POESIE E PROSE PER LA SHOAH di Flavio Almerighi, Mario M. Gabriele, Donatella Costantina Giancaspero, Stefanie Golisch, Angela Greco, Antonio Sagredo. A cura di Flavio Almerighi (Parte prima)

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 Poesie e prose per la Memoria, a cura di Flavio Almerighi

Traggo spunto da un articolo di Federico Pontiggia apparso sul Fatto Quotidiano del 25 gennaio 2017 “La banalità del selfie: il turismo della Shoah tra sorrisi e sandwich” “Dopo Auschwitz, nessuna poesia, nessuna forma d’arte, nessuna affermazione creatrice è più possibile”. Lo sostenne il filosofo tedesco Theodor W. Adorno, e palesemente si sbagliava: l’arte è ancora possibile, e pure l’arte sulla Shoah. Non c’è però da rallegrarsene, perché le cose stanno peggio di quanto preconizzato da Adorno: il problema non è la “affermazione creatrice”, bensì la ricezione esperienziale; il problema non è l’arte, ma la vita. Oggi è ancora possibile fare Memoria? Il punto è questo: la mediazione artistica ha spazi di manovra che l’esperienza fisica si vede precludere” Insomma la domanda è una sola, e mi sorge spontanea dopo la mia drammatica visita al campo di Dachau dello scorso 16 agosto. Mentre camminavo silenzioso tra tanto dolore, che per altro è ancora ben avviluppato nelle strutture superstiti, costantemente disturbato da schiamazzi di gitanti della domenica, molti italiani, con un nodo nello stomaco che non ho saputo sciogliere nemmeno al Carmelo di Dachau. Ho provato invidia per Gabriella che fotografava le vestigia del dolore e piangeva in silenzio. Ora mi chiedo, possiamo noi redattori dell’Ombra delle Parole, attraverso la nostra creatività e le nostre risposte personali, rendere più vero, meno formale, più giusto il 27 gennaio 2017?

Come Ebrei sopravvissuti e discendenti di sopravvissuti al genocidio nazista, condanniamo inequivocabilmente il massacro di Palestinesi a Gaza e l’occupazione e la colonizzazione in atto della Palestina storica. Condanniamo inoltre gli Stati Uniti che sostengono Israele finanziandone gli attacchi, e più in generale gli stati occidentali che utilizzano i loro apparati diplomatici per proteggere Israele dalla condanna. Il genocidio inizia con il silenzio del mondo.

Siamo allarmati per l’estrema, razzista disumanizzazione dei Palestinesi nella società israeliana, che ha raggiunto livelli di massima intensità. In Israele, politici e opinionisti del Times of Israel e del Jerusalem Post hanno apertamente incitato al genocidio dei Palestinesi e la destra radicale israeliana sta adottando emblemi neonazisti.

Siamo inoltre disgustati e indignati per l’abuso della nostra storia ad opera di Elie Wiesel in pagine che promuovono palesemente delle falsità per giustificare l’ingiustificabile: il gigantesco impegno di Israele per distruggere Gaza e l’uccisione di circa duemila Palestinesi, tra cui centinaia di bambini. Niente può giustificare il bombardamento di rifugi ONU, di case, di ospedali e università. Niente può giustificare privare di elettricità e acqua le persone.

Dobbiamo far sentire forte la nostra voce collettiva e usare quanto è in nostro potere per porre fine a ogni forma di razzismo, compreso l’attuale genocidio del popolo palestinese. Chiediamo la fine immediata dell’assedio e dell’embargo contro Gaza. Chiediamo il boicottaggio totale, economico, culturale ed accademico, di Israele. “Mai più” deve significare “MAI PIU’ PER TUTTI”. (New York Times, 23 agosto, 2014)

Flavio Almerighi

Flavio Almerighi

Nella baracca X

Non è bastato inghiottire pianto
e silenzi nel carmelo di Dachau,
sembrare bambino per essere uomo

gente senza mandibola batte ancora i denti,
la morte è ingiusta per chi non ha vissuto.
Manca verità nelle leggi, tutte l’omettono.
E voi rami secchi, invisi alle vostre donne,
siete gli unici a non averlo creduto,
i vostri nati hanno torto il viso da voi
mentre lasciavate fare,
ordinando preventivi per nuove case sfatte.
Pensavate di tacciare il male con epigrafi
in tutte le lingue, ma i demoni resistono
Doveva essere Mai più in tutto il mondo,
invece nella baracca X l’uomo batte i denti,
paga pegno a una civiltà in ostaggio.

Mario Gabriele volto 1

Mario M. Gabriele

da Ritratto di signora, Nuova Letteratura, 2014

Il tuo sorriso non risuona nelle stanze,
e il fiore di Tarquinia è un segnalibro nel Codice da Vinci,
più non c’è riparo al volo di pipistrelli,
un giglio dura ancora nel giardino:
errante amore chi ti salverà dalle piogge del mattino?
pure ci abbandonano i velari del passato,
ricordiamoci di Spandau, le fisarmoniche nei cortili,
come serenate al chiar di luna,
nessuno fu mai sé stesso, né visse più d’una farfalla,
fazzoletti di carta ai porti e ai treni, e Schindler’s list,
quel Muro, Dimitrov, troppo lungo di vedette e fil di ferro
ha lacerato il corpo e l’anima, il nostro Novecento;
i villaggi del Mekong, come lumi a mezzanotte,
il male nel codice genetico,
chi l’ha spenta la lampada votiva?
Dal fondo del viale, ecco Witold con le chiavi.

 

donatella-giancaspero

Costantina Donatella Giancaspero

Donatella Costantina Giancaspero

Lo volevamo polvere

Ancora, il cielo, ferito, si schianta
contro la Terra:
lo precipita un Tempo vile,
che imbraccia il terrore
ed è grido di occhi deserti

– come allora…

Lo volevamo polvere, quel Tempo,
remoto – murato nell’orrore stesso di sé,
dei propri massacri, delle deportazioni…

Tempo che uccide ucciso – vivo, sempre,
alla Memoria, perché in essa il cielo
e tutto il sangue della Terra

fosse vendicato – .

