Poetry kitchen, Francesco Paolo Intini, Stralci di Giorgio Linguaglossa, Giorgio Agamben

Lucio Mayoor Tosi Poster

Lucio Mayoor Tosi, Falce e martello, 2020

Falce e martello, due icone esposte come in un museo e tra loro lo iato del muro. Un tempo questi oggetti significavano molto, per tanti una ragione di vita . Se ne lasciavi uno in un universo, conservava memoria dell’altro anche se collocato in una galassia, a distanza e tempi infiniti. Si alimentavano da idee come rivoluzione, giustizia, comunismo, uguaglianza, solidarietà, rivincita sociale che si elevavano sulla storia come cime dell’Himalaya e facevano tremare il nemico. Al loro allontanamento corrisponde dunque una perdita di memoria delle idee fondanti che ora si aggirano nella notte dei vascelli vuoti. Sullo sfondo il cielo rosso del nostro inferno. Una costante come quella gravitazionale.
(F.P.I.)

.

Francesco Paolo Intini

L’ESTATE, LUNGO LA STRADA

Parla l’ulivo.
Ci sono rami che sanno cosa è successo.

Un fumo ci colse in mare aperto
cenere bianca e Regina scura in coperta.

Nike all’improvviso e lignina nelle vene.

Lo scacco è stato impreciso.
Le cose hanno voce insieme.

Charlie recita per Elisabetta:
Nessuno è scontento questa notte.

Riccardo dirige le contorsioni di cellulosa.
Formiche applaudono Merna sul toro.

Fiorisce l’io nella fossa
odore di pesce morto.

Gocciolava ossigeno e tu correvi sui prati dissuadendo.
Peccato non aver incontrato gli occhi di quei giorni.

Lasciare in mano all’Elio la città

La distanza si rifocillò in bicchieri di Prigogine
Bivaccò il metro ai piedi del Municipio

la matematica avrebbe fatto correre
I teoremi sui monopattini.

Oh madame Recamier! L’unica parigina senza palmare.
Toccherà dividere Ghigliottina da Luigi Capeto

La schiera dei poeti suicidi
sagomata in bignè.

Se fioriva il ciliegio nei versi
Ora è marmellata da spalmare su burro.

E dunque nessun pensiero nella chioma.
lo scacco matto all’inizio della partita.

Si abbrevia la visuale del camaleonte.

Il museo sogna un colpo d’angolo di trecento sessanta
lo iato del muro si fa genoma.

Il rimmel è versato, la sciagura dei tempi morti.
Silenzi imbottiti di euro da cui si allontana il trucco.

Ruotava un girasole sul lungomare
jogging del poeta benedetto da Dio.

il vincitore saprà dirci due parole sante
E non questa brodazza di Marenco.

Seguirà l’arrosto di pollo
Zuppa di suola e grizzly dopo la torta.

Non c’è un grande spettacolo
La pellicola filma il suo pubblico.

Vedemmo pascere sotto lo stesso albero
termodinamica e miracolo.

La buccia aderì al frutto.
Anche il morso ripensò il piacere nella bocca

Ricoprire di polpa i semi.
Rimediare allo strappo aggrappandosi allo stelo.

-Attraversai il Louvre perché era vuoto
E c’erano atomi di oro che non potevo penetrare.

.

Francesco Paolo Intini (Noci, 1954) vive a Bari. Coltiva sin da giovane l’interesse per la letteratura accanto alla sua attività scientifica di ricerca e di docenza universitaria nelle discipline chimiche. Negli anni recenti molte sue poesie sono apparse in rete su siti del settore con pseudonimi o con nome proprio in piccole sillogi quali ad esempio Inediti (Words Social Forum, 2016), Natomale (LetteralmenteBook, 2017), Nei giorni di non memoria (Versante ripido, Febbraio 2019) e  Faust chiama Mefistofele per una metastasi, Progetto Cultura, 2020. Ha pubblicato due monografie su Silvia Plath (Sylvia e le Api. Words Social Forum 2016 e Sylvia. Quei giorni di febbraio 1963. Piccolo viaggio nelle sue ultime dieci poesie. Calliope free forum zone 2016) – e una analisi testuale di “Storia di un impiegato” di Fabrizio De Andrè (Words Social Forum, 2017).

La poetry kitchen

Per capire il mondo attuale non abbiamo più bisogno della poesia.
L’arte che si fa oggi in Europa è simile al dolcificante che si mette nel veleno.
I piccoli poeti pensano al dolcificante in dosi omeopatiche…
È molto semplice: Dopo le Avanguardie non ci saranno più avanguardie, né retroguardie, le rivoluzioni artistiche e non, non si faranno né in marsina né in canottiera. Non si faranno affatto.
Siamo all’interno di un gioco di specchi. Ciò che vediamo sono le illusorie metastasi della realtà. Ripeto,
Faust chiama Mefistofele per una metastasi, dal titolo eloquente del libro di Francesco Paolo Intini.

