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POESIE di Guillaume Apollinaire (1880-1918) Molto allegro con improvvise tristezze Poesie e calligrammi nella traduzione di Mario Fresa stralcio di un  Commento di Renzo Paris

Guillaume Apollinaire, pseudonimo di Wilhelm Albert Włodzimierz Apollinaris de Wąż-Kostrowicky nasce a Roma il 25 agosto del 1880 e muore a Parigi nel 1918, figlio naturale di Francesco Flugi d’Aspermont, un ufficiale svizzero che non lo riconobbe mai, e di Angelika de Wąż-Kostrowicky, una nobildonna polacca. Si trasferisce con la madre in Francia giovanissimo. Ha una adolescenza instabile e disordinata, trascorsa tra vaste letture e numerosi viaggi e studi non regolari. Conosce e frequenta artisti d’avanguardia a Parigi, tra i quali anche i poeti Ungaretti e Max Jakob e il pittore Pablo Picasso. Partecipa alle discussioni sul cubismo in gestazione e, nel 1913, scrive un saggio su questa scuola artistica. Allo scoppio della prima guerra mondiale, sceglie di arruolarsi come volontario, definisce la guerra “un grand spectacle“. Nel 1916 viene ferito a una tempia e subisce un difficile intervento chirurgico. Diventa famoso come critico militante dei movimenti d’avanguardia di quegli anni: il futurismo e la pittura metafisica di De Chirico. Dato il suo carattere estroso ed irrequieto fu sospettato di essere l’autore del furto del dipinto della Gioconda avvenuto il 20 agosto del 1911 al Louvre; in seguito a tali sospetti (di cui fu gravato anche Picasso), viene arrestato ed incarcerato, salvo poi risultare del tutto estraneo ai fatti ed in seguito rilasciato. Del furto risultò poi essere autore un dipendente del Louvre, tale Vincenzo Peruggia. Inaugura nel 1910 la vita letteraria con i sedici racconti fantastici intitolati L’eresiarca & C., mentre nel 1911  pubblica le poesie di Bestiario o corteggio di Orfeo e nel 1913  Alcools, raccolta delle migliori poesie composte fra il 1898 e il 1912, considerata il capolavoro di Apollinaire insieme con Calligrammes (1918),  veri e propri componimenti scritti appositamente per formare un disegno che rappresenta il soggetto della poesia stessa.   

Apollinaire ritratto di Maurice de Vlaminck

Apollinaire ritratto di Maurice de Vlaminck

Commento di Renzo Paris

…Per dar carne alla biblioteca erotica detta dei Curiosi, che curava per uno spregiudicato editore, Apollinaire si tuffa nella letteratura italiana e ne trae pingue bottino. Riscopre, per esempio, lo scrittore Giambattista Casti (1724-1803), viaggiatore irrequieto e amico di letterati e regnanti di tutta Europa, quello stesso che Parini giudicava “prete brutto, vecchio e puzzolente” e che invece Stendhal e Goethe stimavano.

Piacque ad Apollinaire per le sue doti di poeta libertino ed irreligioso Giorgio Baffo che, insieme a scrittori come Francesco Gritti e Anton Maria Lamberti, Giovanni Pozzobon e Marcantonio Zorzi, dava vita all’ambiente che permise la nascita della lingua goldoniana. Ammirò Boccaccio, innanzitutto. Stampò Sade. Ma a proposito del Casti c’è ben altro da dire. Il Casti infatti è autore degli Animali parlanti. E che cos’è Bestiaire, la prima raccolta di poesie d’Apollinaire, se non una serie soprattutto di quartine in cui il poeta fa ‘parlare’ gli animali?

O forse è troppo azzardata l’ipotesi di una intuizione settecentesca di un bestiario illustrato alla maniera medioevale ancora viva nell’epoca rinascimentale? Bestiaire è del 1911. Definito dallo stesso autore “un divertimento poetico” è una serie di licenziosi auguri e scongiuri. Auguri al poeta che si appresta a circuire e a conquistare madama poesia, e d’altra arte, scongiuri contro i pericoli e gli ostacoli di cui è lastricata la strada della bellezza. Più che un ‘dizionario dei motivi poetici dell’autore’ sembra essere un manuale di istruzioni per la creazione poetica, per un poeta da spartire con il profeta di dantesca e rimbaudiana memoria né con il misterioso di Mallarmé. Proprio in Bestiaire, nella quartina ‘L’éléphant’, si dice:

Comme un éléphant son ivoire,
J’ai en bouche un ben precieux.
pourpre mort!… J’achète ma gloire
Au prix des mots mélodieux.

Nella quartina ‘La chenille’ invece leggiamo:

Le travail mène à la richesse.
Pauvres poètes, travaillons!
La chenille en peinant sans cesse
Devient le riche papillon.

