Gino Rago UNA POESIA INEDITA Le sonagliere dei mirti vanno verso il porto – con due commenti  di Chiara Catapano e Mariella Colonna

grecia La contesa per il tripode tra Apollo ed Eracle in una tavola tratta dall’opera Choix des vases peintes du Musée d’antiquités de Leide. 1854. Parigi, Bibliothèque des Arts Décoratifs

La contesa per il tripode tra Apollo ed Eracle in una tavola tratta dall’opera Choix des vases peintes du Musée d’antiquités de Leide. 1854. Parigi, Bibliothèque des Arts Décoratifs

Gino Rago nato a Montegiordano (CS) il 2. 2. 1950, residente a Trebisacce (CS) dove, per più di 30 anni è stato docente di Chimica, vive e opera fra la Calabria e Roma, ove si è laureato in Chimica Industriale presso l’Università La Sapienza. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’idea pura (1989), Il segno di Ulisse (1996), Fili di ragno (1999), L’arte del commiato (2005). Sue poesie sono presenti nelle Antologie curate da Giorgio Linguaglossa Poeti del Sud (EdiLazio, 2015) e Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, Roma, 2016)   Email:  ragogino@libero.it

 

 Commento di Chiara Catapano

Come onde pesantemente sullo scafo della vita: commento trasversale ai versi di Gino Rago “Noi siamo qui per Ecuba”

Noi non siamo qui per Menelao.
Né siamo qui per Elena

 È con una negazione che s’apre il lungo canto dei vinti di Gino Rago: negazione che è la sorte stessa dei vinti, orrido aperto sotto la loro memoria. Per Ecuba noi siamo qui, non c’importa delle vergini, non ci interessano le schiave adolescenti per il nostro letto:

Noi siamo qui per Ecuba,
la sposa ormai prona al suo destino

Siamo qui in forze, e neppure Elena che scatenò la guerra ora ci riguarda quanto la regina della città perduta. Menelao non degna d’uno sguardo la moglie-bottino: anch’egli è lì per Ecuba. “La casa dell’amore si sfarina”, per tutti. C’è la casa concreta dei Troiani, c’è quella lontana cui fare ritorno per i Greci: ma ogni cosa muore in guerra, perché ciò che tiene in vita, in guerra, è la guerra stessa. Simone Weil ha chiamato l’Iliade Il poema della forza: “Si tratti di servitù o di guerra, sempre, tra gli uomini, le sventure intollerabili durano per via del loro stesso peso, e così dall’esterno sembrano facili da sopportare. Durano perché privano delle risorse necessarie a uscirne. Nondimeno, l’anima segreta della guerra brama la liberazione; ma la liberazione stessa le appare sotto una forma tragica, estrema, sotto la forma della distruzione.” Eccolo il destino cui Ecuba si sottomette, ecco il peso che sorregge le vite di vincitori e vinti. Nessuna fine più moderata, continua la Weil, sarebbe tollerabile perché ancora più esposte alla memoria del tragico rimarrebbero le nude spoglie degli uomini, i resti intollerabili di vincitori e vinti. Tombe scoperchiate. Più tollerabile che siano i morti tra noi, così possiamo continuare ad amare.

Tutti noi dal nostro osservatorio fatto di millenni e di distanze siamo qui per Ecuba: dimenticato il canto dissennato di Cassandra, risuonino infine le sonagliere di mirto. Abbiamo bisogno d’una schiava, d’un bottino illustre, della tenerezza della vecchiaia per tenerci in vita. Non ci commuove tanto neppure il grido ultimo di Astianatte, non seguiremo Andromaca in Epiro.

Ogni verso nel canto Noi siamo qui per Ecuba trascina dentro una morte infinita. Gino Rago forza il mito per intesservi intorno un destino di ineludibile atrocità. Mai la schiava si libererà – non diventerà la nera cagna di Ecate, non avrà la sua tomba in fronte all’Ellesponto – : prosegue il viaggio, sonagliere di mirto ne scandiscono i passi. E il mirto purifica – purifica dalle azioni commesse e subite. Purifica ad un livello altro, l’uomo resta e pasce il suo destino.

Sono versi che non assolvono e non lasciano scampo, a nessuno di noi, dentro la nostra trincea fatta di millenni e distanze. Nessuna immunità, nessun vaccino, nessun oblio.

grecia scena di un banchetto

scena di un banchetto

    Commento di Mariella Colonna

 Il risuonare delle sonagliere e il rumore delicato delle fronde di mirto mosse dal vento sono il preludio musicale con cui Gino Rago ha voluto presentare l’episodio finale delle vicende di Ilio e ricorda ai greci la vittoria, ai troiani la sconfitta. Il Poeta si china sugli sconfitti a cui vanno la sua mente e il suo cuore.

