Archivi tag: La ferita del possibile

Sabino Caronìa, La ferita del possibile, Rubettino, Soveria Mannelli, 2016 – Lettura di Emerico Giachery e un Appunto di Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa Aleph, Roma, 2017 Sabino Caronia

dx Sabino Caronia, Franco di Carlo, Donatella Costantina Giancaspero Giorgio Linguaglossa Roma,Aleph, 2017

 

.

 Sabino Caronia, critico letterario e scrittore, romano, ha pubblicato le raccolte di saggi novecenteschi: L’usignolo di Orfeo (Sciascia editore, 1990) e Il gelsomino d’Arabia (Bulzoni, 2000); ha curato tra l’altro i volumi Il lume dei due occhi. G.Dessì, biografia e letteratura (Edizioni Periferia, 1987) e Licy e il Gattopardo  (Edizioni Associate, 1995). Ha lavorato presso la cattedra di Letteratura Italiana Contemporanea all’Università di Perugia e ha collaborato con l’Università di Tor Vergata, con cui ha pubblicato tra l’altro Gli specchi di Borges (Universitalia, 2000). Membro dell’Istituto di Studi Romani e del Centro Studi G. G. Belli, autore di numerosi profili di narratori italiani del Novecento per la Letteratura Italiana Contemporanea (Lucarini Editore), collabora ad autorevoli riviste, nonché ad alcuni giornali, tra cui «L’Osservatore Romano» e «Liberal». Suoi racconti e poesie sono apparsi in diverse riviste. Ha pubblicato i romanzi L’ultima estate di Moro (Schena Editore, 2008), Morte di un cittadino americano. Jim Morrison a Parigi (Edilazio EdiLet, 2009), La cupa dell’acqua chiara (Edizioni Periferia, 2009) e la raccolta poetica Il secondo dono (Progetto Cultura, 2013). Del 2016 è La ferita del possibile (Rubbettino).

Laboratorio 30 marzo Sabino Caronia e Giorgio Linguaglossa

Sabino Caronia, Giorgio Linguaglossa Roma, Laboratorio di poesia 30.03. 2017

 

.

Lettura di Emerico Giachery

La ferita del possibile appare dopo un lungo e operoso cammino letterario  di critico-saggista e di narratore, in cui Caronìa esprime una personalità fervida e appassionata, non convenzionale, ricca di interessi e di orizzonti. Appassionata anche nell’incontro critico-saggistico con scrittori che diventano, come è giusto e  bello  che sia, compagni di strada: da Dessì a Santucci, da Borges a Tomasi di Lampedusa. Estranea a schemi vigenti è anche l’attività del narratore, spesso animata di pathos memoriale:  L’ultima estate di Moro, di cui esiste un’ottima trasposizione scenica curata da Ugo De Vita, che meriterebbe di essere rivisitata in teatro; Morte di un cittadino americano. Jim Morrison a Parigi,  e infine La cupa dell’acqua chiara, forse il suo libro più suggestivo e lievitato da una memoria anche storica spesso intrisa di pietas, e in cui, tra l’altro, compare Kafka, così centrale nell’immaginario dello scrittore. Caronìa esordisce come poeta soltanto nel 2013, con una breve raccolta, Il secondo dono, ma s’intende facilmente che la poesia come “dono” esistenziale, come modalità di approccio al mondo, era stata sempre presente nell’esperienza umana e letteraria di Caronìa: compagna, sinora silente ma  segretamente operante, di tutta una vita. La prefazione di Loretto  Rafanelli a La ferita del possibile, densa e profonda, orienta utilmente il lettore : «è indubbio che si può scrivere d’amore, anzi è forse un dovere, come sempre è stato fatto, seppure si sappia che è il tema più arduo da trattare, tant’è che molti poeti ne stanno alla larga». Caronìa, invece, lo affronta con intrepido slancio, per un’esigenza incontenibile, maturata e lievitata negli anni.

