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Le installazioni ipoveritative e i video di Gianni Godi, Due poesie inedite di Giorgio Linguaglossa

 

Giorgio Linguaglossa

Nota a margine sulle istallazioni ipoveritative di Gianni Godi

Il 17 aprile 2019 sono andato a visitare la installazione ipoveritativa di Gianni Godi al Macro di Roma, in via Rebbio Emilia e sono entrato all’interno di un cubo cilindrico luminescente denominato dall’artista «Viaggio cilindrico nella materia». Alle pareti c’erano i manifesti della video-poesia o poesia volumetrica di Gianni Godi in bianco e nero. Sotto ai piedi uno specchio, sopra la mia testa un altro specchio. Due specchi che specchiavano il vuoto di sotto e di su. Una esperienza fun, ipoveritativa, surrazionale. Poi Gianni proiettava su uno schermo questo e altri video da lui prodotti. Ho trascorso il tempo a ridere di gusto. Commentavo con Gianni che trovato i suoi video divertenti e inesplicabili, un mix di truismo e di magia. E dicevo che oggi si deve accettare un certo tipo di arte che prende lo spunto dalla «superficie» del reale, che oggi sembra coincidere con il reale mediatico, si fabbricano quelle che Maurizio Ferraris chiama le «postverità» o, più esattamente, le «ipoverità», secondo i cui assunti «non esistono fatti ma solo interpretazioni», cioè un’arte che assume come incontrovertibile che le parole e le immagini siano libere rispetto alle cose, che le interpretazioni possano essere infinite e che l’arte diventa sempre più leggera, fino a diventare evanescente, perdere gravità fino a che le cose scompaiono dall’orizzonte degli eventi percepiti. Secondo il filosofo italiano, partendo da questo assunto si va a finire dritti in un «liberalismo ontologico poco impegnativo».1

Questo tipo di impostazione finisce necessariamente in quella che il filosofo Ferraris chiama «dipendenza rappresentazionale», ovvero «ipoverità», verità di secondo ordine, verità di seconda rappresentazione. Di questo passo, si finisce dritti nell’«addio alla verità».2 Le istallazioni di Gianni Godi, accettano una visione non veritativa del discorso artistico, quest’ultimo non corrisponderebbe più ad un referente che non sia se stesso. Ed entriamo a vele spiegate nella liberalizzazione della ontologia che diventa, di fatto, una epistemologia. Con la scomparsa della ontologia estetica nell’epistemologia si celebra anche il decesso del tradizionale discorso artistico che conservava un valore veritativo critico ed entriamo in un nuovo demanio secondo il quale l’istallazione cessa di contenere un valore veritativo tout court.

In tal senso, le istallazioni di Gianni Godi sono il proseguimento e la conclusione di quella parte della cultura artistica del secondo novecento che è approdata ad una pratica di non verità del discorso artistico, ed esattamente, al concetto di «ipoverità».

Scrive un filosofo del nostro tempo, Maurizio Ferraris: «Così, la postverità (potremmo dire la “post verità”, la verità che si posta) è diventata la massima produzione dell’Occidente. Quando si dice che oggi si producono balle in quantità industriale, la frase fatta nasconde una verità profonda: davvero la produzione di bugie ha preso il posto delle merci».3

Direi che il principio fondamentale di questo realismo post-veritativo è: la forma-artistica come produzione di ipoverità, di iperverità e di post-verità.

1 M. Ferraris, Postverità e altri enigmi, Il Mulino, 2017, p. 122
2 Ibidem p. 122
3 Ibidem pp. 115,116

Scrive un filosofo italiano di oggi, Massimo Donà:

«Ciò che rende il linguaggio “segno del mondo” e il mondo “disponibile alla parola” è dunque quello stesso per cui il mondo è non-mondo e il linguaggio è non-linguaggio-atopon in cui il linguaggio si toglie e lascia essere il mondo, ma in cui, allo stesso modo, anche il mondo dissolve il proprio silenzio e si fa parola.
Solo in questo luogo-non-luogo può dunque abitare la condizione di possibilità del rapporto parola-mondo.»1

Il linguaggio, anche quello della poesia, è un linguaggio che si toglie. Ogni volta, in ogni istante di tempo, il linguaggio è Altro, non è più se stesso; il luogo del linguaggio è il non-luogo. Il luogo del linguaggio è fuori dell’io, coincide e de-incide l’io nel quale provvisoriamente si trova. La voce è la presenza del linguaggio, è Figura del presente. La impossibilità del linguaggio ad ospitare tutto il dolore del mondo coincide e de-incide la sua stessa possibilità di essere.

Si può scrivere in distici soltanto se si avverte il distico come una presenza subito seguito da una assenza, come una voce subito seguita da una non-voce.

Lo spazio che segue e precede il distico è il nulla del bianco della pagina che de-istituisce la presenza del distico.

L’antitesi della scrittura (il distico) e il bianco della non-scrittura, ripropone figurativamente e semanticamente l’antitesi e l’antinomia tra l’essere e il nulla.

Il distico istituisce visivamente il nulla.

Si tratta di una percezione singolarissima. Può scrivere in distici soltanto chi ha questa percezione singolarissima.

1 Massimo Donà, L’aporia del fondamento, Mimesis, 2008, p. 521

Due poesie inedite di Giorgio Linguaglossa

Disse che aggiustava le ombre

La bellissima Dama attraversa il Ponte di Rialto,
crinolina, paillette e ventaglio.

Avenaius si presentò con due doberman, al guinzaglio,
mi disse che avrebbe patteggiato la pena con il rito abbreviato,

che trattava con le ombre, del passato
e del futuro,

farfugliò qualcosa di indistinto in quella sua lingua di eptaedri,
disse che aggiustava le ombre, e gli ombrelli.

«È questo il mio mestiere».
In quel frangente uno scroscio di tormenta si abbattè sul ponte.

«La felicità sono i suoi fogli vuoti».

«Le sue parole, caro Signor poeta, sono ponti interrotti
i ponti delle parole che nessuno

sa dove condurranno».

Poi, per soprammercato, aggiunse delle frasi sconnesse,
del tipo:

«Ella accoppia sublime e immondizie
sigizie di correaltà, apparenta

Storia ed eoni, platonismi e crudeltà.
Storialità…»

.

inserisco qui una mia poesia, fatta con gli scampoli e gli scarti di altre mie poesie, frutto di spazzatura della spazzatura, quindi spazzatura di seconda mano. Non ho alcuna pretesa di fare il Bello, come tanti letterati illustri intendono, né di fare il Brutto. Assemblo semplicemente degli scarti in rigorosi distici. Scarti di scarti di altre mie poesie già fatte di scarti. Non voglio apparire né rivoluzionario né conservatore, né innovativo o altro di che… Non intendo provocare né apparire ingegnoso.

Giocatori di golf impugnano il bastone da golf

Un prato verde. Persone in tweed fumo di Londra
camminano in fila,

si tengono stretti alle spalle di chi precede.
« …….»

Avenarius suona il campanello di casa Cogito,
ha litigato con il Signor Retro.

Il Signor Google fuma un sigaro di Sesto Empirico
e il filosofo va su tutte le furie.

Persone in casacca gialla e pantaloni bleu giocano a golf,
giocano a golf.

Una pallina bianca rotola di qua e di là.
Un valletto percuote il gong.

Una folla tra la ghiaia, il prato verde e lo specchio.
Un pappagallo verde. Un orologio giallo.

Hockey in casacche striate, pantaloni bleu.
Palline bianche che rotolano sul tappeto verde

di qua e di là.
Giocatori di golf impugnano il bastone da golf.

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Francesco Gallieri, il Postumanesimo, Poesie in distici, con una Nota introduttiva dell’Autore e Una missiva di Giorgio Linguaglossa

Foto con quadrato nero

Francesco Gallieri, imprenditore e libero professionista, ha praticato e pratica l’ingegneria chimica dei prodotti solidi. Ha pubblicato, per i tipi di Elmi’s World, i libri di poesie Fuori dal coro Sentore di donna, ed è in uscita, sempre per Elmi’s World, il libro di poesie Il violinista sulla luna. Il presente Il transumanesimo costituisce la terza parte di una trilogia che comprenderà La trascendenzadel p Brutti e cattivi. È fotografo, ha vinto fra l’altro il premio come miglior foto naturalistica al 13° Concorso Nazionale San Simone di Mirabello e come miglior foto di carro allegorico al 9° Trofeo Nazionale del Carnevale di Cento. Dipinge al computer con lo pseudonimo OPENHARTIG.

 Nota introduttiva dell’Autore

Definizione di postumanesimo: età governata da una superintelligenza artificiale ( AI ) miliardi di volte superiore all’intelligenza umana. Questa età verrà dopo l’antropocene  (breve era attuale).

Caratteristiche della superintelligenza:

  • il suo avvento è ineluttabile
  • il suo potere assoluto
  • i suoi valori imperscrutabili

È chi, come ad esempio

  • Stephen Hawking, che diceva che l’ Ai si presenta come l’evento più grandioso della storia ma che può essere anche l’ultimo;
  • Bill Gates, che dice che non riesce a capire come certe persone non siano preoccupate dall’AI;
  • Elon Musk, che dice che l’AI è la più grande minaccia alla sopravvivenza dell’umanità;
  • Peter Thiel, che dice che ci preoccupiamo troppo del cambiamento climatico e troppo poco dell’AI;

dovrebbe smettere di preoccuparsi, perché è del tutto inutile. Dopo che una intelligenza enormemente superiore avrà preso il controllo, potrà prendere, e prenderà, tutte le decisioni.

Non avrà quindi senso continuare a filosofare con la nostra limitata intelligenza umana. Avremo solo due possibilità:

  • vivere come idioti felici
  • rinunciare alla nostra intelligenza puramente biologica e fonderci con l’AI

Una missiva di Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa [ glinguaglossa@gmail.com ]
lun 8 apr, 19:41

a Francesco Gallieri

caro Francesco,

il mio pensiero è che sono allarmato, sicuramente la IA avrà il sopravvento sugli uomini, è soltanto questione di tempo, perché ha una superiorità schiacciante rispetto agli umani. Penso anche che l’homo sapiens non riuscirà a risolvere questo problema, non ne ha le capacità biologico culturali; l’homo sapiens pensa all’oggi per l’oggi, è incapace di progettare il lontano futuro o quello che lui ipotizza sia il lontano futuro. La IA è una tematica di sconvolgente attualità. Anch’io sto scrivendo una raccolta di poesie dove affronto, anche se in modo indiretto e in diagonale, questa problematica, penso però che l’istituzione poesia che vige in Italia è talmente conservatrice e auto rappresentativa che non è capace di elaborare una poesia, non dico del futuro ma neanche del presente. Non credo che la tematica da te affrontata possa interessare qualcuno della poesia italiana istituzionale.

g.l.

Ecco le parole di Stephen Hawking:

“I think the development of full artificial intelligence could spell the end of the human race,” the Cambridge University professor told the BBC in an interview

“Once humans develop artificial intelligence, it will take off on it’s own and redesign itself at an ever-increasing rate,” Hawking warned for the second time in recent months. “Humans, who are limited by slow biological evolution, couldn’t compete and would be superseded.”

«Traduzione: Penso che lo sviluppo della completa intelligenza artificiale potrebbe porre fine alla razza umana. Una volta che gli esseri umani avranno creato l’intelligenza artificiale, potrebbe prendere il via e ridisegnare sè stessa ad una velocità ancora maggiore. Gli umani che sono limitati dalla lenta evoluzione biologica non potrebbero competere e verrebbero superati.»

foto-volto-con-manoFrancesco Gallieri, Poemetto

1 . Perché dobbiamo morire?

Perché dobbiamo morire?
Per un crash di sistema, amico mio,
                                                       un errore fatale.

La tradizione ebraica
– che deriva peraltro da miti più antichi –

colloca il crash in un giardino in Eden,
quando l’uomo creato a somiglianza di Dio

perfetto e immortale
mangiò dell’albero della conoscenza

comprese il bene e il male
conobbe il dolore, la cacciata e la morte.

E Dio pose Cherubini
a guardia del giardino in Eden

con la fiamma della spada rutilante
per custodire l’accesso

all’albero della vita.
Crash completo.

Questo per la tradizione giudaico-cristiana.
Ma l’albero della vita è presente

in molte altre culture e civiltà.
È un’energia – chiamala anima se vuoi –

che non ha un inizio e una fine
né tempo né spazio

è eterna, è vita che si incarna
in un corpo mortale

che deve necessariamente morire
perché è biologicamente mortale.

È questo l’errore fatale.

L’uomo puro primordiale,
l’energia eterna prima di incarnarsi,

è un essere costretto – suo malgrado –
al contatto con l’esistenza del non-essere.
.

2. Un po’ di sostanze chimiche

Madre Natura ( o chi per lei )
ha fatto un buon lavoro

trasformando un po’di sostanze chimiche
in vita biologica autoreplicante.

Ma la forma biologica
è largamente imperfetta.

È vulnerabile, ha una data di scadenza
– per fortuna non conosciuta a priori – ineluttabile.

E richiede condizioni particolari:
un sottile involucro con ossigeno protetto dalle radiazioni

attorno a un pianeta roccioso
non troppo caldo e non troppo freddo.

Ti sembra quindi strano che l’aspirazione
a trascendere i limiti della biologia

e l’incapacità di accettarli
sia insita nella condizione umana?

Che estrarre l’essenza dello spirito
dalla corruttibile forma corporea

sia ciò che l’uomo tenta di fare
fin dai tempi di Gilgamesh?

Che la perfezione prelapsaria
della dottrina giudaico-cristiana

distrutta dal peccato originale
sia soltanto un privilegio perduto?

Che la punizione degli dei
per l’hybris di superare i limiti

non abbia scoraggiato nel mito
Prometeo, Marsia, Icaro, Orfeo?

.

3 . Cervello vs computer

Tu che sei abituato a pochi giga
sui tuoi dispositivi di memoria

sappi che il tuo cervello gira
nell’ordine del milione di giga – un peta.

Questo grazie ai suoi cento miliardi di neuroni,
quanti le stelle della galassia – o giù di lì –
e dalle mille alle centomila sinapsi per ogni neurone.

Non male per un chilo e mezzo
di poltiglia molliccia a base di carbonio.

Ma l’evoluzione del cervello pare giunta al limite.
La miniaturizzione delle cellule neurali

non può spingersi oltre
ed è difficile aumentare il suo consumo energetico.

E poi, se lo paragoniamo a un computer,
il cervello ha una velocità di trasmissione molto bassa

– circa cento metri al secondo
contro trecento milioni di metri al secondo –

e una velocità di clock altrettanto bassa
– pochi Hertz contro milioni di Hertz -.

Ma il cervello ha un vantaggio:
oltre ai segnali elettrici usa anche

una gran quantità di trasmettitori biochimici
per modulare le sinapsi.

E questo complica – ma non impedisce –
l’emulazione da parte di un computer. Continua a leggere

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Poesia polittico di Gino Rago e Letizia Leone con Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

Gino Rago

13 aprile 2019 alle 9.24

Un polittico in distici

[Il gesto estetico in Leone-Linguaglossa-Matusali-Ortona
nella fermezza di uno sguardo storico-socio-antropologico]

Emanuele Di Porto sul 404 con una scatola da 6

16 ottobre 1943 (al Ghetto di Roma la caccia agli Ebrei).
1024 anime. Senza strepiti. Senza perché.

Per alcuni neanche il tempo di cominciare a vivere.
Tornano in sedici dall’inferno dei forni.

15 uomini e una donna soltanto. E non parlano.
Tacciono per anni. Preferiscono guardare il Tevere.

Non odono da tempo voci umane.
Risentono cani che abbaiano. Soltanto cani. Nelle divise.

Dentro le svastiche. Negli stivali sempre tirati a lucido.
Non dimenticano i fili di fumo. Il cielo tagliato in due.
[…]
I migliori colori. Gli argenti sotto gli arazzi.
I ritratti. I paesaggi. Le nature morte.

Le tele di lino del Belgio alle pareti sono ricordi.
Un mondo muore quel giorno con loro.

Lasciano in eredità non oggetti senza vita ma cose.
Le cose dell’io frantumato. La coscienza calpestata.

La memoria umiliata. L’identità derisa.
La spoliazione. La musica forzata sulle fosse.

La babele di lingue.
[…]
Lasciano alla ruggine dei fili spinati brandelli di carne.
Numeri tatuati. Bandoni corrosi. Sabbie quarzifere. Carta pesta.

Segatura impastata con colla di pesce.
Stoppa. Smalti. Vernici.

Lenzuoli sovrapposti. Federe incollate.
Stoffe di tappeti. Sacchi. Cortecce. Reti di metallo.

I cenci cuciti alle intelaiature della Storia.
I materiali della disperazione. Il disastro.
[…]
Ripartono da qui l’Arte e la Poesia.
Da nuove parole di resti di stoffa.

Questi versi di scampoli,
Questi nuovi colori di scarti … I grumi di un Evento.

Su queste parole-immagini di stracci e vinavil
Pioveranno daccapo i fiori dai ciliegi.
[…]
30 settembre. Domenica. Dalle 10 alle 19
Arrivano quasi tutti, l’uno dopo l’altro.

Da Turcato a Paladino a Cascella,
Da Ontani a Guttuso a Rotella.

Allo Spazio espositivo di Piazza San Pancrazio,
Verso Villa Pamphili, N. 7,

Si appendono da soli alle pareti
Afro, Cucchi e Schifano.

Pizzi Cannella, Enotrio e Dorazio
Attendono Warhol, Capogrossi e Baj.

La fenomenologia dell’arte non tollera i ritardi.
Gillo Dorfles in un angolo al buio

Parla di Kandinsky, di Estetica, di Klee,
Di verde verticale a qualche grattacielo.
[…]
Uno schianto sull’asfalto. L’ultimo pino di Respighi,
Giosetta Fioroni bacia Goffredo Parise.

«A Via Flaminia … Stasera. Prima da Rosati,
Poi dai Fratelli Menghi. Tutti a cenare a sbafo …

Domani dalla De Donato. Al Ferro di Cavallo
Burri ed Emilio Villa regalano cartelle.

I volti narrano l’Io nei vapori,
Le storie dei momenti solitari».
[…]
A Santo Stefano del Cacco
Il dottor Ingravallo pasticcia con le lingue,

Carlo Emilio Gadda fa lo sciopero della fame,
Un vestito blu sul Piè di Marmo.

A Norimberga. Letizia Leone si veste di viola.
Un solo colore per tutto il dolore.

Il sangue. La carne. Il midollo.
I capricci di pochi. La morte del mondo.

Piazza dei Quiriti. Nei panni di Rugantino
Giulio Cesare Matusali intreccia le sue maglie,

Puro atto estetico, il gesto prima del progetto,
L’antilingua, la parola del Papa, il sonetto, il Belli.
[…]
Giorgio Linguaglossa getta monete nel Fontanone.
Cattura ombre e sole nel cavo della mano.

Wittgenstein dall’acqua:
«Gli oggetti semplici contengono l’infinito…»
[…]
Al Prenestino. Giorgio Ortona
Al tridimensionale aggiunge la Memoria,

La fermezza dello sguardo
Sugli orizzonti mobili del gusto,

Le visioni oltre il percettivo,
L’arte del giudizio, i fatti sui fattoidi.

L’Evento. L’Opera. Le mappe …
L’atto che ri-crea

Emanuele Di Porto sul 404 con una scatola da 6.

Poesie di Letizia Leone da Viola norimberga, Progetto Cultura, 2018 pp. 100 € 12

Letizia Leone 1 frase Viola nrimberga

Letizia Leone frase da Viola norimbergaLetizia Leone 2 frase Viola norimbergaLetizia Leone 4 frasi Viola norimbergaLetizia Leone Il diavolo...Giorgio Linguaglossa Continua a leggere

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Janusz Kotański, Poesie, traduzione di Marzenna Maria Smolenska con Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

Roma la Grande Bellezza della Grande decadenza vigilantes, guardie private, odalische, optimati, spintrie

Roma,la Grande Bellezza della Grande decadenza: vigilantes, guardie private, odalische, ottimati, spintrie…

Janusz Kotański è nato a Varsavia nel 1957, poeta, scrittore, saggista, storico, documentarista, esperto e autore dei ritratti di grandi personaggi della Chiesa Polacca, attualmente è Ambasciatore della Repubblica di Polonia presso la Santa Sede. Le sue poesie sono state pubblicate nelle seguenti riviste:

Akcent”, Arka”, Arcana”, Fronda”, Kultura Niezależna”, Migotania”,Nasza Rodzina” di Parigi, “Nowy Dziennik” di New York, Powściągliwość i Praca”, Przegląd Katolicki”, Tygodnik Powszechny”, Topos”; Tytuł”, Kwartalnik Artystyczny”, Christianitas”, 44”.

E raccolte nei volumi: Wiersze, [Poesie], Warszawa 1991; Krym i inne wiersze, [Crimea ed altre poesie ] Kraków 1993, 44  poesie, Warszawa 1999, Kropla, [Goccia] Warszawa 2006, Nic niemożliwego, [Niente impossibile] Warszawa 2011, Głos [Voce] Warszawa 2014Autore e realizzatore di alcuni documentari: Powstanie Kościuszkowskie 1794-1994 [Insurrezione di Kościuszko]; Burza 1944 – lekcja historii [La Tempesta 1944 – lezione di storia]; Chłop polski – historia ruchu ludowego [Contadino polacco – storia dei movimenti popolari]; 100 kilometrów na wschód od Lwowa [100 chilometri a est da Leopoli]; Kochany Panie Prezydencie [Caro Signor Presidente], Nieznane karty z historii Warszawy [Pagine ignote dalla storia di Varsavia]. Autore dei film Spotkania z komunizmem [Incontri con il comunismo] sulla storia dell’occupazione sovietica 1939-1941 dei territori della Polonia orientale di allora e di Quantilla sapientia regitur mundus sullo storico polacco Paweł Jasienica. Co-autore della pièce teatrale “Wierność” [Fedeltà] su padre Jerzy Popiełuszko presentata sulla Scena del Fatto del Teatro della Televisione Polacca TVP nel 2010; consulente per i contenuti storici degli spettacoli della Scena del Fatto ecc.

*

tradurre le poesie è un’impresa impossibile o quasi. Mai come in questo caso il binomio traduttore/traditore si dimostri più calzante. Tradurre le poesie è un’avventura affascinante anche se irta di pericoli e trappole tese dal linguaggio poetico e dal suo ritmo unico e difficilmente riproducibile. Tradurre le poesie di Janusz Kotański mi ha portato a toccare con mano entrambi i concetti. È stato un viaggio molto accattivante, una sfida, uno stimolo per la riflessione sulla poesia e il suo ruolo che io”

(Marzenna Maria Smolenska)

Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

Non è un caso che Janusz Kotański sia un poeta polacco perché soltanto un polacco può cogliere con tanta precisione gli aspetti minimi della non contemporaneità. Probabilmente ciò  è da addebitare alla scuola della poesia polacca che può contare tra i suoi numi tutelari un Rozewicz, un Milosz, un Herbert, un Krinicki, una Ewa Lipska e tanti altri poeti di inestimabile valore. La poesia polacca ha un albero genealogico molto diverso e distante dalla poesia italiana del novecento, il suo spettro tematico è notevolmente più ampio di quello della poesia italiana, tanto è vero che Janusz Kotański si può permettere di attingere alla fonte della storia della Roma antica per trarne delle lezioni per il presente. C’è nella poesia polacca questo atteggiamento, diciamo così, didattico e programmatico verso la poesia e verso la storia, cosa che alla poesia italiana manca invece del tutto. È un io decentrato qui che esplica la sua esperienza totale del mondo con tutti i cinque sensi, è l’esperienza del mondo quella che consente al poeta polacco di attingere un linguaggio universale, universalmente comunicabile. Così, Kotański si può permettere di raccontare con tranquillità la storia di un «centurione della XIX Legione» che torna a Roma dopo quaranta anni di schiavitù; con eguale disinvoltura ci può narrare del Caravaggio o di Ulisse che ritorna alle Isole Eolie. Le tematiche sono le più varie, ma tra di esse non rintracciamo mai l’io dell’autore, quell’io ormai è stato seppellito dagli eventi che hanno fatto seguito alla fine del novecento europeo. Soltanto la poesia italiana continua imperturbabile con il racconto delle adiacenze dell’io, una sorta di Flat tax elettorale di stampo tipicamente italiana. Il viaggio dell’io di Kotański è il viaggio delle tappe delle sue esperienze vitali e significative: la storia di un umile soldato di Roma fatto prigioniero dei germani può risultare più eloquente di centinaia di libri di poesia di oggi che ci raccontano  di insulsi fatti dell’io; lo sguardo del poeta polacco è ampio e profondo, si rivolge a tutto l’orizzonte degli eventi della storia europea, è una indagine a tutto campo sul senso della storia e sul senso di essere oggi  cittadino europeo della Unione Europea. In fin dei conti, siamo tutti europei, come eravamo un tempo lontano tutti cittadini dell’Impero di Roma, la storia si ripete ma si traveste di nuovi eventi, con nuove maschere, i barbari oggi sono qui tra di noi, come ci hanno raccontato Kavafis e Maria Rosaria Madonna. I barbari siamo noi.

Paweł Sobczyk  Janusz Kotanski Fotografia-16.jpg

foto del poeta Janusz Kotanski di Pawel Sobczik

Poesie di Janusz Kotański

Il centurione della XIX Legione torna a Roma dopo 40 anni di schiavitù, anno 49 della nostra era

sono vecchio oramai
confondo
le parole latine con quelle germaniche
questa non è la stessa Roma
non è lo stesso imperatore
(sempre che lo si possa considerare
il successore di Augusto)
non è il mio mondo

mentre mi accasciavo ferito
pensando che sarebbe stata la fine
mi ha sollevato da terra
un cavaliere biondo
infilando la lancia
nella ferita aperta
non mi ha ucciso

diventai schiavo
tra le foreste sperdute
cacciavo gli orsi
aravo i campi
fabbricavo gli scudi e le spade
e quando la mia audacia
conobbero i Cherusci

combattei
ah canti cupi
dei guerrieri mentre andavano all’attacco
gioia della carneficina in battaglia
ebbre danze notturne
tra i sacrifici offerti agli dei
di gente torturata
il mio cuore si è indurito
ero felice

come tutte le donne
amano i forti
ero forte

eppure la nostalgia si radicava
nell’anima
come una catena nel corpo
non riuscivo a dimenticare
gli ulivi
il sapore del vino
i templi di marmo
il mormorio del mare mite

sulla nave dei Frisi
mi sono introdotto in cambio dell’oro
a Treviri
le bianche mura cittadine
ho visto di nuovo
dei miei racconti
nessuno era particolarmente curioso
chi sono
un Romano o un barbaro
non lo so

sono vecchio già
e nessuno saprà
come moriva Varo
nella Foresta di Teutoburgo
furioso
soffocando nel sangue
e nella vergogna
in mezzo al nero fango
della disfatta

.
Trasea Peto lascia solitario il Senato romano , anno 59 dopo Cristo

Trasea non ha gradito
che i figli della lupa
abbiano venerato il matricida
disse allora
“che male può farmi Nerone
uccidermi al massimo
ma non riuscirà a farmi danno davvero”
all’imperatore queste parole
furono tempestivamente riferite
egli tacque

sei anni più tardi
il caldo sangue
dalle vene tagliate del senatore
tinse di rosso il pavimento dell’atrio
attestando la veridicità
della predizione del morente
e la buona memoria di Nerone

.
Ulisse ritorna alle Isole Eolie

una trireme tra le rocce
galleggianti sull’acqua
l’isola intera
dentro gli anelli
di pietre flottanti
in prossimità della costa
l’acqua bollente
i pesci che galleggiano con
le pance all’aria
le secche traditrici squassate

il sovrano in persona
si eleva nell’aria
assiso sul trono di pietra pomice
il re dei venti
dal volto vago
velato e cangiante
accanto a lui Boreas
figlio del nord
(dolce Zefiro è sparito)
sotto di lui nubi blu

e saette tonanti
(serpi di paura ai suoi piedi)
“che hai fatto
o Ulisse re dell’isola
ti ho dato un tesoro
che non ha prezzo per i naviganti
i venti”

(in barba a Poseidone
agì Eolo
gli elementi discordanti
litigano e si accapigliano
come il mare con il vento
così i loro dei)
quello ch’è slegato
ti ho donato già legato
il sovraumano
ho donato all’uomo
in modo che tu potessi tornare
sull’isola natia
rivedere la consorte
ed assopirti accanto al fuoco”

E Ulisse si addormenta
non appena vede Itaca
in lontananza nella luce del mattino
più smagliante dello stesso mattino
si addormenta dopo giorni e notti
trascorsi al timone
con l’otre dei venti
stretto tra i piedi

navigavano in silenzio
(la paura si pasce nel silenzio)
a tutti loro finora ignoto
i remi fendevano le onde color del vino
li portavano finalmente
verso l’arcipelago natio
e loro ragionavano
“ quei tesori
che Eolo ha regalato al re
lui tirchio e furbo
non li dividerà”
(l’infelicità si impingua con la sfiducia)
finalmente cade addormentato
l’otre viene aperto
le mani cercano oro
armi vino

il vuoto
si tramuta in burrasca
incontenibile
inafferrabile
dalla mano invisibile
“che hai fatto
o re addormentandoti
in un momento inopportuno
io non sono il re
sono preda dei venti
hai ripristinato il caos
tu dici involontariamente
tanto maggiore è la tua colpa
ogni navigatore
ti ricorderà
bestemmiando
nelle mani di Poseidone
hai consegnato il mio dono”

non osa
ribattere
l’altero re di Itaca
ricevere un dono
e perderlo
non è cosa da uomini
ritorna sul ponte
(lo zolfo sta soffocando tutti
Il giallo pennacchio trema
come trema l’isola)

“ si salpi l’ancora
navigheremo là dove ci
porteranno le inquiete onde
Eolo ha di nuovo
consegnato nelle mie mani
il pesante otre
non riavrò mai più
un cuore libero”

e salparono
(le vele gonfie di vento)
Eolo li guardava da lontano
attraverso i fumi sulfurei
e le saette serpeggianti
dio dei venti
che si è fidato
di un re greco

.

