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Donika Dabishevci (1980) Il dissidio cosmico tra eros e thanatos (Amore e Morte) Introduzione e traduzione di Gëzim Hajdari – L’amore in Albania al tempo della stagnazione – la poesia femminile albanese

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Donika Dabishevci (1980) si è laureata in letteratura Albanese all’Università di Prishtina, dove è nata. Nel 2013 ha conseguito un dottorato in Letteratura albanese all’Università Statale di Tirana. Ha pubblicato tre raccolte poetiche. Ha lavorato alla televisione pubblica del Kosovo, ora insegna in un’università privata a Prishtina.
«La tua robinja», a cura di Gëzim Hajdari, è la prima traduzione in italiano delle poesie di Donica Dabishevci.
«La tua robinja/ Robnesha jote» è la sua prima raccolta tradotta in Italia, la cui pubblicazione è prevista nel 2017 con la casa editrice romana, Ensemble.

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Introduzione e traduzione dei testi
di Gëzim Hajdari

Il dissidio cosmico tra eros e thanatos (Amore e Morte) ha ispirato per millenni filosofi, artisti e cantori dall’antichità ad oggi, da Esiodo e Safo a D’Annunzio. Il mistico San Giovanni della Croce sosteneva che la “morte può essere amore”. Mentre Leopardi, dall’alto de “Il colle dell’Infinito” di Recanati, affermava: “Due cose belle ha il mondo, “Amore e Morte”. L’eros è la vera essenza divina, energia vitale e forza creatrice della vita, il sentimento più intimo del nostro io, lo spirito del nostro essere, che nel corso della storia è diventato fonte d’ispirazione e di tormento per i poeti di ogni epoca.
Basti pensare al celebre poeta latino Catullo, «Vivamus mea Lesbia, atque amemus /Viviamo, mia Lesbia, ed amiamo». Versi struggenti che racchiudono il mistero dell’esistenza umana.
Il tema di eros e thanatos percorre con una forza dirompente i versi della raccolta «La tua robinja » della poetessa kosovara Donika Dabishevci. Quarantasette poesie che parlano delle passioni amorose ed erotiche, della sensualità, della vita, dello scorrere del tempo, del tormento e della morte. Scritte con un linguaggio scarno e lapidario, i versi esistenziali della Dabishevci, voce singolare della poesia albanese del Kosovo, restano scolpiti nella memoria del lettore.
La raccolta si apre con un testo-preghiera in cui la giovane fanciulla invita il suo uomo a non aver paura, ma di unirsi a lei per condividere insieme il desiderio d’amore. Il suo corpo maturo frema, la sua anima vibra. È il momento più atteso per l’amata inebriata di desiderio ed eros, che gioisce e soffre allo stesso tempo. Porta nel sangue il fuoco, simbolo del vigore e della giovinezza. E sogna l’attimo sublime in cui lui versi in lei la linfa vitale, come testimoniano questi versi:

«Non aver paura,
versati in me come un ruscello di sangue.

Entra nelle mie vene,
brucia il mio corpo,
le mie labbra,
accogli la mia preghiera
di donna».

Solo nelle braccia dell’amore ci si rende conto del valore della vita e del senso dell’esistenza dell’essere umano sulla Terra. Il vero amore è riempirsi del sé con gioia per poi condividerla con l’amato senza rimpianti e nostalgia. Donare all’altro quello che si è, suggerisce Donika. Del resto, ‘siamo nati per amare, non per odiare’, detto con le parole di Sofocle. L’eros nei suoi versi viene vissuto non soltanto come stato fisico ma anche come esperienza interiore, celebrazione dell’amore e della quotidianità:

«La vita sembra un soffio
quando mi perdo in te,//
doniamo a noi stessi
ciò che siamo».

L’autrice non ha paura di svelare la sua ‘nudità, le sue passioni erotiche e di vivere la sua libertà spirituale. «La cosa più bella è ciò che si ama», scriveva Saffo più di duemila anni fa’. È per questo che si rivolge al suo uomo con queste bellissime parole:

«Voglio che tu sia maschio,
senza veli nel corpo,
che mi scavi a fondo,
giunco incendiato
che si scioglie
nelle mie acque».

La donna desidera essere amata come solo un uomo vero può amare. La sua pelle trema. Colma di sete d’amore, vuole essere posseduta dalle braccia del dio eros. Immagina l’istante in cui il destriero del suo uomo si immerge nel desiderio e si tinge del rosso della sua ‘ferita’: vuole sentirsi donna tramite il piacere carnale. Tutto questo viene espresso con una passione travolgente:

«Vieni,
prendimi,
toccami,
amami,
fammi impazzire,
entra dove sai entrare solo tu,
fammi sentire donna».

(Donika Dabishevci)

È proprio questo forte dualismo esistenziale che seduce il Verbo di Donika Dabishevci. Eros e thanatos, con-presenti e conflittuali nella sua poesia, creano delle atmosfere erotiche intense e di straordinaria sensualità:

«Lasciami scavare follemente in te//
Voglio bagnare le labbra incendiate,
risalire alla tua sorgente
e inebriarmi di te».

Sono versi erotici del tutto nuovi per la poesia femminile albanese contemporanea. Durante la dittatura di Enver Hoxha, in Albania, i temi esistenziali e metafisici erano proibiti. Le parole: “toccare”, “baciare”, “eros”, “fare l’amore”, “thanatos”, “sangue della prima notte”, “follia” erano considerate tabù per la censura del regime comunista. Il valore di un’opera si misurava in relazione alla sua forza nel servire il partito, le masse e il socialismo reale. Lo slogan del cosiddetto “realismo socialista” era: «Il poeta dev’essere l’occhio, l’orecchio e la voce della classe proletaria». Si amava in nome del Partito, l’eros e il piacere carnale erano espressione che appartenevano alla morale e l’estetica borghese dell’Occidente reazionario.
È solo dagli anni’90 in poi che la poesia femminile albanese ha iniziato a scoprire le emozioni del corpo e dell’anima, i sensi e il piacere femminile tramite l’amore, come percorso di conoscenza e verità di vita, come pace interiore e libertà. L’amore coinvolge tutte le virtù del mondo spirituale e guida l’uomo verso la pienezza dell’essere, verso l’eternità. Eros significa bellezza del corpo e dell’anima, ricerca sull’animo umana, elevazione mistica.
Il sentimento erotico esalta il corpo femminile e il culto del piacere, ma non sempre rende felicità e pace interiore. Rimpianti, nostalgie e tormenti creano inquietudine nell’anima umana costringendola a vivere tra ragione e follia. Più la donna ama, più l’ombra del thanatos incombe sul suo amore. La nostra poetessa si rende conto che amare significa: gioia e panico. «All’amore – diceva Esenin – non si chiedono giuramenti/ Con l’amore si conoscono gioie e sventure».È una dura lotta quotidiana, ed è questo il lato divino e crudele del dramma umano:

«Maledetto possa essere
l’attimo che generò
questa selvaggia seduzione,
pura follia».

Amare per Dabishevci significa dare la besa al desiderio, per lei l’amore è la vera patria degli umani. Il sentimento amoroso è più forte della morte, e quest’ultima non può placare il bisogno di donarsi:

«Hai seminato radici di gioia
e di morte in me,
mio amore: dolore,
eros e lutto per me”.

«Più forte della morte
è il mio desiderio per te».

La sua forza trasforma in cenere e fiamme ogni minaccia del thanatos:

«Il mio fuoco trasformerà in cenere
e fiamme ogni tuo desiderio».

Nonostante la dura lotta quotidiana in questo dissidio cosmico: «Non riesco a placare le grida delle mie ferite», per la poetessa del Kosovo vale sempre la pena accettare la sfida del destino alla conquista della vera dimensione poetica, spirituale e intellettuale.
Dabishevci sceglie l’eros per far allontanare la morte come una sfida: «Voglio che tu fugga da me». Consapevole del fatto che “la sorella morte” ci accompagna tutti i giorni, la sua poesia può essere letta anche come un dialogo tra l’amore, la vita e thanatos. Amare significa vivere per l’autrice, ma amare significa anche piacere e sofferenza che oltrepassa la sua sfera personale diventando così un’esperienza spirituale e cosmica. Solo chi percepisce questa dimensione può scoprire nella poesia la vita, e nella vita l’amore che unisce e proietta nel futuro, per poi dissolversi in suono, voce, fuoco sacro e canto sospeso nel tempo e nello spazio, quindi morire per vivere e amare diversamente:

«Un giorno, io e tu,
non ci saremo in questo verde,
ci dissolveremo
nel vuoto del tempo».

Viene un momento in cui l’amore terreno diviene amore cosmico, come parte della totalità e dell’origine. È l’atto supremo dell’integrità dell’amore umano. Allora tutto è compiuto come appagamento spirituale dell’anima, come metafora dell’unione universale, in cui ognuno di noi, nella solitudine cosmica, si sente un po’ robinjë :

«È come allora,
nulla è cambiato in me,
ma ora è tardi,
in questa valle
parliamo la lingua degli alberi».

Ciò che distingue i versi di Donika Dabishevci è l’aspetto carnale dell’amore, sa comunicare con il proprio corpo e con la propria femminilità. La poetessa kosovara possiede un’enorme potenzialità creativa. Il suo linguaggio poetico, avvolto da un fascino orientale, è prepotente e suggestivo, senza cadere in un volgare erotismo, e mira la bellezza come punto di arrivo. È da notare che i testi in albanese sono stati scritti in dialetto gegë dell’Albania del Nord.
Quest’opera in bilingue: in albanese e italiano, la cui pubblicazione è prevista per il prossimo anno con la casa editrice romana, Ensemble, rappresenta la prima pubblicazione di una vera voce femminile del Kosovo in Italia.