E lo fa «con grande delicatezza, attingendo a un linguaggio poeticamente desueto, che pare derivare da antichi canoni, alla maniera di Guinizzelli o, più indietro, di Catullo», per «l’urgenza di tracciare un itinerario umano e affettivo, che spinge il poeta a derogare da codici  artefatti, se non addirittura a situarsi, con i dovuti ‘scarti’, in una struttura classica del verso che con le sue delicate scale è l’unica capace di rappresentare questa cavalcata poetica, che è intima, ma pure tiene un connotato ampio, che va al di là del gioco personale e autoreferenziale». Una   immediata ricezione del libro ce la offre la bella Rivista Internazionale online “L’Ombra delle Parole”. Vi si produce una suggestiva rete interpretativa: interessante operazione letteraria che fa  vivere il libro di una dimensione maieutica, analoga a  ciò che avviene nell’esperienza del Tao, secondo un maestro taoista: prima del cammino del Tao i monti sono monti, i fiumi sono fiumi; durante il cammino, tutto sembra entrare in crisi; ma alla fine i monti saranno ancora più monti e i fiumi ancora più fiumi. Così mi sembra possa avvenire anche al libro: più se stesso dopo una fruizione ermeneutica pertinente e plurima. Da questa bella esperienza di ricezione, che fa coro intorno alla ricordata prefazione di Rafanelli, segnalo qualche passo significativo, in particolare dal magistrale intervento di Giorgio Linguaglossa, che si può considerare un conciso saggio critico sulla poesia di Caronìa. «Caronìa riprende e riattualizza la tradizione primo novecentesca dei crepuscolari per rimetterla in piedi in pieno post-moderno, nella civiltà non più delle macchine ma in quella internettiana del nostro vuoto pneumatico. Caronìa fa una poesia del vuoto e dell’assenza, scrive un diario della assenza con un metro sillabico melodico di nobile ascendenza».

«Ci vuole una grande dose di coraggio o una grande ingenuità, dirà alcuno, per una tale operazione di trasbordo». Letizia Leone considera questa silloge «una personale lettera sull’umanesimo […] che opera per scarti minimi dai modelli novecenteschi». Salvatore Martino avverte nei versi «un cadenza serrata, una musica d’altri tempi». Secondo Ubaldo De Robertis, Caronìa  «riesce a disseminare, durante il proprio viaggio poetico, diverse perle preziose e rare». Pagine senza dubbio da non dimenticare. Continua a leggere

7 commenti

Archiviato in critica della poesia, critica letteraria, poesia italiana contemporanea, Senza categoria

Sabino Caronia, DIECI POESIE inedite con un Commento di Donatella Costantina Giancaspero: La vita fantasmata di un poeta tradizionalista e libero e un Commento di Giorgio Linguaglossa

Sabino Caronia, critico letterario e scrittore, romano, ha pubblicato le raccolte di saggi novecenteschi: L’usignolo di Orfeo (Sciascia editore, 1990) e Il gelsomino d’Arabia (Bulzoni, 2000); ha curato tra l’altro i volumi Il lume dei due occhi. G.Dessì, biografia e letteratura (Edizioni Periferia, 1987) e Licy e il Gattopardo  (Edizioni Associate, 1995). Ha lavorato presso la cattedra di Letteratura Italiana Contemporanea all’Università di Perugia e ha collaborato con l’Università di Tor Vergata, con cui ha pubblicato tra l’altro Gli specchi di Borges (Universitalia, 2000). Membro dell’Istituto di Studi Romani e del Centro Studi G. G. Belli, autore di numerosi profili di narratori italiani del Novecento per la Letteratura Italiana Contemporanea (Lucarini Editore), collabora ad autorevoli riviste, nonché ad alcuni giornali, tra cui «L’Osservatore Romano» e «Liberal». Suoi racconti e poesie sono apparsi in diverse riviste. Ha pubblicato i romanzi L’ultima estate di Moro (Schena Editore, 2008), Morte di un cittadino americano. Jim Morrison a Parigi (Edilazio EdiLet, 2009), La cupa dell’acqua chiara (Edizioni Periferia, 2009) e la raccolta poetica Il secondo dono (Progetto Cultura, 2013). Del 2016 è La ferita del possibile (Rubbettino).

gif-ragazza-sexy.

