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Gezim Hajdari, Poesie, Alzati Gesù, prendi la frusta, Chiodi dell’esilio, da Cresce dentro di me un uomo straniero, testo albanese a fronte, Ensemble, Roma, 2020, pp. 168 € 15 Lettura di Giorgio Linguaglossa

Gezim Hajdari nel suo studio

[Gezim Hajdari nel suo studio]

Lettura di Giorgio Linguaglossa

in Essere e tempo di Heidegger (1927) l’esserCi è caratterizzato dalla reciproca e intima connessione di tre «esistenziali»: Befindlichkeit (come ci si trova), Verstehen (la“comprensione”, cioè l’orientamento in cui ci si trova), Rede (il “discorso”, il mondo di parole in cui ci si trova). Queste dimensioni dell’esistenza nel loro insieme costituiscono l’apertura del «mondo» (l’autoaprentesi) in cui l’esserCi (l’uomo) si trova radicato nella «terra» (l’autoschiudentesi). Ora, la terza di queste dimensioni coappartiene alle altre due, il che implica che l’esserCi è «gettato» nel mondo ed è costretto ad orientarsi in un universo di parole che non conosce e che gli sono estranee. Ma è mediante le parole che i «fenomeni» possono essere esperiti in quanto sono portati dal linguaggio. Ad esempio, la parola «sedia» non solo pre-orienta il nostro rapportarci alla «sedia» ma anche la cosa stessa ci viene incontro tramite la parola, cioè la «sedia». Noi dunque non facciamo mai esperienza di «cose» che poi interpretiamo in un secondo momento a partire da un orizzonte linguistico dato, questa infatti è la concezione che ha l’ermeneutica, ma abbiamo sempre a che fare con «cose» in quanto sono dette, parlate, hanno un nome. Infatti, se mancano le parole la «cosa» diviene sfuggente, letteralmente ci sfugge.

Ora, di fatto, nella poiesis la parola «manca», è destino della parola mancare, esser mancante, altrimenti non ci sarebbe poiesis, ci sarebbe il plenum, la plenitudo dei mistici che è altra cosa che qui non interessa. Questa negatività (data dalla mancanza) predispone la parola ad una pre-comprensione, che è già in sé un destino nel senso di un tramandamento in quanto ogni parola porta con sé la negatività del suo non essere completa, e porta con sé l’erranza delle parole in quanto erranee, frutto di erranza e di errore. È questa la ragione per cui molti poeti soffrono, a livello esistenziale e linguistico, di erranza e di errore, proprio in quanto essi vengono trascinati verso queste configurazioni esistenziali, proprio in quanto infirmati dalla negatività originaria delle parole.
Il tramandamento delle parole trascina con sé il tramandamento delle cose nella memoria degli uomini e nell’orizzonte degli eventi. E, con il tramandamento, inizia la storia.
La poiesis narra questo tramandamento, questo errare nel tramandamento.

Questo è il caso esemplare di Gezim Hajdari, la sua poesia ha sempre seguito il corso del tramandamento storico dell’erranza e dell’esilio della parola. Hajdari è un poeta albanese in auto esilio, giunto in Italia all’inizio degli anni novanta è qui che ha trovato una nuova patria. Ha fatto tutti i lavori per sostentarsi, anche i più umili, ma con la fronte ben alta e la schiena eretta. È sempre stato un fiero oppositore politico della demoKratura vigente in Albania, la sua patria. Ma, si sa, l’Italia non ama gli uomini coraggiosi, non ama gli oppositori dei regimi totalitari e delle demoKrature e, tantomeno ama i poeti, per cui un duplice disinteresse ha sempre mostrato verso il poeta albanese in esilio: troppo ingombrante, non addomesticabile, imprevedibile e, quindi, inaffidabile. E poi la sua poesia è troppo dissimile dal linguaggio stereotipato della poesia maggioritaria in vigore in Italia da tanti decenni, intimamente ingovernabile e riottosa ad ogni addomesticamento e ad ogni accomodamento. E così il destino di Gezim Hajdari è stato segnato: il disinteresse ed il silenzio generale.

Come per ogni esule, com’è avvenuto per Brodskij, la storia si è fermata nel momento dell’esilio, di lì ha avuto un nuovo inizio. La poesia di Hajdari segna il riinizio della storia del suo paese, segna una cesura e una ricucitura, è un ponte interrotto perché crollato e non più ricostruito. E così il canto dell’esule è diventato il canto di una nazione, l’espressione di una lingua sotto il peso della umiliazione e dell’angoscia. Hajdari è forse l’ultimo poeta europeo guidato da una visione tragica della storia e dell’esistenza, è l’ultimo poeta europeo che fa poiesis dai tratti epici, contrassegnata da stacchi acutissimi e da arditissime metafore ed iperboli. È la poiesis di un ponte rotto e non più riparato, perché quelle ferite non sono ormai più sanabili e il poeta albanese è costretto a portarsi dietro, nel tramandamento, la valigia delle aspirazioni e dei sogni traditi. È l’atto della storicizzazione dell’arte, è da qui che la storia può prendere un nuovo inizio, grazie alla poiesis.

Heidegger scrive che

«Quando l’arte si storicizza, si ha nella storia un urto, e la storia inizia o riinizia. Qui“storia” […] è il risveglio di un popolo ai suoi compiti, in quanto inserimento in ciò che gli è stato affidato. […] L’arte è storica e come tale è la salvaguardia fattiva della verità in opera. L’arte si storicizza come Poesia. La Poesia è instaurazione nel triplice senso di donazione, fondazione e inizio».1

L’arte viene così ad indicare il luogo originario in cui abita l’uomo. Riprendendo un verso di Hölderlin in cui il poeta dice: «Pieno di merito, ma poeticamente, abita / l’uomo su questa terra», Hajdari con le sue parole esprime l’impossibilità per la sua poiesis di uscire fuori da questo sortilegio che la vede relegata nel suo destino di abitare «poeticamente» il mondo dell’indigenza dello spirito e della povertà.

Intorno al 1919 Osip Mandel’štam scrive il famoso saggio Sull’Interlocutore, centra la sua attenzione critica sul problema ignorato dai simbolisti: «Con chi parla il poeta?». Ecco, non avendo una risposta soddisfacente, vorrei fare la stessa domanda ai lettori: Con chi può parlare un poeta come Gëzim Hajdari  in esilio?

1  M. Heidegger,  L’origine dell’opera d’arte in Sentieri interrotti, cit., p. 60

Gezim Hajdari a Venezia
Gezim Hajdari a Venezia

Intervista di Alida Airaghi

https://www.sololibri.net/Intervista-Gezim-Hajdari-poesia-impegno-esilio.html

Tratto dalla recensione di Fulvio Pezarossa, pubblicata sulla rivista Insula europea.

 “Morire in altra lingua”. Nuovi versi dall’esilio di Gëzim Hajdari

20 Aprile 2020 Fulvio Pezzarossa

‘’Stimola contraddizioni la lettura del nuovo e rilevante contributo che Gëzim Hajdari ha da poco offerto alle nostre lettere, a quelle europee e non solo, con la raccolta bilingue Cresce dentro di me un uomo straniero / Rritet brenda meje një njeri i huaj, Roma, Ensemble, 2020. Nel volume in immediato si rintracciano la certezza di punti fermi, la caparbietà di un progetto a lungo termine, l’ostinazione a credere in valori millenari filtrati dalla invenzione scritta, persistenti a fronte di un mutamento epocale di paradigma, che tutto appiattisce, frammenta, disconosce e distrugge, proprio a far capo dallo status che l’autore porta, esibisce, coltiva: quello di esule, migrante, rifugiato, altro e diverso, nello spazio e nel tempo.’’

Gezim Hajdari Siena 2000
Gezim Hajdari, 2000

Gezim Hajdari da Cresce dentro di me un uomo straniero / Rritet brenda meje një njeri i huaj). Edizioni Ensemble 2020

Alzati Gesù, prendi la frusta

C’era una volta un paese oltre l’Adriatico,
si chiamava Arbëri ,
l’antica stirpe shqiptar ,
erede legittima dei Pelasgi,
benedetta dalle Ore
protetta dalle Zana
nutrita di leggende,
baciata dalla gloria.
Guerrieri valorosi
uomini di besa,
del Kanun delle Montagne,
gente generosa,
fiera fino al sangue.
Onoravano l’ospite,
usanze e il loro dio,
pane e giuramento,
sale e cuore.
Cinquecento anni
al suon della lahuta ,
guidati dai prodi,
Gjeto Basho Mujo
Gjergj Elez Alìa.
Custodi di frontiera
delle Bjeshkëve të Nëmuna ,
rispettosi sposi,
teneri padri di famiglia,
mai al nemico temibile
mostrarono le spalle,
in difesa della patria,
delle loro donne,
Belli, gagliardi
di nobili virtù,
che Lord Byron esaltò
nel Pellegrinaggio di Childe-Harold.

C’era una volta un paese oltre l’Adriatico,
si chiamava Arbëri,
il valore degli uomini
non era nella ricchezza
ma nell’onestà.
Un ottimo contadino
valeva quanto un principe,
per chi era servo
e per chi era Re.
Principi gloriosi
e semplici montanari
rifiutavano la schiavitù,
i loro veri capi erano
gli uomini saggi.
gli shqiptar si alzavano
persino dalla tomba
per mantenere la besa,
la parola data.

C’era un paese oltre l’Adriatico,
si chiamava Arbëri,
con il saluto più bello al mondo:
“T’u ngjat jeta! ”
Terra di Scanderbeg ,
impregnata di drammi,
ossa e sangue,
nel corso della storia
per la sopravvivenza della stirpe albanese.
Patria dei rapsodi
senza pari nella regione,
lahuta e çiftelia ,
accompagnava l’arco della vita,
dalla nascita alla morte.

C’era un paese oltre l’Adriatico,
si chiamava Arbëri,
onorata come una sposa
dai padri fondatori,
cantata dai bardi,
illuminata dai mistici.
Poeti, sacerdoti, bektashi ,
uomini d’onore,
spesero la loro vita,
con la penna e il fucile,
in difesa dei suoi lidi.

C’era un paese oltre l’Adriatico,
si chiamava Arbëri,
paese di burrnija
popolo epico, sovrano
come nessuno nei Balcani,
parlava la lingua
più antica del globo,
con donne splendenti
come i raggi del sole,
che l’occhio umano
mai vide sulla terra del Signore.

C’era un paese oltre l’Adriatico,
si chiamava Arbëri,
paese delle aquile,
cantato nei secoli
da Virgilio, Catullo e Orazio.
Conviveva da millenni
con i popoli vicini,
di tutte le etnie,
in tempo di guerra
in tempo di pace
nella gioia,
e nel dolore.

Gezim Hajdari, Siena 2000 (2)

C’è un paese oltre l’Adriatico,
si chiama Albania,
mai un pentimento
per i crimini del comunismo.
Governano insieme,
da ventisei anni,
‘i democratici’
e i boia della lotta di classe;
rubano insieme,
distruggono insieme,
si drogano insieme,
stuprano insieme,
uccidono insieme,
festeggiano insieme,
amoreggiano insieme,
si ubriacano insieme,
vomitano insieme,
le loro ubriacature
porci e ratti di fogna.

C’è un paese oltre l’Adriatico,
si chiama Albania,
paese castrato,
misero e dannato,
con le donne sgualdrine,
gli uomini codardi,
perfidi e malvagi,
figli trafficanti,
assassini spietati,
killer a pagamento.
La nuova Albania sorta
sui crimini, droga,
corruzione , ruberie,
denaro sporco,
traffici umani,
contrabbando di armi.
Coloro che alzano la voce,
vengono costretti all’esilio,
condannati al silenzio,
sepolti vivi.

C’è un paese oltre l’Adriatico,
si chiama Albania,
con la memoria corta,
adora i tiranni,
ieri, sulle piazze di ogni città
ergeva la statua del dittatore Hoxha,
oggi la statua di un re fantoccio-massone,
ladro, rozzo e sanguinario,
uccise i padri della nazione,
cent’anni fa
vendette l’Albania,
agli usurai.

C’è un paese oltre l’Adriatico,
si chiama Albania,
Colombia dell’Europa,
dove crescono ovunque
più piante di cannabis
che foglie d’erba.
paese degli scandali,
intrighi internazionali.
I politici corrotti
vengono eletti
dai loro padroni
come premier
e presidente della Repubblica.

C’è un paese oltre l’Adriatico,
si chiama Albania
gettato nel fango
dai Poteri oscuri

d’oltre Oceano,
con la benedizione
dei politici mafiosi di Tirana;
appoggiati dall’orda
di pseudo-intellettuali,
giornalisti,
opinionisti,
professori,
preti,
muftì,
che succhiano il sangue
della povera gente;
i loro stipendi
odorano di crimine,
si nutrono di carogne.

C’è un paese oltre l’Adriatico,
si chiama Albania,
abbaia come cagnolina,
in cima all’immondizia,
all’ombra delle statue
di George Bush , junior
e Hillary Clinton ,
due sanguinari,
criminali di guerra.

C’è un paese oltre l’Adriatico,
si chiama Albania,
con poeti, scrittori, artisti
corrotti e fottuti
dalla A alla Z,
hanno venduto all’asta
la patria e le loro madri.
Per avere un incarico governativo,
timorosi di dio,
sputano Allah,
baciano la croce,
portano al collo
catenine d’oro
con i chiodi insanguinati
di Gesù Cristo.
I poeti di Tirana
prostituti spirituali,
si sono venduti felicemente
ai governanti di turno,
a basso costo,
in cambio dello stupro
premi di carriera:
Penna d’oro,
Penna d’argento,
Onore della nazione,
pubblicazioni all’estero,
inviti dalle Fondazioni,
residenza di scrittura,
borse di studio,
per sé, i loro figli
e le amanti.
Premiati dal presidente della Repubblica,
allo stesso giorno,
alla stessa ora,
sia il boia del regime di Enver Hoxha
che la sua ‘vittima perseguitata’
di Spaç .

C’è un paese oltre l’Adriatico,
si chiama Albania,
dove i poeti di Tirana:
piccoli tiranni,
eletti ministri, ambasciatori,
godono dallo Stato
stipendi d’oro,
pensioni e case,
poltrone al governo,
alla televisione,
al parlamento,
consulenti-servi
dei capi di Stato fantoccio,
dei premier ladri.

C’è un paese oltre l’Adriatico,
si chiama Albania,
cancrena per i Balcani,
pericolo per il continente.
Alzati Gesù,
prendi la frusta,
caccia gli usurai fuori dell’Albania,
con le buone o con la forza,
liberaci dai tiranni di Tirana.

