Perché la Memoria? Perché la Poesia? Perché l’Olocausto? A cura di Giuseppe Talia –  Poesie per la Memoria –  Poesie di Giuseppe Talia, Lucio Mayoor Tosi, Gino Rago, Edith Dzieduszycka, Adam Vaccaro, Giorgio Linguaglossa, Paolo Carlucci

Auschwitz Ingresso

Auschwitz Ingresso

Appunto di Giuseppe Talia

Perché la Memoria?

La risposta a questa domanda è estremamente difficile. Sebbene Hitler facesse spesso riferimento allo sterminio degli ebrei nei suoi vari discorsi (Mein Kampf) durante gli anni ’30, i nazisti non avevano però ancora elaborato nessun piano per l’annientamento del popolo ebraico. Il primo campo di concentramento costruito dai nazisti fu Dachau, aperto il 22 marzo 1933 in cui vennero rinchiusi inizialmente i dissidenti politici, gli omosessuali, criminali comuni, i testimoni di Geova e i così detti “asociali” (lesbiche, vagabondi, mendicanti).
Il termine di Soluzione Finale (Endlösung) fu usato per la prima volta durante la Conferenza di Wannsee (Berlino, 20 Gennaio 1942) dove gli ufficiali tedeschi ne discussero la realizzazione. Prima del 1942 le misure adottate dai nazisti nei confronti degli ebrei includevano il boicottaggio dei negozi e delle imprese gestiti dagli ebrei, la loro esclusione da impieghi statali o universitari, oltre che all’esercizio della professione legale.
Ma la domanda è: tutta colpa di Hitler che si era messo in testa di ridisegnare la mappa etnica dell’Europa? Alcuni studi di merito indicano, invece, come la responsabilità della popolazione sia stata determinante, non solo per l’aderenza ai principi nazisti, ma per “L’INDIFFERENZA”. Alcune indagini hanno descritto un riscontro di questo tipo:

  • 5% tedeschi entusiasti di Hitler
    • 69% indifferenti
    • 21% dubbio e smarrimento
    • 5% decisa opposizione

E’ il 90% di “cittadini passivi” a permettere a un gruppo ristretto di fanatici criminali di realizzare lo sterminio.

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max beckman-fragmente

Perché la Memoria?

Oggi, a parte il grande interesse per la memoria da parte degli studiosi del cervello, il tema della memoria riporta inevitabilmente alla tradizione platonica. Per Platone “ogni cosa che sappiamo è”, e dunque il sapere come reminiscenza è legato evidentemente alla memoria, soprattutto in questi nostri anni in cui si evidenzia una significativa tendenza alla perdita della memoria storica, al decadimento mnemonico, al declino cognitivo lieve che potrà in futuro aggravarsi se la nostra memoria collettiva, il nostro senso di appartenenza ad una comunità nazionale si trasforma in nazionalismo (ne vediamo alcuni esempi embrionali planetari un po’ ovunque il cui sviluppo sarà tema del nostro futuro di cittadini e di esseri umani). E l’INDIFFERENZA? Non è una forma di mancanza di memoria, volontaria?

Perché la Poesia?

Per rispondere a questa domanda bisognerebbe andare a ritroso fino al Big Bang e da li ripartire in avanti, investendo nel percorso ontologia e metafisica, caricando via via linguaggio, comunicazione, relazioni, memoria, identità, emozioni e l’elenco sarebbe lungo, le valigie cariche e innumerevoli e tutte ben legate dalla metafora, dal significato agli esempi e dagli esempi al significato, in un andirivieni continuo, in uno spostamento continuo dal significato proprio a quello traslato. Certo, nemmeno questa definizione risponde alla domanda del perché la Poesia. Soprattutto del perché la poesia dopo l’Olocausto, dopo la metafora di Adorno smentita dai fatti, ma che certamente ha cambiato radicalmente i canoni fin lì reggenti. Per cui si può essere d’accordo con Sagredo quando afferma che “la Poesia è la cosa più terribile che esista”; “che la Poesia deve essere spietata, senza pietà, e nello stesso provare pietas”. Ma anche d’accordo con Linguaglossa, “ogni epoca “produce”, diciamo così, alcune «Forme» e non altre; ogni epoca ha nel proprio bagaglio di «Forme» soltanto alcune possibilità formali ed espressive, e non altre. E poi la poesia stessa è parte integrante di una cultura”. E qui mi fermo. L’INDIFFERENZA, anche in poesia è causa di annientamento.

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Ciliegio in fiore

Perché la Memoria? 

È forse il ricordo più antico della mia vita. Siamo intorno al 1941. La casa dei miei nonni contadini in Sicilia, fuori Paternò (Catania). Un casolare dove vivevano i miei nonni contadini immerso nell’aranceto che dava degli agrumi meravigliosamente grandi e succosi. A sinistra del casolare, un grande albero di ciliegie. Mia madre mi raccontava che all’epoca dell’amore con mio padre, lui si arrampicava sui rami più alti dell’albero per raccogliere le ciliegie più belle, le metteva in una cesta per darle a mia madre che trepidamente lo aspettava ai piedi dell’albero temendo per l’incolumità del suo uomo e lo scongiurava di tornare a terra.

Ecco, io ricordo ancora il grande albero di ciliegie ma non sono sicuro se l’albero sia stato ricostruito dalla mia fantasia in base ai racconti di mia madre o sia invece un mio ricordo genuino. Chi può dirlo? – Poi, un giorno mio padre ricevette una cartolina. C’era scritto che entro pochi giorni doveva presentarsi al presidio militare per partire per la campagna di Russia…

È così che avviene: io ricordo il ricordo di mia madre. Ed il ricordo privato, privatissimo è inscindibilmente intrecciato all’epoca della guerra fascista e nazista.

Il ricordo mi guarda dall’esterno. Ed io lo vivo dall’interno.

(Giorgio Linguaglossa)

Citazioni a cura di Giuseppe Talia

“Dimenticanza è sciagura, mentre memoria è riscatto.”
(Anneliese Knoop-Graf)
.
“La vera arte della memoria è l’attenzione.”
(Samuel Johnson)
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“Perché la memoria del male non riesce a cambiare l’umanità? A che serve la memoria?”
(Primo Levi)
.
“Il progresso, lungi dal consentire il cambiamento, dipende dalla capacità di ricordare… Coloro che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo.”
(George Santayana)
.
“Perdere il passato significa perdere il futuro.”
(Wang Shu)

“Noi siamo la nostra memoria,
noi siamo questo museo chimerico di forme incostanti,
questo mucchio di specchi rotti.”
(Jorge Luis Borges)
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“La memoria è come il mare: può restituire brandelli di rottami a distanza di anni.”
(Primo Levi)
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“Dove vien meno l’interesse, vien meno anche la memoria.”
(Goethe)
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“Tutti abbiamo bisogno della memoria. Tiene il lupo dell’insignificanza fuori dalla porta.”
(Saul Bellow)
.
“La memoria non è ciò che ricordiamo, ma ciò che ci ricorda. La memoria è un presente che non finisce mai di passare.”
(Octavio Paz)
.
“Se Dio esiste, dovrà chiedermi scusa”
(Scritta apparsa su un muro di Auschwitz)

Giuseppe Panetta 1

Giuseppe Talia

Giuseppe Talia

Nacht und Nebel 

Amavo Vincent. Una mattina la Gestapo bussò alla mia porta.
Stavo preparando la colazione. Vincent era ancora nel tepore
Del letto. Drinner oder draussen! La porta si chiuse alle mie spalle
Un treno e la neve che non finiva mai. Vincent e il tepore del letto
Un ricordo lontano lontano. Mi cucirono sul petto un triangolo rosa.
La pelle attaccata all’osso. Fame e stenti nei capannoni dissenterici.
Quanti siamo? Quanti saremo? Il Wissenschaftlich-humanitäres Komitee?
Lontano lontano. Ogni tanto scambio qualche parola con Adna. Mi mostra
Il suo triangolo nero. Mi racconta delle serate al Dorian Gray, al Flauto Magico
Io chiudo gli occhi. Vincent Vincent. Dove sei? E una sera Vincent mi venne in sogno:
Otgeschlagen – Totgeschwiegen

Lucio Mayoor Tosi

Lucio Mayoor Tosi

Lucio Mayoor Tosi

Mangia qualcosa, Josef.

