Archivi del mese: settembre 2014

POESIE di DVORA AMIR (1948) poetessa israeliana a cura di Steven Grieco, Prima traduzione in italiano

Il muro di Gerusalemme

Il muro di Gerusalemme

 Presento qui una poetessa che il lettore italiano forse non conosce. Persona comunque schiva, da quanto è dato capire, Dvora Amir ha pubblicato libri di poesia, fra cui Slow Fire, 1995, insignito del premio letterario israeliano Kugel, e Documentary Poems, 2003, vincitore del Prime Minister’s Award.

Come il lettore ha capito, mi sono permesso di fare una traduzione di una traduzione (ebraico-inglese-italiano), pensando soprattutto allo spessore umano di queste poesie, e che difficilmente il lettore le troverà già in versione italiana. Non c’è bisogno di un mio intervento, le poesie parlano da sole, o meglio “si scrivono da sole”. Posso solo dire che nel lavorarci sopra, non ho incontrato quasi nessuna asperità linguistica, e questo mi fa pensare a quella che deve essere la limpidezza originaria dello stile, la poetessa non ha bisogno di pirotecniche o virtuosismi per delineare le sue parole semplici ma forti.

(Steven Grieco)

Dvora Amir 5Di seguito un commento di Rami Saari sulla poetessa:

Dvora Amir è nata a Gerusalemme nel 1948, durante la Guerra d’Indipendenza. I suoi genitori giunsero in Israele dalla Polonia. [..] Nel 1967, dopo la Guerra dei Sei Giorni, studiò letteratura ebraica, filosofia ebraica e Kabbala alla Hebrew University di Gerusalemme. Nel 1975-76 studiò letteratura inglese alla University of Illinois. Attualmente lavora al Centre for Educational Technology di Tel Aviv, dove scrive programmi di formazione linguistica e letteraria.

Come dice Dvora Amir di se stessa, “è difficile descrivere le (mie) poesie. Si scrivono da sole, e sono semplici, spero.” Tuttavia, anche se lei privilegia  “il contenuto soprattutto,” le sue poesie rivelano una maestria, un immaginario in cui si intrecciano passato e presente. Talvolta le sue poesie sono come “sussurri contro l’oblio,” un modo per “lenire il dolore della separazione.” Spesso la poetessa si concentra sulle persone amate che non ci sono più; raccoglie particolari precisi e molto personali, e così fa rivivere il mondo scomparso di sua madre e dell’immigrazione Russo-Polacca in Israele. Ogni poesia è un interrogativo, un organismo esaminante, un corpo umano vivo che soffre stupito la vita e le privazioni.

© RAMI SAARI

Le prime quattro poesie e il commento di Rami Saari sono tratte da “Poetry International Rotterdam”, la quinta da “MPT, Modern Poetry in Translation”.

Dvora Amir

Dvora Amir

GEOGRAPHY LESSON

What creates poetry, you ask
and I, like the coal man in the Basque movie,
run to brace the tumbling stack of coal.
We’re talking about a lifesaving act, I say,
the courage to touch the heat collapsing.
“Beyond all this,” as Larkin wrote,
“the wish to be alone.”
This grinding land rests on my neck.
The knife, the dagger, and the spear
have been contaminated since the day people thought to produce them.
We walk about like those who have lost their minds,
drumming our exposed chests in crazy ceremonies.
The poems, I promise you, haven’t experimented on animals.
Everything is done carefully and strictly, created humanely,
after all, we’re talking about human beings.
The head of a Palestinian woman bandaged in white cotton lies on a platter
like the head of the Baptist presented to Salome.
In the land of vengeance dripping mother’s milk and blood
poems are moveable property –
stones, ridges, houses, fences.

© Dvora Amir
From: Shirim doqumentariyim (Documentary Poems)
Publisher: Ha-kibbutz Ha-meuchad, Tel Aviv, 2003

© Translation: 2004, Lisa Katz

Translator’s Note: “The knife, the dagger, and the spear/ have been contaminated…”: Here the poem challenges a line of rabbinical text which defines the purity or impurity of metal tools.

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LEZIONE DI GEOGRAFIA

Cosa crea la poesia, mi chiedi
e io, come il carbonaio nel film basco
corro ad abbracciare la pila di carbone che vien giù.
Stiamo parlando di un atto che salva la vita, dico,
il coraggio di toccare il calore che collassa.
“Oltre tutto ciò,” come scrisse Larkin,
“il desiderio di stare soli.”
Questa terra lacerata mi pesa sul collo.
Il coltello, il pugnale, e la lancia
sono contaminati* dal giorno in cui la gente pensò di produrli.
Noi andiamo in giro come quelli che hanno perso il senno,
tamburellando sui nostri petti esposti in folli cerimonie.
Le poesie, ti prometto, non sono state sperimentate su animali.
Tutto viene fatto con attenzione e severità, creato umanamente,
in fondo, stiamo parlando di esseri umani.
La testa di una donna palestinese bendata di cotone bianco sta su un vassoio
come la testa del Battista presentato a Salomé.
Nella terra della vendetta, che goccia latte e sangue di madre
le poesie sono beni mobili –
pietre, crinali, case, recinti.

* Nota della traduttrice inglese: “Il coltello, il pugnale e la lancia / sono contaminati…” in questo punto la poesia contesta un passo di un testo rabbinico che definisce la purezza o meno degli arnesi metallici.

esercito israeliano in azione di guerra

esercito israeliano in azione di guerra

HOW MANY WINDOWS DOES A PERSON NEED

How many windows does a person need to open himself,
so he won’t be like Captain Nemo, trapped in the webs of length
and width coordinates
hunted by his world. Among navigation instruments, “moving
within the moveable base,”
closed in, as if saying let the world come through my porthole,
let it accustom itself to me.
And on his eyes he put patches made of glass to keep tears
from pouring to the light.
He too needed several windows to save his life.
A tiny slit, a teeny gate to look through, and from the inside out.
Like Jonah in the belly of the whale, in the closing darkness
he saw a sparkling pearl,
pressed up against the fish’s pupil like an old man to the
keyhole in his door.
He saw flowing water moving towards him, and knew: the fish as well as the various creatures of the sea
like him live their lives in a trap,
and he heard his mouth tell his ears, I am alive.

© Dvora Amir
From: Be’ira itit (Slow Burning)
Publisher: Ha-kibbutz Ha-meuchad, Tel Aviv, 1994

© Translation: 1991, Linda Zisquit
From: Modern Hebrew Literature No. 6
Publisher: Institute for the Translation of Hebrew Literature, Ramat Gan, 1991

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DI QUANTE FINESTRE HA BISOGNO UNA PERSONA

Di quante finestre ha bisogno una persona per aprirsi,
perché non sia un Capitan Nemo, imprigionato nelle trame
delle coordinate in lungo e in largo
braccato dal suo mondo. Fra gli strumenti di navigazione, “muovendosi
entro la base movibile,”
chiuso all’interno, come se dicesse, sia il mondo a penetrare dal mio oblò,
sia lui ad abituarsi a me.
E sugli occhi mise toppe di vetro perché le lacrime
non colassero alla luce.
Anche lui ebbe bisogno di diverse finestre per salvare la propria vita.
Una sottile fessura, un cancellino attraverso cui guardare, e dall’interno verso fuori.
Come Giona nella pancia della balena, nell’oscurità crescente
vide una perla splendente,
premuta contro la pupilla del pesce come un vecchio al
buco della serratura del suo uscio.
Vide le acque ondeggiargli incontro, e seppe: il pesce, e le diverse
creature del mare
vivono come lui le loro vite in una trappola,
e sentì la sua bocca dire alle sue orecchie: sono vivo.

Dvora Amir

Dvora Amir

UNDER THE SUN

When Auden wrote about Icarus
He looked at Brueghel’s painting in a framed museum haze.
He did not expose his pupils to the direct glow of light,
and did not open his nostrils to the odor of sage,
and did not undress his body to the touch of a ray that drugs every feeling
that which melts and drips like wax.

And now for the young boy who falls from the sky.

I was there, in Crete, and saw it myself
and like the peasant I continued to plow
and like the very elegant boat I embarked further on my way
and like the olive I stood
and like the small river I flowed
and like the rock I hardened my heart and didn’t pay
attention to his suffering
and I also said, “a person can’t find – which means understand –
what is done under the sun.”

Crete, Fall 1988

© Dvora Amir
From: Be’ira itit (Slow Burning)
Publisher: Ha-kibbutz Ha-meuchad, Tel Aviv, 1994

© Translation: 1991, Linda Zisquit
From: Modern Hebrew Literature No. 6
Publisher: Institute for the Translation of Hebrew Literature, Ramat Gan, 1991

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SOTTO IL SOLE

Quando scrisse di Icaro, Auden
guardò il quadro di Brueghel nella cornice di un museo ovattato.
Non espose le pupille allo splendore diretto della luce,
non aprì le narici all’odore di salvia,
non si denudò il corpo al tocco di un raggio che inebria ogni sensazione
ciò che si scioglie e sgocciola come la cera.

E ora veniamo al giovane che cade dal cielo.

Io ero lì, a Creta, e vidi cosa successe,
e come il contadino seguitai ad arare,
e come la barca tanto elegante proseguii per la mia strada
e come l’olivo stetti
e come il piccolo fiume scorrevo
e come la pietra indurii il mio cuore e non
badai al suo tormento
e dissi inoltre, “una persona non può trovare (ovvero, comprendere)
ciò che si fa sotto il sole.”

Creta, autunno 1988

La poesia di W. H. Auden a cui si riferisce la poetessa israeliana è Musée de Beaux Arts. È stata tradotta da Nicola Gardini nel volume, Un altro tempo. Adelphi, Milano 1997. Si può trovare la poesia riprodotta su questo blog.

 

WHAT SINKS IN

Every photo in your album has women workers crowded
so close together their temples touch each other,
staring straight ahead, as the photographer wanted.
You in the corner, kneeling, sorting sugar beets,
as if refusing to take part in the proletarian pose.

The day I looked gently at your beautiful legs, I discovered teeth marks
on your calf. That’s how a child discovers by chance a scrap
of her parent’s torment. All the years you walked around this country –
a world foreign to me was driven into your legs, a forbidden garden,
as it were, a cruel landlord, watch dogs, a girl attacked.
And once in George Eliot Lane, close to the Sisters of Zion convent,
I was overwhelmed by fear they’d drag me in, put me in orphan’s clothes,
lock me in a cellar soaked in the odor of crucifixes, and from the folds
of a monk’s black robe, Satan’s dogs would bite me.

© Dvora Amir
From: Be’ira itit (Slow Burning)
Publisher: Ha-kibbutz Ha-meuchad, Tel Aviv, 1994

© Translation: Translated by Shirley Kaufman
From: The Defiant Muse
Publisher: The Feminist Press, New York, 1999, 1-55861-223-8

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COSA RIMANE IMPRESSO

Ogni foto nel tuo album mostra donne operaie pressate
così vicine le une alle altre che le loro tempie si toccano,
lo sguardo fisso in avanti, così come il fotografo voleva.
Tu in un angolo, inginocchiata, sceglievi barbabietole da zucchero,
come rifiutando di partecipare alla posa proletaria.

Il giorno che il mio sguardo si posò sulle tue bellissime gambe, scoprii segni di denti
sul polpaccio. E’ così che un figlio scopre per caso un brandello
del tormento del genitore. Tutti gli anni che girasti a piedi questo paese –
un mondo a me ignoto penetrò con la forza nelle tue gambe, un giardino proibito,
come dire, un proprietario crudele, cani da guardia, una ragazza aggredita.
E una volta in George Eliot Lane, vicino al convento delle Suore di Zion,
ebbi il terrore d’essere costretta a entrare là dentro, vestita con abiti da orfana,
rinchiusa in una cantina intrisa del tanfo di crocifissi, and da dietro le pieghe
di un nero saio di monaco, i cani di Satana che mi mordevano.

Dvora Amir

Dvora Amir

ON THE RIM OF ABU-TOR

On the rim of Abu-Tor an Arab boy is walking
across his roof. A schoolbook in his hand,
he goes sure-footed right up to the edge.
All around is quiet, houses anchored to the slope
like the ships of some giant.
A brown cow lazing on the path
could be a rusted scrap from a stolen car.
In front of the house a drainage stream gapes wide
moistens its throat as if waiting for its prey.
Why do his confident steps cast such terror upon me?
Something intimately foreign creeping
through me like the vine that weaves
entwined between our courtyards.
He walks, and I dare not take my eyes off him,
as if my gazing were bidden to protect his soul.
I tend to the flowers in my plot, I water them
but my heart is on watch for his every step
dangling like my life before my eyes.

(Abu-Tor is a mixed Jewish-Arab neighbourhood
on the south-eastern edge of Jerusalem)

© Translation: Jennie Feldman, Modern Poetry in Translation, Issue: Series 3 No.9 – Palestine. This poem was translated with the author.

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SUL CRINALE DI ABU-TOR

Sul crinale di Abut-Tor un ragazzo arabo cammina
sul suo tetto. Un libro di scuola in mano,
avanza con piede fermo fin sul ciglio.
Tutto intorno è quiete, le case ancorate al pendio
come le navi di un gigante.
Una mucca bruna che se ne sta pigra sul sentiero
potrebbe essere il rottame arrugginito di un’auto rubata.
Davanti alla casa un canale di spurgo si allarga a dismisura,
s’inumidisce la gola come aspettando la preda.
Perché i suoi passi sicuri mi danno così tanta angoscia?
Qualcosa di intimo-estraneo mi percorre furtivo
come la vite che tesse
e si intreccia fra i due nostri cortili.
Lui cammina, e io non oso distogliere gli occhi,
come se al mio sguardo fosse chiesto di proteggere la sua anima.
Curo le piante nel mio giardinetto, le annaffio
ma il mio cuore è attento ad ogni suo passo,
lui che penzola come la mia vita davanti a me.

(Abu-Tor è un quartiere misto ebreo-arabo a sud-est di Gerusalemme.)

La poesia, tradotta in inglese da Jennie Feldman e l’autrice, è apparsa in MPT Modern Poetry in Translation, Issue: Series 3 No.9 – Palestine. (La trovate anche sul sito internet di MPT)

Steven Grieco a Trieste giugno 2013

Steven Grieco a Trieste giugno 2013

Steven J. Grieco, nato in Svizzera nel 1949, poeta e traduttore. Scrive in inglese e in italiano. In passato ha prodotto vino e olio d’oliva nella campagna toscana, e coltivato piante aromatiche e officinali. Attualmente vive fra Roma e Jaipur (Rajasthan, India). In India pubblica dal 1980 poesie, prose e saggi.

È stato uno dei vincitori del 3rd Vladimir Devidé Haiku Competition, Osaka, Japan, 2013. Ha presentato sue traduzioni di Mirza Asadullah Ghalib all’Istituto di Cultura dell’Ambasciata Italiana a New Delhi, in seguito pubblicate. Questo lavoro costituisce il primo tentativo di presentare in Italia la poesia del grande poeta urdu in chiave meno filologica, più accessibile all’amante della cultura e della poesia.

Attualmente sta ultimando un decennale progetto di traduzione in lingua inglese e italiana di Heian waka. In termini di estetica e filosofia dell’arte, si riconosce nella corrente di pensiero che fa capo a Mani Kaul (1944-2011), regista della Nouvelle Vague indiana, al quale fu legato anche da una amicizia fraterna durata oltre 30 anni.

protokavi@gmail.com

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SHIBATA TOYO: IL GERGO POETICO INTERNAZIONALE DELLA POESIA GIAPPONESE con un commento di Valerio Gaio Pedini

Tokyo

Tokyo

Shibata Toyo (1911-2013) è una poetessa giapponese che con i suoi versi semplici e pieni di speranza ha conquistato milioni di lettori”. Ora mi chiedo seriamente cosa volesse indicare Mondadori quando sul risvolto di copertina di Rialzati E Sorridi, ha vergato questa nota redazionale. O meglio, mi chiedo come faccia una poetessa che scrive:

“Preferisco il cavallo
che, pur trovandosi
dietro a tutti gli altri,
al momento giusto
fende il vento e con tutto se stesso
riguadagna posizioni.
“Forza,
non mollare!”
urlo verso il televisore.

Anche se all’inizio sei ultimo,
se ti impegni puoi arrivare primo.
Tu, di certo,
puoi farcela!”

a destare speranza?

Shibata Toyo 5 A me pare solo un’inguarnitura di pessima retorica che cerca di sedurre il lettore, dandogli credenziali del tutto superflue: una poesia priva di storia, di simbolo e permeata di assunti del buonismo.
Eppure 2 milioni di copie sono state vendute. Il che mi ricorda il successo di poetesse posticce come la Lamarque, che in Italia, hanno destato una disarmante meraviglia.
Ma tornando alla poetessa ultracentenaria “accidentalmente” defunta l’anno scorso, possiamo ben catalogarla nella poesia democratica, retorica, totalmente in gergo internazionale dei giorni nostri: una poesia da toilette e da diario.
Altro appunto che è doveroso fare è quello che pone questa poetessa alla stregua della poesia tradizionale giapponese. Pur rimanendo sul piano dell’immediatezza la poetessa giapponese rimane in superficie, la sua costruzione riecheggia e ripercorre la rammemorazione.

Quando ero in piedi accanto alla porta di servizio
o piangevo davanti al lavandino
perché sul posto di lavoro
qualcuno mi aveva trattato male,
da qualche parte
un grillo cantava.
“Tieni duro! Tieni duro!”
mi diceva coi suoi cri cri.

Sono passati ottant’anni
e da allora
i grilli sono miei amici.

Shibata Toyo

Shibata Toyo

 Si desume qui una poetica diaristica, a posteriori, un po’ come in un caso spiccatamente italiano della poetica più popolare che risponde al nome di Alda Merini. Ora, chiaramente, una poesia così soggettiva perde di significato e di profondità tipica della poetica orientale e anche, se si cerca una dimensione tradizionale come quella del grillo, la poesia rimane scevra di significante e pure di significato.
Ma pare che questo tipo di poetica sia ampiamente apprezzata dal pubblico che, senza qualche parolina di tenerezza, contrastata dall’assunzione del dolore, si sente disorientato.
Ancora più delicata e, per quanto delicata, totalmente ridicola e “sugherina” è la poesia “Al cielo”, in cui ravviso una sconcertante beffa a chi in un letto d’ospedale non sia propriamente felice e non pensi al colore del cielo.

Il cielo che si vede
dal letto
dell’ospedale
è sempre delicato.

Le nuvole che danzano
mi fanno sorridere,
e i tramonti
mi mondano il cuore.

Domani però sarò dimessa.
Grazie
per questo mese!

Da casa
ti saluterò agitando una mano
per dirti che non ti ho dimenticato!

È questa una poetica della sublimazione dell’ottimismo e della speranza, che più che rendere speranzosi deve farci seriamente preoccupare per il gergo poetico internazionale e la sua ormai protratta crisi. Qui, ognuno, con dei begli intarsi di ottimismo, può diventare il poeta più riconoscibile:

Ehi,
ma cosa è successo?
Mentre guardavo la televisione
non potevo far altro che unire le mani in preghiera.

Immagino che il cuore di tutti voi
sia tuttora agitato da scosse di assestamento
e che le vostre ferite si stiano ulteriormente
approfondendo.
Su quelle ferite
vorrei applicare una medicina.
E’ il desiderio di tutti
e credo che ne sarei in grado anch’io.
Fra non molto compirò cento anni
e il giorno in cui andrò in cielo
è ormai prossimo.

In quel momento mi trasformerò nei raggi del sole
e in una delicata brezza,
e vi sosterrò.

Probabilmente d’ora in avanti
dovrete affrontare molti giorni duri,
ma di certo prima o poi un nuovo giorno inizierà.
Non perdetevi d’animo!

Shibata Toyo

Shibata Toyo

 A proposito di terremoto, si ha quell’epicentro della scontatezza retorica che sconfina in una banalità che mette i brividi. Eppure questa poetessa è commovente: nel senso che commuove, per il suoi versi pietosi e patetici, nel senso che la sua poetica è tanto speranzosa quanto demoralizzante.
Al che mi ricorda un po’ la poetica una poetessa italiana, che risponde al nome di Rita Rotondi, mia nonna (1943-2005), che, dato che voleva fare la scrittrice, ho il piacere di presentare come autrice del tutto inedita, affinché venga anche lei riconosciuta come poetessa, poiché se Toyo ha “grandi capacità” poetiche mia nonna non è da meno.

Shibata Toyo

Shibata Toyo

 

 

 

 

 

 

 

Lo zio della scienza

la la la la la la in coro
con tanto amore per il prossimo
lo zio scienziato con la mano
e la forza della mente guariva
in fretta e bene, lo faceva anche per la maternità
quello era il suo forte
le trasmetteva tanto bene
che tutto il suo cuore per la fede del bambino Gesù
che tanto era in lui.
Con una grande carica come un robot risolveva problemi della
gente bisognosa d’aiuto
usava anche il bisturi in caso di necessità
ci voleva pure quello la mano no bastava
studiava faceva esperimenti per quella medicina
con attenzione quante notti lui sempre lì nel suo
studio con grande attenzione e forza di volontà per il prossimo
di non sbagliare un piccolo errore si poteva anche morire
questo era lo zio della scienza
che tanto bene faceva al servizio dell’umanità.
E quando la fine per quel lui
calmo tranquillo come niente fosse con una carezza
e tanto coraggio il sorriso sulle labbra lui dava
per quella morte che doveva
venire per bene
era ammirato da tutti quelli che lo conoscevano
e intanto scherzavano e gli dicevano chissà se
la tua radice va avanti lui calmo tranquillo
diceva “La radice dell’erba che cresci i fiori il cielo”
le stelle la luna il sole vanno sempre avanti e mai
si fermeranno per il servizio dell’umanità.
la la la la la la la
lo zio della scienza era così.

Ora pare logico considerare la poesia di Toyo invidiabile da mia nonna, che raggiunse certi apici poetici, come “Lo zio della scienza” che, senza che mia nonna lo sapesse, riproduceva la metrica libera di Apollinaire, senza punteggiatura, e tutta la generazione delle poetesse future. In effetti possiamo considerare mia nonna come una delle poetesse più singolari ed encomiabili della poesia femminile del Novecento, immeritatamente non pubblicata e non considerata dalla critica, che poi ha prodotto “poetesse” come Shibata Toyo.
Però, messe da parte ironie varie, il problema è terribilmente serio e grave: ora, non solo la poesia italiana deve porsi domande, ma anche il gergo poetico internaionale ed in particolar modo quella giapponese, che si è ritrovata in una coltre di occidentalizzazione della versificazione. Che la poesia si sia ridotta ad un gergo globale a buonismo e posticcismo? Che sia il posticcismo il fronte poetico di tendenza? Si può continuare a credere che in tutto questo ci sia qualcosa da salvare e guardare il cielo per capire il perché di tale scempio, o, se no, ragionare e non smettere di fare le proprie osservazioni.
La poesia globale è in coma, è doveroso rianimarla con un po’ di belligeranza.

(Valerio Gaio Pedini)

(Poesie tratte da Rialzati e sorridi, Mondadori, Traduzione di Andrea Maurizi)

Shibata Toyo

Shibata Toyo

 

 

 

 

 

 

 

A TE

Un’intelligenza maligna ti ha sottratto
i soldi risparmiati
per la famiglia.
Quanta frustrazione e amarezza
Avrai provato?
Più si è onesti
e più si viene truffati.
Incolpi te stesso?
Fatti forza,
dimentica poco alla volta
e fatti coraggio.

Di te
Qualcuno si preoccupa.
Non hai forse una famiglia?

Ehi, di certo
Soffierà presto un vento propizio!

.
TRAMONTO

Quando chiudo la porta,
dopo aver terminato la cena
cucinata dalla badante,
dalla casa vicino
mi giungono le voci sorridenti
di una famiglia.

Mio figlio e sua moglie
come staranno?

In lontananza, le stelle nel cielo serale
baluginano simili a lacrime.

.
A ME STESSA

La badante
mi fa la spesa,
pulisce, lava
e cucina per me.

L’infermiere
mi aiuta a entrare nella vasca da bagno.
Ogni giorno non potrei vivere
senza chiedere aiuto

Eppure
riesco tuttora da sola a intrecciare parole
e a legarle al cuore delle persone.

Avanti, alza il viso
e guarda il cielo!

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Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Autori dei Due Mondi, critica letteraria

ALEKSANDR BLOK (1880 – 1921) “I dodici” a cura di Paolo Statuti

da POESIA N. 296 Settembre 2014-09-2004

«Mi piace il suo viso severo e la sua testa di fiorentino del Rinascimento.» (M. Gorkij)

«Oggi mi sento un genio»: così disse Aleksandr Blok, solitamente modesto, terminando il suo poema I dodici, il 29 gennaio 1918.

rivoluzione d'ottobre manifestazione bolscevica

rivoluzione d’ottobre manifestazione bolscevica

Aleksandr Blok (San Pietroburgo, 28 novembre 1880 – 7 agosto 1921) il maggiore poeta simbolista russo – era nato a Pietroburgo nel 1880. Esordì con il ciclo Ante lucem (1898-1900), di cui facevano parte poesie pubblicate più tardi nel volume Versi sulla Bellissima Dama (1905). In questi versi Blok, seguendo le dottrine del poeta filosofo Vladimir Solovjov (1853-1900), canta la quintessenza umana della femminilità eterna, invoca la Sposa celeste in un rapimento estatico, saturo di sensualità, di teneri sospiri, di sensazioni ineffabili.

Il fallimento della rivoluzione del 1905, in cui aveva creduto, infrange nel poeta le speranze di un rinnovamento spirituale e politico della società, e a partire dal 1906 la sua voce rivela delusione e amarezza. L’ironia, unita a un sentimento di rivolta e di insofferenza, trova posto nella sua anima ormai libera dall’estasi e dai sogni giovanili.

rivoluzione d'ottobre i bolscevichi

rivoluzione d’ottobre i bolscevichi

 Nel dramma La baracca dei saltimbanchi, rappresentato a Pietroburgo nel 1906, Blok deride con spietato sarcasmo, in un susseguirsi di immagini grottesche e illusorie, le sue precedenti esperienze mistiche. Nei versi del ciclo Il mondo terribile, la Sposa celeste è ormai una creatura terrena, una prostituta. Pietroburgo è uno squallido aggregato di bettole fumose e sporche, di vecchi straccioni mendicanti, di vagabondi, di relitti alla deriva. Nel dramma La sconosciuta il sacro tempio si trasforma in una casa di tolleranza.

L’amore ideale, nebuloso, ormai svanito, lascia il posto all’amore per la Russia, che Blok vede come entità concreta e divina, come una creatura sofferente. «La Russia resta sempre la stessa: un’entità lirica», scriveva alla madre nel 1909, e aggiungeva: «Qualunque cosa accada, essa resterà sempre la Russia dei miei sogni». Da questo amore, dall’entusiasmo suscitato in lui dagli avvenimenti del 1917 e soprattutto dalle giornate di Ottobre, nacquero due poemi: I dodici e Gli Sciti, entrambi scritti nel 1918.

Aleksandr Blok

Aleksandr Blok

Blok sentì la «musica» della Rivoluzione, presagì l’ineluttabilità del cataclisma che avrebbe spazzato via tutte le ingiustizie del «mondo terribile», del vecchio mondo. Nei Dodici sono mirabilmente amalgamate le emozioni e i presentimenti dell’imminente lotta sociale. Nei giorni in cui lavorava a questo poema, il poeta incontrò alcuni noti esponenti del Partito comunista e così si espresse con loro: «A voi interessa la politica, il partito, mentre noi poeti cerchiamo l’anima della Rivoluzione. Essa è stupenda, e qui siamo tutti con voi».

A confermare il carattere «sacro» della Rivoluzione appare in chiusura l’immagine di Cristo, quasi in contraddizione con tutto il contenuto del poema. Cristo che avanza davanti alle dodici guardie rosse, simboleggianti gli apostoli, è un puro simbolo poetico che sta ad esprimere la benedizione etico-religiosa della Rivoluzione da parte del poeta. Tutto il poema è in movimento continuo, movimento irrefrenabile che ha un’unica direzione: «Avanti!». La ricchissima gamma di contrasti lessicali, la sequela di immagini come lampi di magnesio, le dissonanze, gli elementi polifonici che si fondono in un’armonia superiore, tutto ciò concorre a creare quel ritmo incalzante, terribile e continuo, che si fa particolarmente solenne nelle strofe finali. In questa creazione il genio musicale e pittorico di Blok raggiunge il vertice. In seguito, svanito l’ardente entusiasmo dei primi mesi della Rivoluzione, oppresso e deluso dall’arido e pedantesco apparato burocratico che lo circondava, avvilito da difficoltà e incomprensioni, il poeta si abbandonò a un cupo pessimismo. Stanco e isolato si spense il 7 agosto del 1921.

(Paolo Statuti)

 

Aleksandr Blok 8

I DODICI

1
Buia sera.
Neve bianca.
Che vento!
Le gambe piega.
Che bufera –
Sulla terra intera!

Di neve e vento
Un girotondo.
Ghiaccio è il fondo.
Bufera maledetta!
Ogni passante
Scivola – ah, poveretta!

Tra due case
Una fune si tende.
Sulla fune – un cartello:
“Tutto il potere alla Costituente!”
Una vecchia piange – ahimé,
Non capirà mai perché
C’è quel cartello.
Che spreco con quel telo –
Quante pezze per i piedi dei ragazzi,
Spogliati e scalzi…

La vecchia, come una gallina,
Ha saltato un mucchio di neve.
– Oh, Benedetta Madonnina!
– Coi bolscevichi la vita è breve!

Punge il vento!
Gelo maledetto!
Un borghese al crocevia
Ha il naso nel colletto.

E questo chi è? – Lunghi i capelli
Parla a voce bassa:
– Traditori!
– La Russia al Creatore! –
Forse un letterato –
Un oratore…

E là con la zimarra –
In disparte vi tenete…
Passata è l’allegria,
Compagno – prete?

Ricordi com’era?
Sulla pancia sporgente
La croce splendeva
Per la gente…

Là una dama impellicciata
Verso un’altra s’è voltata:
– Ah, quanti pianti, quanti pianti…
Ma è scivolata
E – paff – che sederata!

Ahi, ahi!
Titatemi su!

Vento allegro,
Spietato e contento.
Rivolta i lembi,
Sferza i passanti,
Strappa, sbatte
Un grande cartello:
“Tutto il potere alla Costituente”…
E le parole porta:
…Da noi c’è stata una riunione…
…In questo androne…
…Abbiam discusso –
Abbiam deciso:
Dieci – per un’ora, venticinque – per la notte…
…Di meno – non accettare…
…Andiamo a riposare…

Tarda sera.
La strada s’è svotata.
Un vagabondo
Ha la schiena piegata,
E sibila il vento…

Ehi, pezzente!
Vieni qua –
Baciamoci…

Pane!
Chi va là?
Passa!

Cielo, cielo nero.
Rabbia, triste rabbia
Bolle in petto…
Rabbia nera, rabbia santa…

Compagno, bada!
Attento!

Aleksandr Blok 7

 

2

Passeggia il vento, vola la bufera.
Va dei dodici la schiera.

Le nere cinghie dei fucili,
Intorno – fuochi, fuochi, fuochi…
Berretto sgualcito, tra i denti – un mozzicone,
Sembran fuggiti dalla prigione!

Libertà, libertà,
E la croce via di qua!

Tra-ta-ta!

Che freddo, compagni, che freddo fa!

– Vanja e Katja sono insieme…
– Nella calza i soldi tiene!

– Ricco Vanja è diventato…
– Era con noi, adesso è soldato!

– Vanja, figlio di puttana, suvvia,
Prova a baciare la mia!

Libertà, libertà,
E la croce via di qua!
Katja con Vanja è occupata –
Ma che fa, che fa?…

Tra-ta-ta!

Intorno – fuochi, fuochi, fuochi…
A tracolla i fucili…

Il passo sia rivoluzione!
Il nemico è pronto all’azione!

Compagno, coraggio, il fucile agguanta!
Spariamo sulla Russia Santa –

Vetusta,
Contadina,
Satolla!

E la croce via di qua!

Aleksandr Blok

Aleksandr Blok

3
Oh partirono i ragazzi,
Per servir la guardia rossa –
Per servir la guardia rossa –
E finire in una fossa!

E tu, amara sventura,
Vita gentile!
Lacero il cappotto,
Austriaco il fucile!

Per la sorte dei borghesi
Mille fuochi sono accesi,
Fuoco e sangue nel cuore –
Oh, proteggici, Signore!

4
Neve. Grida il vetturino,
Vanja con Katja vicino –
La luce del fanale
Sulle stanghe…
Ah, ah, crepa!…

Nel cappotto militare
Un balordo egli pare,
Torce e alliscia senza sosta
il baffo nero,
E scherza a cuor leggero…

Vanja è così – forte e tenace!
Vanja è così – assai loquace!
La sciocca Katja abbraccia,
E a parlare attacca…

Getta indietro la testolina,
Denti come perline…
Oh, Katja, m’è sempre piaciuta
La tua faccia paffuta…

Aleksandr Blok

Aleksandr Blok

5

Sul tuo collo, Katja,
Lo sfregio d’un coltello.
Sotto il petto, Katja,
Hai un graffio novello!

Balla un po’, amore mio!
Che gambe, santo Dio!

Biancheria di pizzo portavi –
Portala ancora!
Con gli ufficiali trescavi –
Tresca, tresca anche ora!

Eh, eh, tresca adesso!
Il cuor sobbalza in petto!

L’ufficiale, Katja, rammenti –
Non evitò una coltellata…
L’hai scordato, accidenti?
La memoria s’è offuscata?

Eh, eh, non mentire,
Con te voglio dormire!

Ghette cenere avevi,
Solo dolci raffinati,
Tra i cadetti tu sceglievi –
Ora scegli tra i soldati?

Eh, eh, pecca pure, dai!
Più leggera ti sentirai!

arrivo dei capi bolscevichi a Brest Litovsk 3 marzo 1918

arrivo dei capi bolscevichi a Brest Litovsk 3 marzo 1918

6

Di nuovo passa come furia
Il vetturino: vola, urla, ingiuria…

Fermo! Andrjej, da’ una mano!
Corri dietro a quel marrano!…

Tra-tarara-ta-ta-ta-ta!
Quanta neve s’è levata!…

Scappa Vanja – il bellimbusto…
Alza il cane! Mira giusto!…

Tra-tarara! Or vedrai…
……………………………….
Le donne altrui più non avrai!…

E’ scappato! Aspetta, carogna,
Finirai in una fogna!

E Katja dov’è? – Morta ammazzata!
Ha la testa crivellata!

Katja, sei contenta? – Taci…
Come una bestia giaci!…

Il passo sia rivoluzione!
Il nemico è pronto all’azione!

7
Va dei dodici la schiera,
Con passo deciso.
Il povero assassino
Nasconde il suo viso…

Più veloce, senza fiato
Corre come un ossesso.
Lo scialle sul collo annodato –
Mai più sarà se stesso…

– Oh, compagno, sei afflitto?
– Hai la faccia smarrita!
– Pjetja, sembri un relitto,
Vorresti Katja in vita?

– Oh, compagni, ricordate,
Quella pupa io l’amavo…
Notti buie, ubriache
Con la pupa io passavo…

– Con lo sguardo provocava,
Eran fuochi i suoi occhi,
Sulla spalla che mostrava
C’era un neo coi fiocchi!
Dietro a lei, povero me,
Mi son perso… ahimé, ahimé!

– Cane, vuoi sonare l’organetto,
Pjetja, sei forse una donnetta?
– O forse vuoi sputare
Tutto ciò che hai nel petto?
– Controllati!
– Sta’ dritto!

– Più nessuno ormai, fratello,
I tuoi mali curerà!
Oggi più grave è il fardello
Che ciascuno porterà!

E Pjetja ha rallentato,
Or più non s’affretta…

La testa ha sollevato,
Or di nuovo sembra lieto…

Eh, eh!
Goder non è peccato!

Serrate ben le porte,
Verran saccheggi e morte!

Aprite la botte –
Gli straccioni vanno a frotte!

Aleksandr Blok

Aleksandr Blok

8

Oh tu, amara sventura!
Noia mesta,
Funesta!

Il tempo
Passerò, passerò…

La testa
Gratterò, gratterò…

I semi
Sguscerò, sguscerò…

Il coltello
Userò, userò!…

Vola, passerotto borghese!
Il sangue voglio bere
Per la mia bella,
Per le ciglia nere…

Pace, Signore, per l’anima della tua schiava…

Noia!

9
Tace la voce della città,
Il gendarme più non cammina,
Tace la torre sulla Nevà –
Non c’è più vino in cantina!

Un borghese sta al bivio,
Cela il naso nel colletto.
Un pelo irsuto lo strofina –
E’ un mite cane reietto.

Come quel cane è affamato,
Tace, non fa domande.
Come quel cane, il vecchio mondo
Ha la coda tra le gambe.

Aleksandr Blok

Aleksandr Blok

10

E’ scoppiata la tempesta,
Ovunque sconquasso!
Non distingui più una testa
A distanza d’un passo!

Di neve un grande anello,
Di neve un mulinello…

– Gesù mio, che bufera!
– Pjetja, parla seriamente!
Da cosa t’ha salvato
Quel santume dorato?
Svegliati!
Libera la tua mente –
Di sangue sei macchiato,
Katja t’ha rovinato!
– Il passo sia rivoluzione!
Il nemico è pronto all’azione!

Avanti, avanti ancora,
Chi lavora!

11
…E vanno senza nome di santo
Dodici fanti.
Decisi sono a tutto,
Senza rimpianti…

D’acciaio l’armamento
Pel nemico nell’ombra…
I vicoli di pianto
La bufera inonda…
Nel soffice manto –
Lo stivale affonda…

Negli occhi ondeggia
Una bandiera.

S’odon passi
Nella sera.

Si desterà
Il feroce nemico…

La tormenta li inghiotte
Giorno e notte
Senza tregua…

Avanti ancora,
Chi lavora!

rivoluzione d'ottobre 1

12

…Vanno con passo gagliardo…
– Esci dalla tua tana! –
Davanti – un rosso stendardo,
Infuria la tramontana…

Davanti – un cumulo gelato,
– Chi va là? Fuori, carogna!…
E’ solo un cane affamato
Che si gratta la rogna…

– Passa via, cane immondo,
O il mio ferro proverai!
Ti somiglia il vecchio mondo,
Passa via o perirai!

…Mostri i denti per la fame,
La tua coda nascondi,
Solo al mondo, senza pane…
– Chi va là? Ehi, rispondi!

– Chi è che regge lo stendardo?
– Oh, il cielo com’è scuro!
– S’ode un passo codardo,
Si cela dietro un muro.

– Fuggire ora che vale?
Meglio vivo restare!
– Ehi, compagno, finirai male,
Mi costringi a sparare!

Tra-ta-ta! – L’eco soltanto
Dalle case risponde…
La bufera ride intanto
Tra le candide sponde…

Tra-ta-ta!
Tra-ta-ta…

…E vanno con passo gagliardo,
Dietro – un cane affamato,
Davanti – con lo stendardo
Di sangue imbrattato,
Dai proietti risparmiato,
Con passo dolce e lieve
Tra mille perle di neve,
Il capo ornato di cisto –
Chi li guida? – Gesù Cristo.

