Perché l’Olocausto? Perché la Memoria? Perché la poesia? – Poesie di Dvora Amir, Tiziana Antonilli, Nelly Sachs e Umberto Saba (a cura di Chiara Catapano), Sabino Caronia, Edith Dzieduszycka, Steven Grieco Rathgeb

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Poesie per la Memoria

Ritengo utile proseguire la linea di pensiero che parte dall’Olocausto, attraversa Adorno de La dialettica negativa e  la Dialettica dell’illuminismo ed arriva ai nostri giorni, a Zygmunt Bauman e la sua nota tesi della inscindibilità dell’Olocausto dalla cultura che il sistema economico dell’Occidente ha creato. C’è oggi bisogno di conservare attiva la Memoria. C’è oggi bisogno di una critica sufficiente, di un pensiero critico del minimo indispensabile. In proposito, incollo qui il retro di copertina del libro di critica della poesia italiana contemporanea che sta andando in stampa con Progetto Cultura:

Critica della Ragione sufficiente. Perché questo titolo? Lo chiedo ai lettori: c’è ancora una ragione sufficiente per parlare di poesia? Con la civiltà mediatica siamo entrati in una epoca che non ha più ragioni sufficienti per leggere poesia. È questo il grave interrogativo che risuona tra le pagine del libro. Ritengo che questa sia la Domanda Fondamentale che un critico di poesia non può non porsi nella nostra epoca di stagnazione economica e spirituale. Non credo che esistano risposte facili a questo interrogativo.

Probabilmente oggi che alla poesia non è richiesto più nulla, forse proprio oggi alla poesia è posta la Interrogazione Fondamentale. Finalmente, la poesia è libera, libera di non dire nulla o di dire ciò che è essenziale e inevitabile. Questo è molto semplice, è un pensiero intuitivo che tutti possono far proprio. Nel momento della sua chiusura clausura, la poesia si trova sorprendentemente libera, libera di porsi la Domanda Fondamentale, quella Domanda che per lunghi decenni nel corso del Novecento non si aveva l’urgenza e la necessità di porsi. La poesia, dunque, si trova davanti alla inevitabilità di dire ciò che è. E questa io credo che sia la più grande possibilità che il mondo moderno concede alla Poesia.

Esprimere nel modo più determinato e concreto l’inconscio che sta alle spalle del Pensiero pensato e non pensato dell’Occidente, il sottosuolo del sottosuolo che giace ancora più a fondo del sottosuolo costituito dal pensiero ordinario in cui ormai tutto viene pensato e vissuto dalla civiltà dell’Occidente. Una poesia che si ponga l’ambizioso obiettivo di pensare l’impensato, le cose del sottosuolo, more geometrico di un precedente more geometrico sotterraneo. Pensare la costruzione stilistica disabitata come la più consona ad essere abitata. Trarre dunque la forza dalla propria debolezza. Una indagine sulla poesia contemporanea non può non soffermarsi sulla Crisi dell’Europa, sulla crisi della cultura europea. La poesia non può non riflettere i contorni di questa crisi. George Steiner indica questo punto con molta chiarezza quando scrive che «la letteratura ha scelto il dominio delle piccole relazioni personali», la «privacy». Ma, quando la crisi raggiunge il punto più basso, ecco che si avverte la necessità di rispondere alla crisi con un «Grande Progetto», un disegno di poesia che assuma la crisi come trampolino di lancio per una riformulazione radicale, per una «nuova ontologia estetica».

 (Giorgio Linguaglossa)

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Ieri sera al Centro Ebraico, io non me la sono sentita di leggere una mia poesia (ma domani una mia dovrebbe comparire qui su questa rivista), non per le ragioni pochissimo convincenti che dice Fratini, ma perché da giorni nella mia testa c’era una poesia molto più bella delle mie: di una grande quanto non appariscente poetessa israeliana, Dvora Amir, di cui ho fatto un post sull’Ombra delle Parole nel settembre 2014. Infatti lei non è, o almeno nel 2014 non era, tradotta in italiano, per cui la sua poesia in questo paese resta ancora un buco nero. (Questo il motivo, e lo spiego bene nella mia piccola premessa a quel post, che mi aveva spinto a tradurre in italiano dall’inglese poesie scritte originariamente in ebraico).
La propongo qui ai lettori.