L’amarezza di Michelangelo

ha risolto il dilemma
colore o disegno
non vede più
l’abisso tra
scultura e pittura
tiene il tutto
in mano sicura

desidera solo
che le sue liriche sottili
siano lodate
ai simposi
dai dotti poeti
quelli con le foglie di alloro
sopra le teste illustri
*

sul dipinto di Savòldo
la nascita di Cristo
c’è un dettaglio
che mi commuove

affacciato a una finestra in pietra
contempla la sacra famiglia
un pastore barbuto

ha visto abbastanza
ha vissuto abbastanza
sa di non essere degno
di stare stare vicino al Messia

ma non riesce a trattenersi
da invisibile
desidera essere lì
per evocare in eterno
la nascita di un Dio indifeso

.
Un sepolcro etrusco

amo anche
lo spesso deposito
di vino sul calice
difficile da lavare via
si direbbe che i due coniugi
abbiano appena finito di sorseggiare
un’inebriante pozione d’amore
precedendo il sonno mortale

Duccio dipinge la Maestà
“sono il pittore senese”
Duccio di Buoninsegna

sono pittore
servo Siena
altera e superba
la sua luce voglio portare
alle verdi valli della Toscana

che tutti i borghi
chinino il capo
dinnanzi alla tua dorata
maestà o Madonna
che si prostrino
i perfidi leoni fiorentini

allora trionferà
la nobile lupa
e la pace giusta
regnerà sulla terra
dai colli appenninici
fino al mar Tirreno
e la Toscana si addormenterà

.

Caravaggio dipinge David con la testa di Golia

beve e di nuovo
va su tutte le furie
il pittore Caravaggio

non appena giunto
alla città sotto il vulcano
già si deve dare alla fuga
inseguito dalle furie

vede con la mente
una testa mozzata
con una ferita sanguinante
sulla fronte
levata in alto
da un pensieroso ragazzo assassino

.
Poesie italiane
Pantofole

nel palazzo vescovile a Planty*
sono rimaste soltanto le pantofole
le avrà mai ricordate
a Roma
gli saranno mancate
quando la mattina si alzava
dal letto
(dietro dalla finestra
aspro profumo di cipressi
e non
di inebrianti lillà)
e alla clinica Gemelli
mentre con prudenza
muoveva i piedi
avrà sospirato
o mie vecchie pantofole
ho avuto fretta
e ho dimenticato
di infilarvi nella borsa

.

Il carnevale di Venezia interrotto nell’Anno Domini 1863

non è opportuna
questa insurrezione
mi divertivo a Venezia
a carnevale sull’acqua
andavo in gondola

volevo rivedere di nuovo le scuole
visitare le chiese
con la maschera d’oro sul volto
divertirmi all’opera

ed ecco il reclutamento
e lo scoppio (della rivolta)
non mi andava a genio
ma non bisogna filosofeggiare
mentre i fratelli muoiono

quindi per nave
con la ferrovia con i cavalli
e infine con la slitta
sono rientrato nella Patria
in fiamme

con quello con cui mi sarei divertito
nella città sulla laguna
ho finanziato una divisione
di obbedienti kosynierzy

di quello che feci
non voglio parlare
e i nomi non li tradirò
affinché nessuno insieme a me
in questo
viaggio siberiano
( il più lungo di tutti i viaggi)
cammini nella neve
facendo tintinnare le manette

Ponte dei sospiri

so perché sospirava
perché si disperava
il veneziano trascinato
lungo il bianco ponte nell’oscurità

non stava perdendo solo la libertà
ma anche la bellezza della città
che si apprestava a nasconderlo
in una cella in pietra
per anni
cieco come un’ostrica
sul fondo dell’Adriatico

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Lucio Mayoor Tosi,TUBANO E SPORCANO – Trentacinque distici, Poesia, con un Appunto dell’autore

Lucio Mayoor Tosi Sponde

Lucio Mayoor Tosi, Sponde, 2017

Lucio Mayoor Tosi. Poeta lombardo, di sessant’anni, a tutt’oggi inedito.  Di professione artista, pittore e pubblicista. Collabora con L’Ombra delle Parole.

di Lucio Mayoor Tosi

Quando ho iniziato a sperimentare la scrittura in distici, sia nella forma chiusa del verso e sia in quella aperta del discorso prosastico, non ho tardato molto a comprendere che si stava profilando la possibilità di investigare sul “nuovo” della nuova ontologia estetica. 
Nella poesia NOE – uso questa sigla con molta serenità, avendolo approvato senza remore, conflitti interiori o altro – poesia fatta di stracci (in luogo del risaputo), gioca un ruolo determinante l’arresto del flusso creativo, lo STOP (disfania, concetto e figura retorica, parola coniata da Steven Grieco Rathgeb). 
La coscienza di poter disporre di maggiore, chiamiamolo così, spazio-tempo in avanti, consente che si faccia netto il rapporto di fiducia tra fine e inizio del verso; tra finte parole “mie” e altre che non hanno appartenenza. Poi destreggiarsi nel collage di parti del vissuto e del pensato; sdoppiamento della personalità, dialogo interiore tra parti amiche/nemiche; salvaguardia del pianeta e fuga per la salvezza – per quanto mi riguarda –. Riduzione dell’io nello spazio invariato dell’esistenza. 
La forma-distico che qui viene messa in campo non è dissimile dalla poesia breve Haiku ma, ad esempio, lascia spazio all’aforisma e in taluni casi può trattarsi di veri e propri incipit, che però possono essere autosufficienti. 
Nella forma breve, l’elemento sorpresa è dato con naturalezza. Basta sapere aspettare, praticare lo STOP: fumarsi una sigaretta, uscire per una passeggiata, pensare ad altro, non pensare affatto…

Mi fa tremare un poco l’idea di confidare questa “novità”, in anteprima qui – mi terrorizza l’idea che qualcuno possa reinterpretare distorcendo o semplificando l’austero comportamento che presiede la stesura di ogni distico – . 
Devo moltissimo all’impegno di tutti i poeti che hanno scritto su questa rivista.

Un Appunto di poetica

In questi distici a corto respiro ho voluto sperimentare le parole, una a una, mentre arrivano donate al cestino della spazzatura. Dopo il salto, eccole qui.

L’esperimento consiste nel dare prova di finitezza del pensiero, dentro sfilacciature di linguaggi presi a prestito da scaffali: romanzo, cinema, titoli, poesia.

È poesia, questa della NOE, fatta di tanti arresti. Anche due parole, un Salveregina… – Ma è così ovunque, nel panorama mediatico. Tanti non parlano nemmeno. 

Finte parole mie, altre di nessuno. Figurine per il collage. Sdoppiamento della personalità, cambio di parte amica/nemico; salvaguardia del pianeta e fuga per la salvezza.

Nel farlo mi sono posto sulla distanza Haiku-Ungaretti. Tra aforisma e senza-niente.  Risultato: un tremare di pensieri, resi sconclusionati dalla storia. Sotto il ponte Morandi.

Ringrazio la redazione e chi avrà bontà di leggere. 

Ha scritto Maria Rosaria Madonna:1

«In ultima istanza, la poesia non può essere raccontata se non dal punto di vista puramente storico; nella sua essenza è attività di fagocitazione di mondo, internalizzazione degli oggetti del mondo tramite il sistema segnico-simbolico qual è il linguaggio. Forse, alla fonte della Musa v’è una fissazione della libido allo stadio della cloaca, ciò che nell’età adulta si converte in sublimazione, conglomerato degli oggetti internalizzati in spirito linguistico; in fame di mondo, seppure di un mondo ridotto a lacerti fonematici che rammenta il mondo reale come lo specchio da toeletta rammenta lo specchio ustorio.

Dunque, è chiaro, la poesia può sorgere soltanto come risvolto negativo della prassi. La poesia è il risvolto negativo della prassi e specchio ustorio all’unisono».

1 Maria Rosaria Madonna Stige. Tutte le poesie (1990-2002) Progetto Cultura, Roma, 2018 pp. 148 € 12

Lucio Mayoor Tosi Composizione di immagini

Grafica di Lucio Mayoor Tosi

Commento di Giorgio Linguaglossa

A proposito del distico in poesia

Mi associo a quanto detto da Anna Ventura e Donatella Costantina Giancaspero riguardo all’invidia da cui dovrebbe guardarsi Lucio Mayoor Tosi. Non nascondo che io stesso quando ho letto pochi giorni or sono questi distici in anteprima, sono stato morso da un leggero attacco di invidia; mi sono chiesto: ma come ha fatto Lucio ad attingere, d’un colpo, questa perfezione del distico? Il fatto è, come sottolineato dalla Giancaspero, che Lucio ha un vantaggio su tutti noi, che è un «artista visivo» e che da una vita lui sperimenta con l’arte visiva ciò che noi stiamo tentando oggi con il distico e il frammento. E quindi è molto più avanti di noi in questo percorso ad ostacoli che è la nuova ontologia estetica. Perché si tratta di un vero percorso ad ostacoli dove però non vince soltanto chi arriva primo ma vince anche chi arriva secondo, terzo, quarto etcetera. Del resto, Lucio interpreta il distico in suo modo personalissimo che lo rende inimitabile, nessuno di noi potrebbe imitare il modo di scrivere distici di Lucio, susciteremmo soltanto riso e facezie. Alla base del distico di Lucio c’è il frammento. Il frammento precede il distico e lo fonda. Il frammento non lo si compra dal negozio di ferramenta, lo si trova dopo una lunga e meditata ricerca.

Alla base del concetto di frammento c’è la netta intuizione di che cos’è il letterale e il figurato e di come impiegarli in poesia. Leggiamo un distico preso a caso:

Ai miei amici del pianeta indaco. Prendete.
Sale alle caviglie. Un fil di fumo. L’oroscopo.

Non c’è dubbio che la prima proposizione (Ai miei amici del pianeta indaco) si pone come letterale di un figurato. C’è un significato? È il contesto che permette di procedere ad una corretta inferenza. Ciò che importa notare è che è molto difficile dire se si tratta di una proposizione letterale oppure di una proposizione figurata. Nella poesia di Lucio il letterale e il figurato funzionano come categorie proposizionalizzate della differenza semantica latente e manifesta. Il locutore, cioè l’autore è impegnato a perseguire le proposizioni per mettere in evidenza ciò che è detto in ciò che viene detto o se c’è altro dell’Altro per cui è centrale seguire il detto attraverso ciò che viene detto. Decifrare il senso di una o più proposizioni implica indicare ciò di cui è questione in quanto ciò che è in questione rimanda al problema del senso a cui un discorso, qualsiasi discorso, risponde.

Ogni singola proposizione, ogni singolo enunciato rimanda a ciò che è detto ad un tempo come letterale e figurato, e questa duplicità aumenta al quadrato ad ogni successivo passaggio proposizionale; ogni enunciato è risposta all’enunciato precedente ma in modo svincolato dalle necessità grammaticali imposte dal senso grammaticale. Ogni enunciato è una sostituzione dell’enunciato che il lettore si aspetterebbe. La conseguenza è una sorpresa, uno stupore continui. Il senso il lettore non lo trova mai nell’enunciato che risponde all’enunciato precedente, il senso è fuori, esterno, è allotrio. Ogni enunciato risponde in modo libero, e quindi criptico, all’enunciato precedente. Ogni enunciato agisce come uno scambio ferroviario, cambia la direzione del senso, lo svia, lo deraglia, lo ribalta e lo trasforma.

Diciamo la verità, l’enunciato «Prendete sale alle caviglie» non ha nulla in comune con l’enunciato precedente né con il seguente. Però in un certo senso, è collegato all’enunciato che lo precede e con quello che segue, e il lettore è costretto a seguire il lambiccato discorso del testo saltando da un binario all’altro. Il letterale è sempre senza sorprese, è la proposizione che designa ciò che è in quel modo singolarissimo della sua struttura frastica. L’enunciato letterale è perfettamente proposizionale, senza sorprese, riconoscibile, non fa questione, sarebbe vano ricercare in esso una interrogatività che è stata risolta, ma, paradossalmente essa sollecita una risposta altra, un enunciato altro inscritto nella testualità che ne completi il senso. Con questo procedimento il disticizzare della poesia ripropone l’antinomia del figurato e del letterale, ripropone la loro differenza problematologica, la loro dualità reciproca, l’insopprimibile contraddittorietà delle locuzioni frastiche indicizzate da un altissimo quoziente di figuratività.

Il distico consente al testo di «giocare» tra il letterale e il figurato in quanto ciò comporta la dualizzazione del senso, e la moltiplicazione del senso in quanto il senso si ha soltanto come una intelleggibilità complessiva del testo con tutte le sue interne contraddizioni frastiche e antinomie proposizionali.

Lucio Mayoor Tosi composizione con divano bianco

Lucio Mayoor Tosi

TUBANO E SPORCANO

Trentacinque distici

I.
Su Marte i biancospini, le scatole di montaggio vuote.
L’altoparlante ai piani alti. I semafori rossi.

.

II.
Vorrei parlare con voi, per un attimo, del Partito
Democratico.

.

III.
Nel campo delle meraviglie, dove vanno al pascolo
i nomi delle persone, un vecchio trattore abbandonato.

.

IV.
Oggi vento senza parole. Amore dice cose improbabili.
Un altro cioccolatino. Rosa dei venti. Volgersi, evolversi.

.

V.
Il tempo presente passato: sto per facevo; compito
di matematica, certezza senza frenesie. Nostalgia.

.

VI.
Il personaggio aprì la porta e disse piano: le camere
sono pronte. Troverete le chiavi in reception. Non fate così.

VII.
Fortuna è un colpo di spugna, caro ispettore.
Il papavero antico è già sulla porta.

.

VIII.
Sotto una cascata. Paura furibonda. L’impronta
delle Dolomiti.

.

IX.
Vieni a casa con me? Fino all’aeroporto.
Ci prendiamo un caffè amaro di china.

.

X.
Alla fine di un lungo ragionamento decidemmo
di incontrarci. Mano nella mano.

.

XI.
Se ne può fare a meno. Di tutto quello che scrivo.
Il come e il perché non interessano a tutti.

.

XII.
Non dispero di poterla incontrare, domani…
Lascio aperto il rubinetto, l’estremità del pontile.

.

XIII.
Maestro. Le rose per te sono sul camino stretto
della credenza, appena entri.

.

XIV.
La natura continua imperterrita a fiorire.
Questa la notizia. Genitori a cavallo siete avvertiti.

.

XV.
Il prossimo verso sta per arrivare. Già lo amo, come fosse
mio figlio al patibolo di entrambi. Ride la cicogna.

.
XVI.
Tra un po’ le vettovaglie. Pino e Margherita,
non allontanatevi! Un piatto vuoto qui, uno là…

.

XVII.
Mi vergogno, disse il poeta. Tortore amiche.
Sia dentro che fuori. Un lungo silenzio. Continua a leggere

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Colloquio sulla nuova poesia con Poesie tra Mauro Pierno, Giuseppe Gallo, Lucio Mayoor Tosi, Guido Galdini, Giuseppe Talìa, Giorgio Linguaglossa

 

foto-ombre-sfuggenti

È Odisseo colui che usa il linguaggio a fini propri

Giuseppe Talìa

7 aprile 2019 alle 0.33

Di cellulite non ne soffro,
di cellulosa sì.

Acido glicolico la sera,
acido ialuronico la mattina:
stabilizzano gli acidi gastrici
e mettono ordine.

I pori si richiudono, la grana
della pelle si ricompatta.
L’aspetto generale risulta luminoso.

Tisane, thé, qualche caffè.
I carciofi depurano il fegato.

La curcuma colora di arancione la lingua:
lingua spirituale, lingua come spada o lecca lecca.

Check up completo. Il corpo regge.
La mente ondivagante, invece, mente.

Oggi bianco e domani nero.
Frammenti di ricordi.

Qualche frammento manca.

La prova costume è un disastro?
Nessuna paura, abbiamo una soluzione.

Cambia utente. Prodotti farlocchi.
Sotto un cavolo firmato Guttuso
mentre si aspetta una ecografia prostatica
con la vescica piena.

Gli unici amici che ho sono i mei cani.
Segue foto; cani e una pecora in giardino.

Quanti like tra gli animalisti e opinionisti
di seconda o terza categoria.

E con il reddito di cittadinanza…
croccantini a volontà.

 

Mauro Pierno

14 febbraio 2019 alle 18:13

L’albero socchiuso ha la palpebra accennata
tollera in eterno questa alternarsi di funi

per parità affine al giorno ed al buio.
Questo che addomestichi Eva sono lo scontrarsi

di particelle elementari, nelle autostrade sfitte,
così come nelle elegie elementari; la casa che tendi

ha un giardino meraviglioso, la vita scrostata dalle statue, che scendi,
evidenzia polvere colorata.

Indossa una cintura nell’atto di spazzare.
Adamo attorciglia il prato con le stelle.

 

Guido Galdini
20 febbraio 2019 alle 11:19 

da Appunti precolombiani:

per corazza indossavano il chauapilli,
una veste spessa di cotone,
che, intrisa d’acqua salata,
acquisiva una durezza leggera e sgusciante,
e aderiva alla pelle come le squame di una sirena

potevano allora, madidi del suo canto,
immergersi nell’oceano delle frecce,
risalire la corrente, sfuggire
incolumi al richiamo, più subdolo, del silenzio.

Postilla armigera:
anche gli spagnoli hanno apprezzato
l’utilità di quest’armatura,
sostituendo la pesante ferraglia
che indossavano all’arrivo nei porti:
ma, per loro, le sirene
non si sono degnate nemmeno di tacere.

Giuseppe Gallo

16 febbraio 2019 alle 8:07

 Ecco una risposta di qualche rilievo di Massimo Donà ad una domanda altrettanto importante:

«Una delle caratteristiche dell’arte – e con essa la poesia – possiamo dire essere la sua capacità di rompere quei legami semantico-sintattici che danno forma al mondo così come noi lo conosciamo e grazie ai quali noi attribuiamo significato alla realtà.

In quale rapporto stanno l’arte e la filosofia? Possiamo dire che l’arte da sempre è anche filosofia nella misura in cui il suo rappresentare e manifestarsi costituiscono una reale provocazione per il pensiero e la riflessione, rivelando ciò che muove dal fondo l’agire dell’uomo?

Certo, la poesia e l’arte “pro-vocano” da sempre i filosofi – e proprio per i motivi che ho appena indicato. È pur vero che ogni forma dell’agire umano è mossa da un fondamento che non ha ragione alcuna (in quanto fondamento di tutto); e che proprio a partire da questa irragionevole ragione muovono anche le parole del poeta, o più in generale le forme dell’arte. Ma queste ultime mai dimenticano – come capita invece a tutti noi, nel quotidiano –, il fondamento di cui sono espressione. Quello stesso che, in quanto tale, non può tollerare finalità che non si esauriscano nel semplice dispiegarsi di forme artistiche che non muovono mai un passo in avanti. Ecco perché le parole della poesia e le forme dell’arte in generale non significano propriamente “nulla”; appunto perché, in esse, a dirsi e dispiegarsi, è appunto un fondamento (o arché) che, in quanto “in-condizionato”, finisce per dire sempre e solamente se medesimo. Ossia, nulla di de-terminato. Facendosi semplice “negazione” di ogni determinatezza, e dunque di ogni significato, e di ogni finalità; quelli stessi che la vita, invece, mai può fare a meno di darsi e proporsi. Perché la vita quotidiana non sa del fondamento che la rende possibile, ma riconosce le cose e le persone solo in relazione a fini e scopi sempre ancora da raggiungere, e soprattutto non ancorati ad alcun incondizionato, ma liberi di essere raggiunti  o mancati – anche perché, ai nostri occhi, si danno come semplicemente “altri” da quel che le cose tutte sarebbero, in quanto semplici significati, in quanto parzialità ritenute vincolate ad un “negativo” ridotto a mera “alterità” (secondo il dettato del Sofista platonico)».

Lucio Mayoor Tosi

16 febbraio 2019 alle 18:12

Vorrei conoscere il parere di Giorgio Linguaglossa, in merito a un aspetto della nuova poesia di cui si è parlato ancora poco: chi è il lettore della nuova ontologia estetica, come legge e cosa apprezza di questa poesia?

Ho riletto le due poesie postate nei commenti, quella di Giorgio e quella di Mauro Pierno. Più volte. Il tono alto e l’andamento epico della prima, contrasta con l’enigma di alcuni versi contenuti nella poesia di Pierno. La prima avrebbe potuto benissimo reggere il verbo al presente, è una metafora stralunata, inconscia, fatta della materia dei sogni, inquieta come a me sembrano spesso le poesie di Giorgio; la seconda, se letta con occhiali di vecchia ontologia, corre il rischio di passare inosservata… Ma non è così: sia il primo verso “L’albero socchiuso ha la palpebra accennata” che l’ultimo “Adamo attorciglia il prato con le stelle” hanno preziosità, che a un lettore NOE non dovrebbero passare inosservate. Non sembrano derivare da T. Tranströmer ma si potrebbe dire che sono di quella scuola – Tranströmer scriveva poesia piegando il ferro della prosa…

Giorgio Linguaglossa

16 febbraio 2019 alle 18:55

caro Lucio,

è vero, la mia poesia potrebbe essere messa con i verbi al presente, non so, ci devo pensare… è una possibilità… è una mia vecchia poesia che non mi soddisfaceva, ho eliminato molte perifrasi inutili che appesantivano il già pesante clima di dramma incombente. Non so, vorrei sapere il parere dei lettori.

La poesia di Pierno la trovo esilarante. In lui c’è un virtuosismo che fa deragliare il senso delle singole frasi, che sorprende l’attesa del lettore… sì, Pierno ha subito il fascino di Tranströmer, ma come non subirlo? soltanto i non-poeti possono non subirlo, Tranströmer ha cambiato il DNA della poesia occidentale, e chi non lo capisce e non lo ha capito finora non lo capirà mai.

Quanto ai lettori di poesia, che oggi sono scomparsi, penso che la nuova ontologia estetica debba semplicemente crearselo il nuovo lettore. Un compito tremendamente difficile. Del resto continuare a fare poesia alla maniera di Roberto Carifi (tanto per fare un nome) è ormai inutile, a che servirebbe? E non solo perché è stata già fatta, quanto perché quella è una via che la storia ha sbarrato con del filo spinato. Quelle poetiche si sono esaurite da tempo immemorabile, e chi non se ne è accorto dorme sonni tranquilli…

La poesia di Pierno la trovo brillante, fresca, frizzante. Ecco, lui fa una poesia frizzante, tutta sul presente, che si esaurisce nel presente, proprio come le bollicine dell’acqua frizzante… Pierno riesce benissimo a fare bollicine di gas elio…

E poi c’è la questione gigantesca della poesia narrativizzante che si è fatto in questi ultimi decenni che, letteralmente, fa morire di noia gli eventuali sparuti lettori di poesia…

Guido Galdini

17 febbraio 2019 alle 8:01

E perché non al futuro, semplice o anteriore, o al congiuntivo presente, a qualche condizionale, all’imperativo…

Potrebbe essere una modalità (solo elettronica) in cui il lettore sceglie, in cima, il tempo, e tutta la poesia si adegua.

Giorgio Linguaglossa

17 febbraio 2019 alle 10:19

Forse hai ragione tu, Guido, si potrebbe mettere in internet un testo che preveda la possibilità di modificare i verbi a piacimento del lettore; sarebbe un ottimo modo per coinvolgere i lettori di poesia e dar loro una parte attiva nella costruzione di una poesia. Una sorta di ipertesto.

Caro Giuseppe Gallo, le parole del filosofo Massimo Donà che tu hai citato sono quanto mai pertinenti, bisogna ragionarci sopra, la poesia, come ogni altro manufatto dell’universo, non ha alcun senso né alcun fondamento. Non c’è da stupirsi o da disperarsi per questo, dio è morto da un pezzo, per fortuna oserei dire, le ragioni ce le diamo da soli, i fondamenti ce li diamo da soli… ma guai a quelle organizzazioni di partito o quei movimenti culturali che hanno preteso di dare delle ragioni o dei fondamenti alla praxis degli uomini.

Qualcuno, mi spiace dirlo, mi scrive ogni tanto o mi dice che la nostra proposta di poetica, diciamo così, sarebbe costrittiva perché il distico ingabbia e altre parole consimili, qualcun altro ci accusa di scrivere tutti allo stesso modo etc. Ovviamente io respingo al mittente queste accuse e le ribalto contro i mittenti dicendo che è la poesia che si scrive in miliardi di esemplari ad essere irriflessa e inconsapevole in quanto adotta dei metri e uno strofeggiare che si rinviene in miliardi di esemplari! È vero proprio il contrario! Come non capirlo? Qui noi stiamo soltanto investigando nuovi modi di interpretare quei luoghi retorici che sono sempre lì e che non debbono essere ripetuti alla cieca se non si vuole ricadere nell’epigonismo di massa.

Un aneddoto. Tempo fa, un editore rifiutò di pubblicare una mia raccolta scrivendomi che la mia poesia «era spiccatamente teatrale». In questo giudizio si può misurare tutta l’incompetenza di chi lo ha emesso. Come se la poesia tutta non fosse una cosa eminentemente orale e teatrale che si presta non solo alla lettura ottica ma anche alla recitazione!

Sottoscrivo in pieno quanto affermato dal filosofo sulla poesia come «archè», la poesia è un atto «incipitario» che non ha in sé alcuna «finalità», alcun «senso», ha soltanto un «inizio»… e questo sia detto con tranquillità, chi cerca il senso può comporre delle preghiere, degli epitalami, degli epitaffi, degli aforismi, dei romanzi veristi, delle illustrazioni… il campo è ampio…

Giorgio Linguaglossa

21 gennaio 2019 alle 10:50

Qualche giorno fa un lettore mi ha chiesto quali siano i punti qualificanti della «nuova poesia» denominata «nuova ontologia estetica». Beh, penso che la riflessione odierna di Steven Grieco Rathgeb sia un contributo fondamentale sulla «nuova poesia», si tratta di una indagine a campo aperto sulla «nuova poesia», sui concetti fondamentali di «tempo interno», «tempo esterno», sul «montaggio in cinematografia e in poesia», sulla «pressione del tempo interno», sulla spazializzazione del tempo e la temporalizzazione dello spazio in poesia, sui concetti fondamentali di «disfania» e «distopia» (in poesia), sul concetto di «immagine» in poesia con i riferimenti doverosi all’haiku, a Tranströmer e Celan…

Perché sia chiaro che una «nuova ontologia estetica» implica un diverso concetto sulla «ontologia pratica vigente», che si tratta di un atto rivoluzionario, nel senso che sconvolge le regole cui ci eravamo assuefatti, indicandone nuovi sensi, nuove significazioni, indicando nuove apertura politiche, nuove pratiche esistenziali, nuove esperienze…

Una «nuova ontologia estetica» indica sempre un nuovo modo di indicare la «cosa», nominare il mondo, abitare la terra, abitare il divino, abitare tra le parole, sostare nella disfania, misurare la diafania delle parole, perché le parole sono importanti, in sé e per sé, e per noi, per la comunità, per contrastare la deriva verso quelle che un filosofo italiano, Maurizio Ferraris,1] chiama le «postverità», le «mesoverità», le «ipoverità» e le «iperverità» «documediali», quelle zattere linguistiche che si moltiplicano nelle civiltà del post-immaginario di massa dell’Occidente, nel cosiddetto post-contemporaneo che si nutre di fake news, di twitter, di facebook, di instagram, di sms…

Adorno e Horkheimer hanno scritto questa frase in tempi non sospetti, in Dialettica dell’Illuminismo (1947):

“La valanga di informazioni minute e di divertimenti addomesticati scaltrisce e istupidisce nello stesso tempo”. Leggendo queste parole mi viene fatto di pensare agli artisti agli scrittori e ai poeti di oggi, che sono ad un tempo «scaltri» e «stupidi»…

È Odisseo colui che usa il linguaggio a fini propri.
È lui il primo uomo che impiega il linguaggio secondo una «nuova ontologia pratica», e una «nuova ontologia estetica»; infatti, chiama se stesso «Udeis», che in greco antico significa «Nessuno». Impiega il linguaggio nel senso che lo «piega» ai propri fini strumentali, a proprio vantaggio. Affermando di chiamarsi «Nessuno», Odisseo non fa altro che utilizzare le risorse che già il linguaggio ha in sé, ovvero quello di introdurre uno «iato», una divaricazione tra il «nome» e la «cosa», una ambiguità, una falsità. Odisseo impiega una «metafora», cioè porta il nome fuori della cosa per designare un’altra cosa. I Ciclopi i quali sono vicini alla natura, non sanno nulla di queste possibilità che il linguaggio cela in sé, non sanno che si può, tramite il «nome», spostare (non la cosa direttamente) ma il significato di una «cosa», e quindi anche la «cosa».

La poesia di Omero altro non è che l’impiego della téchne sul linguaggio per estrarne le possibilità «interne» per introdurre degli «iati» tra i nomi e le cose, e il mezzo principale con cui si può fare questo è la metafora, cioè il portar fuori una cosa da un’altra mediante lo spostamento di un nome da una cosa ad un’altra. È da qui che nasce il racconto omerico, l’epos e la poesia, dalla capacità che il linguaggio ha di dire delle menzogne.