(Traduzione di Paolo Statuti)

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POESIE SCELTE di Valerio Magrelli da “Il sangue amaro” (Einaudi, 2014) con un Commento di Giorgio Linguaglossa

La grande bellezza di Paolo Sorrentino Tony Servillo in una scena

La grande bellezza di Paolo Sorrentino Tony Servillo in una scena

Commento di Giorgio Linguaglossa

La didascalia dell’editore recita: «A otto anni dall’uscita di Disturbi del sistema binario, la nuova raccolta di Valerio Magrelli si presenta estremamente articolata rispetto alla precedente. Diviso in dodici sezioni e in due metà di 55 poesie ciascuna, Il sangue amaro affronta un ampio ventaglio di argomenti. Si va da poesie su artisti, poeti o amici, a una sorta di iper-testo sul tema della lettura, dalla ripresa dell’antico genere dei calendari, al poemetto «etologico» La lezione del fiume. A ciò si aggiungono versi civili (Cave! e Il Policida), che si alternano ora a parti piú lievi (Piccole donne e Paesaggi laziali) ora a un’approfondita riflessione intorno al rumore, alla musica, all’acustica (Otobiografia). Un caso a sé è costituito dalla forte presenza religiosa che si ritrova, sia pure in una prospettiva critica, nelle composizioni dedicate all’immagine del Natale o al dibattito sull’eutanasia. Il cuore del libro, però, va individuato nel capitolo ispirato al motto paolino, e poi kierkegaardiano, di «Timore e tremore». È questa infatti l’impronta di una scrittura segnata da quella «età dell’ansia» che, sebbene covi ormai da lungo tempo, non è evidentemente ancora giunta alla sua piena maturazione».

valerio magrelli con la libreria della sua abitazione a Roma

valerio magrelli con la libreria della sua abitazione a Roma

 Dopo la lettura di questa precisa e sapiente notazione critica dell’ufficio stampa di Einaudi, non c’è dubbio che Valerio Magrelli è colui che meglio di tutti ha saputo intercettare, dal primo libro Ora serrata retinae del 1980, quella inquietudine mediatico-mediale che ci ha accompagnato dall’età craxiana alla fine della seconda repubblica ad oggi dove non sappiamo più dove siamo, in particolare in questi ultimi vent’anni di stagnazione e di recessione economica. Forse nessun punto di vista era così privilegiato quanto Roma, la capitale, cinica e sorniona, di uno stato in dissolvimento lento ma progressivo. L’«età dell’ansia» di Magrelli è l’ansia privata, anzi privatissima del cittadino medio che si preoccupa degli affari propri: le bollette dell’ICI, dell’aliquota dell’IRPEF, del canone TV, delle multe, de «l’anagrafe telematica» e di tutti gli altri rompicapo del nostro essere cittadini italiani (s’intende, problemi propri a tutti noi). In questo senso ritengo Magrelli il poeta che meglio degli altri ha saputo intercettare le paure, le idiosincrasie e le ansie della nostra storia recente, il poeta più esportabile e più impermeabile, il poeta spugna che assorbe i virus che alitano nell’atmosfera e li converte in «poesia» con un linguaggio intellettualizzato al punto giusto di cottura per piacere alla generalità del ceto medio. E se la longevità ha un qualche significato, allora bisogna ammettere che Magrelli è il poeta più longevo e rappresentativo, nel bene e nel male (più nel male che nel bene), del nostro tempo, scrive le poesie che Jep Gambardella de “La grande bellezza” scriverebbe se non avesse rinunciato a scrivere. Un esempio?, ecco una poesia sulla paura che qualcuno possa portargli via la «casa»:

«Non siamo a casa neanche a casa nostra, / anche la nostra casa è casa d’altri, / la casa di qualcuno arrivato da prima / che adesso ci caccia. / Vengono a sciami / si riprendono casa, / la loro casa, /da cui ci scuotono via, / punendoci per la nostra presunzione: /essere stati tanto fiduciosi /da credere che il mondo si potesse abitare».

(Giorgio Linguaglossa)

valerio magrelli Il sangue amaro

Natale, credo, scada il bollino blu
del motorino, il canone URAR TV,
poi l’ICI e in piú il secondo
acconto IRPEF – o era INRI?
La password, il codice utente, PIN e PUK
sono le nostre dolcissime metastasi.
Ciò è bene, perché io amo i contributi,
l’anestesia, l’anagrafe telematica,
ma sento che qualcosa è andato perso
e insieme che il dolore mi è rimasto
mentre mi prende acuta nostalgia
per una forma di vita estinta: la mia

*

C’è chi fa il pane.
Io faccio Sangue Amaro.
C’è chi fa profilati d’alluminio.
Io faccio Sangue Amaro.
C’è chi fa progetti per lo sviluppo aziendale.
Io faccio Sangue Amaro.
Io mi faccio il Sangue Amaro.
È una specialità della casa, sin dal lontano 1957.

*

Mi lavo i denti in bagno.
Ho un bagno.
Ho i denti.
Ho una figlia che canta
di là dalla parete.
Ho una figlia che ha voglia di cantare
e canta.
Può bastare.

*

Ingegnoso, mio figlio si chiude nella doccia
incolla un foglio al vetro, dall’esterno,
e per un’ora, immerso nel vapore,
impara a memoria Ugolino.

Scendono l’acqua e i versi, lui sussurra,
mi costa una fortuna, ma alla fine
esce lavato, profumato, pieno
zeppo di endecasillabi.

*

Se tutto dovesse andar bene,
ma veramente bene, senza incidenti o crolli,
infine arriverà la tremarella.
Vedo amici più anziani che vibrano,
il mento scosso, le mani inarrestabili.
Parliamo allora di questo movimento,
un vento che soffia da dentro
per scuotere le foglie delle dita
e non si ferma più.

*

È questo stormire neurologico
di fronde che dunque mi attende
se tutto, proprio tutto, dovesse andar bene.
E mi tramuterò in una betulla
o in un cipresso sul bordo del fiume,
con quel tremolare di luci
alzate dalla brezza.
Mi farò soffio, mi farò soffiare,
panno lasciato al sole ad asciugare.

valerio magrelli 4

 

 

 

 

 

 

Pagliarani sul Niagara

Parlavi dei bambini,
dicevi della loro furia molecolare,
davanti alla cascata,
anzi, dietro il suo velo,
dentro un cunicolo scavato nella roccia
per sbucare sul retro delle acque.
Al buio, fra la guazza,
con quel film bianco che scorreva in fondo
velando il mondo,
come ficcati dentro un ombelico,
parlavi della nascita,
descrivevi la nascita,
affidavi alla nascita
la parola segreta di ogni storia:
CONTINUA.

 

Giugno (1957-2007)

I Am A Strange Loop.
Douglas Hofstadter

Cinquanta volte giugno,
e sarei io, l’anello?
L’anello è lui, questo tempo elicoidale
che torna su se stesso
sempre uguale e uguale mai,
mio giugno, anello solstiziale
di sangue, di nozze, di addio,
eterna vigilia di quella vacanza
che infine giungerà pura
nudissima luce definitiva,
mio sabato dell’anno, rompendo
finalmente l’anello sisifale.

 

Dicembre
Minimo omaggio a John Donne

Dicembre, il lavandino si è svuotato:
tutta la luce se ne è andata via,
finché il mese sfinito, prosciugato,
giunge al cospetto di Santa Lucia.
Nel tenebrore della siccità
le mattinate sgocciolano notte,
e col solstizio dell’oscurità
l’intero anno si contrae per otte-
nere che lentamente, esile, torni
il moribondo flusso di corrente
ed un nuovo splendore inondi i giorni.
Solo cosí rinasce quel potente
getto di sole che rimette in moto
ruota, ciclo, marea, nascita, photos.

valerio magrelli

valerio magrelli

 

 

 

 

 

 

L’età della tagliola
Su una fotografia di Milena Barberis

Per prima cosa ho visto tre ragazze,
dopo ho intuito che era una soltanto
moltiplicata.
Finché ho capito che ogni ragazza
ne contiene altre due,
fiore con tre corolle, equazione a tre incognite.
Avere quell’età, significa sostare innanzi a un bivio:
da un lato sta il passato appena prossimo,
dall’altro un futuro duale – scelta,
biforcazione, sesso, forbice.
Chi cresce, chi adolesce, si divide
e per andare avanti deve amputarsi
come fa la volpe, che stacca la sua zampa
presa nella tagliola.

Suites inglesi

A Roland Barthes, maestro di solfeggio
Ero andato a incontrarlo da studente
per una tesi, e invece chiacchierammo
solo degli spartiti che portavo con me.
Suonava al piano Bach e la corrente
di quel «ruscello» lo sospinse via
fra mulinelli e anse.
A che serve suonare?
Un’obbedienza cieca,
un’arte marziale: l’ascesi,
e in fondo il suono che si leva uguale,
il Sempre-uguale,
nell’ostinata speranza,
se non di un lenimento,
di un mite risarcimento musicale.

valerio magrelli

valerio magrelli

 

 

 

 

 

Tombeau de Totò

Totò diventa cieco, da vecchio.
Tutto quell’agitarsi disossato
per finire nel buio.
Un muoversi a tentoni,
un zigzag nelle tenebre.
Ma è vero anche il contrario:
Totò diventa vecchio, da cieco.
Me lo ricordo ancora, sotto casa,
che traversa la strada a un funerale,
tra due ali di folla impazzita.
E lui stava al gioco, sconnesso, veniva avanti a scatti,
senza vedere nulla – solo ora capisco!
Cieco, vecchio e meccanico,
ma come caricato dalla molla d’acciaio del dialetto.
Finché, perso lo sguardo, non perde anche la lingua.
Nei suoi ultimi film, non potendo seguire le battute,
viene doppiato. Questa la leggenda:
da cieco che era, adesso è diventato muto
nella pellicola, mentre un’altra voce
sostituisce la sua.
Totofonia blasfema, alle soglie dell’ombra.
Deposta la visione, deposta la parola,
il corpo pinzillacchero discende nella Tomba.

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Marco Onofrio La dimensione poetica – Dalla lingua delle origini alla torre di Babele: l’iperdenominazione del mondo, Dioniso Apollo Eraclito, Il divenire (Parte III)

de chirico il ritorno di Orfeo

de chirico il ritorno di Orfeo

 

de chirico ettore e andromaca

de chirico ettore e andromaca

La poesia è da sempre tesa alla presunta “lingua pura” delle origini: cerca di afferrare l’“essere linguistico” delle cose, il nome segreto e cifrato di ogni essere, come traduzione del suo “quantum”, della sua quiddità energetica, della sua scintilla creatrice, della sua peculiare nota metafisica. Come la “lingua nuova” di cui ad esempio Hugo von Hofmannsthal (nella Lettera di Lord Chandos) articola l’istanza-ipotesi: una lingua «di cui non una sola parola mi è nota, una lingua in cui mi parlano le cose mute, e in cui forse un giorno nella tomba mi troverò a rispondere a un giudice sconosciuto». Una lingua che incorpora l’oggetto, che lo crea nominandolo, che lo manifesta in quanto luce: verbo e nome, parola e cosa. Questa lingua conoscente, di nome e di essere, coincide con lo stato paradisiaco delle origini perdute. La lingua di Adamo; e quindi, come tale, irrecuperabile. La parola umana nasce dalla rottura di questa unità originaria. Il peccato originale segna l’uscita della parola umana dalla terra della “lingua nominale” che ancora Platone può difendere nel Cratilo. Da allora c’è la torre di Babele: iperdenominazione del mondo; pluralità di linguaggi e ingorgo di gerghi strumentali; pletora di nomi vuoti: un immenso fragore di segnali: un boato di fondo che sfuma nel silenzio dell’insignificanza…

 LA GUERRA CHE VERRA'. Non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell'ultima c'erano vincitori e vinti.

LA GUERRA CHE VERRA’. Non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti.

A questo può servire la poesia, nel suo valore ontologico, oggi più che mai. Ad aggiustare la frequenza del suono: a riagganciare la giusta armonia: ad ascoltare il silenzio delle origini. Ben diverso da quello fragoroso dei linguaggi: profondo, questo, e limpido, e creativo. È in questo silenzio originario che si è andato a nascondere l’indicibile della conoscenza perduta, che si esprimeva nella pienezza del nome. Il silenzio del mondo che tace la verità. È a questo stato pre-categoriale, di eterna attualità, che attinge nello scrivere il poeta. Deve portare le cose all’essere, lasciandole affiorare e rivelare. La parola, allora, diventa simbolo pieno: nome che contiene mille voci, tutte le voci. E che, talvolta, vuol dire la realtà in tutta la sua fulgida pienezza, sublimandola e magnificandola.

zbigniev herbert

zbigniev herbert

Ma una rappresentazione sublimata e solare delle cose è, forse, migliore premessa all’insorgere dell’ombra che, forte della stessa negazione, preme con urgenza da fuori, o da dentro – come il disturbatore della conferenza –,  per conquistare o riconquistare il centro della scena. Rivendicando i suoi diritti. Urlando le sue incognite ragioni. Ecco perché ad ogni epoca di armonia succede inevitabilmente una di crisi. Si passa così dal meriggio rinascimentale al crepuscolo inquieto del barocco. Dal chiarore dei lumi alle ombre gotiche del romanticismo. Dalle certezze positive dell’Ottocento all’angoscia decadente del Novecento, ecc. Ciascuna di queste trasformazioni  esclude dal suo corso i salti netti: procede dunque con una dinamica di passaggi intermedi e sfumature che solo a posteriori, e forzandone la straripante complessità, è possibile storicizzare e/o classificare.

W.H. Auden with Cecil Day-Lewis and Stephen Spender

W.H. Auden with Cecil Day-Lewis and Stephen Spender

Accade anche nell’antica Grecia, quando si passa dall’età mitica delle origini alla grande età del sapere tragico. Apollo è il dio che sovrintende alla poesia come accordo universale, come canto armonico, come sinfonia. Sin-fonia: suonare insieme: alle cose del mondo, alle stelle del firmamento, alle vibrazioni energetiche della materia. Obbedire ai sacri vincoli del ritmo. Essere parte del concerto cosmico. L’armonia del canto è la forza che purifica il dolore, che scioglie dai mali, che dice la verità. Apollo è un dio sublimante e, in quanto tale, riduzionistico. A-pollon: non molti. È l’Uno che nega il molteplice. Per questo può permettersi di essere il dio della pienezza e della luce. Ma, a un certo punto, viene a noia pure il paradiso. Certo, è bello cantare il migliore dei mondi possibili: ma come evitare, al tempo stesso, di avvertire che un poco ci si inganna? Ecco il brivido d’ombra nel fulgore più accecante. Un brivido che punge, da qualche parte: cattiva coscienza del rimosso che torna ad affacciarsi, prima o poi. È un’armonia piena ma falsa, in fondo, poiché intentata: non generata dalla lotta strenua col suo contrario. Allora le grandi narrazioni mitiche non bastano più. C’è bisogno di un senso ancora più profondo, legato al destino dell’uomo, alla sua verità autentica. E si esce dall’infanzia del mondo, dal tempo delle favole.

Costantino Kavafis

Costantino Kavafis

C’è un grido terribile, nel Declino degli oracoli di Plutarco, che segna questo termine epocale: «Il grande Pan è morto». Come poi dirà Nietzsche all’alba del Novecento: «Dio è morto». È Eraclito il Nietzsche dell’antichità: lo spirito illuminante e perturbante che sottrae all’uomo il terreno sotto ai piedi, prescindendo dalle certezze acquisite. Eraclito non teme di rivelare che gli uomini sono «stranieri in mezzo a cose straniere», sonnambuli che «non sanno ciò che fanno da svegli, così come da svegli dimenticano ciò che fanno nel sonno». Il mito non serve più a spiegare il senso delle cose, giacché «la natura ama nascondersi». Occorre trovare una strada verso la reale costituzione dell’essere. C’è un logos abissale che sfugge allo sguardo, perché è invisibile, ma domina il mondo dall’interno di tutte le sue manifestazioni. Se guardi bene scopri che c’è un “oltre” in tutto (lo dice fra gli altri Pirandello, all’inizio del romanzo Quaderni di Serafino Gubbio): che al di là del visibile si apre il mondo dell’invisibile, dei rapporti nascosti, dei legami interstiziali. Come scrive Baudelaire nella lirica Corrispondenze: «La Natura è un tempio dove colonne vive / lasciano a volte uscire confuse parole; / l’uomo vi passa attraverso foreste di simboli /che l’osservano con sguardi familiari. /Come echi lunghi che da lontano si fondono / in una tenebrosa e profonda unità / vasta quanto la notte e quanto la luce».

Yeats and Eliot

Yeats and Eliot

Occorre distinguere, nella fitta trama del tutto, le tracce di questa armonia, tesa e sottesa, che si rivela più forte di quella in superficie. È la relazione che lega l’uno al tutto: è la forza che tiene insieme il molteplice. C’è bisogno di un’armonia più autentica e complessa, un’“armonia discorde”. È l’armonia dei contrari: il logos eracliteo che sottende le tensioni contrastanti. Sintesi dinamica di attrazione e contrasto, di amore e guerra, di essere e divenire. Per arrivare a questa ragione sottile, e dunque all’essenza costitutiva delle cose, occorre passare attraverso l’esperienza del molteplice, fuori e dentro di noi. Perdersi nella selva oscura. Smarrire le coordinate. Aprirsi al rischio della-peiron, dell’aperto, dell’abisso privo di fondamenti. Il sapere tragico nasce dalla frattura del mondo: e dalla scissione che apre il soggetto alla visione consapevole di questa frattura. L’uomo si raggiunge in ciò che più gli appartiene, finendo per coincidere con la propria condizione. Apre gli occhi e si vede come “dal di fuori”, così come è: nodo di autocoscienza riflessa, individuo, soggetto distinto, posto dinanzi alle cose, non più parte di esse. Come accade, nella Genesi, ad Adamo ed Eva, dopo aver mangiato il frutto proibito della conoscenza: «Allora si aprirono gli occhi ad entrambi e si accorsero che erano nudi».

Mandel'stam a Firenze 1913

Mandel’stam a Firenze 1913

Ci vuole un principio energetico, attivo e propulsivo, per rimettere in moto, cioè in discussione, l’astratto e sublimato cosmo apollineo. Anche a costo di mandarlo in frantumi. Sola armonia credibile, dunque, sarà quella scaturita dalla crisi; sola luce vera, quella accesa dal cuore stesso della tenebra, trafitta e oltrepassata. È Dioniso: il dio dell’ebbrezza, della leggerezza, della libertà, della dispersione e della spersonalizzazione; il dio-capro tellurico, oscuro ed inquietante, ma anche affrancatore dai vincoli che ci tengono legati al carcere di un tempo e di uno spazio, volta a volta unici ed esclusivi, quindi escludenti. Quando Dioniso sfiora Apollo, Apollo cambia per sempre: cambia la sua musica, la sua armonia: comincia a parlare per “geroglifici”, segni ambigui e indecifrabili, attraverso la bocca delirante della Pizia delfica: cose cupe, straniere, informi, “altre” e refrattarie; difficilmente componibili in un symbolon, un’unità di senso in superficie. La musica solare di Apollo si sporca di pulsioni notturne e risonanze umane: diventa gioia del dolore, diventa tragica. D’ora in poi sarà più difficile sostenere un riduzionismo incapace di sorgere da un confronto serrato, corpo a corpo, con la complessità.

Adam Zagajevski

Adam Zagajevski

L’Apollo tragico nasce dall’assimilazione di Dioniso, dal superamento della musica, nel sogno «abitato da immagini plastiche» (Dino Campana). La visione tragica apollinea sorge dalla potenza della musica dionisiaca. Il cosmo nasce dal caos. Per crescere ed evolversi c’è bisogno prima di entrare in crisi, per poi superarla. E che cosa scopre Apollo, quando Dioniso lo mette in crisi? Altrimenti detto: di che cosa diventa capace la poesia quando l’accende il fuoco della musica, l’“oscuro turbine” di un canto che viene dal basso, dalle viscere, dal sangue, dal vino, dalla terra? Risposta: che l’uomo è il “soggetto dei contrari” che non si possono risolvere, e non devono essere risolti – se la parola vuol darne cenni di verità autentica: senza falsi inganni, oltre le favole, oltre le illusioni. Il mistero stesso che abbiamo in noi è espressione del logos abissale. Dice Eraclito l’oscuro: «Per quanto tu possa viaggiare, non riuscirai mai a scoprire i confini dell’anima». La verità che la parola tragica ci svela è che siamo complicati e ambivalenti, perché partecipiamo della natura dei contrari che riuniamo dentro noi stessi. Scrive Marco Aurelio, nei suoi Pensieri, che siamo fenditure di tempo fra due eternità: quella che ci precede e quella che ci seguirà. Labili, effimeri, passanti. Fiamme tremolanti di candela. Abbiamo i piedi che sfumano nel vuoto. Soglie di transito fra notte e giorno, luce e tenebre, vita e morte. Il nostro essere è il divenire.

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POESIE INEDITE di Umberto Simone “La baia delle femmine” “La pastora” “Derviscio sovrappeso” , Antonio Sagredo “Più quadri, per te, Cassandra”! “madrigale ve(le)noso”, Flavio Almerighi “Marco Emilio Lepido” POESIE SU PERSONAGGI STORICI MITICI O IMMAGINARI

Parnaso apollo venere-mercurio e le muse di andrea mantegna.

Parnaso apollo venere-mercurio e le muse di andrea mantegna.

Umberto Simone

Umberto Simone

Umberto Simone

La baia delle femmine

.
Se non un uomo fossi di creta grossolana,
ma una spiaggia piuttosto di sabbia calda e fina,
l’estate intera avrei su me, gioia sovrana,
donne dischiuse al sole, chi prona chi supina,
e nonostante il grezzo telo di mezzo, come la cortina
importuna di un harem, lo stesso avvertirei quell’aurea grana
di curve, e tratterrei l’orma divina
dei grappoli dell’Eden, o dei gemelli della luna piena.

Ma se da me piombassero malcapitati incauti rozzi maschi,
di colpo diverrei spuntone, scoglio, sprone, scheggia, spina,
e senza pietà alcuna marchierei, se giacessero di schiena,
chiappe angolose e irsute con lividi e con raschi,
e se di pancia – diamine, mi comporterei peggio dei tedeschi
nel Terzo Reich coi libri: uno sfracello, una carneficina
farei, di quei volumi! e si lamenterebbero, i fuggiaschi,
con voci bianche come un coro della cappella Sistina.

La Baia delle Femmine … il gineceo tabù, dove a ciascuna
risorge dal bikini srotolandosi la coda di sirena,
dove il liscio col morbido in modi sempre nuovi si incatena
e la somma qui è bionda, e più in là è rossa, e più in là ancora è bruna,
e ogni ora si dipana piana come un’arcana cantilena …
se solo fossi rena! se solo fossi duna!
e non la goffa sagoma, non questo tizio dall’aria un po’ strana
che con le belle non ha più fortuna.

.
La pastora

Flabelli di papiro, pappi di cardo, granulosa ed irta
l’aria, a cunei il respiro, a prismi in fiamme
la luce, e crema blu lo stagno – ma di corsa si tuffarono
i boscaioli, giovani, sei, sette, e tutto diventò all’istante

agape da palestra, festa di guerra, rude paradiso.
Quello che mi scoprì, “ Bella, gridò, tu non lo senti, il caldo?
Sei timida, o non nuoti? Scendi, che t’insegniamo. ” Gli altri risero,
lui sorrideva e basta, e s’accostava già alla riva, uscendo

dall’acqua, come acciaio dalla fornace, a blocchi rutilanti:
la testa, che scrollò spruzzando fino a me, o mi parve, stille
aspre come tizzoni – la gola, con la biscia d’una ciocca
in bifido abbandono – e poi, a lingotti sempre più crudeli,

grondanti e lisce come masse corrusche all’acme d’una rapida,
spalle, e petto! e le braccia! con vene, tese, come gomene! e accecata
fuggii, povera cerva! ma non appena fuori visuale
mi fermai, per udire se venivo braccata, o minacciata, o canzonata, o invece

pregata di restare … Breve lo scatto, eppure ansavo, madida,
con frane come d’alghe o come d’aghi
a dolermi nell’osso – e con la cicatrice quasi d’una
ditata sporca d’oro sulla spugnosa bilancia del cuore.

.
Derviscio sovrappeso

Leggeri gli altri ruotano, librandosi a occhi chiusi,
disincarnati quasi dall’estasi e dal ritmo,
con la veste che all’orlo sboccia in cerchi allargati di ninfea,
ma in vita si restringe come il gambo del narciso:
io soltanto, derviscio sovrappeso,
io l’obeso, io il deriso, resto il sudato parallelepipedo,
la libellula quadrupla, la mongolfiera condannata a terra
da un surplus di zavorra.

Eppure a volte ospito un cuore che
ben oltre i miei più floridi diametri si dilata,
tanta dolcezza monta in me che penzolo
come una gocciolona di manna sul creato,
mi sento il vino che rimane fino
persino nella tozza damigiana,
e in me stesso volteggio! – e giro! e giro! come quella chiave
per cui le serrature fatte in serie sono strette.

teatro Politecnico 1974, Antonio Sagredo

teatro Politecnico 1974, Antonio Sagredo

 

 

 

 

 

 

 

 

Antonio Sagredo

Più quadri, per te, Cassandra!

E tu vedrai i miei trionfi sulle Vie dei Canti,
come sulle consolari un tripudio di epitaffi
in cenere fissa il Tempo alla sua rovina
e dìssipa dietro le quinte lo spirito dei gesti.

Non avrai nemmeno un cantuccio per amare l’Arte
perché come un apostolo libertino l’umile potere
hai travisato per un’oncia di invidia bizantina:
il piacere del lutto hai vinto per un ignobile retaggio!

La lettura volgeva al tramonto di uno stile il vaticinio
di una lingua tòrtile, come una colonna asmatica
che dal leggio al calice celebra la sua caduta,
lo stupore di uno scacco e l’applauso di una metafora.

E non potrai mai scrivere un necrologio al mio pensiero:
ti manca la giostra dei numeri e dei sogni, le idiozie
degli arcani che sul Tempio dei Miraggi discutono
del fato, del destino, ma non sanno le destinazioni !

E se dici parola non ti consiglia l’Oracolo una visione
per divinare una sgraziata profezia… e ti disprezza,
e ti racconta frottole e menzogne se non hai valore,
e l’ispirazione credi vera, ma solo per la tua meschinità!

(Vermicino, 11 marzo 2009)

 

madrigale ve(le)noso

Il capezzale di una donna non amai fittizia alcova o reale
solo l’insana malattia di una melancholia carnale mi sedusse.
Liberai commosso i carnefici esiliati dai rastrelli della mente.
Il castello dei merli fu più di una malattia ascetica: una quinta!

La fuga generò una kermesse di cinque voci e semitoni,
una carezza della nemesi celebra ossessa atti indicibili,
il procardio vomitò esausto il cromo di straziate note:
vola -su –seno-doge … vola-su-seno-doge… vola-su…

Con gli occhi dei liuti ho cantato i carmi di un Orazio esterrefatto,
le mie labbra normanne gonfie come nere vele dal favonio,
pentagrammi di artigli e ombre assolate sul leggio infame.
La mia vita fu santa, sublimata dall’inchiostro, e dai delitti!

flavio almerighi

flavio almerighi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Flavio Almerighi

Marco Emilio Lepido

La mente di Marco Emilio, primitiva
efficace, i romani a quel tempo sorridevano
mostrando da sempre denti forti e aguzzi
non silenzi e ombre come i cristiani,
collegare, respingere galli e cartaginesi
prima della partenza dei goti verso sud.

Ogni rotonda scaraventa dintorni
barbari ovunque sembrano te,
solamente un pazzo poteva concepire così
l’ideale fluire di una visione,
vestaglia e pelle d’oca capelli lasciati al caso
addormentata lungo il grigio luna sull’asfalto.

Per questo la Via Emilia è stretta
venne tracciata a fil di spada,
oggi tanta ferrovia le cammina a fianco,
costituiti da almeno venticinque edifici
gli abitati accampano rimpianto e nebbia
per sempre amanti senza braccia.

 

Umberto Simone è nato nel 1949 a Monfalcone, in provincia di Gorizia, da padre pugliese e madre istriana. Ha trascorso in Puglia infanzia e adolescenza , quindi si è trasferito a Padova, dove si è laureato in medicina . Attualmente vive a Pisa. Ha pubblicato le raccolte: L’isola delle voci (2001, premio “Diego Valeri” 2002) e Il sacco del curdo (Il Ponte del Sale, 2008, premio “Massa città fiabesca” 2010, premio “O. Pelagatti” 2012).

Antonio Sagredo. Dicono che sia nato nel Salento decine di anni fa… a pochi chilometri da Giulio Cesare Vanini (a cui ha dedicato un poema mirabile), da Carmelo Be-ne e Eugenio Barba; il primo lo frequentò con discrezione somma, e gli de-dicò versi immortali. Fu frequentatore assiduo di quei teatri d’avanguardia romani e non, di cui conobbe autori e attori; recitò in due spettacoli teatrali: nei drammi lirici del poeta russo Aleksandr Blok e in uno spettacolo del poe-ta praghese Vitězslav Nezval, che inneggiava ai progressi della scienza della comunicazione. Sagredo studiò e visse a Praga calpestando gli acciottolati insieme ai poeti praghesi e a Keplero. I suoi primi componimenti, a 14 anni, in un vagone di terza classe (seppe tempo dopo che Pasternak e Machado viaggiavano nella stessa classe, componendo); distrusse i primi versi, i secondi e seguirono altre rovine; trovò un impiego di ripiego per nascondersi; poi raggiunse una forma inclassificabile tendente al sublime che gli permette di vivere di eredi-tà auto-postuma. Un amico poeta spagnolo, M. Martinez Forega, lo spinse a pubblicare due piccole raccolte di poesia a Zaragoza: Tortugas (Lola edito-rial, 1992) e Poemas (Lola editorial Zaragoza, 2001); sulle riviste: Malvis (n. 1) e Turia (n. 17). Poi nulla più, fino a che da New York, la scorsa estate, gli giunse una proposta di pubblicazione con Chelsea Editions.

Flavio Almerighi è nato a Faenza il 21 gennaio 1959. Sue le raccolte di poesia “Allegro Improvviso” (Ibiskos 1999), “Vie di Fuga” (Aletti, 2002), “Amori al tempo del Nasdaq” (Aletti 2003), “Coscienze di mulini a vento” (Gabrieli 2007), “durante il dopocristo” (Tempo al Libro 2008), “qui è Lontano” (Tempo al Libro, 2010), “Voce dei miei occhi” (Fermenti, 2011) “Procellaria” (Fermenti, 2013). Alcuni suoi lavori sono stati pubblicati da prestigiose riviste di cultura/letteratura (Foglio Clandestino, Prospektiva, Tratti)

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Kamau Brathwaite (1930) da Diritti di passaggio Poesia caraibica in lingua inglese – cura e traduzione di Andrea Gazzoni Roma Edizioni Ensemble 2014 (Parte I Prima traduzione in italiano)

isola dei Caraibi

isola dei Caraibi

isola dei Caraibi

isola dei Caraibi

Nato nel 1930 a Bridgetown, sull’isola di Barbados, Kamau Brathwaite è non solo un poeta di fama internazionale ma anche uno storico, un critico, un editore e un organizzatore culturale che ha segnato mezzo secolo di letteratura caraibica in lingua inglese (della quale è tra i grandi padri fondatori insieme ad autori come Derek Walcott, George Lamming e Wilson Harris) e di cultura postcoloniale. Emigrato in Inghilterra con una borsa di studio per gli studi universitari, si è formato come storico, e ha scritto importanti saggi sulla creolizzazione della cultura caraibica e sulle sue origini africane. Dopo alcuni anni in Ghana, tornato nei Caraibi pubblica tra 1967 e 1969 la trilogia The Arrivants, composta dal poema della diaspora (Rights of Passage), da quello della riscoperta alla radici (Masks) e da quello del ritorno al Nuovo Mondo (Islands). Fonda il Caribbean Artist Movement ed è uno dei fautori di uno scambio culturale sempre più intenso tra i Caraibi anglofoni, francofoni e ispanofoni.

Kamau Brathwaite

Kamau Brathwaite

Come poeta e critico Brathwaite difende le ragioni della voce e dell’oralità, radicate nel nation language, l’inglese parlato e creolizzato dalle genti delle isole. A cavallo tra gli anni ’70 e ’80 scrive la seconda trilogia, Ancestors, con Mother Poem, Sun Poem, X/Self.  Sia in poesia che in prose narrative che in saggi critici Brathwaite trasporta la sua sperimentazione sull’oralità dentro alla materialità della scrittura, sviluppando il suo Sycorax Video Style, che produce testi come partiture visive. Composti in questa modalità all’inizio del nuovo millennio, i due volumi di MR (Magical Realism) sono la più grande sintesi del Brathwaite poeta-pensatore-lettore-critico, nonché uno dei più grandi, innovativi e profondi studi di letteratura comparata che si possano oggi leggere. Verso la fine degli anni ‘80 una serie di drammatici avvenimenti personali e collettivi danno inizio a quello che lo stesso Brathwaite ha chiamato il suo “tempo del sale”, che infine lo vede lasciare l’arcipelago e cominciare l’attività di professore di letteratura comparata alla New York University, dove in anni più recenti comincia un “secondo tempo del sale”. Brathwaite ha chiamato culural lynching, “linciaggio culturale” – memore di una storia antica di violenza – l’isolamento e il sabotaggio che lo hanno colpito fino a fargli lasciare il suo posto a New York, in particolare con la sottrazione di materiali dal suo archivio personale, che in mezzo secolo ha raccolto non solo il percorso di un artista e intellettuale ma le testimonianze scritte, orali, visive e materiali di una cultura, quella caraibica, che non ha musei o luoghi che preservino le tracce del suo passato. Piegato dalle fatiche e dalle frustrazioni, Kamau Brathwaite continua a produrre scritti che sconcertano per la loro radianza emotiva, intellettuale e visionaria.

andrea gazzoni

andrea gazzoni

[Per una più completa introduzione al quel grande continuum che è l’opera di KB, rinvio allo “Speciale Kamau Brathwaite” pubblicato sul n.2 della «Rivista dell’Arte», pp. 150-212, corredato di traduzioni di poesie edite ed inedite:

http://www.aliasnetwork.it/pdf_rivistaArte/pdf_N2_marzo2013/N2_marzo2013.pdf ]

[I seguenti testi sono tratti da Kamau Brathwaite, Diritti di passaggio, cura e traduzione di Andrea Gazzoni, Roma, Edizioni Ensemble, 2014. Dal tessuto continuo del poema si sono estratte alcune sequenze]

Kamau Brathwaite

Kamau Brathwaite

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Preludio

Tamburo pelle frusta
che batte, il sole padrone il suo
filo di lama
che scotta, le tese
superfici delle cose
io canto
io grido
io gemo
io sogno
di questo

Polvere vetro ghiaia
i sassi del deserto:
si spostano le sabbie:
per il mondo
riarso l’acqua cessa
di scorrere.
Marce
le carcasse
della carovana dalle ruote
roventi.
Sfatti i cammelli
nella stessa
loro merda
fanno risorgere far-
falle che
danzano a mezzogiorno
senza speranza
senza speranza
d’un mattino.

Presto
la roccia
la pelle
d’elefante dei massi
trascinati in letti
di fiume ora
secchi, valli
di morte.
Qui la creta
il carbone fresco si attacca
al vetro, crea
tintinnii, lampi di silice,
figli di stelle.
Qui la fresca
rugiada cade
la sera
i corvi chiudono
gli occhi li aprono
sul ceppo
del tronco violato
dal fuoco
guastato dal suo
oro.

Kamau Brathwaite "Diritti di passaggio"

Kamau Brathwaite “Diritti di passaggio”

Innalza ora
i nuovi
villaggi, tu
devi mischiare sputo
con sporco, sterco
a saliva e
sudore: muri
rotondi di fango si ergono
nell’alba domani
città cinte di mura
sorgono
dalla savana e
dal letto di roccia del fiume:
O Kano Bamako
Gao

Ma popolazioni di mosche
sorgono dalle città
del bestiame: succhia
sangue il Try-
Panosoma. Caglia
il latte in
mammelle in
capezzoli in
bocche. Le mosche
mordono e piagano:
compatti con dorsi
d’argento gli sciami che portano
silenzio, l’esile
proboscide del marcio.
Nell’harmattan
rovente

Kamau Brathwaite 4corpi morti si posano
e tremano
ceduti alla coltre
che ricopre e riscalda
contro il calore dell’ultimo
freddo; fino a che a un tratto scoppiate,
le zone nere che ronzano che sono
state silenzio, roteano attraverso la
luce, lasciata a de-
comporsi la carne che hanno coperto
di canali e di buchi come polvere
sotto gocce di pioggia, terra
sotto la pioggia.

Ma non c’è
pioggia che venga
mentre marcisce
la carne, mentre sciamano
mosche. Ma più in là delle
viscere secche del letto
del fiume, guarda!
Gli alberi
sono freschi, laggiù
le foglie sono
verdi, laggiù
brucia il sogno
di una fontana,
giardino di odori,
teneri vicoli.

Così innalza innalza
ancora i nuovi
villaggi: tu
devi mischiare sputo
con sporco, sterco
a saliva e
sudore, per fare
la malta. Intrecci
di foglie per il
tetto e tralci
di vite.
Ma le strutture compatte
si spaccano, il legno
marcisce, anche la morbida
malta rimane mortale,
in trappola nel suo sale,
nelle sue fondamenta instabili d’acqua.
Così concedici, Dio,
che questa casa resista
ai quattro venti
alle stagioni che cambiano
al verme che esplora.

Concedici, Dio,
liberazione sicura da chi ruba
e rapina e da chi sparge congiura
e veleno mentre intinge
nel piatto con noi.
Concedici, anche, fuochi caldi, buone
mogli e figli grati.

Ma il fuoco troppo caldo divampa.
Le fiamme bruciano, seccano, spaccano,
divorano le foglie secche della casa
rovente. Le fiamme ingannano le stagioni,
i vermi, i tradimenti dei nostri vicini,
i nostri catenacci, le nostre sbarre, le nostre preghiere,
i nostri cani, il nostro Dio. La fiamma,
quell’idolo rosso, è il fabbro
del nostro potere: la fiamma dà forma al legno; con le polveri,
al ferro. Allungato il ferro
in spade si stende,
in lance, in punte brunite
che domano le terre selvagge, gli occhi, i nitriti.

La fiamma è il nostro dio, la nostra ultima difesa, il nostro pericolo.

La fiamma brucia il villaggio, lo abbatte.

Grace Nichols 6

 

 

 

 

 

Prelude

Drum skin whip
lash, master sun’s
cutting edge of
heat, taut
surfaces of things
I sing
I shout
I groan
I dream
about

Dust glass grit
the pebbles of the desert:
sands shift:
across the scorched
world water ceases
to flow.
The hot
wheel’d caravan’s
carcases
rot.
Camels wrecked
in their own
shit
resurrect butter-
flies that
dance in the noon
without hope
without hope
of a morning.

