Guillaume Apollinaire, pseudonimo di Wilhelm Albert Włodzimierz Apollinaris de Wąż-Kostrowicky nasce a Roma il 25 agosto del 1880 e muore a Parigi nel 1918, figlio naturale di Francesco Flugi d’Aspermont, un ufficiale svizzero che non lo riconobbe mai, e di Angelika de Wąż-Kostrowicky, una nobildonna polacca. Si trasferisce con la madre in Francia giovanissimo. Ha una adolescenza instabile e disordinata, trascorsa tra vaste letture e numerosi viaggi e studi non regolari. Conosce e frequenta artisti d’avanguardia a Parigi, tra i quali anche i poeti Ungaretti e Max Jakob e il pittore Pablo Picasso. Partecipa alle discussioni sul cubismo in gestazione e, nel 1913, scrive un saggio su questa scuola artistica. Allo scoppio della prima guerra mondiale, sceglie di arruolarsi come volontario, definisce la guerra “un grand spectacle“. Nel 1916 viene ferito a una tempia e subisce un difficile intervento chirurgico. Diventa famoso come critico militante dei movimenti d’avanguardia di quegli anni: il futurismo e la pittura metafisica di De Chirico. Dato il suo carattere estroso ed irrequieto fu sospettato di essere l’autore del furto del dipinto della Gioconda avvenuto il 20 agosto del 1911 al Louvre; in seguito a tali sospetti (di cui fu gravato anche Picasso), viene arrestato ed incarcerato, salvo poi risultare del tutto estraneo ai fatti ed in seguito rilasciato. Del furto risultò poi essere autore un dipendente del Louvre, tale Vincenzo Peruggia. Inaugura nel 1910 la vita letteraria con i sedici racconti fantastici intitolati L’eresiarca & C., mentre nel 1911 pubblica le poesie di Bestiario o corteggio di Orfeo e nel 1913 Alcools, raccolta delle migliori poesie composte fra il 1898 e il 1912, considerata il capolavoro di Apollinaire insieme con Calligrammes (1918), veri e propri componimenti scritti appositamente per formare un disegno che rappresenta il soggetto della poesia stessa.

Apollinaire ritratto di Maurice de Vlaminck
Commento di Renzo Paris
…Per dar carne alla biblioteca erotica detta dei Curiosi, che curava per uno spregiudicato editore, Apollinaire si tuffa nella letteratura italiana e ne trae pingue bottino. Riscopre, per esempio, lo scrittore Giambattista Casti (1724-1803), viaggiatore irrequieto e amico di letterati e regnanti di tutta Europa, quello stesso che Parini giudicava “prete brutto, vecchio e puzzolente” e che invece Stendhal e Goethe stimavano.
Piacque ad Apollinaire per le sue doti di poeta libertino ed irreligioso Giorgio Baffo che, insieme a scrittori come Francesco Gritti e Anton Maria Lamberti, Giovanni Pozzobon e Marcantonio Zorzi, dava vita all’ambiente che permise la nascita della lingua goldoniana. Ammirò Boccaccio, innanzitutto. Stampò Sade. Ma a proposito del Casti c’è ben altro da dire. Il Casti infatti è autore degli Animali parlanti. E che cos’è Bestiaire, la prima raccolta di poesie d’Apollinaire, se non una serie soprattutto di quartine in cui il poeta fa ‘parlare’ gli animali?
O forse è troppo azzardata l’ipotesi di una intuizione settecentesca di un bestiario illustrato alla maniera medioevale ancora viva nell’epoca rinascimentale? Bestiaire è del 1911. Definito dallo stesso autore “un divertimento poetico” è una serie di licenziosi auguri e scongiuri. Auguri al poeta che si appresta a circuire e a conquistare madama poesia, e d’altra arte, scongiuri contro i pericoli e gli ostacoli di cui è lastricata la strada della bellezza. Più che un ‘dizionario dei motivi poetici dell’autore’ sembra essere un manuale di istruzioni per la creazione poetica, per un poeta da spartire con il profeta di dantesca e rimbaudiana memoria né con il misterioso di Mallarmé. Proprio in Bestiaire, nella quartina ‘L’éléphant’, si dice:
Comme un éléphant son ivoire,
J’ai en bouche un ben precieux.
pourpre mort!… J’achète ma gloire
Au prix des mots mélodieux.
Nella quartina ‘La chenille’ invece leggiamo:
Le travail mène à la richesse.
Pauvres poètes, travaillons!
La chenille en peinant sans cesse
Devient le riche papillon.
A prezzo del “lavoro poetico” il poeta può diventare ricco. Se le parole sono ancora melodiose, ma già tese e frenetiche, alla gloria si arriva attraverso una “compera”. Anche qui Apollinaire finisce col criticare il gusto simbolista dall’interno stesso della sua melodia. A proposito della “purpurea morte” de “L’éléphant” il critico francese Poupon ricorda Mallarmé e la sua particolare espressione “morire purpureo” riferita alla ruota di un carro, simbolo della poesia.