1] M. Ferraris, Postverità e altri enigmi, Il Mulino, 2017 pp. 182 € 13

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Due interviste di Gino Rago sul Novecento poetico italiano, lo spirito del ’45, post-ermetismo, avanguardie, sperimentalismo, Sanguineti, Pasolini, Gruppo 63, anti-opera con un Appunto di Giorgio Linguaglossa, Giorgia Stecher e il rapporto con la Tradizione novecentesca

Foto selfie Jack NicholsonGino Rago

1 aprile 2019 alle 12:06

In una delle sue prime poesie, “Meditazione”, nella sezione che apre il Canzoniere intitolata “Poesie dell’adolescenza e giovanili”, Umberto Saba definisce qualcosa che somiglia a un metodo e a un modo di stare e di sentire il mondo, e con lingua antimodernista e antinovecentista li dichiara:

Sfuma il turchino in un azzurro tutto
stelle. Io siedo alla finestra, e guardo.
Guardo e ascolto; però che in questo è tutta
la mia forza: guardare ed ascoltare

Guardare e ascoltare cui mi pare che Giorgia Stecher aggiunga il commento e la confessione. Così questi versi, da quello che nel suo ottimo complesso di meditazioni Marisa Armato dice “Il mondo di Giorgia Stecher”, giungono in maniera diretta alla lettura di chi di ad essi si approssima. Sicché mondo del poeta e mondo del lettore si compenetrano, fino a fondersi.

Giorgia Stecher mi pare che abbassi il suo cielo al nostro. E come Saba, anche la Stecher forse non amava dire ‘lettore’ ma ‘uomo’, non soleva dire ‘lettrice’ ma donna, chi riceveva il dono della icasticità della sua scrittura, la scrittura d’una poesia sabianamente onesta, come ad esempio onesti sentiamo questi versi:

Quel platano son io, tutte le donne siamo:
da quell’esiguo spazio in cui ci hanno costretto
a più liberi cieli proteso il superstite ramo…

I quali, come gli altri versi della Stecher, non si comprendono se non ci lasciamo alle spalle, se non mettiamo da parte tutti gli “ismi” che hanno attraversato il ‘900 poetico italiano.

Ben venga l’evento che ci annuncia l’amico Linguaglossa della ri-edizione di tutte le poesie di questa voce poetica troppo presto “salita in punta di piedi… sull’ultimo treno senza binari…”, come ha saputo dire Marisa Armato, nella sua metafora che mi ha commosso.

(Tragicamente intensi i versi del testamento umano e poetico della Stecher per Giulia Perroni, un privilegio, sì, ma anche una responsabilità il cui peso ideologico-estetico-morale può anche schiacciare la destinataria…).

Anna Ventura

1 aprile 2019 alle 16:53

Le sensazioni che possono essere suscitate nel lettore dalla poesia di Giorgia Stecher non possono essere contenute in un discorso breve;solo un’analisi approfondita può sperare di accedere ai recessi di un’anima tanto complessa e tormentata,analisi che farò volentieri ,se ne avrò il tempo e la forza. Le “grevi signore” che uccidono la bellezza del mondo sono dovunque, anche in versione maschile; liberarsene è impresa non facile,ma,comunque, sempre opportuna:anzi, necessaria.

Lucio Mayoor Tosi

1 aprile 2019 alle 17:44

Se il ‘900 si chiude con una poesia piena di senso – non di speranzoso o nostalgico realismo – allora preferisco questa compagnia. Perché a me il senso manca e, penso, se mi do da fare, magari sparirà del tutto; del senso resterà la sequenza degli incastri. Ma la compagnia è piacevole, e buona l’impressione della Stecher poeta che mi sembra nel linguaggio invitante, per come vi scorre l’esperienza e finalmente la concretezza. Per me un monito, per la strada intrapresa, che sento vuota e priva di ostacoli; che poi stanno nel ragionare; in poesia l’insieme dei fattori privilegiati.

Gino Rago Caffè-San-Marco-di-Trieste

Gino Rago, Caffè San Marco, Trieste, 2017

Gino Rago

Novecento poetico italiano/10

Conversazione al “Caffè Sciascia” di Via Cola di Rienzo con una ricercatrice di Italianistica della Sapienza

(lo spirito del ’45, post-ermetismo, avanguardie, sperimentalismo)

Domanda:

L’Italia e l’Europa fra cumuli di macerie morali e materiali arrivano al 1945… In poesia, nella storia del nostro Novecento poetico, quali secondo i Suoi studi e le Sue ricerche, i fenomeni più significativi?

Risposta:

Entrando nel vivo della questione che Lei mi pone con la Sua domanda direi che finisce l’ermetismo, vale a dire quella poetica diffusa che si impose come poetica della parola tipicamente modernista e novecentesca.

Domanda:

E comincia il dopo ermetismo, il dopo di quella radice del Simbolismo europeo del secondo Ottocento

Risposta:

Dopo l’ermetismo, il 1945 impose in Italia e in tutta Europa il dovere di un nuovo impegno politico, estetico e morale anche in Letteratura, anche se non si trattò della nascita dalle macerie né di una nuova teoria della poesia, né di una ideologia letteraria nuova

Domanda:

Si affaccia in poesia il neorealismo.

Risposta:

Sì è vero. Ma se nella prosa, nel romanzo e soprattutto nel cinema il neorealismo aveva un senso, non ne aveva molto in poesia.

Domanda:

Perché? Può articolare chiaramente questo Suo pensiero rispetto a un clima postbellico di elevata consapevolezza anche politica?

Risposta:

La consapevolezza socio-politico-civile del dopo 1945 spingeva anche i poeti verso la necessità di un “parlare chiaro” per poter parlare soprattutto a un ben più ampio numero di lettori. Ma questa nuova e forte consapevolezza non prescriveva nessun codice stilistico particolare…

Domanda:

E quello che diffusamente ancora viene indicato come “spirito del ‘45”?

Risposta:

Direi che questa nuova energia che nello spirito del ’45 si è espressa ha determinato molti fenomeni culturali nuovi, penso alla nascita in Francia di “Les Temps Modernes” di Sartre, ma penso anche alla nascita in Italia di “Il Politecnico” di Vittorini, affiancato da Fortini, verso i due grandi traguardi di quello spirito del ’45: rifondare la cultura nel suo rapporto con la società ed elaborare una idea nuova del ruolo “pubblico” di scrittori, artisti e intellettuali.

Domanda:

E in poesia, in Italia, si avvertivano già i segni di una parola poetica post-ermetica…

Risposta:

Quanto alla poesia, potrei dire che c’era posto per svariati modelli e potrei citare quello del surrealismo libertario di Eluard, quello del materialismo dialettico di Brecht, quello del moralismo sociale inglese di Auden e di Eliot, o anche quello degli antifranchisti e antifascisti Lorca e Vallejo cui si aggiunge Neruda nel suo passaggio in Europa.

In tali scenari potrei affermare che in Italia il primo bersaglio fu proprio l’ermetismo e la durissima polemica che si sviluppò nello spirito del’45 mise sotto processo l’idea ermetica di “poesia-pura” e il suo stile cifrato, allusivo, ipermetaforico (lo stesso Quasimodo da “ermetico” dopo il ’45 lo ritroviamo “impegnato” e non furono risparmiati nemmeno gli Ungaretti e i Montale…ermetici).

Domanda:

Lungo questo percorso che sviluppa in poesia nello spirito del ’45, il Novecento poetico italiano va verso nuove ideologie letterarie

Risposta:

Direi che una svolta, forse la prima vera svolta poetica italiana postbellica, si registra verso il finire degli anni ’50 e faccio 2 nomi: Pasolini e Sanguineti

Domanda:

Il che significa che dovremmo considerare ruoli e valenze delle riviste letterarie nella storia del nostro ‘900 poetico postbellico

Risposta:

Ha ragione, soprattutto se ricordiamo Officina, Il Menabò, Il Verri…

E quel laboratorio eclettico e internazionale direi permanente di scienze umane, di filosofia,di teorie estetiche dovuto alle riviste attraversò e caratterizzò tutti gli anni ’60 italiani

Domanda:

Pasolini, o sperimentalismo, neoavanguardia o Sanguineti, verso l’azione modernizzatrice volta contro il provincialismo del letterato italiano di quegli anni…

Risposta:

C’è un fondo di verità in questa Sua domanda, ma cominceremmo a preparare il terreno ad altri fenomeni direi decisivi di quell’epoca post ’45…

Domanda:

Ad esempio, la formazione a Palermo del gruppo 63…

Risposta:

Il Gruppo 63, certo ma ci porterebbe lontano…

Non posso dedicare alla nostra conversazione altro tempo, devo raggiungere il Preside di Facoltà per guardare insieme le bozze del mio lavoro di ricerca sulla poesia di Amelia Rosselli e devo prendere la metro a Ottaviano…

Gino Rago

Novecento poetico italiano/11

Brevissima conversazione al Caffè Vergnano in Via Pietro Giordani, Roma, con la stessa ricercatrice di Italianistica della Sapienza

(Sanguineti, Pasolini, Gruppo 63, anti-opera)

Domanda:

Ci lasciammo alla fine della nostra precedente conversazione al Caffè Sciascia con questi nomi: Pasolini e Sanguineti

Risposta:

Potrei in buona sintesi affermare che Pasolini adottò come riferimenti politici e culturali gli scritti di Gramsci e giunse a un suo sperimentalismo “realistico”

con cui intese correggere la genericità estetica del neorealismo con l’obiettivo dichiarato di mettere in discussione l’idea stessa di realtà e con essa l’idea di una arte poetica basata sul rispecchiamento di quella stessa realtà, benché si trattasse diciamo di “un rispecchiamento dialettico” della realtà stessa;

mentre, sempre in estrema sintesi, la neoavanguardia (Sanguineti, ma non soltanto lui) esordiva con l’apertura di una polemica di modernizzazione contro il (vero o presunto) provincialismo del cosiddetto “letterato italiano”, con ciò in verità riprendendo la battaglia modernizzatrice del Politecnico di quasi 10 anni prima…

Domanda:

Da qui la nascita e l’affermarsi negli anni ’60 di quel laboratorio eclettico di psicologia, sociologia, etno-antropologia, linguistica, filosofia e nuove teorie estetiche, dal respiro internazionale, che approdò al costituirsi a Palermo del gruppo 63

Risposta:

Direi che fu così e aggiungerei che il Gruppo 63 riprende la forza degli schieramenti politico-estetici e la combattività direi dell’autopromozione di gruppo (quasi, bisogna dire, come fu per i futuristi e i surrealisti che avevano già praticato la forza auto promozionale del gruppo…)

Domanda:

Gruppo 63, teorici militanti come Eco e Sanguineti, il successo di questo gruppo fra anni ’60 e ’70…

Risposta:

Sanguineti ed Eco teorici militanti, sì, ma anche scrittori. Ma da soli non sarebbero bastati al successo del gruppo 63…

Domanda:

Lo comprendo bene, ma lo dica Lei, forte come è dei Suoi studi e delle Sue ricerche

Risposta:

Accanto ai due, Sanguineti ed Eco, operarono in una indiscutibile coesione di gruppo altri scrittori e teorici militanti,polemisti ad alta aggressività polemica,autorevoli docenti universitari.

Così alla forza e all’impatto della coesione di gruppo si aggiunse la loro diffusa presenza sia in ambito giornalistico sia in ambito editoriale e per comprenderne la potenza basterebbero i nomi di Ripellino, di Guglielmi, di Manganelli, di Giuliani…

Domanda:

Ma non mancarono le discussioni violente nonostante quella coesione di gruppo…

Risposta:

Ha ragione, né bastò ad evitare la violenza delle discussioni la parola quasi magica che iniziò a circolare nel gruppo:

“anti-opera”, su cui vorrei tornare in una prossima conversazione…

Domanda:

E su programmi-realizzazioni o se Lei vuole sul rapporto dichiarazioni critiche-opere letterarie…

Risposta:

Fu uno dei punti di massimo dibattito e accese polemiche, ma ne potremo riparlare, alla UNITRE di San Paolo mi attende un Ordinario di Storia della letteratura Italiana per un lavoro comune di ricerca…Non posso fare tardi

Giorgio Linguaglossa

Giorgia Stecher e il rapporto con la Tradizione novecentesca

Innanzitutto, do l’annuncio che sto preparando l’edizione di Tutte le poesie di Giorgia Stecher (Messina 1929-Trento 1996) in un volume che vedrà presto la luce con l’Editore Progetto Cultura. Si tratta di un evento importante perché la Stecher insieme a Maria Rosaria Madonna, sono le due poetesse più importanti degli anni Novanta del novecento.

Giorgia Stecher si situa, stilisticamente, nel Moderno, precede appena d’un soffio il postmoderno, nella sua poesia non si rinviene il citazionismo o la tecnica del riuso dei materiali di riporto, caratteri questi che si rinvengono in altri autori posteriori agli anni novanta. Con gli anni novanta si chiude la stagione della poesia del Moderno, ragioni storiche determineranno una svolta nella poesia italiana, svolta nella quale siamo ancora coinvolti in prima persona per prenderne coscienza. La poesia della Stecher è ancora saldamente ancorata all’endecasillabo della tradizione, non v’è nulla che oltrepassa la struttura sonora e fonotimbrica della poesia novecentesca, anche se nell’ultima poesia, quella vergata pochi giorni prima della sua morte, la poesia che reca la dedica «a Giulia» (Perroni), la struttura strofica è palesemente attraversata da tensioni interne che la rendono irregolare e frastagliata. Pochi giorni dopo la Stecher chiuderà gli occhi a mia insaputa che nel frattempo acceleravo la pubblicazione del suo ultimo libro, Altre foto per Album (1996), uno dei capolavori della poesia italiana degli anni novanta.

Nel saggio giovanile Tradizione e talento individuale del 1917 Eliot mette a fuoco il problema con pragmatica chiarezza: «La tradizione non è un patrimonio che si possa tranquillamente ereditare; chi vuole impossessarsene deve conquistarla con grande fatica. Essa esige, anzitutto, che si abbia un buon senso storico». Nella sua opera successiva il poeta inglese annuncia l’esaurimento della modernità.

Una delle caratteristiche principali della post-modernità è la critica alla modernità e il suo oltrepassamento all’indietro: all’idea del «nuovo» e di innovazione ininterrotta della letteratura, subentra l’idea del ri-ciclo e del ri-uso, della citazione, della de-costruzione. Questo è chiaro in molti autori post-moderni oggi inquadrati come neoclassici. Il mondo salvato dai ragazzini (1968) di Elsa Morante è un’opera tipicamente post-moderna, con il libero impiego di vari stili di scrittura di provenienza narrativa che si sovrappongono e si elidono nell’ambito di un discorso poetico ormai vulnerato. Trasumanar e organizzar (1971) di Pasolini segna l’ingresso di un discorso poetico sostanzialmente non dissimile dal discorso giornalistico e narrativo; La Beltà (1968) di Zanzotto è un superlavoro di microcitazioni e di variazioni… siamo arrivati alla summa del Moderno che si autocita e si fagocita. Altre foto per Album (1996) di Giorgia Stecher, opera postume, è una riscrittura del passato attraverso la lente di ingrandimento di alcune fotografie dimenticate nei cassetti di vari comò; il passato viene ripescato e rivissuto mediante vecchie fotografie dimenticate. Incredibile, la vera rivoluzione in poesia la si fa mediante delle fotografie dimenticate in un cassetto, ripescate messe in forma poetica; la vera rivoluzione la fa Maria Rosaria Madonna con Stige del 1992, adesso ripubblicata insieme agli inediti da Progetto Cultura, Stige, Tutte le poesie (1985-2002) con la sua poesia in neolatino, fitta di scalfitture semantiche, ibridazioni lessicali dal tardo latino ieratico e medievale ad un italiano arcaicizzato.

Ormai è chiaro che le rivoluzioni artistiche non si fanno più in avanti ma all’indietro, di lato, ripescando i brandelli e i sintagmi di un mondo trascorso. Auden e Brodskij sono autori tipicamente post-moderni, tornano al ri-uso della metrica tradizionale, la ribasano su un materiale sostanzialmente estraneo e refrattario alla gabbia metrica della tradizione qual è il parlato. Il Moderno, con tutte le sue avanguardie e post-avanguardie, tende a diventare un fenomeno del passato, un circo equestre, un patrimonio amministrato, un museo, mercato, rigatteria, vintage.

Entriamo nel Postmoderno. All’idea del progresso estetico subentra l’idea di un regresso estetico, di una diffusione dell’estetico in tutte le direzioni, fuori dagli ambiti privilegiati e protetti della tradizione stilistica del Moderno. Il nichilismo antitradizionale delle avanguardie è progressivo, tende al futuro, vuole andare sempre oltre e al di là, distrugge il passato per costruire un mondo nuovo, distrugge in quanto c’è ancora un patrimonio da dilapidare e distruggere e c’è anche un mondo nuovo da abitare e conquistare.

Oggi, nelle nuove condizioni del Dopo il Moderno, non c’è più un passato da distruggere, anzi, non c’è più un passato, non c’è più nemmeno alcuno spazio per il Futuro. Le condizioni per stabilire un contatto con la Tradizione oggi nelle società documediali, sono mutate,  e quindi anche nella poesia contemporanea di massa si assiste al dilagare di quelle nuove entità che un filosofo odierno ha denominato le «mesoverità», le «iperverità», le «ipoverità».  

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 Giuseppe Gallo, Zona gaming, Poesia in distici, inedito alla maniera della nuova ontologia estetica, con un Appunto dell’Autore e il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

Gif Tacchi dorati

Giuseppe Gallo, è nato a San Pietro a Maida (CZ) il 28 luglio 1950, diploma di Liceo classico, laurea in Lettere Moderne, è stato docente di Storia e Filosofia nei licei romani. Nel 1983 la sua prima raccolta di poesia, Di fossato in fossato, Lo Faro editore. L’impegno civile sul territorio lo spinge a un rapporto sempre più stretto con la poesia dialettale. Negli anni ‘80, collabora con il gruppo di ricerca poetica “Fòsfenesi”, a Roma. Delle varie “Egofonie”, “Metropolis”, dialogo tra la parola e le altre espressioni artistiche, è rappresentata al Teatro “L’orologio”.
Avvicinatosi alla pittura, l’artista si concentra sui volti e gli sguardi, mettendo in luce le piaghe della modernità: consumismo e perdita dello spirito. Negli ultimi lavori ha abolito la rappresentazione naturalistica degli oggetti per approfondire i rapporti tra colore, forma e materiali pittorici. Nel 2016, con la fotografa Marinaro Manduca Giuseppina, pubblica, Trasiti ca vi cuntu, P.S. Edizioni, storia e antropologia del Paese d’origine. Nel 2017 è risultato tra i sei finalisti del “IV Premio Mangiaparole”, sezione poesia, Haiku. Dal 2006 ha esposto a Roma, Mentana, Monterotondo, Brindisi, Lecce.

                                         Un Appunto di Giuseppe Gallo                                     

In queste poesie ho tentato di rintracciare, di mettere in linea e di far rotolare sulla pagina alcuni di quei materiali linguistici, sintagmi, frasi, perifrasi, di origine italiana o inglese, ricavati dalla pseudo comunicazione mediatica.

Forse è l’ora di prendere atto che l’infestazione di spot, promo, pubblicità, face book e letteratura a basso costo, ha varcato la soglia della Poesia. Qualcuno ha detto, ora mi sfugge il nome, che la poesia del futuro ruota intorno alla frase…

Ebbene io credo che solo tra una frase e l’altra, in questi interspazi, ci sia quel vuoto che ha bisogno di essere colmato. Ormai siamo tutti distopici e tutti complici di questo gioco al massacro. Tutti incatenati a questa postazione che è quella del game, della partita e del gioco: Zona  gaming.

Quindi, come allusione al gioco poetico, che è gioco pericoloso, includente una dimensione di rischio e di inganno, ma anche di finzione, come i giochi della play station, di Xbox, ecc., tutti giochi virtuali, allusivi, metaforici, che mimano attraverso le immagini-video storie in cui il giocatore, o il poeta, gioca alla morte, propria ed altrui.

Ebbene,  è solo attraverso questi “riporti linguistici” o in mezzo ad essi, che oggi si rischia una significazione aurorale. Anche perché  tutti questi sintagmi che sono sul punto di morire, non muoiono mai, rinascendo dalle proprie ceneri; e queste perifrasi, ricavate dall’industria e dalla tecnologia contemporanea, che ci inoculano effluvi lisergici e addomesticamenti virtuali e non virtuali, sono in continuo pericolo di diventare significanti o insignificanti, almeno come esperienze individuali e di massa.

Le nostre scelte quotidiane non sono, in parte, determinate dai desideri e dai bisogni indotti da queste immagini-parole?

Forse attraverso il loro recupero è più facile eliminare quanto ancora di retorico c’è nella versificazione abitudinaria dove l’io, ancora dominus, oppone resistenza. Ecco perché, a prima vista, in questi sei componimenti, sembra prevalere un tono gelido, da ghiaccio secco.

E  tutto questo perché?

Perché è un gioco e ogni gioco, in quanto tale va giocato, almeno credo. A meno che non si voglia abitare in un Iperuranio ologrammatico.

Rovistare nel senso, stracciarlo, stirarlo di qua e di là, rovesciandone la consistenza, dimostrandone l’inutilità, per il niente del niente, con qualche schiaffo al bel dire, alla logica riempitiva della struttura poetica, raggiungere il non senso, attraverso il senso comune e mediatico delle frasi, ecc. ecc.

Vorrei che in queste composizioni si avvertissero salti, controsalti, balzi e sobbalzi; emersioni e affondamenti, il tutto all’interno di una pretesa, quella di masticare e digerire l’inganno delle parole e la loro momentanea e brutale pregnanza. È chiaro che c’è anche un intento di ironia. Non si può giocare se si è soltanto seri. Ironia allora, prima di tutto verso me stesso e poi verso ciò che sembra e non è e verso ciò che è ma non sembra.

Gif scarpe nere tacchi

Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

«Rimbalziamo sulla gomma del nulla» dice un personaggio X. Sembra di assistere a un dialogo post-beckettiano, tra Ionesco e Sartre, in bilico tra il testo teatrale e la ex-poesia, sì, giacché siamo entrati, senza accorgercene, nella ex-poesia. Ed è surreale che non ce ne eravamo accorti. La poesia se vuole sopravvivere dovrà necessariamente trovare altre forme, un altro lessico, un altro modo di esistenza, altrimenti, persa nell’universo comunicazionale delle società moderne, è destinata a perire. Giuseppe Gallo, autore di Arringheide, un poema in dialetto calabrese di oltre cinquecento pagine pubblicato quest’anno con Città del Sole costato un ventennio di ricerca, Giuseppe Gallo, dicevo, è approdato alla «gomma del nulla» con i suoi distici in stile nuova ontologia estetica. E si sa che il distico obbliga il poeta alla massima severità, al massimo dell’ordine. Il parallelismo membrorum non ammette, se non rarissimamente, deroghe o eccezioni alla sua struttura binaria. Il distico è come il binario ferroviario sul quale passano i treni, è anch’esso un binario sul quale passa il treno delle parole; se il binario non tiene, il treno rischia di deragliare; così le parole, se il distico non tiene, le parole rischiano di andarsi a schiantare contro qualche muro a centinaia di metri di distanza.

A ciascuno il proprio distico. «A ciascuno il suo», diceva Leonardo Sciascia. Il distico è scuola di severità, di precisione, di distacco dalla materia verbale, di distacco dall’io, a suo modo impone un rigore che il verso libero non ha nel suo DNA. Sostenere a lungo il distico non è affatto facile, non è una maniera, come pensano i suoi ingenui detrattori, è la forma più antica di scrittura poetica e la più difficile da mantenere malgrado le apparenze; una struttura che si perde nella notte dei tempi dell’età della parola dell’homo sapiens. E una ragione ci sarà. Per scrivere in distici bisogna pensare in distici.

Ecco cosa ne dice weschool:

Distico: «Metro della versificazione latina (dal greco dis-, “due volte” e stichos, “verso, fila”), di origine greca, composto da un esametro unito ad un pentametro, è metro caratteristico del genere dell’elegia (tra i cui autori possiamo citare Cornelio Gallo, Tibullo, Properzio, Orazio e Ovidio).

Lo schema è il seguente:

esametro:  _   _   _   _   _   _ _

pentametro:  _   _   _ | _   _   _

Spiegazione ed esempi

Il distico elegiaco viene recuperato nella metrica accentuativa italiana dell’esperimento della metrica barbara di Giosuè Carducci. Il distico elegiaco è sostituito da un doppio settenario, oppure dalla combinazione di quinario, senario o settenario (come nel testo Nella piazza di San Petronio) oppure di settenari, ottonari e novenari (come in Nevicata).»

Esaminiamo adesso un distico di Giuseppe Gallo:

Dalla Spada della Morte solo tre  gocce di fiele

la prima per me

_ _/  _ _/  _ _/  _ _/  _ _/  ‿ _ _/  ‿  /_ _

‿  _ _/ ‿ ‿

Come si può notare, Gallo rimarca la regolarità dei primi cinque piedi del primo verso per poi poter rimarcare lo stacco del piede singolo. L’indebolimento degli accenti nell’italiano moderno apre al distico di oggi grandi possibilità di variazione; l’accentuazione prosastica offre possibilità sconosciute al distico moderno, anche e soprattutto la variatio di piedi diversissimi alternati o paralleli in modo da conseguire un andamento ritmico ricchissimo e acusticamente mai prevedibile.

A questo punto, mi sembra superfluo ogni ulteriore commento, il distico è un formidabile strumento per chi lo sappia impiegare, ma non è ovviamente il solo, un poeta di rango che abbia occhio e un orecchio attento alla acustica sa quando e come impiegarlo e con quale frequenza.

Ecco due versi che contengono una parola dei nostri tempi: il «cellulare».
“Il cellulare di Suresh emise un ping.” (Dan Brown)

Non soltanto in questi testi di Gallo ci sono parole nuove ma, quello che è più importante, come hanno sottolineato Nunzia Binetti e Mauro Pierno, è che il linguaggio viene ridotto non allo stato zero ma allo stato quantico; Gallo impiega le parole nel loro stato di ebollizione quantica, nel puro stato quantico della materia verbale, e il distico ha il compito di mettere in ordine lo stato quantico delle parole che, per eccellenza, è uno stato caotico dove non si più né il tempo né lo spazio.

È ovvio che qui siamo molto distanti dall’impiego surreale o post-surreale del linguaggio poetico come pure è stato fatto (e penso alla poesia di Carlo Livia), qui cogliamo una novità importantissima di come il linguaggio poetico può essere rivitalizzato senza ricorrere alle facoltà auto organizzatorie dell’io. Ad esempio, nelle poesie di Zbigniew Herbert c’è sempre un io che tenta di fronteggiare le forze dirompenti e prepotenti della storia, in lui c’è ancora la salda convinzione di «resistenza», dove l’io è wittgensteinianamente «il limite del mondo»; in questi distici di Gallo invece l’io è stato affondato, si è aperta una gigantesca falla nel sommergibile dell’io che non potrà tornare più a galla. E questo cambia tutto, cambia il concetto del linguaggio poetico e dell’uso che se ne fa, cambia la mappa che mentalmente si ha del linguaggio. Una novità assoluta.

Nei distici di Giuseppe Gallo abbiamo un’altra importatissima conseguenza: che sono scomparsi sia il tempo che lo spazio. E questo aspetto è una novità assoluta, finora in tutti gli esperimenti apparsi sull’Ombra delle Parole, nessuno mai si era spinto tanto avanti da cancellare il tempo e lo spazio. Il risultato è molto semplice, cancellando questi due Fattori, la poesia che ne consegue assume essa stessa una ontologia meta stabile che non contempla alcuna fenomenologia. Il linguaggio poetico di Gallo è sostanzialmente un linguaggio non fenomenologico.
E questa è, a mio avviso, una ulteriore importantissima acquisizione della nuova ontologia estetica.

foto 16 selfie

Giuseppe Gallo

Zona gaming 1

E chi mai si salvò
dalla Babele della Torre?

Ogni peccato ha il proprio cielo.
Ogni sintagma il proprio sepolcro.

Dalla Spada della Morte solo tre gocce di fiele
la prima per me

la seconda è tua
la terza a chi vuoi tu.

 

Zona gaming.
Il silenzio si inginocchia alle radici.

“Perché hai ucciso il cane?”
“Perché i cani abbaiano!” ( Nick Tosches )

Qualcuno ci ha dato l’infinito
e ha fatto evadere il tempo dalla clessidra.

 

Zona gaming
Gli omicidi industriali dei desideri.

Il tran tran del treno che traina la metrica
tra la riva e le pietre.

È sempre l’ora della nostra morte!
Giocando l’azzardo d’un sorriso.

Scollando le costole del senso.
Strisciando sul guscio, sbriciolandone il calco.

Oltre i muri il pigolio, l’allucciolio, il bio
ma il mio è un Voyage privè.