Il piatto si riempie di acqua e cenere.
La tartaruga cammina cammina finché
s’ingroppa la forchetta. Il tavolo si riempie
di formiche, c’è del sangue rappreso
di cane impazzito. Preghiamo:
Fai che finisca presto. E portaci il sapone.
Amen.
Sul ripiano del frigorifero
le mani annerite di Joseph Hassid, il violinista
che suonava a memoria: il futuro in Site of Burr Hole.
Comprese le scarpe e i denti.
Non sapere se siamo ancora qui, muti tra le scansie
di un drugstore, oppure fantasmi.
Nel giardino dei Dobermann tengono sempre
le luci accese.

gino rago al ceffè San Marco di Trieste 2015

gino rago al ceffè San Marco di Trieste 2015

Gino Rago

I poeti del Novecento amarono gli Armeni.
Ma non perché gli Armeni specchiassero se stessi
nelle nevi eterne d’Ararat.
I poeti amarono gli Armeni
perché qualcuno pensò d’incenerirli
proprio in quanto Armeni.
I poeti del Novecento amarono gli zingari,
i diversi, i comunisti
per le stesse ragioni per cui prima amarono
gli Armeni. I poeti amarono gli Ebrei.
Perché qualcuno pensò
di cancellarli dalla faccia della terra
proprio perché Ebrei. I camini di Auschwitz
a perpetuare il ciclo del Carbonio.
Nel tempo. Nello spazio. Nel sonno imperdonabile
dell’intelligenza. I poeti del Novecento amano
le anime costrette nella morsa di Gaza.
Perché qualcuno pensa d’annientarli?
I poeti amano i Palestinesi
proprio come amarono gli Armeni, gli zingari,
i diversi, gli Ebrei, i comunisti.
I poeti amano i sommersi
perché chi resta vivo in mezzo ai morti
non si vergogni più d’essere un uomo.

edith dzieduszycka 1

edith dzieduszycka

Edith Dzieduszycka

In ranghi serrati

In ranghi serrati
intorno alla tua incudine
fabbro si raduna
febbrile

una muta insensata
piangente rosse lacrime
Vigile
la sorveglia

impotente
una cerchia
di angeli stremati
dalle ali scorticate

Poi dalla loro forma
dal loro torcersi
dai riflessi infuocati
nel tramonto vermiglio

dall’afrore pungente
intorno a loro sparso
recepire i segnali
raccogliere restie

a svelarsi le orme
di quel loro sostare
tracce imperscrutabili
d’un effimero viaggio.

giorgio-linguaglossa-febbr-2016-campo-de-fiori

Giorgio Linguaglossa

Preambolo del Signor K. «La «nuova poesia ontologica»?,
suvvia Cogito, siamo seri…»

Il treno è in viaggio. Porta soldati con l’elmo a punta.
Verso il fronte russo.
Il Signor K. siede nel vagone ristorante,
ha con sé la valigetta diplomatica.
Cogito ha nella tasca interna della giacca
la fotografia di Enceladon.

Il Signor K. misurò con ampi passi lo spazio del vagone ristorante.
«L’ideale sarebbe far fuori i tipi come Lei, Cogito,
voi siete dei rompiscatole, con tutto il rispetto
per il vostro ruolo.
La bellezza di Enceladon? Suvvia, Cogito, non sia ridicolo.
Che vuole, sarebbe semplice per me
far premere il grilletto da uno dei miei sodali,
ma, sarebbe, appunto, eccessivamente ludico,
ed io detesto le soluzioni rapide,
preferisco complicare ciò che è semplice.
Giocare con Lei, Herr Cogito,
tutto sommato, mi diverte, è come il gioco con il gatto e il topo.
Del resto, in fin dei conti, l’arte è un’attività onanistica.
Ha qualcosa dello specchio da toeletta, rammenta
lo specchio ustorio…
Qualcosa di disdicevole…»

«A cosa devo la sua visita?», chiede Cogito sopra pensiero
mentre fuma un sigaro italiano.

«Ecco, diciamo – rispose il Signor K. –
che interverrò, di persona,
di quando in quando, a secondo dei miei umori atrabiliari
negli eventi del mondo.
Lei, Mario Gabriele e Steven Grieco Rathgeb?
Sì, possiamo prendere un caffè insieme. La «nuova
poesia ontologica»?,
suvvia Cogito, siamo seri…
Mi congedo, e mi prendo la libertà di comparire.
E scomparire…».

(Inedito)

adam vaccaro 4

adam vaccaro

Adam Vaccaro

Memorie del futuro

La cenere dei fumi di Auschwitz
così bianca e viola infine rossa
batte batte dentro al cuore come
blatta che non volerà rimarrà

a rodere tra questi ruderi nutrirà
il nostro sangue nero sconfinato
insaziabile non si fermerà vorrà
sfamarsi di ogni sangue e vittima

diventata cenere deporla
nelle mani di Cerere a farne
messi di una Terra non più
prona a poteri e follie di ieri e

di oggi che sappia pesare
sulla stessa bilancia ogni
grammo di carne umana
rossa poi viola infine bianca

offerta al dio di tutti
i popoli di tutte le terre
ricche povere e senza
privilegi né figli prediletti

di una Terra non più
crocifissa da confini e
tavole imbandite da eletti
assediate da cumuli di blatte

affamate impazzite –
se questo è un uomo

(2006)

Nell’antologia, 25 poeti per il giorno della memoria, a cura dell’Associazione per la storia e la memoria della repubblica, e dei Comuni di Civitella in Val di Chiana e Monte San Savino, 27 gennaio 2006.
E in Seeds, Chelsea Editions, New York 2014

Paolo Carlucci

Paolo Carlucci

Paolo Carlucci

Il viaggio curioso dell’Est

Il futuro, ricordando, si gioca i selfies …
Testamento digitale, forse un assedio
l’innocenza di ieri è già perduta.

S’animava l’infanzia, là a Terezin,
impertinente e viva, sulla soglia
annoiata dell’occhio, il pettine del vento
disordinò trasparenza ai miei pensieri.

Ecco, scorreva nuovo e sconosciuto
come fiume il tuo viso intriso d’ombra:
luce che accolse nell’estro di ghiaccio
dei ricordi, soffice e calda la prima neve.

Maestra ancora acquerellando giostre
d’aquiloni rintanati nella memoria:
si fa più larga madre, ora la notte.
Ha braccia aperte di storia, ascolta, risale
nuovi i passi veloci di tanta indifferenza.

Fiume che scorre a lampi d’ozio turistico,
tra bianche, flessuose betulle, bivacca
sarcasmi il viaggio curioso dell’Est.

