesia di occasioni, diaristica, in minore, scettico-urbana, personalistica, privatistica, psicologica come quella che Montale farà da Satura (1971) in poi. Seguito a ruota da tutta la poesia italiana del tardo Novecento. È questa l’accusa che rivolgo alla poesia italiana del dopo Montale, quella di non essersi saputa liberare da questa visione scettico-ironica, diminutiva, minimale che poi ha dato risultati estetici molto discutibili e ha avviato la poesia italiana del secondo Novecento a un lento e inarrestabile declino.

D) Lei è nato ad Istanbul, o meglio, mi correggo, a Costantinopoli nel 1949 per poi trasferirsi a Roma con la sua famiglia. Che senso ha avuto per lei questa duplice appartenenza alle due capitali dell’antico Impero romano?

R) Mi piace pensare che per una bizzarria del caso io sia nato a Costantinopoli in quanto i miei genitori nel 1949 si trovavano lì per il commercio di pellami che faceva mio padre. All’età di tre mesi dalla mia nascita i miei genitori mi hanno portato a Roma, ma, probabilmente, qualcosa è restato nella mia immaginazione (sono stato un bambino straordinariamente immaginativo) di quella antica capitale di un impero pagano ormai tramontato. Questo mi ha aiutato ad estraniarmi da Roma, mi ha fatto sentire sempre un po’ estraneo in Italia, un po’ diverso dagli altri ragazzi e adolescenti della mia età. Con il tempo ho capito che questa duplice appartenenza immaginativa alle due capitali dell’antico impero romano poteva essere un fattore positivo, e positivo per la mia poesia. È questo il motivo per il quale ho scritto e pubblicato il romanzo Ponzio Pilato che nel 2016 uscirà negli Stati Uniti in traduzione inglese. Mi sono spesso chiesto se io al posto di Ponzio Pilato mi sarei comportato come lui o avrei scelto di oppormi alla richiesta di pena capitale per Gesù pronunziata dal Sinedrio. E mi sono dato una risposta. Avrei liberato quell’innocuo predicatore e avrei sfidato le ire del Sinedrio.

D) Ho letto il suo romanzo “Ponzio Pilato”, edito nel 2011. Che cosa unisce la figura di Ponzio Pilato alla Roma del terzo millennio?

R) Ponzio Pilato, il quarto Procuratore della Giudea, è stato il plenipotenziario di Roma. Lui è l’Occidente, quell’Occidente che osserva l’Oriente ma non lo comprende. Anche davanti a Gesù, Pilato non riesce a comprendere quel “mondo”, la famosa domanda: «Che cos’è la verità», che Pilato rivolge a Gesù, ci rivela subito la statura intellettuale di Pilato, il quale non è affatto uno sciocco. La domanda di Pilato è centrale e strategica insieme, lui vuole capire dalla risposta di Gesù se l’uomo è pericoloso per le leggi di Roma o se non lo è. E la deduzione di Pilato è straordinariamente acuta, comprende che il messaggio di Gesù è un messaggio di pace spirituale, che non si tratta di un ribelle pericoloso. La Roma del terzo millennio è simile al mercato del Tempio di Gerusalemme dove si affollano i mercanti e gli strozzini, dove si vende il denaro e si compra la corruzione. La Roma attuale non è nulla di più di un puntino sulla carta geografica, non significa nulla. Il nichilismo della Roma attuale lo si ritrova intatto nella mia poesia, ma ribaltato, rivoltato, perché la mia poesia si nutre di una «Grande Visione». La mia poesia vuole essere un atto di drastica accusa contro la corruzione del mio paese.

giorgio linguaglossa daniela cecchini

giorgio linguaglossa daniela cecchini

D) Che peso ha il passato nei suoi versi?

R) Dal passato ho imparato una cosa, una cosa che mi diceva mio padre calzolaio: «Non accettare mai di fare un passo indietro»; e poi ho in serbo un’altra massima, del capo indiano Tachka Witka (più noto come Cavallo pazzo): «Un grande capo deve seguire una Grande Visione come l’aquila insegue il profondo blu del cielo». Ecco, queste sono le due gambe spirituali e filosofiche sulle quali ha poggiato la mia poesia e la mia vita. Il passato mi ha insegnato che si può essere sconfitti ma senza mai perdere l’orgoglio di aver difeso ad oltranza la propria posizione. Come parla il filosofo Cogito nelle mie poesie, lui dice che «bisogna tenere il punto, alla fine il punto vincerà sulla linea». Non sono sicuro se Cogito abbia ragione o torto, questo lo vedranno solo i posteri. Del resto, credo che il lettore di un libro di poesia voglia sapere questo: come comportarsi nella vita, con quale azione rispondere a una ingiustizia, come poter essere un cittadino migliore. Tutto il resto è chiacchiera di letterati.

D) Esiste un trait d’union fra passato e presente, due epoche culturali con logiche differenze?

R) Oggi siamo nell’epoca della superficie. I media, il video, internet, la politica sono emanazioni della superficie, sono effetti dell’«oblio dell’essere». Viviamo come pattinatori su una superficie ghiacciata (anestetizzata), la superficie della medietà superficiaria. Non abbiamo più alcuna relazione che ci unisce a ciò che nel lontano passato siamo stati, penso al Rinascimento, penso a quel grande crogiolo di civiltà che è stato l’impero pagano di Roma, penso alla generazione che ha fatto l’Italia dopo la sconfitta della seconda guerra mondiale, penso a Giordano Bruno che, per tenere il punto affronta il rogo con coraggio, penso a Galilei costretto ad una umiliante abiura dall’Inquisizione, penso a Gramsci che in prigione scrive i suoi quaderni, penso a Leopardi che affida allo Zibaldone i suoi pensieri. Oggi c’è una grande stanchezza e una grande sfiducia. Siamo arrivati al capolinea della storia di un insieme di popoli diversi che si chiamano oggi italiani.

D) Un critico, di cui non ricordo il nome, una volta disse che la sua poesia è come “anestetizzata”: le immagini, le parole sembrano private di emozione, come se non dovessero più entrare nell’umana sfera emotiva. Condivide questa chiave di lettura?

R) L’anestesia è quel composto chimico che si dà ad una persona per non farle sentire il dolore di un intervento chirurgico. Bene, anche la lingua italiana ha subito un intervento del genere, è stata anestetizzata per impedirle di avvertire il «dolore» che la comunità sentiva. Questa anestetizzazione della lingua di relazione, quella che parliamo tutti i giorni, è un fenomeno in atto da tempo, da almeno trenta quaranta anni. La vita antropologica di un popolo è stata anestetizzata, è stata isolata dal dolore, e così questo popolo è andato incontro al suo destino senza, paradossalmente, avvertire alcun dolore, ma con una specie di inerzia, di indifferenza, di noia, senza essere capace di alcuna reazione. Ecco, io non ho fatto altro che costruire una «forma poetica», un lessico, uno stile che recepisse quanto avvenuto nella società italiana. Non è quindi la mia poesia ad essere «anestetizzata», ma è la società italiana che ormai si è «anestetizzata». Come poeta non potevo che usare quella lingua.

D) Perché ha dovuto ricorrere all’anestesia delle parole?

R) Perché il poeta deve il massimo rispetto alle «parole», le deve prendere per quello che esse sono diventate, cioè «prive di emozioni»; le parole si sono «anestetizzate», non veicolano più un significato, una comunità in crescita, ma una comunità ripiegata su se stessa, una comunità in declino, che si alimenta di falsi idoli e accudisce false verità. Se la lingua italiana, quella parlata dal popolo, si è «anestetizzata», bene, il poeta non ha il diritto di intervenire con interventi «estetici» o di micro chirurgia migliorativa. Il poeta deve essere incorruttibile: deve prendere quello che la lingua gli dà, non deve abbellirla, non deve vestirla di orpelli.

D) Sempre a proposito di Andrej Silkin, nella prefazione il critico scrive che la “costellazione” dei suoi poeti con i quali interloquisce è la seguente: Osip Mandel’štam, Arsenij Tarkovskij, Milosz, Zbigniew Herbert, Adam Zagajewski, Eliot, Tranströmer; insomma, il critico sostiene che lei guarda ad est e a nord dell’Europa, che ha poco a che vedere con la poesia del tardo Novecento italiano. Stanno veramente così le cose?

R) Una volta un lettore mi disse che le mie poesie gli sembravano scritte da un poeta straniero, e poi tradotte in italiano, «un bell’italiano», aggiunse, forse temendo di offendermi. Io gli risposi che questo era per me il più grande complimento che un lettore poteva farmi. Le cose stanno così, ho sempre cercato di scrivere le mie poesie come se fossi uno straniero, un marziano, sbarcato, per caso, a Roma, costretto a scrivere in italiano ma rimanendo pur sempre straniero. Ecco, questa estraniazione mi ha consentito di assorbire dalla grande tradizione europea, dai poeti da lei citati e da altri, tutto ciò che era possibile assorbire. La mia poesia ha poco a che fare con la tradizione del Novecento italiano. Forse provengo da lontano, da quella capitale immaginaria dell’Impero d’Oriente che è stata Costantinopoli dove sono nato. Provengo dalla periferia dell’impero, ma vivo da sempre a Roma, che è pur sempre una capitale cosmopolitica, cafona e inaffondabile nella sua medietà e nella sua inimitabile creatività.

D) Per concludere il nostro piacevole incontro, mi consenta una domanda: perché la poesia oggi, perché un libro di poesia?

R) Non c’è un perché. La poesia è un atto di creazione, si crea qualcosa dal nulla, che prima non esisteva. È qualcosa di incredibile, no? Un libro di poesia è una sorta di epitaffio spirituale di una civiltà. Sono pochi i libri di poesia in un secolo degni di questo nome.

Fayyum-Portrait- 120-140 d.C.

Fayyum-Portrait- 120-140 d.C.

L’anima guarda gli occhi stellati del rospo

L’anima guarda gli occhi stellati del rospo.
I pesci d’argento nuotano contro corrente.
Tumefazioni verdi della putrefazione brillano
sulle mani di madreperla di mia madre
posate sui tasti del pianoforte.
Il quaderno nero sul comò
le poesie vergate con inchiostro di china
i guanti di garza nera
il profumo nella profumiera d’argento.
È l’anima svestita di stelle che salpa
verso la rotonda luna.
Una gonna color fucsia si allontana dalla finestra.
Imperioso entra il vento del nord sbattendo la fronte algida
sulla cartilagine del cosmo.
Mia madre al pianoforte suona un Lied di madreperla.
Nell’ombroso cortile ratti mangiucchiano
la carne bianca di un cadavere.
Una sorella azzurra ripete salmodiando
i versi incantati di Orlando furioso
che brama la bella Angelica, esce dai versi dell’Ariosto
e prende la forma di un cormorano nero
l’uccello degli ampi orizzonti.
«Sì», dice Enceladon da una stella,
«dai rami degli alberi uccelli storpi
prendono un volo sghembo,
vanno verso il sole pallido,
portano nel petto il lutto di mia madre
ammalata di stelle».

(1986)

THE SOUL LOOKS AT THE TOAD’S STARRY EYES

The soul looks at the toad’s starry eyes.
Silverfish swim upstream.
Green tumefactions of putrefaction shine
on my mother’s mother-of-pearl hands
as they rest on the piano keys.
The black notebook on the dresser,
the poems written in China ink
the black gauze gloves,
the perfume in the silver perfume vial.
It’s the soul wearing no stars that sails
towards the round moon.
A fuchsia-colored skirt moves away from the window.
An imperious north wind comes in, its icy forehead
knocks against the cartilage of the universe.
At the piano my mother plays a mother-of-pearl Lied.
In the shadowy courtyard rats nibble
at a corpse’s white flesh.
A sky-blue sister chants
the enchanted lines of Orlando Furioso,
who yearns for lovely Angelica, comes out of Ariosto’s lines
and turns into a black cormorant,
vast-horizoned bird.
“Yes,” says Enceladon from a star:
“Crippled birds fly crookedly off
the branches of trees
flying towards the pallid sun.
In their breast
they carry my mother’s star-sickened grief.”

(1986)

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“APERTURE” Rivista semestrale di cultura arte e filosofia. due poesie inedite di Giorgio Linguaglossa: “Quel corridoio, che attraversavo in allarme” e “Era dietro la porta girevole” – Direttore Enrico Castelli Gattinara

aperture

“APERTURE” Rivista semestrale di cultura arte e filosofia. Direttore Enrico Castelli Gattinara

Su Aperture n. 30, sul tema del VUOTO, abbiamo appena aggiunto due poesie inedite di Giorgio Linguaglossa: “Quel corridoio, che attraversavo in allarme” e “Era dietro la porta girevole”. Non perdete l’occasione di scoprire un autore speciale e un numero di Aperture ricco di suggestioni. (E.C. Gattinara)

http://www.aperture-rivista.it/sommario.asp?id=36

Per la centralità acquisita dal tema del “Vuoto” nella poesia e nell’arte contemporanea, suggeriamo di leggere con attenzione i numerosi saggi ospitati dei vari saggisti e filosofi sul tema del “VUOTO” e di scorrere il Sommario con l’elenco dei saggi.

Il tema del «vuoto» è il tema per eccellenza dei nostri tempi, non è un caso che un numero della rivista “Aperture” diretta da Enrico Castelli Gattinara sia stato dedicato al tema del «vuoto». Che cos’è il «vuoto»? È possibile una sua definizione? È possibile una sua formulazione? – A rigor di logica, del «vuoto» non se ne può parlare perché parlarne già presupporrebbe una definizione di esso o, comunque, una sua delimitazione, una sua recinzione. In realtà il «vuoto» non è un «tema» di cui si possa parlare, altrimenti si presupporrebbe che esso sia qualche cosa, quella qualcosa, appunto, di cui si parla.

Di fatto, il «vuoto» non accade, il «vuoto» è, e il poeta non può nemmeno identificarlo, indicarlo con parole, altrimenti non sarebbe più un «vuoto» ma un «pieno», se non chiamando in causa il proprio alleato, che è anche l’alleato delle parole: il «silenzio». Ma anche il «silenzio» è un concetto ibrido: c’è un silenzio pre-linguistico, che era prima della nascita del linguaggio, e c’è un silenzio post-linguistico, cioè dopo la nascita del linguaggio, e noi ci occupiamo ovviamente del silenzio così come lo conosciamo, di un «silenzio» fatto di linguaggio. E non potrebbe essere altrimenti.

(G.L.)

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Noam Chomsky: “IL CAPITALE SPECULATIVO”, “LA NUOVA ETA’ IMPERIALE” e “L’ISOLAMENTO TECNOCRATICO”, “LA STAGNAZIONE” (basato su dibattiti tenuti in Illinois, New Jersey, Massachusetts, New York e Maryland nel 1994,1996 e 1999)

Domanda. Negli ultimi venticinque anni il capitale finanziario multinazionale, piuttosto che negli investimenti e nel commercio, è stato impiegato nelle speculazioni sui mercati azionari internazionali, al punto da dare l’impressione che gli Stati Uniti siano diventati una colonia alla mercé dei movimenti di capitali internazionali. Non ha più importanza chi detiene il potere politico, tanto non sono più loro a decidere le cose da fare. Che portata ha, oggi, questo fenomeno sulla scena intremazionale? 

La nuova età imperiale”. E la ritengo una definizione azzeccata: di certo stiamo andando in quella direzione.

Per prima cosa dobbiamo fare più attenzione al linguaggio che utilizziamo, me compreso. Non dovremmo parlare semplicemente di “Stati Uniti”, perché non esiste una simile entità, così come non esistono entità come l’”Inghilterra” o il “Giappone”. Può darsi che la popolazione degli Stati Uniti sia “colonizzata”, ma gli interessi aziendali che hanno base negli Stati Uniti non sono affatto “colonizzati”. A volte si sente parlare di “declino dell’America”, e se si osserva la quota mondiale di produzione che viene effettuata sul territorio degli Stati Uniti è vero, è in declino. Ma se si considera la quota di produzione mondiale delle aziende che hanno sede negli Stati Uniti, ci si accorgerà che non c’è alcun declino, anzi, le cose vanno per il meglio. Il fatto è che questa produzione ha luogo soprattutto nel Terzo mondo.  Quindi possiamo parlare di “Stati Uniti” come entità geografica, ma non è questo ciò che conta nel mondo degli affari. In sintesi, se non si parte da un’elementare analisi di classe non si riesce nemmeno a comprendere il mondo reale: cose come “gli Stati Uniti” non sono entità.

Ma lei ha comunque ragione: gran parte della popolazione degli Stati Uniti viene sospinta verso una sorta di condizione sociale da Terzo mondo colonizzato. Dobbiamo però ricordare che esiste un altro settore, composto da ricchi manager, da ricchi investitori e dai loro scherani nel Terzo mondo, come i gangster della mafia russa o qualche ricco dignitario brasiliano, che curano i loro interessi a livello locale. E questo è un settore del tutto diverso, i cui affari stanno andando a gonfie vele. Per quanto riguarda i capitali destinati alle speculazioni, anch’essi hanno una parte estremamente importante. Lei è nel giusto quando sostiene che hanno un enorme impatto sui governi nazionali. Si tratta di un fenomeno molto esteso; le cifre sono di per sé impressionanti. Intorno al 1970, circa il 90 percento del capitale coinvolto nelle transazioni economiche internazionali veniva utilizzato a scopi commerciali o produttivi e soltanto il 10 percento a scopi speculativi. Oggi le cifre si sono invertite: nel 1990, il 90 percento del capitale totale era utilizzato per la speculazione; nel 1994 si era saliti addirittura al 95 percento. Inoltre l’ammontare globale del capitale speculativo è esploso: l’ultima stima della Banca mondiale indicava una cifra di circa 14 000 miliardi di dollari. Ciò significa che ci sono 14 000 miliardi di dollari che possono essere liberamente spostati da un’economia nazionale a un’altra: un ammontare enorme, superiore alle risorse di qualsiasi governo nazionale, e che quindi lascia ai governi possibilità estremamente limitate quando si tratta di operare scelte politiche economico-finanziarie.

Perché si è verificata una crescita tanto imponente del capitale speculativo? I motivi chiave sono due. Il primo ha a che fare con lo smantellamento del sistema economico mondiale del dopoguerra, che avvenne nei primi anni settanta. Vedete, durante la Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti riorganizzarono il sistema economico mondiale e si trasformarono in una sorta di “banchiere globale” [durante la Conferenza monetaria e finanziaria delle Nazioni Unite a Bretton Woods, nel 1944]: il dollaro diventò la valuta mondiale, venne fissato all’oro e divenne il punto di riferimento per le valute degli altri paesi. Questo sistema fu alla base della consistente crescita economica degli anni cinquanta e sessanta. Ma negli anni settanta il sistema di Bretton Woods era divenuto insostenibile: gli Stati Uniti non erano più abbastanza forti economicamente da continuare a essere il banchiere del mondo, soprattutto per gli alti costi della guerra nel Vietnam. Così Richard Nixon prese la decisione di smantellare del tutto l’accordo: all’inizio degli anni settanta sganciò gli Stati Uniti dal sistema monetario aureo, aumentò le tasse sulle importazioni, distrusse tutto il sistema.