Il ciclo di Troia si conclude con il dramma dei personaggi che abbiamo imparato ad amare grazie alla forza primordiale e senza tempo che il mitico cantore di Troia ha loro conferito. Ettore, il più forte dei guerrieri troiani, sconfitto per vendetta e torturato da Achille, è umiliato anche da morto, il suo corpo straziato non viene restituito alla Madre che ha perso ormai tutti i suoi figli, non può ricevere onorata sepoltura insieme alle sue armi, non può essere pianto, è preda degli uccelli. Ormai siamo dentro il cerchio sacro della tragedia che il Poeta sembra tracciare con una mano invisibile, ispirato dallo scudo di Ettore in cui riposerà la vittima più vittima di tutti gli altri caduti in guerra: il piccolo Astianatte gettato, su consiglio di Ulisse, dalle mura di Troia e ricomposto da amorevoli mani dentro lo scudo del padre morto da eroe.    Invisibili ma più che mai presenti sono i tanti morti che pesano sul cuore di Ecuba a cui viene a mancare la parola, insieme ai vivi che hanno perduto la propria ragione di vita: Andromaca.Né più moglie né madre. Ecuba è immersa nel silenzio, ma i suoi pensieri gridano: ella è in parte distrutta, senza vita, eppure fieramente la sua anima di Regina resiste ad ogni possibile oltraggio, ma ecco che, appena giunge come schiava all’Isola del suo peggiore nemico, un Poeta le fa un omaggio imprevisto: Sei bella. Sei bella come una Regina / con quei capelli tutti inghirlandati. / Slegali. Trema tutta la terra / se ti vanno a sfiorare / le caviglie alate…

Quel Poeta è senz’altro Gino Rago. Un’idea grande, la sua, d’inserire la propria presenza, a millenni di distanza e in contemporanea sul piano dell’essere, nell’evento mitico di cui narra… E certo lo fa per sottolineare e accompagnare il momento in cui la grande Regina vinta, che ha perduto il marito Priamo, i numerosi figli, il prediletto nipote, la sua Troia, approda schiava ad Itaca; il Poeta che la canta oggi era, è presente allora e si esprime verso di lei come un amante nei confronti dell’amata…eppure Ecuba è anziana, lacerata dal dolore, affranta, non parla più che a gesti. Ci si può innamorare di una donna avanti negli anni e sconfitta dal dolore, che esiste soltanto nell’immaginazione o nella memoria? Il Poeta non pone limiti all’amore, lo sente al di là e al di sopra di tutto: l’amore è ontologicamente vincente rispetto alle armi, quindi Ecuba è sconfitta soltanto dalle armi, ma è vittoriosa nell’amore. Che cosa contano gli anni di fronte al fatto che ella dimostra più coraggio di tutti gli eroi messi insieme, che da schiava si muove e parla ancora come una Regina, che porta nella mente e nel cuore tutti i suoi morti, gli affetti, i valori di una città che per ben dieci anni ha resistito all’assalto dei greci ed è stata sconfitta soltanto da una trovata astuta  del nemico?

