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Angela Greco, POESIE SCELTE da ANAMÒRFOSI (Ed. Progetto Cultura Roma, febbraio 2017) con uno scritto di Giorgio Linguaglossa e un Commento di Mariella Colonna Filippone

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Angela Greco è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA). Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Lupo Editore, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Edizioni Smasher, 2012; 2017); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015, con ciclo fotografico realizzato con Giorgio Chiantini e nota introduttiva di Nunzio Tria); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017, prefazione di Giorgio Linguaglossa). Presente anche in diverse antologie e su diversi siti e blog è ideatrice e curatrice del collettivo di poesia, arte e dintorni Il sasso nello stagno di AnGre (http://ilsassonellostagno.wordpress.com/). Commenti e note critiche sono reperibili all’indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/

Dalla prefazione di Giorgio Linguaglossa (retro di copertina)

Quello che ora è necessario è una nuova visione di ciò che è il reale e di ciò che la poesia vuole essere. È da qui che ha inizio il lavoro poetico di Angela Greco, il suo progetto di ampliare la «forma-poesia» per creare una poesia nuova, moderna, dialogata e narrativa che sappia argomentare e presentare i suoi Personaggi, le sue Maschere. E sarà su questo punto che si disegnerà un nuovo spazio per la poesia del futuro. La poetessa pugliese riparte dal punto tracciato da Czesław Miłosz in Ars poetica del 1957, posta in epigrafe del libro, alla ricerca di uno spazio espressivo integrale che sia contenitore di una «forma» più ampia e di un «tempo» più ampio (tempus regit actum, dicevano i giuristi romani), una linea di riflessione che attraversa la poesia del secondo Novecento. Una linea di riflessione, che diventa una linea di demarcazione. Angela Greco accetta di misurarsi con una «forma più spaziosa», seguendo e traendo le conseguenze dalla impostazione che ha dato Czesław Miłosz al problema della poesia dell’avvenire. È dentro questa problematica che si situa questo lavoro della poetessa di Massafra. Il tentativo di creare un allestimento scenico per una poesia di Ombre, di Maschere, di Personaggi, che discorrono e discutono mentre il tempo scorre e la forma si solidifica; una poesia, che varca la soglia della lirica per avviarsi verso una nuova struttura sintattica e semantica.

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Angela Greco

Premessa dell’autrice

Anamòrfoi, in greco, è un sostantivo femminile, da ἀναμόρϕωσις «riformazione», derivato di ἀναμορϕόω «formare di nuovo». Tra le differenti accezioni del termine, secondo il dizionario, è così chiamato anche un tipo di rappresentazione pittorica realizzata secondo una deformazione prospettica, che ne consente la giusta visione da un unico punto di vista, risultando invece deformata e incomprensibile se osservata da altre posizioni. Da qui, il titolo che indica una nuova scrittura poetica (rispetto a quella utilizzata in precedenza) comprensibile da una particolare angolazione\prospettiva, dove la “visione” si rende manifesta spostando il punto di vista, piegandosi e mutando la propria posizione rispetto alla poesia a cui siamo abituati.

In pratica, mutuando una definizione ancora dal dizionario, Anamòrfosi “è il racconto di una azione che dev’essere interpretata diversamente dal suo significato apparente”. L’azione o, meglio, le azioni da leggere nei versi, oltrepassando il significato apparente, appunto, sono i passaggi che conducono alla liberazione necessaria all’atto della creazione poetica, abbandonando strada facendo quanto scritto fino a quel momento, per compiere il cambiamento di cui nel titolo. La narrazione, tra dubbi ed interrogativi, esprime l’allontanamento da tutto un consolidato mondo chiuso nella propria tradizione poetica, usurato, feroce e sempre pronto a stroncare ogni nuova voce.

Nelle varie sezioni si susseguono cambi di scena e dialoghi tra: una figura maschile – il maestro, che incarna colui che conosce la materia poetica e la sua situazione fino a quel momento, la razionalità e la concretezza, chiusa nella stanchezza e nella sfiducia -, una figura femminile – che rappresenta il discepolo, l’istinto e la creazione, che si identificherà alla fine col poeta – ed una voce, la poesia.  (A.G.)

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Angela Greco Roma, 2016 giardinetti di S. Paolo

Commento da Mariella Colonna Filippone

Entro in Anamòrfosi di Angela Greco. Si ha l’impressione di varcare la soglia di un mondo nuovissimo, appena emerso da un nulla popolato di presenze: le parole, gelide e a un tempo incandescenti, creano spazi luminosi, ambienti in cui si percepisce, sì, l’invito ad entrare, ma con cautela, per non rompere i cristalli dell’incanto espressivo e della trasparenza linguistica, che è anche e sempre trasparenza dell’essere. Ho detto “parole gelide e incandescenti” e non si tratta di un paradosso, ma di una condizione esistenziale in cui si percepisce la presenza – assenza dell’autrice, dal primo all’ultimo verso dell’opera.

Anamòrfosi è senza dubbio un punto di arrivo. Angela Greco ha compiuto un percorso, un pellegrinaggio sacro insieme al Maestro per raggiungere il Tempio della Poesia. Ma, come per tutti i percorsi avventurosi e i pellegrinaggi, il lavoro per raggiungere la meta è stato impegnativo e difficile, anche se alleggerito dalla mano del Maestro, che non sembra aver mai lasciato quella dell’Allieva. Ci sono quindi molte componenti da analizzare che si intrecciano e si perdono per poi ritrovarsi, come in un labirinto di marmo e di cristallo. In quello spazio trasparente tutto è ontologicamente posseduto dalla purezza della Poesia nuova generata in contemporanea al momento-tempo della sua nascita. Nascita che va dalla prima all’ultima parola di Anamòrfosi, come indica lo stesso titolo sintetico, ma capace di svolgersi nella spirale che dal nucleo “primordiale” si allarga verso lo spazio circostante, come nella struttura della conchiglia che tanto ha suggestionato l’arte barocca con il suo dinamismo espansivo e vibrante.

Il “gelo” è dimensione di tempo nella purezza dello spazio segnato dai movimenti dell’orologio che lo negano e lo affermano come presenza-assenza:

La figura delle 15 e 15 è ferma sulla soglia;
dall’altra parte, diametralmente all’opposto,
la figura delle diciassette e venti la osserva.
(…) Le parole e il mattino oscillano
nello spazio compreso tra due assenze

Nella Nuova Poesia, l’assenza è più importante della presenza, anche perché ad essa funzionale; analogamente, il silenzio è radice della parola che da quello nasce, come Venere dal mare. Un’altra chiave di scrittura e di lettura di quest’opera è il mistero. Così sembra dire la stessa autrice in apertura della sezione Scene e personaggi: 

Abbiamo un Amleto in comune
a cui affidare la trama e svelare una follia.
Al termine della scena si spegnerà la luce.
E si riempirà la stanza senza palcoscenico.

La conclusione precede misteriosamente la vicenda che, a fine pagina, si connota di un preciso tempo storico: il Novecento, terzo personaggio – chiave si lettura insieme al Maestro e all’Allieva. Ma criptica è questa presenza di un Novecento quale doppio oggetto del desiderio diviso in odio e amore: lo si vuole distruggere, ma lo si ama appassionatamente, perché è parte della nostra Storia, è ancora dentro di noi: non saremmo Nuovi, se non ci fosse l’Antico. Dal “gelo” della purezza comincia a nascere qualche scintilla che poi, sempre in silenzio, provocherà un grande fuoco. Siamo nel pieno di un Giallo surreale. È attraente l’idea di scoprire chi o cosa c’è dietro le mura di marmo del labirinto, nello specchio di Amleto o dentro la conchiglia di Venere, assente nel testo poetico, ma più che mai presente nell’atmosfera che si va creando. Ci accorgiamo che sul “mistero” dell’Anamòrfosi comincia a configurarsi qualche indizio:

“(…) ad ogni parola dell’uomo la dama si fa più corporea.
Fuori della cornice lei è nella sua interezza.
Un sonaglio alla caviglia segna il passo minuto e sicuro.”

Pur trattandosi di un discorso intensamente simbolico e surreale, l’Allieva si trasforma in un personaggio reale: affiora la corrispondenza tra la parola di lui e la corporeità di lei. La poesia introduce i due, Allieva e Maestro, in un mondo a parte, dove sentimenti e abitudini quotidiane non hanno più valore: la parola del Maestro esercita il suo potere su tutto, anche sulla corporeità dell’Allieva – da intendersi come metafora del suo essere poetessa e donna. La metafora nomina più eloquentemente l’assenza deducendola dalla presenza. Nei versi che seguono c’è un sonaglio alla caviglia che segna il passo minuto e sicuro di lei, la protagonista femminile. Il sonaglio è un oggetto erotico, ma, al di là di questo primo significato, il suo suono argentino accompagna a doppio filo lo sviluppo dell’incontro. La vicenda narrata è significativa perché riguarda l’Essere, ma la sovra-realtà, fitta di allegoria e simbolo, veste il reale con un linguaggio indiretto.