Soon
rock
elephant-
hided boulders
dragged in now
dry river
beds, death’s
valleys.
Here clay
cool coal clings
to glass, creates
clinks, silica glitters,
children of stars.
Here cool
dew falls
in the evening
black
birds blink
on the tree
stump ravished
with fire
ruined with its
gold.

Build now
the new
villages, you
must mix spittle
with dirt, dung
to saliva and
sweat: round
mud walls will rise
in the dawn
walled cities
arise
from savanna and
rock river bed:
O Kano Bamako
Gao

But populations of flies
arise from the cattle
towns: blood sucking
Try-
Panosoma. Milk
curdles in
udder in
nipple in
mouth. Flies
nibble and ulcer:
tight silver-
backed swarms bringing
silence, the slender
proboscis of rot.
In the hot
harmattan,

dead bodies settle
and quiver
given up to the blanket
that covers and warms
from the heat of the final
cold; until suddenly burst,
the buzzing black zones that were
silence, swirl through the
sunlight, the left fest-
ering flesh they had covered
runnelled and holed like dust
under raindrops, soil
under rain.

But no
rain comes
while the flesh
rots, while the flies
swarm. But across the
dried out gut of the river-
bed, look!
The trees are
cool, there
leaves are
green, there
burns the dream
of a fountain,
garden of odours,
soft alleyways.

So build build
again the new
villages: you
must mix spittle
with dirt, dung
to saliva and
sweat, making
mortar. Leaf
work for the
roof and vine
tendrils.
But square frames
crack, wood
rots, smooth mortar
too remains mortal,
trapped in its own salt,
its unstable foundations of water.
So grant, God
that this house will stand
the four winds
the seasons’ alterations
the explorations of the worm.

Grant, God,
a clear release from thieves,
from robbers and from those that plot
and poison while they dip
into our dish.
Grant, too, warm fires, good
wives and grateful children.

But the too warm fire flames.
Flames burn, scorch, crack,
consume the dry leaves of the hot
house. Flames trick the seasons,
worms, our neighbours’ treacheries,
our bars, our bolts, our prayers,
our dogs, our God. Flame,
that red idol, is our power’s
founder: flames fashion wood; with powder,
iron. Long iron
runs to swords,
to spears, to burnished points
that stall the wild, the eyes, the whinneyings.

Flame is our god, our last defence, our peril.

Flame burns the village down.

 

Kamau Brathwaite

Kamau Brathwaite

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tom

Così tanti semi
produce il cotone

di così tanti semi
i nostri padri han bisogno.

Crescete, terre
del cotone

andate fino alle terre
lungo il fiume

dove la cassava
cresce veloce

dove la schiena
malata si secca, dove nessuno

sa se è vivo
o se è morto.

Suona
blues del cotone

le rugiade
si seccano al sole

sul verde
sull’erba
sul pascolo

e qualcosa che hai visto
sull’umida erba
sul pascolo fresco

richiama il sogno salato
le onde gialle distese
sulla nostra riva

Annega le urla, riva
dai fresco alle piaghe da frusta,
quel sogno conservalo puro

perché noi che niente abbiamo conquistato
lavoriamo
noi che niente abbiamo innalzato
sogniamo
noi che tutto abbiamo dimenticato
danziamo
e osiamo ricordare

i sentieri che non ricorderemo
di nuovo: Atumpan che parla e i rami del rac-
colto, tutte le tribù degli Ashanti a sognare il sogno
di Tutu, Anokye e il Seggio Dorato, innalzato
in Paradiso per la nostra nazione con il lavoro
del fulmine e dell’ascia lucente: e ora niente

Kamau Brathwaite copertinaniente
niente

così lascia che io canti
niente
ora

lascia che ricordi
niente
ora

lascia che io soffra
niente
per ricordarmi ora

dei miei figli perduti

ma lascia
che sorgano
o uomo
o dio
o alba che sale

lascia che i figli miei
sorgano
nel sentiero
del mattino
in piedi e avanti
per la strada
del mattino
percorrano i campi
nel sole
del mattino,
vedano l’arcobaleno
del Paradiso:
richiamo
del lutto
curvo di Dio.

Ma senza
aiuto i figli miei sono
catturati senza
guida sono
istruiti senza
senso e senza
frutto e
con dolore

o stanca
la fiamma
amari
i fiori schiusi
sbocciati
lungo il sentiero
cieco

E io
il timido Tom
loro padre
loro fabbro
con il piede che è in fallo

dichiaro
la loro vergogna
il loro potere
che manca

ma stanca
o stanca
non c’è crepa
che si apra
nella catena
non c’è fiamma
amara
che marchi
la mia furia.

Così io che non ho creato
niente, solo queste erbacce senza
valore e questi semi senza
intenzione, lavoro;
io che ho innalzato
solo su fango, solo su sabbia,
solo su sale senza fortuna,
sogno;
io che tutto ho dimenticato
muovo le labbra “Padrone, sì
Padrone, sì
Capo, sì
Boss”
e tengo in mano
il cappello

per nascondere
il cuore

sperando che gli occhi dei figli
imparino un giorno

non il verde soltanto
non l’Africa soltanto
non la tenebra soltanto
non la paura
soltanto
ma Cortez
e Drake
Magellano
e quel Ferdinando
il marinaio
che fino a questa terra ha perforato i mari salati.

foto di Nihal Mathur

foto di Nihal Mathur

 

 

 

 

 

 

 

Tom

So many seeds
the cotton breeds

so many seeds
our fathers need.

Grow on, cotton
lands

go on to the bottom
lands

where the quick
cassava grows

where the sick
back dries, where no one knows

if he lives
or dies.

Blow on
cotton blues

sun
dries the dews

on the green
on the grass
on the pasture

and something seen
on the wet grass
the cool pasture

recalls the salt dream
the yellow waves awash
on our shore.

Drown the screams, shore
cool the lashed sore,
keep the dream pure

for we who have achieved nothing
work
who have not built
dream
who have forgotten all

dance
and dare to remember

the paths we shall never remember
again: Atumpan talking and the harvest branches,
all the tribes of Ashanti dreaming the dream
of Tutu, Anokye and the Golden Stool, built
in Heaven for our nation by the work
of lightning and the brilliant adze: and now nothing

nothing
nothing

so let me sing
nothing
now

let me remember
nothing
now

let me suffer
nothing
to remind me now

of my lost children

but let them
rise
O man
O god
O dawning

let my children
rise
in the path
of the morning
up and go forth
on the road
of the morning
run through the fields
in the sun
of the morning,
see the rainbow
of Heaven:
God’s curved
mourning
calling.

But help-
less my children are
caught leader-
less are
taught fool-
ishness and use-
lessness and
sorrow

O weak
the flame
bitter
the flower-
blossoms blown
in the blind
path

And I
timid Tom
father
founder
flounderer

speak
their shame
their lack
of power

but weak
O weak
no crack
in the chain
starts
no bitter
flame
marks
my wrath.

So I who have created
nothing but these worthless
weeds, these need-
less seeds, work;
who have built
but on silt, but on sand,
but on luckless salt,
dream;
who have forgotten all
mouth “Massa, yes
Massa, yes
Boss, yes
Baas”

and hold my hat
in hand

to hide
my heart

hoping my children’s eyes
will learn

not green alone
not Africa alone
not dark alone
not fear
alone
but Cortez
and Drake
Magellan
and that Ferdinand
the sailor
who pierced the salt seas to this land.

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POESIE di Annamaria De Pietro “Prosopopea della chimera ” “Prosopopea di medusa” “La giostra” “Diceria di Ofelia” “Dreyer” “La capitana” Poesie su Personaggi storici mitici o immaginari

Escher Maurits Cornelis Drago

Escher Maurits Cornelis Drago

Annamaria De Pietro è nata a Napoli, dove ha vissuto fino all’adolescenza, da padre napoletano e madre lombarda. Vive da tempo a Milano. Ha cominciato a scrivere non occasionalmente, ma sempre, in età matura. La sua prima pubblicazione in versi risale al 1997: Il nodo nell’inventario (Dominioni Editore, Como 1997). Sono seguiti Dubbi a Flora (Edizioni La Copia, Siena 2000), La madrevite (Manni, Lecce 2000), Venti fusioni a cera persa (Manni, Lecce 2002). Nel 2005 pubblica un libro in napoletano, Si vuo’ ‘o ciardino (Book Editore, 2005), col quale paga il suo tributo alla città d’origine, poco amata, mai più visitata. Nell’ottobre del 2012 esce Magdeburgo in Ratisbona (Milanocosa Edizioni, Milano, 2012).

annamaria de pietro 2010 febb

annamaria de pietro 2010 febb

  annamaria de Pietro Magdeburgo

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Prosopopea della chimera

A me ai tre terzi incutono tre fami
bocche di fiamme tre, e la prima e terza
liberi nervi pascolando a brani
l’arso dai fuochi vanno – ma ai mediani
denti solo inchinando stesa all’erba
come se riposando ai meridiani
schidioni gialli mi aggiogassi a basto
nutrimento consento – e si diserba
grande stesa di prato in medio monte.
Là dove già solo stanno le impronte
d’incenerite prede, i cavi ossami
per entro cui corvo non cerne pasto.
Senza recupero vana rovina,
triplice fame che secca la fonte,
scorta di ammanchi, ricrescente guasto,
morso maturo alla fragola acerba
che vizza eternità tripla trascina.
Fiamma che attizza mentre smembra e scerpa.
Fame di fame, di non più fame io grido,
tre volte io spezzo la corda cattiva
che tiene forte a triplici legami
e la fiamma a tre fiaccole la strina,
ma nuove fibre eternamente pronte
rifanno il fronte come onde addosso al lido.
O morta libertà a ogni vita viva
consunta a ognuna delle bocche infami,
inedia che dell’esca sua si priva –
morta voglia di spoglia cinerina
tre volte persa, per tre volte serva.
Che un cavaliere d’aria, io spero e fido,
galoppatore che nuvole sferza
né al trito della terra il volo inclina
la fiamma dei suoi ferri arda a contrasto
giù dall’alto sfrascando fronde e rami
e per tre volte schiantando la fronte
di noi misero gregge alla deriva
d’ombra e di neve per sempre mi sfami.

Da Venti fusioni a cera persa, Piero Manni, Lecce 2002

Medusa Caravaggio

Medusa Caravaggio

 

 

 

 

 

 

 

Prosopopea di Medusa

Solo dentro lo specchio la mortale
mia fra le tre differente figura
mieterà a morte falce o curva spada.
Dentro il risguardo del timore, abiura
che sola aggruma il possibile male,
il possibile fermo oltre la strada.
Solo nella raggiera il varco è dato
fra l’uno e l’altro varco penetrando,
dall’altra zona partito il grido al volto,
solo oltre la lastra che spezzando
il filo duro alla linea rivolto
lo invola a volo novissimo e mutato.
Solo lontano da quella nube bianca,
oltre e lontano, recluso in altra parte,
perde carriera il mio inclemente sguardo.
Solo qui, dove luogo e spazio manca,
qui, dove al cavo forma sponda imparte.
Ma dallo scudo di colei che sparte
i fini e le ragioni ordendo io guardo.

Da Venti fusioni a cera persa, Piero Manni, Lecce 2002

La giostra

La giostra

 

 

 

 

 

 

 

 

La giostra
Guardando la scatola del brandy Carlos primero

Sopra pianura in nubi irta la lancia
di cavalcante noi vedemmo in resta
diritta lontanando, e a svista presta
imprevista piegò per lati quattro
voltando giostra l’immagine spettro
che affievolí sé stesso, e stuporoso
ci apparve quel voltare, da riposo
di direzione a turbare a rivolto.
Glorioso re cambiò parvenza e volto,
abdicazione d’ambio che divora
ragione e tempo, e la terra si scolora,
e la nube si straccia da ritroso
dove piumato l’erpice l’aggancia
inaugurando colori di zolfo.
Ci interrogammo noi voltati indietro
ai quattro lati, giostrando l’inchiesta
– nel nome –, ma il viluppo non fu sciolto,
ma s’intricava la fusciacca rancia
mola nel ferro che l’oro lavora
al retrostare entrante di foresta.
Rivoltava l’involucro il suo metro
quattro da quattro quattro volte ancora,
metro da metro da intero corroso
dall’attore inseguito dal teatro.
Era, io pensai, l’hidalgo della Mancia,
e tutti insieme voltammo la testa.

Da Magdeburgo in Ratisbona, Milanocosa Edizioni 2012

annamaria de pietro

annamaria de pietro

 

 

 

 

 

 

 

Diceria di Ofelia – Per neve fusa

Dama lontana che sopra la neve
il tuo? di chi quel sangue – lo guardavi
e cadeva fondendo. Bianca mano
di stilo fine armata, irto e lontano
nei tuoi pensieri a te, all’altro, e guardavi
di te, dell’altro parte. Ora sorvegli,
poi che il tempo passò, l’urto lontano
in te, in quest’altro, in me che passai breve,
e le tue fiale la porta aperta beve.
Dunque passai, e salutai con la mano
da te, senza di te, che non guardavi
oltre la porta il mio porto lontano.

Buona notte dolce principe. La svegli
– piano fondendo nei vetri la mano –
poi se passi a cavallo Biancaneve?

Da Magdeburgo in Ratisbona, Milanocosa Edizioni 2012

C. Escher

C. Escher

 

 

 

 

 

 

 

 

Dreyer

Seppellita nel grano che a gran pioggia
versa la bocca di largo condotto
– e va aumentando lestamente il fiotto
preso alla vite dentro la tramoggia –

in stretta veste nera, e bianco il volto,
lei del nero e del bianco fa regioni
divise unite – calca gli speroni
coi talloni simmetrici il raccolto –

lei della rabbia infame fuso svolto
per la vertigine a cavi gironi
che mischia il nero e il bianco aggiunto e tolto –

lei costellante pardo in forte foggia,
voce alterna di flauto e di fagotto,
mano d’avorio e d’ebano che appoggia.

annamaria de pietro copertina

 

 

 

 

La capitana

Lei per la notte menava una squadra
di corazze con luce e fuoco e acciaio,
la mano presa nelle briglie, in guerra
il cuore in corsa e in lontananza – il suono
battente dei cavalli, e staffa e sella
macine di stridore, e le parole
sparse al silenzio, e l’odore di terra,
e il vento gonfio di neve e gennaio
erano compagnia, venia e perdono.
Ma fra le tempie a lei un arido sole
voltava i raggi come un arcolaio –
ma a lei fra i denti morso di viverra
mordeva a fame, a lei morso di vaio –
ma lei fra gli occhi librava una stella,
lieve colomba, mala gazza ladra.

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Marco Onofrio: Le origini della poesia quale atto magico di controllo – Dalla dimensione sciamanica alla dimensione mediatica – La poesia non ha un’immediata utilità pratica. Non ha uno scopo: quindi ha un valore (Parte II)

Parnaso1 La poesia è da sempre principalmente canto e musica, perché nasce dalla notte dei tempi come atto magico di controllo e dominio delle energie cosmiche, come impronta sulla creta primordiale della materia, come mantra evocativo, come rito collettivo di fondazione e rappresentazione comunitaria: proprio giocandosi sul potere metafisico del suono che incarna la voce. Il poeta coincide con lo sciamano, col maestro di cerimonia. Poesia è lingua sacra che permette di comunicare con gli dei e dialogare con il regno dei morti: medium che avvicina universi distanti e paralleli, trasportando partecipanti e ascoltatori verso i regni oscuri dell’ignoto e precipitandoli nel “luogo ombelicale” dell’essere, alla radice dell’umana condizione. La poesia, nel suono e nella voce, libera dal tempo l’esistenza e manifesta il cuore essenziale della realtà, conferendo nome e senso a tutte le cose. Originariamente si tratta dunque di un rito collettivo di fondazione che, mitizzando il vissuto quotidiano, assicura al mondo la continuazione di un senso e quindi la coesione interna del gruppo sociale.

Osip Mandel'stam

Osip Mandel’stam

La parola poetica è un appello magico in grado di formulare la richiesta collettiva che l’uomo rivolge alle cose: che esse sorgano nella loro totalità, che si lascino generare dal verbo. Il poeta è un mago che comanda sugli elementi e domina sul tempo e sullo spazio: utilizzando il potere della voce e della parola.

Questa originaria dimensione sciamanica è legata in modo esclusivo all’oralità. La “letteratura” si distingue dalla poesia in quanto legata fin da subito al segno scritto, alla lettera. La poesia, invece, nasce prima della scrittura e della lettera alfabetica, sostenuta dalla trasmissione orale. Le origini della poesia sono dunque legate alla magia, al mito e al rito. Il valore ontologico della parola si compie proprio nella sua esecuzione vocale. La poesia nasce per essere “cantata” a viva voce, nel tempo biologico del respiro, istante dopo istante. Solo così, del resto, può funzionare una formula magica. Se l’essere è canto, a sua volta il canto è essere: nel senso che fonda l’identità del soggetto, come l’esistenza delle cose. Ma canto è anche “incanto” che dis-aliena l’essere e lo libera in un mondo illimitato e fluido, dove vige il tempo sacro delle origini. La trance mistica e visionaria si conquista nel potere assoluto della voce.

majakovskij brik pasternak eisenstein

majakovskij brik pasternak eisenstein

 La voce, scrive Paul Zumthor nel saggio La presenza della voce. Introduzione alla poesia orale, è «voler dire e volontà di esistere. Luogo di un’assenza che, in essa, si trasforma in presenza, la voce modula gli influssi cosmici che ci attraversano e ne capta i segnali: è risonanza infinita, che fa cantare ogni forma di materia, come attestano le tante leggende sulle piante e sulle pietre incantate». Si pensi, su tutte, alla celebre favola di Orfeo. La voce è una forma archetipica, una pulsione originaria e creatrice, un desiderio inappagabile. È indicibilità che si veste di linguaggio, ma suona dentro e oltre la parola.

«La voce abita nel silenzio del corpo, come già il corpo nel grembo materno. Ma, a differenza del corpo, essa vi ritorna, abolendosi in ogni istante come voce e come parola. Appena parla, risuona nel suo vuoto l’eco di questo deserto di prima della rottura, da dove zampillano la vita e la pace, la morte e la follia».

Alfredo de Palchi

Alfredo de Palchi

L’intuizione artistica è un momento alterato di coscienza che produce l’emersione del buio profondo, donde talvolta scocca un lampo rivelatore. L’artista entra in contatto con l’informe magma che ribolle al di sotto della superficie. È la materia alogica e destrutturata delle zone pre-verbali. Da lì sale un luccicore misterioso, come il riflesso di un sogno. Occorre plasmare e piegare la materia viva di questo informe: farne tramite del nostro continuo passaggio fra dentro e fuori. In questo transito vengono strutturate e/o ristrutturate parti di noi stessi. Tutto è finalizzato all’integrazione armonica dei due emisferi cerebrali, condizione necessaria della salute mentale. Lo scambio che riequilibra i due emisferi avviene mediante il convergere di più energie, di segno diverso, anche nella presenza creativa del suono come armonia, come vibrazione, come risonanza empatica.

dylan thomas 1941

dylan thomas 1941

Dalla dissonanza, così, si passa alla consonanza dell’ac-cordo, legato – come dice la parola – al battito del cuore. Il suono della parola poetica è per molti versi terapeutico, se non taumaturgico, perché riattiva e riattualizza la nostra identità sonora, perduta o dimenticata. Si provi, per esempio, a cantare a voce alta il proprio nome; o ad ascoltarlo cantato da altri. Già questo può bastare a metterci in crisi, innescando un processo di centratura psichica, di trasformazione, di cura. E non è questione di emozioni. Ogni emozione artistica è assolutamente soggettiva. Le emozioni dividono chi le prova, perché ognuna ha le proprie sfumature. Universale è il fatto stesso che ci sia un’emozione: è la predisposizione dell’opera a suscitarla. L’opera ci pro-voca, ci scuote, ci sveglia: ci chiama ad una presa di coscienza. Fruendo dell’opera d’arte io entro in risonanza con le mie zone profonde, evocate dalle zone profonde dell’artista che si esprimono nell’opera. L’individuo creativo è più di altri a contatto con la dimensione interiore e le sue rimozioni. Ci sono aspetti della vita pre-conscia che per un attimo riemergono, come lampi di una luce dimenticata: “conoscere”, in tal senso, è davvero “ricordare”.

Czeslaw Miłosz

Czeslaw Miłosz

Si pensi a come Freud descrive il processo di rimozione: c’è un tizio che disturba una conferenza e viene messo alla porta; ma da fuori disturba di più! Esce dalla porta e rientra dalla finestra: attraverso i sogni. La rimozione, dunque, non risolve il conflitto. Invece di mettere alla porta il disturbatore, lo invitiamo a spiegare finalmente che cos’ha, che cosa vuole. Ci dice, magari, che si sente inadeguato perché tutti gli uditori della conferenza sono più bravi di lui. Lo invitiamo ad esprimere questo disagio, a rielaborarlo, a trasformare questa energia. Si sentirà adeguato.

zbigniev herbert 1963

zbigniev herbert 1963

La creatività, dunque, è una forza generatrice presente, chi più chi meno, in ognuno noi. È, addirittura, uno degli istinti basilari dell’uomo: come la sete, la fame, il sesso, ecc. Un’energia primaria che, se non messa in opera, ci rende la vita più difficile. Scrive Franco Ferrucci nel saggio Ars poetica: «L’uomo diventa distruttivo se non dà sfogo alla creatività, come certe specie di uccelli che si immolano se non trovano da nidificare». La salute psicologica e il benessere sono direttamente legati alla capacità e alla possibilità di interpretare creativamente la propria vita, di liberare e sviluppare le energie creative latenti. Un veicolo meraviglioso per farlo è proprio la parola, nella sua sostanza sonora, attraverso la potenza della voce.

paul valery

paul valery

Il soffio caldo della voce è spirito creatore, inciso nella carne, ritmato dentro il palpito del sangue. È fuoco: potenza che purifica o distrugge. Nella voce risuona l’eco nostalgica e l’infinito desiderio dell’Unità primordiale, l’Identità fondamentale di un mondo mitico: l’età dell’oro, anteriore al “principium individuationis”. La parola è la forma relativa di questo assoluto: il tipo di questo archetipo. La voce è essa stessa parola: è una parola infinitamente più grande delle parole che pronuncia, che ci parla dell’origine perduta, del «tempo della voce senza parola», dell’«istante senza durata in cui i sessi, le generazioni, l’amore e l’odio furono una cosa». È questo tempo mitico, in cui lingua e musica erano tutt’uno, che la poesia cerca disperatamente di recuperare. La voce è, perciò, «parola senza parole, purificata, filo vocale che fragilmente ci collega all’Unico», aperta sull’essere interno: proviene dall’abisso dell’origine e ci conduce all’aldilà del corpo. Non a caso la bocca, varco della voce e strumento della parola, in latino (os, oris) ha la stessa radice etimologica di “origine” (origo, inis). La voce inoltre è una straordinaria potenza erotica, umida di respiro, presente all’essere che vive, irripetibile nel suo puntuale proporsi. La voce cattura il silenzio di chi ascolta, rapisce le menti, seduce: impossibile resistere al canto delle Sirene.

 Christopher William Bradshaw Isherwood; Wystan Hugh ('W.H.') Auden by Louise Dahl-Wolfe

Christopher William Bradshaw Isherwood; Wystan Hugh (‘W.H.’) Auden by Louise Dahl-Wolfe

Ed è questo il piacere del canto e del racconto: conquistare l’attenzione di chi ascolta, avvincendolo al suo proprio silenzio: essere la sua voce e dunque la sua vita, fintanto che ascolta. Il silenzio di chi ascolta è il controcanto necessario alla parola di chi parla, è il fondamento stesso della comunicazione. Colui che ascolta beve (e quindi parla) la parola di chi parla, che parla per lui, anche a suo nome. La parola è “verbo”: potenza arcana che anima, plasma, trasforma. La parola proferita dalla voce crea ciò che dice. È Mercurio, il dio dei ladri, il numen tutelare dei poeti. Mercurio governa al contempo la bocca, la parola, la mano. La bocca per cantare; la parola per dire; la mano per scrivere: i tre attributi del poiein creativo, del fare poetico. Mercurio è il demiurgo fluidificante, che mette in contatto i diversi livelli del reale – anche quando lontanissimi o all’apparenza inconciliabili: come quando il poeta dà vita a una metafora, o a un ossimoro. Usando le parole sarebbe possibile dominare gli elementi, farsi obbedire dalle energie. L’articolazione stessa del mondo proviene e procede attraverso la parola. Come comincia, ad esempio, il Vangelo di San Giovanni? «Nel principio era la Parola, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini». Anche l’uomo era capace di creare mediante la potenza del Verbo. Ma poi l’ha persa, con il peccato originale. Da quel momento non ha più potuto dominare la materia con la parola: è stato costretto a lavorare con le sue mani. Come Dio dice ad Adamo: «Mangerai il pane che sarai capace di ottenere col sudore della tua fronte».

W.H. Auden

W.H. Auden

Le parole, dunque, non sono flatus vocis: hanno una potenza spirituale che percorre lo spazio ed esercita la sua azione, provocando degli effetti (benefici o meno). Occorre stare attenti a quel che si pronuncia, perché tutto viene registrato. Occorre imparare a servirsi della potenza delle parole per trasformare il mondo e noi stessi. Anche di questo si occupa il poeta. Egli è più o meno consciamente interessato ad una trasmutazione cosmica del reale, orientata verso la salvezza dell’eterno, cioè del tempo estratto dal suo fluire, dello spirito riconciliato, della materia guarita: dell’innocenza. Avverte che questo è il suo compito, in termini evolutivi. L’eterno, come il cielo, è l’arca dell’invisibile. E le parole salvano le cose, lasciandone trapelare l’invisibile essenza. Dobbiamo capire che l’invisibile impregna il visibile: che all’origine del visibile c’è l’invisibile. Se non arriviamo a vederlo è solo perché non abbiamo ancora degli organi sufficientemente sviluppati. Anche quelli destinati al mondo fisico, peraltro, sono ancora piuttosto limitati. Non basta la mancata percezione di qualcosa per negarne l’esistenza. L’aria non si vede, eppure noi la respiriamo. Due persone che si amano sono legate da un filo invisibile, anche a distanza. Non possono vedere né toccare il loro amore: eppure non dubitano che c’è, che è qualcosa di reale. L’invisibile è ricco di forze creatrici, e palpita di correnti energetiche, di musiche, di entità spirituali che circolano fra i mondi paralleli dell’universo. Scrive Pirandello nello stupendo dramma incompiuto I Giganti della montagna (è Cotrone che parla alla Contessa): «Siamo qua come agli orli della vita, Gli orli, a un comando, si distaccano; entra l’invisibile (…) I sogni, la musica, la preghiera (…) tutto l’infinito che è negli uomini (…) Gli angeli possono come niente calare in mezzo a noi; e tutte le cose che ci nascono dentro sono per noi stessi uno stupore».

iosif brodskij

iosif brodskij

Uno dei compiti principali della parola poetica è proprio quello di alzare questi orli, per cucire il visibile all’invisibile. Le vie della poesia, infatti, sono quelle immateriali, atomiche e pulviscolari, dei colori dentro il bianco della luce; quelle del possibile infinito delle direzioni, nello spazio vuoto; ma anche quelle carnali della materia, dell’opaca resistenza, della greve profondità. Come l’uomo, infatti, la poesia è spirito e materia: spirito della materia e, specularmente, materia dello spirito. È luogo d’incrocio tra le diverse condizioni esistenziali: è armonia polemica di opposti; è campo di battaglia; è scontro e incontro di forze; è sintesi dinamica di trasformazioni. Le vie della poesia, più in particolare, sono quelle che allontanano e ri-portano a noi stessi. Nel mondo dell’“esterna internità”: dove “dentro” e “fuori” sono intimamente legati e collegati, poiché l’uno all’altro riconduce – e viceversa, lungo un movimento senza fine (come la striscia di Moebius; o come in molte opere di Escher). Attraversare le cose per conoscersi; capire se stessi per comprendere le cose. E le parole: calde, vibranti, carnali, viventi, corpi di musica e di suono, che fanno da ponte tra lo spazio esterno e quello interno, tra il “sé” e l’“altro da sé”, in una continua traduzione del visibile nell’intimo invisibile – lo spazio autonomo, orfico, del testo (tessuto e partitura di parole), da una distanza remota e prossima insieme: in un “qui” che è anche altrove, e in un “ora” che è anche prima, dopo, sempre.

giuseppina di leo

giuseppina di leo

La poesia deve essere “vera” ma non “reale”. Nel senso che deve bruciare i contatti con la realtà estemporanea che ne innesca, spesso casualmente, il meccanismo. Come un incendio, di cui – una volta attecchito – non riesci più a distinguere la miccia, la scintilla, l’occasione. Il poeta precipita dentro: cerca la sublime profondità. È uno specchio; o un faro che nel buio illumina gli specchi. Per questo la poesia appare spesso ostica, oscura, intraducibile: il più straniero dei linguaggi umani. Anche quando ci riguarda, quando parla di noi: quando dice il respiro, il battito del cuore e il suono misterioso della mente, articolando la nostra più intima misura, come il discorso più proprio e profondo che siamo, e che abbiamo. Perché è un terreno di confine, di rischiosa interminabile ricerca, dove la lingua si rinnova da se stessa, carica delle proprie estreme potenzialità, agglutinandosi nella densità originaria della propria essenza. Il confine dove appaiono, non a caso, le configurazioni nuove del senso, del tempo, del rapporto dell’uomo con il mondo. Per questo invoca ed esige lo scarto di una differenza dalla lingua quotidiana. È una “parole” che si contrappone alla “langue” incrostata e banalmente normativa. Non per vezzo o per snobismo, ma per necessità intrinseche, di ordine espressivo.

Paul-Celan

Paul-Celan

La poesia non “serve” a niente, nel senso che non ha un’immediata utilità pratica. Non ha uno scopo: quindi ha un valore. Non è “linguaggio di potere” o “linguaggio strumentale” degradato a semplice mezzo. Non può darsi poesia se la lingua non diviene “poetica”: che non significa “bella” a priori, cioè depurata, raffinata, edulcorata… bensì, piuttosto, autonoma e creativa, staccata dal riferimento immediato alla realtà. Scrive Cesare Brandi nel suo Dialogo sulla poesia: «La poesia è la naturalità che si decanta in realtà senza esistenza, ed è naturalità che urge, preme, deve essere espressa, fissata per sempre». La magia della parola poetica è che ha in se stessa la sua sorgente. La lingua, grazie alla poesia, comunica la propria essenza spirituale, ovvero: l’uomo comunica la propria essenza spirituale attraverso la lingua poetica.

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POESIE di Gino Rago “Fatelo sapere alla Regina…” “memoria di una madre”, Czeslaw Miłosz “Campo dei fiori”, Marek Baterovicz “Isola Tiberina” “Il Signor Retro” POESIE SU PERSONAGGI STORICI MITICI O IMMAGINARI

Gino Rago

Gino Rago

 Gino Rago nato a Montegiordano (CS) il 2. 2. 1950, residente a Trebisacce (CS) dove, per più di 30 anni è stato docente di Chimica, vive e opera fra la Calabria e Roma, ove si è laureato in Chimica Industriale presso l’Università La Sapienza. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’idea pura (1989), Il segno di Ulisse (1996), Fili di ragno (1999), L’arte del commiato (2005). Ai suoi libri poetici hanno dedicato saggi critici Sandro Gros-Pietro, Giorgio. Linguaglossa, Sandro. Montalto, Luigi Reina, Alfredo Rienzi e altri. Con componimenti lirici e recensioni ha collaborato e collabora con svariate riviste letterarie (Poiesis, Poesia, Polimnia, Vernice, Paideia, La Procellaria, La Clessidra, Hebenon). Per l’edito e l’inedito è stato proclamato vincitore assoluto al Rhegium Julii, al Fiera di Casalguidi, al Città di Manduria, al Libero De Libero di Fondi, al Città di Quarrata, all’Alessandro Contini Bonacossi, al Pietro Borgognoni di Pistoia, al Città di Mesagne, al Lorenzo Calogero, al Premio Athena-Galatina, al Città di Aprigliano, al Città di Lecce, a Il Litorale – Marina di Massa, fra gli altri.

 shakespeare teatro

Gino Rago

Fatelo sapere alla Regina…

Fatelo sapere alla Regina, ditelo
anche al Re: non abbiamo
bisogno di niente, né per la carne
viva né per lo spirito del tempo.
Siamo ricchi di noi,
dei profumi del sole nelle primavere.
E’ questo mare aperto
il poema di parole
sull’acqua, ci basta lo sciabecco
a sollevare spume.
Olio e ferite, vino e fatica,
festa e camicia pulita,
vento fanciullo a danzare
nell’erba, amore nelle mani
quando cercano
altre mani, oblio d’anemoni
sui nervi delle pietre,
mulinelli di zagare all’alba.

Ditelo alla Regina, fatelo
sapere anche al Re:
non ci servono rubini
alle corone
né domandiamo le monete
d’oro: siamo ricchi di noi
per i canti nel cuore, la saggezza
del pane, la quieta
sapienza del sale:
per le sciabole
rosse dei papaveri nel grano

Cassandra

Cassandra

Memoria di una madre

I falò di Carnevale… Tu ( opaca,
in un letto d’ospedale
già tutta pronta in cuore
al viaggio fra le stelle alla tua foce )
con l’occhio nella cenere
quieta sussurravi:
“Non sprecate l’acqua, lo capirete
quando è secco il pozzo… Di me
vi accorgerete forse a focolare spento.”
Per questo il mare urlò più forte
e smarrimmo l’odore delle mele,
di calce su quest’altra sponda
chiusi nel perimetro del pianto:
abiti neri, veli di pervinca,
condoglianze appena bisbigliate,
colpe da nascondere
come una vergogna,
contorni d’ombre , intermittenze d’asma,
tuo viaggio solitario verso l’onniscienza.
Luce di lampo, eternità d’istante,
colloqui da iniziare con l’assenza,
suoni a smemorare in quei labirinti.
Nel sole alto a candire i cedri
il vuoto di te
ruppe la barriera
fra vita finta e morte, atrocemente
straripò
come un’eco di strepiti lontani
o di remoti palpiti sapienti. Dall’ocra
dei licheni al fiore sui limoni
un vento soffiò rapido sul sangue della terra:
prosciugò le conche, disperse l’aquilone
ed essiccò la gioia del canto dentro l’anima.

(Inediti)

Czeslaw Miłosz

Czeslaw Miłosz

Czeslaw Miłosz, poeta polacco naturalizzato statunitense, Premio Nobel per la Letteratura nel 1980. È nato il 30 giugno 1911 a Szetejnie, ora in territorio lituano ed è morto a Cracovia il 14 agosto 2004. Aveva 93 anni. Poeta, ma anche saggista e traduttore: nel 1953 pubblicò La mente prigioniera, denuncia della passività degli intellettuali polacchi – ma anche dei francesi marxisti conosciuti a Parigi – di fronte al totalitarismo staliniano; nel 1977 La terra di Ulro, riflessione sulla poesia e sull’attività dello scrittore; nel 1998 Il cagnolino lungo la strada, autobiografia con aforismi e poesie. Una voce contro i totalitarismi: si dichiarava amico di antifascisti come Nicola Chiaromonte e Ignazio Silone e i suoi versi vennero trascritti nelle piazze dagli operai di Solidarnosc per onorare i lavoratori uccisi dal regime comunista nel 1981. Intanto Miłosz insegnava poesia in California e scriveva i suoi versi ispirati da Simone Weil, Selma Lagerlof, William Blake, Emanuel Swedenborg. Un cattolico praticante attirato dagli eretici è stato definito.
Il premio Nobel per la letteratura 1987, Josif Brodskij, nel discorso tenuto a Torino per l’inaugurazione del primo Salone del Libro nel maggio del 1988, affermò che «la più straordinaria poesia di questo secolo è scritta in polacco», segnalando i nomi di Leopold Staff, Czesław Miłosz, Zbigniew Herbert e Wisława Szymborska».

giordano bruno arso vivo il 17 febbraio 1600

giordano bruno arso vivo il 17 febbraio 1600

Czeslaw Miłosz

Campo dei Fiori

A Roma in Campo dei Fiori
ceste di olive e limoni,
spruzzi di vino per terra
e frammenti di fiori.
Rosati frutti di mare
vengono sparsi sui banchi,
bracciate d’uva nera
sulle pesche vellutate.
Proprio qui, su questa piazza
fu arso Giordano Bruno.
Il boia accese la fiamma
fra la marmaglia curiosa.
E non appena spenta la fiamma,
ecco di nuovo piene le taverne.
Ceste di olive e limoni
sulle teste dei venditori.
Mi ricordai di Campo dei Fiori
a Varsavia presso la giostra,
una chiara sera d’aprile,
al suono d’una musica allegra.
Le salve del muro del ghetto
soffocava l’allegra melodia
e le coppie si levavano alte
nel cielo sereno.
Il vento dalle case in fiamme
portava neri aquiloni,
la gente in corsa sulle giostre
acchiappava i fiocchi nell’aria.
Gonfiava le gonne alle ragazze
quel vento dalle case in fiamme,
rideva allegra la folla
nella bella domenica di Varsavia.
C’è chi ne trarrà la morale
che il popolo di Varsavia o Roma
commercia, si diverte, ama
indifferente ai roghi dei martiri.
Altri ne trarrà la morale
sulla fugacità delle cose umane,
sull’oblio che cresce
prima che la fiamma si spenga.
Eppure io allora pensavo
alla solitudine di chi muore.
Al fatto che quando Giordano
salì sul patibolo
non trovò nella lingua umana
neppure un’espressione,
per dire addio all’umanità,
l’umanità che restava.
Rieccoli a tracannare vino,
a vendere bianche asterie,
ceste di olive e limoni
portavano con gaio brusio.
Ed egli già distava da loro
come fossero secoli,
essi attesero appena
il suo levarsi nel fuoco.
E questi, morenti, soli,
già dimenticati dal mondo,
la loro lingua ci è estranea
come lingua di antico pianeta.
Finché tutto sarà leggenda
e allora dopo molti anni
su un nuovo Campo dei Fiori
un poeta desterà la rivolta.

