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POESIE di Ewa Lipska, Dunya Mikhail, Annalisa Comes, Maria Rosaria Madonna, Laura Canciani – Commenti di Donatella Costantina Giancaspero e Giorgio Linguaglossa- Il problema della nuova ontologia estetica

 

foto arredamento pop

divano bianco con frammenti colorati

Strilli Talia2postati da giorgio linguaglossa
9 settembre 2017

Ewa Lipska (da Cara signora Schubert, 2012 trad it L’occhio incrinato del tempo, di Marina Ciccarini, Armando, 2013)

Il testamento

Cara signora Schubert, le scrivo da Amsterdam,
dove sono in borsa di studio per scrivere
il mio testamento. Il nostro amore l’ho lasciato al Passato
che, come sempre, rimettiamo al Futuro.
L’ho sottratto al sonno. Sono spuntate le rondini.
Il cielo era superfluo.

(trad di Marina Ciccarini, da Ewa Lipska, L’occhio incrinato del tempo, Armando, 2013)
Postilla.
Ecco, questa poesia potrebbe essere annoverata alla nuova ontologia estetica per il suo modo di essere scritta.

Ewa Lipska (da Cara signora Schubert, 2012)

Tra

Cara signora Schubert, mi chiedo dove andremo ad abitare Dopo. Dopo, cioè là dove prima c’era la fabbrica che produceva la vita d’oltretomba. Sarà tra ciò che non abbiamo fatto e ciò che non faremo più.

(trad di Marina Ciccarini, da Ewa Lipska, L’occhio incrinato del tempo, Armando, 2013)
Postilla.

Ecco, questa poesia potrebbe essere annoverata alla nuova ontologia estetica per il suo modo di essere scritta.

Ewa Lipska (da Cara signora Schubert, 2012)

Il nostro mondo

Cara signora Schubert, il nostro mondo è come una lettera scritta di proprio pugno dagli Dei, ma lo stile non vale niente…

(trad di Marina Ciccarini, da Ewa Lipska, L’occhio incrinato del tempo, Armando, 2013)
Postilla.

Ecco, questa poesia potrebbe essere annoverata alla nuova ontologia estetica per il suo modo di essere scritta.
Strilli Talia1

Strilli Rago

*

Dunya Mikhail

La tazza

La donna capovolge la tazza tra le lettere
spegne le luci a parte una candela
poggia il dito sulla tazza
ripete parole come formula magica
Spirito… se ci sei rispondi sì
La tazza si sposta verso destra per dire – sì –
– sei veramente lo spirito di mio marito che è stato ucciso?
la tazza si sposta verso destra per dire – sì –
– perché mi hai lasciato così presto?
la tazza indica le lettere: n o n d i p e n d e d a m e
– perché non sei scappato?
la tazza indica le lettere: s o n o s c a p p a t o
– e come ti hanno ucciso allora?
la tazza indica le lettere: a l l e s p a l l e
– che faccio di tutta la mia solitudine?
la tazza non si muove
– mi manchi
la tazza non si muove
– mi ami?
la tazza si sposta verso destra per dire – sì –
– posso farti restare qui?
la tazza si sposta verso sinistra per dire – no –
– vengo con te?
la tazza si sposta verso sinistra
– ci saranno cambiamenti nella nostra vita?
la tazza si sposta verso destra
– quando?
la tazza indica 1996
– stai bene?
la tazza – dopo un attimo di esitazione – si sposta verso destra
– che mi consigli di fare?
s c a p p a
– per andare dove?
la tazza non si muove
– ci sarà un’altra disgrazia?
la tazza non si muove
– che raccomandazione mi lasci?
la tazza indica una successione di lettere senza senso
– ti sei stancato di rispondere?
la tazza si sposta verso sinistra
– posso farti ancora domande?
la tazza non si muove
dopo un attimo di silenzio – la donna balbetta:
Spirito… vai in pace
poi chiama il figlio che è in giardino
a catturare insetti con un elmetto forato.

[ Traduzione di Elena Chiti, tichene@gmail.com  da La Guerra lavora duro, San Marco dei Giustiniani, 2011 ]
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Due poeti a confronto: La poesia-poema di Claudio Borghi e la poesia-frammento di Lucio Mayoor Tosi – Lettura di Mariella Colonna

Gif Shady Obese Albino-smallStrilli RagoMariella Colonna

La liturgia della parola di Claudio Borghi

 Claudio Borghi è un fenomeno singolare e isolato nel contesto culturale dei nostri tempi. E’ un fisico, e i suoi studi nelle discipline scientifiche sono la base culturale su cui costruisce un’opera poetica in cui il rigore del pensiero si fonde con l’adesione appassionata alla natura e al mondo in cui vive. Potrebbe sembrare un paradosso, in realtà è proprio da questo potenziale dissidio tra la prospettiva rigorosa delle scienze e l’amore per la poesia e la vita che nasce la suggestione e la singolarità delle sue opere. Segno espressivo emblematico di questo particolare sentire è il poemetto Rondini, tratto dalla prima sezione di Dentro la sfera (Effigie, 2014), il suo primo libro, di cui leggiamo le strofe iniziali:

Rondini cristalline in uno stupore di spazio
spargono linee in un’atmosfera senza vento,
lucide armonie, folate di idee, immagini increate.
Chiusa in un castello di musica la città di vetro,
la luce bagnata da un disegno di rami in fuga,
sempreverdi, di foglie fiorite
come giovani volti illuminati.

Di Borghi, in una lettera citata nella sezione finale di Dentro la sfera, Giorgio Barberi Squarotti ha scritto:

“Il suo discorso poetico è al tempo stesso concettuale e visionario, e il ritmo è un poco solenne e rigoroso, come compete al sacro a cui tende fortemente”.

Pur non avendo letto questo commento di Barberi Squarotti, percorrendo la difficile e coinvolgente strada della lettura di L’anima sinfonica, Dentro la sfera e, in parte, La trama vivente, ho colto immediatamente il carattere liturgico della parola poetica che si distende in lunghi percorsi, scorrendo e restando ferma ad un tempo come un silenzioso corso d’acqua dalle sorgenti dell’io all’oceano sconfinato dell’Uno. Come l’acqua che scorre, fluido titolo di un libro e racconto molto intensi della Yourcenar, le parole di Borghi si sciolgono l’una nell’altra facendo emergere dal profondo immagini della quotidianità che, nella vibrazione solenne dei versi, acquistano il senso di un religioso (dal latino re-ligare, nel senso di collegare stringendo rapporti) e continuo passaggio dalla realtà conosciuta a quella misteriosa in cui mondo e umanità sono immersi, e che il poeta cerca di esprimere con analogie, metafore e semplici evocazioni del proprio vissuto.

Giorgio Linguaglossa, commentando La vera luce (da La trama vivente, Effigie, 2016), vede nei versi di Borghi “movimenti o sequenze musicali”:

“Molte composizioni sono strutturate come movimenti o sequenze musicali: iniziano con un Cerimoniale lento e rigido che scollina in un Allegro moderato, per poi, subito dopo, alleggerire il tono mediante l’inserimento di un Lamentoso cantabile, molto legato; quindi, di nuovo, ecco un Allegro capriccioso che sfocia in un Vivace energico che si alterna con un Adagio mesto e un Allegro maestoso, fino a giungere ad un Andante misurato e tranquillo. Un pensiero poetico incastonato in una partitura musicale, suddivisa in più movimenti melodici e ritmici”.

La vera luce

Nel viaggio millenario si rinnova
l’onda dell’essere che sviluppa
una storia senza scrittura:
semplice dettato di emozione
il creato si imprime
sulle pareti della percezione,
sullo schermo degli occhi
o sulla volta risonante degli orecchi,
rimandando ogni cosa alle altre
e tutte intonando la forma del principio,
necessaria, presente,
viva eppure gratuita, assente,
quasi morta mentre su di sé
si richiude e ripiomba.

(…)

Strilli LeoneStrilli GiancasperoNon posso essere che d’accordo con Linguaglossa: il rapporto tra poesia e musica è originario e strutturale, ma occorre analizzare la differenza tra i linguaggi delle due forme d’arte per cogliere nello specifico la poesia di Borghi. Linguaglossa sottolinea il “movimento lineare”, il cui andamento non prevede spezzature improvvise, discontinuità e circolarità del tempo, irregolarità sintattiche e così via, che invece connotano le opere dei poeti della NOE. Credo che la quasi sacralità dei versi di Borghi esiga un andamento lineare; occorre inoltre rilevare che in essi le varianti esistono, ma sono da ricondurre alle immagini e ai messaggi e significati che non sempre sono lineari, anzi, molto spesso sono cadenzati dal ritmo stesso del cuore: sistole e diastole, come nella poesia La vera luce. Accade che mente e cuore del poeta si sollevino nella contemplazione, poi un’inspiegabile melancholia lo afferra e il fiore, che era sbocciato in tutto il suo splendore, si richiude, appassisce. I versi scorrono con il ritmo lento inarrestabile della stessa vita in quello che ha di più sacro: la contemplazione della natura, il mistero dell’esistere e il cosmo come espressione di un ordine supremo. C’è, tuttavia, qualcosa che rende difficile una lettura senza interruzioni: mentre, come ho già accennato, l’attrito interno tra le prospettive della scienza e quelle della poesia che ne caratterizzano il pensiero non intacca, anzi esalta la capacità che il poeta ha di abbracciare un vasto campo di argomenti e di individuarne gli invisibili legami, l’andamento dei versi, il loro ritmo, si svolge in modo uniforme e, come dice Linguaglossa, con un movimento rettilineo. Da una parte questo ritmo, che tende a livellare le differenze nell’esprimere il sentimento dominante dell’Uno a cui tutto – e prima di tutto l’anima del poeta – si rivolge, è percepito come un procedere senza scosse e inevitabilmente senza sovvertimenti, sorprese o colpi di scena e quindi prevedibile; dall’altra è proprio questa consustanzialità solenne del linguaggio nelle poesie e nell’insieme del poema a creare quel senso del sacro individuato da Barberi Squarotti e che io ho chiamato liturgia della parola.