Esistenza e Poesia si sfidano, per poi entrare in perfetta sinergia, ma le briglie del cavallo impetuoso le stringe la Poesia:“la dama è in luce vestita di soli veli,/ la caviglia nervosa trema d’impazienza alle note che entrano…” e sta per cominciare la danza. La danza della vita o quella della Poesia?  Dell’una e dell’altra, ma ancora credo si debba dare il primato alla Poesia (che poi è vita, ma è anche “assenza” della stessa). E infatti il Maestro dice: “Dopotutto siamo solo un giro di valzer”, dove danza e valzer sembra si riferiscano alla creazione poetica.

C’è un momento che si distacca dalla fredda luce di specchi e di cristalli e introduce all’improvviso il colore, grazie all’evocazione di Van Gogh e di una sua opera,“Campo di grano con corvi”, in cui dominano il giallo e l’azzurro e i corvi neri, presenti anche in altre parti del poemetto. Il pittore è fermo di fonte all’opera, ma le sue mani lavorano febbrilmente. “La creazione è ribellione al caos” è un suo pensiero? Forse, ma non è solo un pensiero. La sequenza successiva ripropone gli stessi colori in un quadro di Hopper. Un corvo passa anche su questo cielo. In crescendo i colori della vita dipingono un’immagine di serenità: “La terra pensa di essere di maggio e accelera la fioritura dei ciliegi”. Ma ecco un nuovo colpo di scena: “Monsieur, oggi Parigi brucia.” L’atmosfera si fa cupa, “myosotis neri piovono da un cielo non diverso e volano bassi identici uccelli”. La conclusione del Maestro è: “Danziamo, non abbiamo altra salvezza”; il tema della danza evoca vita e poesia. Ma la Poesia, in ultimo, salva la coppia Maestro – Allieva, o chiunque altro sia Poeta, mentre Parigi brucia, cioè mentre tutto va in rovina.

La parentesi di Amleto riapre fulmineamente lo scrigno dove si celano i “misteri di AnGre (l’autrice)” e sembra orientarci proprio verso di lei, verso il suo specchio – labirinto personale. Lo specchio: AnGre. Amleto: il labirinto. Non esiste in letteratura personaggio più misterioso di Amleto. C’è senz’altro un legame tra la poetessa e Amleto, tenendo conto anche di un rimando ad un simile trauma all’occhio (alla visione), che la fece soffrire, di cui parla in una poesia in cui si rivolge in tono drammatico a Dio. Il paradosso di questo Amleto e di questa Angela Greco è che la sofferenza all’occhio (organo della visione in senso lato) guarisce quando nell’occhio di Amleto (e di AnGre?) si conficca una scheggia di vetro, frammento dello specchio su cui l’ira di Amleto aveva scagliato un bicchiere frantumandolo. Avrei un’interpretazione della metafora, ma “esigenze di copione” mi trattengono dal parlarne.

L’evento sembra compiersi in un clima poetico intenso e surreale, che ricorda i cieli, le nuvole e le rocce sospese in aria di Magritte, e tutto si raccoglie dentro il “vetro soffiato”: il mare, lui, lei, l’abitazione, la tigre e la Poesia. Il ribaltamento, la rivoluzione espressiva sta per accadere e la presenza della tigre è un indizio significativo. La nudità è l’essenza della vita senza ornamenti o ricami. I due personaggi sono al confronto finale, estremo: la tigre ne è il simbolo. Ed ecco la chiave offerta per comprendere: questa tigre, elemento primordiale istintivo tutto corpo, forza e slancio elegante nel salto per sbranare la preda è un tratto di penna sul foglio candido, cioè la scrittura, il mezzo per realizzare la rivoluzione poetica. Ma, per realizzare tale rivoluzione, è necessaria la lotta, “Un corpo a corpo spietato”.

L’evento è avvenuto, ma ha richiesto tutte le possibili energie dell’Allieva, il dono totale di sé, che ha qualcosa di spietato, perché, oltre a donare, bisogna anche distruggere, se si vuole ricominciare tutto da capo. Ciò che è avvenuto è avvolto nel mistero della Vita e della Poesia ed è inutile spiegare oltre: anche Anamòrfosi è un mistero bello della natura spiegato fino a dove pensiero umano può arrivare: a noi, ai lettori e ai critici resta il segno della zampata, che non potrà mai scomparire del tutto, perché le unghie della tigre scavano in profondità. Si tratta indubbiamente di un evento d’amore, come lasciano capire alcuni versi e immagini: “Il letto al centro della stanza è isola in mezzo all’oceano”, ma di un amore particolarissimo, che va al di là di ogni possibile definizione. Credo di poter dire almeno questo con certezza: è il legame che unisce due o più persone che cercano con ogni particella dell’essere la verità. Non una qualunque verità, ma quella oscura e luminosa ad un tempo, che connota la Poesia, che è creazione, ma è anche tenerezza, carezza da essere ad essere e, soprattutto, la gloria della parola (e del silenzio che la sostiene e accompagna,) scavata dentro l’anima e il corpo, capace di restituire all’uomo la bellezza di esistere e la gioia anche in mezzo alle macerie e ai mostruosi fantasmi della vita presente.  “Vivi della parola non detta” dice il Maestro e io aggiungo: “Che ancora puoi dire con il gesto della creazione, che fa di te un Poeta, un cantore della Vita.”  E ancora il Maestro:

Ogni volta che fermiamo un attimo sul bianco
siamo intere costellazioni in movimento
perseguitate dall’assenza

È su quell’assenza che cercheremo ancora e sempre la parola che nasce dal vissuto e non vissuto “nostro pane quotidiano” e che ci libera dal peso dell’esistere ricordandoci della rosa che fiorisce improvvisamente sulla strada di pietre che percorriamo a fatica: quest’anno, sulla mia strada, invece della rosa è fiorita l’Anamòrfosi di Angela Greco.

Poesie tratte da Anamòrfosi

§

Dunque Il poeta è un fingitore.
Da dove può venirgli l’autenticità?
Ride qualcuno dello sventurato.

«Tutto può essere tema dell’autenticità» – dici –
voglio credere che oltre questo tempo
dell’inganno e dell’apparenza tu abbia ragione.

Non è tangibile ciò a cui mi riferisco,
ma è la nudità della parola, quando spoglia
tenta la salita e tu la chiami Poesia.

(pag.17)

§

Westminster ogni quarto d’ora ricorda che qualcosa passa
con la sua suoneria puntuale oscilla dentro-fuori dagli occhi.
La luna piena d’ottone riflette l’angolo opposto della camera
dentro qualcuno è seduto ad una sedia dietro un tavolo.
I due fori sul quadrante si ricaricano in direzioni opposte:
tic-tac senza tregua da trent’anni tra mura tradiscono silenzio.

Ho studiato per diventare pioggia
ma la voce del tuono mi ha svegliato¹

Il pomeriggio è fatto per le preghiere e le cattive notizie.
La figura delle quindici e quindici è ferma sulla soglia;
dall’altra parte, diametralmente all’opposto,
la figura delle ore diciassette e venti la osserva.
Il silenzio pendola e nel mezzo la terza figura all’ora zero
ascolta l’aggiungersi dei rintocchi: uno, l’ora
due, la mezza e tre, un quarto alle sei. Devo svegliarmi.
Le parole ed il mattino oscillano
nello spazio compreso tra due assenze.

¹Giorgio Linguaglossa, Paradiso

(pag.19)

§

Abbiamo un Amleto in comune
a cui affidare una trama e svelare una follia.
Al termine della scena si spegnerà la luce
e si riempirà la stanza senza palcoscenico.

Entra per la stessa porta e chiudi subito.
Togli pure la maschera. Non servirà.

Racconta la vicissitudine della notte che hai ascoltato
di là da dietro il giorno, oltre la tenda, l’inganno:
hai visto quei volti bianchi di menzogna e hai riso
di inatteso stupore.

(sulla torre si fa sacra la notte al canto della civetta
e gli occhi conoscono bene il corridoio da percorrere)

Questa rappresentazione ha sortito applausi scroscianti
e preciso il tuo indice ha indicato il punto e il motivo
dove guardare, su cui scrivere, da cui fuggire.

Quel dire, però, non ha capacitato la platea
che riottosa ha lasciato il teatro nella nebbia.