(Varsavia, Pasqua 1943)

Marek Baterowicz

Marek Baterowicz

Marek Baterowicz è nato a Cracovia nel 1944. Ho avuto il mio primo incontro epistolare con lui quando stavo preparando la mia antologia di racconti brevi polacchi dal 1945 al 1985 circa, che fu poi pubblicata da Editori Riuniti nel 1988 con il titolo Viaggio sulla cima della notte. Gli scrissi informandolo di questo mio progetto, ma mi rispose di non aver ancora scritto un racconto breve e di essere soprattutto un poeta. Da allora, pur non essendoci mai incontrati, dura la nostra sincera amicizia “a distanza”.
La sua odissea continua ancora oggi. Essa iniziò nel 1985 quando, dopo quattro anni di inutili tentativi, grazie al premio Circe Sabaudia, ottenne finalmente il sospirato passaporto che gli era stato rifiutato per la legge marziale polacca del 1981: l’Italia – da lui sempre ritenuta la sua seconda patria – gli aveva restituito la libertà. A Roma ha ricevuto riconoscimenti per le traduzioni dei poeti Montale, Saba e Ungaretti. Ha poi viaggiato attraverso la Francia e la Spagna, fino a raggiungere Sydney, dove vive tuttora. E’ autore di numerose raccolte di poesie pubblicate, oltre che in Polonia, in Australia, in Francia, negli USA e in Inghilterra, e di narrativa (racconti, un romanzo, e la novella Il manoscritto di Amalfi; ha collaborato anche con la rivista “Miscellanea” con saggi e poesie in italiano. In Italia una sua raccolta di poesie scelte è stata pubblicata dalla casa editrice Empirìa di Roma nel 2010, con il titolo Canti del pianeta, nella mia versione. Essa comprende prevalentemente le poesie composte durante le sue drammatiche peregrinazioni in diversi paesi, senza mai dimenticare la Polonia. Canti del pianeta è un libro aperto all’umanità intera. Il poeta diventa un “uomo planetario” che invita alla fraternità tra gli uomini.
Ecco un suo lapidario ritratto, tracciato da un autorevole critico australiano: “indiscusso principe dei letterati polacchi residenti in Australia, grande erudito, conoscitore di culture straniere, lavoratore instancabile, pensatore-poeta, maestro di metafore filosofiche”. Un altro critico scrive: “ogni sua poesia è una entità intellettuale e artistica, creata in modo pressoché perfetto. La sua capacità di sintesi, l’eleganza dello stile, la disciplina verbale e la profondità filosofica – tutti questi aspetti concorrono a formare una creazione non comune”.
Dopo tanti anni di lontananza, Baterowicz ha sempre la Polonia nel cuore. L’amore per la propria Terra infatti non si può cambiare con i luoghi e col tempo e, consapevole del suo destino di emigrato, il poeta cerca e ritrova la sua patria nei valori trascendentali, nel cosmo delle verità universali.
Una peculiarità di Baterowicz da sottolineare, è il suo atteggiamento nei confronti del progresso. Nelle numerose lettere inviatemi in tutti questi anni, ricorre spesso il motivo del signor Retro, un personaggio-maschera, uno scettico del progresso tecnologico, perché esso distrugge ogni progresso dei valori spirituali. In una delle poesie della raccolta Canti del pianeta Baterowicz dice: “il signor Retro rinuncia al progresso, convinto che l’umanità sia andata già troppo lontano”.

(Paolo Statuti)

Isola Tiberina ricostruzione Roma antica

Isola Tiberina ricostruzione Roma antica

Marek Baterovicz

Isola Tiberina

La voce di un uccello che chiama la primavera,
solitario contrappunto alla melodia del Tevere
– dell’acqua che infrange contro il fondo sassoso
giare di canti – interroga il futuro.
Dal passato, che anch’esso detta le sue leggi,
giunge il ritmico grido delle legioni
che marciano sui ponti Cestio e Fabricio.
Il mio passo tenta di unirsi al loro
– mi precedono sempre di un lampo di spada.
Anche l’acqua è più rapida correndo immutabile verso il mare,
dove Nettuno possiede da secoli
la corona abbandonata dei cesari.
L’Isola Tiberina salpa allora verso la sorgente del fiume
come nave che mi porta fino alla prima goccia
del sangue di Remo.

(Roma, 1973)

*

Il signor Retro estrae l’orologio da tasca,
lo carica –
e ascolta il ticchettio del meccanismo,
che impassibile spinge avanti
le lancette e i secondi
(come fermare l’istante, questa goccia di eternità?)
girando sempre nello stesso punto,
lungo la divina forma del cerchio,
eppure senza sosta andando oltre,
tirandosi dietro folle di manichini –
che si accalcano in marcia,
illusi dalla chimera del Domani,
la quale appare come nuova stella,
scoperta nella vecchia volta celeste –
ma misurata senza la bussola…
Il signor Retro rinuncia al progresso,
convinto che l’umanità sia andata già troppo lontano.

(Traduzione di Paolo Statuti)

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CINQUE POESIE di Hans Magnus Enzensberger da “La furia della caducità” (1987) con un Commento di Paola Quadrelli traduzione di Claudio Groff

Berlino Ovest - mamma e bambino conversano con un militare di Berlino Est di guardia al Muro. Mario Dondero, Museo di Fotografia Contemporanea, ...

Berlino Ovest – mamma e bambino conversano con un militare di Berlino Est di guardia al Muro. Mario Dondero, Museo di Fotografia Contemporanea, …

  Hans Magnus Enzensberger (Kaufbeuren, Baviera, 1929) è stato  uno degli esponenti del Gruppo ’47. Dopo avere esordito come poeta elegante e aggressivo con la raccolta Difesa dei lupi contro le pecore (Verteidigung der Wölfe gegen die Lämmer, 1957), si volse con sempre maggior interesse alla saggistica, incentrata sulla polemica nei confronti dell’imperialismo capitalistico e i suoi mezzi di comunicazione di massa (Poesia e politica, Poesie und Politik, 1962). Nel 1965 fondò a Berlino la rivista “Kursbuch”. Nel 1968 si recò negli U.S.A. con una borsa di studio, ma, disgustato dalla guerra americana in Vietnam, si trasferì a Cuba. Si è dedicato quindi a una letteratura di tipo documentario con il dramma L’interrogatorio all’Avana (Das Verhör von Habana, 1970) e col romanzo-collage La breve estate dell’anarchia (Der kurze Sommer der Anarchie, 1972). Tra il 1969 e il 1977 ha scritto in forma di reportage lirico il poema in trentatre canti La fine del Titanic (Der Untergang der T., 1978), sottotitolandolo una commedia con esplicita allusione alla Divina Commedia dantesca. Sorta di visione apocalittica profilata a partire da una meditazione sulle tensioni e i contrasti socio-politici accesisi nei quasi due decenni della sua composizione, La fine del Titanic viene da lui stesso considerata la sua opera maggiore. Ma accanto a questo poema occorre ricordare la raccolta di poesie La furia della caducità (Die Furie des Verschwindens, 1980),con una esplicita citazione da Hegel, uno degli esiti più riusciti della poesia tedesca contemporanea. Una rinuncia all’utopia segna invece gli ultimi suoi volumi, tra cui Mediocrità e follia (Mittelmass und Wahn, 1988).

 il muro di Berlino

il muro di Berlino

 Ha scritto Paola Quadrelli: «Nato nel 1929, Enzensberger appartiene alla stessa generazione di Günter Grass, di Martin Walser, di Christa Wolf e Walter Kempowski; fa quindi parte di quel gruppo di scrittori che contribuirono al rinnovato prestigio della letteratura tedesca nel secondo dopo guerra con testi marcatamente e inevitabilmente politici, poiché scaturiti dal travaglio della Germania negli anni della ricostruzione postbellica, tra crescita economica e rapido oblio del passato nazista.

La “rabbia”, il piglio fieramente aggressivo, lo slancio etico e civile sono le fonti emotive e intellettuali che nutrono le prime poesie di Enzensberger (difesa dei lupi del 1957 e lingua nazionale del 1960), la cui pubblicazione valse infatti all’autore la nomea di angry young man della letteratura tedesco-federale. Nei saggi coevi, raccolti in un volume noto e più volte riedito anche da noi in Italia, Questioni di dettaglio (1962), Enzensberger rielabora con originalità i temi della critica culturale della scuola di Francoforte e affronta con prosa serrata e scintillante l’“industria della coscienza”, ovvero i processi di subdola manipolazione e di omologazione culturale prodotti dai media (celebri la sua analisi del linguaggio dello Spiegel e il saggio sul nascente fenomeno del turismo di massa).

Consapevole di trovarsi in un momento di discrimine epocale per quanto concerne il senso del lavoro culturale e la funzione dell’intellettuale nelle società occidentali, lo Enzensberger dei primi anni Sessanta riflette nei suoi saggi sulla necessaria revisione del ruolo dello scrittore nella moderna società di massa, in cui un’industria culturale conformista e superficiale condanna la letteratura a un ruolo marginale e ne disinnesca ogni potenziale eversivo. Enzensberger rivendica con passione il compito intrinsecamente rivoluzionario della poesia dinanzi alle banalizzazioni dell’industria culturale e difende la specificità della poesia, irriducibile a ogni mandato politico: l’arte è, di per sé, “denuncia della realtà esistente”, “anti­merce”, resistenza al “mondo amministrato”.

Berlino est 1982

Berlino est 1982

 Il compito politico della poe­sia, sostiene Enzensberger con un’affermazione acutamente paradossale nel saggio Poesia e politica, “è quello di sottrarsi ad ogni compito politico e di parlare per tutti proprio nel momento in cui non parla di nessuno: di un albero, di una pietra, di ciò che non esiste.” E di fronte al nichilismo storicistico che riduce le opere d’arte del passato a morti oggetti museali e in tal modo le imbalsama e le neutralizza, Enzensberger evoca con immagini intense il compito anticipatorio della poesia e il suo potenziale utopico: l’opera d’arte è “un torso, le cui membra giacciono nel futuro”. Ai temi di critica della società e della cultura è improntata tutta la produzione saggistica di Enzensberger, da Mediocrità e follia (1988) con gli interventi sulla televisione e sul “trionfo della Bild-Zeitung”, a Zig zag (1997), con i saggi di denuncia degli sprechi nella politica culturale e gli scritti su epifenomeni della società opulenta, come la moda e il lusso.

L’arte di Enzensberger conosce però il suo vertice negli anni Settanta e almeno tre sono i capolavori da ricordare in questa sede: le ballate di Mausoleum (1975), trentasette componimenti dedicati a scienziati, politici e artisti, fautori e al contempo vittime del progresso (da Spallanzani a Ugo Cerletti, da Chopin a Piranesi, da Che Gue­vara a Molotov), La fine del Titanic (1978), un epos in trentatré canti, in cui il destino del transatlantico diventa metafora del fallimento dei miti tecnocratici e scientisti che hanno alimentato la civiltà occidentale negli ultimi due secoli e, sul versante della prosa, il geniale romanzo documentario La breve estate dell’anarchia (1972) che tra scienza documentaria e oral history ricostruisce la biografia dell’anarchico spagnolo Buenaventura Durruti, innestando al contempo un serrato e fecondo confronto dialettico con i movimenti politici degli anni Settanta.

Hans Magnus Enzensberger

Hans Magnus Enzensberger

Siamo ancora di fronte a letteratura politica nella migliore maniera enzensbergeriana, ovvero letteratura che pur non affrontando direttamente questioni politiche e sociali contingenti, rivisita il passato con lo sguardo critico e partecipe del presente ed evoca conflitti e processi che trovano ancora una ripercussione o un’eco nell’attualità. La pro­spettiva dell’autore, che pure partecipò al dibattito politico del Sessantotto tedesco, rifugge da faziosità ideologiche e non propugna palingenesi epocali: Enzensberger man­tiene infatti uno sguardo disincantato e ironico sulle cose e sul mondo, di cui percepisce le follie, le ingiustizie e le insensatezze e di cui coglie, con sensibilità vivissima, la caducità e l’assurda vanità.

Berlino est

Berlino est

 Uno dei temi preferiti della lirica enzensbergeriana è proprio quello dell’apocalisse, della guerra, della catastrofe naturale che tutto travolge e sommerge: si pensi ad alcune liri­che di scrittura per ciechi (1964) come “count­down” o “doom­sday”, allo scenario di morte e distruzione del Titanic, allo smascheramento delle aporie del progresso tecnico-scientifico in Mausoleum, alla raccolta di versi del 1980 che Enzensberger intitola, con una citazione da Hegel, La furia della caducità, sino alle poesie di Musica del futuro (1991), velate da un senso di precarietà e da un tono di tragica ironia, dove il presagio della fine della storia è sostituito dalla coscienza della fine di un’epoca e di un’ideologia. Al contempo, Enzensberger si rivela sempre attento lettore e indagatore del mondo moderno, dai nuovi scenari sociali prodotti dall’immigrazione (La grande migrazione, 1992), al terrorismo islamico (Il perdente radicale, 2006), all’intelligenza artificiale…».

da La furia della caducità SE, Milano, 1987 traduzione di Claudio Groff

Hans Magnus Enzensberger copertinaHans Magnus Enzensberger cop

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In visita da Ingres

Oggi avrebbe dipinto per il Comitato centrale, o per la Paramount,
dipende. Ma a quei tempi i gangster sudavano ancora
sotto l’ermellino, e i cavalieri d’industria si facevano incoronare.
E allora sotto con insegne, perle e piume di pavone.

Troviamo l’artista meditabondo. Si è imbottito
di «pensieri eletti e nobili passioni».
Una faccenda faticosa. Poltroncine costose, Primo o Secondo Impero,
dipende: Mento morbido, mani morbide, «grecità dell’anima».

Per sessant’anni questa fredda bramosia, un intenditore dalla testa ai piedi,
fino alla meta: la rosetta all’occhiello, la gloria.

Queste donne, che si contorcono sul marmo davanti a lui
come foche di pasta levitata: i seni misurati tra pollice e indice,
la superficie studiata come peluche,
tulle, taffetà lucido, l’umidore della coda dell’occhio
e narcotico, meglio della Kodak: esposte
alla Ecole des Beaux Atrs, un’eternità venale.

Il tutto a che pro? A che scopo le patacche delle onorificenze,
lo zelo fanatico, le aquile di gesso laccate in oro?

Ottantenne, ha un’aria singolarmente flaccida,
esausta, il cilindro nella sinistra.
«È stato tutto inutile». Via, via, onorato Maestro!
Cosa penseranno di Lei il corniciaio, il vetraio,
la cuoca fedele, il lavacadaveri? Unica risposta:
Un sospiro. Alte sopra le nubi, oniriche, le dita di Tetide
si attorcigliavano come vermi alla nera barba di Giove.
Di malavoglia diamo un’ultima occhiata
all’artista – che gambe che ha! –
e in punta di piedi usciamo dallo studio.

 

Hans Magnus Enzensberger

Hans Magnus Enzensberger

 

 

 

 

 

 

 

Rhein-Main*

Ding dang dong. Confusione. Annunci in giapponese.
Tra vapori di cherosene i torpidi panzer scivolano
dietro le vetrate, sulla piazzola bollente. Strie
negli occhi, monete nel pugno madido.
Sempre occupato. Poi lasci suonare di nuovo,
a lungo. Dappertutto valige. Esasperato faccio il numero,
riattacco, rifaccio il numero. Finalmente dici pronto, svogliata.
Un ragazzino, un bambinetto con Paperino sulla maglietta
picchia sogghignando contro la porta.
Devo vederti assolutamente. Check-in B 12.
Sì, appena atterrato. E perché? Due giorni. Un momento!
Sei sola? Voci nel fondo, mormorii.
Chi c’è con te? Bugiarda! Il dottor Kabis è pregato
recarsi all’ufficio informazioni. In bagno. Ho detto:
ero in bagno. Quale Bob? Martedì.
Ma te l’ho già raccontato. Dottor Kabis, prego.
Sei proprio strano. Come? Introdurre altri gettoni! Un mucchio
di monete inghiottite furiosamente. Ti scongiuro.
Si inserisce un vecchio. Cimurro, capisce?
Sei noioso. Non è questo il punto. È cimurro.
Ritardi, scioperi bianchi. Perché tieni
la mano davanti al microfono? Non ci sono veterinari
durante il week-end. Macché, è soltanto la radio.
La cornetta appiccicosa. Sto cercando di crederti.
Click. Introdurre altre monete! La parola troncata in bocca.
Attraverso il vetro vedo due suore sulla scala mobile,
tutte bianche, lo sguardo fisso, salire verso il cielo.

* L’aeroporto di Francoforte (N.d.T.)

Hans Magnus Enzensberger 1

 

 

 

 

 

In memoriam

Dunque, per quanto concerne gli anni Settanta
me la sbrigo in due parole.
Il servizio informazioni dava sempre occupato.
La miracolosa moltiplicazione dei pani
si limitò a Dusseldorf e dintorni.
La notizia spaventosa corse su nastro,
venne registrata e archiviata.

Senza opporre resistenza, tutto sommato,
gli anni Settanta si sono ingozzati
e gli è andata di traverso,
nessuna garanzia per i posteri,
turchi e disoccupati.
Che qualcuno li ricordi con indulgenza,
sarebbe pretendere troppo.

 

Hans Magnus Enzensberger

Hans Magnus Enzensberger

 

 

 

 

 

 

 

Tango finlandese

Ciò che ieri sera fu è e non è
La barchetta che si allontana
e la barchetta che si accosta
I capelli così vicini erano capelli stranieri
Questo è facile a dirsi E’ sempre così
Il lago grigio è proprio il lago grigio
Il pane fresco di ieri sera è indurito
Nessuno balla Nessuno bisbiglia Nessuno piange
Il fumo è dissolto e non dissolto
Il lago grigio adesso è azzurro Qualcuno chiama
Qualcuno ride Qualcuno se n’è andato
C’è molta luce Era mezzo buio
La barchetta non sempre ritorna
E’ la stessa cosa e non è la stessa
Qui non c’è nessuno La roccia è roccia
La roccia cessa di essere roccia
La roccia ridiventa roccia
E’ sempre così Nulla scompare
e nulla rimane Ciò che fu
è e non è ed è Questo
nessuno lo capisce Ciò che ieri sera
fu è facile a dirsi Com’è luminosa
qui l’estate e com’è breve.

Hans Magnus Enzensberger

Ländler

Prego? Come?
Chi ha detto «come»?
E che significa poi
«alla fin fine»?
Questo Ländler è«come»
il ragno nell’ambra
conservato in una luce
che si è oscurata.
Il Ländler nell’ambra
e alcune altre cose
scomparse da tempo
nel secondo movimento: l’immortalità
è qualcosa di mortale.
Prego? Sì. La differenza
tra «natura» e «storia»
forse non merita il chiasso
che ne stiamo facendo,
«alla fin fine».
Ma cosa vuol dire poi Ländler, in questo contesto?
«Naturalmente» ne viene fuori sempre
qualcosa di diverso, di molto diverso
da quanto «noi» volevamo.
Un futuro che il ragno
nell’ambra non ha previsto.
Non esattamente quello che lui «voleva».
Un Ländler che non è più un Ländler:
qualcosa di estinto.
Paleontologia, unica scienza
cui possiamo attenerci,
consolante e inutile.
Gira in tondo,
come quel Ländler
che «alla fin fine»
non si sposta di un passo.

 

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La dimensione poetica della parola. Il suono che guarisce e che ricrea (Ariosto, Ungaretti, Zanzotto, d’Annunzio, Montale) Saggio di Marco Onofrio (Parte I)

Parnaso

Parnaso

I

Donde nasce la magia della parola poetica? Perché quelle parole, in quella sequenza, dentro quel verso, suonano in quel modo? Diversamente, cioè, da quando le troviamo isolate, a se stanti, sul vocabolario?

Prendiamo il celebre incipit leopardiano de La sera del dì di festa: «Dolce e chiara è la notte e senza vento». I due aggettivi donano un afflato rasserenante, rafforzato dalla congiunzione che chiude l’endecasillabo. Se proviamo a sostituire anche una sola parola, o a scompaginare l’ordine di quelle che ci sono, l’effetto non è più lo stesso: si spezza per sempre l’armonia melodica, la callida iunctura delle forme. Lo dice ad esempio Orazio Flacco, nell’Epistola ai Pisoni: una parola logora e pedestre riceve nuova luce a seconda delle virtù combinatorie cui è sottoposta, cioè della sua posizione nell’ordine della scrittura; così come una parola “nobile” può, per motivi opposti, infiacchirsi. Questione di alchimie, di energie che sprizzano dall’incontro sonoro delle parole, che sono vive, plastiche, malleabili come creta. La parola poetica, spesso avvincendo, avvolgendo sensualmente, cullando la percezione in termini di incanto, ci trasporta sotto il piano razionale della parola utilitaria, tipica del linguaggio-comunicazione. È un “massaggio acustico” che può liberare, come per una sorta di “regressione” freudiana, energie nascoste e associazioni latenti, comunicando l’inconoscibile e tentando di ristabilire l’armonia perduta: come una “lingua primordiale”.

 LA GUERRA CHE VERRA'. Non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell'ultima c'erano vincitori e vinti.

LA GUERRA CHE VERRA’. Non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti.

La parola poetica s’iscrive in un sistema diverso da quello corrente. Il dire del poeta è ambiguo, irrazionale, evocativo. Talvolta neanche lui ha ben chiaro, se non a livello intuitivo, ciò che sta dicendo. Più che scrivere, è scritto dalla poesia che lo sceglie per manifestarsi. Ovviamente, dinanzi a contenuti così oscuri (l’altro, l’ignoto, il sublime), non gli basta più il linguaggio comune di stampo referenziale. Ha bisogno di inventarsi un’altra lingua, o almeno di forzare quella che già esiste. Una lingua con referente diminuito, o addirittura senza referente: che costruisce da sé altri e nuovi referenti. La poesia si produce, dunque, come “eversione” – voluta cercata organizzata dal poeta – rispetto al linguaggio di uso pratico. Il poeta trasforma dall’interno la parola, le fa dire e non dire e, in questo modo, esprimere più di quel che in prosa potrebbe. Egli oscilla di continuo fra due poli espressivi: la tentazione del canto (in cui le parole tendono a perdere il proprio valore significativo per suonare ed evocare attraverso un alone di suggestione sonora, ritagliandosi una frangia di senso che tocca più contenuti mentali non chiaramente comunicabili – l’istinto, l’inconscio, il preverbale – che l’intelletto) e la necessità del discorso (laddove deve emergere la chiarezza analitica dell’intelletto: necessaria ad esempio se vogliamo raccontare una storia in poesia).

Yeats and Eliot

Yeats and Eliot

Ciò che insomma distingue un testo poetico da un normale testo comunicativo, i Sepolcri di Foscolo dal bugiardino di un farmaco o dalla lista delle cose da comprare, è che nel testo poetico il “senso” nasce anche e soprattutto dal legame tra le unità che lo compongono, non solo dal loro significato. In poesia è più importante il “modo” che l’“oggetto”: più di cosa viene detto, come viene detto.

Precisa Gian Luigi Beccaria in un suo fondamentale saggio, L’autonomia del significante: «In poesia il significato del discorso non è mai in grado di accogliere tutto il senso (né lo è il significante da solo). Il senso poetico si compie nella combinazione di un significato calato in convenzioni ritmiche vincolanti e liberato in significazioni di suoni».

pier paolo pasoliniIl segno poetico ricrea gli elementi della lingua-comunicazione, aprendoli ad una nuova ricchezza di senso che emerge dal rapporto delle unità significanti, “orchestrate” nella struttura del testo. Un testo, quello poetico, che sintetizza ad ogni livello un altissimo grado di informazione. È un “ipersegno”. Spiega Maria Corti nel saggio Principi della comunicazione letteraria: «in poesia tutto è pertinente a livello fonico e semantico, tutto significa». E, secondo Beccaria, «la poesia è fra tutte l’arte più gravata di significati». Il discorso poetico esalta la funzione del linguaggio che Jakobson definisce per l’appunto “poetica”, cioè autoreferenziale, per cui ogni autentico testo poetico genera (e si genera come) uno speciale codice, “altro” e autonomo rispetto al linguaggio comune, dove è il linguaggio, anzitutto, che comunica se stesso. Una poesia non è soltanto “logos”, o – men che mai – dimostrazione scientifica, o nota informativa: il suo messaggio non è altro che la poesia medesima, nella pienezza delle sue molteplici possibilità espressive. La funzione “poetica” esautora quella “referenziale”, la rende complessa, ambigua, polivalente. Densità semantica e polisemia: ogni parola, in un testo poetico, è un fascio di significati che s’irradiano in diverse direzioni. Non solo le parole, dunque, ma anche le strutture retoriche che le organizzano nel quadro complessivo del testo, sulla sua superficie spaziale e tipografica, macro-struttura ad elevata formalizzazione: figure ritmico-sintattiche, parallelismi, iterazioni, assonanze…

andrea zanzotto

andrea zanzotto

Tutto è segno e senso in poesia: anche e soprattutto il suono. La poesia stessa è suono che produce conoscenza. Il suono e il ritmo della poesia hanno un valore iconico speciale, autonomo, determinante. Sono in grado di evocare e rappresentare essi stessi il significato della cosa. Ecco ad esempio come, in suoni scoppiettanti, rende il temporale Ariosto nel Furioso:

con tanti tuoni e tanto ardor di lampi
che par che ‘l ciel si spezzi e tutto avvampi

o, con lo sgusciar del ferro, il sibilo di una spada Pulci nel Morgante:

.
rizzossi in sulle staffe, e ‘l brando striscia
che lo facea fischiar come una biscia

zbigniev herbert

zbigniev herbert

Così, senza ricalcare le suggestive arbitrarietà di Rimbaud, con la sua poesia sul colore delle vocali (e, per quella via, le astruse teorie dell’abbé Bremont), possiamo parlare di fonosimbolismo poetico, di significato referenziale dei suoni; per cui la [s], ad esempio, si presterebbe allo strisciare delle serpi, la [r] al fremito e al movimento, la [i] sembra più chiara di [u] e [o], ecc. Scrive Donatella Bisutti nel delizioso libro La poesia salva la vita: «una parola non è solo il significato di una cosa, ma anche un po’ l’immagine di quella cosa». Una parola come raffica, ad esempio, è veloce e turbina come un colpo di vento improvviso, grazie a quelle [f] che soffiano. Stuzzicare sembra qualcosa che punge, per via di quelle due [z] e di quella [i] sottile: come una zanzara. E ancora: farfalla, con quelle due [f] svolazzanti e quelle due [l] che la sostengono in volo, è «in realtà il perfetto ritratto di una farfalla». La poesia sa adoperare le parole come oggetti, come pennelli intrisi di colore, come tasti di un pianoforte. Ci sono parole «veloci o lente, leggere o pesanti, tenere o aspre, morbide o dure, carezzevoli o taglienti». Prescindendo dalla trascrizione onomatopeica dei suoni (si pensi a Pascoli e a Palazzeschi), leggiamo qualche magnifico esempio di significato rappresentato per vie irrazionali, anche e soprattutto attraverso il suono.

“La luna” di Andrea Zanzotto:

.
Luna puella pallidula,
Luna flora eremitica,
Luna unica selenita,
Distonia vita traviata,
Atonia vita evitata,
Mataia, matta morula,
Vampirisma, paralisi,
Glabro latte, polarizzato zucchero,
Peste innocente, patrona inclemente,
Protovergine, alfa privativo,
Degravitante sughero,
Pomo e potenza della polvere,
Phiala e coscienza delle tenebre,
Geyser, fase, cariocinesi,
Luna neve nevissima novissima,
Luna glacies-glaciei
Luna medulla cordis mei,
Vertigine
Per secanti e tangenti fugitiva
 

La mole della mia fatica
Già da me sgombri
La mia sostanza sgombri
A me cresci a me vieni a te vengo

Luna puella pallidula.
 

Eugenio Montale

Eugenio Montale

 

Giuseppe Ungaretti

Giuseppe Ungaretti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il mare slavato e disilluso di Ungaretti:

.
Più non muggisce, non sussurra il mare,
Il mare.

Senza i sogni, incolore campo è il mare,
Il mare.

Fa pietà anche il mare,
Il mare.

Muovono nuvole irriflesse il mare,
Il mare.

A fumi tristi cedé il letto il mare,
Il mare.

Morto è anche lui, vedi, il mare,
Il mare.

W.H. Auden

W.H. Auden

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(si noti l’eco del “mare”, ripetuta in a capo, che equivale all’inerzia stanca della risacca sul bagnasciuga, quando il mare è plumbeo, inerte, quasi fermo). La freschezza spumeggiante dell’onda di d’Annunzio:

Nasce l’onda fiacca,
subito s’ammorza.
Il vento rinforza.
Altra onda nasce,
si perde,
come agnello che pasce
pel verde:
un fiocco di spuma
che balza!
Ma il vento riviene
rincalza, ridonda.
Altra onda s’alza,
nel suo nascimento
più lene
che ventre virginale!
Palpita, sale,
si gonfia, s’incurva,
s’alluma, procede.
Il dorso ampio splende
come cristallo;
la cima leggiera
s’arruffa
come criniera
nivea di cavallo.
Il vento la scavezza.
L’onda si spezza,
precipita nel cavo
del solco sonora;
spumeggia, biancheggia,
s’infiora, odora,
travolge la cuora,
trae l’alga e l’ulva;
s’allunga,
rotola, galoppa;
intoppa
in altra cui ‘l vento
diè tempra diversa;
l’avversa,
l’assalta, la sormonta,
vi si mesce, s’accresce.
Di spruzzi, di sprazzi,
di fiocchi, d’iridi
ferve nella risacca;
par che di crisopazzi
scintilli
e di berilli
viridi a sacca,
O sua favella!
Sciacqua, sciaborda,
scroscia, schiocca, schianta,
romba, ride, canta,
accorda, discorda,
tutte accoglie e fonde
le dissonanze acute
nelle sue volute
profonde,
libera e bella
numerosa e folle,
possente e molle,
creatura viva
che gode
del suo mistero
fugace.

E lo sconquasso simbolico della “bufera” di Montale:

… e poi lo schianto rude, i sistri, il fremere
dei tamburelli sulla fossa fuia,
lo scalpicciare del fandango, e sopra
qualche gesto che annaspa…

Nel messaggio poetico risulta dunque determinante l’aspetto fonico-timbrico della lingua. La poesia è, in questo senso, la risultanza dell’incontro-incrocio degli elementi metrici, ritmici e metaforici. Il piano dei significanti e quello dei significati sono i due poli entro cui oscilla mutevolmente l’ago della comunicazione poetica. Lo stesso ritmo si gioca nel conflitto perenne tra metro e sintassi: il discorso non coincide puntualmente con i versi, tende a forzarne la misura orizzontale in strutture foniche verticali, tessute di corrispondenze e bilanciamenti.

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POESIE SU PERSONAGGI STORICI MITICI O IMMAGINARI Poesie di Bertolt Brecht (1898-1956) e Giorgio Linguaglossa su “Il sandalo di Empedocle”

e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno ...

e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno …

 

Bertolt Brecht

Bertolt Brecht

Berthold Brecht (che poi semplificò il suo nome in Bertolt) nacque ad Augusta, in Baviera, nel 1898 da una famiglia discretamente agiata, della borghesia industriale.
Nel a917 si iscrisse alla facoltà di lettere dell’Università di Monaco, ma poi passò a quella di medicina perché era più facile, per uno studente di quel corso, evitare il servizio militare. Proprio in quegli anni pubblicò poesie e opere teatrali. Nel 1922 riscosse un discreto successo con Tamburi nella notte e nello stesso anno si sposò con l’attrice Marianne Zoff. Nel 1924 si trasferì a Berlino e nel ’27, fallito il primo matrimonio, si sposò con un’altra attrice, Helen Weigel, da cui ebbe due figli. A Berlino si affermò come drammaturgo e fece amicizia e collaborò con molti musicisti del tempi come Kurt Weil e Paul Hindemith.
All’avvento del nazismo al potere, nel 1933, Brecht con la famiglia dalla Germania in volontario esilio: andò in Danimarca e vi rimase fino al 1939, manifestando idee comuniste, anche se non si iscrisse mai al partito. Alla vigilia della seconda guerra mondiale dalla Danimarca passò in Svezia e di qui in Finlandia e in Russia per approdare, infine, negli Stati Uniti d’America dove si stabilì in California, a Santa Monica, fino al 1946 vivendo quasi totalmente isolato. Sospettato di attività antiamericane, nel 1948 rientrò in Europa e si stabilì a Berlino Est dove, malgrado il suo professato comunismo, fu guardato con sospetto per le sue posizioni polemiche e per il suo individualismo. Tuttavia le sue opere erano rappresentate ovunque e proprio a Berlino egli organizzò la compagnia teatrale Deutsches Ensemble (1949) che divenne ampiamente famosa in tutta Europa. Brecht morì a Berlino nell’agosto 1956 per infarto cardiaco.

 il binario che porta ad Auschwitz

il binario che porta ad Auschwitz

 

Arbeit macht frei

Arbeit macht frei

Bertolt Brecht

Il sandalo di Empedocle

1
Quando Empedocle di Agrigento
si fu procurata la reverenza dei suoi concittadini insieme
agli acciacchi della vecchiaia,
decise di morire. Ma siccome
amava alcuni pochi, che lui riamavano,
non volle dinanzi a costoro annullarsi ma piuttosto
entrar nel Nulla.
Li invitò ad una gita. Non tutti:
questo o quello dimenticò, sì che nella scelta
e in tutta l’iniziativa
fosse commisto il caso.
Ascesero l’Etna.
Lo sforzo della salita
consigliava silenzio. Nessuno sentì la mancanza
di parole sapienti. Lassù
ripresero fiato per tornare al ritmo consueto dl sangue,
intenti al panorama, lieti di essere alla meta.
Li abbandonò, inosservato, il maestro.
Quando ripresero a parlare, non si avvidero
ancora di nulla: soltanto più tardi
qua e là mancò una parola, e si volsero a cercarlo.
Ma già da tempo egli era oltre il dosso del monte,
pur senza troppo affrettarsi. Una volta soltanto
sostò e allora udì
come remota, da dietro la vetta,
riprendeva la conversazione. Le parole
non si potevano distinguere più: incominciava il morire.
Quando fu presso al cratere,
voltò il capo, non volendo conoscere il seguito,
che non lo riguardava più, il vecchio si curvò lentamente,
sciolse con cura il sandalo dal suo piede, lo gettò sorridendo
di fianco, a pochi passi, sì che non troppo presto
lo si potesse trovare, ma pur sempre in tempo; e cioè
prima che fosse marcito. Soltanto allora
venne al cratere. Quando gli amici suoi
furono senza di lui ritornati cercandolo,
cominciò a grado a grado per settimane e mesi
la sua scomparsa, com’egli aveva voluto. C’era
chi l’aspettava ancora mentre già altri
lo davano per morto. Rimandavano alcuni
le loro domande fino al suo ritorno mentre già altri
cercavano da soli le soluzioni. Lentamente, come nuvole
nel cielo si allontanano, immutate, appena più piccole,
e più si fanno, quando non le si guardino, più lontane,
e, se le cerchi di nuovo, già forse confuse con altre, così
s’allontanava egli dalla loro consuetudine, in modo consueto.
Poi sorse una diceria:
che morto non fosse, perché non mortale, si disse.
Il mistero lo avvolse. Si riteneva possibile
che oltre alla sfera terrestre altro ci fosse; che il corso
delle cose umane potesse per un solo uomo mutarsi; e simili chiacchiere.
Ma fu trovato in quel tempo il sandalo suo, di cuoio,
palpabile, consunto, terrestre! Lasciato per quelli
che, se non vedono, subito cominciano col credere.
la fine dei suoi giorni
ritornò naturale. Come chiunque altro era morto.

Bertolt Brecht Prima di tutto vennero a prendere gli zingari. e fui contento perchè rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei. e stetti zitto perchè mi stavano ...

Bertolt Brecht Prima di tutto vennero a prendere gli zingari. e fui contento perchè rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei. e stetti zitto perchè mi stavano …

 

 LA GUERRA CHE VERRA'. Non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell'ultima c'erano vincitori e vinti.

LA GUERRA CHE VERRA’. Non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti.

Altri descrivono invece l’accaduto
altrimenti: quell’Empedocle
avrebbe davvero tentato di garantirsi onori divini
e con una evasione misteriosa, un’astuta
caduta nell’Etna, senza testimoni, fondar la leggenda
che egli non fosse di natura umana né sottoposto
alle leggi della decadenza. Ma che allora
il sandalo gli avesse giocato il tiro di cader nelle mani degli uomini.
(Alcuni dicono persino che sia stato il cratere, irato
per una simile iniziativa, a sputar via semplicemente
il sandalo di quel degenerato). Ma noi qui preferiamo credere
che se realmente non si fosse tolto il sandalo, avrebbe piuttosto
dimenticato soltanto la nostra stoltezza, senza pensare che noi
precipitosamente vogliamo far più buio quel ch’è buio, preferendo
credere a cose insulse, invece di cercare un motivo plausibile. E il monte
– ma non sdegnato però per tanta trascuratezza o nemmeno persuaso
che colui avesse voluto ingannarci per scroccare onori celesti
(ché nulla crede il monte e di noi non si cura)
ma anzi vomitando fuoco come sempre – avrebbe allora sputato
il sandalo e i discepoli così
– già occupati a fiutar qualche grande mistero,
a svolgere profonda metafisica; fin troppo occupati! –
afflitti dovettero a un tratto fra le mani tenersi quel sandalo
del maestro, fatto di palpabile cuoio, terrestre.

(traduzione di Franco Fortini)

e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno ...

e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno …

 

giorgio linguaglossa

giorgio linguaglossa

Giorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma. Per la poesia nel 1992 pubblica Uccelli (Roma, Edizioni Scettro del Re), nel 2000, Paradiso (Libreria Croce, Roma), nel 2006 La Belligeranza del Tramonto (LietoColle 2006), e nel 2013 Blumenbilder – Natura morta con fiori (Passigli, Firenze). Ha tradotto poeti inglesi, francesi e tedeschi tra cui Nelly Sachs e Georg Trakl. Dal 1992 ha diretto la collana di poesia delle Edizioni Scettro del Re di Roma. Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura «Poiesis» che dirigerà fino al 2005. Nel 1995 redige e firma con Giuseppe Pedota, Lisa Stace e Maria Rosaria Madonna il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica», pubblicandolo nel n. 7 della rivista da lui diretta. Nel 2001, pubblica il racconto lungo Storia di Omero nel volume collettivo Via Pincherle – Modelli Narrativi a Confronto, per le Edizioni Libreria Croce. Nel 2003 pubblica il libro di saggi sulla poesia moderna, Appunti Critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte (Coedizione Libreria Croce – Scettro del Re). Suoi saggi sulla poesia contemporanea sono presenti in Linee odierne della poesia italiana, a cura di Roberto Bertoldo e Luciano Troisio (Quaderni di Hebenon, 2001), e nel volume Sotto la superficie. Letture di poeti italiani contemporanei a cura di Gabriela Fantato (Bocca, 2004). Per le edizioni Bonaccorso di Verona nel 2005 pubblica il romanzo breve Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio. Ha curato l’apparato critico del numero speciale 33 di «Poiesis» del 2006 dedicato alle traduzioni di alcuni saggi del poeta russo Osip Mandel’štam e di dieci poesie inedite del poeta russo: Il fornello a petrolio (poesie per bambini). Alcuni suoi saggi sulla poesia contemporanea sono apparsi in «Numen» del 2007, quaderno di critica edito dalla rivista di segni contemporanei «Altroverso» di Campobasso. Ha curato le presentazioni critiche dei poeti inseriti ne La poesia degli anni Novanta. Antologia (Roma, Scettro del Re 2002) ed è presente con alcune composizioni nella Antologia della poesia erotica contemporanea (Roma, Ati Editore, 2006). Collabora in veste di critico con le riviste di letteratura contemporanea: «Polimnia», «Hebenon», «Altroverso», «Capoverso».
Sue poesie sono state tradotte in spagnolo, inglese e bulgaro. In quest’ultima lingua è stata pubblicata nel 2007 la traduzione integrale de La Belligeranza del Tramonto.
Nel 2007 pubblica il saggio Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia in «Atti del Convegno: È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo» per le edizioni Passigli di Firenze. Nel 2010 escono La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980 – 2010) con EdiLet di Roma e il romanzo Ponzio Pilato (Mimesis, 2010); nel 2011 esce Dalla lirica al discorso poetico. La Poesia italiana dal 1945 al 2010 (EdiLet); nel 2013 per la Società Editrice Fiorentina esce il saggio Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea.