S’adagia poi a marmaglia tra le nuvole
l’inverno oggi si gioca i selfies …

( Inedito, 2017)

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33 risposte a “Perché la Memoria? Perché la Poesia? Perché l’Olocausto? A cura di Giuseppe Talia –  Poesie per la Memoria –  Poesie di Giuseppe Talia, Lucio Mayoor Tosi, Gino Rago, Edith Dzieduszycka, Adam Vaccaro, Giorgio Linguaglossa, Paolo Carlucci

  1. Ecco la poesia che a me piace, nella forma, nei contenuti, nella sapienza dell’esternazione linguistica, nello scatto epidermico che s’aggroviglia al ricordo, alle persone, al tempo passato, all’attimo irripetibile della nostra esistenza: il tutto come un serissimo ingresso nella Nuova Poesia, e per favore, non siate così ostili ad essa. Vedete? E’ così nuova che anche il vestito di Babbo Natale sembra vecchio. Siamo sinceri. Queste poesie non sono testi on air, o micce di ricordi tanto per onorare la Memoria, sembrano scritte nei giorni dello sterminio. Già il fatto di concepirle così come hanno fatto i poeti qui presenti, hanno uno straordinario valore di sensibilità umana, che non ha nulla a che vedere con la retorica. Rileggiamole in silenzio, forse ci avvicineremo ad esse come se fossero nostre sorelle.

  2. La realtà è un incanto. Un passato denso di presente. La memoria è nel DNA: altri, di ieri e di oggi, sono in noi. E noi che si fa? Offriamo quel che abbiamo; io i miei ricordi, attimo per attimo – e mi sta bene, così prima di andarmene restituisco tutto, giacché nulla ho posseduto veramente – ma è poca cosa, mi tocca scrivere con porta, finestre e abiti appesi, sempre gli stessi, su una tastierina che non fa due ottave (già le cose stanno grondando di me). Ma io sono un ripetitore ad altra frequenza, devo avere nel DNA dei granuli particolari, di morti mistiche avvenute nell’orrore. Però tutto si è sempre sistemato, prima durante o dopo ogni decesso. Sono stato fortunato.
    Ringrazio Giuseppe Talia, tenerissimo poeta, per aver riportato tra gli aforismi questo, forse il più misterioso, di Ottavio Paz, in cui mi riconosco perfettamente:
    La memoria non è ciò che ricordiamo, ma ciò che ci ricorda. La memoria è un presente che non finisce mai di passare.”
    La Nuova poesia, che è innanzi tutto poesia, è un gran bel marchingegno: riunisce poeti capaci di complessità come Gino Rago e Steven Grieco, con altri che s’infilano col sangue nelle vene che torna a scorrere, e altri ancora con occhi capaci di vedere grandemente, lontano e dentro, come Giorgio Linguaglossa. E il verso stretto di Mario Gabriele, quanta meraviglia!
    In fondo è un vecchia storia che si ripete, non programmata ma inevitabile. La vita continua. Non sai mai quando mettere un punto.

  3. La memoria è questo allontanarsi di noi da noi stessi…

  4. Giuseppe Talia

    La memoria è fosforo che brilla di notte, sbianca di giorno, entra ed esce in ogni luogo, ferma il respiro.

  5. gino rago

    A parte il raro, in me, senso di appagamento per vedermi non solo presente ma in davvero eccellente compagnia di poeti di sicuro e ben sperimentato valore (da Edith D. a L.M. Tosi, da G.Talìa a G.Linguaglossa, da A. Vaccaro a P. Carlucci) su questa pagina de L’Ombra delle Parole,
    non saprei cos’altro aggiungere alle letture e alle riflessioni ben articolate di Mario Gabriele e di Lucio Mayoor Tosi sulle poesie della da noi varata “nuova ontologia estetica” se non un dato, un dato di rilevante novità
    degno d’essere segnalato: accanto al parlato, al dialogo, Giorgio Linguaglossa immette nei suoi versi persone vive e operanti, indicandole con nomi precisi: Mario Gabriele e Steven Grieco-Rathgeb.
    Mi sembra una novità di non poco conto estetico, che è altra cosa dal dantesco “‘ i vorrei che… Lapo e io fossimo presi….”

    Le riflessioni di Giuseppe Talìa hanno giustamente il loro punto di forza in dati e numeri precisi, ma è nella più terribile e devastante delle parole
    che giustamente s’invera il suo commento:l’indifferenza.

    Ed è stata l’indifferenza dei più che ha condotto Giuseppe Talìa a organicamente collegarla alle “scarpette rosse”, a quei versi, che sono stati e sono a ogni lettura capaci di rigarmi il viso con un liquido strano che possiamo intendere come pianto, di Joyce Lussu rispolverati a hoc dal medesimo Giuseppe Talìa tra i commenti alla preziosa ricerca poetica di Letizia Leone: “C’è un paio di scarpette rosse/ a Buckenwald/ quasi nuove/
    perché i piedini dei bambini morti/ non consumano le suole”
    Tutto l’orrore del Novecento forse ha il correlativo oggettivo in queste scarpette rosse che il bambino non ha avuto il tempo di consumare perché
    altri non gli hanno dato il tempo di rendersi conto di appartenere alla vita…
    Gino Rago

  6. Lei ricorda Cavalcanti,Guinizelli, fedeli in Amore,é bello questo davvero.

  7. La poesia di Talia contiene delle novità di non poco conto. Nei primi due versi contiene ben 4 punti. Mi sembra che Talia abbia ben compreso il valore del punto come interruzione del flusso sonoro e interruzione del tempo. Quello che resta di un periodare così spezzato, a singhiozzo, è sufficiente a rendere il climax, portarlo al suo massimo grado, e la lettura se ne giova. Vedo che le discussioni sulla poesia ontologica hanno dato ottimi frutti. E noto anche con piacere che lo stile di Paolo Carlucci in questa poesia sembra esemplato sul modello di scrittura poetica che abbiamo salutato e dibattuto in queste colonne. E infatti, a mio avviso, questa poesia di Carlucci segna una vera e positiva novità del suo stile.

  8. Giuseppe Talia
    Nacht und Nebel

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/01/29/perche-la-memoria-perche-la-poesia-perche-lolocausto-a-cura-di-giuseppe-talia-poesie-per-la-memoria-poesie-di-giuseppe-talia-lucio-mayoor-tosi-gino-rago-edith-dzied/comment-page-1/#comment-17715
    Amavo Vincent. Una mattina la Gestapo bussò alla mia porta.
    Stavo preparando la colazione. Vincent era ancora nel tepore
    Del letto. Drinner oder draussen! La porta si chiuse alle mie spalle
    Un treno e la neve che non finiva mai. Vincent e il tepore del letto
    Un ricordo lontano lontano. Mi cucirono sul petto un triangolo rosa.
    La pelle attaccata all’osso. Fame e stenti nei capannoni dissenterici.
    Quanti siamo? Quanti saremo? Il Wissenschaftlich-humanitäres Komitee?
    Lontano lontano. Ogni tanto scambio qualche parola con Adna. Mi mostra
    Il suo triangolo nero. Mi racconta delle serate al Dorian Gray, al Flauto Magico
    Io chiudo gli occhi. Vincent Vincent. Dove sei? E una sera Vincent mi venne in sogno:
    Otgeschlagen – Totgeschwiegen

    La poesia di Giuseppe Talia contiene nei primi tre versi, ben sei proposizioni indipendenti separate da punti:

    Amavo Vincent. Una mattina la Gestapo bussò alla mia porta.
    Stavo preparando la colazione. Vincent era ancora nel tepore
    Del letto. Drinner oder draussen! La porta si chiuse alle mie spalle.