(sulla torre si fa sacra la notte e la civetta è una lira
e la mano conosce bene il luogo da raggiungere)

Entra, l’attesa è conclusa. Il Novecento sta finendo
e con esso abbiamo finalmente una deriva
da accusare.

(pag.23)

§

«Monsieur oggi Parigi brucia.

Che senso ha quello che diciamo, oggi?»
L’uomo non risponde. La fissa solamente negli occhi.
Aspettava quella domanda.

Silenzio.

(la piazza adesso è un florilegio buio come la notte appena trascorsa.
Myosotis neri piovono da un cielo non diverso e volano bassi identici uccelli.
Vorrei parlare con mio fratello della terra che ha generato nostra madre,
ma questo non è più il tempo delle finestre con le tendine fiorite.)

Il lutto stringe gola e sonaglio alla caviglia
e nonostante la ferita l’uomo tende la mano alla dama:
«Danziamo. Non abbiamo altra salvezza».

(pag.33)

§

Fotografia nella cornice color ruggine:
vestiti, sorrisi e volti dietro grandi lenti da sole
ad oscurare pensiero e azione.
Fermi in posa nella grande stanza dalle tende stirate
e il pavimento lucido.
Una domanda: quanto può durare l’attimo?

Una voce si ferma lungo il tragitto dal letto alla finestra.
Lui e lei hanno interrotto la danza per ascoltarla.
La camera è una cassa armonica
e loro sono strumenti d’orchestra.

Pensi che Orfeo abbia contato i gradini?
La discesa agli inferi è un evento personale:
è pari ai giorni di cui abbiamo consapevolezza”.

(pag.40)

§

Gli inferi sono una questione strettamente personale
pochissimi sono gli accompagnatori.
Non si può ripetere il viaggio di qualcun altro.

Il tavolo di legno rettangolare sostiene
inferni bianchissimi
come ossa piante da tempo.
La sedia completa l’altare
per mani che appassionate celebrano.

La discesa nel regno degli inferi è un corpo a corpo
(in assise davanti al legno rettangolare il poeta sembra pregare)

Orfeo segna il cammino con le note che via via si assottigliano
e la mano sfiora senza esitare le nove corde della lira.

(pag.48)

§

Stamattina ho trovato la contraddizione che ti racconta.
Non ci sei, non ci sono le tue mani e non c’è il tuo volto
eppure sei qui tra questi righi che riempiono lo spazio.
Nell’atto stesso del pensare alle tue mani che altrove
si muovono, sei tu nel momento del riunirsi dei grafemi
e prendi corpo. Allora esisti anche dopo il punto e il buio.

Centottantasette giorni di discesa per ritrovare la strada:
il dito segna pagina ventinove e fiori destano il mio giardino
oltre la resina opaca di polvere la casa è ancora la stessa.
Mi guardi anche dopo le ultime pagine – che aspettano
fremendo di Jonio travolto dello scirocco – e ti chiamo.
Tu rispondi che la poesia è sempre un atto di anacronismo.
Sono certa che questo non è il nostro primo incontro.

(pag.70)

§

La mano è ferma sulla maniglia della porta
non vuole inclinare quel momento.
L’aria attraversa l’incavo della chiave
oltre l’impedimento visivo.
Una voce alle spalle rompe il silenzio:
«Di tutti i miei sensi sei il più acuto, oggi».

Un passo e un gesto basterebbero
a mandare in frantumi l’attimo.
Di quanto accade oltre la soglia
a loro non interessa. Sono al di qua,
dentro qualcosa di oscuro
che ancora sfugge.

(pag.71)

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Mariella Colonna

Mariella Colonna.  Sperimentate le forme plastiche e del colore (pittura, creta, disegno), come scrittrice ha esordito con la raccolta  di poesie Un sasso nell’acqua. Nel 1989 ha vinto il “Premio Italia RAI” con la commedia radiofonica Un contrabbasso in cerca d’amore, musica di Franco Petracchi (con Lucia Poli e Gastone Moschin). Radiodrammi trasmessi da RAI 1: La farfalla azzurra, Quindici parole per un coltello e Il tempo di una stella. Per il IV centenario Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina è stata coautrice del testo teatrale La follia di Giovanni (Premio Nazionale “Teatro Sacro a confronto” a Lucca), realizzato e trasmesso da RAI 3 nel 1986 come inchiesta televisiva (regia di Alfredo di Laura). Coautrice del testo e video Costellazioni, gioco dei racconti infiniti in parole e immagini (Ed.Armando/Ist.Luce) presentato, tra gli altri, da Mauro Laeng e Giampiero Gamaleri a Bologna nella Tavola Rotonda “Un nuova editoria per la civiltà del video” ha pubblicato, nella collana “Città immateriale ”Ed.Marcon, Fuga dal Paradiso. Immagine e comunicazione nella Città del futuro (corredato dalle sequenze dell’omonimo film di E.Pasculli), presentato nel 1991 a Bologna da Cesare Stevan e Sebastiano Maffettone nella tavola rotonda sul tema “Verso la città immateriale: nell’era telematica nuovi scenari per la comunicazione”. Nel 2008 ha pubblicato Guerrigliera del sole nella collana “I libri di Emil”, ediz. Odoya. Nell’ottobre 2010 ha pubblicato, con la casa editrice Albatros “Dove Dio ci nasconde”.  Nel febbraio 2011 ha pubblicato, presso la casa editrice. Guida di Napoli “Due cuori per una Regina” / una storia nella Storia, scritto insieme al marito Mario Colonna. Un suo racconto intitolato “Giallo colore dell’anima” è stato pubblicato di recente dall’editore  Giulio Perrone nell’Antologia “Ero una crepa nel muro”; nel 2013 ha pubblicato “L’innocenza del mare”, Europa edizioni; nel 2014 “Paradiso vuol dire giardino”, ed Simple; nel 2016 coautrice con il marito Mario di “Mary Mary, La vita in una favola.”

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Laboratorio Pubblico di poesia del 1 febbraio 2017 presso la Libreria L’Altracittà, Roma, via Pavia, 106 – Riassunto degli interventi di Steven Grieco Rathgeb, Letizia Leone, Giorgio Linguaglossa, Donatella Costantina Giancaspero, Gino Rago e Salvatore Martino

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Intervento di Steven Grieco Rathgeb

Il poeta ha avuto un’idea per una poesia. Ha annotato delle immagini, ha formulato dei concetti. Insieme questi, chiamiamoli “segmenti”, allo stato iniziale racchiudono il grumo poetico primordiale, la ‘ispirazione’, che il poeta intende elaborare e far diventare una poesia, un’opera.

Secondo Andreij Tarkovskij, nel cinema l’inquadratura è un “segmento colmo di tempo”. E dice anche: “la consistenza del tempo che scorre nella inquadratura, si può chiamare pressione del tempo nell’inquadratura.”

Quando rifletto su queste parole, immagino di tenere in mano un recipiente pieno d’acqua. Bisogna fare attenzione che l’acqua non trabocchi. Ecco, pensiamo ad un’immagine nello stesso modo: come se  questa fosse una cosa reale, vivente. E diciamo che sull’acqua, dentro l’acqua, stanno succedendo cose: c’è movimento: qualcuno sta camminando, le fronde di un albero si muovono nel vento.  “Nel puro cerchio un’immagine ride.” (Perdonate la citazione montaliana).

Segmento di tempo, dunque: come nel cinema, così nella poesia. Le immagini di noi poeti sono virtuali, cerebrali, proprio per questo probabilmente le più universali e potenti! (E le più deboli.) E da lì, da quel punto di avvio dell’immagine, così semplice e originario, già inizia anche il senso che l’immagine può avere. E’ inutile “dare” il significato: L’immagine è già in sé significante. Infatti, l’uomo non può non dare un senso alle cose. L’opera poi diventa opera, la poesia diventa poesia, in quanto il poeta-artista segue un criterio di scelta dei segmenti-immagine e segmenti-concetto. Ciascuno con una propria vibrazione interna.

Per continuare la citazione di Tarkovskij: se l’inquadratura è ‘segmento colmo di tempo”,  “Ne consegue che il montaggio  è un metodo di collegamento dei pezzi tenendo conto della pressione di tempo all’interno di essi.”  In poesia, questa pressione vorrei forse chiamarla “densità d’immagine”.

E proprio per questo che il montaggio diventa operazione fondamentale. Per montaggio non intendo la costruzione di un sistema concettuale fatto a tavolino. Essa è l’opera di un esecutore quasi cieco, che svolge questo lavoro seguendo un solo criterio: la visione della poesia che lo ispirò all’inizio.