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[1] Robìnjë: fanciulla che veniva presa viva dalle mani dei guerrieri vincitori, andava ai signori di guerra come trofeo.
[2] Besa: parola data per gli Albanesi.
[3]. Robìnjë: fanciulla che veniva presa viva dalle mani dei guerrieri vincitori, andava ai signori di guerra come trofeo.

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N ON AVER PAURA

Sei quello che sei.

Perché taci,
pietra tombale il tuo silenzio

Ho nelle vene il sole,
non gli abissi.

Maledetto possa essere
l’attimo che generò
questa selvaggia seduzione,
pura follia.

Perché ti spaventi?

Un giorno, tu ed io,
non ci saremo in questo verde,
ci dissolveremo
nel vuoto del tempo.

Tu diverrai una palude,
io una lava vulcanica,
tu, un torrente infuriato,
io una scia di luce
di arcobaleni e pioggia.

Non aver paura,
versati in me come un ruscello di sangue.

Entra nelle mie vene,
brucia il mio corpo,
le mie labbra,
accogli la mia preghiera
di donna.

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EPITAFFIO

Meravigliosi
il tuo respiro e il tuo corpo.
Voglio ricordarti
come l’uomo della mia ferita,
vigoroso,
malvagio,
uomo – quercia.

Hai seminato in me
radici di gioia e di morte,
amore e dolore,
eros e lutto per me.

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SENTO IL TUO PROFUMO

Sento il tuo profumo,
il mio corpo trema,
la mia anima sussulta,
non tardare
a venire,
la mia anima si spezzerà
se non mi raggiungi,
più forte della morte
è il mio desiderio per te.

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DIVENTERAI CENERE

Splende il tuo corpo,
ma il tuo orgoglio un giorno si spegnerà,
diventerai cenere,
come una quercia spaccata dalla tempesta;
cadrai per terra
sciogliendoti in granelli di polvere.

Il mio fuoco trasformerà in cenere
e fiamme ogni tuo desiderio,
sono pronta a incendiarti,
come una belva feroce e docile
.ti donerò segni di ferita.

VOGLIO AVERTI

Voglio averti
in un luogo lontano,
in un deserto infinito,
o su un’isola nel mare
dove posso consegnarmi
al tuo destriero
e alle tue bianche acque
su una pietra bianca e liscia,
sotto gli astri e la luna.

Ti amo
come non ti ho mai amato
in questa valle,
amiamoci
senza parole e gesti,
solo gemiti.

Sei il mio signore
senza le briglia,
ed io fremo di desiderio,
non temo nulla
in questa vita vuota,
toccami,
niente parole,
amiamoci
fino all’eternità.

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LA VITA SEMBRA UN SOFFIO

La vita sembra un soffio
quando mi perdo in te,

la stanza si stringe,
si riempie di uccelli
giunti dai mondi.

Non voglio altro da te,
né tu da me,
doniamo a noi stessi
ciò che siamo.

Respiriamo il mosto
della vita senza ritorno.

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VOGLIO CONCEDERMI ALLA TUA NOTTE

Voglio concedermi alla tua notte
come la luna al buio,

senza parlare,
senza nessun pegno,
nessuna condizione.

Voglio che tu sia maschio,
senza veli sul corpo,
che mi scavi a fondo,
giunco incendiato
che si scioglie
nelle mie acque.

E sentirmi felice
esserci in questo mondo
con te
almeno per un attimo,
lottare fino all’ultimo respiro.

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LA TUA ROBINJA

Sono la tua robinja
folle di te
mio signore.
Ho amato me stessa
guardandomi nei tuoi occhi,
voglio sentire nel mio centro
le tue morbide dita.

Vieni,
prendimi,
toccami,
amami,
fammi impazzire,
entra dove sai entrare solo tu,
fammi sentire donna.

Che le grida e i gemiti
diventino tutt’uno,
voglio domarti
con la mia brama d’amore

Vieni,
voglio saziarmi di te.

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AMIAMOCI

Lasciami scavare follemente in te
e di nuotare dentro di me
per sentirci sospesi sull’erba.

Amiamoci stasera,
c’è tempo per odiarci.

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IN TE

Ti ho rubato i sogni,
in te abitano
solo i tormenti.

Ho dato vita ai tuoi giorni,
in te ho bevuto
senza mai saziarmi,
poi ti ho lasciato volare,
in pace,
senza baciarti gli occhi
e stringerti al mio petto.

Sento la tua assenza,
ti ho cercato nel mio volto,
tra le piogge delle mie mani
le tue strade.

È come allora,
nulla è cambiato in me,
ma ora è tardi,
in questa valle
parliamo la lingua degli alberi.

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Archiviato in Poesia albanese del Novecento

STIGMATA, Antologia bilingue italiano-inglese Shearsman Books, Bristol, trad. Cristina Viti. Presentazione il 9 febbraio 2016, h 19,30, a Swedenborg Hall, 20/21 Bloomsbury Way, Londra. Presentano il libro: l’editore Tony Frazer, Cristina Viti e Ian Seed (prof. all’University of Lancaster and the University of Cumbria). È presente l’Autore. – Gëzim Hajdari / Erbamara Barihidhët Cosmo Iannone Editore, 2013, Dodici poesie, con un Commento di Giuseppina Di Leo

Gezim Hajdari Stigmata, Shearsman Books, Bristol 2016Shearsman Books – Gezim Hajdari – Stigmata Translated by Cristina Viti. Bilingual Italian/English edition. Published November 2015. Paperback, 142pp, 9 x 6ins. ISBN 9781848614413 [Download…

SHEARSMAN.COM

http://www.shearsman.com/…/pr…/5914-gezim-hajdari—stigmata

http://www.shearsman.com/shearsman-reading-events

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Hajdari Gëzim / Erbamara Barihidhët Cosmo Iannone Editore, 2013 con un Commento di Giuseppina Di Leo

Hajdari Gëzim / Erbamara Barihidhët – 1. ed. – Isernia: Cosmo Iannone Editore, 2013 (Kumacreola: Collana di parole migranti e studi transculturali diretta da Armando Gnisci). – pag. 83 € 10,00. Testo albanese, con traduzione a fronte. In appendice: Monumento dell’erba amara, di Andrea Gazzoni.

Nota dell’autore

 Erbamara, scritta nel 1976 mentre frequentavo l’ultimo anno delle superiori nella città di Lushnje, in Albania, non venne pubblicata dall’editore del regime “N. Frashëri” di Tirana.

Secondo la censura: «i testi della raccolta non trattano il tema del nostro villaggio socialista; l’eroe delle poesie è un solitario che sfugge ai suoi coetanei, all’Associazione dei Pionieri, alla realtà; inoltre nei versi sono assenti le trasformazioni che hanno portato il socialismo in campagna sotto la guida del Partito…». A quell’epoca la silloge aveva come titolo Il diario del bosco. Ho tradotto i testi in italiano nel 1999. Due anni dopo, nel 2001, l’opera è stata pubblicata per la prima volta da Fara Editore. Questa nuova pubblicazione è ampliata ed include testi nuovi rispetto alla prima edizione. Offrendo ai lettori questi versi è come se tornassi indietro di molti anni nel gelido e inospitale inverno della dittatura albanese dove ebbe inizio il mio percorso poetico.

Gëzim Hajdari

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Gezim Hajdari

Commento di Giuseppina Di Leo

«Sogno la morte ogni volta / che torna la primavera. / I gemiti si perdono piano piano / nella nudità della pioggia. //…». La condizione di profugo si avverte immediatamente sin dalla prima poesia della raccolta Erbamara. Ci sono versi «gioiosi e tristi», di una nudità panica, nei quali il senso della perdita prevale come coscienza di un’età incisa nei segni del corpo («Di fumo e alcool / odora così presto il mio corpo…»).

È una paura antica, di morte, che si fa strada e il poeta la nomina, quasi per scongiurarla: «Chissà quale mare oscuro un giorno / stroncherà la mia voce.». Allora a premere è la precarietà della dimensione umana, che si richiama alla dimensione del tempo e al suo scorrere. Eppure, in questo caso, la parola si fa messaggero del corpo. Il poeta ne è cosciente, e come Eliot in The waste land, vede la morte in ciò che la vita, esibendosi, ci  modella a suo piacimento con i nostri cambiamenti.

Il poeta sa che a sostenerlo e guidarlo è la parola, portatrice del canto della sua terra; mentre, se venisse a mancargli la voce la terra, da materna, acquisterebbe una dimensione famelica, che incessantemente lo divorerebbe. È come se nascondesse un fondo oscuro e ambiguo la poesia della lontananza di Hajdari, una quasi non-esistenza nel disgregarsi del corpo-parola, conseguenza diretta della separazione fisica dai luoghi d’origine. Di tanta morte il poeta continuerà a cantare, e per quella terra che non rivedrà ne avvertirà incessantemente la nostalgia,: «…Percorrerò per l’ultima volta / la strada dove correvo nell’infanzia. / Se sarà al crepuscolo, / le lucciole illumineranno la nuova dimora.» (Mi troveranno nei campi trebbiati).

Si direbbe quasi che un disegno premonitore sia al fondo della vita di Hajdari (la data di nascita del poeta coincide con la morte del dittatore Stalin). Un evento ineluttabile è dunque la poesia, che è poesia del dolore, del distacco dalle origini e perdita della parola. Una parola che era già eco nel suo pronunciarsi («Gli stornelli che scavavano nella roccia / come se fossero impazziti…»).