Donatella Costantina Giancaspero: la vita “fantasmata” di un poeta tradizionalista e libero, Sabino Caronia

Di sicuro, non possiamo negare il legame, da sempre riconosciuto, tra letteratura e vita, ovvero, tra poesia e vita. Tuttavia, a mio avviso, è necessario precisare che questo accreditato rapporto non potrà mai intendersi nel senso di una corrispondenza diretta tra le due cose, quanto, semmai, in quello, più sfumato, di una sottile, segreta contiguità.

Nell’ultima raccolta di Sabino Caronia, La ferita del possibile (Rubbettino, 2016), è più che evidente proprio questo genere di relazione, non diretta, ma contigua, tra la poesia e la vita; una contiguità che, per il suo carattere – come dicevo –  così celato, tenue, quasi sfuggente, può significare anche lontananza. Ed è un fatto accertato che, in letteratura, gli elementi di questa cosiddetta «contiguità» abbiano formula affine a quelli della «lontananza». Così accade in questi versi, dove la «vita» non è quella vissuta dal poeta, ma piuttosto è, per così dire, vita “fantasmata”, ovvero, la vita da lui fantasticata e agognata; in sostanza, è il “fantasma” a guidare la poesia di Sabino Caronia – nel dettaglio, il fantasma amoroso –, non certo il «dato» del reale, sempre equivoco e insignificante. E l’equivoco, si sa, è sempre una minaccia latente…

Si potrà mai parlare di «vita e arte», dal momento che «arte» è già di per sé «vita»? È proprio necessario cercare una utilità particolare dell’«arte», se non ci preoccupiamo di cercare l’utilità della «vita»? Una cosa è parlare di «interno» del fatto artistico, e altra è parlare di «interno» del «quotidiano». Pensiamo a quanti equivoci hanno condotto certi storici della cultura, scambiando un prodotto artistico con un prodotto di vita! E quanti fatti sono stati ristabiliti come storici, mentre risultavano solo tradizionali fatti letterari!

Ma, quando la vita entra nella letteratura, diventa letteratura essa stessa, e come tale dev’essere valutata.

Nella raccolta di Sabino Caronia si ravvisa, in quantità, la poesia della tradizione del Novecento: da Garcia Lorca a Giorgio Caproni, da Alfonso Gatto a Cardarelli; altrettanto vi è riconoscibile quella della tradizione universale, vale a dire, da Saffo a Leopardi. La Musa del poeta di Terracina, naturalizzato romano, si ciba, dunque, dei frutti più prelibati maturati nella grande tradizione della poesia e in questa dimora, quale suo luogo, nonché logos, naturale d’appartenenza. C’è una certa “naturalità” in questi versi, passati al vaglio di una cultura poetica raffinatissima, restituiti da un filtro, risultato di laboriosa intertestualità letteraria. In definitiva, la poesia di Caronia nasce da altra poesia della tradizione. E le forme metriche impiegate, la quartina, il sonetto e il madrigale, rappresentano anch’esse il suo modo precipuo di porsi in linea di continuità con la tradizione letteraria, un modo sottilissimo e algebrico, come a voler ribadire che quella tradizione non è stata spazzata via dalla invasione del mondo mediatico: anzi, tutt’altro! Non che il Nostro sia contrario all’adozione del verso libero: lo approva, invece, come ha dichiarato in molte occasioni. Nonostante questo, egli predilige il verso tradizionale, con gli accenti tonici e le pause al posto giusto, in modo che tutto risulti in concerto armonico, in vista della funzionalità comunicativa del messaggio estetico.