A prezzo del “lavoro poetico” il poeta può diventare ricco. Se le parole sono ancora melodiose, ma già tese e frenetiche, alla gloria si arriva attraverso una “compera”. Anche qui Apollinaire finisce col criticare il gusto simbolista dall’interno stesso della sua melodia. A proposito della “purpurea morte” de “L’éléphant” il critico francese Poupon ricorda Mallarmé e la sua particolare espressione “morire purpureo” riferita alla ruota di un carro, simbolo della poesia.

(tratto da Apollinaire Poesie Newton Compton Italiana, Introduzione di Renzo Paris, Roma, 1971)  

Nota del traduttore Mario Fresa

Un traduttore di poesia deve lavorare siccome un interprete musicale. È questo il senso del gioco di queste mie traduzioni-imitazioni confluite nel quaderno “In viaggio con Apollinaire”: ai testi ho voluto applicare minime inversioni sintattiche, dilatazioni o contrazioni metriche, sovrapposizioni, puntature, cadenzine. L’elemento di maggiore fascino nella traduzione poetica è d’altronde costituito, secondo me, soprattutto dalla forma e dalle modalità del processo di trasformazione del testo da cui deriva la traduzione stessa; un processo che non è un ʿcontrafactumʾ o un travestimento, ma una forma di scrittura trasversale che assume il valore di un omaggio-variazione, in cui si accolgono e si uniscono sia l’eco imitativa, sia la rielaborazione, fiorita e ampliata, del modello di partenza.

Da Il Bestiario o Corteggio di Orfeo

La Souris

Belles journées, souris du temps,
Vous rongez peu à peu ma vie.
Dieu ! Je vais avoir vingt-huit ans,
Et mal vécus, à mon envie.

Topino

O belle, mie belle, terribili, belle giornate!
Topini del tempo che la mia vita divorate!
Trent’anni, miodio, trent’anni li compirò tra un mese!
Che tempo perduto! Che ore malissimo spese!

L’Écrevisse

Incertitude, ô mes délices
Vous et moi nous nous en allons
Comme s’en vont les écrevisses,
À reculons, à reculons.

Gambero

O dubbio, dolcissimo mio. La dolce mia altalena.
Ah ridatemi la strada. Non la vedo. Non la vedi.
Tu mi sventoli all’indietro: come un gambero procedi
Che sgambetta, si ripara, che alla fuga già s’allena.

Da Alcools

Les cloches

Mon beau tzigane mon amant
Écoute les cloches qui sonnent
Nous nous aimions éperdument
Croyant n’être vus de personne

Mais nous étions bien mal cachés
Toutes les cloches à la ronde
Nous ont vu du haut des clochers
Et le disent à tout le monde

Demain Cyprien et Henri
Marie Ursule et Catherine
La boulangère et son mari
Et puis Gertrude ma cousine

Souriront quand je passerai
Je ne saurai plus où me mettre
Tu seras loin je pleurerai
J’en mourrai peut-être

Campane

Oh il mio caro zingarello: oh l’amante mio bello:
senti che razza, senti che razza di scampanìo!
Quanto ci siamo amati, vedi un po’, tesoro mio
(e volevamo non esser mai visti, amore bello…)

Il nostro nascondino, noi l’abbiamo scelto male!
Le campane delle chiese fanno un chiasso infernale
a destra, a manca: e dall’alto dei campanili ognuna
già si mette a bisbigliare, pettegola importuna…

e così, già domani, prima Enrico e poi Ursula Maria
e in aggiunta Cipriano e Caterina
e anche i coniugi fornai, lì, nella panetteria

ah come sorrideranno quando, mettiamo, io passerò di là
e dove, ohimé, dove poi m’asconderò?
Ah, ne potrei morire! Morire io ne potrei, chissà!

Signe

Je suis soumis au Chef du Signe de l’Automne
Partant j’aime les fruits je déteste les fleurs
Je regrette chacun des baisers que je donne
Tel un noyer gaulé dit au vent ses douleurs

Mon Automne éternelle ô ma saison mentale
Les mains des amantes d’antan jonchent ton sol
Une épouse me suit c’est mon ombre fatale
Les colombes ce soir prennent leur dernier vol

Costellazione

Sono nato sotto il segno dell’Autunno
Per questo mi piacciono i frutti perciò mi disgustano i fiori
I baci che ho donato io li rimpiango tutti
Come un noce bacchiato sussurra i suoi dolori al vento

Oh mio Autunno perenne oh stagione della mia mente
Mani di antiche amanti cospargono il tuo suolo
Una sposa mi segue ed è l’ombra mia fatale
Le colombe stasera spiccano il loro ultimo volo

Hötels

La chambre est veuve
Chacun pour soi
Présence neuve
On paye au mois

Le patron doute
Payera-t-on
Je tourne en route
Comme un toton

Le bruit des fiacres
Mon voisin laid
Qui fume un âcre
Tabac anglais

Ô La Vallière
Qui boite et rit
De mes prières
Table de nuit

Et tous ensemble
Dans cet hôtel
Savons la langue
Comme à Babel

Fermons nos portes
À double tour
Chacun apporte
Son seul amour

Alberghi

La camera è vuota
Ciascuno per sé
C’è un ospite nuovo
Si paga tra un po’

Ma dice il padrone:
Qui si salderà?
Io trottolo e vago
Per la mia città

Vetture chiassose
Che ceffo ha il vicino!
Si fuma un tabacco
Inglese, un po’acre

C’è la Favorita
Che zoppica e ride
Di queste preghiere
Sul mio comodino

E adesso in albergo
Noi qui tutti insieme
Parliamo le lingue
Di un’altra Babele

Chiudiamo le porte
Ben forte, ben forte
Ciascuno il suo amore
Si serbi per sé.