    Poiché le novità stilistiche non accadono per caso, sono convinto che Talia abbia fortemente voluto questa scansione sintattica e queste interruzioni proposizionali, abbia voluto sottolineare la diffrazione, lo scollegamento logico causale degli avvenimenti e delle proposizioni come una vera e propria anti orchestra, una orditura disconnessa e frasticamente interrotta da segnali di punteggiatura netti. Questo significa, in una parola sola, che è saltata la cantabilità, il verso fluido, continuo, avvolgente e sonoro dell’endecasillabo (o del suo calco) di provenienza novecentesca, che è stato sostituito da proposizioni separate da interpunzioni.

    Talia, conformemente agli indirizzi della «nuova poesia» che ho chiamato «ontologica», rinuncia alla contemplazione e adotta i punti di vista delle singole proposizioni; riprende fiato dopo ogni intervallo, dopo ogni scansione sintattica e temporale. E sì, perché qui in gioco c’è la questione della «temporalità» del verso, o meglio, dei singoli sintagmi che costituiscono il «verso». Anche perché il «verso» non è più un verso, non indica più una «direzione» fluida e continua ma una molteplicità di «direzioni» contraddittorie e in rapporto di ostilità, di attrito, di belligeranza reciproca.

    Anche l’impiego di polinomi frastici in tedesco (Drinner oder draussen!), sottolinea questa interruzione, anche linguistica, questo uscire fuori dalla lingua italiana per incontrare un idioma estraneo. Procedimento questo che rafforza il senso di estraneità e di straniamento dei primi tre versi, gettando una luce (semanticamente) sinistra sui versi seguenti. Si ha qui una esplicita rinuncia al discorso ininterrotto dell’intenzione significante, una forma di pensiero che costantemente riprende da capo. La frammentarietà aforistica unita al profilo monadologico, mette bene in luce che questo tipo di procedimento è un vero e proprio metodo di composizione e, si sa da Benjamin che «il metodo è una via indiretta» per qualcosa d’altro che sta oltre. La nudità delle proposizioni sopporta un carico di significazione immediata che un discorso fluido e continuo non potrebbe sostenere, è questo il segreto di questo nuovo modo di concepire l’assemblaggio frastico. Il tempo lineare e progressivo della poesia tradizionale novecentesca viene qui cancellato per adottare un diverso sistema (o metodo) di interruzione del tempo poetico, dove è manifesto che non c’è più una gerarchia tra gli elementi frastici e sonori, anzi, si ha un concetto opposto: i polinomi frastici diversissimi assemblati in questa poesia, così come nella poesia di altri autori che hanno scelto questo metodo di composizione, significano una cosa sola: che un nuovo metodo di composizione significa un nuovo stile e una nuova visione delle «cose».
    Mi fermo qui.

    • “Preambolo del Signor K.”dice qualcosa, perché “si sente” ,funziona.
      La poesia novecentesca,il linguaggio, e il poeta? Il, naturalmente poeta, più della perizia tecnica, é il nodo. Cappello é naturalmente poeta,il primo verso dice Valéry, viene “regalato”nel resto ci sta la perizia il suono,ecc.”Passa correndo sulla statale un autotreno carico di sale” ecc(De Greg) é novecento. La ricerca, nel verso del tempo non dovrebbe anche questa venire di conseguenza alla naturalezza senza forzature. Frastici sonori verticali orizzontali,che siano. Ho apprezzato in questa pagina i versi di G.Rago e L.M.Tosi. Spesso alcune poesie ricordano notiziari,pura cronaca,o vogliono fissare concetti.

      • Qui, nel frammento, il suono non avrebbe vita facile. Cero, la perizia vale sempre, come vale anche il verso “regalato” di cui parla Valéry, però Kartine, se ci pensa, nel frammento son tutti primi versi…

        • Mi chiamò Iria,Kartine cose che scrivo appunto cartine( che ho esotizzato con K). Anche se primi versi esistono dei canoni propri della fonazione (la nostra ) temperamento equabile anche questo non “pensato”, prima, (come allitterazioni onomatopee ecc.) Le poesie migliori sono quelle che sono già tutte pronte in testa,solo spostare un minimo, vanno da sole ma sono rari momenti per tutti

          • Gentile Iria, penso di essere il meno indicato a poter risolvere i problemi di un altro modo di concepire la poesia. Capisco a fatica cosa significhi “Le poesie migliori sono quelle che sono già tutte pronte in testa”. Questo può essere vero in parte, ma così facendo, di fatto si finisce con lo stabilire un tempo uniforme, privo di qualsiasi imprevisto.

            • Il tempo uni forme si stabilisce dove esiste a malapena la principale, e le subordinate che io non vedo e non vedo dove va la drammatizzazione del verso. La libertà versale può essere caos? Mancanza di accordo in favore di cosa altro? G.Linguaglossa,nel teatrale K. und Herr Gnosi, ha versi, Lei ha versi ,Rago certamente. quelli di Carlucci anche. A quali versi Lei si riferiva?

  9. La poesia di Giorgio Linguaglossa, Preambolo del Signor K. «La «nuova poesia ontologica»?, suvvia Cogito, siamo seri…» pone invece delle eccezioni al ritmo scandito da punti. Nei suoi frammenti si aprono squarci di tempo che danno alla poesia una veste quasi allucinata. Ma anche di serena e soddisfatta poesia…

  10. LA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/01/29/perche-la-memoria-perche-la-poesia-perche-lolocausto-a-cura-di-giuseppe-talia-poesie-per-la-memoria-poesie-di-giuseppe-talia-lucio-mayoor-tosi-gino-rago-edith-dzied/comment-page-1/#comment-17717
    Caro Lucio Mayoor Tosi,

    a proposito della poesia:

    Preambolo del Signor K. «La «nuova poesia ontologica»?,
    suvvia Cogito, siamo seri…»

    devo dire che l’ho tenuta in laboratorio almeno per tre anni, ed è cresciuta lentamente, come mio costume. Di solito, le mie poesie crescono così: prendono tutto da tutti, hanno fame. Uno dei segreti della poesia è anche questo: il saper prendere dei rottami di qua e di là e convogliarli in una dimensione temporalizzata. Per esempio l’inizio, (il primo verso, in origine era un lungo verso unico, che io poi ho spezzato in tre proposizioni) con il treno in viaggio con i soldati dall’elmetto a punta, etc. ci porta già all’interno della dimensione delle due guerre fratricide europee, quella cantata nella canzone della Marlene Dietricht che ho postato sotto: il lungo addio dei soldati che vanno verso la morte. E in questo contesto simbolico, iconico, semantico, temporale ho introdotto il Signor K. il quale (lo si capisce dal narratum) è l’Angelo che si diverte e gioca con la Storia, a rimescolare le carte (già di per sé imbrogliate), della Storia… qui poi ho introdotto elementi della attualità, della cronaca: Steven Grieco Rathgeb, Mario Gabriele e la «nuova poesia ontologica»… ovviamente, il diavolo se ne frega delle questioni di estetica, lui «gioca» con il «grilletto», gioca con i morti, si limita a comparire, «di quando in quando» in mezzo agli «eventi del mondo».

    Ogni poeta che adotta la metodologia della «temporalizzazione» non fa altro che modellizzare, secondo le esigenze della propria poesia, gli strumenti retorici, compresa la punteggiatura che, in questo nuovo contesto di pensiero poetante assume un rilievo assolutamente prioritario, come ha ben capito Gino Rago con la sua poesia epica e narrativa spezzata dai punti (è come spezzare la spina dorsale di un dinosauro), come fai anche tu, anzi, forse tu sei l’autore che adotta con maggiore determinazione la punteggiatura per spezzare la tradizionale organizzazione frastica della poesia del novecento. E questa è, a mio avviso, una novità di grandissimo rilievo della «nuova poesia ontologica».