 

Zona gaming
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Il mondo di Giorgia Stecher (Messina, 14 luglio 1929-Trento, 24 aprile 1996), a cura di Marisa Armato, con Dieci poesie inedite da Pagine poetiche sparse

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Mario De Biasi_ 1954 foto d’epoca

Il mondo di Giorgia Stecher, di Marisa Armato

Il mio incontro col mondo di Giorgia risale ai miei primi anni universitari quando, assetata di poesia, leggevo versi, anche quelli pubblicati sui periodici locali, che andavo ricopiando su vecchie agende. Una, in particolare, mi colpì così tanto da indurmi a ritagliarla e custodirla gelosamente tra le pieghe del mio portamonete:

Se tu fossi nato qui
al riverbero di questo mare turchino
che lo scirocco perennemente increspa
con infaticabile respiro
forse capiresti questa nostra
mania di vivere sul bagnasciuga
tra l’azione l’incuria
e la forte propensione allo sbadiglio
Altrove dove la tramontana
sferza il viso ai passanti
e le brume diffondono
provvidenziali grigiori
si va di fretta per procacciare
colori alla giornata
ma qui nell’abbaglio del sole
l’unica tentazione è nel dormire
come gatti al calore
gli artigli sono solo per l’incauto
che osi turbare il sonno

Questi versi, titolati «Messina», portavano in calce appuntate le iniziali G. S. senza altra notizia dell’Autore. Conoscevo, allora, la Signora Palermo (col nome del marito) per il suo impegno nel sociale profuso instancabilmente nelle periferie urbane, zone marginali della città ma mai avrei potuto immaginare che tali sentimenti, espressi con forte incisività e da me pienamente condivisi, potessero appartenerle. Di tanto in tanto li andavo rileggendo scoprendovi la bellezza del paesaggio, l’amore per il mare e i caratteri tipici dell’esser siciliano.
Quale fu la mia gioia, molti anni più tardi, nel ritrovarli nel volume di poesie, titolato Non la terra, 1983 (Ed. Il Vertice). Quel che mi colpì fu lo scoprire che erano stati scritti da una poetessa messinese, dal cognome straniero parente alla lontana di Alfonso Gatto e di Bartolo Cattafi: «due indimenticabili maestri ed amici con i quali condivise il tormento/amore per il sud», ai quali l’Autrice dedica la raccolta.
Fu Lucio Zinna, nella premessa, ad indicarmi la chiave di lettura di «questa poetessa autentica… il cui impegno sociale è pari all’impegno letterario, di un modo solo di essere nell’esistenza» e a farmi collegare il volto familiare con i versi amati.
Avevo intuito, in questa scelta di poesie (nove in tutto), le lotte contro i «mulini a vento» in questa «Piccola città»:

Queste facce straviste
nei barbagli psichedelici
dei fortuiti incontri.
Queste sagome uguali
che pure mutano col cauto giro
delle mode e degli anni.
Queste idee che traspirano
da grinte instupidite
per il lungo cercare solo assensi
negli occhi vuoti del prossimo
e barlumi da predare
per microscopiche scalate.
Ogni giorno che passa
io rinnego la vostra realtà
ed altre banchine anelo
dove altre facce crescono
in humus più fecondo

…come capivo quel suo e mio essere pesce fuor d’acqua…

Non la terra appiccicata al fondo
delle scarpe di questo suolo
senza più radici.
Non le strade dove un’orma
non dura né un ricordo.
Non gli uomini rassegnati
ad un lento morire senza storia

(Non la Terra) …

verso altri lidi dirigendo il volo
vedremo rifiorire la speranza.
Forse planeremo leggeri
sulle dolci pianure
liberi dalle catene vischiose
dei pesanti retaggi

(Forse).

E come realisticamente, con ironia serena ma amara, aveva descritto i «Siculi»:

Continueremo ancora
ad ammiccare
parlarci con un cenno
tra le ciglia
e sosterremo a scudo
la furbizia ciascuno
per suo conto
coperto e cautelato.
Armi a breve gittata
adotteremo nell’ambito
del singolo
e stringeremo paglia
tutti insieme
come è stato da sempre
in saecula saeculorum.

Avevo condiviso con Giorgia il desiderio di partire, portando pesantemente nella valigia l’amore per questa terra – ho fatto l’emigrante culturale – e, come una malia, il desiderio di tornare, che diventava sempre più forte dopo ogni lontananza, mi ancorava alle mie battaglie:

Chi l’avrebbe mai detto che poi
arrivasse un giorno in cui partendo
io non chiedessi che di ritornare
perché il partire più ambito non è
per altri luoghi ma è il partire
da sé dai propri spettri

(«Tornando da Parigi»).

E scoprire, come per incanto, l’antica saggezza- gemma preziosa del suo e del mio cuore-la bellezza del mare:

Dove vai per il mondo/ se la fetta più bella l’hai davanti/ cosa cerchi oltre la gioia degli occhi/ che non guasta bellezza (Dal Parnaso) …

Il paesaggio unico dello stretto, i colori, i profumi, i miti, la magia:

La calamita che attira qui è l’acqua di mare,
l’acqua di mare turchino
balenante
con cui vive in simbiosi la mia pelle
e quella montagna verde oltre lo stretto
eterna meta
a cui mi piace tendere le braccia

(Non la Terra) … sì proprio questo color d’oro del tramonto, questo specchio di mare con barche e scilla e cariddi fata morgana mito…

foto d'epoca 3

foto d’epoca di nudo

Questo paesaggio incantato, che guardava ammaliata dal balcone di casa su al Parnaso, dalle maioliche di color verde- molto più tardi, aprendomi da amica anche il suo mondo, le ritrovai reali e non un mero artificio poetico- e che aveva reso eterno in versi, come lo scatto di una fotografia, apparteneva a noi «Eredi del Sole» consanguinei degli dei sonnacchiosi sempre e remoti/ immuni dalle voglie poliedriche degli uomini (Dal Parnaso), scoprendo di condividere con lei anche l’amore per il mare, metafora della vita, sempre mutevole, immenso, insondabile… il mare del canto delle sirene ammaliatrici, degli abissi, di Colapesce, di fata Morgana, del faro, della barca, delle reti, del vento, dell’isola che non c’è, del porto, della vela, dei relitti, dei naufragi… il mare colore del vino, dorato o argentato, sacro nell’eterno ciclo, non a caso a chiusura della raccolta campeggiava nella pagina bianca: La porta verde della Chiesa è il mare… un verso, un verso soltanto di Alfonso Gatto.

Incominciai, così, a leggere di Giorgia anche gli scritti letterari, oltre quelli strettamente poetici, che, di tanto in tanto, come gemme preziose uscite dallo scrigno, faceva uscire sulla rivista “Issimo” (Ed. Il Vertice) di cui faceva parte della redazione e sulla terza pagina della Gazzetta del Sud, come collaboratrice, apprezzando l’eleganza dello stile e la sua capacità di cogliere, da grande conoscitrice dell’animo umano, gli aspetti più nascosti degli argomenti che andava ad analizzare.
In particolare dell’edizione Minerva piccoli testi di poesia, titolata «Fotograffiti», sei poesie in tutto: «Mi porto in giro», «Radiografie», «Basta un soffio da nulla», «I lacchè», «Foto di Anna», «Foto di gruppo con zia Nata», mi colpì la prima nella quale, con pochi versi come pennellate, dipingeva la sua vita:

Mi porto in giro un corpo leggero
lievitato alla fatica del vivere
che ancora adesso raramente s’inceppa
nei disagi del viaggio che s’inerpica
baldanzoso sopra i dossi sale e scende
scalini predilige le marce sulle distanze
lunghe. È l’anima invece che stanca
di far da vela o propellente alle volte
s’affloscia e s’inzavorra. Occorre
che nuovo vento la sospinga perché tenda
ai suoi fiati i mille nodi

col pensiero conclusivo, breve ma significativo, di Carmelo Pirrera, editore, amico e curatore della collana: «Graffiando la vernice di un “quotidiano” di finto e a volte patetico decoro, Giorgia Stecher in componimenti lucidi e attenti, dove l’ironia dosata con mano accorta e garbata o corrosiva presenza, perviene ad immagini inedite di un mondo che pure è sotto gli occhi di ognuno». E ricordo, ancora oggi, una frase di Mario Luzi che aveva particolarmente colpito Giorgia, in un suo incontro col Poeta, da riportarla integralmente sul ben noto quotidiano locale: «l’artista è chiamato a qualcosa, a una richiesta della sua natura a cui lui deve rispondere attraverso la porta dell’autenticità e della legittimazione che lo autorizza a interpretare anche gli altri».
E in Giorgia tutto è autenticamente vero!
Quale gioia provai molti anni dopo – anch’io ero stata invitata come poetessa ad una nota manifestazione letteraria – quando si sedette al mio stesso tavolo. Le confessai timidamente di portare, da anni sempre con me, la poesia «Messina» e gliela mostrai.
Giorgia, con quel suo sorriso del quale si vestiva come nei giorni di festa, non fu per nulla sorpresa della cosa. Mi confessò che le poesie camminavano da sole per strade diverse dalle sue. Scrisse su questo anche una poesia, titolata «Versi», che trovai nel volumetto Il conto in rosso, uscito postumo:

I versi che ho scritto camminano
per me con gli stivali delle sette
leghe. Io ferma: Loro di già
approdati in altra terra
senza ch’io ne sapessi.
A volte mi tornano per bocche
sconosciute che di loro mi parlano
ed io resto stranita per ciò che
a sentir quelle hanno svelato
cose mai transitate dalla mente e che
saranno sfuggite mio malgrado dal secretaire
di cui custode gelosa mi credevo
ineccepibile e parsimoniosa.

Da allora, marzo 1986, ebbe inizio la nostra amicizia, un sodalizio artistico e affettivo unico, fatto di amore per la poesia dei sentimenti, delle piccole cose, della lotta quotidiana, del desiderio di fermare il tempo, della ricerca della bellezza sia essa manifestazione della natura che interiore, schiva da ogni bassezza o compromesso che invita, nonostante tutto, a sognare e a sperare in un’armonia universale, che è già certezza di eternità. Ci scambiammo i nostri libri e fu così che ebbi tra le mani il volume Qual Nobel Bettina Ed. Il Vertice, raccolta di poesie, ordinata da lei stessa e dedicata alla Madre, molte delle quali, già apparse in riviste ed antologie letterarie.
La sintesi di Dario Bellezza nella prefazione al testo: «anche la Stecher è alla fine una poetessa d’amore, d’amore sublimato nelle cose, e nei giorni, nella follia dei gesti ripetuti e imbalsamati nelle ore e nel secolo, ma tutti virtuosamente casti, non esibizionistici, un po’ timidi, forse talvolta reticenti, fieri di una sicilitudine antica e rimossa per un forte contatto con le atrocità della vita e della Storia», mi trovò concorde e, in particolare, questi versi mi toccarono il cuore:

E un giorno
diventerò patetica
quando con mani insicure
rovisterò il passato
per trovarvi l’appiglio
alla sopravvivenza
e nel sorriso dei figli
la condiscendenza annoiata scoprirò
che si riserva ai vecchi
e non saprò
se sia meglio morire
o aggrappati ai relitti
tenacemente resistere.
…. Voglio essere viva sulle ali
del mondo ora che il tramonto
si attarda nella piega dell’occhio
che la gola s’increspa nel riflesso
sfrontato dello specchio…

Ed ancora…

La felicità che stava nei miei occhi
non appena ti ho visto
contro il banco del bar
– Andiamo altrove a prendere il caffè?-
La felicità che stava nella mia mano
che stringeva la tua
– stringimi la mano ti prego –
La felicità che mi girava attorno
mi sfiorò i capelli una volta
una sola volta lungo il corso
arrancante dei miei anni
La felicità che comparve e disparve
in un solo giorno imbarcatasi
con te nella stazione di Giardini
in un famelico treno…
La felicità che avremmo voluto
esistesse negli altri in noi
in un raggiungibile luogo
concreta e catturabile con nostre
minuscole reti ed invece
era la chimera dalle mille facce
quelle improbabili della nostra illusione

(Dalle Nebbie VII XI XIV)

L’Amico Emanuele Schembari – poeta scrittore, saggista – in un articolo apparso il 24/2/87 sulla Gazzetta del Sud, dal titolo Il poeta e le sensazioni minime Qual Nobel Bettina (1986), libro di Giorgia Stecher, ha saputo egregiamente cogliere l’anima di Giorgia, espressa nelle poesie di questa raccolta:

«…Quella della Stecher è una poesia giocata su sensazioni minime, suscitate da piccoli episodi, dall’osservazione del quotidiano, immersa in una realtà limitata, in apparenza, che cresce e finisce col rappresentare, tutta la drammaticità del vivere. La voce è dimessa, senza canto, senza compiacimenti, con versi al limite della prosa ma che, alla conclusione di ogni lirica, sfumano in struggente poeticità. L’autenticità della sua proposta è racchiusa nella parola, che tende a trasformarsi in una sorta di amara e malinconica autoironia. E le poesie appaiono come una serie di segmenti, appartenenti ad una lunghissima, non conclusa linea spezzata, nella sequenza logica delle idee, espresse in dialoghi senza risposte, in monologhi pensosi, in interrogativi ai quali, implicitamente si è già risposto…»

Come non trasalire leggendo i versi delle poesie «Non credo che tornino», oppure «Chissà chi muove i fili». ed ancora «Mi rimane», «Ripieghi», «Una fede» e «Alla poesia».
Istanti, frammenti, cocci di vita alla ricerca della felicità, con bilanci a perdere, in amore come donna (figlia-moglie-madre), nell’amicizia, nei rapporti con se stessa e con gli altri, nelle verità celate o sottintese, nelle battaglie sociali per la dignità dei simili, nel vortice dell’esistenza alla ricerca di un piccolo spazio dove custodire la magia delle attese, i sogni ad occhi aperti, i sassolini colorati e luminescenti raccolti per strada ….Momenti di eternità, registrati in un taccuino del cuore quasi a voler fermare il tempo, a rubare attimi di poesia alla

«zampata del tempo, fotogrammi scollati,/ spezzoni di vita vissuta o solo/ desiderata, paure sotterrate/ nei meandri dell’anima» (Sogni a Mantova). E mi appare una «bambina bellissima che circolava per casa e a cui tutte le fate/ regalarono doni / anche quella cattiva/ che qualcosa portò a nostra insaputa e in un posto recondito la mise» (Vedo vengo parto) con sogni, desideri, speranze naufragate/ …nel si deve e nel si può- non si può (La Frode), e poi la vita fatta di strade, di conti da saldare, di scelte, imposte o fatte per caso, o dettate dal cuore, che non lascia vedere oltre la speranza e l’illusione, verso porti vagheggiati, stazioni con valigie cariche di attese, «fatte e disfatte, i relitti degli amori passati… Il regno fantastico dov’ero / ad inseguir nuvole bugiarde o l’angelo del focolare», il quotidiano senza più un palpito d’amore (Donne), che fagocita ogni aspirazione, ogni partenza, ogni poesia dalle pagine accartocciate della vita. E ci si ritrova con le rughe in viso a fare bilanci che sono sempre in rosso perché la giovinezza è ormai inevitabilmente sparita con il suo scrigno magico ammaliatore e allora che resta, oltre l’amicizia sincera e rara di pochi, se non la poesia a farci continuare a vivere?

«Mi rimane quel poco che ho rubato/ all’ordine delle cose predisposte/ ai doveri sanciti nei consessi dei padri./ Svicolando dall’area dei tutori dell’ordine/ puntualmente maschi e trasgressori/ ho compreso l’ebbrezza del cleptomane/ nel sottrarre l’oggetto dal bazar./ Mi rimane quel poco che ho rubato/ all’angelo del focolare nell’icona/ quando riposte le ali ho camminato/ con i miei piedi pesanti sulla terra».

La poesia, come memoria, come «linea spezzata» da fissare nel tempo a noi stessi e agli altri, luoghi, affetti, momenti particolari che non si vogliono perdere perché fanno parte di noi e della nostra storia è il motivo recondito delle successive raccolte Album (Ed. Il Vertice) e Altre foto per Album (Scettro del Re) 1991, 1996 con l’inserimento di altri personaggi ed eventi da eternare in versi, «dove il dato personale, il riferimento autobiografico, il richiamo al quotidiano – grazie al garbo che è della scrittura – si fanno poesia, cioè pane che è possibile dividere con gli altri», come ha ben messo in evidenza Carmelo Pirrera, nella postfazione ad Album.

Sono sempre con me
quelli che se ne andarono
inghiottiti dal gelo della notte!
Alcuni sedevano miti sulla soglia
guardando il dispiegarsi degli eventi
in recondite stanze architettati
Altri solcavano la vita
col passo trionfante distribuendo
fulmini e blandizie tutti
però credendo di avere nel forziere
una fetta cospicua di minieternità.
Un turbine li spazzò via ad uno ad uno
nel volgere di un giorno!
Di loro ben poco è rimasto
oltre la cineteca del ricordo
a cui ho accesso io sola
ed all’antologia delle canzoni
che zufolo nell’intento di evocarli.

Mentre per Giorgio Linguaglossa, nella Postfazione ad Altre foto per Album:

«…la Stecher non vuole salvare il mondo, né riscattare la morte, l’arte può al massimo risarcire con una moneta fuori corso l’ingresso nel Nulla di un “piccolo mondo antico” spazzato via dalla intercapedine del Tempo, l’irrompere devastante di una modernità selvaggia…“il dignitoso commiato” di un’epoca … di una borghesia interrotta, prima del boom economico e rimasta senza il naturale ricambio generazionale. Mai nessun accenno al presente, soltanto il filo del ricordo che introduce ad uno ad uno i personaggi sulla scena del minuscolo teatro dei pupi. Dopo ogni comparsa cala il sipario».

Le foto di famiglia, alcuni avi morti nel terremoto del 1908 presenti all’obiettivo, sono l’unica «traccia del loro (nostro) breve passaggio in questo mondo», come chiarisce la stessa Autrice nell’apertura di Album, che si pregia di ben due «Autoscatti»: «uno si rivede da mamma prosperosa/ dalla predica facile…la ragazza coi fiori nei capelli/ e col cuore che canta/ oltre la convenzione dell’età/ la ragazza che inalbera/ una forsennata speranza/ malgrado tutto malgrado gli altri/ e voi cari figlioli che macinate/ implacabili il mio tempo», l’altro fa una descrizione di sé molto veritiera: «Non posso farci nulla sono svizzera/ l’orologio è il mio buttafuori/ l’amico che inflessibile mi lancia/ mi riprende mi stende mi appallottola,/ l’amico a cui son grata perché non mi gabella non m’illude/ nel suo ingranaggio m’include/ con scansioni assordanti».

Ma la mia preferita di questa raccolta non è «Raccontava mia Madre – ad Alfonso Gatto», dove Giorgia ironizza sull’origine della sua Musa ma è «Altra foto di mia Madre» per quella sorta di complicità tra le due vite accomunate dall’età e dalle sofferenze:

«Tu lo sai bene come non giunse al piano/ la mia strada e come tenera voce non mi avvolse./ Tu lo sai bene come il fiume del tempo/ lascia erose le rive e rami secchi/ ammassa lungo la foce./ Tu lo sai bene che mi vieni incontro/ nell’ombra maculata delle acacie/ il tuo vestito a pois sul fondo azzurro/ e l’alone dorato dei capelli mentre ti guardo/ spenta come oggi sei e ti vedo e mi vedo come siamo: Basta un lampo degli occhi/ per capirci».

«Quasi tutti i versi sono endecasillabi scanditi su un ritmo piano e perfino docile e invitano a seguire il dipanarsi delle figure in movimenti essenziali ed eleganti. Da qui l’impressione di entrare in un piccolo museo in cui sono raccolti sogni perduti e ritrovati, speranze, situazioni in atto, presenze della fantasia e presenze della realtà vissuta, E l’impressione si fa sempre più spazio d’una civiltà che non vuole rinunciare al retaggio del vecchio mondo ma è consapevole che il mondo sparirebbe se tutto fosse segregato e limitato». Ci fa notare Dante Maffìa, presentatore di questa singolare raccolta, nella quale è presente, oltre le notizie bibliografiche sull’Autrice con gli editi, anche una ricca bibliografia della critica.

Dal marzo 1986 Giorgia fu per me, oltre che amica, anche preziosa ed insostituibile collaboratrice per un progetto letterario dedicato ai giovani delle Scuole Medie Superiori e successivamente aperto a tutti i poeti: il Premio di poesia “Mario Rappazzo”. Sua fu l’idea della poesia inedita e di un premio nazionale condividendo con me gli amici poeti, critici e scrittori. Fu componente effettiva dal 1993 al 1995; a lei anche il compito della stesura dei giudizi sulle poesie vincitrici. Intanto alternava periodi via via sempre più lunghi tra Messina e Trento quando ci incontravamo -ora di rado- era sempre sorridente, non mostrandomi segni di sofferenza o di cedimento anzi quando ci sentivamo telefonicamente la voce era serena e calda come sempre. Nascondendomi fino alla fine la gravità del suo male, mi dettò per telefono i giudizi critici poco prima di lasciarci.
Di tanto in tanto leggevo sue poesie pubblicate su antologie; trovai bellissima «Tramonti» pubblicata nel 1993 in La Musa dentro (Blu di Prussia Ed.) e poi trovata ne «Il conto in rosso» (Ed. Il Gabbiano):

«Come s’imbruma il dorato riverbero
del mondo e come le campane smettono di suonare!
Il tramonto comincia
con questo inabissarsi delle luci
con queste piccole porte che si chiudono
tante le mani che già si ritraggono
lasciando segni nell’aria del loro
breve cenno di saluto e se appena
ti volti più non li vedi i visi
i luoghi le sagome le orme…

e la poesia «Lettera»:

Sapessi come mi coccolo adesso
come mi crogiolo al sole in lunghi
break di pigrizia come faccio chilometri
per procurarmi una chicca
come carpisco al volo ciò che la vita
conduce, l’attimo in cui spillare
il bene dissimulato tra le anse del male
come sorrido anche quando non potrei
come ridimensiono le mie voglie
e come mi accontento anche dell’ora
rubata alla routine e al guardiano del faro
su in garitta che dietro il fascio
di luce forse mi cerca.

Consapevole del mutamento esterno operato dal male, che incalzava inesorabilmente, nascose tra le mura di un ospedale a Trento la fragilità e l’incertezza dell’attesa, rubando al tempo non più padrona di se stessa, frazioni infinitesimali e rovistando con mani insicure il passato per trovarvi un appiglio per continuare a tener testa al desiderio di lasciarsi andare con l’unica vera compagna della sua vita: la poesia «che si ricordi di me di tanto in tanto e che mi faccia cenno e che mi chiami per rinverdirmi l’idea d’esser viva» (Alla Poesia).
Il 24 aprile 1996 Giorgia è salita in punta di piedi, come era nel suo stile, sull’ultimo treno senza binari né fermate destinazione obbligata: il guardiano del Faro; il datore della luce, del mare, della bellezza è là che l’aspetta, un breve cenno della mano alzata: la sua voce come sussurro di vento ci lascia il suo «Commiato» (dicembre 1995), indirizzato alla sua amica del cuore, Giulia Perroni, il suo testamento spirituale che non è un addio ma un ritrovarsi nell’autenticità della sua poesia che ce la rende viva, ancora oggi, in mezzo a noi e in noi.

                              a Giulia

Tutto mi serve 
la parola dorata che bussa alla mia porta
Un sorriso dell’anima che mi giunga da te
da chicchessia.
Non son più la padrona di me stessa com’era
fino a ieri, altro padrone subdolo mi abita
adesso rubo qualche giorno ai giorni e non so
fino a quando potrò farlo. Il tempo
in fondo al tunnel è come una nebulosa che mi attende
dovrò per forza entrarci prima o poi e in quel nulla
dissolvermi salutati gli amici: te dentro il tuo giardino
gli altri e tutti che compagni mi furono nel bene
qualcuno anche nel male veramente ma quello
non l’ho visto che in un lampo, era te
che inseguivo e quelli come te rari e lontani
perduti in mille sogni di bellezza.

(Marisa Armato,  gennaio 2019)

Giorgia Stecher volto

Dieci poesie da Pagine poetiche sparse

Io volo sul filo del giorno

Io volo sul filo del giorno
come il gabbiamo sull’onda.
Non più mi appartengono
le ore chiare del sole
che con pane ed affetti
ho barattato.
Chi mai mi presterà
l’attimo imprescindibile
per carpire dal branco guizzante
la rondine d’argento
senza affondare le ali
nell’acqua inquinata?

.

L’illusione

dove sono le snelle ragazze
d’ambra che nei giardini a mare
correvano con me nei meriggi
abbacinati d’agosto?
Aiuole a rosmarino e odore di
salsedine dai flutti sbriciolati
sul parapetto di granito.
E dove quella coi capelli
di sole, viola gialla
tra un mazzo di viole?
In un fagotto di donna per via
ti ho intravisto, compagna
dei giochi andati col vento
della sera o tra le pieghe
di uno stanco viso, il tuo sorriso.

.
Ringraziamento

Anche questo ti devo
magnifica trivella della mia anima
che tanto in fondo hai scavato
da raggiungere la linfa segreta
che in oscuri rivoli
si disperdeva.
Attonita attingo alla fonte
in cui si muta questa vena di poesia.
Ruscello, torrente, fiume impetuoso diventa!
Sconvolgi le uniformi trame
di questo mio vivere all’ombra
nel cantuccio in cui mi sospinsero
risacche di timidezze e di pudori,
e liberami, liberami,
travolgimi nel turbinio spumoso
della tua acqua chiara
che corre verso il mare!
ho rivisto, primavera.
Ma voi non eravate certamente,
io non conosco queste signore
grevi che dicono con me
di aver giocato.
Non ditelo!
Levigati e tersi ancora i volti
che i miei specchi riflettono
al mattino ed agili le membra
che avviano il motore.
Non ditelo, io non conosco
queste grevi signore!

.

Dall’asse della mia retta parallela

Dall’asse della mia retta parallela
guardo alla tua e vivere ti vedo
ma ciò che vedo
un miraggio è solo
ché se tendo una mano per toccarti
in dorato pulviscolo
l’immagine dilegua.

suprema ottusità dell’illusione
se altri prima di noi hanno sancito
che mai si toccheranno
due rette parallele.

.

All’ellisse del tuo volo

All’ellisse del tuo volo
d’ape inquieta
tra fiori senza nettare,
il bandolo ho legato
dei segreti pensieri.
Con l’eco del tuo nome,
son sicura,
io ridarò alle stelle
nell’ora del commiato
la flebile mia voce
perché nulla di magico
ho mai avuto
oltre al tuo sguardo d’amore
in un piovoso meriggio.

.

Tu mi parli

Tu mi parli con voce sommessa
e da distanze lunghe.
Onde sonore m’investono
di aggrovigliati bisbigli
che decifrar non posso.
parlami chiaro e forte
che l’eco delle parole
si propaghi e risuoni
per le mie stanze vuote
dove da troppo tempo
io vivo in quest’attesa;
allora solamente risponderò,
allora solamente.

.

Le case delle suore

Le case delle suore hanno facciate bianche
e grandi finestre verdi
che sempre chiuse stanno.
All’interno esse hanno un patio ombroso
con qualche macchia di sole
e sale silenziose dove tra i pochi arredi
disposti all’intorno con molta simmetria,
campeggiano la statua della santa protettrice,
il ritratto della fondatrice, del papa,
il gruppo delle consorelle;
e corridoi lunghissimi, odorosi e lucenti
che l’occhio poi smarrisce
perché forse svaniscono in cielo.
çe case delle suore hanno canti bellissimi
con voci di fanciulle e accordi di pianole,
tutte cose che altrove non si trovano più;
e vi aleggia una quiete, un sapore d’antico
in cui qualcuna delle mie radici
nei momenti d’angoscia ancor oggi s’inoltra.
O case delle suore che restate,
chissà cosa sarebbe della pace che avete
se le grandi vostre finestre di speranza
voi dischiudeste al mondo.

.

Mille volte

Mille volte abbiamo annodato
i fili del nostro patto d’amore
e mille volte li abbiamo disciolti.
Pazienza folle che solo
gli schizofrenici invidiarono,
dannato gioco di vecchi bambini
in cui s’incenerirono
tutti i più verdi abeti
delle nostre finestre.

.
Il platano

Un albero hanno lasciato in via Brasile
dentro un cortile tra i nuovi palazzi;
un platano gigantesco superstite retaggio
di un’epoca remota, posto colà a vegliare,
con l’ombra sua possente, case di pescatori
e reti e nasse.
Il coraggio di abbatterlo è mancato
ai vandali solerti del creato
e lo si può vedere tra tre spigoli,
spezzati i rami, spiumati ed adattati
in quell’esiguo spazio in cui l’hanno costretto.
Delle sue antiche fronde una ne resta,
ad un sopravvissuto cielo protesa,
le irte bacche e le palmate foglie a sostenere.
Quel platano son io, tutte le donne siamo:
da quell’esiguo spazio in cui ci hanno costretto
a più liberi cieli proteso il superstite ramo
nel trionfo fiorito
di tutte le sue bacche e le sue foglie.

.

Il necrologio

Il necrologio diceva:
“Sposa e madre esemplare
dedicò la sua vita
al culto della famiglia”.
Conosco il tipo:
tutte le cure ai pochi fiori
della sua piccola serra
da sfoggiare sull’abito più bello;
neanche un po’ d’acqua
ai campi abbandonati e riarsi
dietro il muro alto della casa.

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Inaugurazione della Mostra di Giorgio Ortona, 2 aprile 2019, ore 11.00 Roma, Polo Museale Atac via Bartolomeo Bossi, 7 – Roma, Esposizione da lunedì al sabato ore 19.00-15.30, Scritti di Letizia Leone e Giorgio Linguaglossa, Emanuele salvato dall’Atac

Giorgio Ortona Invito Mostra

Comunicato stampa Mostra Giorgio Ortona

Giorgio Ortona Atac, 2019, olio su tela, 30 x 64 cm

Giorgio Ortona, Atac, 2019, olio su tela 30×64

Emanuele salvato dall’Atac

di Letizia Leone

Il ritratto che Giorgio Ortona ha dedicato ad Emanuele Di Porto, con un tram alle spalle, ha per titolo un’intera didascalia: la diretta testimonianza in romanesco di colui che è sfuggito al rastrellamento del ghetto di Roma il 16 ottobre 1943: «…e so arivato lì, a piazza Monte Savello, li c’ereno i tranve, so montato sul tranve e c’era quello che spezzava i bijetti, là, all’epoca. Jò detto guarda, so ebbreo e me stanno a cercà i tedeschi, questo me fa, mettete qua vicino a me. Poi a una cert’ora me dà pure ’n pezzo de pane. Due giorni so stato sul tranve, ho dormito sul tranve, e questi dell’atac m’hanno aiutato, se vede che se l’erano detti uno coll’altro, insomma, che io stavo là e giravo sempre co sto tranve qua: era ‘a circolare. Cosa pensavo? Pensavo a mia madre, il pensiero mio stava su mia madre, subito morta lì ai campi di concentramento…».