(tratto da Apollinaire Poesie Newton Compton Italiana, Introduzione di Renzo Paris, Roma, 1971)
Nota del traduttore Mario Fresa
Un traduttore di poesia deve lavorare siccome un interprete musicale. È questo il senso del gioco di queste mie traduzioni-imitazioni confluite nel quaderno “In viaggio con Apollinaire”: ai testi ho voluto applicare minime inversioni sintattiche, dilatazioni o contrazioni metriche, sovrapposizioni, puntature, cadenzine. L’elemento di maggiore fascino nella traduzione poetica è d’altronde costituito, secondo me, soprattutto dalla forma e dalle modalità del processo di trasformazione del testo da cui deriva la traduzione stessa; un processo che non è un ʿcontrafactumʾ o un travestimento, ma una forma di scrittura trasversale che assume il valore di un omaggio-variazione, in cui si accolgono e si uniscono sia l’eco imitativa, sia la rielaborazione, fiorita e ampliata, del modello di partenza.
Da Il Bestiario o Corteggio di Orfeo
La Souris
Belles journées, souris du temps,
Vous rongez peu à peu ma vie.
Dieu ! Je vais avoir vingt-huit ans,
Et mal vécus, à mon envie.
Topino
O belle, mie belle, terribili, belle giornate!
Topini del tempo che la mia vita divorate!
Trent’anni, miodio, trent’anni li compirò tra un mese!
Che tempo perduto! Che ore malissimo spese!
L’Écrevisse
Incertitude, ô mes délices
Vous et moi nous nous en allons
Comme s’en vont les écrevisses,
À reculons, à reculons.
Gambero
O dubbio, dolcissimo mio. La dolce mia altalena.
Ah ridatemi la strada. Non la vedo. Non la vedi.
Tu mi sventoli all’indietro: come un gambero procedi
Che sgambetta, si ripara, che alla fuga già s’allena.
Da Alcools
Les cloches
Mon beau tzigane mon amant
Écoute les cloches qui sonnent
Nous nous aimions éperdument
Croyant n’être vus de personne
Mais nous étions bien mal cachés
Toutes les cloches à la ronde
Nous ont vu du haut des clochers
Et le disent à tout le monde
Demain Cyprien et Henri
Marie Ursule et Catherine
La boulangère et son mari
Et puis Gertrude ma cousine
Souriront quand je passerai
Je ne saurai plus où me mettre
Tu seras loin je pleurerai
J’en mourrai peut-être
Campane
Oh il mio caro zingarello: oh l’amante mio bello:
senti che razza, senti che razza di scampanìo!
Quanto ci siamo amati, vedi un po’, tesoro mio
(e volevamo non esser mai visti, amore bello…)
Il nostro nascondino, noi l’abbiamo scelto male!
Le campane delle chiese fanno un chiasso infernale
a destra, a manca: e dall’alto dei campanili ognuna
già si mette a bisbigliare, pettegola importuna…
e così, già domani, prima Enrico e poi Ursula Maria
e in aggiunta Cipriano e Caterina
e anche i coniugi fornai, lì, nella panetteria
ah come sorrideranno quando, mettiamo, io passerò di là
e dove, ohimé, dove poi m’asconderò?
Ah, ne potrei morire! Morire io ne potrei, chissà!
Signe
Je suis soumis au Chef du Signe de l’Automne
Partant j’aime les fruits je déteste les fleurs
Je regrette chacun des baisers que je donne
Tel un noyer gaulé dit au vent ses douleurs
Mon Automne éternelle ô ma saison mentale
Les mains des amantes d’antan jonchent ton sol
Une épouse me suit c’est mon ombre fatale
Les colombes ce soir prennent leur dernier vol
Costellazione
Sono nato sotto il segno dell’Autunno
Per questo mi piacciono i frutti perciò mi disgustano i fiori
I baci che ho donato io li rimpiango tutti
Come un noce bacchiato sussurra i suoi dolori al vento
Oh mio Autunno perenne oh stagione della mia mente
Mani di antiche amanti cospargono il tuo suolo
Una sposa mi segue ed è l’ombra mia fatale
Le colombe stasera spiccano il loro ultimo volo
Hötels
La chambre est veuve
Chacun pour soi
Présence neuve
On paye au mois
Le patron doute
Payera-t-on
Je tourne en route
Comme un toton
Le bruit des fiacres
Mon voisin laid
Qui fume un âcre
Tabac anglais
Ô La Vallière
Qui boite et rit
De mes prières
Table de nuit
Et tous ensemble
Dans cet hôtel
Savons la langue
Comme à Babel
Fermons nos portes
À double tour
Chacun apporte
Son seul amour
Alberghi
La camera è vuota
Ciascuno per sé
C’è un ospite nuovo
Si paga tra un po’
Ma dice il padrone:
Qui si salderà?
Io trottolo e vago
Per la mia città
Vetture chiassose
Che ceffo ha il vicino!
Si fuma un tabacco
Inglese, un po’acre
C’è la Favorita
Che zoppica e ride
Di queste preghiere
Sul mio comodino
E adesso in albergo
Noi qui tutti insieme
Parliamo le lingue
Di un’altra Babele
Chiudiamo le porte
Ben forte, ben forte
Ciascuno il suo amore
Si serbi per sé.