L’ultimo esito della nuova ontologia del poetico è una parola senza destino e senza identità, in grado di non esaurirsi nella sua articolazione, nella sua grammatica, nella sua lessicalità, nel suo tramandamento destinale, è, nelle mie intenzioni, l’obiettivo fondamentale del testo.
Così il discorso poetico può nascere senza alcuna preparazione recondita, senza avvalersi di alcun tramandamento, in una sorta di aurorale ingenuità, pescando nel torbido e nella superficie della nostra epoca.
Lo so, il testo è brutto, cacofonico, amusaico.
Tutto ciò è vero. Ma io chiedo: Avevo altre parole? Avevo altra scelta?

«Come tu ora parli, questo è l’etica» (G. Agamben)

Ho assunto il linguaggio non più inquanto “mortale parlante”, non più sulla base negativa della Voce, ma pensando quest’ultima inquanto tale, solo così esperendo il linguaggio nel suo aver-luogo mi sono sentito a mio agio.

«Come tu ora parli, questo è l’estetica».

(Giorgio Linguaglossa)

Giorgio Agamben

«Che cosa sia un linguaggio senza Voce, una parola che non si fondi più su alcun [presupposto] voler-dire, è quanto certamente dobbiamo ancora imparare a pensare. Ma, altrettanto certamente, col venir meno della Voce, deve venir meno anche quella “relazione essenziale” tra linguaggio e morte che domina, non pensata, la storia della metafisica. L’uomo, in quanto parla, non è più necessariamente il mortale, colui che ha la “facoltà della morte” ed è rivendicato da essa, né, in quanto muore, è necessariamente il parlante, colui che ha la “facoltà del linguaggio” e ne è rivendicato.
Stare nel linguaggio senza esservi chiamato da alcuna Voce, semplicemente morire senza essere chiamati dalla morte, è, forse, l’esperienza più abissale; ma questa è, precisamente, per l’uomo, anche l’esperienza più abituale , il suo ethos, la sua dimora che, nella storia della metafisica, si presenta sempre già demonicamente scissa in vivente e linguaggio, natura e cultura, etica e logica, ed è, perciò,attingibile solo nell’articolazione negativa di una Voce. E, forse, solo a partire dall’eclissi della Voce, dal non aver più luogo del linguaggio e della morte nella Voce, diventa possibile per l’uomo un’esperienza del proprio ethos che non sia più semplicemente una sigetica.
Forse l’uomo – l’animale cui non sembra incombere alcuna natura e alcuna identità specifica – deve far ancora più radicalmente l’esperienza della sua povertà.»1

1 G. Agamben, Il linguaggio e la morte, pp.120-121

14 commenti

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14 risposte a “Poetry kitchen, Francesco Paolo Intini, Stralci di Giorgio Linguaglossa, Giorgio Agamben

  1. L’ultimo stadio della nuova fenomenologia estetica:
    La poetry kitchen

    Penso che l’Evento (Ereignis, Heidegger) non sia assimilabile ad un regesto di norme o ad un’assiologia, non ha a che fare con alcun valore e con nessuna etica. È prima dell’etica, anzi è ciò che fonda il principio dell’etica, l’ontologia. Inoltre, non approda ad alcun risultato, e non ha alcun effetto come invece si immagina il senso comune, se non come potere nullificante. La nientificazione [la Nichtung di Heidegger] opera all’interno, nel fondamento dell’essere, e agisce indipendentemente dalle possibilità dell’EsserCi di intercettare la sua presenza. Si tratta di una forza soverchiante e, in quanto tale, è invisibile e inattingibile perché ci contiene al suo interno.
    L’Evento è l’esito di un incontro con un segno.

    I testi della poetry kitchen sono esemplificativi di un modo di essere della nuova fenomenologia del poetico come pop-poesia, poesia del pop o poetry kitchen. Si badi: non riattualizzazione del pop ma sua ritualizzazione, messa in scena di un rituale, di un rito senza mito e senza, ovviamente, alcun dio. Con il che finisce per essere non una modalità fra le tante del fare poesia, ma l’unica pratica che nel mondo amministrato non ricerca un senso là dove senso non v’è e che si colloca in una dimensione post-metafisica.

    In tale ordine di discorso, la top-pop-poesia si riconnette anche a quello che è stato da sempre il telos più profondo della pratica poetica del novecento: la libertà assoluta e sbrigliata soprattutto dal referente, da qualsiasi referente, parente stretto della ratio complessiva del sistema amministrato.
    La poetry kitchen vuole essere la rivitalizzazione dello spirito decostruttivo che nella poesia italiana del novecento si è annebbiato. La poesia che si è costituita in questi ultimi decenni come una attività istituzionale e decorativa si è emancipata dalla funzione decorativa adottandone il lessico e il sistema semantico ma per svolgerla come de-costruzione di un qualsiasi edificio veritativo.

    La poesia che vuole intenzionalmente mettere in evidenza le contraddizioni e le condizioni di un essere nel mondo, finisce inesorabilmente nel kitsch.
    La poetry kitchen non redige alcun senso del mondo e nessun orientamento in esso, non è compito della poesia dare orientamenti ma semmai di svelare il non orientamento complessivo del mondo.