 

stefanie-golisch

stefanie-golisch

Stefanie Golisch

da:: Luoghi incerti, Isernia, 2010

Nella mia infanzia non ci sono ebrei.
Nessuno li nomina, nessuno parla della loro sorte, nessuno sembra sentire una mancanza, nessuno tenta di tenere viva la loro memoria.
Non ci sono ed è come se non siano mai vissuti né nella mia città né altrove.
Eppure hanno lasciato, anche a Lemgo, tracce che testimoniano la loro presenza secolare: la piazzetta dove sorgeva la sinagoga, distrutta nella notte dei pogrom tra il 9 e il 10 novembre 1938, il vecchio cimitero ebraico abbandonato, una villa d’insolita eleganza.
Piccoli punti interrogativi nel cuore di una cittadina tedesca qualsiasi che non ha alcuna intenzione di interrogarsi sul proprio passato.
Ancora negli anni settanta del secolo scorso, lo sterminio degli ebrei era un tabù assoluto.
Sia in famiglia sia a scuola si evitava attentamente l’argomento. Per un giovane di allora, che non aveva accesso alle grandi biblioteche universitarie o ad altre fonti d’informazione, era pressoché impossibile scoprire qualcosa di preciso.
La faccenda degli ebrei – non si sapeva mai con quali parole descrivere l’accaduto – era come una nuvola minacciosa che oscurava l’orizzonte della conoscenza. L’ombra di un terribile segreto che stranamente era legato a una cifra ben precisa: sei milioni.
Di nuovo una cifra, inimmaginabilmente grande, che divora ogni singolo volto per seppellirlo nella tomba di una pura astrazione. E’ l’inquietante contemporaneità della vaghezza dell’informazione da una parte, la pregnanza della cifra dall’altra a rendere questa faccenda ancora più inquietante e indecifrabile.

Hanno ammazzato sei milioni di ebrei.
Nella mia infanzia e adolescenza questa frase risuona come certe testimonianze di culture remote il cui significato si è perso nel buio dei tempi: è incomprensibile.
Hanno ammazzato sei milioni di ebrei.
Che cosa significa questa frase?
Vorrei che qualcuno me la spiegasse, ma gli adulti di allora, una generazione nata e vissuta durante il periodo del nazionalsocialismo, preferiscono non rispondere e, nel loro cupo silenzio, quella frase è come un pugno nello stomaco, un grosso sasso nella pancia del lupo, una minaccia.
C’è un muro tra le generazioni, fatto di diffidenza e di sospetto, una guerra non dichiarata tra i figli che vogliono sapere e i padri che tacciono insistentemente.
Cosa si nasconde dietro questo silenzio?
Quale colpa?

Credo che sia la vergogna collettiva rimossa, il motivo dello stordente silenzio che avvolge la Germania della mia infanzia. Ci si rifiuta di confrontarsi con il passato per non essere chiamati in causa personalmente, per non perdere la faccia, il rispetto dei propri figli, per non essere accusati, condannati, giustiziati.
Per evitare la domanda più palese: E tu, cosa hai fatto? E cosa sapevi?

Gli adulti della mia infanzia che non sono disposti ad assumersi le proprie responsabilità non sono dei veri adulti ma esseri bugiardi e inaffidabili che non meritano alcun rispetto.

Nella mia infanzia non ci sono ebrei.
Non solo sono stati assassinati, ma anche eliminati dalla memoria individuale e collettiva. Ciò che popola le città tedesche del dopoguerra sono soltanto ombre: quelle delle vittime e quelle dei loro boia, uniti in un intreccio fatale, indissolubile.

Sono figlia, siamo figli, di questa opacità.

Veramente non era la nostra meta.
Non abbiamo fatto questo viaggio in Polonia per visitare Auschwitz, ma siccome si trova soltanto a pochi chilometri da Cracovia, decidiamo di andarci.
Sono combattuta.
Vorrei e non vorrei andarci.
Ho paura e, anche se non lo ammetterei mai davanti a me stessa, provo vergogna e al contempo lo sento quasi come un imperativo categorico.
Non posso non andarci.
Non ho scelta.
Sono i tardi anni ottanta.
A Berlino il muro non è ancora caduto, la divisione del mondo in due rigidi blocchi ideologici non è ancora superata e il turismo dell’olocausto non ha ancora raggiunto i livelli odierni.
A differenza di oggi, non è per nulla facile arrivarci. Da Cracovia si prende il treno per Oświęcim e da lì un pullman che porta fin nei pressi del campo di concentramento.
Sorprendentemente, alla fermata dell’autobus non c’è alcuna insegna. Tra le persone scese insieme a noi, però, c’è un americano che sa un po’ di polacco ed è disponibile a chiedere informazioni. (Come si può porre questa domanda: mi scusi, come faccio ad arrivare ad Auschwitz?)
Strada facendo ci racconta che insegna storia in una high school vicino a New York e che è molto interessato a tutto ciò che riguarda la seconda guerra mondiale. Arrivati finalmente all’ingresso del campo, ci propone di prendere una guida insieme a lui e, contrariamente alle mie abitudini, sono immediatamente d’accordo.
Sì, una guida che ci spiegherà tutto – così dice l’americano – uno scudo cioè, tra me e le immagini che mi aspettano, tra il mio presente e il loro passato, tra me e la mia angoscia nell’affrontare questo luogo, simbolo dell’orrore per eccellenza, per conto mio, da sola.
La nostra guida, un insegnante polacco in pensione, affronta il suo lavoro con la massima professionalità. In un ottimo inglese ci spiega tutto ciò che dobbiamo sapere. Con lui, che qui ad Auschwitz è quasi di casa, non si perde tempo. Ci porta direttamente agli highlight del campo: le enormi vetrine, piene di cappelli e di valigie e, naturalmente, alle camere a gas e ai forni crematori.
Davvero cerca di spiegarci tutto ciò che bisogna sapere, tutto ciò che si può sapere e quindi… nulla.
Non ci spiega nulla quest’uomo, certamente benintenzionato, perché non c’è nulla da spiegare.
La sua funzione è un’altra.
E’ qui per allontanare l’accaduto il più possibile, per proteggermi da me stessa, dal pericolo di una reazione incontrollabile, dalle ombre del passato e, in generale, da tutto ciò che non è spiegabile in termini funzionali.
Inizialmente lo seguo, perché mi fa sentire al sicuro, ma quando arriviamo a un interminabile corridoio, pieno di ritratti fotografici su tutte le pareti, istintivamente mi distacco dal nostro piccolo gruppo.
Ecco, i volti mancanti.
Ecco, il mio spavento davanti ai loro volti e il loro spavento davanti a me.
La loro e la mia solitudine, l’impossibilità di costruire un ponte e l’assenza definitiva di ogni spiegazione.

Intanto la guida continua il suo giro di routine, ricorrendo a cifre e date precise, oggettive, non contestabili, impressionanti per il suo collega americano che davvero fatica a credere che tutti questi orrori siano realmente accaduti.
Lo sento ancora esclamare ad alta voce il suo incredulo really?
Come si faceva in inverno, quando le temperature scendevano a venti gradi sotto zero, a lavorare con i piedi nudi dentro un paio di zoccoli?
E’ proprio questo dettaglio ad apparirgli la cosa più terribile.
Infatti, chiede diverse volte: Did they really wear wooden shoes? Really?
Questo dettaglio.
Forse perché quell’insopportabile freddo ai piedi è ancora immaginabile.
Il resto no.