(Steven Grieco-Rathgeb)

Dvora Amir 3

Dvora Amir

Dvora Amir

 HOW MANY WINDOWS DOES A PERSON NEED

How many windows does a person need to open himself,
so he won’t be like Captain Nemo, trapped in the webs of length
and width coordinates
hunted by his world. Among navigation instruments, “moving
within the moveable base,”
closed in, as if saying let the world come through my porthole,
let it accustom itself to me.
And on his eyes he put patches made of glass to keep tears
from pouring to the light.
He too needed several windows to save his life.
A tiny slit, a teeny gate to look through, and from the inside out.
Like Jonah in the belly of the whale, in the closing darkness
he saw a sparkling pearl,
pressed up against the fish’s pupil like an old man to the
keyhole in his door.
He saw flowing water moving towards him, and knew: the fish as well as the various creatures of the sea
like him live their lives in a trap,
and he heard his mouth tell his ears, I am alive.

© Dvora Amir
From: Be’ira itit (Slow Burning)
Publisher: Ha-kibbutz Ha-meuchad, Tel Aviv, 1994

© Translation: 1991, Linda Zisquit
From: Modern Hebrew Literature No. 6
Publisher: Institute for the Translation of Hebrew Literature, Ramat Gan, 1991

DI QUANTE FINESTRE HA BISOGNO UNA PERSONA

Di quante finestre ha bisogno una persona per aprirsi,
perché non sia un Capitan Nemo, imprigionato dentro le trame
delle coordinate in lungo e in largo
braccato dal suo mondo. Fra gli strumenti di navigazione, “muovendosi
all’interno della base possibile,”
chiuso dentro, come se dicesse, sia il mondo a penetrare dal mio oblò,
sia lui ad abituarsi a me.
E sugli occhi mise toppe di vetro perché le sue lacrime
non colassero alla luce.
Anche lui ebbe bisogno di diverse finestre per salvare la propria vita.
Una sottile fessura, un cancellino attraverso cui guardare, e dall’interno verso fuori.
Come Giona nella pancia della balena, nell’oscurità crescente
vide una perla splendente,
premuta contro la pupilla del pesce come un vecchio al
buco della serratura del suo uscio.
Vide le acque ondeggiargli incontro, e seppe: il pesce, e le diverse
creature del mare
vivono come lui le loro vite in una trappola,
e sentì la sua bocca dire alle sue orecchie: io vivo.

 

tiziana antonilli

tiziana antonilli

Tiziana Antonilli

Scala Richter

Un battito prima
mi hai preso la mano destra
quella che scrive ma non apre le porte.
Appartengo ora all’universo che sa
– intendevi –
osservo le leggi stratificate
che danno i nomi alle faglie.

non come quando
ancora pellegrina
scegliesti noi tre lanciati sul futuro
per imitare un anonimo vento di passaggio.

Chiara Catapano

Ho voluto riunire due testi poetici di due esiliati dal nazismo e dal fascismo: Umberto Saba, di cui condivido la triestinità, e la tedesca Nelly Sachs. Il primo dovette riparare a Firenze, mentre la Sachs riuscì a passare i confini tedeschi grazie all’intervento della scrittrice svedese Selma Lagerlöf.
È la testimonianza di chi sfuggì alle persecuzioni pagando ugualmente un prezzo altissimo.

umberto-sabaUmberto Saba

Avevo

Da una burrasca ignobile approdato
a questa casa ospitale, m’affaccio
– liberamente infine – alla finestra.
Guardo nel cielo nuvole passare,
biancheggiare lo spicchio della luna,

Palazzo Pitti di fronte. E mi volgo
vane antiche domande: Perché, madre,
m’hai messo al mondo? Che ci faccio adesso
che sono vecchio, che tutto s’innova,
che il passato è macerie, che alla prova
impari mi trovai di spaventose
vicende? Viene meno anche la fede
nella morte, che tutto essa risolva.