C’è un’antologia di poesia contemporanea di Giorgio Linguaglossa che ha un titolo suggestivo, Com’è finita la guerra di Troia non ricordo. Forse anche per questo Giorgio non ricorda: la guerra di Troia non è mai finita con la vittoria dei greci perché una donna troiana coraggiosa ha amato ed è stata amata più della famosa Elena e perché un troiano figlio della dea Venere si è messo sulle spalle il vecchio padre, ha preso per mano il figlioletto Ascanio ed è partito per mare, con i compagni rimasti in vita, sulle navi sopravvissute all’incendio: e, dopo molteplici tribolazioni e un lunghissimo viaggio, ha fondato Roma. Questo secondo la leggenda e la leggenda, sappiamo, contiene sempre un elemento di verità. La guerra di Troia è simbolo di tutte le guerre in cui necessariamente alla gioiosa vittoria dei vincitori si affianca la desolazione dei vinti: in questa poesia di  Gino Rago che grazie alla memoria senza tempo ci raccoglie tutti nell’Isola di Ulisse, Ecuba, l’anziana Regina, è così bella nell’essere che non si può collocare tra i vinti, ma tra coloro a cui la sorte ha offerto una possibilità di riscatto. La sua dimora non è più la reggia di Troia, ma una casa semplice che immaginiamo bianca sullo sfondo del mare, sopra un’altura, tra profumi di erbe selvagge, in mezzo ad un’armonia di suoni, diversa, ma non meno attraente delle sonagliere dei mirti: qui ci sembra di sentire al vivo i “campani” delle capre condotte al pascolo sul prato di smeraldo (notare la raffinatezza del prezioso colore in un ambiente di pastori a cui fa riscontro l’azzurro che circonda Itaca) e su tutta l’isola sembrano rimbalzare e avvolgerci questi suoni così evocativi da superare qualunque musica, soprattutto se li associamo al rumore del mare e del vento che si diverte a sconvolgere, qua e là, gli arbusti della macchia mediterranea. Ecuba dialoga con il pastore e rammenta che fu la capra Altea a dare latte a Zeus ancora in fasce. L’antica Regina, vissuta in mezzo allo sfarzo e agli onori dovuti al rango, sa adattarsi ad una vita semplice, a contatto con la natura, si è perfino abituata al suo padrone, ne indovina i pensieri e le emozioni: porta in sé un tesoro inestimabile di memorie ed è simbolo di tutte le donne, troiane o di qualunque luogo e tempo, che hanno dovuto subire la violenza ma, dentro, non si sono lasciate piegare dai violenti.

In mezzo alla vivida natura, al sole e al mare Ecuba è colpita da un venticello marino che rappresenta l’elemento di chiusura e apertura del cerchio sacro in cui si muove, insieme a tutti noi, la vicenda della Regina ridotta in schiavitù: ella ricorda  che, a Troia, non scorre più lo Scamandro, che le due fonti si sono essiccate, non risuonano gioiosamente come una volta, la sua città i cari morti sono lontani, ma lei ne stringe i corpi e li fa rivivere nel suo grembo, nel suo cuore. Anche noi, se vogliamo entrare nella dimensione poetica del personaggio, siamo invitati ad entrare nel cuore di Ecuba e nella mente-anima del Poeta dove tutto avviene senza… avvenire, o meglio è anche se non è più e dove l’immaginazione di Omero, in cui sopravvivono gloriosamente frammenti di storia, è fatta rivivere dalla potenza evocativa della Nuova poesia.

Versi incisi nel marmo della Nuova Cattedrale poetica dove tutti possono ritrovare il senso del sacro o almeno diventare custodi del limen entro il quale ciò che avviene acquista un significato più profondo, più umano in senso universale e quindi condivisibile da tutti in ogni momento o luogo della terra.

Qui la quadrimensionalità  si apre a nuove dimensioni dell’essere e del linguaggio. Grazie a Giorgio Linguaglossa che ha aperto questa nuova stagione poetica e a Gino Rago: egli ci ha offerto lo spunto per tornare alla poesia omerica e a tutti i poeti che credono davvero nella Poesia non come esercizio letterario, ma come una forza che abbraccia tutto l’essere e ci aiuta a comprendere perché siamo su questa terra, mater dolorosa: non è possibile spiegarlo soltanto a parole, bisogna viverlo per capire e, per viverlo, bisogna essere aperti all’amore. L’amore è un’apertura infinita, è assumere in sé il dono della Vita e il suo mistero.

                (Roma, gennaio 2017)

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Gino Rago
Le sonagliere dei mirti vanno verso il porto

Ettore senza scudo quasi a cibare i corvi.
Astianatte nella Pietas di braccia senza carne.
Andromaca. Né più moglie né madre.
Ecuba ora perde la parola. Non emette
un’onda la sua voce. Le rimane solo il gesto.
Il linguaggio dei segni volge sulle schiave
e a sé soltanto dice: «Nella terra di quali uomini
sono giunta? Sono selvaggi, senza giustizia,
o nella mente serbano e nei gesti
anche un esile rispetto degli dèi?».

Nell’Isola di Ulisse un poeta scioglie il canto
per la forestiera giunta come schiava:
« Sei bella. Sei bella come una Regina
con quei capelli tutti inghirlandati.
Slegali. Trema tutta la terra
se ti vanno a sfiorare
le caviglie alate…». Un pastore (o un dio
greco) a Ecuba offre una ricotta calda.
Non guerrieri più all’orizzonte ma capre.
Soltanto capre sul prato di smeraldo.
«Ogni campano cerca la sua capra, ogni capra
il suo campano. Duecento strumenti
antichi come il pane. L’Isola è una cassa
di risonanza fra l’altopiano e il mare».
Ecuba fa sue le parole del pastore.
(Rammenta che fu la capra Altea
a dare latte a Zeus ancora in fasce).
Ma un refolo salmastro tormenta la sua chioma.
Muore lo Scamandro fra i due accampamenti.
Si essiccano le fonti. Non è più lieto il timbro
delle due sorgenti sotto Troia.
E’ troppo mesto il cuore in esilio.