Cors de Chasse

Notre histoire est noble et tragique
Comme le masque d’un tyran
Nul drame hasardeux ou magique
Aucun détail indifférent
Ne rend notre amour pathétique

Et Thomas de Quincey buvant
L’opium poison doux et chaste
À sa pauvre Anne allait rêvant
Passons passons puisque tout passe
Je me retournerai souvent

Les souvenirs sont cors de chasse
Dont meurt le bruit parmi le vent

Corni da caccia

Nobile e tragica è la nostra storia
Come la maschera di un gran tiranno
Nessun rischio drammatico, nessun sortilegio,
Nessuna minuzia indifferente
Ha reso romantico il nostro amore

E de Quincey mentre beveva
L’oppio venefico dolcissimo e puro
Sognava la sua Annina
Passiamo trapassiamo, perché tutto passa, perché tutto va!
Ahi, spesso, ma sconsolato, volgerommi indietro!

I ricordi sono corni da caccia
E il loro suono si disperde nella bocca del vento

La Blanche Neige

Les anges les anges dans le ciel
L’un est vêtu en officier
L’un est vêtu en cuisinier
Et les autres chantent

Bel officier couleur du ciel
Le doux printemps longtemps après Noël
Te médaillera d’un beau soleil
D’un beau soleil

Le cuisinier plume les oies
Ah  ! tombe neige
Tombe et que n’ai-je
Ma bien-aimée entre mes bras

La bianca neve

Ah, gli angeli in cielo, là in alto, là fuori!
Uno è vestito da brigadiere
L’altro è vestito da cuciniere
E gli altri, quel gruppo, son tutti tenori

O bell’ufficiale, color dell’azzurro!
La primavera, adesso, dopo quel lungo inverno
Sai che bella medaglia di sole ti assegnerà
Ma sì, te la darà

Il cuciniere spiuma le oche
E che neve che cade: e cade, la neve,
Ricade: né v’è
La mia bella, qui adesso, con me!

Mes amis m’ont enfin avoué leur mépris

Mes amis m’ont enfin avoué leur mépris
Je buvais à pleins verres les étoiles
Un ange a exterminé pendant que je dormais
Les agneaux les pasteurs des tristes bergeries
De faux centurions emportaient le vinaigre
Et les gueux mal blessés par l’épurge dansaient
Étoiles de l’éveil je n’en connais aucune
Les becs de gaz pissaient leur flamme au clair de lune
Des croque-morts avec des bocks tintaient des glas
A la clarté des bougies tombaient vaille que vaille
Des faux cols sur des flots de jupes mal brossées
Des accouchées masquées fêtaient leurs relevailles
La ville cette nuit semblait un archipel
Des femmes demandaient l’amour et la dulie
Et sombre sombre fleuve je me rappelle
Les ombres qui passaient n’étaient jamais jolies

I miei amici alla fine…

I miei amici alla fine mi hanno tutti confessato che mi disprezzano
A grandi sorsate mi ubriacavo di stelle
Mentre dormivo un angelo ha sterminato
gli agnelli i pastori nei tristi ovili
Certi finti centurioni asportavano l’aceto
Gli straccioni ballavano ridotti male assai dal ricino
Stelle del risveglio io non ne conosco nemmeno una
I becchi del gas pisciavano le fiamme al chiar di luna
Becchini sonavano a morto coi boccali di birra
Ricadevano alla luce delle candele ricadevano e dunque sia come dev’essere
Colli di camicia su fiotti di gonne impolverate
Puerpere in maschera festeggiavano la loro purificazione
Un arcipelago sembrava quella notte la città
Le donne chiedevano l’amore e la dulìa
Oh fiume scuro scuro io sì me lo ricordo bene
Nelle ombre che passavano non c’era mai bellezza

Nuit rhénane

Mon verre est plein d’un vin trembleur comme une flamme
Écoutez la chanson lente d’un batelier
Qui raconte avoir vu sous la lune sept femmes
Tordre leurs cheveux verts et longs jusqu’à leurs pieds

Debout chantez plus haut en dansant une ronde
Que je n’entende plus le chant du batelier
Et mettez près de moi toutes les filles blondes
Au regard immobile aux nattes repliées

Le Rhin le Rhin est ivre où les vignes se mirent
Tout l’or des nuits tombe en tremblant s’y refléter
La voix chante toujours à en râle-mourir
Ces fées aux cheveux verts qui incantent l’été