Persino la morte si mostrerà spietata, né porterà riscatto all’esistenza: «Anche nell’aldilà mi suonerà / la maledizione nell’alba: / «Non avrai mai fortuna, che tu possa morire / per strada, come un cane!…» (Anche nell’aldilà mi suonerà). La morte, nella sua accezione di annullamento del ricordo andrebbe intesa come pensiero immanente che trova il suo posto nel luogo della poesia: essa condurrà un corpo giovane tra le rovine, per riportare in vita, in maniera, se possibile, ancor più atroce, i richiami ancestrali della terra-madre. Solo così agendo, luogo e memoria diventeranno tutt’uno e quasi legami imprescindibili e, in tal modo, con essi, più dolorosi si faranno i ricordi.

I due temi  ricorrenti in Erbamara, tempo e ricordo, sono al centro di tutta la produzione del “contadino” Hajdari. Come scrive Andrea Gazzoni: «L’erba dei campi di Darsìa è amara, ma più vera e più durevole di quell’allucinazione collettiva che è il potere. […] Aruspice che legge i segni delle colline di Darsìa, il poeta di Erbamara colleziona e annota i vaticini per trovare una chiave capace di rompere la maledizione di un presente sempre uguale, a cui ci condanna il «fango incanutito da secoli», il fango che «si unisce all’eterno» impastando la stessa illusoria permanenza del regime dittatoriale. Ma ogni presagio colto è tanto più sinistro quanto è nitido per i sensi. …».

Gezim Hajdari nel suo studio

Gezim Hajdari nel suo studio

Dal momento che ogni cosa è andata perduta e man mano che il ricordo si perde «sul volto del tempo», «Come una pelle nera», il poeta s’impone la ricerca costante de perché, mentre intorno persino i frutti del suo giardino, cadendo, fanno eco «come brutti sogni.» (Nulla albeggia).

Una elegia del dolore è Erbamara: la brutalità degli anni dittatoriali è infissa nel corpo e risuona nella voce. Il destino sembra dunque segnato e lo perseguiterà «come ombra». Eppure la morte non gli fa paura, se consente la libertà del ricordo: «Due cose porterò con me / nel paradiso promesso: / i pianti in primavera delle prede / e i canti dei gitani.» (Ora vago tormentato nel paese).

«Immensa come te, collina, / è la mia angoscia. / Ogni verso ardente che m’ispiri / è amore e tormento.» Il poeta rievoca ovunque l’habitat naturale come termine di paragone della propria esistenza, immedesimandosi con la natura e con gli esseri che la abitano. In particolare, sono le creature della notte quelle che sente a lui più simili, quando si liberano nell’aria e danno vita a «sogni e speranze nel nulla», fino a al confondersi di «grida e voci» (Immensa come te, collina).

Tempo e memoria sono irrevocabilmente persi in «incendi e abissi». Al poeta non resta che domandarsi che fine abbiano fatto i suoi anni giovanili, così lontani come la giovinezza: «Dove si nascondono i miei anni verdi? / Da collina a collina, / la pelle dell’infanzia perduta / suona e trema al vento.» Gli echi del paesaggio della Darsìa chiamano il poeta quasi a volerlo consolare per la distanza che lo separa; solo un dialogo immaginario gli permette di rispondere dicendo che la sua presenza è sempre lì.

L’andamento piano è una costante delle liriche di questa raccolta, ne misura insieme forza e capacità espressiva. Ma, la poesia, è in grado di esaudire il desiderio? Sembrerebbe di no. Difatti, alla domanda: «Mia patria, / perché quest’amore folle per te?», il poeta nega possa esserci un risarcimento per mezzo dei versi che, anzi, segnano la lacerazione tracciandone maggiormente la ferita:

Mia patria,
perché quest’amore folle per te?
Tu mi hai fatto nascere
per essere la tua ferita.
I miei versi m’inseguono
come vecchi assassini.
Ogni notte si rompe qualcosa
nel profondo del mio ghiaccio.
Gezim Hajdari a Udine 2011

Gezim Hajdari a Udine 2011

Meglio però non lasciarsi ingannare, poiché è dal tormento dei versi che nasce il bisogno comunicativo del poeta. Quando la poesia eleva il «luogo» essa funge da anello di trasmissione di un’idea che diventi «condivisibile», come magistralmente sottolinea Gazzoni: «Esilio in patria ed esilio fuori dai confini si richiamano l’un l’altro attraverso la ricorrenza, nell’opera di Hajdari, di posture, situazioni, gesti e stilemi. Ma ora fermiamoci qui, sulla soglia finale di Erbamara, senza addentrarci nella poesia che Hajdari ha composto in seguito. Lasciamo al lettore il gusto di prendere in mano i singoli volumi o l’antologia delle Poesie scelte, leggendo i testi in sequenza come un unico ciclo poetico, coerente e compatto pur nelle sue trasformazioni, tutte direttamente o indirettamente legate alla terra di Darsìa e alla sua memoria. Proprio questa centralità del luogo nella poesia di Erbamara (e poi di tutta l’opera hajdariana) rivela un’istintiva affinità con i poeti che cominciano dal loro luogo particolare, per quanto marginale sia, per farne poi nel linguaggio e nella memoria della letteratura un luogo di tutti, un luogo comune (dicibile, condivisibile, in una parola: traducibile)…».

Nessuno sa se ancora resisto
in quest’angolo di terra arsa
e scrivo a notte fonda ubriaco
versi gioiosi e tristi.
Sogno la morte ogni volta
che torna la primavera.
I gemiti si perdono piano piano
nella nudità della pioggia.
Come brucia in fretta
la mia giovinezza senza richiami!
Ovunque dintorno mi sorridono
rose e coltelli.
Di fumo e alcool
odora così presto il mio corpo.
Chissà quale male oscuro un giorno
stroncherà la mia voce.
*
Mi troveranno nei campi trebbiati
senza respiro tra le labbra,
sdraiato sulla paglia che adoravo
con i colombi che beccano accanto.
Sul volto il fazzoletto bianco di mia madre,
mi porteranno nella stanza natale:
«Povero ragazzo, quanto ha sofferto!»
dirà la gente intorno al mio corpo.
Dopo avermi lavato
con l’acqua fresca del pozzo,
mi metteranno sul carro del grano
tirato dai buoi di campagna.
Percorrerò per l’ultima volta
la strada dove correvo nell’infanzia.
Se sarà al crepuscolo,
le lucciole illumineranno la nuova dimora.
Gezim Hajdari, Siena 2000 (1)

Gezim Hajdari Siena 2000

Anche nell’aldilà mi suonerà
la maledizione nell’alba:
«Non avrai mai fortuna, che tu possa morire
per strada, come un cane!»

Ricorderò con timore
il mio dio crudele,
la melagrana spaccata
sotto la luna piena.

L’anatra che si tuffava nel lago,
i tori insanguinati.
Come un segno lugubre
il richiamo della volpe nel buio.

Gli stornelli che scavavano nella roccia
come se fossero impazziti,
le spine nere che cacciavo con l’ago
dai piedi di mia madre.

*

Ora vago tormentato nel paese
come uno spirito accoltellato.
Non mi fa più paura la morte
né il freddo della sera.

So chi mi ha amato
nella collina delirante.
Un amore eterno:
il fango e il buio invernale.

Dietro le spalle m’insegue
come ombra il destino.
Tra i calmanti notturni scelgo
il veleno della vipera.

Due cose porterò con me
nel paradiso promesso:
i pianti in primavera delle prede
e i canti dei gitani.

*

Nulla albeggia
sul volto del tempo.

Come una pelle nera
la notte balcanica.

Nell’abisso della valle
polvere i miei desideri,
cenere le mie stagioni.

Cosa cerco
in cima alla collina
di un paese tormentato
e di ubriachi?

Fuori, nel giardino,
il vento fa cadere le cotogne nel fango
come brutti sogni.

Gezim Hajdari Siena 2000

Gezim Hajdari Siena 2000

Appoggiati al muro della casetta,
nell’ultimo giorno d’autunno,
prendiamo il sole che picchia,
io e una lucertola senza coda.

Nulla accade in questa provincia,
gli stessi uomini, gli stessi i volti.
Tutto si trascina con fatica
nel fango incanutito da secoli.

D’ora in poi, nell’arena del gelo,
ci sentiremo soli nella collina cupa.
Io e il falco combatteremo
con i denti e gli artigli.

Sdraiato sulla terra umida
assaporo l’erbamara dei prati.
Negli abissi dei cieli impazziti
si perde il mio sguardo.

Non lontano dalla mia dimora,
dove si fecondano i fulmini,
il vento del mare porta come misericordia
le voci degl’internati nei Campi .

*

Non m’interessa
quale sarà il mio destino.
Se si nasconde qualcosa intorno
no, non voglio saperlo.

Ho vissuto così a lungo
nel mio terrore.
Ho vagato per le strade Hajdaraj
come nella mia tomba.

So ciò che mi attende
dietro ogni crepuscolo.
In un mondo di coltelli
non chiedo di salvarmi.

*

Spesso a notte fonda
entra una strana voce nella mia stanza,
giunge sempre alla stessa ora
dal profondo di un pozzo scuro.

Siede accanto al mio letto
cupa e minacciosa.
Quante volte mi sono svegliato
in ansia e spavento.

«Non ti spaventare fanciullo –
mi ripete ogni volta al buio –
le ombre che ti si affacciano nei sogni,
non sono che chimere.

Vivrai a lungo da guerriero
tra vipere e corvi.
Per compagni di viaggio avrai
solo spine e pietre.

Vai avanti per la tua strada,
non dar retta ai finti oracoli.
Il tuo seme di contadino
inciderà sul fango albanese.»

Poi si dilegua nel buio
del fondo del pozzo scuro,
per tornare ogni notte alla stessa ora
più cupa e minacciosa.