Le sonagliere dei mirti vanno verso il porto.
Odisseo tace. Beve a una coppa. Scruta il ventilabro.
I flutti lo richiamano. Lo invitano alla sfida.
Ecuba osserva il suo padrone. Ne avverte i palpiti.
Ne conosce i fremiti. Ne indovina i piani.
Ma Ilio è perduta. La sua città la inonda di ricordi.
E nelle mani stringe le carni sempre vive dei suoi morti.

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Chiara Catapano nasce a Trieste nel 1975. Si laurea nell’ateneo tergestino in filologia bizantina. Vive per alcuni anni tra Vienna, Atene e Creta, approfondendo così i suoi studi sulla cultura e la lingua neogreca. Collaborazioni recenti: Fondazione Museo storico del Trentino: assieme al dott. Andrea Aveto dell’Università di Genova e allo scrittore Claudio Di Scalzo: riedizione dei “Discorsi militari” di Giovanni Boine, nell’ambito di uno studio sull’autore portorino. Per Thauma edizioni: ha curato l’edizione di “Per metà del cielo”, della poetessa slovena Miljana Cunta (trad. Michele Obit). Per l’Istitucio Alfons el Magnanim CECEL – Consejo Superior de Investigaciones Cientìficas, rivista “Anthropos” numero di febbraio 2015, l’articolo: “Sopra la rappresentazione transmoderna del sé”.

Con Giulio Perrone esce a giugno 2011 la sua prima raccolta “Apice stretto” in “Verso libero- antologia poetica a cinque voci” con prefazione di Letizia Leone. +A ottobre 2011 esce la sua raccolta “La fame” edita da Thauma Edizioni. A novembre 2013 pubblica la raccolta “La graziosa vita” (Thauma edizioni) dialogo sulla tomba di Giovanni Boine, uscita sotto l’eteronimo di Rina Rètis – opera dedicata allo scrittore portorino.

Ha collaborato fino al 2013 con l’associazione culturale “Thauma” di Pesaro, per la cui casa editrice è stata curatrice. Ha curato per il Comune di Bolzano, assieme alla regista Katia Assuntini un cortometraggio nell’ambito di un progetto d’integrazione delle giovani ragazze immigrate: in particolare ha coordinato il lavoro di traduzione per una giovane poetessa pakistana. Cortometraggio poetico basato sul poemetto inedito “Alìmono”, in collaborazione con gli artisti pugliesi Iula Marzulli, Marianna Fumai (RecMovie) e Gaetano Speranza: prima proiezione il 26 dicembre 2016 al Lecce Film Fest.

Collabora con la compagnia teatrale Fierascena, fondata dall’attrice e regista Elisa Menon. Sue poesie e prose poetiche sono apparse in riviste, siti e blog letterari- Catalogo della mostra personale di Jara Marzulli (http://www.jaramarzulli.it/Come bocca di pesce i pensieri”; “Di là dal bosco”, ed. Le voci della Luna, 2012; Le voci della Luna, rivista: n. 55 “L’inutile bellezza, il senso di colpa nella poesia di Maria Barbara Tosatti”, marzo 2013; n. 56 “L’artista primordiale, omaggio a Odysseas Elytis”, luglio 2013.

“A Topolò, questa dolce sera…”, e “Oggi a Udine è risorto un poeta”  apparsi sul sito ufficiale del poeta Gian Giacomo Menon, voluto e curato dal giornalista Cesare Sartori. http://www.giangiacomomenon.it/testimonianze/oggi-udine-e-risorto-un-poeta/ Intervista sul sito “World War IBridges”, 

http://www.worldwarone.it/2015/12/rediscovering-italian-intellectualsnew.html?m=1 “Giovanni Boine: la punta dell’iceberg”, nel blog di Alberto Cellotto, LibrobreveHa presentato nell’ambito del Festival Trieste Poesia” la raccolta “La graziosa vita”, presso lo storico caffè San Marco. Presentazione-intervista con Michele Obit, presso il Festival internazionale “Stazione Topolò”, luglio 2014.            

