Archivi del mese: gennaio 2017

POESIE PER LA MEMORIA – Perché la Memoria? Perché la Poesia? Perché l’Olocausto?  I popoli felici non hanno storia. La storia è la scienza dell’infelicità degli uomini – La poesia è memoria dell’umanità – Con un Appunto di Giacomo Marramao – Poesie di  Katarina Frostenson, Guido Galdini, Joyce Lussu, Francesca Dono,  Mariella Colonna, Giuseppina Di Leo (Parte terza)

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(Parte terza)

Cita il vocabolario Treccani:

Olocausto. Forma di sacrificio praticata nell’antichità, specialmente nella religione greca e in quella ebraica, in cui la vittima veniva interamente bruciata. Presso gli Ebrei l’ōlāh, istituito, secondo la tradizione, da Mosè, rappresentava la più completa espressione del culto offerto a Dio e consisteva nel bruciare interamente la vittima sull’altare dopo l’immolazione (perciò il termine ebraico fu tradotto nella Settanta con ὁλοκαύτωσις o e nella Vulgata con holocaustum), senza riservarne alcune parti per usi rituali, e dopo averne versato il sangue attorno all’altare stesso. La vittima poteva essere il toro o il vitello, l’agnello o il montone, il capretto o il capro, sempre di sesso maschile, e tra gli uccelli, la tortora e il colombo, e doveva restare sull’altare tutta la notte, fino alla mattina.

Nell’antica religione greca l’O. si distingue nettamente dal tipo comune del sacrificio offerto agli dei, fondandosi sulla norma particolare che escludeva la partecipazione del sacrificante alla consumazione della vittima, per preservarlo dal contatto con il destinatario del sacrificio.

Con il termine Olocausto, si indica la persecuzione e lo sterminio totale degli Ebrei da parte del regime nazista (➔ shoah).

Sacrificio. Atto rituale attraverso il quale si dedica un oggetto o un animale o un essere umano a un’entità sovrumana o divina, sottraendolo alla sfera quotidiana, come segno di devozione oppure per ottenere qualche beneficio. 1. Generalità Il sacrificio è di centrale importanza nella maggior parte delle religioni; … culto. In generale, la manifestazione del sentimento con cui l’uomo, riconoscendo l’eccellenza di un altro essere, lo onora. Si distingue in culto profano e culto religioso. Quest’ultimo è il più comune e include le nozioni di manifestazione esterna del sentimento religioso, adorazione del divino e relazione…

Mosè (ebr. Mōsheh) Nella Bibbia, liberatore del popolo d’Israele dall’Egitto e suo legislatore nel deserto. Secondo il racconto dell’Esodo, nacque dalla stirpe di Levi, mentre gli Ebrei in Egitto erano perseguitati. Sua madre, invece di farlo gettare nel fiume secondo i decreti della persecuzione, lo … Shoah Termine ebraico («tempesta devastante», dalla Bibbia, per es. Isaia 47, 11) col quale si suole indicare lo sterminio del popolo ebraico durante il Secondo conflitto mondiale; è vocabolo preferito a olocausto in quanto non richiama, come quest’ultimo, l’idea di un sacrificio inevitabile.  

Olocàusto s. m. e agg. [dal lat. tardo holocaustum (holocaustus come agg.), gr. tardo  λόκαυστον  (sinon. del più com. ὁλοκαύτωμα), neutro sostantivato dell’agg. ὁλόκαυστος «bruciato interamente», comp. di ὅλος «tutto, intero» e καίω «bruciare»].

Giacomo Marramao

«Non credo vi sia contraddizione, ma al contrario produttiva ambiguità, nel corpo di queste Tesi, tra l’enfasi sulla Jetzeit [ n.d.r. di W. Benjamin Tesi di filosofia della storia, 1940]- sull'”adesso” o “tempo-ora” come rottura del continuum entropico del Progresso, della “meretrice ‘C’era una volta’ nel bordello dello storicismo” -e la “rappresentazione (Darstellung)  del passato”. Occorre allora intendersi una volta per tutte sul significato benjaminiano di rappresentazione. Essa non ha più valore metodologico, e neppure meramente teorico, ma soprattutto etico-pratico nel “tempo della miseria”, che riceve il suo contrassegno non già dalla coppia (cara a tante palesi od occulte, “filosofie della vita”) Erlebnis-Form ma dall’endiadi Erfahrung-Armut, la Darstellung allude al punto – punto infinitesimale, margine pericolosamente minimo – in cui soltanto può darsi la sutura tra riappropriazione del passato e immagine dell’umanità redenta.

“Il passato”, si legge nella seconda tesi [ di Benjamin Tesi di filosofia della storia, 1940] reca con sé un indice temporale che lo rimanda alla redenzione”. Sta qui racchiuso anche il significato della “debole forza messianica” (schwache messianischeKraft) trasmessaci in dote, di cui si parla subito dopo. Essa si spiega precisamente con il fatto che il margine di convertibilità reciproca tra “diritto” del passato e “redenzione” è inesorabilmente esiguo: anzi – ancora una volta – pericolosamente minimo. Ritengo sia fortemente presente a Benjamin (a onta delle critiche tese, come quella per esempio di Jurgen Habermas, a liquidare la sua riflessione come “gesto” estetizzante la consapevolezza che la tendenza infuturante del tempo storico progressivo, la cui prospettiva volge al futuro la fronte ( e non le spalle, come l’angelo di Klee, il cui viso è invece rivolto al passato) e trasforma la catastrofe della storia in una trionfale “catena di eventi”, rappresenti il fattore che ha espropriato gli uomini non solo del passato (ridotto a “immagine eterna”, neutralizzato in “patrimonio culturale”) ma della stessa dimensione del futuro. Benjamin avrebbe probabilmente sottoscritto la proposizione con cui Raymond Queneau apre Une historie modèle:

I popoli felici non hanno storia. La storia è la scienza dell’infelicità degli uomini“.

Con la differenza che per lui la via di accesso alla comprensione di questa infelicità non può essere data né da una mitopoiesi narrativa… né da un ritorno all’immagine ciclica dell’apocatastasis… bensì da una rappresentazione ipermoderna la cui chiave concettuale si trova depositata proprio nell’ultima tesi”: il fatto che la Torah vietasse agli ebrei di investigare il futuro, istruendoli invece alla memoria, non vuol dire affatto che il futuro diventasse per loro una homogene und leere Zeit, un “tempo omogeneo e vuoto”. Al contrario, ciò costituiva la sola condizione per rappresentarsi il futuro come un tempo all’interno del quale “ogni secondo era la piccola porta da cui poteva entrare il Messia”».1

 1 Giacomo Marramao Minima temporalia lucasossellaeditore, 2005 pp. 85,6

Katarina Frostenson

da Tre vie (Aracne, 2015, trad. Enrico Tiozzo)

[…]
Guardo verso le gabbie dei balconi che sporgono dai palazzi, somigliano a nidi. Una testa grigia spunta fuori come una testa di tartaruga dal suo carapace. Si ritira rapidamente, scompare dentro, viene come risucchiata dentro la stanza là dietro.
Le stanze dietro i muri scanalati.
L e s t a n z e.
Volumi. Soffitti bianchi. Pareti pallide. Tracce di dita sulla carta da parati,
vaghe righe di sporco.
Stanza — che cosa dà la parola? Penso la parola come un silenzio fumante.
Stanze come il silenzio stesso. Non ne esce mai.
Il silenzio.
L’immagine della sala da pranzo è la prima. Un tavolo rotondo con una tovaglia a quadretti bianchi e marroni. Apparecchiata con piatti orlati di blu, un piatto con pezzi di carne o un pesce intero da cui spuntano spine gialle, forse gambi di verdure. Latte in bicchieri di vetro infrangibile. Duralex — significa che il bicchiere non si rompe quando cade sul pavimento, dovevamo imparare, e si vide che era spesso così.
È giorno festivo e c’è silenzio. Accade che la radio sia accesa, che arrivi un salmo. “Sollevati mia lingua”. Qualche volta mio padre invita a un canto o una preghiera in un’improvvisa passione religiosa: “a lodare”. Noi continuiamo a bassa voce: “l’eroe che sulla croce”. Ripetiamo i versi finché il canto prende il comando della stanza e delle teste.

Più alto!
Solle
vati, mia lingua,
a lodare
l’eroe che sulla croce
per noi sanguinò

 

Guido Galdini B-N

Guido Galdini

Guido Galdini

il maggior punto d’incomprensione
lo si raggiunge di fronte alla crudeltà
men che gratuita, dannosa
per chi l’ha comandata o commessa:
gli encomenderos che per passatempo
nelle ore d’ozio sterminavano i propri schiavi,
ritrovandosi privi
di sufficiente forza lavoro;
la precedenza che per decreto era data
ai convogli dei deportati
rispetto a quelli dei militari feriti
di ritorno dal fronte

come più consona appare
la cura di Gengis Khan
nell’innalzare torri di teste umane,
ad assedio concluso,
per incoraggiare alla resa
gli abitanti delle città successive,
oppure il massacro preventivo
di Cortés a Cholula
che insinuò nei superstiti
la convinzione di trovarsi di fronte
a chi leggeva senza impedimenti
nel nascondiglio dei loro pensieri

tuttavia è un modo pavido, il presente,
di affrontare l’oceano dell’orrore,
nel tentativo di stabilire
una gradazione alla profondità delle tenebre:
come se avendo
davanti a noi la vastità della foce
continuassimo a preoccuparci soltanto
di misurare la frenesia dei torrenti.

.
Note
Cholula – Località del Messico centrale. Cortés, che vi risiedeva prima dell’ultimo attacco all’impero azteco, informato preventivamente del progetto di una rivolta, ne massacrò immediatamente quasi l’intera popolazione.
Encomenderos – Cittadini spagnoli a cui veniva affidato il governo di un territorio nel Nuovo Mondo, comprensivo della popolazione locale, in un’istituzione assai simile al feudalesimo.

.

Joyce Lussu

UN PAIO DI SCARPETTE ROSSE

C’è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica
‘Schulze Monaco’.
C’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio di scarpette infantili
a Buckenwald
erano di un bambino di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l’ eternità
perché i piedini dei bambini morti non crescono.
C’è un paio di scarpette rosse
a Buckenwald
quasi nuove
perché i piedini dei bambini morti
non consumano le suole.

Francesca Dono

-là più di qualcuno-

____là più di qualcuno.
Con la matita ritaglio un cappotto.
Quasi lo scatto.
La foto sfocata
in questo grumo di anagrammi.
Celan legge sopra l’asse della terza
baracca. Grigio scuro la sacca di tela
che copre mia sorella.
Dietro la finestra sonnecchio.
Dal 23 Novembre il nostro amore
è uno spruzzo d’infarto ormai spolpato.
Radio Londra.
-Le journal sur la face des les coquins.-
Fuggiamo. Le macchine ci vengono addosso.
I faggeti neri. Le fattezze ombrose.
Nessuna luce- sirena nella notte.
Una bottiglia di retsina in via del cratere spento.
Il palloncino-mandarino. Beatrice viene maritata.
Un suono gutturale. Il mio sepolcro con Lazzaro-scorpione a Dachau.
____________—– Fluttuante un fiore al buio.

.
Shoah

l’inferno riesumato.
Le pieghe azzannate verso
una montagna di scarpe.
In città c’erano i barbari con le stellette.
Nel quadratOsceno il granonero spiava i
gemiti del vento.
Tutto dentro l’acquario gassato.
-Una madre disse: brucerete anche i nostri bambini?-
Sette angeli ci abbeveravano
dai teschi ferrosi. Abgail non riusciva a trovare
il posto per la macchina.
Un fiore gracile sopra la neve.
Capelli ossigenati e pelliccia di carne
per le padrone del bordello.
-La mamma mi prese per mano-.
Ringhiavano randagi i cani lungo lo sterrato-cenere.
Un colpo di fucile.
La minestra di legno.
Tu cadi e rialzi il fango recidivo fino all’inguine.
-Ho fame_ dico al carceriere.-
L’inverno scolpito sotto il sole-madreperla.
Si numeravano le ombre fino alle nuvole
della notte.
Dormo la morte .
Alla parete il forno del Borgomastro.
L’aria congelata.
_______Il pendio in Lagerstrasse

 

pittura-chagall-resistenza

Chagall Resistenza, Resurrezione, Liberazione 1952

Mariella Colonna

Memoria presente, oggi, Chagall

Una strada sostiene la tua croce.
Dal cielo alla terra, Gesù di Nazareth,
Dio Figlio dell’uomo, nato da una donna ebrea, Maria.
Il grande sognatore anch’egli ebreo, Chagall,
angelo del colore, ha messo ali invisibili ai personaggi,
crocifisso il Figlio dell’uomo, il suo popolo affranto.

Chagall “vede” il popolo ebreo nel bianco paesaggio
sconvolto. Prospettive sconvolte. Intorno, case in fiamme
rovesciate, le fondamenta verso un cielo atterrito,
cose abbandonate sulla neve: una sedia, un libro
il Rotolo della Legge; a sinistra, soldati, due bandiere rosse,
quasi tutti sollevati da terra; fantasmi o anime di ebrei
si muovono smarriti tra corrusche nuvole.
Persone coperte di miseri panni, sguardi ciechi
in primo piano fuggono o avanzano verso di noi
stringendo tra le braccia neonati avvolti in coperte.

Molti uomini su un barcone di legno alzano le braccia
Forse per chiedere aiuto o significare che esistono
Siamo nel 1938 ma c’è un tempo dell’essere,
in cui domina la memoria di ciò che dovrà accadere
e che si ripete in noi, in un futuro più futuro. Oggi.
E oggi ricordiamo che circa due millenni prima
un ebreo di nome Gesù è stato ingiustamente crocifisso.

L’ebreo Chagall dipinge il Crocifisso, in bianco, in giallo
e, nell’opera intitolata “Resistenza,”in rosso fiammeggiante:
il Cristo in croce e il cielo, la terra e le case in blu.
Figlio dell’uomo, i sacerdoti del tuo Dio ti hanno giudicato
indegno e blasfemo.. ma Chagall dice che hai fatto il bene
perché hai avuto pietà dell’uomo,
che sei “l’archetipo del martire ebreo di tutti i tempi”.

Adesso, il tuo popolo soffre persecuzioni e condanne.
Sei tornato, non nella gloria, ma in croce, come gli uomini
sofferenti che Chagall ha dipinto e che tu ami
di un incomprensibile amore.
Eri presente anche ad Auschwitz, crocifisso,
come ti ha dipinto Chagall? O forse lì sei sceso dalla croce
e ti sei unito ai martiri della Shoah? Io lo so, eri lì tra di loro,
nelle camere a gas, qui e dovunque. Adesso.

giuseppina di leo1

giuseppina di leo

Giuseppina Di Leo

Il muro invisibile

Le parole di Enea non furono capite
sulla linea di confine abbarbicate.
Si sono cercate le ragioni
aperte finestre sui vuoti d’aria
sperimentati tentativi di corsa nelle strade
se non fosse guerra
quelle che vediamo sarebbero maschere del carnevale
se non fosse che sono vere; i proiettili dal terrazzo
salirebbero al cielo esplodendo in scintille
darebbero spettacolo di colori; la seconda immagine
sarebbe una scena idilliaca: la bimba esce correndo
dalla sua casa per abbracciare il vecchio padre.

Se non fosse disprezzo per l’uomo
di un uomo vedresti farsi dolce il viso
la mano aperta nasconderebbe una barca di carta da regalare
la violenza avrebbe un’anima di cartone, una calza di maglia fina
conterrebbe la mela acerba della conoscenza, il seme
di Adamo da non disperdere nel sangue.

Per tutto questo vorrei dirti: abbracciami, fratello
parla le parole che non conosco
vesti i colori della tua terra
in una casa alzata contro il vento della mia ignoranza.

Porta il mio messaggio al vecchio Pink
presso la Funny Farm, come rimando a capo
come una sgrammaticatura coperta con il bianchetto
demolendo con l’urto dell’urlo il muro tra noi invisibile.

(marzo 2012)

.
Il maestro

Di contro, nuovamente,
il valore della parola
sottilmente evidenziava,
poi tutto ritornava
fragile e incerto.
Un sospetto scomposto
s’insinuava nella storia
volgendo i molteplici momenti
inappellabili
senza alcuna voce.
Pagine intere
bianco su bianco
al vento condannate:
storie lontane di infelici amanti.

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Perché la Memoria? Perché la Poesia? Perché l’Olocausto? A cura di Giuseppe Talia –  Poesie per la Memoria –  Poesie di Giuseppe Talia, Lucio Mayoor Tosi, Gino Rago, Edith Dzieduszycka, Adam Vaccaro, Giorgio Linguaglossa, Paolo Carlucci

Auschwitz Ingresso

Auschwitz Ingresso

Appunto di Giuseppe Talia

Perché la Memoria?

La risposta a questa domanda è estremamente difficile. Sebbene Hitler facesse spesso riferimento allo sterminio degli ebrei nei suoi vari discorsi (Mein Kampf) durante gli anni ’30, i nazisti non avevano però ancora elaborato nessun piano per l’annientamento del popolo ebraico. Il primo campo di concentramento costruito dai nazisti fu Dachau, aperto il 22 marzo 1933 in cui vennero rinchiusi inizialmente i dissidenti politici, gli omosessuali, criminali comuni, i testimoni di Geova e i così detti “asociali” (lesbiche, vagabondi, mendicanti).
Il termine di Soluzione Finale (Endlösung) fu usato per la prima volta durante la Conferenza di Wannsee (Berlino, 20 Gennaio 1942) dove gli ufficiali tedeschi ne discussero la realizzazione. Prima del 1942 le misure adottate dai nazisti nei confronti degli ebrei includevano il boicottaggio dei negozi e delle imprese gestiti dagli ebrei, la loro esclusione da impieghi statali o universitari, oltre che all’esercizio della professione legale.
Ma la domanda è: tutta colpa di Hitler che si era messo in testa di ridisegnare la mappa etnica dell’Europa? Alcuni studi di merito indicano, invece, come la responsabilità della popolazione sia stata determinante, non solo per l’aderenza ai principi nazisti, ma per “L’INDIFFERENZA”. Alcune indagini hanno descritto un riscontro di questo tipo:

  • 5% tedeschi entusiasti di Hitler
    • 69% indifferenti
    • 21% dubbio e smarrimento
    • 5% decisa opposizione

E’ il 90% di “cittadini passivi” a permettere a un gruppo ristretto di fanatici criminali di realizzare lo sterminio.

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max beckman-fragmente

Perché la Memoria?

Oggi, a parte il grande interesse per la memoria da parte degli studiosi del cervello, il tema della memoria riporta inevitabilmente alla tradizione platonica. Per Platone “ogni cosa che sappiamo è”, e dunque il sapere come reminiscenza è legato evidentemente alla memoria, soprattutto in questi nostri anni in cui si evidenzia una significativa tendenza alla perdita della memoria storica, al decadimento mnemonico, al declino cognitivo lieve che potrà in futuro aggravarsi se la nostra memoria collettiva, il nostro senso di appartenenza ad una comunità nazionale si trasforma in nazionalismo (ne vediamo alcuni esempi embrionali planetari un po’ ovunque il cui sviluppo sarà tema del nostro futuro di cittadini e di esseri umani). E l’INDIFFERENZA? Non è una forma di mancanza di memoria, volontaria?

Perché la Poesia?

Per rispondere a questa domanda bisognerebbe andare a ritroso fino al Big Bang e da li ripartire in avanti, investendo nel percorso ontologia e metafisica, caricando via via linguaggio, comunicazione, relazioni, memoria, identità, emozioni e l’elenco sarebbe lungo, le valigie cariche e innumerevoli e tutte ben legate dalla metafora, dal significato agli esempi e dagli esempi al significato, in un andirivieni continuo, in uno spostamento continuo dal significato proprio a quello traslato. Certo, nemmeno questa definizione risponde alla domanda del perché la Poesia. Soprattutto del perché la poesia dopo l’Olocausto, dopo la metafora di Adorno smentita dai fatti, ma che certamente ha cambiato radicalmente i canoni fin lì reggenti. Per cui si può essere d’accordo con Sagredo quando afferma che “la Poesia è la cosa più terribile che esista”; “che la Poesia deve essere spietata, senza pietà, e nello stesso provare pietas”. Ma anche d’accordo con Linguaglossa, “ogni epoca “produce”, diciamo così, alcune «Forme» e non altre; ogni epoca ha nel proprio bagaglio di «Forme» soltanto alcune possibilità formali ed espressive, e non altre. E poi la poesia stessa è parte integrante di una cultura”. E qui mi fermo. L’INDIFFERENZA, anche in poesia è causa di annientamento.

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Ciliegio in fiore

Perché la Memoria? 

È forse il ricordo più antico della mia vita. Siamo intorno al 1941. La casa dei miei nonni contadini in Sicilia, fuori Paternò (Catania). Un casolare dove vivevano i miei nonni contadini immerso nell’aranceto che dava degli agrumi meravigliosamente grandi e succosi. A sinistra del casolare, un grande albero di ciliegie. Mia madre mi raccontava che all’epoca dell’amore con mio padre, lui si arrampicava sui rami più alti dell’albero per raccogliere le ciliegie più belle, le metteva in una cesta per darle a mia madre che trepidamente lo aspettava ai piedi dell’albero temendo per l’incolumità del suo uomo e lo scongiurava di tornare a terra.

Ecco, io ricordo ancora il grande albero di ciliegie ma non sono sicuro se l’albero sia stato ricostruito dalla mia fantasia in base ai racconti di mia madre o sia invece un mio ricordo genuino. Chi può dirlo? – Poi, un giorno mio padre ricevette una cartolina. C’era scritto che entro pochi giorni doveva presentarsi al presidio militare per partire per la campagna di Russia…

È così che avviene: io ricordo il ricordo di mia madre. Ed il ricordo privato, privatissimo è inscindibilmente intrecciato all’epoca della guerra fascista e nazista.

Il ricordo mi guarda dall’esterno. Ed io lo vivo dall’interno.

(Giorgio Linguaglossa)

Citazioni a cura di Giuseppe Talia

“Dimenticanza è sciagura, mentre memoria è riscatto.”
(Anneliese Knoop-Graf)
.
“La vera arte della memoria è l’attenzione.”
(Samuel Johnson)
.
“Perché la memoria del male non riesce a cambiare l’umanità? A che serve la memoria?”
(Primo Levi)
.
“Il progresso, lungi dal consentire il cambiamento, dipende dalla capacità di ricordare… Coloro che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo.”
(George Santayana)
.
“Perdere il passato significa perdere il futuro.”
(Wang Shu)

“Noi siamo la nostra memoria,
noi siamo questo museo chimerico di forme incostanti,
questo mucchio di specchi rotti.”
(Jorge Luis Borges)
.
“La memoria è come il mare: può restituire brandelli di rottami a distanza di anni.”
(Primo Levi)
.
“Dove vien meno l’interesse, vien meno anche la memoria.”
(Goethe)
.
“Tutti abbiamo bisogno della memoria. Tiene il lupo dell’insignificanza fuori dalla porta.”
(Saul Bellow)
.
“La memoria non è ciò che ricordiamo, ma ciò che ci ricorda. La memoria è un presente che non finisce mai di passare.”
(Octavio Paz)
.
“Se Dio esiste, dovrà chiedermi scusa”
(Scritta apparsa su un muro di Auschwitz)

Giuseppe Panetta 1

Giuseppe Talia

Giuseppe Talia

Nacht und Nebel 

Amavo Vincent. Una mattina la Gestapo bussò alla mia porta.
Stavo preparando la colazione. Vincent era ancora nel tepore
Del letto. Drinner oder draussen! La porta si chiuse alle mie spalle
Un treno e la neve che non finiva mai. Vincent e il tepore del letto
Un ricordo lontano lontano. Mi cucirono sul petto un triangolo rosa.
La pelle attaccata all’osso. Fame e stenti nei capannoni dissenterici.
Quanti siamo? Quanti saremo? Il Wissenschaftlich-humanitäres Komitee?
Lontano lontano. Ogni tanto scambio qualche parola con Adna. Mi mostra
Il suo triangolo nero. Mi racconta delle serate al Dorian Gray, al Flauto Magico
Io chiudo gli occhi. Vincent Vincent. Dove sei? E una sera Vincent mi venne in sogno:
Otgeschlagen – Totgeschwiegen

Lucio Mayoor Tosi

Lucio Mayoor Tosi

Lucio Mayoor Tosi

Mangia qualcosa, Josef.

Il piatto si riempie di acqua e cenere.
La tartaruga cammina cammina finché
s’ingroppa la forchetta. Il tavolo si riempie
di formiche, c’è del sangue rappreso
di cane impazzito. Preghiamo:
Fai che finisca presto. E portaci il sapone.
Amen.
Sul ripiano del frigorifero
le mani annerite di Joseph Hassid, il violinista
che suonava a memoria: il futuro in Site of Burr Hole.
Comprese le scarpe e i denti.
Non sapere se siamo ancora qui, muti tra le scansie
di un drugstore, oppure fantasmi.
Nel giardino dei Dobermann tengono sempre
le luci accese.

gino rago al ceffè San Marco di Trieste 2015

gino rago al ceffè San Marco di Trieste 2015

Gino Rago

I poeti del Novecento amarono gli Armeni.
Ma non perché gli Armeni specchiassero se stessi
nelle nevi eterne d’Ararat.
I poeti amarono gli Armeni
perché qualcuno pensò d’incenerirli
proprio in quanto Armeni.
I poeti del Novecento amarono gli zingari,
i diversi, i comunisti
per le stesse ragioni per cui prima amarono
gli Armeni. I poeti amarono gli Ebrei.
Perché qualcuno pensò
di cancellarli dalla faccia della terra
proprio perché Ebrei. I camini di Auschwitz
a perpetuare il ciclo del Carbonio.
Nel tempo. Nello spazio. Nel sonno imperdonabile
dell’intelligenza. I poeti del Novecento amano
le anime costrette nella morsa di Gaza.
Perché qualcuno pensa d’annientarli?
I poeti amano i Palestinesi
proprio come amarono gli Armeni, gli zingari,
i diversi, gli Ebrei, i comunisti.
I poeti amano i sommersi
perché chi resta vivo in mezzo ai morti
non si vergogni più d’essere un uomo.

edith dzieduszycka 1

edith dzieduszycka

Edith Dzieduszycka

In ranghi serrati

In ranghi serrati
intorno alla tua incudine
fabbro si raduna
febbrile

una muta insensata
piangente rosse lacrime
Vigile
la sorveglia

impotente
una cerchia
di angeli stremati
dalle ali scorticate

Poi dalla loro forma
dal loro torcersi
dai riflessi infuocati
nel tramonto vermiglio

dall’afrore pungente
intorno a loro sparso
recepire i segnali
raccogliere restie

a svelarsi le orme
di quel loro sostare
tracce imperscrutabili
d’un effimero viaggio.

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Giorgio Linguaglossa

Preambolo del Signor K. «La «nuova poesia ontologica»?,
suvvia Cogito, siamo seri…»

Il treno è in viaggio. Porta soldati con l’elmo a punta.
Verso il fronte russo.
Il Signor K. siede nel vagone ristorante,
ha con sé la valigetta diplomatica.
Cogito ha nella tasca interna della giacca
la fotografia di Enceladon.

Il Signor K. misurò con ampi passi lo spazio del vagone ristorante.
«L’ideale sarebbe far fuori i tipi come Lei, Cogito,
voi siete dei rompiscatole, con tutto il rispetto
per il vostro ruolo.
La bellezza di Enceladon? Suvvia, Cogito, non sia ridicolo.
Che vuole, sarebbe semplice per me
far premere il grilletto da uno dei miei sodali,
ma, sarebbe, appunto, eccessivamente ludico,
ed io detesto le soluzioni rapide,
preferisco complicare ciò che è semplice.
Giocare con Lei, Herr Cogito,
tutto sommato, mi diverte, è come il gioco con il gatto e il topo.
Del resto, in fin dei conti, l’arte è un’attività onanistica.
Ha qualcosa dello specchio da toeletta, rammenta
lo specchio ustorio…
Qualcosa di disdicevole…»

«A cosa devo la sua visita?», chiede Cogito sopra pensiero
mentre fuma un sigaro italiano.

«Ecco, diciamo – rispose il Signor K. –
che interverrò, di persona,
di quando in quando, a secondo dei miei umori atrabiliari
negli eventi del mondo.
Lei, Mario Gabriele e Steven Grieco Rathgeb?
Sì, possiamo prendere un caffè insieme. La «nuova
poesia ontologica»?,
suvvia Cogito, siamo seri…
Mi congedo, e mi prendo la libertà di comparire.
E scomparire…».

(Inedito)

adam vaccaro 4

adam vaccaro

Adam Vaccaro

Memorie del futuro

La cenere dei fumi di Auschwitz
così bianca e viola infine rossa
batte batte dentro al cuore come
blatta che non volerà rimarrà

a rodere tra questi ruderi nutrirà
il nostro sangue nero sconfinato
insaziabile non si fermerà vorrà
sfamarsi di ogni sangue e vittima

diventata cenere deporla
nelle mani di Cerere a farne
messi di una Terra non più
prona a poteri e follie di ieri e

di oggi che sappia pesare
sulla stessa bilancia ogni
grammo di carne umana
rossa poi viola infine bianca

offerta al dio di tutti
i popoli di tutte le terre
ricche povere e senza
privilegi né figli prediletti

di una Terra non più
crocifissa da confini e
tavole imbandite da eletti
assediate da cumuli di blatte

affamate impazzite –
se questo è un uomo

(2006)

Nell’antologia, 25 poeti per il giorno della memoria, a cura dell’Associazione per la storia e la memoria della repubblica, e dei Comuni di Civitella in Val di Chiana e Monte San Savino, 27 gennaio 2006.
E in Seeds, Chelsea Editions, New York 2014

Paolo Carlucci

Paolo Carlucci

Paolo Carlucci

Il viaggio curioso dell’Est

Il futuro, ricordando, si gioca i selfies …
Testamento digitale, forse un assedio
l’innocenza di ieri è già perduta.

S’animava l’infanzia, là a Terezin,
impertinente e viva, sulla soglia
annoiata dell’occhio, il pettine del vento
disordinò trasparenza ai miei pensieri.

Ecco, scorreva nuovo e sconosciuto
come fiume il tuo viso intriso d’ombra:
luce che accolse nell’estro di ghiaccio
dei ricordi, soffice e calda la prima neve.

Maestra ancora acquerellando giostre
d’aquiloni rintanati nella memoria:
si fa più larga madre, ora la notte.
Ha braccia aperte di storia, ascolta, risale
nuovi i passi veloci di tanta indifferenza.

Fiume che scorre a lampi d’ozio turistico,
tra bianche, flessuose betulle, bivacca
sarcasmi il viaggio curioso dell’Est.

S’adagia poi a marmaglia tra le nuvole
l’inverno oggi si gioca i selfies …

( Inedito, 2017)

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Perché l’Olocausto? Perché la Memoria? Perché la poesia? – Poesie di Dvora Amir, Tiziana Antonilli, Nelly Sachs e Umberto Saba (a cura di Chiara Catapano), Sabino Caronia, Edith Dzieduszycka, Steven Grieco Rathgeb

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Poesie per la Memoria

Ritengo utile proseguire la linea di pensiero che parte dall’Olocausto, attraversa Adorno de La dialettica negativa e  la Dialettica dell’illuminismo ed arriva ai nostri giorni, a Zygmunt Bauman e la sua nota tesi della inscindibilità dell’Olocausto dalla cultura che il sistema economico dell’Occidente ha creato. C’è oggi bisogno di conservare attiva la Memoria. C’è oggi bisogno di una critica sufficiente, di un pensiero critico del minimo indispensabile. In proposito, incollo qui il retro di copertina del libro di critica della poesia italiana contemporanea che sta andando in stampa con Progetto Cultura:

Critica della Ragione sufficiente. Perché questo titolo? Lo chiedo ai lettori: c’è ancora una ragione sufficiente per parlare di poesia? Con la civiltà mediatica siamo entrati in una epoca che non ha più ragioni sufficienti per leggere poesia. È questo il grave interrogativo che risuona tra le pagine del libro. Ritengo che questa sia la Domanda Fondamentale che un critico di poesia non può non porsi nella nostra epoca di stagnazione economica e spirituale. Non credo che esistano risposte facili a questo interrogativo.

Probabilmente oggi che alla poesia non è richiesto più nulla, forse proprio oggi alla poesia è posta la Interrogazione Fondamentale. Finalmente, la poesia è libera, libera di non dire nulla o di dire ciò che è essenziale e inevitabile. Questo è molto semplice, è un pensiero intuitivo che tutti possono far proprio. Nel momento della sua chiusura clausura, la poesia si trova sorprendentemente libera, libera di porsi la Domanda Fondamentale, quella Domanda che per lunghi decenni nel corso del Novecento non si aveva l’urgenza e la necessità di porsi. La poesia, dunque, si trova davanti alla inevitabilità di dire ciò che è. E questa io credo che sia la più grande possibilità che il mondo moderno concede alla Poesia.

Esprimere nel modo più determinato e concreto l’inconscio che sta alle spalle del Pensiero pensato e non pensato dell’Occidente, il sottosuolo del sottosuolo che giace ancora più a fondo del sottosuolo costituito dal pensiero ordinario in cui ormai tutto viene pensato e vissuto dalla civiltà dell’Occidente. Una poesia che si ponga l’ambizioso obiettivo di pensare l’impensato, le cose del sottosuolo, more geometrico di un precedente more geometrico sotterraneo. Pensare la costruzione stilistica disabitata come la più consona ad essere abitata. Trarre dunque la forza dalla propria debolezza. Una indagine sulla poesia contemporanea non può non soffermarsi sulla Crisi dell’Europa, sulla crisi della cultura europea. La poesia non può non riflettere i contorni di questa crisi. George Steiner indica questo punto con molta chiarezza quando scrive che «la letteratura ha scelto il dominio delle piccole relazioni personali», la «privacy». Ma, quando la crisi raggiunge il punto più basso, ecco che si avverte la necessità di rispondere alla crisi con un «Grande Progetto», un disegno di poesia che assuma la crisi come trampolino di lancio per una riformulazione radicale, per una «nuova ontologia estetica».

 (Giorgio Linguaglossa)

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Ieri sera al Centro Ebraico, io non me la sono sentita di leggere una mia poesia (ma domani una mia dovrebbe comparire qui su questa rivista), non per le ragioni pochissimo convincenti che dice Fratini, ma perché da giorni nella mia testa c’era una poesia molto più bella delle mie: di una grande quanto non appariscente poetessa israeliana, Dvora Amir, di cui ho fatto un post sull’Ombra delle Parole nel settembre 2014. Infatti lei non è, o almeno nel 2014 non era, tradotta in italiano, per cui la sua poesia in questo paese resta ancora un buco nero. (Questo il motivo, e lo spiego bene nella mia piccola premessa a quel post, che mi aveva spinto a tradurre in italiano dall’inglese poesie scritte originariamente in ebraico).
La propongo qui ai lettori.

(Steven Grieco-Rathgeb)

Dvora Amir 3

Dvora Amir

Dvora Amir

 HOW MANY WINDOWS DOES A PERSON NEED

How many windows does a person need to open himself,
so he won’t be like Captain Nemo, trapped in the webs of length
and width coordinates
hunted by his world. Among navigation instruments, “moving
within the moveable base,”
closed in, as if saying let the world come through my porthole,
let it accustom itself to me.
And on his eyes he put patches made of glass to keep tears
from pouring to the light.
He too needed several windows to save his life.
A tiny slit, a teeny gate to look through, and from the inside out.
Like Jonah in the belly of the whale, in the closing darkness
he saw a sparkling pearl,
pressed up against the fish’s pupil like an old man to the
keyhole in his door.
He saw flowing water moving towards him, and knew: the fish as well as the various creatures of the sea
like him live their lives in a trap,
and he heard his mouth tell his ears, I am alive.

© Dvora Amir
From: Be’ira itit (Slow Burning)
Publisher: Ha-kibbutz Ha-meuchad, Tel Aviv, 1994

© Translation: 1991, Linda Zisquit
From: Modern Hebrew Literature No. 6
Publisher: Institute for the Translation of Hebrew Literature, Ramat Gan, 1991

DI QUANTE FINESTRE HA BISOGNO UNA PERSONA

Di quante finestre ha bisogno una persona per aprirsi,
perché non sia un Capitan Nemo, imprigionato dentro le trame
delle coordinate in lungo e in largo
braccato dal suo mondo. Fra gli strumenti di navigazione, “muovendosi
all’interno della base possibile,”
chiuso dentro, come se dicesse, sia il mondo a penetrare dal mio oblò,
sia lui ad abituarsi a me.
E sugli occhi mise toppe di vetro perché le sue lacrime
non colassero alla luce.
Anche lui ebbe bisogno di diverse finestre per salvare la propria vita.
Una sottile fessura, un cancellino attraverso cui guardare, e dall’interno verso fuori.
Come Giona nella pancia della balena, nell’oscurità crescente
vide una perla splendente,
premuta contro la pupilla del pesce come un vecchio al
buco della serratura del suo uscio.
Vide le acque ondeggiargli incontro, e seppe: il pesce, e le diverse
creature del mare
vivono come lui le loro vite in una trappola,
e sentì la sua bocca dire alle sue orecchie: io vivo.

 

tiziana antonilli

tiziana antonilli

Tiziana Antonilli

Scala Richter

Un battito prima
mi hai preso la mano destra
quella che scrive ma non apre le porte.
Appartengo ora all’universo che sa
– intendevi –
osservo le leggi stratificate
che danno i nomi alle faglie.

non come quando
ancora pellegrina
scegliesti noi tre lanciati sul futuro
per imitare un anonimo vento di passaggio.

Chiara Catapano

Ho voluto riunire due testi poetici di due esiliati dal nazismo e dal fascismo: Umberto Saba, di cui condivido la triestinità, e la tedesca Nelly Sachs. Il primo dovette riparare a Firenze, mentre la Sachs riuscì a passare i confini tedeschi grazie all’intervento della scrittrice svedese Selma Lagerlöf.
È la testimonianza di chi sfuggì alle persecuzioni pagando ugualmente un prezzo altissimo.

umberto-sabaUmberto Saba

Avevo

Da una burrasca ignobile approdato
a questa casa ospitale, m’affaccio
– liberamente infine – alla finestra.
Guardo nel cielo nuvole passare,
biancheggiare lo spicchio della luna,

Palazzo Pitti di fronte. E mi volgo
vane antiche domande: Perché, madre,
m’hai messo al mondo? Che ci faccio adesso
che sono vecchio, che tutto s’innova,
che il passato è macerie, che alla prova
impari mi trovai di spaventose
vicende? Viene meno anche la fede
nella morte, che tutto essa risolva.

Avevo il mondo per me; avevo luoghi
del mondo dove mi salvavo. Tanta
luce in quelli ho veduto che, a momenti,
ero una luce io stesso. Ricordi,
tu dei miei giovani amici il più caro,
tu quasi un figlio per me, che non pure
so dove sei, né se più sei, che a volte
prigioniero ti penso nella terra
squallida, in mano al nemico? Vergogna
mi prende allora di quel poco cibo,
dell’ospitale provvisorio tetto.
Tutto mi portò via il fascista abbietto
ed il tedesco lurco.

Avevo una famiglia, una compagna;
la buona, la meravigliosa Lina.
È viva ancora, ma al riposo inclina
più che i suoi anni impongano. Ed un’ansia
pietà mi prende di vederla ancora,
in non sue case affaccendata, il fuoco
alimentare a scarse legna. D’altri
tempi al ricordo doloroso il cuore
si stringe, come ad un rimorso, in petto.
Tutto mi portò via il fascista abbietto
ed il tedesco lurco.

Avevo una bambina, oggi una donna.
Di me vedevo in lei la miglior parte.
Tempo funesto anche trovava l’arte
di staccarla da me, che la radice
vede in me dei suoi mali, né più l’occhio
mi volge, azzurro, con l’usato affetto.
Tutto mi portò via il fascista abbietto
ed il tedesco lurco.

Avevo una città bella tra i monti
rocciosi e il mare luminoso. Mia
perché vi nacqui, più che d’altri mia
che la scoprivo fanciullo, ed adulto
per sempre a Italia la sposai col canto.
Vivere si doveva. Ed io per tanto
scelsi fra i mali il più degno: fu il piccolo
d’antichi libri raro negozietto.
Tutto mi portò via il fascista abbietto
ed il tedesco lurco.

Avevo un cimitero ove mia madre
riposa, e i vecchi di mia madre. Bello
come un giardino; e quante volte in quello
mi rifugiavo col pensiero! Oscuri
esigli e lunghi, altre vicende, dubbio
quel giardino mi mostrano e quel letto.
Tutto mi portò via il fascista abbietto
– anche la tomba – ed il tedesco lurco.

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nelly-sachs-92

Nelly Sachs

Und wenn diese meine Haut zerschlagen sein wird,
so werde ich ohne mein Fleisch Gott schauen
Hiob

O die Schornsteine
Auf den sinnreich erdachten Wohnungen des Todes,
Als Israels Leib zog aufgelest in Rauch
Durch die Luft –
Als Essenkehrer ihn ein Stern empfing
Der schwarz wurde
Oder war es ein Sonnenstrahl?
O die Schornsteine!
Freiheitswege für Jeremias und Hiobs Staub –
Wer erdachte euch und baute Stein auf Stein
Den Weg für Flüchtlinge aus Rauch?
O die Wohnungen des Todes,
Einladend hergerichtet
Für den Wirt des Hauses, der sonst Gast war –
O ihr Finger,
Die Eingangsschwelle legend
Wie ein Messer zwischen Leben und Tod –
O ihr Schornsteine,
O ihr Finger,
Und Israels Leib im Rauch durch die Luft!

E quando questa mia pelle sarà dissolta
Allora contemplerò Dio senza la mia carne.

Libro di Giobbe

Oh i camini
Sulle ingegnose dimore della morte,
quando il corpo d’Israele si disperde in fumo
per l’aria –
come uno spazzacamino una stella l’accolse
e divenne nera
oppure era un raggio di sole?
Oh i camini!
Vie di libertà per le ceneri di Job e Geremia –
Chi vi ha inventati ed edificato pietra su pietra
Il sentiero dei fuggiaschi di fumo?
Oh le dimore della morte
Accogliente imbandita
per il padrone di casa, che altrimenti era ospite –
Oh voi dita
Che posate la soglia
Come un coltello tra vita e morte –
Oh voi camini,
oh voi dita
e il corpo d’Israele in fumo nell’aria!

Nelly Sachs (trad. Chiara Catapano)

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Edith Dzieduszycka

Due poesie

Freddo
tiepido
caldo
rovente
memoria
grida
camion che si allontana
su una strada vuota
camion spalancato
dietro
rannicchiati
tremanti
stretti
uomini
donne
strappati
portati via
diavolo sa dove
a poco a poco rubati
alla vista
alla vita
Padre
madre
cosa diventerete
quando vi rivedrò
sorelle
prendetemi per mano
cosa diventeremo
rimaniamo saldate.
Una macchia oscura
ormai punto soltanto
che scompare
lontano
sul nastro grigioblu
di una strada vuota
lacrime
assenza
silenzio
paura del viaggio
paura dei viaggi.

*

Fuggono le parole
per evocare l’ieri
così come via vanno
i giorni alla deriva
Tra loro sol rimane
un ponte tenui fili
oscillanti in balia
dei capricci del vento

Sfumano le immagini
si smorza il dolore
che fa posto a dei vuoti
ormai pieni d’assenza
Tal brandelli di carne
strapazzati dal tempo
sfilacciano le ombre
leggere si dissolvono
al soffio più potente
dell’ombra maiuscola
che su di noi allarga
nera la sua mantella

Le voci soffocate
nel silenzio lontano
a sentirsi tradite
urlano nella notte
e senza più speranza
al risvolto perduto
di nostre anime
s’aggrappano smarrite.