Gezim Hajdari foto di Piero Pomponi 1
foto di Piero Pomponi

Chiodi dell’esilio

La mia stirpe di rapsodi muore di venerdì.
Venerdì, gli antichi romani usavano eseguire le condanne a morte.
Di venerdì è morto anche Gesù Cristo, crocifisso al posto di un assassino.

Mio padre Riza una mattina di venerdì chiamò mia madre
e le disse:
‘’Oggi morirò!
Chiama Agìm, voglio dargli l’ultimo saluto!’’. – Così è di abitudine in Darsìa.
Agìm è mio fratello più grande.

In punto di morte aggiunse:
‘’Io sto per morire, amanèt vostra madre Nur,
senza pensione e malata;
la casetta umida, quando piove, gocciola dal tetto;
amanèt anche Gëzim in esilio, solo e lontano,
oltre il mare negro dell’Europa, vecchia puttana viziata!’’

Poi, guardando dalla finestra spalancata, aggiunse ancora:
‘’Lavatemi il corpo con l’acqua fresca del pozzo all’ombra del gelso rosso,
e fatemi seppellire nella tomba di mia madre, Kadife,
morì giovane sposa lasciandomi orfano a sei mesi.
Lascio questa penna di sambuco come ricordo
per il vostro fratello
che scelse la strada del poeta,
strada maledetta.’’

Chiese la besa ad Agim che avrebbe pagato il debito al panettiere
del quartiere, salutò Nur,
e si spense.

Era la penna con la quale scrisse il diario della vita
durante gli anni di terrore della lotta di classe,
quando tornava dalla campagna come pastore dei buoi,
strappato poi da mia madre per paura che fosse sequestrato dal Sigurimi .
Con i fogli del suo diario lei accendeva il fuoco per riscaldarci,
cinque bambini intorno al focolare nelle notti fredde d’inverno,
nella casetta di pietra focaia in cima alla collina buia, in Darsìa .

Riza era lo scrivano del villaggio,
durante le domeniche,
scriveva le lettere per i figli dei contadini che facevano il militare.

Da quando confiscarono i nostri beni di famiglia durante il comunismo,
noi siamo nati e cresciuti nelle casette seminterrate, umide e fredde,
la povertà non ci si è mai tolta di dosso.

Di venerdì è morto mio nonno paterno Velì,
rappresentante dei bektashi in provincia.
I suoi avi provenivano da Bjeshkët e Nëmuna ,
trasferitosi in Darsìa per motivi di vendetta
prevista dal Kanun delle Montagne.

Velì aveva sposato in seconda nozze Zyrà,
guaritrice di morsi di serpenti velenosi,
molto più giovane di lui,
chiamava suo marito: ‘’Mio signore!’’,

Anche Zyrà morì di venerdì
in una giornata di fulmini e pioggia
di fronte alla collina di Harbor.

Di venerdì è morto Zybèr, cugino di Velì,
investito da un tronco di salice alla riva del torrente di Çapok.
Ho visto con i miei occhi questa scena terribile,
avevo sei anni, mi portava spesso con sé,
piangevo disperato chiedendo aiuto ai passanti.

Di venerdì è morta sua moglie Mynevèr,
donna giunonica e veggente.
Aveva occhi a mandorla,
sapeva leggere il pensieri dei contadini del villaggio.
Mynever era anche una sciamana, comunicava con kecka e gli xhin.
annientava le fatture che gli xhin facevano ai contadini,
facendo una controfattura,
con la luna piena.

Di venerdì è morto Osman, il fratello di Zyber,
ucciso da hasmi durante la notte delle nozze,
sul letto matrimoniale:
hasmi entrò nella stanza degli sposi dal tetto della casa.

Quella notte i familiari non fecero sapere nulla dell’accaduto,
gli ospiti festeggiavano, bevevano e ballavano allegri.
L’indomani il padre di Osman si rivolse agli ospiti:
‘’Illustri ospiti, ieri abbiamo festeggiato il matrimonio di mio figlio,
oggi vorrei che celebrassimo insieme il suo funerale!’’

Di venerdì è morta Meje,
sorella più grande di Velì,
si svegliava di notte, si vestiva di bianco, e andava al torrente del villaggio,
parlava con le spose notturne.

Di venerdì è morta Lidia, l’altra sorella di Velì,
sposata oltre sette monti e sette fiumi.
Tra mio nonno e lei
non scorreva buon sangue.
Si diceva che avesse calpestato gli xhin all’una di notte.

Di venerdì è morto Sabrì, nella città di Lushnje,
fratello maggiore di mio padre,
condannato a centouno anni dal regime di Enver Hoxha
per aver combattuto durante la guerra nelle file
del Partito Fronte Nazionale Albanese.

Chiese di essere portato nel villaggio natale
per vedere per l’ultima volta la collina, gli ulivi,
baciare la terra d’origine, prima di scendere nella fossa.

Quando vide la lepre selvatica correre tra i cespugli,
gli uccelli neri su rami incurvati degli ulivi
e l’erba selvatica cresciuta al muro della vecchia casa,
pianse a nenia come un bambino.

Di venerdì è morto Mustafà, il fratellastro maggiore di Riza,
menò sua moglie Hurmà nel cortile di casa,
perché dopo aver partorito sette femmine,
voleva che nascesse un maschio.

Di venerdì è morto Hysein, ubriaco di grappa, fratello di Mustafa,
quel giorno aveva litigato con mia madre
per futili motivi,
fu travolto da una macchina sul boulevard della città.

Anche Hakì, il fratello di Hysen e Mustafa è morto di venerdì,
bevendo rakì e discutendo del Diritto Romano,
sperava che lo Stato postcomunista avrebbe restituito
una piccola parte dei beni rubati dal Partito del Proletariato
alla nostra famiglia.

Di venerdì è morta anche Fatimè,
l’unica sorellastra di mio padre,
impazzita.

Di venerdì morirò anch’io,
crocifisso mani e piedi con i chiodi dell’esilio
sulle spalle il peso di tutti i venerdì mortali
di una stirpe severa.

gezim hajdari 5

JEZU, MERR KAMZHIKUN!

Na ishte njëherë një vend përtej Adriatikut,
me emrin Arbëri,
fisi i lashtë shqiptar,
trashëgimtar legjitim i Pellazgëve,
bekuar nga Orët,
mbrojtur nga Zanat,
mbrujtur me legjenda,
puthur nga lavdia.
Luftëtarë të vyer,
burra të besës,
të Kanunit t’Malsisë,
njerëz bujarë,
krenarë gjer në gjak.
Nderonin mysafirin,
zakone, zotin e tyre,
bukë e betim
kripë e zemër.
Pesëqinde vite
nën tingullin e lahutës,
udhehëqur nga kreshnikët
Gjeto Basho Muji
Gjergj Elez Alìa.
Roje kufitare
të Bjeshkëve të Nëmuna,
dhëndurrë të respektuar,
baballarë të dhimshëm familjar,
kurrë armiku mizor
s’ua pa shpinën,
në mbrojtje të atdheut,
e grave lidhur kurorë.
Të pashëm, gazmorë,
me virtyte fisnike
që Lord Bajroni lëvdoi
në Shtegtimet e Çajld Haroldit.

Na ishte njëherë një vend përtej Adriatikut,
me emrin Arbëri,
vlera e njerëzve
s’matej me pasurinë
por me ndershmërinë.
Një fshatar babaxhan
vlente sa një princ,
qoftë shërbëtor
qoftë mbret.
Princa të lavdishëm
e malsorë të thjeshtë
s’pranoin skllavërinë,
kryetarët e tyre ishin
burra të mënçur.
Shqiptarët çoheshin
përderi dhe nga varri
për ta mbajtur besën,
fjalën e dhënë.

Na ishte njëherë një vend përtej Adriatikut,
me emrin Arbëri,
me përshëndetjen më të bukur në botë:
“T’u ngjat jeta!”
Toka e Skënderbeut,
ngjizur me drama
eshtra dhe gjak,
për mbijetesë kombëtare
në kohë të egra.
Atdheu i rapsodëve
pa shoq në treva,
lahuta e çiftelia
përcillnin harkun e jetës
nga lindja te vdekja.

Na ishte njëherë një vend përtej Adriatikut,
me emrin Arbëri,
nderuar si një nuse,
nga baballarët e kombit,
kënduar nga bardët,
përndritur nga mistikët.
Rilindas, priftërinj, bektashi,
burra nderi,
shuan jetën e tyre,
me penë dhe pushkë,
në mbrojtje të vatanit.

Na ishte njëherë një vend përtej Adriatikut,
me emrin Arbëri,
vendi i burrnisë,
popull heroik, sovran
si askush në Ballkan,
fliste gjuhën
më të lashtë në glob,
me gra hyjnore,
si rreze dielli,
që syri njerëzor
kurrë s’kish parë në tokën e zotit.

Na ishte njëherë një vend përtej Adriatikut,
me emrin Arbëri,
vendi i shqiponjave,
kënduar ndër shekuj
nga Virgjili, Katuli e Oracio.
Bashkëjetoi prej mijëra viteve
me popujt fqinj ndëretnikë,
në kohë lufte,
në kohë paqe,
në gëzime
e hidhërime.

Na është një vend përtej Adriatikut,
me emrin Shqipëri,
kurrë s’u pendua
për krimet e komunizmit.
Njëzet e gjashtë vite
udhëheqin tok
‘demokratë’
dhe xhelatë të luftës së klasave.
Vjedhin bashkë,
shkallmojnë bashkë,
drogohen bashkë,
dhunojnë bashkë,
vrasin bashkë,
gostisin bashkë,
dashurohen bashkë,
dehen bashkë,
shurrosen bashke,
vjellin bashkë,
dehjet e tyre
kërma dhe mij haleje.

Na është një vend përtej Adriatikut,
me emrin Shqipëri,
vend i tredhur,
mjeran i djallosur,
me gra të përdala,
burra kodosha,
të pabesë e zuzarë,
bijtë trafikantë,
vrasës të pamëshirshëm,
killer me pagesë.
Shqipëria e re ngritur
mbi krimin, drogën,
korrupsion, grabitje,
para të ndyra,
trafikantë të njerëzve,
kontrabandistë armësh.
Kush guxon ta ngrejë zërin,
detyrohet të ikë në syrgjyn,
dënohet me heshtje,
varroset përsëgjalli.

Na është një vend përtej Adriatikut,
me emrin Shqipëri,
kujtesëshkurtër,
adhuron tiranët.
Dje në sheshe të çdo qyteti
ngriheshin shtatore të dikatorit Hoxha,
sot kufoma e një mbreti dordolec, mason,
kusar, horr e katil,
njëqind vite më parë
vrau baballarët e kombit,
ua shiti Shqipërinë
fajdexhinjve.

Na është një vend përtej Adriatikut,
me emrin Shqipëri,
Kolumbia e Europës,
ku rriten kudo
më shumë degë kanabisi
sesa fije bari,
kryeshteti i skandaleve,
intrigave ndërkombëtare.
Politikanët e korruptuar
zgjidhen nga padronët e tyre
kush kryeministër,
tjetri presdient Republike.

Na është një vend përtej Adriatikut,
me emrin Shqipëri,
zhutur në baltë
nga Pushtetet e errëta
përtej Oqeanit,
me bekimin e politikanëve
mafioze të Tiranës,
mbështetur nga hordhia
e pseudo-intelektualëve:
gazetarë,
opinionistë
profesorë,
priftërinj,
hoxhallarë
e myftinj
që thithin si shushunja
gjakun e njerëzve të gjorë;
rrogat e tyre
bien erë krim,
ushqehen me kërma.

Na është një vend përtej Adriatikut,
me emrin Shqipëri,
leh si këlyshe
majë plehut me bajga,
nën hijen e shtatoreve
të Xhorxh Bushit
dhe Hillari Klinton,
dy gjakësorë,
kriminelë lufte.

Na është një vend përtej Adriatikut,
me emrin Shqipëri,
me poetë, shkrimtarë, artistë
të korruptuar e batakçinj
nga A-ja te Zh-ja,
e nxorën në ankand
atdheun dhe nanën e tyre.
Për një emrim qeveritar
gjyhnaqarë te zoti,
pështyjnë Allahun,
puthin kryqin,
mbartin në qafë
zinxhirë të artë
me gozhdët e gjakosura
të Jezu Krishtit.
Poetët e Tiranës
prostitutë shpirtëror,
u shitën lumturisht,
me çmim të ulët,
qeveritarëve të radhës,
Si shpërblim përdhunimi
çmime karriere,
Pena e artë
Pena e argjendtë,
Nderi i kombit,
botime jashtë vendit,
ftesa nga Fondacione
rezidenca shkrimtarësh,
bursa studimi
për vete, bijtë e tyre
dhe dashnoret.
Vlerësohen me çmime
nga presidenti i Republikës,
në të njëjtën ditë,
në të njëjtën orë,
xhelati i regjimit të Enver Hoxhës
dhe ‘viktima e persekutuar’
e Spaçit.

Na është një vend përtej Adriatikut,
me emrin Shqipëri,
ku poetët e Tiranës,
tiranë të vegjël,
gëzojnë nga shteti
rroga të arta,
pensione e shtëpi,
ministra, diplomatë,
kolltuqe në qeveri,
në televizion,
parlament,
këshilltarë të përunjur
të kryetarëve të shtetit- kukull,
kryeministrave rezilë.

Na është një vend përtej Adriatikut,
me emrin Shqipëri,
gangrenë për Ballkanin,
rrezik për kontinentin.
Ngrihu Jezu,
merr kamzhikun,
dëboi sarafët, jashtë nga Shqipëria,
me hir e pahir,
na çliro nga tiranët e Tiranës.

