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Perché la Memoria? Perché la Poesia? Perché l’Olocausto? A cura di Giuseppe Talia –  Poesie per la Memoria –  Poesie di Giuseppe Talia, Lucio Mayoor Tosi, Gino Rago, Edith Dzieduszycka, Adam Vaccaro, Giorgio Linguaglossa, Paolo Carlucci

Auschwitz Ingresso

Auschwitz Ingresso

Appunto di Giuseppe Talia

Perché la Memoria?

La risposta a questa domanda è estremamente difficile. Sebbene Hitler facesse spesso riferimento allo sterminio degli ebrei nei suoi vari discorsi (Mein Kampf) durante gli anni ’30, i nazisti non avevano però ancora elaborato nessun piano per l’annientamento del popolo ebraico. Il primo campo di concentramento costruito dai nazisti fu Dachau, aperto il 22 marzo 1933 in cui vennero rinchiusi inizialmente i dissidenti politici, gli omosessuali, criminali comuni, i testimoni di Geova e i così detti “asociali” (lesbiche, vagabondi, mendicanti).
Il termine di Soluzione Finale (Endlösung) fu usato per la prima volta durante la Conferenza di Wannsee (Berlino, 20 Gennaio 1942) dove gli ufficiali tedeschi ne discussero la realizzazione. Prima del 1942 le misure adottate dai nazisti nei confronti degli ebrei includevano il boicottaggio dei negozi e delle imprese gestiti dagli ebrei, la loro esclusione da impieghi statali o universitari, oltre che all’esercizio della professione legale.
Ma la domanda è: tutta colpa di Hitler che si era messo in testa di ridisegnare la mappa etnica dell’Europa? Alcuni studi di merito indicano, invece, come la responsabilità della popolazione sia stata determinante, non solo per l’aderenza ai principi nazisti, ma per “L’INDIFFERENZA”. Alcune indagini hanno descritto un riscontro di questo tipo:

  • 5% tedeschi entusiasti di Hitler
    • 69% indifferenti
    • 21% dubbio e smarrimento
    • 5% decisa opposizione

E’ il 90% di “cittadini passivi” a permettere a un gruppo ristretto di fanatici criminali di realizzare lo sterminio.

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max beckman-fragmente

Perché la Memoria?

Oggi, a parte il grande interesse per la memoria da parte degli studiosi del cervello, il tema della memoria riporta inevitabilmente alla tradizione platonica. Per Platone “ogni cosa che sappiamo è”, e dunque il sapere come reminiscenza è legato evidentemente alla memoria, soprattutto in questi nostri anni in cui si evidenzia una significativa tendenza alla perdita della memoria storica, al decadimento mnemonico, al declino cognitivo lieve che potrà in futuro aggravarsi se la nostra memoria collettiva, il nostro senso di appartenenza ad una comunità nazionale si trasforma in nazionalismo (ne vediamo alcuni esempi embrionali planetari un po’ ovunque il cui sviluppo sarà tema del nostro futuro di cittadini e di esseri umani). E l’INDIFFERENZA? Non è una forma di mancanza di memoria, volontaria?

Perché la Poesia?

Per rispondere a questa domanda bisognerebbe andare a ritroso fino al Big Bang e da li ripartire in avanti, investendo nel percorso ontologia e metafisica, caricando via via linguaggio, comunicazione, relazioni, memoria, identità, emozioni e l’elenco sarebbe lungo, le valigie cariche e innumerevoli e tutte ben legate dalla metafora, dal significato agli esempi e dagli esempi al significato, in un andirivieni continuo, in uno spostamento continuo dal significato proprio a quello traslato. Certo, nemmeno questa definizione risponde alla domanda del perché la Poesia. Soprattutto del perché la poesia dopo l’Olocausto, dopo la metafora di Adorno smentita dai fatti, ma che certamente ha cambiato radicalmente i canoni fin lì reggenti. Per cui si può essere d’accordo con Sagredo quando afferma che “la Poesia è la cosa più terribile che esista”; “che la Poesia deve essere spietata, senza pietà, e nello stesso provare pietas”. Ma anche d’accordo con Linguaglossa, “ogni epoca “produce”, diciamo così, alcune «Forme» e non altre; ogni epoca ha nel proprio bagaglio di «Forme» soltanto alcune possibilità formali ed espressive, e non altre. E poi la poesia stessa è parte integrante di una cultura”. E qui mi fermo. L’INDIFFERENZA, anche in poesia è causa di annientamento.

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Ciliegio in fiore

Perché la Memoria? 

È forse il ricordo più antico della mia vita. Siamo intorno al 1941. La casa dei miei nonni contadini in Sicilia, fuori Paternò (Catania). Un casolare dove vivevano i miei nonni contadini immerso nell’aranceto che dava degli agrumi meravigliosamente grandi e succosi. A sinistra del casolare, un grande albero di ciliegie. Mia madre mi raccontava che all’epoca dell’amore con mio padre, lui si arrampicava sui rami più alti dell’albero per raccogliere le ciliegie più belle, le metteva in una cesta per darle a mia madre che trepidamente lo aspettava ai piedi dell’albero temendo per l’incolumità del suo uomo e lo scongiurava di tornare a terra.