Mon verre s’est brisé comme un éclat de rire

Notte renana

Questo bicchiere è colmo della fiamma di un vino che già trema
Sentite la canzone lentissima lentissima del battelliere
Che racconta di aver visto sotto la luna sette donne
Che torcevano i loro capelli verdi e lunghi fino ai piedi

Su sorgete e cantate più forte e ballate un girotondo
Perché non possa più sentire la canzone del battelliere
Mettetemi vicino tutte quante le ragazze bionde
Dallo sguardo immobile e dalle trecce ripiegate

Il reno è ubriaco il reno dove si specchiano le vigne
Tutto l’oro notturno vi scivola tremando per rispecchiarsi
La voce canta sempre come un rantolo morente
Quelle fatine dai verdi capelli che incantano l’estate

Il mio bicchiere si è infranto come lo scoppio d’una risata

Da Calligrammi

Il pleut

Il pleut des voix de femmes comme si elles étaient mortes même dans le souvenir

C’est vous aussi qu’il pleut merveilleuses rencontres de ma vie ô gouttelettes

Et ces nuages cabrés se prennent à hennir tout un univers de villes auriculaires

Écoute s’il pleut tandis que le regret et le dédain pleurent une ancienne musique

Ecoute tomber les liens qui te retiennent en haut et en bas.

Piove

Piovono voci di donne come se fossero morte perfino nel ricordo

Piovete anche voi meravigliosi incontri della mia vita, o goccioline!

E quelle nuvole impennate già iniziano a nitrire un universo intero di città auricolari

Senti se piove mentre il rimpianto e lo sdegno piangono insieme una musica antica

Ascolta cadere i legami che ti tengono su, che ti tengono giù

Mutation

Une femme qui pleurait
Eh! Oh! Ha!
Des soldats qui passaient
Eh! Oh! Ha!
Un éclusier qui pêchait
Eh! Oh! Ha!
Les tranchées qui blanchissaient
Eh! Oh! Ha!
Des obus qui pétaient
Eh! Oh! Ha!
Des allumettes qui ne prenaient pas
Et tout
A tant changé
En moi
Tout
Sauf mon amour
Eh! Oh! Ha!

Metamorfosi

Una donna che singhiozzava
Eh! Uh! Ah!
I soldati che passavano
Eh! Uh! Ah!
Un custode di chiusa che pescava
Eh! Uh! Ah!
Le trincee che biancheggiavano
Eh! Uh! Ah!
Granate che scoreggiavano
Eh! Uh! Ah!
Fiammiferi che non si accendevano
E tutto
È così tanto cambiato
In me
Tutto
Salvo il mio amore
Eh! Uh! Ah!

SCÈNE NOCTURNE DU 22 AVRIL 1915

Gui chante pour Lou

Mon ptit Lou adoré Je voudrais mourir un jour que tu m’aimes
Je voudrais être beau pour que tu m’aimes
Je voudrais être fort pour que tu m’aimes
Je voudrais être jeune jeune pour que tu m’aimes
Je voudrais que la guerre recommençât pour que tu m’aimes
Je voudrais te prendre pour que tu m’aimes
Je voudrais te fesser pour que tu m’aimes
Je voudrais te faire mal pour que tu m’aimes
Je voudrais que nous soyons seuls dans une chambre d’hôtel à Grasse pour que tu m’aimes
Je voudrais que nous soyons seuls dans mon petit bureau près de la terrasse couchés sur le lit
de fumerie pour que tu m’aimes
Je voudrais que tu sois ma sœur pour t’aimer incestueusement
Je voudrais que tu eusses été ma cousine pour qu’on se soit aimés très jeunes
Je voudrais que tu sois mon cheval pour te chevaucher longtemps longtemps
Je voudrais que tu sois mon cœur pour te sentir toujours en moi
Je voudrais que tu sois le paradis ou l’enfer selon le lieu où j’aille
Je voudrais que tu sois un petit garçon pour être ton précepteur
Je voudrais que tu sois la nuit pour nous aimer dans les ténèbres
Je voudrais que tu sois ma vie pour être par toi seule
Je voudrais que tu sois un obus boche pour me tuer d’un soudain amour

SCENA NOTTURNA DEL 22 APRILE 1915

Gui canta per Lou

Mio piccolo Lou vorrei morire un giorno che tu mi amassi
Vorrei essere bello perché tu mi amassi
Vorrei esser forte perché tu mi amassi
Vorrei essere giovane giovane perché tu mi amassi
Vorrei che la guerra ricominciasse daccapo perché tu mi amassi
Vorrei afferrarti perché tu mi amassi
Vorrei sculacciarti perché tu mi amassi
Vorrei farti male perché tu mi amassi
Vorrei che ci trovassimo noi due soli in una stanza d’albergo a Grasse perché tu mi amassi
Vorrei che fossimo soli nel mio piccolo ufficio proprio vicino alla terrazza
sdraiàti così sul letto da fumeria perché tu mi amassi
Vorrei che tu fossi la mia sorellina per amarti incestuosamente
Vorrei che tu fossi stata mia cugina perché ci fossimo amati giovanissimi
Vorrei che tu fossi il mio cavallo per cavalcarti a lungo a lungo a lungo
Vorrei che tu fossi il mio cuore per sentirti sempre in me
Vorrei che tu fossi il Paradiso o l’Inferno secondo il luogo di destinazione
Vorrei che tu fossi un ragazzino per essere il tuo precettore
Vorrei che tu fossi la notte per poterci amare al buio
Vorrei che tu fossi la mia vita per essere tutto tuo
Vorrei che tu fossi un proiettile crucco per uccidermi di un amore fulminante