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 Gëzim Hajdari, Poemetto inedito in albanese e italiano, Alzati Gesù, prendi la frusta!, con un Appunto di Giorgio Linguaglossa

 

Gezim Hajdari nel suo studio

Gezim Hajdari nel suo studio

Appunto di Giorgio Linguaglossa

Gëzim Hajdari è nato nei Balcani di lingua albanese nel 1957. È il maggior poeta vivente albanese e uno dei maggiori poeti presenti in europa, bilingue, scrive in albanese e in italiano. Nell’inverno del 1991 è tra i fondatori del Partito Democratico e del Partito Repubblicano della città di Lushnje, partiti d’opposizione, e viene eletto segretario provinciale per i repubblicani nella suddetta città. Nello stesso anno è cofondatore del settimanale di opposizione Ora e Fjalës (Il momento della parola), nel quale svolge la funzione di vicedirettore. Nelle elezioni politiche del 1992 si presenta come candidato al parlamento nelle liste del PRA. Nel corso della sua intensa attività di esponente politico e di giornalista d’opposizione in Albania, ha denunciato pubblicamente e ripetutamente i crimini, la corruzione, gli abusi e le speculazioni della vecchia nomenclatura comunista di Enver Hoxha e dei recenti regimi mascherati post-comunisti. Anche per queste ragioni, a seguito di ripetute minacce subite, è stato costretto, nell’aprile del 1992, a fuggire dal proprio paese. Ha pubblicato numerose raccolte di poesia. Ha scritto anche libri di viaggio e saggi e ha tradotto in albanese e in italiano vari autori. È vincitore di numerosi premi letterari. Dal ’92 è esule in Italia.

In una recente intervista così si esprime il poeta albanese:

«Scrivere in due lingue è uno stimolo in più, è la liberazione definitiva. Significa misurarsi con il mondo, senza però dimenticare la lingua materna, “il parlare materno” come diceva Dante. Per me è stato uno sforzo sovrumano, trovandomi costretto ad abbandonare il mio paese, dovendo affrontare lavori massacranti, per poi seguire gli studi universitari, scrivere sia in albanese che in italiano, e fare tutto questo con il peso della pessima immagine dell’Albania, senza il minimo sostegno dello Stato albanese… Ma c’era anche una ragione pragmatica. In Italia vivono 500 mila albanesi ma nessuno legge i miei libri, tutti i miei lettori sono europei e di diversi paesi del mondo, ma non sono albanesi. Quindi avendo bisogno di lettori, ho dovuto iniziare a scrivere in italiano. La seconda e la terza generazione degli albanesi inizierà sicuramente ad occuparsi di cultura e di identità, i loro genitori sono troppo occupati a dispensare alla sopravvivenza materiale. Non poca responsabilità è da attribuire allo stato albanese, che non è stato in grado di costituire un istituto di cultura in Italia. In Albania il mio scrivere in italiano in molti mi hanno chiamato traditore e nemico della cultura albanese. Bisogna educare la gente alla tolleranza. Nei Balcani sono nati gli dei, i miti, è un luogo fatalista, patria dei despoti e dei misteri, e si continua tuttora a soffrire di malattie puerili come il nazionalismo. Ma l’Albania c’è anche nel mio stile, in cui tra l’altro cerco di seguire i principi dell’epica albanese, in alternativa alla poesia minimalista occidentale. Spesso gli scrittori albanesi in Italia scrivono come gli italiani, quelli in Francia come i francesi. Invece sarebbe molto meglio se un poeta albanese scrivesse come un balcanico, intrecciando le culture, ma apportando il suo carattere».

Ha scritto il filologo Ferdinando Milone:

«Ciò che agli occhi nostri  di più di ogni altra cosa qualifica il popolo albanese è la lingua che essi parlano. Questa è che, conservandosi mirabilmente, ad onta delle cause forti e molteplici che si opponevano alla sua esistenza, ha impedito che quel popolo si perdesse, come di molti avvenne, andando a confondersi nel seno di altri popoli prevalenti su di lui.

È l’albanese un altro esempio della lingua considerata come potente elemento conservatore di nazionalità, anche allora quando le nazioni, politicamente considerate, abbiano perduto la loro nazionalità e la loro indipendenza».

I linguisti non sono tutti d’accordo circa l’origine e l’autonomia della lingua albanese. Secondo i più deriverebbe dall’antico illirico; secondo altri sarebbe continuazione del trace e non dell’illirico. Certo è una lingua che ha subito forti influssi esterni e tra questi il maggiore è stato quello derivatole dal latino. Né mancano parole derivate dal greco antico, ma assai più frequenti sono quelle derivate dal medio greco, limitate però al dialetto tosco. Notevole pure è l’influenza slava e quella turca, mentre non è trascurabile l’influsso delle altre lingue balcaniche.

Così conclude Milone: «La lingua albanese, pur così arricchita e modificata, conserva la sua forza e costituisce oggi il più saldo vincolo nazionale».

Gëzim Hajdari è forse l’ultimo bardo di un popolo antico che è entrato dall’età della pastorizia a quella del moderno mondo postindustriale; per tanti anni fiero oppositore del regime postcomunista di stanza a Tirana, Gëzim è stato ricambiato dal regime da un odio e da una campagna intimidatoria volte a circondare di silenzio l’opera e le azioni del poeta albanese. Alla prosaica Europa dei nostri giorni, un poeta come l’erraneo Hajdari è davvero indigesto, e certo l’Italia non è stata munifica né riconoscente verso il poeta della resistenza civile albanese che si è scagliato ripetutamente in tutti questi venticinque anni contro il corrotto governo di Tirana; così ad Hajdari non è rimasto altro che andare ramengo alla ricerca di una riscossa che provenisse dal suo paese, o dall’Italia, paese fratello. Sono ormai venticinque anni che la sua erranza in Italia non ha requie, la sua voce si è alzata, solitaria, contro l’oppressione del suo paese ad opera di una ristretta cerchia di oligarchi politicanti, senza che mai venisse accolta dal governo italiano. Ma, ancora una volta e sempre di nuovo, la voce di Gëzim Hajdari si alza per indicare la sua contrada maltrattata, Arbëri, quel «paese oltre l’Adriatico» abitata dalla «antica stirpe shqiptar/ erede legittima dei Pelasgi». Il canto fiero, appassionato e potente risuona come un epinicio e una invettiva, il poeta albanese si rivolge a Gesù affinché prenda la frusta e fustighi i tiranni e i parassiti che governano la sua amata patria vicina ma lontana alla quale il poeta si rifiuta di tornare se non quando cesserà il dominio di una stirpe di demagoghi e di nemici del suo popolo.

Per tanto tempo ho atteso che anche in Italia ci fosse un poeta italiano che alzasse la sua voce contro gli oligarchi e i demagoghi della politica e dei costumi italiani, l’ho atteso in tutti questi ultimi cinquanta anni… adesso ho smesso di attenderlo… forse è stata una mia illusione, una mia piccola sciocca illusione.

Gëzim Hajdari in croce

ALZATI GESÙ, PRENDI LA FRUSTA!

C’era una volta un paese oltre l’Adriatico
si chiamava Arbëri,
l’antica stirpe shqiptar,
erede legittima dei Pelasgi,
benedetta dalle Ore
protetta dalle Zana
nutrita di leggende,
baciata dalla gloria.
Guerrieri valorosi
uomini di besa,
del Kanun delle Montagne,
gente generosa,
fiera fino al sangue.
Onoravano l’ospite,
usanze e il loro dio,
pane e giuramento,
sale e cuore.
Cinquecento anni,
al suon della lahuta,
guidati dai prodi,
Gjeto Basho Mujo
Gjergj Elez Alìa.

Custodi di frontiera
delle Bjeshkëve të Nëmuna,
rispettosi sposi,
teneri padri di famiglia,
mai al nemico temibile
mostrarono le spalle,
in difesa della patria,
delle loro donne,
Belli, gagliardi
di nobili virtù,
che Lord Bayron esaltò
nel Peregrinaggio di Childe-Harold.

C’era una volta un paese oltre l’Adriatico,
si chiamava Arbëri,
il valore degli uomini
non era nella ricchezza
ma nell’onestà.
Un ottimo contadino
valeva quanto un principe,
per chi era servo
e per chi era Re.
Principi gloriosi
e semplici montanari
rifiutavano la schiavitù,
i loro vero capi erano
gli uomini saggi.
I shqiptar si alzavano
persino dalla tomba
per mantenere la besa,
la parola data.

C’era un paese oltre l’Adriatico,
si chiamava Arbëri,
con il saluto più bello al mondo:
“T’u ngjat jeta!”
Terra di Scanderbeg,
seminata di drammi,
ossa e sangue,
durante la storia albanese.
Patria dei rapsodi
senza pari nella regione,
lahuta e çifteli,
accompagnava l’arco della vita,
dalla nascita alla morte.

C’era un paese oltre l’Adriatico,
si chiamava Arbëri,
onorata come una sposa
dai padri fondatori,
cantata dai bardi,
illuminata dai mistici.
Poeti, sacerdoti, bektashi,
uomini d’onore,
spesero la loro vita,
con la penna e il fucile,
in difesa dei suoi lidi.

C’era un paese oltre l’Adriatico,
si chiamava Arbëri,
paese di burrnija
popolo epico, sovrano
come nessuno nei Balcani,
parlava la lingua
più antica del globo,
con donne splendenti
come i raggi del sole,
che l’occhio umano
mai vide sulla terra del Signore.

C’era un paese oltre l’Adriatico,
si chiamava Arbëri,
paese delle aquile,
cantato nei secoli
da Virgilio, Catullo e Orazio.
Conviveva da millenni
con i popoli vicini,
di tutte le etnie,
in tempo di guerra
in tempo di pace
nella gioia,
e nel dolore.

C’è un paese oltre l’Adriatico,
si chiama Albania,
mai un pentimento
per i crimini del comunismo.
Governano insieme,
da ventisei anni,
‘i democratici’
e i boia della lotta di classe;
rubano insieme,
distruggono insieme,
si drogano insieme,
stuprano insieme,
uccidono insieme,
festeggiano insieme,
amoreggiano insieme,
si ubriacano insieme,
vomitano insieme,
le loro ubriacature
porci e topi di fogna.

C’è un paese oltre l’Adriatico,
si chiama Albania,
paese castrato,
misero e dannato,
con le donne sgualdrine,
gli uomini codardi,
perfidi e malvagi,
figli trafficanti,
assassini spietati,
killer a pagamento.
Un paese sorto
sui crimini, droga,
corruzione, ruberie,
denaro sporco,
traffici umani,
contrabbando di armi.
Coloro che alzano la voce,
vengono costretti all’esilio,
condannati al silenzio,
sepolti vivi. Continua a leggere

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Donika Dabishevci (1980) Il dissidio cosmico tra eros e thanatos (Amore e Morte) Introduzione e traduzione di Gëzim Hajdari – L’amore in Albania al tempo della stagnazione – la poesia femminile albanese

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Donika Dabishevci (1980) si è laureata in letteratura Albanese all’Università di Prishtina, dove è nata. Nel 2013 ha conseguito un dottorato in Letteratura albanese all’Università Statale di Tirana. Ha pubblicato tre raccolte poetiche. Ha lavorato alla televisione pubblica del Kosovo, ora insegna in un’università privata a Prishtina.
«La tua robinja», a cura di Gëzim Hajdari, è la prima traduzione in italiano delle poesie di Donica Dabishevci.
«La tua robinja/ Robnesha jote» è la sua prima raccolta tradotta in Italia, la cui pubblicazione è prevista nel 2017 con la casa editrice romana, Ensemble.

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Introduzione e traduzione dei testi
di Gëzim Hajdari

Il dissidio cosmico tra eros e thanatos (Amore e Morte) ha ispirato per millenni filosofi, artisti e cantori dall’antichità ad oggi, da Esiodo e Safo a D’Annunzio. Il mistico San Giovanni della Croce sosteneva che la “morte può essere amore”. Mentre Leopardi, dall’alto de “Il colle dell’Infinito” di Recanati, affermava: “Due cose belle ha il mondo, “Amore e Morte”. L’eros è la vera essenza divina, energia vitale e forza creatrice della vita, il sentimento più intimo del nostro io, lo spirito del nostro essere, che nel corso della storia è diventato fonte d’ispirazione e di tormento per i poeti di ogni epoca.
Basti pensare al celebre poeta latino Catullo, «Vivamus mea Lesbia, atque amemus /Viviamo, mia Lesbia, ed amiamo». Versi struggenti che racchiudono il mistero dell’esistenza umana.
Il tema di eros e thanatos percorre con una forza dirompente i versi della raccolta «La tua robinja » della poetessa kosovara Donika Dabishevci. Quarantasette poesie che parlano delle passioni amorose ed erotiche, della sensualità, della vita, dello scorrere del tempo, del tormento e della morte. Scritte con un linguaggio scarno e lapidario, i versi esistenziali della Dabishevci, voce singolare della poesia albanese del Kosovo, restano scolpiti nella memoria del lettore.
La raccolta si apre con un testo-preghiera in cui la giovane fanciulla invita il suo uomo a non aver paura, ma di unirsi a lei per condividere insieme il desiderio d’amore. Il suo corpo maturo frema, la sua anima vibra. È il momento più atteso per l’amata inebriata di desiderio ed eros, che gioisce e soffre allo stesso tempo. Porta nel sangue il fuoco, simbolo del vigore e della giovinezza. E sogna l’attimo sublime in cui lui versi in lei la linfa vitale, come testimoniano questi versi:

«Non aver paura,
versati in me come un ruscello di sangue.

Entra nelle mie vene,
brucia il mio corpo,
le mie labbra,
accogli la mia preghiera
di donna».

Solo nelle braccia dell’amore ci si rende conto del valore della vita e del senso dell’esistenza dell’essere umano sulla Terra. Il vero amore è riempirsi del sé con gioia per poi condividerla con l’amato senza rimpianti e nostalgia. Donare all’altro quello che si è, suggerisce Donika. Del resto, ‘siamo nati per amare, non per odiare’, detto con le parole di Sofocle. L’eros nei suoi versi viene vissuto non soltanto come stato fisico ma anche come esperienza interiore, celebrazione dell’amore e della quotidianità:

«La vita sembra un soffio
quando mi perdo in te,//
doniamo a noi stessi
ciò che siamo».

L’autrice non ha paura di svelare la sua ‘nudità, le sue passioni erotiche e di vivere la sua libertà spirituale. «La cosa più bella è ciò che si ama», scriveva Saffo più di duemila anni fa’. È per questo che si rivolge al suo uomo con queste bellissime parole:

«Voglio che tu sia maschio,
senza veli nel corpo,
che mi scavi a fondo,
giunco incendiato
che si scioglie
nelle mie acque».

La donna desidera essere amata come solo un uomo vero può amare. La sua pelle trema. Colma di sete d’amore, vuole essere posseduta dalle braccia del dio eros. Immagina l’istante in cui il destriero del suo uomo si immerge nel desiderio e si tinge del rosso della sua ‘ferita’: vuole sentirsi donna tramite il piacere carnale. Tutto questo viene espresso con una passione travolgente:

«Vieni,
prendimi,
toccami,
amami,
fammi impazzire,
entra dove sai entrare solo tu,
fammi sentire donna».