Estratte da Nella notte un treno Editore Il Salice – 2009

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Sabino Caronia

La vergogna

No, la vecchiaia non mi fa paura,
mi fa paura l’altrui giovinezza
con quel che di famelico comporta.

Mi fa paura e più mi fa vergogna
l’esser con loro ed usurpare il posto
di morti certo assai di noi più degni.

I sommersi e i salvati, la coscienza
d’essere vivi in un mondo di morti,
di questo veramente mi vergogno.

Di cosa si vergogna Josef K .?
Di cosa si vergogna l’innocente
col coltello piantato già nel cuore?

Del tribunale occulto? Della colpa
ignota, inconsapevole? Di cosa?
Forse d ‘essere un uomo si vergogna.

Steven Grieco

Steven Grieco-Rathgeb

Троица – Trinità del Vecchio Testamento

Sono apparsi in una sfera
staccata dal pneuma,
adesso guardano
il succedersi dei secoli.

Nevica.
La rozza pianura si sdraia,
stende le braccia all’orizzonte.
Sopra i suoi lamenti e tonfi
il muto giacere è perenne.

Nel profondo, miriadi di tremiti
si scindono, balenano, si spengono.
Ma uno si è avvicinato, crescendo,
è sgorgato inalberandosi fuori dal tempo
in un silenzio di respiro.

È diventato tre angeli
che rispecchiano
la prima neve sulla pianura
e la sua brutalità.

Nei loro occhi meravigliosi
si muove il patriarca di vento
stringendo in mano un fascio d’ombre.

Questa è la prima poesia che scrissi in lingua italiana. Risale al 1973, quando dopo qualche anno di studio a Parigi, mi ero fermato a Firenze.
Il soggetto della poesia è biblico, rappresenta i tre angeli che visitano Abramo per annunciargli la nascita del figlio Isacco. Un soggetto preferito dei pittori russi di icone, particolarmente nel 15° secolo, quando la terra russa gravava sotto il giogo dei Mongoli.
Le due trinità forse più celebri sono quella di Teofane il Greco, e l’altra di Andrey Rublyov. Un link per la prima, la più folgorante, è http://www.abcgallery.com/I/icons/greek10.html
Io però sono un uomo non religioso, seppure profondamente convinto del mistero delle cose. E quindi la mia poesia (come, penso, quelle icone) allude ad un tempo fuori dal tempo, innominabile (per cui scadono parole come “Dio”, “ateismo”, “gnosis”, etc.), non raggiungibile attraverso la speranza, né con l’intelligenza, meno ancora attraverso una fede: tuttavia unico approdo esistenziale, e unica possibilità di superamento della violenza dell’uomo quando questa devasta il paesaggio umano fino a togliere ogni idealità o concretezza in cui ancora riconoscersi.
In seguito, certamente, l’uomo raccoglierà i pezzi, riprenderà a costruire, pur sapendo che quella ricostruzione per lungo tempo sarà imbevuta di veleno. Ma costruire egli deve, questo è il suo destino. Il semplice biologico andare avanti. La vita biologica se ne infischia della sua impossibilità di dare risposte alla sua pena.

(S.G.R.)

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DENTRO L’INCANDESCENZA DELLA STORIA: POESIA DAL LAGER.- DIECI POESIE DALL’ANTOLOGIA LA MIA OMBRA A DACHAU – POESIE DEI DEPORTATI RACCOLTE E COMMENTATE DA DOROTHEA HEISER (Mursia EDITORE, 1997) CON UN APPUNTO DI LETIZIA LEONE

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David-Olere-la-stanza-del-forno-1945

Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie (Theodor W. Adorno, 1949)

La sofferenza incessante ha tanto il diritto di esprimersi quanto il martirizzato di urlare; perciò sarà stato un errore la frase che dopo Auschwitz non si possono più scrivere poesie. (Theodor W. Adorno)

Forse riguardo ad un genere, quello della “poesia lirica” o “poesia pura” si può rintracciare il punto esatto di non ritorno, la pietra d’inciampo, diciamo pure il certificato di morte datato 20 gennaio 1942, giorno della hitleriana “soluzione finale”.  È stato detto che da quel momento l’anti-significato irrompe nella Storia. La negazione dell’Etica e di tutto il portato millenario delle virtù e dei valori morali della nostra civiltà, sembra abbattersi improvviso e inaspettato sul palcoscenico della Storia: “Noi –perlomeno noi anziani-  abbiamo assistito negli anni Trenta e Quaranta  del Novecento al totale collasso delle norme morali…non solo nella Germania di Hitler, ma anche nella Russia di Stalin”, scrive Hannah Arendt, per poi distinguere (moralmente) la delinquenza ordinaria e antiquata  di Stalin da quella di Hitler: estrema, radicale, diabolicamente raffinata nell’annuncio dell’avvento di nuovi valori. Soprattutto nella scelta cosciente del Male con l’orrendo progetto di industrializzazione e burocratizzazione della tortura e della morte nei campi di sterminio.

Inoltre, “i peggiori malfattori sono coloro che non ricordano”, ne è convinta la Harendt perché questi semplicemente “non hanno mai pensato e – senza ricordi – niente e nessuno può trattenerli da ciò che fanno.”

“Per gli esseri umani, pensare a cose passate significa muoversi nella dimensione della profondità, mettere radici e acquisire stabilità, in modo tale da non essere travolti da quanto accade – dallo Zeitgeist, dalla Storia, o semplicemente dalla tentazione. Il peggior male non è dunque il male radicale, ma è un male senza radici. E proprio perché non ha radici questo male non conosce limiti. Proprio per questo, il male può raggiungere vertici impensabili, macchiando il mondo intero.”

Questo il grado zero della storia. All’indomani della seconda guerra mondiale Th. W. Adorno suonerà le campane a morto per un genere poetico: “La critica della cultura si trova dinnanzi all’ultimo stadio di cultura e barbarie. Scrivere una poesia dopo Auschwitz è barbaro e ciò avvelena anche la stessa consapevolezza del perché è divenuto impossibile scrivere oggi poesie”.

Eppure la famosa frustrata apodittica del divieto adorniano non riguarda il portato spirituale della poesia ma vale come sottrazione delle categorie del “bello” e del “sublime”, come cesura radicale nel modo di articolare la parola della poesia.

Auschwitz Ingresso

Auschwitz Ingresso

Da questo momento in poi sarà rischioso concepire un’arte serena e contemplativa, osservare il mondo attraverso quella che Paul Celan chiamerà “la prospettiva dell’usignolo”: “Nessuna poesia dopo Auschwitz: qual è la concezione della poesia posta sotto accusa? La presunzione di chi ha il coraggio, ipoteticamente-speculativamente, di considerare o raccontare Auschwitz dalla prospettiva dell’usignolo oppure del tordo”.

Dorothea Heiser raccoglie in una ardente antologia poesie scritte dai deportati in dieci lingue diverse, sia nel corso della detenzione, sia negli anni successivi la Liberazione: “nel 1985, Mirco Giuseppe Camia, ex deportato italiano, mi trasmise con le sue l’unica poesia scritta da un codetenuto che sofferse la prigionia a soli 17 anni: La mia ombra a Dachau. L’aveva conservata per oltre quarant’anni…”

Per molti di questi testimoni lo scrivere non è una professione. Eppure una traccia, una sola parola, anche il ricordo di un frammento di poesia si rivelò miracoloso nel lager per non cedere al disfacimento fisico e psichico, alla disumanità.  A Dachau come in altri lager sono nate poesie e altri scritti. Henri Pouzol, poeta francese sopravvissuto ai campi di concentramento di Oranienburg-Sachsenhausen e i Dachau spiega quanto sostegno spirituale poteva dare la poesia: “…In questo contesto terrificante di cinico sterminio…il linguaggio poetico ritrova d’istinto il proprio carattere originale…esso prende la forma ultima della resistenza umana, quella del pensiero e dello spirito…”

La poesia concentrazionaria, sulla quale lui professore di francese scrisse uno studio, viene definita nei seguenti termini: “È una poesia caratterizzata da un punto in comune: essa prova la resistenza della mente…”

Nella densa prefazione al volume Dorothea Heiser raccoglie molte testimonianze anche sulle condizioni in cui è stata concepita questa poesia:

“…La possibilità di poter scrivere dipendeva sempre da un insieme di fattori e ci sembra di capitale importanza il poterli conoscere al fine di apprezzare e commisurare l’importanza di questi poemi nella vita delle vittime o, comunque, delle persone coinvolte. È essenziale l’annotare che, in nessun caso era possibile a un detenuto concretizzare un tale desiderio. “…Tutti gli oggetti personali, quali abiti, calzature, fotografie, documenti, erano tolti al detenuto nel corso della sua registrazione al campo…Non c’era alcun diritto a conservare una matita, una stilografica o della carta, non un fazzoletto, nulla, assolutamente nulla…”.

Nonostante ciò, nel campo di Dachau come nella maggior parte degli altri campi di concentramento o i penitenziari a carattere totalitario, in dispetto alle gravi sanzioni derivanti, diari, notizie, poemi furono scritti in segreto e di nascosto. (…) Kark Röder narra nella sua opera Nachtwache come l’individuo lottava, col pensiero, per conservare il suo mondo interiore, e prendeva attivamente posizione, nei propri scritti, contro l’aspetto distruttore e minacciante del mondo esterno: “…Giammai tante motivazioni per lo scrivere si erano presentate nella mia vita…Uno sgorbio su un lembo di carta poteva significare un arrestarsi della morte…Io nulla volevo scrivere sugli avvenimenti del campo… Per me importava di più l’esprimere pensieri e sentimenti che mi agitavano…e doveva trattarsi di cose estremamente intime…”

Agnes Sassonn che fu abbandonata alla crudele realtà di un campo esterno di Dachau quando era una ragazzina di undici anni, descrive nella sua opera sulle esperienze del campo, pubblicata quattro decenni dopo, quale importanza, anche per lei fanciulla, rivestiva l’assimilazione spirituale delle esperienze vissute: “…Io ho iniziato già a scrivere nel campo di concentramento, ma era un’altra forma di scrittura. Era assolutamente impossibile, sotto il controllo dei guardiani, procurarsi e conservare qualsiasi cosa. I lembi di carta e i mozziconi di matita che trovai casualmente, erano rapidamente scoperti e mi erano ripresi.

Seguivano punizioni varie ed i colpi di bastone erano abituali, divenuti parte della mia vita. Fu così che dovetti improvvisare ciò che concerneva il mio materiale di scrittura; il mio cervello divenne matita e la memoria carta, che io riempivo. Per esprimermi in maniera più conformemente attuale, il mio cervello imponeva alla memoria, attraverso una registrazione, gli incidenti ed avvenimenti come su di una banda magnetica, che poteva essere riascoltata secondo il fabbisogno. La necessità di questa “scrittura mentale” era conseguente alla situazione contro natura nella quale mi trovavo…Non avevamo nessuna sfera intima, alcun bene, alcun riposo alcuna possibilità di sottrarci agli appelli continui, ai colpi, alle ispezioni…e così dettavo alla memoria”.

(Letizia Leone)

 Da La mia ombra a Dachau a cura di Dorothea Heiser (Mursia editore, 1997):

bertolt brecht il binario che porta ad Auschwitz

il binario che porta ad Auschwitz

FELIKS RAK (Borowicwicz, Polonia, 1903 – Polonia 1992)

Dachau nel sole

L’inferno di Dachau l’ho conosciuto nel sole.
Un campo, baracche allineate,
muro di recinzione, un fossato,
filo spinato percorso dalla morte.

Alte torri dove le SS
vegliano notte e giorno,
mitragliere perennemente pronte.
Uomini come ombre vagano affamati.

Giorno e notte, il crematorio fuma,
nessuna sosta, appestandoci la vita.
Colpi di fuoco, da qualche parte.
Dall’alba assassinano, laggiù nella foresta.

Un palo, un “cavalletto”, catena, forca,
strumenti di uso quotidiano.
Mani incatenate, un gancio, un prigioniero pende.
SS gioiose! Cane! Ecco, è fatto!

Non è l’alba che risveglia,
ma mani di Giuda, delle SS.
Così io conobbi il Lager…
Sino a quel giorno sconosciuto dalla storia.

(Dachau, 1941 – Originale in lingua polacca)

.
MARIA JOHANNA VADERS (Aia, 1922 )

BUNKER DACHAU

Una apertura grigia, un muro compatto,
luce solare, anche se ti cerco è cosa vana
non puoi trovare via che a me giunga
sola, io sono sola.

Tre passi avanti, tre passi indietro
mentre declamo poesie,
strofe cariche di ricordi
che canto con vecchie tenere cadenze
come per salvaguardarmi.

Una cella, un freddo pavimento.
Oh, luogo dove un tempo la culla
Era memoria del mio passato lontano.
In un istante fugace rivedo il focolare.
Sola, tu sei sola.

Dachau 123145 (Originale in lingua olandese)

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MICHEL JACQUES (Neully-sur- Seine 1920)

Gioco di bimbo

Il piccolo polacco
della Stube tre
ha otto anni
È della sua età
saltare a piedi uniti
i morti della notte
ben allineati
fra due blocchi…

(Originale in lingua francese)

HENRI POUZOL (Jarnac- Francia 1914)

ALBA AL BLOCCO 30, A DACHAU

Alimento pallido venuto dal cielo
alba sporca alba tifica
l’ultima luna cade
la prima luce si leva
i kapos urlano
i kapos sferzano
i kapos strisciano
appare il padrone.

Nude creature tentano d’arrestare il tremore,
ma il tremore delle stremità edemiche
è più forte
e le creature oscillano al vento germanico
e le creature oscillano alle urla teutoniche
e le creature oscillano agli ordini tedeschi
Eins…Zwei…Drei…Alles da.

I denti mordono la putredine
I denti tagliano la lingua
Il compagno di sinistra crolla se mi sposto
Il compagno di sinistra è morto nella notte,
è morto da circa un’ora
alle prime luci dell’alba col primo urlo
nell’ultimo delirio.

Morto?…Non morto?…
Vivo?…Non vivo?…
Alle Stcücke da…Jawohl, lieber Mann* *(Tutti i pezzi qui…Sissignore caro uomo)
Jawohl risponde il corpo ritto
Presente…sono presente…
È presente…Il Kapò è contento
Il padrone è contento
Il conto torna mein Lieber* *(Mio caro)
Il conto torna cane di un Häftling* *(Prigioniero)
Sì…il conto è esatto amico mio
Il conto torna camerata
Ed è giusto che ti tolgano la vita
Prima del delirio di maggio, sotto la neve che
Non ti ricoprirà prima del delirio di maggio
Quello che tu non vivrai
Ma che ucciderà coloro che
Ti sostenevano
In piedi all’ora dell’appello
Ritto fra il blocco 30 e il blocco 28.

Il mio compagno è morto
Lo sguardo perso nella fanghiglia scura
Lo sguardo ha raggiunto l’ultima luna
Chi dunque non l’invidia?
Sei libero camerata
Non sei più costretto al Mützen ab* *(Giù il berretto)
Nel grigio sporco dell’alba
Non hai più da sognare un’alba di caffè scuro
Non devi più enumerare sulla coperta puzzolente
I duecento pidocchi giornalieri
Non devi più arrampicare dall’una all’altra griglia
Non devi più scrutare il cielo
Il cammino lento delle fortezze volanti
E ancora…e ancora…
Non più fughe sotto la sferza
Non più fughe nel fango
Non più cani ad ogni cancello
Non più un kapo ad ogni incrocio
Né calci sulle tue ossa
E vrrroum su Monaco…e vrrroum su Augusta…
Ah il buono, ah il bel lavoro degli uomini liberi
…ma è lontano ma è lontano
Mai più oh non mai più
…ed anche se tu volessi non potresti piangere
Occhio del mio compagno sperso nella fanghiglia scura
Il mio camerata è libero
Ed io sono solo alle prime luci dell’alba
Ed attendo il grappolo fraterno
Si saldi attorno a me
Ho così freddo ho così freddo
Ma se io potessi ma se il Kapo volesse
Andrei alla Waschraum* * (bagno)
Andrei a sedermi sul mucchio di corpi posti come
Le belle cataste di legno nella radura d’altri tempi
E può darsi ch’io veda muovere il dito al mio compagno
E può darsi che io veda aprirsi l’occhio del mio compagno
E può darsi ch’io possa udirlo
Il mio compagno il mio compagno
Il camerata ritto nella fila oscillante
Là il secondo della pila di corpi è lui
Lo riconosco
Mi dirà oh sì sono sicuro mi dirà
Amico mio…vieni vieni con me…
Se tu sapessi quanto è bene
Quanto è meglio di quando dormiamo testa-piedi
Sul tavolaccio della Stube eins* *(camerata uno)
Sono solo alle prime luci dell’alba
O morte, non ti amerò mai e poi mai altrettanto che in questa alba d’inverno
Fra il blocco 30 ed il blocco 28
Nell’anno 1945 a Dachau.

(Originale in lingua francese)

(Zoran Music)

LÁSZLÓ SALAMON (Oradea, Romania, 1891 – 1983)

KAUFERING*
*( Il Kommando esterno di Kauferingraggruppava i campi da 1 a 11 che furono attivi soprattutto nel 1944 – 45. La “Organizzazione Todt” era responsabile dei Kommando di lavoroai quali appartenevano migliaia di lavoratori forzati ebrei, principalmente di origine ungherese e polacca, che furono deportati a Kaufering per costruirvi installazioni sotterranee).

Un nome, mai sentito prima,
un luogo lungo il Lech, ove fragili alberi
si curvano al vento
e la tempesta rugge, selvaggia e crudele.
Un nome mai sentito prima,
nove lettere solo, ancorate alla memoria
per tutta una vita:
Kaufering, caverna di tortura.
Un villaggio bavarese, ai margini del bosco,
attorniato da ombrosi abeti,
abitato da anime cattoliche,
ma il loro dire è minacciante e barbaro.
Foreste profonde, prati umidi,
paesaggio da cartolina postale,
però sei sopraffatto dal terrore.
Jüdischen Lager bei Kaufering.

Un soffio pestilenziale ammorba l’aria,
nell’abisso, chiesa, scuola, villaggio,
non sono altro che le quinte,
la realtà è la piazza dell’appello ed il terrore,
la realtà è il reticolato con le sue baracche
inimmaginabili sono i tormenti sopportati,
anche l’aria che respiro, mi fa male,
oh, luogo spaventoso: kaufering!

Civettuole, linde, tranquille case,
dalle finestre sbuca morbidamente un raggio,
nel mio dorso un fucile SS,
sulla mia spalla gravemente pesa la vanga,
al di sopra delle silenziose case borghesi,
minaccia una nube malefica,
il destino crudele è vicino,
tu sia mille volte maledetta, Kaufering.

Kaufering marzo 1945 (Originale in ungherese)

FRANCO VARINI (1926 Bologna)

DACHAU-KOTTERN MARZO 1945

Cilici immensi cingono lembi di terra
e la nuova Babele voluta dall’odio
brucia vaganti creature senza nome.
Nei cieli senza limiti di spazio
il volo degli uccelli
segna l’impotenza del terrore
a fermare le libere parole
e la rabbia disperata
ne annuncia la fine imminente.

(Originale in lingua italiana)

.
MICHEL JACQUES

SULLA STRADA

Sulla strada che porta al campo
faccio lo spaccapietre
Sulla strada che porta al campo
una casa che ho fatto mia
Ne indovino il camino
il dolce battere dell’orologio antico
due sedie vicine a un tavolo di quercia
e su questo tavolo tre mele
Tre mele
Tre mele e la mia gola si serra
Addio casa che ho fatto mia
il grande camino l’orologio antico
addio tavolo di quercia
Tre mele
Non restano che tre mele
ed io che faccio lo spaccapietre.

(Originale in lingua francese)

shoah-felix-nussbaum-autoritratto-con-carta-didentita-1943

felix-nussbaum-autoritratto-con-carta-didentita-1943

NEVIO VITELLI

LA MIA OMBRA A DACHAU
(Questo unico poema del giovane Nevio Vitelli, nato a fiume nel 1928 e internato a Dachau nel 1944 a sedici anni, ha dato impulso a questa antologia. Dopo la Liberazione rientrato in Italia ammalato vi morì all’età di vent’anni)

Mamma, non torno,
me l’ha detto Iddio.
L’inferno,
senza sensi d’anima
l’ho visto così,
come tocco il corpo che mi duole;
né parole,
mamma, ti so dire,
perché non so ridire
il marchio del terrore.

Io penso che tu senti
oltre il filo pungente e velenoso
di queste baracche,
e penso che mi vedi
con la testa senza peli
e la cornice fosca
delle occhiaie nere,
insanguinato e sporco
e il cuore al tocco
d’una campana a morto.

Che cosa ho fatto, mamma?
Tu lo sai? Dimmelo
e baciami nel sonno,
appena lievemente,
che non mi venga in mente
di ricambiarti il bacio
come quando tu piangevi
di me, il ragazzaccio.
Non voglio spenti i tuoi occhi,
mamma, mi capisci?
Quando la sera, il tuo nome
canto singhiozzando
inconcludente e vano
il gioco del mio labbro
si schiude: tu non rispondi.

… È l’ora della sera
ed i pensieri del giorno
non tornano più
come i primi giorni d’ormeggio
a ridestarmi.
È l’ora della sera
Ed i pensieri sono di domani.

Dachau!

Ora, soltanto ora,
sento una musica che irrora
l’aria di palpiti di stelle,
ma forse no, son palpiti di cuori
e di sangue,
di sangue che guizza nelle vene
dei viventi
ricoprendoli di polvere di sole.

(Maggio 1945 – Originale in lingua italiana)

.
MIRCO GIUSEPPE CAMIA (Milano 1925 -1997)

Ombre
e il passo inconcreto
è lordo di pene e fatica

Duri zoccoli
avvolgono piaghe profonde
dove il pidocchio pullula
annidato in pezze da piede

Ombre
goffe figure
allineate da fauci di cani
da urla feroci

Cose ambulanti sull’acciottolato
sopra il fragore di suole legnose

Di lato i gendarmi
sinistra…due…tre…quattro…
cadenzano il passo
che suoni ritmato
lento valzer di morte

Ombre
aleggia su esse
fantasma luttuoso di gelo
fatto sostanza

Links…Zwei…Drei…Vier…
compagna di danza
oscena puttana avvinghiata
falangi ghiacciate
sfioranti le nuche rapate

La morte

(1946 – Originale in lingua italiana)

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BOJAN AJDIČ ( Lubiana 1921 )

OH!

Senza pensieri, senza sole
come talpa sotto la terra
che scava per trovare la larva,
il verme di terra,
dietro la schiera,
nella schiera,
in una terra come questa
dove l’immensità del presente resta uguale
nera e pesante.
senza pensieri, senza sole
come la morte che con la sua falce insanguinata
percuote e tronca
a sinistra, a destra
dietro, e davanti, in avanti…

Oh! Io sono questo
E gli altri!
(26.5.1944 – Originale in lingua slovena)

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POESIE E PROSE PER LA SHOAH di Flavio Almerighi, Mario M. Gabriele, Donatella Costantina Giancaspero, Stefanie Golisch, Angela Greco, Antonio Sagredo. A cura di Flavio Almerighi (Parte prima)

shoah-selfie

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 Poesie e prose per la Memoria, a cura di Flavio Almerighi

Traggo spunto da un articolo di Federico Pontiggia apparso sul Fatto Quotidiano del 25 gennaio 2017 “La banalità del selfie: il turismo della Shoah tra sorrisi e sandwich” “Dopo Auschwitz, nessuna poesia, nessuna forma d’arte, nessuna affermazione creatrice è più possibile”. Lo sostenne il filosofo tedesco Theodor W. Adorno, e palesemente si sbagliava: l’arte è ancora possibile, e pure l’arte sulla Shoah. Non c’è però da rallegrarsene, perché le cose stanno peggio di quanto preconizzato da Adorno: il problema non è la “affermazione creatrice”, bensì la ricezione esperienziale; il problema non è l’arte, ma la vita. Oggi è ancora possibile fare Memoria? Il punto è questo: la mediazione artistica ha spazi di manovra che l’esperienza fisica si vede precludere” Insomma la domanda è una sola, e mi sorge spontanea dopo la mia drammatica visita al campo di Dachau dello scorso 16 agosto. Mentre camminavo silenzioso tra tanto dolore, che per altro è ancora ben avviluppato nelle strutture superstiti, costantemente disturbato da schiamazzi di gitanti della domenica, molti italiani, con un nodo nello stomaco che non ho saputo sciogliere nemmeno al Carmelo di Dachau. Ho provato invidia per Gabriella che fotografava le vestigia del dolore e piangeva in silenzio. Ora mi chiedo, possiamo noi redattori dell’Ombra delle Parole, attraverso la nostra creatività e le nostre risposte personali, rendere più vero, meno formale, più giusto il 27 gennaio 2017?

Come Ebrei sopravvissuti e discendenti di sopravvissuti al genocidio nazista, condanniamo inequivocabilmente il massacro di Palestinesi a Gaza e l’occupazione e la colonizzazione in atto della Palestina storica. Condanniamo inoltre gli Stati Uniti che sostengono Israele finanziandone gli attacchi, e più in generale gli stati occidentali che utilizzano i loro apparati diplomatici per proteggere Israele dalla condanna. Il genocidio inizia con il silenzio del mondo.

Siamo allarmati per l’estrema, razzista disumanizzazione dei Palestinesi nella società israeliana, che ha raggiunto livelli di massima intensità. In Israele, politici e opinionisti del Times of Israel e del Jerusalem Post hanno apertamente incitato al genocidio dei Palestinesi e la destra radicale israeliana sta adottando emblemi neonazisti.

Siamo inoltre disgustati e indignati per l’abuso della nostra storia ad opera di Elie Wiesel in pagine che promuovono palesemente delle falsità per giustificare l’ingiustificabile: il gigantesco impegno di Israele per distruggere Gaza e l’uccisione di circa duemila Palestinesi, tra cui centinaia di bambini. Niente può giustificare il bombardamento di rifugi ONU, di case, di ospedali e università. Niente può giustificare privare di elettricità e acqua le persone.

Dobbiamo far sentire forte la nostra voce collettiva e usare quanto è in nostro potere per porre fine a ogni forma di razzismo, compreso l’attuale genocidio del popolo palestinese. Chiediamo la fine immediata dell’assedio e dell’embargo contro Gaza. Chiediamo il boicottaggio totale, economico, culturale ed accademico, di Israele. “Mai più” deve significare “MAI PIU’ PER TUTTI”. (New York Times, 23 agosto, 2014)

Flavio Almerighi

Flavio Almerighi

Nella baracca X

Non è bastato inghiottire pianto
e silenzi nel carmelo di Dachau,
sembrare bambino per essere uomo

gente senza mandibola batte ancora i denti,
la morte è ingiusta per chi non ha vissuto.
Manca verità nelle leggi, tutte l’omettono.
E voi rami secchi, invisi alle vostre donne,
siete gli unici a non averlo creduto,
i vostri nati hanno torto il viso da voi
mentre lasciavate fare,
ordinando preventivi per nuove case sfatte.
Pensavate di tacciare il male con epigrafi
in tutte le lingue, ma i demoni resistono
Doveva essere Mai più in tutto il mondo,
invece nella baracca X l’uomo batte i denti,
paga pegno a una civiltà in ostaggio.

Mario Gabriele volto 1

Mario M. Gabriele

da Ritratto di signora, Nuova Letteratura, 2014

Il tuo sorriso non risuona nelle stanze,
e il fiore di Tarquinia è un segnalibro nel Codice da Vinci,
più non c’è riparo al volo di pipistrelli,
un giglio dura ancora nel giardino:
errante amore chi ti salverà dalle piogge del mattino?
pure ci abbandonano i velari del passato,
ricordiamoci di Spandau, le fisarmoniche nei cortili,
come serenate al chiar di luna,
nessuno fu mai sé stesso, né visse più d’una farfalla,
fazzoletti di carta ai porti e ai treni, e Schindler’s list,
quel Muro, Dimitrov, troppo lungo di vedette e fil di ferro
ha lacerato il corpo e l’anima, il nostro Novecento;
i villaggi del Mekong, come lumi a mezzanotte,
il male nel codice genetico,
chi l’ha spenta la lampada votiva?
Dal fondo del viale, ecco Witold con le chiavi.

 

donatella-giancaspero

Costantina Donatella Giancaspero

Donatella Costantina Giancaspero

Lo volevamo polvere

Ancora, il cielo, ferito, si schianta
contro la Terra:
lo precipita un Tempo vile,
che imbraccia il terrore
ed è grido di occhi deserti

– come allora…

Lo volevamo polvere, quel Tempo,
remoto – murato nell’orrore stesso di sé,
dei propri massacri, delle deportazioni…

Tempo che uccide ucciso – vivo, sempre,
alla Memoria, perché in essa il cielo
e tutto il sangue della Terra

fosse vendicato – .

 

stefanie-golisch

stefanie-golisch

Stefanie Golisch

da:: Luoghi incerti, Isernia, 2010

Nella mia infanzia non ci sono ebrei.
Nessuno li nomina, nessuno parla della loro sorte, nessuno sembra sentire una mancanza, nessuno tenta di tenere viva la loro memoria.
Non ci sono ed è come se non siano mai vissuti né nella mia città né altrove.
Eppure hanno lasciato, anche a Lemgo, tracce che testimoniano la loro presenza secolare: la piazzetta dove sorgeva la sinagoga, distrutta nella notte dei pogrom tra il 9 e il 10 novembre 1938, il vecchio cimitero ebraico abbandonato, una villa d’insolita eleganza.
Piccoli punti interrogativi nel cuore di una cittadina tedesca qualsiasi che non ha alcuna intenzione di interrogarsi sul proprio passato.
Ancora negli anni settanta del secolo scorso, lo sterminio degli ebrei era un tabù assoluto.
Sia in famiglia sia a scuola si evitava attentamente l’argomento. Per un giovane di allora, che non aveva accesso alle grandi biblioteche universitarie o ad altre fonti d’informazione, era pressoché impossibile scoprire qualcosa di preciso.
La faccenda degli ebrei – non si sapeva mai con quali parole descrivere l’accaduto – era come una nuvola minacciosa che oscurava l’orizzonte della conoscenza. L’ombra di un terribile segreto che stranamente era legato a una cifra ben precisa: sei milioni.
Di nuovo una cifra, inimmaginabilmente grande, che divora ogni singolo volto per seppellirlo nella tomba di una pura astrazione. E’ l’inquietante contemporaneità della vaghezza dell’informazione da una parte, la pregnanza della cifra dall’altra a rendere questa faccenda ancora più inquietante e indecifrabile.

Hanno ammazzato sei milioni di ebrei.
Nella mia infanzia e adolescenza questa frase risuona come certe testimonianze di culture remote il cui significato si è perso nel buio dei tempi: è incomprensibile.
Hanno ammazzato sei milioni di ebrei.
Che cosa significa questa frase?
Vorrei che qualcuno me la spiegasse, ma gli adulti di allora, una generazione nata e vissuta durante il periodo del nazionalsocialismo, preferiscono non rispondere e, nel loro cupo silenzio, quella frase è come un pugno nello stomaco, un grosso sasso nella pancia del lupo, una minaccia.
C’è un muro tra le generazioni, fatto di diffidenza e di sospetto, una guerra non dichiarata tra i figli che vogliono sapere e i padri che tacciono insistentemente.
Cosa si nasconde dietro questo silenzio?
Quale colpa?

Credo che sia la vergogna collettiva rimossa, il motivo dello stordente silenzio che avvolge la Germania della mia infanzia. Ci si rifiuta di confrontarsi con il passato per non essere chiamati in causa personalmente, per non perdere la faccia, il rispetto dei propri figli, per non essere accusati, condannati, giustiziati.
Per evitare la domanda più palese: E tu, cosa hai fatto? E cosa sapevi?

Gli adulti della mia infanzia che non sono disposti ad assumersi le proprie responsabilità non sono dei veri adulti ma esseri bugiardi e inaffidabili che non meritano alcun rispetto.

Nella mia infanzia non ci sono ebrei.
Non solo sono stati assassinati, ma anche eliminati dalla memoria individuale e collettiva. Ciò che popola le città tedesche del dopoguerra sono soltanto ombre: quelle delle vittime e quelle dei loro boia, uniti in un intreccio fatale, indissolubile.

Sono figlia, siamo figli, di questa opacità.

Veramente non era la nostra meta.
Non abbiamo fatto questo viaggio in Polonia per visitare Auschwitz, ma siccome si trova soltanto a pochi chilometri da Cracovia, decidiamo di andarci.
Sono combattuta.
Vorrei e non vorrei andarci.
Ho paura e, anche se non lo ammetterei mai davanti a me stessa, provo vergogna e al contempo lo sento quasi come un imperativo categorico.
Non posso non andarci.
Non ho scelta.
Sono i tardi anni ottanta.
A Berlino il muro non è ancora caduto, la divisione del mondo in due rigidi blocchi ideologici non è ancora superata e il turismo dell’olocausto non ha ancora raggiunto i livelli odierni.
A differenza di oggi, non è per nulla facile arrivarci. Da Cracovia si prende il treno per Oświęcim e da lì un pullman che porta fin nei pressi del campo di concentramento.
Sorprendentemente, alla fermata dell’autobus non c’è alcuna insegna. Tra le persone scese insieme a noi, però, c’è un americano che sa un po’ di polacco ed è disponibile a chiedere informazioni. (Come si può porre questa domanda: mi scusi, come faccio ad arrivare ad Auschwitz?)
Strada facendo ci racconta che insegna storia in una high school vicino a New York e che è molto interessato a tutto ciò che riguarda la seconda guerra mondiale. Arrivati finalmente all’ingresso del campo, ci propone di prendere una guida insieme a lui e, contrariamente alle mie abitudini, sono immediatamente d’accordo.
Sì, una guida che ci spiegherà tutto – così dice l’americano – uno scudo cioè, tra me e le immagini che mi aspettano, tra il mio presente e il loro passato, tra me e la mia angoscia nell’affrontare questo luogo, simbolo dell’orrore per eccellenza, per conto mio, da sola.
La nostra guida, un insegnante polacco in pensione, affronta il suo lavoro con la massima professionalità. In un ottimo inglese ci spiega tutto ciò che dobbiamo sapere. Con lui, che qui ad Auschwitz è quasi di casa, non si perde tempo. Ci porta direttamente agli highlight del campo: le enormi vetrine, piene di cappelli e di valigie e, naturalmente, alle camere a gas e ai forni crematori.
Davvero cerca di spiegarci tutto ciò che bisogna sapere, tutto ciò che si può sapere e quindi… nulla.
Non ci spiega nulla quest’uomo, certamente benintenzionato, perché non c’è nulla da spiegare.
La sua funzione è un’altra.
E’ qui per allontanare l’accaduto il più possibile, per proteggermi da me stessa, dal pericolo di una reazione incontrollabile, dalle ombre del passato e, in generale, da tutto ciò che non è spiegabile in termini funzionali.
Inizialmente lo seguo, perché mi fa sentire al sicuro, ma quando arriviamo a un interminabile corridoio, pieno di ritratti fotografici su tutte le pareti, istintivamente mi distacco dal nostro piccolo gruppo.
Ecco, i volti mancanti.
Ecco, il mio spavento davanti ai loro volti e il loro spavento davanti a me.
La loro e la mia solitudine, l’impossibilità di costruire un ponte e l’assenza definitiva di ogni spiegazione.

Intanto la guida continua il suo giro di routine, ricorrendo a cifre e date precise, oggettive, non contestabili, impressionanti per il suo collega americano che davvero fatica a credere che tutti questi orrori siano realmente accaduti.
Lo sento ancora esclamare ad alta voce il suo incredulo really?
Come si faceva in inverno, quando le temperature scendevano a venti gradi sotto zero, a lavorare con i piedi nudi dentro un paio di zoccoli?
E’ proprio questo dettaglio ad apparirgli la cosa più terribile.
Infatti, chiede diverse volte: Did they really wear wooden shoes? Really?
Questo dettaglio.
Forse perché quell’insopportabile freddo ai piedi è ancora immaginabile.
Il resto no.

Il resto non è né immaginabile, né spiegabile.
Ad Auschwitz il mondo finisce e perciò non esiste alcun comportamento adeguato. Davanti a ciò che questo luogo rappresenta nella storia dell’umanità qualunque atteggiamento il visitatore assuma, non può che essere improprio.

Soltanto il silenzio interiore – più silenzio possibile – non comunicabile, non condivisibile con nessuno.
Auschwitz ci condanna alla solitudine davanti a una domanda senza risposta.

Abbiamo fatto la nostra parte fino alla fine della lunga visita, la guida e noi, i visitatori sconvolti, disgustati, commossi fino alle lacrime. I nostri ruoli prestabiliti – solidi come una corazza – ci hanno protetti, sia davanti a noi stessi, sia davanti agli altri.
Non abbiamo perso il nostro equilibrio.
Non siamo andati oltre ma abbiamo preferito rimanere nel recinto. Molto educatamente abbiamo ascoltato le inesauribili spiegazioni della nostra ottima guida che ora possiamo tranquillamente dimenticare.
Siamo stati ad Auschwitz e anche se non saremo in grado di esprimere ciò che abbiamo provato e ciò che abbiamo imparato, possiamo pur sempre dire che abbiamo fatto il nostro dovere.
L’impossibilità di toccare le ombre dei morti con le nostre dita, di fermare il loro vagare attraverso i nostri sogni per porre la domanda decisiva: che cosa possiamo fare per assumerci la nostra responsabilità, per espiare la colpa dei nostri antenati, per onorare la memoria di chi ha perso il suo volto per sempre?
Che cosa possiamo fare per voi?
Domande senza senso, senza risposta.
I morti tacciono e i vivi continuano a vivere.

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Angela Greco

Riflessi

Sasso intagliato in distorto viso anonimo.
Umanità spettinata nel capannone di servizio.
Offresi allo sguardo accessori sparsi.
Gelo pertinente anche in piena estate.
Il Carmelo è il monte del Purgatorio.
Qui, invece, hanno realizzato l’altra cantica,
lirica della tragedia ad una sola voce.

Ho solo immagini riflesse della Shoah e 40 anni.
Altre generazioni perpetrano la Memoria
e nei giorni freddi prima della merla chiamano.

La beffa è nitida sul cancello dalle sbarre di ferro,
che la ruggine equa e magnanima ha invecchiato
incurante di delirio di potenza, assenze e presenze.
Scattano fotografie i figli del presente. Altri piangono,
i più vicini al reale, nel silenzio che non permette lacrime.

Un popolo è tutti i popoli che hanno vissuto parimenti.
Un secolo non può bastare né ai vinti né a chi verrà.

Proprio oggi, prima di sera, intrattengo un dialogo
a tutto foglio con muti interlocutori.
Polvere sottratta alle polveri si sommano.
Lascio anche il mio sasso sul bordo inclinato.

 

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Antonio-Sagredo con Majakovskij

Antonio Sagredo

Cieco, io potrò vedere meglio i miei e i tuoi prodigi,
la morte incerta che tu m’hai prestato in contumacia,
la cenere che sulla soglia disegna un tradimento innaturale
e la visione guercia che la vita s’è lasciata dietro, in fuga.

E se dall’Oriente mi portavi nel tuo palmo di damasco la fine
e le consolari che sapevo, per ogni passo triste il volto mi miravi
per l’assenzio che bruciava il canto e il tuo sguardo di gazzella.
La maschera della mia parola s’è mutata in danza macabrea!

Il fuoco dei fosfati, ferro, arsenico e uranio spezzano e torturano ora
nuove infanzie – come cavie! Voi, vittime una volta, ora siete aguzzini,
carnefici, boia… Non più figli di una promessa terra! Siete solo serpi!
Non più l’intelligenza la vostra gloria! Ma un covo di sordidi… codardi!

Vermicino, 9 marzo 2009

*
Non restava che la materia in movimento
Il pensiero umano non aveva più significato
Tadeusz Borowski

Come la rana crocefissa di Martin te ne andavi in giro
col femore di Arlecchino e i capelli spaiati di Colombina,
dinoccolato, col capo rivolto indietro, per i campi giocavi
cercando almeno un occhio vivo tra tumuli di orbite senza fine,
ma dalle torrette ti chiamavano: Beta… Beta il dandy!

Accarezzavi allora con un sorriso a brandelli il filo spinato,
col flauto delle tue ossa cantavi le gloriose gesta dei lunatici.
La poesia divenne una cosa banale,
come uno sterminio!
La Morte nemmeno degna di un suo buongiorno girava al largo:
dal patibolo alle camere temeva che la falce tollerasse la sua vanità,
e alzò i tacchi infine, incurvata!

Davanti a una buccia di patata marcescente
s’azzuffavano i grandi scienziati dell’Essere
– per una brodaglia di pus
– per una rimasticatura di marce cotolette.

il pensiero umano non aveva più significato
non restava che la materia in movimento

e il carnefice sbuffa a parlare sempre di questa feriale… mortalità!

Vermicino, 23 febbraio 2009

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Sabino Caronia, DIECI POESIE inedite con un Commento di Donatella Costantina Giancaspero: La vita fantasmata di un poeta tradizionalista e libero e un Commento di Giorgio Linguaglossa

Sabino Caronia, critico letterario e scrittore, romano, ha pubblicato le raccolte di saggi novecenteschi: L’usignolo di Orfeo (Sciascia editore, 1990) e Il gelsomino d’Arabia (Bulzoni, 2000); ha curato tra l’altro i volumi Il lume dei due occhi. G.Dessì, biografia e letteratura (Edizioni Periferia, 1987) e Licy e il Gattopardo  (Edizioni Associate, 1995). Ha lavorato presso la cattedra di Letteratura Italiana Contemporanea all’Università di Perugia e ha collaborato con l’Università di Tor Vergata, con cui ha pubblicato tra l’altro Gli specchi di Borges (Universitalia, 2000). Membro dell’Istituto di Studi Romani e del Centro Studi G. G. Belli, autore di numerosi profili di narratori italiani del Novecento per la Letteratura Italiana Contemporanea (Lucarini Editore), collabora ad autorevoli riviste, nonché ad alcuni giornali, tra cui «L’Osservatore Romano» e «Liberal». Suoi racconti e poesie sono apparsi in diverse riviste. Ha pubblicato i romanzi L’ultima estate di Moro (Schena Editore, 2008), Morte di un cittadino americano. Jim Morrison a Parigi (Edilazio EdiLet, 2009), La cupa dell’acqua chiara (Edizioni Periferia, 2009) e la raccolta poetica Il secondo dono (Progetto Cultura, 2013). Del 2016 è La ferita del possibile (Rubbettino).

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Donatella Costantina Giancaspero: la vita “fantasmata” di un poeta tradizionalista e libero, Sabino Caronia

Di sicuro, non possiamo negare il legame, da sempre riconosciuto, tra letteratura e vita, ovvero, tra poesia e vita. Tuttavia, a mio avviso, è necessario precisare che questo accreditato rapporto non potrà mai intendersi nel senso di una corrispondenza diretta tra le due cose, quanto, semmai, in quello, più sfumato, di una sottile, segreta contiguità.