La fine di questo sistema di regolamentazione internazionale diede l’avvio a una speculazione sulle valute senza precedenti e a una fluttuazione degli scambi finanziari, fenomeni da quel momento in costante crescita. Il secondo fattore che ha determinato il boom del capitale speculativo è stato la rivoluzione tecnologica nelle telecomunicazioni, che avvenne nello stesso periodo e rese d’improvviso molto facile il trasferimento di valuta da un paese all’altro.

Oggi, virtualmente, l’intera Borsa valori di New York si sposta a Tokyo durante la notte: il denaro è a New York di giorno, poi viene trasferito “via rete” a Tokyo, e siccome il Giappone è in anticipo di quattordici ore rispetto a noi, lo stesso denaro viene utilizzato in entrambi i posti. Ormai, quasi 1000 miliardi di dollari vengono spostati quotidianamente sui mercati speculativi internazionali, con effetti enormi sui governi nazionali. A questo punto, la comunità internazionale che gestisce questi investimenti ha un virtuale potere di veto su tutto ciò che un governo nazionale può fare. È quanto accade oggi negli Stati Uniti. Il nostro paese si sta riprendendo lentamente dall’ultima recessione; certamente è la ripresa più lenta dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Ma c’è stagnazione soltanto sotto un certo punto di vista: la crescita economica è molto bassa, si sono creati pochi posti di lavoro (in realtà, per molti anni, i salari sono persino scesi durante questa “ripresa”), ma i profitti sono andati alle stelle. Ogni anno la rivista “Fortune” esce con un numero dedicato alla ricchezza delle persone più importanti del mondo, “Fortune 500”, il quale ci dice che i profitti in questo periodo si sono impennati: nel 1993 erano molto buoni, nel 1994 esaltanti e nel 1995 avevano battuto ogni record. Nel frattempo i salari reali scendevano, la crescita economica e la produzione erano molto basse e questa lenta crescita a volte veniva addirittura fermata perché il mercato obbligazionario “dava segnali” di non gradirla. Vedete, gli speculatori finanziari non vogliono la crescita: vogliono valute stabili, quindi niente crescita.

La stampa specializzata parla apertamente della «minaccia di una crescita troppo impetuosa», della «minaccia di un eccesso di occupazione»: tra di loro lo dicono chiaramente. Il motivo? Chi specula sulle valute teme l’inflazione, perché fa diminuire il valore del suo denaro. E qualunque tipo di crescita o di stimolo economico, qualunque diminuzione della disoccupazione minacciano di far crescere l’inflazione. Agli speculatori valutari questo non piace, così quando vedono i primi segnali di una politica di stimolo dell’economia o di una qualsiasi iniziativa capace di produrre una crescita, portano via i capitali da quel paese, provocando una recessione.

Il risultato complessivo di queste manovre è uno spostamento internazionale verso economie a bassa crescita, bassi salari e alti profitti, perché i governi nazionali che cercano di prendere decisioni di politica economica e sociale non hanno mano libera temendo una fuga di capitali che potrebbe far crollare le loro economie. I governi del Terzo mondo sono bloccati, non hanno nemmeno la possibilità di portare avanti una politica economica nazionale. Ormai c’è da chiedersi se anche le grandi nazioni, Stati Uniti inclusi, abbiano la possibilità di farlo. Non credo che i governi che si sono succeduti in America avrebbero voluto politiche economiche molto diverse ma, nel caso, penso che sarebbe stato molto difficile, se non impossibile, attuarle.

Per darvi soltanto un esempio, subito dopo le elezioni del 1992, sulla prima pagina del “Wall Street Journal” comparve un articolo in cui si informavano i lettori che non avevano alcun motivo di temere che qualcuno dei “sinistrorsi” vicini a Clinton avrebbe cambiato qualcosa una volta arrivato al potere. Ovviamente il mondo degli affari già lo sapeva, come si può notare osservando l’andamento dei mercati finanziari verso la fine della campagna elettorale. Ma ad ogni buon conto il “Wall Street Journal” spiegò che, se per qualche sfortunata coincidenza Clinton o qualsiasi altro candidato avesse cercato di avviare un programma di riforme sociali, sarebbe stato immediatamente bloccato. L’articolo affermava una cosa ovvia e citava i dati che la confermavano. Gli Stati Uniti hanno un forte debito, che era parte integrante del programma Reagan-Bush per non permettere al governo di portare avanti iniziative di spesa sociale. “Essere in debito” significa soprattutto che il dipartimento del Tesoro ha venduto un sacco di titoli – obbligazioni, buoni del Tesoro e via discorrendo – agli investitori, che a loro volta li scambiano sul mercato dei titoli.

Secondo il “Wall Street Journal”, ogni giorno si scambiano circa 150 miliardi di dollari esclusivamente in titoli del Tesoro. L’articolo spiegava che se gli investitori che possiedono questi titoli non apprezzano le politiche del governo americano possono, come avvertimento, venderne qualche piccola quota e ciò provocherà automaticamente un aumento del tasso d’interesse, che a sua volta farà aumentare il deficit. Ebbene, in questo articolo si calcolava che se questo “avvertimento” fosse sufficiente ad alzare il tasso d’interesse dell’1 percento, il deficit aumenterebbe da un giorno all’altro di 20 miliardi di dollari. Ciò significa che se Clinton (questa è pura immaginazione) proponesse un programma di spesa sociale di 20 miliardi di dollari, la comunità degli investitori potrebbe trasformarlo istantaneamente in un programma da 40 miliardi dollari, con un solo piccolo segnale, bloccando così ogni altra mossa di quel genere.

Roma5

attori sul set

Contemporaneamente, sull’”Economist” di Londra – grande giornale liberista – si poteva leggere un articolo fantastico sui paesi dell’Europa orientale che avevano votato per far tornare al potere i socialisti e i comunisti. Ma, in sostanza, l’articolo invitava a non preoccuparsi, perché «l’amministrazione è sganciata dalla politica». In altre parole, indipendentemente dai giochi che quei tipi si divertono a fare nell’arena politica, le cose continueranno come sempre, perché li teniamo per le palle: controlliamo le valute internazionali, siamo gli unici che possono concedere prestiti, possiamo distruggere le loro economie come e quando vogliamo. Che si occupino pure di politica, che fingano pure di avere la democrazia che vogliono, facciano pure: basta che «l’amministrazione sia sganciata dalla politica».

Quello che sta accadendo in questo periodo è una novità assoluta. Negli ultimi anni si sta imponendo un nuovo tipo di governo, destinato a servire i bisogni sempre crescenti di questa nuova classe dominante internazionale, che a volte è stata definita “il governo mondiale di fatto”. I nuovi accordi internazionali sul commercio riguardano proprio questo aspetto, e parlo del NAFTA, del GATT e così via, così come della cee e delle organizzazioni finanziarie come il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, la Banca interamericana di sviluppo, l’Organizzazione mondiale del commercio (wto), i G7 che programmano gli incontri tra i grandi paesi industrializzati. Questi organismi sono tutti espressione della volontà di concentrare il potere in un sistema economico mondiale che faccia sì che «l’amministrazione sia sganciata dalla politica»; in altre parole, che la popolazione mondiale non abbia alcun ruolo nel processo decisionale, che le scelte strategiche vengano trasferite in un empireo lontanissimo dalle possibilità di conoscenza e di comprensione della gente, che così non avrà la minima idea delle decisioni che influenzeranno la sua vita e certo non potrà modificarle.

La Banca mondiale ha un proprio modo per definire il fenomeno: lo chiama “isolamento tecnocratico”. Quindi, se leggete gli studi della Banca mondiale, vedrete che parlano dell’importanza dell’ “isolamento tecnocratico”, alludendo alla necessità che un gruppo di tecnocrati, essenzialmente impiegati nelle grandi imprese multinazionali, operi in pieno “isolamento” quando progetta le politiche perché, se la gente venisse coinvolta, potrebbe farsi venire in mente brutte idee, come un tipo di crescita economica che operi a favore di tutti invece che dei profitti e altre sciocchezze del genere. Allora bisogna che i tecnocrati siano isolati, e una volta ottenuto lo scopo si potrà concedere tutta la “democrazia” che si vuole, tanto non farà alcuna differenza. Sulla stampa economica internazionale questo quadro è stato definito con una certa franchezza come “la nuova età imperiale”. E la ritengo una definizione azzeccata: di certo stiamo andando in quella direzione.

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POESIE INEDITE di Tiziana Antonilli con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Fayum ANTINOOPOLIS is the site of some of the most spectacular portrait art ever found in Egypt.

Fayyum ANTINOOPOLIS is the site of some of the most spectacular portrait art ever found in Egypt.

Tiziana Antonilli ha vinto il Premio Montale per gli inediti ed è stata inserita nell’antologia dei vincitori  “7 poeti del Premio Montale” (Scheiwiller), tre sue poesie, in seguito a selezione nazionale, sono entrate a far parte di altrettanti spettacoli teatrali allestiti dalla compagnia Sted di Modena. Il suo racconto Prigionieri  ha   vinto il Premio Teramo (Presidente Giuseppe Pontiggia). Ha pubblicato le raccolte poetiche Incandescenze ( Edizioni del Leone ), Pugni eHumus (Tracce) Suoi testi poetici sono presenti in  diverse antologie e riviste letterarie. Ha pubblicato il romanzo di denuncia  Aracne (Il Bene Comune). Insegna lingua e letteratura inglese  presso il Liceo Linguistico Pertini di Campobasso.

tiziana antonilli

tiziana antonilli

Commento di Giorgio Linguaglossa

Cara Tiziana,
le tue poesie mi riescono familiari ed insieme estranee. Mi chiedo: come può accadere questo? Come può accadere che alcune cose che tu dici, pur se non le capisco (letteralmente), riesco a sentirle perché mi sembra di averle vissute? Forse, sono le parole a tradirci, o perché troppo usate, e quindi non più significanti, o perché estranee, e quindi insignificanti. Ma, appunto, non è la parola «insignificante» quella che meglio ci attraversa? Quella che meglio sentiamo nostra? Come nella poesia di apertura di questa tua silloge di cui presentiamo i primi quattordici pezzi, dove c’è qualcosa che mi sembra di aver già vissuto, detto e pensato. Così è che la poesia passa da un autore ad un lettore, quando c’è dissimmetria e diseguaglianza tra i due poli, quando stiamo su piani diversi di una medesima realtà. Usare le parole in poesia corrisponde, il più delle volte, a scrivere una musica per dei testi che non comprendiamo o non comprendiamo fino in fondo. Voglio dire che tu sei riuscita, qua e là, a scrivere qualcosa che tu stessa forse non hai compreso fino in fondo. Ed è appunto questo ciò che passa al lettore, che lui sente davvero familiare. Scrivere poesia significa non dominare completamente il linguaggio (proprio il contrario di quanto ci hanno insegnato nelle università), anzi, lasciarsi andare, lasciarsi cullare da una musica strana che non comprendiamo, per dei testi che non capiamo, non dominiamo e che non avevamo preventivato.

 Fayyum femme portrait

Fayyum femme portrait

2.
Via Genova
La porta nascosta è socchiusa
– mi avevi detto in codice.
Percorse le scale
– di colpo libera dai lacci
come avevi deciso –
ho respirato la nostra casa
le mie orme e le tue
sul rapido ballatoio
per i bambini lungo come l’estate.
Ho lanciato poi a Gabriella
l’unico ricordo che conservo di lei
e dei suoi resti e
– messaggera del Tempo –
sono scesa.
Manca tutto – mi hai spinta.
Riafferrate le scale
posizionandomi come uccello notturno
ti ho intuita – calda e indaffarata.
E l’ho visto.
Stretto tra i palazzi
in affanno
i muri incombenti
ma salvo
il prato delle capriole.
Hanno cambiato colore
gli occhi di Faber, al racconto.
Ora so
che si entra
non visti.

.
3.
Boomerang
Opera e gioiello dei nativi
dicesti – mentre mi tagliavi in due
forse tre pezzi.

Si tinse d’arancio
e cominciò a sferzare l’aria
lanciato da due bimbi
compagni di gioco e di sangue.

Provai a ricomporli
ma uno dei pezzi del tuo massacro
respirava accanto a chi
anni e anni dopo quel dono
aveva deciso di andarsene.

Ora sai che forma
può avere una lama.

.
4.
Febbraio
Mese di progetti scaduti
di madri e parole scalpitanti
la città ostaggio
di mille cancelli di neve.

Febbraio a due facce
e a due graffi:
gelato il cammino del padre
che resterà solo.

5.
Scaduta è ormai la richiesta
spento il bruciore di cui crepitava la sera in fuga.
Quel solco è trincea
che più riempio più scavo
e allora ecco di nuovo l’urlo
riattraversiamo la ferita slabbrata
andiamo via di corsa – impauriti
non sapendo che lo spigolo aggirato
si fa poi chiodo in carne
viva.
Due anni hanno chiesto per trovare casa
le tue parole – eredità inattesa che mi scotta le dita
trovarle sulle pagine del Poeta che amavi.
Eppure avevi solo chiesto: vieni! Vieni!

Fayyum portrait d'homme (120-140 d.C.)

Fayyum portrait d’homme (120-140 d.C.)

6.
Ala
Come fornito di ala
frastagliata ma senza ingombro
verso la schiena incurvata da Insonnia
il tuo braccio.
Fluttuavi nell’ombra quindi
ma quel tocco era denso – era vigore
non saluto allora, il tuo no piuttosto
a un torpore che vedi in me che non vedo.
Tra braccio alato e spinta
corre il limite o azzarda lo spiraglio
il patto è non chiedere e non svelare
un fulmine illumina il bosco
ma non la lepre che tra gli alberi
corre con il cuore in gola.

7.
Incontro con l’Ombra
Proprio all’altezza dei gomiti preparavo l’abbraccio
di te già vibrava il mio fianco
ma per non svelare la nostra relazione
e per lasciarti nel cellophane del comune sentire
sono rimasta nel mio io.
Chi sedeva dietro di noi
mai saprà i tradimenti e le fedeltà che nutriamo.

E il mondo continua a girare
nell’assoluta certezza del sole.

.
8.
Non so se da stella polare
hai dimenticato le mie omissioni
fatico a calcolare
di quanto ti abbiano scavato la fronte.

Considerando ciò che è stato tra noi
anche se sposto e cambio l’ordine
quel meno a mio carico non si smuove
né si arrischia a guarire.

Sarebbe come portare l’est al nord
e aumentare alla vita i tornanti.

Meglio restare a stringerti le dita
non voglio che concentrata sul mio ri-andare
mi sfugga il tuo ritorno.

.
9.
Mi hanno detto che se lei cantava
tu percorrevi indaffarata le stanze
era simbiosi tra voi
tramite Adelmo certamente
con la cui vita la nostra si era già intrecciata.

Hai inviato la parola russa
che combacia con quella greca:
benché sottratta, respiri ancora
l’aria fredda di questa città
a metà strada fra il sole
che ti vide scalpitare di impazienza
e le pianure gelate di lei.

Tre mesi bastano a divaricare l’Amore
si parte con l’alfabeto delle coincidenze
si finisce con una mattonella rotta
sul pavimento – basta un passo più lungo
per non accartocciarsi.

 Fayyum ritratto femminile (120-140 d.C.)

Fayyum ritratto femminile (120-140 d.C.)

10.
Principessa
Cono gelato crema e nocciola
tu sulla strada che l’adolescenza
riempiva di corse e sudore:
ci siamo riconosciute.

Devi avere attraversato pianure immense
o quanto meno un muro blindato
per arrivare alle mie dita con tempismo perfetto –
raccontavo il tuo nascondimento
orgoglio di fronte alla morte.

Regale come allora
mi hai interrogata con il tuo verde acqua
vengo dal regno degli Altri – dicevi
che un po’ dormono un po’ scompigliano i capelli.

Andando via ti ho vista in trono
inseguirmi con i tuoi due sguardi.

Per ritrovarti sto sviscerando una strada
le traverse – gli angoli sottratti ai giardini.
Le notti. I decenni.

.
11.
Che fare?
Ora davvero non so
quale poesia leggere con te.

Ho imbandito una tavola a fiori
acqua e pane aspettando la tua energia
in un’ora imprecisata della notte.

Se il varco È
che cosa hai deciso?
Se sto infrangendo il cristallo di qualcosa
dovrei sentirne i frantumi
ascolto invece solo la canzone profonda dell’inverno
un ritmo di note basse
come quando si scosta la terra
d’intorno alla buccia chiara
delle patate scelte per la cena.

.
12.
Perdersi
I capelli fili elettrici
vi sostano pensieri nervosi e provvisori
gli occhi non più erranti per febbre
riflettono a malapena i lampioni serali
ristagna la voce che ieri si alzava
discorde e incurante.
Non arriva neanche la piuma
che prese in consegna
la partenza più amara della tua vita
né al blu si affianca la mano
che allora indicò il nord-est:
l’ora è immatura.
Il nome sì persiste
involucro funzionale alle ventiquattro ore
il resto si trova in garage
smontato
pezzo su pezzo.

Fayyum Portrait (120-140 d.C.)

Fayyum Portrait (120-140 d.C.)

13.
Vorrei
Vorrei tornare alla tua pelle
che sa di sabbia
tagliata in due
da una catenina d’oro
e dai miei morsi

ripercorrerne gli angoli
con dita umide
aspettando che oltre
la curva tiepida della schiena
arrivi anche l’anima

perché ti ho sorpreso e preso
in un moncone di notte.

.
14.
Soma 2
Quando precipita per dissonanza
e feroce si avvinghia
sempre alla stessa ora
del calendario urlo mai
più dovrai stringermi così forte
il respiro e dannarmi a sbagliare ritmo
a errare come quel battello ubriacato
da nostalgia e porti.

Al suo passaggio le punte
chiodate si spaccano
e inaugurano l’attesa
che libeccio le arrotondi
poi si tuffa nell’orrido
e ogni verde trema d’inchiostro.

Quello che dicono
sia di riserva
non aspettava altro.

Daccapo e ancora accapo.

15.

Ho visto l’agosto maturo
ma non ho difeso mia madre
è il fiato che va e viene – pensavo
e il fuoco mangiava ancora il Carso.

Quando ha ceduto in verticale
a una città vista sempre di schiena
guardando oltre la pioggia dicevi
che allontanarsi dalla luce
è un avvicinarsi visto da marzo
e covavi l’Evento
che per garantirti un nome
vedi da sempre annidato
nella regione più tetra dell’anno.