Cors de Chasse
Notre histoire est noble et tragique
Comme le masque d’un tyran
Nul drame hasardeux ou magique
Aucun détail indifférent
Ne rend notre amour pathétique
Et Thomas de Quincey buvant
L’opium poison doux et chaste
À sa pauvre Anne allait rêvant
Passons passons puisque tout passe
Je me retournerai souvent
Les souvenirs sont cors de chasse
Dont meurt le bruit parmi le vent
Corni da caccia
Nobile e tragica è la nostra storia
Come la maschera di un gran tiranno
Nessun rischio drammatico, nessun sortilegio,
Nessuna minuzia indifferente
Ha reso romantico il nostro amore
E de Quincey mentre beveva
L’oppio venefico dolcissimo e puro
Sognava la sua Annina
Passiamo trapassiamo, perché tutto passa, perché tutto va!
Ahi, spesso, ma sconsolato, volgerommi indietro!
I ricordi sono corni da caccia
E il loro suono si disperde nella bocca del vento
La Blanche Neige
Les anges les anges dans le ciel
L’un est vêtu en officier
L’un est vêtu en cuisinier
Et les autres chantent
Bel officier couleur du ciel
Le doux printemps longtemps après Noël
Te médaillera d’un beau soleil
D’un beau soleil
Le cuisinier plume les oies
Ah ! tombe neige
Tombe et que n’ai-je
Ma bien-aimée entre mes bras
La bianca neve
Ah, gli angeli in cielo, là in alto, là fuori!
Uno è vestito da brigadiere
L’altro è vestito da cuciniere
E gli altri, quel gruppo, son tutti tenori
O bell’ufficiale, color dell’azzurro!
La primavera, adesso, dopo quel lungo inverno
Sai che bella medaglia di sole ti assegnerà
Ma sì, te la darà
Il cuciniere spiuma le oche
E che neve che cade: e cade, la neve,
Ricade: né v’è
La mia bella, qui adesso, con me!
Mes amis m’ont enfin avoué leur mépris
Mes amis m’ont enfin avoué leur mépris
Je buvais à pleins verres les étoiles
Un ange a exterminé pendant que je dormais
Les agneaux les pasteurs des tristes bergeries
De faux centurions emportaient le vinaigre
Et les gueux mal blessés par l’épurge dansaient
Étoiles de l’éveil je n’en connais aucune
Les becs de gaz pissaient leur flamme au clair de lune
Des croque-morts avec des bocks tintaient des glas
A la clarté des bougies tombaient vaille que vaille
Des faux cols sur des flots de jupes mal brossées
Des accouchées masquées fêtaient leurs relevailles
La ville cette nuit semblait un archipel
Des femmes demandaient l’amour et la dulie
Et sombre sombre fleuve je me rappelle
Les ombres qui passaient n’étaient jamais jolies
I miei amici alla fine…
I miei amici alla fine mi hanno tutti confessato che mi disprezzano
A grandi sorsate mi ubriacavo di stelle
Mentre dormivo un angelo ha sterminato
gli agnelli i pastori nei tristi ovili
Certi finti centurioni asportavano l’aceto
Gli straccioni ballavano ridotti male assai dal ricino
Stelle del risveglio io non ne conosco nemmeno una
I becchi del gas pisciavano le fiamme al chiar di luna
Becchini sonavano a morto coi boccali di birra
Ricadevano alla luce delle candele ricadevano e dunque sia come dev’essere
Colli di camicia su fiotti di gonne impolverate
Puerpere in maschera festeggiavano la loro purificazione
Un arcipelago sembrava quella notte la città
Le donne chiedevano l’amore e la dulìa
Oh fiume scuro scuro io sì me lo ricordo bene
Nelle ombre che passavano non c’era mai bellezza
Nuit rhénane
Mon verre est plein d’un vin trembleur comme une flamme
Écoutez la chanson lente d’un batelier
Qui raconte avoir vu sous la lune sept femmes
Tordre leurs cheveux verts et longs jusqu’à leurs pieds
Debout chantez plus haut en dansant une ronde
Que je n’entende plus le chant du batelier
Et mettez près de moi toutes les filles blondes
Au regard immobile aux nattes repliées
Le Rhin le Rhin est ivre où les vignes se mirent
Tout l’or des nuits tombe en tremblant s’y refléter
La voix chante toujours à en râle-mourir
Ces fées aux cheveux verts qui incantent l’été
Mon verre s’est brisé comme un éclat de rire
Notte renana
Questo bicchiere è colmo della fiamma di un vino che già trema
Sentite la canzone lentissima lentissima del battelliere
Che racconta di aver visto sotto la luna sette donne
Che torcevano i loro capelli verdi e lunghi fino ai piedi
Su sorgete e cantate più forte e ballate un girotondo
Perché non possa più sentire la canzone del battelliere
Mettetemi vicino tutte quante le ragazze bionde
Dallo sguardo immobile e dalle trecce ripiegate
Il reno è ubriaco il reno dove si specchiano le vigne
Tutto l’oro notturno vi scivola tremando per rispecchiarsi
La voce canta sempre come un rantolo morente
Quelle fatine dai verdi capelli che incantano l’estate
Il mio bicchiere si è infranto come lo scoppio d’una risata
Da Calligrammi
Il pleut
Il pleut des voix de femmes comme si elles étaient mortes même dans le souvenir
C’est vous aussi qu’il pleut merveilleuses rencontres de ma vie ô gouttelettes
Et ces nuages cabrés se prennent à hennir tout un univers de villes auriculaires
Écoute s’il pleut tandis que le regret et le dédain pleurent une ancienne musique
Ecoute tomber les liens qui te retiennent en haut et en bas.