    Inoltre, come tu [Lucio Mayoor Tosi] hai ben colto, si può spezzare un polinomio frastico con il punto non per arrestare la semantica ma, al contrario, per rinvigorirne il valore, per rilanciare la significazione con più forza. Perché il segreto è qui: in questo modo la significazione si rafforza invece di indebolirsi. Perché la «nuova poesia ontologica» punta più sulla iconologia che non sulla semantica, o meglio, la semantica viene a riorganizzarsi sulla base della successione delle «icone». La semantica viene svuotata di valore.

    Ed ecco che le singole proposizioni frastiche assumono un rilievo e un nitore impensabile nel vecchio metodo di costruzione della poesia. Come nella tua composizione pubblicata poco sopra, ad esempio questi versi che compaiono lì all’improvviso, rivelano una forza deflagrante:

    Nel giardino dei Dobermann tengono sempre
    le luci accese.

    La poesia di Mario Gabriele per certi versi esemplifica bene un particolare modo di scrivere per «Frammenti», per certi versi affine alla tecnica di scrittura degli Haiku. Infatti, negli Haiku tutto è determinato con la massima precisione, si potrebbe dire che si tratta di una immobilità viva, o immobilità mobile. Sorprendentemente, gli Haiku sono affini alla fotografia, lì dentro c’è una immobilità che parla, e parla perché ogni verso è una immagine congelata, un Evento. A questo proposito vorrei precisare che il raffreddamento è una fase essenziale della «nuova poesia»: le parole devono essere sottoposte a raffreddamento. In questo tipo di poesia i dettagli sono importantissimi, sono poesie fatte di dettagli. E il dettaglio abita uno spazio intertemporale: il presente.

    • Ciò che Giorgio Linguaglossa ha espresso ed esprime nei commenti su questo Blog sulla poesia ontologica, lo determina ora in forma poetica creando soggetti diversi, ognuno con una propria visione delle categorie estetiche, viste nelle loro fasi di stabilizzazione e di contrapposizione. L’ironia, che ne scaturisce, mette in primo piano i due attori principali: Il Signor K e Cogito. Meno prevedibile è il risultato in quanto la discussione intorno alla struttura per frammenti sembra essere minacciata dal Signor K che detiene il potere da una parte e dall’altra, di Cogito che propone e idealizza un nuovo raccolto in una stagione di fioriture. estetica post.novecentesca. Sia il Signor K che Cogito hanno armi a disposizione in grado di intervenire in ogni momento, soprattutto il primo che fa opera di terrorismo psicologico, tra l’altro, profondamente dichiarato fino a porre in essere la stessa questione del frammento come: nell’ultima chiusa: «Suvvia, Cogito, siamo seri». È qui che comincia la vera partita e l‘en plein dell’ironia.

  11. Ripropongo qui due poesie di Salvatore Martino, tratte da La fondazione di Ninive, del 1965, dove si intercetta agevolmente che il poeta siciliano abitante a Roma, allora si muoveva inconsapevolmente nel solco di una poesia, oserei dire, proto frammentaria:

    Salvatore Martino
    Due poesie
    .

    A una distanza pari dalla giungla seguendo il filo di un
    airone basso nelle correnti dell’aria Disposti a seguitare
    malgrado l’oroscopo straniero verso l’alto del piano dove
    spirali si rincorrono e la schiera alata dei pesci Intorno
    il sentiero mostrava tracce d’un’altra carovana passata
    chissà in un giorno di aprile Si avanzava per gradi
    lo sguardo fisso al perimetro del dolore
    .

    but if you think of a periscopal motion
    of thinghs and animals
    .

    L’arsenico nel vino i segnali del passo Dalla bocca del
    capanno un grido di fucili Stormi inquieti di volatili e
    il rosso cremisi delle piume alla vista dei cani
    Ci spingemmo avanti senza l’appiglio delle streghe
    Poi avrai notizie dagli agenti del cielo Orbite e sonde
    le riprese di luna e mille crateri illuminati dalla
    fiamma silicea Come sciogli il granito?
    .

    A una distanza pari dalla giungla l’anima si riduce ad una
    massa che invade le finestre entra nelle cantine squarcia
    i vetri e le porte precipita negli alambicchi Piombo
    .
    *******
    .
    Doppiata la collina si piega il tempo per cogliere il
    tracciato che scende in un azzurro paese dove laghi
    s’incontrano il verde meridiano e oltre la fossa il cielo
    .

    Tradito dai sicari
    .

    Ci siamo tinte le mani con bianchissima calce
    coperto i sopraccigli col sudario una flora batterica
    per coltivare agavi o la demenza di chi spera
    al mattino un oroscopo astuto delle carte
    .

    Non c’è comparazione col metallo quello duro e temprato!
    La fossa spaventosa degli inganni precipita intatte
    carovane l’oro disciolto nei crogioli l’interminabile spirale
    conquista il punto Ricomincia l’ascesa a gironi più fondi
    Nel Maeltröm attorcigliati Cibele e il corpo di Attis
    ritrovato una piatta famiglia di lombrichi Sirene
    calamitate a riva da un canto più del loro sinistro
    .

    Siede il giovane Orfeo la lira stanca lungo il braccio
    sul cavalcante Egeo stanco dell’Ade stanco dell’Olimpo
    tradito dagli amici le mani di bianchissima calce e un
    vuoto contro la mezzaluce balenata in pieno dormiveglia
    dalla camera accanto
    .
    Dovremmo salire E gonfiare nell’azoto
    .
    Una centuria volatile
    .

    (da La fondazione di Ninive”, 1965)

  12. Donatella Costantina Giancaspero

    LA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/01/29/perche-la-memoria-perche-la-poesia-perche-lolocausto-a-cura-di-giuseppe-talia-poesie-per-la-memoria-poesie-di-giuseppe-talia-lucio-mayoor-tosi-gino-rago-edith-dzied/comment-page-1/#comment-17726
    Ci sono degli elementi che vorrei rilevare: 1) Il treno in viaggio; 2) i soldati con l’elmo a punta; 3) La guerra; 4) Il Signor K. presenza inquietante, metafora e metafisica del Male.

    “Il treno è in viaggio. Porta soldati con l’elmo a punta.

    Verso il fronte russo.
    Il Signor K. siede nel vagone ristorante,
    ha con sé la valigetta diplomatica.
    Cogito ha nella tasca interna della giacca
    la fotografia di Enceladon.

    Il Signor K. misurò con ampi passi lo spazio del vagone ristorante”.

    Un quinto elemento è dato dalla presenza del Signor Cogito (l’intellettuale, il filosofo). I personaggi sono due: il Signor K. e Cogito. Si tratta di personaggi simbolici. Non stiamo qui a divagare su che cosa e chi possano impersonare questi due simboli: essi rappresentano una contesa, una partita a scacchi, uno scontro tra due Entità: il pensiero (Cogito) e il Male (il Signor K.). La poesia fa parte di una raccolta dove si snoda la sfida estrema, la partita finale direbbe Beckett, o meglio, il finale di partita.

    Il Signor K. diciamo, esterna la sua filosofia della praxis. Dal suo discorso, tra un mottetto e una battuta di spirito, veniamo a sapere che si tratta di una realtà extramondana, forse di uno spirito dell’Empireo o del Sottosuolo, insomma, una Entità che può intervenire nel corso degli eventi del mondo modificandone i risultati e il corso stesso. Cogito sta qui a significare la resistenza del pensiero umano. Tra le due Entità non ci può essere altro che uno scontro totale. Ci possono essere delle tregue ma mai una pace.