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Mariella Colonna

Mariella Colonna.  Sperimentate le forme plastiche e del colore (pittura, creta, disegno), come scrittrice ha esordito con la raccolta  di poesie Un sasso nell’acqua. Nel 1989 ha vinto il “Premio Italia RAI” con la commedia radiofonica Un contrabbasso in cerca d’amore, musica di Franco Petracchi (con Lucia Poli e Gastone Moschin). Radiodrammi trasmessi da RAI 1: La farfalla azzurra, Quindici parole per un coltello e Il tempo di una stella. Per il IV centenario Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina è stata coautrice del testo teatrale La follia di Giovanni (Premio Nazionale “Teatro Sacro a confronto” a Lucca), realizzato e trasmesso da RAI 3 nel 1986 come inchiesta televisiva (regia di Alfredo di Laura). Coautrice del testo e video Costellazioni, gioco dei racconti infiniti in parole e immagini (Ed.Armando/Ist.Luce) presentato, tra gli altri, da Mauro Laeng e Giampiero Gamaleri a Bologna nella Tavola Rotonda “Un nuova editoria per la civiltà del video” ha pubblicato, nella collana “Città immateriale ”Ed.Marcon, Fuga dal Paradiso. Immagine e comunicazione nella Città del futuro (corredato dalle sequenze dell’omonimo film di E.Pasculli), presentato nel 1991 a Bologna da Cesare Stevan e Sebastiano Maffettone nella tavola rotonda sul tema “Verso la città immateriale: nell’era telematica nuovi scenari per la comunicazione”. Nel 2008 ha pubblicato Guerrigliera del sole nella collana “I libri di Emil”, ediz. Odoya. Nell’ottobre 2010 ha pubblicato, con la casa editrice Albatros “Dove Dio ci nasconde”.  Nel febbraio 2011 ha pubblicato, presso la casa editrice. Guida di Napoli “Due cuori per una Regina” / una storia nella Storia, scritto insieme al marito Mario Colonna. Un suo racconto intitolato “Giallo colore dell’anima” è stato pubblicato di recente dall’editore  Giulio Perrone nell’Antologia “Ero una crepa nel muro”; nel 2013 ha pubblicato “L’innocenza del mare”, Europa edizioni; nel 2014 “Paradiso vuol dire giardino”, ed Simple; nel 2016 coautrice con il marito Mario di “Mary Mary, La vita in una favola.”

 

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84 commenti

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84 risposte a “Gino Rago UNA POESIA INEDITA Le sonagliere dei mirti vanno verso il porto – con due commenti  di Chiara Catapano e Mariella Colonna

  1. gino rago

    Non conosco di persona né Mariella Colonna, né Chiara Catapano.
    Ma intorno e dentro le pieghe nascoste dei versi de “Le sonagliere dei mirti…” con un apparato critico “trasversale” hanno oserei dire “fondato” un criterio ermeneutico dell’emozione, del pensiero, del vissuto irripetibile, delle meditazioni universalizzanti che applicato allo spirito ellenico antico
    può ben essere esteso – secondo la lezione di Carlo Diano – anche a quell’universo moderno che proprio dal pensiero greco deriva e che fino ai nostri giorni e ai nostri grandi interrogativi perviene.
    Dire grazie soltanto a Mariella Colonna e a Chiara Catapano per le loro testimonianze critiche o meditazioni sui miei versi è davvero riduttivo.
    Infine, proprio la “antologia poetica” allestita con perizia, gusto e cultura da Giorgio Linguaglossa, e ben segnalata da Mario Gabriele, con esperienze poetiche scandinave, cinesi, giapponesi, portoghesi che affiancano taluni
    esempi poetici italiani, suggella due fatti: 1) è questa in atto la nuova ontologia estetica della poesia; 2) l’apertura totale della nostra Rivista di Letteratura Internazionale verso i flussi di poesia che alle nostre porte bussano. L’Ombra delle Parole dunque non è stata e non è una cittadella
    chiusa né un castello che tira in alto sul fossato colmo d’acqua il ponte levatoio.
    Gino Rago