Avevo il mondo per me; avevo luoghi
del mondo dove mi salvavo. Tanta
luce in quelli ho veduto che, a momenti,
ero una luce io stesso. Ricordi,
tu dei miei giovani amici il più caro,
tu quasi un figlio per me, che non pure
so dove sei, né se più sei, che a volte
prigioniero ti penso nella terra
squallida, in mano al nemico? Vergogna
mi prende allora di quel poco cibo,
dell’ospitale provvisorio tetto.
Tutto mi portò via il fascista abbietto
ed il tedesco lurco.

Avevo una famiglia, una compagna;
la buona, la meravigliosa Lina.
È viva ancora, ma al riposo inclina
più che i suoi anni impongano. Ed un’ansia
pietà mi prende di vederla ancora,
in non sue case affaccendata, il fuoco
alimentare a scarse legna. D’altri
tempi al ricordo doloroso il cuore
si stringe, come ad un rimorso, in petto.
Tutto mi portò via il fascista abbietto
ed il tedesco lurco.

Avevo una bambina, oggi una donna.
Di me vedevo in lei la miglior parte.
Tempo funesto anche trovava l’arte
di staccarla da me, che la radice
vede in me dei suoi mali, né più l’occhio
mi volge, azzurro, con l’usato affetto.
Tutto mi portò via il fascista abbietto
ed il tedesco lurco.

Avevo una città bella tra i monti
rocciosi e il mare luminoso. Mia
perché vi nacqui, più che d’altri mia
che la scoprivo fanciullo, ed adulto
per sempre a Italia la sposai col canto.
Vivere si doveva. Ed io per tanto
scelsi fra i mali il più degno: fu il piccolo
d’antichi libri raro negozietto.
Tutto mi portò via il fascista abbietto
ed il tedesco lurco.

Avevo un cimitero ove mia madre
riposa, e i vecchi di mia madre. Bello
come un giardino; e quante volte in quello
mi rifugiavo col pensiero! Oscuri
esigli e lunghi, altre vicende, dubbio
quel giardino mi mostrano e quel letto.
Tutto mi portò via il fascista abbietto
– anche la tomba – ed il tedesco lurco.

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nelly-sachs-92

Nelly Sachs

Und wenn diese meine Haut zerschlagen sein wird,
so werde ich ohne mein Fleisch Gott schauen
Hiob

O die Schornsteine
Auf den sinnreich erdachten Wohnungen des Todes,
Als Israels Leib zog aufgelest in Rauch
Durch die Luft –
Als Essenkehrer ihn ein Stern empfing
Der schwarz wurde
Oder war es ein Sonnenstrahl?
O die Schornsteine!
Freiheitswege für Jeremias und Hiobs Staub –
Wer erdachte euch und baute Stein auf Stein
Den Weg für Flüchtlinge aus Rauch?
O die Wohnungen des Todes,
Einladend hergerichtet
Für den Wirt des Hauses, der sonst Gast war –
O ihr Finger,
Die Eingangsschwelle legend
Wie ein Messer zwischen Leben und Tod –
O ihr Schornsteine,
O ihr Finger,
Und Israels Leib im Rauch durch die Luft!

E quando questa mia pelle sarà dissolta
Allora contemplerò Dio senza la mia carne.

Libro di Giobbe

Oh i camini
Sulle ingegnose dimore della morte,
quando il corpo d’Israele si disperde in fumo
per l’aria –
come uno spazzacamino una stella l’accolse
e divenne nera
oppure era un raggio di sole?
Oh i camini!
Vie di libertà per le ceneri di Job e Geremia –
Chi vi ha inventati ed edificato pietra su pietra
Il sentiero dei fuggiaschi di fumo?
Oh le dimore della morte
Accogliente imbandita
per il padrone di casa, che altrimenti era ospite –
Oh voi dita
Che posate la soglia
Come un coltello tra vita e morte –
Oh voi camini,
oh voi dita
e il corpo d’Israele in fumo nell’aria!