    Non è compito della poetry kitchen commerciare o negoziare o rappresentare alcunché, né entrare in relazione con alcunché; la poetry kitchen non si pone neanche come mera risorsa stilistica o come un contenuto veritativo che non c’è. Si pone semmai come un fuori questione della poiesis. La poetry kitchen può essere considerata una pratica, né più né meno, un facere. Così è se vi piace.

    La poetry kitchen è un ossimoro. In greco, oxymoron vuol dire «acuta follia». C’è, infatti, dell’acuta follia a mettere insieme termini in apparenza così distanti e inconciliabili come il pop, cioè il popolare, e la poesia, la disciplina più elitaria, almeno se la si pensa in termini di disciplina di nicchia riservata ai professionisti della «poesia». Ma, se si esce da questa visione angusta e mortifera che concepisce la poesia come un discorso fatto da cerchie ristrette di professionisti auto nominatisi «poeti» per cerchie ristrette di altri auto nominati «poeti» che non sempre si capiscono tra di loro, ecco che allora l’ossimoro non sarà più tale.

    Storia italiana del Covid19
    VII parte

    Così si espresse il Signor Covid19 nei confronti di Tomasi di Lampedusa.
    «Beh, adesso mischiamo un po’ le carte, ne abbiamo abbastanza della storiella d’amore fra Tancredi e Angelica.
    Il romanzo deve essere rivisitato e riscritto.
    Facciamo così, caro Tomasi.

    Facciamo che Angelica esce dalla sala da ballo de “Il Gattopardo”
    di Luchino Visconti,
    entra nella “Tempesta” di Vivaldi e balla di nuovo il valzer con il principe di Salina.
    Il secondo valzer di Shostakovich.

    Poi, mettiamo che Tancredi cade ferito a morte nella battaglia di Calatafimi.
    Diciamo che la storia finisce così e il romanziere deve scrivere di nuovo il romanzo.
    E qui viene il bello.
    Adesso è Nino Bixio che uccide alle spalle Tancredi
    per gelosia, per invidia, per tradimento
    mentre l’esercito borbonico si ritira…

    Angelica fa ingresso di nuovo nel salone degli specchi
    con il candido guardinfante.
    Nino Bixio danza e sposa la bellissima Angelica.
    E Tancredi diventa un nome tra le croci dei morti del cimitero
    della battaglia di Calatafimi…

    Facciamo così, mi creda, caro Tomasi.
    È meglio così».*

    * Ecco una variante de “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa
    alla maniera della poetry kitchen

    • Una proposta poetica come questa Storia italiana del Covid19,
      VII parte, di Giorgio Linguaglossa non si apprezza né si interpreta compiutamente al di fuori della geocritica e della estetica verso lo spatial turn in cui è centrale l’idea di Interferenza eterotopica la quale a sua volta fa della giustapposizione, della interpolazione, della sovrimpressione, dell’attribuzione erronea, della transnominazione e dell’ anacorismo le sue parole-chiave perché iqui si va verso il mondo plausibile, secondo Westphal.

      In Le monde plausible. Espace, lieu, carte (2011 Westphal* scrive:

      «[…] la marge de liberté qui subsiste entre les rigueurs statiques et mornes du monde au singulier et l’engagement erratique que requiert la fréquentation des mondes possibles qu’il faut investir. Peut-être qu’entre une singularité surmontée et une pluralité intégrée un autre monde existe. Ce serait un monde oscillatoire […] un monde tout juste plausible».
      *
      (Prego Madame Colasson di tradurre il pensiero di Westphal in italiano. Grazie).
      *
      *Bertrand Westphal, Le monde plausible. Espace, lieu, carte, Paris, Les Éditions de Minuit, 2011)

      • Tentativo verso il terzo spazio e verso il mondo plausibile
        Gino Rago
        *
        Cade un biglietto dal settimo piano di via Gabriello Chiabrera.
        Una folata di vento.
        Atterra sul balcone del Servizio Affari Riservati
        di via Pietro Giordani in Roma,
        accanto a delle scatole cinesi con l’immagine di un drago rosso.
        C’è scritto: «Tanti saluti mon amour!».
        Il commissario Ingravallo prepara la retata.
        Circonda l’abitazione del poeta Linguaglossa al quinto piano.
        Fa irruzione.
        Sequestra una piuma di struzzo, un chewingum, una scatoletta di tonno sott’olio
        e il famoso biglietto.

        Hercule Poirot:
        «Linguaglossa, lei è formalmente inquisito.
        Per colpa della poetry kitchen
        Harold Bloom dovrà riscrivere il Canone Occidentale».
        *

        • Seconda versione
          *
          Gino Rago
          Tentativo poetico verso il terzo spazio e verso il mondo plausibile

          Storia di una pallottola n. 9

          Bulgakov telefona a Belfagor.
          Dice: «Dobbiamo impedire alla poetry kitchen di esistere!»

          C’è Alain Delon nelle vesti di Tancredi,
          Giuliano Gemma nel personaggio di un generale garibaldino,
          Claudia Cardinale nel guardinfante bianco nelle vesti di Angelica.

          Alessandro Manzoni litiga con Tomasi di Lampedusa.
          Dice che «il suo romanzo è un prodotto della Loggia P2 di Licio Gelli»,
          Dice che «Dobbiamo togliere di mezzo quel Linguaglossa,
          è un pericoloso sovversivo!