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Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa

 

 

 

 

 

Giorgio Linguaglossa

Il sandalo di Empedocle

Hanno trovato un sandalo. Sì, proprio un sandalo nei pressi del cratere del vulcano. Corre voce che Empedocle sia scomparso. Non si hanno più notizie di lui. Corre voce che il sandalo trovato sia di Empedocle. Tra gli agrigentini c’è chi crede in un incidente: che il filosofo abbia messo il piede in fallo e sia scivolato lungo la parete interna del vulcano; c’è invece chi è convinto che si sia trattato di un omicidio; che gli abbiano strappato un sandalo e poi lo abbiano spinto giù nel cratere, e poi abbiano lasciato il sandalo tra i cespugli, in bella vista, per sviare il popolo all’idea di un suicidio. Pausania, il fedele discepolo del maestro, chiede un’istruttoria, una udienza pubblica con i cittadini di Agrigento raccolti nell’agorà. E allora avviene che gli agrigentini accorrano nell’agorà per ascoltare le ragioni dei pro e dei contro e decidere sul da farsi.
Sono presenti Ermocrate, il rappresentante delle classi agiate, Crizia, il rappresentante dei sacerdoti e Pausania, il fedele discepolo del maestro.

«Dunque, il sandalo è di Empedocle», ha dedotto Ermocrate rivolgendosi alla folla degli agrigentini.
«Dunque, il sandalo non è di Empedocle», ha inferito Crizia rivolgendosi alla gente agrigentina.
Fu a quel punto che interloquì Pausania, il fedele discepolo del maestro.
«Vi siete chiesti, cittadini di Agrigento, che ci faceva Empedocle nei pressi del cratere del vulcano? Vi sembra credibile e verosimile ipotizzare il maestro che passeggia sulla sommità di un vulcano? E a che scopo l’avrebbe fatto? Per prendere aria fresca? Per fare una salubre passeggiata?».
«Per chiamare gli dèi inferi in suo aiuto», ipotizzò Crizia.
«Per cercare ispirazione nel fuoco», rinforzò Ermocrate.
«È verosimile», riprese Crizia.
«È un’ipotesi attendibile e credibile», confermò Ermocrate.
«Non è vero, quel sandalo non è un qualunque sandalo. Empedocle è stato ucciso e il suo corpo è stato gettato nel cratere del vulcano, tranne il sandalo, che è stato lasciato lì dai suoi assassini affinché apparisse come un suicidio, o un banale incidente».
Così interloquì il fedele Pausania in mezzo agli agrigentini attoniti.
«Dunque, ammettiamo che il sandalo sia davvero di Empedocle – riprese Crizia là dove era stato interrotto – perché Empedocle l’ha lasciato cadere proprio in quel punto, e non in un altro? Che significa ciò?».
Questo chiese Crizia ai cittadini di Agrigento accorsi in massa a vedere il sandalo.
«Sì, è il suo sandalo, non v’è dubbio alcuno», ribadì Ermocrate dall’alto della sua bianca toga.
«Sì, è il suo sandalo», inferì Crizia il quale così proseguì: «lo ha abbandonato lì Empedocle per sviare le indagini».
«Sì, è il suo sandalo», terminò Crizia avvolgendo sulla spalla la sua toga scarlatta.

Il dibattito degli agrigentini intanto si era insensibilmente spostato da Empedocle al suo sandalo. E i cittadini di Agrigento erano divisi e combattuti.

«Ricordate, agrigentini, quando il folle Empedocle voleva imprigionare il vento e ha fatto costruire degli otri di pelle di asino per metterli in cima alle colline per frenarne l’impeto? Ricordate quando indusse una donna in uno stato di morte apparente per trenta giorni per poi farla resuscitare dinanzi a voi?».
Questo disse Crizia aggiustandosi la sciarpa che pendeva dalla spalla, e proseguì:
«Empedocle era un folle che voleva gareggiare con gli dèi, per questo è finito nel vulcano. Voleva essere simile agli dèi. Ma questo è un delitto, ed è punito dagli dèi. La sua smodata arroganza è stata punita. Giustizia è stata fatta. Date agli dèi ciò che è degli dèi e agli uomini ciò che è degli uomini. Che le cose divise restino divise».
Così parlò Crizia in mezzo al silenzio attonito degli agrigentini.
E così interloquì Ermocrate:
«Ricordate, agrigentini, quando il poeta-filosofo voleva abbattere lo stato, abolire la religione e le istituzioni della repubblica, perché – diceva – essere quella la via della notte che conduce dritto alla tenebra?».
E così proseguì Ermocrate:
«Grazie dunque, agrigentini, per averlo cacciato dalla città. Empedocle era un pericolo. Era un cane rognoso che si mordeva la coda. E questa è la sua ultima vendetta. La sua vendetta postuma: l’aver artatamente abbandonato un sandalo sulle rocce laviche e poi scomparire gettandosi nel fuoco del vulcano».
Così parlò Ermocrate in mezzo al silenzio attonito degli agrigentini.

«Insomma, un sandalo è un sandalo. Ormai la questione non ha più importanza. Il sandalo di Empedocle è eguale a qualsiasi altro saldalo. L’importante è che Empedocle si sia tolto dalle scatole! Che si sia gettato volontariamente nel fuoco del vulcano o che vi sia scivolato accidentalmente, a questo punto, non fa differenza. È la stessa cosa».
Così parlò il magistrato Ermocrate, il quale sentenziò:
«Il caso è chiuso».

(Inedito, 2006)

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LA ROMA BORGHESE E MULTIFORME di LUIGI PIRANDELLO “la Roma di Pirandello è l’esatto rovescio della Roma del Piacere di d’Annunzio” Commento di Marco Onofrio  

foto d'epoca

foto d’epoca

 Luigi Pirandello 1Roma, per Luigi Pirandello, è senza dubbio la “città di elezione”: la sceglie all’età di vent’anni come sede universitaria, e poi come luogo definitivo della sua vita (continua a risiedervi anche quando, ormai assurto a fama internazionale, viene chiamato per conferenze e rappresentazioni in tutto il mondo). Il grande salto che lo porta a Roma data novembre 1887: Pirandello lascia la Sicilia e si iscrive alla Sapienza, al secondo anno di Lettere. Porta con sé lavori drammatici e abbozzi di commedie: spera, invano, di farli rappresentare. Roma delude, inizialmente, la sua vocazione drammaturgica. Pirandello ha frequentato il liceo a Palermo. Ma un giovane aspirante scrittore deve misurarsi con l’Italia continentale: a Palermo – malgrado il respiro internazionale introdotto dai Florio – c’è un clima culturale tutto sommato ristretto e regionalistico, sostanzialmente incentrato sulla rivendicazione del primato di Verga e del Verismo, in funzione di polemica antidannunziana. Pirandello assorbe i lieviti di questa polemica, ritagliandosi un abito letterario che resterà sempre antitetico al fatuo, benché splendido, estetismo del pescarese. Giunge così a Roma con la doppia prospettiva di laurearsi e di intraprendere la carriera di scrittore.

foto d'epoca di nudo

foto d’epoca di nudo

L’immagine sognata della Città Eterna è condizionata sia dal fascino dell’evasione (l’ebbrezza di vivere da soli, in libertà, lontano da casa), per cui Roma gli appare come la sede più adatta a realizzare le sue ambizioni letterarie, sia dal mito luminoso e glorioso di Roma risorgimentale, con il quale si è formato, sin dall’infanzia, attraverso i racconti dei familiari, in particolare la madre (Caterina Ricci Gramitto) e gli zii materni, tutti garibaldini e antiborbonici. Nato a Girgenti il 28 giugno 1867 da famiglia mercantile di origine ligure (il padre Stefano è un imprenditore nel commercio dello zolfo, a Girgenti e Porto Empedocle), Pirandello cresce in un ambiente di grandi ideali, fervido di memorie risorgimentali e tensioni unitarie. È attraverso questo diaframma di premesse e di aspettative che il giovane Pirandello guarda Roma e prende coscienza del suo primo impatto con la città. Sentimenti che riflette nella commozione di Mauro Mortara, ex garibaldino del romanzo I vecchi e giovani (pubblicato nel 1913 ma scritto fin dal 1905-06).

Vorrei far contento anche te, − riprese il principe. – Vuoi andare a Roma?

− A Roma? io? – esclamò Mauro, stordito. – A Roma? E me lo domandate? Chi sa quante volte ci sarei andato a piedi, pellegrino, se le mie gambe… (…) sono vecchio, − soggiunse Mauro. – Su la forca dei due 7 e morire senza veder Roma è stata sempre la spina mia!

(…)

− Vado a Roma, vi dico, e non so altro, non voglio saper altro in questo momento!

(…)

Le quattro medaglie poi che gli s’intravedevano appese alla camicia d’albagio, sul petto, se le era portate (chiestane licenza al Generale) unicamente per dimostrare ch’era degno di passare per Roma, che s’era meritata la grazia e guadagnato l’onore di vederla. Tutti i documenti erano dentro lo zainetto.

auto d'epoca

auto d’epoca

Come avrebbe potuto supporre che quelle medaglie, a Roma, attufata d’odio e tutta imbrattata di fango in quei lividi giorni, dovessero chiamare su le labbra un ghigno di scherno, diventata quasi titolo d’infamia la qualifica di «vecchio patriota»? Senza il più lontano sospetto che ridessero di lui, Mauro Mortara rideva a tutti coloro che gli ridevano in faccia, credendo che, quasi grillandogli attorno come una luce, gli abbagliava ogni cosa. Non vedeva altro di Roma, che questa sua gioja di esserci; e tutto in quella fiamma d’allucinazione gli si presentava magico e vaporoso; e non sentiva la terra sotto i piedi (…) e appena gli fantasmeggiava davanti un aspetto grandioso, giù altre lagrime dagli occhi gonfii di commozione.

auto d'epoca

auto d’epoca

Lando Laurentano avrebbe voluto dargli una guida; ma che guida! Non voleva saper nulla; non voleva che gli si precisasse nulla; temeva istintivamente che ogni notizia, ogn’indicazione, ogni conoscenza anche sommaria gli rimpiccolisse quella smisurata, fluttuante immagine di grandezza, che il sentimento gli creava. Roma doveva rimanere per lui, come il mare, sconfinata. E ritornando la sera, stanco e non sazio, al villino di via Sommacampagna dove Lando abitava, alle domande se avesse veduto il Colosseo, il Foro, il Campidoglio:

Ho visto, ho visto! – rispondeva in fretta. – Non mi dite niente… Ho visto!

–  Anche San Pietro?

–  Oh Marasantissima! Vi dico che ho visto. Non voglio saper niente! Questo… quello… che me n’importa? È tutto Roma!

(…)

Era lui davvero, Mauro Mortara, a Roma? respirava proprio lui lassù quell’aria di Roma? toccava proprio lui coi piedi il suolo di Roma? vedeva lui tutte quelle grandezze? O era sogno? Ah, si potevano chiudere ora gli occhi suoi, dopo tanta grazia? Veduta Roma, avevano veduto tutto. Posta la sua firma nel registro del Pantheon, alla tomba del Re, poteva morire: aveva dato atto di presenza nella vita, risposto all’appello della storia.

M Malerba RomaLa prima residenza romana di Pirandello è a via del Corso 456, a casa dello zio materno Rocco, ex eroe garibaldino e consigliere di prefettura. La moglie di Rocco, Nanna, è una donna bizzarra ed estroversa: riempie casa di parenti, amici, animali (gatti, cani, pappagalli, scimmiette). In quel viavai Pirandello non riesce a concentrarsi per studiare. Si trasferisce in una pensione a via delle Colonnette 9a: torna dallo zio all’ora dei pasti. Dalla stanza dove studia, si gode la visione descritta nel romanzo Il Fu Mattia Pascal:

Si vedeva in fondo Monte Mario, Ponte Margherita e tutto il nuovo quartiere dei Prati fino a Castel Sant’Angelo; si dominava il vecchio ponte di Ripetta e il nuovo che vi si costruiva accanto; più là, il ponte Umberto e tutte le vecchie case di Tordinona che seguivan la voluta ampia del fiume; in fondo, da quest’altra parte, si scorgevano le verdi alture del Gianicolo, col fontanone di San Pietro in Montorio e la statua equestre di Garibaldi.

a sin Raffaello Utzeri a dx Marco Onofrio

a sin Raffaello Utzeri a dx Marco Onofrio

Ma la prima impressione reale che Pirandello ha di Roma è trista e caotica: non si ritrova nel «trambusto violento della nuova vita nella terza Capitale, tra la baraonda oscena dei tanti che vi s’abbaruffano reclamando compensi, carpendo onori e favori». Il mito glorioso di Roma si dissolve presto nell’insofferenza che Pirandello prova per la città del Potere, che attrae opportunisti, carrieristi e arrampicatori sociali da tutta Italia, i “novissimi quiriti” che prosperano davanti alla cinica indifferenza dei “romani de Roma”. La delusione prende corpo anche in poesia: si leggano questi versi dal Pianto di Roma: «Un popolo di nani ora t’ha invasa / e profanata, osando, o Roma, dentro / il tuo grembo divino la sua casa, / covo d’ignavia, erigere, e far centro / te d’ogni sua miseria / (…). Ostia per voi, Ostia per voi, pezzenti / nani, bastava. La grandezza enorme / di Roma come non vi fe’ sgomenti? / Sia della Terra la Città che dorme! / Un bosco. E sopra, l’ala ampia dei venti». E questi altri, dal Pianto del Tevere: «Non lo vedrete più com’io lo vidi / per Roma, un giorno, il Tevere passare / tra i naturali suoi scoscesi lidi (…). / Torvo ogni flutto, urtando nei piloni, / torcesi ed apre un gorgo minaccioso, / come un can che digrigni. / (…) Mugliando e pieno di rapina scende: / par che ogni onda s’inciti a superare, / sù sù, gli orli degli argini oppressori; / scappa per sotterranee vie, si mostra / al Pantheon: “Mi vedi, avanzo sacro / di Roma nostra? / sono ancora qua: / Roma ha bisogno d’un mio gran lavacro!” // E il fiume anela, di diventar mare / su la Città».

   Pirandello aborre sia la Roma bizantina dei salotti esclusivi, dei levrieri, delle corse ippiche (di questa mondanità dannunziana produce una satira pungente nel romanzo Suo marito, pubblicato nel 1911, dove è in scena la gente “fatua e bastarda” che la capitale ha radunato), sia la Roma umbertina della disordinata espansione edilizia, delle speculazioni finanziarie, della corruzione amministrativa, degli scandali politici (ad es. il fallimento della Banca Romana, che tanto spazio prende ne I vecchi e i giovani). Questo ultimo romanzo vibra di indignazione civile per lo «sfacelo della coscienza nazionale» e i «barattieri rifugiati a Montecitorio»: nella «enorme frode scellerata» sono naufragate le speranze ideali del Risorgimento.

roma lupa capitolinaTutte le sere, tutte le mattine, i rivenditori di giornali vociavano per le vie di Roma il nome di questo o di quel deputato al Parlamento nazionale, accompagnandolo con lo squarciato bando ora di una truffa ora di uno scrocco a danno di questa o quella banca. (…) Diluviava il fango; e pareva che tutte le cloache della città si fossero scaricate e che la nuova vita nazionale della terza Roma dovesse affogare in quella torbida fetida alluvione di melma, su cui svolazzavano stridendo, neri uccellacci, il sospetto e la calunnia.

Si denunciano «vergognose complicità tra i Ministeri e le Banche e la Borsa»: le banche avevano «largheggiato verso il Governo per fini elettorali, per altri più loschi fini coperti»; e il Governo aveva in cambio «proposto leggi che per le banche erano privilegi, e difeso i prevaricatori, proponendoli agli onori della commenda e del Senato».

Era la bancarotta del patriottismo, perdio! E fremeva sotto certi nembi d’ingiurie che s’avventavano in quei giorni da tutta Italia contro Roma, rappresentata come una putrida carogna. (…) tutte le forze s’erano infiacchite al contatto del Cadavere immane; sbolliti gli entusiasmi; e tutte le virtù, corrotte. Meglio, meglio quand’essa viveva d’indulgenze e di giubilei, affittando camere ai pellegrini, vendendo corone e immagini benedette ai divoti!

magritte golconda

magritte golconda

C’è anche da registrare lo smarrimento fisico in una città così vasta e dispersiva. Pirandello rimugina la sua cupa scontentezza, attraversando Roma in lungo e in largo con lunghe passeggiate solitarie, di giorno e di notte, durante le quali osserva e riflette. Frequenta i teatri. Una sera, uscendo dal Teatro Manzoni, si accorge di aver dimenticato la chiave di casa e, per non disturbare la padrona, si adatta a trascorrere la notte passeggiando tra le vestigia romane. Visita il Colosseo al chiaro di luna, che descrive in una lettera alla sorella: «penetrai per gli ampi intercolunni, nel vastissimo circo, alzai gli occhi, e stupefatto ammirai. Nell’inconscio sgomento, che il profondo silenzio della notte imprime, sotto il freddo candor lunare, quella maestosa rovina a chi guarda più che un’opera umana pare mostruoso capriccio della Natura». Poi percorre la via Sacra, passa sotto gli archi di Costantino e Tito, ammira le rovine del Foro, sale al Campidoglio, prosegue per via Vittorio Emanuele, poi per via di Ripetta, fino al Tevere: «guardai il Tevere e pensai: se mi gettassi, morirei da proconsole». Gironzola fino all’alba pei prati di Castello, e infine pallido di sonno torna a casa.

   Il soggiorno universitario romano, però, non dura a lungo: Pirandello ha un contrasto con il preside della Facoltà, il latinista Onorato Occioni. Il filologo romanzo Ernesto Monaci lo consiglia di lasciare la Sapienza e di iscriversi a Bonn, in Germania, dove Pirandello si trasferisce nel novembre 1889 e dove si laurea il 21 marzo 1891, con una tesi sulla fonetica del dialetto girgentino. Vive anche una passione con una ragazza tedesca. Ma avverte il rapporto incolmabile tra Nord e Sud. Vuole tornare a Roma perché conta di fermarvi la sua dimora. Scrive alla sorella: «Io voglio il Sole, io voglio la Luce». In Sicilia ne troverebbe più che a Roma, ma la Sicilia non offre le opportunità della Capitale. Così, nel 1891, torna per sempre a Roma. Anche Adriano Meis sceglie di stabilirsi a Roma. «Perché a Roma e non altrove?» ci si domanda nel Fu Mattia Pascal.

Scelsi allora Roma, prima di tutto perché mi piacque sopra ogni altra città, e poi perché mi parve più adatta a ospitar con indifferenza, tra tanti forestieri, un forestiere come me.

Luigi Pirandello 1936

Luigi Pirandello 1936

Roma unisce alla sua immortale bellezza la capacità di ospitare con indifferenza, fra tanti forestieri, un forestiero. Cioè: garantisce a Pirandello la discrezione e l’anonimato di cui ha bisogno per osservare la vita e scriverne (così come ad Adriano Meis per vivere in incognito la sua nuova identità). Pirandello sceglie Roma perché città più adatta e accogliente per uno scrittore che, come lui, voglia esplorare le ombre della quotidianità borghese. A Roma infatti vivrà una vita tranquilla, regolare, lontana da eccessi mondani. Tanto più che non ha, inizialmente, preoccupazioni economiche: il padre gli invia con regolarità un assegno mensile. Comincia la carriera letteraria: sceglie il gruppo dei veristi, catalizzato intorno a Ugo Fleres e contrapposto ai dannunziani. Diventa discepolo e amico di Luigi Capuana, che gli consiglia di abbandonare la versificazione (è un poeta piuttosto mediocre) per dedicarsi alla prosa. Pirandello è oltretutto un discreto pittore: dipinge per passatempo diversi scorci di campagna romana. Ormai si è ambientato a Roma e vive un periodo spensierato: amici, passeggiate al Pincio, sogni di gioventù. Nell’estate del 1883 è a Monte Cavo, sui Castelli Romani, dove scrive L’esclusa. Si fidanza e si sposa (a Girgenti) con Antonietta Portulano, figlia di un socio in affari del padre. I coniugi Pirandello trascorrono una settimana di luna di miele “bianca” nella tenuta del Caos, a Girgenti: Luigi è rispettoso del pudore verginale di Antonietta. Il matrimonio viene consumato a Roma. Si sistema con la moglie a via Sistina 3, in una casa con le finestre su via del Tritone. In quattro anni gli nascono i tre figli: Stefano, Lietta e Fausto. Nel 1897 sostituisce Giuseppe Mantica nell’incarico di insegnamento di Lingua Italiana e Stilistica al Magistero Femminile di Piazza Esedra. Collabora a varie riviste e nel 1898 contribuisce alla fondazione di “Ariel”, la rivista del gruppo “sinceristico” di Ugo Fleres, che dura appena 7 mesi. Conduce una vita serena e metodica tra Magistero, ambiente letterario e famiglia.

Luigi Pirandello

Luigi Pirandello

  Poi però, nel 1903, la tragedia improvvisa. Un’inondazione devasta la miniera di zolfo del padre Stefano in Sicilia: tutto il patrimonio familiare è compromesso, inclusa la dote di Antonietta. Proprio lei apre la lettera con la notizia: viene fulminata da un collasso e resta per molti mesi paralizzata alle gambe. Da quel momento comincia a manifestarsi in lei una patologia mentale, inizialmente sotto forma di esaurimento nervoso. La letteratura per Pirandello, da passatempo piacevole, diventa risorsa per sopravvivere: lo stipendio da Prof. basta appena per l’affitto di casa, e Pirandello non vuole trasferirsi, nell’immediato, per non sconvolgere ancor di più la moglie. Moltiplica i suoi impegni letterari. Riceve 906 lire di anticipo da Giovanni Cena, direttore della “Nuova Antologia”, per un romanzo a puntate che sarà, di lì a poco, Il Fu Mattia Pascal. Lo scrive dunque sotto la spinta della necessità, che accentua la tensione creativa: ne scaturisce un capolavoro. Nel romanzo si rievoca la trasformazione della provinciale città papalina in capitale del nuovo stato unitario, catturata – con efficace, indimenticabile metafora – nella contrapposizione tra “acquasantiera” e “portacenere”.

Perché sta a Roma lei, signor Meis?

   Mi strinsi ne le spalle e gli risposi:

– Perché mi piace di starci…

– Eppure è una città triste, – osservò egli, scotendo il capo. – Molti si meravigliano che nessuna impresa vi riesca, che nessuna idea vi attecchisca. Ma questi tali si meravigliano perché non vogliono riconoscere che Roma è morta. (…) Ed è vano, creda, ogni sforzo per farla rivivere. Chiusa nel sogno del suo maestoso passato, non ne vuol più sapere di questa vita meschina che si ostina a formicolarle intorno. Quando una città ha avuto una vita come quella di Roma, con caratteri così spiccati e particolari, non può diventare una città moderna, cioè una città come un’altra. Roma giace là, col suo gran cuore frantumato, a le spalle del Campidoglio. Son forse di Roma queste nuove case? (…) I papi ne avevano fatto – a modo loro, s’intende – un’acquasantiera; noi italiani ne abbiamo fatto, a modo nostro, un portacenere. D’ogni paese siamo venuti qua a scuotervi la cenere del nostro sigaro, che è poi il simbolo della frivolezza di questa miserrima vita nostra e dell’amaro e velenoso piacere che essa ci dà.

Luigi Pirandello

Luigi Pirandello

Nel Fu Mattia Pascal c’è un impianto di Roma piccolo borghese che a un certo punto, con rapida incursione, s’innesta alla Roma altolocata del marchese Giglio d’Auletta, di Pepita Pantogada, del pittore Bernaldez (ambienti diplomatici ed ecclesiastici, palazzi nobiliari, etc.). C’è anche la nota di costume con la moda delle sedute spiritiche (e la cultura teosofica di Anselmo Paleari). Proprio il signor Paleari accompagna Adriano nelle sue passeggiate: «andavamo o sul Gianicolo o su l’Aventino o su Monte Mario, talvolta sino a Ponte Nomentano, sempre parlando della morte». Ecco il vagabondaggio meditabondo per Roma, tipico di molti personaggi pirandelliani (con tanto di dettagliate indicazioni toponomastiche, a comporre gli itinerari). Si attraversa la città nella speranza di stancare il corpo, quasi per dare un appoggio e, al contempo, un’alternativa al martellio costante del pensiero: la passeggiata come espediente fisico per salvarsi dall’angoscia metafisica. È viva, in Pirandello e nei suoi personaggi, la suggestione del colloquio silenzioso e notturno con il mistero di Roma, fitto di epoche stratificate che riemergono alla percezione. Un colloquio che non è fatto di parole, ma soprattutto di passi e di pensieri, di attraversamenti solitari, di vagabondaggi tristi, di silenzi smemorati. Ad esempio ne I vecchi e i giovani:

Si fermava un po’ per sentire intorno a sé il silenzio notturno; gli pareva che questo silenzio si profondasse nel tempo, nel passato di Roma, e diventasse terribile. Un brivido lo scoteva. Gravava quella notte su una città di mille e mille anni, per cui egli passava, ombra vana, minima, che un lieve soffio avrebbe spazzato via.

E nella novella “Un’idea” Roma, di notte, si sfalda come eternità silenziosa e stupefazione onirica:

Lasciata la solita compagnia nel caffè (tra i lumi e gli specchi pieno di fumo) si trova davanti la notte: vitrea, quasi fragile nella purezza degli astri sfavillanti sulla vastissima piazza deserta.

  Attraversarla, gli pare impossibile; la vita, in cui deve rientrare, irraggiungibilmente remota da essa; e tutta la città, come da secoli disabitata, coi fanali che ancora la vegliano nel chiarore misterioso di quella gelida azzurrità notturna. Impossibile il rumore dei suoi passi in quel silenzio che pare eterno. (…) Si scuote alla fine da quel fascino, per attraversare la piazza. (…) Tutt’intorno la città ha come una vaporosa evanescenza di sogno; e il suo corpo vi si muove quasi fluido, ombra tra ombre.

Accade lo stesso nel Fu Mattia Pascal:

Luigi Pirandello legge un manoscritto a Marta Abba

Luigi Pirandello legge un manoscritto a Marta Abba

Andavo, secondo l’ispirazione del momento, o nelle vie più popolate o in luoghi solitari. Ricordo, una notte, in piazza San Pietro, l’impressione di sogno, d’un sogno quasi lontano, ch’io m’ebbi da quel mondo secolare, racchiuso lì, tra le braccia del portico maestoso, nel silenzio che pareva accresciuto dal continuo fragore delle due fontane. M’accostai a una di esse, e allora quell’acqua soltanto mi sembrò viva, lì, e tutto il resto quasi spettrale e profondamente malinconico nella silenziosa, immota solennità.

La mestizia emotiva che connota la lettura dei luoghi è confermata da un ubriaco di passaggio che, vedendo cogitabondo Adriano Meis, lo invita a stare “allegro”, a non crucciarsi troppo della vita. Anche nella novella “Il ventaglino” il sogno in cui paiono assorti i «poveri alberi sorgenti dalle aiuole rade, fiorite di bucce, di gusci d’uovo, di pezzetti di carta» in un meschino giardinetto pubblico circondato da «alte case giallicce» è precisato come «sogno d’una tristezza infinita». Nella novella “Alberi cittadini”  la città è labirinto artificiale della “civiltà” dove gli alberi, strappati alla campagna, languiscono sperduti nel trambusto, e dove la terra è schiacciata «sotto le case innumerevoli, sotto le selci calpestate di continuo dagli uomini irrequieti». Ai veleni della città Pirandello contrappone talvolta, con nostalgia regressiva, la natura sana della campagna: come nella novella “Il vecchio Dio”, dove Dio dice in sogno al vecchio Aurelio (che ha deciso di trascorrere le sue vacanze estive al fresco delle chiese di Roma): «Su, su, andiamo figliuolo! Anche tu qua [cioè: a Roma] ci stai maluccio, lo vedo. Andiamocene, andiamocene in campagna, fra la gente timorata, fra la buona gente che lavora». Anche perché Roma è città dissacrante e per certi versi spietata, malgrado le mille chiese, proprio per voce di popolo. E così «c’era sempre qualcuno, un monellaccio, un vetturino di stazione, che, vedendo passare Aurelio col lucido cranio scoperto, la barbetta lieve tremolante sul mento, e la zazzeretta grigia, tremolante anch’essa su la nuca, gli lanciava qualche lazzo: – Guarda oh: due barbette! Una davanti e l’altra dietro!»

   Secondo Giovanni Macchia, la Roma di Pirandello è l’esatto rovescio della Roma del Piacere di d’Annunzio. Non malinconia decadentistica e fascinoso compiacimento dei sensi, ma verità di vita e pesante tristezza esistenziale. Pirandello, infatti, non sorride quasi mai. Il suo tormento si acutizza nella misura in cui progredisce la follia della moglie: vive la malattia di Antonietta in uno stato di estrema disperazione. Scrive in una lettera all’amico Villari: «mi trovo in tristissime angustie. Non nego che queste, per un sincero umorista, siano la manna; tanto è vero che scrivo e scrivo con gran fervore. Ma la grazia è troppa e volentieri vi rinunzierei». Vorrebbe intitolare Il Fu Mattia Pascal «romanzo del Fu Luigi Pirandello». Accarezza propositi suicidi, che ogni volta desiste dall’attuare al solo pensiero dei figli.

Luigi Pirandello

Luigi Pirandello

  Il motivo del suicidio ricorre specialmente sotto forma di annegamento nel Tevere. Il fiume di Roma è un’ossessione per Pirandello giacché anzitutto “parla di notte”: «Parla di notte il Tevere ai beoni, / ai poeti ed ai miseri, cui suole / umido offrir nel suo fondo ricetto. / Paiono i gorghi tante aperte gole». L’inquieto e faticoso vagolare dei personaggi per le vie e le piazze di Roma sfocia spesso sul Lungotevere (in particolare quello dei Mellini). Uno degli archetipi di Pirandello è l’uomo solo, triste, talora disperato, che poggia le mani sul parapetto, o sulle spallette di un ponte, o vi si mette addirittura a sedere, con le gambe penzoloni – e da lì guarda assorto, trasognato, la corrente del fiume come un miracolo che porta a sfiorare, forse, i bordi senza fine del mistero. Ad esempio nella novella “Un’idea”:

Il tempo s’è fermato e fra le cose rimaste tutt’intorno in uno stupore attonito pare che un segreto formidabile sia nel fatto che in tanta immobilità solo l’acqua del fiume si muova.

Le acque del Tevere trattengono ancora, al tramonto, la luce del giorno che si scioglie in riverberi di madreperla. E poi, di notte, nel tremolio continuo dei flutti si riflettono i lumi artificiali dell’argine opposto. Ma la bellezza del fiume non serve, e non salva. Le acque gorgoglianti emettono un torbido richiamo al tuffo ferale: il protagonista di “Un’idea” guarda il cielo stellato «per non guardare, giù, l’acqua del fiume», come  per non cedere alla vertigine che lo turba e lo tenta al salto. Se il cocchiere Scalabrino della novella “Distrazione” coltiva propositi suicidi che restano ancora nel vago («Ne aveva fino alla gola, di quella vitaccia porca. E un giorno o l’altro, l’ultima litigata per bene l’avrebbe fatta con l’acqua del fiume, e buona notte»), c’è chi costeggia lungamente il bordo della tentazione suicida, a tu per tu con la sponda, a un passo dall’acqua: come Bernardo Morasco della novella “Il coppo”; e poi c’è anche chi quel parapetto lo scavalca davvero, come ad es. nelle novelle “E due!” (prima il tonfo dell’ignoto suicida, cui assiste Diego Bronner; poi quello di lui medesimo, a doppiare il gesto) e “L’uomo solo” («balzando sul parapetto dell’argine gridava con le braccia levate, enorme: – Ecco, si fa così! E giù, nel fiume. Un tonfo»).

Luigi Pirandello

Luigi Pirandello

  Anche nel Fu Mattia Pascal è forte la suggestione del fiume: prima nella contemplazione trasognata, all’inizio del capitolo che non a caso s’intitola “Di sera, guardando il fiume”:

(…) starmene lì, di sera, affacciato a una finestra, a guardare il fiume che fluiva nero e silente tra gli argini nuovi e sotto i ponti che vi riflettevano i lumi dei loro fanali, tremolanti come serpentelli di fuoco; seguire con la fantasia il corso di quelle acque, dalla remota fonte appenninica, via per tante campagne, ora attraverso la città, poi per la campagna di nuovo, fino alla foce; fingermi col pensiero il mare tenebroso e palpitante in cui quelle acque, dopo tanta corsa, andavano a perdersi;

poi – di nuovo – nella possibilità che offre ad Adriano Meis di simulare il suicidio per tornare ad essere Mattia Pascal:

(…) mi ritrovai sul Ponte Margherita, appoggiato al parapetto, a guardare con occhi sbarrati il fiume nero nella notte.

   «Là?»

 (…)

 Non c’era altra via di scampo per me! (…) Scelsi il posto meno illuminato dai fanali, e subito mi tolsi il cappello, infissi nel nastro il biglietto ripiegato, poi lo posai sul parapetto, col bastone accanto; mi cacciai in capo il provvidenziale berrettino da viaggio che m’aveva salvato, e via, cercando l’ombra, come un ladro, senza volgermi addietro. Continua a leggere

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Archiviato in Autori dei Due Mondi, critica letteraria, il romanzo

LA GENERAZIONE DEGLI ARRABBIATI – GLI ALIENI ovvero sull’alienazione a cura di Ambra Simeone e Ivan Pozzoni – Poesie di Artin Bassiri Tabrizi, Bsa, Erica Gazzoldi, Mattia Macchiavelli, Mariano Menna, Valerio Pedini, Ambra Simeone

belloARTIN BASSIRI TABRIZI

SISIFO

Terminato il tempo degli anatemi
Scorrazzo nel campo in cui i verbi fioriscono
Errare, vagabondare, vagare…
ogni frutto trascina nel tempo
torturandomi con immagini scolpite nel nulla

Invano ne cerco le origini,
gelatine nel magma libinale
sbavano lacrime e sconfitte

Chiudendo gli occhi, respiro quei profumi aspri
vacillanti
tastando ancora quelle pelli sature, umide
baciando quelle occhiaie complici

Eppure, l’infausto procedere m’impone di aprirli
di nuovo
E, ancora una volta
quei dolci sussurri migrano lontano

Flussi dolenti s’approssimano
mi chiamano per nome,
succube

La mia dimora è la Morte
le grida fucilate
le facce d’ombra
gli assensi metallici

Quel campo ha strattonato il mio sangue,
ora in me pulsa stremata
l’eterna domanda

giace, la roccia immonda
ed io scivolo ancora nella mia sorte

Artin Bassiri Tabrizi

Artin Bassiri Tabrizi

ARTIN BASSIRI TABRIZI è nato ad Assisi il 1992; frequenta Filosofia all’Università degli studi di Perugia e anche il conservatorio F. Morlacchi della stessa città, come studente di pianoforte. Attualmente svolge studi all’Université Paris Pantheon-Sorbonne; a breve si iscriverà all’Università Statale di Milano per la specialistica. È uscito nell’antologia Umane transumanze (deComporre Edizioni).

 

 

Bsa

Bsa

 

 

 

 

 

 

 

 

BSA

ALIENATION

Nazioni e Tempi il galateo
eleggono, Male e Bene nei costumi.
Scorre il succedersi, secoli e secoli.
Cambia il culto delle colte culture,
Yin e Yang s’invertono. Se ti sottrai alieno
sarai additato dai violenti scribi,
censori e critici, di coscienza
obiettori. Nichilista, relativista
sarà il tuo nome, sofista. Relativo non è il mio
bensì il vostro mutevole mondo.
Nichilista non chi non crede
ai vostri primitivi dogmi, loro sì
disfattisti pan-cidi.

Artista, dall’anonimo Kabbalista a Rumi,
da Krishnamurti a Baudelaire,
da Gibran a Mishima,
da Pelevin a Jodorowsky.
Periodi lontani più dei luoghi.
Connessi tutti alla più alta,
sempiterna Energia. Lei consiglia,
chiamata dio, allah, termodinamica od insight, un tema
sempre uguale, lodevole, amorevole.
Se l’abbracci rischi, dagli abitanti
della Caverna riceverai i fischi opprimenti,
poi niente pane, come indisciplinato cane
bastonate sui denti, corone d’alloro
in spine tramutate.

Nasconditi, o vero artista,
finchè sei in tempo!

BSA, Oudeis, Anam sono tre nomi usati dal “poeta”. Classe 1989, mai laureato, ha pubblicato i suoi scritti nella raccolta Viaggi diVersi (Poeti e Poesia), e varie volte con deComporre edizioni, in diverse antologie a cura di Ivan Pozzoni.

 

Erica Gazzoldi

Erica Gazzoldi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ERICA GAZZOLDI

INCUBO RICORRENTE

Spesso m’abbacina un sogno sardonico
di luci tintinnanti in una fiera
o, meglio, un party –nel galateo tonico
di chi infioretta una qualunque sera.

Io scivolo sola nel gorgo cronico
di figure parate a primavera,
gale, orecchini –e un che di malinconico
imbeve tavole e vesti qual cera.

Un’ombra palpita oltre quel mare,
col canto nitido e muto d’un faro:
amore o nulla –così è, se pare.

Da quel richiamo abbagliante ed avaro
è diretto il risucchio del mio andare:
quest’è sostanza del mio cuore amaro.

ERICA GAZZOLDI è nata a Manerbio (BS) l’8 settembre 1989; ha conseguito la maturità scientifica all’istituto di istruzione superiore “Blaise Pascal” (Manerbio, BS). È stata allieva dell’Università degli studi di Pavia, del collegio S. Caterina da Siena e della Scuola Superiore IUSS. Il 7 dicembre 2011, ha conseguito la laurea triennale in Antichità classiche e orientali, con una tesi dal titolo Hellenism and the Seleucids in the Book of Daniel. Il 18 febbraio 2014 ha conseguito la laurea magistrale in Filologia, letterature e storia dell’antichità, con una tesi dal titolo The Additions to the Book of Esther: Historical Background. Ha collaborato per anni col mensile studentesco Inchiostro (http://inchiostro.unipv.it). Coltiva la passione della scrittura fin dalla prima adolescenza; si è cimentata con diversi generi: il romanzo, il racconto breve, la lirica, il libretto d’opera. Talvolta, ama creare personalmente le illustrazioni. Gestisce un blog miscellaneo: Il filo di Erica (http://erica-gazzoldi.blogspot.it). Ha al proprio attivo una raccolta poetica: La tessitrice di parole (Brescia, 2011, Marco Serra Tarantola Editore).