Nell’ultima raccolta di Sabino Caronia, La ferita del possibile (Rubbettino, 2016), è più che evidente proprio questo genere di relazione, non diretta, ma contigua, tra la poesia e la vita; una contiguità che, per il suo carattere – come dicevo –  così celato, tenue, quasi sfuggente, può significare anche lontananza. Ed è un fatto accertato che, in letteratura, gli elementi di questa cosiddetta «contiguità» abbiano formula affine a quelli della «lontananza». Così accade in questi versi, dove la «vita» non è quella vissuta dal poeta, ma piuttosto è, per così dire, vita “fantasmata”, ovvero, la vita da lui fantasticata e agognata; in sostanza, è il “fantasma” a guidare la poesia di Sabino Caronia – nel dettaglio, il fantasma amoroso –, non certo il «dato» del reale, sempre equivoco e insignificante. E l’equivoco, si sa, è sempre una minaccia latente…

Si potrà mai parlare di «vita e arte», dal momento che «arte» è già di per sé «vita»? È proprio necessario cercare una utilità particolare dell’«arte», se non ci preoccupiamo di cercare l’utilità della «vita»? Una cosa è parlare di «interno» del fatto artistico, e altra è parlare di «interno» del «quotidiano». Pensiamo a quanti equivoci hanno condotto certi storici della cultura, scambiando un prodotto artistico con un prodotto di vita! E quanti fatti sono stati ristabiliti come storici, mentre risultavano solo tradizionali fatti letterari!

Ma, quando la vita entra nella letteratura, diventa letteratura essa stessa, e come tale dev’essere valutata.

Nella raccolta di Sabino Caronia si ravvisa, in quantità, la poesia della tradizione del Novecento: da Garcia Lorca a Giorgio Caproni, da Alfonso Gatto a Cardarelli; altrettanto vi è riconoscibile quella della tradizione universale, vale a dire, da Saffo a Leopardi. La Musa del poeta di Terracina, naturalizzato romano, si ciba, dunque, dei frutti più prelibati maturati nella grande tradizione della poesia e in questa dimora, quale suo luogo, nonché logos, naturale d’appartenenza. C’è una certa “naturalità” in questi versi, passati al vaglio di una cultura poetica raffinatissima, restituiti da un filtro, risultato di laboriosa intertestualità letteraria. In definitiva, la poesia di Caronia nasce da altra poesia della tradizione. E le forme metriche impiegate, la quartina, il sonetto e il madrigale, rappresentano anch’esse il suo modo precipuo di porsi in linea di continuità con la tradizione letteraria, un modo sottilissimo e algebrico, come a voler ribadire che quella tradizione non è stata spazzata via dalla invasione del mondo mediatico: anzi, tutt’altro! Non che il Nostro sia contrario all’adozione del verso libero: lo approva, invece, come ha dichiarato in molte occasioni. Nonostante questo, egli predilige il verso tradizionale, con gli accenti tonici e le pause al posto giusto, in modo che tutto risulti in concerto armonico, in vista della funzionalità comunicativa del messaggio estetico.

Che il nostro Caronia sia un tradizionalista, come qualcuno sussurra nelle separate stanze? Che voglia, forse, riportare indietro la lancetta del tempo poetico di cinquanta e più anni? E perché no? Cosa impedisce ad un poeta del calibro di Sabino Caronia di essere e volersi mostrare al mondo in una veste del tutto anacronistica? Un poeta d’altri tempi, dunque, che canta un canzoniere amoroso come rivivendo la liricità del dolce Stil Novo. Ebbene, d’altra parte, la poesia è libertà: libertà, nell’operare con gli accordi acustici e semantici, e, perciò, libertà anche di retrocedere ad una poesia fatta di canto e di cantabilità alla maniera, per esempio, di Saba e dei crepuscolari. Allora, ecco che il poeta romano restituisce centralità alla rima: in funzione di questa e dell’assonanza egli struttura il suo verso.

Occorreva una grande libertà di pensiero per pensare una poesia del genere, che fosse in aperta contro-tendenza, rispetto agli attuali indirizzi di poesie narrative e “narrativeggianti”; ma solo un poeta in possesso di grande perizia metrica e acustica come Sabino Caronia poteva osare tanto. Poeta audace, dunque, e… fortunato! Perché la Fortuna, come si sa, arride proprio a chi audace lo è nel profondo.

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ah, povera Italia!

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Si può partire, credo, da un fatto banale. Il quindicennio + 1 si è concluso in Italia nella peggiore delle confusioni. È caduto il governo Renzi non per voto elettorale ma per voto referendario, si è svolta una gran partita di calcio tra l’Ammucchiata destra e sinistra contro la squadra di Renzi. Ha vinto l’Ammucchiata e le riforme costituzionali sono andate a farsi benedire. E meno male. Così, per almeno 30 anni non se ne parlerà più. Il nuovo governo si limita a galleggiare, come nella lunghissima tradizione democristiana. Trump ha preso il potere negli Stati Uniti  e promette di cancellare le riforme fatte da Obama. Fortunatamente, da noi questo problema non si pone perché in Italia non è mai stata fatta alcuna riforma. La letteratura (i cosiddetti romanzi) è ormai ridotta ad un lungo inseguimento del best seller, le case editrici hanno un pallino fisso in testa: che si può agguantare, prima o poi, un long seller se non un best seller. La poesia, non so. La ventilata chiusura dello Specchio Mondadori (l’unica bella notizia di questo ultimo sedicennio) non è avvenuta, e continua a sfornare libri di poesia inutili e inesistenti. All’orizzonte, per il dopo elezioni, si profila una   alleanza di governo Lega-5Stelle, a scorno della rivoluzione gridata dagli strilloni di Grillo. Il paese Italia ha alle spalle un sedicennio infernale di immobilismo e di opportunismo, gli intellettuali sono diventati dei salariati a rischio di disoccupazione e sotto occupazione, la competitività tra i presunti scrittori è nel frattempo salita alle stelle, ci si sgomita senza alcun riguardo in pubblico e in privato, intanto, il pessimo gusto è salito alle stelle, non ci si parla più, ci si insulta, le pernacchie hanno sostituito le parole, e le parole sono diventate pernacchie.

In questo contesto che cosa deve fare uno scrittore poeta colto e gentile come Sabino Caronia? Che cosa deve scrivere? Ed ecco le poesie “A una stronza” e “A uno stronzo”, è preferibile fare poesie sul campionato di eupalla, è meglio rannicchiarsi sulla propria scrivania e sognare i tempi in cui era ancora possibile amarsi tra un uomo e una donna, guardarsi con desiderio. Al quarantennio dei «poeti di professione» e dei «poeti di fede» (definizioni di Alfonso Berardinelli), a coloro che si sono auto dichiarati poeti , sono subentrate persone che scrivono poesia senza illusioni e senza disillusioni. Sabino è uno di questi, lui fa poesia senza pensare di entrare nel Parnaso dei poeti di rango, fa poesia tradizionale, lirica e intima, alternando ironia a sarcasmo carnascialesco e belliano, sapendo che a questa Roma cinica e sorniona non gliene frega assolutamente nulla della poesia, in primis ai cosiddetti poeti di professione e agli aspiranti poeti di professione. 

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Poesie inedite di Sabino Caronia

A una stronza

Perché mi chiami in causa
ragazza in menopausa?
Perché fai la scortese
se non hai più il marchese?
Non fare la pupina,
sei sulla cinquantina!
L’amore che ci azzecca
con la vagina secca?
Basta, puzzi di vecchio
e… buonanotte al secchio!

A uno stronzo

Da tempo le conosco le persone
e sulle spalle certo non le porto.
Scusami ma il discorso è corto corto:
chi fa il birbo lo piglio per briccone.

Forse penserò male ed avrò torto
ma non conosco al mondo altre ragioni
e lo ripeterei pure da morto
che l’uomo è figlio delle proprie azioni.

Io ti parlo da povero ignorante
perché credo che al mondo le azionacce
siano sempre l’indizio del birbante.

A cosa serve che sei stato a scuola
se non sai che uno stronzo ci ha due facce
ma un galantuomo ci ha una faccia sola.

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Er consijio der tifoso

Perché state a parla’ der campionato?
Perché ve rovinate l’esistenza?
Lassate sta’, bisogna avé pazienza,
tanto oramai già c’hanno cojionato.

Gridamo “forza Roma”, “forza lupi”,
e però n’antra vorta stamo attenti.
Devono da finì li tempi cupi,
perciò, mentr’aringrazio i diriggenti

pe lo squadrone e pe l’allenatore
questo je vojio dì, proprio de core:
«Fateve consijià, cari signori,

nun je date alla Juve sto vantaggi0
e quanno che comprate i giocatori
comperateve puro l’arbitraggio!».

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Guardare dentro

Ti ho guardato negli occhi,dolce amica,
ti ho guardato nel cuore,come dentro
uno specchio di me vivo e profondo.
Morire è questo, sai: guardare dentro.

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Possesso

Amarti? Questo è molto più che amore!
I vermi, quando un giorno un freddo pasto
faranno alfine del mio corpo morto,
di te ritroveranno un restrogusto.

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Naufragio

No, questa no, non è poesia, ma solo
un diario di assenze,
e questa non è vita, no, ma solo
un naufragio di amori.

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Fuga da Firenze

Più non ci sono poeti a Firenze,
anche Pacetti se n’è andato via,
è venuto a tenerci compagnia,
Firenze piange, ma Roma non ride!

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La fiorentina

Massimo, ti ricordi quella sera
a casa mia che ci siamo incontrati?
Subito è nata un’amicizia vera
e dopo non ci siamo più lasciati.

Io non solo la tua faccia sincera
ma pure i sentimenti delicati
ogni volta, e non certo alla leggera,
porto ad esempio sì che sian lodati.

A te, di tutti poeta sovrano,
rispettoso rivolgo il mio saluto
e, con parole e gesti della mano,

dico sempre e ripeto ogni minuto:
“Andiamo, dai, ti chiedo solo quello,
insieme a Barberino di Mugello!”

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Lacrime in paradiso

La mia sola speranza è rivedere,
Far Arden, la foresta favolosa
che fu teatro di lontani amori
e sempre a sé dal nulla ci richiama.

Laggiù, di notte, in sogno, t’ho incontrato,
alla pallida luce della luna.
“Dove sei stato?” Ma non hai risposto.
E non ho ripetuto la domanda.

Riposa in pace, amico mio, riposa,
e sia per sempre a te la terra lieve,
che certo non si piange in paradiso,
ma, intanto, adesso, a noi chi ci consola?

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Costantina Donatella Giancaspero

Donatella Costantina Giancaspero vive a Roma, sua città natale. Ha compiuto studi classici e musicali, conseguendo il Diploma di Pianoforte e il Compimento Inferiore di Composizione. Collaboratrice editoriale, organizza e partecipa a eventi poetico-musicali. Suoi testi sono presenti in varie antologie. Nel 1998, esce la sua prima raccolta, Ritagli di carta e cielo, (Edizioni d’arte Il Bulino, Roma), a cui seguiranno altre pubblicazioni con grafiche d’autore, anche per la Collana Cinquantunosettanta di Enrico Pulsoni, per le Edizioni Pulcinoelefante e le Copertine di M.me Webb. Nel 2013. Di recente pubblicazione è la silloge Ma da un presagio d’ali (La Vita Felice, 2015).

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Adele Desideri, romanzo: La figlia della memoria (Moretti&Vitali, 2016) Nota critica di Franco Loi , una Nota di lettura diacritica di Giorgio Linguaglossa ed ampi stralci del testo

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Fine della modernità

Adele Desideri, poeta, saggista e critica letteraria, vive e lavora a Milano. Ha pubblicato i libri di poesia Salomè (Il Filo, 2003), Non tocco gli ippogrifi (Campanotto, 2006), Il pudore dei gelsomini (Raffaelli, 2010), Stelle a Merzò (Moretti&Vitali, 2013. Le sue opere – presenti in mostre, volumi storici, antologie pubblicate anche all’estero, plaquettes – sono tradotte in inglese, spagnolo, francese, arabo, russo, albanese, armeno, in giapponese da Ikuko Sagiyama.

Nel 2015 è uscita la traduzione in spagnolo di Carlos Sánchez de Il pudore dei gelsomini (El pudor de los jazmines, Raffaelli), e-book. Prossima la traduzione in inglese di Stelle a Merzò.

È curatrice del volume La poesia, il sacro, il sublime (FaraEditore, 2009: atti dell’omonimo convegno svoltosi a Milano, in collaborazione con Alessandro Ramberti), del convegno Etica e bellezza e del relativo volume Etica e bellezza. Atti del Convegno. Lugano, 26 novembre 2013 (I Quaderni del P.E.N., GuaraldiLAB/EUSI 2014). Del settembre 2016 il suo primo romanzo, La figlia della memoria (Moretti&Vitali).

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Nota critica di Franco Loi a La figlia della memoria di Adele Desideri (Moretti&Vitali 2016)

 L’infanzia e l’adolescenza, risorgenti in noi durante l’intera vita come un sogno, sono la radice stessa dell’esistere. Spesso non si sa dove e come si siano nascoste, se mai ci siano state. Spesso ci richiamano, in un alternarsi di luce e buio significativi. È il tempo in cui intuiamo e pratichiamo l’essenza stessa di ogni cosa e ci nutriamo della gioia e dei più profondi dolori. È anche il tempo in cui ci si guarda e si riflette: ogni istante diventa uno specchio – nei rapporti con la natura, con le persone, col nostro corpo. Non c’è nessuno a cui riferire le nostre emozioni, le esperienze. Sentiamo che non saremo capiti. Abbiamo una precoce sensazione dell’inadeguatezza degli adulti, soprattutto nelle nostre esperienze più profonde. Scrive infatti Adele: «Come avrei potuto spiegare a mamma (…) che il mio corpo era diventato “i miei corpi”: uno sopra, come una nuvola, e uno sotto, immobilizzato?». È quello anche il tempo in cui si vedono i fantasmi, si sentono le voci, si prevede il domani.

Adele tratta il tutto con il distacco, e quindi l’ironia, di chi ha imparato a comportarsi in modo da non essere travolta da quelle prime umane vicende. Da questa sua ironia e dai rapporti infantili viene anche l’uso del toscano popolare che dà forma e colore a tanti passi del suo ricordare. Non a caso lei scrive che «La lingua toscana, forse più di altri idiomi materni, ti entra nel sangue attraverso il latte e ti segna a fondo». E, in un altro passo, conferma: «Avere radici toscane ha significato, per me, sapere e potere accorciare le distanze» con gli altri. Penso che qualcosa di simile possa accadere al lettore di questo libro.

(Franco Loi, Milano, 10 febbraio 2013)

Nota di lettura diacritica di Giorgio Linguaglossa

Non è un caso che oggidì assistiamo al proliferare dello stile floreale da supermercato dei romanzi mediatizzati. Il romanzo autobiografico (?) di iniziazione al mondo di Adele Desideri è anche il racconto di una compromissione con il mondo, la narrazione della avvenuta dis-autenticità. È questo aspetto che ha destato il mio interesse verso il romanzo, di qui il mio plauso per quella capacità che hanno i «poeti» quando scrivono romanzi di andare al centro delle cose con uno stile asciutto, privo di orpelli, scritto per «frammenti» e per flash, per rammemorazioni e ricordi precisi, nitidi, icastici. Ed è nello stile e nella sobrietà della narrazione, sempre tesa su un filo, che Adele Desideri ci dà un’opera di rara maturità espressiva: la storia degli adulti visti dagli anni Sessanta in giù, attraverso lo sguardo curioso e analitico di una bambina. La «ricostruzione» del passato è fatta con un sguardo analitico, il voler comprendere come e perché quel mondo sia scomparso, che cosa c’era in quel mondo che lo avrebbe determinato alla scomparsa, è questa la domanda fondamentale che muove il romanzo di ricostruzione psicologica dell’io narrante.

Non c’è luogo della rappresentazione letteraria del secondo Novecento che non tenda, in qualche modo, al verosimile e, al contempo, non additi la propria «maschera». La poesia e il romanzo dello sperimentalismo, rispetto alla poesia e al romanzo del post-ermetismo e dell’ermetismo, ha una sofisticata coscienza del carattere di «finzione» dell’opera letteraria, ha coscienza della propria «maschera», anzi, c’è in essa una vera e propria ossessione della «maschera». Hilarotragoedia  e Letteratura come menzogna di Giorgio Manganelli, entrambe le opere scritte negli anni Sessanta, sono l’espressione di un modo di intendere la narrazione come «maschera», «finzione». Scrive Manganelli che lui ha «proposto una nuova, e a nostro avviso, pratica e maneggevole classificazione delle angosce». La narrativa di Manganelli, Italo Calvino, di Antonio Pizzuto  invece mette in scena la «maschera», allude alla propria «maschera», alla «angoscia» di fronte alla maschera, racconta l’inverosimile, e la scrittura occupa il posto di avanscena. È la «cattiva» coscienza del narratore post-moderno nei riguardi del romanzo: che esso non serva che a se stesso, per un discorso autoreferenziale che ammicca alla citazione e al rimando testuale. Per lo sperimentalismo, la «poesia» e il «romanzo» sono una convenzione e, in quanto tale, l’autore deve trasgredire tale convenzione, il patto formalistico tra l’autore e il lettore che legittima l’opera. Lo sperimentalismo impiega tutte le proprie forze nella sostituzione della prima persona del discorso poetico con la terza, lavora per lo svuotamento e la spersonalizzazione dell’«io» poetico. La convenzione borghese del romanzo e della poesia dell’Ottocento riserva alla terza persona un posto d’onore, essa fornisce la garanzia di qualità e la certificazione della sua verosimiglianza al «reale».

adele-desideri-cover-la-figlia-della-memoriaCon il modernismo diventa manifesto che la poesia e il romanzo sono privi di una certificazione di origine controllata. Tra la terza persona del discorso narrativo e la prima persona del discorso poetico si insinua una segreta e dissimulata concorrenza, il passato remoto del romanzo borghese si oppone al passato remoto della lirica del romanticismo per scalzarla del tutto agli occhi del pubblico, il romanzo diventa più rassicurante, più verosimile, e quindi verificabile, certificabile, controllabile. Inoltre, il romanzo offre la garanzia di una narrazione verosimile per  un pubblico di consumatori ai quali la borghesia, e nel Novecento la piccola borghesia, offre una certificazione di veridicità.

Alla ambiguità dell’«egli» del discorso narrativo del primo Novecento, si oppone il racconto della  autenticità dell’«io» del discorso narrativo di Adele Desideri. Se il liberty e lo stile floreale rappresentano l’ultimo stile omogeneo in Europa, in questo romanzo di Adele Desideri abbiamo uno stile non più rammemorante, una scrittura fatta di brevi spezzoni sintattici con una miriade di metafore fulminanti.

 

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La figlia della memoria di Adele Desideri (Moretti&Vitali 2016),

Stralcio dal primo capitolo, Odore di Naftalina

Mamma era, di continuo, inquietamente malata, e io mi affidavo sempre di più all’affetto del prozio Zeno, che però chiamavo zio.

Zio, con la zeta aspra toscana. Bell’uomo, elegante. Paltò scuro al polpaccio. Cappello a falda. Pantaloni e giacca cuciti dal miglior sarto della città.

Era sospettoso e sordo. Un po’ cleptomane, esibizionista – gli piaceva girare nudo, sia pure solo in casa – ostico perciò.

Aveva due grandi amori: la sorella Teresa e la pronipote Andreina.

Mi chiamava con la voce un po’ arrugginita, con un maldestro miagolio: «Andreiiiina…», come se compisse un atto sacro e allo stesso tempo ignobile. Con una confidenza senza limiti e un nascondimento colpevole.

(…)

Noi due eravamo legatissimi: lui un padre, io sua figlia.

Al mattino ci incamminavamo insieme verso la scuola. A volte scordavo di mettere le mutande: i calzettoni, le gambe nude e il freddo lì.

«Zio, ho freddo!».

«Nini, hai il cappotto!».

«Zio, ho freddo lì… Mi sono dimenticata le mutande».

«Ora, se si torna indietro, ci sgridano». E mi tirava lungo la strada.

Trascorrevo, imbarazzata, l’intera giornata col freddo lì.

Alle quattro del pomeriggio la campanella suonava libertà. Il portale scuro s’apriva nell’immenso giardino del triste convento. Vicino alla vecchia quercia le mamme, i sorrisi, i volti graziosi. A rubare i miei occhi, sgomenti di desiderio.

Nel mezzo, zio.

Era lui che si occupava di me. Mi accompagnava al collegio e, finite le lezioni, mi riconduceva a casa. Per il resto del tempo se ne stava nella stanzetta che mamma gli aveva riservato. Quando nonna Teresa è morta, il suo comodino è diventato un altare alla memoria, addobbato con fotografie, candele e fiori sempre freschi, di fronte al quale lui pregava l’adorata defunta come fosse una divinità.

Le scriveva lettere infinite che lasciava in mostra, a guisa di biglietti votivi, insieme con altri oggetti per lui sacri, appartenuti, in vita, alla sorella.

Forse perché era sordo, non percepiva la punteggiatura.

Siccome le lettere per nonna zio le faceva leggere solo a me e mi chiedeva di correggerle, per amor suo ho imparato l’arte dei punti, delle virgole, degli esclamativi e degli interrogativi. Mi è rimasta una certa acribia nel virgolettare e punteggio ancora volentieri, forse troppo.

Un mattino, per strada, ho visto un pannolino rosso di sangue, che probabilmente a zio deve avere rammentato i vizi notturni delle donne di facili costumi.

«Zio, cos’è?».

«Vieni via, vieni via, ’un guardare, è robaccia!».

E ci siamo precipitati verso il marciapiede opposto. Lui protettivo, io incredula.

Di rado avevamo il permesso di andare ai giardini. Io giocavo solo con lui: con i miei coetanei non mi trovavo a mio agio.

Era sordo, non muto.

Urlavo. Lui provava ad ascoltare, ma non sentiva. Allora lo tiravo per un braccio, lo inducevo a guardarmi il viso, poi parlavo adagio, sillabando con le labbra, lentamente. Mi sorrideva, mentre scrutava la mia bocca come fosse un testo ispirato da Dio.

Mi offriva quel che poteva.

Ci sentivamo morbosi, non amati, perversi, delicati: eravamo uniti dalle ingiurie altrui, congiunti nella malinconia.

Geltrude, che io chiamavo Tude, era robusta di corporatura e molto in carne, sana come un pesce, volitiva e aggressiva. Era una strega.

Tesseva ragnatele di odio e spargeva polvere velenosa per tutta la casa.

Quando entravo, in cerca di un po’ di compagnia, nel salotto dove studiava, mi riceveva con i suoi soliti modi sprezzanti.

«Vai via, mi fai pena: sei sempre appiccicata a zio Zeno!».

Sbattevo la porta, raggelata, e mi rincantucciavo nel mio nido, in camera di zio. Lui, per consolarmi, mi abbracciava e, mormorandomi parole dolcissime, mi accarezzava con le sue mani ruvide e pelose.

(…)

E tu, mamma, dov’eri?

Stralcio dal diciassettesimo capitolo, Dubito, ergo sum

 Don Bernardo, seduto nel confessionale, ha ascoltato in silenzio tutta la vicenda. Le braccia incrociate, il volto abbassato, a tratti qualche sospiro. Mi ha preso le mani, ancora dolenti per le ferite, e mi ha guardato fisso negli occhi.

Un lungo momento di trepidante attesa.

L’assoluzione non me la merito. Spero, però, che non mi rimproveri con durezza. Sono troppo fragile. Basta una parola sbagliata e crollo, come le foglie secche, in autunno, dal ramo.

«Andreina, il tuo nome è Andreina, vero? Ti narro un’altra storia. Te la leggo, per la precisione».

Ha aperto La Bibbia. Fuori c’era gente che aspettava il turno per confessarsi. Ma lui non sembrava avere premura. Io mi sentivo il cuore in gola, temevo il suo giudizio. I suoi gesti rallentati mi rendevano sempre più timorosa.

Eppure percepivo aleggiare, attorno al corpo di don Bernardo, una presenza-assenza tacita, soave, potente.

Si espandeva, lo avvolgeva, pareva quasi illuminare, con frammenti purissimi di luce, l’oscurità che riempiva lo spazio tra la sua persona e le pareti lignee alle sue spalle.

«Gesù si avviò allora verso il monte degli Ulivi. Ma all’alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dissero: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”».

Don Bernardo ha indugiato nel proseguire – la testa reclinata – fissando il libro, con uno sguardo assorto.

Sbatteva le palpebre, muoveva impercettibilmente le labbra, senza emettere, tuttavia, alcun suono. Era difficile intuire cosa stesse pensando.

La sua voce, poi, mi è giunta nuovamente, in un baritonale mormorio: «Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi».

Un’altra pausa. Si è tolto gli occhiali, li ha puliti con un panno e ha ripreso, con vigore, scandendo lentamente ogni parola: «Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Allora Gesù, alzatosi, le disse: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. Ed ella rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù le disse: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”».

Tacevo. Lui pure. Tacevo e singhiozzavo.

Ha preso il mio volto tra le sue mani. Mi ha stretto forte, aspettando… rispettoso, mite, commosso.

Intanto, i frammenti di luce si erano fatti più tenui, tremolavano, sembravano non avere requie.

«Don Bernardo… io… mi sento troppo colpevole».

«Cara ragazza, rifletti su quanto ti ho narrato. Rifletti e prega. Vedrai, Gesù ti sarà accanto! Troverai in te stessa la via maestra che hai perduto. Però, ricorda: sei assolta! Vai in pace. Ti libero da tutti i tuoi peccati».

Ho compreso che non dovevo aggiungere altro. Ero congedata.

«Grazie, don Bernardo. Rifletterò. Pregherò. E tornerò, se lei vuole. Per ora grazie, davvero!».

Mi stavo girando per andare via. Ma, mentre mi sollevavo dall’inginocchiatoio, mi è venuta spontanea l’ultima domanda:

«E… la penitenza?».

«Quella ce l’hai già nel corpo. E nel cuore».

Una filigrana di ricordi. Un oceano di sensazioni. Una cascata d’acqua impura. Avvoltoi sul capo. Moscerini nelle orecchie. Letame alle narici. Vergogna.

Nauseante realismo. Spudoratezza. Insinuante violenza. Contraffazioni emotive. Debolezze striscianti. Giochi di ruolo.

Asse capovolta.

Demenza e voracità. Carosello di stupidità. Messa funebre.

Ecco cosa sei stata, Andreina. Una meschina figura. Uno spettro che smaniava di notte e si dileguava al mattino. E, al mattino, una povera ragazza, delusa, rassegnata.

Ma gli occhi di don Bernardo, la sua pacata benevolenza, ti hanno graffiato l’anima. Ti sei vista riflessa nella sua espressione mortificata.

E poi, quei frammenti di luce… Ti sei smarrita in quei frammenti di luce.

Forse, c’è un riscatto. E, dopo l’abisso, la rinascita.

Ora, però, metti un velo. Un velo, tra te stessa e i tuoi misfatti.

Ritirati.

E nella riservatezza, nella rinuncia, nella modestia, lascia che quei frammenti di luce ti lambiscano, ti inondino.

Nella preghiera ritrova te stessa, perdona e lasciati perdonare.

Stralcio dal quarto capitolo pag. 51

 Avevo una bambola: si chiamava Poldina. Era di pannolenci. La testa, le gambe, le braccia di gomma.

Lavavo Poldina e le cambiavo il pannolino tutte le mattine, poi alle quattro e mezza, dopo la merenda, e alla sera, dopo Carosello. Le davo la pappa, le facevo fare il ruttino e la sistemavo nel lettuccio. Se piangeva mentre facevo i compiti, la dondolavo un poco. Quando non potevo accudirla, se ne occupava zio Zeno, l’unico di cui mi fidassi.

Poldina era Ombretta.

Ombretta, il nome che la mamma voleva darmi alla nascita. Ma nonna Teresa si è imposta e mi hanno chiamato Andreina.

Poldina era la bambina che avrei voluto essere. era l’innocenza, l’istinto della maternità, il latte buono, il sonno tranquillo, il vestito giusto, il tepore, il calore, il fiocco rosa, l’ordine delle cose, l’intelligenza della realtà.

Poldina era un sogno. Poldina era il candore, la quiete, la pace.

Poldina era Poldina.

e io ero sempre io: bislacca, disorientata, sbagliata.

Nei lunghi inverni piemontesi giocavo in casa, nella stanza degli armadi. Vasta, rivestita – appunto – di armadi, nei quali si riponevano gli abiti fuori stagione, e piena di giocattoli. Spegnevo la luce, accendevo una lampadina, mi sedevo al tavolo, prendevo alcool e cotone. e giocavo. il divertimento consisteva nel pulire accuratamente e ossessivamente tutti i miei bambolotti, togliendo polvere e ombre dai più reconditi angolini.

Stralcio da pag 55

A notte fon da, quando babbo e mamma dormivano da un pezzo, dopo che finivano gli strani sospiri che ogni sera, sul tardi, giungevano dalla loro camera, finalmente mi assopivo, esausta. E la mattina mi svegliavo stropicciata, molle.

Un ricordo nebuloso: sono nella cameretta, nel letto che alla sera mamma estrae dall’apposita scatola affissa alla parete e che di giorno scompare, quasi misteriosamente. Questo meccanismo, questo mio letto che c’è e non c’è, non mi è mai piaciuto.

In quello di Tude è sdraiata una ragazzina più grande di me. Mi invita a dormire sotto le sue lenzuola. ho freddo, ma la raggiungo e mi ci infilo. Le sue mani sono leste, morbide, gentili. Si insinuano, sottili e delicate. Sfiorano, titillano, accarezzano. Accendono un’arcana fiammella invisibile, intangibile. In questo dolce abbraccio mi addormento secca, senza il tormento dell’insonnia funestata da visioni inquiete.

Non so chi sia quella bimba, nemmeno voglio saperlo.

È stata il viatico della mia prima esperienza erotica. Non mi ha turbato. Le sono grata.

[…]

Nonna è pallidissima: un cadavere.

Il volto arcigno, gli occhi aperti, fissi, vitrei. non parla, si muove con rigidità, a scatti: è sul marciapiede, cerca di aprire la porta a vetri, quella che sta all’ingresso del palazzo di corso Vittorio Emanuele. Mi vuole prendere, minacciosa. Io sono al di qua, nell’interno.

Scappo, salendo affamata i gradini che mi separano dall’ascensore. Me la sento alle spalle. Schiaccio il tasto di chiamata; aspetto, terrorizzata. Ma non arriva! Non arriva. L’ascensore non arriva.

Nonna ha varcato la soglia, sale i gradini, è dietro di me, le sue mani di ghiaccio mi cingono il collo. Urlo senza un filo di voce, l’ascensore non arriva, aiuto, aiuto…

Poi il maledetto montacarichi appare e so che devo risalire sette piani prima di essere a casa, al sicuro.

Ora lei è lì, dentro l’abitacolo. Allunga le braccia gelide, nude. Silente, la bocca socchiusa, le labbra violacee. Mi stringe ancora il collo. Soffoco, soffoco.

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Edith Dzieduszycka Brani dal romanzo INTRECCI   – Genesi Editrice, 2016 con uno stralcio della Prefazione di Eleonora Facco e una Nota di lettura di Giorgio Linguaglossa

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Intrecci

Dalla prefazione di Eleonora Facco

 Olga, la donna da Oblomov amata ma perduta per la sua rovinosa apatia, ha sposato il suo più caro amico, Andrej Stolz, e vive felicemente con lui. Ed è talmente felice che, ad un certo punto del loro matrimonio, si intristisce ed è sopraffatta dall’angoscia. Andrej (figura maschile che non sembra uscita dall’immaginazione dell’autore, tanto è vicina all’ideale di uomo che ognuna segretamente costruisce dentro di sé) si preoccupa per lo stato in cui si trova l’adorata moglie e cerca di indagare parlando con lei. Olga è giovane, sana, innamorata e dalla vita sembra aver avuto tutto: non può nemmeno lamentarsi dell’uomo che ha accanto, “simply the best” come cantava Tina Turner. E allora? “Forse tu sei arrivata a quel momento, in cui la vita si ferma… non ci sono più enigmi, essa s’è rivelata tutta…” ipotizza Stolz. “La felicità trabocca, si ha tanta voglia di vivere… e ad un tratto vi si mescola questa tristezza ed amarezza”  ammette lei.  Suo marito, per confortarla, aggiunge poco dopo: E’ la tristezza dell’anima che domanda alla vita il suo segreto. Semplicemente il migliore, appunto. Anche perché Stolz/Goncharov può voler significare che la sensibilità delle donne è tale da far loro sentire il brivido dell’infinito, del mistero che va oltre l’esistenza. Allora tutto ciò che è terreno, e quindi finito, perde di importanza: persino la gioia non riesce a riempire quel senso di vuoto chiuso da sempre e per sempre in fondo al cuore.

Chiarito questo, possiamo affrontare serenamente le vicende di Valeria e Clara,  che vivono l’una con un compagno, Giuseppe, e l’altra con il marito Riccardo e tre figli. L’inizio della narrazione ci fa sentire subito vicino ai protagonisti in questo piccolo mondo quotidiano dove ritroviamo accadimenti, ragionamenti e conclusioni che conosciamo bene e che viviamo ogni giorno in prima persona. Soprattutto nei pensieri, perché la storia si sviluppa nei lunghi monologhi interiori di cui le donne sono tanto esperte; quelli cioè rimuginati nelle lunghe ore di solitudine, mentre gli uomini sono al lavoro e i bambini a scuola, mentre cucinano o stirano o caricano gli elettrodomestici. Gesti talmente di routine da favorire tormentose elucubrazioni mentali; e non importa se si ha la fortuna di avere un lavoro: le incombenze raddoppiano ma l’isolamento resta.  Nonostante ciò, quelle ore solitarie sono confortate dall’attesa del ritorno dei propri cari e dalla convinzione che ci si stia sì sacrificando, ma per loro e per il loro benessere, sentendosi pure in colpa se si trovano dei momenti da dedicare a se stesse.

All’aprirsi del sipario – mi sia concessa quest’espressione teatrale che focalizza così bene il punto della situazione – troviamo Valeria che si tormenta macerandosi in un flusso continuo di pensieri, per niente inconscio, quando è sola in casa davanti alla sua solitudine. E’ allora che  comincia a interrogarsi sui fatti del suo stare insieme con Giuseppe: troppi segnali, troppi sintomi stanno ad indicare che il loro rapporto è cambiato e non certo in maniera positiva. Ma la cosa che di più brucia a Valeria, peggio di uno schiaffo in faccia, è di venire aggredita dalla più subdola delle violenze: il silenzio. Perché cercare di avere un dialogo con il proprio uomo, fare proposte di viaggi nel tentativo di migliorare il rapporto, essere triste o allegra e ricevere in cambio un silenzio pesante più del piombo è, a tutti gli effetti, una violenza che fa sentire la donna che la subisce umiliata e disorientata. Peggio, impotente di fronte a qualcuno che volutamente  fa finta di non aver sentito i suoi richiami e nega in questo modo il suo stesso diritto ad essere considerata una persona,  dandole la sensazione non di chiedere, ma di mendicare un gesto di affetto, una parola amichevole.

Per fortuna, almeno per lei, c’è il lavoro fuori casa, la scuola – dove potersi sentire ancora utile a qualcuno – e le amiche, anch’esse alle prese con i propri fallimenti e con i tradimenti maschili, con le quali scambiarsi opinioni e confrontarsi sulla propria infelicità.

In ben altra circostanza si trova Clara, inchiodata a letto con una gamba ingessata: nel tentativo di riporre indumenti e oggetti in cantina, è scivolata per le scale ed è rimasta a lamentarsi nel buio finché il portiere non l’ha sentita. Il più stupido degli incidenti e lei la più stupida delle donne, si ripete con rabbia. L’inattività forzata le fa male più della frattura riportata, acuita dall’atteggiamento generale della sua famiglia – situazione che tutte conosciamo bene – dove l’eccessiva gentilezza e i continui “devi riposare, non preoccuparti” non riescono a mascherare il disagio e il disappunto per il fatto che la colonna portante della struttura domestica è fuori gioco, incapace di eseguire quell’enormità di cose che fa ogni giorno. Difficile ignorare che i suoi cari siano ansiosi che lei guarisca al più presto.

edith-intrecci-coverInvece, non c’è nulla da fare, solo aspettare che il tempo passi. Clara lo sa e si rammarica, perché guarire in un batter d’occhio non dipende, purtroppo, da lei. Così, all’improvviso, da lavoratrice moglie e madre superimpegnata, si ritrova a non fare  niente, se non ascoltare musica, guardare vecchie fotografie e inventarsi una fiaba da raccontare ai due bambini, Nico e Filippo. Ed è proprio la favola che la fa cadere nella trappola delle variazioni sul tema, dei pensieri vaganti in libertà, dei ricordi dimenticati tanto tempo prima. Dell’interrogare a fondo se stessa. Affiorano allora in superficie le domande che nessuna ha mai voglia di porsi e a cui ci si affretta a trovare risposte confortanti. E’ soddisfatta della sua vita, di suo marito in particolare?  Certo, sicuro. Ma intanto si affaccia alla sua mente il nome di un altro uomo, un affascinante divorziato, conosciuto a cena in casa di amici, e di cui ha taciuto l’esistenza al marito.

Con il procedere della fiaba nella sua fantasia, complice l’oppressione dell’ozio, i pensieri di Clara si fanno sempre più profondi e tormentati, fino a quando arriva a chiedersi se le frasi gentili del marito, dei figli e persino delle amiche che vengono a trovarla, non siano altro che maschere per nascondere noia, fastidio, disinteresse. Anzi, giunge a pensare che forse tutto non sia altro che finzione e che nessuno di noi, in realtà, sappia veramente che cosa passa nella testa di chi ha accanto, ma stia solo recitando una parte. Proprio come Erving Goffman, sociologo canadese, scrisse nel suo celebre libro del 1956 “La vita  quotidiana come rappresentazione”, in cui paragona la vita sociale ad un teatro quotidiano dove noi, gli attori, agiamo in uno spazio scenico che si divide tra la ribalta e il dietro le quinte e dove il risultato da raggiungere è il riuscire a presentarsi davanti agli altri nel migliore dei modi.

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Nota di lettura di Giorgio Linguaglossa. È un romanzo psicologico

L’autrice ha iniziato a scrivere il romanzo trenta anni fa. Poi è rimasto in un cassetto. Durante questi trenta anni ogni tanto lo riprendeva e ci lavorava. È un romanzo psicologico, ognuno dei quattro personaggi (due coppie) viene indagato nei minimi recessi dei propri risvolti psicologici; tutto il romanzo è una indagine sui minimi, impercettibili movimenti della psiche, un progressivo lentissimo allontanamento dei protagonisti all’interno delle due coppie, e un improvviso repentino loro avvicinamento incrociato. È il tema trattato dal Goethe ne Le affinità elettive (1809). La formula delle due coppie non smette di produrre altra narrativa. Il romanzo psicologico è una forma-narrativa integrale che risponde a precise leggi di composizione, è un genere oggi poco frequentato in quanto i narratori preferiscono accomodarsi in generi, diciamo, d’azione, dai movimenti interni veloci, convulsi, per attirare l’attenzione sempre più debole del distratto lettore di oggi.

Non è da oggi che nella forma-poesia e nella forma-narrativa (che sono spazi espressivi integrali), le istanze saggistiche abbiano preso campo ed abbiano dis-locato le istanze “liriche”; così anche le istanze narrative, quelle proprie della narrazione romanzesca, hanno fatto storicamente ingresso nella forma-poesia producendone una implosione dall’interno. Fino al punto che oggi non si può più scrivere una poesia che sia soltanto afflato lirico, tanti sono gli elementi spuri che sono penetrati dentro la forma-poesia. Nel caso della Dzieduszycka dal nome impronunciabile, è chiaro che qui siamo in un genere romanzesco che narra e delimita un evento, narra un evento e, mentre che lo narra, ce lo mostra, ci gira intorno in modo vorticoso e ossessivo. In un certo senso, è vero che la Zdieduszycka si muove nell’orbita della forma narrativa, e spesso quest’ultima è applicata anche alla poesia; come dire, la poetessa romana si muove tra i due risvolti della narratività (quella propria della poesia e quella propria del romanzo), si muove sull’orlo di un bilico, oscilla tra le due forme senza mai perdere l’equilibrio e precipitare in una o nell’altra. E qui, credo, sta la vitalità della sua poesia.

Ho scritto in altra occasione: «Dissento sull’assunto di Salvatore Martino e Pasquale Balestriere, in particolare sulla loro tesi secondo cui la poesia della Dzieduszycka sarebbe una forma narrativa spezzettata con degli a-capo. È proprio qui il punto, la Dzieduszycka utilizza i rottami del parlato e non solo ma anche delle parafrasi del linguaggio pubblicitario (come ha notato acutamente Martino) con quel verso:

Faticoso è stato l’atterraggio ma ce l’abbiamo fatta

per operare delle tensioni interne alla forma-poesia resettandola sul piano della sequenza narrativa ma poi, con un colpo di direttore d’orchestra, paludarla nella forma-poesia come di ritorno dalla forma narrativa. Si tratta di uno spaesamento semantico tutto interno alla poesia che ha l’effetto di sensibilizzare il lettore acuto con delle reviviscenze di provenienza narrativa…

Certo che la poesia della Dzieduszycka può essere messa anche in linea, senza gli a-capo, e siccome è una versificazione di provenienza narrativa non ne avrebbe ripercussioni negative ma potrebbe esistere anche in quella condizione. Ma qui quello che è importante a mio avviso è che la Dzieduszycka opera come un minatore nel sottosuolo dei linguaggi narrativi per ribaltarne il valore semantico traducendo il dettato narrativo in una forma-poetica. Si tratta di una pratica post-moderna utilizzata non solo dalla Dzieduszycka, ma anche da un poeta molto diverso che ho postato stamane come Mario Gabriele.

Si consideri che il momento espressivo-metaforico del genere del romanzo psicologico è uno spazio espressivo integrale dove il momento espressivo coincide con il linguaggio pregresso proprio del genere di appartenenza, e anche con il linguaggio poetico della Dzieduszycka che ha questa caratteristica eminentemente narrativa.

Il problema di fondo (filosofico, e quindi estetico) della narrativa di oggidì è il non pensare che il problema di una «forma» non può essere disgiunto dal problema di uno «spazio» e quest’ultimo non può essere disgiunto dal problema del «tempo» (tempus regit actum, dicevano i giuristi romani). Ora, il digiuno di consapevolezza critica circa le differenze tra i generi narrativi ha determinato, in Italia, una narrativa scontatamente lineare, giornalistica… ne è derivata una narrativa superficiaria e unidimensionale.

In questa sede posso solo tracciare il punto di arrivo di questo lungo processo: il minimalismo e il post-minimalismo delle scritture romanzesche di tipo giornalistico.

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Brani tratti dal romanzo Intrecci

             Ora tocca a me dirigere il traffico…

            Valeria definiva in quel modo autoironico il breve soprassalto decisionista che la scuoteva ogni tanto. Le accadeva infatti di prendere con se stessa delle risoluzioni stile parabola, credendole o facendo finta di crederle aderenti alla realtà. Ad essere però appena un po’ obbiettiva, e riflettendoci sopra con un minimo di onestà, capiva benissimo di recitare in certe occasioni una parte piuttosto patetica. Ciò non impediva che a intervalli più o meno regolari, e senza molte illusioni, le refluisse dal profondo qualche rigurgito velleitario. Quasi sempre senza risultato apprezzabile, d’iniziativa o ribellione. Ma non demordeva. Perché senza quello non si muove foglia. E la vita diventa d’una noia mortale. Perfino per una piuttosto tranquilla come me.