    • Mariella Colonna

      E’ stata un’esperienza unica commentare insieme a Chiara Catapano la poesia inedita di Gino Rago, magistralmente introdotta da Giorgio Linguaglossa: in modo naturale e quasi involontario io e Chiara ci siamo integrate sottolineando aspetti diversi della poesia “leggendaria” di Rago: l’ amore condiviso per l’antica Grecia, patria della cultura occidentale, è andato in sinergia con le diverse personalità delle due commentatrici e ha prodotto qualcosa che si è naturalmente fuso con i versi del “Poeta di Ecuba” in qualche modo completandoli con il contributo delle emozioni, sensazioni, pensieri e immaginazioni del momento in cui il lettore (in questo caso io e Chiara) recepisce il messaggio. Io sento ancora con profonda commozione l’aroma aspro del fumo di Troia che brucia insieme ai suoi eroi, l’urlo di Ecuba, la Regina Madre privata di tutto e di tutti e fatta schiava da Ulisse…ma percepisco anche l’aroma salmastro di Itaca e delle sue magie, il profumo del mirto purificatore, l’azzurro del mare che si scaglia sulle rocce e il verde prezioso dei prati dove pascolano le capre facendo risuonare i campani, con melodie che rievocano mondi raccontati da Omero e legati a miei ricordi personali molto intensi. Grazie Gino Rago anche per le gentili e affettuose parole che qui ci hanno salutato, grazie Giorgio Linguaglossa per aver organizzato e introdotto questo “evento” poetico e, per ultima (e, quindi, per prima, secondo il principio evangelico), ringrazio Chiara che ho avuto il piacere di conoscere più da vicino in quest’occasione.

  2. Non è mai facile – almeno per me, intendo – entrare e commentare le parole d’altri. Mi sembra, e lo raccontavo a Gino, di irrompere in una casa, dove si era appena fatta pulizia, e sporcare con le suole la chiarezza e il lindore che ognuno di noi, qualsiasi sia il linguaggio suo, tenta e fa.
    Ma è stato proprio un invito a nozze quando dietro la porta di casa si son presentati Ecuba e gli eroi di un passato che comunque ci riguarda. Perché ha fondato il nostro pensare, attraverso i millenni; perché usiamo le stesse parole che hanno visto la luce, per la prima volta, laggiù (è un luogo non un tempo, questo passato mitologico). Grazie a tutti per gli spunti e i commenti. Grazie a Gino per aver dato inizio a tutto ciò.

  3. GINO RAGO: LA GUERRA DI TROIA È FINITA MA NESSUNO RICORDA CHI L’ABBIA VINTA
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/01/20/gino-rago-una-poesia-inedita-le-sonagliere-dei-mirti-vanno-verso-il-porto-con-due-commenti-di-chiara-catapano-e-mariella-colonna/comment-page-2/#comment-17559

    La poesia di Gino Rago qui in esame, e in genere quella del «Ciclo di Troia», è fondata su tre figure retoriche fondamentali: la metonimia, il traslato e la negazione oppositiva (né… né). Sono figure retoriche fondamentali che reggono tutta la costruzione poematica e registrano il lessico dello stile. In fin dei conti, non si dà nuova poesia senza un nuovo modo di utilizzazione delle figure retoriche, e in tal senso la poesia di Gino Rago non fa eccezione. In genere, si può affermare che un po’ tutta la poesia della «nuova ontologia estetica» è fondata su queste tre figure retoriche.

    Sulla metonimia, l’enciclopedia Treccani recita:
    “metonimia Figura retorica che risulta da un processo psichico e linguistico attraverso cui, dopo avere mentalmente associato due realtà differenti ma discendenti o contigue logicamente o fisicamente, si sostituisce la denominazione dell’una a quella dell’altra. Costituiscono relazioni di contiguità i rapporti causa-effetto (sotto la specie autore-opera, leggere Orazio, cioè le opere scritte da Orazio; ➔ metalepsi), contenente-contenuto (bere un bicchiere), qualità-realtà caratterizzata da tale qualità (punire la colpa e premiare il merito, cioè punire i colpevoli e premiare i meritevoli); simbolo-fenomeno (il discorso della corona, cioè il discorso del re o della regina), materia-realtà composta di tale materia (un concerto di ottoni, strumenti fatti d’ottone). Si distingue tra m. in cui le realtà associate hanno una relazione di tipo qualitativo e sineddoche, in cui la relazione è di tipo quantitativo».
    Dunque, la metonìmia (alla greca metonimìa) s. f. [dal lat. tardo metonymĭa, gr. μετωνυμία, propriamente «scambio di nome», composto di μετα- «meta-» e ὄνομα, ὄνυμα «nome»], è un procedimento linguistico espressivo, e figura della retorica tradizionale, che consiste nel trasferimento di significato da una parola a un’altra in base a una relazione di contiguità spaziale, temporale o causale”.

    “Traslato: Metafora, o più genericamente figura retorica; indica il valore-significato di una parola o espressione diverso da quello naturale e letterale, quindi un valore-significato modificato, trasferito ad altro ordine. Le espressioni figurate sono dette, con termine generale figure o t. o, con termine greco, tropi.