Stavolta c’è solo un rombo
che neanche il bambino più svagato
confonde con l’ennesimo temporale.

Solo tu non sai che gli aerei da guerra
sono già partiti.

avevamo preventivato.

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POESIE di Annalisa Comes AUTOANTOLOGIA da  “ouvrage de dame” (2004), da “Racconti italoamericani” (2007), da “Fuori della terraferma” (2013) Poesie Inedite

Fayyum ritratti di donne romane 120 - 140 d.C.

Fayyum ritratti di donne romane 120 – 140 d.C.

Nata a Firenze nel 1967, Annalisa Comes vive tra la Francia e l’Italia. Dottore di ricerca in Filologia Romanza e Italiana, specializzata in «Giornalismo e Comunicazione», attualmente svolge attività di ricerca fra l’università di Nancy (Lorraine) e Verona con una tesi di dottorato sulla letteratura italiana per l’infanzia.
Ha tradotto e traduce dal francese per le case editrici Le Lettere (fra cui : M. Cvetaeva, Il ragazzo Premio « Monselice-Leone Traverso Opera Prima » 2000, in corso di stampa la nuova edizione), Donzelli (fra cui Prosper Mérimée, Tutti i racconti, 2004 – segnalato al Premio Monselice 2005), Voland, Nutrimenti, Lantana. Ha pubblicato saggi e articoli su riviste italiane e straniere occupandosi di letteratura medievale e contemporanea (« Critica del testo », «Cultura neolatina», «Studi mediolatini e volgari», «Anticomoderno», «InVerbis»), di cinema e fotografia («Multisala International» e «The Scenographer»). Ha curato le poesie e le note filologiche dell’opera poetica di P.P. Pasolini per le edizioni Mondadori (I Meridiani 2003), l’edizione critica del poeta siciliano Rinaldo d’Aquino ( Poeti della Scuola Siciliana, Mondadori, I Meridiani, Milano 2008). Nel 2014 ha redatto l’Introduzione di Marina Cvetaeva, Lettera all’Amazzone, Editori Riuniti Internazionali, Roma (prefazione di Erri de Luca, traduzione di Angelo Pavia). In corso di stampa presso Lantana (Roma) la sua biografia di Astrid Lindgren Una vita dalla parte dei bambini.

Ha curato la prefazione del libro di poesie di P. Sanna, L’ombra dei minareti (Maremmi Editori, Firenze 2006) e la postfazione del libro di poesie della poetessa polacca Julia Hartwig Sotto quest’isola (Donzelli, Roma 2007). Allieva di Amelia Rosselli, ha vinto diversi premi di poesia tra i quali: Premio Internazionale «Eugenio Montale», «Dario Bellezza», «Giuseppe Piccoli», «Artisti di strada» e il Premio Speciale «Città di Roma» per la poesia 2007. Le sue poesie sono pubblicate da De Arte, Crocetti, Passigli, Empiria e su diverse riviste italiane e straniere («L’immaginazione», «Malavoglia», «Caffè Michelangelo», «Forum Italicum» di New York, «Corriere della Sera», «Corriere di Firenze», «Semicerchio», «L’Area di Broca», «Gradiva» di New York, «Nowa Okolica Poetow» in traduzione polacca; «Roman Law» in traduzione cinese).
Ha pubblicato le raccolte di poesia: ouvrage de dame (Gazebo, Firenze 2004 ; L’Harmattan, Parigi 2007 – Premio Internazionale «Anguillara Sabazia Città d’Arte»); Racconti italoamericani (L’Harmattan Italia, Torino 2007 segnalata al Premio di poesia «Opera seconda – Alessandro Ricci – Città di Garessio»); Fuori dalla terraferma, disegni di Fred Charap (Gazebo, Firenze 2011, Premio Nazionale «Alpi Apuane»; L’Harmattan, Parigi 2013). Nel 2006 ha pubblicato il cd Dal nuovo mondo, in collaborazione con il compositore Luigi Negretti Lanner (Lanner Edizioni). In corso di stampa presso la casa editrice Gazebo di Firenze (luglio 2015) la sua raccolta Il corpo eterno, con tre fotografie di Vasco Ascolini.
Ha organizzato e condotto il Corso/Laboratorio di scrittura creativa per bambini presso la Biblioteca del XII Municipio « P.P.Pasolini » – Roma (2008). È stata invitata all’Università di Cagliari (2009) dove ha tenuto due conferenze: « Scrivere per poesia » e « Didattica della poesia » ; nel marzo 2015 ha partecipato alla Table ronde Au croisement des langues et des langages con Fabio Pusterla e Mireille Gansel (organizzata da Claude Cazalé e Christophe Mileschi, Université Paris Ouest Nanterre La Défense) con un intervento sulla traduzione della poesia e la poesia di Jean-Claude Izzo. Fra il 2014 e 2015 ha organizzato, in Francia e in Italia, l’esposizione fotografica dal titolo «Sulle tracce di Tove Jansson nel centenario della nascita» (Ouessant ; Roma ; Vitré).
Nel 2014 ha vinto una « résidence d’écrivain » di quattro mesi presso il Sémaphore de Créac’h, Ouessant (Associazione C.A.L.I., DRAC Bretagna, Consiglio Regionale della Bretagna) dove ha scritto il poema Quand Jonas se cacha dans un ventre de pierres – Ouessant île-baleine, disegni di Fred Charap (pubblicato in parte nella rivista «L’Archipel des Lettres», giugno 2015).
Fa parte delle associazioni AAIS (American Association for Italian Studies) e AATI (American Association of Teachers of Italian) e per le quali ha partecipato, nel 2014 e 2015, alle Conferenze di Zurigo e Siena con interventi sulla letteratura per l’infanzia, in particolare la poesia e l’illustrazione.

Link
Sito internet di Annalisa Comes : http://www.annalisacomes.com
Sito internet di Fred Charap : http://www.fredstudio.info/
Sito internet di Vasco Ascolini : http://www.vascoascolini.com/
http://uneautrepoesieitalienne.blogspot.fr/search/label/Comes
Reportage su Ouessant : http://www.humboldtbooks.com/tag/annalisa-comes/
Dal cd «Dal nuovo mondo : https://www.youtube.com/watch?v=MtEQZfQ6mjM

Da  ouvrage de dame, disegni di Fred Charap, Gazebo, Firenze 2004 ; L’Harmattan, Parigi 2007 – Premio Internazionale «Anguillara Sabazia Città d’Arte»):

Annalisa Comes

Annalisa Comes

IV

una preghiera, una ancora
con la mano stretta
allacciata al muro, all’alloro
per dire
che tutto affiora,
così semplicemente
che i versi sono i versi
e la lingua mente o brucia
e non sa promettere
che un fascio di esercizi
nel quaderno verdesalvia
millenovecentonovantanove.

V

Prima,
ho salvato il tuo bicchiere
posandolo
pazientemente sullo scaffale
sulla mia eredità
sulle mie ossa.
Il davanzale
no, no
era il tuo sorriso
e gli occhi socchiusi
il mio parapetto
e la mia culla.
Ma ora hai rimesso quel debito
e questa stagione morde ancora.

.
VI

inganni del mestiere

eccola, la montagna incombeva
il ghiaccio attorto come
su una candela
Scorre giù
bruciando di nebbia
bianco e svogliato
La mia montagna che sale di metri
e riposa nel petto,
bucandone i lati

VII

giorno feriale
è il settimo
il settimo giorno dedicato a te
all’occhiello ben fatto,
al lacerto senza scorta
alla porta mal ridotta
al verde alloro che scotta
– scomunica il suo duro verde
i fili della trama che
forgiano i capelli
sono i miei steli, la mia
pelle, la scollatura della foglia
– aperta, scola e ammansisce
scombacia la mia nervatura
e scompare me – l’ordito.

****

Fayyum, ritratto femminile Mummy 120-140 d.C.

Fayyum, ritratto maschile Mummy 120-140 d.C.

Da Racconti italoamericani, L’Harmattan-Italia, Torino 2007; raccolta segnalata al Premio di poesia «Opera seconda – Alessandro Ricci – Città di Garessio»):
East side-west side

I

You dream a wounderful life
just down the corner
just down the corner
up to the hill
with pleasure fill
just down the corner
just down the corner.

Lingua metà oceano,
là una ragazza-madre porta il figlioletto in un parco pubblico.
Gli uccelli picchiano le tempie alle vecchie querce.
Sul verde acetoso della tela casalinga
un tosaerba canta,
disteso bocconi.

Là fuma un’officina di buon lavoro
e di mensa.
Sorride alle bufere del nord.
E tende abbassate, di sedie con foderine:
l’officina fuma per il caffellatte
fuma la vasca da bagno inglese
e soffia la sua aria di borotalco.
Soffia laggiù
sull’erbetta composta dal barbiere,
sulla collina di coda di aceri,
sul colonnato neoclassico della polizia,
sull’ovale di cuoio
lanciato dagli scolari dopo la scuola.
E il cielo splende
nella sua cortina di mattoncini rossi.

Soffia la luce color zafferano
nei caffè dove si incontrano dentisti
e cameriere con la gonna lilla al ginocchio,
e lo zucchero dell’applepie feriale,
e pensionati col libro mastro delle partite sottobraccio,
mentre nella hall di una pensioncina
tre vecchiette lavorano a maglia
e dentro profonde poltrone di chinz azzurro discorrono
della Pentecoste,
e di tanto in tanto graffiano di smalto
la tazza del tè.

Là una pozza in cortile
ricorda la seconda riva dell’Hudson,
la giacca appesa nell’armadio
la carta delle due Americhe
e un tassì attraversa sobri e ubriachi.

Così soffia la luce di vetro
dal bovindo
col suo tintinnio di cucchiaini da gelato
alle cinque in punto – pill,
sulla chiesa dalla schiena veneziana,

up to the hill,

e sulle begonie gialle, e i muretti d’alloro,
e sull’asfalto dal sapore di miele.

Una madre con la stella di david
appuntata sul colletto di seta azzurra
culla nella polvere
il carrello della spesa.
E si addormenta anche l’oceano
al ritmo del suo canto,
metà lingua.

Up to the hill
with pleasure fill.
Soffia il fiato della balia nera
che aggiusta quasi in corsa gli angoli della calza scesa,
soffia il caminetto sul calendario delle cascate d’Occidente,
soffia il melograno dietro le righe oblique dello steccato.

just down the corner,
just down the corner,
just down the corner.
A ovest, dove la memoria sa di metallo,
il dado è levato in cielo
e il cielo è di un pallido azzurro, ancora notturno.
Sfogliando il «New York Times» un uomo sente nel fruscio l’annuncio
del canale e sirene dei pompieri e grattacieli
e ancora, ancora più a ovest,
quando una specie di Titanic vira
sputando schiuma dalle bocche,
vede la donna di gesso che troneggia
colla sua fiaccola da negromante tra le dita.

 città di Fondi, ritratti muliebri

città di Fondi, ritratti muliebri

II

Oh honey, where is your man?
Honey, your man is just down the river
He is just down the river.
just down the river –
opposite side.

C’era la luna e la terra brillava.
Giù lungo il fiume alla mezzanotte.

– Non c’è –
– Non c’è –

C’era la luna e il vento di nord-est
e il cielo blu degli appuntamenti:
io aspetto, l’azalea rosa cucita al petto.
Le luci sono accese, i cortili muti
e una pioggia senza scrosci sull’oceano,
fin qui alla riva oleosa dell’Hudson:
una pioggia larga e possente
cola tra i neon, sul treno merci, sul giardinetto della vedova del pastore,
sul distintivo scintillante di uno sceriffo.
Dorme l’intera città:
nella sua coltre di benzina e trampoli azzurri
si seccano gli sputi sopra le stecche da biliardo.
Dormono i vecchi fiumi e le colombe bianche del quartiere cinese,
e le valigie del deposito 436,
il molo col suo ricamo di alghe e foglie di tè.
Giù, lungo il fiume, alla mezzanotte
aspetto, percorrendo col passo la notte calata:
troppo scuro per leggere un romanzo.
Aspetto sulla riva di acqua e cielo,
sulla banchina dello sbarco:
qui accanto la minestra cola dalla bocca di un vecchio ferroviere
cola a zig zag dal suo berretto la pioggia della metropoli
cola anche sull’ombrello nero aperto solo a metà
del ricco avvocato
e le gocciole rigano il colletto azzurro inamidato:
così tanto per vera democrazia.
Aspetto nella notte nera, come un uccello.
Tra i fanali dei bus, che fiottano
a ritmo l’acqua che sa di birra e lampone.
E guardo le lancette dell’orologio
e il cane che abbaia
e il fischio tra i denti di un potente swing.

– Non c’è –
– Non c’è –
Oh honey, where is your man?

Scuoto la testa,
l’aria è pesante di gomma e corda andate a male
sotto la luna si spande un buio già tutto invernale.
Al tavolo laccato di una stazione di benzina
aspetto, bevendo fino alla mattina.

Ricordo il bicchiere di quarzo tra le sue cinque dita.

Ah, non ho pazienza
non ho pazienza,
ma aspetto che la pioggia passi per uscire.
Non ho pazienza,
non ho pazienza,
ma aspetto che questa pioggia lenta passi la colazione,
e i nodi dei capelli:
una mosca ronza sul velo della camicia.
Non ho pazienza,
non ho pazienza,
si scioglie nella pioggia anche il giornale della domenica,
cola dal vetro l’acqua verde dell’oceano.
Non ho pazienza
non ho pazienza.
Batto col tacco le onde del linoleum,
brillano sulla tavola i cerchi dello zucchero a velo,
piove senza fretta
acqua dal rubinetto.

– Ah, non c’è –
– non c’è -.

Honey, your man is just down the river
He is just down the river.
opposite side.

Honey, lui (un tale del West) scende ubriaco
dal caffè saloon nella luce giallo limone
mentre un cane abbaia, e il fischio della metro
sale sulla collina insieme a un blues,
giù alla riva sinistra del fiume.
Siede da solo nel buio.
Sfoglia gli annunci del «New York Times».
Giù sulla riva opposta del fiume:
opposta, mentre lei lo aspetta invano.
III

Lingua metà oceano,
sulla terra dello sbarco e della profezia.
Passa nel canale sull’acqua di petrolio
un piroscafo di viti e bulloni, con la sua potente caldaia di ghisa.
East side-west side.
Passa col suo carico dividendo la città:
di tetti, asfalto, calce, pioppi.
Basta uscire dalla cabina
per vedere i gabbiani biforcuti sulla gru verderame
e più in giù, nella nebbia fitta,
vedere che la terra non è tonda ma
cime di neon azzurrino.
Là dove il fiume divide est e ovest,
separa la collina dal parco pubblico con la sua prua di ferro,
e il figlio dalla madre,
il bianco dal nero,
l’impero dal cortile di terracotta senza luna.

You dream a wounderful life
just down the corner
just down the corner
up to the hill
with pleasure fill
just down the corner
just down the corner.

Ogni uomo, scendendo dal predellino, si dice figlio della libertà
sventolando un panno a strisce.
Ognuno di loro ingoia la luce della luna
e accartoccia il quotidiano delle province,
nella direzione di una mano tesa.
Ognuno di loro guarda l’acqua che gorgoglia
e il suo riflesso nella prima vetrina di un caffè;
mentre il dito compone il numero, la mano afferra la cornetta.
E basta chiudere gli occhi, chiuderli sulla scialuppa
vuota, immobile in mezzo alla baia
e gridare – opposite side –: terra!

Fayum ANTINOOPOLIS is the site of some of the most spectacular portrait art ever found in Egypt.

Fayum ANTINOOPOLIS is the site of some of the most spectacular portrait art ever found in Egypt.

Rock and roll ai piedi del letto

Lungo tutto il litorale della Nuova Inghilterra
scintillano le tazze di porcellana: tè, con latte, e senza zucchero.
Nel buio può capitare di perdersi, di vagare intestarditi
come falene. Tanta bellezza che sparisce –
ma bada – il nostro respiro quotidiano
nella notte fonda non sveglia più nessuno e
nemmeno i rumori da un muro all’altro o un po’ di musica
tutta novecentesca. E di questo giorno l’unica impronta
è la vecchia coperta sulla sedia.

*

Blues di un eroe

I
Non ha tempo per la terra che gronda

che sluccica manifesti

che s’inceppa nei suoi meccanismi d’arteria.

Non ha tempo per raccattare dalla terra

il cartoccio della frutta andata a  male,

non ha slancio per la desolazione casalinga.

Oh, povero Adam

si è perso per cantoni, corridoi e piazze

Oh, povero Adam
sente il suo passo zoppo da dietro l’angolo

è lì che trema d’ira e non ha voce.

II
Sono loro? Sulla terra sfiora le zolle e abbassa la schiena

ma è l’asfalto che fa sbattere le ali alle falene.

Si chiede se gli animali hanno spalle che bruciano.

Si chiede se deve fare da sentinella alla terra:

perché è lì che il fuoco brucia

che le onde stramazzano come buoi

lì che ci si ammala d’amore

lì che la carne salta come un salmone.

Oh, povero Adam
si è perso per cantoni, corridoi e piazze

Oh povero Adam

sente il suo passo zoppo da dietro l’angolo

è lì che trema d’ira e non ha voce.

III
Per terra ritrova il colore diurno del neon

i fiori schiacciati dal temporale.

Si piega sul muretto di un parcheggio

e sbriciola il pasto ai piccioni.

In mezzo alla terra tocca il carbone

di uno scarafaggio

e un coccio,

e la ruggine di una sirena.

Oh, povero Adam

si è perso per cantoni, corridoi e piazze

Oh, povero Adam

sente il suo passo zoppo da dietro l’angolo

è lì che trema d’ira e non ha voce.

IV

Con la terra, pensava di fare gomitoli

da cucire senza etichetta.

Indossa la giacca elegante per andare in tv,

ma la terra sotto gli trema e si sbuccia e si squaderna,

la terra che non è estiva né buona.

E per questo lo picchiarono, per paura,

mentre lui, a terra si trascinava.

Oh, povero Adam

si è perso per cantoni, corridoi e piazze

Oh, povero Adam

sente il suo passo zoppo da dietro l’angolo

è lì che trema e non ha voce.

Fayyum, ritratto di  fratelli

Fayyum, ritratto di fratelli

Nella tasca della giacca
a I. Brodskij,
per P.
1
Così a dicembre tiri fuori
la giacca di tweed,
rimani incantato alla finestra scura,
e forse ci vedi il tuo destino
che rotola per le strade,
su e giù,
come le macchine.
Il vento caccia i brutti pensieri
smuove le palline rosse dell’albero-
dondolano le ultime foglie dei platani-.