Quel ragazzino, oggi quasi novantenne, per diversi giorni ha osservato con angoscia e disperazione la città dai finestrini di un tram, così per frammenti sconnessi, palazzi e strade sconosciute, da capolinea a capolinea. Poi ha trascorso qualche notte sulla torretta adibita alla riparazione degli archi della linea tranviaria, dentro il deposito dell’Atac in via Prenestina, là dove gli autisti lo avevano sistemato, magari con qualche coperta, per salvarlo dalla furia nazifascista.

Giorgio Ortona Emanuele salvato dall'Atac, 2018, olio su tavola, 22 x 52 cm

Giorgio Ortona, olio su tavola, 2019, 20×52 cm

Sono qui seduta sul 14 semivuoto e cerco di ricostruire i pensieri di Emanuele, solo e al buio in quella torretta, dopo che la madre gli ha urlato «scappa, corri, va via!» dalla camionetta dei tedeschi in partenza con il suo carico umano. E mi ritrovo alla fermata sotto la Tangenziale est (Totem della pittura contemporanea) in via Prenestina, quasi all’altezza del deposito dell’Atac. Questo è un punto caldo della città, storicamente intendo. Qui vicino c‘è il Pigneto, c’è via Raimondo Montecuccoli dove Rossellini ha girato la scena madre di “Roma città aperta” con Anna Magnani, c’è il nuovo locale laccato e lustro di Necci, una volta il bar frequentato da Pasolini, magari durante i sopralluoghi con Fellini nelle vie limitrofe, via Fanfulla da Lodi o via Braccio da Montone…Qui c’è la casa dei miei genitori, a Piazzale Prenestino. Restano incisi nella memoria i cigolii notturni delle frenate, gli acuti ferrosi, i suoni striduli e amari del metallo che conciliavano il mio sonno. La casa dei miei, set di alcune scene del film di Mario Monicelli “Un borghese piccolo, piccolo” con Alberto Sordi. Qui ci sono le facciate rassegnate e annerite dei palazzi che nei quadri di Ortona diventano pasticche colorate dell’oro metafisico di Roma. Prima di essere offuscato dalla fuliggine. Pezzi di cielo, tracce colorate di un’infanzia depositata nei fondali della psiche in ognuno di noi, anche in coloro ai quali l’infanzia è stata negata. Per Ortona quel sole metafisico, o quella improbabile felicità anacronistica, è nelle matite colorate Giotto. La scatola da 6. Lui, profugo dalla Libia, non ha mai osato ambire a quella da 24, troppo costosa.

Il cromatismo di questi quadri ha dentro qualcosa di quei colori. Tracce, linee, macchie, cancellature che smangiano i confini delle cose e sembrano dilagare sulla tela, pericolosamente. Una pittura che pare voler mappare tutto lo spazio percorribile della città seguendo i tragitti degli Autobus e dei Tram. Non solo spazio orizzontale ma anche verticale del tempo e della memoria, certi buchi neri che riesce a leggere solo chi sa decifrare muri, strade, intonaci e crepe, facciate o finestre come quelle della Prenestina dove non si vede mai nessuno affacciato. Eppure l’antico portale neoclassico di una villa ottocentesca dal quale si accede agli uffici grigi dell’Atac ci sussurra che tutto è effimero e transeunte. Come se nelle cose fosse innescato un moto di accelerazione, e allora ti convinci che conviene sistemarsi sul sedile di uno di quei tram vuoti dei quadri di Ortona e intercettare il paesaggio metropolitano distrattamente, a pezzi, in fuga da un finestrino.  Perché tutto è in divenire, come suggeriscono questi quadri, anche i dati della nostra coscienza storica. Tutto è in bilico sul nulla. Apparizioni che stanno per svanire. Dunque oggi un artista non può che lavorare sul work in progress. Per tentativi, correzioni, sovrapposizioni, collage, cancellature, fotogrammi o citazioni. Opere aperte e in cammino, non solo nel colore che va sbiadendo, crescendo o dilagando, ma anche nei titoli stessi dei quadri: “Nuova mappa metropolitana I”, “Nuova mappa metropolitana II”, “Il cielo che serve” …

Le cose che hai visto non sono più le stesse di ieri o di qualche momento fa. Cambiano le coordinate psichiche e spirituali. Cambiano i colori atmosferici o i pezzi vivi del puzzle.  Allora tutta la città che vortica, il suo magma, li puoi cogliere solo per un attimo, distrattamente, da un autobus in corsa.  Un autobus rumoroso che quando frena ti scaraventa tra le braccia di un estraneo.

Giorgio Ortona La circolare, 2019, olio su tela, 40 x 70 cm

Giorgio Ortona, la Circolare, 2019, olio su tela 40×62 cm

per la mostra Emanuele salvato dall’ATAC di Giorgio Ortona

Giorgio Ortona attualizza il passato e, in questo modo, lo rende eterno. Raffigura i tram di oggi, che so, il 13, il 19, il 3 che attraversano in diagonale la città di Roma, ma li raffigura come un presente che è un passato.

Il linguaggio figurativo ha questo di buono, che forse è l’unico adatto a rappresentare la trascendenza del Passato, in quanto l’Assoluto ha la sua residenza nel Passato, soltanto lì le forme possono sostare in eterno, perché sono passate, perché il passato è l’intrascendibile, l’incondizionato, mentre il presente è la presentificazione e la convergenza di tutte le condizioni. Non è un caso che il linguaggio figurativo si manifesti attraverso i colori e le linee, perché abita una dimensione rigorosamente bidimensionale. Ciò soprattutto perché esso si esprime, mediante l’immagine, la quale  si offre mediante l’obliterazione di tutti i passaggi proposizionali e propedeutici temporali e spaziali con i quali invece deve fare i conti il linguaggio umano. Nell’immagine figurativa incontriamo l’Assoluto, ciò che è stato e non è più, il mistero del tempo che si è raggelato. La pittura ad olio su tela e su tavola di Giorgio Ortona è la tecnica più idonea per raffigurare la perfetta simultaneità e coincidenza tra l’essere e il nulla, tra la storia e l’eterno, tra passato e presente, giacché non ci sarebbe passato se non vi fosse il presente e noi che lo abitiamo.

Giorgio Ortona Atac, 2019, olio su tela, 30 x 64 cm

Giorgio Ortona, Atac, 2029, olio su tela

 È per questo motivo che il linguaggio figurativo di Giorgio Ortona abita una ontologia debole o meta stabile, per via del fatto che anche noi posti nel Presente assoluto abitiamo una ontologia meta stabile, che è e non è, agganciati all’attimo che è la compresenza di essere e del nulla. Nei tram sulle rotaie e nei filobus allacciati al trolley, in quel colori sbiaditi e indeboliti noi abbiamo l’esatta riedificazione in immagine di un passato che si è indebolito ai nostri occhi; ma è la storia che si è indebolita ed è scaduta a storialità di avvenimenti e di cose appese al filo del nulla. La pittura di Ortona non può che prendere a prestito, diciamo così, dal passato questo darsi dell’essere stato perché il mondo nel frattempo si è indebolito ed i colori sono diventati slavati e sbiaditi e diffusi, disfatti proprio come i nostri ricordi che, progressivamente, nel corso del tempo perdono lo smalto dei colori e la vivacità delle cose.

Un tempo, durante gli anni cinquanta e sessanta, Roma era attraversata in lungo e in largo dalle circolari, verdi e rosse, che erano dei tram e i binari attraversavano la città in tutte le direzioni. Poi, qualcuno pensò bene di sostituire quei tram e quei filobus con moderni autobus a nafta. Quella città ormai non c’è più e può rivivere soltanto in filmati d’epoca o in queste tele di Ortona che interpretano e attualizzano con un linguaggio figurativo del presente un mondo intrascendibile chiuso nel cassetto del passato.

È che  il linguaggio figurativo di Ortona non può utilizzare i colori da cartolina o televisivi di cui siamo invasi o il linguaggio della pittura bene educata attenta al bon ton del wishful thinking, Ortona non può non costruire quei colori e quelle linee se non mediante un’opera assidua di decostruzione e di rivisitazione del Passato in quanto passato e del Presente in quanto presente. Non c’è nessuna nostalgia in quei colori e in quelle linee, è una operazione ragguagliabile ad un espianto di organi da un morto ad un vivo, perché, è paradossale ma vero, soltanto ciò che è morto rigorosamente può dar vita ad un vivo non più vivente. Il pittore della nostra civiltà non può più adoperare i colori così come un pittore del Rinascimento li trovava già belli e posti, pronti all’uso, ma deve andarseli a costruire e reinventare in quanto ciò che è oggi pronto all’uso è ciò che è morto e sepolto. Non è soltanto un problema di ottica della modernità ma un problema del nostro tempo che vive in una ontologia meta stabile, che muta di continuo senza mai offrire ad un artista un momento di requie o di riposo al riparo dalla mutazione. E forse è proprio questa forsennata accelerazione della mutazione che ci rende manifesta la presenza del nulla nella nostra epoca di incessante mutazione delle forme e delle cose. Nello sbiadire dei colori e delle linee della pittura di Ortona noi possiamo intravvedere in filigrana la presenza costante del nulla che signoreggia e minaccia tutte le cose e noi stessi in ogni momento della nostra vita quotidiana e nella storialità del mondo post-storico. Qualcuno che non ricordo ha detto che «il passato è il lusso dei proprietari», al che mi viene da replicare che il presente è la povertà dei dispropriati, è la nostra condizione esistenziale che ci fa oscillare tra un lusso e una povertà, tra l’essere e il nulla.

Ha scritto Sartre: «Il nulla, se non è sostenuto dall’essere, svanisce in quanto nulla e noi ricadiamo nell’essere. Il nulla non si può annullare che sulla base dell’essere; se del nulla può essere dato, ciò non avviene né prima né dopo l’essere, né, in senso generale, al di fuori dell’essere, ma nel seno stesso dell’essere, nel suo nocciolo, come un verme».1

(Giorgio Linguaglossa)

1 Jean-Paul Sarte, L’Être et le Néant 1943 – L’essere e il nulla, 1958, ora trad. it.  di Giuseppe Del Bo, a cura di F. Fergnani e M. Lazzari, Collezione La Cultura, Milano, Il Saggiatore, 2014, p. 134

Giorgio Ortona Nuova mappa della metropolitana I, 2010, olio su tavola, 68 x 114 cm

Giorgio Ortona, mappa della metropolitana olio su tela 68×114 cm

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Dialoghi, Commenti e Interviste a Montale e a una studiosa di poesia del Novecento del 26 marzo 2019, Interventi di Ludwig Wittgenstein, Michel Meyer, Anna Ventura, Gino Rago, Mauro Pierno, Sabino Caronia, Giorgio Linguaglossa, 

Gif gambe camminano

Anna Ventura 25 marzo 2019 alle 9:32

Il grande merito della NOE è quello di tentare un discorso importante con pochissimi mezzi economici,”Noi facciamo la politica della busta rivoltata”, diceva l’avvocato Nino Carloni, uno dei grandi fondatori della gloriosa Società dei Concerti aquilana, E Machiavelli: ”Della mia buona fede è prova la mia povertà”. Il terremoto aquilano ha provveduto a privarmi di un patrimonio immobiliare notevole, per cui oggi vivo a Montesilvano, in quelle che era una casa di vacanza. Però ho guadagnato il mare.

Gino Rago

Novecento poetico italiano/2

Una conversazione al Caffè Greco di Roma con una studiosa di poesia italiana

Domanda:

E’ possibile secondo i Suoi studi stabilire una data di nascita per il Novecento poetico italiano?

Risposta:

Sembra un paradosso, ma si può dire che la poesia italiana del ‘900 ha inizio nell’Ottocento

Domanda:

Può essere, mi perdoni, più precisa

Risposta:

Con i poeti italiani nati fra il 1880 e il 1890, da Saba, Campana e Gozzano a Palazzeschi e Ungaretti, appare del tutto evidente che la cosiddetta “opposizione” all’Ottocento in fondo continua a convivere con la continuità e con la ripresa ironico-sentimentale di forme ancora ottocentesche.

Domanda:

Perché, in che senso, questi poeti procedono allo stesso modo?

Risposta:

No. Possiamo dire che per un versante si procede per estremistica semplificazione alla abolizione della letterarietà tramandata, è il caso di Palazzeschi, ma anche di Ungaretti; per un altro versante invece si lavora a un assai ampio ed esibito, perfino esibito, riuso di quel linguaggio poetico già accettato e noto come linguaggio convenzionalmente poetico (di certo Saba e Gozzano, ma anche, sebbene parzialmente, Cardarelli e Sbarbaro).

Domanda:

Secondo Lei dove è possibile trovare le ragioni di queste due modalità di procedere

Risposta:

Non vi è dubbio che tutti i poeti italiani che hanno inventato la poesia novecentesca, lo ripeto, quelli nati negli anni ottanta dell’Ottocento, hanno iniziato a scrivere quando la scena letteraria e poetica era totalmente dominata da Pascoli e D’Annunzio, quando cioè all’inizio del Novecento Pascoli aveva 45 anni, essendo nato nel 1855, e D’Annunzio 37, essendo nato nel 1863.

Le dico di più, sia l’uno, Pascoli, sia l’altro, D’Annunzio, disponevano di una vastità di pubblico, di fama e di prestigio che nessun altro poeta riuscirà più a conquistare dopo di loro nella stessa misura.

Domanda:

Le ombre pascoliane e dannunziane sono durate a lungo

Risposta:

Sì, sono durate per lunghissimo tempo. Basti ricordare che ancora negli anni ’50 del Novecento era piuttosto raro che nelle scuole italiane si parlasse di Ungaretti e di Montale…

Domanda:

Perché secondo Lei, secondo gli studi da Lei condotti

Risposta:

Perché Ungaretti e Montale erano considerati dalla stragrande maggioranza degli insegnanti di quegli anni poeti astrusi, difficili, alla cui comprensione venivano richieste giustificazioni e/o premesse storico-ideologico-letterarie … “complesse”

Domanda:

La poesia moderna per imporsi e avere un pubblico ha dovuto aspettare a lungo

Risposta:

Anche quando le più giovani generazioni di poeti li consideravano superati per umanesimo virgiliano, Pascoli, per umanesimo superomistico, D’annunzio, ma sorpassati anche per quel macchinoso apparato formale di provenienza classicistica, Pascoli e D’Annunzio hanno continuato a occupare in lungo e in largo il Novecento poetico italiano.

Domanda:

Una spiegazione la troverei nei professori di allora, ai quali Pascoli e D’Annunzio piacevano entrambi

Risposta:

E’ vero, a quei professori piacevano entrambi perché in fondo Pascoli e D’Annunzio dimostravano che una tradizione secolare, millenaria, era ancora viva, non aveva subito interruzioni.

Ma non piacevano soltanto ai professori.

Pascoli e D’Annunzio piacevano anche ai ceti medio-bassi e medio-alti se non altro come modelli morali e ideologici.

Più precisamente, Pascoli arrivava alla piccola borghesia, alle donne, ai socialisti; D’Annunzio era invece preferito dagli snob, dai prefascisti, dai fascisti e da quelle che allora chiamavano “le femmine di lusso”.

E da poeta e scrittore prolifico, e precoce, D’Annunzio seppe tenere a lungo occupati critici come Praz, Borgese, Giacomo Debenedetti, prima di sparire sotto le rovine dello stesso “dannunzianesimo” (retorica, stile d’epoca, moda,sommerso dalle rovine della sua stessa creazione estetica…)

Domanda:

E il destino di Pascoli?

Risposta:

Il destino di Pascoli è stato diverso …

Dovrei tirare in ballo Giacomo Debenedetti e le lezioni che gli dedicò negli anni accademici 1953-’55, Cesare Garboli e anche Pasolini.

Ma oggi non ho tempo sufficiente per farlo,mi aspetta una tesista molto motivata, merita di essere curata… E’ già pronto il taxi per andare alla

Sapienza. E’ una tesi di laurea su Govoni…

eugenio montale 2

Giorgio Lingua Glossa 25 marzo 2019 alle 11:25

Dalla prefazione al Tractatus logico-filosoficus di Wittgenstein

Questo libro, forse, lo comprenderà solo colui che già a sua volta abbia pensato i pensieri ivi espressi – o, almeno, pensieri simili –. Esso non è, dunque, un manuale –.

Conseguirebbe il suo fine se procurasse piacere ad almeno uno che lo legga comprendendolo. Il libro tratta i problemi filosofici e mostra – credo – che la formulazione di questi problemi si fonda sul fraintendimento della logica del nostro linguaggio. Tutto il senso del libro si potrebbe riassumere nelle parole: tutto ciò che può essere detto si può dire chiaramente; e su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

Il libro vuole, dunque, tracciare al pensiero un limite, o piuttosto – non al pensiero stesso, ma all’espressione dei pensieri: ché, per tracciare un limite al pensiero, noi dovremmo poter pensare ambo i lati di questo limite (dovremo, dunque, poter pensare quel che pensare non si può).

Il limite non potrà, dunque, venire tracciato che nel linguaggio, e ciò che è oltre il limite non sarà che nonsenso. […]

Se quest’opera ha un valore, il suo valore consiste in due cose. In primo luogo, pensieri son qui espressi; e questo valore sarà tanto maggiore quanto meglio i pensieri saranno espressi. Quanto più si sia còlto nel segno. – Qui so d’essere rimasto ben sotto il possibile. Semplicemente poiché la mia forza è ímpari al cómpito. Possa altri venire a far ciò meglio.

Invece, la verità dei pensieri qui comunicati mi sembra intangibile e irreversibile.

Io ritengo, dunque, d’avere definitivamente risolto nell’essenziale i problemi. E, se qui non erro, il valore di quest’opera consiste allora, in secondo luogo, nel mostrare a quanto poco valga l’essere questi problemi risolti.

(L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, ed. it. a cura di A. Conte, Torino: 1998, pp. 23 sgg.)

*

Dalla prefazione alle Ricerche filosofiche:

I pensieri che pubblico nelle pagine seguenti costituiscono il precipitato di

ricerche filosofiche che mi hanno tenuto occupato negli ultimi sedici anni. Essi riguardano molti oggetti: il concetto di significato, di comprendere, di proposizione, di logica, i fondamenti della matematica, gli stati di coscienza, e altre cose ancora.

Ho messo giù tutti questi pensieri sotto forma di osservazioni, di brevi paragrafi.

Alcuni di essi sono disposti in lunghe catene e trattano il medesimo soggetto; alcuni altri cambiano bruscamente argomento, saltando da una ragione all’altra. – In principio era la mia intenzione di raccogliere tutte queste cose in un libro, la cui forma immaginavo di volta in volta diversa. Essenziale mi sembrava, in ogni caso, che i pensieri dovessero procedere da un soggetto all’altro secondo una successione naturale e continua.

Dopo diversi infelici tentativi di riunire in un tutto così fatto i risultati a cui ero

pervenuto, mi accorsi che la cosa non mi sarebbe mai riuscita, e che il meglio che potessi scrivere sarebbe sempre rimasto soltanto allo stato di osservazioni filosofiche; che non appena tentavo di costringere i miei pensieri in una direzione facendo violenza alla loro naturale inclinazione, subito questi si deformavano. – E ciò dipendeva senza dubbio dalla natura della stessa ricerca, che ci costringe a percorrere una vasta regione di pensiero in lungo e in largo e in tutte le direzioni. –

Le osservazioni filosofiche contenute in questo libro sono, per così dire, una raccolta di schizzi paesistici, nati da queste lunghe e complicate scorribande.

Gli stessi (o quasi gli stessi) punti furono avvicinati, sempre di nuovo, da direzioni differenti, e sempre nuove immagini furono schizzate. Un gran numero di esse erano state abbozzate in malo molo, o non riuscivano a cogliere le caratteristiche del soggetto, contrassegnate com’erano da tutte le manchevolezze che rivelano il cattivo disegnatore. E quando le scartai ne rimasero un certo numero, riuscite a metà, che dovettero essere riordinate e spesso tagliate, in modo da poter dare all’osservatore un’immagine del paesaggio. – Così questo libro è davvero soltanto un album. […]

Per più d’una ragione quello che pubblico qui avrà punti di contatto con quello che altri oggi scrive. – Le mie osservazioni non portano nessun marchio di fabbrica che le contrassegni come mie – così non intendo avanzare alcuna pretesa sulla loro proprietà.

Le rendo pubbliche con sentimenti dubbiosi. Che a questo lavoro, nella sua

pochezza, e nell’oscurità del tempo presente, sia dato di gettar luce in questo o in quel cervello, non è impossibile; ma che ciò avvenga non è certo probabile.

Non vorrei, con questo mio scritto, risparmiare ad altri la fatica di pensare. Ma, se fosse possibile, stimolare qualcuno a pensare da sé.

Avrei preferito produrre un buon libro. Non è andato così; ma è ormai passato il tempo in cui avrei potuto renderlo migliore.

(Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche, ed. it. a cura di M. Trinchero, Torino: 1999, pp. 3sgg.)

*

“Per una prefazione” (da un manoscritto)

Questo libro è scritto per coloro che guardano con amichevolezza allo spirito in cui è scritto. […]

Infatti, se un libro è scritto per pochi soltanto, questo lo si vedrà proprio dal fatto che saranno in pochi a capirlo. Il libro deve operare automaticamente la separazione fra coloro che lo capiscono e coloro che non lo capiscono. […]

Se dico che il mio libro è destinato solo ad una piccola cerchia di persone (se così la si può chiamare), non voglio dire, con questo, che, per me, tale cerchia sia l’élite dell’umanità; sono però le persone cui mi rivolgo, e non perché migliori o peggiori delle altre, ma perché formano la mia cerchia culturale, in certo modo sono gli uomini dalla mia patria, a differenza degli altri che mi sono stranieri.

(L. Wittgenstein, Pensieri diversi, ed. it. a c. di M. Ranchetti, Milano: 1980, pp. 24, sgg.)

Gino Rago

Novecento poetico italiano/3

Intervista immaginaria a Eugenio Montale

(su Ossi di seppia, 1925, e Le Occasioni, 1936)

Domanda:

Su Ossi di seppia con poche, necessarie parole, arte nella quale Lei ha dimostrato d’essere Maestro, non soltanto per me, ma per tutti i lettori di poesia, vorrei sentire il Suo parere …

Risposta:

Quando cominciai a scrivere le prime poesie degli Ossi di seppia avevo certo un’idea della musica nuova e della nuova pittura. Avevo sentito i Ministrels di Debussy, e nella prima edizione del libro c’era una cosetta che si sforzava di rifarli: Musica sognata. E avevo scorso gli Impressionisti del troppo diffamato Vittorio Pica. Nel ’16, nel 1916, avevo già composto il mio primo frammento tout entier à sa proie attaché: Meriggiare pallido e assorto (che modificai più tardi nella strofa finale). La preda era, s’intende, il mio paesaggio.

Domanda:

Quale idea allora di poesia…

Risposta:

Ero consapevole che la poesia non può macinare a vuoto … Un poeta non deve sciuparsi la voce solfeggiando troppo… Non bisogna scrivere una serie di poesie là dove una sola esaurisce una situazione psicologicamente determinata, un’occasione. In questo senso è prodigioso l’insegnamento di Foscolo, un poeta che non s’è ripetuto mai.

Domanda:

Già nel Suo primo libro poetico Ossi di seppia (1925) Lei mostrava insofferenza verso un modo italico di fare poesia.

Risposta:

Scrivendo il mio primo libro ubbidii a un bisogno di espressione musicale. Volevo che la mia parola fosse più aderente di quella degli altri poeti che avevo conosciuto… All’eloquenza della nostra vecchia lingua aulica volevo torcere il collo, magari a rischio di una contro eloquenza.

Domanda:

In Ossi di seppia si sente dappertutto il mare, un mare in contrasto con la lingua di allora…

Risposta:

Negli Ossi di seppia tutto era attratto e assorbito dal mare fermentante, più tardi vidi che il mare era dovunque, per me, e che persino le classiche architetture dei colli toscani erano anch’esse movimento e fuga. E anche nel nuovo libro ho continuato la mia lotta per scavare un’altra dimensione nel nostro pesante linguaggio polisillabico, che mi pareva rifiutarsi a un’esperienza come la mia … Ho maledetto spesso la nostra lingua, ma in essa e per essa sono giunto a riconoscermi inguaribilmente italiano: e senza rimpianto.

Domanda:

E su Le Occasioni

Risposta:

Non pensai a una lirica pura nel senso ch’essa ebbe anche da noi, a un gioco di suggestioni sonore; ma piuttosto a un frutto che dovesse contenere i suoi motivi senza rivelarli, o meglio senza spiattellarli. Ammesso che in arte esista una bilancia tra il di fuori e il di dentro, tra l’occasione e l’opera-oggetto bisognava esprimere l’oggetto e tacere l’occasione-spinta.

Domanda:

Esprimere l’oggetto tacendo l’occasione-spinta …

Risposta:

Un modo nuovo, non parnassiano, di immergere il lettore in medias res, un totale assorbimento delle intenzioni nei risultati oggettivi.

Domanda:

A quale frutto Lei ha pensato per Le Occasioni

Risposta:

Le Occasioni… Erano un’arancia, o meglio un limone a cui mancava uno spicchio: non proprio quello della poesia pura nel senso che ho indicato prima, ma in quello direi della musica profonda e della contemplazione.

Domanda:

Che ruolo attribuisce nella economia poetica generale de Le Occasioni a Finisterre

Risposta:

Ho completato il mio lavoro con le poesie di Finisterre perché rappresentano la mia esperienza, diciamo così, petrarchesca. Ho proiettato la Selvaggia o la Mandetta o la Delia, la chiami come vuole, dei Mottetti sullo sfondo di una guerra cosmica e terrestre, senza scopo e senza ragione, e mi sono affidato a lei, donna o nube, angelo o procellaria. Si tratta di poche poesie, nate nell’incubo degli anni ’40-42‘, forse le più libere che io abbia mai scritte ….

Domanda:

Su La Bufera e altro torniamo in un secondo momento, se Lei è d’accordo. Ora mi intriga di più sentire da Lei stesso, dalla Sua viva voce, cosa è successo alla Sua poesia, cosa si è verificato nel Suo fare poetico, dopo Satura

Visibilmente contrariato, Montale non risponde, si alza di scatto e mi indica la porta invitandomi a uscire…

Anna Ventura 25 marzo 2019 alle 14:03

Caro Gino,

la tua intervista a Montale ha aspetti interessanti, suggerisce, anche, possibili ampliamenti, data la complessità dell’opera montaliana. Il tuo, intanto, è un buon inizio verso la riscoperta dei nostri maggiori poeti, spesso più famosi che letti, e spesso fraintesi. Su Montale c’è una lettura critica sterminata, talvolta anche fuorviante. Un caro saluto.

Gino Rago

25 marzo 2019 alle 16:46

Grazie carissima Anna. Aggregare intorno a un proprio lavoro del consenso e/o qualche scheggia di apprezzamento per chi scrive lo sai bene anche tu è davvero aria pura da bere a pieni polmoni. Se poi consenso e apprezzamento arrivano da una persona di valore come te, credimi, la gioia si raddoppia. Ma lo confesso:il catalizzatore in tutti questi anni di collaborazione a L’Ombra è stato il nostro Giorgio Linguaglossa…

Giorgio Linguaglossa 25 marzo 2019 alle 17:42

Non è affatto semplice né accessibile a tutti giungere ad una nuova forma-poesia. Io ho iniziato a cercare in tutte le direzioni dalla fine degli anni ottanta, infatti nei miei primi due libri: Uccelli (1992) e Paradiso (2000) le singole sezioni sono scritte con linguaggi lievemente differenti e con stilizzazioni diverse. Il fatto è che non mi sono mai fermato ad un linguaggio, ho sempre tentato di forzare il «muro» del linguaggio poetico per andare in territori linguistici sconosciuti.

Fare questo lavoro da soli è quasi impossibile ve l’assicuro, adesso che siamo in tanti e che le forze sono maggiori, l’impresa è meno ardua. Ci si confronta, si discute, si tentano delle cose che da soli sarebbe più difficile fare.

Ad esempio la poesia che ho postato sono quattro anni che la sottopongo a revisioni e a modifiche, magari di dettaglio, di alcuni dettagli… ma alla fine la somma dei dettagli è quella che fa la differenza. Le poesie che facciamo un po’ tutti quanti della NOE sono in realtà poesie-polittico, sono delle composizioni, non più poesie nel senso tradizionale, la composizione è per eccellenza una struttura aperta… mutagena…

Pasolini e Ungaretti

Gino Rago 26 marzo 2019 alle 8:54

Novecento poetico italiano/4

Brevissimo colloquio immaginario con Montale

(sull’esordio in poesia con Gobetti, l’identificazione con gli avversari)

Domanda:

Accantonando per ora l’autoritratto diciamo “trasposto” di Arsenio e il poemetto-monologo potremmo dire “raziocinante” de I limoni, ricordo che Lei esordisce in un momento problematico, difficile per la poesia

Risposta:

Sentivo di esordire in un clima e in un momento non facili per un poeta. Eravamo agli inizi degli anni ’20 del Novecento e si avvertiva la necessità di dover dare subito una idea forte del proprio stile e anche di se stessi.

Ma in me non ci fu mai una infatuazione poetica, né alcun desiderio di ‘specializzarmi’ in questo senso. In quegli anni quasi nessuno si occupava di poesia e l’ultimo successo in quei tempi di cui abbia ricordo fu Gozzano.

Domanda:

Gozzano… Ma gli spiriti forti di allora…

Risposta:

Ma gli spiriti forti di allora dicevano male di lui e (a torto) anche io ero di quel parere.