Il resto non è né immaginabile, né spiegabile.
Ad Auschwitz il mondo finisce e perciò non esiste alcun comportamento adeguato. Davanti a ciò che questo luogo rappresenta nella storia dell’umanità qualunque atteggiamento il visitatore assuma, non può che essere improprio.

Soltanto il silenzio interiore – più silenzio possibile – non comunicabile, non condivisibile con nessuno.
Auschwitz ci condanna alla solitudine davanti a una domanda senza risposta.

Abbiamo fatto la nostra parte fino alla fine della lunga visita, la guida e noi, i visitatori sconvolti, disgustati, commossi fino alle lacrime. I nostri ruoli prestabiliti – solidi come una corazza – ci hanno protetti, sia davanti a noi stessi, sia davanti agli altri.
Non abbiamo perso il nostro equilibrio.
Non siamo andati oltre ma abbiamo preferito rimanere nel recinto. Molto educatamente abbiamo ascoltato le inesauribili spiegazioni della nostra ottima guida che ora possiamo tranquillamente dimenticare.
Siamo stati ad Auschwitz e anche se non saremo in grado di esprimere ciò che abbiamo provato e ciò che abbiamo imparato, possiamo pur sempre dire che abbiamo fatto il nostro dovere.
L’impossibilità di toccare le ombre dei morti con le nostre dita, di fermare il loro vagare attraverso i nostri sogni per porre la domanda decisiva: che cosa possiamo fare per assumerci la nostra responsabilità, per espiare la colpa dei nostri antenati, per onorare la memoria di chi ha perso il suo volto per sempre?
Che cosa possiamo fare per voi?
Domande senza senso, senza risposta.
I morti tacciono e i vivi continuano a vivere.

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Angela Greco

Riflessi

Sasso intagliato in distorto viso anonimo.
Umanità spettinata nel capannone di servizio.
Offresi allo sguardo accessori sparsi.
Gelo pertinente anche in piena estate.
Il Carmelo è il monte del Purgatorio.
Qui, invece, hanno realizzato l’altra cantica,
lirica della tragedia ad una sola voce.

Ho solo immagini riflesse della Shoah e 40 anni.
Altre generazioni perpetrano la Memoria
e nei giorni freddi prima della merla chiamano.

La beffa è nitida sul cancello dalle sbarre di ferro,
che la ruggine equa e magnanima ha invecchiato
incurante di delirio di potenza, assenze e presenze.
Scattano fotografie i figli del presente. Altri piangono,
i più vicini al reale, nel silenzio che non permette lacrime.

Un popolo è tutti i popoli che hanno vissuto parimenti.
Un secolo non può bastare né ai vinti né a chi verrà.

Proprio oggi, prima di sera, intrattengo un dialogo
a tutto foglio con muti interlocutori.
Polvere sottratta alle polveri si sommano.
Lascio anche il mio sasso sul bordo inclinato.

 

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Antonio-Sagredo con Majakovskij

Antonio Sagredo

Cieco, io potrò vedere meglio i miei e i tuoi prodigi,
la morte incerta che tu m’hai prestato in contumacia,
la cenere che sulla soglia disegna un tradimento innaturale
e la visione guercia che la vita s’è lasciata dietro, in fuga.

E se dall’Oriente mi portavi nel tuo palmo di damasco la fine
e le consolari che sapevo, per ogni passo triste il volto mi miravi
per l’assenzio che bruciava il canto e il tuo sguardo di gazzella.
La maschera della mia parola s’è mutata in danza macabrea!

Il fuoco dei fosfati, ferro, arsenico e uranio spezzano e torturano ora
nuove infanzie – come cavie! Voi, vittime una volta, ora siete aguzzini,
carnefici, boia… Non più figli di una promessa terra! Siete solo serpi!
Non più l’intelligenza la vostra gloria! Ma un covo di sordidi… codardi!

Vermicino, 9 marzo 2009

*
Non restava che la materia in movimento
Il pensiero umano non aveva più significato
Tadeusz Borowski

Come la rana crocefissa di Martin te ne andavi in giro
col femore di Arlecchino e i capelli spaiati di Colombina,
dinoccolato, col capo rivolto indietro, per i campi giocavi
cercando almeno un occhio vivo tra tumuli di orbite senza fine,
ma dalle torrette ti chiamavano: Beta… Beta il dandy!

Accarezzavi allora con un sorriso a brandelli il filo spinato,
col flauto delle tue ossa cantavi le gloriose gesta dei lunatici.
La poesia divenne una cosa banale,
come uno sterminio!
La Morte nemmeno degna di un suo buongiorno girava al largo:
dal patibolo alle camere temeva che la falce tollerasse la sua vanità,
e alzò i tacchi infine, incurvata!

Davanti a una buccia di patata marcescente
s’azzuffavano i grandi scienziati dell’Essere
– per una brodaglia di pus
– per una rimasticatura di marce cotolette.

il pensiero umano non aveva più significato
non restava che la materia in movimento

e il carnefice sbuffa a parlare sempre di questa feriale… mortalità!

Vermicino, 23 febbraio 2009

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44 commenti

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44 risposte a “POESIE E PROSE PER LA SHOAH di Flavio Almerighi, Mario M. Gabriele, Donatella Costantina Giancaspero, Stefanie Golisch, Angela Greco, Antonio Sagredo. A cura di Flavio Almerighi (Parte prima)

  1. gino rago

    I poeti del Novecento amarono gli Armeni.
    Ma non perché gli Armeni specchiassero se stessi
    nelle nevi eterne d’Ararat.
    I poeti amarono gli Armeni
    perché qualcuno pensò d’incenerirli
    proprio in quanto Armeni.

    I poeti del Novecento amarono gli zingari,
    i diversi, i comunisti
    per le stesse ragioni per cui prima amarono
    gli Armeni. I poeti amarono gli Ebrei.
    Perché qualcuno pensò
    di cancellarli dalla faccia della terra
    proprio perché Ebrei. I camini di Auschwitz
    a perpetuare il ciclo del Carbonio.
    Nel tempo. Nello spazio. Nel sonno imperdonabile
    dell’intelligenza. I poeti del Novecento amano
    le anime costrette nella morsa di Gaza.

    Perché qualcuno pensa d’annientarli?
    I poeti amano i Palestinesi
    proprio come amarono gli Armeni, gli zingari,
    i diversi, gli Ebrei, i comunisti.
    I poeti amano i sommersi
    perché chi resta vivo in mezzo ai morti
    non si vergogni più d’essere un uomo.

    E’ la mia secca, nuda maniera di aderire alla meritoria iniziativa lanciata da Flavio Almerigh, subito accolta dal coordinatore de L’Ombra delle Parole,
    onorato, io, anzi, orgoglioso d’essere tra di voi.