Montare, smontare, rimontare. Operazione imprescindibile – soprattutto per il poeta contemporaneo, che ha scordato l’antica tradizione orale, e deve “scrivere” la sua poesia. Be’, si dirà, questa operazione la fanno tutti i poeti, da sempre: che c’è di strano? Ma un conto è privilegiare il raggiungimento del  prodotto finito, un altro usare questa operazione di composizione-scomposizione-ricomposizione per far emergere la pregnanza di quel tempo interno cui allude il nostro regista. Quella densità poetica. Che poi è la viva, reale rappresentazione della visione iniziale del poeta. Che differenza c’è fra questi due modi di procedere?

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Dice Tarkovskij: “E dunque come avvertiamo il tempo nell’inquadratura? Questa sensazione particolare sorge laddove, al di là di quello che accade, viene avvertito qualcosa di particolarmente grande e importante, equivalente alla presenza della ‘verità’ nel film. Quando ti rendi conto in modo perfettamente chiaro, che quello che vedi nell’inquadratura non si esaurisce nella successione visuale, ma allude appena a qualcosa che si propaga oltre l’inquadratura, A QUALCOSA CHE CI PERMETTE DI FUORIUSCIRE DAL FILM PER ENTRARE NELLA VITA.”

Io questa la chiamo la visione del poeta. Che sia cineasta, pittore, musicista, è sempre poeta. In questo momento sono tutti poeti: nella loro mente trema la visione, s’increspa l’acqua nel recipiente, emerge il senso potente della verità artistica – solo artistica, nient’altro.

Facendo qualcosa di simile a tutto ciò anche in poesia, determiniamo un vero e proprio spostamento del baricentro interno della poesia. Uno spostamento, se posso dire, ontologico. Non è più questione, del connubio “senso-eufonia” come fine ultimo del poetare, ma cercare le radici del poetare, il punto incredibile che per un attimo collega interiorità interiorità ed esterno, microcosmo e macrocosmo, generando una rappresentazione del mondo.

Dunque, invito il poeta anche a vedere la materia grezza della sua poesia, e il suo stesso senso di autorialità, come una unica seppure molto complessa creatura vivente ( tra l’altro non interamente sua). La poesia in fase compositiva, e la poesia finita, non sono più, come dice un altro regista, Mani Kaul, uno “spazio sacro”, mentre tutto il resto è “spazio profano”. Ora la poesia è minuscolo spazio dicibile, il mondo intorno spazio indicibile. Ma anche: come organismo vivente, essa è un tutto insieme, dicibile e indicibile. LA POESIA È FUORIUSCITA NELLA VITA.

Questo processo segna la fine della lunga strada della decostruzione della poesia del XX secolo. E’ l’apertura dell’opera artistica al mondo. Si arriva, come la musica contemporanea 60 anni fa con Stockhausen, a dire che c’è una assoluta equivalenza tra suono e rumore.

E aggiungo un’altra cosa: la poesia che vuole darsi una valenza sociale, politica, religiosa, filosofica non convince più. La poesia trasmette una sua propria verità artistica, non un’altra. E lì la cosa deve rimanere. Il lettore, in seguito, darà il significato che vuole lui. Può sembrare gratuito, perché poi questi significati, queste suggestioni comunque affiorano nella poesia.

E’ vero. La poesia stessa si aprirà ad un ventaglio infinito di interpretazioni. Indubbiamente. Ma intanto il poeta deve pensare soltanto a rappresentare quella verità artistica, quella specifica persuasione.  In questo modo la poesia, e la disciplina necessaria per rappresentarla, trovando se stesse, si innalzano sopra tutto il resto, sopra tutto quello che nella fase compositiva “sporca” la visione del poeta: e ridonano pienamente la dignità all’opera, quella dignità che i poeti stessi hanno negato alla poesia in questi ultimi 50 anni.

In questo modo si spezza anche il laccio che lega il lettore ad una lettura obbligata della poesia. Il poeta ha trovato la sua piena libertà artistica, così la poesia rende al lettore la sua libertà, che poi non è nient’altro che il semplicissimo ma sfuggente senso dell’opera artistica compiuta. La poesia compiuta.

Completo con una mia poesia del 1976:

Senza Titolo

sorge il sole degli addormentati
inonda di rosso i visi

dalla botola di luce dilaga
un cielo basso incendiandosi

i visi sono serrati in solitudine
le fronti riflettono fiammate di luce
dietro, navigano in sogni illimitati

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Laboratorio, backstage

Letizia Leone

Lettura e interpretazione di una poesia di Gottfried Benn, REQUIEM, dal ciclo “Morgue”, 1912. Una bibliografia.

Requiem

Auf jedem Tisch zwei. Männer und Weiber
kreuzweis. Nah, nackt, und dennoch ohne Qual.
Den Schädel auf. Die Brust entzwei. Die Leiber
gebären nun ihr allerletztes Mal.

Jeder drei Näpfe voll: von Hirn bis Hoden.
Und Gottes Tempel und des Teufels Stall
nun Brust an Brust auf eines Kübels Boden
begrinsen Golgatha und Sündenfall.

Der Rest in Särge. Lauter Neugeburten:
Mannsbeine, Kinderbrust und Haar vom Weib.
Ich sah, von zweien, die dereinst sich hurten,
lag es da, wie aus einem Mutterleib.

*

Due su ogni tavolo. Di traverso tra loro uomini
e donne. Vicini, nudi, eppur senza strazio.
Il cranio aperto. Il petto squarciato. Ora
figliano i corpi un’ultima volta.

Tre catini ricolmi ciascuno: dal cervello ai testicoli.
E il tempio d’Iddio e la stalla del demonio
Ora petto a petto in fondo a un secchio
Ghignano a Golgota e peccato originale.

Il resto giù nelle bare. Tutte nuove nascite:
gambe di uomini, petto di fanciulli e capelli di donna.
Vidi, di due che fornicavano un tempo,
là se ne stava l’avanzo, come sortito da un utero. Continua a leggere

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POESIE E PROSE PER LA SHOAH di Flavio Almerighi, Mario M. Gabriele, Donatella Costantina Giancaspero, Stefanie Golisch, Angela Greco, Antonio Sagredo. A cura di Flavio Almerighi (Parte prima)

shoah-selfie

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 Poesie e prose per la Memoria, a cura di Flavio Almerighi

Traggo spunto da un articolo di Federico Pontiggia apparso sul Fatto Quotidiano del 25 gennaio 2017 “La banalità del selfie: il turismo della Shoah tra sorrisi e sandwich” “Dopo Auschwitz, nessuna poesia, nessuna forma d’arte, nessuna affermazione creatrice è più possibile”. Lo sostenne il filosofo tedesco Theodor W. Adorno, e palesemente si sbagliava: l’arte è ancora possibile, e pure l’arte sulla Shoah. Non c’è però da rallegrarsene, perché le cose stanno peggio di quanto preconizzato da Adorno: il problema non è la “affermazione creatrice”, bensì la ricezione esperienziale; il problema non è l’arte, ma la vita. Oggi è ancora possibile fare Memoria? Il punto è questo: la mediazione artistica ha spazi di manovra che l’esperienza fisica si vede precludere” Insomma la domanda è una sola, e mi sorge spontanea dopo la mia drammatica visita al campo di Dachau dello scorso 16 agosto. Mentre camminavo silenzioso tra tanto dolore, che per altro è ancora ben avviluppato nelle strutture superstiti, costantemente disturbato da schiamazzi di gitanti della domenica, molti italiani, con un nodo nello stomaco che non ho saputo sciogliere nemmeno al Carmelo di Dachau. Ho provato invidia per Gabriella che fotografava le vestigia del dolore e piangeva in silenzio. Ora mi chiedo, possiamo noi redattori dell’Ombra delle Parole, attraverso la nostra creatività e le nostre risposte personali, rendere più vero, meno formale, più giusto il 27 gennaio 2017?

Come Ebrei sopravvissuti e discendenti di sopravvissuti al genocidio nazista, condanniamo inequivocabilmente il massacro di Palestinesi a Gaza e l’occupazione e la colonizzazione in atto della Palestina storica. Condanniamo inoltre gli Stati Uniti che sostengono Israele finanziandone gli attacchi, e più in generale gli stati occidentali che utilizzano i loro apparati diplomatici per proteggere Israele dalla condanna. Il genocidio inizia con il silenzio del mondo.

Siamo allarmati per l’estrema, razzista disumanizzazione dei Palestinesi nella società israeliana, che ha raggiunto livelli di massima intensità. In Israele, politici e opinionisti del Times of Israel e del Jerusalem Post hanno apertamente incitato al genocidio dei Palestinesi e la destra radicale israeliana sta adottando emblemi neonazisti.