          Dobbiamo arrestare la poetry kitchen!»

          Cade un biglietto dal settimo piano di via Gabriello Chiabrera.
          Una folata di vento.
          Atterra sul balcone del Servizio Affari Riservati
          di via Pietro Giordani in Roma,
          accanto a delle scatole cinesi con l’immagine di un drago rosso.
          C’è scritto: «Tanti saluti mon amour!».
          Il commissario Ingravallo prepara la retata.
          Circonda l’abitazione del poeta Linguaglossa al quinto piano.
          Fa irruzione.

          Sequestra una piuma di struzzo, un chewingum, una scatoletta di tonno sott’olio
          e il famoso biglietto.

          Hercule Poirot:
          «Linguaglossa, lei è formalmente inquisito.
          Per colpa della poetry kitchen, reato di sovversione delle istituzioni letterarie.
          Harold Bloom dovrà riscrivere il Canone Occidentale».

          Succede un parapiglia. Belfagor chiama il mago Woland.
          Chiede rinforzi.
          Intervengono il gattaccio Azazello, Achamoth dal settimo cielo dell’Empireo
          e il cardinale Tarcisio Bortone con l’Opus Dei.

          È presente anche l’editore Felix Strull.
          Decidono che la poetry kitchen non può essere soppressa
          perché aggiunge disordine al disordine del capitalismo globale
          e così crea un nuovo ordine internazionale.

          «Si tratta di una struttura dissipativa»,
          sostiene il cardinale
          «che va accudita e mallevizzata a dovere…»

          • milaure colasson

            caro Gino,

            ho constatato, con mio vivo disappunto e sorpresa, che nella poesia sopra postata la scrivente non sia stata neanche nominata, questa è la prima volta, se non sbaglio, che un evento del genere è accaduto.
            Spero che nel prossimo futuro tu possa rimediare a questo svantaggio introducendomi in qualche modo nella tua prossima poesia.
            La mia vanità ne soffre terribilmente.
            Riferirò della cosa a Catherine Deneuve e a Silvye Vartan…
            Però, dvo ammettere che ti sei salvato in calcio d’angolo rimembrando le mie “Strutture dissipative”. Ne prendo atto con favore e attendo fiduciosa il prosieguo dello stillicidio. Altrimenti, sappi che mi getterò dal balcone di Circonvallazione Clodia n. 21.

            Un abbraccio sospettoso.

            Marie Laure Colasson

            • milaure colasson

              Un vivissimo complimento anche a Francesco Paolo Intini la cui poesia soffre di una grave malattia: quella di essere una poesia che non assomiglia a nessun’altra. E questo, per un paese come l’Italia, è davvero una imperdonabile jattura.

              Con grande stima

              Marie Laure Colasson

            • Milaure,
              per da te farmi perdonare
              Gino Rago
              *
              Storia di una pallottola n. 15

              All’Ufficio Informazioni Riservate di via Pietro Giordani
              intercettano questa conversazione:
              «Psst! Ehi! Ahò! Oh! Hum! Ouf…Eh! Toh! Puah! Ahia! Ouch! Ellallà! Pffui! No!?
              Boh! Sì! Beh!? Cacchio! Mizzica! Urca!? Ma va!! Che?!! Azz!!… Te possino!!
              Ma no!?. Vabbé!?. Bravo!!
              Ma sì…».

              Ennio Flaiano litiga con il marziano di Roma.
              È che le parole scappano, se la danno a gambe, finiscono
              dietro un cespuglio di Circonvallazione Clodia
              dove un signore sta facendo pipì
              e poi scappano fino al Pincio dove assistono al funerale
              della Signora chiamata poesia.

              Il critico letterario Giorgio Linguaglossa convoca d’urgenza
              una conferenza stampa, dice:
              «Adesso basta con questa storia della pallottola e del visconte dimezzato!
              Mettiamo in una busta di plastica Italo Calvino
              e tutta la letteratura
              degli ultimi cinquanta anni!».

              Che è che non è, una pallottola entra
              nell’appartamento di Marie Laure Colasson.
              Litiga con un quadro attaccato alla parete.
              Gli oggetti discutono.
              Il manico della scopa litiga con lo scolapasta, la bottiglia di Bourbon
              con il cavaturaccioli.
              Le voci sono quelle della caffettiera, del manichino, del marziano di cartapesta, del visconte dimezzato e dell’abat-jour.

              C’è il poeta di Milano che dirige il giornale “La Padania letteraria”
              il quale sorseggia un Crodino al bar.

              Ennio Flaiano vuole girare un film con la sindaca di Roma, Virginia Raggi in giarrettiera,
              Marcello Mastoianni, Anita Ekberg e la Santanchè in mutande.
              C’è anche Lucio Mayoor Tosi con la mascherina tricolore!
              Entra Ewa Tagher con lo scudiscio, dice che deve ammaestrare i poeti di Milano,
              che sono peggio dei leoni del Circo Togni!

              Madame Colasson invia un sms al Commissariato della Garbatella:
              «Intervenite! Urgente! Ci sono i marziani!