    Gino Rago

  2. Pingback: Riflessi, versi di Angela Greco tratti da Poesie e prose per la Shoah a cura di Flavio Almerighi | Il sasso nello stagno di AnGre

  3. E’ necessario per me, oggi, porre l’accento sui ringraziamenti, poiché grazie a Flavio per la prima volta mi sono confrontata con questa pagina di Storia, che mai era entrato nei miei versi. Quindi il ringraziamento va a Giorgio, per aver incluso i versi stessi in questa prima parte di riflessioni in prosa e poesia sul Giorno della Memoria. Tutto è iniziato da un sasso, fotografato e condiviso sul blog di Almerighi, qualche tempo fa, non più di un mese fa, se ricordo bene. A prima vista fu inquietudine. Immaginai la mano che aveva intagliato e modellato quella pietra ed il dolore che in essa si era impresso. Poi, ieri, tornò l’argomento – il sasso, la Shoah, la poesia, in questo ordine – e per quei misteriosi percorsi della mia mente, che io ho rinunciato a comprendere, vidi la scena di Flavio che visitava il campo di concentramento e, semplicemente, inizia a scrivere. Poi, qualche parola con Giorgio sull’iniziativa che Flavio aveva proposto e che subito mi aveva favorevolmente colpita, per la coralità, per l’azione comune e per lo scopo, “non dimenticare”, ed oggi non riesco a tacere l’emozione dell’intera lettura, della pagina odierna de L’Ombra delle Parole… Grazie anche agli altri Autori per il loro contributo, che ha lasciato un segno non indifferente in me. E scusate l’emozione.

  4. Donatella Costantina Giancaspero

  5. Stefanie Golish, da memorizzare.

    • Sono d’accordo.
      Qualche giorno fa il mio compagno mi ha detto qualcosa del genere: “Mi piacerebbe sentire i tedeschi oggi, capire se e cosa pensano dell’Olocausto.” Miglior risposta non poteva arrivare.

  6. Ho scritto qualche tempo fa:

    Quando Adorno nel capitolo finale di Dialettica negativa, dedicato alla «Metafisica», scrive che «Hitler ha imposto agli uomini nello stato della loro illibertà un nuovo imperativo categorico: organizzare il loro agire e pensare in modo che Auschwitz non si ripeta, non succeda niente di simile»1, dice qualcosa che per le generazioni di poeti venute dopo il 1970 non ha più alcuna risonanza. Scrive Adorno: «il processo, attraverso il quale la metafisica si è ritirata incessantemente a ciò, contro cui essa un tempo fu concepita, ha raggiunto il suo punto di fuga. La filosofia del giovane Hegel non ha potuto reprimere quanto essa fosse scivolata dentro i problemi dell’esistenza materiale…». Ecco che siamo arrivati al problema che qui ci riguarda: il nesso che lega il poeta «cortigiano» alla funzione oggettivamente servile di quel ruolo, il non potervisi sottrarre in alcun modo, nemmeno con il denunciare la pacchianeria di ogni poesia struggevolmente eufonica; voglio dire che non basta una poesia smaccatamente cortigiana a denunciare il fatto della condizione servile del cortigiano. La poesia di Zeichen resta cortigianesca al di là dell’apparenza e al di qua della propria oggettiva funzione decorativa. La stessa «tascabilizzazione della metafisica» ha il suo risvolto negativo nella prassi poetica, si rivela nella farcitura frastica che rende la poesia affine al gioco con spunti ironici e motti di spirito, con filastrocche da cabaret. Accade che ogni volta che si espunge la «metafisica» dalla poesia e la si rimuove dalla vita quotidiana degli uomini, si va a finire nella poesia da intrattenimento e decorativa. Il gioco della poesia cosiddetta giocosa ha questo di vero: il gioco di società delle signore borghesi che chiedono al poeta «cortigiano» di giocare con rime euforbiche e transmentali. Insomma, voglio dire, per chi non l’avesse ancora capito, che il gioco delle rime è parente stretto del gioco con le non rime. Quello duro, che si fa con le divise monetarie.

  7. gabriele fratini

    Mi dispiace ma siamo nel campo della retorica, dell’esercizio di stile senza sentimento, tipo i film di Benigni e Spielberg, tipo la famosa canzone di Guccini, tutti artisti che parlano di qualcosa che non hanno mai conosciuto, al pari degli scrittori non giapponesi di haiku. Le vere poesie sulla Shoah esistono, sono quelle di Celan, di Nelly Sachs, i romanzi di Primo Levi ecc. Un tema così grave non merita di essere trasformato in un filone letterario.
    Un saluto.

    • Concordo Gabriele.
      Pensi quanti scrivono d’amore parimenti senza averne mai conosciuto! Però mi permetto di sottolineare che, forse, lo scopo della proposta di Almerighi era quello del “non far dimenticare” ovvero di porre l’attenzione non già su piccole voci quali le nostre, ma su qualcosa di più grande che a tanti sfugge…

    • Fratì, l’idea è partita da me, se la tua sensazione è questa, beh mi ascrivo il fallimento. Bau

    • Gentile Gabriele Fratini,
      Auschwitz, Birkenau, Dachau ecc. fanno parte della nostra Memoria. Celan, Primo Levi e altri sono stati i testimoni che hanno vissuto in prima persona l’esperienza dei campi di concentramento tedeschi. Noi ammiriamo le poesie di Celan come il Testo “Todesfuge”, con l’incipit indimenticabile: “Nero latte dell’alba lo beviamo la sera (lo beviamo al pomeriggio, al mattino, lo beviamo la notte (beviamo e beviamo/. Sono testi fotografici,rimasti nell’anima e nella esperienza esistenziale di tanti soggetti, illustri e anonimi. Celan morì suicida come Levi.ed altri ancora che non conosciamo. In quei luoghi di sterminio il biblista Andrea Lonardo fa presente che Auschwitz è diventato un luogo centrale per la comprensione dell’uomo e di Dio, del bene e del male. Ora, Almerighi ha voluto aprire un discorso nel giorno dedicato alla Memoria e gli siamo grati per questa sua sensibilità. Ma non per questo si devono considerare esercizi retorici chi ha voluto aderire al suo invito e a quello di Giorgio Linguaglossa che ha accolto nel Blog varie testimonianze. Si può ritracciare la Storia pur non essendo stati prigionieri e costretti a subire maltrattamenti e umiliazioni dagli aguzzini tedeschi. Si può fare storia su elementi acquisiti ed esternare il proprio pensiero. Basta essere sinceri, dire la propria opinione, esprimere un’idea, quell’idea che lei annienta con la frase”siamo nel campo della retorica, dell’esercizio di stile senza sentimento” Ma lei la vede proprio questa assenza? O si limita solo ad essere un negazionista della poesia sul tema di cui si discute e che si apre a raggiera su ogni campo.Un cordiale saluto nella speranza di non aprire in questa sede una polemica inutile.