2
Con la mano torni indietro.
Ricordo bene come cerchi nella tasca della giacca.
Lei ti diceva: la terra non è tonda
ma solo lunga-,
così aveva contato Brodskij
e misurato l’oceano.
Aveva messo in fila le onde, una dopo l’altra,
col suo passo cadenzato
e alla fine
era tornato nel vecchio continente,
in un angolo d’Adriatico.
3
La casa è immobile.
Così come l’hai lasciata la ritrovi,
per pranzo e per cena.
E passi il dito su una cornice impolverata
come a far riprendere luce alla vita,
al giorno.

*

Amorosamente regolare
o la viltà di un piccolo borghese

 Fayum portrait compared with Picasso's self-portrait

Fayum portrait compared with Picasso’s self-portrait

Non sta fermo l’oggetto e non si muove.
Noi deliriamo. La cosa è lo spazio
che occupa la cosa.
I. Brodskij, Nature morte

I
Cosa brucia nella sua bocca?
Sul materasso l’impronta della notte
sul tavolo gli oggetti come un promontorio.
Guarda bene perché questo non è il paradiso,
ma abbassando le palpebre
ordina il fondo del lenzuolo
e sistema il corpo quando è ancora buio.
Allora ascolta lo sferragliare del tram
e i ferri della vicina che alzano
e abbassano il filo di lana.
Così bisbigliano le ultime notizie di morte.

II
C’è spazio. C’è tutto lo spazio
perché le sue mani possano rovistare
nel lavandino, sulla busta del latte,
andare qui e là senza vergogna.
La luna era passata sul tetto rosso,
sui piatti bianchi, sulle spalle della sedia
e aveva lasciato righi di penna
e il peso della notte in cerchi concentrici.
Senza fuoco. Senza stufa.
Era scivolata sulle ciocche dei capelli.

III
Non c’erano mai state prospettive.
L’orizzonte affonda e dorme.
Sul pavimento, sulla terra:
i vestiti e un cappotto da pieno inverno.
Sul pavimento grigio i guanti neri,
Sul pavimento grigio il gomito, il braccio.
Ma l’uomo ha paura e non si sveglia,
non del tutto. Anche se è domenica,
anche se è per chiedere la pace.

IV
Dov’è che gli oggetti sono rotondi?
Eppure lui si aggrappa agli spigoli con le unghie,
alla sua vita piccola e borghese,
all’aria della superficie. Qui. Dandosi un gran da fare.
Chiude la porta a chiave e aspetta che il ghiaccio passi,
e la corriera blu, e il cane col suo canto da ubriaco.
Perché nella vita non c’è profitto
e non c’è colpa più pesante di questo stare al mondo
senza lottare.

V
E sbaglia quando apre il vetro al cielo,
quando apre gli spicchi di un’arancia
solo per vedere come s’annera,
perché la stagione corre, di fretta
avanti e indietro sbattendo
gli sportelli di formica in cucina:
sul petto l’odore delle noci, come ogni anno,
il fischio del bollitore, l’indice sul legno bianco
della porta del bagno.

VI
Passò qualche macchina,
nessuna che andasse nella stessa direzione.
Lui guardò l’orologio sotto il soffitto,
poi il bicchiere vuoto
molte più cose se ne sarebbero potute andare –
e la luna era quasi sparita, c’era un’impronta bianca, di carta,
c’era spazio per un’intera giornata

Questa la santità della sua morale
di giovane borghese, feroce e di cortile:
s’inginocchia con la lingua
all’Ave e all’Angelus del grosso cupolone,
suddivide intelletto e Nuovo Capitale,
ma gira il volto alla fiumana
morta oltre lo stivale.

****

 Fayyum, ritratto

Fayyum, ritratto

Da Fuori della terraferma, disegni di Fred Charap, Gazebo, Firenze 2011; Premio Nazionale «Alpi Apuane», L’Harmattan, Parigi 2013:
Traversata

Appoggio il gomito alla veranda –
Gli uccelli in picchiata
più piccoli dei gabbiani
senza lingua -,

Mi sembra di aver già attraversato
queste acque, una volta.
E mentre portano il conto
di due caffè
a lui tremava la voce.

Ogni tanto mi voltavo
a sentire il vento in visita,
sulla faccia, sulle orecchie
dentro la cerata gialla.

Laggiù la baia e
il piano delle onde.

*

Frammenti d’albero maestro

Il confine delle terre annera nella notte. Gli uomini
vanno e vengono sul ponte. Hanno tirato le reti
e il sole non tramonta più. La prua luccica
di uno splendore esatto, da orologio.
Ovunque il quadrante sfavilla e brucia sulle rocce.
I fanali di Sant’Anna stridono, poi si addormentano.

Buio. Una boa enorme in secca.
Chiusi gli ultimi bar e la biglietteria e un
taxi acquatico dal corpo giallo e stanco.
Buio anche per i pochi passanti
e le loro orme a crocicchio. Il vento
sbatte la cenere al bavero del cappotto.

Laggiù il nord, piatto e anziano.

*

Terra

Guardava verso la riva –
guardava ancora e ancora: l’aria calda
il pasto avanzato,
il furgoncino che porta legna da ardere,
la stoffa ruvida della camicia bianca.

Laggiù, non ti preoccupare, aveva detto,
laggiù c’è la terra,
ma le correnti, qui sono forti.
Più forti che in qualunque altro mare.
Con la sua giacca sportiva e
gli occhi scuri che si levano dal fumo –
la schiena appoggiata al parapetto.

Vidi un grosso pesce che vorticava
in un angolo,
un mulinello dai cerchi opachi.
E tre ragazzi con le loro lenze
che andavano sott’acqua
e ai piedi una mezza dozzina di sardine
agonizzanti.

L’aria calda, i galleggianti
filavano in superficie:
una grossa luna
senz’altro appoggio,
come fosse mattina.

*

Moules frites

Gli sfiora la guancia
perché piange, si asciuga gli occhi
con il tovagliolo
e sposta lo stuzzicadenti nella mano sinistra.

Il temporale batte sui vetri
feroce come un fiume in piena.
Fuori ci sono brutti ricordi.
Lui passa la mano sulla fronte,
sulla costa, sul sonno agitato.

Un cameriere del sud
arrota l’accento italiano
e scrive ordinatamente il piatto del giorno:
vorrei mangiare con questo uomo
per il resto della mia vita.

*

Oceano

Alla fine i rami dei salici non erano
più visibili
e ho detto addio alla terra.
Solo per poterla salutare da lontano,
per immaginare la costa e le sue città,
ricordare di aver visto tutto fuori dalla finestra,
mentre pioveva.

Chi vuoi prendere in giro? mi dicevo,
l’anno prossimo o forse solo fra pochi mesi
l’indice sarà arrivato all’orlo estremo della carta
giù, allo spigolo del tavolo di legno,
e avrai smesso di dondolarti a tre quarti
e preparare caffè per due la mattina.

 Fayyum portrai d'enfant

Fayyum portrait d’enfant

Inedite

Détail
(dans le Château de Versailles)

Le cadre de la fenêtre –
immobile –
– fixé -.
Il a arrêté son battement -.
Rien ne bouge plus
qu’une toile d’araignée
(à la petite haleine) -.
*

Au 14 rue de Noailles

à Claude

C’est l’adresse d’un hiver perpétuel
Les vagues remontent
encaissées
la cour, les murs et les nuages
Le vis-à-vis du monde
se cache, coque-vide.
L’orage a ravagé les décors et les broderies
a fait ses ruines de pierres crues
et dispersé l’exil –
et marqué la porte avec du rouge

Pas une miette royale – si jamais il y en avait une –
n’est restée debout
Pas une dentelle – une petite miniature –
Où la barbarie a parsemé
l’ombre et le cri
là aujourd’hui pousse la grâce de la mémoire
Où la haine a dansé
à trois temps
sa valse de papillon,
sur ses ruine demeure ma maison
et repose dans tes mains royales
l’orage.

Ce sont ces décombres
l’adresse perpétuelle de l’hiver
Poussière de pierres et de misères
que j’ai élue

Dans ce desért
l’hiver nous chante
votif.

*

Just married

Gomito contro gomito
Sorridono dietro uno scrigno di montagne
Azzurre – le mani intrecciate
In un unico fiore
Lei ha un abito corto di seta bianca
Lui spessi occhiali neri e una cravatta lunga
D’altri tempi
La spalla nera – poggiata a quella nuda di lei.
God Bless You!

A destra, due calici bevuti
A sinistra, il tavolo scende nel dirupo d’ombra
Fino a scavalcare l’Oceano –
E toccare terra in questa cucina
Di luce gialla e gelata
Sul tavolo – un bicchiere
Un osso
Una bibbia francese. –

D’oltreoceano arrivano
Brindisi
E onde di prato bentosato
E il soffio della notte tiepida
Mentre sulla cornice di un muretto
Una vecchia in rosa balla aggrappata
A un’elegante giacca di puro tweed inglese.
God Bless You!

Aspetto il mio turno
Nella cucina di smalto
Dove le colombe hanno arrestato il loro volteggio
E razzolano fra smerli di briciole
Dove le stelle hanno arrestato il fulgore
E l’ornamento.
Ché la mia mano aperta per il benvenuto
Stringe un bicchiere vuoto
Il tavolo batte la sua risacca
E il deserto sospira nel cuore.

31/V/15

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INTERVISTA A GESÙ, di Piergiorgio Odifreddi dal libro: “Il matematico impertinente”, Longanesi, 2005

fotogramma film Il vangelo secondo Matteo

fotogramma film Il vangelo secondo Matteo

Piergiorgio Odifreddi (Cuneo, 1950) è un matematico, logico e saggista italiano. I suoi scritti, oltre che di matematica, trattano di divulgazione scientifica, storia della scienza, filosofia, politica, religione, esegesi, filologia e saggistica varia. Dal 1983 al 2007 ha insegnato logica presso l’Università di Torino, e dal 1985 al 2003 è stato visiting professor (professore in soggiorno scientifico) presso la Cornell University, dove ha collaborato con Anil Nerode, Richard Platek e Richard Shore. È anche stato visiting professor presso l’Università di Monash a Melbourne nel 1988, l’Accademia Sinica di Pechino nel 1992 e nel 1995, l’Università di Nanchino nel 1998, l’Università di Buenos Aires nel 2001 e l’Italian Academy della Columbia University nel 2006. Oltre all’attività accademica, ha intrapreso un’attività divulgativa, iniziata con collaborazioni a vari giornali e riviste: dapprima La Rivista dei Libri, Sapere, Tuttoscienze e La Stampa, poi la Repubblica, L’espresso e Le Scienze (per le quali tiene una rubrica dal titolo Il matematico impertinente).

La maggior parte di questa produzione giornalistica è stata finora raccolta in cinque libri. Ha al suo attivo una produzione saggistica su argomenti di vario genere che mirano a mostrare la pervasività della scienza in generale, e della matematica in particolare, nella cultura umanistica: soprattutto nella letteratura, nella musica e nella pittura, ma anche nella filosofia e nella teologia. La sua produzione in quest’ultimo campo ha però ricevuto più attenzione per gli aspetti critici nei confronti della religione, che per quelli divulgativi della scienza e della matematica. Odifreddi si ispira liberamente all’insegnamento e alle posizioni di Bertrand Russell, matematico e intellettuale socialista e democratico, e Noam Chomsky, linguista e filosofo socialista libertario. Nel suo primo libro divulgativo, Il Vangelo secondo la Scienza, ha proposto una visione secondo la quale la scienza, la matematica e la logica affrontano, riformulano, e a volte risolvono, problematiche che storicamente sono state considerate di pertinenza della religione e della teologia, quali la creazione del mondo, l’infinito o l’esistenza di Dio. La conclusione, espressa in un motto provocatorio, è che: « La vera religione è la matematica, il resto è superstizione. O, detto altrimenti, la religione è la matematica dei poveri di spirito. »

Gesù Il vangelo secondo Matteo

Gesù Il vangelo secondo Matteo

Nel suo libro più noto, Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici), ha proposto invece una lettura del Pentateuco e del Nuovo Testamento da un punto di vista razionalista, indicandone a suo giudizio le incongruenze e gli anacronismi. Il motto di copertina sintetizza:

«Se la Bibbia fosse un’opera ispirata da un Dio, non dovrebbe essere corretta, coerente, veritiera, intelligente, giusta e bella? E come mai trabocca invece di assurdità scientifiche, contraddizioni logiche, falsità storiche, sciocchezze umane, perversioni etiche e bruttezze letterarie? »

Le sue critiche alla religione sono state sviluppate anche dibattendo con cattolici disponibili a un confronto dialettico, compiendo a piedi insieme al giornalista Sergio Valzania e allo storico Franco Cardini gli 800 chilometri del Cammino di Santiago di Compostela (raccontato nel libro La Via Lattea), e cercando di elaborare in vari articoli una concezione di spiritualità laica, culminata nella formulazione de “Il mio credo” (da Il matematico impenitente):

«Credo in un solo Dio, la Natura, Madre onnipotente, generatrice del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili. Credo in un solo Signore, l’Uomo, plurigenito figlio della Natura, nato dalla Madre alla fine di tutti i secoli: natura da Natura, materia da Materia, natura vera da Natura vera, generato, non creato, della stessa sostanza della Madre. Credo nello Spirito, che è Signore e dà coscienza della vita, e procede dalla Madre e dal Figlio, e con la Madre e il Figlio è adorato e glorificato, e ha parlato per mezzo dei profeti dell’Intelletto. Aspetto la dissoluzione della morte, ma non un’altra vita in un mondo che non verrà. »

fotogramma film Il vangelo secondo Matteo.

fotogramma film Il vangelo secondo Matteo.

Intervista a Gesù

Come molti profeti dell’antichità, Gesù di Nazaret è un personaggio mit(olog)ico sul quale non  esistono testimonianze storiche. Le notizie sulla sua vita si basano sui racconti letterari che  vanno  sotto il nome di «Vangeli», scritti a partire dalla seconda metà del primo secolo e divisi in quattro “canonici’” e vari “apocrifi”, a seconda che siano o meno accettati come ispirati dalla  Chiesa. In base a questi racconti Gesù sarebbe nato durante il  regno del re Erode, dunque prima  del 4 a.C., e morto sotto la prefettura di Pilato, dunque fra il 26 e il 36 d. C. Il Cristianesimo che a lui si ispira prende il nome dalla parola greca «Christos», “unto’”, è professato (almeno formalmente) da un terzo della popolazione mondiale, e si divide in varie  sette: i Cattolici nell’Europa e nell’America del Sud, i Protestanti nell’Europa e nell’America del  Nord, gli Ortodossi nell’Europa dell’Est, e gli Anglicani in Inghilterra. In questa cacofonia di voci discordanti molti sostengono di parlare in nome e per conto di Gesù, in maniera più o meno istituzionale, e qualcuno pretende addirittura di esserne il vicario in terra, con gran confusione dei poveri di spirito. Per rimediare alla situazione abbiamo chiesto a Gesù un’intervista in cui egli esponesse il suo pensiero canonico, ed egli ce l’ha graziosamente concessa come regalo di Natale, per la maggior gloria di Dio.

fotogramma film Il vangelo secondo Matteo

fotogramma film Il vangelo secondo Matteo

«Rabbi, di lei sappiamo soltanto ciò che ci dicono i «Vangeli». Si riconosce in Quell’immagine?»

Certamente no. Essendo rivolti ai pastori analfabeti della Palestina di duemila anni fa, i «Vangeli» forniscono un’immagine di me che all’uomo tecnologico contemporaneo non può non apparire anacronistica. Comunque, quell’immagine era inattendibile anche allora: Marco e Luca non mi conoscevano neppure, tutti gli evangelisti riportano parole dette e fatti accaduti decenni prima che li scrivessero, e il canone è un’invenzione del concilio di Roma del 382.

«In parte, però, la colpa è anche sua: perchè non ha lasciato niente di scritto?»

Colui che mi ha condannato a morte sentenzierebbe: «Verba volant, scripta manent». Io preferisco dire che le chiese si edificano sulle pietre delle Scritture, ma le religioni si librano sulle ali della colomba dello Spirito. Per questo usavo continuamente l’espressione “sta scritto, ma io vi dico”.

«Intende dire che le chiese sono terrene, e le religioni spirituali?»

Quello che ho detto, ho detto.

«Ma io non ho capito, e insisto: la Chiesa non è religiosa?»

Certamente non è cristiana, neppure nel senso limitato di aderire all’immagine che di me offrono i «Vangeli». Il cristianesimo non è un’invenzione mia, ma di Paolo di Tarso: della mia vita, nella sua predicazione non è rimasto altro che la mia passione.

«È per questo che il cristianesimo è diventato una religione di morte?»

Anche per questo. Non si poteva pensare che l’ossessiva raffigurazione di un uomo flagellato, incoronato di spine e inchiodato a una croce potesse ispirare sentimenti positivi e gioiosi. Devo ammettere che la serenità dell’iconografia buddhista, cosí come la vitalità di quella induista, si sono dimostrate superiori alla mia.

Gesù Il vangelo secondo Matteo

Gesù Il vangelo secondo Matteo

«Che cosa pensa, più in generale, dell’iconografia religiosa?»

Cosa potrei pensare, se non che il Padre mio l’ha espressamente proibita nel Secondo Comandamento? Comunque, non c’era bisogno dell’onniscienza per capire che le immagini sono le porte di ingresso al regno dell’idolatria: bastava il buon senso, che i miei seguaci non hanno avuto. D’altronde, io ho solo chiesto che mi seguissero, non che mi raffigurassero o mi adorassero: ero l’Agnello di Dio, e mi hanno trasformato in un vitello d’oro.

«Però lei ha detto ai discepoli di andare e predicare ovunque la Buona Novella.»

Io desideravo che il mio insegnamento si diffondesse, affinché chi avesse orecchie per intenderlo lo intendesse. Ero in buona fede, se posso permettermi l’espressione: come potevo immaginare che le teste calde avrebbero cercato di imporre le mie parole «urbi et orbi»?

«E l’hanno fatto col ferro e col fuoco, nei nomi suo e di Dio.»

Il nome di Dio non doveva essere nominato invano. Quanto al mio, se avessi saputo che sarebbe stato invocato nelle crociate, nelle inquisizioni e nelle conquiste, non avrei mai abbandonato la mia bottega di falegname: la mia missione era socchiudere le porte del Paradiso, ma ho finito per spalancare quelle dell’Inferno. Purtroppo, a differenza del Padre mio, non sono onnisciente.

Accattone

Accattone

«Intende dire che lei non è Dio?»

Un angelo che dicesse di essere Dio, sarebbe diabolico. Un uomo, soltanto ridicolo.

«Ancora una volta, devo insistere: è o non è il Figlio di Dio?»

Lei lo dice. Ma chi non lo è?

«E i miracoli che faceva, erano opera di Dio o del Demonio?»