Gezim Hajdari, Siena 2000 (2)

Gezim Hajdari, Siena 2000

Luna,
è fuggita anche questa stagione
senza un bacio
nella notte bianca.

Cielo,
è passato anche quest’anno
senza una ragione,
con la sete dei pozzi prosciugati
nelle nostre labbra nere.

Valle,
sta andando anche questo secolo
come un toro abbattuto,
con il tempo che ci scivola tra le dita
e il canto del cuculo da collina a collina.

*

Non piangere,
è il pettirosso che corre
sul ghiaccio del ruscello.

Presto fiorirà il mandorlo
e gli uccelli lirici ci canteranno
nelle vene.

Non piangere,
ho percorso la tua ferita
per raggiungerti.
*

Mia patria,
perché quest’amore folle per te?

Tu mi hai fatto nascere
per essere la tua ferita.

Dove nascondermi
nella collina brulla?

I miei versi m’inseguono
come vecchi assassini.

Ogni notte si rompe qualcosa
nel profondo del mio ghiaccio.

*

Gli anni si sciolsero,
ad uno ad uno si persero.
A stormi le rondini
nei cieli volarono.

Nel cortile lasciarono
piume e richiami.
Sulle grondaie delle casette
nidi e rumori.

Altri anni giunsero
di tuoni e gioia.
Altri voli di rondini
abbandonarono i nidi.

Nelle colline di Darsìa,
di buio e freddo,
invano attendiamo
una chimera all’orizzonte.

Le primavere fuggirono,
per gli abissi gocciolarono.
Come i cieli grigi
anche noi invecchiamo.

Gëzim Hajdari, è nato nel 1957, ad Hajdaraj (Lushnje), Albania, in una famiglia di ex proprietari terrieri, i cui beni sono stati confiscati durante la dittatura comunista di Enver Hoxha. Nel paese natale ha terminato le elementari, mentre ha frequentato le medie, il ginnasio e l’istituto superiore per ragionieri nella città di Lushnje. Si è laureato in Lettere Albanesi all’Università “A. Xhuvani” di Elbasan e in Lettere Moderne a “La Sapienza” di Roma.
In Albania ha svolto vari mestieri lavorando come operaio, guardia di campagna, magazziniere, ragioniere, operaio di bonifica, due anni come militare con gli ex-detenuti, insegnante di letteratura alle superiori dopo il crollo del regime comunista; mentre in Italia ha lavorato come pulitore di stalle, zappatore, manovale, aiuto tipografo. Attualmente vive di conferenze e lezioni presso l’università in Italia e all’estero dove si studia la sua opera.
Nell’inverno del 1991, Hajdari è tra i fondatori del Partito Democratico e del Partito Repubblicano della città di Lushnje, partiti d’opposizione, e viene eletto segretario provinciale per i repubblicani nella suddetta città. È cofondatore del settimanale di opposizione Ora e Fjalës, nel quale svolge la funzione di vice direttore. Allo stesso tempo scrive sul quotidiano nazionale Republika. Più tardi, nelle elezioni politiche del 1992, si presenta come candidato al parlamento nelle liste del PRA.
Nel corso della sua intensa attività di esponente politico e di giornalista d’opposizione, ha denunciato pubblicamente e ripetutamente i crimini, gli abusi, la corruzione e le speculazioni della vecchia nomenclatura di Hoxha e della più recente fase post-comunista. Anche per queste ragioni, a seguito di ripetute minacce subite, è stato costretto, nell’aprile del 1992, a fuggire dal proprio paese.
La sua attività letteraria si svolge all’insegna del bilinguismo, in albanese e in italiano. Ha tradotto vari autori. La sua poesia è stata tradotta in diverse lingue. È stato invitato a presentare la sua opera in vari paesi del mondo, ma non in Albania. Anzi, la sua opera, è stata ignorata cinicamente dalla mafia politica e culturale di Tirana.
È presidente del Centro Internazionale Eugenio Montale e cittadino onorario per meriti letterari della città di Frosinone.
Dirige la collana di poesia “Erranze” per l’editore Ensemble di Roma. È presidente onorarario della rivista internazionale on line “Patria Letteratura” (Roma), nonché membro del comitato internazionale della Revue électronique “Notos” dell’Université Paul-Valery, Montpellier 3.
Considerato tra i maggiori poeti viventi, ha vinto numerosi premi letterari.
Dal 1992, vive come esule in Italia.
Opere
Ha pubblicato in Albania
  • Antologia e shiut, “Naim Frashëri”, Tirana 1990;
  • Trup i pranishëm / Corpo presente, I edizione “Botimet Dritëro”, Tiranë 1999 (in bilingue, con testo italiano a fronte).
  • Gjëmë: Genocidi i poezisë shqipe, “Mësonjëtorja”, Tirana 2010
 
Ha pubblicato in Italia in bilingue
  • Ombra di cane/ Hije qeni, Dismisuratesti 1993
  • Sassi controvento/ Gurë kundërerës, Laboratorio delle Arti,1995
  • Antologia della pioggia/ Antologjia e shiut, Fara, 2000
  • Erbamara/ Barihidhët, Fara, 2001
  • Erbamara/ Barihidhët, (arricchita con nuovi testi rispetto alla prima edizione). Cosmo Iannone Editore 2013
  • Stigmate/ Vragë, Besa, 2002. II edizione Besa 2007
  • Spine Nere/ Gjëmba të zinj, Besa, 2004. II edizione Besa 2006
  • Maldiluna/ Dhimbjehëne,Besa, 2005. II edizione Besa 2007
  • Poema dell’esilio/ Poema e mërgimit, Fara, 2005,
  • Poema dell’esilio/ Poema e mërgimit, II edizione arricchita e ampliata, Fara 2007
  • Puligòrga/ Peligorga, Besa, 2007
  • Poesie scelte 1990 – 2007, EdizioniControluce 2008
  • Poesie scelte 1990-2007, II edizione (arricchita con nuovi testi). EdizioniControluce 2014
  • Poezi të zgjedhura 1990 – 2007 (versione in lingua albanese di Poesie scelte), Besa, 2008
  • Poezi të zgjedhura 1990 – 2007, II edizione (versione in lingua albanese di Poesie scelte), Besa, 2014
  • Corpo presente/ Trup i pranishëm, Besa 2011
  • Eresia e besa/ Nur. Herezia dhe besa, Edizioni Ensemble 2012
  • I canti dei nizam/ Këngët e nizamit(i canti lirici orali dell’800,con testo albanese a fronte). Besa Editrice 2012
  • Evviva il canto del gallo nel villaggio comunista/ Rroftë kënga e gjelit në fshatin komunist (con testo albanese a fronte). Besa 2013
giuseppina di leo1

giuseppina di leo

Giuseppina Di Leo. Nasco a Bisceglie (Bt) nel 1959, sono laureata in Lettere; frutto della mia tesi di laurea (2003) è il saggio bio-bibliografico su Pompeo Sarnelli (1649-1730), dal titolo: Pompeo Sarnelli: tra edificazione religiosa e letteratura (2007). Ho pubblicato i seguenti libri di poesie: Dialogo a più voci (LibroitalianoWorld, 2009); Slowfeet. Percorsi dell’anima (Gelsorosso, 2010); Con l’inchiostro rosso (Sentieri Meridiani Edizioni, 2012); Il muro invisibile (LucaniArt, 2012). Mie poesie, un racconto e interventi di critica letteraria sono ospitati su libri e riviste (Proa Italia, Poeti e Poesia, Limina Mentis Editore, Incroci), nonché su blog e siti dedicati alla poesia.

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Note a margine della poesia di Faslli Haliti – “L’uomo è forte della violenza che tenta di schiacciarlo, imbavagliarlo, spegnerlo” – Lettura critica di Marco Onofrio con una scelta delle poesie

Faslli Haliti copertina

Faslli Haliti “Poesie scelte (1969-2004)”, a cura di Gëzim Hajdari (EdiLet, 2015, pp. 156, Euro 16)

La poesia di Faslli Haliti è potente e persuasiva perché fatta di parole che gemmano per secrezione dal dolore patito e attraversato; distillate, nella fattispecie, dall’ingiustizia dei 15 anni di confino politico inflitti al poeta dissidente dal regime sanguinario di Enver Hoxha. Il tema principale sollevato dal volume “Poesie scelte (1969-2004)”, a cura di Gëzim Hajdari (EdiLet, 2015, pp. 156, Euro 16), che propone la prima traduzione in italiano, con testo a fronte albanese, delle poesie di Faslli Haliti, è il rapporto degli intellettuali coi mille volti del Potere, le sue maschere cangianti, le sue realtà mistificate, le sue infami ingiustizie, le sue ambigue coercizioni. Ovvero, la violenza eterna della storia. Le reazioni degli intellettuali sono altrettanto molteplici, varie ed ambigue, ma sostanzialmente condensabili in un poker di opzioni fondamentali: integrarsi; opporsi; fingere di integrarsi; fingere di opporsi. Haliti si è opposto senza fingere, con tenacia e coerenza irremovibili, e ne ha pagato in prima persona le conseguenze.

ARRIVEDERCI

La direzione:
A sinistra!
Io
dritto.

La direzione:
A destra!
Io
dritto, avanti.

L’ordine:
Dietrofront!
Io
sempre avanti.

Arrivederci miei capitani!