Piove
Piovono voci di donne come se fossero morte perfino nel ricordo
Piovete anche voi meravigliosi incontri della mia vita, o goccioline!
E quelle nuvole impennate già iniziano a nitrire un universo intero di città auricolari
Senti se piove mentre il rimpianto e lo sdegno piangono insieme una musica antica
Ascolta cadere i legami che ti tengono su, che ti tengono giù
Mutation
Une femme qui pleurait
Eh! Oh! Ha!
Des soldats qui passaient
Eh! Oh! Ha!
Un éclusier qui pêchait
Eh! Oh! Ha!
Les tranchées qui blanchissaient
Eh! Oh! Ha!
Des obus qui pétaient
Eh! Oh! Ha!
Des allumettes qui ne prenaient pas
Et tout
A tant changé
En moi
Tout
Sauf mon amour
Eh! Oh! Ha!
Metamorfosi
Una donna che singhiozzava
Eh! Uh! Ah!
I soldati che passavano
Eh! Uh! Ah!
Un custode di chiusa che pescava
Eh! Uh! Ah!
Le trincee che biancheggiavano
Eh! Uh! Ah!
Granate che scoreggiavano
Eh! Uh! Ah!
Fiammiferi che non si accendevano
E tutto
È così tanto cambiato
In me
Tutto
Salvo il mio amore
Eh! Uh! Ah!
SCÈNE NOCTURNE DU 22 AVRIL 1915
Gui chante pour Lou
Mon ptit Lou adoré Je voudrais mourir un jour que tu m’aimes
Je voudrais être beau pour que tu m’aimes
Je voudrais être fort pour que tu m’aimes
Je voudrais être jeune jeune pour que tu m’aimes
Je voudrais que la guerre recommençât pour que tu m’aimes
Je voudrais te prendre pour que tu m’aimes
Je voudrais te fesser pour que tu m’aimes
Je voudrais te faire mal pour que tu m’aimes
Je voudrais que nous soyons seuls dans une chambre d’hôtel à Grasse pour que tu m’aimes
Je voudrais que nous soyons seuls dans mon petit bureau près de la terrasse couchés sur le lit
de fumerie pour que tu m’aimes
Je voudrais que tu sois ma sœur pour t’aimer incestueusement
Je voudrais que tu eusses été ma cousine pour qu’on se soit aimés très jeunes
Je voudrais que tu sois mon cheval pour te chevaucher longtemps longtemps
Je voudrais que tu sois mon cœur pour te sentir toujours en moi
Je voudrais que tu sois le paradis ou l’enfer selon le lieu où j’aille
Je voudrais que tu sois un petit garçon pour être ton précepteur
Je voudrais que tu sois la nuit pour nous aimer dans les ténèbres
Je voudrais que tu sois ma vie pour être par toi seule
Je voudrais que tu sois un obus boche pour me tuer d’un soudain amour
SCENA NOTTURNA DEL 22 APRILE 1915
Gui canta per Lou
Mio piccolo Lou vorrei morire un giorno che tu mi amassi
Vorrei essere bello perché tu mi amassi
Vorrei esser forte perché tu mi amassi
Vorrei essere giovane giovane perché tu mi amassi
Vorrei che la guerra ricominciasse daccapo perché tu mi amassi
Vorrei afferrarti perché tu mi amassi
Vorrei sculacciarti perché tu mi amassi
Vorrei farti male perché tu mi amassi
Vorrei che ci trovassimo noi due soli in una stanza d’albergo a Grasse perché tu mi amassi
Vorrei che fossimo soli nel mio piccolo ufficio proprio vicino alla terrazza
sdraiàti così sul letto da fumeria perché tu mi amassi
Vorrei che tu fossi la mia sorellina per amarti incestuosamente
Vorrei che tu fossi stata mia cugina perché ci fossimo amati giovanissimi
Vorrei che tu fossi il mio cavallo per cavalcarti a lungo a lungo a lungo
Vorrei che tu fossi il mio cuore per sentirti sempre in me
Vorrei che tu fossi il Paradiso o l’Inferno secondo il luogo di destinazione
Vorrei che tu fossi un ragazzino per essere il tuo precettore
Vorrei che tu fossi la notte per poterci amare al buio
Vorrei che tu fossi la mia vita per essere tutto tuo
Vorrei che tu fossi un proiettile crucco per uccidermi di un amore fulminante
Da Lettere a Lou
Il y a
Il y a des petits ponts épatants
Il y a mon cœur qui bat pour toi
Il y a une femme triste sur la route
Il y a un beau petit cottage dans un jardin
Il y a six soldats qui s’amusent comme des fous
Il y a mes yeux qui cherchent ton image