Gli uomini chiamano miracoli gli eventi che non comprendono. Lei crede veramente che l’opera del Padre mio sia tanto imperfetta, da necessitare di correzioni? O che Dio possa acconsentire a modificarla, per esaudire la preghiera di un uomo?

«Dunque non bisogna pregare?»

Pregare significa recitare il nome del Padre e compiere la Sua volontà, non chiederGli favori e raccomandazioni.

«E come si fa a sapere qual è la volontà di Dio?»

Bisogna ascoltare la Sua voce, tacitando la propria.

«Vuol dire ascoltare la propria coscienza?»

“Coscienza” è una parola antica, benché più moderna di “Dio’”. Forse, se si usasse “inconscio” si capirebbe meglio ciò che intendevo quando dissi: “Il regno di Dio è dentro di voi”.

«Non credo che il mio inconscio mi direbbe di rinunciare ai piaceri della carne.»

Né glielo suggerirebbero le parole del «Cantico dei cantici». O l’esempio di chi, come me, si  faceva asciugare i capelli da una prostituta. Sono i sepolcri imbiancati che indossano la veste nera, a chiamare “morale” la perversione predicata da Paolo.

Pierpaolo Pasolini

Pierpaolo Pasolini

«Quanto al mio conscio, mi riesce difficile coniugare la teoria che lei predicava con la pratica di chi oggi le si ispira.»

Se si riferisce al mercimonio che si è compiuto e si continua a compiere nel mio nome, quando giungerà l’ora della mia seconda venuta tornerò al tempio per cacciare i mercanti che vi si sono reinsediati e rovesciare i banchi delle loro mercanzie.

«In particolare, che ne pensa della recente inflazione della lista dei beati e dei santi?»

Come il Padre mio ha fermato la mano di Abramo, io fermerò quella del mio vicario che non sa quel che si fa: perché è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che uno dei suoi santi vada in Paradiso.

«Dunque all’Inferno ci va veramente qualcuno?»

In verità, in verità le dico: all’Inferno ci finiscono quasi tutti quelli che sperano di non andarci. Il detto “le vie del Signore sono infinite” l’ha inventato il Diavolo, per nascondere che invece quasi tutte le vie portano a lui: soprattutto quelle indicate da coloro che usurpano il mio nome.

(Piergiorgio Odifreddi)

dal libro: Il matematico impertinente, Longanesi, 2005

 

 

 

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Note a margine della poesia di Faslli Haliti – “L’uomo è forte della violenza che tenta di schiacciarlo, imbavagliarlo, spegnerlo” – Lettura critica di Marco Onofrio con una scelta delle poesie

Faslli Haliti copertina

Faslli Haliti “Poesie scelte (1969-2004)”, a cura di Gëzim Hajdari (EdiLet, 2015, pp. 156, Euro 16)

La poesia di Faslli Haliti è potente e persuasiva perché fatta di parole che gemmano per secrezione dal dolore patito e attraversato; distillate, nella fattispecie, dall’ingiustizia dei 15 anni di confino politico inflitti al poeta dissidente dal regime sanguinario di Enver Hoxha. Il tema principale sollevato dal volume “Poesie scelte (1969-2004)”, a cura di Gëzim Hajdari (EdiLet, 2015, pp. 156, Euro 16), che propone la prima traduzione in italiano, con testo a fronte albanese, delle poesie di Faslli Haliti, è il rapporto degli intellettuali coi mille volti del Potere, le sue maschere cangianti, le sue realtà mistificate, le sue infami ingiustizie, le sue ambigue coercizioni. Ovvero, la violenza eterna della storia. Le reazioni degli intellettuali sono altrettanto molteplici, varie ed ambigue, ma sostanzialmente condensabili in un poker di opzioni fondamentali: integrarsi; opporsi; fingere di integrarsi; fingere di opporsi. Haliti si è opposto senza fingere, con tenacia e coerenza irremovibili, e ne ha pagato in prima persona le conseguenze.

ARRIVEDERCI

La direzione:
A sinistra!
Io
dritto.

La direzione:
A destra!
Io
dritto, avanti.

L’ordine:
Dietrofront!
Io
sempre avanti.

Arrivederci miei capitani!

Manifestazione a Tirana, 1990

Manifestazione a Tirana, 1990

[Riflessione a latere]: forse la perfetta democrazia nuoce alla forza dell’arte. La grande arte presuppone l’orrore della storia, l’ingiustizia della società, il grottesco dell’uomo. La poesia ha bisogno di prorompere come grido straziato dall’ingiustizia del mondo. Di sognare un mondo diverso da realizzare. Di avere nemici da colpire con le parole. Se al poeta che canta l’amore diamo l’amore, smette di cantare; allo stesso modo, forse, se alla poesia civile togliamo il motivo del dissenso, perde la sua efficacia. Infatti, quando sono caduti i regimi oppressivi dell’est europeo, si è affievolita anche la grande poesia di quei Paesi. Al clamoroso potere dispotico degli antichi regimi (dittature del ‘900 comprese) è subentrata la versione “soft”, più adatta alla società liquida che stiamo oggi vivendo, dove imperano per vie occulte le oligarchie finanziarie e dove, sotto l’apparente democrazia, lo scenario storico soffre il degrado quasi irreversibile di una corruzione generalizzata. Ammoniva A. de Tocqueville ne “La democrazia in America” (1840): «Vedo chiaramente nell’uguaglianza due tendenze: una che porta la mente umana verso nuove conquiste e l’altra che la ridurrebbe volentieri a non pensare più. Se in luogo di tutte le varie potenze che impedirono o ritardarono lo slancio della ragione umana, i popoli democratici sostituissero il potere assoluto della maggioranza, il male non avrebbe fatto altro che cambiare carattere». Tocqueville già intravedeva la metamorfosi del dispotismo nella forma moderna dello Stato-Massa: una folla smisurata di «esseri simili ed uguali che volteggiano su se stessi per procurarsi piccoli e meschini piaceri», che poi è quello che vediamo ogni giorno materializzarsi davanti ai nostri occhi, sotto forma di “pescicani”, mostri della porta accanto, opportunisti spregiudicati, procacciatori di prebende e galoppini della politica degenerata.

La poesia di Faslli Haliti s’immerge dunque nel caos infernale della storia, come per estrarne il peso del mondo e dell’uomo, tra gli equilibri delle forze in gioco, nell’incrocio dei tiranti, dei nodi, dei grovigli, delle corde, delle pulegge, delle ruote, degli anelli, dei cursori, ovvero nell’eterna dialettica di spinte e relative controspinte, che tiene in piedi il palcoscenico. Alla violenza devastatrice dell’uomo si oppone la naturalità del “principio gravitazionale newtoniano”: l’aderire dei gravi e delle forze alle leggi del cosmo; la misteriosa necessità per cui ogni cosa è ferma nell’inerzia di se stessa, al centro del posto assegnatole nel mondo.

La strana capacità d’ogni goccia
di disegnare cerchi con esattezza.
così precisi forse non li trovi
nemmeno in geometria.

Haliti sembra provare meraviglia – come un viandante assetato che scopra un’oasi in mezzo al deserto – per la purezza cristallina di queste leggi, così lontane dalla slealtà e dalla inaffidabilità di quelle umane. La poesia diventa la descrizione asciutta e oggettiva, ma suggestiva (per sottrazione e scarnificazione), di ciò che accade: una specie di mappa radiografica del divenire – da cui l’importanza del verbo-motore, che innesca e articola il meccanismo –, dove il poeta, espletati i suoi compiti “cronachistici”, cerca l’essenza del fenomeno: «Le cose scompaiono / i simboli restano». Se dunque «non c’è nulla di eterno» che cosa resta in fondo a ciò che passa? In primo piano è la natura, nella sua capacità di configurarsi a simbolo: dell’essere, del divenire, dell’esperienza. I rami che «attendono il peso del frutto desiderato» possono benissimo parlarci di noi, di quello che noi siamo nel profondo. Haliti segue impassibile i cicli della natura, l’arrivo delle stagioni, l’appartenenza al tempo di ogni cosa. «La gemma fa sciogliere la neve con il fuoco del fiore, / il fiore annuncia la primavera, / si trasforma in frutto / e cade a terra con onore». Haliti dà voce soprattutto all’autunno, stagione fulgida della maturità piena, degli alberi «come coppe d’oro».

Manifestazione ufficiale a Tirana

Manifestazione ufficiale a Tirana

Emerge, da questo “spettacolo” cosmico, la dialettica che da sempre oppone l’uomo alla materia, i tempi storici ai tempi biologici, la cultura alla natura. Ogni cosa dona se stessa (non può fare altro), e ogni frutto ha la sua stagione: l’uomo, invece, può donare ininterrottamente il mondo intero perché, nel raggio delle sue potenzialità creatrici, lo abbraccia e lo contiene dall’interno (si pensi al De hominis dignitate di Giovanni Pico della Mirandola, 1486).

VEDO

Nel nocciolo del frutto vedo il seme,
nel seme vedo il fiore,
nel fiore il frutto,
nel frutto il tronco,
nel tronco vedo i rami,
nei rami le foglie,
vedo di nuovo i fiori,
il nuovo frutto,
il nuovo seme
che attende di germogliare.

Solo il rigenerarsi umano non ha stagioni!

Se c’è un fondo di orrore già nella natura («l’allodola finisce tra gli artigli del falco, e la primavera «non si dimentica mai / di far risvegliare ogni anno / anche le vipere e le serpi»), un orrore maggiore si cela in fondo alla storia umana, che è vicenda infinita di guerre, violenze, ingiustizie, prevaricazioni. I “fiori neri” appartengono soltanto all’uomo, la natura non ne produce.

Scontri-a-Tirana 2001

Scontri-a-Tirana 2001

L’UOMO CON LA PISTOLA

Lui aspetta che tiri vento
non per vedere gli alberi spogli,
non per veder cadere le foglie gialle,
ma per far alzare il lembo della giacca
e far vedere la pistola nella cintola.

Lui aspetta che venga la primavera,
non per mietere e falciare,
ma per togliere la giacca
e far vedere sotto la giacca
la pistola.

Occorre difendere gli uomini dagli uomini. Né vale, a riparo, la sanità ancestrale della cultura contadina, da cui Haliti proviene, a suo modo feroce ma intrinseca ai cicli del tempo, “innocente” anche quando barbarica, con la mitologia delle semplici cose, il lavoro, il sudore, il profumo del pane, la sacralità dei gesti rituali.

Mia madre sfornava il pane
e lo riponeva nella madia;
il volto del pane era madido di sudore
come la fronte di mio padre quando lavorava.

Sono ricordi che consentono ad Haliti di dar fondo alla sua essenza di uomo e alla sapida corposità delle sue parole:

La luna lievitava nella brace delle stelle
come focaccia gialla di mais
e profumo di pane
diffondeva in cielo.

Lo sguardo di Haliti è, suo malgrado, intriso di disincanto. «Non credete ai bei fiori senza frutta!». E ancora: «Pozzanghera perché sei così torbida? / Per nascondere il fondo / e sembrare profonda!» E infine: «nessuno ho ascoltato / a nessuno ho creduto, / neanche a Dio, / né agli dèi. // Figuriamoci ad un Partito». Ne viene un canto sommesso che sale dal cuore delle dissonanze, nonostante i traumi e i drammi patiti. Quest’armonia violata è come una ferita senza dove, un dolore che punge ma non si rintraccia. Si legga ad esempio

Faslli Haliti

Faslli Haliti

BELLISSIMO VERDE

Non ci parliamo più,
i nostri discorsi,
la nostra intimità di un tempo,
come pietre di un rudere sgretolato.

Coperto da un bellissimo verde.

E si colga la sottile inquietudine che serpeggia fra le trame umbratili di questo idillio:

I RUSCELLI

Dopo la pioggia,
il sole
tramonta
con un riflesso aureo
al crepuscolo.
I ruscelli
scorrono nei campi
come catene d’oro.
Sotto la minaccia
delle nuvole,
nel petto della campagna,
s’intrecciano ombre e arcobaleni.

Il disincanto non gli impedisce di vedere la bellezza del mondo (amori, «visciole labbra», occhi fuggenti, corpi avvenenti), ma gli impone di passarci accanto senza aderirvi, quasi con passo felpato, perché la vita e la bellezza scappano via da tutte le parti, come l’acqua dal cavo di una mano, e chi vi si identifica troppo si ritrova coinvolto dalla loro fine; la poesia, invece, rintraccia l’eternità del fenomeno fuggente, e ha bisogno – distillando, come in questo caso, il liquore forte dell’esistenza – di riservare alle parole lo spazio preventivo di un “a parte” da cui guardare le cose fuori e dentro al contempo, tacendole e dicendole nella misura di una stessa voce. La voce di Faslli Haliti offre alla poesia la guarigione delle sue ferite, la forza indomita della resistenza, la luce del dolore attraversato. Viene a dirci, senza dirlo direttamente, che l’uomo è forte: più forte della violenza che tenta di schiacciarlo, imbavagliarlo, spegnerlo. Ci fa sentire che una speranza è sempre possibile, malgrado la più oscura disperazione. Basta non perdere il filo della propria umanità: il filo che ci lega alla natura. La poesia di Haliti è a mio avviso importante proprio per questa sua capacità di annodare la ragione al sentimento, il pensiero all’emozione, la natura alla storia.

(Marco Onofrio)

Faslli Haliti

Faslli Haliti

La notte,
come madre di martirio dalla sciarpa nera,
stelle d’oro getta dall’alto,
come mazzi di fiori sulle tombe dei caduti.

.
NELL’INFANZIA

Quando scorgevo l’allodola tra gli artigli del falco,
che terrore,
che orrore!
Al posto del suo canto primaverile
sentivo i suoi pianti tragici in primavera.

Il mio desiderio era
di spezzare ali di falchi crudelmente
nell’infanzia,
senza ascoltare il consiglio dello zio Hugo:
«Chi guarisce l’ala del falco
è responsabile dei suoi artigli…»

Che terrore!
Che orrore!
Sentire i pianti tragici delle allodole
e non spezzare le ali al falco!

PRIMAVERA

La gemma fa sciogliere la neve con il fuoco del fiore,
il fiore annuncia la primavera,
si trasforma in frutto
e cade a terra con onore.

La terra inverdita lo accoglie.

(1984)

NOTTE DI MAGGIO

La luna come anello nelle mani della notte,
i neon abbagliano con luce di neve.
Noi parliamo sotto una mimosa bionda
come in una luna terrena.

Accanto a noi passano due lucciole
che sembrano fiammiferi.
E si perdono nel buio della notte
gioiose del nostro amore.

(1984)

LE CANNE

L’autunno
spaventa le canne con i tuoni,
le colpisce con la grandine,
i fulmini
e le piogge.
Dalla paura le canne gettano nelle pozzanghere
le proprie foglie ingiallite
che si spargono come piume di canarini.
Dopo la pioggia,
il suono di un flauto
fa gioire le canne
e le rende gioiose,
si scuotono le foglie come piume di canarino.

(1994)

Marco Onofrio (Roma, 11 febbraio 1971), poeta e saggista, è nato a Roma l’11 febbraio 1971. Tra critica, narrativa e poesia, ha pubblicato 22 volumi. Per la poesia ha pubblicato: Squarci d’eliso (2002), Autologia (Sovera, 2005), D’istruzioni (2006), Antebe. Romanzo d’amore in versi (Perrone, 2007), È giorno (2007), Emporium. Poemetto di civile indignazione (2008), La presenza di Giano (in collaborazione con R. Utzeri, EdiLet 2010), Disfunzioni (2011), Ora è altrove (2013) e Ai bordi di un quadrato senza lati (2015). La sua produzione letteraria è stata oggetto di presentazioni pubbliche presso librerie, caffè letterari, associazioni culturali, teatri, fiere del libro, scuole, sale istituzionali. Alle composizioni poetiche di D’istruzioni Aldo Forbice ha dedicato una puntata di Zapping (Rai Radio1) il 9 aprile 2007. Ha conseguito riconoscimenti letterari, tra cui il Montale (1996) il Carver (2009) il Farina (2011) e il Viareggio Carnevale (2013). È intervenuto come relatore di presentazioni di libri e conferenze pubbliche. Nel 1995 si è laureato, all’Università “La Sapienza” di Roma, discutendo una tesi sugli aspetti orfici della poesia di Dino Campana. Ha insegnato materie letterarie presso Licei e Istituti di pubblica istruzione. Ha tenuto corsi di italiano per stranieri. Ha partecipato come ospite a trasmissioni radiofoniche di carattere culturale presso Radio Rai, emittenti private e web radio. Ha pubblicato articoli e interventi critici presso varie testate, tra cui “Il Messaggero”, “Il Tempo”, “Lazio ieri e oggi”, “Studium”, “La Voce romana”, “Polimnia”, “Poeti e Poesia”, “Orlando” e “Le Città”.

Gëzim Hajdari, è il massimo poeta albanese vivente e uno dei maggiori poeti contemporanei. Ha pubblicato numerose raccolte di poesia. Ha scritto anche libri di viaggio e saggi, inoltre ha tradotto in albanese e in italiano vari autori. E’ vincitore di numerosi premi letterari. E’ presidente del Centro Internazionale Eugenio Montale.

Le sue recenti pubblicazioni sono: I canti dei nizam, Besa 2012; Nur. Eresia e besa, Ensemble, 2012; Evviva il canto del villaggio comunista, Besa, 2013; Poesie scelte, Controluce, 2014 e Delta del tuo fiume, Ensemble, 2015.

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POESIE SCELTE di Rafał Wojaczek (1945-1971) “il poeta maledetto” traduzione e Commento a cura di Paolo Statuti

Rafał WojaczekRafał Wojaczek,  poeta e prosatore polacco, annoverato nel gruppo dei poeti maledetti. Nacque a Mikołów il 6 dicembre 1945 e morì suicida a Wrocław l’11 maggio 1971. Debuttò nel 1969 con la raccolta Sezon (La stagione), accolta con lusinghieri giudizi dalla critica. Nel 1970 uscì la sua seconda raccolta Inna bajka (Una diversa favola). Postume uscirono Którego nie było (Colui che non c’era, 1972) e Nie skończona krucjata (La crociata non finita, 1972).

   Scriveva solo quando non era in stato di ubriachezza. Si chiudeva in casa per due settimane e senza interruzione scriveva, correggeva, limava. Poi subentrava un intervallo di due-tre settimane, durante il quale si ubriacava da non reggersi in piedi, faceva scenate, provocava scandali. Più volte tentò di togliersi la vita. I medici gli diagnosticarono la schizofrenia. Questa diagnosi pesò su tutta la sua vita. Egli stesso chiese di trascorrere una settimana in una clinica psichiatrica e lì conobbe un’infermiera che diventò sua moglie e gli diede una figlia. Ma il matrimonio non durò neanche un anno e finì col divorzio.