Nelly Sachs (trad. Chiara Catapano)

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Edith Dzieduszycka

Due poesie

Freddo
tiepido
caldo
rovente
memoria
grida
camion che si allontana
su una strada vuota
camion spalancato
dietro
rannicchiati
tremanti
stretti
uomini
donne
strappati
portati via
diavolo sa dove
a poco a poco rubati
alla vista
alla vita
Padre
madre
cosa diventerete
quando vi rivedrò
sorelle
prendetemi per mano
cosa diventeremo
rimaniamo saldate.
Una macchia oscura
ormai punto soltanto
che scompare
lontano
sul nastro grigioblu
di una strada vuota
lacrime
assenza
silenzio
paura del viaggio
paura dei viaggi.

*

Fuggono le parole
per evocare l’ieri
così come via vanno
i giorni alla deriva
Tra loro sol rimane
un ponte tenui fili
oscillanti in balia
dei capricci del vento

Sfumano le immagini
si smorza il dolore
che fa posto a dei vuoti
ormai pieni d’assenza
Tal brandelli di carne
strapazzati dal tempo
sfilacciano le ombre
leggere si dissolvono
al soffio più potente
dell’ombra maiuscola
che su di noi allarga
nera la sua mantella

Le voci soffocate
nel silenzio lontano
a sentirsi tradite
urlano nella notte
e senza più speranza
al risvolto perduto
di nostre anime
s’aggrappano smarrite.

Estratte da Nella notte un treno Editore Il Salice – 2009

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Sabino Caronia

La vergogna

No, la vecchiaia non mi fa paura,
mi fa paura l’altrui giovinezza
con quel che di famelico comporta.

Mi fa paura e più mi fa vergogna
l’esser con loro ed usurpare il posto
di morti certo assai di noi più degni.

I sommersi e i salvati, la coscienza
d’essere vivi in un mondo di morti,
di questo veramente mi vergogno.

Di cosa si vergogna Josef K .?
Di cosa si vergogna l’innocente
col coltello piantato già nel cuore?

Del tribunale occulto? Della colpa
ignota, inconsapevole? Di cosa?
Forse d ‘essere un uomo si vergogna.

Steven Grieco

Steven Grieco-Rathgeb

Троица – Trinità del Vecchio Testamento

Sono apparsi in una sfera
staccata dal pneuma,
adesso guardano
il succedersi dei secoli.

Nevica.
La rozza pianura si sdraia,
stende le braccia all’orizzonte.
Sopra i suoi lamenti e tonfi
il muto giacere è perenne.

Nel profondo, miriadi di tremiti
si scindono, balenano, si spengono.
Ma uno si è avvicinato, crescendo,
è sgorgato inalberandosi fuori dal tempo
in un silenzio di respiro.

È diventato tre angeli
che rispecchiano
la prima neve sulla pianura
e la sua brutalità.

Nei loro occhi meravigliosi
si muove il patriarca di vento
stringendo in mano un fascio d’ombre.

Questa è la prima poesia che scrissi in lingua italiana. Risale al 1973, quando dopo qualche anno di studio a Parigi, mi ero fermato a Firenze.
Il soggetto della poesia è biblico, rappresenta i tre angeli che visitano Abramo per annunciargli la nascita del figlio Isacco. Un soggetto preferito dei pittori russi di icone, particolarmente nel 15° secolo, quando la terra russa gravava sotto il giogo dei Mongoli.
Le due trinità forse più celebri sono quella di Teofane il Greco, e l’altra di Andrey Rublyov. Un link per la prima, la più folgorante, è http://www.abcgallery.com/I/icons/greek10.html
Io però sono un uomo non religioso, seppure profondamente convinto del mistero delle cose. E quindi la mia poesia (come, penso, quelle icone) allude ad un tempo fuori dal tempo, innominabile (per cui scadono parole come “Dio”, “ateismo”, “gnosis”, etc.), non raggiungibile attraverso la speranza, né con l’intelligenza, meno ancora attraverso una fede: tuttavia unico approdo esistenziale, e unica possibilità di superamento della violenza dell’uomo quando questa devasta il paesaggio umano fino a togliere ogni idealità o concretezza in cui ancora riconoscersi.
In seguito, certamente, l’uomo raccoglierà i pezzi, riprenderà a costruire, pur sapendo che quella ricostruzione per lungo tempo sarà imbevuta di veleno. Ma costruire egli deve, questo è il suo destino. Il semplice biologico andare avanti. La vita biologica se ne infischia della sua impossibilità di dare risposte alla sua pena.