Da Lettere a Lou

Il y a

Il y a des petits ponts épatants
Il y a mon cœur qui bat pour toi
Il y a une femme triste sur la route
Il y a un beau petit cottage dans un jardin
Il y a six soldats qui s’amusent comme des fous
Il y a mes yeux qui cherchent ton image
Il y a un petit bois charmant sur la colline
Et un vieux territorial pisse quand nous passons
Il y a un poète qui rêve au ptit Lou
Il y a une batterie dans une forêt
Il y a un berger qui paît ses moutons
Il y a ma vie qui t’appartient
Il y a mon porte-plume réservoir qui court qui court
Il y a un rideau de peupliers délicat délicat
Il y a toute ma vie passée qui est bien passée
Il y a des rues étroites à Menton où nous nous sommes aimés
Il y a une petite fille de Sospel qui fouette ses camarades
Il y a mon fouet de conducteur dans mon sac à avoine
Il y a des wagons belges sur la voie
Il y a mon amour
Il y a toute la vie
Je t’adore

C’è

C’è una fila di piccoli ponti meravigliosi
C’è il mio cuore che batte per te
C’è una ragazza triste sulla via
C’è un piccolo delizioso cottage in giardino
C’è un gruppo di sei soldati e tutti dico tutti si divertono da matti
C’è il mio occhio che va in cerca della tua immagine
C’è un boschetto grazioso sulla collina
E un vecchio soldato della milizia che piscia mentre passiamo noi
C’è un poeta che pensa al suo piccolo Lou
C’è un piccolo Lou delizioso in quella Parigi grande grande
C’è una batteria nella foresta
C’è un pastore che pascola le pecorelle
C’è la mia vita che appartiene a te
C’è il mio astuccio portapenne che corre che corre
C’è un filare di pioppi tenero tenero
C’è tutta la mia vita passata che è proprio tutta passata
C’è un dedalo di stradine a Menton dove ci siamo amati
C’è una ragazzina di Sospel che frusta i suoi compagni
C’è la mia frusta d’ordinanza nel mio sacco d’avena
C’è una torma di bagasce belghe sopra la strada
C’è il mio amore
C’è tutta l’esistenza
E ti adoro

Mario Fresa, nato nel 1973, ha esordito nel 1999 sulle pagine di «Specchio della Stampa», presentato da Maurizio Cucchi. Altri suoi testi in poesia e in prosa sono stati pubblicati sulle principali riviste culturali italiane, da «Caffè Michelangiolo» a «Paragone» a «Nuovi Argomenti», e in varie antologie, tra le quali Nuovissima poesia italiana (Mondadori, 2004). Anticipazioni del suo nuovo libro di prose-poesie sono uscite su «Smerilliana» (2014), con un saggio di Valeria Di Felice, e su «Quadernario» (2015), a cura di M. Cucchi. Tra le sue ultime raccolte di poesia: Alluminio (introduzione critica di Mario Santagostini, 2008), Costellazione urbana (Mondadori, «Almanacco dello Specchio», 2008), Uno stupore quieto (prefazione di Maurizio Cucchi, La collana, Stampa, 2012; menzione speciale al premio Internazionale di Letteratura Città di Como), Teoria della seduzione (Accademia di Belle Arti di Urbino, con disegni di Mattia Caruso, 2015). Ha curato l’edizione critica del poema Il Tempo, ovvero Dio e l’Uomo di Gabriele Rossetti (Carabba, collana “I Classici”, 2012), e la traduzione del De cura rei familiaris di Bernardo di Chiaravalle (Società Editrice Dante Alighieri, 2012). Firma la rubrica Sguardi sulla rivista «Gradiva. International Journal of Italian Poetry», di cui è redattore.

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POEMETTI di Lidia Are Caverni, “Gli uomini con i cappelli di fiori” (poemetti 1991- 2012) Edizioni Orizzonti meridionali, 2016; “Prometeo”; “Il fiore”;”Gli uomini con i cappelli di fiori”; “Il gusto floreale, i personaggi del mito, i bestiari e gli erbari sono i temi ricorrenti di tutta la sua poesia, trattati con grazia, garbo e leggerezza”; “la metafora del «giardiniere» racchiuso nel suo «orto»”

foto volto giapponeseLidia Are Caverni, nata a Olbia  il 3 novembre 1941, ha trascorso infanzia e adolescenza a Livorno, da molti anni risiede a Mestre. È insegnante elementare in pensione.