Mattia Macchiavelli

Mattia Macchiavelli

 

MATTIA MACCHIAVELLI

L’ULTIMO RITRATTO DI GÉRICAULT

L’indovino del villaggio preferisce l’Isola dei Pioppi
è una fenarete premurosa Madame de Warens
solo i flauti d’ambrosia costringono alla libertà:
Salomè deve lasciare cadere tutti e sette i veli
sinolo d’inchiostro e promessa è quel contratto
Volontà Generale esige riverente genuflessione.
L’archimandrita di Boudry è un pifferaio di ratti:
Urras o Anarres?

Philosophiae nullam operam impendit
autoerotismi d’una teleologia allo specchio:
uno e trino è il parto dell’infelice coscienza
vi è un labirinto d’alterità nel ventre di Gea
ritorna sempre in sé il volo della nostalgica nottola.
tanto peggio per i fatti se Napoleone reinventa l’Assoluto
in neolingua scriviamo un eterno presente

Le porcellane di Löw sono un eden di riflessione
non sigillare ermeticamente il sistema
fuori dal tempo vi sono solo le statue dell’indifferenza:
è fragranza di desiderio l’ontologia di Dio
catene di Es ci avviluppano a fantasmatiche proiezioni
Libertà indossa un provocante sensualismo.
Che cosa hai mangiato oggi?
Astolfo ha assunto tre grammi di soma.

Spira da Treviri un vento rosso
– francamente, io odio tutti gli dèi –
nessuna lepre marzolina trasformerà il mondo:
le mani senza figli sono madri orfane di futuro
Charlot continua ad avvitare i seni delle donne
conosce la gravità il masso di Sisifo
ogni altro è sempre un mezzo, mai un fine.
Si è smarrito lo spettro per l’Europa:
i pompieri hanno bruciato ogni volume.

Anche Kripke ha una sola dimensione
la caverna platonica è un linguaggio senza codice
oggi ho venduto l’ultimo abbonamento
trimestrale, a rate, tre euro per la cauzione del badge:
sono venuto bene nel ritratto di Géricault

MATTIA MACCHIAVELLI è nato a Bologna nel 1988; si è diplomato in Scienze Sociali al Liceo Laura Bassi di Bologna ed è iscritto alla facoltà di Filosofia presso l’Alma Mater Studiorum. Eterno studente, ex receptionist, attualmente salumiere, da sempre appassionato di letteratura e poesia. Nel 2010 pubblica la sua prima silloge poetica: Orgasmi di fata (Albatros-Il Filo). Nel 2012 inizia una collaborazione con la rivista on line “Clamm Magazine” (www.clammmag.com) dove pubblica una serie di articoli incentrati sull’analisi fenomenologica della cultura pop. Nel 2013 è tra gli ideatori e i soci fondatori dell’associazione culturale bolognese Metro-Polis (www.metropolisbologna.it), di cui è a tutt’oggi Presidente. Nel 2014 pubblica due poesie (Ombra e Biston Betularia) nell’antologia Homo Eligens, a cura di Ivan Pozzoni, con deComporre Edizioni; sempre nel 2014 pubblica altre due poesie (Il sesso delle stelle e Cenere vogliosa) nell’antologia Forme liquide, a cura di Ivan Pozzoni, con deComporre Edizioni.

 

mariano menna

mariano menna

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MARIANO MENNA

ALIENAZIONE

I passanti sono ombre indistinte:
avanzano incessanti nelle notti
senza fine,
osservando le vetrine dei negozi
che nutrono la sete di possesso.
Ho stracciato il solerte calendario
che si diverte a smuovere le ore,
ma non c’è sipario
al suo rumore prolungato.
Mi manca il fiato spesso
-i giornali mi soffocano –
i giorni sono guerre mai reali.
La casa mi protegge dal progresso,
è un bunker ed io confesso:
il cuore è una granata nel petto
e aspetto l’esplosione, inerte.
Lo specchio riflette un uomo nudo:
sono io -ho creduto-
ma non mi riconosco.

mariano mennaMARIANO MENNA è nato a Benevento nel 1994. Ha conseguito la maturità scientifica presso l’istituto Polispecialistico Gandhi di Casoria. È iscritto al primo anno del corso di laurea in Filosofia presso l’Università Federico II di Napoli. Nel 2012 è risultato vincitore del Concorso Nazionale “Scrittura attiva” di Tricarico, nella sezione giovani, con la poesia “La ballata del vagabondo”. Nel 2013: ha pubblicato due raccolte di poesie La grande legge e La pagina bruciata, entrambe edite da Marco Del Bucchia rispettivamente a maggio e novembre; è risultato secondo classificato nella sezione “Giovani” del concorso Nazionale “Città di San Giorgio a Cremano” con la lirica“Iris”. Nel 2014: si è classificato al 3°posto nella 5^ edizione del premio letterario internazionale “Le parole dell’anima” Città di Casoria (NA) con il libro di poesie  La pagina bruciata; al 2° posto alla IX edizione del Premio Artistico – Letterario Internazionale Napoli Cultural Classic con l’inedita “Il crepuscolo”. È stato inserito nelle antologie Poesia per Dio, curata dalla casa editrice “La Ziza” con la poesia inedita “La scelta” (marzo 2014) e Fondamenta instabili, curata da deComporre Edizioni. Alcune sue poesie sono apparse su blog e riviste online come “L’ombra delle parole” di Giorgio Linguaglossa, “Alla volta di Leucade” di Nazario Pardini, “La distensione del verso” di Sandra Evangelisti, “Le Reti di Dedalus” di Marco Palladini e “Poetrydream” di Antonio Spagnuolo. È membro cofondatore della corrente artistico-letteraria del Labirintismo, il più grande movimento d’avanguardia del 2000 con più di 200 iscritti.

valerio gaio pedini

valerio gaio pedini

 

 

 

 

 

 

 

VALERIO PEDINI

ALIENO LIQUIDO-SGRETOLAMENTO DEL SE’ IN STATUS INDIVIDUALISTA (IN CONFRONTO IL CONCETTO DI ALIENAZIONE DI MARX E’ UNA SIMPATICA BEFFA)

Non poter cominciare in un modo armonico
Questo è il principio della rarefazione della Persona:
termine sporco, posticcio, insignificante:
termine liquidato.

Le feritoie della galera oltrumana si sono spezzate,
l’oltre è ridicola macchinazione di un Nietzsche letto ormai troppo male:
l’uomo si è disintegrato in una brutale abnegazione,
il Sé è morto in un lancio, privo di qualsivoglia belligeranza, del Sé.

Una saetta non incenerisce, una saetta non illumina, una saetta non è:
una “saetta” è una parola, la mia decostruzione è una Saetta
che s’insinua nelle fenditure di un Universo aspro:
sordità di un moto vacuo-non vi è luogo- non vi è poesia- poiché non vi è luogo,
non vi è sé- non vi è poeta poiché non vi è sé.
Non vi è uomo poiché non vi è sé.

Incenerito in un individuo vacante, l’uomo non si muove,
non più alieno sociale, ma alieno corporale, alieno intellettuale, alieno psicologico, alieno linguistico, alieno politico, alieno ideologico, alieno artistico, alieno storico, alieno urbano, alieno sub urbano!
Alieno della menzogna delle sue imprecazioni,
si sfilaccia in un continuo scodinzolio.

Latra- latra- un cane che non è nemmeno amico di se stesso-figurarsi dell’uomo
Che si strizza come una spugna marina,
senza comprendere di chi sia quel sangue leucemico che inonda il globo.

Incastonato nella sua ininterezza non può far altro che ridere goliardicamente alla propria – non del tutto propria- inappartenenza alla Natura, che scricchiola sotto il peso di un corpo inesistente.

Ma estraniato da tutto, da tutti, l’Antisé, grida: “Non rimpiangere ciò che hai lasciato alle spalle, ciò che sei è ciò che desideravi essere, perciò ora muori- e non sarà un Tramonto”

Non vi è catastrofismo nelle mie parole, non confesso e non sconfesso nulla,
quando il dolore attecchisce,
allora il mio sguardo si scioglie.

valerio pediniVALERIO PEDINI nasce il 16 giugno del 1995. Esattamente 18 anni dopo, Valerio, divenuto Gaio, senza onorificenze, decide di patrocinare il suo primo evento culturale da sé, per sé, ma Artiamo lo festeggia male, con la gastrite e l’epilessia e quasi nessuno ad ascoltare, a vedere il frutto del suo lavoro e di quello della sua allora amata pittrice-poetessa Sofia Bollini e della cantante Arianna Meda. Nell’intermezzo ha iniziato a recitare, preferendo l’espressività del teatro di ricerca rispetto al metodismo popolare che comunque gli è utile per i suoi lavori sul movimento; a scrivere, pubblicando in collaborazione col circolo narrativo AVAS Gaggiano, nelle antologie Tornate a casa se potete, Rigagnoli di consapevolezza, Ma tu da dove vieni? (in collaborazione con Mambre). Nell’ottobre del 2013 inizia il progetto Non uno di meno Lampedusa, insieme alle poetesse Agnese Coppola, Rossana Bacchella, Savina Speranza e alla narratrice Aurelia Mutti, con lo scopo di dare una voce poetica e artistica alla tragedia di Lampedusa. Ha contribuito ad un progetto artistico diretto da Agnese Coppola, che tratta del doppio nell’arte e sta facendo studi teorici sulla poesia intesa come caos. Inoltre sta lavorando ad un libro di filosofia, che tratta della mediazione della paura di massa e ad una silloge poetica (Maggiorminore: la disperazione dei diversi uguali). A maggio è uscita la sua prima raccolta poetica, con IrdaEdizioni: Cavolo, non è haiku ed è stato inserito nell’antologia Fondamenta Instabili (deComporre Edizioni) e successivamente sempre con deComporre Edizioni nelle antologie Forme Liquide, Scenari Ignoti, Glocalizzati.

 

Ambra Simeone

Ambra Simeone

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

AMBRA SIMEONE

cercando il significato di alienazione su wikipedia

sarà almeno da qualche secolo che l’hanno scoperta, l’alienazione
e poi ce l’hanno spiegata una serie di grandi filosofi della rivoluzione,
infatti se cerchi la parola su wikipedia, ti danno una serie di significati
che sono tutti un po’ uguali ma tutti un po’ diversi, il primo parte dal greco,
che vuol dire straniero, cioè uno che è diverso da te, uno diverso dal resto,
il secondo è chi decide di allontanare qualcosa da sé, di prendere tutto a distanza
il terzo invece è simile a essere folli, dei veri disadattati, fuori dalla comunità,
come uno che vive ai margini della società, insomma non proprio fuori del tutto,
il quarto dice che essere disagiato è molto simile all’essere alienato,
e poi c’è il quinto che sei proprio così, se vivi nell’era moderna e industriale,
sarà che se hai un lavoro, un lavoro qualunque, uno poi si aliena per questo,
che stare a fare la coda in tangenziale uno si sente come un po’ impazzito
o anche entrare in tram che tutti stanno a toccare uno schermo luminoso,
e che ascoltano musica in cuffia, è davvero alienante; loro non esistono, sono
fuori dal mondo, come se avessero deciso di allontanarsi da sé e dagli altri,
insomma se uno si sveglia e beve sempre lo stesso thè, bacia sempre la stessa
persona, guida sempre la stessa macchina, entra sempre nello stesso ufficio,
guarda sempre lo stesso capo, le stesse persone, la stessa città, la stessa tv,
allora è proprio un tizio alienato dal mondo, perciò credo che dovrei
aggiornare le mie convinzioni, che quelli che il lavoro non ce l’hanno
non dovrebbero essere alienati come gli altri, ma neanche mi sembrano felici,
e saranno alienati anche loro oppure no, non lo so, così ho letto su wikipedia,
che dice questa è l’alienazione, ma a me lo psicologo, ha detto che è solo vita.

Ambra Simeone copertina Ho qualcosa da dirtiAMBRA SIMEONE è nata a Gaeta il 28-12-1982 e attualmente vive a Monza. Laureata in Lettere Moderne, ha conseguito la specializzazione in Filologia Moderna con il linguista Giuseppe Antonelli e una tesi sul poeta Stefano Dal Bianco. Collabora con l’Associazione Culturale “deComporre”. La sua prima raccolta di poesie Lingue Cattive esce a gennaio del 2010 per i tipi della Giulio Perrone Editore di Roma. Del 2013 è la raccolta di racconti Come John Fante… prima di addormentarmi per la deComporre Edizioni. La sua ultima raccolta di quasi-poesie esce quest’anno per deComporre Edizioni con il titolo Ho qualcosa da dirti – quasi poesie. È co-curatore de Il Gustatore – quaderni Neon-Avanguardisti che hanno ospitato Aldo Nove, Giampiero Neri, Peppe Lanzetta, Giorgio Linguaglossa, Paolo Nori e molti altri. Alcuni suoi testi sono apparsi su riviste letterarie nazionali e internazionali tra le quali l’albanese Kuq e Zi , la belga Il caffè e l’americana Italian Poetry Review e su antologie; le ultime due per LietoColle a cura di Giampiero Neri e per EditLet a cura di Giorgio Linguaglossa.

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“La ragazza Carla” di Elio Pagliarani (1927-2012) Il racconto in versi del Moderno – con un commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Milano Periferia_PortaVigentinaMilano 1952 Mario De Biasi

Milano Periferia_PortaVigentinaMilano 1952 Mario De Biasi

La ragazza Carla è un poemetto scritto da Elio Pagliarani (Viserba, 25 maggio 1927–Roma, 8 marzo 2012) che secondo una vulgata critica ormai acquisita segna il passaggio dal neorealismo alla neoavanguardia.

Il poemetto viene scritto tra il settembre 1954 e l’agosto 1957. Nel 1959 appaiono alcuni frammenti sul n. 14 di “Nuova Corrente”, con il titolo Progetti per la Ragazza Carla. Sempre nel 1959, con il titolo Fondamento del diritto delle genti, compaiono sul n. 1 del “Verri” i versi416-457. La differenza fra questa edizione e quella definitiva, che uscirà nel 1960 integralmente sul n. 2 del “Menabò“, consiste solamente nel carattere grafico dei versi che cambieranno da tondi in corsivo o viceversa.

Nel 1961 il poemetto viene pubblicato nell’antologia “I Novissimi” curata da Alfredo Giuliani e nel 1962 esce per le edizioni Mondadori con l’unica variante di un verso. Il poemetto o “racconto in versi” è il risultato di una lunga sperimentazione intorno ad una poesia narrativa.

La ragazza Carla appartiene all’ultima sezione di La ragazza Carla e altre poesie pubblicato da Mondadori nel 1962 ed è un poemetto polimetro di tre capitoli. La protagonista del racconto è la diciassettenne Carla Dondi che vive in una modesta casa della periferia di Milano con la madre vedova che fa la pantofolaia, la sorella Nerina e il cognato Angelo. Carla, frequenta le scuole serali per diventare segretaria e presto trova un impiego presso una grossa ditta commerciale che traffica su ampio mercato internazionale.

«Carla Dondi fu Ambrogio di anni/ diciassette primo impiego stenodatilo/ all’ombra del Duomo.»

Così si presenta Carla in stile stenografico. Il suo nome è diventato, con il lavoro, un codice; quando è sera, la giovane, colta da alienazione, cerca con le mani il suo viso per rassicurarsi della propria identità. Il suo quotidiano viene scandito attraverso i luoghi, le ore, i nomi.

«cento targhe d’ottone come quella/ TRANSOCEAN LIMITED IMPORT EXPORT COMPANY/ Le nove di mattina al 3 febbraio.»

La seconda parte del poemetto scorre tra i ritmi del lavoro, il corteggiamento di un collega, i viaggi sul filobus. La storia di Carla si conclude nella terza e ultima parte quando, per non perdere il posto di lavoro, la protagonista deve umiliarsi e chiedere scusa al padrone per aver rifiutato le sue avances. Carla è ormai una giovane donna smaliziata, impara a mettersi le calze nere e il rossetto per tornare al lavoro.

«Questo lunedì comincia che si sveglia/ presto, che indugia svagata nella piazza/ prima di entrare in ufficio, che saluta/ a testa alta “Buongiorno” con l’aggiunta/ “a tutti”, che sorride cercando Aldo con gli occhi/ che gli dice “Bella la ragazza e come/ attenta ai suoi discorsi”, che incomincia – forse – il lavoro/ fresca. »
elio pagliarani la segretaria

La segretaria alienata dal lavoro

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Scrive Alessandro Fugnoli su “Il rosso e il nero”: «Ai tempi dell’apartheid la polizia del Sud Africa, un paese ricco di etnie spesso mescolate tra loro, aveva a disposizione una serie di test per stabilire la razza di una persona dalla carnagione chiara ma non sufficientemente pallida. Uno di questi consisteva nell’infilare un pettine tra i capelli. Se il pettine cadeva si era proclamati bianchi, se invece restava incastrato si veniva retrocessi tra i cittadini di seconda categoria.

Dopo Martin Luther King e Malcom X l’America si è proclamata totalmente color-blind, ma la discriminazione positiva e il sistema delle quote costringono comunque a classificare le persone. La differenza rispetto al Sud Africa è che la collocazione etnica è lasciata alla libertà del soggetto. È il soggetto, ad esempio, a indicare nel modulo del censimento o quando fa domanda d’iscrizione all’università se è bianco, nero o qualsiasi altra cosa voglia essere».

Il Moderno teorizza l’autodeterminazione dei popoli con il trattato di Versailles del 1919, principio su cui si incardina il nuovo diritto delle genti. La Storia, sostituto della Natura, legittima il diritto delle genti a riconoscersi in uno Stato e nel nuovo stato di diritto. Il Post-moderno segna la caduta di quel principio e la sua sostituzione con il diritto di auto determinazione degli individui.

Elio Pagliarani

Elio Pagliarani

“La ragazza Carla” è un’opera che viene pensata all’interno dell’ideologia del Moderno: è la storia dell’emancipazione femminile e della sua alienazione, del trapasso da una società agricola a una industriale, dentro una visione del mondo di una società divisa in classi e degli sforzi della piccola borghesia ad aderire a parametri valoriali “superiori”.

La differenza tra Moderno e Post-moderno è tutta qui: Il moderno di matrice illuminista si batte per l’emancipazione della donna, la lotta alla alienazione, la conquista di un lavoro in fabbrica, in ufficio, all’interno di luoghi deputati e riconosciuti; il postmoderno cancella la distinzione di genere e lascia al soggetto la facoltà di definirselo e cambiarselo come e quando vuole. Oggi è l’individuo che decide della propria appartenenza a una classe a un sesso e a una razza; l’individuo si sente svincolato da tutti i legami (sociali, personali, storici) per potersi creare la sua nuova realtà. Oggi sono gli individui che decidono se la Scozia sarà uno stato a parte o continuerà a far parte dell’Inghilterra. Oggi la Scozia, domani i Catalani, dopodomani i nostri simpatici Padani. Sono gli individui atomizzati che si creano la propria identità.

Nel poemetto di Pagliarani, gli elementi stilistici neorealistici risultano soverchianti, la fraseologia è stenografica, il post-ermetismo viene liquidato una volta per sempre. In primo piano c’è il “romanzo in versi”, il “racconto” delle vicende lavorative ed esistenziali dell’impiegata Carla assumono un significato diagnostico sulla emancipazione della società nel suo complesso. Mi sembra che tutti gli elementi quadrino all’interno di una ideologia del Moderno. In tal senso, l’opera può essere considerata conclusa entro le coordinate culturali del proprio tempo. L’adesione alla neoavanguardia da parte di Pagliarani appare oggi come un’operazione tattica e strategica ma soprattutto necessitata dalla adesione a quell’ideologia. In un certo senso, il capolavoro del neorealismo segna anche, a sua insaputa, la conclusione del Moderno e l’avvento di una nuova dimensione epocale.

(Giorgio Linguaglossa)

Elio Pagliarani 7

Milano Periferia_PortaVigentinaMilano 1952 Mario De Biasi

La ragazza Carla

Di là dal ponte della ferrovia
una trasversa di viale Ripamonti
c’è la casa di Carla, di sua madre, e di Angelo e Nerina.
Il ponte sta lì buono e sotto passano
treni carri vagoni frenatori e mandrie dei macelli
e sopra passa il tram, la filovia di fianco, la gente che cammina
i camion della frutta di Romagna.
Chi c’è nato vicino a questi posti
non gli passa neppure per la mente
come è utile averci un’abitudine
Le abitudini si fanno con la pelle
così tutti ce l’hanno se hanno pelle
Ma c’è il momento che l’abito non tiene
chissà che cosa insiste nel circuito
o fa contatto
o prende la tangente
allora la burrasca
periferica, di terra,
il ponte se lo copre e spazza e qualcheduno
può cascar sotto
e i film che Carla non li può soffrire
un film di Jean Gabin può dire il vero
è forse il fischio e nebbia o il disperato
stridere di ferrame o il tuo cuore sorpreso, spaventato
il cuore impreparato, per esempio, a due mani
che piombano sul petto
Solo pudore non è che la fa andare
fuggitiva nei boschi di cemento
o il contagio spinoso della mano.

2
Il satiro dei boschi di cemento

rincasa disgustato
è questo dunque
che ci abbiamo nel sangue?
O saranno gli occhiali? Intanto è ora
che si faccia cambiar la montatura.

Elio Pagliarani copertina

 

 

 

 

 

 

 

 

3
Se si diventa grandi quando s’allungano
le notti, e brevi i giorni
ecco ci sono dentro
sembra a Carla di credere, e sta attenta a non muoversi
ché il sonno di sua madre è così lieve nel divano accanto
– ma dormirà davvero, con Angelo e Nerina
che fanno cigolare il vecchio letto
della mamma!
e Carla ne commisura il ritmo al polso, intanto che sudore
e pelle d’oca e brividi di freddo e vampe di calore
spremono tutti gli umori del suo corpo. E quelle
grida brevi, quei respiri che sanno d’animale o riso nella
[strozza
ci vogliono
all’amore?
E Piero sul ponte, e la gente –
tutta così?
S’addormenta che corre in una notte
che non promette alba
sul ponte che sta fermo e lì rimane
e Carla anche.

Elio-Pagliarani 7

Milano Periferia_PortaVigentinaMilano 1952 Mario De Biasi

.

4
La madre fa pantofole, e adesso che Nerina ha suo marito
c’è Carla che l’aiuta: infila l’ago, taglia le pezze
fa disegni buffi, un fiocco rosso
in cima, un nastrino di seta
che non vanno
chi compera pantofole dalle Dondi
non ha civetterie: le vecchie vogliono le prove,
e pantofole calde, pagamento più tardi che si può
due anni che una signora Ernani ha da pagare
le sue trecento lire, e puzza di liquori
le giovani sposate sono sceme, alle cose gentili non ci vogliono
nemmeno un po’ di bene, anzi le guardano con rabbia
man mano che col tempo si dimenticano
d’esser state ragazze da marito
Qui non si nega che si possa
morire un giorno con un fiocco al collo
uno scialle di seta vivacissimo,
ma è proprio questo: che se torna il nastro
è segno che la donna ecco è già stanca
spremuta tutta, fatta parassita
estranea ai fornelli straniera alla vita
ai calzoni, che pendono in giro frusti
in attesa del ferro da stiro.

Elio Pagliarani

Elio Pagliarani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

5
Nerina l’ha trovato e s’è sposata,
sono saliti insieme tante volte
sul tram, che è parso naturale (lui
la guardava bene, senza asprezza
e senza incanto – e non ce n’era
tanti)
S’è sposata pulita
anche se s’era spinta un poco avanti
e il viaggio di nozze è restato una promessa
per più buoni anni avanti.
Ma Nerina non è stata fortunata
Nerina non ha fatto un buon affare:
in parte si vedeva e in parte fu deciso
così: che Angelo è un abulico,
non è cattivo Angelo ma s’è portato dietro i reumatismi
dalla Germania, e non si muove e non si scrolla
va troppo spesso al cinema
(Alla ditta hanno detto alla signora
fa bene in officina, ma non è
affabile, e chi lo sa come la pensa?) Sì, e prende
ventiseimila con la contingenza.
Lo sapeva anche prima, anche la madre,
e loro gli hanno offerto anche la casa
ma viverci è diverso
è diverso star dentro
e questo, se qualcuno lo sa, è la sua mamma
lei che il numero dei giorni
strappati con le unghie al calendario e trascinati dietro
come un ladro trascina refurtive incommerciabili
porta scritto sul volto e sulle spalle.

Elio Pagliarani

Elio Pagliarani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

6
A Carla suo cognato non le piace
dalla sera del dolce: fidanzato era stato a casa loro
a pranzo, e in fondo, quando c’era il dolce
e tre piatti da dolce e quattro bocche
toccò a Carla pigliarsi la sua parte
in cucina, nel fondo del tegame.
Da questo si capisce che la Carla
l’hanno cresciuta male,
quando mai
s’era vista una festa come quella
l’altr’anno, quindici anni, a carnevale?
a lei tutto il superfluo di affetti e di ricchezza
e la scuola serale
che se nasceva maschio, vuoi vedere
che la vedova lo faceva ragioniere?

7
È dalla fine estate che va a scuola
Guida tecnica per l’uso razionale
della macchina
la serale
di faccia alla Bocconi, ma già più
Metodo principe
per l’apprendimento
della dattilografia con tutte dieci
le dita
non capisce se è un gran bene, come pareva in casa,
spendere quelle duemila lire al mese
Vantaggi dell’autentico
utilità fisiologica, risultato
duraturo, corretta scrittura
velocità resistenza
piano didattico paragrafo primo
La scuola d’una volta, il suo grembiule
tutto di seta vera, una maestra molto bella
i problemi coi mattoni e le case, e già dicevano la guerra
Mussolini la Francia l’Inghilterra.
Qui di gente un campionario: sei uomini e diciotto
donne, più le due che fanno scuola
Nella parte centrale del carrello, solidale ad esso
ecco il rullo
C’è poca luce e il gesso va negli occhi
Nel battere a macchina le dita
devono percuotere decisamente
i tasti e lasciarli liberi, immediatamente
Come ridono queste ragazze e quell’uomo anziano che fa steno
e non sa, non sa tener la penna in mano
Ciascun esercizio deve continuarsi
sino ad ottenere almeno
tre ripetizioni consecutive
senza errore alcuno e perfettamente
incolonnate
O quella povera zoppina, la più svelta
a macchina
Quando il dispositivo per l’inversione
automatica del movimento del nastro, o per difetto
di lubrificazione o per mancanza
del gancio
non funziona
O Maria Pia Zurlini ch’era nata
ricca e ha già trent’anni e disperati
sorrisini
l’inversione
si può provocare in vari modi:
colle mani.

ELIO PAGLIARANI, POETA

Milano Periferia_PortaVigentinaMilano 1952 Mario De Biasi

 

 8
Studiava senza voglia, ma studiava
a casa si sa bene che un purgante
va preso, e a tempo debito, però
chissà cosa voleva; intanto Angelo
doveva andare a prenderla all’uscita
In Germania lavoravano nei campi
le ragazze, con zappe e con forconi
e tu che cosa aspetti?
Allora si fa avanti e l’accompagna Piero
che fa stenografia perché non vuole
fare il ciclista col padre, un impiego
gli piace di più, porta gli occhiali
A Piero piace il calcio e non lo gioca
mai o troppo poco e forse c’è qualcosa
che gli torce il tronco nel suo sviluppo
e non prende le cose come vengono e senz’armi
e all’insaputa di sé si mette in lotta con l’ambiente.

9
Ma quei due
hanno avuto poche sere per parlare
la prima fu d’impaccio
la seconda
che risero ragazzi per un tale
che parlava da solo d’una bomba
e un altro poco
altro che bomba, all’incrocio di via Meda
la circolare lo piglia sotto se non era svelto
il tranviere
urli, sfoghi pittoreschi e qualcheduno
pronto a far capannello, al raduno
scappano i cani, si tormenta il pizzetto
il bravo ometto ebete e la dentiera.
Dialogo che possiamo immaginare, un vestito sciupato
[troppo in fretta
e tira e molla – barba ometto bomba, che ridere che
[piangere
dialogo che possiamo immaginare, uno così voleva
[riparare
una bicicletta scassata e aveva fretta
fino al portone di Carla
persuasi della colpa originale.
La terza
un istinto battagliero
li condusse a passare per il parco
e fu peggio, che un silenzio
gli cadde addosso e Carla aveva freddo
e Piero zitto e lei anche nel parco di dicembre
Chi sarà questo Ravizza?
chiese Piero, e pentito si nascose
le mani in tasca, che gli davan noia.
Poi uscirono, che zone luminose, allora
qui a Milano,
a Carla assorta e lieve
Piero prese a dire:
Marcia,
quest’anno,
il campionato,
che è un piacere.
Certa gente si sveglia in quei momenti
ridendo a un sonno buono, equilibrarsi
sopra il trolley, amare un’infermiera per baciarla
è troppo facile. Chi abita nel cielo e quanto paga
d’affitto? Ecco le lune
di Giove sopra i fili del telefono, il viale
sarà tutto magnolie e i giardinieri
avranno un gran lavoro.
Pallavolo, se fosse un altro gioco sportivo, con la gente
O palla prigioniera?
Ecco ti rendo
i due sciocchi ragazzi che si trovano
a casa tutto fatto, il piatto pronto
Non ti dico risparmiali
Colpisci, vita ferro città pedagogia
I Germani di Tacito nel fiume
li buttano nel fiume appena nati
la gente che s’incontra alle serali.

Elio Pagliarani

Elio Pagliarani

 

 

 

 

 

 

 

 

II
1
Carla Dondi fu Ambrogio di anni
diciassette primo impiego stenodattilo
all’ombra del Duomo
Sollecitudine e amore, amore ci vuole al lavoro
sia svelta, sorrida e impari le lingue
le lingue qui dentro le lingue oggigiorno
capisce dove si trova? transocean limited
qui tutto il mondo…
è certo che sarà orgogliosa.
Signorina, noi siamo abbonati
alle Pulizie Generali, due volte
la settimana, ma il Signor Praték è molto
esigente – amore al lavoro è amore all’ambiente – così
nello sgabuzzino lei trova la scopa e il piumino
sarà sua prima cura la mattina.
ufficio a ufficio b ufficio c
Perché non mangi? Adesso che lavori ne hai bisogno
adesso che lavori ne hai diritto
molto di più.
S’è lavata nel bagno e poi nel letto
s’è accarezzata tutta quella sera.
Non le mancava niente, c’era tutta
come la sera prima – pure con le mani e la bocca
si cerca si tocca si strofina, ha una voglia
di piangere di compatirsi
ma senza fantasia
come può immaginare di commuoversi?
Tira il collo all’indietro ed ecco tutto.

2
All’ombra del Duomo, di un fianco del Duomo
i segni colorati dei semafori le polveri idriz elettriche
mobili sulle facciate del vecchio casermone d’angolo
fra l’infelice corso Vittorio Emanuele e Camposanto,
Santa Radegonda, Odeon bar cinema e teatro
un casermone sinistrato e cadente che sarà la Rinascente
cento targhe d’ottone come quella
transocean limited import export company
le nove di mattina al 3 febbraio.
La civiltà si è trasferita al nord
come è nata nel sud, per via del clima,
quante energie distilla alla mattina
il tempo di febbraio, qui in città?
Carla spiuma i mobili
Aldo Lavagnino coi codici traduce telegrammi night letters
una signora bianca ha cominciato i calcoli
sulla calcolatrice svedese.
Sono momenti belli: c’è silenzio
e il ritmo d’un polmone, se guardi dai cristalli
quella gente che marcia al suo lavoro
diritta interessata necessaria
che ha tanto fiato caldo nella bocca
quando dice buongiorno
è questa che decide
e son dei loro
non c’è altro da dire.
E questo cielo contemporaneo
in alto, tira su la schiena, in alto ma non tanto
questo cielo colore di lamiera
sulla piazza a Sesto a Cinisello alla Bovisa
sopra tutti i tranvieri ai capolinea
non prolunga all’infinito
i fianchi le guglie i grattacieli i capannoni Pirelli
coperti di lamiera?
È nostro questo cielo d’acciaio che non finge
Eden e non concede smarrimenti,
è nostro ed è morale il cielo
che non promette scampo dalla terra,
proprio perché sulla terra non c’è
scampo da noi nella vita.

3
Negli uffici s’imparan molte cose
ecco la vera scuola della vita
alcune s’hanno da imparare in fretta
perché vogliono dire saper vivere
la prima entrare nella manica a Praték
che ce l’ha stretta
A Praték gli vanno bene i soldi
e un impiegato mai, perché la fine
del mese i soldi l’impiegato pochi o tanti
li porta via, e lui li guarda coi suoi occhi
acquosi, i soldi, e non gli pare giusto.
A Praték gli van bene anche le donne
e Lidia che era furba lo sapeva
e l’ha passato mica male, il tempo, sullo sgabello della macchina
con le sue cosce grasse.
Ma la moglie coi soldi che è gelosa
vigila sulla serenità delle fanciulle,
Monsieur Praték – in fondo, io sono un filosofo –
non per niente è stato anche in galera
rispetta gli istituti: Lidia parte
entra Carla: può servire che si sappia:
col dottor Pozzi basta un po’ di striscio,
fargli mettere la firma in molti posti.

 

elio pagliarani

Milano Periferia_PortaVigentinaMilano 1952 Mario De Biasi

 4
Monsieur Goldstein un mite segretario tradito dal cognome
ha chiesto gli anni a Aldo Lavagnino
ventidue
ho un figlio che combatte in Palestina
anch’io di ventidue, ha detto
questa terra
avrà un pezzo di terra per i nostri
figli?
Questa terra ha mercati
e sul mercato internazionale delle valute
libere o no, Cogheanu, il suo padrone, tiene una rete fitta:
da un’area all’altra trasferiscono ogni giorno
valute in questo modo:
Tel Aviv le quinze Avril o Bombay March twenty five
su blok notes, carta straccia
Monsieur X veuillez payer à notre Monsieur Ypsilon
la somme de quatre vingt dix mille neuf cent cinq dollars
Signé Goldstein o Cogheanu
A Bombay a Tel Aviv a Casablanca un ometto Mister X
per quel foglietto paga le sterline
anzi i dollari dollari, oggi son dollari che vanno
nell’affare della soda, bell’e concluso in un momento delicato
in quel momento che la soda sul mercato risentiva del rilancio
jugoslavo e la Germania era alle porte
e Praték a Roma aveva già comprato
con lire d’Italia e alcune scappellate
al mercato nero delle licenze la licenza
d’esportazione per ventimila tonnellate
fu il rapporto dello scambio
dollaro sterlina – si compra a sterline si vende in dollari
a Londra c’è cancelliere un matto –
che buttò a mare l’affare: tremila dollari di spese
quarantacinquemila non guadagnati quarantotto.
Angelo un osso buco intero, con patate
Carla un pezzo col midollo che le piace
l’altro pezzo Nerina la madre le patate
nessuno sa cosa vuol dire pagamento
contro documenti e perché s’usi
ma la madre orgogliosa guarda Carla
crescere.

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EDISON di Vítĕzslav Nezval (1900-1958) POEMA IN CINQUE CANTI a cura di Antonio Sagredo

Vítezslav NEZVAL , pí. BRETONOVÁ , André BRETON , Paul ELUARD ,Josef SŠÍMA , Adolf HOFFMEISTER

Vítezslav NEZVAL , pí. BRETONOVÁ , André BRETON , Paul ELUARD ,Josef SŠÍMA , Adolf HOFFMEISTER

Il poema in cinque canti Edison del poeta ceco Vítĕzslav Nezval (1900-1958) fu concepito nell’autunno del 1927. Fu pubblicato per la prima volta a Praga nell’estate del 1928. Nel 1930 fu inserito assieme ad altri poemi nel volume Básnĕ noci (Poesie della notte) dedicato, non a caso, alla memoria del poeta moravo Otokar Březina.

      Nezval ha un avvio poetico danzante, giocoso, spumeggiante, rutilante, spensierato, così come i suoi compagni di strada che si riuniscono in un gruppo denominato Devĕtsil (farfaraccio, chè una pianta con foglie grigiastre e pelose e fiori piccoli di color rosa o bianco).

      Il Devĕtsil esalta la poesia proletaria, poiché l’eco della rivoluzione russa ridesta nuove forze creatrici che percorrono tutte le generazioni europee. Perciò il Devĕtsil attinge a mani spiegate dalle avanguardie artistiche straniere il culto della tecnica e della elettricità, della macchina e del movimento, e pure dagli sperimentalismi pittorici (cubismo) e da quelli poetico-linguistici (parzialmente dal futurismo italiano con Martinetti nel 1921 e molto dal futurismo russo tramite Roman Jakobson a   Praga nel 1920).

   Si esalta questo gruppo di poeti per il cinematografo muto, per  il western americano e il circo (come i russi), e per i nuovi toni musicali e architettonici e infine per la scultura tutta fondata sul moto continuo della forma. Ma è che tutte le arti sono esaltate.  Il Devĕtsil è formato dunque da poeti, pittori, scrittori, registi, saggisti, caricaturisti, critici d’arte e letterari, architetti, ecc.

Vitezslav Nezval con Soupault 1928

Vitezslav Nezval con Soupault 1928

  La poesia ceca contemporanea nasce dalla poesia Zone di Apollinaire (che fu a Praga nel 1902) tradotta da Karel Čapek:. La pittura, invece, tramite il gruppo Osma – che si rifaceva a Munch – si accosta a Picasso e Braque con i pittori  Filla, Kubišta e Zrzavý. Nezval, dunque, visse questa iniziale fase ottimistica e ardimentosa – e pure vitalistica perché protesa verso il sociale – che indifferentemente riuniva maestri come Rimbaud (colore-parola) e Jarry (le stramberie circensi) e gli esperimenti del dada.

      Questi entusiasmi trovarono le atmosfere adatte nei caffè praghesi, specie allo Slavie, dove infatti nacque il Poetismo, nel 1924, che mise fine all’epoca del Devĕtsil, il quale s’era dimostrato fin troppo “programmatico, pesante gioco, qualcosa come una pratica ascetica e una grave regola che escludeva dalla  gioia della vita i suoi mali assortiti adepti” (F. X. Šalda). E allora i poeti e gli artisti cominciarono a “trascurare la tematica sociale e l’elemento didascalico e concentrarono la loro attenzione sulla forma e sul puro gioco delle metafore” (A. M. Ripellino).

   Questo nuovo orientamento era straordinariamente confacente allo spirito di Nezval, e perciò ecco scaturire dal suo canto le irrefrenabili e rutilanti metafore, i giochi acrobatici tra parole, associazioni da vertigine e analogie impensabili; in tutto questo circo delle parole la pantomima nezvaliana è felicemente pazza, non si decanta, è perennemente in moto; e poi, ancora, come cascate di fuochi d’artificio l’uso ossessionante delle anafore (che già Březina  usava) che stordiscono il lettore e lo conducono in paesi lontani, esotici, in una sorta di piani sovrapposti, musicali e colorati; e come in una scatola magica: visioni inesprimibili e indicibili.