            Capitolo 1, pagina 15    (Valeria)

             L’appartamento era polveroso, grigio, per niente accogliente, anzi piuttosto lugubre. Abbandonato senza cura né pulizie da tre o quattro mesi, e si vedeva. Quando era stata l’ultima volta che ci aveva passato una settimana in solitudine e con grande sollievo dopo la loro ultima lite, particolarmente sgradevole? Forse in giugno, luglio, comunque prima delle vacanze. Il motivo era stato semplice e banale: si trattava di decidere la data per una breve vacanza agostana, – il mese peggiore dell’anno, anche se bisogna pur viverlo in qualche modo! – Ma era stata soprattutto la destinazione a provocare frizioni tra di loro: mare? montagna? lago? campagna? con amici? senza? Valeria preferiva la campagna, eventualmente la montagna, da soli, in qualche alberghetto tipo pensione di famiglia che a Giuseppe faceva orrore.

            Capitolo 4, pagina 30    (Giuseppe)

            Almeno si trattasse d’impegni rilevanti o gratificanti – escludeva la scuola da quella lista –, del genere che un po’ cambiano il corso degli eventi. Macché! Non sarebbero stati mai di quel tipo. Ormai ne era sicura. Bisognava rassegnarsi. Ma più tentava di convincersene e più sentiva crescere in sé una frustrazione e una rabbia impotenti. Cercava di controllarle ma sicuramente un giorno o l’altro sarebbero per forza esplose, non essendo lei più capace di trattenerle. Colpa di Giuseppe se sono diventata quella frana abulica? Se così fosse mi avrebbe fatto un danno non da poco. Ma forse sono soltanto scuse che mi cerco per consolarmi. La realtà credo sia diversa. Purtroppo. E la verità è che sono io, probabilmente, io sola, colpa del mio male.

            Capitolo 8, pagina 58   (Valeria)

             Rievocando il passato e ripescando nella sua memoria alcuni episodi in cui Giuseppe somigliava di nuovo al Giuseppe originale, Valeria si sentiva dentro come un’ondata di calore che la percorreva tutta, e percepiva una piccola voce interiore che le sussurrava: Forse vale ancora la pena insistere. In fondo, qualcosa è rimasto. Qualcosa di prezioso, ricoperto dalla patina dei giorni. Forse se riuscissimo a parlarci. Una volta. In un momento propizio. In un luogo giusto.

            Capitolo 12, pagina 80    (Valeria)

            

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Invece appena si ritrovava completamente sola, e soltanto allora, le cose mutavano. La casa cambiava anima. Diventava raccolta, avvinghiata intorno a lei, ancora più silenziosa; e la sua camera simile a una tana protettrice e calda, un po’ buia in quelle giornate sporche d’autunno avanzato; ma per niente triste; soltanto complice, confidente.

            In quei momenti non esistevano più i rumori della vita fuori, né gli accordi della musica, né l’armonia blu della sua stanza, e neanche il tanfo dei fiori ormai quasi marci. Non importava più l’arnese di gesso che l’impalava come un insetto ferito, come un grosso ragno in agguato nel cuore della sua tela.

            Capitolo 15, pagina 93   (Clara)

Malgrado tutti i suoi sforzi Riccardo si sentiva sempre più impaziente e nervoso per quella situazione che minacciava di durare ancora parecchio tempo. Nell’immediato non c’era niente da fare se non aspettare. Aspettare che l’osso si consolidasse, che la ferita dell’intervento guarisse, che si possa presto ritirare il gesso e far venire in casa un fisioterapista. Che tutti i pezzi del mosaico si rimettessero al loro posto, nel posto in cui stavano prima. E aspettare non era mai stata la sua caratteristica principale.

            Sempre da un cantiere all’altro, sempre affannato e stanco, si rendeva conto che si vedevano poco, che le loro vite correvano su binari paralleli, con pochi punti di contatto agli scambi automatici.

Ora poi, i contatti, almeno quelli ai quali penso, non ci sono proprio più. E dire che sono una bella valvola di sfogo, che finora ha sempre funzionato tra di noi. Spero finisca presto quel periodo maledetto.

            Capitolo 19, pagina 117    (Riccardo)

            Ma che posso fare? Ormai sono legato al carro. Non mi ci vedo abbandonare tutto e andare a vivere in campagna per piantare cavoli e allevare pecore. Questo si può fare a venti anni, a trenta, se non si vede alternativa, quando ci sono le forze e le illusioni per poterlo tentare. Io sono troppo vecchio ormai per ricominciare una nuova vita. Non ho l’animo bucolico.

            Mi rendo conto d’esser stato contaminato, ricoperto da una patina di cinismo, scetticismo, liberismo, consumismo, tutte quelle belle parole in “ismo”, di cui per fortuna ci siamo in piccola parte sbarazzati. Somiglia alla polvere sul mobile di mia madre. Si depone, piano piano. Uno non se ne accorge nemmeno. E se non ne prende coscienza in tempo, si ritrova completamente sommerso. Quello strato si solidifica e si trasforma in una specie di lenzuolo che ti avvolge prima del tempo. Sei già pronto per la bara, anche se ti sembra di aver indossato un bellissimo abito di gala, presto rosicchiato dai topi o mangiato dai vermi.

            Capitolo 23, pagina 152    (Giuseppe)

            Ora lo guardo, seduto a tavola di fronte a me, con i suoi dieci anni di più la faccia solcata da precoci rughe, la fronte più alta, un abbozzo di barba già sale e pepe, un inizio di pancetta. E mi chiedo: cos’è rimasto del nostro sogno anzi della nostra ferrea volontà di diventare una coppia speciale, che niente potrà mai scalfire; che resisterà agli assalti del tempo, gran

divoratore di entusiasmi, risoluzioni, promesse, in una parola, amore. Parola, quella, logora, consumata, senza più senso.

            Non saprei veramente dire, ora come ora, se qualcosa si risveglierà ancora in me nei suoi confronti. Per essere più precisa, ho ancora voglia di scopare con lui? Mi fa ancora sentire in fondo a me quelle  sensazioni difficili da descrivere con delle parole che mi trasformavano in una lupa affamata?

            Capitolo 26, pagina 162     (Valeria)

         

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   Per la prima volta da molto tempo ho sentito che un uomo mi guardava, intensamente, non in quanto femmina da scopare, né insegnante dei figli, né persona incrociata per caso. No. Mi guardava. Non saprei dire esattamente in quale modo. Ma dentro quel suo sguardo mi sentivo cambiare, piano piano. Diventare qualcun altro. Sentivo che ero di nuovo qualcuno per un uomo. Una donna. Apprezzata, forse ammirata? Posso dire desiderata? Non lo so, perché la cosa era talmente impalpabile, leggera, discreta, che non avrei potuto qualificarla;però non si poteva ignorarla o negarla. Non un’idea inventata, chi sa perché No. Era un fatto reale e concreto. Lui mi vedeva. Ma soprattutto mi guardava:  gli occhi, la bocca, un breve sguardo poi alle gambe incrociate e alla mano sinistra senza fede. Neanche lui l’aveva. Ma ormai sono pochi gli uomini che la portano. E questa piccola assenza procura loro un grande senso di libertà di cui sono sempre affamati.

            Capitolo 28, pagina 170    (Valeria)

            Si sentiva come una gestante colpevole, gravida per le premure di qualche mostro non identificabile, qualche idra piena di teste: orgoglio sempre presente anche se negato, noia, narcisismo, desideri inconfessabili, traumi lontani non completamente seppelliti, che la luce del giorno e il minimo soffio d’aria riducono a poltiglia, vecchi scheletri scoperti per caso dentro grotte profonde.

            Richiedevano invece una lente decompressione, una prudente opera di maturazione e riesumazione che esigeva le cure le più sapienti e premurose. E questa necessità contrastava col suo carattere impaziente, di solito attirato da scoperte immediate e positive, da vicende concrete, con uno sviluppo e un esito ben visibili.

            In fondo a lei tremavano mille piccole luci, deboli, saltellanti, lampi appena percettibili, leggeri fuochi fatui che temeva di vedere spengersi. Diventava morbosamente gelosa dei propri pensieri.

            Li rimuginava, li analizzava, li scaldava con la tenerezza e le precauzioni di una chiocciola. Ci si aggrappava con tutte le sue forze, tremando sempre di dimenticarli o di perderli come la chiave arrugginita di qualche cassetta dal contenuto sconosciuto ma prezioso. Si accorgeva di percepire con un’attenzione e un’acutezza mai provate finora, le più deboli sfumature, le reazioni e gli atteggiamenti delle persone intorno a lei, i minimi eventi della sua piccola vita quotidiana e risicata.

            Capitolo 31, pagina 184    (Clara)

Adesso lo so.

Forse l’ho sempre saputo. Bisognerà imparare piano piano a coabitare con quel bruco che mi mangia la testa. A condividere con quell’insetto ributtante le mie gioie e dolori, vedendoli rovinare e saccheggiare le cose belle, assistendo impotente allo scempio.

A farlo ingrassare, trionfante e sghignazzante, con le mie rabbie derisorie e inutili.

Bisognerà rassegnarmi a sentirlo strisciare dentro di me, sempre più immondo e prepotente col tempo che passa e la sua certezza di vincere, bestia schifosa che lecca le ferite e si nutre dei nostri umori sotterranei e ripugnanti, tutti quegli umori che battono e premono alle porte del nostro corpo. Aspettando che si rompano le dighe della compostezza imparata, dell’equilibrio finto, delle abitudini distillate o solamente della vita che scorre. Di tutte quelle cose che ci fanno reggere o recitare, per fluire e defluire con una violenza sorniona e inarrestabile, spazzando via qualunque ostacolo, orgoglio, amore, disprezzo, interesse, vergogna, paura, soprattutto paura.

Adesso so quale è la fine della favola crudele. Non diventerò farfalla. La metamorfosi non avrà luogo. Ma anche se avvenisse sarei sparita prima di averlo saputo. Il verme sta in fondo a me, calmo e beato. Perché dovrebbe abbandonarmi? Ormai facciamo una carne sola. Si ramificherà sempre di più nel mio corpo squartato, penetrerà come una piovra viscida e molle dai mille tentacoli lungo le mie membra inerte, scaverà gallerie nel mio sguardo assente, e nessuno mi vedrà più. Mi trafiggerà in un letto scuro e accogliente, silenzioso e deserto dove potrò finalmente dormire.

Forse non subito. Di me galleggerà ancora per un po’ una piccolissima crosta bianca, dura, fredda come la superficie di un iceberg solitario. Essa rifletterà le luci che mi girandolano intorno, come un caleidoscopio impazzito ingoia e ritrasmette una realtà trasfigurata, difforme e illusoria, l’illuminazione psichedelica di un night di quarta categoria.

Invece nel fondo, succederà di tutto. Nel fondo e nel buio, un po’ prima del buio, si grida, si chiama aiuto, si rantola, si affoga, e nessuno se ne accorge. Nessuno sospetta nulla, e la bocca si riempie di sabbia, perché bisogna tacere, e non dar fastidio a quelli che ballano, a quelli che fanno l’amore, a quelli che fanno la guerra, a quelli che accanto a me, ormai nel silenzio anche loro, affogano e non possono più gridare.

Solo una strana musica, lontana, dolce, un po’ irreale, spanderà la sua armonia triste sopra la voragine rinchiusa.

Capitolo 34, pagina 197    (Clara)

edith dzieduszycka 1D’origine francese, Edith de Hody Dzieduszycka nasce a Strasburgo dove compie studi classici. Lavora per 12 anni al Consiglio d’Europa. Nel 1966 ottiene il Secondo Premio per una raccolta di poesie intitolata Ombres (Prix des Poètes de l’Est, organizzato dalla Società dei Poeti e Artisti di Francia con pubblicazione su una antologia ad esso dedicata). In quegli anni alcune sue poesie vengono pubblicate sulla rivista Art et Poésie diretta da Henry Meillant, mentre contemporaneamente disegna, dipinge e realizza collage. La prima mostra e lettura dei suoi testi vengono effettuate al Consiglio d’Europa durante una manifestazione del “Club des Arts” organizzato da lei e alcuni colleghi di quell’organizzazione.

Nel 1968 si trasferisce in Italia, Firenze, Milano, dove si diploma all’Accademia Arti Applicate, poi Roma dove vive attualmente. Oltre alla scrittura, negli anni ’80 riprende la sua ricerca artistica, disegno, collage e fotografia (incoraggiata in quell’ultima attività da Mario Giacomelli, André Verdet e Federico Zeri), con mostre personali e collettive in Italia e all’estero.                       Comincia a scrivere direttamente in italiano.

Ha pubblicato: La Sicilia negli occhi, fotografia, prefazione di Giampiero Mughini, Editori Riuniti, 2004.  Diario di un addio, poesia, Passigli Ed., 2007, prefazione di Vittorio Sermonti.  Tu capiresti, fotografia e poesia, Ed. Il Bisonte, 2007.  L’oltre andare, poesia, Manni Ed., 2008, prefazione di Ugo Ronfani.  Nella notte un treno, poesia bilingue, Ed. Il Salice, 2009, prefazione di Salvatore Malizia.  Nodi sul filo, racconti, Manni Ed., 2011.  Lo specchio, romanzo, Felici Ed., 2012.  Desprofondis, poesia, La città e le stelle, 2013.  Lingue e linguacce, poesia, Ginevra Bentivoglio Ed., 2013, prefazione di Alessandra Mattei, illustrazioni di Paola Mazzetti.  A pennello, poesia, La Vita Felice, 2013, postfazione di Mario Lunetta.  Cellule, poesia bilingue, Passigli Ed., 2014, prefazioni di Stefano Gallo e François Sauteron, 2014.  Cinque + cinq, poesia bilingue, Genesi Ed., 2014, prefazione di Sandro Gros-Pietro.  Incontri e scontri, poesia, Fermenti Ed., 2015, postfazione di Anton Pasterius.  Trivella, Genesi, 2015, prefazione di Sandro Gros-Pietro.  Come se niente fosse, Fermenti Ed., 2016, prefazione di Paolo Brogi.  La parola alle parole, poesia e prosa, Progetto Cultura Ed., 2016, prefazione di Giorgio Linguaglossa.  Intrecci, romanzo, prefazione di Eleonora Facco, Genesi Ed., 2016.   Dieci sue poesie sono presenti nella antologia Come è finita la guerra di Troia non ricordo a cura di Giorgio Linguaglossa, Progetto Cultura Ed., 2016.

Ha curato: Pagine sparse di Michele Dzieduszycki, Ibiskos Ed. Risolo, 2007, prefazioni di Pasquale Chessa, Umberto Giovine e Mario Pirani.  La maison des souffrances, de Geneviève de Hody, Ed. du Roure, 2011, préface de François-Georges Dreyfus. Le sol dérobé, souvenirs d’un Lorrain, 1885-1965, Ed. des Paraiges, préface de Jean-Noël Grandhomme, 2016.

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Gino Rago UNA POESIA INEDITA Le sonagliere dei mirti vanno verso il porto – con due commenti  di Chiara Catapano e Mariella Colonna

grecia La contesa per il tripode tra Apollo ed Eracle in una tavola tratta dall’opera Choix des vases peintes du Musée d’antiquités de Leide. 1854. Parigi, Bibliothèque des Arts Décoratifs

La contesa per il tripode tra Apollo ed Eracle in una tavola tratta dall’opera Choix des vases peintes du Musée d’antiquités de Leide. 1854. Parigi, Bibliothèque des Arts Décoratifs

Gino Rago nato a Montegiordano (CS) il 2. 2. 1950, residente a Trebisacce (CS) dove, per più di 30 anni è stato docente di Chimica, vive e opera fra la Calabria e Roma, ove si è laureato in Chimica Industriale presso l’Università La Sapienza. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’idea pura (1989), Il segno di Ulisse (1996), Fili di ragno (1999), L’arte del commiato (2005). Sue poesie sono presenti nelle Antologie curate da Giorgio Linguaglossa Poeti del Sud (EdiLazio, 2015) e Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, Roma, 2016)   Email:  ragogino@libero.it

 

 Commento di Chiara Catapano

Come onde pesantemente sullo scafo della vita: commento trasversale ai versi di Gino Rago “Noi siamo qui per Ecuba”

Noi non siamo qui per Menelao.
Né siamo qui per Elena

 È con una negazione che s’apre il lungo canto dei vinti di Gino Rago: negazione che è la sorte stessa dei vinti, orrido aperto sotto la loro memoria. Per Ecuba noi siamo qui, non c’importa delle vergini, non ci interessano le schiave adolescenti per il nostro letto:

Noi siamo qui per Ecuba,
la sposa ormai prona al suo destino

Siamo qui in forze, e neppure Elena che scatenò la guerra ora ci riguarda quanto la regina della città perduta. Menelao non degna d’uno sguardo la moglie-bottino: anch’egli è lì per Ecuba. “La casa dell’amore si sfarina”, per tutti. C’è la casa concreta dei Troiani, c’è quella lontana cui fare ritorno per i Greci: ma ogni cosa muore in guerra, perché ciò che tiene in vita, in guerra, è la guerra stessa. Simone Weil ha chiamato l’Iliade Il poema della forza: “Si tratti di servitù o di guerra, sempre, tra gli uomini, le sventure intollerabili durano per via del loro stesso peso, e così dall’esterno sembrano facili da sopportare. Durano perché privano delle risorse necessarie a uscirne. Nondimeno, l’anima segreta della guerra brama la liberazione; ma la liberazione stessa le appare sotto una forma tragica, estrema, sotto la forma della distruzione.” Eccolo il destino cui Ecuba si sottomette, ecco il peso che sorregge le vite di vincitori e vinti. Nessuna fine più moderata, continua la Weil, sarebbe tollerabile perché ancora più esposte alla memoria del tragico rimarrebbero le nude spoglie degli uomini, i resti intollerabili di vincitori e vinti. Tombe scoperchiate. Più tollerabile che siano i morti tra noi, così possiamo continuare ad amare.

Tutti noi dal nostro osservatorio fatto di millenni e di distanze siamo qui per Ecuba: dimenticato il canto dissennato di Cassandra, risuonino infine le sonagliere di mirto. Abbiamo bisogno d’una schiava, d’un bottino illustre, della tenerezza della vecchiaia per tenerci in vita. Non ci commuove tanto neppure il grido ultimo di Astianatte, non seguiremo Andromaca in Epiro.

Ogni verso nel canto Noi siamo qui per Ecuba trascina dentro una morte infinita. Gino Rago forza il mito per intesservi intorno un destino di ineludibile atrocità. Mai la schiava si libererà – non diventerà la nera cagna di Ecate, non avrà la sua tomba in fronte all’Ellesponto – : prosegue il viaggio, sonagliere di mirto ne scandiscono i passi. E il mirto purifica – purifica dalle azioni commesse e subite. Purifica ad un livello altro, l’uomo resta e pasce il suo destino.

Sono versi che non assolvono e non lasciano scampo, a nessuno di noi, dentro la nostra trincea fatta di millenni e distanze. Nessuna immunità, nessun vaccino, nessun oblio.

grecia scena di un banchetto

scena di un banchetto

    Commento di Mariella Colonna

 Il risuonare delle sonagliere e il rumore delicato delle fronde di mirto mosse dal vento sono il preludio musicale con cui Gino Rago ha voluto presentare l’episodio finale delle vicende di Ilio e ricorda ai greci la vittoria, ai troiani la sconfitta. Il Poeta si china sugli sconfitti a cui vanno la sua mente e il suo cuore.

Il ciclo di Troia si conclude con il dramma dei personaggi che abbiamo imparato ad amare grazie alla forza primordiale e senza tempo che il mitico cantore di Troia ha loro conferito. Ettore, il più forte dei guerrieri troiani, sconfitto per vendetta e torturato da Achille, è umiliato anche da morto, il suo corpo straziato non viene restituito alla Madre che ha perso ormai tutti i suoi figli, non può ricevere onorata sepoltura insieme alle sue armi, non può essere pianto, è preda degli uccelli. Ormai siamo dentro il cerchio sacro della tragedia che il Poeta sembra tracciare con una mano invisibile, ispirato dallo scudo di Ettore in cui riposerà la vittima più vittima di tutti gli altri caduti in guerra: il piccolo Astianatte gettato, su consiglio di Ulisse, dalle mura di Troia e ricomposto da amorevoli mani dentro lo scudo del padre morto da eroe.    Invisibili ma più che mai presenti sono i tanti morti che pesano sul cuore di Ecuba a cui viene a mancare la parola, insieme ai vivi che hanno perduto la propria ragione di vita: Andromaca.Né più moglie né madre. Ecuba è immersa nel silenzio, ma i suoi pensieri gridano: ella è in parte distrutta, senza vita, eppure fieramente la sua anima di Regina resiste ad ogni possibile oltraggio, ma ecco che, appena giunge come schiava all’Isola del suo peggiore nemico, un Poeta le fa un omaggio imprevisto: Sei bella. Sei bella come una Regina / con quei capelli tutti inghirlandati. / Slegali. Trema tutta la terra / se ti vanno a sfiorare / le caviglie alate…

Quel Poeta è senz’altro Gino Rago. Un’idea grande, la sua, d’inserire la propria presenza, a millenni di distanza e in contemporanea sul piano dell’essere, nell’evento mitico di cui narra… E certo lo fa per sottolineare e accompagnare il momento in cui la grande Regina vinta, che ha perduto il marito Priamo, i numerosi figli, il prediletto nipote, la sua Troia, approda schiava ad Itaca; il Poeta che la canta oggi era, è presente allora e si esprime verso di lei come un amante nei confronti dell’amata…eppure Ecuba è anziana, lacerata dal dolore, affranta, non parla più che a gesti. Ci si può innamorare di una donna avanti negli anni e sconfitta dal dolore, che esiste soltanto nell’immaginazione o nella memoria? Il Poeta non pone limiti all’amore, lo sente al di là e al di sopra di tutto: l’amore è ontologicamente vincente rispetto alle armi, quindi Ecuba è sconfitta soltanto dalle armi, ma è vittoriosa nell’amore. Che cosa contano gli anni di fronte al fatto che ella dimostra più coraggio di tutti gli eroi messi insieme, che da schiava si muove e parla ancora come una Regina, che porta nella mente e nel cuore tutti i suoi morti, gli affetti, i valori di una città che per ben dieci anni ha resistito all’assalto dei greci ed è stata sconfitta soltanto da una trovata astuta  del nemico?

C’è un’antologia di poesia contemporanea di Giorgio Linguaglossa che ha un titolo suggestivo, Com’è finita la guerra di Troia non ricordo. Forse anche per questo Giorgio non ricorda: la guerra di Troia non è mai finita con la vittoria dei greci perché una donna troiana coraggiosa ha amato ed è stata amata più della famosa Elena e perché un troiano figlio della dea Venere si è messo sulle spalle il vecchio padre, ha preso per mano il figlioletto Ascanio ed è partito per mare, con i compagni rimasti in vita, sulle navi sopravvissute all’incendio: e, dopo molteplici tribolazioni e un lunghissimo viaggio, ha fondato Roma. Questo secondo la leggenda e la leggenda, sappiamo, contiene sempre un elemento di verità. La guerra di Troia è simbolo di tutte le guerre in cui necessariamente alla gioiosa vittoria dei vincitori si affianca la desolazione dei vinti: in questa poesia di  Gino Rago che grazie alla memoria senza tempo ci raccoglie tutti nell’Isola di Ulisse, Ecuba, l’anziana Regina, è così bella nell’essere che non si può collocare tra i vinti, ma tra coloro a cui la sorte ha offerto una possibilità di riscatto. La sua dimora non è più la reggia di Troia, ma una casa semplice che immaginiamo bianca sullo sfondo del mare, sopra un’altura, tra profumi di erbe selvagge, in mezzo ad un’armonia di suoni, diversa, ma non meno attraente delle sonagliere dei mirti: qui ci sembra di sentire al vivo i “campani” delle capre condotte al pascolo sul prato di smeraldo (notare la raffinatezza del prezioso colore in un ambiente di pastori a cui fa riscontro l’azzurro che circonda Itaca) e su tutta l’isola sembrano rimbalzare e avvolgerci questi suoni così evocativi da superare qualunque musica, soprattutto se li associamo al rumore del mare e del vento che si diverte a sconvolgere, qua e là, gli arbusti della macchia mediterranea. Ecuba dialoga con il pastore e rammenta che fu la capra Altea a dare latte a Zeus ancora in fasce. L’antica Regina, vissuta in mezzo allo sfarzo e agli onori dovuti al rango, sa adattarsi ad una vita semplice, a contatto con la natura, si è perfino abituata al suo padrone, ne indovina i pensieri e le emozioni: porta in sé un tesoro inestimabile di memorie ed è simbolo di tutte le donne, troiane o di qualunque luogo e tempo, che hanno dovuto subire la violenza ma, dentro, non si sono lasciate piegare dai violenti.

In mezzo alla vivida natura, al sole e al mare Ecuba è colpita da un venticello marino che rappresenta l’elemento di chiusura e apertura del cerchio sacro in cui si muove, insieme a tutti noi, la vicenda della Regina ridotta in schiavitù: ella ricorda  che, a Troia, non scorre più lo Scamandro, che le due fonti si sono essiccate, non risuonano gioiosamente come una volta, la sua città i cari morti sono lontani, ma lei ne stringe i corpi e li fa rivivere nel suo grembo, nel suo cuore. Anche noi, se vogliamo entrare nella dimensione poetica del personaggio, siamo invitati ad entrare nel cuore di Ecuba e nella mente-anima del Poeta dove tutto avviene senza… avvenire, o meglio è anche se non è più e dove l’immaginazione di Omero, in cui sopravvivono gloriosamente frammenti di storia, è fatta rivivere dalla potenza evocativa della Nuova poesia.

Versi incisi nel marmo della Nuova Cattedrale poetica dove tutti possono ritrovare il senso del sacro o almeno diventare custodi del limen entro il quale ciò che avviene acquista un significato più profondo, più umano in senso universale e quindi condivisibile da tutti in ogni momento o luogo della terra.

Qui la quadrimensionalità  si apre a nuove dimensioni dell’essere e del linguaggio. Grazie a Giorgio Linguaglossa che ha aperto questa nuova stagione poetica e a Gino Rago: egli ci ha offerto lo spunto per tornare alla poesia omerica e a tutti i poeti che credono davvero nella Poesia non come esercizio letterario, ma come una forza che abbraccia tutto l’essere e ci aiuta a comprendere perché siamo su questa terra, mater dolorosa: non è possibile spiegarlo soltanto a parole, bisogna viverlo per capire e, per viverlo, bisogna essere aperti all’amore. L’amore è un’apertura infinita, è assumere in sé il dono della Vita e il suo mistero.

                (Roma, gennaio 2017)

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Gino Rago
Le sonagliere dei mirti vanno verso il porto

Ettore senza scudo quasi a cibare i corvi.
Astianatte nella Pietas di braccia senza carne.
Andromaca. Né più moglie né madre.
Ecuba ora perde la parola. Non emette
un’onda la sua voce. Le rimane solo il gesto.
Il linguaggio dei segni volge sulle schiave
e a sé soltanto dice: «Nella terra di quali uomini
sono giunta? Sono selvaggi, senza giustizia,
o nella mente serbano e nei gesti
anche un esile rispetto degli dèi?».

Nell’Isola di Ulisse un poeta scioglie il canto
per la forestiera giunta come schiava:
« Sei bella. Sei bella come una Regina
con quei capelli tutti inghirlandati.
Slegali. Trema tutta la terra
se ti vanno a sfiorare
le caviglie alate…». Un pastore (o un dio
greco) a Ecuba offre una ricotta calda.
Non guerrieri più all’orizzonte ma capre.
Soltanto capre sul prato di smeraldo.
«Ogni campano cerca la sua capra, ogni capra
il suo campano. Duecento strumenti
antichi come il pane. L’Isola è una cassa
di risonanza fra l’altopiano e il mare».
Ecuba fa sue le parole del pastore.
(Rammenta che fu la capra Altea
a dare latte a Zeus ancora in fasce).
Ma un refolo salmastro tormenta la sua chioma.
Muore lo Scamandro fra i due accampamenti.
Si essiccano le fonti. Non è più lieto il timbro
delle due sorgenti sotto Troia.
E’ troppo mesto il cuore in esilio.

Le sonagliere dei mirti vanno verso il porto.
Odisseo tace. Beve a una coppa. Scruta il ventilabro.
I flutti lo richiamano. Lo invitano alla sfida.
Ecuba osserva il suo padrone. Ne avverte i palpiti.
Ne conosce i fremiti. Ne indovina i piani.
Ma Ilio è perduta. La sua città la inonda di ricordi.
E nelle mani stringe le carni sempre vive dei suoi morti.

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Chiara Catapano nasce a Trieste nel 1975. Si laurea nell’ateneo tergestino in filologia bizantina. Vive per alcuni anni tra Vienna, Atene e Creta, approfondendo così i suoi studi sulla cultura e la lingua neogreca. Collaborazioni recenti: Fondazione Museo storico del Trentino: assieme al dott. Andrea Aveto dell’Università di Genova e allo scrittore Claudio Di Scalzo: riedizione dei “Discorsi militari” di Giovanni Boine, nell’ambito di uno studio sull’autore portorino. Per Thauma edizioni: ha curato l’edizione di “Per metà del cielo”, della poetessa slovena Miljana Cunta (trad. Michele Obit). Per l’Istitucio Alfons el Magnanim CECEL – Consejo Superior de Investigaciones Cientìficas, rivista “Anthropos” numero di febbraio 2015, l’articolo: “Sopra la rappresentazione transmoderna del sé”.

Con Giulio Perrone esce a giugno 2011 la sua prima raccolta “Apice stretto” in “Verso libero- antologia poetica a cinque voci” con prefazione di Letizia Leone. +A ottobre 2011 esce la sua raccolta “La fame” edita da Thauma Edizioni. A novembre 2013 pubblica la raccolta “La graziosa vita” (Thauma edizioni) dialogo sulla tomba di Giovanni Boine, uscita sotto l’eteronimo di Rina Rètis – opera dedicata allo scrittore portorino.

Ha collaborato fino al 2013 con l’associazione culturale “Thauma” di Pesaro, per la cui casa editrice è stata curatrice. Ha curato per il Comune di Bolzano, assieme alla regista Katia Assuntini un cortometraggio nell’ambito di un progetto d’integrazione delle giovani ragazze immigrate: in particolare ha coordinato il lavoro di traduzione per una giovane poetessa pakistana. Cortometraggio poetico basato sul poemetto inedito “Alìmono”, in collaborazione con gli artisti pugliesi Iula Marzulli, Marianna Fumai (RecMovie) e Gaetano Speranza: prima proiezione il 26 dicembre 2016 al Lecce Film Fest.

Collabora con la compagnia teatrale Fierascena, fondata dall’attrice e regista Elisa Menon. Sue poesie e prose poetiche sono apparse in riviste, siti e blog letterari- Catalogo della mostra personale di Jara Marzulli (http://www.jaramarzulli.it/Come bocca di pesce i pensieri”; “Di là dal bosco”, ed. Le voci della Luna, 2012; Le voci della Luna, rivista: n. 55 “L’inutile bellezza, il senso di colpa nella poesia di Maria Barbara Tosatti”, marzo 2013; n. 56 “L’artista primordiale, omaggio a Odysseas Elytis”, luglio 2013.

“A Topolò, questa dolce sera…”, e “Oggi a Udine è risorto un poeta”  apparsi sul sito ufficiale del poeta Gian Giacomo Menon, voluto e curato dal giornalista Cesare Sartori. http://www.giangiacomomenon.it/testimonianze/oggi-udine-e-risorto-un-poeta/ Intervista sul sito “World War IBridges”, 

http://www.worldwarone.it/2015/12/rediscovering-italian-intellectualsnew.html?m=1 “Giovanni Boine: la punta dell’iceberg”, nel blog di Alberto Cellotto, LibrobreveHa presentato nell’ambito del Festival Trieste Poesia” la raccolta “La graziosa vita”, presso lo storico caffè San Marco. Presentazione-intervista con Michele Obit, presso il Festival internazionale “Stazione Topolò”, luglio 2014.            

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Mariella Colonna

Mariella Colonna.  Sperimentate le forme plastiche e del colore (pittura, creta, disegno), come scrittrice ha esordito con la raccolta  di poesie Un sasso nell’acqua. Nel 1989 ha vinto il “Premio Italia RAI” con la commedia radiofonica Un contrabbasso in cerca d’amore, musica di Franco Petracchi (con Lucia Poli e Gastone Moschin). Radiodrammi trasmessi da RAI 1: La farfalla azzurra, Quindici parole per un coltello e Il tempo di una stella. Per il IV centenario Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina è stata coautrice del testo teatrale La follia di Giovanni (Premio Nazionale “Teatro Sacro a confronto” a Lucca), realizzato e trasmesso da RAI 3 nel 1986 come inchiesta televisiva (regia di Alfredo di Laura). Coautrice del testo e video Costellazioni, gioco dei racconti infiniti in parole e immagini (Ed.Armando/Ist.Luce) presentato, tra gli altri, da Mauro Laeng e Giampiero Gamaleri a Bologna nella Tavola Rotonda “Un nuova editoria per la civiltà del video” ha pubblicato, nella collana “Città immateriale ”Ed.Marcon, Fuga dal Paradiso. Immagine e comunicazione nella Città del futuro (corredato dalle sequenze dell’omonimo film di E.Pasculli), presentato nel 1991 a Bologna da Cesare Stevan e Sebastiano Maffettone nella tavola rotonda sul tema “Verso la città immateriale: nell’era telematica nuovi scenari per la comunicazione”. Nel 2008 ha pubblicato Guerrigliera del sole nella collana “I libri di Emil”, ediz. Odoya. Nell’ottobre 2010 ha pubblicato, con la casa editrice Albatros “Dove Dio ci nasconde”.  Nel febbraio 2011 ha pubblicato, presso la casa editrice. Guida di Napoli “Due cuori per una Regina” / una storia nella Storia, scritto insieme al marito Mario Colonna. Un suo racconto intitolato “Giallo colore dell’anima” è stato pubblicato di recente dall’editore  Giulio Perrone nell’Antologia “Ero una crepa nel muro”; nel 2013 ha pubblicato “L’innocenza del mare”, Europa edizioni; nel 2014 “Paradiso vuol dire giardino”, ed Simple; nel 2016 coautrice con il marito Mario di “Mary Mary, La vita in una favola.”

 

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INVITO al LABORATORIO PUBBLICO GRATUITO di POESIA mercoledì 1 febbraio 2017 presso la libreria L’Altracittà di Roma, via Pavia, 106 – inizio ore 18:00 – termine ore 20:00

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INVITO al LABORATORIO PUBBLICO GRATUITO di POESIA mercoledì 1 febbraio 2017 presso la libreria L’Altracittà di Roma, via Pavia, 106 – inizio ore 18:00 – termine ore 20:00

La «Nuova Poesia» non può che essere il prodotto di un «Nuovo Progetto» o «Nuovo Modello», di un lavoro tra poeti che si fa insieme, nel quale ciascuno può portare un proprio contributo di idee: questa è la finalità del Laboratorio di Poesia che la Redazione della Rivista telematica L’Ombra delle Parole intende raggiungere.
Il primo Incontro/test tenutosi il 29 dicembre scorso ha rafforzato la consapevolezza e l’intenzione di proseguire questa operazione, attraverso letture, confronti e riflessioni. Sarà presente la Redazione.
L’Invito a partecipare è gratuito e rivolto a tutti e tutti saranno i benvenuti. Vi aspettiamo.

Programma di base:

1) Steven Grieco Rathgeb: costruzione e decostruzione dei segmenti di una poesia attraverso le suggestioni del montaggio cinematografico, lettura e commento di un suo testo.

2) Sabino Caronia: Lettura della poesia di Gottfried Benn.

3) Letizia Leone: Esempi pratici e testuali della costruzione nominale, «frammento» e montaggio fascinatorio da un testo di Gottfried Benn.

4) Giorgio Linguaglossa: Lettura e commento del suo testo Chiatta sullo Stige e di due poesie di Maria Rosaria Madonna tratte dalla Antologia di poesia Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Roma, Progetto Cultura, 2016, p. 352 € 16).

5) Franco Di Carlo: Lettura e commento di Trasumanar e organizzar (1971) di P.P. Pasolini

6) Interventi e Letture del Pubblico.

°°–°°

Ringraziamo L’altra Città per la disponibilità e invitiamo i partecipanti a sostenere la Libreria indipendente con l’acquisto di un libro di loro interesse.

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«Poesia dell’Avvenire»? La nuova poesia ontologica

Qualche tempo fa una riflessione di Steven Grieco Rathgeb mi ha spronato a pensare ad una Poesia dell’Avvenire. Che cosa significa «Poesia dell’Avvenire»? – Direi che non si può rispondere a questa domanda se non facciamo riferimento, anche implicito, alla «Poesia del Passato», e quindi alla «tradizione». Ecco il punto. Non si può pensare ad una «Poesia dell’Avvenire» se non abbiamo in mente un chiaro concetto della «Poesia del Passato», sapendo che non c’è tradizione senza una critica della tradizione, non ci può essere passato senza una severa critica del passato, altrimenti faremmo dell’epigonismo, ci attesteremmo nella linea discendente di una tradizione e la tradizione si estinguerebbe.

«Pensare l’impensato» significa quindi pensare qualcosa che non è stato ancora pensato, qualcosa che mette in discussione tutte le nostre precedenti acquisizioni. Questa credo è la via giusta da percorrere, ci induce a pensare qualcosa che non è stato ancora pensato… Ma che cos’è questo se non un Progetto (non so se grande o piccolo) di «pensare l’impensato», di fratturare il pensato con l’impensato? Ma, mi sorge un dubbio: che idea abbiamo della poesia di oggi? E di quella di ieri? – Come possiamo immaginare la poesia del prossimo Futuro se non tracciamo un quadro chiaro della poesia di Ieri? e di Oggi? Che cosa è stata la storia d’Italia nel primo Novecento e nel secondo Novecento? Che cosa farci con questa storia, cosa portare con noi e cosa abbandonare alle tarme? Quali poeti salvare e quali invece abbandonare? Quale lezione da trarre dal Novecento e da questi anni di Stagnazione spirituale e stilistica?

Sono tutte domande legittime, credo, anzi, doverose.

Dove andare? E Perché?

Se non ci facciamo queste domande non potremo andare da nessuna parte. Tracciare una direzione è già tanto, significa aver sgombrato dal campo le altre direzioni, ma per tracciare una direzione occorre aver pensato su ciò che è stato, e su ciò che siamo diventati.

(g. l.)

Riporto qui una Glossa che avevo scritto a margine della poesia di Mario Gabriele:

Il fatto che la scrittura sia radicalmente seconda, ripetizione della lettera, e non voce originaria che accade in prossimità del senso, occultamento dell’origine più che suo svelamento, innesta costitutivamente nella sua struttura di significazione la differenza, la negatività e la morte; d’altra parte solo quest’assenza apre lo spazio alla libertà del poeta, alla possibilità di un’operazione di inscrizione e di interrogazione che deve «assumere le parole su di sé» e affidarsi al movimento delle tracce, trasformandolo «nell’uomo che scruta perché non si riesce più ad udire la voce nell’immediata vicinanza del giardino». Perduta la speranza di un’esperienza immediata della verità, il poeta si deve affidare al lavoro «fuori del giardino», alla traversata infinita in un deserto senza strade prefissate, senza un fine prestabilito, la cui unica eventualità è la possibilità di scorgere miraggi. Partecipe di un movimento animato da un’assenza, il poeta non solo si troverà così a scrivere in un’assenza, ma a diventare soggetto all’assenza, che «tenta di produrre se stessa nel libro e si perde dicendosi; essa sa di perdersi e di essere perduta e in questa misura resta intatta e inaccessibile». Assenza di luogo quindi, e, soprattutto, assenza dello scrittore. Per Derrida «Scrivere, significa ritrarsi… dalla scrittura. Arenarsi lontano dal proprio linguaggio, emanciparsi o sconcertarlo, lasciarlo procedere solo e privo di ogni scorta. Lasciare la parola… lasciarla parlare da sola, il che essa può fare solo nello scritto» .

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Mariella Colonna TRE POESIE (inedite): Chissà se Goya, Quattro cavalieri, Democrito diceva – Una interessante versione della «Nuova poesia ontologica» – Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

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Mariella Colonna.  Sperimentate le forme plastiche e del colore (pittura, creta, disegno), come scrittrice ha esordito con la raccolta  di poesie Un sasso nell’acqua. Nel 1989 ha vinto il “Premio Italia RAI” con la commedia radiofonica Un contrabbasso in cerca d’amore, musica di Franco Petracchi (con Lucia Poli e Gastone Moschin). Radiodrammi trasmessi da RAI 1: La farfalla azzurra, Quindici parole per un coltello e Il tempo di una stella. Per il IV centenario Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina è stata coautrice del testo teatrale La follia di Giovanni (Premio Nazionale “Teatro Sacro a confronto” a Lucca), realizzato e trasmesso da RAI 3 nel 1986 come inchiesta televisiva (regia di Alfredo di Laura). Coautrice del testo e video Costellazioni, gioco dei racconti infiniti in parole e immagini (Ed.Armando/Ist.Luce) presentato, tra gli altri, da Mauro Laeng e Giampiero Gamaleri a Bologna nella Tavola Rotonda “Un nuova editoria per la civiltà del video” ha pubblicato, nella collana “Città immateriale ”Ed.Marcon, Fuga dal Paradiso. Immagine e comunicazione nella Città del futuro (corredato dalle sequenze dell’omonimo film di E.Pasculli), presentato nel 1991 a Bologna da Cesare Stevan e Sebastiano Maffettone nella tavola rotonda sul tema “Verso la città immateriale: nell’era telematica nuovi scenari per la comunicazione”. Nel 2008 ha pubblicato Guerrigliera del sole nella collana “I libri di Emil”, ediz. Odoya. Nell’ottobre 2010 ha pubblicato, con la casa editrice Albatros “Dove Dio ci nasconde”.  Nel febbraio 2011 ha pubblicato, presso la casa editrice. Guida di Napoli “Due cuori per una Regina” / una storia nella Storia, scritto insieme al marito Mario Colonna. Un suo racconto intitolato “Giallo colore dell’anima” è stato pubblicato di recente dall’editore  Giulio Perrone nell’Antologia “Ero una crepa nel muro”; nel 2013 ha pubblicato “L’innocenza del mare”, Europa edizioni; nel 2014 “Paradiso vuol dire giardino”, ed Simple; nel 2016 coautrice con il marito Mario di “Mary Mary, La vita in una favola.”

giorgio-linguaglossa-11-dic-2016-fiera-del-libro-romaCommento impolitico di Giorgio Linguaglossa: «La nuova poesia ontologica»

Nella poesia di Mariella Colonna si verifica lo spostamento del baricentro narrativo, dal tempo cronologico, (fondato sul presente, sull’«hic et nunc», assunto come unica realtà), al tempo simultaneo e compossibile. Si tratta di una scelta non da poco, per un duplice motivo. In primo luogo, per l’intrinseca labilità che sembra avere questa dimensione, testimoniata dalle immagini e dalle espressioni che usiamo tutti i giorni quando parliamo del presente, dicendo, usualmente che esso “passa”, “scorre”, “fugge” o, addirittura, “vola”. In secondo luogo,  per la difficoltà che il pensiero filosofico e scientifico in generale hanno di confrontarsi con l’esperienza fenomenologica immediata e con l’affermazione di «presenza» di una situazione, nonostante il fatto che essa sia di natura pubblica e appaia fondata su una condivisione di esperienza tra tutti i soggetti ‘presenti’ in comunicazione diretta.