Abbiamo visto come Linguaglossa, nel presentare La trama vivente, sia riuscito a sentire la profonda analogia tra la poesia di Borghi e la musica fino a trovare, nei versi del poeta, scansioni ritmiche equivalenti all’ “Allegro moderato” fino ad un “Andante misurato e tranquillo” passando per un “Allegro capriccioso” un “Vivace energico” e così via. E’ evidente che ad ogni lettore o critico arrivi il messaggio da cui la sua sensibilità si sente più attratta e coinvolta, e credo sia un ascolto rivolto soprattutto ai suoni che genera la sensazione di uniformità e moto rettilineo. Con sorpresa, procedendo nella lettura, mi sono convinta che la musicalità, o addirittura la musica dei versi di Borghi non vada letta come quella che si rinviene in uno spartito musicale, ma come un’armonia da cercare in profondità tra sinergie, sinestesie, contenuti, immagini, situazioni, colori e la forma in cui vengono espressi. E’ una musica che deve arrivare non tanto alle orecchie, quanto al centro profondo dell’anima di chi si dispone ad ascoltarla: una musica non di suoni, ma nata dal silenzio contemplativo e destinata al silenzio e alla contemplazione. A ben vedere nella grande musica il suono non è un fine, piuttosto un mezzo per raggiungere l’anima e l’intelletto; ma nella poesia l’ascolto va spinto ancora più in profondità, in estensione anche temporale e nel silenzio, se teniamo conto che il suono distrae dalle recondite armonie che l’anima riesce a captare, grazie ad un insieme di facoltà in cui si impegnano le infinite possibili varianti del linguaggio come significato e come significante, cioè come forma. Nella musica, quando non si risolve in superficiali effetti sonori o astratte armonie ma coinvolge il flusso profondo, quindi il movimento unico dell’Essere, i significati volano liberi da qualunque tentativo di imprigionarli in uno schema mentale o linguistico. Credo che, per comprendere il senso ultimo dell’opera di Borghi, sia necessaria un’apertura ai contenuti e valori a cui l’autore fa riferimento: e ciò richiede che almeno in parte si condividano tali valori. Ma anche chi non li condivide può, con un volo mentale e un tocco di immaginazione, superare il senso di smarrimento che si prova navigando nell’oceano di quest’opera e cercare in quelle profondità la poesia, le immagini, i colori. 

Cito, da Dentro la sfera, alcune strofe di Nel tempo solo senza musica:

Nel tempo solo senza musica, solo e senza musica
e luminoso il sole si corica sul letto viola
del lago, dove la conoscenza è evidenza
e indistinta la potenza diventa particolare
immedesimandosi in un movimento puro senza esistenza

le onde tutte della luce fasciano il pianeta
i corpi degli uccelli volano nell’atmosfera
la terra umida della notte
distesa si copre della grandezza manifestata del giorno
e non so come chiedere alle parole di piegarsi
sulle cose, come pensarle, come venire al bocciolo
dell’apparenza presente che si mostra
e si offre, del volto più puro che si alza

fino all’azzurro incontaminato
(…)

 

Qui non è facile parlare sostituendosi alle parole, bisogna invece far parlare le parole, sprofondare nei significati della poesia perché le parole perdano la durezza di significanti e si associno liberamente grazie alle loro sinergie, ai loro contrasti, al loro legare e sciogliere i misteriosi legami che le avvicinano e le allontanano, ai colori dal cui contrasto nascono segrete, appena percepibili analogie.

Da Visioni da una camera quadrata, in L’anima sinfonica: 

Uno scoiattolo si impadronisce del vuoto. 

Il bianco è un’assenza di suoni.

Rimane una fuga di pensieri tra le erbe alte.

In questi versi, di solo apparente semplicità, vedo tre frammenti assai ben organizzati e un linguaggio molto attuale: lo scoiattolo che si impadronisce del vuoto è un’immagine surreale assai suggestiva, una metafora ardita; il bianco è un’assenza di suoni è un’associazione coraggiosa tra il colore bianco e il silenzio; il terzo verso è il più facile da comprendere: la metafora dei pensieri che fuggono tra le erbe alte si valorizza per il contrasto tra la velocità del pensiero e la statica presenza delle erbe che non possono né vogliono in alcun modo frenarlo. Ho commentato questi ultimi versi per far notare quanto siano fuori luogo e ingombranti le parole quando cercano di spiegare l’inspiegabile. La poesia è mistero e le parole possono tendere verso il mistero, alludere ad esso, ma non potranno mai raggiungerlo. Se accettiamo questo limite, forse le parole silenziose ci diranno molte più cose di quante ne abbiamo capite e scoperte noi usandone troppe con lo scopo di interrogare la realtà: la poesia vera parla all’anima, in perfetto silenzio.

Da La trama vivente:

Lascia il microscopio, lascia il telescopio, deponi gli strumenti che ti prolungano nello spazio. Guarda solo con gli occhi. Lascia l’immaginazione, smetti di dipingere, di matematizzare la varietà. Il quadro è dato, chiuso e concluso. Riluce l’illusione del cosmo, soffia il fiato divino che tempera le forme e le pervade di tremori impercettibili, quando nasce il sole e tutta si sfoglia, tenera, la mattina.

Nel vuoto si perde il profumo dei sensi e il chiarore raggiante della mente, la cui essenza è contemplativa: non le è concesso creare, solo plasmare idee e raccoglierle nella memoria, che dentro si compone finché una lama anonima la separa dal corpo della visione. Dal centro al non confine della sfera inconcepibile non c’è storia. Solo una quiete esplosa, che annienta ogni immaginazione o volontà infantile di possederla.

Monadi solitarie vagano come particelle in sospensione in un fluido, atomi zigzaganti tracciano traiettorie browniane, incerti labirinti da cui la matematica fa emergere la traccia statistica di una regolarità, il senso precario di una soluzione.

Nel vuoto, reso a tratti magnifico dal fiorire imprevisto di novità, la poesia cerca animandosi di trovare l’ebbrezza della sua sopravvivenza, nella dinamica fine a se stessa di un ritmo che senza soluzione di continuità si rinnova di parola in parola, di verso in verso, inanellandosi, inviluppandosi, naufragando nel cerchio immobile della presenza del tempo.

Niente so della vita nelle cose, ma della vita posso disegnare i corpi che fuggendo sulla tela corrono come spinti da una forza michelangiolesca, soffiati da un turbine perenne, i corpi inquieti che si cercano per fondersi, si toccano e si amano per sentirsi l’un l’altro vivi.

Mariella Colonna, 20/08/2017

Strilli Talia1Strilli GabrieleMariella Colonna

I cromatismi e la poesia per frammenti di Lucio Mayoor Tosi

Lucio Mayoor Tosi è il caso più singolare di cui io sia stata diretta testimone da quando frequento il gruppo di poeti della NOE e la Rivista Internazionale L’Ombra delle Parole. Lucio Mayoor è “nato” pittore astratto e ha fatto una lunga sperimentazione con i pigmenti come in una Bottega rinascimentale, partendo da una ricerca sull’origine e composizione della materia, che è alla base del suo particolare astrattismo, e approdando ad una straordinaria capacità di usare il colore in modo assolutamente “semplice” ma altrettanto significativo.

Egli crea frammenti di forma regolare quadrata o rettangolare, ma del tutto singolari nell’abbinamento dei colori che si associano liberamente anche a superfici corrugate, con tocchi, effervescenze, sfinimenti, aggressioni, defezioni, brevi accenni al mistero, che sono l’espressione, in arte, dei movimenti delle particelle nel vuoto a cui Mayoor ha dedicato da sempre la propria attenzione. C’è da sottolineare che egli non lo considera analogo al nulla, ma come un brodo primordiale dove individuare i percorsi iniziali dei fenomeni studiati dalla ricerca scientifica  fino a quelli in continuo rinnovamento della cultura e del linguaggio poetico più attuali. La ricerca del “nuovo” in Tosi non è mai fine a se stessa, ma orientata a compensare per opposizione “la perpendicolarità delle linee pavimenti – pareti – soffitto”, connotazioni che caratterizzano la tendenza italiana al “classico”. I frammenti Di Lucio Mayoor nascono, come egli stesso dichiara, dall’osservazione remota del microcosmo, ma del tutto casualmente . Ognuno di essi è indipendente dall’altro o da realtà artistiche a loro esterne. L’autore dice: “E’ stato l’apporto critico di Giorgio Linguaglossa a dare una scossa alla mia ricerca pittorica.” Il rapporto con Linguaglossa è forte e incisivo nella storia dell’artista: hanno anche provato ad associare i versi di due loro poesie e l’effetto era di un insieme  straordinariamente unitario.

Lucio Mayoor Tosi Sponde 1

Lucio Mayoor Tosi, Sponde, composizione

Lucio Mayoor sottolinea molto incisivamente l’interattività, una delle chiavi interpretative della creazione di un’opera mai abbastanza approfondite e comprese sia  dagli uomini di cultura che dai fruitori dell’arte: un’opera infatti continua a nascere e “crescere” grazie al momento della fruizione che la arricchisce di contenuti psico percettivi e di valori che nascono grazie allo “scambio” tra l’oggetto d’arte e chi lo osserva aprendosi al messaggio trasmesso dall’artista. I frammenti di Lucio Mayoor possono essere disposti in maniera sempre diverse dalla persona che li possiede: il fruitore dell’opera  può così partecipare al momento creativo scegliendo di associarli e di comporli di volta in volta in modo differente, lasciandosi ispirare dalle proprie intuizioni in materia di forma e di colore. E’nella dimensione dell’interattività che il frammento pittorico si incrocia in modo organico e sinergico al frammento poetico. Cerchiamo di individuare lo specifico che esplode per novità e originalità nel percorso di ricerca di Mayoor: l’immagine pittorica contiene in sé, potenzialmente, la parola e viceversa la parola contiene in sé l’immagine: ma sarebbe troppo facile e superficiale pensare questo rapporto in senso figurativo e descrittivo. Il “contenere in sé” di Lucio Mayoor supera l’aspetto descrittivo, è il nascere della parola insieme all’immagine: è un processo organico e non di complementarietà. Questa è la novità di Lucio Mayoor come interprete della NOE in chiave artistica e poetica: le sue opere di pittura tendono alla parola, sembra che la cerchino per trovare un completamento: e , viceversa, le sue poesie non solo contengono elementi di un cromatismo analogico e organico, ma tendono a configurarsi in colori e forme rigorosamente astratti. Tutto ciò avviene senza che l’autore si ripieghi mai su se stesso, o si compiaccia nel processo della creazione delle proprie opere.

Lucio Mayoor Tosi Interpretazioni coloristiche.png

Mayoor Lucio Tosi, Interpretazioni coloristiche

Lucio Mayoor è un raffinatissimo autore “di strada” nel senso migliore dell’espressione: cultura, letture appassionate, impegno nelle tecnologie sono come tra parentesi o meglio sottintese alle sue opere, mai esibite. La grafica della Rivista “L’Ombra delle parole” ha fatto un salto di qualità da quando l’ha vigorosamente presa in mano Lucio Mayoor. I pigmenti allo stato puro hanno reso l’idea del nuovo che nasce: oltretutto il nostro ha creato una ritrattistica cromatica di grande effetto, interpretando in modo personale Andy Warhol, direi un Andy Warhol mitteleuropeo, raffigurando e presentando i volti dei poeti con macchie di colore che sfumano verso altri colori per analogia o risaltano per contrasto, oppure danno rilievo in modo unitario ai tratti del personaggio con tinte forti.