      • gabriele fratini

        La sincerità si capta in poesia, caro Mario M. Gabriele, più o meno un lettore attento riesce a individuare e distinguere un testo vissuto da un testo scritto per svolgere il compitino. Concordo sull’inopportunità di alimentare polemiche su questo argomento e d’ora in poi faccio mia la settima asserzione del Tractatus di Wittgenstein , “Su ciò di cui non si è in grado di parlare, si deve tacere”, e mi taccio.
        Un saluto.

  8. Nessuno sostiene il negazionismo, ma nessuno può chiudere gli occhi di fronte ad una Palestina che ha subito violenze e massacri da parte di Israele. Per decenni questa nazione è cresciuta su una tragedia, che ha registrato, fra il 1940 e il 1945, circa un milione di morti, mentre erigeva ed erige tutt’ora, muri e colonie, restringendo lo spazio vitale ai Palestinesi. Europa e America sono corresponsabili del piano di protezionismo nei confronti di Israele che si è allargata nella economia mondiale. La Palestina ha pieno diritto di esistere territorialmente e anche di far parte di una Corte, per portare alla luce gli eccidi subiti. Il Tribunale di Norimberga condannando a morte 23 criminali nazisti operò una accelerazione della Giustizia. Cosa che non si è mai vista per Israele chiamata a rispondere dei suoi delitti. Il comandante nazista Franz Stangl, espresse efficacemente il senso dei campi di concentramento.”Lo scopo del lager è l’annientamento dell’uomo, che prima di morire deve essere degradato in modo che si possa dire, quando morrà, che non era un uomo”.Stesso concetto può dirsi degli strateghi israeliani e dei loro piani di sottomissione e di annullamento.

  9. Ricevo da Donatella Costantina Giancaspero questo Appunto:

    4. Zoran Musič, sloveno (nato a Gorizia), esponente della nuova Scuola di Parigi. Nel 1944 fu deportato a Dachau, dove riuscì a ritrarre segretamente la vita del campo, in circostanze estremamente difficili e pericolose. Si tratta di disegni spietati e stranianti. L’autore stesso ne parla:

    “Vivevo in un quotidiano paesaggio di morti, di moribondi in un’apatica attesa. Nella sala dove ci si lavava, lungo il muro, accatastati altri cadaveri per l’impossibilità di bruciarli subito. Comincio timidamente a disegnare. Forse così mi salvo. Nel pericolo avrò forse una ragione di resistere. Prima provo, di nascosto. Cose viste strada facendo verso la fabbrica: l’arrivo di un carro bestiame aperto. Cascano fuori i morti. Presto sono preso da un’incredibile frenesia di disegnare. Quanta tragica eleganza in questi fragili corpi. Queste mani, le dita sottili, i piedi, le bocche aperte nell’ultimo tentativo di aspirare ancora un po’ di aria. Le ossa coperte di una pelle bianca, quasi celestina”.

    1. Marc Chagall, come sappiamo, di origine ebrea. Alla famosa “Crocifissione in giallo“, l’artista lavorò dal 1938 al 1942. Ispirandosi al “Cristo giallo” di Gaugin e alla lunga tradizione del “Christus patiens”, Chagall rappresenta qui – in un’atmosfera da incubo, nella quale alcuni volti diventano blu e i cavalli appaiono destrieri della Morte – la persecuzione degli Ebrei.

    2. Felix Nussbaum, esponente dell’espressionismo tedesco. Deportato ad Auschwitz (dove trovò la morte) con l’ultimo convoglio partito dal Belgio, ci ha lasciato uno straordinario repertorio di testimonianze visive riguardo la propria persecuzione. I suoi autoritratti, eseguiti nei primissimi anni ’40, mostrano paura, sconcerto e disperazione. Fra questi, una delle rappresentazioni più geniali, spesso adottata come icona della shoah, è l’Autoritratto con carta di identità ebraica (1943)

    3. David Olère, nato a Varsavia, fu anch’egli internato ad Auschwitz, dove divenne membro del Sonderkommando, uno speciale gruppo di deportati (per lo più ebrei), obbligati a collaborare con le autorità nazionalsocialiste all’interno del lager. Olère sopravvisse a quella tragica esperienza e rappresentò poi le barbarie subite con un occhio freddo, crudo, quasi fotografico, alieno a qualsiasi tipo di retorica. Pensiamo a La stanza del forno (precisamente il Crematorio III di Birkenau), in cui alcuni Sonderkommandos sono costretti a cremare i corpi di altri ebrei. Le opere di Olère acquistarono un’importanza tale da essere utilizzate nei processi ai gerarchi nazisti.

  10. Giorgio, hai mai avuto tra le mani il volume che la Borsetti Venier ha dedicato al padre, Natale Borsetti? si tratta dei disegni da lui fatti durante i passaggi in vari campi di concentramento. Mi pare la conosca anche tu, Alessandra. “La mia resistenza non armata”.

  11. cara Chiara, non conosco questi disegni, se li trovi potremmo pubblicarne qualcuno sulla rivista.

  12. gino rago

    Una mia sommessa segnalazione: BADENHEIM 1939, di Aharon Appelfeld

    “E’ la primavera del 1939 e la località di Badenheim, in Austria, si affolla di villeggianti.
    Ma non sarà una vacanza come tutte le altre….
    Quando agli ebrei viene imposto di registrarsi presso un misterioso Dipartimento sanitario, molti si risentono. Alcuni protestano.
    Ma nessuno riconosce la minaccia.
    Certo, un senso di catastrofe imminente assedia Badenheim.
    Ma il pericolo rimane senza un volto e il nemico resta senza un nome.
    Alla fine la piccola comunità si avvierà, forzata, docilmente verso la stazione.
    Nessuno, nemmeno davanti ai treni diretti in Polonia, sembra comprendere
    a fondo quale abisso stia per spalancarsi.
    Badenheim 1939 fissa con la scrittura di Appelfeld una foto di gruppo sull’orlo della tragedia.”

    Gino Rago

  13. Mariella Colonna

    Mi sembra che il pensiero elaborato dai poeti dell’Ombra sia espressione immediata non letteraria per non dimenticare e per comunicare incisivamente ai lettori “la memoria”, che ognuno di loro porta dentro, della propria umanità violentata dall’ Olocausto, eccidio di un intero popolo deciso freddamente a tavolino. Primo Levi ha detto: “Forse, quanto è avvenuto non si può comprendere, perché comprendere è quasi giustificare.” (Se questo è un uomo). Credo anche io che tentare di comprendere sia impossibile, perché quanto avvenuto è al di là di qualunque comprensione o ricerca di una causa: il male assoluto è sempre incomprensibile, ci rimanda addirittura a cause metafisiche. Meglio il silenzio dopo le parole della memoria e il risveglio della propria umanità: il silenzio che accompagna le nostre opere poetiche ed umane compiute non per sanare una ferita che rimarrà sempre aperta, ma per evitare che altre ferite irreparabili, possano segnare in modo tragicamente definitivo la storia del genere umano. Mi sembra giusto che alla memoria della Shoah si affianchi anche il doloroso ricordo delle Foibe, della Strage degli Armeni, della Siberia e dei lager di Stalin in cui si sono contati ben più di 100 milioni di morti…e, purtroppo non è certo finita qui. Le parole degli amici Poeti hanno toccato profondamente la mia sensibilità: un messaggio si realizza non soltanto grazie all’incisività con cui il mittente lo lancia, ma anche nel momento e nella misura in cui viene recepito e mediato da chi lo riceve. Ho ricevuto. Grazie a tutti, grazie di cuore!