(Donika Dabishevci)

È proprio questo forte dualismo esistenziale che seduce il Verbo di Donika Dabishevci. Eros e thanatos, con-presenti e conflittuali nella sua poesia, creano delle atmosfere erotiche intense e di straordinaria sensualità:

«Lasciami scavare follemente in te//
Voglio bagnare le labbra incendiate,
risalire alla tua sorgente
e inebriarmi di te».

Sono versi erotici del tutto nuovi per la poesia femminile albanese contemporanea. Durante la dittatura di Enver Hoxha, in Albania, i temi esistenziali e metafisici erano proibiti. Le parole: “toccare”, “baciare”, “eros”, “fare l’amore”, “thanatos”, “sangue della prima notte”, “follia” erano considerate tabù per la censura del regime comunista. Il valore di un’opera si misurava in relazione alla sua forza nel servire il partito, le masse e il socialismo reale. Lo slogan del cosiddetto “realismo socialista” era: «Il poeta dev’essere l’occhio, l’orecchio e la voce della classe proletaria». Si amava in nome del Partito, l’eros e il piacere carnale erano espressione che appartenevano alla morale e l’estetica borghese dell’Occidente reazionario.
È solo dagli anni’90 in poi che la poesia femminile albanese ha iniziato a scoprire le emozioni del corpo e dell’anima, i sensi e il piacere femminile tramite l’amore, come percorso di conoscenza e verità di vita, come pace interiore e libertà. L’amore coinvolge tutte le virtù del mondo spirituale e guida l’uomo verso la pienezza dell’essere, verso l’eternità. Eros significa bellezza del corpo e dell’anima, ricerca sull’animo umana, elevazione mistica.
Il sentimento erotico esalta il corpo femminile e il culto del piacere, ma non sempre rende felicità e pace interiore. Rimpianti, nostalgie e tormenti creano inquietudine nell’anima umana costringendola a vivere tra ragione e follia. Più la donna ama, più l’ombra del thanatos incombe sul suo amore. La nostra poetessa si rende conto che amare significa: gioia e panico. «All’amore – diceva Esenin – non si chiedono giuramenti/ Con l’amore si conoscono gioie e sventure».È una dura lotta quotidiana, ed è questo il lato divino e crudele del dramma umano:

«Maledetto possa essere
l’attimo che generò
questa selvaggia seduzione,
pura follia».

Amare per Dabishevci significa dare la besa al desiderio, per lei l’amore è la vera patria degli umani. Il sentimento amoroso è più forte della morte, e quest’ultima non può placare il bisogno di donarsi:

«Hai seminato radici di gioia
e di morte in me,
mio amore: dolore,
eros e lutto per me”.

«Più forte della morte
è il mio desiderio per te».

La sua forza trasforma in cenere e fiamme ogni minaccia del thanatos:

«Il mio fuoco trasformerà in cenere
e fiamme ogni tuo desiderio».

Nonostante la dura lotta quotidiana in questo dissidio cosmico: «Non riesco a placare le grida delle mie ferite», per la poetessa del Kosovo vale sempre la pena accettare la sfida del destino alla conquista della vera dimensione poetica, spirituale e intellettuale.
Dabishevci sceglie l’eros per far allontanare la morte come una sfida: «Voglio che tu fugga da me». Consapevole del fatto che “la sorella morte” ci accompagna tutti i giorni, la sua poesia può essere letta anche come un dialogo tra l’amore, la vita e thanatos. Amare significa vivere per l’autrice, ma amare significa anche piacere e sofferenza che oltrepassa la sua sfera personale diventando così un’esperienza spirituale e cosmica. Solo chi percepisce questa dimensione può scoprire nella poesia la vita, e nella vita l’amore che unisce e proietta nel futuro, per poi dissolversi in suono, voce, fuoco sacro e canto sospeso nel tempo e nello spazio, quindi morire per vivere e amare diversamente:

«Un giorno, io e tu,
non ci saremo in questo verde,
ci dissolveremo
nel vuoto del tempo».

Viene un momento in cui l’amore terreno diviene amore cosmico, come parte della totalità e dell’origine. È l’atto supremo dell’integrità dell’amore umano. Allora tutto è compiuto come appagamento spirituale dell’anima, come metafora dell’unione universale, in cui ognuno di noi, nella solitudine cosmica, si sente un po’ robinjë :

«È come allora,
nulla è cambiato in me,
ma ora è tardi,
in questa valle
parliamo la lingua degli alberi».

Ciò che distingue i versi di Donika Dabishevci è l’aspetto carnale dell’amore, sa comunicare con il proprio corpo e con la propria femminilità. La poetessa kosovara possiede un’enorme potenzialità creativa. Il suo linguaggio poetico, avvolto da un fascino orientale, è prepotente e suggestivo, senza cadere in un volgare erotismo, e mira la bellezza come punto di arrivo. È da notare che i testi in albanese sono stati scritti in dialetto gegë dell’Albania del Nord.
Quest’opera in bilingue: in albanese e italiano, la cui pubblicazione è prevista per il prossimo anno con la casa editrice romana, Ensemble, rappresenta la prima pubblicazione di una vera voce femminile del Kosovo in Italia.

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[1] Robìnjë: fanciulla che veniva presa viva dalle mani dei guerrieri vincitori, andava ai signori di guerra come trofeo.
[2] Besa: parola data per gli Albanesi.
[3]. Robìnjë: fanciulla che veniva presa viva dalle mani dei guerrieri vincitori, andava ai signori di guerra come trofeo.

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N ON AVER PAURA

Sei quello che sei.

Perché taci,
pietra tombale il tuo silenzio

Ho nelle vene il sole,
non gli abissi.

Maledetto possa essere
l’attimo che generò
questa selvaggia seduzione,
pura follia.

Perché ti spaventi?

Un giorno, tu ed io,
non ci saremo in questo verde,
ci dissolveremo
nel vuoto del tempo.

Tu diverrai una palude,
io una lava vulcanica,
tu, un torrente infuriato,
io una scia di luce
di arcobaleni e pioggia.

Non aver paura,
versati in me come un ruscello di sangue.

Entra nelle mie vene,
brucia il mio corpo,
le mie labbra,
accogli la mia preghiera
di donna.

.
EPITAFFIO

Meravigliosi
il tuo respiro e il tuo corpo.
Voglio ricordarti
come l’uomo della mia ferita,
vigoroso,
malvagio,
uomo – quercia.

Hai seminato in me
radici di gioia e di morte,
amore e dolore,
eros e lutto per me.

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SENTO IL TUO PROFUMO

Sento il tuo profumo,
il mio corpo trema,
la mia anima sussulta,
non tardare
a venire,
la mia anima si spezzerà
se non mi raggiungi,
più forte della morte
è il mio desiderio per te.

.

DIVENTERAI CENERE

Splende il tuo corpo,
ma il tuo orgoglio un giorno si spegnerà,
diventerai cenere,
come una quercia spaccata dalla tempesta;
cadrai per terra
sciogliendoti in granelli di polvere.

Il mio fuoco trasformerà in cenere
e fiamme ogni tuo desiderio,
sono pronta a incendiarti,
come una belva feroce e docile
.ti donerò segni di ferita.

VOGLIO AVERTI

Voglio averti
in un luogo lontano,
in un deserto infinito,
o su un’isola nel mare
dove posso consegnarmi
al tuo destriero
e alle tue bianche acque
su una pietra bianca e liscia,
sotto gli astri e la luna.

Ti amo
come non ti ho mai amato
in questa valle,
amiamoci
senza parole e gesti,
solo gemiti.

Sei il mio signore
senza le briglia,
ed io fremo di desiderio,
non temo nulla
in questa vita vuota,
toccami,
niente parole,
amiamoci
fino all’eternità.

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LA VITA SEMBRA UN SOFFIO

La vita sembra un soffio
quando mi perdo in te,

la stanza si stringe,
si riempie di uccelli
giunti dai mondi.

Non voglio altro da te,
né tu da me,
doniamo a noi stessi
ciò che siamo.

Respiriamo il mosto
della vita senza ritorno.

.

VOGLIO CONCEDERMI ALLA TUA NOTTE

Voglio concedermi alla tua notte
come la luna al buio,

senza parlare,
senza nessun pegno,
nessuna condizione.

Voglio che tu sia maschio,
senza veli sul corpo,
che mi scavi a fondo,
giunco incendiato
che si scioglie
nelle mie acque.

E sentirmi felice
esserci in questo mondo
con te
almeno per un attimo,
lottare fino all’ultimo respiro.

.
LA TUA ROBINJA

Sono la tua robinja
folle di te
mio signore.
Ho amato me stessa
guardandomi nei tuoi occhi,
voglio sentire nel mio centro
le tue morbide dita.

Vieni,
prendimi,
toccami,
amami,
fammi impazzire,
entra dove sai entrare solo tu,
fammi sentire donna.

Che le grida e i gemiti
diventino tutt’uno,
voglio domarti
con la mia brama d’amore

Vieni,
voglio saziarmi di te.

.
AMIAMOCI

Lasciami scavare follemente in te
e di nuotare dentro di me
per sentirci sospesi sull’erba.

Amiamoci stasera,
c’è tempo per odiarci.

.

IN TE

Ti ho rubato i sogni,
in te abitano
solo i tormenti.

Ho dato vita ai tuoi giorni,
in te ho bevuto
senza mai saziarmi,
poi ti ho lasciato volare,
in pace,
senza baciarti gli occhi
e stringerti al mio petto.

Sento la tua assenza,
ti ho cercato nel mio volto,
tra le piogge delle mie mani
le tue strade.

È come allora,
nulla è cambiato in me,
ma ora è tardi,
in questa valle
parliamo la lingua degli alberi.

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Vincenzo Mascolo estratto da Canti della cosa in sé (inedito) “Il lato oscuro della luna”, “La stoffa dei sogni”, “Presagi del fuoco”, con un Appunto dell’Autore e un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

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Eclissi

Vincenzo Mascolo, nato a Salerno nel 1959, vive e lavora a Roma. Nel 2004 ha pubblicato la raccolta Il pensiero originale che ho commesso (Edizioni Angolo Manzoni). Con la casa editrice LietoColle ha pubblicato nel 2009 Scovando l’uovo (appunti di bioetica). Nel 2010 un estratto del libro inedito Bile è stato pubblicato nell’antologia Lietocolle Orchestra – poeti all’opera (numero tre), a cura di Guido Oldani. Per LietoColle ha anche curato le antologie Stagioni, insieme a Stefania Crema e Anna Toscano, La poesia è un bambino e, con Giampiero Neri, Quadernario – Venticinque poeti d’oggi. Dal 2006 è il direttore artistico di Ritratti di poesia, manifestazione annuale di poesia italiana e internazionale promossa dalla Fondazione Roma. Alcune sue poesie sono state tradotte in francese per la pubblicazione sulla rivista letteraria Les Carnets d’Eucharis, diretta dalla poetessa francese Nathalie Riera.   

Appunto di Vincenzo Mascolo

 Ho iniziato a scrivere questo lavoro nel 2010 e ho completato i primi tre canti nel 2012. Attualmente sto scrivendo il quarto, ma vado un po’ a rilento perché nel frattempo mi sono dedicato ad altri due lavori, uno ormai terminato e in fase di revisione, che conto di pubblicare a breve, e un altro (di cui hai già pubblicato alcuni testi nella mia “autoantologia”) ancora in lavorazione.

La genesi dei tre lavori è unica e nasce da una ricerca sulla condizione umana che conduco da molto tempo. L’idea di partenza è che “tutto è uno” e che occorre, quindi, superare ogni dualismo per comprendere il significato dell’esistenza. Inevitabile per me coinvolgere in questa ricerca la poesia, che considero strumento privilegiato per la sua capacità di entrare in contatto con la “materia oscura” e di renderla visibile. Unificare corpo e anima, materia e spirito, luce e oscurità, ma anche umanesimo e scienza, questo il senso della ricerca. Dal lavoro che ti ho inviato spero che tutto questo traspaia. 

La mia, però, è anche una ricerca sulla poesia. L’intenzione è usare un linguaggio quotidiano per scrivere poesia “non quotidiana” in cui trovi spazio anche la scienza. Il tentativo lo avevo già fatto, non so se ricordi, con le mie quartine sulla bioetica. Era, però, un tema troppo specifico e, dunque, sto cercando di ampliare la visione e l’espressione poetica. Forse il lavoro che pubblicherò tra poco sarà ancora più chiaro al riguardo. 

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Eclissi

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Il paradosso della scrittura di Vincenzo Mascolo è questo: che sembra scaturita da una personalità assente, un autore impersonale, un artigiano artifex, in definitiva, un Nessuno, che adotta una delle funzioni del linguaggio, o che il linguaggio sceglie come una delle sue funzioni. Il paradosso non è poi un paradosso ma un luogo retorico, come ci hanno insegnato Maurice Blanchot e Jacques Lacan, secondo i quali una delle funzioni del linguaggio, e di quello letterario in particolare, è di azzerare il parlante, di designarlo come assente. Quello che i romantici indicavano con la parola «genio», altro non sarebbe che una assenza di soggetto, un esercizio linguistico decentrato, privo di centro, quell’esercizio del linguaggio decentrato di cui parla Blanchot a proposito dell’esperienza di Kafka il quale «fece il suo ingresso nella letteratura non appena poté sostituire l’egli all’io… Lo scrittore appartiene a un linguaggio che nessuno parla, che non si rivolge a nessuno, che manda di centro, che non rivela nulla».1

La sostituzione dell’egli all’io è la modalità scelta da Proust quando rinuncia all’egli troppo ben centrato di Jean Santeuil per l’io decentrato, equivoco, della Recherche, «l’io di un narratore che non è in effetti nessuno, né l’autore né qualsivoglia d’altri e che mostra benissimo come Proust abbia incontrato il suo genio nel momento in cui trovava nella sua opera il luogo linguistico ove la sua individualità poteva frantumarsi e dissolversi in Idea… Sarà parlare di quello che lo stesso Proust chiama “l’io profondo”, quell’io che… si rivela soltanto nei suoi libri e che… è un io senza fondo, un io senza io, ossia quasi l’opposto di quello che si suole chiamare un soggetto. E, sia detto di sfuggita, questa riflessione potrebbe togliere gran parte dell’interesse a tutte le controversie sul carattere oggettivo o soggettivo della critica: propriamente parlando per il critico… il genio di uno scrittore non è né un oggetto né un soggetto».2

Fatta questa premessa, possiamo entrare nella struttura del linguaggio poetico di Vincenzo Mascolo. Innanzitutto, una evidenza: Mascolo solleva una opzione, si affida alla funzione argomentativa del linguaggio, una opzione in favore delle qualità ragionanti del linguaggio e in terza persona. L’io qui è nient’altro che un mero luogo retorico che consente il rivelarsi di un discorso argomentato, privo di retorismi, che fa a meno di metafore e di metonimie, di simboli; un discorso che fa uso di un meta discorso, ma in modo quasi impalpabile, non visibile; un discorso che dà l’illusione di fare a meno del linguaggio poetico ereditato, come se esso non ci fosse mai stato; un discorso prosastico sobrio e piano, che procede in parallelo con la idea da esplicitare, direi un punto di vista-non-vista che assume il piano apparentemente minoritario e minimale del discorso-non-discorso per poter invece parlare in piena libertà. È, insomma, un discorso che si è liberato di ogni discorso e, soprattutto, del discorso poetico come lo abbiamo ereditato dai padri nobili del Novecento. Basta questo, credo, per far capire la portata dell’operazione perseguita da Vincenzo Mascolo, la cui gittata non è affatto da «viaggiatore» minimale come vorrebbe farci credere l’autore. Elusivo per non voler essere persuasivo, Mascolo adotta un discorso poetico che si sviluppa come in assenza di contraddittorio. Il discorso assume così la sembianza di un discorso letterale-referenziale, che vuole nominare le cose come e dove esse sono, o sembrano essere. Una scelta di campo, dunque. Una scelta estetica ed etica. Direi soprattutto una scelta politica di dire con il minimo dispendio linguistico il massimo di energia semasiologica.