Questa difficoltà è ben testimoniata dall’analisi della struttura nomologica della fisica, all’interno della quale la nozione di presente, se non intesa in senso pragmatico, è del tutto assente. Le leggi della fisica, infatti, non possono dipendere dal particolare istante di tempo in cui le consideriamo, né vale certo, come possibile confutazione di questo assunto, il riferimento alle condizioni iniziali, che, anche a voler prescindere dal fatto che, nell’ambito della cosmologia, non possono essere così chiaramente distinte dalle leggi di natura, dipendono solo dallo stato precedente del sistema fisico in esame, e non da uno specifico istante di tempo. L’omogeneità del tempo della fisica fa infatti sì che nessun istante possa essere privilegiato come unicamente esistente o distinto dagli altri.

La fisica non si interessa dell’accadimento di un determinato eventoné guarda le cose dal punto di vista temporale associato a un insieme particolare di eventi, secondo una prospettiva, cioè, che renderebbe del tutto naturale affermare che, in quel particolare tempo, solo quegli eventi esistono. Nell’ambito di essa viene invece assunta un’esistenza di tipo più generico, intesa nel senso di esistere a un qualche (e non in un determinato) istante di tempo, corrispondente dunque a considerare le cose sub specie aeternitatis. 

Non si tratta soltanto di una mera «variazione di significato» ma anche di un mutamento di paradigma e del concetto stesso di «reale», che diventa l’insieme o la somma di tutti i punti di vista possibili, cioè di tutti gli eventi che esistono indipendentemente da quando accadono. E questo è il concetto guida delle poesie di Mariella Colonna, come della «Nuova poesia ontologica», il cui concetto di «reale» presuppone la compresenza e la contemporaneità di eventi lontanissimi nel tempo e nello spazio.

L’io (moi) non è il soggetto (Je).

Il primo, appartiene a una dimensione immaginaria, il secondo coinvolge il piano simbolico e concerne ciò che Lacan chiama «soggetto dell’inconscio». E l’inconscio, dirà Lacan nei suoi Scritti, «è il discorso dell’Altro». La soggettività è una dimensione aperta, trascesa, ma ferita dall’intervento del significante. L’essere del soggetto non si esaurisce nell’Io (moi), perché quest’ultimo è un miraggio, il luogo di una dis-locazione e affonda le sue radici nella nientificazione. Esiste una sfasatura tra moi e Je e questa sfasatura è ciò che Lacan chiama soggetto dell’inconscio. Vediamo di cosa si tratta. L’inconscio è strutturato come un linguaggio ed il linguaggio parla. La struttura simbolica del linguaggio dell’inconscio non conosce la rigida partizione del tempo: passato, presente e futuro, né la rigida partizione dello spazio degli eventi, ma il tutto comunica con il tutto. Il discorso poetico di Mariella Colonna è strutturato come la dimensione inconscia del linguaggio dove il soggetto è un «assente» che parla in quanto abitato dalla dimensione linguistica del simbolico.

Ne L’interpretazione dei sogni Freud vede nel lavoro onirico, nella condensazione (Verdichtung) e nello spostamento (Verschiebung)

i meccanismi tipici, eminenti, di quel lavoro onirico che la censura dell’Io applica dando vita al sogno. Metonimia e metafora diventano la trascrizione in termini retorici di questi meccanismi. Per Freud il sogno, i sintomi, i lapsus, il motto di spirito, sono rivelatori di un qualcosa che accade all’insaputa del soggetto, che svelano la presenza nella vita del soggetto di pensieri e desideri di cui egli non ne sa nulla ma che insistono nella vita e nell’esperienza di tutti i giorni in termini inconsci. Freud può affermare che il sogno è la «via regia» per l’inconscio, in quanto ha potuto osservare come, attraverso le operazioni che chiama di condensazione e di spostamento, vi sia un al di là dell’io, una dimensione che si esprime attraverso un discorso che oltrepassa la volontà esplicita del soggetto che a sua insaputa continua a manifestarsi nella vita del soggetto.

La poesia di Mariella Colonna prende forma dalla assimilazione di questi due procedimenti all’interno della traslazione simbolica in un discorso poetico che è la dimora stabile dell’Altro dal soggetto, che parla per interposta persona come discorso dell’Altro.

Mariella Colonna in queste poesie fa un discorso dell’Altro, narra di eventi e personaggi lontanissimi come se fossero vicinissimi, letteralmente, vede i suoi personaggi muoversi come da un cannocchiale del tempo e dello spazio, come nella poesia «Quattro cavalieri», vero apice della poesia colonniana, dove i cavalieri sembrano sbucare dalla notte del tempo, al galoppo, tra «la polvere di stelle» mentre la reietta Raquida sta partorendo in solitudine… Nella poesia della Colonna il prosaico è sempre in diretta correlazione con il sublime, l’empireo; gli angeli sono sempre in correlazione diretta con i reietti, l’età dell’oro del tempo mitico con l’età del ferro dei nostri giorni opachi.

La poesia «Chissà se Goya» è una vera passeggiata lunare con le stampelle da equilibrista, ci porta nella Parigi dell’Ottocento attraverso le Folies Bergère in rue Richter, 32 dove c’era stato Toulouse Lautrec, per passare poi al CERN di Ginevra dove hanno scoperto «la particella di Dio», e poi attraverso rocambolesche peripezie si arriva ad un misterioso poeta che abita a Roma nel secolo presente. Il tutto è davvero ardito, c’è una compresenza di eventi e di personaggi che provengono da secoli e mondi diversi, ma, si sa, che nella «Nuova poesia ontologica» tutto è possibile, il tutto confluisce nel tutto e defluisce nel nulla. Si avverte la presenza del «vuoto» che aleggia un po’ dovunque. E questo è il segreto della poesia ontologica di Mariella Colonna, che non c’è più alcuna legislazione che valga per tutti gli aspetti del reale, ammesso che il reale sia quello che ci hanno raccontato e non sia altro.

Essere e linguaggio, insomma, obbediscono a leggi diverse:

si dà ordine del senso, a livello ontologico e proposizionale, solo nella misura in cui ne va dell’essere, e cioè nella misura in cui la sfera dell’essere resta incisa dal linguaggio, evirata, se così si può dire, della sua integrità e della sua mitica purezza. Nell’unità dell’essere, in questa unità ideale e pre-simbolica, il linguaggio appare così come discorso dell’Altro,  introduce il segno come traccia, iscrizione di un Altro, del «poeta invisibile» al quale viene indirizzata la poesia, o quel  Nikandros, figlio di Nessuno, o figlio prediletto dell’io narrante…. Ed è grazie al gioco di presenza-assenza che il significante dischiude sempre nuove possibilità fiabesche e narrazionali. Il discorso poetico diventa così il luogo in cui il soggetto si annulla. Nel discorso poetico il soggetto incontra la propria nientificazione, il proprio essere-per-la-morte, quella inaugurale sottrazione che scinde la presenza ripetitiva del «godimento» lacaniano, del piano della pienezza dell’eessere dalla rappresentazione di cui il significante, come luogo in cui il soggetto evanesce, è marca della disparizione.

Alienazione e separazione, metafora e metonimia, costituiscono così il binario duale della poesia colonniana.

Nella «dimensione fantasmatica» che abita una topografia fantasmatica vediamo allestita la messa in scena del venir meno del soggetto di fronte al mancare della «Cosa», quella sorta di estrema quanto inconscia riparazione simbolico-immaginaria a un cedimento strutturale avvenuto a livello ontologico, cedimento da cui proviene ciò che Lacan chiama, nel suo significato più generale, il «soggetto parlante». Il «fantasma» è così al contempo, il limite del simbolico e un’illusione ma anche l’estrema risposta al venire a mancare della «Cosa» come fondamento dell’essere del soggetto. Ciò che mi preme sottolineare è proprio l’aspetto scenico della poesia colonniana, la sua natura squisitamente letteraria dove  il soggetto si ritrova come osservatore e autore al contempo di quello che può a tutti gli effetti essere definita la narrazione della sua mancanza, del suo venir meno. Il fantasma è infatti, in ultima istanza, una entità frastica che rappresenta lacanianamente il limite del simbolico. A livello linguistico simbolico esso si presenta come una proposizione; a livello immaginario, è una scena e si presenta in modo ricorsivo, come il ritorno del «fantasma» nella poesia colonniana e, più in generale, nella «nuova poesia ontologica», attraverso la rappresentazione di personaggi simbolici in azione.

Si veda J. Lacan, La direzione della cura, in Scritti, cit. p. 633.

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Chissà se Goya

mi avrebbe accompagnato, a Paris, in rue Richter 32,
allo spettacolo delle Folies Bergères!
Ci andò, a fine Ottocento, Toulose Loutrec per vedere
gli illusionisti, l’incantatrice di serpenti Nala D.,
la danzatrice Loie (con dieresi), che si avvolgeva e svolgeva
nel ballo in lunghissimi veli.

(Ma ora non è più tempo di simili follie, ora gli scienziati
al CERN di Ginevra, hanno scoperto il Bosone,
la particella di Dio e che la materia è, per il 64% “oscura”,
invisibile e perciò non si conosce di che cosa sia fatta:
troveranno il modo di scoprirlo?)

So che sembra incredibile, ma io ero presente a Les Folies
quando Manet dipinse il vivacissimo BAR
con la deliziosa cameriera in nero e la bella
Mademoiselle Bois de Rose corteggiò, scoprendo la caviglia
e anche più su, un grande poeta critico assai hot, oggi più che allora,
ma non ebbe successo perché il cuore del poeta era già perso
dietro una fascinosa cantante vestita di nero
con una rosa rossa nei capelli.

Ah, le temps d’antan toujour present que j’adore!
Il profumo del peccato sfiorato, del fiore non colto
visto da lontano, le souvenir de la mémoire,
de l’inconnu e poi fuggire via, LibertèVeritéFraternitè,
libera come una rondine più di una rondine!
Ma adesso ci sono altri spettacoli, gli tsunami
della morte liquida, le aurore boreali ai tropici e poi
la “caduta delle nuvole” a Ravenna
fotografate da un passante
(non la caduta dalle nuvole, roba del passato!)

Il poeta che incontrai chez la Rome de France
e che incontro online nella Roma de Roma
è un genio della parola che, per la parola in versi, delira
e la connota in tutte le direzioni e in tutti i sensi,
significante – significato, destinatario – mittente
(e viceversa) la parola – immagine, la parola –
musica e quella ontologica e psicanalitica
(la mia) e attraverso queste molteplici funzioni
e pulsioni analizza vite poetiche,
universi dentro – fuori e multiversi, per non parlare
della Storia e della Filosofia che, grazie a lui,
si integrano disintegrano in presenza dell’analogia.
Questo critico, cultore estremo della parola
e dell’ombra della parola, quando scrive poesie ci fa sognare
con memorie, frammenti di realtà eventi di storia
e di vita vissuta. Poi si allontana, scompare.

Non vi arrendete: se vi considera veri amici
e veri poeti ritornerà…
ma prima, se la notte è serena, farà un salto sui tetti
del Moulin Rouge
per contemplare le stelle. Credo sia un grande romantico fuggito
dal secolo XIX.

Nella II metà di quel secolo
c’ero anch’io
a Parigi.
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Quattro cavalieri

Quattro cavalieri di enorme statura
mantelli ricamati in oro e argento, armi scintillanti,
cavalli neri come la notte,
mi vennero incontro sollevando una nuvola di polvere stellare.

Alle mie spalle, il mare in tempesta, onde fino al cielo
e uno strano profeta che divorava un piccolo libro.
Ruggiva il mare leone inferocito,
sembrava volesse ingoiare la terra.

Io, Raquida, nascosta dalla nuvola di polvere stellare
dentro un bozzolo creato dal vento che mi vorticava intorno,
tormentata dalle doglie del parto imminente,
piegai le ginocchia sulla sabbia
e, aperte le braccia, cominciai a pregare.
A sud i travolti dall’acqua gemendo imploravano aiuto.
A nord, ineffabile musica astrale, il canto dei quattro cavalieri
di fronte al mulinello di vento che mi nascondeva.

Un mondo spaccato in tre. E io nel terrore di partorire sola,
senza mia madre e le sorelle in quell’inferno.
Il mio grido di dolore si levò più alto, fece tremare il cosmo
come un dardo lanciato da un guerriero,
raggiunse Allah. Egli sentì nel suo cuore la mia sofferenza,
ne soffrì come fosse la sua, provò pietà.

Si domandavano in molti quale prodigio
stesse trattenendo la mano di Allah sulla terra e in cielo.
Fu allora che la gente della spiaggia
si avvicinò al mulinello di vento:
mi videro assorta nella preghiera
E si misero in ginocchio sollevando le mani verso l’alto.
Vidi dei cavalieri soltanto gli occhi
che penetravano l’anima.

Mi alzai in piedi e dissi: “Sono Raquida, irakena”
devota ad Allah, ho perduto mio marito in mare…e adesso
mio figlio sta per nascere. In vita mia non ho mai visto
un mare così, sembra che voglia divorare la terra!”
“Raquida, questa è l’Apocalisse: e tu la vuoi fermare
con la preghiera?”. “Guardate laggiù” risposi.
Anche le onde immense si erano calmate,
sembrava che il mare dormisse.
“Il mondo non può finire adesso, proprio adesso
che devo dare alla luce mio figlio!
Allah il Misericordioso ascolterà la mia preghiera.”
“Sei sicura che sia Allah ad ascoltare la tua preghiera?”
“Puoi anche cambiare il suo nome: chiamalo Dio,
a Lui non importa d’essere chiamato con un nome o un altro.”
“Ragioni rettamente, Raquida. Nelle Sacre Scritture
Dio ha detto: «metto la mia legge nei vostri cuori»
In tutti i cuori. Perciò ogni atto di vera fede,
da qualunque religione venga, ottiene la sua misericordia. ”

La donna partorì un bimbo robusto e sano:
con le forze che le rimanevano lo affidò ad un’amica
che aveva tre figli e lo prese come uno dei suoi,
ma Raquida spirò mentre stringeva tra le braccia il figlio
ringraziando Dio per la sua vita
e un rivolo del suo sangue raggiunse il mare.
Uno dei cavalieri la prese in braccio, saltò
in sella al cavallo e i quattro con Raquida
volarono verso regioni più lontane del cielo,
lasciandosi alle spalle l’umanità smarrita.

Quanto vi ho narrato accadde moltissimi secoli fa.
Sembra che dopo la tempesta sia ritornata
in tutta la sua furia, ma senza le montagne d’acqua
che avrebbero sommerso il mondo.

Questa leggenda dice che il mondo si salvò
per la fede il coraggio e il sacrificio di una madre.
Possiamo anche pensare che non sia vero, ma allora,
credetemi, è tutta un’altra storia.

 

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Mariella Colonna

Democrito diceva

che la preghiera muove gli atomi…
io dico che le tue parole fanno danzare le particelle.
Tu insegui il movimento degli astri dai il là alle parole
che adesso io scrivo.
Una musica molto originale: il tuo greco arcaico lineare B,
in alternanza con il mio barbarocretese geroglifico lineare A.
Se tu non scrivessi più si fermerebbe il movimento
dei miei pensieri legato a quello dei mari e degli oceani
e il fiume della nostra città
annullerebbe il tempo che ci lega alla Storia.

Le tue parole cadono nella loro ombra
sassi nell’acqua creano cerchi concentrici
che raggiungono le costellazioni.
Il cuore della notte che la tua mano incide sul bianco
della carta è luce.

Non penserai che, sdoppiandomi, io parli di me stessa?
Un po’ è vero, in parte io sono anche te, ma mia grande passione,
lo sai, è la magia evocativa: se tu me lo chiedi
e se ti domando “Tu chi sei?” un motivo c’è.
Quando sarò certa che tu sia tu, potrò chiederti:
“Dalle parole d’ombra… fammi sorgere il sole!”

Ora so che sei tu e aspetto paziente il sole
sulla spiaggia di un’isola nel Pacifico,
mentre il cielo rosarancio annunzia già l’aurora.
E mentre aspetto raccolgo per te sassolini colorati
conchiglie di madreperla e le altre piccole cose
che ti piacevano tanto da bambino.

Mi domandi come faccio a saperlo. Non ricordi?
In riva al mare noi giocavamo insieme
a chi trovava le pietruzze o le conchiglie più belle,
un po’come facciamo adesso con le parole.
Quando hai fatto nascere il sole da una nuvola
mi hai detto “Te lo regalo.” Da allora il sole è mio.

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Antonio Bux POESIE SCELTE da “Kevlar” (Società Editrice Fiorentina, 2016, pp. 144, euro 12.) con una Nota dell’autore e un Appunto investigativo di Giorgio Linguaglossa

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Antonio Bux (Foggia, 1982) vive tra la Spagna e l’Italia. Suoi lavori e recensioni sono ap­parsi in numerose antologie (tra le quali: InVerse 2014/15 – Italian poets in translation; a cura di Brunella Antomarini, Berenice Cocciolillo e Rosa Filardi, Roma, John Cabot Uni­versity Press, 2015) e sulle pagine culturali dei maggiori quotidiani nazionali (come «Cor­riere della sera» e «L’Unità») oltre che in diverse riviste (tra le quali «Poesia», «Italian Poetry Review», «La manzana poética») e lit-blog (come Nazione Indiana, Poesia 2.0, Vallejo&Co.) sia nazionali che internazionali, dato che molti suoi testi sono stati tradotti in varie lingue. Ha curato la traduzione del libro Finestre su nessuna parte (Roma, Gattomer­lino Superstripes, 2015) dell’autore spagnolo Javier Vicedo Alós, oltre che la traduzione di testi scelti di numerosi autori ispanici, tra i quali Leopoldo María Panero. Ha pubblicato va­ri libri (Disgrafie [poesie 2000-2007]; Trilogia dello zero; Turritopsis; 23 [fragmentos de alguien]; Sistemi di disordine quotidiano; Un luogo neutrale; Sativi; El hombre comido), due dei quali, scritti direttamente in spagnolo, sono usciti in Argentina. Cura, per le Marco Saya Edizioni di Mi­lano, le collane «Sottotraccia» e «Kēlen», e cura il blog Disgrafie (anto­niobux.wordpress.com).

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Antonio Bux

Nota di Antonio Bux

Ho intitolato questo libro Kevlar, una parola conosciuta quasi una quindicina di anni fa grazie a un omonimo brano musicale di un gruppo rock alternativo originario di Napoli – che ho amato molto – i 24 Grana. Il kevlar è una fibra sintetica con la quale si rinforzano, tra le altre cose, i giubbotti antiproiettile, data la grande resistenza meccanica alla trazione, oltre che al calore e alla fiamma di questa fibra, cinque volte più resistente dell’acciaio. Come si intuisce, qui il kevlar diviene una metafora dell’esperienza. Invece, per quanto ri­guarda la parte interna, il libro si divide in due sezioni. La prima, Capitanata e altre poesie, raggruppa una serie di poesie scritte in vari periodi differenti, dove ho annotato riflessioni, spesso metafisiche, partendo il più delle volte proprio dai luoghi della mia infanzia, per poi passare a setaccio le mie impressioni verso altre zone conosciute nel corso degli anni. Proseguendo poi, appunto, con le poesie de L’oppio di Barna, dove faccio rife­rimento alle reminiscenze sognanti del mio personale e prolungato soggiorno a Barcellona (Barna è il diminutivo di Barcellona in catalano) in un continuo dialogo con i morti e con il “non me stesso migliore di me”, creando questo ipotetico ponte tra le mie radici (riaffiore­ranno di nuovo verso la fine) e i miei risvolti, sia di scrittura che di vita, più recenti. Per concludere, aggiungo una postilla sull’aspetto dei testi: spesso le mie poesie prendono una forma “binaria”, di “poesia nella poesia”, alternando versi in corsivo su margine destro ad altrettanti in tondo su margine sinistro, come a formare un vortice poetico, un rimpallo cer­cando, più che un rifugio in stile horror vacui, una sorta di sfinimento letterario, un conti­nuo corpo a corpo tra testo e respiro, tra significante e significato. Al lettore chiedo antici­patamente venia per questa mia vana lotta.

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Giorgio Linguaglossa

Appunto investigativo di Giorgio Linguaglossa

Continuiamo a proporre nella Rivista autori delle nuove generazioni perché crediamo che sia giusto mostrare i risultati del loro lavoro. In generale, non dobbiamo essere eccessivamente severi verso i nuovi autori ma neanche dobbiamo mostrarci eccessivamente permissivi, perché faremmo un pessimo servizio ai lettori e agli stessi autori. Antonio Bux può essere considerato un autore dell’età di mezzo, che sta tra le nuove e le vecchie generazioni, ma si sa che oggi un autore di trent’anni è considerato giovane, oggi è cambiato il criterio di leggere le generazioni.

La poesia di Antonio Bux tende all’astratto, i suoi paesaggi sono indeterminati, non appartengono a geografie riconoscibili, forse si tratta, come scrive Antonio Sagredo, di «geofanie»; anche i suoi personaggi non vengono tratteggiati da alcuna coloritura e cubatura spaziale, da alcuna topologia; si ha l’impressione che il libro di Bux voglia dare del mondo una immagine appunto «sintetica», acrilica, come se i paesaggi del «reale» fossero acrilici, prodotto di coloriture chimicamente infrangibili, lastre fotografiche. Quando Bux parla di «metafisica» credo che voglia intendere questo. Si tratta di una metafisica che ha perduto la topologia, che tratta la «fisica» da lontano, in modo sfumato, una sorta appunto di «geofania».

Come sappiamo. nel discorso poetico del tardo Novecento sono venuti a cadere le grandi narrazioni, restano i piccoli racconti dell’io che accudisce la reificazione del discorso poetico per un uso privato. Bux reagisce a questa pratica della poesia, lo si capisce bene, ma è come se gli mancasse una sponda su cui ormeggiare il suo discorso poetico, Bux sa che la poesia che si affida alla comunicazione cade con la caduta della comunicazione, sa che una poesia immediatamente riconoscibile è una poesia che non c’è. Per fortuna non sembra essere questo l’approdo di Antonio Bux in questo libro. La crescente inflazione di episodi biografici in poesia, che dovrebbero essere difesi dalla privacy e, se non altro, da un senso del pudore e di rispetto, almeno per il lettore, va di pari passo con il crescente fenomeno di democratizzazione e della «de-realizzazione» del testo poetico oggi molto diffuso. Resta però il fatto che una volta abolita la cubatura spazio-temporale il discorso poetico si riduce ad alati aliti, disincarnati effluvi dentro una scansione narrativa che rende il tutto, come dire, privo di realismo, privo di solidità, come se si trattasse di «geofanie». Ecco, forse questo è il punto: la «derealizzazione» che ha colpito gran parte della poesia contemporanea delle nuove generazioni fa sì che i contenuti di verità siano tra di loro indistinguibili in quanto contigui alle esperienze che noi tutti facciamo tutti i giorni.

È invalsa la moda secondo cui è possibile dire in «poesia» tutto quello che si dice nel «romanzo», nella illusione che tutto sia dicibile ed esprimibile in «poesia», come se il discorso poetico fosse un contenitore che va «riempito» di materiali linguistici del tutto sganciati dall’«esperienza» metafisica dell’autore e dal filtro della tradizione letteraria.

Alcuni autori hanno di recente sostenuto la tesi della «irresponsabilità» della poesia; ma, obietto: una poesia  è «irresponsabile» nella misura in cui non deve nulla al lettore, non riconosce il ruolo del lettore e magari gode del privilegio di essere un genere «libero». Assistiamo così ad una nuova modalità del petrarchismo, di evasione dalla Storia e dalla responsabilità della scrittura letteraria. Non credo che ci sia spazio, oggidì, per una poesia adamitica. In questo senso Antonio Bux ripropone una scrittura che vuole essere carica di problematicità, e noi non possiamo che augurargli un proficuo prosieguo.

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Poesie di Antonio Bux

Ininterrotta
(Vieste, Litoranea)

Cos’è il mare, protezione
naturale d’altrove, ventosa
di un abisso di luce o solo
ventre parallelo di un cielo
sempre distante mai stanco
d’esser sonda prepotente o
matrice compromessa sul fondo?
Cos’è il mare, chiedilo al dio
rovesciato nell’acqua, chiedilo
a lui, ti risponderà: è adesso.

La mente radice d’albero
risorge ad ogni nuova aria.
Cicli perenni si affievoliscono
ma nella prima spiga
cerchia l’assoluto il suo stare
all’amido del midollo terreno.
Non è un rito che si ripete
ma un volontario disseminare.
Qualcosa di dio manca.
Però esiste, si vede mentre
spoglia via le coste.
Ma come ha fatto tutto
infinito e solo l’umano
a metà? Il pensiero di questo
è troppo grande.
Ed è bontà del vuoto
l’attimo che corre.
In ciò, più non riconosce.
Tramandato il mondo,
resta una mano tremante.

Contrada Cicerone
(San Marco in Lamis)

Qui una volta crescevano cactus
gialloverdi, languidi con le spine
rigide e le polpe di fichi ardenti
squamavano le strade. E c’erano
gerani dall’odore adriatico, salvie
del riverbero fin dove il favonio
batte a vortice. Ora i granai sotterrati
coi morti negli ipogei, ritornano
luce nella fibra del malessere. Chi
siamo qui senza mare, alle porte
senza l’ebano delle montagne,
senza il frutto gigante delle vigne?
Siamo fatica, punture di insetti
alle costole. Arpi con le cinte
murate un tempo coglieva
le spranghe del cielo. Era forte
fin nei suoi pozzi. Ma è già
pomeriggio e l’ombra del fiore
un ricordo. Perché qui è il sole
nostalgia che sprofonda la chiesa
abbandonata. E perché siamo
zona di naufragio, l’ansia di paese
domina pianure addormentando.
Torneremo a ieri dopo l’alba.

Le filiere abbandonate tra gli orzi
i gufi di pianura con gli spaventa-
passeri umani strappati
a morsi dal vento e dai doppi
filari tra le viti rotte gli spazi
della borragine. E non è tutto.
Un muro a croce maestro
dove filtra una luce di sonno,
vertebra della terra insegna
che una montagna nasce invecchiata
se guardata dall’alto. E nemmeno
questo è tutto. Le mani nei pozzi
tirano fuori acque invisibili, tra i denti
di pani spezzati senza moltiplicare
nessun pesce solo cactus di soli
sterrati. E cani guardiani di mosche
ferme nell’aria dove crogiola il fuoco,
tra sentieri vipere lì vive ancora
il topo viandante africano. Lombrichi
di occhi e formiche pensieri questo
è tutto. Deserto moderno a portata
d’uomo. E anche fosse davvero tutto
questa specie di paesaggio cresce
altrove la stessa pianta il rovescio
frutto della mano. Un cielo calpestato.

*

Ipotesi Alaska

Aprire scatole fredde, aprirle
fino al cuore
più freddo del pensiero,
perché il pensiero
è freddo senza cuore,
o destino in scatola
se è amore: lascia che diventi
grosso buco,
nido siberiano in panne;
lascia che sia gioco:
vedrai, potrai spiarvi dentro
il freddo universale
rimasto a secco di parole,
il freddo intatto, il freddo
sfatto dell’anima diagonale,
o l’anima nera del freddo
animale contro l’uomo,
chiuso in gabbia, solo contro
il suo universo. Apri
la scatola calda dell’uomo
sui vapori miti, su dai aprila
la scatola umana ai limiti
dell’esistenza. Apri
e chiudi la scatola, vedrai
soli magici, vedrai
su di te aprirsi, chiudersi
le tue scatole silenziose.

*
Inverno meridionale. Ipotizzo
Alaska di sguardi, fare lacci
con gli assi terrestri. Ma vorrei
con un colpo di tosse calmare
le nevi. Come chi esce, assurdo
dentro, e gela polmoni semantici.
Meglio, piuttosto, farsi un brodo
di calunnie. Gennaio è un morso
di mela sguincio, un insetto secco
dal volo denigrato. Vede solo
un freddo alla volta. Non come me
che raccolgo ghiacci turistici
e qualche mento di legno. Costruirò
un pinocchio equo solidale.
Per bruciare lo stesso.

.
Vita degli iceberg

Lo specchio di una volta
cosa nasconde, forse solo
un volto del ventre.

Il mare si è tutto aperto. Si è fatto suono. Un incresparsi
muto. Ora allunga le coste ai primordi. Ora frana di
nuovo, va in frattaglie d’azzurri. Ricordi, avevamo parlato
dei fondi, dei tralicci bianchi delle acque. E dei salmoni
slegati, sorridenti nelle rocce. Erano polsi le isole,
ricordi? Un battito ininterrotto di fiordi. E i tonni di
lato, veleggiando le idee, con le correnti sporgere dalle
menti, in nuova sete tramutare le notti. Si risaliva allora,
di nuovo verso il sole. Ma adesso cosa rimane? Un
tonfo che da Nord si espande in gelo, e poi torna squagliato
alle fonti saline. È questo il ponte? Mai una lastra
che ricomponga, che faccia ricordare o riesca a lasciarsi
dietro una buccia di luce. C’è solo quello spessore di
niente sulla fronte, quella chiarezza scintillante che ad-
dormenta i nasi. Una distesa di neve abominevole. Si è
superstiti per questo? Testimoniare il silenzio, l’inverno
della bocca ci hanno detto. Ma il mare si richiude nuovo,
ogni giorno torna qui troppo presto. È tutto nostro
il peso del cielo, mentre scende nel fosso del corpo, ci
distende in geografia. Restiamo al gelo. Una musica di
foche e pellicani ci parla in sogno. Una torba notturna
illuminando la carcassa dell’orso polare. Abitiamo
quell’ultima spora. Noi, gocce nella calotta.

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Angela Greco, Fuori le mura – POESIE INEDITE, con una Nota critica di Mario M. Gabriele un Appunto di Giorgio Linguaglossa sulla Rappresentazione e una riflessione dell’autrice

foto-tritticoAngela Greco è nata il 1 maggio del ‘76 a Massafra (TA), dove vive con la famiglia. Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Lupo Editore, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Edizioni Smasher, 2012 di cui è in preparazione la seconda edizione); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015, con ciclo fotografico realizzato con Giorgio Chiantini); Anamòrfosi (in uscita per le edizioni Progetto Cultura di Roma con prefazione di Giorgio Linguaglossa). È presente anche in diverse antologie e in diversi siti e blog.

È ideatrice e curatrice del collettivo di poesia, arte e dintorni Il sasso nello stagno di AnGre (http://ilsassonellostagno.wordpress.com/). Commenti e note critiche ai suoi versi sono reperibili all’indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/.

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Mario M. Gabriele

 Nota critica di Mario M. Gabriele (dicembre 2016)

Nella raccolta inedita dal titolo Fuori le mura del 2016 di Angela Greco, la tipologia linguistica, moderna e per frammenti, punta tutto sul fermo immagine, nel tentativo di recuperare universi statici e in movimento, con proprie frazioni temporali e metaforiche. La parola poetica si forma ad ogni scatto di foto flash, mentre lo sguardo si fissa sulle “facciate in ristrutturazione”, su tutto ciò che proviene dall’esterno. E’ un reportage multiforme, coloristico, percepibile come illuminazione del momento nel tentativo di scoprire l’attimo ineffabile, fluidificante fra soggetti e oggetti. L’occhio è il periscopio puntato sul mondo. Le campionature dell’esistenza, polverizzate dal tempo giacciono su un terreno deflorizzato, tornando a esistere nel momento in cui il Vuoto, la frantumazione, il senso deleuziano di una “totalità perduta” finiscono di essere tali, per integrarsi nel corpo dei frammenti, che ridanno essenza, all’assenza, in un viaggio della mente e della psiche. Qui “l’effetto di superficie” diventa armonizzazione delle cose, categoria rifondatrice della materia, volontà di ricostruire tutto ciò che resta nel cuore e nella mente. Non c’è bisogno delle narrazioni, perché il discorso si affida al frammento, che svolge un ruolo di determinazione delle cose, con piccoli squarci dialogici, in una spirale di frantumazioni e di intuizioni che si fissano in una sorta di fotoni poetici.

Il postmoderno ha ucciso i cantastorie e gli aedi del lirismo. Si è istituito così l’ideale storico della liberazione da ogni contatto con la metrica, che governava rigidamente la struttura del verso nel Novecento. Oggi il criterio di validazione di un testo poetico, non può prescindere dalla ricostituzione della parola, che resta l’unico mezzo progettuale del divenire poetico. La modernità culturale lo esige. Profondità e altezza si annullano con una descrizione del mondo esterno e di quello interno nella configurazione della realtà attraverso i vari stadi, provvisori e fluidificanti. L’autrice annota tutto questo con ritmo crescente, misurando la propria lunghezza visiva su sfondi catarifrangenti formalizzati poi con i versi.

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Angela Greco

Nota dell’autrice.

Queste composizioni inedite narrano incontri e situazioni reali e realmente accadute, che a loro volta hanno rimandato ad altri luoghi anch’essi spesso reali, ma ancor più simbolici e metaforici, inseriti per rimando d’immagine, mischiando soprattutto i piani temporali.

La scelta del frammento si è adattata alla perfezione all’esigenza che da tempo avevo di rendere materialmente il problema del tempo sfuggevole e fuggente e del ricordo.

Il momento, l’attimo, fosse del ricordo o dell’emozione, ho ritenuto opportuno renderlo in frammenti appunto, in flash, come fossi un fotografo, che sceglie (perché la stesura di un verso comporta delle scelte precise, delle decisioni da prendere) lo scorcio più idoneo, il taglio, l’angolazione, l’esposizione e solo dopo scatta la foto, dove “scattare la foto” qui sta per imprimere l’attimo su un supporto.

Rimanendo nell’ambito delle scelte, per me la poesia è simile ad un taglio chirurgico, dove il chirurgo, deve sapere con esattezza dove incidere e ridurre al massimo l’indecisione (mancanza di decisione o indeterminatezza, ossia mancanza di definizione e torniamo così ancora all’immagine, che deve essere definita, precisa, e non generica) pena la vita del paziente. Così in queste poesie: i luoghi, i tempi, gli spazi, sono identificati con precisione, per catturare – non senza sforzo s’intenda – quel momento e non un altro; il momento preciso rimasto in me e che l’elaborazione-sedimentazione ha restituito soltanto dopo in poesia.

giorgio-linguaglossa-15-dicembre-2016Appunto di Giorgio Linguaglossa sulla «Rappresentazione»

Il tratto caratterizzante della forma artistica del Moderno va individuato, secondo Foucault in quell’opera fondamentale che è Les Mot et les choses, nel concetto di Rappresentazione (Darstellung) attraverso la diagnosi di Las Meninas di Velazquez. I termini del problema sono presto detti. Si rappresenta l’atto stesso della rappresentazione: pittore, tavolozza, grande superficie scura della tela rovesciata, quadri appesi al muro, spettatori che guardano; da ultimo, nel centro, nel cuore della rappresentazione, vicinissimo a ciò che è essenziale, lo specchio, il quale mostra ciò che è rappresentato, ma come un riflesso così lontano, così immerso in uno spazio irreale, così estraneo a tutti gli sguardi volti altrove, da non essere che la duplicazione più gracile della rappresentazione.

Tutte le linee del quadro convergono verso un punto assente: vale a dire, verso ciò che è, a un tempo, oggetto e soggetto della rappresentazione. Ma questa assenza non è propriamente una mancanza, è piuttosto quella figura che “nessuna” teoria della rappresentazione è in grado di contemplare come suo momento interno. La caratteristica della rappresentazione alle origini del Moderno sta dunque nel fatto che il soggetto della rappresentazione, il produttivo “fuoco” che la sorregge, le coordinate, si colloca al di fuori della rappresentazione stessa.

L’absentia segnala dunque in Foucault la chiusura di ogni representatio. Nessuna teoria della rappresentazione è, in quanto tale, in grado di includere nel suo circolo il Soggetto-sostegno della rappresentazione. L’osservatore, per cui la rappresentazione è allestita, non può osservare se stesso, ma solo il suo simulacro, o, come in Las Meninas, la sua immagine riflessa nello specchio. La forma-poesia dell’età moderna rientra in questo schema epistemologico: il soggetto viene ad eclissarsi, viene detronizzato della sua presunta centralità e la sua visione diventa strabica, eccentrica, parziale, s-focata, fuori fuoco, fuori gioco, insomma, non è più centrale, ha perduto la sua centralità… ma questa intrinseca debolezza del soggetto, della centralità del soggetto, invece di rivelarsi una debolezza ontologica può, paradossalmente, riabilitarsi in una nuova volontà di potenza, in una nuova messa a fuoco del problema della rappresentazione e del soggetto che sta al di fuori di essa. In una parola, in una continua de-angolazione prospettica tipica delle moderne (o meglio post-moderne) forma-romanzo e forma-poesia.

È proprio il concetto di de-angolazione prospettica quello che vorrei mettere a fuoco nella poesia di Angela Greco. La de-angolazione prospettica in un testo letterario fa sì che si ha un inizio ma non una fine, non solo, e che all’interno dello sviluppo della rappresentazione non si dà un filo conduttore stabile ma un susseguirsi di punti di vista, di angolazioni prospettiche che confluiscono in un sistema di scrittura caratterizzata dalla multi prospezione prospettica; particolarità costruttiva che investe sia la forma-poesia che la forma-narrativa odierne.  Caratteristica della poesia di Angela Greco è il suo procedere per «tagli» dell’oggetto, per sovrapposizioni e accostamenti di «pezzi», e successivo montaggio, per dis-locamento dell’io parlante, per «slittamenti» frastici, per «sviamenti» e «deviazioni» dall’ordito principale del discorso; c’è insomma, una dis-locazione, un andamento a zig zag, che va di qua e di là, che porta il discorso poetico attraverso deragliamenti di significati e di direzioni, quasi che il senso, se senso c’è del discorso poetico, fosse possibile afferrarlo soltanto tramite una serie continua di deviazioni e di smarcamenti dal filo del discorso, mediante illogicismi, inserzioni di onirismo, di surrealtà, di fatti del quotidiano, di relitti linguistici che galleggiano in un mare di prosasticità.

 

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Angela Greco

Angela Greco

Incontri urbani

Il cerchio perfetto dei tuoi occhiali
è sottrazione d’azzurro,
segna il confine dell’immagine riflessa
che accoglie il flash della macchina fotografica.
(Il fondale è lo spazio tra gli alberi
e la città in lontananza)
Nuda esco dalla Tempesta.
Settembre. Il giorno ha precisione meteorologica.
Il metal detector passa attraverso il suono delle campane.
Il treno esce allo scoperto lungo il muro disegnato.
Due file di auto e aceri a mosaico. La visuale.
Ti seguo.
In mezzo, un discorso sulla poesia.
Prima strada a sinistra. Facciata in ristrutturazione.
Le porte da saloon dell’ascensore stridono
e lo specchio ci riflette nei due angoli opposti.
Un metro quadrato fa procedere lentamente il tempo,
mentre al muro bianco si alternano vetro e luce.
Sesto piano. Rumore di chiave nella serratura.
Due porte. Corridoio con libri. Finestra aperta.
Interno giallo con legni scuri. Finestra chiusa.
Stapelia Variegata apre il suo fiore fuoristagione
e non ha più importanza quel che accade all’esterno.
«Sono uno dei tuoi angeli relegati in Paradiso».
Ridi.

Il nono secolo è stato un tempo di battaglie, per me;
per te, il tempo del testo kashmiri e della sua filosofia.
Uno di fronte all’altro: clangore di spade e fruscio di pagine.
Le porte del tempio di Giano ancora aperte
oggi si chiudono in questo inizio. Siamo il passaggio
e la doppia fronte nel suo significato originario.
Il Novecento è la cicatrice ombelicale da disinfettare,
perché si occluda e possiamo allora dirci adulti.
Procediamo un millennio alla volta: il terzo,
dall’anno 753 dalla fondazione di Roma, ci sorprenderà.

 

Tra me e dio

Di quante parole ha bisogno un dialogo?
Pavimento coperto da schegge di vetro.
Lo specchio rotto e l’immagine in frantumi.
Guardo in basso. Ogni frammento amplifica la visione.
Black out. La midriasi svela una presenza.
Pugni chiusi. Prendo la direzione opposta.
In silenzio. Ascolto.

Siamo nel 1987. Giugno. L’ulivo è in fioritura.
Non ci sono nuvole dopo pranzo. Passeggiamo.
In lontananza la strada scende verso il vigneto.
Il cane abbaia ad un’auto di passaggio. Io gioco
a raccogliere le pietre lisce verdi e grigie del fiume
che nasconde la sua acqua in profondità.
Siamo nel 1987. Sto imparando a scrivere.
In quel preciso momento abbiamo smesso di parlare.

Ho incontrato Dio una notte del 1928. Primi giorni di gennaio.
Mi dissero che era nato da poco.
Ebbero paura morisse subito, la mattina stessa del parto.
Per questo giunse a gennaio.
Mi domandai dove fosse l’altra metà da cui anche quel dio era nato.
19 ottobre 1959. Paese in festa. Le campane suonano alle 11.
Sono passati cinquantasette anni e trenta secoli
dal giorno in cui le due parti si sono ricongiunte.

Pagina bianca. Mitra uccide il toro. Qualcuno muore sempre.
Dalla giugulare fiotta la fertilità della terra. Pagina scritta.
Ogni dio ha un sacrificio da compiere. Il mio è vivere.
L’immortalità è scrittura nell’agonia del foglio immacolato.

Ultimo atto. Quattro i cavalli e quattro i colori. Sette i sigilli.
Il giorno successivo al primo flagello ho imparato a cavalcare.
Una filastrocca scioglie la lingua e segna la strada.
Primo giorno di scuola. Finestra aperta. Siedo nel banco
vestita di bianco e tu sorridi lasciandomi la mano.
Dio è una promessa di ritorno.

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Angela Greco

Strada senza uscita

Da tre anni aspetto la fioritura dell’iris aucheri
affresco di Tebe e gioia del giardino del faraone,
introdotto in terra egizia dalla bella Siria.
Aspetto la scia colorata della buona notizia
l’attimo preciso in cui rileggere la carta delle vie
e lasciare alle stelle la decisione dell’esito finale
di questa strenua battaglia che lo specchio conosce.

La finestra è aperta su un nuovo documento word,
ultima versione, stessi caratteri, spaziatura e margini.
La seconda finestra si apre su una strada senza uscita.
Cade a pezzi a quest’ora sulle terre del Sud
un tramonto di bestia macellata annuncia la notte.
Il toro muggisce nel recinto di pietra all’ombra del castello:
il compianto è per un’altra morte, questa volta
non è Ignacio a lasciare la scena eppure l’odore è lo stesso.

La camicia azzurra stirata alla perfezione
induce ad allontanarsi dal tuo petto
per timore che linee segnino il desiderio.
Basta una stretta di mano, affare concluso
senza altre parole si stipula il contratto:
coltiveremo iris e alleveremo bovini per gli dei.
Ci occuperemo anche della morte,
in un secondo momento.

Il castello è chiuso al pari di un ufficio comunale.
A questo si riducono i viaggi, alla burocrazia.
Riprendo il cammino con l’indice tra le pagine
e mi fermo al quadrivio segnato dalla croce.
Leggo ancora un verso, quello in cui descrivi la città
e tutte le variazioni del suo nome. Siamo ad Oriente
e il ritorno all’ora legale affretta la sera e le sue ombre.
Scrivo un altro rigo seguito da puntini sospensivi.

Le colombe al mattino tubano sul balcone.
Il computer illumina la stanza centrale della casa.
La mattina inizia sempre con il caffè amaro
ed una lettura che mi restituisce il sogno.

 

Fuori le mura

Crollano all’esterno del palazzo
le mura, il re, pietre e attese.
Si spezza dell’abito dai bordi d’oro il filo
con cui era unito alle sete. Cadono bottoni.
Il telaio s’inceppa sull’ultimo punto:
un giorno di novembre ed un ritorno.