Che il nostro Caronia sia un tradizionalista, come qualcuno sussurra nelle separate stanze? Che voglia, forse, riportare indietro la lancetta del tempo poetico di cinquanta e più anni? E perché no? Cosa impedisce ad un poeta del calibro di Sabino Caronia di essere e volersi mostrare al mondo in una veste del tutto anacronistica? Un poeta d’altri tempi, dunque, che canta un canzoniere amoroso come rivivendo la liricità del dolce Stil Novo. Ebbene, d’altra parte, la poesia è libertà: libertà, nell’operare con gli accordi acustici e semantici, e, perciò, libertà anche di retrocedere ad una poesia fatta di canto e di cantabilità alla maniera, per esempio, di Saba e dei crepuscolari. Allora, ecco che il poeta romano restituisce centralità alla rima: in funzione di questa e dell’assonanza egli struttura il suo verso.

Occorreva una grande libertà di pensiero per pensare una poesia del genere, che fosse in aperta contro-tendenza, rispetto agli attuali indirizzi di poesie narrative e “narrativeggianti”; ma solo un poeta in possesso di grande perizia metrica e acustica come Sabino Caronia poteva osare tanto. Poeta audace, dunque, e… fortunato! Perché la Fortuna, come si sa, arride proprio a chi audace lo è nel profondo.

gif-maga-maghella

ah, povera Italia!

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Si può partire, credo, da un fatto banale. Il quindicennio + 1 si è concluso in Italia nella peggiore delle confusioni. È caduto il governo Renzi non per voto elettorale ma per voto referendario, si è svolta una gran partita di calcio tra l’Ammucchiata destra e sinistra contro la squadra di Renzi. Ha vinto l’Ammucchiata e le riforme costituzionali sono andate a farsi benedire. E meno male. Così, per almeno 30 anni non se ne parlerà più. Il nuovo governo si limita a galleggiare, come nella lunghissima tradizione democristiana. Trump ha preso il potere negli Stati Uniti  e promette di cancellare le riforme fatte da Obama. Fortunatamente, da noi questo problema non si pone perché in Italia non è mai stata fatta alcuna riforma. La letteratura (i cosiddetti romanzi) è ormai ridotta ad un lungo inseguimento del best seller, le case editrici hanno un pallino fisso in testa: che si può agguantare, prima o poi, un long seller se non un best seller. La poesia, non so. La ventilata chiusura dello Specchio Mondadori (l’unica bella notizia di questo ultimo sedicennio) non è avvenuta, e continua a sfornare libri di poesia inutili e inesistenti. All’orizzonte, per il dopo elezioni, si profila una   alleanza di governo Lega-5Stelle, a scorno della rivoluzione gridata dagli strilloni di Grillo. Il paese Italia ha alle spalle un sedicennio infernale di immobilismo e di opportunismo, gli intellettuali sono diventati dei salariati a rischio di disoccupazione e sotto occupazione, la competitività tra i presunti scrittori è nel frattempo salita alle stelle, ci si sgomita senza alcun riguardo in pubblico e in privato, intanto, il pessimo gusto è salito alle stelle, non ci si parla più, ci si insulta, le pernacchie hanno sostituito le parole, e le parole sono diventate pernacchie.

In questo contesto che cosa deve fare uno scrittore poeta colto e gentile come Sabino Caronia? Che cosa deve scrivere? Ed ecco le poesie “A una stronza” e “A uno stronzo”, è preferibile fare poesie sul campionato di eupalla, è meglio rannicchiarsi sulla propria scrivania e sognare i tempi in cui era ancora possibile amarsi tra un uomo e una donna, guardarsi con desiderio. Al quarantennio dei «poeti di professione» e dei «poeti di fede» (definizioni di Alfonso Berardinelli), a coloro che si sono auto dichiarati poeti , sono subentrate persone che scrivono poesia senza illusioni e senza disillusioni. Sabino è uno di questi, lui fa poesia senza pensare di entrare nel Parnaso dei poeti di rango, fa poesia tradizionale, lirica e intima, alternando ironia a sarcasmo carnascialesco e belliano, sapendo che a questa Roma cinica e sorniona non gliene frega assolutamente nulla della poesia, in primis ai cosiddetti poeti di professione e agli aspiranti poeti di professione. 

gif-andy-warhol-3

.