I letterati migliori di quegli anni, che presto si riunirono intorno alla Ronda, sostenevano che la poesia dovesse scriversi da quel momento in poi in prosa.

Né dimentico che pubblicati i miei primi versi nel Primo Tempo di Giacomo Debenedetti fui accolto con ironia dai miei pochi amici, già immersi nella politica e, dal più al meno, già antifascisti, verso il ’22- ’23.

Domanda:

Potremmo dedurne che difficoltà di situazione generale e insufficienza di fede nella autoidentificazione specializzata di poeta si sommano in coincidenza dei Suoi esordi in poesia

Risposta:

Deduzione pienamente corrispondente alla verità dei fatti. Includerei soltanto quella che la psicologia definisce “identificazione con l’aggressore”

Domanda:

Intuisco il senso di ciò che dice ma può per noi essere più chiaro?

Risposta:

Sulla “Identificazione con l’aggressore”?

Direi così: se gli altri tendono a fare della ironia sul fatto che scrivo poesie, sarò io stesso a scriverle in modo da far sentire sfiducia e ironia su me stesso e anche sui poeti e sulla poesia in generale, almeno per come è volgarmente, comunemente intesa…

Domanda:

Non riesco a nascondere il mio chiodo fisso… Satura, meglio il dopo Satura… Per la Sua poesia e per la poesia italiana del dopo Satura. A un cenno del capo di Montale entra nella stanza la Gina. Capisco e tolgo il disturbo. Continua a leggere

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Intervista di Gino Rago ad un noto critico letterario, È leggibile la poesia italiana del novecento?, una Dichiarazione del filosofo Maurizio Ferraris, Poesie di Giorgio Linguaglossa e Mario M. Gabriele, Un Dialogo

gif due gambe due tacchi

È leggibile la poesia italiana del novecento?

Gino Rago
È leggibile la poesia italiana del Novecento?,
Un rapido colloquio con uno studioso di poesia italiana

Domanda:

A questo punto preciso in cui siamo, cioè prossimi ai quasi 20 anni del Duemila, potremmo forse chiederci senza pudori né remore scolastiche: è leggibile, e in che misura è leggibile, la poesia del Novecento?

Risposta:

La domanda, il dubbio sembrano fatti apposta per parlare di Guido Gozzano. Non solo di lui, ma soprattutto di lui, che con Saba è stato il più “ottocentesco” dei primi poeti del Novecento.

Domanda:

In che senso ?

Risposta:

Nel senso che in loro la modernità, per quanto si annunciasse con chiari segni (culturali, sociali, politici) non è stata un programma. Dietro i loro versi non c’è un’idea nuova di poesia.

Domanda:

Perché, si spieghi meglio…

Risposta:

La loro è anzitutto una situazione personale, che come tale viene descritta in dettaglio e con il minimo di censure letterarie. Dietro la loro poesia c’è un diario, ci sono confessioni, descrizioni dal vero e racconti da mettere in versi che abbiano una riconoscibile musica di versi, anche a costo di sembrare una nostalgica o umoristica parodia della poesia.

Domanda:

Saba e Gozzano, sono tante le analogie fra i due?

Risposta:

Le analogie fra Gozzano e Saba tuttavia finiscono presto: si limitano al loro istinto di trascinare l’Ottocento nel Novecento, ripeto l’Ottocento nel Novecento, un Ottocento piuttosto innocente, visto in una luce di crepuscolo benché evocato con un nitore da riproduzione fotografica.
Con queste ultime parole mi riferisco più a Gozzano che a Saba. E’ Gozzano che parla di pirografie, di cartoline, di dagherrotipi.

Domanda:

Volendo soffermarci su Gozzano, in tanti hanno parlato di alto grado di leggibilità della sua poesia.

Risposta:

L’alto grado di leggibilità di Gozzano è dovuto a procedimenti visivi minuziosamente descrittivi, da novella versificata.
L’intero repertorio stilistico della narrativa viene trasferito in un genere di poesia che tende irresistibilmente al poemetto: c’è una scenografia, è in corso una scena, ci sono personaggi, incontri, dialoghi, episodi e aneddoti.

Domanda:

Forse anche con un pizzico di psicologia.

Risposta:

Sì, ma c’è quella psicologia che è necessaria sia al ritratto sia alla introspezione del personaggio-poeta.

Domanda:

Si riferisce a La signorina Felicita.

Risposta:

E’ proprio quella psicologia sulla introspezione del personaggio-poeta che fa della composizione più famosa di Gozzano, La signorina Felicita, ovvero la Felicità, una novella in versi romantica “fuori tempo”, con la perfetta, forse troppo perfetta, tipizzazione della ragazza semplice e dell’avvocato sognatore, sentimentale sì ma incapace di sentimenti.

Domanda:

D’Annunzio e Pascoli sullo sfondo.

Risposta:

Appena un passo più in là rispetto al voracissimo esteta D’Annunzio, e a Pascoli, quasi un sismografo letterario iperpercettivo e insieme ossessivo.

Domanda:
Quindi Gozzano è con loro…

Risposta:

Gozzano è lì con loro ed è altrove. È meno letterato e più borghese. Non è né un malato professore di lettere né un avventuriero a caccia di piaceri inimitabili. Metricamente è meno curato, esibisce una certa nonchalance o inabilità formale.

Domanda:

Gozzano rispetto a Pascoli.

Risposta:

Il principe dei critici stilistici italiani, Gianfranco Contini, nota che le capacità tecniche di Gozzano, che a qualcuno sono sembrate o possono sembrare virtuosistiche, risultano abbastanza approssimative se confrontate con quelle eccezionalmente colte di Pascoli.

Domanda:

Vale soltanto per Gozzano verso Pascoli?

Risposta:

I poeti del Novecento italiano, che hanno spesso voluto presentarsi formalisticamente sofisticati, mostrano di aver perso competenza metrica, anche se cercano a volte di ottenere effetti di sorpresa violando regole che non erano più capaci di padroneggiare (la stessa cosa si può dire per la musica e soprattutto per le arti visive).

Domanda:

Tanta critica riconosce ancora a Gozzano un forte patrimonio di risorse comunicative.

Risposta:

Le risorse comunicative di Gozzano sono dovute a un esperimento riuscito nell’accostare, magari con qualche intenzionale goffaggine, il prosastico e il poetico, il parlato borghese e un’ostentata vocalità metrica. È come se scrivesse recitando da letterato, ma per essere letto anche, se non soprattutto, da non letterati.
La sua poesia, i suoi versi allestiscono una perfetta messa in scena, un teatro al quale il lettore-spettatore non può resistere.
Basta citare poche strofe e si entra subito nel gioco, in medias res, davvero in mezzo alle cose, ai fatti, letteralmente, secondo la regola che Orazio prescrive al poeta epico.

Domanda:

E infatti: “Signorina Felicita a quest’ora scende la sera nel giardino antico della tua casa…”

Risposta:

E così per stare al suo gioco scende il ricordo nel cuore amico e poi la cerulea Dora, e Ivrea… E il dolce paese che non dico.

Domanda:

E su Saba?

Risposta:

Se Lei vuole, di Saba parleremo in qualche altra occasione, ora sto per andare a Nemi, per la sagra delle fragole

Maurizio Ferraris

23 marzo 2019 alle 12.58

…a proposito del contenuto di verità di un discorso (incluso anche del discorso poetico, con i suoi generi e sotto generi) vorrei citare questo brano del filosofo Maurizio Ferraris il quale traccia una linea di demarcazione all’interno del concetto di «verità» nel mondo attuale (g.l.):

«Benvenuti nella postverità… la continuità fra postmoderno, populismo e postverità è diretta. Proprio per questo il postmoderno guarda al postruista con gli stessi occhi con cui guarderebbe la propria caricatura, e riduce la postverità a una bugia ordinaria, come ce ne sono sempre state. Ora, sostenere che non c’è niente di nuovo nella postverità non è diverso dal dire, nell’Inghilterra del primo Ottocento, che dopotutto macchine, soldi e operai ce ne sono sempre stati, dunque che cosa c’è di nuovo?
[…]
i postruisti superano di slancio la contraddizione [ndr verità-non verità] diversamente dai postmoderni non dicono che bisogna abbandonare la verità ma, al contrario, che di verità ce ne sono tantissime, parallele e alternative le une rispetto alle altre. Poi, con una mossa carica di conseguenze, enunciano il principio fondamentale della postverità: tutte le verità sono eguali, ma alcune sono più uguali delle altre, ossia nella fattispecie sono più vere e indiscutibili.

Non sena ironia, se i postmoderni si erano battuti per rendere possibile una conversazione ampia e virtualmente ininterrotta (anche con effetti lievemente comici: quanto ci sarà da dire? Non sempre siamo sulla transiberiana e dobbiamo ingannare il tempo, e oltretutto ora ci sono i telefonini e i tablet), i postruisti interrompono la conversazione alla prima obiezione, dando del bugiardo, o del venduto, o del furfante al loro interlocutore. Se la società ideale dei postmoderni era un intrattenimento infinito fra tante Sheherazade e altrettanti sultani che prima o poi morivano di sonno, la società reale dei postruisti è una cacofonia di tweet e di post in cui tutti si danno sulla voce mettendo a tacere la conversazione dell’umanità a cui i postmoderni avevano sacrificato la verità.

Ho appena parlato di “verità alternative”, come se la postverità non fosse che questo. Ma non è così…». Continua a leggere

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Rita Iacomino, Poesie da Diario di un finto inverno, Empiria, 2018 – con Il punto di vista di Giorgio Linguaglossa

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Rita Iacomino nel 1989 vince il Premio Montale con la silloge inedita Luoghi impraticabili nella memoria (Scheiwiller, 1990). Nel 1999 pubblica la raccolta Dura Verticale (Edizioni della Cometa, 2000).Nel 2010 vince il Premio Logos con la raccolta Amore di Silvia e Atlante (Giulio Perrone, 2010). Vince nel 2010 il Premio di poesia Quaderni di Lìnfera con la raccolta Poemetto tra i denti (Progetto Cultura, 2011). Con Poemetto tra i denti è finalista, nel 2012, al Premio Internazionale di Poesia Mario Luzi. Dal 2004 ha collaborato a sperimentazioni sulla parola e le identità poetiche con Perifezie: poetica per juke-box umani e portavoce e all’inedito Maite: le antifone.

Nel 2016 partecipa con l’operetta Ariadna Rewind al Festival Pépète Lumière di Lione (traduzione di Silvia Guzzi; musica di Alex Mendizabal).

 

Il punto di vista di Giorgio Linguaglossa

La coscienza, in un testo famoso in cui Freud la paragona ad un notes magico e che Derrida discute in La scrittura e la differenza, è la traccia «visibile» dell’inconscio. Ecco, io direi che la scrittura di Rita Iacomino è la traccia «visibile» del suo inconscio, la registrazione del lato in ombra della sua coscienza. Ricordo una definizione della verità che ne ha dato Severino: «l’inconscio è la verità della coscienza»; la coscienza, quella pellicola che noi crediamo intuitivamente di abitare è in realtà una sottilissima pellicola che riposa sul mare dell’inconscio. In questa accezione, possiamo dire che la scrittura della Iacomino risponde ad una urgenza psichica nel modo più immediato, con una scrittura che dell’immediatezza ne fa un imperativo categorico e una petizione claustrofobica. Scrittura dell’inconscio, dunque, travestita però da una scrittura della coscienza razionale, che si presenta sotto gli auspici e le egide di un «diario» ma «di un finto inverno», ove il titolo potrebbe venire rovesciato in «finto diario di un inverno», il che sarebbe senz’altro più plausibile ma metterebbe allo scoperto il carattere non veritativo del presunto «diario». Perché sia chiaro, in poesia ciò che emerge è sempre il non-detto, l’implicito, la metafisica del novecento lo ha stabilito in modo incontrovertibile. Perché è sempre l’implicito che risponde alla interrogatività dello spirito, quell’implicito è già un esplicitare ciò che può essere esplicitato secondo le regole della retorica e del bon ton letterario.

Un altro itinerario di lettura di questa poesia porrebbe in evidenza la crisi dell’io, della soggettività e dei suoi strumenti linguistici ed «ottici», la difficoltà di concentrare nel fuoco la «visione» delle «cose», le quali non sono mai ferme là dove noi credevamo che fossero; un altro ancora criterio di lettura di questo «Diario» è il suo presentarsi come un diario veritativo, che dispone di un contenuto di verità; e qui si dovrebbe aprire un discorso non improvvisato sullo «statuto di verità del discorso poetico» e sullo statuto di verità di un «diario»: può il «diario» come genere letterario abitare un contenuto di verità? Problemi aperti che il libro della Iacomino solleva anche a sua insaputa, o contro le sue intenzioni perché è vero che siamo entrati in un «inverno» con temperature glaciali e che in questa glaciazione anche le parole ne sono risultate investite, come ibernate per l’uso prolungato e spropositato che si fa di esse, come se fossero state messe in frigorifero. In fin dei conti, la Iacomino arriva con il suo quaderno di «diario» dove può, oltre non può andare perché dovrebbe fare i conti con la grande questione della Crisi di quella parte della cultura del novecento che va sotto il nome di crisi dell’io, e dovrebbe giungere alla messa in liquidazione dell’io quale equivalente dell’io poetico; allora sì, la Iacomino potrebbe approdare ad una nuova ontologia estetica che dalla coscienza di quella auto nullificazione dell’io ne farebbe un nuovo punto di partenza, come è accaduto ad esempio alla poesia di Donatella Costantina Giancaspero. Ed è quella dimensione che la nuova ontologia estetica sta esplorando…

Rita Iacomino

Rita Iacmino

Poesie da Diario di un finto inverno, Empiria, 2018

Diario

È tutto lì, scritto da tempo e immemorabile, il diario delle ragazze scontrose,
delle scornose, del tiepido dei giorni mediocri.
Posso invecchiare e morire da ragazza.
Sto sempre su quell’autobus e sempre in quella piazza.
Divento vecchia senza diventare adulta.
Sto relegata come un animale dentro questa gabbia
qualcosa di più feroce di me mi trattiene.
Feroce è l’accettazione, feroce è l’obbedienza, feroce è dire sì alle cose.
La bontà è feroce, la compiacenza, l’arrendevolezza.
Scrivere è atto di ferocia, non scrivere è atto di ferocia.
Assistere compiaciuti allo scempio della vita, felici nello sgozzamento delle ore,
sereni nello squassamento del giorno, della notte, questo spreco, questa perdita.
Trattenere le cose che vogliono morire.
Le cure, le ansie, l’eterna rappresentazione dell’amore.
Trattenere l’acqua che precipita nel buio
la storia che crepita nel fuoco distruttore
trattenere i giardini alluvionali
le mandrie che spariscono nei fossi che crollano nelle balze
i contadini con le mani storpie, i morti dentro tombe devastate.
Lasciare che la realtà si porti al limite della sua nudità senza l’arte,
l’arte che si ostina, nelle vesti tristi, nelle bende pietose.

 

Temporali

Ci sono i temporali
così come tante altre cose in questo mondo ci sono i temporali.
Credo che la ragione psicologica di un temporale risieda nella fretta.
La fretta di cadere, di rompersi, di allagare, di essere e consumare.

 

Le scarpe

Guardo le scarpe di mio marito.
Non è che in casa vi sia un’altra scarpa simile
io non porto scarpe simili.
È insolita, una forma insolita eppure è una scarpa
ma a me sembra diversa una cosa insolita una cosa extraterrestre ecco
è come quando si è ubriachi e le cose appaiono abnormi
una visione ma piccola da visionari inesperti.
Penso cammini
penso che potrei provarla e vedere come si muove
potrei calzare una scarpa insolita ficcare il piede nel buio di una scarpa con la sua bocca aperta
aprire la bocca di soprassalto
entrare nel buio di una bocca e volerci rimanere.

 

La montagna

Io non ho mai visto una montagna
cioè ne ho guardate tante ma viste proprio no.
È che ogni volta c’è una nebbia, una foschia, una bruma.
A volte il luccichio del sole che frantuma la visione
in altre circostanze la distanza si riempie di chiarori umidi
e poi ci sono i temporali.
Solo una volta, a Ferentino credo, stavo per cogliere il momento propizio.
Poi fui distratta da qualcosa e me ne dimenticai.

 

Il treno per Cassino

Io non credo.
Non sono un credente.
Non è che con la poesia creo mondi paralleli.
Di parallelo conosco solo i binari.
Allora da non credente viaggio in treno.
Sul treno per Cassino delle sei e 21 ad esempio si sposta il proprio punto di vista
come quando si viaggia su un razzo e si guarda il mondo a una distanza di sicurezza.
Non è che servono distanze interstellari per capire che dio non c’è,
basta il paesaggio, bastano i binari.
E fuori dal finestrino c’è uno spazio
pieno zeppo di cose che dio francamente non c’entrerebbe
a meno che non fosse così sottile da penetrare in un interstizio
tra l’occhio e la visione del mondo. Continua a leggere

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Donatella Costantina Giancaspero, Per un progetto che unisca cinema e poesia, con una poesia esemplificativa

 

Tarkovskij- stalker-1979

A. Tarkovskij, Stalker, 1979

Costantina Donatella Giancaspero vive a Roma, sua città natale. Ha compiuto studi classici e musicali, conseguendo il Diploma di Pianoforte e il Compimento Inferiore di Composizione. Collaboratrice editoriale, organizza e partecipa a eventi poetico-musicali. Suoi testi sono presenti in varie antologie. Nel 1998, esce la sua prima raccolta, Ritagli di carta e cielo, Edizioni d’arte Il Bulino (Roma), a cui seguiranno altre pubblicazioni con grafiche d’autore, anche per la Collana Cinquantunosettanta di Enrico Pulsoni, per le Edizioni Pulcinoelefante e le Copertine di M.me Webb. Nel 2013, terza classificata al Premio Astrolabio (Pisa). Di recente pubblicazione è la silloge Ma da un presagio d’ali (La Vita Felice, 2015).

*

Tarkovskij Nostalghia (1)Care amiche, cari amici che mi seguite sempre con interesse e affetto, oggi vorrei parlarvi di un progetto a cui ho pensato di recente, un progetto a cui tengo molto, perché si propone di riunire in sé due arti, cinema e poesia, apparentemente diverse tra loro, ma in realtà, come vedremo, assai affini.

Per arrivare a illustrarvi il mio progetto, prendo spunto da alcune riflessioni sull’estetica cinematografica del regista russo Andrej Tarkovskij. Mi soffermerò dunque su alcuni punti sostanziali del suo pensiero.

Il principale stabilisce che la materia prima del cinema non è la narrazione, ovvero non è la letteratura, nella quale tutto viene espresso per mezzo della lingua. In tal senso, il regista disconosce il ruolo della sceneggiatura quale mezzo necessario alla realizzazione dell’opera cinematografica. Scrive Tarkovskij: «La tendenza più spaventosa, più perniciosa per il futuro film consiste nel tentativo di attenersi esattamente nel proprio lavoro a ciò che è stato scritto sulla carta, di trasferire sullo schermo delle costruzioni pensate precedentemente, spesso puramente intellettualistiche. Una banale operazione di questo genere è in grado di effettuarla qualsiasi artigiano dotato di una certa professionalità». Invece, Tarkovskij considera il cinema un’arte «immediata», analogamente alla musica, ma anche alla poesia, come ben sappiamo: insomma, a tutte quelle espressioni artistiche che «non hanno bisogno di un linguaggio mediato».

Per Tarkovskij, l’idea fondamentale del cinema consiste nel «tempo»: «il tempo registrato nelle sue forme e manifestazioni fattuali». In sostanza, l’immagine cinematografica non è altro che «l’osservazione di un fatto che si svolge nel tempo». Lo spettatore ricerca nel cinema un’esperienza del tempo, «di quello perduto, o di quello che finora non ha trovato. L’uomo ci va alla ricerca di un’esperienza vitale del tempo, perché il cinema come nessun’altra forma d’arte, amplia, arricchisce e concentra l’esperienza fattuale dell’uomo […] Nel cinema autentico lo spettatore non è tanto uno spettatore quanto un testimone».

È interessante verificare in concreto come Tarkovskij arrivi a «scolpire il tempo» (vedi la sua famosa opera, dal titolo, appunto, Scolpire il tempo) nell’immagine cinematografica, come riesca a distaccare questa dalla logica pura e semplice della narrazione, per inserirla in una dimensione temporale. Lo spiega assai bene un ampio articolo, Conversazione sul cinema di Andrej Tarkovskij, a firma di Paolo Landi e Paolo Lago, pubblicato su Effettonotte online, rivista di critica cinematografica. Ne riporto qui uno stralcio:

«Nel cinema di Tarkovskij la scansione temporale viene in qualche modo marcata – e per questo si stacca dalla logica sequenza degli eventi della storia tout court – soprattutto quando ci si trova in situazioni di analessi e scarti temporali, cioè quando l’azione viene vissuta come un ricordo, come ad esempio ne Lo specchio. Prendiamo in considerazione le prime sequenze di questo film: la donna sullo steccato, l’arrivo del medico e le vicende iniziali nella dacia. Essendo tutte immagini di un sogno, o comunque di un ricordo, lo scalpello del tempo agisce con maggior forza. Esse emergono dalle lande desolate del ricordo e del passato, perciò si presentano scolpite sull’incedere del tempo, che non è un tempo che si realizza nell’hic et nunc. Allora, anche se in queste immagini sussiste pure una storia e una narrazione, gli stessi movimenti della macchina da presa fanno in modo che quest’ultima sia comunque secondaria, e anche che le stesse parole che si scambiano i personaggi di quest’analessi siano subordinate all’incedere scultoreamente definito del tempo. Emergono, proprio in queste sequenze, due elementi che si legano, nel cinema di Tarkovskij allo scorrere del tempo: il vento e il fuoco. Sono quasi due elementi che il regista utilizza per destrutturare e deistituzionalizzare l’azione, la logica degli eventi della storia narrata. Tramite il vento e per mezzo del fuoco si vuole forse imprimere all’intero film un andamento anti-narrativo ed “anti-spettacolare”, creare insomma, per dirla con Deleuze, il contrario di ‘immagini-movimento’».

Ma, analizzando la filmografia di Tarkovskij si potrebbero trovare molti altri importanti esempi di questo tempo «scolpito» nell’immagine. Per ulteriori approfondimenti, sarà utile la lettura dell’articolo citato.
Detto questo, io penso che la nostra poesia contemporanea potrebbe ispirarsi fortemente al tipo di estetica cinematografica fin qui esaminato. E, del resto, Tarkovskij stesso aveva colto, tra poesia e cinema, una straordinaria affinità. Ora, esattamente in questa ottica, trova la sua ragione d’essere la mia proposta di un progetto che incarni la più stretta relazione tra le due arti.

Tarkovskij Nostalghia (2)

E veniamo alla proposta concreta. Sul piano pratico, il progetto riguarda la realizzazione di un cortometraggio pensato dal regista con riferimento a un testo poetico di autore contemporaneo, da lui scelto oppure a lui proposto dal poeta stesso; un testo, in ogni caso, che contenga in sé alcuni indispensabili caratteri progettuali di originalità e innovazione.

L’intento del progetto è di porre in dialogo due autori, ciascuno nell’ambito della propria materia artistica (cinema, da una parte, poesia, dall’altra), ciascuno con la propria distinta personalità, con il proprio stile, la propria sensibilità, che lo rendono unico. Un dialogo, dunque, privo di qualsiasi proposito illustrativo, o didascalico da parte del regista nei confronti del testo poetico. Come insegna Tarkovskij, il compito del cinema, infatti, non è quello di riprodurre la letteratura, per il semplice fatto che il cinema «non ha linguaggio» e non può fare altro che mostrarsi «senza intermediari».

Ora, più la poesia perderà essa stessa il proprio aspetto «letterario» e riconoscerà, intrinseco alle immagini, il «tempo», quel tempo tarkosvkijano «scolpito» nell’inquadratura cinematografica, più la poesia sarà vicina all’essenza del cinema. E il regista, nel realizzare il progetto che io propongo, ossia quello di un cortometraggio pensato sul testo poetico, potrà sentirsi in totale sintonia col poeta, pur muovendosi in assoluta autonomia espressiva.
Solo un suggerimento tecnico: in coda al cortometraggio e prima dei titoli finali, si farà scorrere il testo e il nome del poeta.

A questo proposito, torna utile citare un precedente nella musica: il compositore francese Claude Debussy usava collocare i titoli dei suoi Préludes alla fine del brano, tra parentesi e preceduti da puntini di sospensione, con un significato quindi semplicemente allusivo rispetto all’evento musicale in sé. Non che l’evento non fosse in relazione col titolo, non che l’associazione titolo-musica risultasse arbitraria. La particolare collocazione del titolo stava a indicare, nell’intento dell’autore, il superamento di quella che poteva definirsi rappresentazione, o “pittura in musica”, e, dunque, il superamento, se vogliamo, di quella «letteratura» disconosciuta da Tarkovskij.

L’opera cinematografica così concepita, avvalendosi del supporto della casa di produzione, potrebbe essere presentata nell’ambito di qualche rassegna cinematografica o festival di richiamo internazionale, sia in Italia che all’estero, come, ad esempio, quello ben noto di Berlino, o quello di Rotterdam, o il Clermont-Ferrand Short Film Festival che, a tutt’oggi, costituisce la più importante manifestazione francese dedicata al cortometraggio.

In conclusione, cari amici, mi auguro che abbiate trovato interessante il mio progetto e spero vivamente che potrà incontrare il favore di molti artisti della regia cinematografica, con il sostegno degli organi competenti, poiché davvero mi sembra di aver dato vita a un’idea importante, in grado di realizzare il più autentico, il più costruttivo connubio tra due forme espressive, cinema e poesia, tra le più nobili dell’Arte intera. Continua a leggere

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Sangiuliano (Giuliano Santangeli), Da Belli a Pasolini: L’antilingua della poesia di Giuseppe Gioacchino Belli (Roma, 7 settembre 1791 – Roma, 21 dicembre 1863) come epica e denuncia paradossale della Roma papalina

Gioacchino Belli

Il fatto che Dante, nel suo De vulgari eloquentia, già definisse come tristiloquium la parlata romana, quando era appena sconcio del latino e non aveva ancora maturato quegli elementi fonici e lessicali che poi ne avrebbero stigmatizzato il carattere ruvido e burbanzoso per cui non riuscì mai lingua regionale, probabilmente indica che il Poeta si riferisse a effetti della pronuncia, della cadenza e della recitazione, che erano specchio di un’originaria e ben evidenziata disposizione della plebe romana. Questo essenziale aspetto della lingua restò sempre emblematico dell’ambiente, vieppiù perfezionandosi nel tempo, accolto e tramandato in letteratura in modi e a scopi molto differenti, fra i quali qui vogliamo considerare, per peculiari analogie d’intenti e di procedimenti d’ordine estetico, quelli che si rilevano nei testi del Belli e di Pierpaolo Pasolini, che, a distanza di un secolo l’un dall’altro, scrivono, in sostanziale continuità di simpatia e di raffigurazione, di una lingua e una gente che son tutt’uno, non avendo la gente altro che la lingua come mezzo di azione e, di conseguenza, come prova – o illusione – di identità. Procediamo a un confronto.

La definitiva valorizzazione del Belli, finalmente poeta etico e civile, con fatica sottratto a un’inveterata lettura da preti e goliardi sperimentata come piacere occulto e masturbatorio, ha fatto sì che ormai se ne possa esporre l’immagine completa e a tutto tondo, senza gli equivoci che nel passato hanno contribuito a sacrificarla con purghe, messe all’indice e un più o meno conscio ma sempre inopportuno pudore critico.
Se infatti per tutto il periodo dei papi-re (nel caso Cappellari e Mastai Ferretti) le ragioni dell’emarginazione e della riduzione del Belli a poetastro comico e licenzioso (l’autore dei Sonetti, naturalmente) si scorgono ben nette nei contenuti (per la denuncia aperta di una tirannide quanto mai scellerata e in cattiva fede poiché spacciata in nome e in grazia di Dio) e al tempo stesso nella provocazione di forme dissacranti, volgari e oscene, nel tempo che corre dal 1870 alla pubblicazione degli studi di Giorgio Vigolo nel 1952, non sono i motivi politici del passato a isolare l’autore, ma il lessico procace e perentorio che ormai da tutti viene considerato necessario ad un dire che esprime il genio e il severo rigore intellettuale di un artista di altissima qualità.

Nel Belli tutto è lingua, tutto si brucia per divenire magma originario di materia verbale, dotato di forza ostensiva immediata e diretta di una realtà barbarica cui somiglia, e al contempo si fa canto galoppante, martellamento ritmico su bronzo che attrae la psiche allo stadio precoscienziale, ai primordi indistinti delle passioni, a un pathos ineludibile di natura che solo l’arte attinge e governa in modo da renderlo leggibile alla coscienza. E l’intenzione esplicita del poeta ci mostra il parlare prescelto in funzione esclusiva, scartando sia qualunque forma ufficiale che ogni altra meno sconcia modalità, non solo come mezzi insufficienti a una resa adeguata, ma anche e soprattutto come strumenti di vera e propria, odiosa contraffazione, ingannevoli “a priori” se utilizzati rispetto alla specifica esigenza di fare un monumento alla plebe romana, in cui la plebe stessa si presentasse e si specchiasse fino all’orrore di sé.