Il y a un petit bois charmant sur la colline
Et un vieux territorial pisse quand nous passons
Il y a un poète qui rêve au ptit Lou
Il y a une batterie dans une forêt
Il y a un berger qui paît ses moutons
Il y a ma vie qui t’appartient
Il y a mon porte-plume réservoir qui court qui court
Il y a un rideau de peupliers délicat délicat
Il y a toute ma vie passée qui est bien passée
Il y a des rues étroites à Menton où nous nous sommes aimés
Il y a une petite fille de Sospel qui fouette ses camarades
Il y a mon fouet de conducteur dans mon sac à avoine
Il y a des wagons belges sur la voie
Il y a mon amour
Il y a toute la vie
Je t’adore
C’è
C’è una fila di piccoli ponti meravigliosi
C’è il mio cuore che batte per te
C’è una ragazza triste sulla via
C’è un piccolo delizioso cottage in giardino
C’è un gruppo di sei soldati e tutti dico tutti si divertono da matti
C’è il mio occhio che va in cerca della tua immagine
C’è un boschetto grazioso sulla collina
E un vecchio soldato della milizia che piscia mentre passiamo noi
C’è un poeta che pensa al suo piccolo Lou
C’è un piccolo Lou delizioso in quella Parigi grande grande
C’è una batteria nella foresta
C’è un pastore che pascola le pecorelle
C’è la mia vita che appartiene a te
C’è il mio astuccio portapenne che corre che corre
C’è un filare di pioppi tenero tenero
C’è tutta la mia vita passata che è proprio tutta passata
C’è un dedalo di stradine a Menton dove ci siamo amati
C’è una ragazzina di Sospel che frusta i suoi compagni
C’è la mia frusta d’ordinanza nel mio sacco d’avena
C’è una torma di bagasce belghe sopra la strada
C’è il mio amore
C’è tutta l’esistenza
E ti adoro
Mario Fresa, nato nel 1973, ha esordito nel 1999 sulle pagine di «Specchio della Stampa», presentato da Maurizio Cucchi. Altri suoi testi in poesia e in prosa sono stati pubblicati sulle principali riviste culturali italiane, da «Caffè Michelangiolo» a «Paragone» a «Nuovi Argomenti», e in varie antologie, tra le quali Nuovissima poesia italiana (Mondadori, 2004). Anticipazioni del suo nuovo libro di prose-poesie sono uscite su «Smerilliana» (2014), con un saggio di Valeria Di Felice, e su «Quadernario» (2015), a cura di M. Cucchi. Tra le sue ultime raccolte di poesia: Alluminio (introduzione critica di Mario Santagostini, 2008), Costellazione urbana (Mondadori, «Almanacco dello Specchio», 2008), Uno stupore quieto (prefazione di Maurizio Cucchi, La collana, Stampa, 2012; menzione speciale al premio Internazionale di Letteratura Città di Como), Teoria della seduzione (Accademia di Belle Arti di Urbino, con disegni di Mattia Caruso, 2015). Ha curato l’edizione critica del poema Il Tempo, ovvero Dio e l’Uomo di Gabriele Rossetti (Carabba, collana “I Classici”, 2012), e la traduzione del De cura rei familiaris di Bernardo di Chiaravalle (Società Editrice Dante Alighieri, 2012). Firma la rubrica Sguardi sulla rivista «Gradiva. International Journal of Italian Poetry», di cui è redattore.
Ad una prima scorsa delle traduzioni qui riportate, viene da dire che sono un breviario di tutto ciò che un traduttore NON dovrebbe fare .Meglio dire, NON DOVREBBE PERMETTERSI di fare. Prima di tutto “abbellendo” l’originale, poi invertendo pezzi di frasi dove in francese non ce n’è nemmeno l’ombra. Poi cambiando parole inutilmente (Perché “singhiozzare” per “pleurer” ?), aggiungendo pezzi inesistenti.
Ma il peggio è la musicalità difettosa: l’italiano fraintende e sconvolge i ritmi ineguagliabili di Apollinaire, sicuramente spesso veloci, mai ridicoli. Qui sono stati ridotti a canzoncine fortemente ritmate per bambini. Un divertissement auto-referenziale del “traduttore”, che rende un grandissimo disservizio al poeta e al lettore italiano che non legge il francese.