Lucio Mayoor Tosi toys composizione di tre doppi frammenti

Lucio Mayoor Tosi, Toys, Tre doppi frammenti

Colpisce come   sia approdato alla poesia della NOE senza soluzioni di continuità, con grande naturalezza: Lucio è poeta non “letterario” ma alimentato da molta lettura ed esperienza di scrittura e con l’evidente consapevole conoscenza di tutte le regole: è poeta e basta, sia nel “dipingere”, sia nella scrittura: e sta elaborando, nella poetica della Nuova Poesia, soluzioni nuove ed originali: non disdegnando le immagini del passato, le rende “dinamiche “ accostandole a situazioni estreme da astronauta e addirittura lanciandole nel vuoto, senza alcun appiglio.

Crea “per frammenti come se respirasse”. Questa semplicità è spesso raffinata come, ad esempio, nella lirica Frammenti per Sally: i primi tre versi realizzano una dialettica tra colore e significato molto efficace, che si appoggia su una visione mentale più che reale del colore:

Frammenti per Sally

Oltre le finestre della casa non c’è nulla.
Solo bianco dipinto su se stesso.
Qualcuno lentamente scompare. Resto
in silenzio. Oltre il grigio vetro smeriglio
il lembo di una camicia a quadri. Molti
pensieri sparsi nell’aria come lucciole.
Cielo di tanti palazzi. Nello specchio
un uomo curvo con il cappello in testa.
Pare gobbo. Cammina a lunghi passi,
sempre guardando a terra. Il pollice
infilato nella cintura, con l’altra mano
tiene sottobraccio il bastone da passeggio.
Mi pervade una dolcezza senza fine.
Le stelle si stanno allineando, finché
musica le scompone. Una donna nuda
porta l’anfora piena di latte.*

*Sally è mia nipote. Oggi compie gli anni. Ho preso dei frammenti alla rinfusa, qualcosa di vecchio e qualcosa di nuovo, li ho confezionati ed ecco pronto un regalo per lei. Che senso ha? Dire che ne ha uno soltanto sarebbe sbagliato, dire che ne ha molti altrettanto. Qui il senso va da ogni parte perché non è svolgimento. Il puro frammento è come neve, polvere, atomi che interagiscono in una danza senza musica.

(Lucio Mayoor Tosi)

Questo “bianco dipinto su se stesso” è indescrivibile con altre parole, richiede le parole del prossimo verso: è e scompare “in uno”, cioè contemporaneamente…infatti “qualcuno lentamente scompare”: chi scompare? il colore, perché bianco su bianco scompare. Ma c’è anche l’ospite misterioso, il Signor Nemo…anche lui, abitante del “Nulla”, scompare insieme all’invisibile colore che lo ospita.

In Lucio Mayoor si sentono echi: assai poco della poesia del ‘900, Transtromer ma, soprattutto Giorgio Linguaglossa Gino Rago e Mario M.Gabriele, maestri della NOE, con i quali c’è piena sintonia e stima reciproca, in piena autonomia di scelte e prospettive culturali.

Altra espressione nuova e in cerca di completamento cromatico, nel verso 7: “Cielo di tanti palazzi”…qui il poeta associa l’idea del cielo a quella dei palazzi, contrariamente a quanto accade di solito: i palazzi, in città soprattutto, sembra che ci rubino la vista del cielo, invece lo sguardo di Lucio va oltre il limite imposto dai palazzi, che qui sostituiscono “la siepe” famosa che far scattare in Leopardi il pensiero dell’infinito, per sconfinare e perdersi nell’azzurro.

S’apre una porta

 Un notturno di seta deve essere passato
davanti alla casa in Illinois. La persona che stava piangendo
ora si vede al centro dell’umanità

dove tutti son voltati di spalle. E nudi.

 «Nessuno sa del silenzio che c’è qui».

«Giuro su niente che ti sarò fedele e darò la vita
per ognuno che passi, anche sbadatamente, nel mio
corridoio».

 « Nei libri di scuola si parla di rondini meccaniche
che
a primavera. E di scritture distratte. Pomeriggi assolati».

Le figure, insieme ai versi, si rintanano
nell’ombra.

 I primi tre versi: “il notturno di seta” è una metafora che evoca immagini d’ombra cangiante su questa casa magica nell’Illinois…Il seguito è invece drammatico e imprevedibile: La svolta improvvisa “al centro dell’umanità / dove tutti son voltati di spalle. E nudi.”: dal pianto la persona sofferente si trova all’improvviso nel cuore dell’umanità, in una posizione  importante, “centrale” e vede gli altri di spalle. “al centro dell’umanità / dove tutti son voltati di spalle. E nudi.”:  Sono tutti uguali, non c’è (più) differenza di persone e li vede nella loro nudità primordiale. C’è, nel cuore dell’essere, un silenzio che nessuno ascolta perché non ne ha consapevolezza. (Nuova Poesia Ontologica). Poi un altro salto di significati rafforzati dalla contraddizione: “Giuro su niente che ti sarò fedele…”. Non c’è commento che possa dire meglio con altre parole  ciò che è detto nei due versi che seguono: “Nei libri di scuola si parla di rondini meccaniche / a primavera. E di scritture distratte. Pomeriggi assolati”. Una primavera del futuro, cioè “utopica” perché la primavera, oggi, non esiste più, ma sui libri di scuola ai bambini la faranno immaginare annunciata da rondini meccaniche. Ci domandiamo: quale futuro?  Possiamo pensare a tutto quello che abbiamo appreso in materia…e i colori , chiari o tetri, passano veloci attraversando i nostri pensieri.

Lucio Mayoor Tosi Sponde

Lucio Mayoor Tosi, Composition per frammenti

La poetica di Lucio Mayoor Tosi è pittorica nel senso più completo e complesso della parola: egli fa poesia come dipinge, seguendo impulsi della mente e del cuore in contemporanea. La doppia componente artistica dà spessore alle immagini, come in

 Ballerine:

 Del pianista non si hanno notizie.
Vestiva sempre di nero, a volte una camicia bianca.
Aveva mani delicate.

 Qui il poeta fa un vero ritratto del pianista: lo vediamo, in bianco e nero come una rondine, le mani delicate sulla tastiera. Poi non lo vediamo più. Ma il pianista-rondine resta nella memoria e, pur non avendo lasciato notizie di sé, ci segue.

Presto il cielo azzurro farà da sfondo. Inizieranno
le parole il loro tour, di fianco a diapositive sorridenti.
Sul mare tranquillo vola bianca una breve storia.
Ora provo i cento modi per uscire di casa.
Senza le scarpe.

Nella poesia n. 3 di Ballerine gli ultimi cinque versi si impongono per l’originalità e freschezza delle immagini, per i ritmi espressivi che scivolano sulla riva del foglio e restano lì, intense di evocazione e di movimento appena accennato: il cielo e l’azzurro, il mare e l’azzurro percorso dal bianco…di quella breve storia che vola sulle onde: è un’idea nuova e di notevole fascino poetico parlare di una barca a vela come di una “breve storia” che scivola sul mare! Anche se l’estrema apertura poetica dell’immagine può far venire in mente altre interpretazioni. E poi l’apparente semplicità del finale che nasconde un modo di concepire la vita: si può uscire di casa in cento modi, ma Lucio sceglie di abbandonare la prigione delle scarpe. Sono questi tocchi di originalità assoluta che connotano la poesia di Lucio Mayoor, il suo affacciarsi all’universo delle parole con il desiderio di creare mondi alternativi e la gioia di esserci, di volta in volta, riuscito. La “poetica” su cui Lucio Mayoor fonda le sue opere è quella della NOE, ma l’artista ci aggiunge di suo questa immediatezza d’intuizione in cui si fondono e si esaltano a vicenda l’arte del colore-simbolo, sempre da intendere come qualcosa di diverso dal colore materiale e quella della parola.

Vorrei concludere con una poesia …d’amore. (già sento mormorii di disapprovazione: “in realtà è una poesia sul “nulla”…non tutto è come appare!” (…non è vero è d’amore!). Vediamo dunque la III poesia dell’insieme intitolato “Tre Chiese”:

Il bacio sa di te. L’ho imparato a memoria. Possiamo
guardarci i profili. Restare assorti, come fossimo in coda
davanti a due uffici diversi. Ma non c’è nessuno davanti,
nessuno oltre noi. Il palazzo celeste in fondo al viale
indica il sottosuolo, il pianeta che avvertiamo sotto le scarpe.
Hai belle gambe, rametto di salvia e capelli scuri.
Sssssh! Fai silenzio. Labbra sporte e borsetta sottobraccio.
Tra le nervature del marciapiede scorre acqua azzurrina.
Poi siamo soli. Volta pagina. La tua voce nei pensieri
canta.

 C’è il bacio, c’è il senso di solitudine incantata che due innamorati vivono anche in mezzo alla folla. C’è il mistero di quel celeste e azzurro che ogni tanto si affaccia: da “Il palazzo celeste…“indica il sottosuolo” a “tra le nervature del marciapiede scorre acqua azzurrina.”Qui il “colore” è nell’atmosfera surreale che avvolge la poesia e la salva dal sentimentalismo giustamente rifiutato e condannato dalla NOE: atmosfera surreale a cui, però, si affianca con grazia poetica qualche notazione realistica:

Lucio Mayoor Tosi Frammenti_1

Lucio Mayoor Tosi, Composition

Hai belle gambe, rametto di salvia e capelli scuri.”Labbra sporte e borsetta sottobraccio.” E, a conclusione, lo squillo della voce che canta nei pensieri del poeta.” L’idea è semplice e intensa e acquista rilievo dal “sistema solare” in cui sono inserite le parole, ognuna al suo posto e tutte insieme a creare suggestioni…a cui fa eco il mistero dei tocchi di azzurro.

Bravo Lucio, non è assolutamente facile scrivere poesie d’amore senza cadere in sentimentalismi retorici: e tu ci sei riuscito.

Lucio Mayoor Tosi ci ha dimostrato che, nei frammenti interpretati e rivissuti interiormente, in piena libertà espressiva è possibile sia tratteggiare un’immagine del futuro e parlare di astronavi e di costellazioni, sia evocare il passato con la tenerezza e il distacco della nostalgia, senza cadere in fratture o contraddizioni stilistiche: ormai superato il dramma della “cosa” irraggiungibile dalle parole, si guarda a quel centro misterioso intorno a cui le parole ruotano come altrettanti pianeti intorno al sole. Mi piace immaginare Lucio che le rincorre su una navicella spaziale…che, alla fine,

approda sulla luna per dedicarle un “romantico” frammento tra colore e scrittura.

Chi tra noi oserebbe sostenere che il “Romanticismo” di Leopardi e Foscolo è roba superata, e che Lucio Mayoor non deve, non può dedicare versi alla luna, pena la cancellazione dal gruppo della Nuova Ontologia Estetica?