       Furono questi poetisti “cavalieri dell’immagine” che vollero vivere la vita come era effettivamente nei loro sogni immagnifici, e non vollero subirla affatto; e tutto ciò che era stato vitale nel Devĕtsil fu ripreso, non per dire e affermare con parole teoriche e vuote, ma per vivere concretamente con atti, con gesti, con reali viaggi (il poeta Biebl, p.e., si recò a Giava).

Vitezlav Nezval al Louvre

Vitezslav Nezval

Nei versi di Nezval  c’è tutto questo amore, passione per il corpo in giro per il mondo, come l’elettricità che collega, comunica con l’America, con Parigi, con l’Africa… così nel suo teatrale  Depeše na kolečdkách (Dispacci a rotelle), che una compagnia teatrale universitaria (gli Skomorochi) mise in scena nel 1971, a Roma,  al teatro Abaco – diretta dal Ripellino.

   Ma, al contrario di quanto pensava il teorico del gruppo Karel Teige, questi avventurosi spostamenti, mascheramenti, questi indiavolati viaggi – vere e proprie metafore geografiche (stupende quelle di Majakovskij), assillanti peregrinazioni reali o immaginarie – nascondono una certa angoscia, angustia, timore, perdita della quiete… e il poeta Halas detta: muffa, putrefazione, ossa, atmosfere meste, dolorose, insanguinate.

      A tre anni, dunque, dalla nascita del Poetismo, il poema Edison “poesia d’incubi”(?) , costringe  Nezval ad accostarsi alla prigione lunare – romantica/byroniana – di Karel Hynek Mácha, al canto cosmico di Otokar Březina, alle ballate indicibili e paurose di Karel Jaromír Erben.  È che Nezval ha bevuto troppo alla coppa dell’ebrezza, ma la sua metafora non perde vigore, efficacia, invece assume una più pesante corposità: è martellante come prima, ma non è più spumante, e diviene un  gravido e denso vino rossastro, che in controluce genera fluttuanti colori non più vivaci, e quindi: il viola, il marrone, il verdastro, il bianco spettrale e lattescente, un grigiastro mercurio: è il nuovo immaginoso congegno del poeta che stavolta smaschera, incide, deforma la realtà. La  sua visione è adesso la fuga, un non ritorno.

      L’Edison  è tutto questo: una  macchina senza moto, elettricità che è trucco e non più gioia: fa male comunicare: troppe tragedie in atto; e allora non più la felicità universale, ma il vacuum cosmico. La pantomima di Nezval s’incrina e s’avvia ad incontrare la poesia funebre e metafisica boema di secoli prima, ma che proprio dal 1927 (anno dell’Edison) al 1945 celebrerà di nuovo, come una volta, ancora i suoi fasti.

      L’Edison è una stralunata, beffarda ombra, suicida e assassina allo stesso tempo… è simile al reale fittizio, che senza requie vela e disvela, del poeta russo Alexander Blok! – La città di Praga è una “baccante di neve” che si specchia vanamente nel suo fiume, nero, la Vltava, poiché non si riconosce se non come ubriaca prostituta, vomito variopinto di luci riflesse, viandante insensato che fissa una stella… inebetito… impiccato che oscillando vuole cantare versi, ma strozzati!

        Praga-America-Praga… e il viaggio è compiuto – se viaggio c’è stato – finito in un bicchiere d’alcool sui banchi umidi dei bar, sulle stelle avvelenate, sulla neve non più candida… e sotto i ponti di un fiume oramai torbido e desideroso di nuovi suicidi.   Il caleidoscopio coloratissimo delle forme barocche – ma come viste da una vetrata gotica – dell’Edison  è macchiato dai sogni impossibili di chi è destinato a divenire l’ombra di una pantomima che si strazia e si tortura.

(pubblicato nella rivista “L’Ozio” 3, gennaio-aprile 1987, traduzione di Antonio Sagredo) -(D.P.A.)

vitezlav nezval cartolina

vitezslav nezval

1° Canto

Le nostre vite sono tristi come il pianto
Una volta, verso sera, usciva da una bisca un giocatore
nevicava, fuori, sopra gli ostensori dei bar
l’aria era umida poiché si avvicinava la primavera
ma la notte sussultava come una prateria
sotto le granate dell’artiglieria delle stelle
le ascoltavano sugli umidi tavoli
ubriachi curvi su bicchieri d’alcool
donne seminude con penne di pavone
malinconici come i tramonti

Ma c’era qualcosa di opprimente che straziava
tristezza lamento e angoscia della vita e della morte.

Ritornavo a casa passando per il ponte delle Legioni
cantando in segreto un motivetto
ubriaco di luci notturne delle barche sulla Vltava
il duomo di Hradčany sonava le dodici esatte
mezzanotte di morte la stella del mio orizzonte
in questa umida notte di fine febbraio

Ma c’era qualcosa di opprimente che straziava
tristezza lamento e angoscia della vita e della morte.

Chinandomi dal ponte io vidi un’ombra
l’ombra del suicida che cadeva negli abissi
ma c’era qualcosa di opprimente che piangeva
era l’ombra e la tristezza di un giocatore d’azzardo
gli dissi signore per carità chi è lei
con una voce triste mi rispose nessun giocatore
ma c’era qualcosa di triste che taceva
ed era un’ombra che sporgeva come una forca
un’ombra che cadeva dal ponte gridai ah, no!
voi non siete un giocatore! no, voi siete un suicida
Andavamo tenendoci per mano, salvi
andavamo mano nella mano trasognati
fuori città, verso la periferia di Košiře
ci salutavano da lontano ventagli notturni
danzavano gli alcools sui chioschi della tristezza
andavamo mano nella mano insieme taciturni

ma c’era qualcosa di opprimente che straziava
tristezza lamento e angoscia della vita e della morte.

Aprii la porta e accesi il gas
portai a dormire la mia ombra della strada
dissi signore per noi due questo è sufficiente
ma non era più l’ombra del mio giocatore
era soltanto un fantasma o una illusione?
me ne stavo solo nel mio solito cantuccio

ma c’era qualcosa di opprimente che straziava
tristezza lamento e angoscia della vita e della morte.

Mi sedetti dietro un tavolo sopra un cumulo di libri
dalla finestra osserva come cade la neve
osserva i fiocchi come s’intrecciano in ghirlande
con la loro chimerica nostalgia
ubriaco di ombre inafferrabili
ubriaco di luci affondate nelle ombre
ubriaco di donne che inseguono sogni e serpenti
ubriaco di donne che seppelliscono la loro giovinezza
ubriaco di avventurose crudeli belle donne
ubriaco di voluttà e di schiume insanguinate
ubriaco di tutta la crudeltà che istiga e tortura
ubriaco di raccapricci e di lutti della vita e della morte

Mi dissi dimentica già le ombre
sfogliando giornali vecchi di una settimana
scorsi il grande ritratto di Edison
che affogava nel fetore della nera stampa
c’era accanto la sua più nuova invenzione
sedeva nel talare come un sacerdote medievale
ma c’era qualcosa di bello che straziava
coraggio e gioia della vita e della morte

Vitĕzslav Nezval

Vitĕzslav Nezval

2° Canto

Le nostre vite spiccano come carcasse.
Una volta, verso sera, tornava un rapido
fra il Canada e il Michigan
attraverso gole di montagna di cui non so il nome
camminava lungo i corridoi un piccolo fattorino
col berretto calcato sugli occhi
ma c’era qualcosa di bello che straziava
coraggio e gioia della vita e della morte

Suo padre era sarto calzolaio e spaccalegna
mercante di grano aveva una capanna una soffitta una cantina
ed un eterno girovagare che tanto ci seduce
morì di malinconia per la sua terra e di giovanile tristezza

Papà tu sapevi cos’è l’eterno struggimento
oggi di te non c’è che cenere stella o lampo
papà, tu sapevi che dovunque ci sono dei villani
fra i santi e i tagliaboschi
tu hai conosciuto i vagabondaggi e la fame
vorrei morire come te anche giovane e insolente
ma c’era qualcosa di opprimente che straziava
tristezza lamento e angoscia della vita e della morte

Io non so dove e se hai una tomba
è rimasto del tuo sangue soltanto un orfanello
guarda già in Canada sillaba i tuoi libri
guarda già si rallegra di andare a vedere le corse
guarda già legge le biografie famose
l’enciclopedia e le antiche epopee
guarda è già adolescente guarda come il tempo passa presto
guarda non gioca più: legge libri di chimica

Anch’io spesso da bambino sono stato un eroe
anch’io leggevo i libri di Darwin
anch’io giocavo più seriamente degli altri
con l’acido solforico nel piccolo laboratorio scolastico
col catalizzatore e l’ammoniaca con la bobina rumkorf
ma perché volevo essere anch’io un suonatore d’arpa
ma perché amavo anche l’organetto
ma perché giocavo anche alle favole
che mi è rimasto qualcosa di opprimente che straziava
tristezza e lamento della vita e della morte

Tommaso tu non eri un homme de métier
tu hai letto “l’analisi della malinconia”
anche tu hai conosciuto il dolore la tristezza il lamento e l’amore
nei libri, a Detroit, fra migliaia di volumi
anche tu hai sognato di viaggi per mare
nel tuo primitivo laboratorio
che hai agganciato alle carrozze di un treno merci
in cui hai arricciato le ali di uccelli di carta
GRAND TRUNK HERALD! VELKÝ VESTNÍK in carrozza!
Componi! Stampa! Guerra! Scontri! Erosione!
Gridi appena uscito! Comprate! Nuove notizie!
Incendio in Canada e Piccolo corriere di Giava

ma c’era qualcosa di bello che straziava
coraggio e gioia della vita e della morte.

Una volta ti sei gettato d’un tratto sotto le ruote
neppure un’anima viva tutt’intorno
ma già trascini il fanciullo tra i repulsori
hai salvato la sua vita e ricevi i miei ringraziamenti

Eccoti al lavoro nel calzaturificio
le macchine schizzano fuoco come vesuvi
su ogni scarpa quanto hai sospirato
so che hai ereditato l’inquietudine di tuo padre vagabondo

Giri come un facchino da un cortile all’altro,
una volta te ne sei andato deluso da New York
errando in questa metropoli americana
eri deciso a gettarti su qualsiasi cosa
forse allora giocavi a carte forse bevevi anche
forse là hai lasciato il meglio delle tue forze

ma c’era in questo qualcosa di bello che straziava
coraggio e gioia della vita e della morte

Vitĕzslav Nezval

Vitĕzslav Nezval

3° Canto

Le nostre vite sono come circoli viziosi
una volta se ne andava per New York un avventuriero
era un pomeriggio col sole tiepido di maggio
un passante si fermò in silenzio su Broadway
davanti al palazzo West Union Telefraph
dove fischiava come su un quadro di distribuzione
era questo uno strillone e un grande inventore

Mille inventori hanno fatto crack
le stelle non deviarono dalle eterne traiettorie
guardate come vivono serenamente migliaia di uomini
no questo non è lavoro neppure energia
questa è un’avventura come sul mare
a chiudersi in un laboratorio
guardate come vivono serenamente migliaia di uomini
no questo non è lavoro questa è alchimia

Piccola domenica ah quanti rintocchi di campane
centralina senti i campanelli telefonici
i vostri orecchi ascoltano gli amanti
i defraudatori che discorrono di cambiali
i banditi californiani e i notturni assassini
i discorsi telefonici della Grande Praga

Il mondo gioca col vostro timpano
siete divenuto zampillo elettrico
fotomotori di uccelli meccanici
se ne vanno verso le stelle da dove vi ritornano
come dall’uccellatore all’angolo della periferia
annunciando la vostra gloria dai cartelli,
sonnecchiate cinque ore al giorno questo vi basta
in questo somigliate al giocatore d’azzardo

Ogni volta vivere di nuovo e avere una mania
una volta avete scorto in Pennsylvania
la notte e la lampada ad arco da Baker
avete provato la tristezza così come me ieri
sull’ultima pagina del mio romanzo
come un acrobata che attraversò la corda
come una madre che partorì il bambino
come il pescatore che tirò la rete gonfia
come l’amante dopo la dolce voluttà
come l’incedere dei cavalieri dopo la battaglia
come la campagna nell’ultimo giorno della vendemmia
come la stella che si spegne all’alba
come l’uomo che in un attimo perse la sua ombra
come Dio che ha creato la rosa, la notte e il giusquiamo
come Dio che desidera creare le nuove parole
come Dio che deve creare sempre di nuovo
impastando col suo respiro nuovi calici
fa precipitare la nuvola gonfia d’acqua sui campi arati
ma c’era in questo qualcosa che straziava
coraggio e gioia della vita e della morte.
Una sera ai primi di ottobre di quell’anno
misuraste sconfortato il vostro grave passo
lungo il laboratorio del celebre Menlo-Park
fra i regali e la sua corrispondenza
fantasticando girando i pollici per abitudine
avete mescolato a caso i fili di carbonio
l’uccello delle nostri notti con cui a lungo vegliamo
la frusta dei fantasmi delle ombre con cui li cacciamo
i luminosi chirotteri delle passeggiate fantastiche
l’angelo sopra gli stemmi dei cantoni e dei portoni
la rosa dei ristoranti dei caffè e dei bar
le fontane sul viale nell’oscurità della notte
i rosari sopra i ponti dei fiumi delle metropoli
aureola di prostitute di strada
le corone sopra le ciminiere dei piroscafi
lagrime che stillano dalle altezze sopra i piani
sopra il catafalco delle città che le reprime
sopra gli edifici dei templi vecchie mummie
sopra i caffè dove vi sono anime scipite nel fumo
sopra gli specchietti dei vini, sopra il loro eterno inverno
sopra il catafalco della città di languide esalazioni
sopra la mia anima una chitarra scordata
su cui come un accattone delle luci dei sogni e dell’amore
suono e piango cambiando le maschere
con la passione del trovatore io principe e re vagabondo
di una città lussuriosa la famosa Balmoral
dalla sua celebre porta entro sempre nel sogno
attraverso il nero cordone dei miei sudditi e dei carcerati
dei principi delle stragi e delle isteriche carmagnole
delle fiacchere della pazzia e di ruote rabescate
di sadiche passioni per cui suonano le campane
di chimere volanti dai letti sopra i balconi
ubriaco di crudeli avventurose belle donne
ubriaco di voluttà e di schiume insanguinate
ubriaco di tutta la crudeltà che istiga e tortura
ubriaco di raccapricci e di lutti della vita e della morte

Vítězslav Nezval cop

4° Canto

Le nostre vite sono senza ritorno
agonizziamo nei rottami delle illuminazioni
come l’effimera e come i fulmini dei tuoni
già si librano le luci tra le foglie degli alberi
già freme nella neve il filo elettrico
già si avvicina il tempo delle passeggiate luminose
già cercheranno le anime sotto i raggi rontgen
come gli ittiosauri sotto il neogene
già si avvicina all’alba la lancetta d’oro
già siamo testimoni della cinematografia
già per noi schiacceranno gli interruttori
le spettrali ombre del giocatore d’azzardo
già risuonano i gridi e gli applausi
già Edison s’inchina ai suoi ospiti

Già è di nuovo triste l’anima dopo la festa
già siete nello studio e non ci sono più ospiti
quanti inventori hanno fatto crack
le stelle non deviarono dalle eterne traiettorie
guardate come migliaia di persone vivono serenamente
no, questo non è lavoro né energia
questa è un’avventura come sul mare
a chiudersi in un laboratorio
guardate come vivono serenamente migliaia di uomini
no questo non è lavoro questa è poesia

Questa è una intenzione e un po’ il caso
diventare il presidente del proprio popolo
diventare il poeta che superò tutti voi
diventare l’allodola che ruba il seme duracino
essere sempre un fortunato giocatore alla roulette
essere lo scopritore del settimo pianeta.

Migliaia di mele caddero sul naso del globo
e soltanto Newton ha saputo approfittare del suo bernoccolo
migliaia di uomini hanno avuto l’epilessia
e soltanto san Paolo vide i sacramenti
un migliaio di sordi vaga senza nome
e soltanto in uno di loro trovammo Beethoven
migliaia di pazzi già si trascinano verso l’oltremare
e soltanto Nerone seppe incendiare Roma
migliaia di invenzioni ci arrivano in un anno
soltanto in una di loro c’era già quella di Edison

Già di nuovo non dormire già di nuovo non avere certezze
già di nuovo bruciare tutto ciò che arriva alle mani
carbonizzare la iuta il pelo scimmiesco il bastone
le secche foglie delle palme le corde sulla viola
già di nuovo vagare nella propria incredulità
sopra il bambù del ventaglio giapponese
ahimè signore ahimè è questo un ventaglio d’amore
una volta ne avete ricevuto uno da una maschera sconosciuta
quando da giovane con lei vi incontraste al ballo
chi era ah signore rammentatevi
vi congedaste col suo profumo sul ventaglio
ah già di nuovo bruciare tutto ahimè già si contorce
forse era una delle vostre parche –
già di nuovo caricare la sveglia per la notte
già di nuovo con l’alambicco già di nuovo essere Colombo
già di nuovo organizzare la caccia fra i bambù
girare il mondo in lungo e largo
alla ricerca del magico legno del suo ventaglio
come un uomo che cercava quattro capelli d’oro
come un palombaro le perle fra le ombre delle alghe
come Cristo fra le tenebre della via Appia
come un cercatore della felicità tra le nebbie dell’oppio
come l’ebreo errante alla ricerca di una casa
come una madre che vaga dietro il cimitero
aspettando la voce dei bambini dell’oltretomba
come il lebbroso della sua malattia
come l’eremita assetato che cerca Iddio
come gli dei la propria morte quando hanno sete di epoche
come il poeta cieco il suo vero volto
come il viandante lo sguardo sull’aurora boreale
come il pazzo durante l’ultimo giorno del giudizio
come un bambino l’allodola impastando la zolla

Se ne sono andati in Brasile
in Giappone terra di belle magnolie
all’Avana a morire di malaria
come muoiono i missionari
signore avevate di certo un sorriso sul volto
la morte in agguato sotto il bambù
già si presentano per voi dodici sostituti
già si preparano i loro zaini
Mac Gowan trascorse là quasi due anni
si diresse verso il grande Rio delle Amazzoni
le sue acque non hanno né principio né fine
lottò per la vita spesso avventurosamente
sulle rapide di acque mortali
si batté al coltello con avidi cercatori d’oro
arrivando a New York sparì senza lasciare tracce

Come amarvi strade senza meta
voi notti tropicali ubriache di sole
voi luce delle luci voi notti del dolore
voi luci annegate in fondo al mare
voi che morivate così allegramente
divenite voi ora angeli di bambù
io vi ricordo ma chi ancora piange
già di nuovo produrre nuovi interruttori
già di nuovo immergersi in fondo agli alambicchi
già di nuovo avviare una nuova elica
guardate invecchiamo e il tempo passa così veloce
già di nuovo cercare gli elementi per la nuova alchimia
guardate invecchiamo e voi avete ottanta anni
guardate i vessilli come ai raduni dei sokol
le vostre pallide mani come un bianco gesso
no ah questo non è ancora un funerale

ancora vedersi sempre davanti la propria ombra
ancora scomporre gli elementi con gli acidi
ancora di nuovo in brandelli la pelle delle mani
ancora trovare un congegno per le strade verso l’oltretomba
ancora cantare e non avere mai pace
ancora l’ago magnetico per lo spirito umano
ancora dimenticare tutto ciò che strazia
tristezza e angoscia della vita e della morte

Vítězslav Nezval

Vítězslav Nezval

V Canto

Le nostre vite sono consolanti come il riso
Una volta di notte sedendo su un cumulo di libri
ho visto d’un tratto affogare nel fetore della nera stampa
la neve e un grande ritratto di Edison
fu dopo la mezzanotte d’un febbraio avanzato
che mi sorpresi a parlare con me stesso
come se mi fossi ubriacato con un forte vino
discorrevo con la mia ombra assente

Come risonava il refrain sempre qui con lo stesso tono
in punta di piedi m’avvicinai sino alla soglia del balcone
un mare di luci davanti a me palpitava in lontananza
sotto di esso gli uomini già dormivano nei loro letti
ma la notte sussultava come la prateria
sotto le granate dell’artiglieria delle stelle
ascoltavo in silenzio il rintocco delle torri
mirando da lontano le onde sui moli
ombre di suicidi per cui non c’è salvezza
ombre di vecchie puttane di strada
ombre di auto che hanno travolto ombre che camminano
ombre di miserabili che vagano senza tetto
ombre di gobbi ai crocicchi delle strade
ombre gonfiate di rosse ulcere sifilitiche
ombre di uccisi che vagheranno per sempre
intorno alle ombre della coscienza e alle ombre del delitto
ombre camuffate in divise militari
ombre di ubriachi sconvolti dall’amore
ombre di santi che diventarono poeti
ombre di coloro che invano hanno sempre amato
lamentose ombre di meteore di donne perdute
esili ombre di adultere principesse.

ma c’era qualcosa di bello che straziava
l’oblio sul lamento della vita e della morte.

Siate bella siate triste buona notte
più radiosa delle meteore e del loro potere
che un giorno abbiamo conosciuto nelle chiare notti canicolari
riflettori privi delle ombre come fruste
che ci fustigavano sino a una vertigine bruciante
arrivederci segnali che sulle rotaie
mi invitate alle lontananze come rose soffocanti
arrivederci stelle baci della mia anima
che mi aprite i bagni nei giardini
oscuri balsami e odore di garofani
viaggi sulle ali luminose degli aerei
arrivederci crudeli delizie di tanti Edison
sorgenti di pozzi petroliferi voi gloriosi razzi
nobili delle terra senza etichetta
arrivederci stelle che cadete dai bastioni
arrivederci ombre in lontananza sui lungofiumi
ombre del tempo per cui non c’è alcun rimedio
dolci ombre ombre di sogni e di ricordi
ombre azzurre del cielo negli occhi di una bella donna
ombre delle ombre delle stelle negli specchi di acque spumeggianti
ombre di sentimenti sinora senza nome
ombre fugaci come notturni echi
ombre pallide dal colorito opalescente
ombre di respiri di bambini non nati
ombre di madri che pregano per i loro figli
ombre di chimere lungo le città straniere
ombre di voluttà che turbano il sonno delle vedove
ombre di chimere e desiderio della propria casa
Siate bella siate crudele buon giorno
più bella delle meteore delle lagrime e dei giuramenti femminili
amore con cui siamo stati sulle vette delle montagne
raccogliendo i nidi delle stelle e le meteore
arrivederci più belle dei sogni e delle fate
già di nuovo caricare l’orologio per la notte
amico guarda quanti vivono serenamente
no questo non è lavoro questa è poesia

Già di nuovo cogliere nei sogni pallidi gigli
già di nuovo andare al café Slavia
già di nuovo sorbire il nero caffè quotidiano
già di nuovo avere nostalgia e piegare la testa
già di nuovo non dormire, non avere certezze
già di nuovo bruciare tutto ciò che arriva alle mani
già di nuovo udire i suoni di un pianto rattenuto
già di nuovo possedere l’ombra di un giocatore d’azzardo

Le nostre vite sono come la notte e il giorno
arrivederci stelle uccelli bocche delle donne
arrivederci morte sotto il biancospino in fiore
arrivederci addio arrivederci addio
arrivederci buona notte e buon giorno
buona notte
dolce sogno
Edison di Nezval: a. II, n. 3, gennaio-aprile 1987

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Carlo Sini intervistato da Silvia Bellia dal « linguaggio universale» alla Babele linguistica di oggi – I gesti sono la scrittura del corpo – “Il cavaliere, la morte e il diavolo” di Albrecht Dürer 

 L’Editore Tallone annuncia l’uscita di un’antologia in italiano e in inglese del poeta Alfredo De palchi, cittadino del mondo e di New York corredata da un acquerello originale di Fulvio Testa, artista italiano famoso anch’egli negli Stati Uniti, che alle poesie dell’amico si è ispirato dipingendo un’opera originale per ciascuna delle 90 copie dell’edizione.
Alberto Tallone Editore
tel. 39 11 9676455 via Diaz, 9 Alpignano (Torino)

Colophon De Palchi definitivo

alfredo de palchi

alfredo de palchi

da http://www.hounlibrointesta.it

Quanto è antico il sapere dell’uomo? La nostra esistenza millenaria ha inciso e continua a incidere sul mondo, lasciando tracce eterne e transeunti. Per ritrovare le origini della sapienza umana, occorre interrogarsi sulla natura dei segni che accompagnano da sempre il nostro passaggio.

Il professore Carlo Sini, accademico dei Lincei, e per oltre trent’anni docente di Filosofia teoretica all’università di Milano, nel libro Il sapere dei segni, edito da Jaca Book, analizza il senso delle figure e delle scritture umane, «senza dimenticare che anche la nostra mente che “rin-traccia” è un prodotto interno di questo cammino». Possiamo avvicinarci solo indefinitamente ai segni del passato, perché ogni volta che tentiamo di rintracciarli, in realtà li «ri-tracciamo», li duplichiamo nella rappresentazione, creando qualcosa di nuovo e di diverso.

Si può ipotizzare che diecimila anni fa sulla terra esistesse una sorta di «linguaggio universale», che i nostri antenati utilizzassero «un sistema di espressione comune, fatto della convergenza di gesto, suono, visione, esercitati e vissuti come un atto globale». La differenziazione culturale, la torre di Babele nella quale viviamo sarebbe un’acquisizione successiva.

Analogamente, la sintassi dell’arte preistorica potrebbe aver generato la nostra attuale forma di scrittura. «La configurazione delle nostre lettere alfabetiche non è affatto arbitraria o convenzionale. Ogni lettera è invece un disegno decaduto o stilizzato la cui origine va rintracciata proprio nelle figure e nei segni del paleolitico e del neolitico».

Rispetto al passato, dunque, c’è qualcosa che abbiamo perduto. L’unità di scrittura, figura e azione. Le parole si sono separate dalla loro figura, si sono «s-figurate», diventando astratte e autonome. La figura si è svuotata della presenza originaria che l’abitava, il mondo della vita. Come Euridice, essa può essere richiamata in essere, ma il canto capace di risvegliarla è lo stesso che la uccide: quando la figura si consegna al sapere, resta inchiodata a un apparire determinato e oggettivo e, in un certo senso, smette di vivere, di transitare. Il gioco dei segni si mantiene solo nel rimando continuo, molteplice e indefinito, di qualcosa a qualcos’altro.

paul valery

paul valery

Le dinamiche percettive sono complesse e intrecciate; per scoprire cosa significa davvero «sentire», dovremmo considerare la possibilità di «ascoltare con gli occhi e vedere con le orecchie». L’esperienza non è mai univoca. Anche del lattante di poche settimane o di pochi mesi, non si può dire che sia una «tabula rasa», un «foglio bianco» unidimensionale, puramente ricettivo: egli «è già un mondo complesso di emozioni, di immaginazioni e di pensieri, ancorché non verbali». Secondo gli studi di Daniel Stern sulla prima infanzia e sullo sviluppo psichico infantile, la formazione del Sé emerge molto prima dell’avvento del linguaggio. Da sempre siamo circondati dai segni e, grazie ai segni, impariamo a comunicare.

Il professore Sini ha introdotto in Italia il pensiero di Charles Sanders Peirce , considerato il padre della semiotica; citando il filosofo statunitense, il nostro autore scrive che anche la più semplice delle nostre azioni e delle nostre inferenze nasconde in sé «una filosofia dell’universo». Non appena nasciamo, siamo immersi in un linguaggio universale, in una musica eterna. Non è forse un caso che l’opera letteraria più frequentata da Carlo Sini sia la Divina Commedia, una rappresentazione allegorica dell’umanità, un itinerario trascendente e simbolico, che, da un cerchio all’altro della vita, dal sottosuolo ultraterreno alle altezze celesti, illumina il chiaroscuro che l’uomo sperimenta tutti i giorni, e di cui vivono anche i suoi segni.

Costantino Kavafis

Costantino Kavafis

Il sapere dei segni è la sapienza delle nostre origini. Secondo lei, professore, la nostra mente è in grado di rivivere e di «riscrivere» un passato ormai trascorso e dimenticato?

«Il passato è tale proprio in quanto è trascorso e dimenticato. Solo a questo prezzo può essere ricordato, il che vuol dire: riportato nel cuore del sapere e perduto per la vita diretta. Quindi il cosiddetto passato è in realtà quella presenza che sempre agisce inconsapevole (il passato dei miei genitori rivive nel mio corpo ecc.): questo passato non è mai passato, è la vivente continuità della vita. In questo senso l’animale non ha passato; solo gli esseri umani ce l’hanno, poiché dispongono di segni per constatare la differenza intercorsa tra l’essere e l’avere, l’agire e il sapere, il vivere e il ricordare di aver vissuto; anzitutto, ovviamente, perché dispongono di segni del linguaggio».

Boris PasternakPrima dell’invenzione della tecnica della scrittura, il linguaggio era diverso: il dire non era diverso dal fare, le immagini, i gesti e i suoni erano una cosa sola. La nascita del segno scritto ha comportato una perdita per l’umanità?

«La scrittura, diceva Derrida, è antica quanto il linguaggio e io sono d’accordo. I gesti sono la scrittura del corpo, così come le pitture del viso ecc.; lo stesso è da dire delle vesti e dei manufatti; la parola è la scrittura della voce ecc. In generale la scrittura, in quanto lascia traccia di sé, costruisce progressivamente una distanza tra l’agito in forma diretta e irriflessa e il saputo in forma riflessa e replicabile. In questo senso è giusto dire che il mondo animale, più che non disporre di forme di linguaggio, non possiede scritture, cioè repliche del mondo e dei suoi significati in un microcosmo quale è appunto ogni supporto di scrittura. Se un uomo va alla capanna del suo amico e la trova sbarrata, con sopra una tavoletta sulla quale l’amico ha disegnato una barca e tre lune, il messaggio è chiaro: sono partito in barca e starò via tre notti. Ogni scrittura è una dilatazione dei nostri orizzonti conoscitivi: veniamo a sapere cose che altrimenti ci resterebbero ignote. Le scritture segnano il progresso scientifico dell’umanità. Questo ufficio della scrittura non equivale però alla possibilità espressiva ed emotiva che ci caratterizza nel vivere diretto. Non è che la scrittura ci abbia sottratto alcunché (ci ha donato e ci dona anzi moltissimo). Sta a noi non confondere informazione ed espressione, conoscenza e vita, quantità che caratterizza un messaggio ed eventuale qualità del medesimo. Questo significa anche che la verità non è mai costituita da una sola figura (per esempio matematica), ma che una pluralità di figure sempre la attraversa».

osip mandel'stam foto varie

osip mandel’stam foto varie

I simboli hanno un rapporto stretto con la trascendenza?

«Simbolo è ciò che unisce a distanza, è ciò che rimette insieme quello che è stato separato. La trascendenza è la sua stessa natura; alludervi è la sua funzione. Con questo non ho detto: “esiste” una “cosa trascendente”. Ho piuttosto alluso al fatto per cui ogni presenza fa segno e si rivolge a ciò che è presente solo come assente».

La cultura cinese, con i suoi ideogrammi e i concetti filosofici di yin e yang conserva ancora una traccia dell’unione di parola e figura?

«Sicuramente conserva una traccia “figurativa”, anche se l’uso moderno degli ideogrammi, il rapporto con l’Occidente, l’imporsi della tastiera del computer e dei telefonini (cioè il tratto sempre più universale della scrittura alfabetica) sta progressivamente cancellando storia, tradizione e figura nella scrittura cinese».

zbigniev herbert

zbigniev herbert

Lei parla del rapporto tra la madre e il neonato come di un momento di interpretazione di emozioni, immaginazioni e pensieri non verbali. Cosa possiamo imparare dallo studio della prima infanzia?

«Il neonato ci presenta l’esempio più vicino e più vivo del mondo preverbale che tutti abbiamo attraversato. Il suo studio è fecondo ed entusiasmante, rivelatore di molti segreti della vita adulta. Bisogna però sempre ricordare che le nostre ricostruzioni sono scritture e mappe del sapere, non l’equivalente del vissuto infantile. Dicono di noi, di come siamo accaduti, più che dire della vita infantile diretta: questo bisogna ricordarlo, per non cadere nelle ingenuità “oggettivistiche” e “naturalistiche” che spesso assediano la mente degli scienziati, nonostante il loro preziosissimo lavoro».

 Arsenij Tarkovskij

Arsenij Tarkovskij

Lei scrive che il vero compito della filosofia è quello d’intendere la «differenza e la relazione tra vita e sapere”». Secondo lei, quando e come avviene l’incontro tra il sapere e la vita? E tra la vita e la verità?

«La domanda è molto complessa ed è formulata in modo assai suggestivo. Esiste una vita cieca a se stessa, che non si pone domande, come si dice, di senso; una vita che promuove se stessa ereditando lo spirito vitale di ciò che appunto l’ha prodotta. Poi esiste anche una “vita della verità” che ha molti sensi. Anzitutto quello di dire la verità o il suo contrario: è la più antica nozione di verità sorta nelle comunità umane. Poi c’è la verità ritenuta tale da tutti i membri di un gruppo sociale. Per esempio: è vero che c’è tra noi qualcuno di impuro; per questo gli Dei ci puniscono con una pestilenza. Queste innumerevoli figure della verità affrontano appunto la selezione della vita e divengono e si trasformano esse stesse con la vita. Talvolta muoiono, talaltra risorgono e così via. Non bisogna cadere nella superstizione della verità, cioè nella identificazione della verità con un suo contenuto, con un suo significato definito. Sarebbe come identificare l’umanità con questo uomo. Ma questo uomo muore e l’umanità no. Così i significati di verità tramontano, ma l’evento della verità nelle sue figure, l’incontro che continuamente facciamo con questo evento, imparando da esso a non sopravvalutare i nostri significati di verità, questo evento e questo incontro sono la verità in cui siamo volta a volta iscritti: la verità che attende e stimola la nostra capacità di accogliere, di mutare, cioè di vivere con coraggio e senza presunzioni superstiziose il suo continuo evento».

gezim hajdari

gezim hajdari

La letteratura e la poesia riescono a conservare la magia degli inizi? C’è un’opera letteraria che le sta particolarmente a cuore, per il suo valore creativo e simbolico?

«Gli inizi dell’espressività umana sembrano essere caratterizzati da ciò che i Greci chiamavano “arti dinamiche”, cioè dal canto, dalla danza e anche dalla figuratività delle espressioni. Una volta approdati alle lettere (anzitutto con la trascrizione in Occidente dei due poemi epici attribuiti a Omero, diversa è la vicenda dell’Oriente), è nata appunto la scrittura “letteraria”, che tenta di recuperare, attraverso i segni dell’alfabeto, le emozioni originarie del vivere (per dire la cosa molto in fretta e in modo certo insufficiente). Nella letteratura, intesa nel senso più ampio, si deposita il ricordo della intera epopea dell’umanità e quindi la più alta consapevolezza della nostra storia e del nostro destino. Tra le grandi opere letterarie dell’umanità, quella che ho più frequentato e che ancora frequento con frutto indescrivibile è la “Commedia” di Dante».

"The Knight, the death and the devil", B 98. Engraving by Albrecht Dürer. Musée des Beaux-Art de la Ville de Paris.

“The Knight, the death and the devil”, B 98. Engraving by Albrecht Dürer. Musée des Beaux-Art de la Ville de Paris.

Il cavaliere, la morte e il diavolo. E’ con l’immagine di questa incisione di Albrecht Dürer che il professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Milano, Carlo Sini, inizia la sua lezione, dal tema: I nomi e le cose – L’epopea dimenticata. “Husserl – spiega Sini – scorgeva nel cavaliere fiero e sprezzante del pericolo che, chiuso nella sua corazza, precedeva senza timore, incurante del diavolo e della morte, il cammino della fenomenologia”. Oggi come allora, sostiene il professore, la filosofia – per vedere le cose con sguardo puro – deve evitare di cadere in due tentazioni: “l’oblio del linguaggio (la morte) e la sopravvalutazione delle parole (il diavolo)”. Secondo Sini infatti, il segno mai coincide con le cose, “le parole non sono cose”. Il linguaggio è piuttosto un automa, il primo grande artificio costruito dall’uomo. “E’ un’eredità. Ciascuno di noi è parlato dal linguaggio, vero e proprio pacemaker del pensiero. Quel che manca è la consapevolezza che parole e cose sono inscritte insieme nella storia”. Per Carlo Sini la filosofia non è né scienza né poesia: “essa deve procedere, come il cavaliere, con coraggio, verso la cosa stessa”. Le parole hanno senso ora, ma sono sempre postume. Posticce. “Non tutto può esser detto in ogni tempo”, sentenzia Sini. Ecco allora che per giungere alle cose, al sapere dei segni, occorre esser consci che la nostra mentalità presente, non è eterna, unica o universalmente vera, bensì un prodotto, transitorio, come tutti gli altri. Nietzsche si era reso conto di questo fatto, quando nel 2° aforisma di Umano troppo umano parla di un filosofare cieco. Cieco perché ignora che la storia dell’umanità è ben più lunga di quella che i loro occhi possono vedere. “Dobbiamo recuperare la storia, quella di tutti – continua Sini – nella consapevolezza che abbiamo un rapporto vivente coi segni del passato. La cosa cammina la parola. Le parole fanno transitare le cose sin dove possono, poi nasce l’esigenza di creare parole nuove, perché queste non bastano mai”.

L’epopea è, secondo Sini, la sostanza di ogni cosa. “La verità assoluta è nel transito, nell’abbandono dei saperi superstiziosi. La filosofia è l’avvocato della vita, direbbe Nietzsche, il ricordo della vita che è transitata, transita e transiterà. Ridar voce all’epopea dimenticata, al sapere dei segni, significa anche non cadere nelle illusioni scientistiche di tanti nostri contemporanei, che credono con un paio di molecole, di avere risolto questioni che attengono l’umano”. (Jessica Bianchi)

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POESIE DELL’IMPERATORE GIAPPONESE SUTOKU (1119-1164) – UN POETA METAFISICO DEL TARDO PERIODO HEIAN a cura di Steven Grieco (prima traduzione in italiano)

 

periodo heyan

periodo heyan

soldato

soldato

 

 

 

 

 

 

 

 

新古今和歌集
百首歌めしける時、春歌崇徳院御歌
やまたかみいはねの桜ちる時は天の羽衣なづるとぞみる

Shinkokinwakashu

Ordinò 100 waka, ed egli stesso cantò questa composizione di primavera:

i piedi di quella rupe massiccia accarezzavano
petali di ciliegio volteggiando stupiti, quasi
fossero i veli di un angelo

 

stendardo imperiale

stendardo imperiale

Questa composizione rappresenta uno dei vertici raggiunti dal waka Heian dedicato al fiore di ciliegio. I suoi petali vengono paragonati alle vesti di una divinità buddhista che scende sulla terra, così si diceva, per portare gli uomini giusti in cielo. L’autore di questo waka è Sutoku, l’imperatore che causò la fine del periodo Heian (794-1185), il periodo d’oro del Giappone classico. La sua storia è davvero insolita, e certamente vale la pena di raccontarla non soltanto per gli eventi che segnarono la sua breve e infelice vita, ma anche perché fu un poeta importante.