Il Suo uso piuttosto discutibile della lingua italiana, eccessivo (perché quell’orrendo carattere maiuscolo?) e ben poco elegante non dovrebbe permetterLe di parlare di “musicalità” o di proprietà stilistiche. Tra l’altro, le versioni qui pubblicate vanno intese chiaramente come originali e colte ri-creazioni, dovute a un poeta-interprete e non a un semplice traduttore…
Più che traduzioni le poesie tradotte da Fresa penso siano da intendere come riscritture creative tipo quelle che spesso fa Antonio Sagredo dal russo. Il che è una cosa ben diversa dalla traduzione classica, il che può essere utile all’autore come allenamento, e al lettore come delibazione di poesie allotrie, a metà tra l’originale e una Nuova Cosa… Come allenamento sarebbe da suggerire come cosa buona e proficua a qualsiasi aspirante poeta… ed anche ai «poeti» che abbiano raggiunto una certa così chiamata maturità
Gentile Steven Grieco Rathgeb, in questo Suo commento Lei tradisce un isterismo inconsueto e anche immotivato, visto che l’autore Fresa, nella sua nota, ha chiaramente anteposto alla pura traduzione il “senso del gioco di queste mie traduzioni-imitazioni confluite nel quaderno “In viaggio con Apollinaire”.
Di traduzioni-imitazioni, dunque, si tratta. Fresa si dimostra sensibile interprete post-moderno o postcontemporaneo (Bertoldo), capace di ri-scrivere, con grande rispetto per l’originale, un autore di grande rottura e innovazione come Apollinaire, arrischiando, come giustamente dice Antonio Spagnuolo, “una esperienza difficile e pericolosa”.
Il gioco, letterario, il gioco, giocare; Montaigne affermava: i giochi dei bambini non sono dei giochi, bisogna invece valutarli come le loro azioni più serie.
Io non conosco le lingue e non mi permetto di entrare nei contenuti del commento di Steven, né sul lavoro fatto da Mario Fresa. La mia stima a entrambi. Resta il mio grande amore per Apollinaire.
il ritmo suggestivo della poesia di Apollinaire , poeta sempre vivo nella sua creazione , ritorna in queste ottime traduzioni di Mario Fresa con la musicalità vibrante dei versi , perfettamente proposti. Le vibrazioni della parola si allacciano ad una esperienza difficile e pericolosa , per riemergere prepotentemente nei colori delle sottili sfumature. La poesia allora rimane nella realtà delle percezioni , in un momento culturale degno di seduzione.
a Poesia di Apollinaire si risponde con Poesia di Sagredo
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Qui, questa notte, ora, c’è un vento freddo e teso di tramontana.
Ho lasciato per strada la Poesia al destino delle marionette,
e stanco, non ne potevo più delle stanze, delle figure deformate,
gli specchi salentini sono in rivolta per le immagini irriflesse.
Il vento non è più latino come scriveva Apollinaire e il gatto
non s’ scaldato alla stufa… se ne andato via in compagnia
di versi incarnati per rifugiarsi nei cantucci tra rovi e gramigne.
E allora ho visto la Poesia in lacrime fuggire come una Colombina
disillusa e tra i vicoli spagnoli alla ricerca di lanterne rosse rassettava
la propria inconsistenza come fosse la gonnella trasparente agli sguardi
di notturni viandanti… clienti che avvinazzati cantavano canzoni
triviali ai crocicchi… le pietre miliari avevano gli occhi come di granito
e indicavano le alcove dove la sete della carne invano s’acquietava…
non c’erano coltri e cuscini dove trovare relitti di antichi amplessi
o affondare il presente come se il Tempo fosse prigioniero di un tango
e il ticchettio dei passi musicali il trionfo delle teste e dei capestri –
in fuga o in attesa!
Antonio Sagredo
Maruggio/Campomarino, 30 luglio 2014
(all’ora quarta, il vento si lamenta dei pini)
“Il vento si lamenta dei pini”. Da sottolineare
Complimenti, poesia di straordinaria bellezza.
Sì, ma l’hic et nunc (o medias res) dell’attacco, (qui, questa notte, ora) forse è inutile.
C’è un vento freddo e teso di tramontana… ah, bell’attacco!
caro Antonio Sagredo,
questo è una poesia che deve assolutamente entrare nel tuo prossimo libro: “la gorgiera e il delirio”.
Divertente, rispettoso e dissacrante allo stesso tempo.
mi concedo; se mai – forse – eliminare quel “che” dopo clienti…
(di solito non rileggo mai più i componimenti “trascorsi” in giudicato)
grazie a chi mi segue: sono certo che ne uscirà più arricchito, ed io con loro.
sarebbe da trarne un mio “foglio colorato”!!!
Conosco le difficoltà che ogni traduttore incontra nel suo sforzo di trasferire e traghettare una parola, un frase, un verso, una lirica, da una lingua ad un’altra. La poesia tradotta diventa inevitabilmente un’altra cosa, rispetto all’originale, ma deve conservare, in questa metamorfosi, una identità che appartiene all’essenza più che alla fedeltà esteriore del testo. Per ottenere questo strabiliante risultato, che ha qualcosa di magico, chi traduce deve a volte “tradire” lo scritto originario per rispettarne e riprodurne la più autentica sostanza.
Non so giudicare, nello specifico e nel dettaglio, le traduzioni di Mario Fresa: non ne ho le competenze e le capacità. So però che le poesie di Apollinaire da lui tradotte mantengono inalterata una vitalità e una gioia della parola che arriva diretta all’orecchio e alla mente del lettore coinvolgendolo.