Poesie inedite di Sabino Caronia

A una stronza

Perché mi chiami in causa
ragazza in menopausa?
Perché fai la scortese
se non hai più il marchese?
Non fare la pupina,
sei sulla cinquantina!
L’amore che ci azzecca
con la vagina secca?
Basta, puzzi di vecchio
e… buonanotte al secchio!

A uno stronzo

Da tempo le conosco le persone
e sulle spalle certo non le porto.
Scusami ma il discorso è corto corto:
chi fa il birbo lo piglio per briccone.

Forse penserò male ed avrò torto
ma non conosco al mondo altre ragioni
e lo ripeterei pure da morto
che l’uomo è figlio delle proprie azioni.

Io ti parlo da povero ignorante
perché credo che al mondo le azionacce
siano sempre l’indizio del birbante.

A cosa serve che sei stato a scuola
se non sai che uno stronzo ci ha due facce
ma un galantuomo ci ha una faccia sola.

.
Er consijio der tifoso

Perché state a parla’ der campionato?
Perché ve rovinate l’esistenza?
Lassate sta’, bisogna avé pazienza,
tanto oramai già c’hanno cojionato.

Gridamo “forza Roma”, “forza lupi”,
e però n’antra vorta stamo attenti.
Devono da finì li tempi cupi,
perciò, mentr’aringrazio i diriggenti

pe lo squadrone e pe l’allenatore
questo je vojio dì, proprio de core:
«Fateve consijià, cari signori,

nun je date alla Juve sto vantaggi0
e quanno che comprate i giocatori
comperateve puro l’arbitraggio!».

.
Guardare dentro

Ti ho guardato negli occhi,dolce amica,
ti ho guardato nel cuore,come dentro
uno specchio di me vivo e profondo.
Morire è questo, sai: guardare dentro.

.
Possesso

Amarti? Questo è molto più che amore!
I vermi, quando un giorno un freddo pasto
faranno alfine del mio corpo morto,
di te ritroveranno un restrogusto.

.
Naufragio

No, questa no, non è poesia, ma solo
un diario di assenze,
e questa non è vita, no, ma solo
un naufragio di amori.

.

Fuga da Firenze

Più non ci sono poeti a Firenze,
anche Pacetti se n’è andato via,
è venuto a tenerci compagnia,
Firenze piange, ma Roma non ride!

.
La fiorentina

Massimo, ti ricordi quella sera
a casa mia che ci siamo incontrati?
Subito è nata un’amicizia vera
e dopo non ci siamo più lasciati.

Io non solo la tua faccia sincera
ma pure i sentimenti delicati
ogni volta, e non certo alla leggera,
porto ad esempio sì che sian lodati.

A te, di tutti poeta sovrano,
rispettoso rivolgo il mio saluto
e, con parole e gesti della mano,

dico sempre e ripeto ogni minuto:
“Andiamo, dai, ti chiedo solo quello,
insieme a Barberino di Mugello!”

.
Lacrime in paradiso

La mia sola speranza è rivedere,
Far Arden, la foresta favolosa
che fu teatro di lontani amori
e sempre a sé dal nulla ci richiama.

Laggiù, di notte, in sogno, t’ho incontrato,
alla pallida luce della luna.
“Dove sei stato?” Ma non hai risposto.
E non ho ripetuto la domanda.

Riposa in pace, amico mio, riposa,
e sia per sempre a te la terra lieve,
che certo non si piange in paradiso,
ma, intanto, adesso, a noi chi ci consola?

donatella-giancaspero

Costantina Donatella Giancaspero

Donatella Costantina Giancaspero vive a Roma, sua città natale. Ha compiuto studi classici e musicali, conseguendo il Diploma di Pianoforte e il Compimento Inferiore di Composizione. Collaboratrice editoriale, organizza e partecipa a eventi poetico-musicali. Suoi testi sono presenti in varie antologie. Nel 1998, esce la sua prima raccolta, Ritagli di carta e cielo, (Edizioni d’arte Il Bulino, Roma), a cui seguiranno altre pubblicazioni con grafiche d’autore, anche per la Collana Cinquantunosettanta di Enrico Pulsoni, per le Edizioni Pulcinoelefante e le Copertine di M.me Webb. Nel 2013. Di recente pubblicazione è la silloge Ma da un presagio d’ali (La Vita Felice, 2015).