    C’è poi un altro elemento importantissimo: Enceladon. Chi è costei? È la personificazione della Bellezza. È degno di nota questa endiadi: che mentre i soldati nel treno vanno verso la morte, Cogito tiene una dissertazione sulla Bellezza. Lo scontro quindi è tra due Entità: la Bellezza che resiste e il Male della Storia che progredisce nella sua corsa cieca verso l’annientamento e la morte.

    Qui ci sono tutti gli elementi per una rappresentazione dello scontro in atto. Chi trionferà: il Male o Enceladon? Quali armi sono a disposizione di Cogito per contrastare il Male?

    Vorrei dire, in conclusione, che una narrazione (tema) di questo tipo non può essere fatta che con il verso libero, o meglio, spezzettato, frantumato. È lo stesso narrato che richiede uno stile, e non il contrario.

  13. Steven Grieco-Rathgeb

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/01/29/perche-la-memoria-perche-la-poesia-perche-lolocausto-a-cura-di-giuseppe-talia-poesie-per-la-memoria-poesie-di-giuseppe-talia-lucio-mayoor-tosi-gino-rago-edith-dzied/comment-page-1/#comment-17728 Vorrei segnalare questo https://www.avvenire.it/agora/pagine/rete : stralci della introduzione del sociologo belga-canadese al saggio di Alberto Contri “McLuhan non abita più qui? I nuovi scenari della comunicazione nell’era della costante attenzione parziale”. Tutto molto interessante, ci mostra dove stiamo andando, e chi non lo vuole capire peggio per lui. Alcuni brani hanno diretta attinenza alla questione della poesia dei frammenti:
    “Il fatto è che noi – come i più giovani – stiamo attraversando un’ epoca di crisi cognitiva che si riflette anche nel mondo dell’ educazione, fattore, questo, che la scuola non ha ancora messo bene a fuoco […]. Contri ci fa riflettere sul tema della costante attenzione parziale, caratteristica della mente giovanile di oggi, per sottolineare la frammentazione permanente e irreversibile del nostro tempo, delle nostre esperienze e conoscenze. In effetti, noi siamo sempre disponibili per ogni forma possibile d’interruzione. Rispetto a questa teoria, sono più che d’accordo. Anni fa ho detto e scritto: «Siamo frantumati – ridotti a pezzi, bit – dalla digitalizzazione».
    Questa frammentazione appare irreversibile. Siamo in balia dello tsunami elettronico e non serve provare a nuotare controcorrente. Le strategie per dare senso alle cose e fare scelte devono nascere da una nuova capacità di saper gestire tanti frammenti.
    La situazione psicologica e sociale di una cultura fracassata richiede di pensare diversamente rispetto all’ epoca predigitale. Lo spostamento della conoscenza umana dall’ interno delle coscienze all’ esterno nella Rete e nei Big Data cambia le nostre funzioni cognitive di base. Parlo qui del pensiero ipertestuale. Partendo dalla capacità del nostro cervello di ricostruire la memoria delle cose a partire da frammenti – come segnala la parola inglese remembering («rimettere membri insieme») – possiamo immaginare che nel futuro questo processo di ricostruzione sarà applicato a connessioni nuove.
    Ricordare significherà creare rapidamente un ordine delle cose, non semplicemente ritrovarlo. In passato, ho constatato che il modo di pensare dei miei studenti era simile a quello dello scanner: scannerizzavano l’ambiente o lo schermo per scegliere i pezzi pertinenti al fine di creare senso.”
    La questione della “attenzione parziale” è una cosa che il regista indiano Mani Kaul mi spiegava già alla fine degli anni Novanta.
    Non capirò mai perché non si possa scrivere poesia profonda e folgorante anche in uno scenario come questo, e anzi sfruttando proprio questa concentrazione parziale per raggiungere orizzonti poetici insospettati. Certo, forse dobbiamo lasciarci alle spalle certe incrostazioni letterarie che fanno da scudo ma negano la visuale. Ma soprattutto vedere Valéry come un entusiastico fruitore di Internet.

    • Giuseppe Talia

      A proposito di quanto afferma Steven Grieco, ieri sera su Raiuno-Speciale-Tg1 ore 11:35, uno special da Singapore ha fatto vedere una realtà futurista che non è più futuro ma che è ora e qui. Una smart city, una smart nation, dove tutto è connesso, tutto è controllato, tutto è apparentemente perfetto, la vita e le azioni di tutti gestiti da algoritmi. Vi invito a rivederlo su Raiplay
      Mi domando, però, dove sia la poesia a Singapore e di cosa tratterà. Siamo ormai definitivamente ONLIFE.

      http://www.raiplay.it/video/2017/01/Speciale-Tg1-8296fc42-e012-476d-b6a7-764bb2b250de.html

    • Oggi il concetto di frammento non è più collegabile alla poesia, di cui tanto si sta dibattendo in questa sede, ma interessa diversi settori, non più governabili dal sistema socio-politico e culturale, perché è venuto meno il concetto di Unità. A determinare questo ribaltamento è stato soprattutto il miglioramento delle condizioni della vita umana, passate dalla alienazione del lavoro, alle applicazioni tecnologiche più avanzate che hanno dato vitalità a una gestione dei prodotti commerciali, determinando il distacco dalla vita contemplativa e metafisica, ad una vita più attiva che usufruisce dei prodotti commerciali e scientifici inimmaginabili ai tempi della diligenza.E siccome la scienza è universale, nessuno dei singoli soggetti appartenenti all’umanità è escluso dai risultati liberamente conseguiti. Solo nell’ambito del progresso si può metabolizzare il concetto di frammento in tutti i settori in cui esso si dispiega, fornendo fisiologicamente le condizioni di adattamento e di fruizione che una mente, così come concepita da Hume e da Darwin, non può mai integrarsi a causa della ” la pariteticità sostanziale dei processi mentali umani con quelli animali”.Ecco spiegata la resistenza opposta da certi soggetti chiusi nel loro guscio conservatore, rispetto a quelli che hanno una visione del mondo più moderna e scientifica. Significativa, a questo punto, mi sembra la nota di Steven Grieco Rathgeb, che inquadra la situazione da ogni angolo operativo.

    • Traggo da Facebook un esempio, credo, calzante ( per alleggerire):
      Ieri sera, mentre ci guardavamo in tv la fiction ‘I bastardi di Pizzo Falcone’ con Alessandro Gassmann, a un certo punto io dico ad Anna (mia sorella): ‘Ma dov’e’ finita la pallina del Theo?’

  14. Giuseppe Talia

    LA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA
    Grazie, innanzitutto, a Giorgio Linguaglossa per l’analisi del testo Nacht und Nebel.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/01/29/perche-la-memoria-perche-la-poesia-perche-lolocausto-a-cura-di-giuseppe-talia-poesie-per-la-memoria-poesie-di-giuseppe-talia-lucio-mayoor-tosi-gino-rago-edith-dzied/comment-page-1/#comment-17730
    Impara l’arte e mettila da parte, recita un vecchio adagio. Ed in questa ottica, dopo un mio rifiuto iniziale all’invito a scrivere della Shoa per senso di inadeguatezza nei confronti di un tema così spinoso, con il rischio di cadere facilmente nella retorica, di accendere, come scrive Mario M. Gabriele nel suo pertinente e acuto commento, “micce o ricordi tanto per onorare la Memoria”, in un atto catartico, ho composto di getto il testo. Cosa è successo in quel frangente? E’ successo che nei cinque o dieci minuti di scrittura io sia stato scaraventato in quell’inferno di settantuno (?) settantadue (?) anni fa. E Vincent era ed è solo un rimando alla Vittoria. Dice bene Giorgio Linguaglossa quando afferma che io “abbia fortemente voluto questa scansione sintattica e queste interruzioni proposizionali, abbia voluto sottolineare la diffrazione”. Sì, per uno che ha imparato l’arte e l’ha messa da parte, niente o quasi è più casuale, tranne l’ispirazione che non è altro che entrare in situazione. Mimetizzarsi.
    Chi mi conosce, chi ha letto i miei precedenti libri (non brigo, non pubblicizzo e non mi propongo) sa che il frammento è nelle mie corde. Nasco come antilirico, ironico e beffardo. Le Vocali Vissute, 1999, sono un esempio lampante della poetica per frammento, capaci di aver provocato qualche risolino compiaciuto a Sagredo (e non è poco), come a Lucio Mayoor Tosi, per esempio. Negli anni ho, però, compiuto un cammino a ritroso, come il gambero, perché dovevo risolvere nodi non sciolti nella mia percezione dello scibile poetico, tra forme e contenuti.