Manifestazione a Tirana, 1990

Manifestazione a Tirana, 1990

[Riflessione a latere]: forse la perfetta democrazia nuoce alla forza dell’arte. La grande arte presuppone l’orrore della storia, l’ingiustizia della società, il grottesco dell’uomo. La poesia ha bisogno di prorompere come grido straziato dall’ingiustizia del mondo. Di sognare un mondo diverso da realizzare. Di avere nemici da colpire con le parole. Se al poeta che canta l’amore diamo l’amore, smette di cantare; allo stesso modo, forse, se alla poesia civile togliamo il motivo del dissenso, perde la sua efficacia. Infatti, quando sono caduti i regimi oppressivi dell’est europeo, si è affievolita anche la grande poesia di quei Paesi. Al clamoroso potere dispotico degli antichi regimi (dittature del ‘900 comprese) è subentrata la versione “soft”, più adatta alla società liquida che stiamo oggi vivendo, dove imperano per vie occulte le oligarchie finanziarie e dove, sotto l’apparente democrazia, lo scenario storico soffre il degrado quasi irreversibile di una corruzione generalizzata. Ammoniva A. de Tocqueville ne “La democrazia in America” (1840): «Vedo chiaramente nell’uguaglianza due tendenze: una che porta la mente umana verso nuove conquiste e l’altra che la ridurrebbe volentieri a non pensare più. Se in luogo di tutte le varie potenze che impedirono o ritardarono lo slancio della ragione umana, i popoli democratici sostituissero il potere assoluto della maggioranza, il male non avrebbe fatto altro che cambiare carattere». Tocqueville già intravedeva la metamorfosi del dispotismo nella forma moderna dello Stato-Massa: una folla smisurata di «esseri simili ed uguali che volteggiano su se stessi per procurarsi piccoli e meschini piaceri», che poi è quello che vediamo ogni giorno materializzarsi davanti ai nostri occhi, sotto forma di “pescicani”, mostri della porta accanto, opportunisti spregiudicati, procacciatori di prebende e galoppini della politica degenerata.

La poesia di Faslli Haliti s’immerge dunque nel caos infernale della storia, come per estrarne il peso del mondo e dell’uomo, tra gli equilibri delle forze in gioco, nell’incrocio dei tiranti, dei nodi, dei grovigli, delle corde, delle pulegge, delle ruote, degli anelli, dei cursori, ovvero nell’eterna dialettica di spinte e relative controspinte, che tiene in piedi il palcoscenico. Alla violenza devastatrice dell’uomo si oppone la naturalità del “principio gravitazionale newtoniano”: l’aderire dei gravi e delle forze alle leggi del cosmo; la misteriosa necessità per cui ogni cosa è ferma nell’inerzia di se stessa, al centro del posto assegnatole nel mondo.

La strana capacità d’ogni goccia
di disegnare cerchi con esattezza.
così precisi forse non li trovi
nemmeno in geometria.

Haliti sembra provare meraviglia – come un viandante assetato che scopra un’oasi in mezzo al deserto – per la purezza cristallina di queste leggi, così lontane dalla slealtà e dalla inaffidabilità di quelle umane. La poesia diventa la descrizione asciutta e oggettiva, ma suggestiva (per sottrazione e scarnificazione), di ciò che accade: una specie di mappa radiografica del divenire – da cui l’importanza del verbo-motore, che innesca e articola il meccanismo –, dove il poeta, espletati i suoi compiti “cronachistici”, cerca l’essenza del fenomeno: «Le cose scompaiono / i simboli restano». Se dunque «non c’è nulla di eterno» che cosa resta in fondo a ciò che passa? In primo piano è la natura, nella sua capacità di configurarsi a simbolo: dell’essere, del divenire, dell’esperienza. I rami che «attendono il peso del frutto desiderato» possono benissimo parlarci di noi, di quello che noi siamo nel profondo. Haliti segue impassibile i cicli della natura, l’arrivo delle stagioni, l’appartenenza al tempo di ogni cosa. «La gemma fa sciogliere la neve con il fuoco del fiore, / il fiore annuncia la primavera, / si trasforma in frutto / e cade a terra con onore». Haliti dà voce soprattutto all’autunno, stagione fulgida della maturità piena, degli alberi «come coppe d’oro».

Manifestazione ufficiale a Tirana

Manifestazione ufficiale a Tirana

Emerge, da questo “spettacolo” cosmico, la dialettica che da sempre oppone l’uomo alla materia, i tempi storici ai tempi biologici, la cultura alla natura. Ogni cosa dona se stessa (non può fare altro), e ogni frutto ha la sua stagione: l’uomo, invece, può donare ininterrottamente il mondo intero perché, nel raggio delle sue potenzialità creatrici, lo abbraccia e lo contiene dall’interno (si pensi al De hominis dignitate di Giovanni Pico della Mirandola, 1486).

VEDO

Nel nocciolo del frutto vedo il seme,
nel seme vedo il fiore,
nel fiore il frutto,
nel frutto il tronco,
nel tronco vedo i rami,
nei rami le foglie,
vedo di nuovo i fiori,
il nuovo frutto,
il nuovo seme
che attende di germogliare.

Solo il rigenerarsi umano non ha stagioni!

Se c’è un fondo di orrore già nella natura («l’allodola finisce tra gli artigli del falco, e la primavera «non si dimentica mai / di far risvegliare ogni anno / anche le vipere e le serpi»), un orrore maggiore si cela in fondo alla storia umana, che è vicenda infinita di guerre, violenze, ingiustizie, prevaricazioni. I “fiori neri” appartengono soltanto all’uomo, la natura non ne produce.

Scontri-a-Tirana 2001

Scontri-a-Tirana 2001

L’UOMO CON LA PISTOLA

Lui aspetta che tiri vento
non per vedere gli alberi spogli,
non per veder cadere le foglie gialle,
ma per far alzare il lembo della giacca
e far vedere la pistola nella cintola.

Lui aspetta che venga la primavera,
non per mietere e falciare,
ma per togliere la giacca
e far vedere sotto la giacca
la pistola.

Occorre difendere gli uomini dagli uomini. Né vale, a riparo, la sanità ancestrale della cultura contadina, da cui Haliti proviene, a suo modo feroce ma intrinseca ai cicli del tempo, “innocente” anche quando barbarica, con la mitologia delle semplici cose, il lavoro, il sudore, il profumo del pane, la sacralità dei gesti rituali.

Mia madre sfornava il pane
e lo riponeva nella madia;
il volto del pane era madido di sudore
come la fronte di mio padre quando lavorava.

Sono ricordi che consentono ad Haliti di dar fondo alla sua essenza di uomo e alla sapida corposità delle sue parole:

La luna lievitava nella brace delle stelle
come focaccia gialla di mais
e profumo di pane
diffondeva in cielo.

Lo sguardo di Haliti è, suo malgrado, intriso di disincanto. «Non credete ai bei fiori senza frutta!». E ancora: «Pozzanghera perché sei così torbida? / Per nascondere il fondo / e sembrare profonda!» E infine: «nessuno ho ascoltato / a nessuno ho creduto, / neanche a Dio, / né agli dèi. // Figuriamoci ad un Partito». Ne viene un canto sommesso che sale dal cuore delle dissonanze, nonostante i traumi e i drammi patiti. Quest’armonia violata è come una ferita senza dove, un dolore che punge ma non si rintraccia. Si legga ad esempio

Faslli Haliti

Faslli Haliti

BELLISSIMO VERDE

Non ci parliamo più,
i nostri discorsi,
la nostra intimità di un tempo,
come pietre di un rudere sgretolato.

Coperto da un bellissimo verde.

E si colga la sottile inquietudine che serpeggia fra le trame umbratili di questo idillio:

I RUSCELLI

Dopo la pioggia,
il sole
tramonta
con un riflesso aureo
al crepuscolo.
I ruscelli
scorrono nei campi
come catene d’oro.
Sotto la minaccia
delle nuvole,
nel petto della campagna,
s’intrecciano ombre e arcobaleni.

Il disincanto non gli impedisce di vedere la bellezza del mondo (amori, «visciole labbra», occhi fuggenti, corpi avvenenti), ma gli impone di passarci accanto senza aderirvi, quasi con passo felpato, perché la vita e la bellezza scappano via da tutte le parti, come l’acqua dal cavo di una mano, e chi vi si identifica troppo si ritrova coinvolto dalla loro fine; la poesia, invece, rintraccia l’eternità del fenomeno fuggente, e ha bisogno – distillando, come in questo caso, il liquore forte dell’esistenza – di riservare alle parole lo spazio preventivo di un “a parte” da cui guardare le cose fuori e dentro al contempo, tacendole e dicendole nella misura di una stessa voce. La voce di Faslli Haliti offre alla poesia la guarigione delle sue ferite, la forza indomita della resistenza, la luce del dolore attraversato. Viene a dirci, senza dirlo direttamente, che l’uomo è forte: più forte della violenza che tenta di schiacciarlo, imbavagliarlo, spegnerlo. Ci fa sentire che una speranza è sempre possibile, malgrado la più oscura disperazione. Basta non perdere il filo della propria umanità: il filo che ci lega alla natura. La poesia di Haliti è a mio avviso importante proprio per questa sua capacità di annodare la ragione al sentimento, il pensiero all’emozione, la natura alla storia.

(Marco Onofrio)

Faslli Haliti

Faslli Haliti

La notte,
come madre di martirio dalla sciarpa nera,
stelle d’oro getta dall’alto,
come mazzi di fiori sulle tombe dei caduti.

.
NELL’INFANZIA

Quando scorgevo l’allodola tra gli artigli del falco,
che terrore,
che orrore!
Al posto del suo canto primaverile
sentivo i suoi pianti tragici in primavera.

Il mio desiderio era
di spezzare ali di falchi crudelmente
nell’infanzia,
senza ascoltare il consiglio dello zio Hugo:
«Chi guarisce l’ala del falco
è responsabile dei suoi artigli…»

Che terrore!
Che orrore!
Sentire i pianti tragici delle allodole
e non spezzare le ali al falco!