Siamo inoltre disgustati e indignati per l’abuso della nostra storia ad opera di Elie Wiesel in pagine che promuovono palesemente delle falsità per giustificare l’ingiustificabile: il gigantesco impegno di Israele per distruggere Gaza e l’uccisione di circa duemila Palestinesi, tra cui centinaia di bambini. Niente può giustificare il bombardamento di rifugi ONU, di case, di ospedali e università. Niente può giustificare privare di elettricità e acqua le persone.

Dobbiamo far sentire forte la nostra voce collettiva e usare quanto è in nostro potere per porre fine a ogni forma di razzismo, compreso l’attuale genocidio del popolo palestinese. Chiediamo la fine immediata dell’assedio e dell’embargo contro Gaza. Chiediamo il boicottaggio totale, economico, culturale ed accademico, di Israele. “Mai più” deve significare “MAI PIU’ PER TUTTI”. (New York Times, 23 agosto, 2014)

Flavio Almerighi

Flavio Almerighi

Nella baracca X

Non è bastato inghiottire pianto
e silenzi nel carmelo di Dachau,
sembrare bambino per essere uomo

gente senza mandibola batte ancora i denti,
la morte è ingiusta per chi non ha vissuto.
Manca verità nelle leggi, tutte l’omettono.
E voi rami secchi, invisi alle vostre donne,
siete gli unici a non averlo creduto,
i vostri nati hanno torto il viso da voi
mentre lasciavate fare,
ordinando preventivi per nuove case sfatte.
Pensavate di tacciare il male con epigrafi
in tutte le lingue, ma i demoni resistono
Doveva essere Mai più in tutto il mondo,
invece nella baracca X l’uomo batte i denti,
paga pegno a una civiltà in ostaggio.

Mario Gabriele volto 1

Mario M. Gabriele

da Ritratto di signora, Nuova Letteratura, 2014

Il tuo sorriso non risuona nelle stanze,
e il fiore di Tarquinia è un segnalibro nel Codice da Vinci,
più non c’è riparo al volo di pipistrelli,
un giglio dura ancora nel giardino:
errante amore chi ti salverà dalle piogge del mattino?
pure ci abbandonano i velari del passato,
ricordiamoci di Spandau, le fisarmoniche nei cortili,
come serenate al chiar di luna,
nessuno fu mai sé stesso, né visse più d’una farfalla,
fazzoletti di carta ai porti e ai treni, e Schindler’s list,
quel Muro, Dimitrov, troppo lungo di vedette e fil di ferro
ha lacerato il corpo e l’anima, il nostro Novecento;
i villaggi del Mekong, come lumi a mezzanotte,
il male nel codice genetico,
chi l’ha spenta la lampada votiva?
Dal fondo del viale, ecco Witold con le chiavi.

 

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Costantina Donatella Giancaspero

Donatella Costantina Giancaspero

Lo volevamo polvere

Ancora, il cielo, ferito, si schianta
contro la Terra:
lo precipita un Tempo vile,
che imbraccia il terrore
ed è grido di occhi deserti

– come allora…

Lo volevamo polvere, quel Tempo,
remoto – murato nell’orrore stesso di sé,
dei propri massacri, delle deportazioni…

Tempo che uccide ucciso – vivo, sempre,
alla Memoria, perché in essa il cielo
e tutto il sangue della Terra

fosse vendicato – .

 

stefanie-golisch

stefanie-golisch

Stefanie Golisch

da:: Luoghi incerti, Isernia, 2010

Nella mia infanzia non ci sono ebrei.
Nessuno li nomina, nessuno parla della loro sorte, nessuno sembra sentire una mancanza, nessuno tenta di tenere viva la loro memoria.
Non ci sono ed è come se non siano mai vissuti né nella mia città né altrove.
Eppure hanno lasciato, anche a Lemgo, tracce che testimoniano la loro presenza secolare: la piazzetta dove sorgeva la sinagoga, distrutta nella notte dei pogrom tra il 9 e il 10 novembre 1938, il vecchio cimitero ebraico abbandonato, una villa d’insolita eleganza.
Piccoli punti interrogativi nel cuore di una cittadina tedesca qualsiasi che non ha alcuna intenzione di interrogarsi sul proprio passato.
Ancora negli anni settanta del secolo scorso, lo sterminio degli ebrei era un tabù assoluto.
Sia in famiglia sia a scuola si evitava attentamente l’argomento. Per un giovane di allora, che non aveva accesso alle grandi biblioteche universitarie o ad altre fonti d’informazione, era pressoché impossibile scoprire qualcosa di preciso.
La faccenda degli ebrei – non si sapeva mai con quali parole descrivere l’accaduto – era come una nuvola minacciosa che oscurava l’orizzonte della conoscenza. L’ombra di un terribile segreto che stranamente era legato a una cifra ben precisa: sei milioni.
Di nuovo una cifra, inimmaginabilmente grande, che divora ogni singolo volto per seppellirlo nella tomba di una pura astrazione. E’ l’inquietante contemporaneità della vaghezza dell’informazione da una parte, la pregnanza della cifra dall’altra a rendere questa faccenda ancora più inquietante e indecifrabile.

Hanno ammazzato sei milioni di ebrei.
Nella mia infanzia e adolescenza questa frase risuona come certe testimonianze di culture remote il cui significato si è perso nel buio dei tempi: è incomprensibile.
Hanno ammazzato sei milioni di ebrei.
Che cosa significa questa frase?
Vorrei che qualcuno me la spiegasse, ma gli adulti di allora, una generazione nata e vissuta durante il periodo del nazionalsocialismo, preferiscono non rispondere e, nel loro cupo silenzio, quella frase è come un pugno nello stomaco, un grosso sasso nella pancia del lupo, una minaccia.
C’è un muro tra le generazioni, fatto di diffidenza e di sospetto, una guerra non dichiarata tra i figli che vogliono sapere e i padri che tacciono insistentemente.
Cosa si nasconde dietro questo silenzio?
Quale colpa?

Credo che sia la vergogna collettiva rimossa, il motivo dello stordente silenzio che avvolge la Germania della mia infanzia. Ci si rifiuta di confrontarsi con il passato per non essere chiamati in causa personalmente, per non perdere la faccia, il rispetto dei propri figli, per non essere accusati, condannati, giustiziati.
Per evitare la domanda più palese: E tu, cosa hai fatto? E cosa sapevi?

Gli adulti della mia infanzia che non sono disposti ad assumersi le proprie responsabilità non sono dei veri adulti ma esseri bugiardi e inaffidabili che non meritano alcun rispetto.

Nella mia infanzia non ci sono ebrei.
Non solo sono stati assassinati, ma anche eliminati dalla memoria individuale e collettiva. Ciò che popola le città tedesche del dopoguerra sono soltanto ombre: quelle delle vittime e quelle dei loro boia, uniti in un intreccio fatale, indissolubile.

Sono figlia, siamo figli, di questa opacità.

Veramente non era la nostra meta.
Non abbiamo fatto questo viaggio in Polonia per visitare Auschwitz, ma siccome si trova soltanto a pochi chilometri da Cracovia, decidiamo di andarci.
Sono combattuta.
Vorrei e non vorrei andarci.
Ho paura e, anche se non lo ammetterei mai davanti a me stessa, provo vergogna e al contempo lo sento quasi come un imperativo categorico.
Non posso non andarci.
Non ho scelta.
Sono i tardi anni ottanta.
A Berlino il muro non è ancora caduto, la divisione del mondo in due rigidi blocchi ideologici non è ancora superata e il turismo dell’olocausto non ha ancora raggiunto i livelli odierni.
A differenza di oggi, non è per nulla facile arrivarci. Da Cracovia si prende il treno per Oświęcim e da lì un pullman che porta fin nei pressi del campo di concentramento.
Sorprendentemente, alla fermata dell’autobus non c’è alcuna insegna. Tra le persone scese insieme a noi, però, c’è un americano che sa un po’ di polacco ed è disponibile a chiedere informazioni. (Come si può porre questa domanda: mi scusi, come faccio ad arrivare ad Auschwitz?)
Strada facendo ci racconta che insegna storia in una high school vicino a New York e che è molto interessato a tutto ciò che riguarda la seconda guerra mondiale. Arrivati finalmente all’ingresso del campo, ci propone di prendere una guida insieme a lui e, contrariamente alle mie abitudini, sono immediatamente d’accordo.
Sì, una guida che ci spiegherà tutto – così dice l’americano – uno scudo cioè, tra me e le immagini che mi aspettano, tra il mio presente e il loro passato, tra me e la mia angoscia nell’affrontare questo luogo, simbolo dell’orrore per eccellenza, per conto mio, da sola.
La nostra guida, un insegnante polacco in pensione, affronta il suo lavoro con la massima professionalità. In un ottimo inglese ci spiega tutto ciò che dobbiamo sapere. Con lui, che qui ad Auschwitz è quasi di casa, non si perde tempo. Ci porta direttamente agli highlight del campo: le enormi vetrine, piene di cappelli e di valigie e, naturalmente, alle camere a gas e ai forni crematori.
Davvero cerca di spiegarci tutto ciò che bisogna sapere, tutto ciò che si può sapere e quindi… nulla.
Non ci spiega nulla quest’uomo, certamente benintenzionato, perché non c’è nulla da spiegare.
La sua funzione è un’altra.
E’ qui per allontanare l’accaduto il più possibile, per proteggermi da me stessa, dal pericolo di una reazione incontrollabile, dalle ombre del passato e, in generale, da tutto ciò che non è spiegabile in termini funzionali.
Inizialmente lo seguo, perché mi fa sentire al sicuro, ma quando arriviamo a un interminabile corridoio, pieno di ritratti fotografici su tutte le pareti, istintivamente mi distacco dal nostro piccolo gruppo.
Ecco, i volti mancanti.
Ecco, il mio spavento davanti ai loro volti e il loro spavento davanti a me.
La loro e la mia solitudine, l’impossibilità di costruire un ponte e l’assenza definitiva di ogni spiegazione.