    Tropo
    In linguistica, figura semantica o di significato per cui una espressione dal suo contenuto originario viene ‘diretta’ o ‘deviata’ a rivestire un altro contenuto. Tra i tropi (generalmente distinti dalle figure di parola e di pensiero: ➔ figura) vengono classificati fenomeni come la metafora, la metonimia”

    Fatte queste doverose premesse, dobbiamo dire che una ulteriore novità di questa poesia risiede nell’impiego del «parlato», del discorso diretto introdotto dai vari personaggi della «scena», nel caso di specie, la parola viene data agli «umili». Non è un caso che chi parla sia un umile pastore, ciò che contribuisce ad avvicinare il lettore a questo tipo di poesia, a renderlo partecipe, ad entrare all’interno della composizione. E fatemi spezzare anche qui una lancia in favore della «nuova poesia ontologica» la quale non disdegna l’impiego del «parlato» e della sticomitia. Una novità non da poco per la poesia italiana del Novecento abbarbicata alla monocrazia dell’io lirico e post-lirico.
    Infine, la doppia negazione in italiano non afferma, non ha valore affermativo, semmai è un rafforzativo della negazione. La poesia di Gino Rago vuole prendere le distanze da una lettura affermativa, non vuole fornire alcun conforto affermativo della vulgata dei vinti, si schiera dalla parte dei deboli, dei vinti, delle donne, è una scrittura figlia del pensiero negativo e dei nostri tempi di dimenticanza della memoria e di stagnazione spirituale.

    La guerra di Troia è finita ma nessuno ricorda chi l’abbia vinta, né i vinti né i vincitori, è questo il senso profondo della poesia del «Ciclo di Troia» e, in generale, della migliore poesia del nostro tempo.

  4. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/01/20/gino-rago-una-poesia-inedita-le-sonagliere-dei-mirti-vanno-verso-il-porto-con-due-commenti-di-chiara-catapano-e-mariella-colonna/comment-page-2/#comment-17568
    Una poesia di Fabrizio Bregoli da “Il senso della neve” (puntoacapo, 2016)

    Quel ramo
    Scruto dalla finestra
    come dal più preciso dei cannocchiali
    la finestra, identica, della casa di fronte,
    i lampioni inclinati, l’asfalto lucido di pioggia,
    lo scomposto accostarsi delle zolle
    che si perdono nelle fessure della terra,
    la calce fresca, la sabbia, i mattoni ammucchiati
    e un ramo nel coacervo dei rami, quel ramo.
    E sai che non è ramo quel ramo se non lo nomino
    come non è parola la parola che pronuncio
    ma è la distonia di ogni altra parola
    se non la credi vera.
    Per questo non so come affacciarmi sui giorni
    stretti in questi nostri tempi di tumulti
    nel dirupo dei tempi, tempi gravidi
    di labbra di ghiaccio secco
    di lingue tappezzate di chiodi
    di trachee carbonizzate nella roccia.
    La scacchiera è sgombra, si richiude sul legno
    ma sospetto delle tende, dei vetri appannati,
    delle pupille dilatate, della luce volubile.
    Altri erano gli spazi su cui sporgersi
    con le unghie linde, la saliva impaziente sui denti,
    le pietre, gli steli da raccogliere.
    Abbasso lenta la tapparella, sugli occhi,
    e, con un battito di ciglia superstite, su questa carta
    muovo le ultime armate inesistenti.

  5. Mi ero dimenticato di questo poeta polacco: Ryszard Krinicki Ecco tre sue Poesie in frammenti:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/01/20/gino-rago-una-poesia-inedita-le-sonagliere-dei-mirti-vanno-verso-il-porto-con-due-commenti-di-chiara-catapano-e-mariella-colonna/comment-page-2/#comment-17570
    La lingua, questa escrescenza carnosa

    Al Signor Zbigniew Herbert

    e al signor Cogito

    la lingua, questa escrescenza carnosa che cresce nella ferita,
    nell’aperta ferita della bocca, della bocca che si ciba di falsa verità,
    la lingua, questo cuore scoperto che batte sull’esterno, questa nuda lama,
    che è un’arma indifesa, questo bavaglio che soffoca
    le fallite rivolte delle parole, questa bestia che ogni giorno familiarizza
    con i denti umani, questa cosa disumana, che cresce in noi e ci
    sormonta, questa bestia nutrita con la carne avvelenata del corpo,
    questa bandiera rossa, che ingoiamo e sputiamo col sangue, questo
    bìfido che ci accerchia, questa verace menzogna che abbaglia,
    questo fanciullo, che imparando il vero, veracemente mentisce
    1975

    da: “Organismo collettivo” traduzione di Paolo Statuti

    Fobia dell’altezza

    Il potere soffre di fobia dell’altezza: più in alto si arrampica,
    più ha paura di scen­dere sulla terra.
    *

    La verità?