Grazie dunque a Giorgio Linguaglossa per avere qui ampiamente ricordato un poeta così importante per la letteratura francese ed europea, e complimenti a Mario Fresa che ci fa apprezzare e gustare versi ormai centenari.
Il rapporto tra tradotto e traduttore si può dire riuscito quando tra i due si stabilisce una specie di complicità, una sorta di parentela che rientra nel mistero dei rapporti tra le anime.Se ciò non accade, il lavoro di traduzione, anche se condotto ottimamente, resta nel campo di un esercizio retorico ,encomiabile ma freddo:come fare il calco ad una statua.Personalmente ,ho tradotto solo dal latino, soffermandomi particolarmente su un poeta della tarda latinità,Rutilio Namaziano, che la critica aveva spesso giudicato come un retore poco simpatico.Eppure, da quando è entrato nel mio immaginario,in lui ho scoperto un’anima segreta,che me lo ha fatto apprezzare.Sono troppo scettica per sognare un incontro in mondi ultraterreni, ma sono anche abbastanza serena per poter riconoscere un incontro importante, sia pure nel terreno algido della letteratura.
Per la curiosità di tutti, riferisco che con Apollinaire… scrive un 25 enne Ripellino: “La poesia ceca contemporanea muove da Apollinaire. Il poeta francese fu a Praga per tre giorni nel marzo del 1902. Prese alloggio a Pořič in un alberguccio di infimo ordine,…., là dove più tardi esordì Karel Hašler con le sue canzoni. Evitando le strade principali Apollinaire si diresse a Hradčany attraverso Staré Město, il ghetto di Malá Strana. Questo soggiorno fugace gli ispirò il racconto “Le passant de Prague” e alcuni versi del poema “Zone”. La fortuna di Apollinaire in Boemia comincia dopo la guerra mondiale. Fu Karel Čapek il primo a presentare “Zone” nella sua antologia di poesia francese” nel 1920, due anni dopo la sua morte. Osannato il francese dalle migliori menti poetiche e traduttive boeme ebbe un successo senza pari, forse eguagliato dalla visita che fece a Praga Majakovskij. Un altro Karel, Karel Teige (1900-51), il teorico del surrealismo ceco, fu uno dei primi a parlare di Majakovskij in Europa. Il poeta russo “dunque a Praga incontra nell’aprile del 1927 i poeti del gruppo Devětsil (che è il nome di un fiore: il farfaraccio), tra i quali spicca Vítězslav Nezval; poi il disegnatore Adolf Hoffmeister a cui promette che inaugurerà la sua mostra di caricature a Parigi, e così avviene un anno e mezzo dopo… ]*. Sarà Nezval a scrivere sul debito contratto dalla moderna poesia ceca verso non soltanto Apollinaire, ma pure “Vildrac, Fort, Birot, Jammes” per merito dell’antologia del suo amico traduttore Karel Čapek; questa antologia fu definita “magico volumetto…” in cui Čapek “seppe trovare in modo del tutto anonimo un nuovo clima miracoloso per la poesia in lingua ceca”. — Questo testimonia la geniale ricettività della cultura boema verso le altre culture e che detiene in ciò un primato invidiabile e insuperabile. — Ripellino dedica pagine memorabili alla nuova poesia ceca, che nel suo saggio “Storia della poesia ceca contemporanea” (Le edizioni D’Argo – Roma 1950), inizia con il capitolo “Il cubismo a Praga” e finisce tanti anni dopo con “Il realismo socialistico”. È questo testo una carrellata straordinaria della cultura europea dei primi anni del secolo scorso, e che negli anni ’50 nella cultura italiana suscitò grandissima impressione. Il giovanissimo slavista aprì una finestra nuova su un Italia ancora banalmente provinciale (e lo è tuttora per altre motivazioni). — Spero di avere il tempo per poter tradurre una poesia di Jaroslav Seifert che rievoca quella visita a Praga di Apollinaire. —- Un altro talentuoso boemista, Giuseppe Dierna, allievo di Ripellino, affonda ancor di questi il suo affilato e preciso coltello critico e ci svela tutte le movimentazioni culturali, poetiche e artistiche, che ci furono alla base della nuovo poesia ceca, e ribadisce in Apollinaire e altri francesi il cominciamento originario insieme a tutto quanto di rivoluzione culturale europea in quell’epoca si muoveva. ( consiglio di leggere: G. Dierna, Maghi meravigliosi, ed. Voland, 2012)
* Dal “Corso Su Majakovskij, di A. M. R. ,1971-72, a cura di Antonio Sagredo, p. 37.