Rafał Wojaczek

Rafał Wojaczek

  Gli ultimi anni furono assai difficili – sprofondando sempre più nell’alcol sentiva di non essere più in grado di scrivere come un tempo. E non potendo scrivere, la vita non avrebbe avuto più alcun valore.  L’ultimo tentativo di suicidio gli riuscì. Su un biglietto scrisse esattamente le dosi e i nomi delle medicine che avrebbe preso. Non si sa se per documentare la sua morte, o per lasciare una indicazione per il pronto soccorso. Comunque sia, aveva ingerito una tale quantità di farmaci, tra cui una forte dose di valium, che neanche un pronto intervento avrebbe potuto salvarlo.

   Principali temi della sua poesia sono la morte, l’amore, la femminilità e la carnalità. L’erotismo e la sessualità sono ripetutamente legati alla morte. Il soggetto lirico dei suoi versi parla del dolore, ha il senso della estraneità, si ribella alla ipocrisia del mondo e della società, e ostinatamente esplora gli angoli oscuri dell’anima umana, analizza le proprie paure, inquietudini, ossessioni. Il linguaggio della sua poesia è spesso naturalistico, brutale e osceno. Ma sotto il volgare strato lessicale di Wojaczek si cela anche un profondo lirismo, un bisogno di tenerezza e una grande sensibilità, come emerge dalle lettere alla madre e al suo grande amore Teresa Ziomber.

   Questo poeta così inquieto e tragico, dalla vita così imprevedibile, morto ad appena ventisei anni non ancora compiuti, è stato uno dei fenomeni più controversi nella poesia polacca del XX secolo. E’ sfrecciato come una cometa, lasciando dietro di sé la leggenda, soprattutto tra i giovani.

Rafał Wojaczek 1999 filmweb

Rafał Wojaczek tradotto da Paolo Statuti

 Ti parlo piano

Ti parlo così piano come un luccichio
E fioriscono le stelle sul prato del mio sangue
Nei miei occhi è la stella del tuo sangue
Parlo così piano che la mia ombra svanisce
Sono un’isola fresca per il tuo corpo
che cade di notte come goccia ardente
Ti parlo così piano come nel sonno
il tuo sudore sulla mia pelle brucia
Ti parlo così piano come un uccello
all’alba il sole cala nei tuoi occhi
Ti parlo così piano
come lacrima che scolpisce una ruga
Ti parlo così piano
come tu fai con me

.
Mito di famiglia

Kiełbasa * –

Mia madre commestibile

E’ appesa a un gancio di nichel
e odora di camino

Costa poco del resto non è mai stata cara
era comprensiva e conosceva le possibilità

Io sono figlio di mia madre
e di un certo giovanotto
che non fu prudente
e di sicuro cattivo
ma forse soltanto non sapeva
Mia madre allora era stordita
e poi si pentì

Adesso io ho fame
e mia madre pende

Dunque fisso la vetrina
e sento
che mi cola
la saliva e lo sperma

Lo so tra un istante non esiterò più
entrerò e chiederò
proprio questa

.
* Salame in polacco

Sii per me

Sii per me dai piedi alla testa, dal tallone all’orecchio
Dai ginocchi all’inguine, dal gomito alle unghie
Sotto l’ascella, sotto la lingua, dal clitoride alle ciglia.

Sii il polo del mio cuore anormale
Il cancro che mangia il cervello e permetterà di sentirlo
Sii l’acqua dell’ossigeno per i polmoni bruciati.

Sii per me reggiseno, mutande, giarrettiera
Sii culla per il corpo, bambinaia che culla
Mangiami lo sporco delle unghie, bevi il sangue mensile.

Sii passione e compimento, piacere, di nuovo fame
Passato e futuro, secondo ed eternità
Sii ragazzo, sii ragazza, sii notte e giorno.

Sii per me vita, gioia, sii morte, gelosia
Sii rabbia e disprezzo, disgrazia e noia
Sii Dio, sii Negro, padre, madre, figlio.

Sii – e non chiedere come Ti ripagherò
E allora gratis prenderai il più bel tradimento:
L’amore che sveglierà la morte addormentata in Te.

La stagione

C’è la ringhiera
ma non ci sono le scale
C’è l’io
ma non ci sono io
C’è il freddo
ma non ci sono le calde pelli degli animali
le pellicce d’orso le code di volpe

Dal momento in cui è bagnato
è molto bagnato
l’io ama il bagnato
sulla piazza, senza l’ombrello

C’è il buio
c’è il buio come il più buio
io non ci sono

Non c’è il dormire
Non c’è il respirare
Il vivere non c’è

Soltanto gli alberi si muovono
insolito muoversi degli alberi

generano un gatto nero
che percorre tutte le strade

Scrivo amore

per te scrivo amore
io senza nome
animale insonne

scrivo spaventato
solo di fronte a Te
che ti chiami Essere
io carne della preghiera
di cui Tu sei l’uccello

dalle labbra cola
una goccia di alcol
in essa tutti i soli e le stelle
l’unico sole di questa stagione

dalle labbra cola
una goccia di sangue
e dove è la Tua lingua
che calmi il dolore
causato dalla parola morsa
amo

*

I capelli assonnati assonnata la veste Lesbia assonnata
Il brugo del sonno dolcemente elargisce l’arsenico
L’udito dorme la voce tace Dio muore
Sordamente fruscia una conchiglia dell’oceano
Il bianco pesce del corpo lentamente nuota

*

Paolo Statuti è nato a Roma il 1 giugno 1936. Nel 1963 si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Roma. Nello stesso anno è stato assunto come impiegato dalle Linee Aeree Italiane Alitalia, che ha lasciato nel 1980. Nel 1975, presso la stessa Università romana, ha conseguito la laurea in lingua e letteratura russa ed altre lingue slave (allievo di Angelo Maria Ripellino). Nel 1982 ha debuttato in Polonia come poeta e nel 1985 come prosatore. E’ autore di numerose traduzioni letterarie pubblicate (prosa e poesia) dal russo, ceco e soprattutto dal polacco nella lingua italiana. Ha collaborato con diverse riviste letterarie polacche e italiane. Nel 1987 ha pubblicato in Italia due libri di favole: “Il principe-albero” e “Gocce di fantasia” (Edizioni Effelle di Marino Fabbri). Una scelta di queste favole è uscita anche in Polonia con il titolo “L’albero che era un principe” (”Drzewo, które było księciem”, Ed. Nasza Księgarnia, Warszawa, 1989).
Dal 1982 al 1990 ha lavorato presso la Redazione Italiana di Radio Polonia a Varsavia, realizzando molte apprezzate trasmissioni prevalentemente letterarie. Nel 1990 ha ricevuto il premio annuale della Associazione di Cultura Europea – Sezione Polacca, per i meriti conseguiti nella divulgazione della cultura polacca in Italia.
Negli anni 1991-1997 ha insegnato la lingua italiana presso il liceo statale “J. Dąbrowski”di Varsavia ed ha preparato l’esame scritto di maturità in questa lingua, a livello nazionale, per conto del Provveditorato Polacco agli Studi.
A gennaio del 2012 ha creato un suo blog: musashop.wordpress.com, dedicato a poesia, musica e pittura, dove pubblica in particolare le sue traduzioni di poesia polacca e russa.

Traduzioni pubblicate di Paolo Statuti dal polacco in italiano

Baterowicz, Marek “Canti del pianeta” Roma, Ed. Empirìa, 2010
Brzechwa, Jan “Una giornata tutta da ridere con il prof. Kleks” (Akademia
Pana Kleksa) Roma, Città Nuova, 1992
Brzechwa, Jan “Avventure di viaggio con il prof. Kleks” (Akademia pana
Kleksa), Roma, Città Nuova, 1996
Broniewski, Wladyslaw “La Comune di Parigi” Roma, Ragionamenti n.180-181
gennaio-febbraio 1989
Dobraczynski, Jan “L’invincibile armata” Casale Monferrato, Piemme, 1994
(ristampa Milano, Gribaudi, 2011)
Dobraczynski, Jan “La spada santa” (Storia di s. Paolo) Milano, Gribaudi, 2002
Dobraczynski, Jan “Il fuoco arde nel mio cuore” (santa Teresa d’Avila)
Milano, Gribaudi, 2004
Dobraczynski , Jan “Ho visto il Maestro!” (Maria Maddalena) Milano,
Gribaudi, 2005
Dobraczynski, Jan “Il cavaliere dell’Immacolata” (s. Massimiliano Kolbe)
Milano, Gribaudi, 2007
Ficowski, Jerzy “Poesie” Stilb n.7 gennaio-febbraio 1982
Ficowski, Jerzy „Il rametto dell’albero del sole” Roma, Edizioni e/o, 1985
Galczynski, K. Ildefons “Visioni di san Ildefonso ovvero Satira sull’universo”
Roma, La Fiera letteraria n.3 2 gennaio 1973
Grzesczak, Marian “Poesie” Roma, Tempo presente n. 9-10 giugno-
Agosto 1981
Małgorzata, Hillar 20 poesie, Edizioni CFR, ottobre 2013
Iwaszkiewicz, Jaroslaw “Poesie” Roma, La Fiera letteraria n. 27 7 luglio 1974
Urszula, Kozioł 20 poesie, Edizioni CFR, marzo 2014
Lesmian, Boleslaw “Poesie” Roma, La Fiera letteraria n.20 20 maggio 1973
Ewa, Lipska 20 poesie, Edizioni CFR, luglio 2014
Milosz, Czeslaw “Poesie” Roma, Tempo presente n.6 dicembre 1980
Mrozek, Slawomir “Un caso fortunato” Sipario: rassegna mensile dello
Spettacolo n. 315-316 agosto-settembre 1972 (tradotto
in collaborazione con Zbigniew Chotchowski)
Norwid, Cyprian k. “Il pianoforte di Chopin” Roma, Ragionamenti, n.183
aprile 1989
Pomianowski, Jerzy “Guida alla moderna letteratura polacca, con annessa
antologia di poeti polacchi contemporanei” Roma, Bulzoni
1973 (traduzione di 62 poesie di poeti diversi)
Poświatowska, Halina “50 poesie scelte”, Novi Ligure (AL), Edizioni Joker, 2014
Statuti, Paolo “Viaggio sulla cima della notte: racconti polacchi dal 1945 a
oggi” Roma, Editori Riuniti, 1988 (questo lavoro è stato molto
apprezzato da Herling-Grudzinski. Nell’antologia sono presenti
55 autori con un totale di 55 racconti)
Stryjkowski, Julian “Austeria” Roma, edizioni e/o 1984 (tradotto in
collaborazione con Aleksandra Kurczab)
Wojtyszko, Maciej “Bromba e gli altri e la saga dei Claptuni” Effelle di Marino
Fabbri Roma 1986

Przygotowane do druku: K.I. Gałczyński 20 poesie, Edizioni Joker
A. Kamieńska 50 poesie, Edizioni Joker
A. Świrszczyńska 41 posie, Edizioni Joker

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POESIE SCELTE di Piergiorgio Viti da “Se le cose stanno così” italic, 2015 con un Commento di Giorgio Linguaglossa

città tramPiergiorgio Viti vive nelle Marche ed è professore di lettere nella scuola media. Le sue poesie vengono tradotte in rumeno da Geo Vasile e in spagnolo dal giornalista e poeta argentino Jorge Aulicino. Pubblica nel 2011 la sua prima raccolta di poesie, Accorgimenti (L’arcolaio editore). Partecipa anche a diversi reading, tra i quali quello per “Musicultura” di Macerata (2005), quello per la “Fondazione Claudia” Roma, intitolato “Educare alla bellezza” (2011); partecipa anche come ospite “O musiva musa” a Ravenna (2013) e alla “Punta della Lingua” ad Ancona (2105). E’ anche autore di saggi critici, in particolare cura un intervento critico per il catalogo sulla mostra di Pietro Annigoni, a Senigallia, nel 2010, tradotto anche in cinese mandarino. Nel 2011 traduce dal francese I Preludi di Alphonse de Lamartine, interpretati da Paola Gassmann e Ugo Pagliai per il festival di musica da camera “Armonie della sera”.

Nel 2012, per l’anteprima dello stesso festival, scrive La fiabola di Virginio e Virgilio, interpretata da Tosca. Nel 2013 firma lo spettacolo I sogni di Ray, interpretato da Carlo di Maio, attore già protagonista con Troisi del film “Il postino”, che debutta e fa il pieno al botteghino per una settimana alla Casa delle Culture di Roma. Nel 2015 esce la raccolta poetica e le cose stanno così”, edita da Italic.

 piergiorgio viti copCommento di Giorgio Linguaglossa

 In un certo senso, Piergiorgio Viti  fa una operazione molto semplice, viene a patti con la realtà, il poeta fa la mimesis della realtà quella realtà che va dove la porta il vento delle cose, ed è un ritratto oggettivo del reale quello che ne esce. L’autore adopera il verso libero con agevole padronanza, ha il tocco giusto per le nuances e gli sfondi della periferia marchigiana (una qualsiasi città di provincia italiana), le situazioni e i personaggi sono raffigurati con pochi tocchi eccentrici, cioè fuori centro, fuori del punto di vista dell’osservatore, per aspetti casuali e marginali. Dove non c’è più una biografia si assottiglia anche la possibilità che vi sia una identità, quella identità che nella nostra civiltà globale stenta a profilarsi. Al registro mimetico corrisponde una fedeltà al referente, una estrema letteralizzazione del testo con relativa espulsione di ogni tesi figurativa, ma è con questa scrittura così controllata ed essenziale che Piergiorgio Viti può descrivere un minuscolo pezzo della periferia dell’impero globale, è il suo modo di restare fedele ad una opzione realistica. Recita il risvolto di copertina: «Se le cose stanno così è un omaggio, nel titolo, a Sergio Endrigo, a un tempo che non c’è più. La provincia di cui si parla è una provincia quasi scomparsa, baldiniana, popolata di personaggi che incarnano l’umanità, nei suoi valori più universali: c’è infatti l’ossessa, c’è l’ipocondriaco, c’è il radiocronista del sabato che racconta a nessuno la sua partita, perché nessuno lo ascolta, c’è Mario che scrive un testamento sotto l’effetto di un aperitivo». Un pezzo minuscolo della storia del nostro paese filtrato attraverso la lente della memoria.

Piergiorgio viti in posa

Acquazzone. Acqua. Acqua. Acqua.
Fuocherello. Fuoco.
Ora di me fai
cenere.

Immagino che tu possa tornare

È per questo che lascio
la porta di casa aperta,
perché tu non debba
nemmeno bussare,
ma presentarti quando vuoi
per esempio
all’ora di pranzo
o quando faccio la doccia.

Forse mi chiederesti
dove sei stato tutto questo tempo“,
e io ti risponderei
facciamo finta di niente
mentre apro una scatoletta di tonno.

*

La mia passeggiata infastidisce
i cani del quartiere che, ad ogni passo,
con le pupille strangolate di rabbia,
abbaiano verso la notte,
e l’eco di quello sforzo
tormenta le colline illuminate a festa.

Poi sulla festa cala il silenzio,
gli invitati se ne vanno
rassettando i vestiti. Lo avranno
fatto davvero – penso – , ecco perché
sono qui da solo,
mentre i lampioni eclissano le strade.

Tutti hanno fretta di una fine.

*

Mi avete detto: l’abbiamo riordinata,
ma adesso non trovo più niente.
Dove sono finiti i miei libri?
Erano disposti a caso, ma come un padre
riconosce, tra tanti, dalla capigliatura
i suoi figli, io dai colori sapevo
che qui c’era la Ginzburg, qui Bradbury,
più in là i poeti, e ora?
Dove sono i miei appunti?
Perché avete tolto la velina alle medicine?
Vi interessano le mie patologie?

Siete ladri al contrario.

*

Mi lasci fuori
anche dalle tue parentesi;
lì, lontano dal tuo abbraccio
i prati sono ghiacciati,
il mare, alla sera,
si prosciuga nelle mani
ed io vivo
una vita

involontaria.

*

(2 novembre)

Oggi è il compleanno dei morti.
Sono andato a trovarli,
nella loro casa, il cimitero,
che poi non è tanto distante
dalla mia.
Mi aspettavano in fila indiana,
nelle loro tombe bianche,
vestiti con l’abito migliore,
qualcuno perfino sorrideva.
Ho chiesto loro come stavano:
ogni tanto si annoiano,
e per passare il tempo
giocano a bocce,
bevono insieme vino novello…
E mio fratello?
Lui, mi hanno detto, non lo trovi mai,
è sempre in giro in bicicletta,
bisogna chiamarlo ad alta voce
che forse ti risponde…

*

(la miope)

Non è raro che sbagli,
confondo le entrate
con le uscite,
gli autobus che partono
con quelli
che ritornano;

alcune volte ho scambiato con altri
perfino
il mio amore,
ma me ne sono accorta subito,
dall’odore del dopobarba
o perché l’abbraccio
non era lo stesso.

Non è raro che sbagli,
però
mi piace così,
preferisco ascoltare,
e se mi chiedono
come mai non indosso occhiali,
rispondo che la realtà
fa così male
che a volte è meglio

immaginarla.

*
Non esce più di casa,
è giallo come un panno sporco,
sta male, uno di quei mali
che ti ingoia pure le budella,
e passa le giornate
a smazzare solitari e tirar giù
qualche santo,
eppure prima non stava mai fermo,
lo vedevi in bici dal mattino
a respirare la nebbia
appoggiata sopra i campi,
e il figlio
il figlio se ne frega,
ha un’amante fresca
che pare un ciclamino,
e la domenica stanno via,
migrano, hai capito,
come le rondini
quando iniziano i temporali,
e la moglie
la moglie dovresti vederla,
sulle labbra ci appoggia quel rossetto
che tutti la stanno a guardare,
e non va mai a messa
a dire due parole al Signore,
a scambiarci insomma qualche confidenza,
che poi di cose da dire ne avrebbe,
molto più di noi…

*

Ride Valentina, ride
seduta sul divano,
dice che ha una parrucca diversa
per ogni occasione, che le mani
a volte non afferrano gli oggetti.
“Parestesia si chiama” , ma in fondo le cose
stanno bene dove stanno, e per qualsiasi
bisogno ha angeli custodi
in tutto il quartiere. Insomma
il cancro è una pacchia, penso,
mentre accendendosi una sigaretta
mostra delle foto, è felice.
“Devo morire di cancro,
mica di depressione” e poi
racconta di strani liquidi
che le escono dai piedi,
ogni volta che va dalla tossicologa.
“Sei quasi Gesù”, le dico, “ti manca
una Maddalena che te li asciughi
quei piedi”, mentre lei continua a ridere.
Ride Valentina, ride
non sa che i suoi occhi fanno più luce

di un intero pomeriggio a Roma.