Ora lo abbiamo capito, il problema per Mascolo non è più quello di proporre rinnovamenti linguistici o tematici, opzioni che, a suo avviso, hanno esaurito le proprie funzioni già nel tardo Novecento, quanto quello di riproporre una Idea di poesia fondata sul nesso letterale e referenziale.

 1 M. Blanchot Lo spazio letterario, trad. di Gabriella Zanobelli Einaudi, 1967
2 G. Genette Figure II La parola letteraria Einaudi trad. Franca Madonia Einaudi, 1969

vincenzo_mascolo

Vincenzo Mascolo

1.

IL LATO OSCURO DELLA LUNA

.
Da viaggiatore minimo quale sono e fui
– parlo del dato sensibile soltanto
perché insensibilmente io vado
avanti e indietro per il mondo –
percorro sempre in treno brevi tratte
mutandomi dal luogo che più eterno
non sembra che ci sia nel sublunare,
del quale come è noto né l’inferno
né il purgatorio e il paradiso fanno parte
e se qualcuno poi pensa il contrario
è solo perché in ogni verso e canto
così grande e sublime è la Commedia
che può dirsi la sua arte reale
(ho messo a riposare la mia mente
e proprio come i peccator carnali
che la ragion sommettono al talento
mi sono abbandonato alla lussuria
dei versi che non hanno ordinamento
facendone ampie ali al folle volo
verso il segreto della mia coscienza.
Ma non c’è da temere, vi assicuro:
è ben legata la mia vita al filo
che tiene stretto nelle mani Arianna,
lei che conosce il rischio che si corre
se ci si addentra nel suo labirinto
a occhi chiusi senza mai sognare
affidandosi soltanto a oscure profezie:
ibis redibis non morieris in bello)
And if your head explodes
with dark forbodings too
I’ll see you on the dark side of the moon.

(Pink Floyd, da The dark side of the moon)
2.

LA STOFFA DEI SOGNI

Negli anni è stato emblema del progresso
poi del futuro della velocità
allegoria del viaggio della vita
simbolo dell’io, della libido
del dinamismo e dell’evoluzione
dell’energia motrice a tutto tondo,
anche di quella che sviluppa il sesso
                                        il treno
è stato questo e altro ancora il treno
persino un urlo della mia generazione
          (ma intanto corre, corre, corre la locomotiva…
          chi non ricorda il canto di Guccini
e il sogno che con lui noi facevamo
di vincere per sempre l’ingiustizia,
chi non ricorda quando credevamo
che una poesia un verso o una canzone
avessero la forza di cambiare
non solo noi ma proprio tutto il mondo
potessero levarsi come un’onda
che poi si schianta al suolo con un rombo
e ogni cosa inghiotte e la trasforma.
Ma questo, per fortuna o per destino,
qualcuno tra di noi lo crede ancora
e io fra loro, non me ne vergogno,
confido che anche il verso, la poesia
a poco a poco possa edificare
quella città del sole vagheggiata
che ho nella mente in questo vaneggiare.
Non sono né un profeta né un messia,
non ho per voi nessuna altra novella
buona cattiva o quale che essa sia;
ma se mi dite “stai sognando”
rispondo che noi tutti siamo fatti
delle trame invisibili dei sogni
e aggiungo che in fondo ogni poesia
è soprattutto una magnifica utopia.
E a chi domanda sempre perché scrivo
posso svelare adesso finalmente
che voglio, sì, arrivare alla mia essenza,
assimilarla nella carne e nelle ossa
nel sangue e dentro le mie parti molli
e con i versi poi farla reale
così che unendo il corpo l’anima e la mente
io ricongiungo in me la terra e il cielo
          e posso trasmutare in oro il piombo
          che mi compone e insieme mi circonda.
          Vi sembra tutto questo niente?
          Non fa accadere nulla la poesia?
          Però scrivendo esisto per davvero
          il che, applicando il metodo induttivo,
          mi porta a dire cartesianamente
          che io scrivo e quindi sono
          vivo)

We are such stuff
as dreams are made on
and our little life is rounded with a sleep.

(William Shakespeare, La tempesta)

 

eclissi luna 1

Eclissi di luna

3.

PRESAGI DEL FUOCO

Dell’identità molteplice del treno
– forse, perché no, persino della mia
prima che il mistero rimanga chiuso in me
e il nome mio si sperda fra terra e discendenza –
parlerei con voi per ore e ore
approfondendo con scrupolo ogni aspetto,
analizzandola in ogni disciplina
che l’ha elevata a simbolo e ad emblema,
in un viaggio ideale che percorrendo l’arte
attraversi la psicoanalisi e la scienza
(e lo intraprenderei usando proprio i versi
perché credo in potenza sia tutto la poesia
e tutto possa quindi assumerne la forma,
sempre che una forma è vero che ci sia:
il non detto l’invisibile i fasti del sentire
ma anche i filamenti del pensiero razionale,
il brulicare oscuro di elementi primordiali
che si combinano e si legano tra loro
generando la composita materia
che non si crea e nemmeno si distrugge
ma da sempre di continuo si trasforma.
È tempo di vegliare anche noi notti serene,
di ritornare insieme ad osservare il cielo
per raccontare adesso con parole nuove
la profonda densità di quel mistero
che declina la vita dell’uomo e delle cose,
è tempo ormai che la poesia e la scienza
riprendano a parlare con una lingua sola
dei sentieri notturni del loro ricercare
l’immutabile principio originario
dell’eterna infinità dell’universo
          e di tutto ciò che è legge naturale.
          È tempo, sì, è questo finalmente il tempo
          di andare con lo sguardo oltre il confine
          che ora divide l’umanesimo e la scienza,
e di scrutare la natura delle cose,
tutte le cose visibili non viste,
          unificando ragione e irrazionale
          ipotesi concrete e fantasia
          la logica stringente all’utopia
          perché riunendo le due dimensioni,
          le due metà che formano il reale
          si toccano le viscere del mondo
          che come aruspici possiamo interpretare
in cerca dei presagi di quel fuoco
che fu per noi rubato ai primi dei.
          Andare verso l’Uno, questo è il senso
          condurre all’unità tutto il duale
          che ci compone e nel contempo ci separa
corpo e anima, vita e morte, bene e male
          notte e giorno, sole e luna, terra e cielo
          e chi ne ha di più ne aggiunga se lo vuole
          a questo risgranare opposti universali
          che si ripete uguale da quando è nato il mondo
          dai tempi del big bang e da prima forse ancora
          dal tempo in cui non esisteva il tempo
          quando era il caos a governare la materia
          prima,
          prima dell’ordine del Verbo
          che tutto, generando, ha separato.
          Di questo ci troviamo a conversare
con il mio amico Gigi nelle giornate estive
mentre cerchiamo di ingannare il tempo
– ma è lui a ingannarci con il divenire –
rimanendo immobili per ore
          a misurare con lo sguardo dalla riva
la distanza che divide l’orizzonte
dalla superficie curva della vita.
E se Gigi non mi sta in cagnesco
quando mi attardo nelle mie teorie
vostre eccellenze, non ci manca molto
perché lui abile chirurgo del cervello
è sempre la metà fisica del tutto
che privilegia nel nostro dialogare,
la forma di realtà che già conosce
la più rassicurante, abituale
che non richiede di scavarsi dentro
in cerca della fiamma originale
e come Giovanni Drogo nel deserto
nel corso del mio dire sul duale
asserragliato nella sua fortezza
al confine nebuloso del reale
scruta e riscruta in lontananza i segni
          dell’incedere nemico che minaccia
la difesa del suo credo razionale.
“Il mondo che disegni è molto bello”,
mi ha detto Gigi un giorno sorridendo
scuotendo però il capo lungamente
come a volersi scrollare dal cervello,
da quale degli emisferi poco importa,
ogni residuo delle mie parole
anche le particelle elementari
e la radiazione cosmica di fondo
emessa dalle mie onde vocali,
“la lotta tra gli opposti è suggestiva
e mi rimanda al mare dell’eterno
nel quale forse è dolce naufragare.
Ma io vedo intorno a me dolori atroci
io vedo grande sofferenza e pianto
e torno in quei momenti alle tue voci
sull’unità infinita che governa
la natura dell’uomo e delle cose
e a tutti gli altri tuoi racconti
sull’andare e venire dell’essenza
per unirsi alla coscienza universale
e allora penso che nell’esistenza
noi con la finitezza dobbiamo fare i conti,
          è quella la realtà, è lei la nostra sorte,
          nessuna tua parola, per quanto luminosa,
          potrà mai diradare il buio della morte”.
          Ci siamo salutati poi al tramonto
          stringendoci la mano un po’ più forte
          come volendo apporre nuovamente
          il suo sigillo al libro del mistero
          che sfogliavamo poco prima insieme
          ma ricordo che ancora dopo ore
          ripensando da solo al nostro incontro,
          alla voce di Gigi senza incrinatura,
          ho sentito più volte risuonarmi dentro
          l’eco lontana di quel suo dolore
          e nel guardare il cielo della notte
          per un istante o forse per mezz’ora
          del suo silenzio ho avuto come lui paura)

Cercai la scaturigine segreta
del fuoco che si cela nel midollo
della canna, maestro d’ogni arte,
via che si apre.

(Eschilo, Prometeo incatenato, tr. di Enzo Mandruzzato, ed. Rizzoli BUR)

 

 

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STIGMATA, Antologia bilingue italiano-inglese Shearsman Books, Bristol, trad. Cristina Viti. Presentazione il 9 febbraio 2016, h 19,30, a Swedenborg Hall, 20/21 Bloomsbury Way, Londra. Presentano il libro: l’editore Tony Frazer, Cristina Viti e Ian Seed (prof. all’University of Lancaster and the University of Cumbria). È presente l’Autore. – Gëzim Hajdari / Erbamara Barihidhët Cosmo Iannone Editore, 2013, Dodici poesie, con un Commento di Giuseppina Di Leo

Gezim Hajdari Stigmata, Shearsman Books, Bristol 2016Shearsman Books – Gezim Hajdari – Stigmata Translated by Cristina Viti. Bilingual Italian/English edition. Published November 2015. Paperback, 142pp, 9 x 6ins. ISBN 9781848614413 [Download…

SHEARSMAN.COM

http://www.shearsman.com/…/pr…/5914-gezim-hajdari—stigmata

http://www.shearsman.com/shearsman-reading-events

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Hajdari Gëzim / Erbamara Barihidhët Cosmo Iannone Editore, 2013 con un Commento di Giuseppina Di Leo

Hajdari Gëzim / Erbamara Barihidhët – 1. ed. – Isernia: Cosmo Iannone Editore, 2013 (Kumacreola: Collana di parole migranti e studi transculturali diretta da Armando Gnisci). – pag. 83 € 10,00. Testo albanese, con traduzione a fronte. In appendice: Monumento dell’erba amara, di Andrea Gazzoni.

Nota dell’autore

 Erbamara, scritta nel 1976 mentre frequentavo l’ultimo anno delle superiori nella città di Lushnje, in Albania, non venne pubblicata dall’editore del regime “N. Frashëri” di Tirana.

Secondo la censura: «i testi della raccolta non trattano il tema del nostro villaggio socialista; l’eroe delle poesie è un solitario che sfugge ai suoi coetanei, all’Associazione dei Pionieri, alla realtà; inoltre nei versi sono assenti le trasformazioni che hanno portato il socialismo in campagna sotto la guida del Partito…». A quell’epoca la silloge aveva come titolo Il diario del bosco. Ho tradotto i testi in italiano nel 1999. Due anni dopo, nel 2001, l’opera è stata pubblicata per la prima volta da Fara Editore. Questa nuova pubblicazione è ampliata ed include testi nuovi rispetto alla prima edizione. Offrendo ai lettori questi versi è come se tornassi indietro di molti anni nel gelido e inospitale inverno della dittatura albanese dove ebbe inizio il mio percorso poetico.

Gëzim Hajdari

gezim hajdari_foto

Gezim Hajdari

Commento di Giuseppina Di Leo

«Sogno la morte ogni volta / che torna la primavera. / I gemiti si perdono piano piano / nella nudità della pioggia. //…». La condizione di profugo si avverte immediatamente sin dalla prima poesia della raccolta Erbamara. Ci sono versi «gioiosi e tristi», di una nudità panica, nei quali il senso della perdita prevale come coscienza di un’età incisa nei segni del corpo («Di fumo e alcool / odora così presto il mio corpo…»).

È una paura antica, di morte, che si fa strada e il poeta la nomina, quasi per scongiurarla: «Chissà quale mare oscuro un giorno / stroncherà la mia voce.». Allora a premere è la precarietà della dimensione umana, che si richiama alla dimensione del tempo e al suo scorrere. Eppure, in questo caso, la parola si fa messaggero del corpo. Il poeta ne è cosciente, e come Eliot in The waste land, vede la morte in ciò che la vita, esibendosi, ci  modella a suo piacimento con i nostri cambiamenti.