Mario Fresa non è nuovo all’approccio con la tradizione, anche se in precedenza limitandosi alle lingue morte, come il latino, traducendo De cura rei familiaris di Bernardo di Chiaravalle (Società Editrice Dante Alighieri, 2012). Qui, ci propone poesie di Apollinaire, forse il padre della cosiddetta poesia concreta, tradotte dal francese. Ma a ben vedere, possiamo azzardare che la traduzione di Fresa non rientra nei registri canonici, cioè testo/testo, ma possiamo dire che si tratti in molti casi di una sovrapposizione al testo originale, una sovrastruttura forse dovuta al cambio di lingua. E crediamo sia la dote migliore che il traduttore Fresa porta al cospetto del lettore. In più, il lavoro di Fresa si è basato sul ritmo e sul suono, per una dicotomia altalenante quasi perfetta. La diversità tra testo originale e traduzione, ci immette di fronte ad una domanda, uno spaccacervello per i traduttori: tradurre è uguale a tradire? In linea di massima crediamo di sì, ma è uno svolgimento insito proprio della traduzione. Nel nostro caso, Fresa ha cercato di rimanere ancorato, quanto più possibile, al testo originale, senza metaforizzarlo o usando lessemi e vocaboli significanti (per intenderci, alla Franco Fortini, per es.), e riconducendo il ritmo e il suono della lingua francese quanto più vicino a quello italiano. E in questo ci sembra un ottimo lavoro.
Siri Nergaard nell’introduzione al volume miscellaneo “Teorie contemporanee della traduzione”, uscito per Bompiani in ristampa nel 2014, sostiene che sia opinione di molti considerare la traduzione alla stregua di una riproduzione identica dell’originale. Leggendo i testi di Mario Fresa mi viene in mente per contrasto il passo che ho appena citato e, in contemporanea, un’operetta un po’ più antica: il “De interpretazione recta” di Leonardo Bruni. A distanza di oltre cinquecento anni (l’opera bruniana è databile tra il 1420 e il decennio successivo), il problema-traduzione come fedeltà e interpretazione permane e, in alcuni casi, con i medesimi termini. I testi di Mario Fresa, dunque, prima ancora che essere letti come semplici traduzioni debbono essere considerati secondo il loro valore letterario, individuando il “sens” che l’autore ne vuole dare. Sarei molto cauto nel definire “tra-ductio” quanto Mario Fresa ci offre, ma mi riferirei ai suoi testi nel termine di imitazioni, come riappropriazione di Apollinaire, perché non possiamo sottovalutarne la correlazione con altri testi e il ripensamento in un contesto altro (Bachtin). I versi vanno oltre, dunque, il “trans-ducere”, ma vivono di una luce propria, potremmo dire cogliendo l’anima del loro archetipo. Questo è il valore che Mario Fresa ci permette di cogliere, a mio avviso. Data la premessa, un’operazione di riappropriazione dell’anima del testo è seguita da una immedesimazione nel testo stesso, che solo un poeta può fare, che va al di là dello stile e del testo del modello e, in maniera piuttosto evidente, attraversa (almeno ad una prima evidenza stilistica) un procedimento di amplificazione o di riduzione, a seconda della scelta che si compie. Come esempio di questo caso considero il testo “La Souris” e, nello specifico, il primo verso: «Belles journées, souris du temps,», in cui quel “Belle giornate” si amplifica in Fresa sino ad un intero verso («O belle, mie belle, terribili, belle giornate!»), in cui quel termine “terribili” realizza l’ossimoro stesso della situazione poetica, se confrontato con la conclusione del brano poetico: «Vous rongez peu à peu ma vie. / Dieu! Je vais avoir vingt-huit ans, / Et mal vécus, à mon envie.» Accennando al processo di riduzione e amplificazione del testo, un atteggiamento opposto a quanto notato lo ritroviamo nel verso successivo, che condensa in una sola porzione il secondo emistichio del primo verso e il secondo verso di Apollinaire: «Topini del tempo che la mia vita divorate!». L’operazione di traduzione-imitazione di Mario Fresa, dunque, è paragonabile al movimento della fisarmonica, in un movimento continuo. Il nucleo della lettura non può essere, a nostro avviso, cogliere le parole di Apollinaire, ma le parole di Mario Fresa che poeticamente leggono Apollinaire. Un percorso intelligente che valica i limiti della filologia scolastica, sino a variare strutture chiave di partenza. I vent’otto anni a breve da compiere sono divenuti trenta nel testo di arrivo, ad esempio; gli stessi anni mal vissuti si tramutano in una eco proustiana, il soggettivismo di chiusura, rafforzativo in Apollinaire (à mon envie) scompare per lasciare spazio ad una interiezione, a sua volta rafforzativa di una precedente. Una delle costanti, inoltre, è il “pathos” delle iterazioni, cioè un uso sapiente di ripetizioni (alcune volte anaforiche) che danno un ritmo al testo, ne veicolano in certo modo la fluidità. Ecco l’impresa del poeta: «Trent’anni, miodio, trent’anni li compirò tra un mese! / Che tempo perduto! Che ore malissimo spese!». Il procedimento di personalizzare il testo di partenza è comune in ogni componimento che viene presentato, in cui le scansioni ritmiche e sintattiche vengono ora enfatizzate e portate al limite estremo dell’espressività ora asciugate, sino alla soppressione. Uno stile esemplare dal punto di vista poetico, perché così facendo il risultato finale è un testo vitale, talmente immedesimato che vive di una nuova linfa, diviene contemporaneo e si tramuta in opera letteraria a sé stante, in poesia che vive di luce propria.