PRIMAVERA

La gemma fa sciogliere la neve con il fuoco del fiore,
il fiore annuncia la primavera,
si trasforma in frutto
e cade a terra con onore.

La terra inverdita lo accoglie.

(1984)

NOTTE DI MAGGIO

La luna come anello nelle mani della notte,
i neon abbagliano con luce di neve.
Noi parliamo sotto una mimosa bionda
come in una luna terrena.

Accanto a noi passano due lucciole
che sembrano fiammiferi.
E si perdono nel buio della notte
gioiose del nostro amore.

(1984)

LE CANNE

L’autunno
spaventa le canne con i tuoni,
le colpisce con la grandine,
i fulmini
e le piogge.
Dalla paura le canne gettano nelle pozzanghere
le proprie foglie ingiallite
che si spargono come piume di canarini.
Dopo la pioggia,
il suono di un flauto
fa gioire le canne
e le rende gioiose,
si scuotono le foglie come piume di canarino.

(1994)

Marco Onofrio (Roma, 11 febbraio 1971), poeta e saggista, è nato a Roma l’11 febbraio 1971. Tra critica, narrativa e poesia, ha pubblicato 22 volumi. Per la poesia ha pubblicato: Squarci d’eliso (2002), Autologia (Sovera, 2005), D’istruzioni (2006), Antebe. Romanzo d’amore in versi (Perrone, 2007), È giorno (2007), Emporium. Poemetto di civile indignazione (2008), La presenza di Giano (in collaborazione con R. Utzeri, EdiLet 2010), Disfunzioni (2011), Ora è altrove (2013) e Ai bordi di un quadrato senza lati (2015). La sua produzione letteraria è stata oggetto di presentazioni pubbliche presso librerie, caffè letterari, associazioni culturali, teatri, fiere del libro, scuole, sale istituzionali. Alle composizioni poetiche di D’istruzioni Aldo Forbice ha dedicato una puntata di Zapping (Rai Radio1) il 9 aprile 2007. Ha conseguito riconoscimenti letterari, tra cui il Montale (1996) il Carver (2009) il Farina (2011) e il Viareggio Carnevale (2013). È intervenuto come relatore di presentazioni di libri e conferenze pubbliche. Nel 1995 si è laureato, all’Università “La Sapienza” di Roma, discutendo una tesi sugli aspetti orfici della poesia di Dino Campana. Ha insegnato materie letterarie presso Licei e Istituti di pubblica istruzione. Ha tenuto corsi di italiano per stranieri. Ha partecipato come ospite a trasmissioni radiofoniche di carattere culturale presso Radio Rai, emittenti private e web radio. Ha pubblicato articoli e interventi critici presso varie testate, tra cui “Il Messaggero”, “Il Tempo”, “Lazio ieri e oggi”, “Studium”, “La Voce romana”, “Polimnia”, “Poeti e Poesia”, “Orlando” e “Le Città”.

Gëzim Hajdari, è il massimo poeta albanese vivente e uno dei maggiori poeti contemporanei. Ha pubblicato numerose raccolte di poesia. Ha scritto anche libri di viaggio e saggi, inoltre ha tradotto in albanese e in italiano vari autori. E’ vincitore di numerosi premi letterari. E’ presidente del Centro Internazionale Eugenio Montale.

Le sue recenti pubblicazioni sono: I canti dei nizam, Besa 2012; Nur. Eresia e besa, Ensemble, 2012; Evviva il canto del villaggio comunista, Besa, 2013; Poesie scelte, Controluce, 2014 e Delta del tuo fiume, Ensemble, 2015.

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POESIE SCELTE di Faslli Haliti dalla ANTOLOGIA (1969-2004) EdiLet, 2015 a cura di Gëzim Hajdari Presentazione di  Gëzim Hajdari

Tirana scorcio urbano

Tirana scorcio urbano

dalla Introduzione di Gëzim Hajdari

Il poeta Faslli Haliti credeva come Majakovskij ed Esenin in un socialismo dal volto umano. I due poeti della Russia sovietica hanno cantato e sublimato con grande fervore, seppur per breve tempo, la rivoluzione bolscevica e il compagno Lenin. Sulle orme di Majakovskij e di Esenin iniziò il suo cammino poetico anche il giovane poeta albanese di Lushnje. Erano gli anni ’60 quando Haliti scriveva: «Per voi, Partito ed Enver Hoxha[1], noi dormiamo anche sul ghiaccio / per voi noi ci copriamo con lenzuola di neve». Il poeta di Lushnje ha amato molto nella sua gioventù i cantori della madre Russia e, dopo la tragica fine del comunismo nella sua Albania, Haliti diede la ‘colpa’ proprio ai suoi maestri sovietici perché aveva creduto ciecamente in loro. Così come Majakovskij ed Esenin, anche il poeta Haliti, pur in una dimensione assai diversa, rimase ‘vittima’ dell’utopia marxista, che fece decina di migliaia di morti in Albania seminando in tutto il Paese terrore, morti, sangue e distruzione di massa.

 Faslli esordisce nel panorama poetico albanese alla fine degli anni ’60. Proprio nel 1969 venne pubblicata la sua prima raccolta, Sot (Oggi). I suoi versi portano un nuovo respiro poetico nel panorama del realismo socialista, l’originalità, la sobrietà del pensiero, nonché un forte senso critico nei confronti della burocrazia del regime. Il suo linguaggio è lapidario e tagliente. L’intensità del verbo e la particolarità dello stile, fecero attirare l’attenzione dei lettori e della critica ufficiale. Questa silloge vinse il secondo premio nazionale per la poesia. Haliti è di origine contadina, e come tale, portava nei suoi testi la musicalità della campagna, le voci della vita e l’angoscia del vivere quotidiano. Profumi campestri, stagioni, colori, simboli e figure mitologiche percorrono la geografia del suo io poetico, come sfida alla retorica della cultura ufficiale del regime. Fermezza e ribellione convivono nel suo messaggio poetico.

Manifestazione a Tirana, 1990

Manifestazione a Tirana, 1990

 Alcuni suoi testi furono dei veri e propri «manifesti» che colpivano senza pietà il cuore della burocrazia del regime comunista. Si può dire che la parte più interessante della sua produzione, come per la maggior parte dei poeti del blocco sovietico, rimane quella scritta sotto la dittatura comunista, e non è un caso. Basterebbe Njeriu me kobure (L’uomo con la pistola) per capire la forza dei versi e l’impatto che questo testo ebbe sui lettori negli anni ’70. Questi i versi: «Lui aspetta che tiri vento / Non per vedere gli alberi spogli / Non per veder cadere le foglie gialle / Ma per far alzare il lembo della giacca / E far vedere la pistola nella cintola. / Lui aspetta che venga la primavera / Non per mietere e falciare / Ma per togliere la giacca / E far vedere sotto la giacca / La pistola[2]». Questo testo è stato giudicato sovversivo e revisionista, e aspramente criticato durante il IV° famigerato plenum del PCA, nel ’73. Che condannò in prigione decine di intellettuali e scrittori accusandoli di essere influenzati dall’arte borghese dell’Occidente.

Erano gli anni in cui la critica ufficiale insisteva perché nell’arte si rispecchiassero ancora maggiormente gli insegnamenti e le idee del Partito; gli anni della pianificazione della nuova estetica di Stato e dell’affermazione dell’uomo nuovo del socialismo, plasmato dal partito e forgiato sotto l’incudine della classe operaia e contadina; “l’uomo muscoloso e stakanovista” che vigila, giorno e notte, per difendere le vittorie e la patria dai nemici. Nelle opere letterarie, i temi esistenziali e metafisici, come per esempio il sentimento di oppressione e di incertezza quotidiana, erano proibiti. Persino le parole ‘amore’, ‘morte’, ‘buio’, ‘freddo’, ‘angoscia’ venivano considerate pericolose. Coloro che osarono rompere col ‘pesante silenzio’, che aveva cancellato memoria e sogni di libertà, lo pagarono a caro prezzo. Il valore di un’opera si misurava rispetto alla sua forza nel servire il partito, le masse e il socialismo reale. Lo slogan del “realismo socialista” era: «Il poeta dev’essere l’occhio, l’orecchio e la voce della classe», motto che proveniva ovviamente dalla letteratura madre dell’Unione Sovietica.

  Il terrore continuo e sistematico del regime nei confronti degli uomini di cultura soffocò gli spazi e l’energia della Parola. Sul palcoscenico insanguinato della poesia albanese si recitava la più fosca tragedia del tempo. Di fronte a questa tragedia umana, a questa oppressione costante, per sopravvivere spiritualmente e artisticamente i poeti rivolsero lo sguardo alle tradizioni e alla poesia del passato. Così la linfa della loro ispirazione diventò la tradizione orale e l’epica. Per sfuggire alla censura, Haliti si rivolge al mito e all’allegoria per esprimersi. La sua parola affonda le radici nel mito classico greco-latino per rileggere la realtà; la sua poesia divenne quasi un gioco fiabesco, in cui s’intrecciano il reale con il surreale. Ma i censori del regime vigilano, non si fanno sorprendere per fermare in tempo il poeta ribelle.

  La macchina inquisitoria di Hoxha praticava mille forme diverse di repressione per stritolare i “nemici della nazione” e del comunismo. All’occhio vigile dei guardiani del regime nulla poteva sfuggire. Decine di poeti e scrittori vennero allontanati, mandati nelle periferie o nelle campagne per la rieducazione ideologica. Certi furono imprigionati e i loro libri messi al bando. L’elenco dei poeti perseguitati dal regime è lungo e tragico. Le milizie di Enver Hoxha controllavano ogni angolo della vita culturale del Paese. Per il dittatore, lo scrittore era semplicemente uno strumento nelle mani del partito per l’educazione comunista del popolo, il braccio destro del potere: per questo si affermava che, in Albania, la letteratura era nata nel 1941 con la fondazione del Partito Comunista. Il marxismo divenne l’unico principio estetico della poesia e dell’arte.

besnik Mustafaj HoxaAl poeta Haliti venne tolto il diritto di pubblicare per 15 anni consecutivi: fu mandato in campagna per essere «rieducato», in quanto persona indesiderata dal Partito.