La regina ed i suoi enigmi destano Salomone.
Possono disconoscersi ed invertire i ruoli:
lui farà domande e lei avrà saggezza, ma
il deserto non cambierà la sua natura
e della sabbia si occuperà la carovana.
La notte segnata dalla stella riconduce a casa.

Living con divano in pelle e libreria. Terzo ambiente.
Orologio fermo all’ora del decesso. Dodicesimo anno.
La data immobile sul calendario dice che è dicembre
nuovamente il quindici.
Come numeri dalla faccia d’un dado, ha detto il poeta,
mentre imperterriti perdiamo tempo in domande inutili,
distraendoci con risposte di comodo.
Ricorrenze

#1

Novembre è entrato alla tua uscita
per fumare e telefonare.
Ha posto due domande:
«Continuare fino alla fine?»
«Fermarsi al 23, mercoledì, ore 19 e 40?»

La pioggia mi sorprende a ridere
incredula della voce alla compieta,
preghiera esaudita, immagine nitida
nella sera incipiente. Poi la cena, per prassi.

Si è abbreviata la distanza dalla luna.
Nuovi eventi hanno permesso l’avvicinamento
e non occorre più rivolgersi ad alcuna agenzia.
Per esplorare il cosmo basta guardare la foto:
quella dove stringi tra le mani l’ultima ora del giorno.
#2

«Dimmi cos’hai»
40 anni. Una penna. Fame.
Il libro degli astri. Un ricordo.
Scegli.

«E cosa vorresti?»
Un biglietto per l’Orient Express.

La voce legge Tranströmer:
un chiarore blu…una fessura
attraverso la quale i morti
passano clandestinamente il confine.
Mentre ci diluiamo con le ore della notte,
una lampada velata aspetta l’alba.

Mario M. Gabriele è nato a Campobasso nel 1940. Poeta e saggista, ha fondato nel 1980 la rivista di critica e di poetica Nuova Letteratura. Ha pubblicato le raccolte di versi Arsura (1972); La liana (1975); Il cerchio di fuoco (1976); Astuccio da cherubino (1978); Carte della città segreta (1982), con prefazione di Domenico Rea; Il giro del lazzaretto (1985), Moviola d’inverno (1992); Le finestre di Magritte (2000); Bouquet (2002), con versione in inglese di Donatella Margiotta; Conversazione Galante (2004); Un burberry azzurro (2008); Ritratto di Signora (2014): L’erba di Stonehenge (2016). Ha pubblicato monografie e antologie di autori italiani del Secondo Novecento tra cui: Poeti nel Molise (1981), La poesia nel Molise (1981); Il segno e la metamorfosi (1987); Poeti molisani tra rinnovamento, tradizione e trasgressione (1998); Giose Rimanelli: da Alien Cantica a Sonetti per Joseph, passando per Detroit Blues (1999); La dialettica esistenziale nella poesia classica e contemporanea (2000); Carlo Felice Colucci – Poesie – 1960/2001 (2001); La poesia di Gennaro Morra (2002); La parola negata (Rapporto sulla poesia a Napoli (2004). È presente in Febbre, furore e fiele di Giuseppe Zagarrio (1983); Progetto di curva e di volo di Domenico Cara; Poeti in Campania di G.B. Nazzaro; Le città dei poeti di Carlo Felice Colucci;  Psicoestetica di Carlo Di Lieto e in Poesia Italiana Contemporanea. Come è finita la guerra di Troia non ricordo, a cura di Giorgio Linguaglossa, (2016). Si è interessata alla sua opera la critica più qualificata: Giorgio Barberi Squarotti, Maria Luisa Spaziani, Domenico Rea, Giorgio Linguaglossa, Letizia Leone, Luigi Fontanella, Ugo Piscopo, Stefano Lanuzza, Sebastiano Martelli, Pasquale Alberto De Lisio, Carlo Felice Colucci,  Ciro Vitiello, G.B.Nazzaro, Carlo di Lieto. Altri interventi critici sono apparsi su quotidiani e riviste: Tuttolibri, Quinta Generazione, La Repubblica, Misure Critiche, Gradiva, America Oggi, Atelier, Riscontri. Cura il Blog di poesia italiana e straniera Isoladeipoeti.blogspot.it.

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Francesca Dono, QUATTORDICI POESIE Inedite – La carta da parati – con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa: La poesia dopo la fine della modernità, «La nuova poesia ontologica»

Francesca Dono nasce a Reggio Calabria. Si laurea in Scienze Sociali poi si trasferisce a Milano dove vive e lavora. Scrive già a sei anni la sua prima poesia. Comincia a dipingere e fotografare all’età di sedici anni. La sua pittura spazia dal tradizionale al digitale. Tante le opere poetiche selezionate e inserite in varie raccolte ed antologie del panorama piccolo-editoriale nazionale.

Pubblicazioni sulla rivista «Odissea» di Angelo Gaccione – «Bibbia d’Asfalto»  e «Word Social Forum». Molti componimenti si sono classificati ai primi posti in vari concorsi tra cui :premio  internazionale Otto Milioni di Bruno Mancini,  premio internazionale “Terra di Virgilio” con critica di Enrico Ratti, premio “La Stampa ”con critica di Maurizio Cucchi. Premio Speciale Presidenza  “Abbiate Coraggio di Essere Felici” di Antonella Ronzulli e Annamaria Vezio , premio “Internazionale Leopardi d’Oro” dell’Accademia Leopardiana di Reggio Calabria come  ambasciatrice  e procuratrice dell’Arte  e Letteratura Italiana nel mondo. Premio MilaninSight. Concorso Racconta la tua Milano.

Anche i dipinti sono stati inseriti in vari Cataloghi d’Arte tra cui il catalogo d’arte “ l’Elite”  anno 2013 e 2014, catalogo  d’Arte di Assisi e di Artelis di Reggio Calabria nel 2015. A Novembre edita la sua prima raccolta intitolata Tra l’Insionismo* l’Inversionismo e il dialogo di Irda Edizioni”, ormai fortunatamente introvabile.

*(neologismo)

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Fine della modernità

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Nel tragitto ortogonale e tangenziale verso una «Nuova poesia ontologica» credo si possa annoverare anche la poesia di Francesca Dono. Come ho detto in diverse occasioni, questa poesia non vuole essere né bella né brutta, né isoritmica (detto in altri termini: eufonica), né cacofonica, né dissonante né minimalistica, né sperimentale né antisperimentale, né novecentesca né anti novecentesca. In un certo senso, questa nuova procedura compositiva, per frammenti e per relitti, prende a prestito da tutte le acquisizioni stilistiche pregresse gli elementi di novità e li immette in una «forma» compositiva del tutto nuova. Siamo ormai lontani dall’epoca che ha sanzionato la decadenza di ogni narrazione, da quando, nel 1979, Lyotard dà alle stampe un libretto di circa cento pagine con il quale statuiva «la fine della modernità». La tesi di base è nota: Lyotard sancisce la fine della modernità, facendola coincidere con l’impossibilità di porre mano – per il filosofo come per lo storico della cultura e delle civilizzazioni – a una «grande narrazione», cioè a una storia che possa essere “macrostoria”, vale a dire una storia complessiva e comprensiva della civiltà. Ciò che restava erano i frammenti, i frantumi, i cocci dell’«Anfora» di Ubaldo de Robertis, i relitti, ed è con questi relitti che, volente o nolente, la poesia contemporanea dovrà fare i conti. Non c’è via di scampo. I ritorni al passato euofonico della poesia eufonica di Sandro Penna, sono impossibili, così come le derive narcisistiche verso le «narrature» (dizione di Roberto Bertoldo) post-modernistiche che fanno le fiche alla narrazione della narrativa.

Francesca Dono ha il dono, se così si può dire, di possedere il demone della poesia. Fa una poesia che nessuno si sognerebbe mai di fare, e lo fa con la naturalezza e l’ingegnosità di chi ha un talento maldestro e irriguardoso. Oserei dire che è un po’ il versante femminile di Antonio Sagredo. Fa poesia come fa fotografia, con lo smartphone, con l’ingegno della spontaneità, ha uno sguardo originale e non convenzionale sulle cose, come può averlo un primitivo nell’isola di Pasqua, leggi le sue associazioni e rabbrividisci, non ti ci raccapezzi. Inverte l’ordine degli addendi, e il risultato cambia, è questo il segreto del suo approccio. Incredibile, Francesca Dono possiede per via, per così dire, «naturale», il segreto dei «frammenti», li mette in un bussolotto, agita il tutto, e quello che ne viene fuori è un prodotto sempre diverso. Semplice, no? Fa del bricolage e del brigantaggio linguistico. Le sue composizioni hanno una leggerezza e una fragranza encomiabile; mi dicono che riesce claudicante, che qua e là inciampa sulla diversissima geografia delle immagini, ma, credo che sia il rischio del mestiere di poeta: («la carta da parati con una finestra / sul finire dell’inverno»; «Buona fortuna-  scrive Hoffman sotto stelle insultate»). Procede con una precisione fotografica, fotometrica, nel senso che il metro della immagine è il suo unico regolo («un pesce rosso dentro la boccia di vetro»; «Lacrimogeni gettati dentro autobus di linea»); si esprime mediante enunciati surrazionali  e insensati («Pindaro non smorzare il giglio con la cenere del vulcano»), adotta  notazioni quasi didascaliche, fa cartografie di fotografie e di immagini, poi cambia passo, allunga il passo, torna indietro, ci ripensa, va avanti, e poi a destra, e a sinistra, parla di cose scombiccherate, bizzarramente assemblate («Allungo il pennello guardando sacchi a pelo a ridosso / di ombre lunari»),  in un paesaggio de-paesagizzato e de-psicologizzato, lunarizzato, ridotto a palcoscenico di burattini in libera uscita; assembla immagini le più varie, desuete, contraddittorie, farsesche, sovra reali in modo da de-naturare i componimenti e de-automatizzarli. Le sue sembrano poesie scritte da manichini irriverenti e scontenti che litigano tra di loro. Fa una poesia della contaminazione lessicale, della disseminazione, della combinazione e dello spaesamento, direi della labirintite, malattia tipica del nostro tempo psicotico; fa una poesia molto simile a quella di certi schizofrenici che sono molto più sani dei poetini da Parnaso dipinto; fa una poesia che manca di equilibrio, sì, che inciampa spesso, cade a terra e si rialza… Ed è appunto questo il suo pregio: che lascia ben visibili le cicatrici linguistiche, i vulnus, le cuciture improvvisate, i salti, gli strappi…  Segue la funzione simbolica del linguaggio per contiguità metonimica, senza darlo a vedere, senza pensarci, e magari senza saperlo, si affida alla metonimia piuttosto che alla metafora,  alla funzione sinonimica, e se ne va a spasso per suo conto con una incredibile libertà fantastica. Fa una poesia che manderebbe in estasi i bambini, ma che certo, gli adulti ben pettinati si guarderebbero bene dal prendere sul serio e storcerebbero finanche il naso. In specie, i poeti laureati, quelli che parlano con scienza e coscienza delle cose di cui si può parlare con meticolosa seriosità con un linguaggio lindo e pinto.

(Francesca Dono)

– la carta da parati –

la carta da parati con una finestra
sul finire dell’inverno.
Allungo il pennello guardando sacchi a pelo a ridosso
di ombre lunari.
Brulicano pietre.
Si traccia la mappa per allevare sonni tra le morgane.
Tre anni e ancora lui non m’appartiene.
E’ indelebile la malia del vecchio straniero. Torno indietro.
Nessuno sorride.

.
– Achille giunge nell’ora perduta –

spocchie e foglie vecchie di lacci militari.
Achille nell’ora perduta.
Dita disadorne giungono tra i sudici illibati.
È irritante quel
disordine nell’afa .
Lucy scompare alla dogana. L’acciottolio di piatti
nel buio di un sotterraneo.
__Alcune cameriere s’innamorano.
L’albergo ha un tetto nel diluvio.
________–
Girotondo dei cieli.
_____ Dorme la puritana di San Francisco. Stalattiti raccolgono
Saturno in mezzo alle caverne.
In corteo cappelli proletari –
Sconfinano necrologi sul Journal de Paris.
– Buona fortuna – scrive Hoffman sotto stelle insultate.
Si sospira.
Di bocca in bocca un cianotico pasto.
Fisso un garzone per la fuliggine.

– un pesce rosso –

un pesce rosso dentro la boccia di vetro.
Anni nella stessa direzione.
Mi chino. Lui si abbandona estraneo
al circolo dell’acqua sempre piatta.
Un pesce rosso. Nel caldo o nel freddo.
Niente si muove sul davanzale.

– dell’uomo solitario –

atroci piedi alle solide fondamenta. Dell’uomo solitario l’attrito
nel peso di un corpo sottile. Si oscilla nel sonnifero. Anche il sacrestano
non ha scalato i calandri di cera. Nella cella un’antica fiumana di peltri. Inodore
tu respiri. La roulette mi gira ai perni di Gomorra. Perché rifiutare la festa delle canne
slanciate? Un bovaro si avvia lontano. Dopo la colonia tristemente il nostro capo curvo.

– di rose i giardini –

di rose i giardini.
I lini delle case fino alle cose.
Quasi cangiante l’audacia dei volti indigeni.
Fisso i declivi frastagliati. Oso issarli all’insegna agostana.
La falsa abbronzatura fiancheggia l’alone del tuo iride. Sono tutti
laggiù i lapis per disegnare le galassie. Sulla scia pietre accalcate. Ipoteche
verso la corolla solare. Lacrimogeni gettati dentro autobus di linea.
Mi alzo. Mi siedo.

– centimetri di scure acquoline –

l’eclisse.
Centimetri di acquoline salutando la luna.
Un altro poeta è caduto dalla pietosa rupe.
Pindaro non smorzare il giglio con la cenere del vulcano.
L’alba si sbeffeggia.
Duri calchi nella villa di Pompei.
Ora tu cresci inglobando fiumi già logori.
Tetri commensali dentro la sala cobalto.
Asfittica la fetta di carne sui piatti decorati.
Omero ormai scrive insonne.
Vele di luci sotto l’Olimpo. Mi pettino tra miseri mendicanti.
Tacciono le colonne del tempio.

– e per mai osare la precisione degli uccelli –

contaminata
la pioggia vacilla.
Forse cava la nostra carne
dentro milioni di fosse oceaniche.
__________Un colpo si punta all’acciaio. Moloch sparge
l’ala dell’anatra verso le aquile.
Non un dubbio.
_________Sotto i radar il sole e gli angeli del viaggio.
Ti porto una cena carica di ruggine.
La porta d’ulivo ha rami lungo la notte.
|________
Tu succhi dal branco il feto triste. Il branco ci concede l’ennesimo bronzo nel volto scarnato.
———————-
Filo imbastito sulle schiene blindate.___ Marion s’incontra con le torri assoldando oscuri sicari.
_Orti ed erbari in mezzo alle stoviglie.
Il piatto è nudo.
Che faranno di me? Poison _ poison nella polvere frettolosa.
Sussurri lievemente. Cani-ragni sugli altari.
Chet Baker si tormenta con una tromba stonata.
La sala americana è tra pareti incartate.
_______Luce tra le macerie.

francesca-dono-con-tela

(Francesca Dono)

– il miglio mischiato –

un cucchiaio dentro la clessidra.
Questa svasatura è il miglio mischiato dentro gabbie di uccellini.
Zia Carmelina taglia le pigne a dadini.
Una ciotola più o meno.
Il santo mi ha sparso in milioni di fedeli.
Scende il crepuscolo.
L’oceano soggiorna a Cattolica.
Prende il volo un’anatra tra i rovi di un orto.
Papà andava per i campi.
Altri sei mesi raccogliendo tra i clivi.

–  i grandi canyon –

grandi canyon nella
caccia del vento. Sospesi i fiori rossi
qualche luna è scoppiata sconfinando.
Pareti ripide negli orizzonti caduti.
Ho visto erbe carnivore banchettare
con i tuoi vermi. Tre mesi di cielo terreo
non tornando alla bottega dell’oro.
Bolle bibliche nell’acqua: dietro le volute
Erode si sventra . Qui m’insabbio
nella congrega dei papi. Chiederti
della promessa per il sole. Gli oracoli
si susseguono in ogni grappolo d’uva. Molto tempo
la mia anima senza un calice maestro.
Nella contesa una quinta e l’ombra riflessa.
Ma già ti riconosco. Ho visto
quel corpo lacerato.

– poltroncine rosse –

la sala di un cinema.
File di poltroncine scolorando nel buio .
Ovunque poltroncine di stoffa tra fievoli
mormorii o segreti.
E’ quasi penombra il gioco della luce.
Ogni volta dalla tela un corpo dal fotogramma.
Con te il singulto di una strana immagine.
Guardo il respiro dell’aria viziata.
Distrattamente i nostri fianchi si sgretolano
al minimo colpo di sonno.
Cataste di poltroncine .
Poltroncine rosse legate in ogni fila.

– selve al banco dei merluzzi –

selve al banco dei merluzzi.
Si strofinano candele al santuario.
L’uomo ha ucciso.
Un monaco ha forzato il gelo nella neve.
In obbligo questa lucciola-pachiderma
a svelarsi di notte. Ti raggiungo nel campo del bambù
bramoso. Luoghi canonici con cecchini e
bombe che non smettono di cercare.
Eros sussurra all’orecchio.
Del sole un salto tra scansie spellate.
Povera Betta partoriva figli prima di prendere
la pila del vento.

*

Lieve. Fatto in un mulino di olmo
nel corpo asciutto di belle bambine.
Aspettando i circoli della volpe
Lara ebbe il segno per i polsi più chiari.
Ricordo le ombre di fiumare assediate.
Un tempio aveva i graffiti dove
Ippazia si compiva nel coltello di conchiglie.
E venne un tetto levitando
l’altezza attorno. Tu tra i
riflettori immortali di una città attonita.
Morgana era l’altra sorella
nell’acqua del mare.

– Sonagli a Bali –

L’aureola nacque. Era un pomeriggio
col tuo maglione rosso verso Madras.
Intanto la gasolina nella
frusta del vento. Tra i fumi un teschio vagante.

-Puoi essere uguale a questa boccuccia. – Diceva.

Era buio . Lo sbieco della coperta traboccava pallido.
Era buio.
Non per i pianeti ma nell’incrinatura di vuote fruttiere.

-La morte non va altrove-. Il tuo teschio ingiallito
simile a un furgone angusto.

-Mi annido. Potrei trascinarti – lui ripeteva.

(Alcune donne in sottoveste. Altre dentro grattacieli di creta).

Già arroccati i miei margini in quelle pietre dure.
Venivano persino tamburini dal Missouri.
Ancora altra neve nei grani del pulviscolo.

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POESIE di Guillaume Apollinaire (1880-1918) Molto allegro con improvvise tristezze Poesie e calligrammi nella traduzione di Mario Fresa stralcio di un  Commento di Renzo Paris

Guillaume Apollinaire, pseudonimo di Wilhelm Albert Włodzimierz Apollinaris de Wąż-Kostrowicky nasce a Roma il 25 agosto del 1880 e muore a Parigi nel 1918, figlio naturale di Francesco Flugi d’Aspermont, un ufficiale svizzero che non lo riconobbe mai, e di Angelika de Wąż-Kostrowicky, una nobildonna polacca. Si trasferisce con la madre in Francia giovanissimo. Ha una adolescenza instabile e disordinata, trascorsa tra vaste letture e numerosi viaggi e studi non regolari. Conosce e frequenta artisti d’avanguardia a Parigi, tra i quali anche i poeti Ungaretti e Max Jakob e il pittore Pablo Picasso. Partecipa alle discussioni sul cubismo in gestazione e, nel 1913, scrive un saggio su questa scuola artistica. Allo scoppio della prima guerra mondiale, sceglie di arruolarsi come volontario, definisce la guerra “un grand spectacle“. Nel 1916 viene ferito a una tempia e subisce un difficile intervento chirurgico. Diventa famoso come critico militante dei movimenti d’avanguardia di quegli anni: il futurismo e la pittura metafisica di De Chirico. Dato il suo carattere estroso ed irrequieto fu sospettato di essere l’autore del furto del dipinto della Gioconda avvenuto il 20 agosto del 1911 al Louvre; in seguito a tali sospetti (di cui fu gravato anche Picasso), viene arrestato ed incarcerato, salvo poi risultare del tutto estraneo ai fatti ed in seguito rilasciato. Del furto risultò poi essere autore un dipendente del Louvre, tale Vincenzo Peruggia. Inaugura nel 1910 la vita letteraria con i sedici racconti fantastici intitolati L’eresiarca & C., mentre nel 1911  pubblica le poesie di Bestiario o corteggio di Orfeo e nel 1913  Alcools, raccolta delle migliori poesie composte fra il 1898 e il 1912, considerata il capolavoro di Apollinaire insieme con Calligrammes (1918),  veri e propri componimenti scritti appositamente per formare un disegno che rappresenta il soggetto della poesia stessa.   

Apollinaire ritratto di Maurice de Vlaminck

Apollinaire ritratto di Maurice de Vlaminck

Commento di Renzo Paris

…Per dar carne alla biblioteca erotica detta dei Curiosi, che curava per uno spregiudicato editore, Apollinaire si tuffa nella letteratura italiana e ne trae pingue bottino. Riscopre, per esempio, lo scrittore Giambattista Casti (1724-1803), viaggiatore irrequieto e amico di letterati e regnanti di tutta Europa, quello stesso che Parini giudicava “prete brutto, vecchio e puzzolente” e che invece Stendhal e Goethe stimavano.

Piacque ad Apollinaire per le sue doti di poeta libertino ed irreligioso Giorgio Baffo che, insieme a scrittori come Francesco Gritti e Anton Maria Lamberti, Giovanni Pozzobon e Marcantonio Zorzi, dava vita all’ambiente che permise la nascita della lingua goldoniana. Ammirò Boccaccio, innanzitutto. Stampò Sade. Ma a proposito del Casti c’è ben altro da dire. Il Casti infatti è autore degli Animali parlanti. E che cos’è Bestiaire, la prima raccolta di poesie d’Apollinaire, se non una serie soprattutto di quartine in cui il poeta fa ‘parlare’ gli animali?

O forse è troppo azzardata l’ipotesi di una intuizione settecentesca di un bestiario illustrato alla maniera medioevale ancora viva nell’epoca rinascimentale? Bestiaire è del 1911. Definito dallo stesso autore “un divertimento poetico” è una serie di licenziosi auguri e scongiuri. Auguri al poeta che si appresta a circuire e a conquistare madama poesia, e d’altra arte, scongiuri contro i pericoli e gli ostacoli di cui è lastricata la strada della bellezza. Più che un ‘dizionario dei motivi poetici dell’autore’ sembra essere un manuale di istruzioni per la creazione poetica, per un poeta da spartire con il profeta di dantesca e rimbaudiana memoria né con il misterioso di Mallarmé. Proprio in Bestiaire, nella quartina ‘L’éléphant’, si dice:

Comme un éléphant son ivoire,
J’ai en bouche un ben precieux.
pourpre mort!… J’achète ma gloire
Au prix des mots mélodieux.

Nella quartina ‘La chenille’ invece leggiamo:

Le travail mène à la richesse.
Pauvres poètes, travaillons!
La chenille en peinant sans cesse
Devient le riche papillon.

A prezzo del “lavoro poetico” il poeta può diventare ricco. Se le parole sono ancora melodiose, ma già tese e frenetiche, alla gloria si arriva attraverso una “compera”. Anche qui Apollinaire finisce col criticare il gusto simbolista dall’interno stesso della sua melodia. A proposito della “purpurea morte” de “L’éléphant” il critico francese Poupon ricorda Mallarmé e la sua particolare espressione “morire purpureo” riferita alla ruota di un carro, simbolo della poesia.

(tratto da Apollinaire Poesie Newton Compton Italiana, Introduzione di Renzo Paris, Roma, 1971)  

Nota del traduttore Mario Fresa

Un traduttore di poesia deve lavorare siccome un interprete musicale. È questo il senso del gioco di queste mie traduzioni-imitazioni confluite nel quaderno “In viaggio con Apollinaire”: ai testi ho voluto applicare minime inversioni sintattiche, dilatazioni o contrazioni metriche, sovrapposizioni, puntature, cadenzine. L’elemento di maggiore fascino nella traduzione poetica è d’altronde costituito, secondo me, soprattutto dalla forma e dalle modalità del processo di trasformazione del testo da cui deriva la traduzione stessa; un processo che non è un ʿcontrafactumʾ o un travestimento, ma una forma di scrittura trasversale che assume il valore di un omaggio-variazione, in cui si accolgono e si uniscono sia l’eco imitativa, sia la rielaborazione, fiorita e ampliata, del modello di partenza.

Da Il Bestiario o Corteggio di Orfeo

La Souris

Belles journées, souris du temps,
Vous rongez peu à peu ma vie.
Dieu ! Je vais avoir vingt-huit ans,
Et mal vécus, à mon envie.

Topino

O belle, mie belle, terribili, belle giornate!
Topini del tempo che la mia vita divorate!
Trent’anni, miodio, trent’anni li compirò tra un mese!
Che tempo perduto! Che ore malissimo spese!

L’Écrevisse

Incertitude, ô mes délices
Vous et moi nous nous en allons
Comme s’en vont les écrevisses,
À reculons, à reculons.

Gambero

O dubbio, dolcissimo mio. La dolce mia altalena.
Ah ridatemi la strada. Non la vedo. Non la vedi.
Tu mi sventoli all’indietro: come un gambero procedi
Che sgambetta, si ripara, che alla fuga già s’allena.

Da Alcools

Les cloches

Mon beau tzigane mon amant
Écoute les cloches qui sonnent
Nous nous aimions éperdument
Croyant n’être vus de personne

Mais nous étions bien mal cachés
Toutes les cloches à la ronde
Nous ont vu du haut des clochers
Et le disent à tout le monde

Demain Cyprien et Henri
Marie Ursule et Catherine
La boulangère et son mari
Et puis Gertrude ma cousine

Souriront quand je passerai
Je ne saurai plus où me mettre
Tu seras loin je pleurerai
J’en mourrai peut-être

Campane

Oh il mio caro zingarello: oh l’amante mio bello:
senti che razza, senti che razza di scampanìo!
Quanto ci siamo amati, vedi un po’, tesoro mio
(e volevamo non esser mai visti, amore bello…)

Il nostro nascondino, noi l’abbiamo scelto male!
Le campane delle chiese fanno un chiasso infernale
a destra, a manca: e dall’alto dei campanili ognuna
già si mette a bisbigliare, pettegola importuna…

e così, già domani, prima Enrico e poi Ursula Maria
e in aggiunta Cipriano e Caterina
e anche i coniugi fornai, lì, nella panetteria

ah come sorrideranno quando, mettiamo, io passerò di là
e dove, ohimé, dove poi m’asconderò?
Ah, ne potrei morire! Morire io ne potrei, chissà!

Signe

Je suis soumis au Chef du Signe de l’Automne
Partant j’aime les fruits je déteste les fleurs
Je regrette chacun des baisers que je donne
Tel un noyer gaulé dit au vent ses douleurs

Mon Automne éternelle ô ma saison mentale
Les mains des amantes d’antan jonchent ton sol
Une épouse me suit c’est mon ombre fatale
Les colombes ce soir prennent leur dernier vol

Costellazione

Sono nato sotto il segno dell’Autunno
Per questo mi piacciono i frutti perciò mi disgustano i fiori
I baci che ho donato io li rimpiango tutti
Come un noce bacchiato sussurra i suoi dolori al vento

Oh mio Autunno perenne oh stagione della mia mente
Mani di antiche amanti cospargono il tuo suolo
Una sposa mi segue ed è l’ombra mia fatale
Le colombe stasera spiccano il loro ultimo volo

Hötels

La chambre est veuve
Chacun pour soi
Présence neuve
On paye au mois

Le patron doute
Payera-t-on
Je tourne en route
Comme un toton

Le bruit des fiacres
Mon voisin laid
Qui fume un âcre
Tabac anglais

Ô La Vallière
Qui boite et rit
De mes prières
Table de nuit

Et tous ensemble
Dans cet hôtel
Savons la langue
Comme à Babel

Fermons nos portes
À double tour
Chacun apporte
Son seul amour

Alberghi

La camera è vuota
Ciascuno per sé
C’è un ospite nuovo
Si paga tra un po’

Ma dice il padrone:
Qui si salderà?
Io trottolo e vago
Per la mia città

Vetture chiassose
Che ceffo ha il vicino!
Si fuma un tabacco
Inglese, un po’acre

C’è la Favorita
Che zoppica e ride
Di queste preghiere
Sul mio comodino

E adesso in albergo
Noi qui tutti insieme
Parliamo le lingue
Di un’altra Babele

Chiudiamo le porte
Ben forte, ben forte
Ciascuno il suo amore
Si serbi per sé.

Cors de Chasse

Notre histoire est noble et tragique
Comme le masque d’un tyran
Nul drame hasardeux ou magique
Aucun détail indifférent
Ne rend notre amour pathétique

Et Thomas de Quincey buvant
L’opium poison doux et chaste
À sa pauvre Anne allait rêvant
Passons passons puisque tout passe
Je me retournerai souvent

Les souvenirs sont cors de chasse
Dont meurt le bruit parmi le vent

Corni da caccia

Nobile e tragica è la nostra storia
Come la maschera di un gran tiranno
Nessun rischio drammatico, nessun sortilegio,
Nessuna minuzia indifferente
Ha reso romantico il nostro amore

E de Quincey mentre beveva
L’oppio venefico dolcissimo e puro
Sognava la sua Annina
Passiamo trapassiamo, perché tutto passa, perché tutto va!
Ahi, spesso, ma sconsolato, volgerommi indietro!

I ricordi sono corni da caccia
E il loro suono si disperde nella bocca del vento

La Blanche Neige

Les anges les anges dans le ciel
L’un est vêtu en officier
L’un est vêtu en cuisinier
Et les autres chantent

Bel officier couleur du ciel
Le doux printemps longtemps après Noël
Te médaillera d’un beau soleil
D’un beau soleil

Le cuisinier plume les oies
Ah  ! tombe neige
Tombe et que n’ai-je
Ma bien-aimée entre mes bras

La bianca neve

Ah, gli angeli in cielo, là in alto, là fuori!
Uno è vestito da brigadiere
L’altro è vestito da cuciniere
E gli altri, quel gruppo, son tutti tenori

O bell’ufficiale, color dell’azzurro!
La primavera, adesso, dopo quel lungo inverno
Sai che bella medaglia di sole ti assegnerà
Ma sì, te la darà

Il cuciniere spiuma le oche
E che neve che cade: e cade, la neve,
Ricade: né v’è
La mia bella, qui adesso, con me!

Mes amis m’ont enfin avoué leur mépris

Mes amis m’ont enfin avoué leur mépris
Je buvais à pleins verres les étoiles
Un ange a exterminé pendant que je dormais
Les agneaux les pasteurs des tristes bergeries
De faux centurions emportaient le vinaigre
Et les gueux mal blessés par l’épurge dansaient
Étoiles de l’éveil je n’en connais aucune
Les becs de gaz pissaient leur flamme au clair de lune
Des croque-morts avec des bocks tintaient des glas
A la clarté des bougies tombaient vaille que vaille
Des faux cols sur des flots de jupes mal brossées
Des accouchées masquées fêtaient leurs relevailles
La ville cette nuit semblait un archipel
Des femmes demandaient l’amour et la dulie
Et sombre sombre fleuve je me rappelle
Les ombres qui passaient n’étaient jamais jolies

I miei amici alla fine…

I miei amici alla fine mi hanno tutti confessato che mi disprezzano
A grandi sorsate mi ubriacavo di stelle
Mentre dormivo un angelo ha sterminato
gli agnelli i pastori nei tristi ovili
Certi finti centurioni asportavano l’aceto
Gli straccioni ballavano ridotti male assai dal ricino
Stelle del risveglio io non ne conosco nemmeno una
I becchi del gas pisciavano le fiamme al chiar di luna
Becchini sonavano a morto coi boccali di birra
Ricadevano alla luce delle candele ricadevano e dunque sia come dev’essere
Colli di camicia su fiotti di gonne impolverate
Puerpere in maschera festeggiavano la loro purificazione
Un arcipelago sembrava quella notte la città
Le donne chiedevano l’amore e la dulìa
Oh fiume scuro scuro io sì me lo ricordo bene
Nelle ombre che passavano non c’era mai bellezza

Nuit rhénane

Mon verre est plein d’un vin trembleur comme une flamme
Écoutez la chanson lente d’un batelier
Qui raconte avoir vu sous la lune sept femmes
Tordre leurs cheveux verts et longs jusqu’à leurs pieds

Debout chantez plus haut en dansant une ronde
Que je n’entende plus le chant du batelier
Et mettez près de moi toutes les filles blondes
Au regard immobile aux nattes repliées

Le Rhin le Rhin est ivre où les vignes se mirent
Tout l’or des nuits tombe en tremblant s’y refléter
La voix chante toujours à en râle-mourir
Ces fées aux cheveux verts qui incantent l’été

Mon verre s’est brisé comme un éclat de rire

Notte renana

Questo bicchiere è colmo della fiamma di un vino che già trema
Sentite la canzone lentissima lentissima del battelliere
Che racconta di aver visto sotto la luna sette donne
Che torcevano i loro capelli verdi e lunghi fino ai piedi

Su sorgete e cantate più forte e ballate un girotondo
Perché non possa più sentire la canzone del battelliere
Mettetemi vicino tutte quante le ragazze bionde
Dallo sguardo immobile e dalle trecce ripiegate

Il reno è ubriaco il reno dove si specchiano le vigne
Tutto l’oro notturno vi scivola tremando per rispecchiarsi
La voce canta sempre come un rantolo morente
Quelle fatine dai verdi capelli che incantano l’estate

Il mio bicchiere si è infranto come lo scoppio d’una risata

Da Calligrammi

Il pleut

Il pleut des voix de femmes comme si elles étaient mortes même dans le souvenir

C’est vous aussi qu’il pleut merveilleuses rencontres de ma vie ô gouttelettes

Et ces nuages cabrés se prennent à hennir tout un univers de villes auriculaires

Écoute s’il pleut tandis que le regret et le dédain pleurent une ancienne musique

Ecoute tomber les liens qui te retiennent en haut et en bas.

Piove

Piovono voci di donne come se fossero morte perfino nel ricordo

Piovete anche voi meravigliosi incontri della mia vita, o goccioline!

E quelle nuvole impennate già iniziano a nitrire un universo intero di città auricolari

Senti se piove mentre il rimpianto e lo sdegno piangono insieme una musica antica

Ascolta cadere i legami che ti tengono su, che ti tengono giù

Mutation

Une femme qui pleurait
Eh! Oh! Ha!
Des soldats qui passaient
Eh! Oh! Ha!
Un éclusier qui pêchait
Eh! Oh! Ha!
Les tranchées qui blanchissaient
Eh! Oh! Ha!
Des obus qui pétaient
Eh! Oh! Ha!
Des allumettes qui ne prenaient pas
Et tout
A tant changé
En moi
Tout
Sauf mon amour
Eh! Oh! Ha!

Metamorfosi

Una donna che singhiozzava
Eh! Uh! Ah!
I soldati che passavano
Eh! Uh! Ah!
Un custode di chiusa che pescava
Eh! Uh! Ah!
Le trincee che biancheggiavano
Eh! Uh! Ah!
Granate che scoreggiavano
Eh! Uh! Ah!
Fiammiferi che non si accendevano
E tutto
È così tanto cambiato
In me
Tutto
Salvo il mio amore
Eh! Uh! Ah!

SCÈNE NOCTURNE DU 22 AVRIL 1915

Gui chante pour Lou

Mon ptit Lou adoré Je voudrais mourir un jour que tu m’aimes
Je voudrais être beau pour que tu m’aimes
Je voudrais être fort pour que tu m’aimes
Je voudrais être jeune jeune pour que tu m’aimes
Je voudrais que la guerre recommençât pour que tu m’aimes
Je voudrais te prendre pour que tu m’aimes
Je voudrais te fesser pour que tu m’aimes
Je voudrais te faire mal pour que tu m’aimes
Je voudrais que nous soyons seuls dans une chambre d’hôtel à Grasse pour que tu m’aimes
Je voudrais que nous soyons seuls dans mon petit bureau près de la terrasse couchés sur le lit
de fumerie pour que tu m’aimes
Je voudrais que tu sois ma sœur pour t’aimer incestueusement
Je voudrais que tu eusses été ma cousine pour qu’on se soit aimés très jeunes
Je voudrais que tu sois mon cheval pour te chevaucher longtemps longtemps
Je voudrais que tu sois mon cœur pour te sentir toujours en moi
Je voudrais que tu sois le paradis ou l’enfer selon le lieu où j’aille
Je voudrais que tu sois un petit garçon pour être ton précepteur
Je voudrais que tu sois la nuit pour nous aimer dans les ténèbres
Je voudrais que tu sois ma vie pour être par toi seule
Je voudrais que tu sois un obus boche pour me tuer d’un soudain amour

SCENA NOTTURNA DEL 22 APRILE 1915

Gui canta per Lou

Mio piccolo Lou vorrei morire un giorno che tu mi amassi
Vorrei essere bello perché tu mi amassi
Vorrei esser forte perché tu mi amassi
Vorrei essere giovane giovane perché tu mi amassi
Vorrei che la guerra ricominciasse daccapo perché tu mi amassi
Vorrei afferrarti perché tu mi amassi
Vorrei sculacciarti perché tu mi amassi
Vorrei farti male perché tu mi amassi
Vorrei che ci trovassimo noi due soli in una stanza d’albergo a Grasse perché tu mi amassi
Vorrei che fossimo soli nel mio piccolo ufficio proprio vicino alla terrazza
sdraiàti così sul letto da fumeria perché tu mi amassi
Vorrei che tu fossi la mia sorellina per amarti incestuosamente
Vorrei che tu fossi stata mia cugina perché ci fossimo amati giovanissimi
Vorrei che tu fossi il mio cavallo per cavalcarti a lungo a lungo a lungo
Vorrei che tu fossi il mio cuore per sentirti sempre in me
Vorrei che tu fossi il Paradiso o l’Inferno secondo il luogo di destinazione
Vorrei che tu fossi un ragazzino per essere il tuo precettore
Vorrei che tu fossi la notte per poterci amare al buio
Vorrei che tu fossi la mia vita per essere tutto tuo
Vorrei che tu fossi un proiettile crucco per uccidermi di un amore fulminante

Da Lettere a Lou

Il y a

Il y a des petits ponts épatants
Il y a mon cœur qui bat pour toi
Il y a une femme triste sur la route
Il y a un beau petit cottage dans un jardin
Il y a six soldats qui s’amusent comme des fous
Il y a mes yeux qui cherchent ton image
Il y a un petit bois charmant sur la colline
Et un vieux territorial pisse quand nous passons
Il y a un poète qui rêve au ptit Lou
Il y a une batterie dans une forêt
Il y a un berger qui paît ses moutons
Il y a ma vie qui t’appartient
Il y a mon porte-plume réservoir qui court qui court
Il y a un rideau de peupliers délicat délicat
Il y a toute ma vie passée qui est bien passée
Il y a des rues étroites à Menton où nous nous sommes aimés
Il y a une petite fille de Sospel qui fouette ses camarades
Il y a mon fouet de conducteur dans mon sac à avoine
Il y a des wagons belges sur la voie
Il y a mon amour
Il y a toute la vie
Je t’adore

C’è

C’è una fila di piccoli ponti meravigliosi
C’è il mio cuore che batte per te
C’è una ragazza triste sulla via
C’è un piccolo delizioso cottage in giardino
C’è un gruppo di sei soldati e tutti dico tutti si divertono da matti
C’è il mio occhio che va in cerca della tua immagine
C’è un boschetto grazioso sulla collina
E un vecchio soldato della milizia che piscia mentre passiamo noi
C’è un poeta che pensa al suo piccolo Lou
C’è un piccolo Lou delizioso in quella Parigi grande grande
C’è una batteria nella foresta
C’è un pastore che pascola le pecorelle
C’è la mia vita che appartiene a te
C’è il mio astuccio portapenne che corre che corre
C’è un filare di pioppi tenero tenero
C’è tutta la mia vita passata che è proprio tutta passata
C’è un dedalo di stradine a Menton dove ci siamo amati
C’è una ragazzina di Sospel che frusta i suoi compagni
C’è la mia frusta d’ordinanza nel mio sacco d’avena
C’è una torma di bagasce belghe sopra la strada
C’è il mio amore
C’è tutta l’esistenza
E ti adoro

Mario Fresa, nato nel 1973, ha esordito nel 1999 sulle pagine di «Specchio della Stampa», presentato da Maurizio Cucchi. Altri suoi testi in poesia e in prosa sono stati pubblicati sulle principali riviste culturali italiane, da «Caffè Michelangiolo» a «Paragone» a «Nuovi Argomenti», e in varie antologie, tra le quali Nuovissima poesia italiana (Mondadori, 2004). Anticipazioni del suo nuovo libro di prose-poesie sono uscite su «Smerilliana» (2014), con un saggio di Valeria Di Felice, e su «Quadernario» (2015), a cura di M. Cucchi. Tra le sue ultime raccolte di poesia: Alluminio (introduzione critica di Mario Santagostini, 2008), Costellazione urbana (Mondadori, «Almanacco dello Specchio», 2008), Uno stupore quieto (prefazione di Maurizio Cucchi, La collana, Stampa, 2012; menzione speciale al premio Internazionale di Letteratura Città di Como), Teoria della seduzione (Accademia di Belle Arti di Urbino, con disegni di Mattia Caruso, 2015). Ha curato l’edizione critica del poema Il Tempo, ovvero Dio e l’Uomo di Gabriele Rossetti (Carabba, collana “I Classici”, 2012), e la traduzione del De cura rei familiaris di Bernardo di Chiaravalle (Società Editrice Dante Alighieri, 2012). Firma la rubrica Sguardi sulla rivista «Gradiva. International Journal of Italian Poetry», di cui è redattore.

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Riepiloghiamo qui i punti essenziali del pensiero di Zygmunt Bauman (1925-2017), ricordando quanto i concetti del sociologo polacco abbiano influenzato anche il pensiero in ambito estetico. L’estetica del consumo, L’analisi dell’Olocausto, Post-panopticismo, Modernità liquida, Società in movimento, Libertà e necessità di movimento, Libertà di movimento e Stati nazionali, Il non-luogo,  Il tempo e il senso, Gli spazi vuoti, Identità, Comunità guardaroba

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Zygmunt Bauman (Poznań, 19 novembre 1925 – Leeds, 9 gennaio 2017) sociologo e filosofo polacco di origini ebraiche. Nato da genitori ebrei a Poznań nel 1925, Bauman fuggì nella zona di occupazione sovietica dopo che la Polonia fu invasa dalle truppe tedesche nel 1939 all’inizio della seconda guerra mondiale. Successivamente, divenuto comunista, si arruolò in una unità militare sovietica. Dopo la guerra, incominciò a studiare sociologia all’Università di Varsavia, dove insegnavano Stanisław Ossowski e Julian Hochfeld. Durante una permanenza alla London School of Economics, preparò la sua maggiore dissertazione sul socialismo britannico che fu pubblicata nel 1959.

Bauman collaborò con numerose riviste specializzate tra cui la popolare Socjologia na co dzien (“La Sociologia di tutti i giorni”, del 1964), che raggiungeva un pubblico più vasto del circuito accademico. Inizialmente, egli rimase vicino al marxismo-leninismo ufficiale, per poi avvicinarsi ad Antonio Gramsci e Georg Simmel soprattutto dopo il 1956 e la destalinizzazione.