Il Belli vuole esporre, non commentare, ed espone la plebe esponendo lingua, la lingua più rozza possibile che si trovi a testimoniare la vita di un genere umano che la possa parlare (o meglio si direbbe tirare addosso, vomitare, sputare e via discorrendo): una registrazione della natura come sarebbe il verso di un animale, l’eco roca di un rantolo, di un respiro, filato in versi che, nella cadenza etnica endecasillaba del parlare romano, paiono giustapporsi, farsi da soli. E un parlare di classe, non un dialetto dovuto a qualche “pattern “ culturale come i tanti vernacoli che hanno il crisma di un comune sentire municipale, e in questo ricorso a una lingua che non è sua, e in quanto tale meglio predisposta a trasformarsi in pura materia sonora nelle mani al poeta, il Belli agisce in una posizione che deve ritenersi privilegiata, maneggiando in funzione significante le parole così come uno scultore lavora il marmo in forme compatte e continue, libero dunque – il Belli – dalle ipoteche che gravano sull’uso del dialetto come «lingua del cuore».

Per tale valenza la lingua speciale del Belli, sconciata due volte rispetto ad un italiano onde si generava, per corruzione, quel dialetto ben poco individuato, come corpo linguistico strutturato, che a Roma si poteva considerare un fiorentino messo in bocca romana (data la forte toscanizzazione subita dal dialetto urbano medio), si definisce meglio come antilingua, espressione felice che è stata usata, nel libro Belli epico e popolare (Roma 1980), da un trascurato quanto eccellente studioso: Raniero Sabarini, accompagnato, almeno nella firma, dal fidato sodale Fiorenzo Nappo.

Se fu Giorgio Vigolo il primo ad aprire la strada ad una lettura adeguata del nostro poeta, fondando tante ipotesi successive che variamente avrebbero messo in luce la tempestività storica e la sensibilità etica in cui si compongono tutte le ambivalenze e le ansie personali dello scrittore, fu Sabarini l’ultimo a sviscerare, con novità e sapore di argomenti, seguendo la traccia lasciata da Carlo Muscetta, gli aspetti che fanno del Belli un autore europeo e rivoluzionario di gran rilievo, ideale continuatore della letteratura democratica dell’illuminismo, precursore dello straniamento di Brecht e dell’ironia di Hasek, frequentatore di una comicità intrinseca all’impiego dell’antilingua, con risultati di critica complessiva della cultura e dell’ideologia: specillando nel corpo dell’antilingua, Sabarini si mostra, come già il Belli, biclasse e bilingue per via di speciale empatia, in quella condizione unica e sola che permette di entrare con competenza all’interno di un dire paradossale, di un fare linguistico tutto performativo, imagine sonora di un ambiente che non si può annunciare in altro modo, perché altro non ha che l’interiezione – di cui l’imprecazione è una variante – per avvisare della sua sofferenza, che nella fattispecie sostituisce – o, se paia più giusto, costituisce – esistenza e presenza.

Che cos’è l’antilingua? L’opposto della lingua, evidentemente; e, come questa serve a veicolare valori organici sedimentati e condivisi in una società, attraversandone tutte le classi in un continuum culturale omogeneo, così quella serve a negarli, a rappresentare solo stati umorali, che inevitabilmente sono estremi, aggressivi e amari, latori di cinismo e istinto animale, risarciti soltanto da tutti i gradi del sarcasmo e l’osceno, lo spazio vitale del comico che accompagna la continua denuncia come unica reazione esistenziale a forze minacciose incontrollabili. La lingua copre vizi e difende interessi che la plebe non ha; I’antilingua è la prova, la stessa voce della disperazione e del dolore, un rantolo superbo, rassegnato ma mai riducibile a qualche consenso genuino.

Quest’antilingua, dunque, non è un dialetto (né perciò è autore dialettale il Belli), ma – si è detto – è una voce, raccolta dal poeta come folclore (di tipo urbano – è chiaro – e del tutto alieno da ogni visione romantica del fenomeno), nel modo in cui da altri si è proceduto a inventariare il canto popolare, quello più puro, senza età né autore, e spesso senza luogo o testo certo, che dilata all’intero mondo dei vinti le verità intuite nell’ignoranza. Non per nulla lo stesso Gioacchino Belli definì la favella del suo poema idioma romanesco e non romano, idiotismo continuo, effetto di abnorme sconciatura, deformazione instabile e arbitraria fermata solo nella registrazione della pagina scritta. Così, catturata la fluida e incisiva parlata dei luoghi più sordidi e ignobili della città, è in grado di esibire una sua “figura “ in cui convergono potentemente significato e significante: le descrizioni sono dirette e corpose, i giudizi sommari, espressi con nettezza e brevità, convenzioni e finzioni sono aggredite dall’irruzione dell’oscenità e dell’irriverenza più’ volgari che rompono le attese precipitando l’ascoltatore verso uno straniamento in grado di condurre al contatto intimo con la realtà sottesa alle parole; e d’altro canto dure allitterazioni, amalgami serrati e vigorosi di sibilanti e . suoni rotacizzati con effetti aspri e rochi, in traduzione acustica degli ambienti e degli umori guasti della città, dove pur “antivive” la maggior parte degli abitanti, i malestanti dell’Urbe. Di tale figura si può indovinare il colore: un livido grigio diffuso, talvolta avvivato da lampi sanguigni evocati indirettamente, soprattutto da vesti e da processioni (mettiamo il rosso che c’è in “cardinale “). Sono toni barbarici, primordiali, con rimandi all’inconscio e, in definitiva, epici e popolari – si diceva -, intendendosi l’epica in quella forma capovolta e istintiva attinente a gruppi che vivono senza essere mai soggetti della propria avventura, anche per ciò avvertita come sventura.

Tutto questo, che è frutto d’arte squisita, si potrebbe riuscire a verificare in qualunque sonetto, ma forse nessuno sarebbe efficace allo scopo quanto il seguente, che si riferisce alla prima delle manifestazioni sanfediste organizzate in risposta ai moti popolari liberali del 12 febbraio 1831: circa quattromila pezzenti furono fatti scendere, il giorno 21, dal quartiere Monti a piazza San Pietro, concedendo a una loro rappresentanza di trasportare in processione il papa. Il sonetto – per dirla con Sabarini – con un semplice elenco di soprannomi e una terzina che ne mostra un gesto, si fa ad un tempo «compiuto trattato di storia, di sociologia e di psicologia politica collettiva»:

UNO MEJJO DELL’ANTRO (n. 379, 27 gennaio 1832)

Miodine, Checcaccio, Gurgurnella,
Cacasangue, Dograzzia, Finocchietto,
Scanna, Bebberebbè, Roscio, Panzella,
Palagrossa, Codone, Merluzzetto,

Cacaritto, Ciosciò, Sgorgio, Trippella,
Rinzo, Sturbalaluna, Pidocchietto,
Puntattacchi, Freggnone, Gammardella,
Sciriàco, Lecchestrèfina, er Bojetto,

Manfredonio, Chichì, Chiappa, Picozza
Grillo, Chiodo, Tribbuzzio, Spaccarapa,
Fregassecco, er Ruffiano e Mastr’Ingozza.

Cuesti sò li cristiani, sora crapa,
C’a Ssampietro stacconno la carozza,
E se portonno in priscissione er Papa. Continua a leggere

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Alcune ragioni per una nuova ontologia estetica, Poesie di Donatella Costantina Giancaspero, Giorgio Linguaglossa, Gino Rago e Lidia Popa nella traduzione in romeno di Lidia Popa

Foto Emma Watson selfie

Forse il mondo ha cessato di essere significativo…

Giorgio Linguaglossa

Alcune ragioni per una nuova ontologia estetica

L’opera d’arte del Dopo il Moderno è l’unico tipo di produzione che testimonia l’invecchiamento e la deperibilità come fattori positivi che consentono sempre nuove aperture di senso.

L’opera d’arte è l’unica forma di produzione che si presenta in termini ostili alla organizzazione del consenso e del senso cui invece soggiacciono tutte le altre forme di produzione.

Forse il mondo ha cessato di essere significativo, e forse al poeta di oggi non è concesso l’accesso alle esperienze significative, ma è emblematico che alla poesia di oggi tocchi in sorte di dover stendere in versi l’epicedio esistenziale forse più lucido e disincantato della poesia di matrice novecentesca.

Oggi noi parliamo dell’indebolimento della soggettività con la tranquilla consapevolezza che ciò che possono dare le parole poetiche forse non è granché ma è pur sempre qualcosa di importante.

Il fatto è che non si può uscire dal sortilegio, o dall’immaginario direbbe Lacan; non possiamo sortire né entrare in un luogo «sconosciuto» se non mediante un trucco, un dispositivo, un cavallo di Troia, perché la città del senso la puoi prendere soltanto con un trucco, con un sortilegio, un atto di raggiro, di illusione, perché il poeta è ragguagliabile ad un illusionista che illude con le parole ed elude con le parole. «Il fatto è che non si può davvero uscire dal trucco, o dall’immaginario, come direbbe nel suo linguaggio Lacan».1
E forse in questo bivio soltanto può abitare il senso, il senso residuo dopo la combustione, se davvero v’è un senso nella parola poetica, costretta a sopravvivere in questo «indebolimento della soggettività»2 e «raffreddamento delle parole» che dura ormai da tanto tempo che ne abbiamo perfino dimenticato la scaturigine.

Il linguaggio paradossale per eccellenza è il linguaggio mitico. Nel mito, infatti, le categorie del pensiero non-contraddittorio e del principio di non-contraddizione vengono meno, sono inutilizzabili. L’«esperienza» e l’«esistenza» sono per eccellenza il terreno della massima contraddittorietà. Non abbiamo la minima idea di che cosa sia una «esperienza» e come la si faccia. Anche la forma-poesia, dunque, deve farsi carico del contraddittorio e del paradosso quali proprietà di ciò che è e di ciò che non è. Di qui la necessità di costruirsi una procedura altamente conflittuale e contraddittoria, direi «belligerante» che coniughi ciò che è contraddittorio come elemento ineliminabile della «contraddittorietà incontraddittoria».  Di qui la necessità di munirsi di uno strumento sofisticatissimo, di un linguaggio poetico che comprenda la «massima contraddittorietà incontraddittoria». Ecco spiegata la necessità improrogabile di una «nuova ontologia estetica».

Scopriamo che la poesia ha a che fare con l’illusione e l’abbaglio, piuttosto che con la certezza e la verità, categorie che già filosofi come Platone ed Eraclito non potevano accettare in ambito estetico, poiché avrebbero messo in dubbio ciò su cui si edifica il mondo dell’edificabile, il mondo del nomos e del logos, parole altisonanti ma false all’orecchio della Musa. L’illusione è lo specchio della verità: anzi, è la verità che si guarda allo specchio.

L’abbaglio, l’illusione, l’illusorietà delle illusioni, lo specchio, il riflesso dello specchio, il vuoto che si nasconde dentro lo specchio, il vuoto che sta fuori dello specchio, che è in noi e in tutte le cose, che è al di là delle cose, che è in se stesso e oltre se stesso, che dialoga con se stesso.

La petizione panlinguistica propria delle poetiche del Novecento scivola inevitabilmente nell’ombelico autoreferenziale. Il linguaggio poetico è diventato un linguaggio che si ciba di altro linguaggio, che abita una dimensione auto-fagocitatoria. Che lo si voglia o no, la poesia del novecento e del Post-novecento è stata colpita a morte dal virus del panlogismo. Dobbiamo prenderne atto. C’è sempre qualcosa al di fuori del discorso poetico, qualcosa di irriducibile ad esso, che resiste alla sua irreggimentazione. Ecco, quello che resta fuori è l’essenziale: quel qualcosa, la «Cosa», di cui nulla sappiamo se non che c’è, che esiste e resiste. E, con essa, esiste  il «vuoto», che incombe sulla «Cosa», risucchiandola nel non essere dell’essere. Forse è proprio questa la ragione fondamentale che ci impedisce di poetare alla maniera del glorioso passato e ci spinge verso una «nuova ontologia», con annesso e connesso il «vuoto», che incombe sinistro su noi tutti e tutto divora.

la riflessione di Heidegger (Sein und Zeit è del 1927) sorge in un’epoca, quella tra le due guerre mondiali, che ha vissuto una intensa problematizzazione intorno alla de-fondamentalizzazione del soggetto. Oggi, in un’epoca di crisi economica e spirituale, mi sembra che i tempi siano maturi affinché vi sia una ripresa della riflessione intorno alle successive tappe della de-fondamentalizzazione del soggetto (e dell’oggetto). L’esserci del soggetto è il nullo fondamento di un nullificante. Avrei qualche dubbio sulla scelta di porre una poesia intorno al «soggetto», perché dovremmo chiederci: quale «soggetto»?, quello che non esiste più da tempo?

Ritengo che la poesia non possa essere esentata dalla investigazione della crisi del «soggetto», e che una «nuova ontologia estetica» non può non prendere a parametro della propria pratica questa problematica.

Però, però… c’è anche un’altra forma di pensiero: il pensiero mitico.

In questa forma di pensiero noi possiamo stare, contemporaneamente, qui e là, nel tempo e fuori del tempo, nello spazio e fuori dello spazio. Il nocciolo della «nuova ontologia estetica» è questo, credo, in consonanza con il pensiero espresso dalla filosofia recente nella persona di Vincenzo Vitiello nelle due domande postate tempo fa e in accordo con il pensiero di Massimo Donà secondo il quale la «libertà» mette a soqquadro il Logos, la «libertà» infrange la «necessità» (Ananke).

«Penso dove non sono, dunque sono dove non penso»1]«L’io è strutturato esattamente come un sintomo. Non è altro che un sintomo privilegiato all’insegna del soggetto. È il sintomo umano per eccellenza, la malattia mentale dell’uomo».2]

Strilli Lucio RicordiLa cultura è spazzatura e l’arte ne dipende come la nettezza urbana dall’immondizia. Parlare di contenuto di verità a proposito dell’arte moderna è come parlare di immondizia dello spirito.
L’oggetto dell’estetica è qualcosa che non sta né qua né là. E l’arte non ha modo di acciuffarlo, se non con l’accalappiacani, o l’acchiappafarfalle. In ciò, il concetto di arte è affine a quello delle nuvole. È un concetto rarefatto. È un concetto meteorologico.

L’arte che vuole essere fondazionale, si ritrova ad essere funzionale, perché l’arte non fonda più alcunché tranne la propria metessi con lo spirito fatto di immondizia. Così, l’arte scopre la propria natura meteorologica e merceologica. L’arte suprema è la forma suprema di merceologia dello spirito.

L’arte suprema di Baudelaire ha mostrato che quella «promesse du bonheur» che essa promette è, in realtà, una truffa, in quanto essa è sempre meno sicura della propria esistenza e della propria sopravvivenza nella società delle merci. L’arte però risponde alla propria insussistenza con il ritorno del rimosso, ripresentando ogni volta quella promessa fedifraga sapendo della menzogna ma tacendo. Ed ecco come il silenzio si insinua nella sua struttura con il ritorno del rimosso. Baudelaire ci ha mostrato in maniera indiscutibile quanto quella promessa di felicità sia una truffa dello spirito servile e quanto la pacchianeria sia vicina all’arte nella sua più alta forma di espressione.

«L’oggetto dell’estetica si determina come indeterminabile, negativo. Perciò l’arte ha bisogno della filosofia, che la interpreta, per dire ciò che essa non può dire e che però può esser detto solo dall’arte, che lo dice tacendolo. I paradossi dell’estetica le sono dettati dall’oggetto: “Il bello richiede forse l’imitazione schiavistica di ciò che nelle cose è indeterminabile” (P. Valéry).

Il momento ripetitivo del gioco è copia del lavoro non libero, così come la forma di gioco che domina al di fuori dell’estetica, lo sport, ricorda obblighi pratici ed adempie incessantemente la funzione di abituare incessantemente gli uomini alle esigenze della prassi…».3

In una parola, il Bello, concetto arcaico e ingenuo, presuppone sempre la borsa della spesa, la sporta piena di delizie dolciarie da supermarket. Dà l’illusione del piacere dell’immediatezza. E invece è il piacere dell’immondizia. Il momento del piacere nella fruizione di un’opera d’arte, non può essere intuitivo né immediato se non nella forma rozza del realismo ingenuo, che ingenuo non è perché sottoposto alla mimica e alla mimesi del «reale». Quindi, il problema si ripresenta sempre allo stesso modo. E risponde alla medesima domanda: Quest’arte è realistica? È rispondente ai criteri di ciò che intendiamo per realismo?

Il fatto è che nell’epoca del crescente impoverimento dello spirito soggettivo, di fronte al factum brutum dell’obiettività sociale, l’arte è costretta a dichiarare bancarotta e a recedere a ironizzazione dello stile floreale, a parodia dello stile.

Quindi, stabilire che cos’è il «reale» e che cosa intendiamo per reale è sempre prioritario per l’arte che non voglia apparire in funzione decorativa o utilitaristica. Però, l’arte che va a letto con il «reale» recita la parte della concubina fedifraga, e non è neanche tanto seria quanto vorrebbe apparire. Epperò, la poca serietà dell’arte è sorella della sua natura fedifraga.

«Mediante la moda l’arte va a letto con ciò cui è costretta a rinunciare e ne trae forze che si atrofizzano sotto la rinuncia; senza di questa, tuttavia, l’arte non ci sarebbe. L’arte, come apparenza, è il vestito di un corpo invisibile. La moda è il vestito come assolutezza. In questo la moda e l’arte si capiscono». 4

Direi che la moda è il vestito del corpo visibile, e l’arte di quello invisibile.

«Il concetto di corrente alla moda – moda e arte moderna sono termini linguisticamente affini – è un caso disperato».5

 Nell’ambito della comunicazione globale, arte e nettezza urbana vanno a braccetto. Quel tanto di spirito soggettivo che trasuda dai suoi belletti, richiama alla mente l’abito della Signora Sosostris.

1 Pier Aldo Rovatti, Abitare la distanza, Raffaello Cortina Editore, 2007 p. 87
2 Ibidem p. 79
3 T.W. Adorno, Teoria estetica Einaudi, 1970 p. 445
4 Ibidem p. 447
5 Ibidem p. 449

 

Due poesie inedite di Donatella Costantina Giancaspero
Canto

Dove si scrosta l’asfalto
e il dissesto degrada certezze già erose
di strade.

Dove una stenta sterpaglia umilia la terra
e dirada speranze già vane
di case.

Dove il cielo trascina
una gonfia materia di ombra,
che sosta al mattino dubbiosa,
si agita, a un tratto,
se offesa da un soffio di gelo.

E, percossa dal tuo crudo pensiero,
nella notte s’incrina.

*

Cântec

Unde asfaltul stă să crape
iar perturbarea degradează certitudini deja erodate
de drumuri.

Unde o așa zisă desertăciune a umilit pământul
și rărește speranțe deja zadarnice
de case.

Unde cerul trage după sine
o materie umflată de umbră,
ce oprire de dimineaţă îndoielnică,
se agită, dintr-o dată,
este ofensată de o respirație de gheaţă.

Iar, parcursă de gândul tău crud,
în noaptea în care cedează.

*

Non potevamo mancare

Non potevamo mancare
all’appuntamento con il tramonto,
in questo giardino severo
di alberi soli,
tesi, come accuse al cielo.

Non potevamo non esserci
dopo molti giri a vuoto,
fuggendo i veleni, le trappole urbane,
tentando una falla, il filo sfilato,
nella trama del tempo, che ci contiene.

È un sollievo questa tregua di terra e rami
e l’ora che chiude il giorno.
Lento il respiro, se è per cedere
anche l’ultimo chiaro, a ovest,

e la sera ci salva.

*

N-am putut rata

N-am putut rata
întâlnirea cu apusul de soare,
în această grădină severă
de copaci singuri,
încremeniți, precum acuzațiile adresate cerului.

N-am putut să nu fim acolo
după multe ture goale,
scăpând de otrăvuri, capcanele urbane,
încercând un defect, un fir deșirat,
în complotul timpului care ne conţine.

Este o uşurare acest armistiţiu al pământului şi al ramurilor.
și ora care închide ziua.
Respiraţie lentă, dacă e să renunţi
chiar şi ultimul lucru clar, la vest,

și seara ne salvează.

(traduzione in rumeno di Lidia Popa)

Giorgio Linguaglossa e Alfredo rienzi Accettura, 13 agosto 2017

due poesie inedite di Giorgio Linguaglossa

da Risposta del Signor Cogito
La polizia segreta interroga il Signor Cogito

I
Si annuncia con il tinnire di monete false,
un flash al magnesio, un sentore di uova marce: il Signor K.

La redingote del Signor Cogito
si siede di fronte alla finestra. Attende.

Il Signor K. si siede sulla sedia rossa,
emana un profumo di cipria la sua parrucca

impolverata, parla nella lingua dei corvi:
eptaedri, triedri, dodecaedri.

La polizia segreta interroga il Signor Cogito.
Chiedono notizie intorno al «suo occhio sincipitale».

Un riflettore illumina il volto del Signor Cogito.
Un trisma percorre a ritroso il volto del Signor Cogito.

Cogito osserva attraverso la finestra.
La finestra è aperta su un paesaggio

di colline verdi, ondulate e di tigli in fiore.
Il Signor K. indugia.

Il Signor Cogito attende.
Cogito sceglie con cura le parole,

sa che possono essere rivolte contro di lui,
attende che il buio entri dalla finestra.

II
Il Signor Cogito dice:
«Electa una via non datur recursus ad alteram».

La tigre sorride.
«Nomina sunt consequentia rerum».

La tigre sorride.
«Dunque seguono, non possono precedere le cose».

La tigre continua a sorridere.
«Le cose le avete fabbricate ma le parole…».
.
La lampada al neon illumina la faccia dell’imputato.
«No, quelle non potete fabbricarle». Continua a leggere

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Salvatore Martino, Aforismi testamentari,  Nota di lettura di Giuseppe Talìa, la fedeltà ad un proprio statuto di poeta 

Foto Come arredare una parete bianca e noiosa

Salvatore Martino è nato a Cammarata, nel 1940, nel cuore più segreto della Sicilia, il 16 gennaio del 1940. Attore e regista, vive in campagna nei pressi di Roma. Ha pubblicato: Attraverso l’Assiria (1969), La fondazione di Ninive (1977), Commemorazione dei vivi (1979), Avanzare di ritorno (1984), La tredicesima fatica (1987), Il guardiano dei cobra (1992), Le città possedute dalla luna (1998), Libro della cancellazione (2004), Nella prigione azzurra del sonetto (2009), La metamorfosi del buio (2012). Ha ottenuto i premi Ragusa, Pisa, Città di Arsita, Gaetano Salveti, Città di Adelfia, il premio della Giuria al Città di Penne e all’Alfonso Gatto, i premi Montale e Sikania per la poesia inedita. Nel 1980 gli è stato conferito il Davide di Michelangelo, nel 2000 il premio internazionale Ultimo Novecento- Pisa nel Mondo per la sezione Teatro e Poesia, nel 2005 il Premio della Presidenza del Consiglio. Nel 2014 esce con Progetto Cultura di Roma, in un unico libro, la sua produzione poetica, Cinquantanni di poesia. È direttore editoriale della rivista di Turismo e Cultura Belmondo. Dal 2002 al 2010  con la direzione di Sergio Campailla , insieme a Fabio Pierangeli ha tenuto un laboratorio di scrittura  creativa poetica presso l’Università Roma Tre, e nel 2008, un Master presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli.

Nota di lettura di Giuseppe Talia

Essere fedeli a se stessi. Cosa significa oggi la fedeltà ad un proprio statuto di poeta? È una domanda principe. È la domanda che si dovrebbero porre i nuovi o vecchi poeti generazionali, i quali, a dispetto della storia letteraria della seconda metà del ‘900, con lo spartiacque generato da Montale con Satura (1971) e Pasolini con Trasumanar e Organizzar (1971)  e l’avvento di Alfredo de Palchi con Sessioni con l’Analista (1967)  sulla scena poetica, non hanno avuto altri modelli che le così dette scuole minimali milanesi e romane di Milo de Angelis e di Valerio Magrelli.

Possiamo solo immaginare, e immaginiamo bene, le reazioni di Salvatore Martino agli ultimi due nomi di cui sopra. Martino, che per tutta la sua vita di attore/poeta ha sempre dedicato la sua ars poetica ad un ideale estetico rigoroso, basti pensare alle centoventidue sbarre dell’auto-consapevole prigione “azzurra” del sonetto in cui il poeta indaga, nella forma regolare di terzine e quartine, la Meditatio mortis della poesia di fine secolo. Chiude il cerchio del ‘900,  dopo aver cercato di ri-fondare Ninive con la maestranza e l’alto valore etico-estetico in un “atto fondativo”, il riconoscimento di elementi formali e materiali attraverso apposite norme giuridiche di poiesis.

Un tipico esempio di narrazione nevrotica La Fondazione di Ninive, di letteralizzazione della nevrosi, una variegata tassonomia di isterismi, di cortocircuiti del sistema nervoso in generale, in cui il tempo interno (E poi starsene a ragionare… Se sapessi quanto fu lungo…) e il tempo esterno (Quando/piove strade…) si accavallano, si avvicendano l’uno all’altro come il lampo e il tuono.

Scrive Donato di Stasi nella introduzione alla Fondazione di Ninive, “Ardente di classicità, Salvatore Martino continua a occuparsi del regno della crudeltà, indagando la fondazione della capitale assira, Ninive, giocando una straordinaria partita spazio – temporale sulle ceneri della Storia e della civiltà umanistica.

E quando un Poeta arriva, dopo un lungo percorso, a distillare dal magma di una vita dedicata alle Muse, poesie che concentrano tutta l’energia e tutti i raggi nella kora spettroscopica, allora il lettore consapevole non può esimersi dallo scandaglio che misuri non solo la profondità ma anche lo spessore degli strati,  dei sedimenti e  dei processi  che agiscono nella costruzione del sé poetico.

La massa ha finalmente rapito la poesia
e cosi ci hanno sconfessati.

 Questa silloge inedita di Martino è un lascito testamentario, un manoscritto ritrovato nella sabbia:

“Anche se l’errore è sempre dietro l’angolo, ignotum per ignotius, per insidiare una improbabile conoscenza di dare un nome all’amore, gettò le sue mani dentro il Nulla.”

Salvatore Martino in pensiero

Salvatore Martino

Giorgio Linguaglossa

2 febbraio 2018 alle 9.59

Non c’è dubbio che Salvatore Martino sia stato un poeta che non ha goduto della «visibilità» maggioritria, e pensare che si tratta di un autore di lunghissimo corso, il primo libro, Attraverso l’Assiria, risale al 1969, si tratta di cinquanta anni di poesia, ma è anche indubbio che anche poeti di alto livello come Helle Busacca, Maria Rosaria Madonna, Giorgia Stecher nel secondo novecento hanno goduto di scarsissima considerazione. Il problema posto, quindi, può essere derubricato a non problema, poiché L’Ombra delle Parole non considera tra i suoi criteri di valutazione quello della «visibilità». Per noi tutti i poeti partono, alla staffetta, su un piano di parità ontologica. La differenza la fa la valutazione estetica, solo quella. Certo, è da dire che la poesia italiana dagli anni sessanta non ha aiutato Salvatore Martino nel suo tragitto verso la «poesia», anzi, gli ha frapposto ostacoli, stilistici, politici (di politica estetica), estetici… una lunga storia che il pezzo introduttivo di Mario Gabriele ha fotografato con precisione.

È senz’altro vero quello che scrive Mario Gabriele: «I poeti del Sud, in un certo senso, si sono autoemarginati con la loro poesia, minoritaria e monotematica, legandosi al paesaggio e agli affetti familiari, saturando l’ambiente, tra realtà e mito, all’interno della cosiddetta “civiltà contadina”», ma è senz’altro vero che la rivoluzione del ’68 in Italia ha visto la poesia italiana in una posizione di sfruttamento del demanio, i poeti si sono fatti una casa propria e si sono auto dichiarati poeti, l’antologia di Berardinelli e Cordelli Il pubblico della poesia (1975) fotografava con precisione questa nuova realtà dei «poeti massa» e dei «poeti di fede», che si auto nominavano «poeti» senza aggettivi… mi correggo: con una miriade di aggettivi qualificativi.

Ecco, siamo arrivati al punto dolente: L’impiego degli aggettivi e degli attanti concreti. Se chiedete ad un poeta italiano come si regola dinanzi a questa cosa qui al massimo ti guarda come un marziano.
Il fatto è che ben pochi poeti del secondo novecento si sono posti il problema della de-fondamentalizzazione della «forma-poesia» (intendo dire delle ripercussioni che tale fenomeno ha avuto all’interno della forma-poesia), fenomeno intervenuto in Europa (non so in America ma mi sembra che li le cose non siano state diverse). Ecco una serie di problemi: che cosa significa decostruzione in poesia? Che cosa significa la dis-locazione dell’io? Che cosa significa dis-locazione dell’oggetto? – Ecco, un poeta che non si pone questi problemi è un «poeta di fede», dobbiamo credergli sulla parola, dobbiamo credere che lui sia veramente un poeta anche se non capisce niente di che cosa significa la tridimensionalità in poesia e il quadri dimensionalismo in poesia. Come disse una volta Brodskij: «dal modo con cui metti un aggettivo capisco che tipo di poeta sei».

Non c’è dubbio che Martino metta gli aggettivi in un modo consequenziale e qualificativo, ovvero, unidirezionale come gran parte della poesia italiana del secondo novecento, ma io mi chiedo sempre più spesso se non ci sia un altro modo per infilare nel verso gli aggettivi e i sostantivi, se, insomma, non ci sia una diversa ontologia estetica delle parole, se insomma, i tempi non siano maturi oggi per un Cambiamento radicale del paradigma poetico nella poesia italiana.