E ora, in nome dell’interattività, vorrei che i lettori esprimessero il loro pensiero sul valore e significato del blu dell’azzurro del giallo e del rosso, o di altri colori dominanti nelle poesie di Lucio Mayoor Tosi. A voi la parola, dunque… invito i lettori a rivedere attentamente i frammenti pittorici e a rileggere quelli poetici del nostro autore. Egli sarà felice di scoprire quanto è arrivato a voi della sua arte e dei suoi messaggi.

Strilli Tranströmer1

Strilli Tranströmer2

Questa notte

È di notte che la metropoli
si addormenta e urla.
Quando i morti si spaventano
e vivono indisturbati animali
di carne notturna.
Migliaia di tramonti alle palpebre.
Quel dialogo incerto di noi due
all’angolo del soffitto.

E’ altro spazio,
giorno negativo e assordante.
Tra gli altissimi palazzi capovolti
si aggira il tempo nero
come un gendarme a controllare
le lenzuola delle larve.
Siamo nell’oscuro parallelo,
al cantico spettrale della Via lattea.
Nel tunnel.

Dentro i motori spenti della R.
nel “Vietato entrare”, all’ora più densa
quando la gravità dei passi
colpisce al suolo stormi di uccelli
caduti. E li addormenta.
Un colpo di tosse infrange le barriere.
Tutti i ritorni si spaventano.

Mi dicevi dell’appartamento,
che era luminoso
per via di quelle finestrelle al soffitto.
E colorato. Ma il resto della stanza,
nessuno lo ricorda.
Quando la sera è bella solitudine,
dicevi.

Mi baciavi come un uccellino.
Avevi le labbra piccole
per nulla seducenti.
E sempre ti aggiustavi le calze.

M.
Mayoor – set 2017

Onto Mario Gabriele_2

 

Lucio Mayoor Tosi
                  (a Giorgio Linguaglossa)

Si ritrovarono in piazza, non sotto i portici
ma nemmeno in strada. Dovunque andassero
erano sempre fuori posto, solo stando attenti
a che non si notasse. Poi erano trascorsi secoli.
Tante vite spezzettate. Senza memoria.
Due uomini e una donna.
Il primo mostrò quel che sapeva fare.
Sollevò la gamba destra e l’accavallò sull’altra.
Quindi restando in fragile equilibrio
sollevò la sinistra. Ohplà! eccolo sollevato
in aria nella posizione del loto.
– E tu che sai fare?
L’altro uomo lo guardò sorridendo
e senza muovere le labbra iniziò a parlargli
nella mente. I tre si misero a ridere.
Poi i due amici guardarono la donna.
Ma non la videro. Lei sapeva come fare
per non esser/ci.

Commento.

Sembra di stare davanti ad un quadro Zen. Ci sono dei personaggi tratteggiati con un tratto di penna, dietro di loro c’è il vuoto. La presenza del vuoto prende forma dai gesti dei personaggi, meccanici come l’atto di accavallare le gambe, o di ridere; si sta «non sotto i portici / ma nemmeno in strada», altro non è detto, non c’è bisogno di dire altro. Il tutto è appena accennato con pochi tratti essenziali e casuali. Sono «Due uomini e una donna», «senza memoria». Si sta in presenza. Ma noi sappiamo che la presenza è una figura dell’assenza, qualcosa è presente perché qualche altra cosa è assente, perché l’assenza è una figura della presenza, perché non potrebbe darsi una presenza sopra un’altra presenza, una sommatoria di presenze darebbe in ogni caso per risultato ancora una volta il nulla dell’assenza… Sotto e d’intorno c’è il vuoto. Ecco, in fin dei conti è questa la «nuova ontologia estetica», far aleggiare il «vuoto» e l’«assenza» intorno alle esistenze e alle presenze in modo del tutto normale…
(g.l.)

Lucio Mayoor Tosi
28 agosto 2017 alle 18:21

Grazie, ma l’ho postata poco sopra. Non so quanto sia riuscita ma era dovuta. Tra le tue domande filosofiche e l’ironico (si può dire così?) citazionismo di Gabriele, c’è molto spazio per sperimentare. Comunque era un vecchio sogno, che avevo conservato senza sapere per quale occasione; che è arrivata e ne sono contento

Translation
Lucio Mayoor Tosi

                              (for Giorgio Linguaglossa)

They met in the square, not under the porticos
but neither in the street. Where they went
they were always misplaced, only being aware
not to be noticed. Then centuries passed.
Many lives shattered. Without memory.
Two men and one woman.

The first showed what he could do.
He raised the right leg and crossed it on the other.
So staying in precarious equilibrium
he lifted the left. Ohplà! Here it’s lifted
in the air in the lotus position.
-And you what can you do?

The other man looked at him smiling
and without moving the lips started to speak
to his mind. The three started to laugh.
Then the two friends looked at the woman.
But didn’t see her. She knew what to do
not to be seen.

© 2017 American translation by Adeodato Piazza Nicolai of the poem by Lucio Mayoor Tosi All Rights Reserved for the orpginal poem and the translation.

 

Mariella Colonna.  Sperimentate le forme plastiche e del colore (pittura, creta, disegno), come scrittrice ha esordito con la raccolta  di poesie Un sasso nell’acqua. Nel 1989 ha vinto il “Premio Italia RAI” con la commedia radiofonica Un contrabbasso in cerca d’amore, musica di Franco Petracchi (con Lucia Poli e Gastone Moschin). Radiodrammi trasmessi da RAI 1: La farfalla azzurra, Quindici parole per un coltello e Il tempo di una stella. Per il IV centenario Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina è stata coautrice del testo teatrale La follia di Giovanni (Premio Nazionale “Teatro Sacro a confronto” a Lucca), realizzato e trasmesso da RAI 3 nel 1986 come inchiesta televisiva (regia di Alfredo di Laura). Coautrice del testo e video Costellazioni, gioco dei racconti infiniti in parole e immagini (Ed.Armando/Ist.Luce) presentato, tra gli altri, da Mauro Laeng e Giampiero Gamaleri a Bologna nella Tavola Rotonda “Un nuova editoria per la civiltà del video” ha pubblicato, nella collana “Città immateriale ”Ed.Marcon, Fuga dal Paradiso. Immagine e comunicazione nella Città del futuro (corredato dalle sequenze dell’omonimo film di E.Pasculli), presentato nel 1991 a Bologna da Cesare Stevan e Sebastiano Maffettone nella tavola rotonda sul tema “Verso la città immateriale: nell’era telematica nuovi scenari per la comunicazione”. Nel 2008 ha pubblicato Guerrigliera del sole nella collana “I libri di Emil”, ediz. Odoya. Nell’ottobre 2010 ha pubblicato, con la casa editrice Albatros “Dove Dio ci nasconde”.  Nel febbraio 2011 ha pubblicato, presso la casa editrice. Guida di Napoli “Due cuori per una Regina” / una storia nella Storia, scritto insieme al marito Mario Colonna. Un suo racconto intitolato “Giallo colore dell’anima” è stato pubblicato di recente dall’editore  Giulio Perrone nell’Antologia “Ero una crepa nel muro”; nel 2013 ha pubblicato “L’innocenza del mare”, Europa edizioni; nel 2014 “Paradiso vuol dire giardino”, ed Simple; nel 2016 coautrice con il marito Mario di “Mary Mary, La vita in una favola.”

Mayoor  Lucio Tosi è nato a Gussago, vicino a Brescia, il 4 marzo dell’anno 1954. Dopo essersi diplomato all’Accademia di Brera è entrato in pubblicità. Ne è uscito nel 1990, quando è diventato sannyasin, discepolo di Osho (da qui il nome Mayoor: per esteso sw. Anand Mayoor = bliss peacock). Ha trascorso più di vent’anni facendo meditazione e sottoponendosi a ogni sorta di terapia psicanalitica: sulla nascita e l’infanzia, sul potere, sulle dipendenze affettive ecc. Di particolare importanza, per la realizzazione di Satori, sono stati alcuni ritiri Zen dove ha potuto lavorare sui Koan (quesiti irrisolvibili).
Vive a Candia Lomellina (PV), nel mezzo delle risaie, dove trascorre il tempo dipingendo e scrivendo poesie.
Sue poesie sono state pubblicate on line su Poliscritture, L’Ombre delle parole, e su alcune antologie. Dieci sue poesie sono presenti nella Antologia di poesia Come è finita la guerra di Troia non ricordo a cura di Giorgio Linguaglossa (Progetto Cultura, Roma, 2016).

Claudio Borghi è nato a Mantova nel 1960. Laureato in fisica all’Università di Bologna, insegna matematica e fisica in un liceo di Mantova. Ha pubblicato articoli di fisica teorica ed epistemologia su riviste specializzate nazionali e internazionali, in particolare sul concetto di tempo e la misura delle durate secondo la teoria della relatività di Einstein. Presso l’editore Effigie sono uscite due sue raccolte di versi e prose, Dentro la sfera (2014) e La trama vivente (2016).  Una selezione di testi da La trama vivente è stata pubblicata nella rivista Poesia (settembre 2015).

 

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Francesca Dono, QUATTORDICI POESIE Inedite – La carta da parati – con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa: La poesia dopo la fine della modernità, «La nuova poesia ontologica»

Francesca Dono nasce a Reggio Calabria. Si laurea in Scienze Sociali poi si trasferisce a Milano dove vive e lavora. Scrive già a sei anni la sua prima poesia. Comincia a dipingere e fotografare all’età di sedici anni. La sua pittura spazia dal tradizionale al digitale. Tante le opere poetiche selezionate e inserite in varie raccolte ed antologie del panorama piccolo-editoriale nazionale.

Pubblicazioni sulla rivista «Odissea» di Angelo Gaccione – «Bibbia d’Asfalto»  e «Word Social Forum». Molti componimenti si sono classificati ai primi posti in vari concorsi tra cui :premio  internazionale Otto Milioni di Bruno Mancini,  premio internazionale “Terra di Virgilio” con critica di Enrico Ratti, premio “La Stampa ”con critica di Maurizio Cucchi. Premio Speciale Presidenza  “Abbiate Coraggio di Essere Felici” di Antonella Ronzulli e Annamaria Vezio , premio “Internazionale Leopardi d’Oro” dell’Accademia Leopardiana di Reggio Calabria come  ambasciatrice  e procuratrice dell’Arte  e Letteratura Italiana nel mondo. Premio MilaninSight. Concorso Racconta la tua Milano.

Anche i dipinti sono stati inseriti in vari Cataloghi d’Arte tra cui il catalogo d’arte “ l’Elite”  anno 2013 e 2014, catalogo  d’Arte di Assisi e di Artelis di Reggio Calabria nel 2015. A Novembre edita la sua prima raccolta intitolata Tra l’Insionismo* l’Inversionismo e il dialogo di Irda Edizioni”, ormai fortunatamente introvabile.