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POEMA di Marisa Papa Ruggiero “Jochanaan” con un Appunto dell’Autrice ed un Commento di Giorgio Linguaglossa

Ritratto del dio greco antico della luce, Apollo.

Ritratto del dio del greco antico di luce, Apollo.

Marisa Papa Ruggiero, scrittrice, artista verbo-visuale, (studi di formazione artistica compiuti a Milano e a Napoli, corsi post diploma di Graphic Design, di Pittura – Accademia Belle Arti e diploma di laurea), inizia il suo percorso poetico alla fine degli anni 80 affiancandolo alla sua attività pittorica e didattica negli Istituti superiori nella città di Napoli dove attualmente vive. In poesia esordisce con Terra emersa in L’assedio della poesia ed entra nella Redazione della Rivista di ricerca letteraria: Oltranza. Seguono, dal 1991 ad oggi i seguenti testi di poesia pubblicati con Ripostes, Guida, Manni, Puntoacapo: Limite interdetto,1993; Origine inversa,1995,premio Minturnae, con prefazione di Mariella Bettarini; Campo giroscopico, 1998, con prefazione di Michele Sovente; Persephonia, 2001 con prefazione di Mario Lunetta; Passaggi di confine, 2011, con prefazione di Mario Fresa; Di volo e di lava, con prefazione di Giancarlo Pontiggia, 2013. Tra i lavori in prosa: Le verità bugiarde 2008, ed. Il Laboratorio di Nola introdotto da Stelio M. Martini; Il passaggio dei segni, ed. Socrate e alcuni libri in edizioni d’arte. Partecipa con opere grafiche e collages a varie esposizioni nel territorio non solo nazionale. Suoi testi poetici sono rappresentati come eventi teatrali e letture sceniche in siti archeologici. Collabora come redattrice, dal 1998, alla fondazione della rivista di linguaggi in movimento: Risvolti e dà inizio alla sua attività critica. Suoi testi critici, poetici e in prosa sono presenti in riviste italiane ed estere, (tra le altre: Hyria, Novilunio, Oltranza, Lettera Internazionale, Offerta speciale, Risvolti, L’area di Broca, Caffè Michelangiolo, Gradiva), in siti web e in blog letterari. Sue poesie sono apparse nella rivista “Poesia” e nelle seguenti raccolte antologiche: Progetto di curva e di volo, Laboratorio delle Arti; Per voci e per immagini, Spring edizioni; Ad hoc, Lagnes France; Locus solus, la babele capovolta, Ed. Riccardi; Paradossi visuali, Ed. Riccardi; Mundus, Valtrend Editore; Accenti, Società Dante Alighieri; Al di là del labirinto, Ed. L’arca felice; Alter ego, Poeti al Mann, Ed. art,m; I quaderni di Movimento Aperto, Tufano Editore; In forma di scritture. Ed. Riccardi; Forme liquide, De Comporre Edizioni; L’ora zero, ed. CFR, 2014. Attualmente è redattrice della rivista di poesia: Levania. – m.paparuggiero@gmail.com

Appunto dell’Autrice

Mi sono affidata a piani scenici modellati sulle necessità dell’immaginazione, tutti eccentrici rispetto all’asse narrativo. Ho lasciato, tuttavia, in vista alcuni riferimenti immediatamente riconoscibili, come ad esempio, la reggia giudaica, teatro di un evento biblico ben collocato nella casella mnemonica del sapere storico, sul cui fondale si proiettano delle stilizzazioni drammatiche allucinate che ostinatamente cercano di sgrovigliarsi dagli stereotipi di una iconografia fin troppo abusata in sede drammaturgica e filmica. Le due Presenze sulla scena, reali o rifratte, sono interiorizzazioni figurali di due sistemi antagonisti – logos ed eros – la cui unione, fatalmente, non potrebbe che condurre al dirottamento del corso del tempo sul quadrante storico… Inevitabile la scissione, definitiva, tra il mondo dei riti misterici della fecondità e dell’amore legati al culto della babilonese Ishtar incarnati dalla Danzatrice sacra, (è questa la mia personale visione della principessa giudaica, che ho voluto attirare in una zona densa di inquietudine e di pathos) e la potente autosufficienza del Pensiero nuovo, interprete di una Dottrina saldamente strutturata sull’ideologia patriarcale, e destinata a durare…
Il resto (quasi tutto) è fantasia onirica che appartiene solo alla scrittura.

marisa papa ruggiero

marisa papa ruggiero

Commento di Giorgio Linguaglossa

Questo Poema, di cui presentiamo solo la prima parte, di Marisa Papa Ruggiero, si muove nell’ambito dei concetti dell’entrelacement e dell’aspettativa. Il primo consiste nella intromissione, nell’ambito di un ordito narrativo, di più personaggi o di più fili narrativi, ed è quindi un espediente retorico di origine narrativa; il secondo invece è più proprio dei testi poetici rispetto a quelli narrativi in quanto in essi l’intensificazione dell’attesa è un espediente irrinunciabile, di qui ne deriva la compressione spazio-temporale e lo sviluppo di un deteminato tipo di sintassi semanticamente attrezzata. In tale contesto stilematico hanno rilievo procedure come «lontananza», «profondità», «gradazione», «sfondo», oppure «ottica, «visuale», angolatura», «luce» ed un rimando metaforico a nozioni temporali come «previsione», o «possibilità di eventi», che lo rende strettamente affine al senso di «aspettativa».
Per converso, «aspettativa» – ad onta del significato squisitamente temporale – ha in comune con «prospettiva» un richiamo etimologico allo «sguardo» in quanto derivato diretto da ex-spectare; mentre il sinonimo di «attesa» da ad-tendere = tendere a, che discende dalla radice indoeuropea di ten, che contiene in sé l’idea di una dinamica contratta in un irrigidimento. Si profila a questo punto come lo stile di questo poemetto sia uno Spiegelspiel, un curioso «gioco di specchi» tra i due poli di questa oscillazione prospettiva/aspettativa, mediante i quali l’uno si costituisce attorno a coordinate spaziali e l’altro sembrerebbe procedere con un moto inverso ma simmetrico, da coordinate temporali a coordinate spaziali. Il risultato di queste forze conduttrici del testo è uno stile amalgama, che tende ad omogeneizzare e analogare (se mi si passa il termine) i contenuti lessicali e semantici di diversa provenienza.

de chirico ettore e andromaca particolare

de chirico ettore e andromaca particolare

Marisa Papa Ruggiero

Jochanaan

Questa fame di gravida serpe è scesa nuda in giardino
Ѐ qui dentro, in bave setose il respiro asmatico
che ha preso la mia forma: deve aver troppo
fissato lo scampanìo mortale
che imprigiona il caos sotto le ossa
e mi graffia in corpo una sinfonia eretica,
con dita scarlatte pizzica
corde complesse e già uno sciame
d’api rossastre alluna nel mio occhio

e congiunge i punti del Carro
mentre le Furie bambine altalenano
sulla grande Bilancia
che si specchia sui vetri come un fondo marino
siamo, vedi, oscillanti alghe al di là del vetro,
frutti strappati acerbi
sui futuri quadranti della lingua
che mi scavi di notte
e ogni notte a venire e te lo dico
rubando il verso alla cornacchia bianca (da me adottata)
te lo ridico in lingua oltremare e in fulgente cadmio
che ti viaggio sotto lo sterno e
ti lucido le squame (sono secoli che lo faccio)
un trono dentro ti addobbo di magenta e oro
*
Non guarderò la luna in cammino leccare
il ghigno sanguigno del parco, seguirò in bave setose
il taglio di luce oltrepassare la soglia
dove nulla è mai iniziato
e sarà un brillìo di zolfi incendiari ad aprire le danze,
sarà un murales sgargiante dove fummo travolti
da uno scatto di giro
e ci sorprese il già stato al punto infinito
dove sforammo, armati centauri, la linea gialla che taglia il confine
o dove inseguiti scagliammo

la prima lancia a Lascaux sul bisonte in corsa
e restammo nel coito conficcati tra le rocce
e lì stecchiti fossili trasparenti ambre
o più tardi, sgranati nel peso occultammo
tra le scogliere della lingua gl’indizi
del nostro passaggio sul graffito a parete
della Meridiana gigante precipitando
con ali di Icaro oltre la traiettoria segnata

per ritrovarci nella pelle blindata
di questo crocevia zodiacale
interdetto alla grazia
che ancora incendia la torre, lo stesso rivolo
di un rosso saturnino emula il sangue

della mannaia su cui s’adagia lo sguardo
ma già il fosfene incendiario fonde i cristalli
e la culla delle primizie cade ammutolita
al centro della danza …
in questa danza io esisto, io principio a morire
*
Il palco ruggisce un rosso-viola strisciante
nella coppa del cranio, io cerco …
io cerco fuori tempo l’azione!
Laceriamo uniti la fissità del copione
dove il sentiero si biforca, seguimi!
Che sia l’artiglio di un deus infero
o di un demon battesimale
inteso dalle mie leonesse come uno di loro!
Che divampi ritta nel sole
questa nascita eretica e ribelle!
Forzerò le facce del cubo coi denti, qualcosa so
della fioritura quando inscena se stessa
e asimmetrica serpeggia fra i tronchi,
queste nostre ombre lunghissime sulla mappa anfibia
della domanda
che corre in cerchi concentrici ignorando
l’insidia scritta nel cerchio più vecchio dove l’inizio crollò
nel punto esatto di fuga
e le prove sui nostri volti si sciolsero
coi colori dell’affresco nella Sala delle Sembianze
io cerco …
sotto la soglia acustica il fulgore! fuori campo l’azione!

contraggo il muso delle visioni, ed è già martirio …
dalle vesti annuso la follia che sale
come un cane annuso l’elica viperina
che s’attorce in danza … il mio regno
Jochanaan, il mio regno è
un parto della mente
che attende il compimento …
e già un po’ prima o al di sotto lo scatto
freme l’ora che ancora non c’è
ma da me vuole tutto!
Che sia sapiente contagio la tessitura dei corpi
dietro la soglia corticale,
come mercurio s’arrampica in vena
su per i lucernari dipinti
da cui a distanza guardiamo
per riconoscerci folli!
Di nascosto congiungo le otto punte stellari
tatuate sul ventre per disfarle ogn’istante
nelle opali tigrate dei tuoi occhi
che al sole sfavillano

tu, nel deserto nudo di questa scena!

ma il palco laggiù ringhia un’orgia di spezie
e scarica zolfo incendiario nella giugulare …
il palco è una forca eretica che la luna insanguina!

E’ fuori scena l’azione! Avvicinati!
Scandisci con me la morsa
di un turbine sotto la pelle, esplora
negli alveoli della carne
le coordinate algebriche di una sottile scrittura
in una formula essenziale!

Il mio regno non è
che uno scatto anomalo di rotazione
sul quadrante cosmico …
Insorge psichica l’anca sottile
da antichi papiri, ingravida semi di porpora
e spezie in danza sfiorando
da una sponda all’altra della mia nascita
geroglifici argillosi su tavolette vergini
in questa riva orientale
della luna rossa,
i sigilli sumeri della città luttuosa
impigliati alle ciglia,
i denti della notte sul mio seno

Bartolomeo Veneziano Lucrezia (Borgia) in décolleté

Bartolomeo Veneziano Lucrezia (Borgia) in décolleté

E’ una colonna che vedo
di lettere
che svetta in moto spiralico
ai limiti dell’equilibrio, non il corpo vedo
da questa fossa profetica pizzicando le corde
scontando la voce in pallore
in un letto di ortiche – la sfida
insonne cucita alla guancia –
sbattendo le ali in ampolla di vetro,
la preda nuova spiando alla soglia del secolo…
raggela, mio re, il sussulto

afono salire dai pori assetati
per conquistare il digiuno,
il tuo urlo sapiente di luce spinosa
scalato sui tasti gravi come crampi alle costole,
come un fardello d’ossa,
le tue note d’un refrain velenifero
dai virginei virgulti appesi alla cintola
come un cespo di bisce neonate
a frusta del corpo
ma il secchio torna vuoto dal pozzo
e le civette a quest’ora s’appostano a frotte
sulle istoriate vetrate dai folti riverberi
mentre tarme fameliche nidificano sulle nostre orme future
e la Morte regina ci precede di stanza in stanza…

ma nessun volo d’uccello vide
il giardino dei fiori strappati, deserta la vasca dei pesci
né la maschera di pelle umana ruotare sul piano …
(nessun uccello saprebbe dire chi in punta di piedi
nella penombra irrompe!)
Tra spore papaverine io sola follemente resisto
alle crepe ferrigne screziate di porpora,
resisto alle sagome ierodule dal freddo profumo
ma non alle azzurre tarantole all’aspide ebbro di luce
che insemina grani nel ventre,
ogni forma di questa pianta ho potato
perché esplodesse in danza:
il contagio stellare ti riverso a gocce!
*
Divoro, divoro in danza le mie radici che spaccano l’erba
tra lentischi assiderati affacciati agli inverni
in fondo alla sete che arrossa la fonte
a piedi nudi sui sassi, nel fiume salato
spingo a spirale le sfere sfogliando
il migrare del seme
Sapere …
quanto scavare, sapere quanto
per fissare nel masso il sigillo aureo
che resiste alle mani, ma tu
colma la coppa prima che il raggio

compia il suo giro, mi strazia
in aspro squilibrio la dualità dei nomi,
le nostre giunture scisse effigiate sul nulla,
i segni delle ferite lasciati accanto
*
Galoppiamo nella valle appena desta
ma siamo figure riflesse
su questa valle che si rivolta all’indietro come un foglio
o come un telo lasciato ad asciugare, fu lì
che l’idea si scisse alla forma
nella necropoli cranica
e nacquero spore furiose nella tribù degli uccelli impazziti
fu lì che gettai
sulla tavola il ferreo pendaglio
l’amuleto dai cunei sottili di un perso alfabeto:
il contrassegno tossico del mio scacco al re …
Lo gettai nel vento spingendo il galoppo
tra schizzi di fango sul viso
fino alla cella blindata varcando il fossato
gli stretti cancelli come steli di
tenebra con dita scarlatte io non posso
fermare la danza!

Marisa Papa Ruggiero

Marisa Papa Ruggiero

La tagliola sull’erba ha la luna tra i denti:
è questo il punto in cui il sentiero bicorne s’affaccia
ed io getto la pigna accesa nel braciere delle spezie
come un colpo di dadi e scarto
il re di stagno – voglio
un riparo, lo voglio nei tuoi alfabeti
infreddoliti come un regno flessibile
raccolto nel palmo, altrove
grida ulcerate silenziano il soffio:
qualcuno bara ai dadi e il dipintore folle di là
ha già annegato i corpi nella biacca
mentre il nano col muso schiacciato sui vetri
ci fissa con palpebre etrusche
e già l’orto sbrina sul telone delle maschere
su questa sponda orientale del Mar Rosso
e il rospo tonfa nella tavolozza di un verde acquitrino
come un franare di note, di raschi e scrosci

Dammi notizia se puoi delle stelle

Tu sai che è adesso, è ora che accade
Puoi guardare giunchi ed arpeggi arcuare
la torre spiralica attorno al mio asse!
e di poco in poco oscilla si torce
dalla sala degli arredi alle fornaci per il cibo,
così restringo il tortile giro e ancora restringo
sulle tue nudità le mie spire, tu
rivolta le note fino a farle saltare!
rovescia il buio in azzardo, divoralo!
in ogni vena il mercurio sale veloce
puoi spiare
il resto di noi appeso alle dita,
su noi si voltano vertiginose le pagine
su noi deragliano:
ogni pagina sfoglia una risacca d’anni …

Ecco mio re i quanti sismici del mio seme
fusi al tuo raggio gamma
in stereofonia cosmica!

Venni a sfamarti, accostati!
venni col corno ricurvo e la regalità del djembé africano
venni con balsami d’erbe e cristalli di rocca
lo spettro dei colori in ogni dito,
venni coi miei arnesi di tortura, tu alzati!

Gridali nell’amplesso i miei nomi, toccali!
In rosso cinabro ti narro
l’azzardo dei veli svettanti di prua
sulla torre babelica mentre segna le sue lunazioni
dei semi e delle maree:
questa danza è come olio dato alle torce
sulla casa oscura-solare della feconda Ishtar,
tu seguimi nella città di Uruk,
t’invio vene aurifere da bere, datteri appena colti
sciami d’ali dorate per la semina e
tenebra

*

Ossidi di rame nella fornace disciolsi
d’una sentenza già scritta, già scontata
mentre il piano d’uscita traghettava figure
fatte d’altro elemento
che non ci somiglia
in questa sacca asmatica di tempo,
in finto marmo effigiati nei cortili patrizi
decapitati
ma io so che la tua guancia destra
non è ancora emersa dal mio pennello!

fiato e pelle, preda di strazi
di me faccio ascolto cogli occhi, da qui
a morsi esploro il contagio squamoso
tatuato alla nuca, questa castità
oscena come rettile anfibio che stringo
alle cosce che spruzza veleno negli occhi

e ancora s’aggrappa alla cresta di scoglio
l’uccello senz’ali dal canto strappato, io credo

solo allo spasmo
affamato di bestia che spinge da dentro
che scorre col sangue
a cui tendo a conca la mano
scuoiata, eccola è qui
l’allucinata orchestra che raggela
la forma
che spacca i cristalli
che fa ringhiera al vento in tutte
le peregrinazioni di animale indocile
e sveglia ad uno ad uno i miei molossi urlanti
tra le coltri di sabbia…

ecco il telo impigliato ai cancelli
che il vento furiosamente torce
incessante forma
smottata dentro –
ecco l’asprigno bruciapapille del gelso nero
dove s’intrecciano le sinapsi elettriche
del furore e della
malia

marisa papa ruggiero passaggidiconfine

Se di te invoco l’essenza dove non so cercare
mi colmo di schegge e aghi ricurvi
sotto i pergolati arabi o tra i ginepri orientali,
ci fa duali
lo scandalo di opposti pesi
nel cavo delle vertebre che spingono al volo
e nell’artiglio non resta che strappo
amputato del nome
ma si doveva, con nottambule dita

filare di bave i segni,
rovesciare i cunei di una spenta scrittura
in un’equazione folle…
si doveva pestare grani sapienti
nel mortaio sfondato, aspirarne le polveri
succhiarne l’orrore fino all’osso, fino
all’innocenza …
si doveva
toccare il sangue …

e rivedo le mie mani sventrare
l’uccello dal piumaggio imperiale
catturato sui monti d’Orione
dove cedo su ogni pietra viva una gemma,
ove un raggio stellare ammicca
in punta d’archetto e disincarna
la danza delle mie spoliazioni perché io sia
sacralmente nuda sul ciglio del sentiero
come un vagito o una resa,
calda spiga…

*

Sui parati a losanghe siamo figure
sovrimpresse che fumano
da un narghilè dipinto
ma tu guardi da un punto strabico
della tastiera
sorpreso da uno sfolgorio di lama riflesso nel mio occhio
che è l’identico composto chimico
del tuo cristallino
rubato al lampo che serpeggia nella stanza
dove mastichiamo foglie di the arabo
e fumiamo intrecciati al fumo
delle nostre sembianze incise a puntasecca
sui parati a losanghe…

*

Chi detiene il protocollo delle attese perdute
il sillabare freddo nel circolo linfatico?
In questa cruna passi, in rughe in screzi, ramifichi
rampicante malato ad accerchiare
sotto l’unghia una torva misura,
io con la lingua il fango ti scrollo dai neri capelli
dal corpo esile il manto di capra:
questa fame, Jochanaan, questa fame è

appendersi ai suoni!
è lasciar cadere gli oggetti perdere peso assottigliarsi sfinire
è disfarsi, disfarsi del calcio delle vertebre,
veder sciogliere il nome in combustione lenta
Questa fame, Jochanaan, è
un lento spogliarsi …
è entrare di stanza in stanza in punta di piedi dove
non fummo mai stati

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POESIE di Gabriele Fratini L’effigie solitaria piccola galleria di autoritratti (PERIPEZIE DI UN PENSATORE ANARCHICO) sul tema dell’Autoritratto con un Commento di Giorgio Linguaglossa

foto Anonymous 2Gabriele Fratini nasce a Sassari nel 1978, vive e lavora a Roma. Laureato in Filosofia Estetica all’Università di Roma Tre, ha pubblicato due raccolte di poesie, Antifavole. Storie di animali e insetti (2006) di genere satirico-favolistico e La Morte, il Diavolo e il Poeta (2008) di liriche, poesie fiabesche e filastrocche. Una breve silloge dal titolo “Utopia” è pubblicata sul blog di poesia “L’Ombra delle parole” a gennaio 2015 e una raccolta di sette testi (tra cui il qui presente “La visita”) nell’antologia del premio letterario “Ossi di seppia 2015” vinto dall’autore.