Sutoku crebbe e raggiunse la maturità nella prima metà del sec. XII, periodo di transizione fra il Giappone classico e il Medioevo, in cui le debolezze dell’insei, governo di clausura, iniziavano a farsi sentire. In base a questa istituzione, l’imperatore effettivo abdicava a favore di un successore – spesso uno dei propri figli, prescelto in tenera età– per meglio manipolare la vita politica nella capitale Heian-kyō (l’odierna Kyōto).

Shirakawa fu il primo sovrano a usare l’insei vigorosamente e per i propri fini. Sentendo troppo ingombrante l’influenza dei reggenti Fujiwara sulla famiglia imperiale, abdicò in favore del figlio Horikawa, ritirandosi in un monastero, lontano dai centri del potere, da dove poi continuò a esercitare un controllo occulto sugli affari di stato per mezzo di intrighi politici e con il sostegno di clan militarizzati provenienti dalle province. Così dal suo chiostro Shirakawa tenne in pugno le sorti dell’impero giapponese fino alla sua morte 40 anni più tardi. Egli riuscì inoltre a concentrare grandi terreni coltivabili a riso (shoēn), fino ad allora proprietà dello stato, nelle mani della casata imperiale, e quindi a scapito dei Fujiwara.

Successe durante questo periodo che fino a tre diversi imperatori si trovassero a regnare allo stesso tempo: l’imperatore ufficialmente in carica (tennō), l’imperatore abdicatario (jou-ko), e l’imperatore in ritiro monastico (ho-o). Gli ex-sovrani abitavano nei loro palazzi privati o in palazzi-monasteri, circondati dalla famiglia, dalle concubine, e da un piccolo esercito al loro comando. I maggiori monasteri buddisti erano peraltro realtà importanti nel Giappone di quei tempi, padroni anche loro di grandi numeri di shoēn, e spesso organizzati su linee militari e dunque in grado di contrastare il potere centrale.

Non di rado i diversi imperatori emanarono editti contrastanti, fatto che portò a una crescente incertezza riguardo a dove risiedesse l’autorità suprema dello stato. Nel gioco d’ombre di manovre politiche e centri di potere invisibili, apparve un nuovo titolo, jiten no kimi, “colui (che regna) dal cielo”, “augusta persona”. Non era mai del tutto chiaro chi dei tre imperatori fosse in un dato momento il più potente, certo è che soltanto il jiten no kimi aveva il potere di scegliere il proprio successore, ed era questo diritto di scelta che indicava la massima autorità politica nella capitale in un dato momento.

La madre di Sutoku era Taiken-mon-in. L’imperatore Shirakawa l’adottò quando era ancora una giovane fanciulla, facendola crescere all’interno della sua numerosa famiglia. Quando Taiken-mon-in raggiunse la maggiore età, il padre adottivo la dette in sposa al proprio nipote, imperatore Toba. Tuttavia, anche Shirakawa, dopo l’abdicazione e il ritiro in clausura avrebbe, all’età di circa sessant’anni, avuto una relazione con Taiken-mon-in. Da quella unione si disse che fosse nato Sutoku, figlio quindi di suo nonno. Nel 1123, Shirakawa costrinse Toba ad abdicare, installando sul trono Sutoku, che aveva appena tre anni. Da allora in poi Toba era tenuto a rivolgersi a Sutoku, che era più giovane di lui di sedici anni, con l’appellativo “Grande Zio”.

Il regno di Sutoku durò 18 anni. Durante questo periodo, egli dette ordine di procedere alla compilazione dell’antologia imperiale Shikawakashu, alla quale egli stesso contribuì con diverse composizioni.

 minamoto yoritomo

minamoto yoritomo

 

詞花和歌集
三月尽日うへのをのこどもを御前にめして、はるくれぬるこころ
をよませさせたまひけるによませ給ける新院御製
をしむとてこよひかきおくことのはやあやなく春のかたみなるべき

Shikawakashu

Alla fine di marzo, egli chiamò a corte le Loro Eminenze, chiedendo loro
di comporre sulla tarda primavera, ed egli stesso cantò:

Anche se rimpiango la sera che se ne va
come potrebbero queste semplici parole-foglie
aspirare ad essere ricordo della primavera

詞花和歌集
新院御製
せをはやみいはにせかるるたきがはのわれてもすゑにあはむとぞ思ふ

 

Shikawakashu
Senza titolo:

le rapide precipitose, pur sbarrate da una rupe
e scisse in due correnti, anelano un giorno
a ricongiungersi

 

Ashikaga Takauji

Ashikaga Takauji

Con il tempo l’inimicizia fra Toba e Sutoku aumentò. Dopo la morte di Shirakawa, Toba si ritirò in un monastero e iniziò a governare in clausura, scegliendo come proprio successore il figlio Kono-e, ancora in fasce, avuto dalla concubina preferita, respingendo la candidatura proposta da Sutoku di installare sul trono il proprio figlio, Shigehito. Al fine di risolvere il contenzioso in modo pacifico, Sutoku, che aveva allora ventitre anni, si disse d’accordo di abdicare a sua volta, dopo aver ricevuto assicurazioni da Toba che Shigehito sarebbe succeduto a Kono-e. Per ulteriormente garantire l’intesa fra i due sovrani, la consorte di Toba e madre di Kono-e prese in adozione Shigehito, trattandolo come un suo figlio, pratica comune nel Giappone aristocratico di quei tempi.

Dopo 14 anni sul trono, Kono-e morì, all’età di appena diciassette anni. Circolarono voci che l’imperatore abdicatario Sutoku, ancora ambizioso di avere una mano nella politica a corte, avesse fatto uso di magia nera per provocare la fine prematura del giovane sovrano. Nel 1155 l’imperatore monaco Toba, annullando l’accordo siglato con Sutoku, installò sul trono del crisantemo un altro suo figlio, Go-Shirakawa. Go-Shirakawa sarebbe stato in realtà anche lui figlio di Taiken-mon-in, e quindi fratellastro di Sutoku. Nel decidere questa mossa strategica, Toba ricevette il sostegno di un potente nobile di corte, Fujiwara no Tadamichi.

Toba morì l’anno successivo. Il neo-imperatore Go-Shirakawa provocò Sutoku vietandogli la presenza ai funerali dell’imperatore Toba, anzi ordinò alla polizia imperiale di tenere Sutoku e il suo seguito ben lontani dal luogo delle esequie. L’insulto decisivo venne quando Go-Shirakawa negò a Sutoku anche l’invito alla seconda cerimonia funebre per il compianto Toba.

Dal suo ritiro, Sutoku sostenne Fujiwara no Yorinaga e guerrieri appartenenti ai due clan guerrieri dei Taira e dei Minamoto, nell’organizzare la rivolta contro l’imperatore Go-Shirakawa. Le ostilità fra le due parti scoppiarono nel luglio 1156. Gli uomini di Sutoku, dopo aver progettato un attacco notturno sul nemico, decisero all’ultimo minuto di rimandarne l’esecuzione. Gli alleati di Go-Shirakawa adottarono invece la stessa offensiva notturna, e in capo a poche ore riuscirono a sopraffare la parte opposta, infondendole una bruciante sconfitta.

Sutoku e i suoi furono catturati. Settanta di loro furono messi subito a morte. La Ribellione di Hōgen, come venne in seguito chiamata, segnò il ritorno in Giappone della pena capitale, dopo 250 anni di bando. Sutoku accettò di farsi la tonsura per dimostrare la sua sottomissione all’imperatore in carica Go-Shirakawa, e fu mandato in esilio a Sanuki, sull’isola di Shikoku. Là visse rinchiuso dentro una palizzata di legno, guardato a vista dagli uomini del governatore di quella lontana provincia. Egli aveva allora 35 anni.

 

Bandana Drapeau de la Marine japonaise

Bandana Drapeau de la Marine japonaise

 

Minamoto no Tametomo, uno dei guerrieri che partecipò alla Ribellione di Hōgen del 1156

千載和歌集
近衛殿にわたらせたまひてかへらせ給ひける日、遠尋山花といへる心をよませ給う
る崇徳院御製
たづねつる花のあたりになりにけりにほふにしるし春の山かぜ

 

Senzaiwakashu

Andò al palazzo Kono-e, e al ritorno cantò questa composizione chiamandola, “mi spingo  fin dentro le montagne in cerca di fiori”:[1]

 

penso d’esser giunto nel luogo
ove tutto è in fiore –
si muove il vento, profumando
i monti storditi dalla primavera

 

千載和歌集
百首歌めしける時、花橘の歌とてよませ給うける崇徳院御製
五月雨にはなたちばなのかをる夜は月すむ秋もさもあらばあれ

 

Senzaiwakashu

Avendo egli ordinato 100 composizioni, cantò anche lui questo come waka sul mandarino:[2]

quando piove nella notte di maggio, e il fiore di mandarino
spande ovunque il suo profumo,
anche il più chiaro plenilunio d’autunno
può farsi da parte

千載和歌集41
百首歌めしける時、春のうたとてよませ給うける崇徳院御製
あさゆふに花まつころはおもひねの夢のうちにぞさきはじめける

Senzaiwakashu

Quando ordinò 100 waka, egli stesso cantò questa composizione sulla primavera:[3]

mattino e sera aspettavo in questa stagione
mi addormentavo pregando di vederli,
i fiori che adesso sbocciano qui,
dentro i miei sogni

千載和歌集
百首歌の中に、鵜河の心をよませ給うける崇徳院御製
はやせ川みをさかのぼるうかひ舟まづこの世にもいかがくるしき

 

Senzaiwakashu

Con il titolo “Fiume dei cormorani”, cantò questa, fra 100 poesie:[4]

 

prima questo risalire con le barche l’impetuosa
corrente della vita, faticando alla pesca
con i cormorani: poi dover tornare ancora
in questo mondo pieno di dolore

Minamoto_no_Yukiie

Minamoto_no_Yukiie

Molto di quello che sappiamo di Sutoku negli anni di esilio si basa su leggende. Mentre si trovava a Sanuki, si dice avesse copiato i cinque Grandi Sutra con profonda devozione, “sperando di espiare i suoi peccati ed essere reincarnato in paradiso,” e di averli in seguito inviati alla capitale Heian-kyō. Di nuovo timoroso di magia nera, l’imperatore Go-Shirakawa respinse il manoscritto. Nella sua ira incontenibile Sutoku si sarebbe fatto crescere i capelli e le unghie, mordendosi poi la lingua e scrivendo con il sangue “io sono il grande demone che distruggerà la casa imperiale”. Alcuni racconti popolari affermano che ancora vivo, l’ex-imperatore diventò un tenngu. Non possediamo raffigurazioni di questo demone risalenti al periodo Heian, tuttavia nei racconti posteriori esso viene ritratto con una testa di cane, braccia e gambe umane, e due ali che gli danno modo di saltare e compiere brevi voli.

Sutoku morì a quarantacinque anni. Alcune fonti affermano che fu assassinato a Sanuki, altri che dopo la morte diventò un onryo, un altro tipo di demone che disturba chi gli ha fatto del male in vita, e può anche ucciderlo. Di queste storie esistono diverse versioni. Certo è che dopo la morte di Sutoku, nella Capitale tutti temevano la sua maledizione. Per placarne lo spirito irato, le autorità decisero di restituirgli il titolo di imperatore, e deificarlo con il nome di Sutoku (su, sublime toku, morale).

 

千載和歌集
百首歌めしける時、九月尽の心をよませ給うける崇徳院御製
紅葉ばのちり行くかたをたづぬれば秋も嵐のこゑのみぞする

Senzaiwakashu

Alla fine dell’autunno cantò questa, fra 100 composizioni:

Quando inseguo le foglie colorate che volano via
sento solo l’autunno urlare nel vento

 yoritomo

yoritomo

Studi recenti sulla vita di Sutoku attribuiscono la trasformazione dell’imperatore in demone a una leggenda che fecero circolare quelli dei suoi ex-sostenitori che dopo la ribellione Hōgen vollero essere perdonati e riammessi a corte. Si tratta di una interpretazione plausibile, poiché nell’opera poetica di questo imperatore non troviamo traccia alcuna di malevolenza, odio, o sete di vendetta, nemmeno nelle poesie che presumibilmente egli scrisse durante gli anni di esilio.

Sutoku era in realtà un uomo colto e sensibilissimo, che scelse di combattere contro quella che egli avvertì come profonda ingiustizia, pagandone pienamente il prezzo. Oggi viene soprattutto ricordato per essere insorto con le armi contro l’autorità imperiale, fatto che non si verificava in Giappone dal tempo della Guerra Jinshin nel lontano 7° secolo. Le sue qualità di fine poeta paiono invece essere largamente scordate.

 

新拾遺和歌集崇徳院御製
さ月山ゆずゑふりたてともす火に鹿やはかなくめをあはす

 

Shinshūiwakashu

sui monti verdissimi di maggio le punte degli archi
si sollevano verso il mite cervo
che muove verso i fuochi, affascinato[5]

Sutoku provocò la fine della tradizione di tolleranza che in Giappone era durata tre secoli, costituendo uno degli aspetti più felici del periodo Heian, parola che deriva da hei (uguale, misurato), e ian (pace). Egli indubbiamente si macchiò di questo crimine. Ma dobbiamo anche chiederci se Sutoku non fosse semplicemente rimasto vittima delle oscure trame del periodo insei – se non fosse stata cioè questa forma di governo che finì per destabilizzare l’antico equilibrio di potere tra la famiglia imperiale e i reggenti Fujiwara, determinando così la discesa della società Heian nella corruzione e nell’immoralità. Comunque stiano le cose, la ribellione di Hōgen e la successiva guerra di Genpei misero un sigillo sul destino del Giappone classico, e aprirono la porta alla dittatura degli Shōgun, che avrebbero imperato per ben sette secoli su una società da essi fortemente militarizzata.

 

千載和歌集崇徳院御製
春のよはふきまふ風のうつり香を木ごとにむめとおもひけるかな

Senzaiwakashu

Ordinò 10 waka, cantando anche lui questa composizione sul susino:

notte di primavera, negli sbuffi di vento
tutti gli alberi profumano di susino –
senza quel turbinio, li riconoscerei uno ad uno

 

新古今和歌集崇徳院御歌
うたたねは荻ふく風におどろけどながきゆめ路ぞさむる時なき

Shinkokinwakashu

destandomi all’improvviso per il vento che tormenta la siepe,
mi ritrovo sulla via di un sogno, di un tempo senza risveglio[6]

 

sutoku Emperor_Higashiyama

periodo heyan

 

Dei tre waka che seguono, i primi due appartengono forse allo stile tardo del poeta, mentre il terzo si dice sia la sua ultima composizione.

 

千載和歌集
秋深み黄昏時の藤袴匂ふは名残る心地こそすれ

 

Senzaiwakashu

Alla fine dell’autunno, cercando fiori:

adesso che avanza l’autunno, l’umile eupatorio
disperde il suo profumo sul far della sera,
come lasciasse una fama imperitura[7]

続古今和歌集
浄名居士を崇徳院御歌
くみてとふ人なかりせばいかにして山井のみづのそこをしらまし

 

Zokukokinwakashu

Rivolto a Vimala-kirti:

senza qualcuno che ne attinga l’acqua
come sondare il fondo
di una sorgente di montagna

 

玉葉和歌集崇徳院御製
讃岐国にてかくれさせ給ふとて、皇太后宮大夫俊成に見せよとてかきおかせたまひる
夢の世になれこしちぎりくちずしてさめん朝にあふこともがな

 

Gyokuyouwakashu

Sul letto di morte nell’esilio di Sanuki, l’imperatore Sutoku cantò questa
composizione, chiedendo ad uno dei suoi di portarla a Fujiwara Shunzei: [8]

seppure assuefatti a questo mondo che è soltanto un sogno
non venga mai meno la nostra amicizia:
svegliandomi al mattino,
con un augurio ti verrò incontro

 tardo periodo heian

tardo periodo heian

Uno studio dell’opera di Sutoku pone l’interrogativo se la reale testimonianza della vita di un uomo sia il racconto di lui tramandato dai contemporanei, e non forse la personalità che emerge dagli scritti. Non lo sapremo mai con certezza. A giudicare dagli eventi della sua vita, ci saremmo aspettati un Sutoku poeta profondamente amareggiato, che sfoga nella sua opera l’ira e la mortificazione che certamente dovette sentire. E invece, vi scopriamo inaspettato il ritratto di un uomo pieno di compassione per i suoi simili, compassionevole perfino verso gli animali. Senza essere religioso, egli esprime una spiritualità simile a quella di San Francesco.

I suoi waka sono notevoli per la forma impeccabile, e il sentimento controllato. Fin dall’infanzia Sutoku fu allevato come futuro imperatore del Giappone, doveva dunque prendere piena consapevolezza di se stesso come portatore della grande e aristocratica tradizione del waka tramandata dall’eccelso poeta Ki no Tsurayuki, e della prima antologia imperiale Kokinshu.[9] In questo senso egli è culturalmente parlando un tipico reazionario, ma anche uno degli uomini più colti del Giappone del suo tempo.

Il waka all’inizio di questo articolo non potrebbe fornire un esempio più chiaro di ciò. In un sutra buddhista si dice che una volta ogni mille anni una kinnari celestiale scende in terra e per lungo tempo accarezza un grande masso di pietra con la sua veste. Quando il masso scompare, una unità di tempo cosmico è completa.

I waka di Sutoku ci mostrano un uomo appassionato, e danno forse il modo di scorgere il nesso fra l’opera mirabile e un’esistenza senza speranza. La sua primavera era destinata a rimanere incompiuta. Gli eventi tumultuosi che conobbe gli negarono anche l’estate – e l’autunno, quando maturano i frutti.

 

千載和歌集崇徳院御製
百首歌めしける時、くれの春のこころをよませたまひける
花はねに鳥はふるすにかへるなり春のとまりをしる人ぞなき

Senzaiwakashu
Quando ordinò 100 composizioni, cantò questa alla fine della primavera:

ogni fiore torna alla radice, ogni uccello al proprio nido
nessuno sa dove va la primavera a dimorare

Steven Grieco a Trieste giugno 2013

Steven Grieco a Trieste giugno 2013

Nota

 Questo scritto è frutto di una collaborazione tra due autori. Il primo di questi, che ha contribuito con i materiali e la visione poetica del poeta Sutoku, desidera non essere nominato. Il secondo, Steven Grieco, ha compiuto la traduzione dei waka, fornito la cornice storica e curato la stesura definitiva del testo.

 Steven J. Grieco, nato in Svizzera nel 1949, poeta e traduttore. Scrive in inglese e in italiano. In passato ha prodotto vino e olio d’oliva nella campagna toscana, e coltivato piante aromatiche e officinali. Attualmente vive fra Roma e Jaipur (Rajasthan, India). In India pubblica dal 1980 poesie, prose e saggi.  È stato uno dei vincitori del 3rd Vladimir Devidé Haiku Competition, Osaka, Japan, 2013. Ha presentato sue traduzioni di Mirza Asadullah Ghalib all’Istituto di Cultura dell’Ambasciata Italiana a New Delhi, in seguito pubblicate. Questo lavoro costituisce il primo tentativo di presentare in Italia la poesia del grande poeta urdu in chiave meno filologica, più accessibile all’amante della cultura e della poesia. Dieci sue poesie sono comprese nella Antologia di poesia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Roma, Progetto Cultura, 2016).

Attualmente sta ultimando un decennale progetto di traduzione in lingua inglese e italiana di Heian waka. In termini di estetica e filosofia dell’arte, si riconosce nella corrente di pensiero che fa capo a Mani Kaul (1944-2011), regista della Nouvelle Vague indiana, al quale fu legato anche da una amicizia fraterna durata oltre 30 anni.
protokavi@gmail.com

[1] Waka notturno, probabilmente sul ciliegio selvatico, anche se non viene usata la parola sakura (fiore di ciliegio), poiché i nobili della Capitale facevano la gita di primavera in montagna unicamente per ammirare questo fiore. A differenza del susino, che spande il suo profumo, il poeta deve trovarsi direttamente nella zona di fioritura del ciliegio per percepirne il lievissimo profumo. Il ciliegio è in realtà una dea giapponese, Kono-hana-sakuya-hime.

[2] Da sempre nel waka Heian la luna rappresenta chiarezza e profondità psichica. Invece il nostro poeta trova ancora più penetrante il profumo del mandarino nell’umida notte di maggio. Come se la luna rischiarasse soltanto un paesaggio spettrale, mentre il mandarino entra nei recessi più nascosti il cuore, evocando il ricordo di una passata dolcezza.

[3] La fioritura viene qui ricreata grazie alla potenza immaginativa del poeta. Qualche secolo prima, nella sua prefazione alla Kokinshu, prima delle sette grandi antologie imperiali di poesia, Ki no Tsurayuki aveva stabilito che la fantasia dell’uomo è speculare rispetto alla fioritura del ciliegio: l’uomo si limita ad esserne stupito osservatore. In questo waka, Sutoku si spinge più lontano, affermando il predominio della immaginazione umana sulla natura.

[4] Riferimento all’antico metodo di pesca con i cormorani. I pescatori risalgono il fiume, poi scendono lentamente, intenti al loro lavoro. Dopo una dura vita come questa, essi dovranno comunque tornare in vita perché hanno commesso il peccato di uccidere.

[5] La poesia si riferisce a un tipo di caccia, che faceva uso di fuochi accesi per attirare i cervi per poi facilmente abbatterli.

[6] La siepe è il miscanthus sacchariflorus, ogi in giapponese. Ha foglie color argento, lunghe e morbide, che il vento piega facilmente. Utatane è il sonnellino, o dormiveglia, spesso usato nel waka Heian per operare un collegamento tra il sonno e la veglia. Qui il poeta si dispera, of ever experiencing the deeper awakening he longs for. La vita come sogno era un tipico concetto del waka Heian.

[7] Fujibakama, varie specie del genere eupatorium, con fiori poco appariscenti, ma foglie molto profumate quando la pianta appassisce.

[8] Composizione di 30 sillabe, fuori del canone classico del waka, di 31 sillabe. Fujiwara Shunzei, poeta amico di Sutoku, più grande di lui di cinque anni.

[9] Ki no Tsurayuki fu uno dei massimi poeti e teorici di poetica, vissuto a cavallo fra il nono e decimo secolo. Gli viene attribuita la paternità dell’introduzione critica alla prima antologia poetica imperiale, la Kokinshu, che rimase riferimento base per secoli di poesia giapponese.

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UN POEMA di Gëzim Hajdari “Contadino della tua vigna” con una nota di Raffaele Taddeo

 

Gëzim-Hajdari Bellano 2003

Gëzim-Hajdari Bellano 2003


gezim hajdari copertina 

 

 

 

 

 

 

 

Poesie scelte I° edizione. Edizioni Controluce 2008

Poesie scelte II° edizione. Edizioni Controluce 2014  (quest’ultima edizione ampliata include testi nuovi rispetto alla prima edizione).

 

Gëzim-Hajdari San Petro Cutud, Manila, Filippine 2003 foto di Piero Pomponi

Gëzim-Hajdari San Petro Cutud, Manila, Filippine 2003 foto di Piero Pomponi

Premessa

Quest’antologia raccoglie una parte dei miei testi tratti da Erbamara, Antologia della pioggia, Ombra di cane, Sassi controvento, Corpo presente, Stigmate, Spine nere, Maldiluna e Peligòrga. Sono passati ben ventitre anni dalla prima pubblicazione. Anni convulsi di lotte per la libertà e per la democrazia del mio Paese, denuncie contro i crimini della dittatura comunista di Hoxha e contro gli abusi e le speculazioni dei nuovi regimi mascherati, disillusioni, minacce di morte, fughe, esili, condanne al silenzio da parte della mafia politica e culturale di Tirana Più di dodici  anni di mestieri diversi come manovale per sopravvivere, sia in patria che in Occidente, studi infiniti, viaggi  in Africa, in Asia e nel sud del mondo testimoniando diverse e dimenticate realtà, spesso rischiando anche la vita.

É’ proprio durante questo percorso che nasce e prende corpo il mio verso, nutrito dai canti epici dei miei avi malsorë (montanari). La mia stirpe proviene dalle Alpi del Nord, luogo mistico dove si trovano il Bjeshkët e Nëmuna (Le Montagne Maledette) e dove ha regnato per cinquecento anni il Kanùn, (Codice Giuridico orale albanese) e la besa (la parola data, la promessa). Tutto passava attraverso la parola.

Sono testi scritti parallelamente in tutte e due le lingue: in albanese e in italiano.

Non ho seguito un ordine cronologico di pubblicazione, ma quello di creazione delle raccolte. Voglio far rilevare  che, in quest’antologia, non ho potuto inserire i versi del Poema dell’esilio (II° edizione ampliata 2007), nonché il dramma epico in versi Nur. Eresia e besa perché considero queste ultime due opere complesse e a parte. Come tale, non potevano essere spezzate, ma devono essere lette integralmente. Coloro che l’hanno letta, comprenderanno le ragioni della mia decisione.

Gezim Hajdari foto di Piero Pomponi sul fiume Niger, Mali, 2004

Gezim Hajdari foto di Piero Pomponi sul fiume Niger, Mali, 2004

Raccogliere questi testi in un “nuovo libro” (che viene pubblicato anche in lingua albanese dallo stesso editore) è stato per me molto difficile e toccante, come tornare indietro nel tempo e nello spazio e rivivere di nuovo il mio percorso poetico, che ha inizio nel paese natale Hajdàraj, piccolo villaggio collinoso della provincia di Darsìa, dove durante l’autunno e l’inverno si scatenano lampi, tuoni e fulmini tremendi e dove tira sempre vento.

Penso che questa mia scelta, promossa dal mio editore storico Besa, riuscirà ad accompagnare i lettori, dando loro, finalmente, un panorama più completa del mio viaggio poetico tra i  mondi in quest’arco di anni. E’ stato doveroso proporre  questa ‘nuova raccolta’, poiché le mie prime raccolte uscite in Italia dopo gli anni ’90 sono esaurite e in attesa di ristampa.

G.H.

Gezim Hajdari Lucca 2001

Gezim Hajdari Lucca 2001

Quarta di copertina

“Gezim Hajdari, con la sua opera sta universalizzando l’essere stesso del migrante. La precarietà, la solitudine, la emarginazione come situazione della migrazione individuale è il canto che si sprigiona dalla poesia del poeta di origine albanese. Dante aveva universalizzato la pur reale condizione della lontananza dalla sua patria, trasfigurandola come lontananza del singolo dalla gloria e dalla salvezza eterna, dal Paradiso; Gezim Hajdari ha universalizzato, invece, la necessità dell’abbandono e della lontananza da qualcosa di prettamente terreno. In Dante l’esilio, l’attaccamento alla patria terrestre, viene scavalcato dalla vita eterna; in Hajdari, l’esilio conduce al superamento di ogni legame con un territorio terrestre lasciando l’uomo senza altro territorio se non il proprio corpo. E’ la condizione dell’orfano perenne che deve contare sulle proprie forze per sopravvivere, senza alcuna adozione. Il paragone con Dante potrebbe sembrare eclatante, ma a quanto mi è dato di conoscere, difficilmente nella storia italiana o addirittura nella letteratura mondiale, è rintracciabile un poeta capace di universalizzare la situazione dell’esilio e dello spaesamento così come avviene in Hajdari.”

(Raffaele Taddeo)

Gezim Hajdari Ancona 2010

Gezim Hajdari Ancona 2010

 

 

 

 

 

 

 

CONTADINO DELLA TUA VIGNA

Fanciulla della Ciociaria,
mia dolcezza, fiore selvatico delle colline di Saturno,
sei una puledra focosa che corre per i campi trebbiati
tirando calci al vento,
piena di odori e fiumi femminili,
profuma la tua pelle mora e inebria gli erranti.
Appena ti sfioro, il tuo corpo freme,
il tuo pube si apre come una rosa fresca ,
come la melagrana matura nella mia Darsìa
che toccata dalle prime gocce delle piogge autunnali
si spaccava e gocciava sul suolo assetato,
conducimi nei tuoi inni, nelle tue curve ombrose.
Mi incanto nell’odorare la tua carne giovane e lussuriosa
che eccita il mio giunco,
il tuo seno polposo all’insù avanza
verso i miei cieli nudi.
Io vengo da una regione di eros
è per questo che fremo di desiderio;
nel mio villaggio ero circondato in ogni istante da attimi d’amore:
fichi neri sui rami che si aprivano e gocciavano,
fiori di iris, dal colore della tua ferita, avvolgevano
la mia casetta giorno e notte.
Albicocche dal sapore di miele che pervadeva la mia stanzetta
e il gelso rosso, le more, le visciole che provocavano le mie mani
e le mie labbra con il loro mosto,
come fosse il sangue della prima notte.
Ogni mattina sull’erba del mio giardino trovavo petali di rose rosse
cadute di notte sull’erba verde
ed io divenivo un toro infuriato nell’arena;
cotogne mature spezzavano le tegole della casetta di pietra
a notte fonda,
svegliandomi dai sogni erotici notturni.
Oh, i chicchi d’uva bianca come i tuoi capezzoli succosi
pieni di latte e di desideri,
l’anguria fresca sfiorata dai miei passi che si apriva all’istante,
come oggi la ferita tra le tue cosce dove scorrono le tue acque
che fluiscono nelle mie acque
bianche come la rugiada delle valli
si modellano le orme delle mie labbra umide sul tuo ventre ardente di donna.
Oh, la neve bianca sulle colline che mi faceva ricordare il velo
delle spose del villaggio nel giorno del matrimonio,
oh, il lenzuolo macchiato di sangue della prima notte
appeso nel giardino alla vista di tutti,
giuggiole e corniole rosse come un rosario intorno al tuo collo
[di cerbiatta
e il vomere che arava la terra come fosse il corpo maturo
della mia bella vicina di allora.
Bevo la tua verginità come un folle,
come bevevo il succo della melagrana spaccata nella mia collina
[nei meriggi di ottobre;
la mia giovinezza trascorreva nel tormento,
la mia Darsìa provocava il mio eros ogni momento,
[giorno e notte.
Cosa non ho fatto per placare i miei istinti sessuali al tempo
[della dittatura albanese,
flagellando la mia parte bassa legata al peccato
e bevendo latte di capra.
Erano tempi duri di castità di Stato,
chi rubava un bacio commetteva un’eresia
e finiva in prigione per stupro e violenza,
strano spettacolo di vita si giocava nella mia patria
e a me è toccato nascere proprio nella regione
più erotica e più proibita del mondo;
dove ho visto i contadini castrare i testicoli del toro
con le pietre
e la vitella accanto che guardava stupita il castigo crudele inflitto al suo amoroso,
nessuno ha mai visto una castrazione così terribile.
Voglio esplorarti cellula per cellula,
voglio bere tutti i ruscelli dei tuoi laghi,
tutte le tue lune piene;
nessuno potrebbe attraversarti come me ex pastore di capre,
grida, strilla, di più, di più voglio sentire ogni tuo gemito profondo,
sazierò ogni tuo desiderio scabroso
morderò come un affamato la tua pelle,
le colline nude dei tuoi seni di pesca.

Gezim Hajdari nel suo studio foto di Iris Hjadari

Gezim Hajdari nel suo studio foto Iris Hjadari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Piangi, ridi, impazzisci, voglio cadere sopra il tuo corpo
come un martire sul campo di battaglia
fedele al suo condottiero
ucciso con la propria freccia.
Non mi spaventa la tua fame di donna
entrerò nella tua arena senza armi e senza corazza
solo con il mio cavallo imbizzarrito,
senza sella, né briglie, né cintura.
Domerò l’incendio della tua selva,
mi bagnerò del piacere della tua dorata conchiglia,
ascolterò i tuoi suoni, il tuo buio, le tue ombre,
sentirò la tua caverna priva di tempo vibrare di passione.
Sono io il tuo toro errante che ti lega all’albero dell’olmo
come faceva con la sua capra
nel villaggio natale;
tutti quelli che ti hanno amato prima di me non sono stati altro che eunuchi,
tutti quelli che ti hanno attraversato prima di me ti hanno mentito.
Voglio toccarti il fondo,
spegnere le tue fiamme con la mia carne,
invadimi con le tue mani come un nemico arreso,
fammi sdraiare su un letto di pietra cannibale,
divorarmi, la mia brama d’amore è infinita.
Desidero scavarti ogni giorno, come un tempo la terra oscura di Darsìa;
mia colomba, sono duro e casto
ti possiedo come una robinjë di guerra
e sul mio destriero trionfatore ti porto dal mio re,
divoratore di prede.
Mia confessione, respiro il tuo corpo lieve, i tuoi brividi,
i tuoi sospiri, i tuoi fremiti,
respiro il nettare della tua rosa canina
mentre ti afferro come il cavallo la puledra in calore
nel campo di biada.
Godo il frutto del tuo corpo
il mio membro ti sazierà fino a farti scoppiare in lacrime tiepide,
come fossero tiepide pioggerelle d’estate;
appoggia la tua luna nelle mie mani di contadino
affida alle mie labbra assetate il sapore delle tue labbra tenere e carnose.
Apri la tua veste candida,
voglio respirare il profumo del tuo sesso maturo,
felice di essere fecondato dal mio membro desideroso;
coprimi con il tuo corpo come un albero,
sfiorami con i tuoi seni eccitati che fremono,
oh, i tuoi fianchi ricolmi!
Sei pura e il tuo pube è in fiore
ogni sentiero mi porta alla tua ferita,
inebriami della tua fragranza
come la pioggia d’estate penetra nelle fessure della terra spaccata,
così ti penetro anch’io, perché sono il tempo della pioggia.
Sono custode del tuo buio, guardiano del tuo fuoco, contadino della tua vigna,

per me diventi una patria per la prima volta senza tiranni,
un nuovo esilio;
ed io ti nomino regina degli esuli in fuga
verso la linea sottile dell’orizzonte impazzito.

gezim hajdari Foto di Luigi Morante. Centro Internazionale di Lingua e Cultura Italiana a Parigi, 2007

gezim hajdari Foto di Luigi Morante. Centro Internazionale di Lingua e Cultura Italiana a Parigi, 2007

 

 

 

 

 

 

 

 

Ho paura! Sei un errante e un giorno te ne andrai,
non manterrai la tua promessa di besa
e l’anima mia non riuscirà a trovare pace in cima alla collina buia,
tu mi fai solo soffrire,
uomo dagli occhi di falco,
non lascerò che mi trasformi in polvere e cenere;
ma appena mi sfiori, non resisto
la mia carne freme, perdo la memoria e mi arrendo al tuo destriero guerriero.
Mio amante folle,
venuto dal freddo
con il freddo
vieni,
voglio fare l’amore dodici volte al giorno come una pernice;
sono giovane e ti sazierò,
ti inebrierò con i miei profumi d’Oriente fino a farti perdere
la via del ritorno,
ti guiderò da collina a collina,
da fuoco a fuoco,
da valle a valle,
e da verde a verde.

Ti porterò nella mia regione, terra di terremoti,
ti racconterò fiabe d’Oriente d’inganni e tradimenti,
ti trasformerò in un cuculo
che fa il nido nella mia selva ombrosa
e non abbandona il luogo del suo canto.
Nel mio letto dimenticherai la tua patria dell’Est
che ti ha fatto nascere per essere il suo martire
e ti salverò dalla maledizione dei xhin .
Ti amo per le tue notti,
[per il tuo cuore di ghiaccio,
[per i tuoi coltelli affilati nella pietra,
[per il tuo delirio;
mio seme di contadino
voglio essere la tua capra del villaggio di una volta,
per farti bere nel mio seno succoso
che fa aumentare il tuo desiderio di ex pastore virile.
Diventerò la tua favorita
per leggere il tuo destino
e chiamarti con un altro alfabeto;
chiederò alle tue Zana che m’insegnino a leggere
il cielo e la terra come i tuoi avi,
per stregarti e sedurre la tua anima arida
[da monaco mesto.
Ruberò alle spose del fiume la chiave per aprire la porta
invalicabile della tua stanza sgombra

e offrirti una coppa di dolce fiele coltivata nei campi
dei tuoi versi erranti
e vederti ai mie piedi.
Succhierò il sapore amaro delle tue labbra esuli,
ti bacerò fino alla morte
per sottometterti almeno una volta
e sentirmi regina
e tu il guardiano d’ombre che mancherà alla besa Kanùn .

– Baciami e abbi pietà di questo corpo martoriato
che emana gioia e spavento
e vaga di esilio in esilio,
umiliato ed offeso dai tiranni della sua prima patria.
Baciami e prega per queste braccia superstiti
nella dittatura
e ferite nella libertà,
per queste mani cresciute sotto la nudità della pioggia,
per queste labbra che tremano sotto il cielo oscuro dell’Occidente,
per questo Verbo diventato amore e sacrificio.
Accogli questi occhi sconfitti e insanguinati
[fuggiti alla morte di notte,
sempre in allerta pensando che qualcuno m’insegua;
benedici questo sguardo sepolto dal Tempo,
togli queste spine nere dalla mia pelle,
lenisci le mie stigmate,
accarezza le mie pietre
per alleggerire il loro peso prima che mi uccidano.
Non ascolti il nostro sangue rosso che pulsa nelle vene,
le peligòrghe che ci cantano nelle dita?
Mia pernice che profumi d’Oriente,
amiamoci morendo di fronte ai coltelli
e all’alba rinasciamo di nuovo in questo mondo di terrore;
baciamo i nostri corpi innocenti condannati al confine
come se fosse l’ultimo bacio dell’ultimo giorno,
come se fosse eterno,
per tentare se è possibile amarci ancora una volta.
Non ti spaventare, sono le tortore impaurite che si alzano in volo
e le ombre delle colline, quelle che cadono sui nostri corpi,
ora i fulmini giacciono nelle grotte marine oltre l’occhio del giorno.

Gezim Haidari foto di Luigi Morante; Centro Internazionale di Lingua e Cultura Italiana, Parigi, 2007

Gezim Haidari foto di Luigi Morante; Centro Internazionale di Lingua e Cultura Italiana, Parigi, 2007

 

 

 

 

 

 

 

 

 

– Non so se benedire o maledire il giorno in cui ti ho conosciuto,
il tuo amore:
gioia o sventura?
Mio errante di passaggio,
riempimi di te
e lascia che il tuo toro percorra i miei prati
e le mie bianche dune.
Lascia che il tuo diavolo infuriato si asseti nelle mie sorgenti
sono ardente, attraversami con i tuoi xhin,
con le tue Zanat
con i tuoi oracoli,
con le tue pietre.
Seminami, fecondami,
mordimi come mordevi le more,
toccami come toccavi le visciole,
succhiami come succhiavi la melagrana spaccata della tua
[collina,
inondami della schiuma bianca del tuo fiume in piena,
inonda la mia valle di papaveri rossi
e fa che il tuo dio fertile si perda nella mia luna oscura!

(Tratto da Poesie scelte, Edizione Controluce 2014)

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