Il poeta sa che a sostenerlo e guidarlo è la parola, portatrice del canto della sua terra; mentre, se venisse a mancargli la voce la terra, da materna, acquisterebbe una dimensione famelica, che incessantemente lo divorerebbe. È come se nascondesse un fondo oscuro e ambiguo la poesia della lontananza di Hajdari, una quasi non-esistenza nel disgregarsi del corpo-parola, conseguenza diretta della separazione fisica dai luoghi d’origine. Di tanta morte il poeta continuerà a cantare, e per quella terra che non rivedrà ne avvertirà incessantemente la nostalgia,: «…Percorrerò per l’ultima volta / la strada dove correvo nell’infanzia. / Se sarà al crepuscolo, / le lucciole illumineranno la nuova dimora.» (Mi troveranno nei campi trebbiati).

Si direbbe quasi che un disegno premonitore sia al fondo della vita di Hajdari (la data di nascita del poeta coincide con la morte del dittatore Stalin). Un evento ineluttabile è dunque la poesia, che è poesia del dolore, del distacco dalle origini e perdita della parola. Una parola che era già eco nel suo pronunciarsi («Gli stornelli che scavavano nella roccia / come se fossero impazziti…»).

Persino la morte si mostrerà spietata, né porterà riscatto all’esistenza: «Anche nell’aldilà mi suonerà / la maledizione nell’alba: / «Non avrai mai fortuna, che tu possa morire / per strada, come un cane!…» (Anche nell’aldilà mi suonerà). La morte, nella sua accezione di annullamento del ricordo andrebbe intesa come pensiero immanente che trova il suo posto nel luogo della poesia: essa condurrà un corpo giovane tra le rovine, per riportare in vita, in maniera, se possibile, ancor più atroce, i richiami ancestrali della terra-madre. Solo così agendo, luogo e memoria diventeranno tutt’uno e quasi legami imprescindibili e, in tal modo, con essi, più dolorosi si faranno i ricordi.

I due temi  ricorrenti in Erbamara, tempo e ricordo, sono al centro di tutta la produzione del “contadino” Hajdari. Come scrive Andrea Gazzoni: «L’erba dei campi di Darsìa è amara, ma più vera e più durevole di quell’allucinazione collettiva che è il potere. […] Aruspice che legge i segni delle colline di Darsìa, il poeta di Erbamara colleziona e annota i vaticini per trovare una chiave capace di rompere la maledizione di un presente sempre uguale, a cui ci condanna il «fango incanutito da secoli», il fango che «si unisce all’eterno» impastando la stessa illusoria permanenza del regime dittatoriale. Ma ogni presagio colto è tanto più sinistro quanto è nitido per i sensi. …».

Gezim Hajdari nel suo studio

Gezim Hajdari nel suo studio

Dal momento che ogni cosa è andata perduta e man mano che il ricordo si perde «sul volto del tempo», «Come una pelle nera», il poeta s’impone la ricerca costante de perché, mentre intorno persino i frutti del suo giardino, cadendo, fanno eco «come brutti sogni.» (Nulla albeggia).

Una elegia del dolore è Erbamara: la brutalità degli anni dittatoriali è infissa nel corpo e risuona nella voce. Il destino sembra dunque segnato e lo perseguiterà «come ombra». Eppure la morte non gli fa paura, se consente la libertà del ricordo: «Due cose porterò con me / nel paradiso promesso: / i pianti in primavera delle prede / e i canti dei gitani.» (Ora vago tormentato nel paese).

«Immensa come te, collina, / è la mia angoscia. / Ogni verso ardente che m’ispiri / è amore e tormento.» Il poeta rievoca ovunque l’habitat naturale come termine di paragone della propria esistenza, immedesimandosi con la natura e con gli esseri che la abitano. In particolare, sono le creature della notte quelle che sente a lui più simili, quando si liberano nell’aria e danno vita a «sogni e speranze nel nulla», fino a al confondersi di «grida e voci» (Immensa come te, collina).

Tempo e memoria sono irrevocabilmente persi in «incendi e abissi». Al poeta non resta che domandarsi che fine abbiano fatto i suoi anni giovanili, così lontani come la giovinezza: «Dove si nascondono i miei anni verdi? / Da collina a collina, / la pelle dell’infanzia perduta / suona e trema al vento.» Gli echi del paesaggio della Darsìa chiamano il poeta quasi a volerlo consolare per la distanza che lo separa; solo un dialogo immaginario gli permette di rispondere dicendo che la sua presenza è sempre lì.

L’andamento piano è una costante delle liriche di questa raccolta, ne misura insieme forza e capacità espressiva. Ma, la poesia, è in grado di esaudire il desiderio? Sembrerebbe di no. Difatti, alla domanda: «Mia patria, / perché quest’amore folle per te?», il poeta nega possa esserci un risarcimento per mezzo dei versi che, anzi, segnano la lacerazione tracciandone maggiormente la ferita:

Mia patria,
perché quest’amore folle per te?
Tu mi hai fatto nascere
per essere la tua ferita.
I miei versi m’inseguono
come vecchi assassini.
Ogni notte si rompe qualcosa
nel profondo del mio ghiaccio.

Gezim Hajdari a Udine 2011

Gezim Hajdari a Udine 2011

Meglio però non lasciarsi ingannare, poiché è dal tormento dei versi che nasce il bisogno comunicativo del poeta. Quando la poesia eleva il «luogo» essa funge da anello di trasmissione di un’idea che diventi «condivisibile», come magistralmente sottolinea Gazzoni: «Esilio in patria ed esilio fuori dai confini si richiamano l’un l’altro attraverso la ricorrenza, nell’opera di Hajdari, di posture, situazioni, gesti e stilemi. Ma ora fermiamoci qui, sulla soglia finale di Erbamara, senza addentrarci nella poesia che Hajdari ha composto in seguito. Lasciamo al lettore il gusto di prendere in mano i singoli volumi o l’antologia delle Poesie scelte, leggendo i testi in sequenza come un unico ciclo poetico, coerente e compatto pur nelle sue trasformazioni, tutte direttamente o indirettamente legate alla terra di Darsìa e alla sua memoria. Proprio questa centralità del luogo nella poesia di Erbamara (e poi di tutta l’opera hajdariana) rivela un’istintiva affinità con i poeti che cominciano dal loro luogo particolare, per quanto marginale sia, per farne poi nel linguaggio e nella memoria della letteratura un luogo di tutti, un luogo comune (dicibile, condivisibile, in una parola: traducibile)…».

Nessuno sa se ancora resisto
in quest’angolo di terra arsa
e scrivo a notte fonda ubriaco
versi gioiosi e tristi.
Sogno la morte ogni volta
che torna la primavera.
I gemiti si perdono piano piano
nella nudità della pioggia.
Come brucia in fretta
la mia giovinezza senza richiami!
Ovunque dintorno mi sorridono
rose e coltelli.
Di fumo e alcool
odora così presto il mio corpo.
Chissà quale male oscuro un giorno
stroncherà la mia voce.
*
Mi troveranno nei campi trebbiati
senza respiro tra le labbra,
sdraiato sulla paglia che adoravo
con i colombi che beccano accanto.
Sul volto il fazzoletto bianco di mia madre,
mi porteranno nella stanza natale:
«Povero ragazzo, quanto ha sofferto!»
dirà la gente intorno al mio corpo.
Dopo avermi lavato
con l’acqua fresca del pozzo,
mi metteranno sul carro del grano
tirato dai buoi di campagna.
Percorrerò per l’ultima volta
la strada dove correvo nell’infanzia.
Se sarà al crepuscolo,
le lucciole illumineranno la nuova dimora.

Gezim Hajdari, Siena 2000 (1)

Gezim Hajdari Siena 2000

Anche nell’aldilà mi suonerà
la maledizione nell’alba:
«Non avrai mai fortuna, che tu possa morire
per strada, come un cane!»

Ricorderò con timore
il mio dio crudele,
la melagrana spaccata
sotto la luna piena.

L’anatra che si tuffava nel lago,
i tori insanguinati.
Come un segno lugubre
il richiamo della volpe nel buio.

Gli stornelli che scavavano nella roccia
come se fossero impazziti,
le spine nere che cacciavo con l’ago
dai piedi di mia madre.

*

Ora vago tormentato nel paese
come uno spirito accoltellato.
Non mi fa più paura la morte
né il freddo della sera.

So chi mi ha amato
nella collina delirante.
Un amore eterno:
il fango e il buio invernale.

Dietro le spalle m’insegue
come ombra il destino.
Tra i calmanti notturni scelgo
il veleno della vipera.

Due cose porterò con me
nel paradiso promesso:
i pianti in primavera delle prede
e i canti dei gitani.

*

Nulla albeggia
sul volto del tempo.

Come una pelle nera
la notte balcanica.

Nell’abisso della valle
polvere i miei desideri,
cenere le mie stagioni.

Cosa cerco
in cima alla collina
di un paese tormentato
e di ubriachi?

Fuori, nel giardino,
il vento fa cadere le cotogne nel fango
come brutti sogni.

Gezim Hajdari Siena 2000

Gezim Hajdari Siena 2000

Appoggiati al muro della casetta,
nell’ultimo giorno d’autunno,
prendiamo il sole che picchia,
io e una lucertola senza coda.

Nulla accade in questa provincia,
gli stessi uomini, gli stessi i volti.
Tutto si trascina con fatica
nel fango incanutito da secoli.

D’ora in poi, nell’arena del gelo,
ci sentiremo soli nella collina cupa.
Io e il falco combatteremo
con i denti e gli artigli.

Sdraiato sulla terra umida
assaporo l’erbamara dei prati.
Negli abissi dei cieli impazziti
si perde il mio sguardo.

Non lontano dalla mia dimora,
dove si fecondano i fulmini,
il vento del mare porta come misericordia
le voci degl’internati nei Campi .

*

Non m’interessa
quale sarà il mio destino.
Se si nasconde qualcosa intorno
no, non voglio saperlo.

Ho vissuto così a lungo
nel mio terrore.
Ho vagato per le strade Hajdaraj
come nella mia tomba.

So ciò che mi attende
dietro ogni crepuscolo.
In un mondo di coltelli
non chiedo di salvarmi.

*

Spesso a notte fonda
entra una strana voce nella mia stanza,
giunge sempre alla stessa ora
dal profondo di un pozzo scuro.

Siede accanto al mio letto
cupa e minacciosa.
Quante volte mi sono svegliato
in ansia e spavento.

«Non ti spaventare fanciullo –
mi ripete ogni volta al buio –
le ombre che ti si affacciano nei sogni,
non sono che chimere.

Vivrai a lungo da guerriero
tra vipere e corvi.
Per compagni di viaggio avrai
solo spine e pietre.

Vai avanti per la tua strada,
non dar retta ai finti oracoli.
Il tuo seme di contadino
inciderà sul fango albanese.»

Poi si dilegua nel buio
del fondo del pozzo scuro,
per tornare ogni notte alla stessa ora
più cupa e minacciosa.

Gezim Hajdari, Siena 2000 (2)

Gezim Hajdari, Siena 2000

Luna,
è fuggita anche questa stagione
senza un bacio
nella notte bianca.

Cielo,
è passato anche quest’anno
senza una ragione,
con la sete dei pozzi prosciugati
nelle nostre labbra nere.

Valle,
sta andando anche questo secolo
come un toro abbattuto,
con il tempo che ci scivola tra le dita
e il canto del cuculo da collina a collina.

*

Non piangere,
è il pettirosso che corre
sul ghiaccio del ruscello.

Presto fiorirà il mandorlo
e gli uccelli lirici ci canteranno
nelle vene.

Non piangere,
ho percorso la tua ferita
per raggiungerti.
*

Mia patria,
perché quest’amore folle per te?

Tu mi hai fatto nascere
per essere la tua ferita.

Dove nascondermi
nella collina brulla?

I miei versi m’inseguono
come vecchi assassini.

Ogni notte si rompe qualcosa
nel profondo del mio ghiaccio.

*

Gli anni si sciolsero,
ad uno ad uno si persero.
A stormi le rondini
nei cieli volarono.

Nel cortile lasciarono
piume e richiami.
Sulle grondaie delle casette
nidi e rumori.

Altri anni giunsero
di tuoni e gioia.
Altri voli di rondini
abbandonarono i nidi.

Nelle colline di Darsìa,
di buio e freddo,
invano attendiamo
una chimera all’orizzonte.

Le primavere fuggirono,
per gli abissi gocciolarono.
Come i cieli grigi
anche noi invecchiamo.