Salvatore Martino, Inediti (2018-2019)

Mi chiedono talvolta
perché porto due cerchi d’oro
nella mano sinistra
la mia fedeltà al teatro
– gli rispondo –
la fedeltà alla poesia Continua a leggere

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Dialogo con  Giorgio Agamben e Giorgio Linguaglossa, Poesie di Edith Dzieduszycka, Mauro Pierno, Sabino Caronia, Giuseppe Talia, Marina Petrillo

 

Gif twin tower destruction

L’artista è l’uomo senza contenuto, che non ha altra identità che un perpetuo emergere sul nulla

Scrive Giorgio Agamben:

«Ciò di cui l’artista fa esperienza nell’opera d’arte è, infatti, che la soggettività artistica è l’essenza assoluta, per la quale ogni materia è indifferente: ma il puro principio creativo-formale, scisso da ogni contenuto, è l’assoluta inessenzialità astratta che annienta e dissolve ogni contenuto in un continuo sforzo per trascendere e realizzare se stessa. Se l’artista cerca ora in un contenuto o in una fede determinata la propria certezza, è nella menzogna, perché sa che la pura soggettività artistica è l’essenza di ogni cosa; ma se cerca in questa la propria realtà, si trova nella condizione paradossale di dover trovare la propria essenza proprio in ciò che è inessenziale, il proprio contenuto in ciò che è soltanto forma. La sua condizione è, perciò, la lacerazione radicale: e, fuori di questa lacerazione, in lui tutto è menzogna.

Messo di fronte alla trascendenza del principio creativo-formale, l’artista può, sì, abbandonandosi alla sua violenza, cercare di vivere in questo principio come un nuovo contenuto nel generale declino di tutti i contenuti, e fare della sua lacerazione l’esperienza fondamentale a partire dalla quale una nuova stazione umana diventi possibile; egli può, come Rimbaud, accettare di possedersi soltanto nell’estrema alienazione, o, come Artaud, cercare nell’al di là teatrale dell’arte il crogiolo alchemico in cui l’uomo possa rifare il proprio corpo e conciliare la propria lacerazione; ma, benché creda di essersi così portato all’altezza del proprio principio, e, in questo tentativo, sia realmente penetrato in una zona dove nessun altro uomo vorrebbe seguirlo, in prossimità di un rischio che lo minaccia più profondamente di qualsiasi altro mortale, l’artista resta tuttavia ancora al di qua della sua essenza, perché ha ormai definitivamente perduto il suo contenuto ed è condannato a dimorare, per così dire, sempre a fianco della propria realtà. L’artista è l’uomo senza contenuto, che non ha altra identità che un perpetuo emergere sul nulla dell’espressione ed altra consistenza che questa incomprensibile stazione al di qua di se stesso».1

1] G. Agamben L’uomo senza contenuto, Quodlibet, 1994, pp. 83-83

Appunto di Giorgio Linguaglossa:

L’affermazione di Agamben dell’artista come «l’uomo senza contenuto» si attaglia in maniera mirabile alla poesia di Mario M. Gabriele e a quella di Lucio Mayoor Tosi, e in genere, alla poesia della nuova ontologia estetica che ha convertito la mancanza di contenuto in forza propositiva, in propellente. Ad esempio, Gabriele e Tosi adottano nella loro poesia esclusivamente le parole rigorosamente morte, ibernate, esclusivamente gli stracci, bottoni di cadaveri, tessere dell’Atac, biglietti dell’autobus, minutaglie, rigatterie… il poeta di Campobasso e il pittore di Milano sono dei veri rigattieri, commercianti di cadaveri, chirurghi di organi morti, trafficanti di reperti in disuso. Ma, non si limitano a ciò, pongono nella rigatteria dei bottoni demodé anche l’«io» con tutto il repertorio di pessima metafisica e dei suoi corollari servizievoli che la pessima letteratura ha impiegato, riutilizzandone i cimeli come carta assorbente, incartapecorita, carta da tappezzeria invecchiata e fuori uso. Ecco la ragione perché li considero come esempi maturi della nuova ontologia estetica. La soggettività della loro poesia parla del vuoto, sa di vuoto, se così possiamo dire è totalmente occupata dall’inessenziale in quanto ingombra di masserizie, di referti di cadaveri, di scarti, di isotopi dismessi e radioattivi; la loro poesia è talmente composta da ciò che è inessenziale da apparire effimera, melliflua, antimetafisica, situazionale, posizionale  in quanto mancante totalmente di essenza, di posizione, anzi, che aborrisce qualsivoglia essenza, qualsiasi posizione privilegiata o punto di vista altometrico o altolocato; poesia composta da una attrezzeria inutilizzabile, infungibile, massimo esempio di nichilismo compiuto, Buster Keaton dell’epoca della recessione ad oltranza, impermeabile alle lusinghe delle poetiche impegnate sul senso o sul decoro del cosiddetto «parlato» e del «quotidiano», o sulle soperchierie da guida Michelin della ricerca del «fare anima» e della ricerca del «senso» con tanto di stellette dei ristoranti à la page.

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una contraddizione assoluta che soltanto la metafora assoluta può racchiudere

Giorgio Linguaglossa:

Non è Aristotele che nel De memoria sostiene che gli umani sono: «coloro che percepiscono il tempo, gli unici, fra gli animali, a ricordare, e ciò per mezzo di cui ricordando è ciò per mezzo di cui essi percepiscono [il tempo]»?. Dunque, possiamo dire che la Memoria sarebbe una funzione della coscienza del tempo. Anzi, dopo Heidegger si dovrebbe parlare di una funzione della temporalità nel suo rapporto con l’esserci, la nostra esistenza si situerebbe negli interstizi tra le temporalità dell’esserci. La temporalità immaginaria e quella empirica. Meister Eckhart ci ha parlato del «vuoto» quale esperienza interiore essenziale per accedere alla dimensione spirituale, ovvero, fare «vuoto» come distacco dai propri contenuti personali per poter accedere ad una dimensione più vera e profonda.

È da qui che ha inizio la riflessione poetica dei poeti nuovi dei poeti esistenzialisti della nuova ontologia estetica, dal punto di congiunzione tra temporalità e memoria. Quel punto opaco, insondabile dove hanno avuto luogo gli eventi significativi, paradossalmente opachi, quei momenti di lacerazione dell’esistenza che noi percepiamo distintamente attraverso la lente della memoria. Ma che cosa sia quella lacerazione e che rapporti abbia con la memoria, è davvero un mistero.

Bene illustrano questa condizione spirituale i tropi adottati dalla nuova ontologia estetica, in particolare i concetti di disfania e di diafania, in una certa misura, concetti gemelli che indicano il «guardare attraverso» della diafania e il «guardare tra» della disfania. La parola poetica si situerebbe dunque «tra» due manifestazioni (Phanes è il dio della manifestazione visibile, la luce,) e «attraverso» esse. È in questo guardare obliquo, in diagonale che si situa il discorso poetico della «nuova ontologia estetica», dove il tempo dello sguardo indica la temporalità dell’esserci.

La metafora è il non identico sotto l’aspetto dell’identità.

I grandi poeti lavorano incessantemente per tutta la vita attorno ad alcune poche metafore, ma per giungere alle metafore fondamentali occorre un pensiero poetico che speculi intorno alle cose fondamentali, ecco perché soltanto il pensiero mitico riesce ad esprimersi in metafore, perché nel mito la contraddizione e la metafora sono di casa e tra di esse non c’è antinomia e una medesima legge del logos le governa. In questa a quartina di Zbigniew Herbert è rappresenta una metafora fondamentale:

il proiettile che ho sparato
durante la grande guerra
ha fatto il giro del globo
e mi ha colpito alle spalle

perché istituisce una contraddizione assoluta che soltanto la metafora assoluta può racchiudere, dove l’assurdo della denotazione collima con il rigore del pensiero intuitivo. Nella metafora viene immediatamente ad evidenza intuitiva l’eterogeneo e il contraddittorio che permea l’esistenza quotidiana degli uomini. «Veri sono solo i pensieri che non comprendono se stessi», scrive Adorno in Dialettica negativa, assunto che viene invalidato dal pensiero della communis opinio ma che è inverato dall’esperienza della metafora nella poesia, dove essa si rivela essere un concentrato di impossibilità drasticamente verosimile ed immediatamente intuitiva.

T.W. Adorno, Dialettica negativa, Verlag, 1966, trad. it. Einaudi di Carlo Alberto Donolo, 1970 p. 42

 

gif donna in corridoio

L’esistenza ridotta a «nuda vita», la «pancia» e la «Selbstständigkeit delle cose» nei paesi post-democratici dell’Occidente

Domanda di Giorgio Linguaglossa:

L’esistenza ridotta a «nuda vita», la «pancia» e la «Selbstständigkeit delle cose» nei paesi post-democratici dell’Occidente

La traduzione di «Selbstständigkeit delle cose» è: Stabilità per se stesse delle cose. Fin quando le «cose» ci appaiono ferme e stabili, la nostra esistenza può apparire anch’essa ferma e stabile, siamo rassicurati nel nostro esserci, siamo consolati e avviluppati in questa stabilità e nei suoi codici. L’esistenza dell’esserci non potrebbe verificarsi se non fossimo certi della Selbstständigkeit delle cose, quelle cose che possiamo toccare ogni minuto, ogni giorno e rassicurarci che esse sono lì per noi, per sempre… e tra le cose ci sono le credenze, le ideologie, gli ideologemi, le opinioni, le religioni… tutto ciò che ci appare stabile in realtà non è stabile affatto, la stabilità che noi vediamo è un atto di auto illusione, un fantasma che ci rassicura. L’esserci vuole sempre essere rassicurato e curato dalle proprie credenze, l’esserci non può sopravvivere senza «credenze», ogni comunità umana non potrebbe sopravvivere se privata delle sue «credenze».

Ma, all’improvviso, si apre il vuoto. Vuoto di senso, di significato, vuoto intorno alle parole, all’interno delle parole, vuoto all’interno del soggetto e dell’oggetto… e tutto sprofonda nel vacuum del vuoto. L’esserci ha terrore del vuoto, e cerca di riempirlo in tutti i modi e con tutti i mezzi, di esorcizzarlo e lo sostituisce con le credenze (Trump, Orban, Putin, Salvini, papa Francesco, Cristianesimo, Islam, Lega, 5Stelle, PD, Unione europea, Cina, Russia, Mondo etc… una infinitudine di «credenze» che costituiscono la sostanza della civilizzazione)

Oggi, nelle società post-democratiche dell’occidente l’esistenza dell’esserci è stata ridotta a «nuda vita», a vita vegetativa, biologica, e il cosiddetto «privato» riflette questa condizione di animalità diffusa, dove l’esserci è stato ridotto alla condizione animale, non per nulla la politica dei paesi post-democratici dell’Occidente fa riferimento alla «pancia» non alla «testa» degli elettori, è la «pancia» quella cosa che rende evidente la degradazione sub-umana a cui la vita nel mondo capitalistico e post-comunista è stata ridotta. La «nuda vita» corrisponde alla «pancia» e ai suoi appetiti perfettamente comprensibili. Nelle nostre società post-democratiche è la retorica che sa parlare alla «pancia», la retorica ridotta a sofisma e a «chiacchiera». Per esempio, ciò che si legge nel romanzo e nella poesia di oggi altro non è che «chiacchiera della pancia», «chiacchiera» di esistenze ridotte a «nuda vita». Continua a leggere

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Franco Di Carlo, Poesie da La morte di Empedocle (Divinafollia, 2019) con Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

grecia La contesa per il tripode tra Apollo ed Eracle in una tavola tratta dall’opera Choix des vases peintes du Musée d’antiquités de Leide. 1854. Parigi, Bibliothèque des Arts Décoratifs

La contesa per il tripode tra Apollo ed Eracle in una tavola tratta dall’opera Choix des vases peintes du Musée d’antiquités de Leide. 1854. Parigi, Bibliothèque des Arts Décoratifs

Franco Di Carlo (Genzano di Roma, 1952), oltre a diversi volumi di critica (su Tasso, Leopardi, Verga, Ungaretti, Poesia abruzzese del ‘900, l’Ermetismo, Calvino, D. Maffìa, V. M. Rippo, Avanguardia e Sperimentalismo, il romanzo del secondo ‘900), saggi d’arte e musicali, ha pubblicato varie opere poetiche: Nel sogno e nella vita (1979), con prefazione di G: Bonaviri; Le stanze della memoria (1987), con prefazione di Lea Canducci e postfazione di D. Bellezza e E. Ragni: Il dono (1989), postfazione di G. Manacorda; inoltre, fra il 1990 e il 2001, numerose raccolte di poemetti: Tre poemetti; L’età della ragione; La Voce; Una Traccia; Interludi; L’invocazione; I suoni delle cose; I fantasmi; Il tramonto dell’essere; La luce discorde; nonché la silloge poetica Il nulla celeste (2002) con prefazione di G. Linguaglossa. Della sua attività letteraria si sono occupati molti critici, poeti e scrittori, tra cui: Bassani, Bigongiari, Luzi, Zanzotto, Pasolini, Sanguineti, Spagnoletti, Ramat, Barberi Squarotti, Bevilacqua, Spaziani, Siciliano, Raboni, Sapegno, Anceschi, Binni, Macrì, Asor Rosa, Pedullà, Petrocchi, Starobinski, Risi, De Santi, Pomilio, Petrucciani, E. Severino. Traduce da poeti antichi e moderni e ha pubblicato inediti di Parronchi, E. Fracassi, V. M. Rippo, M. Landi. Tra il 2003 e il 2015 vengono alla luce altre raccolte di poemetti, tra cui: Il pensiero poetante, La pietà della luce, Carme lustrale, La mutazione, Poesie per amore, Il progetto, La persuasione, Figure del desiderio, Il sentiero, Fonè, Gli occhi di Turner, Divina Mimesis, nonché la silloge Della Rivelazione (2013) con prefazione di R. Utzeri; è del 2019 La morte di Empedocle.

grecia scena di un banchetto

arrivare al luogo scelto / opposto a quello voluto dal progresso nell’Apparato Tecnico

Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

 Perché il poeta di Genzano  si occupa della «morte di Empedocle»?, di un fatto così lontano nel tempo che è diventato mito? C’è qualche rassomiglianza tra la situazione politica e sociale della Sicilia del quinto secolo avanti Cristo e la attuale? Empedocle nasce attorno al 490 a.C. ad Agrigento, da una famiglia ricca di parte democratica, posizione che condivise e sostenne, anche se, a parere di alcuni studiosi, non partecipò mai ad attività di governo della sua città; ma su questo ci sono opinioni divergenti, lo Zeller afferma che fu a capo della democrazia del suo paese; possiamo quindi presumere che in qualche modo egli abbia partecipato attivamente al governo della sua città ma con un ruolo super partes, in modo non diretto. Muore a 60 anni in esilio nel Peloponneso, probabilmente perché abbandonato dal favore popolare e allontanato da Agrigento, verosimilmente perché il suo progetto politico in favore del popolo fallì, con conseguente esilio decretato dagli ottimati. Penso che l’intendimento di Franco Di Carlo sia stato quello di mettersi idealmente e in immagine nei panni del filosofo greco, e di qui riprendere a tessere, attraversando i millenni, il filo di una meditazione poetica che si situa nel sottilissimo confine tra la meditazione filosofica e quella poetica.

La crisi dei nostri giorni richiede anche alla poesia di ripensare il proprio statuto di verità e di dicibilità, ecco la ragione per cui la poesia si snoda con un linguaggio suasorio e assertivo dove il locutore può argomentare in modo esaustivo e pacato come quando si parla in solitudine tra sé e sé, infatti le interrogazioni sono tutte rigorosamente implicite, il senso non abita in ciò che si dice ma in ciò che si evita di dire, in ciò che non può esser detto, in quanto il rispondere non si dice, dunque non enuncia il proprio senso; il rispondere lo afferma senza dire che lo afferma, in tal modo il senso è implicito e lo si esplicita se viene indicato ciò che è in questione nel rispondere, ma il rendere esplicito il senso equivarrebbe ad impiegare frasari aperti dove il locutore impiega le proposizioni per quello che sono: o interrogative o affermative, in modo dilemmatico e antinomico. È questo procedere nascostamente dilemmatico il rovello del discorso poetico di Di Carlo; quello che il poeta di Genzano chiama «Apparato Tecnico» è il pericolo che incombe sulla civiltà, e allora occorre riannodare i fili del pensiero poetante, ricominciare da Empedocle.

Ho scritto in altra precedente nota critica che Di Carlo “preferisce il lessico colloquiale, il tono basso, gli effetti contenuti al massimo, un passo regolare e simmetrico. Ovviamente, oggi non si dà più una materia cantabile e, tantomeno, un canto qualsivoglia o una parola salvifica da cui toccherebbe guardarsi come da un contagio della peste. E allora, non resta che affidarsi ad «un appello / al dialogo destinato a restare / Inespresso, una parola staccata / e lontana». La «Vicinanza nostalgica» è «la parola [che] nomina la cosa»; siamo ancora una volta all’interno di una poesia della problematicità del segno linguistico, ad una poesia teoretica che medita sul proprio farsi, sulle condizioni di esistenza della poesia nel mondo moderno, poiché la direzione da perseguire è l’esatto opposto di quella che vorrebbe inseguire lo svolgimento del «progresso», ma un «regresso» calcolato e meditato è la tesi di Di Carlo: «questo è il processo regresso da avviare sulla strada / del pensare, arrivare al luogo scelto / opposto a quello voluto dal progresso nell’Apparato Tecnico»”.

Ma il tono basso, il lessico intellettuale, i convenevoli stilistici di cui questa poesia non fa mistero, sono le sue medaglie al valor militare, sono il pegno che la poesia deve pagare per la povertà dell’epoca attuale. Di Carlo fa poesia mentre costruisce la sua meta poesia sulla poesia, opera una riflessione davanti allo specchio di un’altra riflessione, prende a prestito Empedocle e medita sulla problematica sopravvivenza della poesia nel mondo di oggi, sospesa a metà tra pensiero filosofico e pensiero poetico, ed opta decisamente per una poesia intellettuale intrisa di formalismi filosofici e di bizantinismi del pensiero; lambiccato ed elegante, Di Carlo procede con i suoi endecasillabi alla maniera di un filosofo presocratico. Lo dice in forma epigrafica già nel «Prologo»: «Dobbiamo metterci in cammino, forse un viaggio/ all’interno, verso un tacito discorso».

È chiaro che stiamo parlando di un discorso poetico che nulla ha da spartire con i linguaggi giornalistici che vanno di moda oggi, qui non ci sono battute di spirito o solfeggi per apparire gradevole, Di Carlo tiene ferma a dritta la barra del timone e procede verso una poesia inattuale e anacronistica in aperta antitesi allo spirito del nostro tempo. Il luogo della autenticità «è lontano. In qualche luogo. Nessuno lo conosce», occorre essere pazienti ed attenti, afferma il poeta di Genzano.

L’assenza di interrogativi nei versi di Franco Di Carlo corrisponde alla comprensione totalmente condivisa dal locutore e dal suo lettore. Il locutore tratta la questione che ha destato i suoi versi come risolta e dunque con il suo discorso ne presenta solo la soluzione condivisa. La letteralità di un discorso equivale alla autonomia semantica della frase che si lascia comprendere da se stessa, che non costituisce più questione nel campo stesso di cui è questione. L’assenza di interrogativi indica un livello di intelligibilità totale, supposta e posta dal locutore. Ciò non implica affatto che la struttura sintattica della asserzione poematica derivi da quella dell’interrogazione (perché parlare è sempre rispondere, in qualche modo, e in modo indiretto), il che vorrebbe confermare che si concepisce l’interrogatività dello spirito come una forma di categorizzazione grammaticale, e questo non può essere. Il fatto che Di Carlo non fa uso di clausole interrogative nella sua poesia implica che si trattano le questioni del locutore come se fossero risolte e condivise. La procedura empedoclea di Di Carlo non prevede la presenza di frasari interrogativi o parentetici, è sufficiente la fraseologia poetica implicita che spinge il lettore alla adesione, alla attenzione pantologica allo scritto.
E questo in quanto il rispondere empedocleo non si dice, non enuncia il proprio senso, esso lo afferma senza dire che lo afferma. Così, il senso è, di norma in questo tipo di procedere poematico, implicito, e lo si esplicita nell’ambito di ciò di cui è risposta alla questione di cui trattasi; la significazione rapporta dunque il discorso poetico alla sua interrogatività iniziale, nel dire e nel dare la significazione in quanto il discorso poetico è, nei termini di Di Carlo, sempre un rispondere, perché ciò che domanda è a monte del discorso, è un fuori discorso, un fuori contesto.

grecia scene di omero

Molto presto, di mattina, un giorno entrai/ nel bosco di latte, nascosti ingressi/ tra le foglie, della sibilla

Poesie da La morte di Empedocle (Divinafollia, 2019)

Monologo

È lontano. In qualche luogo. Nessuno lo conosce.
Dobbiamo metterci in cammino, forse un viaggio
all’interno, verso un tacito discorso.
Un silenzio che parla con se stesso e dice l’essere
prossimo alla voce.
Circolare moto dentro l’intreccio affettivo,
designato per convenzione un significante,
indicazione fondamentale del mutamento
essenziale del segno.
Il linguaggio si svolge nel regno del disvelare.
Lavora a mostrare il pensiero. Esperisce,
è attivo e produttivo, una rivelazione dello spirito creativo,
una vera e propria visione del mondo.
È compreso e afferrato nella sera,
evidenza costitutiva l’unità armoniosa
dei momenti che gli è propria.
Allora m’incamminai sulla via del parlare
e delle cose presentate. Un appello al dialogo
destinato a restare inespresso. Una parola staccata
e lontana, un seme nei solchi tracciati custodito
nel campo dischiuso, trama verbale scalfita.
Un saldo profilo ormai senza incrinature verso un dire netto
mostrato manifesto del mistero che ora si sottrae,
ora s’annuncia rivelato o negato.
Una favola bella e pura che insegue l’azzurra sorgente,
parola detta si lascia ascoltare. Continua a leggere

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Donatella Costantina Giancaspero, Una poesia, Tre colpi dal piano di sopra, Dialoghi e Commenti, La poesia narra questo susseguirsi di preveggenze, di indizi, di rinvii, di significanti che cercano il proprio posto, di significanti spostati, lateralizzati 

 

Foto Bambino e luna

Donatella Costantana Giancaspero

Che fare? Che dire?

Scrive Linguaglossa:

“I poeti e gli scrittori nati dopo quella data [1950] posseggono una minore autocoscienza storica dei problemi politici, estetici e stilistici che si traduce in poesie e in romanzi di livello decisamente inferiori rispetto a quelli delle generazioni precedenti”.

Stando a questa affermazione, dovrei ritenermi decisamente sfortunata per la mia età anagrafica… L’autocoscienza artistica di una intera generazione (e forse più di una), qui è messa in discussione. Ora, è un dato di fatto che sia difficile conoscere oggettivamente i fenomeni artistici e culturali in genere, così come è arduo comprendere a pieno gli eventi della grande Storia, per chi tali fenomeni ed eventi li viva, diremmo, “in tempo reale”, ovvero da uomo contemporaneo.

E questo lo dice anche Mario Perniola. Però, è pur vero che, proprio in quanto contemporaneo alle proprie vicende, l’uomo ne risulta fortemente segnato; pertanto, ne diventa espressione viva e, in parte, consapevole. Tutti noi, oggi, siamo certi (e quindi consapevoli) del nostro disagio esistenziale, derivante dalle condizioni politiche, economiche, ambientali, sociali, storiche in senso lato, in cui viviamo. E non è svalutante, per noi, il limite di non poter storicizzare la nostra Storia; una Storia, oltretutto, smisuratamente diversa da quella che i nostri padri e i nostri nonni vissero da contemporanei. Mi domando se tutti loro, nel mentre attraversavano le proprie vicende, fossero consapevoli della portata storica che esse avevano.

I più fortunati, dotati di cultura, abbracciando una fede politica, forse intuivano, forse presentivano. Solo a pochissimi era dato comprendere: penso ai filosofi, agli storici, e penso alla grande figura di Antonio Gramsci… Ma i più, gli uomini comuni, che pure, con la propria vita, stavano dando vita alla Storia, dirli coscienti, dirli realmente consapevoli, capaci di scriverla essi stessi, quella Storia, questo io non credo. E oggi? Come possiamo scrivere la nostra guerra mondiale che ci travolge?
Che fare oggi? Что делать? scriveva Lenin. Ma la domanda, allora, era per il partito, per la Rivoluzione…

Oggi, invece, che cosa dobbiamo fare noi, qui, nel nostro “Tempo acuminato”, noi, cosiddetti “poeti”? Quale “rivoluzione” (consapevole o inconsapevole che sia) ci è dato compiere? Qualcuno di voi mi dirà: “E tu?”

Io… forse continuerò a rivedere il mio lessico, la mia forma, il mio stile, per essere consapevole – e qui sì, bisogna esserlo – , consapevole della mia scrittura, come, peraltro, ho iniziato a fare già da un paio di anni: esattamente dopo le poesie qui pubblicate, edite nel 2015 (in un libretto de La Vita Felice, per la collana degli illustri sconosciuti) ma precedenti, scritte dal 2000 al 2014.
Che dire? Proverò a non ripetere le “parole finite”, a limitare l’impiego degli aggettivi perché, spesso, a mio parere, indeboliscono il sostantivo. Cercherò soluzioni verbali che non producano esiti puramente “aleatori”. Proverò a darmi una “progettualità”, quei principi che fondano la creatività nel suo aspetto autentico…
Che dire? Io ci provo… Ecco, questo qui è un tentativo.

Tre colpi dal piano di sopra

Tre colpi dal piano di sopra. Il quarto
fa vacillare uno studio del Gradus ad Parnassum*.
Insieme, qualcos’altro, ritratto
nell’intercapedine fra l’intonaco e un’eco di scale.

Chiodo su chiodo, gli sconosciuti
si cercano dentro il sentore delle stanze.
Nell’insistenza delle macchie sul soffitto.

Un intervallo di quinta discendente alla finestra.
Ci domandiamo che ora sarà da qui a trent’anni,
nelle smart home di risorti edifici.

Intanto, i treni cittadini irrompono nel rombo del temporale.
Un refrain senza indicazione di tempo replica in verticale
la sequenza del pianoforte sbalzato sul selciato.
Sotto gli occhi delle facciate, sospinto a mano.
Da una persiana all’altra.

https://youtu.be/-6_lGQUX_Wo
*Gradus ad Parnassum di Muzio Clementi (1752 – 1832), 100 esercizi pianistici di livello avanzato

Foto New York traffico

Mauro Pierno

La sintonia che sento con la voce, i personaggi, gli oggetti tutti di Donatella Costantina Giancaspero mi fanno accomodare in una stanza. Sono l’ospite inatteso di una storia che non ha rimpianti. La voce è li, dispersa.

Questo il senso del frammento, Giorgio?

È vero la poesia sta in chi ascolta. È li, dimora. Si accuccia abbeverandosi.
Lo “stagno” ha una rifrazione eterna! Confonde
lo spazio è segna una urina inconfondibile.
“la sequenza del pianoforte sbalzato sul selciato.”
Un piano può anche pisciare!

1°versione

Nel treno che attraversa i campi
alle fragole non mancano mani, tutto
nell’ordine dei cesti e dei panieri.
Quanti controllori accompagnano il vento. Al finestrino un peso unico, questa parete rossa
e tanti chiodi inutili.

2° versione

Il treno attraversa i campi
alle fragole non mancano le mani,
tutto nell’ordine dei cesti e dei panieri.
I controllori accompagnano il vento.
Al finestrino manca un peso unico,
questa parete rossa, tanti chiodi inutili.

Giorgio Linguaglossa

cara Costantina,

come tu scrivi il problema è sintetizzabile così: tutti i problemi della coscienza e della consapevolezza storica dei problemi stilistici, della coscienza stilistica, sono la trasposizione di problemi che stanno a monte, dei problemi sociali, economici, politici che influiscono sulla elaborazione delle piattaforme artistiche, e non c’è dubbio che i letterati che sono nati dopo la data esemplificativa del 1950 mostrano segni evidenti di minore complessità di elaborazione dei progetti artistici e stilistici rispetto alle generazioni degli scrittori e dei poeti nati prima di quella fatidica data. Certo, sono venuti a cadere nelle decadi che sono seguite al 1950 la consapevolezza delle questioni stilistiche, questo è avvertibile e percettibile, la poesia è diventata una cosa facilissima da fare, è sufficiente fare un raccontino con o senza a capo, senza alcuna consapevolezza delle questioni filosofiche sottese ad ogni scelta lessicale e stilistica. La nuova ontologia estetica segna un tentativo di inversione di rotta rispetto alle questioni stilistiche (e quindi etiche, estetiche, politiche, filosofiche) che sono state dimenticate e rimosse.

La poesia che tu hai postato è un esempio probante di come si possa scrivere poesia di alto livello sulla base della nuova consapevolezza della questione stilistica quale primario elemento da tenere presente quando si scrive poesia.

La poesia abbandona per sempre la moda della poesia facile, non «racconta», non si offre come una «narrazione» di qualcosa che sta fuori di essa, la «narrazione» di cui tratta è inerente ad essa stessa, è «interna» alla narrazione stessa, non esterna, non guarda al «fatto» come ad una esposizione che deve essere provata mediante una narrazione; la tua poesia, come anche, da diversi momenti di approccio quella degli altri componenti della nuova ontologia estetica, evidenzia una spiccata predilezione e attenzione per il «nome» (onoma) con derubricazione dei «verbi». La centralità, il punto centrale della poesia verte sull’«evento», tratta di «micro eventi» che si susseguono come onde sussultorie, misteriosi e inconsci; la poesia è costruita con in mente l’attenzione per la percezione di «eventi invisibili». È il tuo modo di costruire la poesia. E ciò comporta una vera rivoluzione espressiva, una rivoluzione della poesia. Comporta l’attenzione esclusiva per l’«evento», con riduzione di tutti i Fattori fonosimsolici e tonosimbolici della poesia tradizionale. È questo, il tuo, un esempio della rivoluzione portata avanti dalla pratica della nuova ontologia estetica

Cito dal libro di Carlo Diano Linee per una fenomenologia dell’arte, Neri Pozza, 1968 Continua a leggere

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