    Sono felice di essere annoverato tra i fautori della “nuova poesia”, se davvero esiste una nuova poesia, perché credo nel mio impegno di anni di studio e di lavoro, e anche perché quando i segnali lanciati come bengala nella deriva degli oceani, vengono captati dalle navicelle sperse nei frangiflutti e trovano un porto di approdo, una condivisione e ancoraggio sicuro, allora quello è un premio, quello significa che la rotta era giusta e che non si è più soli.

    Ora, venendo ai testi dei miei cari amici e colleghi, ho apprezzato tanto il testo di Gino Rago. Gino Rago è un gentiluomo e il suo testo mi ha fatto venire alla memoria un romanzo di Jeffrey Eugenides, Middlesex, in viaggio che vede la famiglia Stephanides, sfuggire all’olocausto degli armeni durante l’impero ottomano e trasferirsi nell’America del proibizionismo e della guerra, dei conflitti razziali e della controcultura.

    A Lucio Mayoor Tosi faccio solo un appunto sul verso “La tartaruga cammina cammina finché
    s’ingroppa la forchetta” il quale a prima lettura mi ha fatto sorridere, non solo per l’elemento straniante della tartaruga in un capannone di un qualche lager. Il verso “Nel giardino dei Dobermann tengono sempre le luci accese”, invece, rende terribilmente l’idea del setting.

    La mia domanda è, però, poesia di testa o poesia di pancia?

    Il Sig. Cogito è un personaggio che conosco. L’ho già trattato in altri blog con commenti. Cogito è la testa, la pura razionalità contro le viscere del diavolo. Elementi di riporto da altre epoche si intrecciano nel racconto. Ad una prima lettura il lettore viene spiazzato, pensa di essere nel ’42 o ’45 e invece, l’elmo a punta, il Pickelhaube dei prussiani, ci riporta immediatamente nel 1842. E’ un andirivieni storico, un passare liberamente da una epoca all’altra, fino ai nostri giorni, “Lei, Mario Gabriele e Steven Grieco Rathgeb?”, su di una linea temporale che ha perduto l’originaria cronologia, la successione temporale, e che si muove con perizia tecnica e con artifici retorici, per dirci cosa? Che tutto è relativo? Sì, tutto è relativo, in poesia.

    Adam Vaccaro, per quel che ho letto e conosco è un ottimo critico, un intellettuale, un bravo poeta che ha saputo costruire un proprio alveo poetico, indipendente e convincente.

    Degli altri autori conosco poco, e mi scuseranno. Ma approfondirò, appena possibile.

    • “La tartaruga cammina cammina finché
      s’ingroppa la forchetta”
      E’ un nonsenso, Giuseppe. Ed è posto volutamente per impedire la lettura lineare che chiunque farebbe dopo aver letto il verso d’inizio “Il piatto si riempie di acqua e cenere”. Mi servo del nonsenso per far deragliare la lettura tradizionale. Il minimo che m’aspetto è che qualcuno possa muovermi un appunto.
      In una poesia precedente a questa (Bidue) che Giorgio ha pubblicato giorni fa in un suo commento, il verso d’inizio era: “Lo stile abbaia, dice il cortile”. Qui salto da una parola a un luogo, riesci a vederlo? attuo immediatamente una dislocazione. Dal primo verso in poi, penso io, il lettore non potrà leggere alla maniera in cui s’è abituato.
      Lascio decidere a te se questa sia poesia di pancia o di testa.

      • “Mangia qualcosa, Josef”
        Non siamo come dici tu nel capannone di un qualche lager. Josef è a casa mia, in cucina, dove sono anch’io. C’è il frigorifero, si parla anche di un drugstore. Lui è me, io sono lui. Siamo fantasmi. Lui è il portatore delle immagini ( minestra e cenere, sangue rappreso di cane impazzito ecc)
        Il pensiero che mi ha accompagnato è la preoccupazione per la perdita della memoria, che mi ha fatto pensare alla lobotomia. Quindi al violinista Joseph Hassid, che ne morì. Mi sono anche ascoltato su you tube un suo concerto. A poesia finita ho pensato che fossero trascorsi cinque o dieci minuti, invece era già mezzogiorno. Cinque ore erano volate.

  15. SULLA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/01/29/perche-la-memoria-perche-la-poesia-perche-lolocausto-a-cura-di-giuseppe-talia-poesie-per-la-memoria-poesie-di-giuseppe-talia-lucio-mayoor-tosi-gino-rago-edith-dzied/comment-page-1/#comment-17742

    «…il fatto che la Torah vietasse agli ebrei di investigare il futuro, istruendoli invece alla memoria, non vuol dire affatto che il futuro diventasse per loro una homogene und leere Zeit, un “tempo omogeneo e vuoto”. Al contrario, ciò costituiva la sola condizione per rappresentarsi il futuro come un tempo all’interno del quale “ogni secondo era la piccola porta da cui poteva entrare il Messia”».1

    Azzardo un pensiero. Penso che oggi non si può scrivere poesia leggibile se non nella forma del «frammento», e il perché è stato spiegato con dovizia di argomenti dal commento (poco sopra) di Steven Grieco Rathgeb.

    Già il fatto che ogni giorno teniamo il telecomando in mano e facciamo zapping tra centinaia di canali alla ricerca di quello che ci aggrada, o che, tramite la rete passiamo agevolmente da un sito porno a migliaia di altri siti di vari argomenti e settori, dalla scienza alla cronaca rosa, gialla e verde. Questo che cos’è se non che noi tutti viviamo in una realtà che si mostra a noi nella forma del «frammento»?
    RESISTERE PERVICACEMENTE A QUESTO DATO DI FATTO INCONTROVERTIBILE, NON ACCETTARLO, RIFIUTARLO, MI SEMBRA DAVVERO ABBARBICARSI AD UN CONCETTO DI «REALE» DELL’ERA PRESCIENTIFICA E DEL MONDO PRE-DIGITALE.

    Ormai il mondo segnico va in questa direzione, e sono almeno tre lustri che il mondo dei segni va in questa direzione, e il futuro non potrà che accelerare in questa stessa direzione. Pensare che la POESIA, magicamente, per grazia di Dio se ne stia lì immobile ad attendere la scrittura omeostatica e omeopatica del poeta contemplativo (come scrive Mario Gabriele), della poesia lineare e fonologica, tutto ciò mi sembra davvero un comportamento prescientifico, tolemaico, il non voler accorgersi che il mondo e il mondo dei segni è cambiato irreversibilmente.

    Si tratta di una vera e propria «nuova ontologia estetica» che, tra l’altro, a ben guardare, offre alla poesia possibilità incredibilmente ampie e feconde.