Ha pubblicato tredici libri di poesia, tra cui “Un inverno e poi…” 1985; “Nautilus” 1990;  Il passo della dea 1999; Fabulae linguarum 2000; Le montagne di fuoco 2005 con la prefazione di Giorgio Linguaglossa; L’anno del lupo 2006 con la prefazione di Walter Nesti; Animali e linguaggi 2006 con la prefazione di Michele Boato; Il prezzo dell’abbandono 2009 con la prefazione di Pietro Civitareale; Fiore bianco notturno 2010 con la prefazione di Giuseppe Panella; Colori d’alba 2010 con la prefazione di Franco Manescalchi.

Di racconti: Il giorno di primavera1992; La fucina degli dei 2000; Il satiro e la bambina 2000; L’albero degli aironi 2004; I giorni del breve respiro 2007 racconti autobiografici. Romanzi per l’infanzia “Clotilde e la bicicletta” 2000; Il pesce verdino 2009. Romanzi:  I giorni dell’attesa col mio libro di Repubblica. Un breve saggio sul linguaggio nella scuola elementare: Discorso sul linguaggio.

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Scrive George Steiner in Linguaggio e silenzio, Milano 1972 p. 64: «Vi sono segni diffusi, anche se per ora solo vagamente definiti, di un certo esaurimento delle risorse verbali della civiltà moderna, di un abbrutimento e una svalutazione della parola nelle culture di massa e nelle politiche di massa della nostra epoca. Che altro resta da dire? Come può ciò che è nuovo e diverso quanto basta da meritare d’esser detto, trovare ascolto in mezzo al clamore dell’inflazione verbale? La parola, particolarmente nelle sue forme tipografiche successive, può essere stata un codice imperfetto, forse transitorio. Soltanto la musica può soddisfare ai due requisiti di un sistema comunicativo o semiologico veramente rigoroso: essere unica a se stessa (intraducibile) e tuttavia immediatamente comprensibile. Così… ragiona Lévi Strauss. Egli definisce il compositore, l’inventore della melodia, un être pareil aux dieux proprio come Omero fu definito da Montaigne, Lévi Strauss vede nella musica le supreme mystère des sciences de l’Homme, celui contre lequel elles butent, et qui garde la clé de leur progrés. Nella musica, la nostra vita assordata può riacquistare in qualche modo il senso della moderazione e del moto interiore dell’esistenza individuale, e la nostra società ritrovare qualcosa di una visione perduta di armonia umana. Tramite la musica, le arti e le scienze esatte possono raggiungere una sintassi comune».

Penso che ci sia questo pensiero recondito in tutta l’opera poetica di Lidia Are Caverni: la musica come essenza della poesia, fin dagli esordi degli anni Ottanta: il segreto pensiero di ragguagliare il suo linguaggio poetico alla musica, di dargli una orchestrazione sonora intima. È la sua rispettabile utopia. Ecco perché la poetessa veneta rinuncia ai fermi immagine, agli stop della punteggiatura, alla sicurezza della sintassi e dà alle sue poesie quei larghi e quegli andanti sinfonici spesso con un linguaggio basso, popolare, appena arricchito con qualche lemma di origine culta. Il gusto floreale, i personaggi del mito, i bestiari e gli erbari sono i temi ricorrenti di tutta la sua poesia, trattati con grazia, garbo e leggerezza; e la metafora del «giardiniere» racchiuso nel suo «orto» compendia bene il simbolo base della sua poesia: il poeta con la gentilezza del giardiniere. Abbiamo scelto, questa volta, per i lettori dell’Ombra, le poesie brevi rispetto ai poemetti che abbiamo pubblicato altre volte.

Lidia Are Caverni volto

Lidia Are Caverni

Lidia Are Caverni

da “Gli uomini con i cappelli di fiori” (2016)

GLI UOMINI CON I CAPPELLI DI FIORI

(agosto 2007)