Gëzim Hajdari, è nato nel 1957, ad Hajdaraj (Lushnje), Albania, in una famiglia di ex proprietari terrieri, i cui beni sono stati confiscati durante la dittatura comunista di Enver Hoxha. Nel paese natale ha terminato le elementari, mentre ha frequentato le medie, il ginnasio e l’istituto superiore per ragionieri nella città di Lushnje. Si è laureato in Lettere Albanesi all’Università “A. Xhuvani” di Elbasan e in Lettere Moderne a “La Sapienza” di Roma.
In Albania ha svolto vari mestieri lavorando come operaio, guardia di campagna, magazziniere, ragioniere, operaio di bonifica, due anni come militare con gli ex-detenuti, insegnante di letteratura alle superiori dopo il crollo del regime comunista; mentre in Italia ha lavorato come pulitore di stalle, zappatore, manovale, aiuto tipografo. Attualmente vive di conferenze e lezioni presso l’università in Italia e all’estero dove si studia la sua opera.
Nell’inverno del 1991, Hajdari è tra i fondatori del Partito Democratico e del Partito Repubblicano della città di Lushnje, partiti d’opposizione, e viene eletto segretario provinciale per i repubblicani nella suddetta città. È cofondatore del settimanale di opposizione Ora e Fjalës, nel quale svolge la funzione di vice direttore. Allo stesso tempo scrive sul quotidiano nazionale Republika. Più tardi, nelle elezioni politiche del 1992, si presenta come candidato al parlamento nelle liste del PRA.
Nel corso della sua intensa attività di esponente politico e di giornalista d’opposizione, ha denunciato pubblicamente e ripetutamente i crimini, gli abusi, la corruzione e le speculazioni della vecchia nomenclatura di Hoxha e della più recente fase post-comunista. Anche per queste ragioni, a seguito di ripetute minacce subite, è stato costretto, nell’aprile del 1992, a fuggire dal proprio paese.
La sua attività letteraria si svolge all’insegna del bilinguismo, in albanese e in italiano. Ha tradotto vari autori. La sua poesia è stata tradotta in diverse lingue. È stato invitato a presentare la sua opera in vari paesi del mondo, ma non in Albania. Anzi, la sua opera, è stata ignorata cinicamente dalla mafia politica e culturale di Tirana.
È presidente del Centro Internazionale Eugenio Montale e cittadino onorario per meriti letterari della città di Frosinone.
Dirige la collana di poesia “Erranze” per l’editore Ensemble di Roma. È presidente onorarario della rivista internazionale on line “Patria Letteratura” (Roma), nonché membro del comitato internazionale della Revue électronique “Notos” dell’Université Paul-Valery, Montpellier 3.
Considerato tra i maggiori poeti viventi, ha vinto numerosi premi letterari.
Dal 1992, vive come esule in Italia.
Opere
Ha pubblicato in Albania
  • Antologia e shiut, “Naim Frashëri”, Tirana 1990;
  • Trup i pranishëm / Corpo presente, I edizione “Botimet Dritëro”, Tiranë 1999 (in bilingue, con testo italiano a fronte).
  • Gjëmë: Genocidi i poezisë shqipe, “Mësonjëtorja”, Tirana 2010
 
Ha pubblicato in Italia in bilingue
  • Ombra di cane/ Hije qeni, Dismisuratesti 1993
  • Sassi controvento/ Gurë kundërerës, Laboratorio delle Arti,1995
  • Antologia della pioggia/ Antologjia e shiut, Fara, 2000
  • Erbamara/ Barihidhët, Fara, 2001
  • Erbamara/ Barihidhët, (arricchita con nuovi testi rispetto alla prima edizione). Cosmo Iannone Editore 2013
  • Stigmate/ Vragë, Besa, 2002. II edizione Besa 2007
  • Spine Nere/ Gjëmba të zinj, Besa, 2004. II edizione Besa 2006
  • Maldiluna/ Dhimbjehëne,Besa, 2005. II edizione Besa 2007
  • Poema dell’esilio/ Poema e mërgimit, Fara, 2005,
  • Poema dell’esilio/ Poema e mërgimit, II edizione arricchita e ampliata, Fara 2007
  • Puligòrga/ Peligorga, Besa, 2007
  • Poesie scelte 1990 – 2007, EdizioniControluce 2008
  • Poesie scelte 1990-2007, II edizione (arricchita con nuovi testi). EdizioniControluce 2014
  • Poezi të zgjedhura 1990 – 2007 (versione in lingua albanese di Poesie scelte), Besa, 2008
  • Poezi të zgjedhura 1990 – 2007, II edizione (versione in lingua albanese di Poesie scelte), Besa, 2014
  • Corpo presente/ Trup i pranishëm, Besa 2011
  • Eresia e besa/ Nur. Herezia dhe besa, Edizioni Ensemble 2012
  • I canti dei nizam/ Këngët e nizamit(i canti lirici orali dell’800,con testo albanese a fronte). Besa Editrice 2012
  • Evviva il canto del gallo nel villaggio comunista/ Rroftë kënga e gjelit në fshatin komunist (con testo albanese a fronte). Besa 2013

giuseppina di leo1

giuseppina di leo

Giuseppina Di Leo. Nasco a Bisceglie (Bt) nel 1959, sono laureata in Lettere; frutto della mia tesi di laurea (2003) è il saggio bio-bibliografico su Pompeo Sarnelli (1649-1730), dal titolo: Pompeo Sarnelli: tra edificazione religiosa e letteratura (2007). Ho pubblicato i seguenti libri di poesie: Dialogo a più voci (LibroitalianoWorld, 2009); Slowfeet. Percorsi dell’anima (Gelsorosso, 2010); Con l’inchiostro rosso (Sentieri Meridiani Edizioni, 2012); Il muro invisibile (LucaniArt, 2012). Mie poesie, un racconto e interventi di critica letteraria sono ospitati su libri e riviste (Proa Italia, Poeti e Poesia, Limina Mentis Editore, Incroci), nonché su blog e siti dedicati alla poesia.

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POESIE SCELTE di Faslli Haliti dalla ANTOLOGIA (1969-2004) EdiLet, 2015 a cura di Gëzim Hajdari Presentazione di  Gëzim Hajdari

Tirana scorcio urbano

Tirana scorcio urbano

dalla Introduzione di Gëzim Hajdari

Il poeta Faslli Haliti credeva come Majakovskij ed Esenin in un socialismo dal volto umano. I due poeti della Russia sovietica hanno cantato e sublimato con grande fervore, seppur per breve tempo, la rivoluzione bolscevica e il compagno Lenin. Sulle orme di Majakovskij e di Esenin iniziò il suo cammino poetico anche il giovane poeta albanese di Lushnje. Erano gli anni ’60 quando Haliti scriveva: «Per voi, Partito ed Enver Hoxha[1], noi dormiamo anche sul ghiaccio / per voi noi ci copriamo con lenzuola di neve». Il poeta di Lushnje ha amato molto nella sua gioventù i cantori della madre Russia e, dopo la tragica fine del comunismo nella sua Albania, Haliti diede la ‘colpa’ proprio ai suoi maestri sovietici perché aveva creduto ciecamente in loro. Così come Majakovskij ed Esenin, anche il poeta Haliti, pur in una dimensione assai diversa, rimase ‘vittima’ dell’utopia marxista, che fece decina di migliaia di morti in Albania seminando in tutto il Paese terrore, morti, sangue e distruzione di massa.

 Faslli esordisce nel panorama poetico albanese alla fine degli anni ’60. Proprio nel 1969 venne pubblicata la sua prima raccolta, Sot (Oggi). I suoi versi portano un nuovo respiro poetico nel panorama del realismo socialista, l’originalità, la sobrietà del pensiero, nonché un forte senso critico nei confronti della burocrazia del regime. Il suo linguaggio è lapidario e tagliente. L’intensità del verbo e la particolarità dello stile, fecero attirare l’attenzione dei lettori e della critica ufficiale. Questa silloge vinse il secondo premio nazionale per la poesia. Haliti è di origine contadina, e come tale, portava nei suoi testi la musicalità della campagna, le voci della vita e l’angoscia del vivere quotidiano. Profumi campestri, stagioni, colori, simboli e figure mitologiche percorrono la geografia del suo io poetico, come sfida alla retorica della cultura ufficiale del regime. Fermezza e ribellione convivono nel suo messaggio poetico.

Manifestazione a Tirana, 1990

Manifestazione a Tirana, 1990

 Alcuni suoi testi furono dei veri e propri «manifesti» che colpivano senza pietà il cuore della burocrazia del regime comunista. Si può dire che la parte più interessante della sua produzione, come per la maggior parte dei poeti del blocco sovietico, rimane quella scritta sotto la dittatura comunista, e non è un caso. Basterebbe Njeriu me kobure (L’uomo con la pistola) per capire la forza dei versi e l’impatto che questo testo ebbe sui lettori negli anni ’70. Questi i versi: «Lui aspetta che tiri vento / Non per vedere gli alberi spogli / Non per veder cadere le foglie gialle / Ma per far alzare il lembo della giacca / E far vedere la pistola nella cintola. / Lui aspetta che venga la primavera / Non per mietere e falciare / Ma per togliere la giacca / E far vedere sotto la giacca / La pistola[2]». Questo testo è stato giudicato sovversivo e revisionista, e aspramente criticato durante il IV° famigerato plenum del PCA, nel ’73. Che condannò in prigione decine di intellettuali e scrittori accusandoli di essere influenzati dall’arte borghese dell’Occidente.

Erano gli anni in cui la critica ufficiale insisteva perché nell’arte si rispecchiassero ancora maggiormente gli insegnamenti e le idee del Partito; gli anni della pianificazione della nuova estetica di Stato e dell’affermazione dell’uomo nuovo del socialismo, plasmato dal partito e forgiato sotto l’incudine della classe operaia e contadina; “l’uomo muscoloso e stakanovista” che vigila, giorno e notte, per difendere le vittorie e la patria dai nemici. Nelle opere letterarie, i temi esistenziali e metafisici, come per esempio il sentimento di oppressione e di incertezza quotidiana, erano proibiti. Persino le parole ‘amore’, ‘morte’, ‘buio’, ‘freddo’, ‘angoscia’ venivano considerate pericolose. Coloro che osarono rompere col ‘pesante silenzio’, che aveva cancellato memoria e sogni di libertà, lo pagarono a caro prezzo. Il valore di un’opera si misurava rispetto alla sua forza nel servire il partito, le masse e il socialismo reale. Lo slogan del “realismo socialista” era: «Il poeta dev’essere l’occhio, l’orecchio e la voce della classe», motto che proveniva ovviamente dalla letteratura madre dell’Unione Sovietica.

  Il terrore continuo e sistematico del regime nei confronti degli uomini di cultura soffocò gli spazi e l’energia della Parola. Sul palcoscenico insanguinato della poesia albanese si recitava la più fosca tragedia del tempo. Di fronte a questa tragedia umana, a questa oppressione costante, per sopravvivere spiritualmente e artisticamente i poeti rivolsero lo sguardo alle tradizioni e alla poesia del passato. Così la linfa della loro ispirazione diventò la tradizione orale e l’epica. Per sfuggire alla censura, Haliti si rivolge al mito e all’allegoria per esprimersi. La sua parola affonda le radici nel mito classico greco-latino per rileggere la realtà; la sua poesia divenne quasi un gioco fiabesco, in cui s’intrecciano il reale con il surreale. Ma i censori del regime vigilano, non si fanno sorprendere per fermare in tempo il poeta ribelle.

  La macchina inquisitoria di Hoxha praticava mille forme diverse di repressione per stritolare i “nemici della nazione” e del comunismo. All’occhio vigile dei guardiani del regime nulla poteva sfuggire. Decine di poeti e scrittori vennero allontanati, mandati nelle periferie o nelle campagne per la rieducazione ideologica. Certi furono imprigionati e i loro libri messi al bando. L’elenco dei poeti perseguitati dal regime è lungo e tragico. Le milizie di Enver Hoxha controllavano ogni angolo della vita culturale del Paese. Per il dittatore, lo scrittore era semplicemente uno strumento nelle mani del partito per l’educazione comunista del popolo, il braccio destro del potere: per questo si affermava che, in Albania, la letteratura era nata nel 1941 con la fondazione del Partito Comunista. Il marxismo divenne l’unico principio estetico della poesia e dell’arte.

besnik Mustafaj HoxaAl poeta Haliti venne tolto il diritto di pubblicare per 15 anni consecutivi: fu mandato in campagna per essere «rieducato», in quanto persona indesiderata dal Partito.

 Per diversi anni, pur essendo professore di italiano e di francese, lavora dietro il carro trainato dai buoi nella cooperativa agricola di Stato, a Fiershegan, provincia di Lushnje. Nessuno degli operai e dei contadini poteva rivolgergli la parola, perché egli era considerato dal Partito un “reazionario”.

      Il pretesto per colpire il poeta di Lushnje fu il poema Dielli dhe rrëkerat (Il sole e i ruscelli), pubblicato per la prima volta il 16 dicembre 1972 nel settimanale «Zëri i rinisë» (La Voce della gioventù). La sua apparizione nella rivista suscitò scalpore e indignazione tra gli alti dirigenti del PCA. Costoro organizzarono riunioni e dibattiti pubblici in cui sia il poema che l’autore vennero aspramente criticati. Secondo la censura, “Il sole e i ruscelli” era frutto di una confusione ideologica e politica del poeta che travisava la realtà socialista e il ruolo del Partito, minandone così l’unità con il proprio popolo. I primi versi del poema «Mentre il tetto della mia patria è celeste, ottimista. / Il tetto della mia casa è quello di una stamberga», divennero un pretesto per attaccare e denunciare l’autore. Haliti aveva osato troppo. Con un coraggio inaudito invita il popolo a spezzare “i denti alla burocrazia”. Cito: «Ordine / con il pugno della classe operaia / spezzate i denti / ai compagni. / Per spezzarli ci vogliono pietre / che non abbiamo[3]». I comunisti lo accusano di essere un poeta ribelle e anarchico, mentre i critici di Stato accostano i suoi testi a quelli dell’arte malata e decadente dell’Occidente. Haliti diventa un caso nazionale. Nel Paese si organizzano riunioni per denunciare il poema. I membri della Lega degli Scrittori si dividono in due: quelli che ammirano i versi del poeta e quelli che li disapprovano. Un gruppo di alunni del liceo della sua città natale, Lushnje, pubblica un articolo di denuncia sul giornale «Shkëndija» (La scintilla)[4], organo del PCA. Gli unici studenti che difesero con coraggio “Il sole e i ruscelli” furono Fatbardh Rustemi, Bujar Xhaferri e Tahsin Xh. Demiraj. Tahsin, dal ‘74 all’89, fu regista presso il teatro della città di Lushnje, ma venne licenziato su ordine del Partito. Per 15 anni lavorò in un’azienda di Durazzo che produceva materiali plastici. In una lettera Rustemi si rivolse a Enver Hoxha per protestare contro la condanna del poeta Haliti; Xhaferri, per difendere il suo poema, rischiò l’espulsione dal ginnasio. Per attaccare il poeta trentaseienne di Lushnje si mobilitarono anche le forze dell’ordine pubblico: il questore della città Zija Koçiu pubblicò un articolo sul giornale del partito del dittatore, «Zëri i Popullit» (La voce del popolo), in cui denunciava “l’opera reazionaria” del suo concittadino[5].

      L’eco di questa vicenda si diffuse in tutto il Paese. Piovvero critiche e denunce da varie città. Della vicenda si parlò anche al di fuori dell’Albania. A Parigi, nel 1974, il trimestrale albanese «Koha jonë» (Il nostro tempo) riportò il poema “Il sole e i ruscelli” e, nello stesso tempo, condannò la campagna denigratoria del PCA verso il poeta Haliti. Un anno più tardi, a Roma, Ernest Koliqi, nella  rivista che curava, «Shenjzat» (Le Pleiadi), conferma che «la voce di Haliti è stata soffocata dal Partito».