Nel marzo del 1968, la ripresa dell’antisemitismo, utilizzato anche nella lotta politica interna in Polonia, spinse molti ebrei polacchi a emigrare all’estero; tra questi, molti intellettuali distaccatisi dal regime. Bauman, che aveva perso la sua cattedra all’Università di Varsavia, fu uno di questi. Egli dapprima emigrò in Israele per andare a insegnare all’Università di Tel Aviv; successivamente accettò una cattedra di sociologia all’Università di Leeds, dove dal 1971 al 1990 è stato professore. Dal 1971 ha quasi sempre scritto in lingua inglese. Sul finire degli anni ottanta, si è guadagnato una fama internazionale grazie ai suoi studi riguardanti la connessione tra la cultura della modernità e il totalitarismo, in particolar modo sul nazismo e l’Olocausto. Ha infine ottenuto anche la cittadinanza inglese.

Ieri, Zygmunt Bauman si è spento il 9 gennaio 2017, all’età di 91 anni, nella città di Leeds, dove viveva e insegnava da tempo. Brevemente, riepiloghiamo qui i punti essenziali del pensiero di Zygmunt Bauman (1925-2017), ricordando quanto i concetti del sociologo polacco abbiano influenzato anche il pensiero in ambito estetico.

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    L’estetica del consumo

Con questo concetto Bauman ha richiamato l’attenzione su un fenomeno che oggi ha assunto una auto evidenza assoluta: il mondo è stato trasformato dall’economia globale in un “immenso campo di possibilità, di sensazioni sempre più intense” in cui ci muoviamo, spesso alla ricerca di Erlebnisse, di esperienze vissute, magari desunte dall’effimero e dal virtuale.

    L’analisi dell’Olocausto

La svolta delle ricerche di Bauman avviene tuttavia prima di questi celebri lavori, nel 1989, con Modernità e Olocausto. Un tema di sconvolgente attualità. Esemplare il tracciato di Bauman che indica e mette in comunicazione la persecuzione degli ebrei e le dinamiche della modernità. In questo senso Bauman fa dello sterminio un fatto ripetibile, lo toglie dall’isolamento trasformandolo in un prodotto della civiltà moderna, delle sue regole economiche ed efficientiste. La Shoah come parto della tecnologia e della burocrazia. Uno sviluppo della lunga storia della società, quasi un orribile test che ne ha rivelato le possibilità occulte difficilmente verificabili nell’ordinarietà.

     Post-panopticismo

In una prospettiva futura, per capire cioè cosa arriverà dopo la post-modernità, Bauman – in particolare nel libro Sesto potere. La sorveglianza nella modernità liquida uscito un paio di anni fa, scritto con David Lyon – ha un approccio originalissimo delle strutture di potere, che sorpassa i classici modelli di controllo teorizzati da Jeremy Bentham e Michel Foucault. Oggi viviamo in un modello di società in cui le forme di controllo assumono le fattezze dell’intrattenimento e del consumo. In cui i dati e non le persone diventano appannaggio delle organizzazioni transnazionali, ne sono le loro emanazioni digitali.

    Modernità liquida

L’espressione del sociologo Zygmunt Bauman, “modernità liquida” indica un’epoca in cui la società e le sue strutture sono sottoposte a un processo di “fluidificazione”: per effetto dei fenomeni globali, qualsiasi entità passa dallo stato solido allo stato liquido, perdendo i suoi contorni chiari e definiti. Comportandosi proprio come i fluidi che, non avendo forma propria, assumono quella del contenitore, anche i concetti di luogo, di confine e di identità continuano a trasformarsi e la loro forma viene continuamente ridefinita dalle situazioni.

Si parte dai luoghi, passando per i confini, fino a giungere all’identità: è l’itinerario baumiano. Tramite la conoscenza dello spazio e l’esperienza del confine possiamo entrare in relazione con la realtà esterna e con gli altri, costruendo così la nostra identità, la nostra persona. Questo percorso ci rivela inoltre che i concetti non sono immutabili, bensì possiedono dei contorni fluidi e flessibili, perché si adattano al variare della realtà in cui sono immersi. Essi presentano un carattere ambiguo e sono sempre in evoluzione: allo stesso tempo racchiudono un’idea e il suo contrario, esprimono una definizione del reale e contemporaneamente il suo opposto. Questo ci fa capire che le distinzioni e i concetti puri sono possibili solo a livello concettuale, perché per poter analizzare e classificare i fenomeni del reale, servono delle categorie astratte, precise e univoche, ma ciò non vuol dire che siano delle realtà concrete e immutabili.

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Società in movimento

Il termine “globalizzazione” è ampiamente diffuso e conosciuto, è però anche un termine spesso abusato, un’espressione utilizzata per indicare una miriade di fenomeni, che interessano e trasformano la società in cui viviamo, nel tentativo di metter un po’ d’ordine nel caos degli avvenimenti e di trovare una spiegazione a tutti i cambiamenti, che avvengono oggigiorno nelle nostre vite. Le definizioni date al fenomeno della globalizzazione sono tante e diverse, ma volendo riassumere il concetto e puntare al nocciolo della questione, potremmo dire che la parola “globalizzazione” viene usata per descrivere quella serie di processi e di trasformazioni che riguardano le attuali società in tutti i loro settori (economico, sociale, culturale, ecc…) e che possono essere inclusi nel concetto di “compressione dello spazio e del tempo”.

Il concetto è di nostro interesse, perché queste alterazioni a livello spaziale e temporale, oltre ad avere delle ripercussioni in ambito economico, sociale e culturale, hanno indubbiamente delle conseguenze non indifferenti sulle persone e sul loro rapporto con lo spazio, producendo anche delle differenze evidenti. Esiste infatti un collegamento tra le trasformazioni delle categorie di tempo e di spazio e la struttura della società: i cambiamenti, che avvengono a livello temporale e spaziale, influiscono sulle società e sul loro modo di organizzarsi.

    Libertà e necessità di movimento

Ben lontano dall’essere un fenomeno omogeneo, la globalizzazione agisce su diversi piani e genera contemporaneamente effetti contrastanti: da un lato tende a unire, uniformare, dall’altro invece tende a dividere, a creare nuove distinzioni e questi effetti sono visibili su scale diverse, sia a livello globale, che a livello locale. “Globale” e Bauman, Zygmunt (1999): Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Roma: GLF editori Laterza, p. 4. –  Zygmunt Bauman, nel suo libro scrive: “La globalizzazione divide quanto unisce; divide mentre unisce, e le cause della divisione sono le stesse che, dall’altro lato, promuovono l’uniformità del globo“. In parallelo al processo emergente di un “locale” sono i due poli attorno ai quali si aggregano gli individui in base alla loro maggiore o minore capacità di movimento. Per alcuni, “globalizzazione” significa libertà di movimento, libero accesso alla dimensione globale, per altri invece essa rappresenta una limitazione del movimento, una capacità ristretta di muoversi e un legame indissolubile con la dimensione locale.

L’elemento, quindi, che acquisisce una nuova importanza e fa la differenza è la mobilità: La mobilità assurge al rango più elevato tra i valori che danno prestigio e la stessa libertà di movimento, da sempre una merce scarsa e distribuita in maniera ineguale, diventa rapidamente il principale fattore di stratificazione sociale dei nostri tempi, che possiamo definire tardo-moderni o postmoderni.

La capacità di movimento diventa un requisito e una qualità essenziale per gli abitanti della “modernità liquida” 4], perché la libertà di movimento o la mancanza di questa capacità di movimento determinano rilevanti differenze nella collocazione degli individui all’interno della società e del fenomeno chiamato globalizzazione. Tutto e tutti sono in movimento, fisicamente o virtualmente, la società stessa è in movimento e richiede che i suoi soggetti si muovano con essa; l’immobilità non è una scelta possibile o una soluzione da prendere in considerazione. Il moto è uno stato che ci accomuna tutti; quello che cambia è l’ampiezza di questo movimento: chi è libero, sciolto da ogni vincolo, può abbandonare la realtà locale e proiettarsi nello spazio globale, chi invece non è libero di muoversi, rimane, al contrario, legato alla sua dimensione locale. Questa diversa capacità di movimento produce quindi diseguaglianza tra le persone ed è il criterio, in base al quale le persone vengono classificate come “globali” o in alternativa come “locali”.5]

Il fatto di “essere locali”6] diventa però un fattore umiliante; viene vissuto come una condizione di inferiorità e questa sensazione di limitatezza è accentuata dal fatto che il scala planetaria per l’economia, la finanza, il commercio e l’informazione, viene messo in moto un altro processo, che impone dei vincoli spaziali, quello che chiamiamo «localizzazione»”; il controllo degli eventi e soprattutto dello spazio e dei significati da attribuirgli non è più in mano ai soggetti delle realtà locale, ma dipende dalla dimensione globale.

Gli spazi di interesse pubblico sfuggono all’ambito della vita per così dire «localizzata», gli stessi luoghi stanno perdendo la loro capacità di generare e di imporre significati all’esistenza; e dipendono in misura crescente dai significati che vengono loro attribuiti e da interpretazioni che non possono in alcun modo controllare […]. I centri nei quali vengono prodotti i significati e i valori sono oggi extraterritoriali e avulsi da vincoli locali – mentre non lo è la stessa condizione umana che a tali valori e significati deve dar forma e senso.”7]

La mobilità, valore indiscusso dell’epoca postmoderna, determina importanti cambiamenti nel rapporto tra l’uomo e lo spazio, uno dei quali è la scomparsa dei vincoli spaziali con la località. A tale riguardo emblematica è la frase di Albert J. Dunlap: L’impresa appartiene alle persone che investono in essa, non ai dipendenti, ai fornitori, e neanche al luogo in cui è situata.8] La frase sopra citata fa riferimento alla sfera economica, ma rispecchia pienamente la situazione, caratterizzata dall’assenza di ogni legame con lo spazio locale, che si riscontra anche negli altri ambiti. Dunlap mette in luce il fatto che, nella fase di globalizzazione in cui ci troviamo, le imprese e le decisioni, che servono a condurre tali imprese, non dipendono dai fattori locali, incluse le persone che ci lavorano, ma dipendono totalmente dagli “investitori”, i quali possono svolgere il loro lavoro ovunque, indipendentemente da dove essi si trovino, perché non hanno alcun genere di legame con lo spazio. Gli altri soggetti che comunque sono coinvolti nel processo produttivo e fanno parte dell’impresa, non hanno invece alcuna possibilità di intervenire nella sua gestione, prendendo parte alle decisioni che la riguardano. L’esempio dell’impresa illustra perfettamente la condizione in cui si trova il cittadino della società globalizzata: ogni individuo è inserito in un contesto, di cui fa parte e a cui partecipa, ma sul quale non può intervenire in alcun modo, perché le decisioni non dipendono per esempio dalla comunità, che abita quel determinato.

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  Le conseguenze sulle persone

Le decisioni dipendono da avvenimenti e fattori rintracciabili a livello globale. Questo processo, che porta a un progressivo distacco dei luoghi dal loro significato, viene definito da Zygmunt Bauman come “la Grande guerra di indipendenza dallo spazio”, “una guerra durante la quale i centri decisionali, insieme alle motivazioni stesse che determinano le decisioni, gli uni e le altre ormai liberi da legami territoriali, hanno preso a distaccarsi, in forma continua e inesorabile, dai vincoli imposti dai processi di localizzazione”. 9 Un altro aspetto frutto della mobilità è l’istituzione di “nuove gerarchie sociali, politiche, economiche e culturali.”10 In seguito alle trasformazioni che hanno coinvolto lo spazio, la mobilità è diventata in effetti uno dei valori più importanti che determinano la nuova organizzazione e struttura sociale. In base alla presenza o assenza di vincoli territoriali, le persone possono essere più o meno libere di muoversi e la loro posizione nella gerarchia sociale dipende proprio dalla minore o maggiore libertà di movimento che possiedono. Mobilità corrisponde a libertà di movimento e libertà dai vincoli territoriali, il che significa capacità di muoversi facilmente e di divincolarsi: chi ha la possibilità di muoversi facilmente e rapidamente, nonostante le distanze, ha anche la capacità di liberarsi, sciogliersi dai vincoli territoriali, ma anche da qualsiasi altro dovere o obbligo sociale. Mobilità significa dunque libertà di movimento, ma va intesa anche come assenza di ogni responsabilità.

    Libertà di movimento e Stati nazionali

Quella che oggi è chiamata libertà di movimento, è stata guadagnata mediante un’aspra lotta che dal rinascimento va fino alla fine dell’età imperialistica dello stato moderno. La liberazione dai vincoli territoriali, per poter muoversi leggeri e agire liberamente nello spazio globale, oggi è diventata un sotto prodotto dello stato moderno.

La situazione dello stato nazionale è mutata irrimediabilmente in seguito al crollo dei due blocchi. Al termine della guerra fredda sono sorti molti stati nuovi, ma le funzioni che rientravano nell’ambito di azione dello stato non erano più tutte quelle del passato, o meglio, non erano più le stesse. Importanti funzioni che prima erano di competenza dello stato, ora si sottraggono all’ambito d’azione degli stati, in primis la capacità di intervenire nell’economia. “La stessa distinzione tra mercato interno e mercato globale, o più in generale tra ciò che è «interno» ed «esterno» allo stato, è estremamente difficile da mantenere, se non nel senso più ristretto di «controllo di polizia del territorio e della popolazione».” Vengono meno alcuni principi fondamentali della sovranità statale. Gli stati non hanno più il potere e le risorse per gestire l’economia globale, ma possono solo limitarsi a svolgere una funzione di controllo, sorveglianza, sicurezza all’interno della società, del territorio.

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    Il non-luogo        

Il concetto di non-luogo può indicare anche i luoghi immaginari, frutto della fantasia e prodotti della finzione letteraria (come ad esempio le utopie), quando Marc Augé parla di non-luoghi si riferisce più propriamente a degli spazi concreti, realmente esistenti. Rientrano nella categoria dei non-luoghi tutti quegli spazi, quegli ambienti come gli scali, le stazioni ferroviarie, le sale d’attesa, gli aeroporti, i mezzi di trasporto, i centri commerciali e i luoghi di consumo.

Certi luoghi non esistono che attraverso le parole che li evocano; in questo senso nonluoghi o piuttosto luoghi immaginari, utopie banali, stereotipi. […] Ma i nonluoghi reali della surmodernità, quelli che frequentiamo quando viaggiamo sull’autostrada, quando facciamo la spesa al supermercato o quando aspettiamo in un aeroporto il prossimo volo per Londra o Marsiglia, hanno questo di particolare: essi si definiscono anche attraverso le parole o i testi che ci propongono; insomma attraverso le loro modalità d’uso, che si esprimono a seconda dei casi in modo prescrittivo («mettersi in fila sulla destra»), proibitivo («vietato fumare») o informativo («state entrando nel Beaujolais») e che a volte ricorrono a ideogrammi più o meno espliciti e codificati (quelli del codice della strada o delle guide turistiche) e a volte alla lingua naturale.”8]

    Il tempo e il senso

La prima figura dell’eccesso concerne “il tempo, la nostra percezione del tempo, ma anche l’uso che ne facciamo, la maniera in cui ne disponiamo”. Nella società odierna il tempo è diventato una categoria sempre più difficile da comprendere, che sfugge a qualsiasi tentativo di interpretazione e alla quale si fa fatica attribuire un senso. “La storia ci sembra non avere senso perché accelera e si avvicina. Il tempo che viviamo sembra aver subito una forte accelerazione; senza che ce ne rendiamo conto, il presente, appena vissuto, diventa passato ed entra a far parte della storia ad una velocità impressionante. In realtà la percezione che abbiamo di una storia accelerata dipende da un accumularsi eccessivo di avvenimenti: “L’«accelerazione» della storia corrisponde infatti ad una moltiplicazione di avvenimenti il più delle volte non previsti da economisti, storici o sociologi.” Questo eccesso di avvenimenti genera come reazione una continua ricerca di senso e un continuo tentativo da parte degli individui di attribuire dei significati al mondo che li circonda. Ciò che è nuovo, non consiste nel fatto che il mondo abbia poco senso, meno senso, o non ne abbia affatto. Il punto è che noi proviamo esplicitamente e intensamente il bisogno quotidiano di dargliene uno: di dare un senso al mondo, non a tale villaggio, o a tale lignaggio. Questo bisogno di dare un senso al presente, se non al passato, costituisce il riscatto di questa sovrabbondanza d’avvenimenti, corrispondente ad una situazione che potremmo definire di «surmodernità» per render conto della sua modalità essenziale: l’eccesso.9]

    Gli spazi vuoti

Gli spazi vuoti sono innanzitutto e soprattutto vuoti di significato. Non sono insignificanti perché vuoti: sono piuttosto visti come vuoti (o più precisamente non vengono visti affatto) perché non presentano alcun significato e non sono ritenuti in grado di presentarne uno. In tali luoghi refrattari di significato la questione del negoziare le differenze non sorge neanche, dal momento che non c’è nessuno con cui negoziare. Gli spazi vuoti sono vuoti non sono visibili e non vengono visualizzati, sono luoghi che non destano alcun tipo di interesse, e perciò sono volutamente esclusi da mappe, progetti urbanistici e architettonici.

    L’identità

Scrive Bauman: «Dopo tutto, il nocciolo duro dell’identità […] può formarsi solo in riferimento ai legami che connettono l’io ad altre persone e alla presunzione di affidabilità e stabilità nel tempo di tali legami. Abbiamo bisogno di relazioni, e abbiamo bisogno di relazioni su cui poter contare, una relazione cui far riferimento per definire noi stessi. Nell’ambiente della modernità liquida, però, a causa degli impegni a lungo termine che notoriamente ispirano o inavvertitamente generano, le relazioni possono essere gravide di pericoli. E ciononostante ne abbiamo bisogno, ne abbiamo ferocemente bisogno, non soltanto per la preoccupazione morale per il benessere di altre persone, ma anche per il nostro stesso bene, per la coesione e la logica del nostro stesso essere». 10]

L’identità e le relazioni necessitano di tempo e del contatto con l’altro da me, ma in un mondo dove le relazioni l’uno con l’altro si sono dissolte e sono evaporate, resta il vuoto. Per conoscere se stesso l’uomo contemporaneo ricorre al Tavor, agli anti eccitanti, agli eccipienti ipoeccitanti o iper eccitanti. Il mondo da recipiente è diventato un eccipiente.

    Comunità guardaroba

«Da qui nasce la crescente domanda per quelle che potrebbero essere chiamate comunità guardaroba, quelle comunità che prendono corpo, anche se solo in apparenza, quando si appendono in guardaroba i problemi individuali, come i cappotti e i giacconi quando si va a teatro. (…) Le comunità guardaroba vengono messe insieme alla bell’e meglio per la durata dello spettacolo e prontamente smantellate non appena gli spettatori vanno a riprendersi i cappotti appesi in guardaroba. Il loro vantaggio rispetto alla «roba autentica» sta proprio nel breve arco di vita e nella trascurabile quantità di impegno necessario per unirsi ad esse e godere (sia pur brevemente) dei loro benefici». 10]

La mobilità,  tipica espressione  della  modernità  liquida, coinvolge  anche  l’identità,  che diventa flessibile e mutevole, in grado di modificarsi e adattarsi a situazioni differenti, la flessibilità attecchisce anche alla identità all’interno di un ambiente anch’esso instabile e in continua mutazione.

    Identità come puzzle

Alla possibilità di paragonare l’identità ad un puzzle composto da tanti pezzi diversi, Bauman risponde: “È vero, si compone la propria identità (o le proprie identità?) come si compone un disegno partendo dai pezzi di un puzzle, ma la biografia può essere paragonata solamente a un puzzle difettoso, in cui mancano alcuni pezzi (e non si può mai sapere esattamente quanti).”9] L’identità, come un puzzle, è un’immagine frammentata, che si compone di tanti piccoli pezzi, ma a differenza di esso, non segue uno schema, un disegno prestabilito. Ogni persona ha a disposizione degli elementi diversi, che può assemblare e ricomporre a proprio piacimento, in base alle sue esperienze di vita e può ripetere la stessa operazione più volte, dando origine a forme sempre nuove. Il risultato di questo tipo di operazione quindi non sarà un’immagine fissa e sempre uguale, ma sarà una grande varietà di immagini possibili, che si possono ottenere sistemando i pezzi ogni volta in maniera diversa. Ognuno, componendo i tasselli che ha raccolto nel corso della sua vita, dà forma alla propria identità, senza seguire un’immagine o uno schema predefinito. I singoli pezzi possono essere ricomposti in maniera differente e possono sempre aggiungersene di nuovi, motivo per cui l’immagine di se stessi, che si produce non sarà mai quella definitiva: al contrario continuerà a modificarsi

 (a cura di Giorgio Linguaglossa)

3 Bauman, Zygmunt (1999): Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Roma: GLF editori Laterza, p. 4. 4 Termine coniato da Z. Bauman, vd. Modernità liquida, Roma: GLF editori Laterza, 2006. 5 “Globali” e “locali” sono definizioni usate da Z. Bauman nell’introduzione della sua opera Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Roma: GLF editori Laterza, 1999, pp. 4-5. 6 Ibidem

7 Ibidem, p. 5. 8 Albert J. Dunlap (con Bob Andelman), How I Saved Bad Companies and Made Good Companies Great, Time Books, New York 1996, pp. 199-200, citato in Zygmunt Bauman nell’opera Dentro la globalizzazione

8 Augé, Marc (2007): Tra i confini: città, luoghi, integrazioni, Milano: B. Mondadori, p. 53.

9 Ibidem p. 95

10 Bauman, Zygmunt (2005): Intervista sull’identità; a cura di Benedetto Vecchi, Roma [etc.]: Laterza, p. 26 e segg.

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Gabriele Pepe POESIE SCELTE da Parking Luna, Arpanet 2002, e L’ordine bisbetico del caos Faloppio, LietoColle, 2007, da Parking Luna, Arpanet, 2002 con due Recensioni di Giorgio Linguaglossa tratte dal quadrimestrale di letteratura Poiesis

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Gabriele Pepe è nato a Roma il 14/11/1957 dove risiede. Email gabpepe@libero.it Roma Ha pubblicato i seguenti libri: Parking Luna, Arpanet Milano 2002; Di corpi franti e scampoli d’amore; L’ordine bisbetico del caos, 2007. È presente nell’antologia Ogni parola ha un suono che inventa mondi, Arpanet Milano 2002  e nell’antologia Fotoscritture Lietocolle, 2005; è presente nell’antologia  Poesia del dissenso ii a cura di Erminia Passannanti –  Joker 2006 e presente nel progetto Mini concepts arte. Guernica dopo Guernica. Filamento di tungsteno di Gabriele Pepe Roberto Vaccari edito da Arpanet, 2006

da: “Poiesis” (numero doppio 26/27 2002/2003, rubrica “Recensioni” pag.117) Edizioni Scettro del Re Due recensioni a cura di Giorgio Linguaglossa

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Gabriele Pepe – Parking Luna, Arpanet 2002

Gabriele Pepe è nato a Roma nel 1957, fa parte quindi dell’ultima generazione, quella che è venuta dopo che si è spezzato il filo generazionale e culturale che legava la Tradizione al Nuovo. E questo punto è importante per capire quali siano gli elementi di novità che un poeta quarantenne porta nell’ambito dell’arco costituzionale letterario. In una lettera di autopresentazione che accompagna il libro Pepe in ordine ai motivi che lo hanno spinto, a fare poesia, scrive: “Di certo è qualcosa che nasce da un cattivo rapporto dell’interno con l’esterno, da una particolare disarmonia psicofisica che cerca nella poesia una sua propria ricomposizione etica estetica. Non ho verità da rivelare, né balsami salvifici da proporre o grandi messaggi da lasciare ai posteri. Ognuno scrive partendo da suo microcosmo personale e offre al viandante interessato un altro tra gli innumerevoli paesaggi che la vita ci mette a disposizione”. Dunque è chiaro: nessuna certezza, o meglio, v’è solo la certezza dell’interrogazione senza neanche la consapevolezza dell’identità: “Che rotte tracciare sulle mappe oscure?”;”Sono il viaggio o il viaggiatore?”. Poesia che fonda la propria impermanenza sulla sovranità del dubbio che non lascia spazio alcuno ad alcun tipo di viandanza o di ricerca. Pepe non cerca nessun Graal, la sua parola non ha, né vuole avere il nitore della poesia della generazione anche immediatamente precedente, egli non assevera più alla maniera degli “iconoclasti” dell’Opposizione permanente ormai divenuta Accademia del conformismo. Il suo fraseggio è inelegante, il lessico irto e semanticamente irregolare e cacofonico; il parlato è tipicamente “post-moderno”, nella misura in cui vi entra di tutto, dalla media koinè del linguaggio tecnologico dei depliant: “le valvole magnetiche del cielo”, a delle splendide invenzioni metaforiche inquinate sempre da reperti tipicamente post-avanguardistici (“Psicopupilla nel lusco del brusco”); iperboli urticanti: “Gola sbiellata grippato polmone”. Trattasi di “Tangibili versetti psicotici” tratti dal “semema brodo primordiale” in forma di finto “diario”: “Tutto s’inquadra lungo le torri del grande bordello”. Ovviamente, il libro non è un “diario” più che non sia un arcipelago, un luna-park (come ammicca l’autore nel titolo),un gigantesco “bordello” entro il quale sono state devitalizzate le tradizionali ragioni etiche ed estetiche che, in qualche modo, giustificavano in passato l’attività letteraria. Pepe (come tutta la poesia consapevole del nostro tempo) non ha altra scelta dinanzi a sé: o assecondare il moto di deriva delle poetiche epigoniche (prodotto inevitabile del Novecento); oppure tentare di ricostruire un senso, una direzione della ricerca, e quindi ricostruire un nuovo patto tra etica ed estetica. Di qui non si scappa, le strade sono due, e non è detto che siano intercambiabili, come taluno da qualche parte lascia intendere. Poesia tutta di nervi ed istintiva è stato detto da qualche critico, poesia venata da una primordialità di espressione volutamente cacofonica e dissonante. Tuttavia, a mio avviso,non è detto che Pepe non riesca magistralmente quando si attesta su un versante più “tradizionale”come nel mirabile incipit: “Non posso che annegare/ Nel mezzo del tuo sguardo strepitante! Oh fiume giallo del viandante! Trappola muraria/Marmorea corrente alluvionale”, dove le sinapsi di senso sono costellate da tutta una serie di mosse da cavallo di sklovskijana memoria. Pepe è un esperto dell’arte di inserire le “variazioni” e i crudelismi, eccelle nel provare tutto il pentagramma delle sue possibilità espressive, non escluse le tematiche da “interno domestico :  Ondeggio barcollo/ Cerco un appoggio/Ma il frigo bastardo mi ronza codardo/ Su un palmo di mano”; tutto ciò premesso, credo che nel futuro il poeta dovrà scegliere: tra vitalismo e angoscia esistenziale, oppure la via che lo condurrà inevitabilmente ad un certo grado di stilizzazione.

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L’ordine bisbetico del caos Faloppio, LietoColle, 2007 pp. 70 € 10,00

 Recensione di Giorgio Linguaglossa: le eccedenze stilistiche del materiale di risulta

Un certo tipo di cultura che ha attraversato in diagonale il Novecento ha sostenuto la validità estetica ed epistemologica del «caos» inteso come una nuova e diversa modalità dell’ «ordine». Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi: quell’Opposizione permanente che è diventata un’industria, per una beffa da coccodrillo, si è rivelata una vera e propria fabbrica del consenso.  Dunque, «caos» come opposizione al «ritorno all’ordine», «caos» come “nuovo” modello estetico ed esperiente che si contrappone al modello recipiente e conservativo delle forme estetiche pregresse. Quella medesima cultura quindi che ha proclamato la politicizzazione e la scientificizzazione del «caos» quale vettore produttivo di una nuova e diversa legislazione del disordine, è quella medesima cultura che ha prodotto la contro-lirica da hilarotragoedia della anti-poesia di Gabriele Pepe, sin dal suo primo apparire con Parking Luna (ARPAnet, 2002) e Di corpi franti e scampoli d’amore (LietoColle, 2004), fino a quest’ultima opera: L’ordine bisbetico del caos.

È terminato così il ciclo della trilogia della poesia di Gabriele Pepe, dopo la quale il poeta romano appare orientato verso una “nuova” poesia che non considera più centrale il significante e il piano semantico rispetto al significato e il semantico rispetto all’iconico-simbolico L’ordine bisbetico del caos può essere considerato il tipico prodotto artistico di un poeta giunto alla completa maturità stilistica entro l’orizzonte di attesa della cultura cosiddetta post-modernistica che, parodisticamente, fa capo all’australopiteco Afarensis, «che diventa, in Pepe, la “madonna delle ossa”, la “genitrice oscura”, “l’esigua patriarca della specie/ di pelle e muscoli scimmieschi”» (dalla prefazione di Stefano Guglielmin).

In una certa accezione, L’ordine bisbetico del caos rappresenta il prodotto tipico di una cultura giunta alle soglie della sua estrema belligeranza, in quel crinale che divide il «vecchio» dal «nuovo», in quel vuoto d’aria che separa due atmosfere. L’instabilità, il moto desultorio e sussultorio, la friabilità semantica di questa poesia rammenta e richiama l’imponderabilità, la rarefazione, il dis-orientamento semantico e significazionista del mondo delle merci linguistiche. Poesia che si muove all’interno di una zona franca delimitata dalla crisi della cultura del post-sperimentalismo e territorio che si estende verso l’ignoto stilistico di ciò che è linguisticamente possibile all’interno della cultura del post-sperimentalismo. Da un lato, Gabriele Pepe tenta la strutturazione in un rigoroso ordito metrico delle materiche escrescenze del «caos», dall’altro tenta astutamente di sobillare l’ordine con un materiale di risulta sempre eccedente rispetto al “recipiente” metrico, con il risultato di una eccedenza del materico sul metrico, un procedere attento a due fuochi, facendo un passo avanti ed uno indietro, con il risultato di un movimento “finto”, che non conduce né avanti né indietro, né a destra né a sinistra, né in un luogo né in un non-luogo. Un movimento dunque “finto”, in una sorta di specularità degli specchi in quella sezione denominata Referto degli specchi, che costituisce il momento centrale del volume, ed anche il momento “curiale” del volume, per quel sentore di “curia” che traspare dalla orditura ipersemantizzata dei testi. Resta il fatto inconcusso che un elevato gradiente di olismo stilistico non può sottacere la “barbarie” di una cultura che ha “fatto” la democrazia di massa dei nostri giorni. In soldoni, l’olismo stilistico di opere come questa di Gabriele Pepe,  è il prodotto di uno «sperimentalismo privato» e di un impulso mimetico verso l’individualismo stilistico esasperato. Tanto più esasperato quanto più «privato». E viceversa.

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Il Vuoto

da. Parking luna
Edizioni Arpanet (Milano) 2002

.
IL PUNTO

Longitudine e latitudine mia
bussola cervello astrolabio cuore
sestante del dolore cometa e scia
onda terra Ulisse Polifemo

che rotte tracciare sulle mappe oscure?
croce del sud orsa minore estremo
sfiato di balena tosse di luce
sono il viaggio oppure il viaggiatore?

EPIDEMIA

La mia casa è infetta
parete calcinata
mattone pizzicato
fazioso e condannato.
la mia casa è chiusa. Chiusa alla magia
chiusa al destino all’ospite inatteso
al portico al vetro
a lampade nel retro.
La mia casa è demenza
roipnol eroico dell’invadenza
clonazione del reale
l’odore penetrante
sparato dalle fiale
soggetta alla carogna
seguace del rimorso
epidemia scommessa
di grazia e di conforto

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BANANE LUMINOSE

È denso vorticare questa notte
notte cruda scannata sul rumore
lucida e tagliente di parole
sguainate come lame dagli abissi
del livore. Voragine e crepaccio
dove s’increspa l’ombra del dolore
precipita la ghiaia dei giudizi

È notte sul frullato di banane
dolce plasma rugiada di potassio
medicinale candido e soave
che spegne la mia sete artificiale
ambrosia della palma e della luna
sorriso della polpa e della buccia
che ogni pegno ed ogni scaramuccia
m’aiuta a sopportare. E pietraie
dove Odio raduna le sue mandrie
e serate dissolte ad aspettare
che la cura agisse sul mio male
notte oscura sovrana dei miei lupi
squillo d’acqua filtrata dai dirupi
risucchio spadaccino della vena
artiglio voluttuoso della belva
che il gioco e la candela mi nasconde
dentro i gorghi vermigli dell’amore
cui m’avvito Derviscio danzatore

Lacci neri sul braccio della notte
vibrisse prolungate sulla morte
morte dell’aria morte del mio karma
descritto tra le righe del pigiama
pellegrino che irrompe nel mio dramma
quando spillo di stella sullo schermo
di tenebra m’accascio e stingo via

(ma insolente nel ciclo circadiano
rimango rifugiato come tigre
di peluche nel parco inanimato)

Narici della notte come grotte
sul volto scheletrito della morte
morte del soffio morte dell’occaso
travaso pettorale del monsone
che vischioso s’espande nel mio fato
quando nera pupilla di ciclone
venticello mi sfiato e sbuffo via

(ma imboscato nel nido del malato
rimango accovonato come l’ago
del pagliaio perduto e mai trovato)

Spiga su spiga sangue verso sangue
la triste mietitura della carne
che lotta senza posa per restare
reclama le sue rughe centenarie
sorrisi sganasciati nel bicchiere
artrosi cataratte e asciutte vene
e se proprio deve andare pretende
per sé stessa l’intero capezzale
allora non è morte che ho sfiorato
a quest’ora sfocata della notte
ma nevose montagne dello Sherpa
che passo dopo passo ho superato
fedele scalatore del mio inganno

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Gabriele Pepe

Corrente capitale

Non posso che annegare
nel mezzo del tuo guado strepitante
oh fiume giallo del viandante
trappola muraria
marmorea corrente alluvionale
dell’uomo costrittore
né posso galleggiare o fingermi frammento
scheggia rosacarne tessera
d’un mosaico di vetro sotterrato
di cui ignoro origine e trapasso
eppure a te m’accosta il formicaio
la giostra del mio palio
volumetria d’ameba sopravvissuta
ai laterizi di una Capitale Santa
che ingloba futuri pezzi di sé
e di me l’intero strazio
carico del tuo svanire bianco
oh annosa pietra sfarinata
sulla torta settimin

BESTIARIO

Periferiche macchie di sterpaglie ondulavano
rachitiche tra i polpacci minorili. Sciamavano
di chiassose devastazioni canaglie. Schioccavano
di lame e lungimiranti fionde
dal ramo biforcuto visibile a stento
sul groviglio spento dell’asfalto cinerino
nude brughiere urbane oscillavano
di un’onda floreale sulle rive peperine. Diluviavano
di sguardi maliziosi
sopra l’orizzonte criptico e frastagliato
a noi troppo alieno
troppo dispersivo nel suo slancio abusivo
inconsapevoli come eravamo
della nostra tersa e cristallina violenza
proscritta alle scaglie dei muretti, alla ruggine
tetanica dei paletti del filo tremulo
che spinato e attorcigliato sui rigori della legge
saldava i riarsi pratoni sconci
le scoscese marane secche alle razzie
intransigenti di cucciole cittadinanze precarie
che sotto un trancio indifferente di cielo scaleno
bruciavano veleno e tossine di branco
ossa e cartilagini di mandria rinselvatichita
battitori e predatori primordiali
dilatati nel grande afflato cacciatore
proiettati sui mirabili acidi nucleici
di giungla primigenia.
Imbevuti d’adrenalina di scalpitanti
succhi gastrici provenienti dal pliocene
emoglobina fossile
ominazione avvenuta per processo predatorio
sul filo tagliente dell’ossidiana
meridiana del tempo che proietta ombre
D’australopitecus, Homo Erectus, CroMagnon,
Sapiens Sapiens a caccia di prede astrali:
creature innocenti catturate per coatto sacrificio
torturate ed immolate sulle are dello spasso
sul cuoio stesso dello scempio e della vita.
Ancestrale olocausto senza memoria
privo degli onori della storia, circoscritto
nel diverbio dei sassi e delle ortiche
del tutto indifferenti alle cricche del martirio
al massacro giornaliero degli agnelli
consumato nell’inquieta suggestione
di una recita sfornita di copione:
inconsapevoli come eravamo
della nostra chiara e trasparente crudeltà
proscritta ai fogli volanti di cambiale
alla pietà dei Monti scadenzati
sempre ai margini dei boom famigerati

(A quale dio delle borgate
ha unghiato
il suo dolore la lucertola scuoiata?
A quale dio delle suburre
ha guaito il suo tormento
il cucciolo straziato?)

E dopo quel flamenco di spasmi e contorsioni
quel tango strusciato tra carne e scorza
aspersi di sangue viola
risorgevamo candidi e puri come Catari
dalle acque fresche di ghisa fontanella
bevendo a garganella col fiato
ribattente sulle tempie accalorate
intrisa di sudore l’immancabile canotta
e la maglietta fregata alla colonia.
Bagnati fin sull’orlo dei calzoncini corti
e dei calzini accartocciati nel blu dei sandaletti
coi quattro buchi aperti sui giochi prediletti
inconsapevoli come eravamo
delle nostre emozioni tragiche
delle nostre anime feroci e magiche

.
Canti ravvicinati del terzo tipo

I
Crescevamo a latte fluorescente
calamitati dai fitti capezzoli
triforcuti esposti all’intemperie
come gracili scogliere
che invisibili maree frangevano
fin dentro un porto luminoso e labile
avamposto di un’onda parallela
che dopo Carosello
le valvole magnetiche del cielo
fluttuando nascondeva.

Ma forse era un gioco o un miracolo
dell’ombra, una frequenza visionaria
ambigua e refrattaria ai punti
di domanda, ai gusti calcolati
dei padri ragionieri, all’orizzonte
voluttuario del sole e della luna
stupore freddo della sala oscura
che gli sguardi trascinava via
in un battito di ciglia ansiose
scheletri del lampo
che nel breve svanire bianco
l’attenta retina spandeva
d’ossario fuoco e barlume antico
come parole capocchie di cerino
che sfregate sull’umido visivo:
“Klaatu barada nikto!
Klaatu barada nikto!”
s’accendevano del nuovo rito.

II
Acetate emozioni d’argento bluastro
l’osso della memoria cesellano
sugli schermi delle palpebre chiuse
come aurore boreali scintillano.
gettato nella mischia sbobinata
rinasco maschera di luce e di velluto
cono azzurrino della quinta dimensione
che mi colora e mi proietta altrove
e inganna il tempo che anfibio
mi nuota nella testa e la terra
calpesta dei miei poveri balocchi:
trastulli vulcaniani di logica puntuta
odissea di filastrocche
cinque note dello spazio
poemi dell’androide troppo…
troppo umano generato:
“Io ne ho viste di cose che voi umani
non potreste neanche immaginare:
navi da combattimento in fiamme
al largo dei bastioni di Orione
e ho visto i raggi B balenare nel buio
vicino alle porte di Tannhausere
e tutti quei momenti andranno perduti nel tempo
come lacrime nella pioggia.
È tempo di morire.”
e la fradicia colomba in un frullo d’ali sciolte
al cielo riportò la mia traslata morte

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da: Di corpi franti e scampoli d’amore

Edizioni Lietocolle Faloppio (Como) 2004

dalla sezione: “Corpiloquio”

CADUCEO

Tra i rami del mio tronco s’attorciglia sinuosa sindrome del cardioflusso
dragospasmo dell’albero afferente (radice vestigiale del giardino)
che predace s’adunghia nel riflusso zampillante di endogena rovina

satanasso del delta porporino dell’intrico boscoso erubescente
serpeggiando s’insinua nell’incavo la tana che s’addentra nel vivaio
sempre aperto di cellule e placente perseguendo del giogo carnicino

la catena dello sperma e dell’ovaio ma inerme non mi sento masticato
dai morsi inverecondi dell’angina che ogni varco s’infatua della luce
sbrego e infarto sull’argine sbreccato sul vallo dell’indomito carnaio

frattura sincopata che riluce del veleno ch’evolve in medicina
che già esisto nell’anse dei serpenti contorta maschera della natura
nel doppio ambiguo di morte e vita Nitore ed Ombra Castore e Polluce

codice d’una sacra imprimitura matrice elicoidale dei viventi
dal grumo di materia all’esistenza Caducèo motore del divino
che del tempo rivela le correnti della mia carne la caverna scura

della norma il mutevole destino biomitica molecola d’essenza

VERSI DI CORPI

Nel corpo vanto
un gorgo misticeto
un urlo bianco

.
CORPI DI-VERSI

Un corpo crotalo che al mondo crepita
l’algoritmo caudato del suo nulla
trillo strisciante d’una morte acuta
retrattile tossina che s’inerpica

e sotto i ciottoli ripone pelvica
abbondanza di quel che sempre muta
scagliogramma di scienza biforcuta
per sistole e per diastole d’estetica

segnato sulle dune della mente
papiro sensoriale d’un dio scriba
stellato codice in astro rasente

nei cieli della carne mi trascina
come una ritorsione delle vene
dal calcagno s’abbatte sulla spira

.
GRASSO A TUTTO

Causa di tutto l’enfia e rovinosa
ascesa del glucosio e del colesterolo
a fomento dei grassi insaturi e superflui
a questo sopore tranquillo
della ragion smagrita e sottintesa
al Minotauro obeso e deliziato
della facoltà a lui concessa
di digerire senza patimento
Il bolo più scabroso
che insano indugia sul palato
e dolce si confonde col languore
che papille e cellulite
camuffo nel molleggio postmoderno
di questa pancia incline
all’intimo paffuto
scavato nell’addome
che del cibo dischiude la tempesta
l’ulcerosa buriana dello stomaco
dell’ittero svasato che rielabora
segnali di pieno e di vuoto
pulsione concessa all’adipe che mi lega
a questa fame cronica
fino a trangugiarmi corrotto
nelle ricette insalubri
della vaniglia e dello zabaione

L’ingordigia precorre i condimenti
e masticando mi sommuove e mi precede
per ventresche guanciali e coratelle
pannicoli di un cuore cupidigia
bagordi e vettovaglie di un mai sazio vendicare
gozzoviglio dell’orda crepapelle
che bramosie indica
all’orco dissoluto
che sniffa e sbava per le spoglie ghiotte
del lardo e della carne
per le superbe e succulente glorie
del paiolo sulle fiamme

da: L’ordine bisbetico del caos
Edizioni Lietocolle Faloppio (Como) 2007

.
Controluce

Che luce mia
s’intarsi per l’inverso
al bosco umbratile

allo stormire oscuro
di rami e foglie
sull’argine dell’alba

e l’ombra mia
si stagli per intero
sull’assolato

convegno delle forme
sul lato acceso
che eredita la notte

Genesi

Caos che nasce dalle fondamenta
vacilla sfrigola e concreto cristallizza
sintetizzando in scopi ignoti un universo
esposto e risoluto che nel guscio
dell’alte forze e delle discipline tribola

Accado nel sottrarmi o sottostare
a quel congegno lucivago dell’erranza
incanto della fisica compiuta
radice quadra della legge e del disordine
acqua della placenta accelerata
che il nulla mal s’accosta
al pieno che sprigiono

e sono tenebra che luce inchioda
all’esistenza
e sono il raggio che s’espande
e la dissipazione in sé trasporta

lucerna dello spirito
e della stella rosa
morte impietosa che si fa dimora

Katrina

Salsedine alghe vive moti ardenti
maglio di luce sull’incudine del mare
se cumuli forgiati in ruvide torsioni
annuvolata meraviglia
esasperato crisma
se l’occhio il grande fiume avventa
se a làtere quell’ombra
se a margine lo sguardo
se bocca della quiete cardine s’ingegna
a torvo sortilegio
che vortica maligno e sogni sradica
dai fasti della carne
pupilla incarognisce di palude
e coda tra le zanne
crettato alligatore
espugna la barriera
e nell’impluvio mastica la vita
sul filo amniotico dell’arroganza
che il fine rende vana la carcassa
ed argine sicuro è ossame di sbilancio
carcame puntiglioso che minaccia l’urna
al tempo dell’incanto.