Ecco, io ricordo ancora il grande albero di ciliegie ma non sono sicuro se l’albero sia stato ricostruito dalla mia fantasia in base ai racconti di mia madre o sia invece un mio ricordo genuino. Chi può dirlo? – Poi, un giorno mio padre ricevette una cartolina. C’era scritto che entro pochi giorni doveva presentarsi al presidio militare per partire per la campagna di Russia…

È così che avviene: io ricordo il ricordo di mia madre. Ed il ricordo privato, privatissimo è inscindibilmente intrecciato all’epoca della guerra fascista e nazista.

Il ricordo mi guarda dall’esterno. Ed io lo vivo dall’interno.

(Giorgio Linguaglossa)

Citazioni a cura di Giuseppe Talia

“Dimenticanza è sciagura, mentre memoria è riscatto.”
(Anneliese Knoop-Graf)
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“La vera arte della memoria è l’attenzione.”
(Samuel Johnson)
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“Perché la memoria del male non riesce a cambiare l’umanità? A che serve la memoria?”
(Primo Levi)
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“Il progresso, lungi dal consentire il cambiamento, dipende dalla capacità di ricordare… Coloro che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo.”
(George Santayana)
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“Perdere il passato significa perdere il futuro.”
(Wang Shu)

“Noi siamo la nostra memoria,
noi siamo questo museo chimerico di forme incostanti,
questo mucchio di specchi rotti.”
(Jorge Luis Borges)
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“La memoria è come il mare: può restituire brandelli di rottami a distanza di anni.”
(Primo Levi)
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“Dove vien meno l’interesse, vien meno anche la memoria.”
(Goethe)
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“Tutti abbiamo bisogno della memoria. Tiene il lupo dell’insignificanza fuori dalla porta.”
(Saul Bellow)
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“La memoria non è ciò che ricordiamo, ma ciò che ci ricorda. La memoria è un presente che non finisce mai di passare.”
(Octavio Paz)
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“Se Dio esiste, dovrà chiedermi scusa”
(Scritta apparsa su un muro di Auschwitz)

Giuseppe Panetta 1

Giuseppe Talia

Giuseppe Talia

Nacht und Nebel 

Amavo Vincent. Una mattina la Gestapo bussò alla mia porta.
Stavo preparando la colazione. Vincent era ancora nel tepore
Del letto. Drinner oder draussen! La porta si chiuse alle mie spalle
Un treno e la neve che non finiva mai. Vincent e il tepore del letto
Un ricordo lontano lontano. Mi cucirono sul petto un triangolo rosa.
La pelle attaccata all’osso. Fame e stenti nei capannoni dissenterici.
Quanti siamo? Quanti saremo? Il Wissenschaftlich-humanitäres Komitee?
Lontano lontano. Ogni tanto scambio qualche parola con Adna. Mi mostra
Il suo triangolo nero. Mi racconta delle serate al Dorian Gray, al Flauto Magico
Io chiudo gli occhi. Vincent Vincent. Dove sei? E una sera Vincent mi venne in sogno:
Otgeschlagen – Totgeschwiegen

Lucio Mayoor Tosi

Lucio Mayoor Tosi

Lucio Mayoor Tosi

Mangia qualcosa, Josef.

Il piatto si riempie di acqua e cenere.
La tartaruga cammina cammina finché
s’ingroppa la forchetta. Il tavolo si riempie
di formiche, c’è del sangue rappreso
di cane impazzito. Preghiamo:
Fai che finisca presto. E portaci il sapone.
Amen.
Sul ripiano del frigorifero
le mani annerite di Joseph Hassid, il violinista
che suonava a memoria: il futuro in Site of Burr Hole.
Comprese le scarpe e i denti.
Non sapere se siamo ancora qui, muti tra le scansie
di un drugstore, oppure fantasmi.
Nel giardino dei Dobermann tengono sempre
le luci accese.

gino rago al ceffè San Marco di Trieste 2015

gino rago al ceffè San Marco di Trieste 2015

Gino Rago

I poeti del Novecento amarono gli Armeni.
Ma non perché gli Armeni specchiassero se stessi
nelle nevi eterne d’Ararat.
I poeti amarono gli Armeni
perché qualcuno pensò d’incenerirli
proprio in quanto Armeni.
I poeti del Novecento amarono gli zingari,
i diversi, i comunisti
per le stesse ragioni per cui prima amarono
gli Armeni. I poeti amarono gli Ebrei.
Perché qualcuno pensò
di cancellarli dalla faccia della terra
proprio perché Ebrei. I camini di Auschwitz
a perpetuare il ciclo del Carbonio.
Nel tempo. Nello spazio. Nel sonno imperdonabile
dell’intelligenza. I poeti del Novecento amano
le anime costrette nella morsa di Gaza.
Perché qualcuno pensa d’annientarli?
I poeti amano i Palestinesi
proprio come amarono gli Armeni, gli zingari,
i diversi, gli Ebrei, i comunisti.
I poeti amano i sommersi
perché chi resta vivo in mezzo ai morti
non si vergogni più d’essere un uomo.