              Stanno facendo a pezzi la poesia!».
              *

  2. … possiamo dire così, che la poesia di Francesco Paolo Intini non si offre in vendita al mercato, ha un rigore geometrico e spigoli acuti e aguzzi, Incomprensibile come sintagmi della sibilla, parla di ciò di cui non si deve parlare, osa parlare parole incomprensibili… E così diviene comprensibilissimo. C’è una nettissima e rigorosissima chiusura verso il mondo che mondeggia. E’ una tipica poesia kitchen da fine della storia. Non c’è nulla da capire ma tutto da comprendere.
    La poesia di Linguaglossa è anch’essa una poesia tipica della fine della storia. E il povero Tomasi di Lampedusa avrà il suo bel lavoro da fare a riscrivere il suo romanzo secondo i dettami del Covid19.

    à bientot

  3. nunzia binetti

    Caro Franco,
    confermo lodi alle tue poesie. Le trovo semplicemente splendide. Intervengo anche per porre un quesito a Giorgio e a quanti fanno ricerca nell’ambito della NOE. Arrivo al punto.
    Ho letto di recente versi del poeta Gregorio Scalise, non a tutti noto, e me ne sono compiaciuta. Ho trovato nei suoi versi atmosfere visionarie, sunnamboliche, dal taglio filosofico, in cui il legame tra logos e parola facilmente si frantuma. Molto spesso la poesia dello Scalise pare astratta, in quanto composta da versi assemblati . Indicativo è il titolo di una sua plaquette ” Le parole non sono mai esatte”, come se l’autore volesse inficiare la capacità della parola (segno) a dire il suo significato .Altrettanto indicativo è il titolo di un suo poemetto ” Segni”. Tra gli anni 70 e 80 Scalise operò per una poesia del cambiamento . Mi domando, e vi domando se questo autore può essere utile alla NOE o se già, a suo modo , nel corso della sua esperienza poetica ne ha fatto parte. Vi propongo alcuni dei suoi componimenti. Un abbraccio.

    Faceva compagnia la vita
    cinquecentesca
    con quegli abiti nomadi e sconosciuti
    cosí illustri per aver ricevuto
    un libro di ricerche
    e contro il freddo
    la memoria italiana
    rincantucciata nella stanza del poeta
    col pretesto dell’albero di Natale
    la bicicletta rossa
    come un verso transnazionale.

    ***
    Il gioco che va a fondo
    (e non vorrebbe)
    è di rintracciare nel cielo stellato,
    stracciato, l’astuzia
    dei segmenti
    con lo sguardo che si ostina
    in un tiro incrociato:
    questa volta (se l’incomprensione
    è questa)
    senza occasioni con il sole metafora
    di un punto identico
    e perverso:
    sulla terra quell’agente filtra
    pietra su pietra:
    non è detto che il giardino
    sia invidiato da una donna:
    la vita mentale imita l’universo,
    e per questo presto raggiunge
    la noia celeste.

  4. da Literary:

    Gregorio (Catanzaro 1939), poeta, saggista e drammaturgo, vive a Bologna. Dopo una prima esperienza presso la facoltà di Giurisprudenza a Trieste passa all’università di Bologna e nel 1967 si laurea in Lettere. Nella seconda metà degli anni Sessanta l’Europa è attraversata da movimenti giovanili che segneranno il passaggio a una nuova epoca culturale e l’autore avrà l’occasione di vivere in prima persona questa trasformazione e le sue opere ne saranno testimoni.

    Ha pubblicato. Poesia: A capo (1968), L’erba al suo erbario (1969), L’uomo nell’astuccio (1969, testo visivo uscito in copie numerate), Sette poesie (1974), Poemetti (1977, in “Quaderno collettivo” n. 1), Dodici poesie (1979, in “Almanacco dello specchio” n. 8, a cura di M. Forti), La resistenza dell’aria (1982), Gli artisti (1986), Danny Rose (1989), Poesie dagli anni ’90 (1997), La perfezione delle formule (1999), Controcanti (2001, Quaderni del circolo degli artisti di Faenza), Nell’ombra nel vento (2005), Opera-opera (2007, poesie scelte 1968-2007), Là dove tutto esiste (2009). Poesia visiva: Attività visive, 66 operatori d’avanguardia di tutto il mondo (1969), Exposicion internacional de ediciones de vanguardia (1969, Ovum 10, Montevideo, Uruguay), Festival de la postal creativa (1969, “Galeria U”, Montevideo, Uruguay), De poesia avanzada (1970, Università di Zaragoza), Sotto forma di poesia/spettacolo (1970, Circolo universitario, Caloria, Napoli), Poesia internacional de vanguardia (1970, Galeria de arte Danae), Exposicion exhaustiva de la nueva poesia (1972, “Galeria U”, Montevideo, Uruguay), Exposicion Internacional de Poesia Visual (1972, 2º Bienal, Panama), Nota sulla poesia visiva (1977). Saggistica: Bruciapensieri (1983), Ma cosa c’è da ridere? (1993), Talk Show System (1995), Pensieri sulla guerra (2000), La contraddizione iniziale (2006). Testi teatrali: Il pupazzo azzurro (1978), Ultima lettera allo scenografo (1980), Milena risponde a Kafka (1986), Marilyn 5 agosto (1988), Boite à conduire (1998), Tutte le donne del viaggiatore (2000), Sartre (2004), Mon charmant Castor (2004), Richiesta di danni alla sinistra (2008), Post amore (2009), Adattare Cechov (2010).