Commento di Giorgio Linguaglossa

Michail Bachtin ha scritto che il carnevale «È una forma di spettacolo sincretistica di carattere rituale» e che «la vita carnevalesca è una vita tolta dal suo normale binario. Ne consegue che il «sentimento carnevalesco del mondo» e la «letteratura carnevalizzata» che di tale «sentimento» si alimenta si fondano su una sospensione temporanea e rituale della «normalità» che consente di istituire quel «mondo alla rovescia» nel quale, secondo Bachtin, consiste la «parodia». Aggiunge Bachtin che, come il riso carnevalesco, così la parodia è «ambivalente», nel senso che non è «mera negazione del parodiato» ma tende ad obbligarlo «a rinnovarsi e a rigenerarsi».*

Lo scrittore carnevalesco quale è dunque caratterizzato da Bachtin sa dunque che la vita di cui nella sua opera egli sospende la «normalità» rimane, al di fuori dell’opera, «normale», e che la realtà che egli in quel momento «rovescia», resta, di fatto, ben dritta sulle proprie gambe. È questa la contraddizione, feconda, entro la quale si dibatte la poesia di Gabriele Fratini, che essa si pone come «anti-normale» in un mondo «normale» e, che, alla fin fine, questo tipo di operazione, pur brillante, contribuisca a rafforzare proprio quella «normalità» che avrebbe voluto infirmare. Il poeta è in Fratini ridotto ad un clown, è un «pazzo» che sa, o, peggio, che non sa come stanno le cose del mondo «normale»; egli non ha scampo, ne di qua né di là, ogni volta che ripropone poesia, il poeta «anti normale» è costretto a riproporre e a riprodurre nella sua scrittura la medesima condizione critica che voleva abolire.

foto Anonymous 4

L’effigie solitaria
se ne stava
a canzonare i cieli e le stelle,
e un mucchio di favelle
terse e vuote
infuse nelle gote
degli astanti:
“ … le noie sono i fanti
della minerva in ribellione,
e una caverna d’insoddisfazione
rivive tra i tuoi guanti …
Strumentala di tua,
anello della follia!…”
Gli astanti in su le gote
stordirono
le aspre azzurre sfere ad ascoltare,
e il cline verbo della gioia insulare
fu servo in mare
a noie da salvare …

.
CONFINO

Alterco solitario
rivisse sulle fronde
l’amato sbraito d’onde
furioso itinerario …

“E fin che non si muova,
nell’uso apostrofato,
rivisto: etichettato:
ti fino sulla nova!”

Così il pensier fu chiuso
nell’antro tutto astrale
dell’intimo ideale

dell’ora d’un recluso.
E il suo ideal fu l’uso
che se ne fece fare.

IL GIARDINIERE DI CARTA

Al primo starnuto
mi feci riparo
nel luogo più amaro.

È forse proibito
andare a giacere
eternamente?
Fra poco mi calo …

Io son giardiniere
di questo fogliame
di carta e mi spalo
il reame …

Poi niente
è più bello
che farsi un ombrello
di fronde per trarsi
d’impaccio:
dal cielo
contunde un ordigno
che picchia e rimbomba.

A volte è uno scrigno,
a volte è una tomba.
foto Anonymous 3

POCO TEMPO

Poco spazio
in presente:
ho visto il niente
in ciarla
e il mito che parla …

Ho poca anima
falsa visione
in congestione …

Ho insania
non celestiale
ma vibrante vitale …

Ho tempo snello
sempre più
per danzare il sovrappiù

e chiudendo nello
scaffale stanze
verseggiando speranze
invoco
quel poco …

.
L’IO ALLO SPECCHIO

Più non serve
aprire un testo
per leggere il contesto,

più non serve
sfogliare
carte amare …

io vivo l’assenza
di ogni significato
umano del simbolo;

per me non v’è nulla
che leghi il mio essere
al vincolo …

.
INTERREGNO

Nei tronfi momenti
di libero arbitrio
mi sento perduto
nei miei mutamenti …

Io cerco il tiranno
dell’anima mia,
io cerco il sovrano
assoluto,
io chiedo il suo saluto …

Gabriele Fratini

Gabriele Fratini

IL PRINCIPE

Tra i cigni delicati
frangibili in attesa
del canto della sera
mistica degli afflati

ove si ascolta e tace,
il giovane vivace
dell’ultimo pensiero
invecchia al suo maniero

ponendo le domande
al muschio osceno della
radura meno bella
assolata alle fronde.

Ignorando le piogge
del cielo tra le nubi
sorseggia poche gocce
disperso tra i suoi dubbi.

.
PRIGIONIA DELLA MENTE

Non ho più niente
eppure il tintinnio
cupo della mente
sprofonda nell’oblio.

Ogni ronzio funesto
vola e la cella si apre
un solo attimo a questo
dondolio vago e soave.

.
LA VISITA

Bussa la morte alla porta,
la saluto dall’infisso,
è un appuntamento fisso,
è giunta ancora una volta.

Come un’ombra mi sovviene
la signora delle pene.
Con un gesto delle mani
la rimando a domani.

.
LO SPAVENTAPASSERI

Essere un candido Pan assonnato
che attende l’intelletto primitivo,
a guardia della terra, asservito,
privato del suo dominio boschivo.

Dario Fo

Dario Fo

GIULLARE DI CORTE

Trovo l’oro
dentro il coro
dei poeti
senza alloro …

Condannate
il menestrello
a cantare
nel castello …

(non avete
già più niente
da cantare
tra la gente?)

.
LA NOTTE DEL SICARIO

Mi culla la mente
sol questo pensiero:
di uccidere il vero
che crede la gente.

Disteso fra tante
macerie di carmi,
io voglio disfarmi
di quello ingombrante.

.
AUTORITRATTO 2007

Altezza media e uno sguardo spaesato,
cammino tra la gente un po’ scrutando
il passo altrui e un po’ tra me pensando;
e l’occhio un tempo chiaro or si è incupito

sotto capelli sempre più castani
(più lunghi quando s’addensa l’inverno,
e folti; ma li taglio allor che il giorno
s’allunga e il caldo sale); ho sulle mani

unghie nervose; ho naso bello e bocca
nella norma, credo; e la barba fiocca;
l’animo è inquieto quasi sempre e poi …

che altro dire? Parlo poco e … cosa?
Dite che do qualche risposta astiosa?
Scusate, ma che ve ne frega a voi?

.
IL POETA PAZZO

Il mio astruso malcontento
grido forte nel tormento,
di favelle che domando
non so dare intendimento,

di una logica formale,
la mia lira non è tale:
vede il mondo e pone veto
verseggiando sul concreto.

Verseggiando in tal cornice
più ricolmo è ciò che dice
di follie non naturali
che si prestan come tali

alla mente imperatrice
che troneggia sui miei mali.
O mio verso verseggiante
della sera e del mattino,

sei illusione già presente
giacché vivi nel cammino
riportando il finto sogno
a chi vive a capo chino.

Questa notte è per chi spera,
vi saluto con l’inchino.
Riderò con molto gusto
all’avvento dell’ingiusto.

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POESIE INEDITE di Lidia Are Caverni “Acquamarina”  (2OOO) con un Commento di Giorgio Linguaglossa

foto di Steven Grieco (India)

foto di Steven Grieco (India)

Lidia Are Caverni, nata a Olbia  il 3/11/41, ha trascorso infanzia e adolescenza a Livorno, da molti anni risiede a Mestre. E’ insegnante elementare in pensione. Scrive sin da giovanissima. Ha pubblicato quattordici libri di poesia, tra cui Un inverno e poi… 1985; Nautilus 1990;  Il passo della dea 1999; Fabulae linguarum 2000; Le montagne di fuoco 2005 con la prefazione di Giorgio Linguaglossa; L’anno del lupo 2006 con la prefazione di Walter Nesti; Animali e linguaggi 2006 con la prefazione di Michele Boato; Il prezzo dell’abbandono 2009 con la prefazione di Pietro Civitareale; Fiore bianco notturno 2010 con la prefazione di Giuseppe Panella; Colori d’alba 2010 con la prefazione di Franco Manescalchi Nova itinera 2014 con la prefazione di Franco Dionesalvi.

Di racconti: “Il giorno di primavera” 1992; La fucina degli dei”2000; Il satiro e la bambina 2000; L’albero degli aironi 2004; I giorni del breve respiro 2007 racconti autobiografici; Romanzi per l’infanzia Clotilde e la bicicletta 2000; “Il pesce verdino” 2009. Romanzi:  “I giorni dell’attesa” col ilmiolibro.kataweb.it di Repubblica. Un breve saggio sul linguaggio nella scuola elementare: Discorso sul linguaggio. Ha pubblicato con la Casa Editrice Bruno Mondadori, Passigli, Bonaccorso con distribuzione nazionale, Masso delle Fate, Raffaelli, Edizioni Orizzonti Meridionali, Istituto Italiano di Cultura di Napoli. Ha ottenuto numerosi premi, è stata tradotta in lingua anglo-americana e rumena. Collabora a varie riviste, fra cui Capoverso, Poiesis, Lo scorpione letterario, Atelier,  ClanDestino.

Commento di Giorgio Linguaglossa

Già il nome di questa gemma riporta alla mente il suo forte legame con il mare: Acquamarina significa “Acqua del mare” e deriva dalle parole latine “aqua” (acqua) e “marinus” (appartenente al mare). Questa raccolta di Lidia Are Caverni ci consegna un equivalente della nota pietra, un analogon della trasparenza e una metafora della giovinezza e della fanciullezza, quando eravamo, nostro malgrado, trasparenti, ecco perché la poesia è popolata di bambini che giocano, di animali marini, di marinai, di bagnanti, di onde marine, zefiri, insomma tutto un universo di personificazioni e di oggetti che ruotano attorno alla metafora e al simbolo  dell’acqua e, quindi, dell’acquamarina. Lidia Are ha per dono naturale il tocco leggero che sfiora le cose, una sensibilità rastremata e vibratile per le parole, per le qualità sonore e timbriche delle parole, per quei suoni di palatali e di fricativi che si intrecciano fino a formare un analogon della pietra trasparente. È una poesia trasparente, che fa della trasparenza il proprio punto di forza.

foto di Steven Grieco (India)

foto di Steven Grieco (India)

L’onda sciacqua la riva
la riva bella e pulita
rompe anche il castello
di sabbia i bambini tornano
sui propri passi il gioco
finisce la riva rimane deserta.

*

Il granchio morde la riva
la carne dei bagnanti un dolore
alto e lancinante invade
il cespuglio di mirto fa chinare
il lentisco fino all’acqua
perché il dolore è immenso
tradisce il silenzio.

*

Il pesce si culla sull’acqua
ha dentro di sé il proprio destino
ha nel suo ventre un anello
l’ha rubato a un marinaio morto
durante una tempesta ma il pesce
è libero perché non ha inghiottito
l’amo e può cullarsi sull’acqua.

*

La vela fendeva il vento sorrideva
aveva trasportato marinai il viaggio
era stato breve solo dall’altra parte
della riva c’era forse un’isola
che segnava il mare i marinai
avevano pescato nella notte e ora
era mattino l’acqua luceva e
la vela sorrideva.
*

Il gabbiano guardava l’acqua
aveva seguito un pescatore
la scia della sua barca si allungava
fendeva il mare in quel solco
il gabbiano si tuffava per pescare
il pesce il mare ora era deserto
e il gabbiano non poteva tornare.

*

L’oscuro marinaio malediva
il suo destino il mare lo teneva
prigioniero incatenato alla carena
di navi che facevano sempre
lo stesso percorso un’andata
e un ritorno che era solo una sosta
non aveva una casa solo un oblò
per guardare il cielo da dentro
di un riparo desiderava una finestra
e un vaso di fiori che l’adornasse.

*

Il viaggio non aveva mai fine
ed era vano raccontarlo ci aveva
provato la conchiglia esausta
sulla riva della sua agonia
ci aveva provato il pesce rimasto
impigliato nella rete ci aveva
provato un marinaio in una notte
di follia e il suo racconto era
rimasto in un bicchiere.

Lidia Are Caverni

Lidia Are Caverni

Sullo spiazzo tra le dune
un roccolo catturava gli uccelli
salvifico il bosco parava le sue
chiome si compensavano l’uno
nascondeva tranelli l’altro dava
la libertà la vita ma gli uccelli
non sapevano scegliere e morivano.

*

Dalle uova schiuse al sole
le tartarughine cercavano
il mare nell’isola lontana non
glielo aveva insegnato nessuno
ma fuggivano gli uccelli che
le divoravano gli operatori
riprendevano la scena dei perduti
e i salvati l’impari corsa.

*

Il mare promette incantesimi
sciacquii lievi sulla riva la danza
delle orche le alghe brune capelli
alle sirene l’abbondante pesca
e abissi marini dove cullare leggende
le verdi praterie dove crescono
coralli le acque limpide e ridenti
dove l’onda si arricciola e forma
un’altra onda quando il vento
soffia leggero e la vela sa dove
tornare.

*

Gridava il vento la sua fola
l’ascoltavano i vecchi marinai
nascosti nelle vesti cerate
volava la procellaria ribelle
che quando vede la terra si volta
e tesse inganni perché non possano
salvarsi volava mesto anche
il gabbiano che cercava il pesce
e aveva abbandonato la riva
il destino era segnato ed era
impossibile sfuggirgli.
*

Bastava sorridesse il vento
lo zefiro leggero che increspa
l’onda le fanciulle al porto
preparavano la festa arricciavano
i capelli la pentola gorgogliava
perché saltasse il pesce i marinai
sarebbero arrivati lanciando
in aria i berretti la notte non faceva
paura.

*

Le fanciulle danzavano col seno
nudo ghirlande di fiori si scostavano
mostrando i capezzoli ricoperti
di foglia d’argento i denti lucevano
di perla si preparava la festa del ritorno
i pescatori avevano recato conchiglie
e pesce solo uno mancava
all’appello aveva inseguito un sogno
e il mare l’aveva inghiottito.

lidia are caverni l'anno del lupo

Il marinaio cercava l’oblio
la sua fanciulla l’aveva abbandonato
troppo a lungo aveva atteso
il ritorno la sua nave l’aveva
inghiottita una tempesta aveva
visitato il mare con l’inutile legno
ora col volto bruciato masticava
l’erba che gli spezzava denti
ma era l’amore perduto che faceva
piangere il suo cuore.

*

Sullo scoglio battuto dall’acqua
si era ritirata la patella i bambini
avevano più volte provato
a staccarla e si era abbandonata
al mare restava il mitilo conficcato
nella roccia orgoglioso del suo riparo
che lo proteggeva.

*

Lo squalo sognava la riva odiava
il terrore che l’accompagnava
il livido improvviso sui volti
bruni amava le dolci suonate
sulla sabbia bianca irrorata
di luna i dolci frutti al morso
dei denti la natura che lo inchiodava
e restava lontano dove non lo
vedeva nessuno.

*

Opaco si stendeva il mare il deserto
infecondo che non accoglie
semenza il suo solco si apre
e si richiude dove nessun seme
può germogliare ma lo amano
i poeti che gli dedicano canzoni
a produrre l’ingegno lo amano
e lo odiano i marinai per troppa
conoscenza.

*

Il fiume entrava nel mare
depositava un fardello di sassi
ne riceveva conchiglie belle
si sciacquavano assetate di dolcezza
poi restavano sulla riva
a consumarsi di sole.

*

La nave era ferma al largo
era presto per tornare avevano
arrestato le macchine potevano
sentire la bonaccia respirare
il volo dei gabbiani che annunciava
la terra nessuno li attendeva maschere
avrebbero ricoperto volti la partenza
conteneva il ritorno che prima
del tempo sarebbe stato vano.

*

A bordo nessuno parlava gli abissi
generavano mostri erano quelli
dei pensieri parlando avrebbero
preso forma erano quelli dentati
della notte pronti a ghermire
tra le sartie deserte erano quelli
scaturiti dalle nebbie ancora
avvolti di fumo e il mare era
di trasparente cristallo che non
si poteva penetrare.

*

Merletti aspri riempiono la stiva
le murene danzano fra le cavità
sommerse dove non entra la luna
barbigli di pesce palla ruotano
sul fondo desiderando di giocare
le murene affilano denti i pesci palla
giacciono convulsi nei morsi
che li hanno colpiti al cuore
nell’immensa oscurità.

*

Sul limpido fondale l’anemone
intrattiene pesci esili ali di farfalle
si ritraggono e sfiorano ma non
recano la morte i pesci si perdono
nel labirinto dei tentacoli
ogni volta ridendo.

*

Il tempo bizzarro non dava requie
la pioggia scrosciava sulla riva
gli amanti più non avevano ripari
non s’intrecciavano danze
solo i bambini erano felici
saltavano tra le gocce e bevevano
con la lingua ciondoloni
come fanno i cani

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