 Per diversi anni, pur essendo professore di italiano e di francese, lavora dietro il carro trainato dai buoi nella cooperativa agricola di Stato, a Fiershegan, provincia di Lushnje. Nessuno degli operai e dei contadini poteva rivolgergli la parola, perché egli era considerato dal Partito un “reazionario”.

      Il pretesto per colpire il poeta di Lushnje fu il poema Dielli dhe rrëkerat (Il sole e i ruscelli), pubblicato per la prima volta il 16 dicembre 1972 nel settimanale «Zëri i rinisë» (La Voce della gioventù). La sua apparizione nella rivista suscitò scalpore e indignazione tra gli alti dirigenti del PCA. Costoro organizzarono riunioni e dibattiti pubblici in cui sia il poema che l’autore vennero aspramente criticati. Secondo la censura, “Il sole e i ruscelli” era frutto di una confusione ideologica e politica del poeta che travisava la realtà socialista e il ruolo del Partito, minandone così l’unità con il proprio popolo. I primi versi del poema «Mentre il tetto della mia patria è celeste, ottimista. / Il tetto della mia casa è quello di una stamberga», divennero un pretesto per attaccare e denunciare l’autore. Haliti aveva osato troppo. Con un coraggio inaudito invita il popolo a spezzare “i denti alla burocrazia”. Cito: «Ordine / con il pugno della classe operaia / spezzate i denti / ai compagni. / Per spezzarli ci vogliono pietre / che non abbiamo[3]». I comunisti lo accusano di essere un poeta ribelle e anarchico, mentre i critici di Stato accostano i suoi testi a quelli dell’arte malata e decadente dell’Occidente. Haliti diventa un caso nazionale. Nel Paese si organizzano riunioni per denunciare il poema. I membri della Lega degli Scrittori si dividono in due: quelli che ammirano i versi del poeta e quelli che li disapprovano. Un gruppo di alunni del liceo della sua città natale, Lushnje, pubblica un articolo di denuncia sul giornale «Shkëndija» (La scintilla)[4], organo del PCA. Gli unici studenti che difesero con coraggio “Il sole e i ruscelli” furono Fatbardh Rustemi, Bujar Xhaferri e Tahsin Xh. Demiraj. Tahsin, dal ‘74 all’89, fu regista presso il teatro della città di Lushnje, ma venne licenziato su ordine del Partito. Per 15 anni lavorò in un’azienda di Durazzo che produceva materiali plastici. In una lettera Rustemi si rivolse a Enver Hoxha per protestare contro la condanna del poeta Haliti; Xhaferri, per difendere il suo poema, rischiò l’espulsione dal ginnasio. Per attaccare il poeta trentaseienne di Lushnje si mobilitarono anche le forze dell’ordine pubblico: il questore della città Zija Koçiu pubblicò un articolo sul giornale del partito del dittatore, «Zëri i Popullit» (La voce del popolo), in cui denunciava “l’opera reazionaria” del suo concittadino[5].

      L’eco di questa vicenda si diffuse in tutto il Paese. Piovvero critiche e denunce da varie città. Della vicenda si parlò anche al di fuori dell’Albania. A Parigi, nel 1974, il trimestrale albanese «Koha jonë» (Il nostro tempo) riportò il poema “Il sole e i ruscelli” e, nello stesso tempo, condannò la campagna denigratoria del PCA verso il poeta Haliti. Un anno più tardi, a Roma, Ernest Koliqi, nella  rivista che curava, «Shenjzat» (Le Pleiadi), conferma che «la voce di Haliti è stata soffocata dal Partito».

Tirana square

Tirana square

Nonostante tutto questo, il poeta ribelle di Lushnje non smette di scrivere. Con lo stesso coraggio pubblica altri testi contro la burocrazia, e altrettanto feroci: Djali i sekretarit (Il figlio del segretario), Unë dhe burokracia (Io e la burocrazia), Edipi (Edipo), e altri ancora. I testi di Haliti diventano oggetto di discussione persino nell’Olimpo del partito. Nel ‘73 Fiqrete Shehu, moglie del Premier Mehmet Shehu, critica la poesia Vetëshërbim (Fai da te) definendola «una poesia che non ha nulla a che vedere con l’arte rivoluzionaria»[6]. Un anno dopo, nella rivista «Rruga e Partisë» («Il percorso del Partito»), ella si esprime contro la poesia Njeriu me kobure (L’uomo con la pistola)[7]. Negli anni seguenti l’opera di Haliti verrà sempre censurata. Il Partito gli toglierà il diritto di pubblicare e lo spedirà a lavorare nei campi. Nel 1985, dopo 15 anni di silenzio forzato, egli riappare sulla scena culturale con la raccolta Mesazhe fushe (Messaggi di campagna). La lunga condanna al silenzio ha fatto pesare molto sul suo futuro e sul destino della sua poesia. La presentazione del nuovo libro avviene nel teatro della città. Doveva essere una festa, per il poeta, invece fu ancora una volta un processo vero e proprio. Rammento come oggi quel pomeriggio. Alla presentazione partecipava il segretario del Partito Comunista, Rudi Monari, il quale, insieme allo ”pseudo-poeta” M. Nezha, mise alla berlina il poeta e il suo nuovo libro. I testi che abbiamo scelto per il lettore italiano raccolgono il meglio del poeta, che va dal primo libro Sot (Oggi) 1969, fino alla raccolta Iku (Se n’è andato) 2004. La scelta di proporre questo poeta al lettore italiano, non è casuale ma fa parte di una missione culturale ben precisa, quella di costruire la memoria storica e culturale della mia Albania, come parte integrante della memoria della cultura europea. Faslli Haliti e Besnik Mustafaj (Leggenda della mia nascita, Edizione Ensemble 2012, cura e traduzione del sottoscritto), fanno parte di quei poeti che, pur vivendo e scrivendo sotto il canone del realismo socialista, sono riusciti a creare valori letterari di portata internazionale, che resistettero anche dopo il crollo della dittatura di Enver Hoxha, uno dei regimi sanguinari più spietati dell’Europa del secolo scorso.

[1] Enver Hoxha (1908-1985): il dittatore comunista

[2] In «Nëntori 4», pp. 154-159, Tiranë 1972.

[3] Idem.

[4] In «Shkëndija», Lushnje, 25.1.1973.

[5] In «Zëri i popullit», Tiranë, 2. 8. 973.

[6] In «Zëri i popullit», Tiranë, 26. 7. 1973.

[7] In« Revista Rruga e Partisë», Nr. 3. p. 41. Tiranë 1974.

Faslli Haliti copertinada OGGI / SOT  (1969)

UNË, MËSUESI I FSHATIT

Çaj baltrat e rrugës.
Çizmet mbyten e zhyten në baltë.
prapa, në llucë,
mbeten gjurmët e mia,
si mbresa të thella në trurin e rrugës,
mbeten gjurmët e çizmeve
të NISH-gomave-Durrës.

Eci.
Në kokë formula,
Konvencione,
Kryengritje fshatare,
Esklamacione dhe vargje poetësh
Dhe imazhi i vajzës brune,
Që prapa mbeti,
Kur mua më përcolli
Herët nga qyteti.

Futem në klasë.
Era shtyn xhamat me gjoks.
Nxënësit shikojnë çizmet e mia me baltë,
Pantallonat e mia zhytur në çizme,
Flokët e mi të qullur,
Që kullojnë,
Që varen teposhtë,
Si flokët e Senekës,
Shikojnë ditarin e lagur
Dhe supet qull të xhaketës.

Dhe lodhja më ikën, më zhduket pas kësaj,
Si balta që rrugëve thahet,
Si balta që zhduket në maj…

IO, INSEGNANTE DI CAMPAGNA

Affronto il fango della strada.
I miei stivali vi sprofondano.
dietro
restano le mie orme,
impresse nella memoria della strada,
orme di stivali di gomma di Durazzo.

Cammino.
Nella mente formule,
convenzioni,
ribellione di contadini,
esclamazioni e versi di poeti
e l’immagine di una fanciulla bruna,
che mi accompagnava
di buon’ora.

Entro in classe.
Il vento con furia colpisce i vetri
gli alunni scrutano i miei pantaloni,
e gli stivali infangati,
i miei capelli bagnati
che gocciolano
come i capelli di Seneca,
scrutano i miei quaderni,
e la giacca bagnata.

La stanchezza sparisce
come il fango dalle strade
nel mese di maggio.

Faslli Haliti con Gezim Hajdari

a destra: Faslli Haliti e Gezim Hajdari

ARDHJA E VJESHTËS

Mbi koka jeshile pemësh
Natyra derdhi bojë të verdhë,
Vjeshta krahët e artë
Mbi fusha i hodhi
Dhe kodrave lart.

Fytyrën pa vjeshta mbi pellgjet me ujë,
Flokrat bionde pakrehur, rrëmujë.
Shirat ardhjen e saj
E shpallën me gaz e me bujë.

Qielli si lodër vigane gjëmoi,
Krisën pushkë rrufetë,
Si pushkë gazmore në ditën e dasmës,
Në pritje të nuses që zbret.

ARRIVO DELL’AUTUNNO

Sulla fronte dei verdi alberi
la natura getta il mantello dorato,
con le ali d’oro copre l’autunno
la campagna
e la collina.