Al netto delle cronache mondane
tra fuoco e fango
tra plasma e plasma
tra sponda e sponda
tra l’onda impura
e l’acqua marcia
a grumi provvisori
passando per la cruna
al mondo delta creolo
un po’ del nostro sangue
un po’ del nostro lutto
appena in tempo…
che carnevale affiora.

Ancora

.
Nero di stella

Gorgo di supernova, antro di luce implosa
recrudescenza oscura d’una vibrazione
che intensa la materia da materia ingloba
come un affanno, un’ansia estrema d’attrazione
utero, abisso, luce eterna che s’infoiba
onda massiva, chiodo della sottrazione
che nero e pervasivo come un vuoto carsico
crudo s’infiltra nel midollo aminoacido

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COMUNICAZIONE DI SERVIZIO In data odierna entrano nella redazione dell’Ombra delle Parole i seguenti poeti e scrittori: Sabino Caronia, Chiara Catapano, Donatella Costantina Giancaspero, Lucio Mayoor Tosi e Giuseppe Talia. Ci guida la convinzione che la Rivista deve essere un lavoro collettivo, aperto al contributo di tutti, nel quale c’è posto per tutti, per chiunque abbia delle idee

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COMUNICAZIONE DI SERVIZIO

In data odierna entrano nella redazione dell’Ombra delle Parole i seguenti poeti e scrittori: Sabino Caronia, Chiara Catapano, Donatella Costantina Giancaspero, Lucio Mayoor Tosi e Giuseppe Talia. Ci guida la convinzione che la Rivista deve essere un lavoro collettivo, aperto al contributo di tutti, nel quale c’è posto per tutti, per chiunque abbia delle idee, poiché tra le idee non c’è rivalità ma semmai competizione, perché sono le idee migliori quelle che si faranno strada, e il nostro compito è quello di selezionare le idee, perché si avverte oggi nella poesia italiana il bisogno di un nuovo scatto, di nuove idee. Ci guida la consapevolezza che la «Nuova Poesia» non può che essere il prodotto di un «Nuovo Progetto» o «Nuovo modello», di un lavoro che si fa tutti insieme, nel quale ciascuno può portare un proprio contributo. In tal senso, la redazione affiancherà al lavoro della Rivista anche un Laboratorio Pubblico e gratuito aperto a tutti che si riunirà con cadenza all’incirca quindicinale presso la libreria L’Altracittà di Roma, via Pavia, 106 alle ore 18, del quale il prossimo appuntamento è fissato a mercoledì 1 febbraio alle h. 18.00. Ovviamente l’Invito a partecipare è rivolto a tutti e tutti saranno i benvenuti.

Scrivevo tempo fa, riprendendo una affermazione di Valéry secondo il quale «il mercato universale ha oggi prodotto un’arte più ottusa e meno libera», che l’Amministrazione degli Stati moderni ha imparato la lezione, è l’Amministrazione globale che gestisce la Crisi e gli oggetti della Crisi, e che la Crisi è nient’altro che il prodotto di una Stagnazione Permanente.

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Un aneddoto.

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Vi racconto un aneddoto. Una volta una rivista di questi giovanotti che scalpitano e sgomitano mi ha rivolto un questionario con domande sulla «critica della poesia». Mi avevano chiesto, questi giovani, che cosa intendessi per «critica della poesia», quale «scuola di pensiero estetico seguissi», se esistesse, a mio giudizio, oggi, «una critica della poesia»… E via di questo passo.
Io gli risposi che non sapevo cosa fosse la «critica della poesia», che non seguivo «nessuna scuola di pensiero estetico e che, a mio avviso, non esisteva la critica della poesia».
La risposta di quei giovanotti fu più o meno questa, mi chiesero: «se avessi inteso prendermi gioco delle loro domande e se intendessi proprio quello che avevo scritto». Inutilmente io ribadii che ero serissimo e che non mi sarei mai permesso di prendermi gioco di nessuno,, tantomeno delle loro domande. Il risultato fu che le mie risposte alle domande del questionario non videro mai la luce in quella rivista.
Questo aneddoto lo riferisco perché illumina bene il livello della «cultura» che quei giovanotti hanno introiettato e come sia ormai interiorizzato tra gli «appassionati alla poesia» un genere di credenze e convincimenti tipici di una cerchia sacerdotale la quale non ammette chi pone in discussione i presupposti della cultura di quella cerchia di sacerdoti del conformismo culturale. Intendo dire con questo aneddoto quanta strada all’indietro le nuove generazioni abbiano percorso dal pensiero critico di persone della mia età. Si è trattato, a mio modesto avviso, di una regressione a un pensiero soteriologico, sacerdotale,di chi si crede di detenere le chiavi per l’accesso al Paradiso delle lettere…
Insomma, non posso non notare una sorta di regressione profondissima verso un pensiero acrilico e acritico, L’aspetto più ridicolo è il concetto di cultura di cui quei giovanotti sono portatori, un concetto dal quale sono stati espunti gli elementi di critica delle ideologie e di critica tout court.
L’aspetto umoristico è che questi giovanotti hanno interiorizzato il meccanismo mentale dell’Amministrazione globale della Crisi, ovvero, il principio della censura e dell’esclusione di chi non condivide la loro cultura agiografica del presente. E questo è proprio il metodo di dominio che l’Amministrazione delle cose ha in Occidente: l’Amministrazione gestisce le CRISI insinuando nelle menti deboli di pensiero critico la convinzione secondo cui occorre espungere dal catalogo degli «addetti ai lavori» chi non la pensa come la maggioranza imbonita, chi la pensa in modo diverso. E chi agisce in modo diverso.
(Giorgio Linguaglossa)

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Chi ha paura delle idee?

In proposito scrive Maurizio Ferraris: «l’inventore della scrittura cercava un dispositivo contabile, ma con la scrittura si sono composti versi, sinfonie e leggi;, l’inventore del telefono voleva una radio, e viceversa; chi ha inventato le tazze da caffè americano non prevedeva la loro destinazione parallela a portapenne; l’inventore dell’aspirina pensava di avere scoperto un farmaco antinfiammatorio, mentre una delle sue più interessanti qualità è che sia un farmaco antiaggregante, quindi fluidificante del sangue, come sì è capito più tardi; l’inventore del web pensava a un sistema di comunicazione tra scienziati, e ha dato vita a un sistema che ha trasformato l’intera società. Lo stesso cellulare è evoluto da apparecchio per la comunicazione orale ad apparecchio per la comunicazione scritta e la registrazione, smentendo l’assunto secondo cui la comunicazione costituirebbe un bene superiore alla registrazione, e l’oralità un veicolo di scambio più gradito, naturale e addirittura appropriato della scrittura…».*
M. Ferraris, Emergenze, Einaudi, 2016 pp. 120 € 12

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Donika Dabishevci (1980) Il dissidio cosmico tra eros e thanatos (Amore e Morte) Introduzione e traduzione di Gëzim Hajdari – L’amore in Albania al tempo della stagnazione – la poesia femminile albanese

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Donika Dabishevci (1980) si è laureata in letteratura Albanese all’Università di Prishtina, dove è nata. Nel 2013 ha conseguito un dottorato in Letteratura albanese all’Università Statale di Tirana. Ha pubblicato tre raccolte poetiche. Ha lavorato alla televisione pubblica del Kosovo, ora insegna in un’università privata a Prishtina.
«La tua robinja», a cura di Gëzim Hajdari, è la prima traduzione in italiano delle poesie di Donica Dabishevci.
«La tua robinja/ Robnesha jote» è la sua prima raccolta tradotta in Italia, la cui pubblicazione è prevista nel 2017 con la casa editrice romana, Ensemble.

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Introduzione e traduzione dei testi
di Gëzim Hajdari

Il dissidio cosmico tra eros e thanatos (Amore e Morte) ha ispirato per millenni filosofi, artisti e cantori dall’antichità ad oggi, da Esiodo e Safo a D’Annunzio. Il mistico San Giovanni della Croce sosteneva che la “morte può essere amore”. Mentre Leopardi, dall’alto de “Il colle dell’Infinito” di Recanati, affermava: “Due cose belle ha il mondo, “Amore e Morte”. L’eros è la vera essenza divina, energia vitale e forza creatrice della vita, il sentimento più intimo del nostro io, lo spirito del nostro essere, che nel corso della storia è diventato fonte d’ispirazione e di tormento per i poeti di ogni epoca.
Basti pensare al celebre poeta latino Catullo, «Vivamus mea Lesbia, atque amemus /Viviamo, mia Lesbia, ed amiamo». Versi struggenti che racchiudono il mistero dell’esistenza umana.
Il tema di eros e thanatos percorre con una forza dirompente i versi della raccolta «La tua robinja » della poetessa kosovara Donika Dabishevci. Quarantasette poesie che parlano delle passioni amorose ed erotiche, della sensualità, della vita, dello scorrere del tempo, del tormento e della morte. Scritte con un linguaggio scarno e lapidario, i versi esistenziali della Dabishevci, voce singolare della poesia albanese del Kosovo, restano scolpiti nella memoria del lettore.
La raccolta si apre con un testo-preghiera in cui la giovane fanciulla invita il suo uomo a non aver paura, ma di unirsi a lei per condividere insieme il desiderio d’amore. Il suo corpo maturo frema, la sua anima vibra. È il momento più atteso per l’amata inebriata di desiderio ed eros, che gioisce e soffre allo stesso tempo. Porta nel sangue il fuoco, simbolo del vigore e della giovinezza. E sogna l’attimo sublime in cui lui versi in lei la linfa vitale, come testimoniano questi versi:

«Non aver paura,
versati in me come un ruscello di sangue.

Entra nelle mie vene,
brucia il mio corpo,
le mie labbra,
accogli la mia preghiera
di donna».

Solo nelle braccia dell’amore ci si rende conto del valore della vita e del senso dell’esistenza dell’essere umano sulla Terra. Il vero amore è riempirsi del sé con gioia per poi condividerla con l’amato senza rimpianti e nostalgia. Donare all’altro quello che si è, suggerisce Donika. Del resto, ‘siamo nati per amare, non per odiare’, detto con le parole di Sofocle. L’eros nei suoi versi viene vissuto non soltanto come stato fisico ma anche come esperienza interiore, celebrazione dell’amore e della quotidianità:

«La vita sembra un soffio
quando mi perdo in te,//
doniamo a noi stessi
ciò che siamo».

L’autrice non ha paura di svelare la sua ‘nudità, le sue passioni erotiche e di vivere la sua libertà spirituale. «La cosa più bella è ciò che si ama», scriveva Saffo più di duemila anni fa’. È per questo che si rivolge al suo uomo con queste bellissime parole:

«Voglio che tu sia maschio,
senza veli nel corpo,
che mi scavi a fondo,
giunco incendiato
che si scioglie
nelle mie acque».

La donna desidera essere amata come solo un uomo vero può amare. La sua pelle trema. Colma di sete d’amore, vuole essere posseduta dalle braccia del dio eros. Immagina l’istante in cui il destriero del suo uomo si immerge nel desiderio e si tinge del rosso della sua ‘ferita’: vuole sentirsi donna tramite il piacere carnale. Tutto questo viene espresso con una passione travolgente:

«Vieni,
prendimi,
toccami,
amami,
fammi impazzire,
entra dove sai entrare solo tu,
fammi sentire donna».

(Donika Dabishevci)

È proprio questo forte dualismo esistenziale che seduce il Verbo di Donika Dabishevci. Eros e thanatos, con-presenti e conflittuali nella sua poesia, creano delle atmosfere erotiche intense e di straordinaria sensualità:

«Lasciami scavare follemente in te//
Voglio bagnare le labbra incendiate,
risalire alla tua sorgente
e inebriarmi di te».

Sono versi erotici del tutto nuovi per la poesia femminile albanese contemporanea. Durante la dittatura di Enver Hoxha, in Albania, i temi esistenziali e metafisici erano proibiti. Le parole: “toccare”, “baciare”, “eros”, “fare l’amore”, “thanatos”, “sangue della prima notte”, “follia” erano considerate tabù per la censura del regime comunista. Il valore di un’opera si misurava in relazione alla sua forza nel servire il partito, le masse e il socialismo reale. Lo slogan del cosiddetto “realismo socialista” era: «Il poeta dev’essere l’occhio, l’orecchio e la voce della classe proletaria». Si amava in nome del Partito, l’eros e il piacere carnale erano espressione che appartenevano alla morale e l’estetica borghese dell’Occidente reazionario.
È solo dagli anni’90 in poi che la poesia femminile albanese ha iniziato a scoprire le emozioni del corpo e dell’anima, i sensi e il piacere femminile tramite l’amore, come percorso di conoscenza e verità di vita, come pace interiore e libertà. L’amore coinvolge tutte le virtù del mondo spirituale e guida l’uomo verso la pienezza dell’essere, verso l’eternità. Eros significa bellezza del corpo e dell’anima, ricerca sull’animo umana, elevazione mistica.
Il sentimento erotico esalta il corpo femminile e il culto del piacere, ma non sempre rende felicità e pace interiore. Rimpianti, nostalgie e tormenti creano inquietudine nell’anima umana costringendola a vivere tra ragione e follia. Più la donna ama, più l’ombra del thanatos incombe sul suo amore. La nostra poetessa si rende conto che amare significa: gioia e panico. «All’amore – diceva Esenin – non si chiedono giuramenti/ Con l’amore si conoscono gioie e sventure».È una dura lotta quotidiana, ed è questo il lato divino e crudele del dramma umano:

«Maledetto possa essere
l’attimo che generò
questa selvaggia seduzione,
pura follia».

Amare per Dabishevci significa dare la besa al desiderio, per lei l’amore è la vera patria degli umani. Il sentimento amoroso è più forte della morte, e quest’ultima non può placare il bisogno di donarsi:

«Hai seminato radici di gioia
e di morte in me,
mio amore: dolore,
eros e lutto per me”.

«Più forte della morte
è il mio desiderio per te».

La sua forza trasforma in cenere e fiamme ogni minaccia del thanatos:

«Il mio fuoco trasformerà in cenere
e fiamme ogni tuo desiderio».

Nonostante la dura lotta quotidiana in questo dissidio cosmico: «Non riesco a placare le grida delle mie ferite», per la poetessa del Kosovo vale sempre la pena accettare la sfida del destino alla conquista della vera dimensione poetica, spirituale e intellettuale.
Dabishevci sceglie l’eros per far allontanare la morte come una sfida: «Voglio che tu fugga da me». Consapevole del fatto che “la sorella morte” ci accompagna tutti i giorni, la sua poesia può essere letta anche come un dialogo tra l’amore, la vita e thanatos. Amare significa vivere per l’autrice, ma amare significa anche piacere e sofferenza che oltrepassa la sua sfera personale diventando così un’esperienza spirituale e cosmica. Solo chi percepisce questa dimensione può scoprire nella poesia la vita, e nella vita l’amore che unisce e proietta nel futuro, per poi dissolversi in suono, voce, fuoco sacro e canto sospeso nel tempo e nello spazio, quindi morire per vivere e amare diversamente:

«Un giorno, io e tu,
non ci saremo in questo verde,
ci dissolveremo
nel vuoto del tempo».

Viene un momento in cui l’amore terreno diviene amore cosmico, come parte della totalità e dell’origine. È l’atto supremo dell’integrità dell’amore umano. Allora tutto è compiuto come appagamento spirituale dell’anima, come metafora dell’unione universale, in cui ognuno di noi, nella solitudine cosmica, si sente un po’ robinjë :

«È come allora,
nulla è cambiato in me,
ma ora è tardi,
in questa valle
parliamo la lingua degli alberi».

Ciò che distingue i versi di Donika Dabishevci è l’aspetto carnale dell’amore, sa comunicare con il proprio corpo e con la propria femminilità. La poetessa kosovara possiede un’enorme potenzialità creativa. Il suo linguaggio poetico, avvolto da un fascino orientale, è prepotente e suggestivo, senza cadere in un volgare erotismo, e mira la bellezza come punto di arrivo. È da notare che i testi in albanese sono stati scritti in dialetto gegë dell’Albania del Nord.
Quest’opera in bilingue: in albanese e italiano, la cui pubblicazione è prevista per il prossimo anno con la casa editrice romana, Ensemble, rappresenta la prima pubblicazione di una vera voce femminile del Kosovo in Italia.

.

[1] Robìnjë: fanciulla che veniva presa viva dalle mani dei guerrieri vincitori, andava ai signori di guerra come trofeo.
[2] Besa: parola data per gli Albanesi.
[3]. Robìnjë: fanciulla che veniva presa viva dalle mani dei guerrieri vincitori, andava ai signori di guerra come trofeo.

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N ON AVER PAURA

Sei quello che sei.

Perché taci,
pietra tombale il tuo silenzio

Ho nelle vene il sole,
non gli abissi.

Maledetto possa essere
l’attimo che generò
questa selvaggia seduzione,
pura follia.

Perché ti spaventi?

Un giorno, tu ed io,
non ci saremo in questo verde,
ci dissolveremo
nel vuoto del tempo.

Tu diverrai una palude,
io una lava vulcanica,
tu, un torrente infuriato,
io una scia di luce
di arcobaleni e pioggia.

Non aver paura,
versati in me come un ruscello di sangue.

Entra nelle mie vene,
brucia il mio corpo,
le mie labbra,
accogli la mia preghiera
di donna.

.
EPITAFFIO

Meravigliosi
il tuo respiro e il tuo corpo.
Voglio ricordarti
come l’uomo della mia ferita,
vigoroso,
malvagio,
uomo – quercia.

Hai seminato in me
radici di gioia e di morte,
amore e dolore,
eros e lutto per me.

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SENTO IL TUO PROFUMO

Sento il tuo profumo,
il mio corpo trema,
la mia anima sussulta,
non tardare
a venire,
la mia anima si spezzerà
se non mi raggiungi,
più forte della morte
è il mio desiderio per te.

.

DIVENTERAI CENERE

Splende il tuo corpo,
ma il tuo orgoglio un giorno si spegnerà,
diventerai cenere,
come una quercia spaccata dalla tempesta;
cadrai per terra
sciogliendoti in granelli di polvere.

Il mio fuoco trasformerà in cenere
e fiamme ogni tuo desiderio,
sono pronta a incendiarti,
come una belva feroce e docile
.ti donerò segni di ferita.

VOGLIO AVERTI

Voglio averti
in un luogo lontano,
in un deserto infinito,
o su un’isola nel mare
dove posso consegnarmi
al tuo destriero
e alle tue bianche acque
su una pietra bianca e liscia,
sotto gli astri e la luna.

Ti amo
come non ti ho mai amato
in questa valle,
amiamoci
senza parole e gesti,
solo gemiti.

Sei il mio signore
senza le briglia,
ed io fremo di desiderio,
non temo nulla
in questa vita vuota,
toccami,
niente parole,
amiamoci
fino all’eternità.

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LA VITA SEMBRA UN SOFFIO

La vita sembra un soffio
quando mi perdo in te,

la stanza si stringe,
si riempie di uccelli
giunti dai mondi.

Non voglio altro da te,
né tu da me,
doniamo a noi stessi
ciò che siamo.

Respiriamo il mosto
della vita senza ritorno.

.

VOGLIO CONCEDERMI ALLA TUA NOTTE

Voglio concedermi alla tua notte
come la luna al buio,

senza parlare,
senza nessun pegno,
nessuna condizione.

Voglio che tu sia maschio,
senza veli sul corpo,
che mi scavi a fondo,
giunco incendiato
che si scioglie
nelle mie acque.

E sentirmi felice
esserci in questo mondo
con te
almeno per un attimo,
lottare fino all’ultimo respiro.

.
LA TUA ROBINJA

Sono la tua robinja
folle di te
mio signore.
Ho amato me stessa
guardandomi nei tuoi occhi,
voglio sentire nel mio centro
le tue morbide dita.

Vieni,
prendimi,
toccami,
amami,
fammi impazzire,
entra dove sai entrare solo tu,
fammi sentire donna.

Che le grida e i gemiti
diventino tutt’uno,
voglio domarti
con la mia brama d’amore

Vieni,
voglio saziarmi di te.

.
AMIAMOCI

Lasciami scavare follemente in te
e di nuotare dentro di me
per sentirci sospesi sull’erba.

Amiamoci stasera,
c’è tempo per odiarci.

.

IN TE

Ti ho rubato i sogni,
in te abitano
solo i tormenti.

Ho dato vita ai tuoi giorni,
in te ho bevuto
senza mai saziarmi,
poi ti ho lasciato volare,
in pace,
senza baciarti gli occhi
e stringerti al mio petto.

Sento la tua assenza,
ti ho cercato nel mio volto,
tra le piogge delle mie mani
le tue strade.

È come allora,
nulla è cambiato in me,
ma ora è tardi,
in questa valle
parliamo la lingua degli alberi.

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Donatella Costantina Giancaspero LA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA – DUE POESIE con una riflessione di Gianfranco Bertagni: Per un’etica del pudore – e un Appunto impolitico di Giorgio Linguaglossa

Gif scale e donna

Lontano da qui, / dove s’ingorga la vita, vanno abiti / privi di corpi…

 Donatella Costantina Giancaspero vive a Roma, sua città natale. Ha compiuto studi classici e musicali, conseguendo il Diploma di Pianoforte e il Compimento Inferiore di Composizione. Collaboratrice editoriale, organizza e partecipa a eventi poetico-musicali. Suoi testi sono presenti in varie antologie. Nel 1998, esce la sua prima raccolta, Ritagli di carta e cielo, (Edizioni d’arte Il Bulino, Roma), a cui seguiranno altre pubblicazioni con grafiche d’autore, anche per la Collana Cinquantunosettanta di Enrico Pulsoni, per le Edizioni Pulcinoelefante e le Copertine di M.me Webb. Di recente pubblicazione è la silloge Ma da un presagio d’ali (La Vita Felice, 2015).

Appunto impolitico di Giorgio Linguaglossa

ernst-junger-oltre-la-linea“l’enigma non può essere sciolto con un atto di padronanza categoriale ma può solo essere percorso”

(Rovatti, 1992)

“L’io è letteralmente un oggetto – un oggetto che adempie a una certa funzione che chiamiamo funzione immaginaria” 

(Lacan, 1955)

L’Io, afferma Freud, è “innanzitutto un’entità corporea, non soltanto un’entità superficiale, ma anche la proiezione di una superficie ” 

(Freud, 1922)

Scrive Freud: “Vi prego di considerare […] che la coscienza si produce ogni volta che è data […] una superficie tale da poter produrre ciò che si chiama un’immagine”. Il punto zero dell’io è in quel punto in cui la superficie diventa immagine. Per Lacan «L’inconscio è quel capitolo della mia storia che è marcato da un bianco od occupato da una menzogna: è il capitolo censurato. Il soggetto così, dal punto di vista immaginario, si colloca nello iato, a cavallo fra l’immagine e il  corpo in frammenti»1]. Il punto zero del soggetto, il punto zero del «dovere» è il non dovere niente a nessuno, essere libero di non «dovere», essere esentato da debiti e da crediti, da doveri e da poteri, innanzitutto dai Poteri del Linguaggio, rinunziare alla volontà di potenza di chi crede di essere «padrone in casa propria» (Mandel’stam). Ma siamo davvero sicuri di essere padroni in casa propria? Siamo sicuri che la via verso l’autenticità sia la «padronanza» o il «padroneggiamento» delle parole e degli oggetti?- Ma, se io sono «padrone» delle parole, quelle parole saranno soltanto mie? Le posso reclamare come di mia proprietà? Ecco che si vede chiaramente come questa sia la vera follia, quella di dichiararsi «padrone» delle «parole», di reclamare implicitamente la sudditanza dei sudditi i quali devono accedere alla Potenza della mia parola farisaica, farisaica perché proviene da un «atto di proprietà», come se l’io, il soggetto potessero davvero essere padroni di una parola! Farsesca cogitazione di ombre!!! È qui che si denota la follia di questa volontà di potenza di chi crede di operare in nome della parola, fratellino minore del dio biblico, della vendetta e della Potenza!

La poesia della Giancaspero ha questo di buono: ha questa particolare fraganza e flagranza della inappartenenza della parola: che ha rinunciato una volta per tutte alla Potenza detonante della «Parola»; che ad ogni rigo ti trovi davanti alla problematica del «dubbio» se oltrepassare il «confine», la «soglia», il «limite», il «limen»… in fin dei conti, la poesia ci deve richiamare ogni momento al senso della misura delle «cose», alla nostra (della poesia) estrema prossimità con l’indicibile e l’ineffabile, con il limite e con la soglia. E con l’ombra.

L’atteggiamento poetico della Giancaspero è quello di sostare presso qualcuno, qualcosa, un divisorio, una soglia, un limite temporale e/o spaziale, un esitare, un arretrare trattenuti da un pudore che impedisce di sentirsi pienamente padroni in casa propria; questo senso timoroso di aver incontrato l’Estraneo, di averlo frequentato per lunghissimi anni senza avvedersene, senza averlo potuto riconoscere; di aver perduto una casa propria con la conseguente angoscia di non poterla più ritrovare, di non riconoscere più il vasellame, le suppellettili di casa propria, con il conseguente senso di spaesamento, di coabitazione spaesante con il proprio «io», di essere stati con se stessi ma lontano da se stessi, di aver detto addio all’addio, e di aver prorogato l’addio fino al punto estremo del «limite», fino alla cognizione del dolore…

 1] J. Lacan, Funzione e campo della parola e del linguaggio, in Scritti, cit. p. 152

1] Risvolto di copertina di Oltre la linea, Adelphi
Nel 1950, in occasione del sessantesimo compleanno di Martin Heidegger, Ernst Jünger pubblicò il saggio Oltre la linea, dedicato al tema che attraversa come una crepa non solo tutta la sua opera, ma quella di Heidegger e tutto il nostro tempo: il nichilismo. Questa parola era stata evocata da Nietzsche, come se in essa si preannunciasse un «contromovimento», un al di là del nichilismo. Dopo che la storia ha «riempito di sostanza, di vita vissuta, di azioni e di dolori» le divinazioni di Nietzsche, Jünger si domanda in questo saggio, che rimane uno dei suoi testi essenziali, se è possibile «l’attraversamento della linea, il passaggio del punto zero» che è segnato dalla parola niente. E precisa: «Chi non ha sperimentato su di sé l’enorme potenza del niente e non ne ha subìto la tentazione conosce ben poco la nostra epoca». Cinque anni dopo, Heidegger raccolse la sfida e rispose a Jünger con un testo che è anch’esso essenziale nella sua opera: La questione dell’essere.
Qui pubblicati insieme per la prima volta, questi saggi si presentano, oggi non meno di allora, come un dialogo teso all’estremo, dove risuonano al tempo stesso l’opposizione e l’affinità, e insieme come una doppia risposta a quel fantasma che Nietzsche definì «il più inquietante fra tutti gli ospiti»: il nichilismo.

Si fa respiro il pianto

Contro i muri la resa dell’estate.
Batte in petto un tempo lento.
Il pianto reiterato della tortora sale
dalla grondaia al sonno d’alba.
Si fa respiro la stanza che rischiara
attutita di sogni.

(Inedito)

È domani

Eppure è già domani
a quest’ora fonda della notte,
quando nei condomini
i muri, che separano vita
da vita, hanno spessori
di silenzio
e dalle strade il buio
rimanda rare sirene,
eco sorda di macchine.
S’impiombano attoniti,
nel vuoto, i binari
della metro di superficie.

È domani
e non vale la veglia ostinata,
non servono i rituali del fare
a prolungare l’oggi.
Questo domani,
questo tempo muto, scattato
da una combinazione di lancette,
cielo acerbo, sospeso
sulla zona franca del sonno,
dove, ignoti, già tanti destini
si compiono,
questo è l’oggi.

Tra poco, la notte sbiadirà
in un brusio di appannati risvegli
e frulli, alle finestre, cinguettii,
di luce in luce più canori,
fino al sole pieno,
puntato sulla città.
E sarà azzurro,
azzurro estremo, impietoso,
nel suo occhio fermo,
astratto dagli occhi,
dissuasi, volti altrove;

perché altrove li volge
questo Tempo acuminato,
dov’è vita ferita che dispera la vita,
nei quotidiani martìri,
nelle morti suicide per dignità negata,
nelle stragi, ai tribolati confini,
dove affonda il cuore

e la notte
di un altro domani.1]

Il libro di Pier Aldo Rovatti, Abitare la distanza (2007) è una indagine sulla nostra condizione esistentiva, caratterizzata dal paradosso: siamo dentro e fuori, vicini e lontani, abbiamo bisogno di un luogo, di una casa dove «stare», ma poi, quando cerchiamo questo luogo, scopriamo il fuori, la distanza, l’alterità. Nello scenario del pensiero contemporaneo, il filosofo interroga i pensatori che guardano in questa stessa direzione – Heidegger, Derrida, Lacan, ma anche Merleau-Ponty, Ricoeur, Bateson –, non solo descrivendo una condizione «impossibile» ma soprattutto indicando un modo, un atteggiamento, un “come” stare nel paradosso.
La poesia di Donatella Costantina Giancaspero è una indagine, fatta con i mezzi della poesia, sulla condizione esistentiva dell’uomo, sul paradosso della condizione umana: siamo dentro e/o fuori? Siamo vicini e/o lontani? Stiamo in un luogo? O abitiamo luoghi diversi? Siamo nella distanza? Siamo nell’Altro o fuori dell’Altro? Siamo nel pieno e/o nel vuoto? Ma davvero cerchiamo una «casa»? O cerchiamo qualcosa d’altro che non possiamo confessare? –

La poesia dell’autrice romana punta ad un punto essenziale: il mistero fitto dell’esistenza, sul tragitto che ci conduce continuamente fuori luogo, perché soltanto il fuori luogo ci dà la nitida cognizione del luogo cui aneliamo, e questo fuori luogo è la distanza che ci separa e ci unisce all’Altro. Il fuori luogo, dunque, è costitutivo all’esserci, è la sua dimensione più propria.

La poesia «È domani» è forse la più emblematica del libro, la più misteriosa, per quella individuazione che ha del rabdomantico del «paradosso» rovattiano: l’essere oggi già domani, l’anticipazione del tempo (vissuto e non vissuto) «a quest’ora fonda della notte». Dunque, è «la notte» la situazione esistentiva che consente il disvelamento del «paradosso». La «notte» e il «tempo» costituiscono le due metafore guida della composizione e della poesia gigancasperiana in genere, e sono anche le chiavi interpretative della condizione esistentiva dell’uomo contemporaneo. Riproporre alla lettura la poesia «È domani» voleva avere il significato di una rilettura più ponderata di questa poesia, perché qui c’è una indagine significativa sulla condizione esistentiva dell’esserci. La poesia giancasperiana gira sempre intorno al «paradosso dell’esistenza», ossessivamente, con tutte le sue forze, vorrebbe rischiarare questo punto, questa «zona d’ombra» che contraddistingue la nostra condizione esistenziale:

Lontano da qui,
dove s’ingorga la vita, vanno abiti
privi di corpi…

*

Dentro una zona d’ombra…

*

Un abito interiore

*
Ben vengano, dunque, le riflessioni degli autori sulla propria poesia, perché aiutano l’interprete a capire…

Oggi, per scrivere poesia veramente «moderna» bisognerebbe porsi in ascolto di ciò che noi siamo diventati dopo la fine del modernismo. Forse, la crisi economica che da diversi anni sta sconvolgendo le economie occidentali ci induce a riflettere sugli esiti indotti dalla crescita economica dei decenni trascorsi, su quella bolla speculativa che ha contaminato anche l’esistenza di milioni di individui. La risposta a questa crisi la poesia la deve e la può dare con i mezzi della poesia, non ricorrendo a stentorei squilli di tromba… l’epoca delle avanguardie è finita da cento anni almeno, bisognerebbe prenderne atto.

Oggi che il modernismo si è esaurito, è chiaro che non si può procedere oltre di esso senza avere chiaro il quadro di riferimento storico e ideologico che aveva costituito le basi del modernismo. Il modernismo, che era il prodotto del mondo occidentale in disfacimento che aveva condotto alle tre guerre mondiali, oggi ha più che mai voce in capitolo dato che siamo entrati nella IV guerra mondiale in uno stato di belligeranza diffusa e di apparente normalità. Nelle città dell’Europa occidentale si vive in uno stato di apparente tranquillità, ma la minaccia è ovunque. Ben venga dunque una poesia della normalità apparente come questa della Giancaspero, che ha consapevolezza che quella normalità è finta, fittizia, prodotto di una illusione ottica.

 

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Dentro una zona d’ombra…
*
Un abito interiore

Scrive Gianfranco Bertagni:  

PER UN’ETICA DEL PUDORE

Le verità convergono tutte verso una sola verità, ma i sentieri sono interrotti.

Nietzsche

 Che cosa succede quando tutti i limiti su cui crediamo di basare la nostra esistenza si fanno sfumati, quando ci accorgiamo che non c’è un confine ben determinato a dividere il possibile dall’impossibile, la paura dal desiderio, il soggetto dall’oggetto, l’amore dall’odio, il pensiero dalla realtà?

Tentiamo continuamente di “controllare” e di esaurire il territorio con le nostre mappe ma nel farlo ci rendiamo conto di essere giocati, di non fare altro che progettarci nell’impossibilità. O peggio, quando durante il nostro tentativo viene a galla una qualche eccedenza, continuiamo ad illuderci di possedere, padroneggiare ciò che rincorriamo, riducendo costantemente ciò che incontriamo alle nostre mappe fino al limite estremo di costringere anche noi stessi al loro interno. Tendiamo a confinarci in quella che Heidegger chiama l’ “estasi dell’oblio”, progettando il padroneggiamento assoluto della coscienza su tutto, come fosse il bene supremo, la condizione indispensabile del benessere. Per non correre il rischio di inabissarci in ciò che non sappiamo, tentiamo di costruire un uomo senz’ombra.

Ma se tale progetto fosse condotto a termine come potrebbe un uomo ormai completo (saturo) progettarsi ancora? Come potrebbe desiderare?

Che ne sarebbe poi di quest’ombra alla quale non viene più riconosciuto diritto d’ombra? Che ne sarebbe del simbolo come tramite fra la luce e l’ombra?

Se si pensa l’ombra (l’irrappresentabile, l’eccedenza) come costitutiva dell’uomo, come condizione di possibilità della luce, la sua esclusione o meglio, il tentativo di esclusione diventerebbe estremamente pericoloso. Era Jung ad affermare che “l’ombra se non viene riconosciuta come tale, finisce per agire come un demone onnipotente” (citato in Rovatti, 1992, ediz. 2004, p.47).

La psicologia stessa tende a condannare come male la perdita di sé e a considerare come bene un accrescimento spropositato dell’io. Ma paradossalmente si giunge così ad una condizione, dove per paura di “morire”, di essere risucchiati dall’indicibile, si accetta di non vivere, ci si preclude quella mancanza che sola genera il movimento. Si tratta allora di preservare, di riconoscere ciò che Jung chiama il demone, senza cercar di eliminarlo. Si tratta al contempo di esser consapevoli che un tale riconoscimento non richiede possesso ma umiltà, prudenza, pudore.

[…]

Rovatti (1992) parla di responsabilità dell’atto fenomenologico, responsabilità che risiede proprio in questo procedere al contrario rispetto all’affermazione di un soggetto-padrone. Si tratta anche in questo caso di pudore e di esposizione al rischio che accomunano, secondo Rovatti, sia l’epochè di cui parla Husserl sia il rivolgimento del pensiero di cui parla Heidegger. Si tratta del trattenersi del pensatore di fronte alla pretesa di dire propria della filosofia, nella consapevolezza che “l’enigma non può essere sciolto con un atto di padronanza categoriale ma può solo essere percorso” (Rovatti, 1992, p.81).

Nelle riflessioni successive ad “Essere e Tempo”, per Heidegger, il ritrarsi avrà sempre più a che fare con il linguaggio, con uno sprofondare del linguaggio in se stesso verso la sua propria originarietà, verso la parola poetica. Parola capace di scavare un vuoto e di rompere la pienezza del dire.

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Contro i muri la resa dell’estate.
Batte in petto un tempo lento

Rovatti propone, rifacendosi a Jabès, di prendere atto dello Straniero che è in noi (come il non padroneggiabile) e di tentare di diventare questo Straniero, di farci guidare dall’ombra piuttosto che dalla luce, attraverso un esercizio di passività che infondo è attività e responsabilità e tramite il quale è possibile arricchire il nostro essere soggetti. Questo Straniero facendo esplodere la nostra illusione di padronanza ci costringe, se vogliamo inseguirlo, al pudore e al silenzio. Ci insegna dunque, qualora vogliamo ascoltarlo, a tacere, ad aprire la parola e a poter così rispondere “del nulla che noi siamo per noi stessi” (Rovatti, 1992, p.101). L’ideale sarebbe lasciare che questo silenzio porti noi e l’altro in un zona di sospensione dove è possibile un dialogo che procede unendo e dissolvendo, in un gioco senza fine.

D’altra parte è soltanto in questa zona di sospensione, di incertezza estrema (raggiungibile) procedendo in un pensiero che ha a che fare con i limiti, i confini) che secondo Derrida (1995) è possibile l’accadere di qualcosa, come il mostrarsi di un “arrivante”, di ciò che eccede ogni possibilità di determinazione.

Ma c’è chi non si vuole arrendere a questa passività che infondo è attività e cerca, per dirla con Derrida, di procedere “oltre i limiti della verità”, oltre “la linea” di cui parla Heidegger (1955) in risposta ad un saggio intitolato “Oltre la linea” (1955).

L’essenza del nichilismo (considerato come condizione normale dell’uomo) di cui trattano il saggio Oltre la linea e la risposta allo stesso, sta proprio nella dimenticanza dell’essere, nella totale eliminazione dell’ombra di cui si parlava all’inizio. Ma, secondo Heidegger, non bisogna desiderare un oltrepassamento del nichilismo, pena il ricadere nella stessa fuga che ha portato alla dimenticanza (soprattutto considerato che i tentativi di oltrepassamento vorrebbero oltrepassare senza modificare il linguaggio) piuttosto, si deve tendere ad un raccoglimento nella suddetta essenza. Essenza né guaribile né inguaribile ma “senza salvezza”e proprio in quanto tale, dice Heidegger, gravida di “un rimando a ciò che è sano e salvo” (ivi, p.113). L’ oltrepassamento si fa infatti problematico nel momento in cui la linea che segna il bordo è messa in pericolo. Ma, dice Derrida, “essa si trova in pericolo sin dal suo primo tracciato, che può istituirla solo dividendola intrinsecamente in due bordi”, e questa divisione intrinseca “divide il rapporto con sé del confine e dunque l’essere se stessa, l’identità o l’ipseità di ogni cosa” (Derrida, 1995, p.11).

Essere presso di sé, o inseguire lo Straniero di cui stavamo parlando, diventa allora possibile solo come attendersi, come sporgersi verso questo confine che non possiamo determinare e che non possiamo superare (confine che si dà in modo privilegiato nella morte, nel pensiero della morte).

Non resta dunque che sopportare l’ “aporia” in cui getta un tale pensiero, “aporia” come impossibilità di passare, come possibilità dell’impossibilità, come qualcosa di molto simile alla “morte” di cui parla Heidegger. Il pensiero conforme all’aporia è un pensiero che non sa più dove andare, afferma Derrida, ma che sa dove sostare. Sosta appunto davanti “a una porta, a una soglia, a un confine, a una linea, o semplicemente al bordo o all’abbordo dell’altro come tale” (ibid, p.12) ed è così che, mentre cerca di oltrepassarlo, il confine lo cattura. La sopportazione (non passiva) dell’aporia sembra essere inoltre “condizione della responsabilità e della decisione”(ivi, p.15).

Nella misura in cui è sopportata, l’aporia è infatti un esperienza interminabile, nella quale si ha a che fare con un dovere che non deve niente, “che per essere un dovere deve non dovere niente” (ivi, p.16), un super dovere insomma, che ordina di agire senza regole e senza norme. Se è vero che una decisione davvero responsabile non deve rispondere ad un qualche ordine prestabilito, ad un sapere presentabile, prendere una decisione di questo tipo significa interrompere il rapporto con ogni determinazione presentabile ma mantenere invece il rapporto con l’interruzione, dove l’interruzione somiglia alla soglia, alla linea da non superare di cui stiamo parlando.

Ritornando al pudore, sia per Junger (autore del saggio) che per Heidegger “il capolavoro della ragione sta nel riconoscere il punto in cui bisogna cessare di ragionare” (Volpi, 1989, p.36) e, i tentativi di oltrepassare la linea che non restano invischiati nella stessa (come abbiamo visto sopra) sono ancora, secondo Heidegger, “in balia di un rappresentare che appartiene all’ambito in cui domina la dimenticanza dell’essere” (1955, trad.it., p.161). Sarebbe quindi bene non parlare di “oltre” la linea ma di “su” la linea, per indicare il raccogliersi presso questa località senza deviare né passare oltre ma sostando e sollevando l’enigmaticità dell’ovvio. E’ poi vero che più ci avviciniamo alla linea più questa si dissolve e con essa l’eventuale tentativo di andare oltre.

Serve dunque una ricerca adeguata per procedere verso il “dimenticato”, ricerca che si attua in un raccoglimento, in un ritorno verso località originarie dove viene chiamato il pensiero che diventa così “rammemorante”.

Una ricerca di questo tipo va esercitata innanzi tutto a partire dal linguaggio. Infondo nel nostro stesso dire “io” ricorriamo a un linguaggio, dipendiamo dal sistema delle parole, dalle loro leggi. E’ immediato quindi che il tentativo di appropriazione diventa costantemente una “distanziazione”, la continua riscoperta della distanza. Questa stessa “distanziazione” è però sempre un modo di approssimarsi, una ricerca di prossimità (Rovatti, 1998, p.22).

da http://www.inprimapersona.it

Il fatto che la scrittura sia radicalmente seconda, ripetizione della lettera, e non voce originaria che accade in prossimità del senso, occultamento dell’origine più che suo svelamento, innesta costitutivamente nella sua struttura di significazione la differenza, la negatività e la morte; d’altra parte solo quest’assenza apre lo spazio alla libertà del poeta, alla possibilità di un’operazione di inscrizione e di interrogazione che deve «assumere le parole su di sé» e affidarsi al movimento delle tracce, trasformandolo «nell’uomo che scruta perché non si riesce più ad udire la voce nell’immediata vicinanza del giardino». Perduta la speranza di un’esperienza immediata della verità, il poeta si deve affidare al lavoro «fuori del giardino», alla traversata infinita in un deserto senza strade prefissate, senza un fine prestabilito, la cui unica eventualità è la possibilità di scorgere miraggi. Partecipe di un movimento animato da un’assenza, il poeta non solo si troverà così a scrivere in un’assenza, ma a diventare soggetto all’assenza, che «tenta di produrre se stessa nel libro e si perde dicendosi; essa sa di perdersi e di essere perduta e in questa misura resta intatta e inaccessibile». Assenza di luogo quindi, e, soprattutto, assenza dello scrittore. Per Derrida «Scrivere, significa ritrarsi… dalla scrittura. Arenarsi lontano dal proprio linguaggio, emanciparsi o sconcertarlo, lasciarlo procedere solo e privo di ogni scorta. Lasciare la parola… lasciarla parlare da sola, il che essa può fare solo nello scritto».

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Costantina Donatella Giancaspero

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