Intanto la guida continua il suo giro di routine, ricorrendo a cifre e date precise, oggettive, non contestabili, impressionanti per il suo collega americano che davvero fatica a credere che tutti questi orrori siano realmente accaduti.
Lo sento ancora esclamare ad alta voce il suo incredulo really?
Come si faceva in inverno, quando le temperature scendevano a venti gradi sotto zero, a lavorare con i piedi nudi dentro un paio di zoccoli?
E’ proprio questo dettaglio ad apparirgli la cosa più terribile.
Infatti, chiede diverse volte: Did they really wear wooden shoes? Really?
Questo dettaglio.
Forse perché quell’insopportabile freddo ai piedi è ancora immaginabile.
Il resto no.

Il resto non è né immaginabile, né spiegabile.
Ad Auschwitz il mondo finisce e perciò non esiste alcun comportamento adeguato. Davanti a ciò che questo luogo rappresenta nella storia dell’umanità qualunque atteggiamento il visitatore assuma, non può che essere improprio.

Soltanto il silenzio interiore – più silenzio possibile – non comunicabile, non condivisibile con nessuno.
Auschwitz ci condanna alla solitudine davanti a una domanda senza risposta.

Abbiamo fatto la nostra parte fino alla fine della lunga visita, la guida e noi, i visitatori sconvolti, disgustati, commossi fino alle lacrime. I nostri ruoli prestabiliti – solidi come una corazza – ci hanno protetti, sia davanti a noi stessi, sia davanti agli altri.
Non abbiamo perso il nostro equilibrio.
Non siamo andati oltre ma abbiamo preferito rimanere nel recinto. Molto educatamente abbiamo ascoltato le inesauribili spiegazioni della nostra ottima guida che ora possiamo tranquillamente dimenticare.
Siamo stati ad Auschwitz e anche se non saremo in grado di esprimere ciò che abbiamo provato e ciò che abbiamo imparato, possiamo pur sempre dire che abbiamo fatto il nostro dovere.
L’impossibilità di toccare le ombre dei morti con le nostre dita, di fermare il loro vagare attraverso i nostri sogni per porre la domanda decisiva: che cosa possiamo fare per assumerci la nostra responsabilità, per espiare la colpa dei nostri antenati, per onorare la memoria di chi ha perso il suo volto per sempre?
Che cosa possiamo fare per voi?
Domande senza senso, senza risposta.
I morti tacciono e i vivi continuano a vivere.

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Angela Greco

Riflessi

Sasso intagliato in distorto viso anonimo.
Umanità spettinata nel capannone di servizio.
Offresi allo sguardo accessori sparsi.
Gelo pertinente anche in piena estate.
Il Carmelo è il monte del Purgatorio.
Qui, invece, hanno realizzato l’altra cantica,
lirica della tragedia ad una sola voce.

Ho solo immagini riflesse della Shoah e 40 anni.
Altre generazioni perpetrano la Memoria
e nei giorni freddi prima della merla chiamano.

La beffa è nitida sul cancello dalle sbarre di ferro,
che la ruggine equa e magnanima ha invecchiato
incurante di delirio di potenza, assenze e presenze.
Scattano fotografie i figli del presente. Altri piangono,
i più vicini al reale, nel silenzio che non permette lacrime.

Un popolo è tutti i popoli che hanno vissuto parimenti.
Un secolo non può bastare né ai vinti né a chi verrà.

Proprio oggi, prima di sera, intrattengo un dialogo
a tutto foglio con muti interlocutori.
Polvere sottratta alle polveri si sommano.
Lascio anche il mio sasso sul bordo inclinato.

 

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Antonio-Sagredo con Majakovskij

Antonio Sagredo

Cieco, io potrò vedere meglio i miei e i tuoi prodigi,
la morte incerta che tu m’hai prestato in contumacia,
la cenere che sulla soglia disegna un tradimento innaturale
e la visione guercia che la vita s’è lasciata dietro, in fuga.

E se dall’Oriente mi portavi nel tuo palmo di damasco la fine
e le consolari che sapevo, per ogni passo triste il volto mi miravi
per l’assenzio che bruciava il canto e il tuo sguardo di gazzella.
La maschera della mia parola s’è mutata in danza macabrea!

Il fuoco dei fosfati, ferro, arsenico e uranio spezzano e torturano ora
nuove infanzie – come cavie! Voi, vittime una volta, ora siete aguzzini,
carnefici, boia… Non più figli di una promessa terra! Siete solo serpi!
Non più l’intelligenza la vostra gloria! Ma un covo di sordidi… codardi!

Vermicino, 9 marzo 2009

*
Non restava che la materia in movimento
Il pensiero umano non aveva più significato
Tadeusz Borowski

Come la rana crocefissa di Martin te ne andavi in giro
col femore di Arlecchino e i capelli spaiati di Colombina,
dinoccolato, col capo rivolto indietro, per i campi giocavi
cercando almeno un occhio vivo tra tumuli di orbite senza fine,
ma dalle torrette ti chiamavano: Beta… Beta il dandy!

Accarezzavi allora con un sorriso a brandelli il filo spinato,
col flauto delle tue ossa cantavi le gloriose gesta dei lunatici.
La poesia divenne una cosa banale,
come uno sterminio!
La Morte nemmeno degna di un suo buongiorno girava al largo:
dal patibolo alle camere temeva che la falce tollerasse la sua vanità,
e alzò i tacchi infine, incurvata!

Davanti a una buccia di patata marcescente
s’azzuffavano i grandi scienziati dell’Essere
– per una brodaglia di pus
– per una rimasticatura di marce cotolette.

il pensiero umano non aveva più significato
non restava che la materia in movimento

e il carnefice sbuffa a parlare sempre di questa feriale… mortalità!

Vermicino, 23 febbraio 2009

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Angela Greco, Fuori le mura – POESIE INEDITE, con una Nota critica di Mario M. Gabriele un Appunto di Giorgio Linguaglossa sulla Rappresentazione e una riflessione dell’autrice

foto-tritticoAngela Greco è nata il 1 maggio del ‘76 a Massafra (TA), dove vive con la famiglia. Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Lupo Editore, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Edizioni Smasher, 2012 di cui è in preparazione la seconda edizione); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015, con ciclo fotografico realizzato con Giorgio Chiantini); Anamòrfosi (in uscita per le edizioni Progetto Cultura di Roma con prefazione di Giorgio Linguaglossa). È presente anche in diverse antologie e in diversi siti e blog.

È ideatrice e curatrice del collettivo di poesia, arte e dintorni Il sasso nello stagno di AnGre (http://ilsassonellostagno.wordpress.com/). Commenti e note critiche ai suoi versi sono reperibili all’indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/.