Sulle pozzanghere il volto dell’autunno
con i capelli biondi spettinati.
Le piogge con i tamburi proclamano
il suo arrivo.

Come in un gigante grancassa tuona il cielo,
i fulmini sparano come fucili gioiosi
nel giorno del matrimonio,
in attesa della sposa.

MIRAZHE HËNE

Hëna pluskonte në bardhësinë e një reje
si e verdhë veze.

Dhe unë fëmija i dikurshëm që kisha uri
zgjasja duart drejt vezës hënore,
reflekse hëne haja ndër gishtat e mi
netve të dëborta dimërore.

Hëna piqej në prushin e yjeve
si misërnike e verdhë,
djersë të verdha djersinte,
avuj buke përhapte në qiell.

Dhe unë fëmija që kisha uri
zgjasja duart, të thyeja një copë,
por hënën e hanin netët
dhe unë s’e haja dot!

MIRAGGI DI LUNA

La luna galleggia nel bianco di una nuvola
come il giallo dell’uovo.

Ed io bambino affamato di allora
tendevo le mani verso l’uovo lunare,
mangiavo riflessi lunari stretti tra le mie dita
nelle notti nevose invernali.

La luna lievitava nella brace delle stelle
come focaccia gialla di mais,
e profumo di pane,
diffondeva nel cielo.

Avevo fame,
tendevo le mani per spezzarne un boccone,
ma la luna veniva mangiata dalle notti
ed io non riuscivo ad averla!

Faslli Haliti

Faslli Haliti

LULE DHE FRUTA

Të gjitha lulet,
Të egra,
Të buta,
Luet i kanë të bukura.

Mos ubesoni lueve të bukura pa fruta!

TUTTI GLI ALBERI

Tutti gli alberi,
selvatici,
e domestici,
fioriscono.

Non credete ai bei fiori senza frutta!

TRASPARENCË

Nuk lulëzojnë lule të zeza
Mbi pemë,
Mbi pjeshkë,
Mbi lëndina.

Nuk i fut të zezë pranverës natyra.

(1982)

NON FIORISCONO FIORI NERI

Non fioriscono fiori neri
sugli alberi,
nei prati,
sui peschi,
nella pianura.

La primavera non mette il nero alla natura.

(1982)

UNË NUHAS PRANVERËN

Nyja, nyjen thërret.
Me rrezet paralele zgjaten kërcellët,
Blerimi hap syrin e gjelbër gjithë qejf.
Ujrat pranverorë buzëqeshnin të qeta,
Pemishteve pjeshka fustanin e purpur
Nis zbukuron me lulet e veta.

Nyja, nyjen thërret,
Zgjaten kërcellët,
Rrinë përpjetë.

ATTENDO LA PRIMAVERA

Le gemme chiamano l’un l’altra.
Come raggi paralleli crescono i ramoscelli,
il verde inverdisce sempre di più,
le acque primaverili scorrono tra le ombre,
nel giardino il pesco abbellisce di porpora,
il parto dei suoi fiori.

Le gemme chiamano l’un l’altra,
crescono i giunchi rigogliosi
verso l’alto.

Faslli Haliti

Faslli Haliti

da NON SO TACERE / S’DI TË HESHT (1997)

MIRAZHE HËNE

Hëna pluskonte në bardhësinë e një reje
si e verdhë veze.

Dhe unë fëmija i dikurshëm që kisha uri
zgjasja duart drejt vezës hënore,
reflekse hëne haja ndër gishtat e mi
netve të dëborta dimërore.

Hëna piqej në prushin e yjeve
si misërnike e verdhë,
djersë të verdha djersinte,
avuj buke përhapte në qiell.

Dhe unë fëmija që kisha uri
zgjasja duart, të thyeja një copë,
por hënën e hanin netët
dhe unë s’e haja dot!

MIRAGGI DI LUNA

La luna galleggia nel bianco di una nuvola
come il giallo dell’uovo.

Ed io bambino affamato di allora
tendevo le mani verso l’uovo lunare,
mangiavo riflessi lunari stretti tra le mie dita
nelle notti nevose invernali.

La luna lievitava nella brace delle stelle
come focaccia gialla di mais,
e profumo di pane,
diffondeva nel cielo.

Avevo fame,
tendevo le mani per spezzarne un boccone,
ma la luna veniva mangiata dalle notti
ed io non riuscivo ad averla!

da NON SO TACERE / S’DI TË HESHT  (1997)

NË FËMIJËRI

Kur shihja laureshën në kthetrat e skifterit,
E lemerisshme,
Tmerr.
Në vend të këngës së saj pranverore
Dëgjoja të qarat e saj tragjike në pranverë.

Dëshira ime është:
Të thyeja krahë skifterësh egërsisht.
Në fëmijëri,
Pa e ditur këshillën e xha Hygoit:
«Kush shëron krahun e skifterit
Përgjigjet për kthetrat e tij…»

Ç‘lemeri,
Ç‘tmerr,
Të dëgjoje të qarat tragjike të zogjve,
Dhe mos të t‘i thyeja krahët ty, skifter!

NELL’INFANZIA

Quando scorgevo l’allodola tra gli artigli del falco,
che terrore,
che orrore!
Al posto del suo canto primaverile
sentivo i suoi pianti tragici in primavera.

Il mio desiderio era
di spezzare ali di falchi crudelmente
nell’infanzia,
senza ascoltare il consiglio dello zio Hugo:
«Chi guarisce l’ala del falco
è responsabile dei suoi artigli…»

Che terrore!
Che orrore!
Sentire i pianti tragici delle allodole
e non spezzare le ali al falco!

Faslli Haliti

Faslli Haliti

NUSJA

Gjyshja pret që nusja të lindi djalë,
Gjyshi përfytyron një nip me emër trimi,
Babai dëshiron një bir të talentuar,
Inteligjent, mundësisht
Gjeni.

Nusja thur triko për një njeri.

(1984)

LA SPOSA

La nonna attende che la sposa partorisca un maschio
e sogna un nipote dal nome coraggioso,
il padre desidera un figlio di talento,
intelligente,
genio.

La sposa tesse una maglia per il figlio.

PRANVERË

Sythi shkrin dëborën me zjarrin e lules,
Lulja pohon pranverën,
Lidh frutin
Dhe bie me nderim.

Toka e pret me blerim.

(1984)

PRIMAVERA

La gemma fa sciogliere la neve con il fuoco del fiore,
il fiore annuncia la primavera,
si trasforma in frutto
e cade a terra con onore.

La terra inverdita lo accoglie.

(1984)

Gezim Hajdari

Gezim Hajdari

Gëzim Hajdari, è nato nel 1957, ad Hajdaraj (Lushnje), Albania, in una famiglia di ex proprietari terrieri, i cui beni sono stati confiscati durante la dittatura comunista di Enver Hoxha. Nel paese natale ha terminato le elementari, mentre ha frequentato le medie, il ginnasio e l’istituto superiore per ragionieri nella città di Lushnje. Si è laureato in Lettere Albanesi all’Università “A. Xhuvani” di Elbasan e in Lettere Moderne a “La Sapienza” di Roma.

In Albania ha svolto vari mestieri lavorando come operaio, guardia di campagna, magazziniere, ragioniere, operaio di bonifica, due anni come militare con gli ex-detenuti, insegnante di letteratura alle superiori dopo il crollo del regime comunista; mentre in Italia ha lavorato come pulitore di stalle, zappatore, manovale, aiuto tipografo. Attualmente vive di conferenze e lezioni presso l’università in Italia e all’estero dove si studia la sua opera.

Nell’inverno del 1991, Hajdari è tra i fondatori del Partito Democratico e del Partito Repubblicano della città di Lushnje, partiti d’opposizione, e viene eletto segretario provinciale per i repubblicani nella suddetta città. È cofondatore del settimanale di opposizione Ora e Fjalës, nel quale svolge la funzione di vice direttore. Allo stesso tempo scrive sul quotidiano nazionale Republika. Più tardi, nelle elezioni politiche del 1992, si presenta come candidato al parlamento nelle liste del PRA.

Nel corso della sua intensa attività di esponente politico e di giornalista d’opposizione, ha denunciato pubblicamente e ripetutamente i crimini, gli abusi, la corruzione e le speculazioni della vecchia nomenclatura di Hoxha e della più recente fase post-comunista. Anche per queste ragioni, a seguito di ripetute minacce subite, è stato costretto, nell’aprile del 1992, a fuggire dal proprio paese.

La sua attività letteraria si svolge all’insegna del bilinguismo, in albanese e in italiano. Ha tradotto vari autori. La sua poesia è stata tradotta in diverse lingue. È stato invitato a presentare la sua opera in vari paesi del mondo, ma non in Albania. Anzi, la sua opera, è stata ignorata cinicamente dalla mafia politica e culturale di Tirana.

È presidente del Centro Internazionale Eugenio Montale e cittadino onorario per meriti letterari della città di Frosinone.

Dirige la collana di poesia “Erranze” per l’editore Ensemble di Roma. È presidente onorarario della rivista internazionale on line “Patria Letteratura” (Roma), nonché membro del comitato internazionale della Revue électronique “Notos” dell’Université Paul-Valery, Montpellier 3. Considerato tra i maggiori poeti viventi, ha vinto numerosi premi letterari. Dal 1992, vive come esule in Italia. Le sue recenti pubblicazioni sono: I canti dei nizam, Besa 2012; Nur. Eresia e besa, Ensemble, 2012; Evviva il canto del villaggio comunista, Besa, 2013; Poesie scelte, Controluce, 2014 e Delta del tuo fiume, Ensemble, 2015.

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