    Ha conseguito i seguenti primi premi in concorsi letterari: 1978: “Riccione” per il teatro;1980: “Vallecorsi”, Pistoia, per il teatro; 1982: “Vallombrosa” per la poesia; 199: “Alfonso Gatto” per la poesia; 2009: “Mondello” per la poesia.

    Numerosi sono i critici che si sono occupati della sua produzione letteraria: Alfonso Berardinelli, Antonio Porta, Giorgio Bárberi Squarotti, Vito Zagarrio, Paolo Ruffilli, Valerio Magrelli, Niva Lorenzini, Cucchi-Giovanardi, Franco Fortini, Giovanna Lambiase (tesi di laurea “Sapienza”, Roma), Roberto Dedier, Biancamaria Frabotta, Roberto Marvaso (tesi di laurea, Pisa), tra questi:

    M. Cucchi [La Stampa Web] «Carattere essenziale ed evidente della poesia di S. è la nitidezza razionale del tono, il suo muoversi con argomentazioni apparentemente per sentenze memorabili e in realtà soprattutto enigmatiche e paradossali. S. crea quindi una testualità a due facce: da una parte l’ordine di un dire lucido ed asciutto, dall’altra il disordine di una razionalità del tutto illusoria. In questo modo, riesce a restituire in modo singolare ed efficace la condizione assurda nella quale si trova spesso a vivere l’uomo contemporaneo. Intelligenza e ironia, impostazione filosofica e forte spessore culturale sono alla base della sua scrittura poetica, nella quale procede spesso per accostamento di frammenti che creano l’uno con l’altro movimenti sorprendenti e attriti di senso. Antiretorico e asciutto nel procedere, S. è poeta dalla fisionomia nettamente riconoscibile e personale.»;
    G. Raboni [in: La poesia che si fa, Garzanti] «Da qualche anno leggo le poesie di S. e ogni volta mi sorprende e mi lascia ammirato la sua capacità di parlare di un mondo frammentario e sussultante, attraversato a duecento chilometri all’ora da rombanti immagini di disgregazione, separatezza e schizofrenia, come se si trattasse di un mondo perfettamente conoscibile, silenzioso e addirittura sereno.(…) Anche quando (e non è affatto raro) il suo discorso è di categorie, di quantità astratte, S. ha l’aria di smuovere dei pesi, dei pieni, di riferirsi a quantità sensibili e concrete; c’è sempre una specie di vento, un’impressione di moto effettivo intorno alle sue parole e al loro disporsi massiccio, nitido, appena solenne negli spazi creati da un’intelaiatura sintattica e metrica di raffinata sobrietà. C’è in S. una fisicità della sentenza e dell’apparizione … che sembra quasi farle evadere dalla bidimensionalità della pagina scritta per configurarle in presenze solide, in oggetti.».
    Per chi volesse saperne di più, Legga qui:

    Fai clic per accedere a G00122.pdf

    … la stanza seduta sul
    pavimento, questa
    poesia vegetale

    cara Nunzia Binetti,

    ho riletto alcune cose di Gregorio Scalise, certo l’autore va inquadrato nell’epoca post-68, quando le spinte alla dislessia, alla distassia e alla dismetria introdotte dai Novissimi avevano indicato un modo diverso di fare poesia. Ma introduzione non equivale a scoperta di un nuovo demanio poetico, piuttosto Scalise si dimostra autore attento a disgregare il lirismo della poesia del suo tempo ma non riesce con eguale vigore a produrre una poesia che sappia uscire dalle secche delle poetiche mimetiche e avanguardistiche e neanche di quelle neoorfiche, sta un po’ in mezzo a tutte questi movimenti letterari ma senza riuscire a rompere il guscio di stilnovismo, di normografia di quelle poetiche. Ecco, se dovessi indicare il limite di Scalise direi proprio questo: il suo non saper prendere congedo dalle poetiche del suo decennio, non saper indicare un nuovo orizzonte poetico (linguistico, stilistico, lessicale, retorico).

    Sì, si trova nella sua poesia qualche cosa che infrange la normografia poetica del suo tempo, ma mi sembra senza decisione e, soprattutto, senza avere chiara cognizione della direzione da prendere. A confronto, leggere oggi la poesia di Francesco Paolo Intini e poi subito dopo leggere quella di Scalise, significa prendere atto che quella dello Scalise era soltanto una promessa, un tentativo non però portato alle estreme conseguenze. In arte e in poesia contano invece soltanto i tentativi portati alle loro estreme conseguenze, chi si ferma a mezza strada è perduto, o rischia di perdere lucidità e con essa il treno della Musa. Per un poeta è essenziale la lucidità, la consapevolezza del percorso futuro da percorrere e la tenacia nel proseguire nel proprio lavoro in vista di un obiettivo.
    A mio avviso Gregorio Scalise si è fermato a mezza via, il suo tentativo ha qualcosa di incompiuto, di non portato a termine per carenza di lucidità e di lungimiranza, e anche per carenze di dottrina strategica, se così possiamo dire.