(S.G.R.)

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16 commenti

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16 risposte a “Perché l’Olocausto? Perché la Memoria? Perché la poesia? – Poesie di Dvora Amir, Tiziana Antonilli, Nelly Sachs e Umberto Saba (a cura di Chiara Catapano), Sabino Caronia, Edith Dzieduszycka, Steven Grieco Rathgeb

  1. gino rago

    1 – Non condivido tutte le idee di Flavio Almerighi ma, pascalianamente, sono disposto a dare la mia vita perché possa esprimerle. Rebus sic stantibus, gioisco se Flavio A. ritorni a far parte della Redazione de L’Ombra…
    2 – Ha avuto un grande impatto emotivo e di riflessione il Gesù chagalliano,
    magnificamente proposto da Mariella Colonna, quale archetipico martire ebreo di tutti i tempi.
    3 – Le pagine del 26/27/28 gennaio 2017 della nostra Rivista, per le prose e le poesie antologizzate dal suo fondatore e coordinatore, hanno una sorta
    di sacralità che invita tutti al silenzio e alla meditazione.
    4 – I componimenti poetici (che sottile piacere il ritorno di Umberto Saba attraverso Chiara Catapano!), le note critiche, i commenti segnalano almeno tre grandi temi: a) voltando le spalle ai cancelli dell’indicibile Inferno, contro quell’inferno niente più della parola limpida, lucidamente pronunciata senza anatemi né spirito di vendetta, può valere come strumento di analisi e di denuncia perché mai più si riproponga la catastrofe nella storia umana;
    b) la speranza di sopravvivere (nessuno meglio di Primo Levi ha saputo dirlo) di tutti i martiri dei campi di sterminio si concentrava unicamente
    nella necessità di “vivere per raccontare” (la forza della parola che ritorna);
    c) la necessità di ri-fondazione di un uso della vita e della dignità dell’uomo
    tramite la fiducia nella intelligenza, in quella forma di intelligenza pronta ad esprimersi nel ripudio della regressione alla bestialità e nel rifiuto dell’egoismo primitivo dell’istinto di conservazione il quale, allo stato puro,
    può sempre in qualche misura farsi sopruso ai danni dei più deboli, dei meno dotati e in fondo anche di se stessi.
    5 – Su tutto poi aleggia quel rimprovero fatto delicatamente ma in modo fermo da Mariella Colonna in un suo commento, rimprovero che più o meno suona come domanda rivolta a sé ma che poi tocca tutti :” Siamo sicuri che tutti pratichiamo sempre il Bene perché non trionfi il Male?”

    Gino Rago

  2. Anche io sento di esprimere un pensiero concorde con il primo e l’ultimo punto del commento del caro Gino Rago.
    Stare qui a parlare di poesia ha minor senso, se siamo stati capaci di far allontanare una Persona valida qual è Flavio Almerighi (che spero possa smaltire presto quanto accadutogli tra queste pagine che lui ha sempre rispettato.)
    Rimane solo da fare una sana meditazione su una cosa precisa: “Dopo Auschwitz non è più possibile la poesia” ha detto Adorno più volte citato da più voci, in questi giorni. Perché? Perché quella realtà, il campo di concentramento, aveva annientato l’Uomo. Dunque la Poesia esiste fintantoché esiste l’Essere Umano.
    Se perdiamo di vista anche solo una Persona vicina non ha senso fare e parlare di poesia.