edith dzieduszycka 1

edith dzieduszycka

Edith Dzieduszycka

In ranghi serrati

In ranghi serrati
intorno alla tua incudine
fabbro si raduna
febbrile

una muta insensata
piangente rosse lacrime
Vigile
la sorveglia

impotente
una cerchia
di angeli stremati
dalle ali scorticate

Poi dalla loro forma
dal loro torcersi
dai riflessi infuocati
nel tramonto vermiglio

dall’afrore pungente
intorno a loro sparso
recepire i segnali
raccogliere restie

a svelarsi le orme
di quel loro sostare
tracce imperscrutabili
d’un effimero viaggio.

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Giorgio Linguaglossa

Preambolo del Signor K. «La «nuova poesia ontologica»?,
suvvia Cogito, siamo seri…»

Il treno è in viaggio. Porta soldati con l’elmo a punta.
Verso il fronte russo.
Il Signor K. siede nel vagone ristorante,
ha con sé la valigetta diplomatica.
Cogito ha nella tasca interna della giacca
la fotografia di Enceladon.

Il Signor K. misurò con ampi passi lo spazio del vagone ristorante.
«L’ideale sarebbe far fuori i tipi come Lei, Cogito,
voi siete dei rompiscatole, con tutto il rispetto
per il vostro ruolo.
La bellezza di Enceladon? Suvvia, Cogito, non sia ridicolo.
Che vuole, sarebbe semplice per me
far premere il grilletto da uno dei miei sodali,
ma, sarebbe, appunto, eccessivamente ludico,
ed io detesto le soluzioni rapide,
preferisco complicare ciò che è semplice.
Giocare con Lei, Herr Cogito,
tutto sommato, mi diverte, è come il gioco con il gatto e il topo.
Del resto, in fin dei conti, l’arte è un’attività onanistica.
Ha qualcosa dello specchio da toeletta, rammenta
lo specchio ustorio…
Qualcosa di disdicevole…»

«A cosa devo la sua visita?», chiede Cogito sopra pensiero
mentre fuma un sigaro italiano.

«Ecco, diciamo – rispose il Signor K. –
che interverrò, di persona,
di quando in quando, a secondo dei miei umori atrabiliari
negli eventi del mondo.
Lei, Mario Gabriele e Steven Grieco Rathgeb?
Sì, possiamo prendere un caffè insieme. La «nuova
poesia ontologica»?,
suvvia Cogito, siamo seri…
Mi congedo, e mi prendo la libertà di comparire.
E scomparire…».

(Inedito)

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adam vaccaro

Adam Vaccaro

Memorie del futuro

La cenere dei fumi di Auschwitz
così bianca e viola infine rossa
batte batte dentro al cuore come
blatta che non volerà rimarrà

a rodere tra questi ruderi nutrirà
il nostro sangue nero sconfinato
insaziabile non si fermerà vorrà
sfamarsi di ogni sangue e vittima

diventata cenere deporla
nelle mani di Cerere a farne
messi di una Terra non più
prona a poteri e follie di ieri e

di oggi che sappia pesare
sulla stessa bilancia ogni
grammo di carne umana
rossa poi viola infine bianca

offerta al dio di tutti
i popoli di tutte le terre
ricche povere e senza
privilegi né figli prediletti

di una Terra non più
crocifissa da confini e
tavole imbandite da eletti
assediate da cumuli di blatte

affamate impazzite –
se questo è un uomo

(2006)

Nell’antologia, 25 poeti per il giorno della memoria, a cura dell’Associazione per la storia e la memoria della repubblica, e dei Comuni di Civitella in Val di Chiana e Monte San Savino, 27 gennaio 2006.
E in Seeds, Chelsea Editions, New York 2014

Paolo Carlucci

Paolo Carlucci

Paolo Carlucci

Il viaggio curioso dell’Est

Il futuro, ricordando, si gioca i selfies …
Testamento digitale, forse un assedio
l’innocenza di ieri è già perduta.

S’animava l’infanzia, là a Terezin,
impertinente e viva, sulla soglia
annoiata dell’occhio, il pettine del vento
disordinò trasparenza ai miei pensieri.

Ecco, scorreva nuovo e sconosciuto
come fiume il tuo viso intriso d’ombra:
luce che accolse nell’estro di ghiaccio
dei ricordi, soffice e calda la prima neve.

Maestra ancora acquerellando giostre
d’aquiloni rintanati nella memoria:
si fa più larga madre, ora la notte.
Ha braccia aperte di storia, ascolta, risale
nuovi i passi veloci di tanta indifferenza.

Fiume che scorre a lampi d’ozio turistico,
tra bianche, flessuose betulle, bivacca
sarcasmi il viaggio curioso dell’Est.

S’adagia poi a marmaglia tra le nuvole
l’inverno oggi si gioca i selfies …

( Inedito, 2017)

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