7 commenti

Archiviato in critica della poesia, critica letteraria, poesia italiana contemporanea

Sabino Caronia OTTO POESIE INEDITE alla maniera di… con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa e una Citazione di Alessandro Alfieri

foto-donna-macchina-e-scarpaSabino Caronia, critico letterario e scrittore, romano, ha pubblicato le raccolte di saggi novecenteschi L’usignolo di Orfeo (Sciascia editore, 1990) e Il gelsomino d’Arabia (Bulzoni, 2000) ed ha curato tra l’altro i volumi Il lume dei due occhi. G.Dessì, biografia e letteratura (Edizioni Periferia, 1987) e Licy e il Gattopardo  (Edizioni Associate, 1995).

Ha lavorato presso la cattedra di Letteratura Italiana Contemporanea all’Università di Perugia e ha collaborato con l’Università di Tor Vergata, con cui ha pubblicato tra l’altro Gli specchi di Borges (Universitalia, 2000).

Membro dell’Istituto di Studi Romani e del Centro Studi G. G. Belli, autore di numerosi profili di narratori italiani del Novecento per la Letteratura Italiana Contemporanea (Lucarini Editore), collabora ad autorevoli riviste, nonché ad alcuni giornali, tra cui «L’Osservatore Romano» e «Liberal».

Suoi racconti e poesie sono apparsi in diverse riviste. Ha pubblicato i romanzi L’ultima estate di Moro (Schena Editore 2008), Morte di un cittadino americano. Jim Morrison a Parigi (Edilazio 2009), La cupa dell’acqua chiara (Edizioni Periferia 2009), le raccolte poetiche Il secondo dono (Progetto Cultura 2013) e La ferita del possibile (Rubbettino, 2016) .

 giorgio-linguaglossa-11-dic-2016-fiera-del-libro-romaCommento impolitico di Giorgio Linguaglossa

«Nel mondo disincantato il fatto arte è… uno scandalo, riflesso dell’incanto che il mondo non tollera. Ma se l’arte accetta tutto ciò senza lasciarsi scuotere, se si pone ciecamente come incanto, allora, contro la propria pretesa di verità, si abbassa ad atto di illusione e allora veramente si scava la fossa. In mezzo al mondo disincantato anche la più remota parola di arte, spogliata di ogni edificante conforto, suona romantica».1

Nel mondo disincantato anche la proposta di arte più feroce cade nella impostura del razionalismo globale che la vuole ammaestrata e ditirambica, mistica e soporifera, disincantata e perifrastica… È da qui che prende l’abbrivio la poesia carnascialesca e feroce di Sabino Caronia, peraltro cultore e autore di una poesia di idillici stati d’animo e di perifrasi amorose, vedi La ferita del possibile (Rubbettino, 2016). D’altro canto, per Adorno «la disartizzazione è immanente all’arte», «e questa discrepanza non è eliminabile mediante adattamento, la verità sta piuttosto nell’evidenziarla fino in fondo».2 La verità sta quindi nel ritracciare e riesumare i linguaggi già esperiti per evidenziarne, come nel caso in questione, la carica eversiva e scostumata. È quello che fa Sabino Caronia.

Caronia sa che il linguaggio è rappresentativo, instaura l’ordine del senso in luogo di quello dell’essere, inteso come pienezza chiusa, assoluta presenza. Ma allora, che sorta di rappresentazione è mai quella istituita da un significante così inteso?

Semplicemente, risponde Lacan, il significante (non) rappresenta nulla. O meglio, il significante rappresenta quel niente che il soggetto patisce una volta sottomesso alle leggi della parola. Un significante, in sé, non vuole nulla, cioè, non vuol dire nulla. E ancora: non esiste un in sé del significante, perché la significazione agisce nel coordinamento dei significanti tra loro.