  3. Steven Grieco-Rathgeb

    Ricordiamo!
    E proprio quelle parole del commento, non esito a dire profetiche, di Giorgio Linguaglossa a questo post, proprio lì è il punto, il fulcro da cui nasce la nuova poesia ontologica.
    Perché quasi tutta la poesia che è venuta dopo l’Olocausto non ha saputo affrontare quel terribile momento della storia umana. Non soltanto per sua insipienza, forse anche perché troppo grande l’evento.
    Pochi sono sfuggiti alle cesoie spietate della parola insufficiente, pavida, ripiegata in se stessa.
    Oggi, forse, è possibile iniziare ad affrontare un cammino poetico che raggiunge del mare la sponda di là.
    Quella indicata da Max Beckmann nel suo Quadro La Partenza, del 1932. Andate sul link, guardate questo quadro – racconta tutto! https://www.moma.org/collection/works/78367
    Quello che fa dire a Gottfried Benn (pure in odore, allora, di simpatie naziste) “Fragmente::: das Blutgerinnsel del Zwanzigstenjahrhunderts.” Frammenti… il sangue coagulato del XX secolo..
    Per la nuova poesia ontologica, sarà una battaglia dura contro i pregiudizi inveterati.
    Meraviglioso!

  4. Steven Grieco-Rathgeb

    Be’, certo, intendevo dire la parola insufficiente e pavida, caduta come un macigno di silenzio dalla fine degli anni 60 in poi, nella follia di sperimentalismo e ideologia.
    Ero a Parigi, e andavo all’università vicinissimo dove Paul Celan si suicidò buttandosi nella Senna. Lessi la notizia, avevo circa 20 anni, avevo appena iniziato a leggere questo poeta. Andavo spesso in quel punto dove si era buttato giù per capire qualcosa, non so nemmeno io cosa. Forse questo, che lui disse quando ricevette uno dei suoi premi letterari (di cui però io allora non ero a conoscenza):

    “Una cosa sola rimaneva raggiungibile, vicina e sicura nel mezzo di tutte le perdite: la lingua. Sì, la lingua, a dispetto di tutto. Rimaneva una sicurezza contro la perdita. Ma essa dovette attraversare la sua propria mancanza di risposte, attraverso un silenzio terrificante, attraverso le mille oscurità della parola assassina. E l’attraversò. Non mi dette parole per questo che stava accadendo, ma l’attraversò. L’attraversò, e fu in grado di riemergere, ‘arricchita’ da tutto questo.”

    Discorso, come si vede, diametralmente opposto a quello di Theodor Adorno. E la cosa incredibile è questa: Celan scriveva in tedesco!
    La poesia di Nelly Sachs è vicinissima a tutto ciò. Anch’essa in tedesco! Grazie a Chiara Catapano per l’ottima traduzione.

  5. Steven Grieco-Rathgeb

    Lo sbaglio che fanno molti oggi, e purtroppo anche il bravo Flavio Almerighi lo ha fatto, è di confondere categorie diverse. Cari amici, per noi i posteri, l’Olocausto non ha solo quel primo, unico e sacro significato del tentato annichilimento di un intero popolo: subito dopo opera la distruzione di credibilità, la riduzione a simulacro di una intera civiltà, quella occidentale. Questo anche perché gli Occidentali, che tanto si sono sempre fregiati di avere forte la coscienza della dignità umana, da secoli ormai erano dediti al genocidio, con gli schiavi e con le colonie. Non era la prima: ne hanno commesse di nefandezze.
    Ecco un’altra ragione perché non si possono confondere le categorie.
    Condanniamo duramente il governo israeliano per quello che sta facendo oggi ai palestinesi, così come abbiamo condannato Miloševich.
    Ma non mettiamo insieme due cose che non sono proprio associabili. Chi lo fa dimostra ahimè una ignoranza storica che è particolarmente preoccupante oggi, in tempi di populismo e oblio.
    Per l’Occidente, dove la Storia è forse il primo cardine conoscitivo, la prima chiave di interpretazione del mondo, non avere coscienza storica è grave. Mi fa paura, francamente.