    • Steven Grieco-Rathgeb

      Spesso sento dire che è necessario accostare l’Olocausto degli Ebrei ad altri esempi di genocidio. Per il numero di morti, non mi sembra proprio possibile. Ad esso sono paragonabili solo la Tratta degli Schiavi dell’Occidente, i genocidi collettivi commessi dai popoli occidentali nelle colonie, il genocidio degli Armeni, la Cambogia di Pol Pot.
      Sono i numeri che a un certo punto acquistano una loro terribile singolarità. In piccolo possiamo enumerare infiniti esempi di genocidio, già terribili in sè. Ma il numero cambia tutto, si passa da un evento orrendo e anti-umano a qualcosa che non ha più nemmeno una possibile spiegazione.
      E qui voglio arrivare. L’Olocausto non può e non potrà mai avere una spiegazione. Però rimane necessario che ognuno cerchi di ricordare nei modi che meglio può.
      Ieri sera, al centro Ebraico di Roma, ho sentito delle poesie belle, altre abbastanza, purtroppo, retoriche, come dice Fratini. All’inizio, anch’io fremevo (come lui). Poi però ho notato che le persone ebraiche nel pubblico, mostravano comunque di apprezzare il gesto. E questo mi ha insegnato una lezione di umiltà. Eravamo tutti soltanto persone, esseri umani, come ho sempre sentito anche per le strade di Bombay, nel deserto del Sahara, a New York, o ad Amman o a Zurigo o Tokyo: “quello che sei tu, lo sono anch’io. Non lo dimentico mai. Guai se lo dimenticassi!”
      A proposito, la delicatezza micidiale della poesia di Gabriele ci mostra il massimo io penso che si possa fare con un soggetto così difficile da ricordare. L’ultimo verso della sua poesia, pur non dicendo in apparenza niente di particolare, con quel nome “Witold”, ci dà un potentissimo pugno nella pancia, molto più eloquente di altri modi di ricordare quell’evento.
      La rievocazione di Stephanie Golisch è anch’essa una cosa alta, molto alta nella sua semplicità, mi ricorda un certo scabro tono che associo anche a Herta Mueller.
      Grazie a Flavio Almerighi per questa iniziativa, importantissima! E la sua poesia, che mi è piaciuta molto, anch’essa colpisce. Purtroppo non posso essere d’accordo sull’accostamento con la tragedia palestinese. Fra questa e l’Olocausto ci sono differenze fondamentali, che però un un sottile trompe l’oeuil stoorico consente di deformare e totalmente travisare. Le due cose in realtà non hanno niente in comune. La tragedia palestinese, che è gravissima e grida giustizia a squarciagola, somiglia semmai alla guerra in Yugoslavia, e ad altri simili episodi, in cui un popolo voleva estirpare un altro dalla sua terra, cacciarlo via per sempre. Ho paura che il governo israeliano oggi e forse l’ala più oltranzista di popolo israeliano, vogliano fare proprio questo oggi. Ma Israele è piena di persone più progressiste e illuminate di me e di voi.
      L’Olocausto invece è la Soluzione Finale, industrializzata fin nei minimi particolari. Non confondiamo i termini.
      Simili accostamenti fanno male alla coscienza storica, ci rendono impotenti di fronte alla reale tragedia palestinese, e alle altre reali tragedie che si consumano oggi nel mondo: Siria, Yemen, Libia…
      Ieri sera al Centro Ebraico, io non me la sono sentita di leggere una mia poesia (ma domani una mia dovrebbe comparire qui su questa rivista), non per le ragioni pochissimo convincenti che dice Fratini, ma perché da giorni nella mia testa c’era una poesia molto più bella delle mie: di una grande quanto non appariscente poetessa israeliana, Dvora Amir, di cui ho fatto un post sull’Ombra delle Parole nel settembre 2014. Infatti lei non è, o almeno nel 2014 non era, tradotta in italiano, per cui la sua poesia in questo paese resta ancora un buco nero. (Questo il motivo, e lo spiego bene nella mia piccola premessa a quel post, che mi aveva spinto a tradurre in italiano dall’inglese poesie scritte originariamente in ebraico).
      La propongo qui ai lettori:

      HOW MANY WINDOWS DOES A PERSON NEED

      How many windows does a person need to open himself,
      so he won’t be like Captain Nemo, trapped in the webs of length
      and width coordinates
      hunted by his world. Among navigation instruments, “moving
      within the moveable base,”
      closed in, as if saying let the world come through my porthole,
      let it accustom itself to me.
      And on his eyes he put patches made of glass to keep tears
      from pouring to the light.
      He too needed several windows to save his life.
      A tiny slit, a teeny gate to look through, and from the inside out.
      Like Jonah in the belly of the whale, in the closing darkness
      he saw a sparkling pearl,
      pressed up against the fish’s pupil like an old man to the
      keyhole in his door.
      He saw flowing water moving towards him, and knew: the fish as well as the various creatures of the sea
      like him live their lives in a trap,
      and he heard his mouth tell his ears, I am alive.

      © Dvora Amir
      From: Be’ira itit (Slow Burning)
      Publisher: Ha-kibbutz Ha-meuchad, Tel Aviv, 1994

      © Translation: 1991, Linda Zisquit
      From: Modern Hebrew Literature No. 6
      Publisher: Institute for the Translation of Hebrew Literature, Ramat Gan, 1991

      DI QUANTE FINESTRE HA BISOGNO UNA PERSONA

      Di quante finestre ha bisogno una persona per aprirsi,
      perché non sia un Capitan Nemo, imprigionato dentro le trame
      delle coordinate in lungo e in largo
      braccato dal suo mondo. Fra gli strumenti di navigazione, “muovendosi
      all’interno della base possibile,”
      chiuso dentro, come se dicesse, sia il mondo a penetrare dal mio oblò,
      sia lui ad abituarsi a me.
      E sugli occhi mise toppe di vetro perché le sue lacrime
      non colassero alla luce.
      Anche lui ebbe bisogno di diverse finestre per salvare la propria vita.
      Una sottile fessura, un cancellino attraverso cui guardare, e dall’interno verso fuori.
      Come Giona nella pancia della balena, nell’oscurità crescente
      vide una perla splendente,
      premuta contro la pupilla del pesce come un vecchio al
      buco della serratura del suo uscio.
      Vide le acque ondeggiargli incontro, e seppe: il pesce, e le diverse
      creature del mare
      vivono come lui le loro vite in una trappola,
      e sentì la sua bocca dire alle sue orecchie: io vivo.