Venivano lungo la strada con i cappelli
di fiori le svolazzanti vesti color di luna
le mani dipinte di azzurro suonavano
musiche che struggevano il cuore
strumenti di foglie cetre percorse da dita
lievi nessuno conosceva il loro cammino
non si fermavano che per bere alle fontane
detergendosi la bocca ti avrebbero condotto
con sé gruppo che si infittiva amica era
la notte il bisbiglio del vento che muoveva
capelli sconosciuti parlavano altre lingue
sorridenti non rispondevano proseguivano
il viaggio che non aveva mai fine.
Incatenavano il cuore lasciando intravedere
spazi donando bisbigli d’amore regalavano
fiori per adornare cappelli vasi di fragranti
mieli per addolcire labbra profferivano
canzoni senza tempo né fine ognuno si ritrovava
integro come fosse creato un fanciullo uscito
dalle origini dal grembo lieto senza ricordo
di terre forse avvertite nel sonno nell’ancestrale
abbraccio senza né luna né stelle che fornisce
la notte chi li ascoltava ritrovava sorrisi
l’incurvarsi lento con cui si distendono volti
avrebbero voluto seguirli dove fino al mare
forse all’oceano.
Lasciavano leggeri percorsi cos’è
l’impronta dove non si conserva
segno di un passo che cammina
danzando malinconie uno struggimento
che cercava se stesso seppellito
negli anfratti segreti che ognuno ignora
pronto a cogliere il certo il noto viso
che si guarda allo specchio chi osava
sfiorare la veste ignota il cappello adorno
di fiori le mani azzurre curvate nell’eterna
canzone avrebbero voluto lanciare
baci un soffio che il vento cancella.
Guardavano mute le case chiuse
nel loro segreto il contenuto oscuro
di fiamma di perdizioni di focolari
custoditi con cura perché non penetrasse
nessuno chi era che percorreva le strade
che non conoscevi i volti lieti che generavano
suoni a stringere il cuore gli ignoti calici
che si porgevano nell’offerta votiva
di corpi alteri che pure segnavano carni
di infinite ferite a devastare la mente
di sogni portati da lontano dove aveva
origine l’amore il passo si tratteneva voglioso
andavano perché venissi con me.
Si erano fermati al mare ma era
quello che volevano a raccogliere murici
dagli echi infiniti suoni di onde venute
dal profondo grembo dove nasce ogni
origine alghe si intrecciavano ai capelli
nastri di meduse immersi nell’acqua
ancora cantavano rinnovato battesimo
di salso a poco a poco scomparivano
dove non li potevi trovare restava un soffio
di vento un brivido che increspava il mare.

*

IL FIORE

(gennaio 2012)
Oltre la porta era cresciuto
un fiore un esile fiore illanguidito
dal sole separava il passo di chi usciva
divideva il cuore che restava trepido
d’attesa fino a quando scendeva
la sera allora il fiore chinava il capo
raggrinzendosi tutto nella casa
tornava l’amore.
Non era rimasta che una speranza
un volo di farfalla dalle ali bianche
splendida chimera che portava il sogno
un fiore di cardo schiuso alla goccia
di rugiada intorno volava lento
un insetto inneggiava al sole un trepido
apparire all’orizzonte nel mattino
lieto al limitare del bosco faceva
intravedere freschezze l’anima ne gioiva
raccogliendo fardelli pesavano ora
di piuma si poteva partire.
Sul cuore i solchi del tempo
i pugni chiusi che non donano
carezze i cieli senza certezze
ma attorno vi ronzano le api
a deporre mieli l’ha generato
un fiore coltivato con cura nel giardino
dell’anima era nato da un seme
di tenui colori il profumo si diffonde
penetra le stanze saldo tenace
cerca la luce lo sfiorare del sole
dell’aria del vento cerca parole
per dire con me cammina quando
morirà si arresterà il mio cuore.
Leggiadro il fiore governava
lieto sul sentiero degli innumerevoli
passi nessuno lo coglieva avvezzo
al vento alla cima si ergeva fiero
soffice di piuma ognuno si fermava
a vederlo spuntato tra l’erba il sasso
a volte lo sfiorava desiderandone
il possesso ma incuteva rispetto
restava con le sue punte erette
a sfidare il tempo che per lui si arrestava.
Guardingo il fiore guardava
la sera il rapido inclinarsi del sole
presto si sarebbe svelata la luna
nel chiuso suo cuore senza ritorno
lontano lo splendore del giorno
piccolo fiore di deserto che non voleva
la pioggia neppure un insetto lo cercava
ma aveva gioito di levarsi fiero
nei suoi colori nel breve tempo che
dava lietezza.
Il fiore si apriva nel suo gelo
spandeva profumo l’inverno
ne gioiva brandelli di neve
di ghiaccio a perdersi lontano
dove si spengeva il mare nel cielo
grigio-azzurro delle smarrite nuvole
potevo anch’io perdermi sommessa
come una musica che echeggia
nelle profondità dell’anima dove
si annida il tepore quieto di passerotto
che dona pace.
L’albero custodisce le sue gemme
involucri di sogni il fiore aspetta
perché non ci sia tradimento l’oscuro
avvicendarsi dei giorni ignoti ravvolti
di gelo a uccidergli il cuore nel cielo
pallido dove il pettirosso lancia
la sua canzone il merlo scantona gonfio
di tremore e tu non sai non vedi quando
finirà il bianco candore che costella
i prati le reti l’infinito incedere senza
ritorno.
Avviluppato come fosse fiato
tra muschi e rocce di montagna
minuscolo fiore che il vento
non muove guarda le cime arrosate
dal sole sogna di avere slanci che
lo stelo impedisce per raggiungere
l’esile campanella che dondola
fanciulla a chiamare l’amore in attesa
del dito premuroso che lo sfiori
per trovarlo bello come nessun altro
al mondo il fiore guarda il prato
la sua anima lieta l’occhio che
lo cerca quieto.
Fiore gramo cresciuto al limite
di strade lo percuote il passo
lo ignora la sera immerso
di solitudine quando al tramonto
il sole si inclina lasciandolo
privo di ogni colore boccio ritorna
avvolto nei petali perché non
lo uccida la rugiada o l’incedere
lento del gatto per schiudersi
al mattino nel gelo di fulgore.
Chiuso nelle pagine di un libro
un fiore languiva era stato pegno
d’amore in un maggio lieto
di tanto tempo fa fra pagine
ingiallite dal pallido contorno
aveva smarrito colori ma il suo cuore
batteva ogni volta che il libro
si apriva non era stato
dimenticato il suo profumo né
il gesto gentile che lo conservava
era come il bacio di chi lo aveva
donato e il fiore viveva.