*(neologismo)

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Fine della modernità

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Nel tragitto ortogonale e tangenziale verso una «Nuova poesia ontologica» credo si possa annoverare anche la poesia di Francesca Dono. Come ho detto in diverse occasioni, questa poesia non vuole essere né bella né brutta, né isoritmica (detto in altri termini: eufonica), né cacofonica, né dissonante né minimalistica, né sperimentale né antisperimentale, né novecentesca né anti novecentesca. In un certo senso, questa nuova procedura compositiva, per frammenti e per relitti, prende a prestito da tutte le acquisizioni stilistiche pregresse gli elementi di novità e li immette in una «forma» compositiva del tutto nuova. Siamo ormai lontani dall’epoca che ha sanzionato la decadenza di ogni narrazione, da quando, nel 1979, Lyotard dà alle stampe un libretto di circa cento pagine con il quale statuiva «la fine della modernità». La tesi di base è nota: Lyotard sancisce la fine della modernità, facendola coincidere con l’impossibilità di porre mano – per il filosofo come per lo storico della cultura e delle civilizzazioni – a una «grande narrazione», cioè a una storia che possa essere “macrostoria”, vale a dire una storia complessiva e comprensiva della civiltà. Ciò che restava erano i frammenti, i frantumi, i cocci dell’«Anfora» di Ubaldo de Robertis, i relitti, ed è con questi relitti che, volente o nolente, la poesia contemporanea dovrà fare i conti. Non c’è via di scampo. I ritorni al passato euofonico della poesia eufonica di Sandro Penna, sono impossibili, così come le derive narcisistiche verso le «narrature» (dizione di Roberto Bertoldo) post-modernistiche che fanno le fiche alla narrazione della narrativa.

Francesca Dono ha il dono, se così si può dire, di possedere il demone della poesia. Fa una poesia che nessuno si sognerebbe mai di fare, e lo fa con la naturalezza e l’ingegnosità di chi ha un talento maldestro e irriguardoso. Oserei dire che è un po’ il versante femminile di Antonio Sagredo. Fa poesia come fa fotografia, con lo smartphone, con l’ingegno della spontaneità, ha uno sguardo originale e non convenzionale sulle cose, come può averlo un primitivo nell’isola di Pasqua, leggi le sue associazioni e rabbrividisci, non ti ci raccapezzi. Inverte l’ordine degli addendi, e il risultato cambia, è questo il segreto del suo approccio. Incredibile, Francesca Dono possiede per via, per così dire, «naturale», il segreto dei «frammenti», li mette in un bussolotto, agita il tutto, e quello che ne viene fuori è un prodotto sempre diverso. Semplice, no? Fa del bricolage e del brigantaggio linguistico. Le sue composizioni hanno una leggerezza e una fragranza encomiabile; mi dicono che riesce claudicante, che qua e là inciampa sulla diversissima geografia delle immagini, ma, credo che sia il rischio del mestiere di poeta: («la carta da parati con una finestra / sul finire dell’inverno»; «Buona fortuna-  scrive Hoffman sotto stelle insultate»). Procede con una precisione fotografica, fotometrica, nel senso che il metro della immagine è il suo unico regolo («un pesce rosso dentro la boccia di vetro»; «Lacrimogeni gettati dentro autobus di linea»); si esprime mediante enunciati surrazionali  e insensati («Pindaro non smorzare il giglio con la cenere del vulcano»), adotta  notazioni quasi didascaliche, fa cartografie di fotografie e di immagini, poi cambia passo, allunga il passo, torna indietro, ci ripensa, va avanti, e poi a destra, e a sinistra, parla di cose scombiccherate, bizzarramente assemblate («Allungo il pennello guardando sacchi a pelo a ridosso / di ombre lunari»),  in un paesaggio de-paesagizzato e de-psicologizzato, lunarizzato, ridotto a palcoscenico di burattini in libera uscita; assembla immagini le più varie, desuete, contraddittorie, farsesche, sovra reali in modo da de-naturare i componimenti e de-automatizzarli. Le sue sembrano poesie scritte da manichini irriverenti e scontenti che litigano tra di loro. Fa una poesia della contaminazione lessicale, della disseminazione, della combinazione e dello spaesamento, direi della labirintite, malattia tipica del nostro tempo psicotico; fa una poesia molto simile a quella di certi schizofrenici che sono molto più sani dei poetini da Parnaso dipinto; fa una poesia che manca di equilibrio, sì, che inciampa spesso, cade a terra e si rialza… Ed è appunto questo il suo pregio: che lascia ben visibili le cicatrici linguistiche, i vulnus, le cuciture improvvisate, i salti, gli strappi…  Segue la funzione simbolica del linguaggio per contiguità metonimica, senza darlo a vedere, senza pensarci, e magari senza saperlo, si affida alla metonimia piuttosto che alla metafora,  alla funzione sinonimica, e se ne va a spasso per suo conto con una incredibile libertà fantastica. Fa una poesia che manderebbe in estasi i bambini, ma che certo, gli adulti ben pettinati si guarderebbero bene dal prendere sul serio e storcerebbero finanche il naso. In specie, i poeti laureati, quelli che parlano con scienza e coscienza delle cose di cui si può parlare con meticolosa seriosità con un linguaggio lindo e pinto.

(Francesca Dono)

– la carta da parati –

la carta da parati con una finestra
sul finire dell’inverno.
Allungo il pennello guardando sacchi a pelo a ridosso
di ombre lunari.
Brulicano pietre.
Si traccia la mappa per allevare sonni tra le morgane.
Tre anni e ancora lui non m’appartiene.
E’ indelebile la malia del vecchio straniero. Torno indietro.
Nessuno sorride.

.
– Achille giunge nell’ora perduta –

spocchie e foglie vecchie di lacci militari.
Achille nell’ora perduta.
Dita disadorne giungono tra i sudici illibati.
È irritante quel
disordine nell’afa .
Lucy scompare alla dogana. L’acciottolio di piatti
nel buio di un sotterraneo.
__Alcune cameriere s’innamorano.
L’albergo ha un tetto nel diluvio.
________–
Girotondo dei cieli.
_____ Dorme la puritana di San Francisco. Stalattiti raccolgono
Saturno in mezzo alle caverne.
In corteo cappelli proletari –
Sconfinano necrologi sul Journal de Paris.
– Buona fortuna – scrive Hoffman sotto stelle insultate.
Si sospira.
Di bocca in bocca un cianotico pasto.
Fisso un garzone per la fuliggine.

– un pesce rosso –

un pesce rosso dentro la boccia di vetro.
Anni nella stessa direzione.
Mi chino. Lui si abbandona estraneo
al circolo dell’acqua sempre piatta.
Un pesce rosso. Nel caldo o nel freddo.
Niente si muove sul davanzale.

– dell’uomo solitario –

atroci piedi alle solide fondamenta. Dell’uomo solitario l’attrito
nel peso di un corpo sottile. Si oscilla nel sonnifero. Anche il sacrestano
non ha scalato i calandri di cera. Nella cella un’antica fiumana di peltri. Inodore
tu respiri. La roulette mi gira ai perni di Gomorra. Perché rifiutare la festa delle canne
slanciate? Un bovaro si avvia lontano. Dopo la colonia tristemente il nostro capo curvo.

– di rose i giardini –

di rose i giardini.
I lini delle case fino alle cose.
Quasi cangiante l’audacia dei volti indigeni.
Fisso i declivi frastagliati. Oso issarli all’insegna agostana.
La falsa abbronzatura fiancheggia l’alone del tuo iride. Sono tutti
laggiù i lapis per disegnare le galassie. Sulla scia pietre accalcate. Ipoteche
verso la corolla solare. Lacrimogeni gettati dentro autobus di linea.
Mi alzo. Mi siedo.

– centimetri di scure acquoline –

l’eclisse.
Centimetri di acquoline salutando la luna.
Un altro poeta è caduto dalla pietosa rupe.
Pindaro non smorzare il giglio con la cenere del vulcano.
L’alba si sbeffeggia.
Duri calchi nella villa di Pompei.
Ora tu cresci inglobando fiumi già logori.
Tetri commensali dentro la sala cobalto.
Asfittica la fetta di carne sui piatti decorati.
Omero ormai scrive insonne.
Vele di luci sotto l’Olimpo. Mi pettino tra miseri mendicanti.
Tacciono le colonne del tempio.

– e per mai osare la precisione degli uccelli –

contaminata
la pioggia vacilla.
Forse cava la nostra carne
dentro milioni di fosse oceaniche.
__________Un colpo si punta all’acciaio. Moloch sparge
l’ala dell’anatra verso le aquile.
Non un dubbio.
_________Sotto i radar il sole e gli angeli del viaggio.
Ti porto una cena carica di ruggine.
La porta d’ulivo ha rami lungo la notte.
|________
Tu succhi dal branco il feto triste. Il branco ci concede l’ennesimo bronzo nel volto scarnato.
———————-
Filo imbastito sulle schiene blindate.___ Marion s’incontra con le torri assoldando oscuri sicari.
_Orti ed erbari in mezzo alle stoviglie.
Il piatto è nudo.
Che faranno di me? Poison _ poison nella polvere frettolosa.
Sussurri lievemente. Cani-ragni sugli altari.
Chet Baker si tormenta con una tromba stonata.
La sala americana è tra pareti incartate.
_______Luce tra le macerie.

francesca-dono-con-tela

(Francesca Dono)

– il miglio mischiato –

un cucchiaio dentro la clessidra.
Questa svasatura è il miglio mischiato dentro gabbie di uccellini.
Zia Carmelina taglia le pigne a dadini.
Una ciotola più o meno.
Il santo mi ha sparso in milioni di fedeli.
Scende il crepuscolo.
L’oceano soggiorna a Cattolica.
Prende il volo un’anatra tra i rovi di un orto.
Papà andava per i campi.
Altri sei mesi raccogliendo tra i clivi.

–  i grandi canyon –

grandi canyon nella
caccia del vento. Sospesi i fiori rossi
qualche luna è scoppiata sconfinando.
Pareti ripide negli orizzonti caduti.
Ho visto erbe carnivore banchettare
con i tuoi vermi. Tre mesi di cielo terreo
non tornando alla bottega dell’oro.
Bolle bibliche nell’acqua: dietro le volute
Erode si sventra . Qui m’insabbio
nella congrega dei papi. Chiederti
della promessa per il sole. Gli oracoli
si susseguono in ogni grappolo d’uva. Molto tempo
la mia anima senza un calice maestro.
Nella contesa una quinta e l’ombra riflessa.
Ma già ti riconosco. Ho visto
quel corpo lacerato.