    • Nunzia binetti

      Caro Giorgio, condivido la tua analisi sulla poetica di Scalise. Il germoglio non sboccia del tutto, ma ho apprezzato il tentativo di un innesto pronto a promettere una nuova specie di poesia che ,evidentemente ,Scalise auspicava. Franco Intini ha avuto più coraggio e si è spinto con facilità oltre il limite a cui Scalise si è ancorato. Riconosco comunque all’autore da me proposto una certa originalità. Se a avrò modo, leggerò volentieri i suoi saggi sul linguaggio poetico. Mi risulta che ne abbia scritti. Grazie per aver dato seguito al mio intervento con la tua gentile risposta. Ti abbraccio.

  5. La strage di Ustica nei versi di Gregorio Scalise

    05 Giugno 2020

    «Verranno fuori da quel mare inquinato
    aspettano in fila
    chiederanno il conto
    la coscienza, il corpo, i capelli,
    di tutti quei tristi capitani».

    Il poeta, saggista e drammaturgo Gregorio Scalise, scomparso a Bologna all’età di 81 anni l’11 maggio scorso, ha legato gran parte della sua produzione poetica e artistica alla battaglia per la ricerca della verità sulla strage di Ustica e per tenere viva la memoria nei confronti degli 81 passeggeri del DC9 dell’Itavia che persero la vita il 27 giugno 1980.

    Nel 2013 l’Associazione Parenti delle Vittime della Strage di Ustica ha raccolto la sua produzione su Ustica nel volume
    ” Che cosa volete sapere?”, edito da Corraini.

    Nel libro le poesie scritte da Scalise negli anni Novanta, i suoi frammenti di parole, si uniscono alle opere dell’artista Flavio Favelli per comporre un flusso continuo e unitario di ricordi e verità, restituendo una memoria personale ma anche collettiva.
    Parole e immagini che, insieme, fanno riflettere e scuotono con la loro forza, prima di tradursi in memoria.

    A quarant’anni dalla strage e per rendere omaggio alla figura di Gregorio Scalise, l’associazione presieduta da Daria Bonfietti ha scelto di rendere quest’opera disponibile online e si può quindi scaricare direttamente dal sito.
    […]

  6. Proviamo ad andare al fondo delle questioni.
    Aforismi e pensieri vari

    «Il legame della Coca-Cola con l’oggetto-a può essere chiarito dal suo “strano sapore”che, con la prima sensazione acidula al palato, sembra placare la sete, ma che, subito dopo, con il suo retrogusto dolciastro rilancia il desiderio di berla. In questo modo la bevanda, simbolo del consumismo, incarna «la misteriosa e sfuggente X che […] ricerchiamo nel nostro incontrollato consumo di merci»1

    1 S. Zizek S. (1991), Looking Awry. An Introduction to Lacan through Popular Culture, The MIT Press, Cambridge 1991,pp. 118-119

    Entre la lettre et le sens, entre ce que le poète a écrit
    et ce qu’il a pensé , se creuse un écart, un espace, et comme tout espace,celui-ci possède une forme. On appelle cette forme une figure.
    (Gérard Genette, Figures)

    Il programma della top-pop-poesia o poetry kitchen sarà liberare la «differenza» e la divergenza, dar vita a un pensiero poetico privo di contraddizione, che contempli un nuovo concetto di dialettica, privo di positività. La sfida lanciata da Deleuze per un pensiero che dica sì alla divergenza, un pensiero del molteplice, della molteplicità dispersa e nomade che non limiti né raggruppi nessuna delle costrizioni dello stesso, nel tentativo di liberarsi delle categorie che rappresentano lo sguardo che, dall’alto in basso, squadra esplicitamente la cosa per deciderne le sorti, per determinarne la fenomenologia, mettere agli arresti domiciliari la cosa.
    La categoria mette in evidenza mediante l’accusa e rende manifesto chiamando per ciò che si è, facendo sì che venga in luce all’aperto nella dimensione pubblica come ciò che è, ma così facendo lo determina e lo costituisce. La categoria giudica, cita in giudizio la cosa per appropriarsene, per affibbiarle un nome proprio che è proprio solo in quanto proprietà della categoria.
    (Marie Laure Colasson)

    «Voler costringere il linguaggio ad un intento azionatorio-predicatorio è già in sé un atto intimidatorio che la lingua tende ad espellere come un corpo estraneo. Al contrario, la metafora è l’azione del linguaggio che riconosce l’Estraneo, il non-nominato. Nominando il non-ancora-nominato il linguaggio dimostra di essere in vita, di non essere morto. E questa nominazione è, propriamente, l’atto della metaforarizzazione.
    La metafora è il gioco di specchi (Spiegel-spiel) che fa apparire, rende manifesto, il gioco del linguaggio. Proprio come due specchi posti l’uno di fronte all’altro, essi riflettono il nulla che si cela al loro interno. E questo nulla è la metafora».
    (Giorgio Linguaglossa)

    «Non esiste un sistema che non sia instabile e che non possa prendere svariate direzioni». La pop-poesia è questa possibilità di prendere svariate direzioni.
    (Ilia Prigogine)