    • Steven scusami, ma alla base di tutto cosa c’è se non l’uomo e il rispetto che a questi si dovrebbe? Prima di tutto l’Uomo. Solo alla luce di questo si può ragionare. Se perdiamo anche uno solo di quelli che ci sono stati messi accanto abbiamo fallito oggi come ieri e come domani, come persone.

  6. Giuseppe Talia

    “Dimenticanza è sciagura, mentre memoria è riscatto.”
    (Anneliese Knoop-Graf)
    .
    “La vera arte della memoria è l’attenzione.”
    (Samuel Johnson)
    .
    “Perché la memoria del male non riesce a cambiare l’umanità? A che serve la memoria?”
    (Primo Levi)
    .
    “Il progresso, lungi dal consentire il cambiamento, dipende dalla capacità di ricordare… Coloro che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo.”
    (George Santayana)
    .
    “Perdere il passato significa perdere il futuro.”
    (Wang Shu)
    “Noi siamo la nostra memoria,
    noi siamo questo museo chimerico di forme incostanti,
    questo mucchio di specchi rotti.”
    (Jorge Luis Borges)
    .
    “La memoria è come il mare: può restituire brandelli di rottami a distanza di anni.”
    (Primo Levi)
    .
    “Dove vien meno l’interesse, vien meno anche la memoria.”
    (Goethe)
    .
    “Tutti abbiamo bisogno della memoria. Tiene il lupo dell’insignificanza fuori dalla porta.”
    (Saul Bellow)
    .
    “La memoria non è ciò che ricordiamo, ma ciò che ci ricorda. La memoria è un presente che non finisce mai di passare.”
    (Octavio Paz)
    .
    “Se Dio esiste, dovrà chiedermi scusa”
    (Scritta apparsa su un muro di Auschwitz)

  7. di Katarina Frostenson da “Tre vie” (Aracne, 2015, trad. Enrico Tiozzo)

    […]
    Guardo verso le gabbie dei balconi che sporgono dai palazzi, somigliano a nidi. Una testa grigia spunta fuori come una testa di tartaruga dal suo carapace. Si ritira rapidamente, scompare dentro, viene come risucchiata dentro la stanza là dietro.

    Le stanze dietro i muri scanalati.
    L e s t a n z e.
    Volumi. Soffitti bianchi. Pareti pallide. Tracce di dita sulla carta da parati,
    vaghe righe di sporco.
    Stanza — che cosa dà la parola? Penso la parola come un silenzio fumante.
    Stanze come il silenzio stesso. Non ne esce mai.
    Il silenzio.
    L’immagine della sala da pranzo è la prima. Un tavolo rotondo con una tovaglia a quadretti bianchi e marroni. Apparecchiata con piatti orlati di blu, un piatto con pezzi di carne o un pesce intero da cui spuntano spine gialle, forse gambi di verdure. Latte in bicchieri di vetro infrangibile. Duralex — significa che il bicchiere non si rompe quando cade sul pavimento, dovevamo imparare, e si vide che era spesso così.
    È giorno festivo e c’è silenzio. Accade che la radio sia accesa, che arrivi un salmo. “Sollevati mia lingua”. Qualche volta mio padre invita a un canto o una preghiera in un’improvvisa passione religiosa: “a lodare”. Noi continuiamo a bassa voce: “l’eroe che sulla croce”. Ripetiamo i versi finché il canto prende il comando della stanza e delle teste.

    Più alto!
    Solle
    vati, mia lingua,
    a lodare
    l’eroe che sulla croce
    per noi sanguinò

  8. Giuseppe Talia

    Perché l’Olocausto?