– poltroncine rosse –

la sala di un cinema.
File di poltroncine scolorando nel buio .
Ovunque poltroncine di stoffa tra fievoli
mormorii o segreti.
E’ quasi penombra il gioco della luce.
Ogni volta dalla tela un corpo dal fotogramma.
Con te il singulto di una strana immagine.
Guardo il respiro dell’aria viziata.
Distrattamente i nostri fianchi si sgretolano
al minimo colpo di sonno.
Cataste di poltroncine .
Poltroncine rosse legate in ogni fila.

– selve al banco dei merluzzi –

selve al banco dei merluzzi.
Si strofinano candele al santuario.
L’uomo ha ucciso.
Un monaco ha forzato il gelo nella neve.
In obbligo questa lucciola-pachiderma
a svelarsi di notte. Ti raggiungo nel campo del bambù
bramoso. Luoghi canonici con cecchini e
bombe che non smettono di cercare.
Eros sussurra all’orecchio.
Del sole un salto tra scansie spellate.
Povera Betta partoriva figli prima di prendere
la pila del vento.

*

Lieve. Fatto in un mulino di olmo
nel corpo asciutto di belle bambine.
Aspettando i circoli della volpe
Lara ebbe il segno per i polsi più chiari.
Ricordo le ombre di fiumare assediate.
Un tempio aveva i graffiti dove
Ippazia si compiva nel coltello di conchiglie.
E venne un tetto levitando
l’altezza attorno. Tu tra i
riflettori immortali di una città attonita.
Morgana era l’altra sorella
nell’acqua del mare.

– Sonagli a Bali –

L’aureola nacque. Era un pomeriggio
col tuo maglione rosso verso Madras.
Intanto la gasolina nella
frusta del vento. Tra i fumi un teschio vagante.

-Puoi essere uguale a questa boccuccia. – Diceva.

Era buio . Lo sbieco della coperta traboccava pallido.
Era buio.
Non per i pianeti ma nell’incrinatura di vuote fruttiere.

-La morte non va altrove-. Il tuo teschio ingiallito
simile a un furgone angusto.

-Mi annido. Potrei trascinarti – lui ripeteva.

(Alcune donne in sottoveste. Altre dentro grattacieli di creta).

Già arroccati i miei margini in quelle pietre dure.
Venivano persino tamburini dal Missouri.
Ancora altra neve nei grani del pulviscolo.

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Esercizio di Composizione e Scomposizione di una poesia inedita di Giorgio Linguaglossa ad opera di Ubaldo De Robertis “Anahit” (da “Il tedio di Dio. viaggio nel paese delle ombre”) con un Appunto descrittivo di Laura Canciani

Anahit foto di DON-RICCHILINO

Anahit foto di DON-RICCHILINO

Giorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma. Nel 1992 pubblica Uccelli e nel 2000 Paradiso. Ha tradotto poeti inglesi, francesi e tedeschi tra cui Nelly Sachs e alcune poesie di Georg Trakl. Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura «Poiesis» che dal 1997 dirigerà fino al 2005. Nel 1995 firma con Giuseppe Pedota, Lisa Stace, Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica», pubblicato sul n. 7 di «Poiesis». È del 2002 Appunti Critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte. Nel 2005 pubblica il romanzo breve Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesia La Belligeranza del Tramonto.
Nel 2007 pubblica Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia in «Atti del Convegno: È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo», Passigli, Firenze. Nel 2010 escono La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980 – 2010) EdiLet, Roma, e il romanzo Ponzio Pilato Mimesis, Milano Nel 2011, sempre per le edizioni EdiLet di Roma pubblica il saggio Dalla lirica al discorso poetico. Storia della Poesia italiana 1945 – 2010. Nel 2013 escono il libro di poesia Blumenbilder (natura morta con fiori), Passigli, Firenze, e il saggio critico Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000 – 2013), Società Editrice Fiorentina, Firenze. Nel 2015 escono La filosofia del tè (Istruzioni sull’uso dell’autenticità) Ensemble, Roma, e Three Stills in the Frame Selected poems (1986-2014) Chelsea Editions, New York. Nel 2016 pubblica il romanzo 248 giorni con Achille e la Tartaruga. Ha fondato la Rivista Letteraria Internazionale lombradelleparole.wordpress.com  – Il suo sito personale è: http://www.giorgiolinguaglossa.com e-mail: glinguaglossa@gmail.com
.
Anahit marty-feldman

Anahit marty-feldman

Appunto descrittivo di Laura Canciani
.https://www.youtube.com/watch?v=gaPblR7SE_0
“Anahit” è una classica poesia di Giorgio Linguaglossa. Parla Mnemosyne per il tramite di un poeta che narra la storia di un altro poeta, che è il suo Doppio. Ecco la figura del Doppelganger che si manifesta in tutta l’opera linguaglossiana. Una poesia di frantumi di specchi deformati. Inizia con un «ricordo più antico»: un’ombra entra nella stanza n° 27 dell’Hotel Astoria dove un personaggio non precisato porge un «foglio» al narratore della poesia in cui c’è scritta una sola parola: «È irrevocabile». Questo è l’incipit. Tutta la poesia che segue è il tentativo del poeta che narra di scoprire che cosa volesse significare quella parola. Ma, per scoprire quel significato il protagonista ci impiega una vita. Una vita in cui appaiono vari personaggi: «un violinista» che, per paradosso non sa suonare; un «angelo gobbo» che impone al musicista di suonare il primo capriccio di Paganini; subito dopo compare il «padre» che «ha lottato con le ombre», che sta «dietro il muro», «che lotta con le belve»; un «nano gobbo» «che lo insulta», dei «gendarmi» «che aizzano dei dobermann contro di lui». Il poeta, il personaggio che racconta, è fuori quadro, ogni tanto, il poeta oggetto della poesia viene colto di sorpresa dal narratore a cercare la «foto di «Enceladon» [Chi è questa misteriosa Enceladon? Chi rappresenta?]  «nella tasca interna della giacca»; compare una «modella» del secolo XXI [Ancora un doppio. Ma di chi?], un «fotografo che scatta delle fotografie». E, infine, una misteriosa «dama veneziana» [Di nuovo un Doppio]. E poi di nuovo l’Hotel Astoria. «Quindici stanze». «Mio padre imbraccia il violino». «Quindici porte chiuse, ma io ho una sola chiave» [il Labirinto, metafora della memoria e della vita]. Il poeta dice di affacciarsi «ad una finestra» e vede «un centauro [che] galoppa» e che atterra su un prato verde di cartolina; poi c’è «un pittore» che «dipinge sulla tela un sole spento» [Perché «spento»?]. E, di nuovo, ricompare la «dama veneziana [che] passeggia sul Ponte di Rialto. È mia madre» [Di nuovo, ritorna Venezia, in filigrana, in trasparenza]. È straordinario come tutti questi eventi e personaggi si intreccino nella memoria del poeta, una memoria profonda, insondabile. Dunque, la risposta a quella «domanda» non può essere che una discesa agli inferi, la gerontocrazia del Male, all’interno della memoria. E allora? Allora, il poeta scopre che «Il libro della felicità lo sta scrivendo il pittore». Ma chi è il pittore? Si chiede il lettore. La risposta è semplice, siamo tu ed io, siamo tutti noi lettori abitanti del pianeta Terra. E che fa di così speciale il «pittore»? – Nulla, niente di speciale, ama «una prostituta di Trastevere… E scivola anche lui nel sonno».
Finita la poesia, il mistero si infittisce. Che cosa ha scoperto il poeta che non può dirci? Appunto questo, il poeta che narra ha scoperto qualcosa che non può comunicare al poeta che vive. Essi sono due entità distinte. Come il figlio è distinto dal padre chiuso in una delle «quindici stanze». Entrambi sono nel «sonno». L’ultima parola della poesia è, appunto, «sonno».
In fin dei conti, la poesia si presenta come un geroglifico. È questa la sua bellezza, che è costretta a dire qualcosa di indicibile, di inspiegabile [Dimenticavo di dire che il titolo della composizione prima di Anahit era: Il libro della felicità lo sta scrivendo il pittore, da cui si evince che tema della poesia è la Felicità]
 .
Anahit 2

Anahit

Poesia originale di Giorgio Linguaglossa

Anahit

.

1) […]
Era forse il mese di aprile.
La casa dei nonni tra gli aranci in fiore.
– È il mio ricordo più antico –
Un’ombra entrò nella stanza n° 27 dell’Hotel Astoria.
Mi porse un foglio.
C’era scritto: «È irrevocabile».
«Cosa – chiesi – è irrevocabile?»,
ma l’ombra
così come era giunta, scomparve nell’oscurità.
8) […]
Un interno al 77mo piano di un grattacielo di New York.
Il violinista apre esitante la custodia di mogano,
imbraccia il violino.
«Cosa devo suonare?», chiede all’angelo gobbo.
«Un capriccio di Paganini, il primo, allegro con brio».
Di colpo, il violino sopprime la cornice dell’ombra
lo spartito del sonno scompare, il violinista vola nell’aria,
ritorna nella sua casa bianca che dorme nel bosco.
Frugo nella tasca interna della giacca.
Non ho più con me la foto di Enceladon…
2) [..]
Mio padre ha lottato con le ombre.
Dietro il muro bianco, c’è lui che lotta con le belve.
C’è un leopardo che gli ringhia contro.
Nascosto dietro la finestra, dietro la porta,
c’è un nano gobbo che lo insulta.
Dei gendarmi aizzano dobermann contro di lui.
Io gli grido di stare attento.
Grido da dietro la parete del muro bianco.
Ma lui non può udirmi.
Perché è dall’altra parte della parete.
4) […]
«E adesso si può chiudere il sipario», mi dice
un’ombra di qua dall’oscurità.
[Ci sono delle ombre prigioniere nelle gabbie di ferro].
Ma io non ascolto, continuo a frugare
nelle tasche della giacca.
Faccio un passo oltre la soglia.
Siamo nel secolo XXI.
Uno studio fotografico. Una donna nuda
[In bianco e nero. Una modella di Vogue?]
cammina con i tacchi a spillo su un pavimento
di linoleum bianco su sfondo grigio chiaro. Un fotografo
scatta delle fotografie, in tutte le posizioni.
“Non ho mai visto una donna così bella”,
pensai “se non a Venezia nell’acqua alta:
Una dama in maschera solleva il vestito sopra il ginocchio…”,
ma dimenticai quel pensiero.
Poi qualcuno cambiò fotogramma
e pensai ad altro.
9) […]
Prese un altro film dalla cineteca.
E riavvolse il nastro.
5) […]
La dama veneziana si cambia d’abito.
Noi, al di qua dello spazio e al di là del tempo,
ammiriamo i suoi merletti di trine
i capelli color rame a torre sul suo volto in maschera.
Intanto, dietro il muro bianco c’è mio padre
che gioca con i serpenti.
7) […]
Hotel Astoria.
Nel sogno ci sono quindici possibilità. Quindici stanze.
Mio padre imbraccia il violino.
Un corridoio. Ci sono quindici porte chiuse,
ma io ho una sola chiave.
3) […]
Mi affaccio ad una finestra.
Un centauro galoppa su un prato verde di cartolina.
Un pittore dipinge sulla tela un sole spento.
Una dama veneziana passeggia sul Ponte di Rialto.
È mia madre.
Tocco nella tasca interna della giacca
la foto di Enceladon.
È sempre lì, dove l’avevo dimenticata.
6) […]
Un altro passo all’indietro.
Il libro della felicità lo sta scrivendo il pittore.
Un cavalletto e una tela bianca.
Dalla parete di destra una debole luce filtra dalla finestra.
Il pittore dipinge il volto della sua amante.
Una prostituta di Trastevere. Le chiede di stare in posa.
E scivola anche lui nel sonno.
.
Anahit Charles Laughton - The Hunchback of Notre Dame (1939)