      • “L’Olocausto invece è la Soluzione Finale, industrializzata fin nei minimi particolari.”
        E’ proprio questo il dato sconvolgente, ma la Arendt ce lo ha svelato: il male più agghiacciante è stato un meccanismo ben oliato da mediocri burocrati. La banalità e non l’atrocità è il dato straniante che ci getta in un orrido di paure.

  14. Steven Grieco-Rathgeb

    Scusate: Hiroshima e Nagasaki.

  15. Mariella Colonna

    “Non hanno mai capito chi era veramente questo Gesù.
    Uno dei nostri rabbini più amorevole che soccorreva sempre i bisognosi e i perseguitati.
    Gli hanno attribuito troppe insegne da sovrano.
    È stato considerato un predicatore dalle regole forti.
    Per me è l’archetipo del martire ebreo di tutti i tempi”.
    (Marc Chagall)

    • Dico una banalità: se era uno dei rabbini più amorevoli, com’è che lo ammazzarono?

      • Mariella Colonna

        provocatore! Penso che, almeno su questo argomento, tu sia al corrente! (A parte il fatto che ho citato una frase di Chagall.) I sacerdoti ebrei lo consideravano un personaggio pericoloso per il grande ascendente che esrcitava sulle folle con le sue parole e i miracoli. Comunque non è facile comprendere e accettare una persona che afferma di essere il Figlio di Dio! E poi il popolo, dovendo scegliere se dare la grazia a Lui o a Barabba, scelse Barabba.
        Leggiti il processo a Gesù sul Vangelo e capirai meglio!

        • Noi cattolici lo conosciamo a memoria, il Vangelo. Resta il fatto che gli ebrei l’han fatto fuori. Non che a me personalmente la cosa scandalizzi più di tanto ( sono discepolo di Osho da 25 anni, figurati che me ne importa delle religioni). Dico solo che Chagall ha un bel dire che adesso… ecc ecc, non è credibile, se non agli occhi degli stessi ebrei. E’ solo questione di buon senso. Poi la frase è certo molto bella.

  16. letizia leone

    I

    Mi fermo.
    Aspetto il buio.
    Il sole ai piedi e le tenebrose lucertole.

    Questa Storia
    Non si può scrivere a mezzogiorno.

    II

    L’educazione nazista
    Non è solo tracciare con il coltello
    La svastica
    Su un muscolo piatto.

    Toccala ora questa pelle fredda
    Perché un cadavere ritorna dal buco
    Della Storia
    Raggomitolato.

    Era stato legato al letto.

    (Letizia Leone)

  17. Ogni popolo può narrare (e narra, attraverso la narrazione, la poesia, la canzone…) un suo personale Olocausto. C’è il genocidio dei Greci del Ponto, che possiamo ricordare accanto a quante catastrofi giustamente sono state più sopra elencate. Ricordo che alla fine degli anni ’90 andavo spesso in Giordania, da amici. Era una famiglia di origine beduina, ed io poco conoscevo della loro storia. Un giorno mi raccontarono che la madre, assieme a moltissime donne e bambini di Amman, era stata rapita dai Palestinesi che avevano tentato di imporsi sulla popolazione locale, durante il famoso “Settembre nero”. Odio, migliaia di morti anche lì. Il risultato fu che la popolazione palestinese ad Amman fosse fatta risiedere a Downtown, circondata e controllata; tutti i giordani avevo più membri della famiglia nell’esercito…
    E poi le foibe, la spinosissima questione che a Trieste brucia sotto i nostri piedi…
    Ieri mio figlio (ha 13 anni, da un paio d’anni è particolarmente attento a raccogliere informazioni su quanto accadde agli Ebrei e alle minoranze perseguitate durante la II Guerra Mondiale) poneva a noi, qui in casa, domande che m’hanno portata a riconoscere l’indiscrezione allucinata che anch’io provavo alla sua età di fronte al male. Perché ciò che, prima di sconvolgere, disorienta e mortifica è l’organizzazione “industriale” (mi ricollego all’intervento di Steven) di questo Male, quasi avesse voluto essere l’emblema di tutti i suoi figli degeneri nei passati, presenti e futuri fino alla fine dei tempi. Stephanie Golish lo dice così bene: l’unica immagine afferrabile è quella degli zoccoli di legno con venti gradi sotto zero, il resto è una immensità senza confine che può assomigliare al gioco di bambini di immaginare l’infinito e cadere nel buio dell’indecifrabilità. Frammanti di discorso, e l’inquietante vaticinio che sì, “potrebbe ancora accadere”.
    Per quanto riguarda la retorica e gli esercizi sulle vite straziate, tutte, su tutte le tragedie: se esistono, quando esistono, si tradiscono da soli. Portare invece avanti, generazione dopo generazione, la fiammella accesa a testimone della nostra partecipazione è a volte doveroso. E lo dico proprio tenendo neglio occhi mio figlio e il suo addentrarsi timoroso e lucido in territori di desolato orrore.

  18. Mi permetto di riportare un pezzo della mia storia di italiana, sì, ma soprattutto meridionale. Forse, tanti di noi ancora non sanno che alla fine dell’800 accadde qualcosa che i libri di storia ancora si rifiutano di narrare…

    Dal libro “Terroni” di Pino Aprile (Edizioni Piemme, 2010)

    “Io non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto. Ma tante volte, per anni.
    E cancellarono per sempre molti paesi, in operazioni “anti-terrorismo”, come i marines in Iraq.
    Non sapevo che, nelle rappresaglie, si concessero libertà di stupro sulle donne meridionali, come nei Balcani, durante il conflitto etnico; o come i marocchini delle truppe francesi, in Ciociaria, nell’invasione, da Sud, per redimere l’Italia dal fascismo (ogni volta che viene liberato, il Mezzogiorno ci rimette qualcosa).
    Ignoravo che, in nome dell’Unità nazionale, i fratelli d’Italia ebbero pure diritto di saccheggio delle città meridionali, come i Lanzichenecchi a Roma.
    E che praticarono la tortura, come i marines ad Abu Ghraib, i francesi in Algeria, Pinochet in Cile. Non sapevo che in Parlamento, a Torino, un deputato ex garibaldino paragonò la ferocia e le stragi piemontesi al Sud a quelle di «Tamerlano, Gengis Khan e Attila».
    Un altro preferì tacere «rivelazioni di cui l’Europa potrebbe inorridire»…”

    […] Non sapevo che il paesaggio del Sud divenne come quello del Kosovo, con fucilazioni in massa, fosse comuni, paesi che bruciavano sulle colline e colonne di decine di migliaia di profughi in marcia.
    Non volevo credere che i primi campi di concentramento e sterminio in Europa li istituirono gli italiani del Nord, per tormentare e farvi morire gli italiani del Sud, a migliaia, forse decine di migliaia (non si sa, perché li squagliavano nella calce), come nell’Unione Sovietica di Stalin.
    Ignoravo che il ministero degli Esteri dell’Italia unita cercò per anni «una landa desolata», fra Patagonia, Borneo e altri sperduti lidi, per deportarvi i meridionali e annientarli lontano da occhi indiscreti.