Aperto splendeva fiore
di primavera adornava i prati
confondeva gli sguardi
di bellezza piccole mani
si tendevano a cogliere il suo cuore
i petali fulgenti per portarli
alla bocca nell’intimo pasto
il suo profumo si spandeva fiore
bianco di castità senza veleno
né asprezza aspettando il frutto
che sarebbe nato.
Allontanato l’insetto il piccolo
fiore chiudeva il suo grembo
in attesa di procreare custodiva
il seme adornandosi di foglie
l’albero ne gioiva muovendosi
piano al vento perché i petali
restassero eppure cadevano rosata
pioggia sul prato bambini facevano
giochi intrecciando le mani
circondavano il tronco si nascondevano
l’aria risuonava di risa il piccolo
fiore attendeva colmo d’amore.

Andare verso 2012

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PROMETEO (1991)

Dopo la pioggia
dalla tua mano
si sprigionano stelle
fra le dita altalene
lasciano scivolare
lucori
come di lucciole
negli inebrianti canti
d’amore
non taci nella notte
tersa
a cospargerti di lacrime
Dello scomparso nome
esauste conchiglie
raccolgono gli spenti
suoni che corni rimandano
con voce di tuono
perché non taccia
l’ultima eco
ancora ridano prati
e i curvati fiori
del potere di quel
che fosti
esile fiore a confonderti
col vento tra le perdute
rocce
Legata alla perduta roccia
ascolti smarrirsi le tue grida
non era non fu che amore
la blasfema arroganza
di conquistare il cielo
a disseminare faville
che ti scaldassero il grembo
e indicare percorsi
di smarrite capanne
dove congiunti si intrecciassero
giunchi
racchiusi destini
di cervella d’agnello
spighe raccolte
nella tua mano

Gridando non volesti
che spezzare catene
beffardi irridevano gli dei
nelle remote dimore
del cielo
dimenticata fuggendo
tra gli ingrati ripari
di foglie
a sorsi bevevi sorgenti
perché ti accogliessero onde
che si ritraevano sdegnate
della tua presenza
come non ci fosse riparo
che il tuo cavo ventre
Hanno detto che non resterà
di te che fra le rocce
le lacerate membra
per gli impavidi uccelli
niente neppure un’eco
del canto tuo di sirena
fatta di schiuma
così vollero aspri decreti
che presiedono il cielo
e non ti vale impietrire
di lacrime
solo cenere bagna il tuo volto
dello spento fuoco
con cui beffarda volevi
illuminare la notte
Fra i seni vorresti
accogliere mieli
per assaporare dolcezze
tacitare le grida
del tuo ventre squarciato
supplice ai viandanti
chiedi un’ora d’amore
per placare gli dei
che aspettano solo
il rinnovato dolore
ma spenti dalle tue labbra
non escono suoni
che restano in te
Le tue braccia di fanciulla
cercavano promesse
a cingere corone d’amore
liete si scioglievano risa
di chiare fontane
dove ti specchiavi
languida aspettando di colmare
di baci le tenere labbra
illuminare la notte
di splendori
per ancora scoprirti bella
invereconda così passavi
ignara degli immani dolori
Avresti voluto la morte
per tacitare gli adunchi
rostri
in un’eternità che mai cessava
dai polsi non si sarebbe
spezzata la catena
vasi di lacrime si sarebbero
colmati ai tuoi piedi
solo nuda roccia il letto che
sognavi di rosa
come le tue guance
dal colore di pietra
Dopo che si è dissolta
la nebbia
brutali soli t’illuminano
carni
invano chiedi che piogge
bagnino le tue labbra
percosse da invincibile arsura
ma aridi seni
più non alimentano fontane
deserti intorno spargono
gli uccelli
che ti divoreranno

L’incantevole sentiero
indicava speranze
sul prato deposti
l’ulivo e l’alloro
intrecciavano corone
per quando si sarebbe levato
il tuo canto
nella mano la fiamma ardeva
nell’estrema favilla
irriverente tendendo
al cielo l’esile collo
nel nodo che ti stringe
Al fato non chiederesti
che di giungere mani
per supplice levare
il tuo pianto
implacabili ti distendono
catene
pasto di uccelli non sazi
inesauribili fami
che ti dilaniano
invano aspetti che scendano
tenebre
per ottenere pietà.

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