Anahit Charles Laughton  The Hunchback of Notre Dame (1939)

SCOMPOSIZIONE DELLA POESIA IN FRAMMENTI
ad opera di Ubaldo De Robertis
.
Anahit
.
[…]
Era forse il mese di aprile.
La casa dei nonni tra gli aranci in fiore.
– È il mio ricordo più antico –
Un’ombra entrò nella stanza n° 27 dell’Hotel Astoria.
Mi porse un foglio.
C’era scritto: «È irrevocabile».
«Cosa – chiesi – è irrevocabile?»,
ma l’ombra
così come era giunta, scomparve nell’oscurità.
[…]
Mio padre ha lottato con le ombre.
Dietro il muro bianco, c’è lui che lotta con le belve.
C’è un leopardo che gli ringhia contro.
Nascosto dietro la finestra, dietro la porta,
c’è un nano gobbo che lo insulta.
Dei gendarmi aizzano dobermann contro di lui.
Io gli grido di stare attento.
Grido da dietro la parete del muro bianco.
Ma lui non può udirmi.
Perché è dall’altra parte della parete.
[…]
Mi affaccio ad una finestra.
Un centauro galoppa su un prato verde di cartolina.
Un pittore dipinge sulla tela un sole spento.
Una dama veneziana passeggia sul Ponte di Rialto.
È mia madre.
Tocco nella tasca interna della giacca
la foto di Enceladon.
È sempre lì, dove l’avevo dimenticata.
[…]
«E adesso si può chiudere il sipario», mi dice
un’ombra di qua dall’oscurità.
[Ci sono delle ombre prigioniere nelle gabbie di ferro].
Ma io non ascolto, continuo a frugare
nelle tasche della giacca.
Faccio un passo oltre la soglia.
Siamo nel secolo XXI.
Uno studio fotografico. Una donna nuda
[In bianco e nero. Una modella di Vogue?]
cammina con i tacchi a spillo su un pavimento
di linoleum bianco su sfondo grigio chiaro. Un fotografo
scatta delle fotografie, in tutte le posizioni.
“Non ho mai visto una donna così bella”,
pensai “se non a Venezia nell’acqua alta:
Una dama in maschera solleva il vestito sopra il ginocchio…”,
ma dimenticai quel pensiero.
Poi qualcuno cambiò fotogramma
e pensai ad altro.
[…]
La dama veneziana si cambia d’abito.
Noi, al di qua dello spazio e al di là del tempo,
ammiriamo i suoi merletti di trine
i capelli color rame a torre sul suo volto in maschera.
Intanto, dietro il muro bianco c’è mio padre
che gioca con i serpenti.
[…]
Un altro passo all’indietro.
Il libro della felicità lo sta scrivendo il pittore.
Un cavalletto e una tela bianca.
Dalla parete di destra una debole luce filtra dalla finestra.
Il pittore dipinge il volto della sua amante.
Una prostituta di Trastevere. Le chiede di stare in posa.
E scivola anche lui nel sonno
[…]
Hotel Astoria.
Nel sogno ci sono quindici possibilità. Quindici stanze.
Mio padre imbraccia il violino.
Un corridoio. Ci sono quindici porte chiuse,
ma io ho una sola chiave..
[…]
Un interno al 77mo piano di un grattacielo di New York.
Il violinista apre esitante la custodia di mogano,
imbraccia il violino.
«Cosa devo suonare?», chiede all’angelo gobbo.
«Un capriccio di Paganini, il primo, allegro con brio».
Di colpo, il violino sopprime la cornice dell’ombra
lo spartito del sonno scompare, il violinista vola nell’aria,
ritorna nella sua casa bianca che dorme nel bosco.
Frugo nella tasca interna della giacca.
Non ho più con me la foto di Enceladon…
[..]
Qualcuno prese un altro film dalla cineteca.
E riavvolse il nastro.
[…]

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Ubaldo de Robertis

Ubaldo de Robertis

Ubaldo De Robertis è nato nelle Marche nel 1942, risiede a Pisa. Ricercatore chimico nucleare, membro dell’Accademia Nazionale dell’Ussero di Arti, Lettere e Scienze. Premio “Marcello Seta” 2014 per la cultura scientifica e umanistica. Nel 2008 pubblica la sua prima raccolta poetica, Diomedee (Joker Editore), e nel 2009 la Silloge vincitrice del Premio Orfici, Sovra (il) senso del vuoto (Nuovastampa). Nel 2012 edita l’opera Se Luna fosse… un Aquilone, (Limina Mentis Editore); nel 2013 I quaderni dell’Ussero, (Puntoacapo Editore). Nel 2014 pubblica: Parte del discorso (poetico), del Bucchia Editore. Ha conseguito riconoscimenti e premi. Sue composizioni sono state pubblicate su: Soglie, Poiesis, La Bottega Letteraria, Libere Luci, Homo Eligens. Convivio in versi, mappatura democratica poesia marchigiana. È presente in diversi blogs di poesia e critica letteraria tra i quali: Imperfetta Ellisse, Alla volta di Leucade, L’Ombra delle parole, Il ramo di corallo, Poliscritture. Ha partecipato a varie edizioni della rassegna nazionale di poesia Altramarea. Di lui hanno scritto: S. Angelucci, Pasquale Balestriere, G. Linguaglossa, Michele Battaglino, F. Romboli, G.. Cerrai, N. Pardini, E. Sidoti, P.A. Pardi, M. dei Ferrari, V. Serofilli, F. Ceragioli, M.G. Missaggia, M. Fantacci, F. Donatini, E.P. Conte, M. Ferrari, L. Fusi, Ennio Abate. È autore di romanzi: Il tempo dorme con noi, Primo Premio Saggistica G. Gronchi, (Voltaire Edizioni), L’Epigono di Magellano,(Edizioni Akkuaria), Premio Narrativa Fucecchio, 2014, e di numerosi racconti inseriti in Antologie.

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Scomposizione e Ricomposizione dei «frammenti» di due poesie di Steven Grieco Rathgeb e Mario M. Gabriele ad opera di Ubaldo de Robertis e Giorgio Linguaglossa con un Commento di quest’ultimo – Siamo davanti ad una mutazione genetica della poesia contemporanea, ad un mutamento ontologico della Forma poetica. La scrittura per «frammenti». Che cosa significa?

Bello Madonna_ft__Andy_Warhol_by_Coralulu

Madonna_ft__Andy_Warhol_by_Coralulu

Giorgio Linguaglossa

Vorrei scagliare una freccia in favore della scrittura per «frammenti». Che cosa significa? E perché?

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Innanzitutto, un presente assolutamente presente non esiste se non nella immaginazione dei filosofi assolutistici. Nel presente c’è sempre il non-presente. Ci sono dei varchi, dei vuoti, delle zone d’ombra che noi nella vita quotidiana non percepiamo, ma ci sono, sono identificabili. Così, una scrittura totalmente fonetica non esiste, poiché anche nella scrittura fonetica si danno elementi significanti non fonetizzabili: la punteggiatura, le spaziature, le virgolettature, i corsivi ecc.
La scrittura per «frammenti» implica l’impiego di una decostruzione riflessiva, la quale nella sua propria essenza, segue il tempo del «Presente» che sfugge di continuo, che si dis-loca. Il dislocante è dunque il «Presente» che si presenta sotto forma del «soggetto» significante (ricordiamoci che per Lacan il soggetto si instaura come rapporto con un significante e l’altro). Ma, appunto, proprio per l’essere una macchinazione significante, il «soggetto» non può mai raggiungere il pieno possesso del «significato».
In base a queste premesse, una scrittura logologica o logocentrica, non è niente altro che un miraggio, il miraggio dell’Oasi del Presente come cosa identificabile e circoscritta, con il versus che segue il precedente credendo ingenuamente che qui si instauri una «continuità» nel tempo. Questa è una nobile utopia che però non corrisponde al vero.
Io dico una cosa molto semplice: che l’utilizzazione intensiva ad esempio della punteggiatura e degli spazi tra le strofe produce l’effetto non secondario di interrompere il «flusso continuo» che dà l’illusione del Presente; produce lo spezzettamento del presente, la sua dis-locazione, la sua locomozione nel tempo. Introduce la differenza nel «presente».
Il non dicibile abita dunque la struttura del «presente», fa sì che vengano in piena visibilità le differenze di senso, gli scarti, le zone d’ombra di cui il «presente» è costituito.
Alla luce di quanto sopra, se seguiamo l’andatura strofica della poesia di Mario Gabriele, ci accorgeremo di quante interruzioni introdotte dalla punteggiatura ci siano, quante differenze introdotte dalla dis-locazione del discorso poetico, interpretato non più come flusso unitario ma come un immagazzinamento di differenze, di salti, di zone d’ombra, di varchi:

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Nonna Eliodora da giugno era scomparsa.
Stranamente oggi non ho visto Randall.
Mia amata, qui scorrono i giorni
come fossero fiumi e la speranza è così lontana.
Dimmi solo se a Boston ci sarai,
se si accendono le luci a Newbury Street.
Era triste Bobby quando lesse il Day By Day.
Oh il tuo cadeau, Patsy, nel giorno di Natale!