    In una certa misura, il mio intendimento e quello di altri autori, ad esempio di Francesco Paolo Intini, Gino Rago, Marina Petrillo, Lucio Mayoor Tosi e altri sono contigui, tutti rifuggiamo dal significato, lo evitiamo con orrore come il Covid19. Per raggiungere questo obiettivo non esitiamo a interrompere la frase, a lasciare in sospeso il significato che il lettore si attende per sostituirlo con un altro, anche arbitrario o, semplicemente, casuale, fortuito, stocastico.
    Leggiamo due distici di Francesco Paolo Intini:

    Luna ridens. Lo zoo frustato dal vento.
    Straripano le foibe

    e tra i denti una gengiva provoca la lingua.
    Un mamba in giro per la città.

    È ovvio che qui l’obiettivo è rifuggire il più velocemente possibile dall’intento azionatorio-predicatorio e intimidatorio del linguaggio del significato, costi quel che costi.
    (Giorgio Linguaglossa)

  7. Scrive Francesco Paolo Intini in questo distico:

    Non c’è un grande spettacolo
    La pellicola filma il suo pubblico.

    Un verso così Gregorio Scalise non l’avrebbe mai immaginato, ma il fatto che Intini lo abbia scritto significa una cosa sola, che « qui l’obiettivo è rifuggire il più velocemente possibile dall’intento azionatorio-predicatorio e intimidatorio del linguaggio del significato, costi quel che costi.», il mondo si è letteralmente rovesciato, ormai è la pellicola che filma il suo pubblico. Chiediamoci:

    Qual ‘è la Befindlichkeit di questi due versi?
    In quale mondo ci troviamo?
    È ancora corretto parlare di «rappresentazione»?
    È ancora corretto parlare di «soggetto»?
    È ancora corretto parlare di «poesia»?
    Non siamo ormai fuori da quello che la tradizione ci consegnava come «poesia»?

    La riflessione di Heidegger intorno alla «poesia in tempo di povertà», la missione del poeta custode di una promessa dai tratti più escatologici che estetici,
    insiste sull’arte che deve mantenere quel difficile compito, ereditato dalla speculazione kantiana, del soggiorno dell’uomo nella Quadratura (Geviert) del mondo. L’arte per Heidegger non è mai un’arte per l’uomo, ma sempre e solo un’arte per l’essere; essa non si dà per l’uomo se non nella misura in cui il suo scopo è ritornare all’essere. L’essere riveste un ruolo fondante e primario nei confronti dell’ente, del Dasein. In questa accezione dell’arte siamo molto lontani, anzi agli antipodi della concezione dell’umanesimo europeo (Lettera sull’umanismo): l’arte è al servizio dell’essere, non dell’uomo. Il distinguo non potrebbe essere più drastico e netto.

    L’arte è lontana dall’uomo, da quello stesso Dasein di cui Heidegger ha più volte voluto garantirne la specificità sul terreno della propria finitezza. Forse, al pari di quanto è accaduto nella riflessione di Hegel, anche in Heidegger l’arte rimane una rivelazione della verità, la quale però, a differenza del sistema hegeliano, pur essendo destinata all’ascolto dell’esserci è tuttavia quanto di più lontano essa possa essere.

    La riflessione dell’ultimo Heidegger sembra giunta ad un bivio, il filosofo tedesco sceglie la strada che conduce verso l’essere, abbandonando l’ente, il Dasein, alla deriva del mondo storico. È un problema aperto che lasciamo ai lettori. Ed è un problema non solo filosofico.

    L’ontologia dell’arte rivela non solo la messa in opera della verità dell’essere nell’opera d’arte ma anche il suo opposto più inquietante: il silenzio dell’arte per l’uomo, il cui confine è segnato dall’essere di questo stesso esserci, «pastore dell’essere e luogotenente del nulla». Abitante di un regno intermedio, l’uomo non può appartenere interamente né al regno dell’uno – l’essere – né al regno dell’altro – il nulla; per questo egli è destinato a riempire di nomi, sacri e poetici, quello stesso silenzio.

    La meditazione di Heidegger appare come un momento di chiusura verso l’estetica, uno sbarramento che sbarra la strada ad ogni possibile riflessione meramente estetica. Heidegger vuole ricondurre questa disciplina alla sua genesi filosofica. Il respingimento heideggeriano dell’estetica, quindi, può essere considerato come respingimento di quella filosofia che considera l’arte dal punto di vista dell’Erleben, come un suo specifico oggetto.

    Il «poetico» consente l’accesso diretto ed autentico alla differenza: «E’ l’originario che, nella sua differenza dall’ente semplicemente – presente nel mondo, costituisce l’orizzonte del mondo, lo be-stimmt, lo determina, lo intona, lo delimita e squadra nelle sue dimensioni costitutive».1 In tale accesso, si realizza il discorso poetico che inaugura, il quale può scaturire solo dal silenzio.

    1 G. Vattimo, Heidegger e la poesia come tramonto del linguaggio, in AA. VV., Romanticismo, esistenzialismo, ontologia della libertà, cit., p. 295

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