L’unica differenza è che Lacan accorda al «soggetto» il posto evanescente del «significato», gli assegna il posto reso vacante oltre la barra, una volta introdotta cioè la scissione all’interno del segno linguistico. Ma se così stanno le cose allora il «soggetto» non è altro che quel nulla che il significante può rappresentare di volta in volta, quel significato che risulta, senza consistervi, dall’operazione differenziale della significazione.

La normalizzazione ha imposto in tutto l’Occidente un’arte, un romanzo e una poesia fattizia e fittizia, in una parola ideologica. Perché Sabino Caronia sa benissimo che c’è una ideologia del bel verso, una ideologia della bellezza, una ideologia per ogni cosa fungibile, e anche che una interiorità che si pretenda pura ha pure il suo loculo al banco dei pegni e il suo luogo nel mercato delle rigatterie; ecco perché Caronia impiega gli stessi stilemi e gli stessi mezzi dell’arte plebea, cafona e cafonesca di un Belli, ne risuscita il linguaggio feroce e imbelle, lo riaggiorna e lo reinventa. Incredibile ma vero, ormai i linguaggi si danno allo stato di frammenti significanti, sono dei corpi essiccati conservati in frigorifero che possono essere rivitalizzati con un buon magistero stilistico e un corredo stereofonico. È quello che fa Caronia.

sabino-caronia-in-bordo

sabino-caronia

E poi c’è ancora qualcuno di noi che ancora non si capacita di questo stato della nostra civiltà, la quale si offre come un gigantesco ipermercato di frammenti, di universalia, e di fetenti e continua a pensare all’arte e alla poesia idealisticamente come ad un discorso immanente che ha un inizio e una fine, un’onda fonetica e altre bazzecole da libro Cuore. Caronia, il rarefatto poeta idillico, sa tutto ciò, lo dà per scontato, ha bisogno di rivolgersi ad un interlocutore concreto: il sottoscritto, il suo mentore, l’Alter Ego, per apostrofarlo in modo beffardo e ribaldesco: «A Giorgio Linguagro’, nun fà er cazzaccio»; il bello è che c’è presente anche il poeta Alfredo de Palchi, citato romanescamente così: «Sor De Palchi»; ed ecco le «settacce bbuggiarone» dei poeti sempre in conflitto e astio reciproco, ci sta il «monnaccio», «er croscione» [la croce che i fedeli portano in processione], l’invito a «Mostra li denti, caccia fora l’ogne». Insomma, c’è un’umanità lutulenta e facinorosa, quella dei poetastri da strapazzo, le poetine da gipsoteca e i poetini da talamo feriale…

Sabino Caronia rivela qui la sua magistrale capacità di metamorfosarsi e mimetizzarsi tra le catene significanti che costituiscono i linguaggi poetici in poeta idillico e in poeta belliano, a secondo delle circostanze. Anche questo rientra  tra le possibilità stilistiche del Post-moderno, questa camaleontica capacità di Sabino Caronia di sublimare e desublimare ad libitum i linguaggi artistici del tempo trascorso ridotti allo stato di frammenti significanti disartizzati e destrutturati.

SUL FRAMMENTO

di Alessandro Alfieri (nel saggio di cui a “Aperture” n. 28, 2012, scrive):

«Il frammento può venire compreso come la cifra caratteristica della modernità; il mondo moderno, infatti, si pone sotto il segno della dispersione, della deflagrazione del senso, della moltiplicazione delle prospettive… differenti modi per riferirsi alla secolarizzazione e alla laicizzazione della vita sociale avvenuta nella cultura occidentale compiutasi nel XIX secolo, e che ha trovato nella filosofia di Friedrich Nietzsche la più piena espressione. La morte di Dio, e la fine della visione platonico cristiana, è difatti la scomparsa del centro, la decadenza della verità assoluta, l’impossibilità di ricondurre la frammentarietà ad un’unità di senso.

Il prospettivismo nietzschiano può venire interpretato come una promozione della frammentarietà di contro alle tesi di ordine metafisico, che rivendicano di venire recepite in una loro presunta verità indiscutibile e dogmatica. Infatti, è a partire proprio dalla filosofia di Nietzsche che, tra la fine dell’Ottocento e l’avvento del Novecento, alcuni autori svilupparono determinate e peculiari “filosofie del frammento” in grado di restituire dignità alle irriducibili singolarità che caratterizzano l’esperienza concreta di ciascuno.