    E qui torniamo al valore della MEMORIA da cui siamo partiti. Alla base di questa «nuova ontologia estetica» c’è il pensiero che la Memoria NON è UN SALVADANAIO STATICO CHE ASPETTA LA NOSTRA MONETINA, MA è UNA EREDITà CHE VA SALVAGUARDATA E COLTIVATA. LA MEMORIA è IL CENTRO PROPULSORE DELLA NUOVA POESIA E DEL NUOVO UMANESIMO, SE UMANESIMO MAI CI SARà.
    Il ripristino della Memoria è un atto di cui non possiamo fare a meno. Ecco la ragione della nostra insistenza su questo argomento.
    Oggi viviamo nel bel mezzo di una rivoluzione del Paradigma cognitivo, stiamo vivendo da tempo nel bel mezzo di una frammentazione permanente e irreversibile del nostro tempo, e la poesia italiana sembra non essersene accorta, e si continua a fare una poesia dall’esterno, insignificante, tolemaica, bertolucciana (con tutto il rispetto per Bertolucci), idillica, intimistica, corporale, privatistica… in una parola: inesistente.

    1 Giacomo Marramao Minima temporalia lucasossellaeditore, 2005 pp. 85,6

  16. Dovremmo chiederci che cosa significa «nuova ontologia estetica»
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/01/29/perche-la-memoria-perche-la-poesia-perche-lolocausto-a-cura-di-giuseppe-talia-poesie-per-la-memoria-poesie-di-giuseppe-talia-lucio-mayoor-tosi-gino-rago-edith-dzied/comment-page-1/#comment-17750
    Bene, detto in parole semplici, essa presuppone una rifondazione delle principali categorie estetiche sulle quali si fonda una estetica e una poetica. Un compito immane che tentiamo cmq di abbozzare se non altro per i più giovani e per chi voglia intendere lo stato delle cose. Innanzitutto, rifondazione del concetto di Memoria, rifondazione del concetto di «reale», rifondazione dei concetti di tempo e di spazio, e del «soggetto»; rifondazione del concetto di «cosa»; definizione del concetto di «evento»; critica dell’economia estetica; critica dell’economia politica; metafora come nesso linguistico concreto; utilizzazione del traslato e del simbolico; utilizzazione dell’immaginario; utilizzazione del «frammento»; immagine dialettica, etc.
    Cito qui a proposito del «frammento» e della necessità di procedere con celerità ad una «nuova ontologia estetica», quanto Alessandro Alfieri ha scritto sul n. 28 della rivista Aperture citato anche sull’Ombra:

    La frammentarietà che caratterizza il mondo moderno, oltre ad essere il contenuto ovvero il tema di gran parte della produzione benjaminiana, è al contempo anche fondamento formale e stilistico; Benjamin non ha più alcuna fiducia per il trattato esauriente e per il sistema, ed è la sua stessa produzione a essere espressione della medesima frammentarietà di cui parla, prediligendo per esempio la struttura saggistica su determinati argomenti e autori. Ma è soprattutto nella sua ultima grande opera, rimasta incompiuta, che tale frammentarietà assurge alla sua più piena espressione, ovvero i Passages, un “montaggio” di impressioni, idee, citazioni, riferimenti, “stracci” appunto, che nel loro accostarsi fanno emergere significati inediti, elementi che contribuiscono a sconfiggere quella fantasmagoria seduttiva in grado di anestetizzare il pensiero critico.

    Qui assume un ruolo essenziale il concetto di “immagine dialettica” dominante proprio nei Passages; l’immagine dialettica, che si oppone all’epochè fenomenologica, vive del suo perpetuo relazionarsi all’altro da sé. Non v’è possibile ontologia dell’immagine nell’assenza di relazione, anzi, è la stessa immagine che, affinché possa sopravvivere, pretende di essere messa in rapporto ad altro. È nell’immagine dialettica che temporalità ed eternità si fondono insieme, passato e presente si amalgamano:

    “Non è che il presente getti la sua luce sul passato, ma l’immagine è ciò in cui quel che è stato si unisce fulmineamente con l’ora in una costellazione. In altre parole: immagine è dialettica nell’immobilità. Poiché, mentre la relazione del presente con il passato è puramente temporale, continua, la relazione tra ciò che è stato e l’ora è dialettica: non è un decorso ma un’immagine discontinua, a salti. – Solo le immagini dialettiche sono autentiche immagini (cioè non arcaiche); e il luogo in cui le si incontra è il linguaggio”.1]

    Cogliere nel turbinio incessante e frenetico della modernità dei momenti di stasi improvvisi, delle “epifanie di senso”, capaci di illuminare di una luce differente ciò che invece ci sfugge repentinamente nella vita quotidiana dominata dalle regole del consumo: questo è il compito del filosofo dialettico e del critico della cultura; fissare lo sguardo sui frammenti per farne delle immagini dialettiche che rivelino i processi che li hanno determinati, le loro intenzionalità profonde, i loro valori allegorici e le opportunità che da esse si sprigionano.
    […]
    Ontologicamente, ed anche da un punto di vista logico-semantico, l’immagine può dire qualcosa, ha un senso e può comunicare con noi solo perché è da subito a contatto con altre immagini, in rapporto di identità o differenza con esse. D’altronde, è la conoscenza stessa che opera in questa maniera, affidandosi alla “relazione” e non alla “cosa in sé”. Per comprendere questo punto, torniamo a Nietzsche: “Le proprietà di una cosa sono effetti su altre ‘cose’; se si immagina di eliminare le altre ‘cose’, una cosa non ha più proprietà; ossia: non c’è una cosa senza altre cose, ossia: non c’è alcuna ‘cosa in sé’”.2]
    L’immagine rinvia continuamente a ciò che è altro da sé, slitta il suo senso ad un’altra immagine che rimanda a sua volta ad altre innumerevoli immagini. In questo terreno multiforme e frammentato, in assenza di un punto centrale e statico, la riflessione è demandata continuamente al suo passo successivo; questo processo consente al pensiero di vivere, di non esaurirsi in una risposta conclusiva, e di tenersi aperto all’indeterminato.

    1] W. Benjamin, I «passages» di Parigi, Einaudi, Torino, 2007, p. 516
    2] F. Nietzsche La volontà di potenza Bompiani, Milano, 2005, p. 308

  17. L’OBLIO DELLA MEMORIA E LA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/01/29/perche-la-memoria-perche-la-poesia-perche-lolocausto-a-cura-di-giuseppe-talia-poesie-per-la-memoria-poesie-di-giuseppe-talia-lucio-mayoor-tosi-gino-rago-edith-dzied/comment-page-1/#comment-17761
    Siamo consegnati irrimediabilmente e irriducibilmente – condannati – all’Oblio della memoria, ma proprio per questo dobbiamo mantenere viva la nostra Memoria, affinché ciò che è accaduto non accada mai più.

    È questo il senso del titolo della Antologia di poesia che abbiamo fatto con altri poeti: Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, 2016).

    Di questo la migliore poesia contemporanea ne è consapevole. L’essenza stessa della poesia è una entità linguistica temporalizzata. Il suo tempo è interno, non esterno. La materia, anche la materia pensa.

    È questo il punto centrale della «nuova poesia» e della poesia autentica, ciò che distingue la poesia dalla letteratura di intrattenimento.

    La memoria è questo allontanamento di noi da noi stessi…

    Come ci ha ricordato Lucio Mayoor Tosi citando Octavio Paz: «La memoria non è ciò che ricordiamo, ma ciò che ci ricorda. La memoria è un presente che non finisce mai di passare.»

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