Tirana square

Tirana square

Nonostante tutto questo, il poeta ribelle di Lushnje non smette di scrivere. Con lo stesso coraggio pubblica altri testi contro la burocrazia, e altrettanto feroci: Djali i sekretarit (Il figlio del segretario), Unë dhe burokracia (Io e la burocrazia), Edipi (Edipo), e altri ancora. I testi di Haliti diventano oggetto di discussione persino nell’Olimpo del partito. Nel ‘73 Fiqrete Shehu, moglie del Premier Mehmet Shehu, critica la poesia Vetëshërbim (Fai da te) definendola «una poesia che non ha nulla a che vedere con l’arte rivoluzionaria»[6]. Un anno dopo, nella rivista «Rruga e Partisë» («Il percorso del Partito»), ella si esprime contro la poesia Njeriu me kobure (L’uomo con la pistola)[7]. Negli anni seguenti l’opera di Haliti verrà sempre censurata. Il Partito gli toglierà il diritto di pubblicare e lo spedirà a lavorare nei campi. Nel 1985, dopo 15 anni di silenzio forzato, egli riappare sulla scena culturale con la raccolta Mesazhe fushe (Messaggi di campagna). La lunga condanna al silenzio ha fatto pesare molto sul suo futuro e sul destino della sua poesia. La presentazione del nuovo libro avviene nel teatro della città. Doveva essere una festa, per il poeta, invece fu ancora una volta un processo vero e proprio. Rammento come oggi quel pomeriggio. Alla presentazione partecipava il segretario del Partito Comunista, Rudi Monari, il quale, insieme allo ”pseudo-poeta” M. Nezha, mise alla berlina il poeta e il suo nuovo libro. I testi che abbiamo scelto per il lettore italiano raccolgono il meglio del poeta, che va dal primo libro Sot (Oggi) 1969, fino alla raccolta Iku (Se n’è andato) 2004. La scelta di proporre questo poeta al lettore italiano, non è casuale ma fa parte di una missione culturale ben precisa, quella di costruire la memoria storica e culturale della mia Albania, come parte integrante della memoria della cultura europea. Faslli Haliti e Besnik Mustafaj (Leggenda della mia nascita, Edizione Ensemble 2012, cura e traduzione del sottoscritto), fanno parte di quei poeti che, pur vivendo e scrivendo sotto il canone del realismo socialista, sono riusciti a creare valori letterari di portata internazionale, che resistettero anche dopo il crollo della dittatura di Enver Hoxha, uno dei regimi sanguinari più spietati dell’Europa del secolo scorso.

[1] Enver Hoxha (1908-1985): il dittatore comunista

[2] In «Nëntori 4», pp. 154-159, Tiranë 1972.

[3] Idem.

[4] In «Shkëndija», Lushnje, 25.1.1973.

[5] In «Zëri i popullit», Tiranë, 2. 8. 973.

[6] In «Zëri i popullit», Tiranë, 26. 7. 1973.

[7] In« Revista Rruga e Partisë», Nr. 3. p. 41. Tiranë 1974.

Faslli Haliti copertinada OGGI / SOT  (1969)

UNË, MËSUESI I FSHATIT

Çaj baltrat e rrugës.
Çizmet mbyten e zhyten në baltë.
prapa, në llucë,
mbeten gjurmët e mia,
si mbresa të thella në trurin e rrugës,
mbeten gjurmët e çizmeve
të NISH-gomave-Durrës.

Eci.
Në kokë formula,
Konvencione,
Kryengritje fshatare,
Esklamacione dhe vargje poetësh
Dhe imazhi i vajzës brune,
Që prapa mbeti,
Kur mua më përcolli
Herët nga qyteti.

Futem në klasë.
Era shtyn xhamat me gjoks.
Nxënësit shikojnë çizmet e mia me baltë,
Pantallonat e mia zhytur në çizme,
Flokët e mi të qullur,
Që kullojnë,
Që varen teposhtë,
Si flokët e Senekës,
Shikojnë ditarin e lagur
Dhe supet qull të xhaketës.

Dhe lodhja më ikën, më zhduket pas kësaj,
Si balta që rrugëve thahet,
Si balta që zhduket në maj…

IO, INSEGNANTE DI CAMPAGNA

Affronto il fango della strada.
I miei stivali vi sprofondano.
dietro
restano le mie orme,
impresse nella memoria della strada,
orme di stivali di gomma di Durazzo.

Cammino.
Nella mente formule,
convenzioni,
ribellione di contadini,
esclamazioni e versi di poeti
e l’immagine di una fanciulla bruna,
che mi accompagnava
di buon’ora.

Entro in classe.
Il vento con furia colpisce i vetri
gli alunni scrutano i miei pantaloni,
e gli stivali infangati,
i miei capelli bagnati
che gocciolano
come i capelli di Seneca,
scrutano i miei quaderni,
e la giacca bagnata.

La stanchezza sparisce
come il fango dalle strade
nel mese di maggio.

Faslli Haliti con Gezim Hajdari

a destra: Faslli Haliti e Gezim Hajdari

ARDHJA E VJESHTËS

Mbi koka jeshile pemësh
Natyra derdhi bojë të verdhë,
Vjeshta krahët e artë
Mbi fusha i hodhi
Dhe kodrave lart.

Fytyrën pa vjeshta mbi pellgjet me ujë,
Flokrat bionde pakrehur, rrëmujë.
Shirat ardhjen e saj
E shpallën me gaz e me bujë.

Qielli si lodër vigane gjëmoi,
Krisën pushkë rrufetë,
Si pushkë gazmore në ditën e dasmës,
Në pritje të nuses që zbret.

ARRIVO DELL’AUTUNNO

Sulla fronte dei verdi alberi
la natura getta il mantello dorato,
con le ali d’oro copre l’autunno
la campagna
e la collina.

Sulle pozzanghere il volto dell’autunno
con i capelli biondi spettinati.
Le piogge con i tamburi proclamano
il suo arrivo.

Come in un gigante grancassa tuona il cielo,
i fulmini sparano come fucili gioiosi
nel giorno del matrimonio,
in attesa della sposa.

MIRAZHE HËNE

Hëna pluskonte në bardhësinë e një reje
si e verdhë veze.

Dhe unë fëmija i dikurshëm që kisha uri
zgjasja duart drejt vezës hënore,
reflekse hëne haja ndër gishtat e mi
netve të dëborta dimërore.

Hëna piqej në prushin e yjeve
si misërnike e verdhë,
djersë të verdha djersinte,
avuj buke përhapte në qiell.

Dhe unë fëmija që kisha uri
zgjasja duart, të thyeja një copë,
por hënën e hanin netët
dhe unë s’e haja dot!

MIRAGGI DI LUNA

La luna galleggia nel bianco di una nuvola
come il giallo dell’uovo.

Ed io bambino affamato di allora
tendevo le mani verso l’uovo lunare,
mangiavo riflessi lunari stretti tra le mie dita
nelle notti nevose invernali.

La luna lievitava nella brace delle stelle
come focaccia gialla di mais,
e profumo di pane,
diffondeva nel cielo.

Avevo fame,
tendevo le mani per spezzarne un boccone,
ma la luna veniva mangiata dalle notti
ed io non riuscivo ad averla!

Faslli Haliti

Faslli Haliti

LULE DHE FRUTA

Të gjitha lulet,
Të egra,
Të buta,
Luet i kanë të bukura.

Mos ubesoni lueve të bukura pa fruta!

TUTTI GLI ALBERI

Tutti gli alberi,
selvatici,
e domestici,
fioriscono.

Non credete ai bei fiori senza frutta!

TRASPARENCË

Nuk lulëzojnë lule të zeza
Mbi pemë,
Mbi pjeshkë,
Mbi lëndina.

Nuk i fut të zezë pranverës natyra.

(1982)

NON FIORISCONO FIORI NERI

Non fioriscono fiori neri
sugli alberi,
nei prati,
sui peschi,
nella pianura.

La primavera non mette il nero alla natura.

(1982)

UNË NUHAS PRANVERËN

Nyja, nyjen thërret.
Me rrezet paralele zgjaten kërcellët,
Blerimi hap syrin e gjelbër gjithë qejf.
Ujrat pranverorë buzëqeshnin të qeta,
Pemishteve pjeshka fustanin e purpur
Nis zbukuron me lulet e veta.

Nyja, nyjen thërret,
Zgjaten kërcellët,
Rrinë përpjetë.

ATTENDO LA PRIMAVERA

Le gemme chiamano l’un l’altra.
Come raggi paralleli crescono i ramoscelli,
il verde inverdisce sempre di più,
le acque primaverili scorrono tra le ombre,
nel giardino il pesco abbellisce di porpora,
il parto dei suoi fiori.

Le gemme chiamano l’un l’altra,
crescono i giunchi rigogliosi
verso l’alto.

Faslli Haliti

Faslli Haliti

da NON SO TACERE / S’DI TË HESHT (1997)

MIRAZHE HËNE

Hëna pluskonte në bardhësinë e një reje
si e verdhë veze.

Dhe unë fëmija i dikurshëm që kisha uri
zgjasja duart drejt vezës hënore,
reflekse hëne haja ndër gishtat e mi
netve të dëborta dimërore.

Hëna piqej në prushin e yjeve
si misërnike e verdhë,
djersë të verdha djersinte,
avuj buke përhapte në qiell.

Dhe unë fëmija që kisha uri
zgjasja duart, të thyeja një copë,
por hënën e hanin netët
dhe unë s’e haja dot!

MIRAGGI DI LUNA

La luna galleggia nel bianco di una nuvola
come il giallo dell’uovo.

Ed io bambino affamato di allora
tendevo le mani verso l’uovo lunare,
mangiavo riflessi lunari stretti tra le mie dita
nelle notti nevose invernali.

La luna lievitava nella brace delle stelle
come focaccia gialla di mais,
e profumo di pane,
diffondeva nel cielo.

Avevo fame,
tendevo le mani per spezzarne un boccone,
ma la luna veniva mangiata dalle notti
ed io non riuscivo ad averla!

da NON SO TACERE / S’DI TË HESHT  (1997)

NË FËMIJËRI

Kur shihja laureshën në kthetrat e skifterit,
E lemerisshme,
Tmerr.
Në vend të këngës së saj pranverore
Dëgjoja të qarat e saj tragjike në pranverë.

Dëshira ime është:
Të thyeja krahë skifterësh egërsisht.
Në fëmijëri,
Pa e ditur këshillën e xha Hygoit:
«Kush shëron krahun e skifterit
Përgjigjet për kthetrat e tij…»

Ç‘lemeri,
Ç‘tmerr,
Të dëgjoje të qarat tragjike të zogjve,
Dhe mos të t‘i thyeja krahët ty, skifter!

NELL’INFANZIA

Quando scorgevo l’allodola tra gli artigli del falco,
che terrore,
che orrore!
Al posto del suo canto primaverile
sentivo i suoi pianti tragici in primavera.

Il mio desiderio era
di spezzare ali di falchi crudelmente
nell’infanzia,
senza ascoltare il consiglio dello zio Hugo:
«Chi guarisce l’ala del falco
è responsabile dei suoi artigli…»

Che terrore!
Che orrore!
Sentire i pianti tragici delle allodole
e non spezzare le ali al falco!

Faslli Haliti

Faslli Haliti

NUSJA

Gjyshja pret që nusja të lindi djalë,
Gjyshi përfytyron një nip me emër trimi,
Babai dëshiron një bir të talentuar,
Inteligjent, mundësisht
Gjeni.

Nusja thur triko për një njeri.

(1984)

LA SPOSA

La nonna attende che la sposa partorisca un maschio
e sogna un nipote dal nome coraggioso,
il padre desidera un figlio di talento,
intelligente,
genio.

La sposa tesse una maglia per il figlio.

PRANVERË

Sythi shkrin dëborën me zjarrin e lules,
Lulja pohon pranverën,
Lidh frutin
Dhe bie me nderim.

Toka e pret me blerim.

(1984)

PRIMAVERA

La gemma fa sciogliere la neve con il fuoco del fiore,
il fiore annuncia la primavera,
si trasforma in frutto
e cade a terra con onore.

La terra inverdita lo accoglie.

(1984)

Gezim Hajdari

Gezim Hajdari

Gëzim Hajdari, è nato nel 1957, ad Hajdaraj (Lushnje), Albania, in una famiglia di ex proprietari terrieri, i cui beni sono stati confiscati durante la dittatura comunista di Enver Hoxha. Nel paese natale ha terminato le elementari, mentre ha frequentato le medie, il ginnasio e l’istituto superiore per ragionieri nella città di Lushnje. Si è laureato in Lettere Albanesi all’Università “A. Xhuvani” di Elbasan e in Lettere Moderne a “La Sapienza” di Roma.

In Albania ha svolto vari mestieri lavorando come operaio, guardia di campagna, magazziniere, ragioniere, operaio di bonifica, due anni come militare con gli ex-detenuti, insegnante di letteratura alle superiori dopo il crollo del regime comunista; mentre in Italia ha lavorato come pulitore di stalle, zappatore, manovale, aiuto tipografo. Attualmente vive di conferenze e lezioni presso l’università in Italia e all’estero dove si studia la sua opera.

Nell’inverno del 1991, Hajdari è tra i fondatori del Partito Democratico e del Partito Repubblicano della città di Lushnje, partiti d’opposizione, e viene eletto segretario provinciale per i repubblicani nella suddetta città. È cofondatore del settimanale di opposizione Ora e Fjalës, nel quale svolge la funzione di vice direttore. Allo stesso tempo scrive sul quotidiano nazionale Republika. Più tardi, nelle elezioni politiche del 1992, si presenta come candidato al parlamento nelle liste del PRA.

Nel corso della sua intensa attività di esponente politico e di giornalista d’opposizione, ha denunciato pubblicamente e ripetutamente i crimini, gli abusi, la corruzione e le speculazioni della vecchia nomenclatura di Hoxha e della più recente fase post-comunista. Anche per queste ragioni, a seguito di ripetute minacce subite, è stato costretto, nell’aprile del 1992, a fuggire dal proprio paese.

La sua attività letteraria si svolge all’insegna del bilinguismo, in albanese e in italiano. Ha tradotto vari autori. La sua poesia è stata tradotta in diverse lingue. È stato invitato a presentare la sua opera in vari paesi del mondo, ma non in Albania. Anzi, la sua opera, è stata ignorata cinicamente dalla mafia politica e culturale di Tirana.

È presidente del Centro Internazionale Eugenio Montale e cittadino onorario per meriti letterari della città di Frosinone.

Dirige la collana di poesia “Erranze” per l’editore Ensemble di Roma. È presidente onorarario della rivista internazionale on line “Patria Letteratura” (Roma), nonché membro del comitato internazionale della Revue électronique “Notos” dell’Université Paul-Valery, Montpellier 3. Considerato tra i maggiori poeti viventi, ha vinto numerosi premi letterari. Dal 1992, vive come esule in Italia. Le sue recenti pubblicazioni sono: I canti dei nizam, Besa 2012; Nur. Eresia e besa, Ensemble, 2012; Evviva il canto del villaggio comunista, Besa, 2013; Poesie scelte, Controluce, 2014 e Delta del tuo fiume, Ensemble, 2015.

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