    Cos’è la verità?
    Dove ha sede?
    Dove la sua amministrazione?
    Dov’è il con­si­glio direttivo?
    Dove sono i suoi giuristi?
    Dov’è la sua scorta?
    Dove la sua sezione per la promozione?
    Dove quella del marketing?
    Com’è la sua audience?
    Com’è la forza di impatto?
    Com’è la sua tutela mediatica?
    Si vende bene?
    E’ già quo­tata in borsa?
    Che valore hanno le sue azioni?

  6. gino rago

    Tutta la interpretazione de “Le sonagliere dei mirti…” da parte di Giorgio Linguaglossa mi è particolarmente cara. Ma il dato che Giorgio coglie – rivelandolo come fondante della nuova ontologia estetica nel mio fare poetico – sulla introduzione del “parlato”, e per di più affidato a un umile, ma saggio, come il pastore che forse in sé contiene lo spirito d’un dio greco, nel corpo della lirica mi dona un senso di appagamento pieno. Ci tenevo, senza dirlo, che il parlato venisse notato. e segnalato, a dar forza e persuasione alla fatica operata sulla forma-poesia.
    E Giorgio lo ha fatto.
    Gino Rago

  7. Pasquale Balestriere

    Intervengo direttamente sulla proposta poetica di Gino Rago, dopo aver dichiarato che non ho letto (per mancanza di tempo) né gli interventi introduttivi né i numerosi commenti. E quindi chiedo preventivamente scusa se mi dovesse capitare di ripetere qualche concetto già espresso da altri.
    Mi pare che il pregio maggiore di questo componimento ( che si muove a volte per flash, a volte per immagini distese, ma trattiene solido e compatto nei suoi confini l’elemento unificatore -vita/guerra/morte – ) stia nel tenere desto, con delicata intensità e con linguaggio piano e lineare, il senso della precarietà delle cose e dell’ineluttabilità del dolore e della perdita, agitarlo in ogni specola versificatoria, porlo come quesito sostanziale dello status psicologico di Ecuba, mulier/mater/domina dolorosa, che qui assume dimensione e spessore quasi sovrumani, straordinari proprio per l’eccezionalità del lutto e della perdita. Avvince questa scrittura poetica, sicché, leggendo, non si avverte neppure la deviazione dal mito (Ecuba mai giunge a Itaca) che Gino Rago (provocatoriamente?) opera per alimentare un’inedita costruzione del personaggio, scaraventato da una sorte avversa in una realtà aliena e ignota, tra gente semplice ma infine forse non del tutto ostile. Un milieu con sfumature bucoliche che sembra attenuare il sentimento di strappo, privazione, spoliazione. Salvo poi scoprire, alla fine,che Ecuba, irrimediabilmente tragica, “nelle mani stringe le carni sempre vive dei suoi morti”.

    • gino rago

      Gradisco non poco l’interpretazione intelligente di Pasquale Balestriere che coglie, da un lato, la “provocazione” poetica sulla collocazione spazio-temporale di Ecuba su una Isola di Odisseo (che ha i caratteri orografici e paesaggistici dell’estremo lembo del continente, la Calabria grecanica,
      la terra in cui tutti fin dalla nascita parlano la lingua di Omero, la terra in cui la filoxenìa vige incontaminata) e, dall’altro, il “tipo” di scrittura che è, nelle intenzioni dell’autore, chiamata a creare o generare immagini metaforiche a ogni verso, anche con l’impiego diffuso dei punti fermi.
      Insomma, Ecuba è un pretesto tipico del metodo mitico per attraversare
      quella che con il fondatore e la Redazione de L’Ombra delle Parole è stata adottata come nuova ontologia estetica della nostra poesia. La lettura di Pasquale Balestriere de “Le sonagliere…” dunque mi è profondamente gradita.
      Così come graditi mi sono stati i versi di Antonio Sagredo i quali, con quel
      quid che sempre contengono ma che rivelano soltanto a lettura seria e ripetuta, suonano in me come adesione, ancorché non dichiarata, persuasa a “Le sonagliere dei mirti vanno verso il porto”.
      Mariella Colonna e Chiara Catapano spero d’averle ancora e a lungo al mio fianco…
      Gino Rago

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