1 T.W. Adorno Teoria estetica Einaudi, 1975 p. 85
2 Ibidem p.82

Er momoriale

A Giorgio Linguagro’, nun fà er cazzaccio,
svejete da dormì, brutto portrone,
Sor De Palchi t’ha ddato lo spadone
p’annà a rifà le bbucce a sto monnaccio.

Duncue, a tte, ffoco ar pezzo, arza quer braccio
Su ttutte ste settacce bbuggiarone:
dì lo scongiuro tuo, fajje er croscione,
serreje er tu Parnaso a catenaccio.

Mostra li denti, caccia fora l’ogne,
sfodera n’anatema eccezionale
da falli inverminì come carogne.

A n’omo come noi de carne e d’osso
te l’arivorti tutto, tale e cquale.
Coraggio, amico mio, taja ch’è rosso!

Na bona nova

Se sa, er sor Coso se la lega ar dito
ma mo, dice, se so pacificati.
Che casino! Ma mo’ tutto è finito,
mille scuse, e se so puro abbracciati.

Tra tante delusioni e fallimenti
sta bona nova proprio me consola.
Me dispiaceva ch’arestasse sola
sta pora fija a soffrì pene e stenti.

Dice, però, che prima de fa pace
l’amico nostro j’ha fatto l’esame
pe’ vede’ se sta donna era verace.

Dice che ne lo scritto è annata male
però va mormoranno quarche infame
che s’è sarvata co la prova orale.

Il Giubileo Vecchio

Rinfodera la spada
angelone mio bello
abbandona il castello
e va per la tua strada.

A compiere l’impresa,
Gloria in excelsis Deo,
c’è Santa Madre Chiesa
col Santo Giubileo.

Che giovani giulivi
sui prati a Tor Vergata,
quanti preservativi
e che bella scopata!

Piacere originale,
stato senza peccato!
Che fine ha fatto il male?
L’hanno sponsorizzato!

I miei amici

Dicono che il paese
dell’anima è l’assenza,
io ne ho fatto esperienza
e ne pago le spese.

Dicono che l’amore
ha un suo linguaggio muto
io stronzo ci ho creduto
e muoio di dolore.

Parlan d’amore fino,
d’amore alla lontana,
poi chiedono un pompino
alla prima puttana.

Se

Se veramente fossi
l’amore che tu ami
vorrei che fosse sempre,
che sempre fosse amore.

Ogni giorno sarebbe
il più bello dei giorni,
se veramente fossi
l’amore che tu ami.

Vorrei che fosse sempre,
che sempre fosse amore,
se veramente fossi,
ma sono quel che sono.

Perdono

A chi mi toglie tutto voglio ancora
regalare qualcosa, ultimo dono
che l’accompagni nel fatale andare
su questa terra e quindi oltre la vita.

Sento che sono vecchio e sono stanco
e che per me la fine è ormai vicina,
così, per debolezza, li perdono,
ma confido che Dio non li perdoni.

L’appuntamento

Tacita stella che di notte vai
sempre obbediente ai calcoli del cuore
dammi un appuntamento dove sai,
dove non c’è miseria né dolore.

Il vento ci porterà via

Nella mia breve notte il vento, ascolta,
corre all’appuntamento con le foglie.
Nella mia breve notte, messaggere
di lutto, in cielo passano le nubi.

A che serve un ricordo? Le tue mani
poni sulle mie mani innamorate
e col dolce calore delle labbra
scalda, ti prego, le mie labbra ancora.

Dietro quella finestra c’è la notte,
c’è la notte che passa e non ritorna.
Una notte e poi nulla, poi più nulla.
Domani il vento ci porterà via.

12 commenti

Archiviato in critica dell'estetica, critica della poesia, critica letteraria, Poesia contemporanea, poesia italiana contemporanea