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Mario M. Gabriele

 Nota critica di Mario M. Gabriele (dicembre 2016)

Nella raccolta inedita dal titolo Fuori le mura del 2016 di Angela Greco, la tipologia linguistica, moderna e per frammenti, punta tutto sul fermo immagine, nel tentativo di recuperare universi statici e in movimento, con proprie frazioni temporali e metaforiche. La parola poetica si forma ad ogni scatto di foto flash, mentre lo sguardo si fissa sulle “facciate in ristrutturazione”, su tutto ciò che proviene dall’esterno. E’ un reportage multiforme, coloristico, percepibile come illuminazione del momento nel tentativo di scoprire l’attimo ineffabile, fluidificante fra soggetti e oggetti. L’occhio è il periscopio puntato sul mondo. Le campionature dell’esistenza, polverizzate dal tempo giacciono su un terreno deflorizzato, tornando a esistere nel momento in cui il Vuoto, la frantumazione, il senso deleuziano di una “totalità perduta” finiscono di essere tali, per integrarsi nel corpo dei frammenti, che ridanno essenza, all’assenza, in un viaggio della mente e della psiche. Qui “l’effetto di superficie” diventa armonizzazione delle cose, categoria rifondatrice della materia, volontà di ricostruire tutto ciò che resta nel cuore e nella mente. Non c’è bisogno delle narrazioni, perché il discorso si affida al frammento, che svolge un ruolo di determinazione delle cose, con piccoli squarci dialogici, in una spirale di frantumazioni e di intuizioni che si fissano in una sorta di fotoni poetici.

Il postmoderno ha ucciso i cantastorie e gli aedi del lirismo. Si è istituito così l’ideale storico della liberazione da ogni contatto con la metrica, che governava rigidamente la struttura del verso nel Novecento. Oggi il criterio di validazione di un testo poetico, non può prescindere dalla ricostituzione della parola, che resta l’unico mezzo progettuale del divenire poetico. La modernità culturale lo esige. Profondità e altezza si annullano con una descrizione del mondo esterno e di quello interno nella configurazione della realtà attraverso i vari stadi, provvisori e fluidificanti. L’autrice annota tutto questo con ritmo crescente, misurando la propria lunghezza visiva su sfondi catarifrangenti formalizzati poi con i versi.

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Angela Greco

Nota dell’autrice.

Queste composizioni inedite narrano incontri e situazioni reali e realmente accadute, che a loro volta hanno rimandato ad altri luoghi anch’essi spesso reali, ma ancor più simbolici e metaforici, inseriti per rimando d’immagine, mischiando soprattutto i piani temporali.

La scelta del frammento si è adattata alla perfezione all’esigenza che da tempo avevo di rendere materialmente il problema del tempo sfuggevole e fuggente e del ricordo.

Il momento, l’attimo, fosse del ricordo o dell’emozione, ho ritenuto opportuno renderlo in frammenti appunto, in flash, come fossi un fotografo, che sceglie (perché la stesura di un verso comporta delle scelte precise, delle decisioni da prendere) lo scorcio più idoneo, il taglio, l’angolazione, l’esposizione e solo dopo scatta la foto, dove “scattare la foto” qui sta per imprimere l’attimo su un supporto.

Rimanendo nell’ambito delle scelte, per me la poesia è simile ad un taglio chirurgico, dove il chirurgo, deve sapere con esattezza dove incidere e ridurre al massimo l’indecisione (mancanza di decisione o indeterminatezza, ossia mancanza di definizione e torniamo così ancora all’immagine, che deve essere definita, precisa, e non generica) pena la vita del paziente. Così in queste poesie: i luoghi, i tempi, gli spazi, sono identificati con precisione, per catturare – non senza sforzo s’intenda – quel momento e non un altro; il momento preciso rimasto in me e che l’elaborazione-sedimentazione ha restituito soltanto dopo in poesia.

giorgio-linguaglossa-15-dicembre-2016Appunto di Giorgio Linguaglossa sulla «Rappresentazione»

Il tratto caratterizzante della forma artistica del Moderno va individuato, secondo Foucault in quell’opera fondamentale che è Les Mot et les choses, nel concetto di Rappresentazione (Darstellung) attraverso la diagnosi di Las Meninas di Velazquez. I termini del problema sono presto detti. Si rappresenta l’atto stesso della rappresentazione: pittore, tavolozza, grande superficie scura della tela rovesciata, quadri appesi al muro, spettatori che guardano; da ultimo, nel centro, nel cuore della rappresentazione, vicinissimo a ciò che è essenziale, lo specchio, il quale mostra ciò che è rappresentato, ma come un riflesso così lontano, così immerso in uno spazio irreale, così estraneo a tutti gli sguardi volti altrove, da non essere che la duplicazione più gracile della rappresentazione.

Tutte le linee del quadro convergono verso un punto assente: vale a dire, verso ciò che è, a un tempo, oggetto e soggetto della rappresentazione. Ma questa assenza non è propriamente una mancanza, è piuttosto quella figura che “nessuna” teoria della rappresentazione è in grado di contemplare come suo momento interno. La caratteristica della rappresentazione alle origini del Moderno sta dunque nel fatto che il soggetto della rappresentazione, il produttivo “fuoco” che la sorregge, le coordinate, si colloca al di fuori della rappresentazione stessa.

L’absentia segnala dunque in Foucault la chiusura di ogni representatio. Nessuna teoria della rappresentazione è, in quanto tale, in grado di includere nel suo circolo il Soggetto-sostegno della rappresentazione. L’osservatore, per cui la rappresentazione è allestita, non può osservare se stesso, ma solo il suo simulacro, o, come in Las Meninas, la sua immagine riflessa nello specchio. La forma-poesia dell’età moderna rientra in questo schema epistemologico: il soggetto viene ad eclissarsi, viene detronizzato della sua presunta centralità e la sua visione diventa strabica, eccentrica, parziale, s-focata, fuori fuoco, fuori gioco, insomma, non è più centrale, ha perduto la sua centralità… ma questa intrinseca debolezza del soggetto, della centralità del soggetto, invece di rivelarsi una debolezza ontologica può, paradossalmente, riabilitarsi in una nuova volontà di potenza, in una nuova messa a fuoco del problema della rappresentazione e del soggetto che sta al di fuori di essa. In una parola, in una continua de-angolazione prospettica tipica delle moderne (o meglio post-moderne) forma-romanzo e forma-poesia.

È proprio il concetto di de-angolazione prospettica quello che vorrei mettere a fuoco nella poesia di Angela Greco. La de-angolazione prospettica in un testo letterario fa sì che si ha un inizio ma non una fine, non solo, e che all’interno dello sviluppo della rappresentazione non si dà un filo conduttore stabile ma un susseguirsi di punti di vista, di angolazioni prospettiche che confluiscono in un sistema di scrittura caratterizzata dalla multi prospezione prospettica; particolarità costruttiva che investe sia la forma-poesia che la forma-narrativa odierne.  Caratteristica della poesia di Angela Greco è il suo procedere per «tagli» dell’oggetto, per sovrapposizioni e accostamenti di «pezzi», e successivo montaggio, per dis-locamento dell’io parlante, per «slittamenti» frastici, per «sviamenti» e «deviazioni» dall’ordito principale del discorso; c’è insomma, una dis-locazione, un andamento a zig zag, che va di qua e di là, che porta il discorso poetico attraverso deragliamenti di significati e di direzioni, quasi che il senso, se senso c’è del discorso poetico, fosse possibile afferrarlo soltanto tramite una serie continua di deviazioni e di smarcamenti dal filo del discorso, mediante illogicismi, inserzioni di onirismo, di surrealtà, di fatti del quotidiano, di relitti linguistici che galleggiano in un mare di prosasticità.

 

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Angela Greco

Angela Greco

Incontri urbani

Il cerchio perfetto dei tuoi occhiali
è sottrazione d’azzurro,
segna il confine dell’immagine riflessa
che accoglie il flash della macchina fotografica.
(Il fondale è lo spazio tra gli alberi
e la città in lontananza)
Nuda esco dalla Tempesta.
Settembre. Il giorno ha precisione meteorologica.
Il metal detector passa attraverso il suono delle campane.
Il treno esce allo scoperto lungo il muro disegnato.
Due file di auto e aceri a mosaico. La visuale.
Ti seguo.
In mezzo, un discorso sulla poesia.
Prima strada a sinistra. Facciata in ristrutturazione.
Le porte da saloon dell’ascensore stridono
e lo specchio ci riflette nei due angoli opposti.
Un metro quadrato fa procedere lentamente il tempo,
mentre al muro bianco si alternano vetro e luce.
Sesto piano. Rumore di chiave nella serratura.
Due porte. Corridoio con libri. Finestra aperta.
Interno giallo con legni scuri. Finestra chiusa.
Stapelia Variegata apre il suo fiore fuoristagione
e non ha più importanza quel che accade all’esterno.
«Sono uno dei tuoi angeli relegati in Paradiso».
Ridi.