    La risposta a questa domanda è estremamente difficile. Sebbene Hitler facesse spesso riferimento allo sterminio degli ebrei nei suoi vari discorsi (Mein Kampf) durante gli anni ’30, i nazisti non avevano però ancora elaborato nessun piano per l’annientamento del popolo ebraico. Il primo campo di concentramento costruito dai nazisti fu Dachau, aperto il 22 marzo 1933 in cui vennero rinchiusi inizialmente i dissidenti politici, gli omosessuali, criminali comuni, i testimoni di Geova e i così detti “asociali” (lesbiche, vagabondi, mendicanti).
    Il termine di Soluzione Finale (Endlösung) fu usato per la prima volta durante la Conferenza di Wannsee (Berlino, 20 Gennaio 1942) dove gli ufficiali tedeschi ne discussero la realizzazione. Prima del 1942 le misure adottate dai nazisti nei confronti degli ebrei includevano il boicottaggio dei negozi e delle imprese gestiti dagli ebrei, la loro esclusione da impieghi statali o universitari, oltre che all’esercizio della professione legale.
    Ma la domanda è, tutta colpa di Hitler che si era messo in testa di ridisegnare la mappa etnica dell’Europa? Alcuni studi di merito indicano, invece, come la responsabilità della popolazione sia stata determinante, non solo per l’aderenza ai principi nazisti, ma per “L’INDIFFERENZA”. Alcune indagini hanno descritto un riscontro di questo tipo:

    • 5% tedeschi entusiasti di Hitler
    • 69% indifferenti
    • 21% dubbio e smarrimento
    • 5% decisa opposizione
    E’ il 90% di “cittadini passivi” a permettere a un gruppo ristretto di fanatici criminali di realizzare lo sterminio.

    Perché la memoria?

    Oggi, a parte il grande interesse per la memoria da parte degli studiosi del cervello, il tema della memoria riporta inevitabilmente alla tradizione platonica. Per Platone “ogni cosa che sappiamo è”, e dunque il sapere come reminiscenza è legato evidentemente alla memoria, soprattutto in questi nostri anni in cui si evidenzia una significativa tendenza alla perdita della memoria storica, al decadimento mnemonico, al declino cognitivo lieve che potrà in futuro aggravarsi se la nostra memoria collettiva, il nostro senso di appartenenza ad una comunità nazionale si trasforma in nazionalismo (ne vediamo alcuni esempi embrionali planetari un po’ ovunque il cui sviluppo sarà tema del nostro futuro di cittadini e di esseri umani). E l’INDIFFERENZA? Non è una forma di mancanza di memoria, volontaria?

    Perché la Poesia?

    Per rispondere a questa domanda bisognerebbe andare a ritroso fino al Big Bang e da li ripartire in avanti, investendo nel percorso ontologia e metafisica, caricando via via linguaggio, comunicazione, relazioni, memoria, identità, emozioni e l’elenco sarebbe lungo, le valigie cariche e innumerevoli e tutte ben legate dalla metafora, dal significato agli esempi e dagli esempi al significato, in un andirivieni continuo, in uno spostamento continuo dal significato proprio a quello traslato. Certo, nemmeno questa definizione risponde alla domanda del perché la Poesia. Soprattutto del perché la poesia dopo l’Olocausto, dopo la metafora di Adorno smentita dai fatti, ma che certamente ha cambiato radicalmente i canoni fin lì reggenti. Per cui si può essere d’accordo con Sagredo quando afferma che “la Poesia è la cosa più terribile che esista”; “che la Poesia deve essere spietata, senza pietà, e nello stesso provare pietas”. Ma anche d’accordo con Linguaglossa, “ogni epoca “produce”, diciamo così, alcune «Forme» e non altre; ogni epoca ha nel proprio bagaglio di «Forme» soltanto alcune possibilità formali ed espressive, e non altre. E poi la poesia stessa è parte integrante di una cultura”. E qui mi fermo. L’INDIFFERENZA, anche in poesia è causa di annientamento.

  9. antonio sagredo

    a parecchie Vostre domande ho già risposto nel trascorso post (dico bene?- cioè quello della “incandescenza”)- ho timore che Voi non mi leggiate… ecc.

    • Giuseppe Talia

      Carissimo, abbiamo letto e con la dovuta attenzione, visto che abbiamo citato stralci del commento riportato in quella specifica pagina.
      E questo ci riporta, inevitabilmente, alla memoria a breve termine. Il male assoluto di questi nostri giorni: oggi proviamo indignazione e domani ci dimenticheremo della causa per cui ci eravamo indignati.

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