    (tratto da http://www.altrainformazione.it/wp/2010/06/15/il-genocidio-dei-terroni-il-risorgimento-nascosto/)

    • Il perché lo ha spiegato il signor Fratini.

    • Mariella Colonna

      Per fortuna, con una manovra ardita,il figlio di Luigi Settembrini, uno dei “pericolosi” rivoluzionari che dovevano essere “deportati in America” o “in una landa desolata fra Patagonia e Borneo”, come ha detto Angela Greco, riuscì a far dirottare la nave che li trasportava, in Irlanda prima, dove furono accolti come eroie festeggiati, poi nella stessa Inghilterra dove ricevettero altrettante manifestazioni di solidarietà. Ma a migliaia
      furono tradotti in carceri dell’Italia del Nord e il clima freddo e nevoso li uccise, abituati com’erano al clima caldo del sud. Comunque nell’Unione Sovietica di Stalin fu tutt’altra cosa: è terrificante il numero delle vittime in Siberia e nei lager dove furono sterminati ben oltre 120 milioni di uomini. E le stragi perpetrate in Ruanda, nel Congo, ie su tante altre popolazioni inermi e già indebolite dalla scarsità di cibo ed acqua? Fermiamoci qui. L’umanità deve finalmente capire che non è la guerra, sono la pace, la cultura e la religione vissuta nell’impegno della fede attiva a far fiorire la civiltà umana. Inutile dire che la cultura (pensiero unico) e la religione, se vissute in modo integralista e fanatico, possono invece rovinare la società e il mondo.
      Sulla Poesia ontologica, invece, abbiamo il dovere di fare un lavoro che ci appassiona: creare e impegnarci con ardore moltiplicato, adesso che è stata aperta una nuova strada. Meglio di così!

  19. a Dachau dentro un armadio con l’anta di vetro, è conservata l’uniforme di un prigioniero. E’ fatta di una specie di fustagno leggero. Il prigioniero la portava sia in estate che in inverno. Deve essere stato un tormento indossarla, perché a vista la sua consistenza era quella di essere terribilmente calda in estate e freddissima in inverno, considerati gli appelli della durata di parecchie ore in cui i prigionieri dovevano rimanere inquadrati e immobili. Gli zoccoli, in legno e con una guarnizione metallica sul bordo della tomaia, doveva essere una tortura e ferire il prigioniero a ogni passo. Consideriamo che il prigioniero in genere doveva trottare e non camminare. Quindi non soltanto massacro su scala quotidiana, ma continuo annientamento, il prigioniero non doveva avere un attimo di pace in tutto l’arco della giornata. In quanto alle tragedie, alle stragi, la storia ne è piena fin dalla preistoria a partire dal genocidio dell’uomo di Neanderthal da parte degli uomini Sapiens, che poi saremmo noi. La vera di differenza coi lager nazisti è l’annientamento della persona su scala industriale prima della sua uccisione e distruzione.

  20. Mariella Colonna

    Mi permetto di sottolineare che Chagall, pittore ebreo e autore della “Crocifissione bianca”, opera che, forse, si può considerare il suo capolavoro dal punto di vista della “Novità ontologica” del messaggio e della sua intensa, dolorosa, direi lacerante resa pittorica, ha detto:
    “Non hanno mai capito chi era veramente questo Gesù.
    Uno dei nostri rabbini più amorevole che soccorreva sempre i bisognosi e i perseguitati.
    Gli hanno attribuito troppe insegne da sovrano.
    È stato considerato un predicatore dalle regole forti.
    Per me è l’archetipo del martire ebreo di tutti i tempi”.
    Marc Chagall
    Sono parole da meditare in silenzio e senza la presunzione di poter dire l’ultima parola su eventi di “portata planetaria”, anche se siamo soltanto abitanti di questa terra troppe volte ferita e umiliata nei suoi figli: siamo soltanto di passaggio su questa terra, ci dobbiamo considerare per quello che siamo e non migliori degli altri. Soffriamo con le vittime e guardIiamo ai persecutori senza ricordare soltanto il male che hanno fatto. Chissà quanto bene non abbiamo fatto noi, per evitare quel male!

  21. Il dizionario etimologico ci dice che: Esperiènza (ant. esperiènzia, speriènza, speriènzia) s. f. [dal lat. experientia, der. di experiri: v. esperire]. – è un perfetto calco del greco empeiria, composto di “én“, e peira, “prova”, “saggio”, da cui la stessa radice di periculum. Si dà Esperienza soltanto nel Presente. L’Esperienza è circoscritta a noi, alla nostra persona e non si dà a quella degli “altri”. Ne deriva che si dà Esperienza soltanto mediante conoscenza diretta e personale di un Evento.

    Chi ha avuto Esperienza ne conserva traccia nella Memoria, chi invece non ha avuto conoscenza diretta dell’Esperienza deve far ricorso alla Memoria degli Altri.

    Dal punto di vista filosofico risulta evidente il legame che unisce Esperienza e Memoria. Noi non possiamo avere Esperienza di qualcosa che è accaduto agli Altri se non mediante la Memoria (ecco l’utilità di scrivere la Storia degli eventi), ecco perché noi abbiamo cognizione degli Eventi del Passato soltanto attraverso la conservazione della Memoria. Ergo, la conservazione della Memoria è un obbligo per la collettività civile e per il singolo, senza di essa, si cade nella Perdita del ricordo dell’esperienza a seguito della Perdita della Memoria.

    Ecco il perché noi dobbiamo rammentare alle nuove generazioni l’utilità della conservazione della Memoria, in quanto senza di essa l’umanità ricadrebbe negli eventi luttuosi che l’hanno macchiata.
    In tal senso l’Olocausto riveste un carattere paradigmatico, perché è stato un Evento di tale portata gigantesca e di tale gravità per il quale ci mancano le categorie, ci mancano letteralmente le parole. Che poi ogni popolo abbia il suo Olocausto da ricordare, questo nulla toglie alla importanza del conservare la Memoria dell’Olocausto, anzi, ne è una ragione in più

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