Il nono secolo è stato un tempo di battaglie, per me;
per te, il tempo del testo kashmiri e della sua filosofia.
Uno di fronte all’altro: clangore di spade e fruscio di pagine.
Le porte del tempio di Giano ancora aperte
oggi si chiudono in questo inizio. Siamo il passaggio
e la doppia fronte nel suo significato originario.
Il Novecento è la cicatrice ombelicale da disinfettare,
perché si occluda e possiamo allora dirci adulti.
Procediamo un millennio alla volta: il terzo,
dall’anno 753 dalla fondazione di Roma, ci sorprenderà.

 

Tra me e dio

Di quante parole ha bisogno un dialogo?
Pavimento coperto da schegge di vetro.
Lo specchio rotto e l’immagine in frantumi.
Guardo in basso. Ogni frammento amplifica la visione.
Black out. La midriasi svela una presenza.
Pugni chiusi. Prendo la direzione opposta.
In silenzio. Ascolto.

Siamo nel 1987. Giugno. L’ulivo è in fioritura.
Non ci sono nuvole dopo pranzo. Passeggiamo.
In lontananza la strada scende verso il vigneto.
Il cane abbaia ad un’auto di passaggio. Io gioco
a raccogliere le pietre lisce verdi e grigie del fiume
che nasconde la sua acqua in profondità.
Siamo nel 1987. Sto imparando a scrivere.
In quel preciso momento abbiamo smesso di parlare.

Ho incontrato Dio una notte del 1928. Primi giorni di gennaio.
Mi dissero che era nato da poco.
Ebbero paura morisse subito, la mattina stessa del parto.
Per questo giunse a gennaio.
Mi domandai dove fosse l’altra metà da cui anche quel dio era nato.
19 ottobre 1959. Paese in festa. Le campane suonano alle 11.
Sono passati cinquantasette anni e trenta secoli
dal giorno in cui le due parti si sono ricongiunte.

Pagina bianca. Mitra uccide il toro. Qualcuno muore sempre.
Dalla giugulare fiotta la fertilità della terra. Pagina scritta.
Ogni dio ha un sacrificio da compiere. Il mio è vivere.
L’immortalità è scrittura nell’agonia del foglio immacolato.

Ultimo atto. Quattro i cavalli e quattro i colori. Sette i sigilli.
Il giorno successivo al primo flagello ho imparato a cavalcare.
Una filastrocca scioglie la lingua e segna la strada.
Primo giorno di scuola. Finestra aperta. Siedo nel banco
vestita di bianco e tu sorridi lasciandomi la mano.
Dio è una promessa di ritorno.

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Angela Greco

Strada senza uscita

Da tre anni aspetto la fioritura dell’iris aucheri
affresco di Tebe e gioia del giardino del faraone,
introdotto in terra egizia dalla bella Siria.
Aspetto la scia colorata della buona notizia
l’attimo preciso in cui rileggere la carta delle vie
e lasciare alle stelle la decisione dell’esito finale
di questa strenua battaglia che lo specchio conosce.

La finestra è aperta su un nuovo documento word,
ultima versione, stessi caratteri, spaziatura e margini.
La seconda finestra si apre su una strada senza uscita.
Cade a pezzi a quest’ora sulle terre del Sud
un tramonto di bestia macellata annuncia la notte.
Il toro muggisce nel recinto di pietra all’ombra del castello:
il compianto è per un’altra morte, questa volta
non è Ignacio a lasciare la scena eppure l’odore è lo stesso.

La camicia azzurra stirata alla perfezione
induce ad allontanarsi dal tuo petto
per timore che linee segnino il desiderio.
Basta una stretta di mano, affare concluso
senza altre parole si stipula il contratto:
coltiveremo iris e alleveremo bovini per gli dei.
Ci occuperemo anche della morte,
in un secondo momento.

Il castello è chiuso al pari di un ufficio comunale.
A questo si riducono i viaggi, alla burocrazia.
Riprendo il cammino con l’indice tra le pagine
e mi fermo al quadrivio segnato dalla croce.
Leggo ancora un verso, quello in cui descrivi la città
e tutte le variazioni del suo nome. Siamo ad Oriente
e il ritorno all’ora legale affretta la sera e le sue ombre.
Scrivo un altro rigo seguito da puntini sospensivi.

Le colombe al mattino tubano sul balcone.
Il computer illumina la stanza centrale della casa.
La mattina inizia sempre con il caffè amaro
ed una lettura che mi restituisce il sogno.

 

Fuori le mura

Crollano all’esterno del palazzo
le mura, il re, pietre e attese.
Si spezza dell’abito dai bordi d’oro il filo
con cui era unito alle sete. Cadono bottoni.
Il telaio s’inceppa sull’ultimo punto:
un giorno di novembre ed un ritorno.

La regina ed i suoi enigmi destano Salomone.
Possono disconoscersi ed invertire i ruoli:
lui farà domande e lei avrà saggezza, ma
il deserto non cambierà la sua natura
e della sabbia si occuperà la carovana.
La notte segnata dalla stella riconduce a casa.

Living con divano in pelle e libreria. Terzo ambiente.
Orologio fermo all’ora del decesso. Dodicesimo anno.
La data immobile sul calendario dice che è dicembre
nuovamente il quindici.
Come numeri dalla faccia d’un dado, ha detto il poeta,
mentre imperterriti perdiamo tempo in domande inutili,
distraendoci con risposte di comodo.
Ricorrenze

#1

Novembre è entrato alla tua uscita
per fumare e telefonare.
Ha posto due domande:
«Continuare fino alla fine?»
«Fermarsi al 23, mercoledì, ore 19 e 40?»

La pioggia mi sorprende a ridere
incredula della voce alla compieta,
preghiera esaudita, immagine nitida
nella sera incipiente. Poi la cena, per prassi.

Si è abbreviata la distanza dalla luna.
Nuovi eventi hanno permesso l’avvicinamento
e non occorre più rivolgersi ad alcuna agenzia.
Per esplorare il cosmo basta guardare la foto:
quella dove stringi tra le mani l’ultima ora del giorno.
#2

«Dimmi cos’hai»
40 anni. Una penna. Fame.
Il libro degli astri. Un ricordo.
Scegli.

«E cosa vorresti?»
Un biglietto per l’Orient Express.

La voce legge Tranströmer:
un chiarore blu…una fessura
attraverso la quale i morti
passano clandestinamente il confine.
Mentre ci diluiamo con le ore della notte,
una lampada velata aspetta l’alba.

Mario M. Gabriele è nato a Campobasso nel 1940. Poeta e saggista, ha fondato nel 1980 la rivista di critica e di poetica Nuova Letteratura. Ha pubblicato le raccolte di versi Arsura (1972); La liana (1975); Il cerchio di fuoco (1976); Astuccio da cherubino (1978); Carte della città segreta (1982), con prefazione di Domenico Rea; Il giro del lazzaretto (1985), Moviola d’inverno (1992); Le finestre di Magritte (2000); Bouquet (2002), con versione in inglese di Donatella Margiotta; Conversazione Galante (2004); Un burberry azzurro (2008); Ritratto di Signora (2014): L’erba di Stonehenge (2016). Ha pubblicato monografie e antologie di autori italiani del Secondo Novecento tra cui: Poeti nel Molise (1981), La poesia nel Molise (1981); Il segno e la metamorfosi (1987); Poeti molisani tra rinnovamento, tradizione e trasgressione (1998); Giose Rimanelli: da Alien Cantica a Sonetti per Joseph, passando per Detroit Blues (1999); La dialettica esistenziale nella poesia classica e contemporanea (2000); Carlo Felice Colucci – Poesie – 1960/2001 (2001); La poesia di Gennaro Morra (2002); La parola negata (Rapporto sulla poesia a Napoli (2004). È presente in Febbre, furore e fiele di Giuseppe Zagarrio (1983); Progetto di curva e di volo di Domenico Cara; Poeti in Campania di G.B. Nazzaro; Le città dei poeti di Carlo Felice Colucci;  Psicoestetica di Carlo Di Lieto e in Poesia Italiana Contemporanea. Come è finita la guerra di Troia non ricordo, a cura di Giorgio Linguaglossa, (2016). Si è interessata alla sua opera la critica più qualificata: Giorgio Barberi Squarotti, Maria Luisa Spaziani, Domenico Rea, Giorgio Linguaglossa, Letizia Leone, Luigi Fontanella, Ugo Piscopo, Stefano Lanuzza, Sebastiano Martelli, Pasquale Alberto De Lisio, Carlo Felice Colucci,  Ciro Vitiello, G.B.Nazzaro, Carlo di Lieto. Altri interventi critici sono apparsi su quotidiani e riviste: Tuttolibri, Quinta Generazione, La Repubblica, Misure Critiche, Gradiva, America Oggi, Atelier, Riscontri. Cura il Blog di poesia italiana e straniera Isoladeipoeti.blogspot.it.

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