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bello diabolik-eva-kant-coppia

diabolik-eva-kant Roy Lichtenstein

Nella «Nuova poesia», non c’è un senso compiuto, totale e totalizzante e unidirezionale. Il senso si decostruisce nel mentre si costruisce. Non si dà il senso ma i sensi. Una molteplicità di sensi e di punti di vista. Come in un cristallo, si ha una molteplicità di superfici riflettenti. Non si dà nessuna gerarchia tra le superfici riflettenti e i punti di vista. Si ha disseminazione e moltiplicazione del senso. Scopo della lettura è quello di mettere in evidenza gli scarti, i vuoti, le fratture, le discontinuità, le aporie, le strutture ideologiche e attanziali piuttosto che l’unità posticciamente intenzionata da un concetto totalizzante dell’opera d’arte che ha in mente un concetto imperiale di identità. La nuova poesia e il nuovo romanzo sono alieni dal concetto di sistema che tutto unifica, che tutto «identifica» (e tutto nientifica) e riduce ad identità, che tutto inghiotte in un progetto di identità, che tutto plasma a propria immagine, in vista di una rivendicazione dell’Altro e della differenza come grande impensato della tradizione filosofica occidentale. In questa accezione, la decostruzione è una conseguenza della riflessione filosofica di Martin Heidegger. Infatti il disegno della seconda sezione di Sein und Zeit (1927) – rimasta alla fase di mera progettazione, per la caratteristica inadeguatezza del linguaggio della metafisica – risuonava come una “distruzione della storia dell’ontologia”, in nome di una ontologia fenomenologica capace di assumere di «lasciar/far vedere il fenomeno per come esso si mostra» (Derrida) – a far luogo da un linguaggio rinnovato alla radice (ripensato), filosoficamente (nell’accezione ordinaria del termine) scandaloso.
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Un esperimento con la poesia
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Mi sono permesso di fare un esperimento con la poesia di Mario Gabriele come ha fatto Ubaldo De Robertis con la poesia di Steven Grieco Rathgeb.
Ho diviso la poesia in 8 strofe o frammenti e poi ho ricomposto i frammenti (o strofe) con un’altra disposizione e conseguenzialità logico estetica, questo per dimostrare che la poesia dei nostri giorni è molto diversa da quella dell’Alcyone (1903) di D’Annunzio postata stamane, lì non è possibile alcuna divisione e ricomposizione dei versi per la semplice ragione che la poesia è un flusso continuo dove il precedente ha una sua ragion d’essere ontologica che non può essere sostituita da altro brano o strofe senza compromettere il tutto e rischiare di far crollare la costruzione estetica del poema.
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Le due poesie di Mario Gabriele e di Steven Grieco Rathgeb, ricomposte da me e da Ubaldo De Robertis, possono vivere mediante varie ricomposizioni. Come nel giovo del puzzle, le singole tessere possono trovare diversi alloggiamenti tanti quanti sono i contesti diversi. La suddivisione in frammenti e la successiva ricomposizione dei medesimi costituisce la VERIFICAZIONE DELL’ESPERIMENTO. Esso dimostra che la poesia di oggi è ontologicamente mutata rispetto a quella di inizio secolo. La poesia moderna è già frammento al suo nascere.  Le composizioni possono essere smontate e rimontate secondo il gusto e le preferenze dei singoli lettori. È incredibile, il lettore può intervenire cambiando l’ordine polifrastico degli addendi.
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Per chi non l’abbia ancora capito, qui siamo  dinanzi ad una vera e profonda novità della poesia contemporanea: essa è «frammento» e la sua procedura ontologica è la ricomposizione di «frammenti». Ciò non vuol dire che la poesia dei nostri giorni abbia perso qualcosa rispetto alla poesia della tradizione o che sia migliore o peggiore. Direi molto semplicemente che essa ha mutato il suo codice genetico, è diventata una cosa molto diversa, che offre delle possibilità espressive incredibilmente ampie e imprevedibili. Qui non siamo più nella forma aperta teorizzata da Umberto Eco nel 1962, abbiamo fatto un passo ulteriore, qui siamo nella forma composta di polinomi frastici che si dividono e si possono ricomporre seguendo diversi criteri compositivi.
Siamo davanti ad una mutazione genetica della poesia contemporanea.

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bello Andy-Warhol-painting

Andy-Warhol-painting

Poesia originale di Mario M. Gabriele

Una fila di caravan al centro della piazza
con gente venuta da Trescore e da Milano
ad ascoltare Licinio:-Questa è Yasmina da Madhia
che nella vita ha tradito e amato,
per questo la lasceremo ai lupi e ai cani,
getteremo le ceneri nel Paranà
dove abbondano i piranha,
risaliremo la collina delle croci
a lenire i giorni penduli come melograni,
perché sia fatta la nostra volontà.-
Un gobbo si fermò davanti al centurione
dicendo:- Questo è l’uomo che ha macchiato
le tavole di Krsna, distrutto il carro di Rukmi,
non ha avuto pietà per Kamadeva,
rubato gioielli e incenso dagli altari di Nuova Delhi.-
-Allora lasciatelo alla frusta di Clara e di Francesca,
alla Miseria e alla Misericordia.
Domani le vigne saranno rosse
anche se non è ancora autunno
e spunta il ruscus in mezzo ai rovi-, così parlò Licinio.
Un profumo di rauwolfia veniva dal fondo dei sepolcri.
Carlino guardava le donne di Cracovia,
da dietro i vetri Palmira ci salutava
per chissà quale esilio o viaggio.
Nonna Eliodora da giugno era scomparsa.
Stranamente oggi non ho visto Randall.
Mia amata, qui scorrono i giorni
come fossero fiumi e la speranza è così lontana.
Dimmi solo se a Boston ci sarai,
se si accendono le luci a Newbury Street.
Era triste Bobby quando lesse il Day By Day.
Oh il tuo cadeau, Patsy, nel giorno di Natale!

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bello

Ricomposizione in frammenti della stessa poesia ad opera di Giorgio Linguaglossa

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1) Mia amata, qui scorrono i giorni
come fossero fiumi e la speranza è così lontana.

2) Dimmi solo se a Boston ci sarai,
se si accendono le luci a Newbury Street.
Era triste Bobby quando lesse il Day By Day.
Oh il tuo cadeau, Patsy, nel giorno di Natale!

3) Questa è Yasmina da Madhia
che nella vita ha tradito e amato,
per questo la lasceremo ai lupi e ai cani,
getteremo le ceneri nel Paranà
dove abbondano i piranha,
risaliremo la collina delle croci
a lenire i giorni penduli come melograni,
perché sia fatta la nostra volontà.

4) Nonna Eliodora da giugno era scomparsa.
Stranamente oggi non ho visto Randall.

5) Una fila di caravan al centro della piazza
con gente venuta da Trescore e da Milano
ad ascoltare Licinio:-

6) Un gobbo si fermò davanti al centurione
dicendo:- Questo è l’uomo che ha macchiato
le tavole di Krsna, distrutto il carro di Rukmi,
non ha avuto pietà per Kamadeva,
rubato gioielli e incenso dagli altari di Nuova Delhi.-

7) Un profumo di rauwolfia veniva dal fondo dei sepolcri.
Carlino guardava le donne di Cracovia,
da dietro i vetri Palmira ci salutava
per chissà quale esilio o viaggio.

8) -Allora lasciatelo alla frusta di Clara e di Francesca,
alla Miseria e alla Misericordia.
Domani le vigne saranno rosse
anche se non è ancora autunno
e spunta il ruscus in mezzo ai rovi-, così parlò Licinio.

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Bello warhol_marilyn

warhol_marilyn

Ricomposizione di una poesia di Steven Grieco Rathgeb ad opera di Ubaldo de Robertis

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A proposito della continuità nel tempo riferita allo scorrere dei versi, ho provato a leggere la straordinaria composizione di Steven Grieco Rathgeb rispettando in modo assoluto le spaziature poste dall’autore, ma nell’ordine indicato dai numeri che mi sono permesso di riportare nel testo.
Il mistero è dunque che la poesia: IL BUON AUGURIO, pur rovesciata come un calzino (l’ultimo verso coincide con il primo- diceva Borges), mantiene INTATTO tutto il suo fascino comunicativo, anzi, la lettura nei due sensi, in sequenza, accresce il suo valore e la “spiega” come un lenzuolo esposto al sole.
Aggiungo poi che Steven Grieco Rathgeb, poeta dai molti idiomi, sa collocare nei propri versi i termini, le parole più consone! Eh, sì, cara Stefanie Golisch, quelle che lei definisce “belle paroline” io le chiamerei: “qualcosa di più conforme” (Leopardi insegna) che al poeta vero viene naturale, lasciando da parte retorica e superlativi, assecondando lo spirito di finezza. Quello di geometria, quello sì, lo lasciamo ai letterati della domenica.

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Steven Grieco Rathgeb
IL BUON AUGURIO (Poesia ricomposta ad opera di Ubaldo de Robertis)

.
13 -La vita era reale, splendida; e profondamente nascosti
in noi gli alberi, i primi iris mirabili nella luce nera.
Il paesaggio diurno senza sogni, senza nascondigli.

.
12-“FERMI!”
– esclamò d’un tratto il Regista –
“Avete studiato le vostre parti troppo a fondo!
Non siete più voi stessi! Tutto da rifare!”

.
11-Ci fermammo di colpo, profondamente scossi.

.
10 -Poiché nelle sue parole, in effetti, nulla si era fermato:
e più chiari che mai il palco su cui stavamo, le
scenografie spente, il cerone che ci imbrattava il viso.

.
9-Non c’era dubbio: era stato commesso un furto ignobile.
E noi, del tutto ignari.

.
8-Poi ancora un urlo dietro le quinte: “Il mondo non va più da sé!
Fate qualcosa!”
e tonfi sull’assito, e le grida di stupore
visibili nell’aria che veniva lacerandosi di traverso.

.
7-«Mmmm…» mormorò rapito il Regista, sprofondato
nella sua poltrona, gli occhi rivolti in su: quasi gioisse
di queste fronde d’albero che stormivano solo immaginandosi:
quasi prendesse il largo un re dalla mantella azzurra
in una barca sull’oceano.

.
6-Allora cercai il tuo viso nell’estrema durezza del riflesso:
ma da noi sorgevano mille profondità:
non semplice amalgama di ombre e sabbia,
luce respinta: una forma umana dal corridoio, giù in fondo,
superando seppur di sbieco uno dopo l’altro i rovelli,
non più derubata, fermo lo sguardo,
avanzava oltre i molti presenti in ogni dove,
la folla di nichilisti che spingeva,
tormentandosi nel buio.

.
5-Ancora guardai nello specchio. Era una finestra,
e il paesaggio là fuori, un inaspettato presagio:
i campi di grano, morbida onda prossima alla mietitura
mentre un fiume verde-bruno muoveva tra le sponde
rallegrandosi dei suoi riflessi azzurri;
e più avanti, dove i salici d’argento disperdono nivei fiori
solo per celare, come all’inizio di un verso,
l’usignolo di Chông.

.
4-Ancora gridò la voce assordante fuori campo:
“NON VEDETE come tutti ve la danno a bere?”

.
3- In effetti, il buio era più fitto che mai.
Ma proprio là dentro, nel cuore dello sguardo cieco
sorgeva questo tasso d’intensità sconosciuto,
come se noi irradiassimo una visione.

.
2-Come se non fossimo altro che noi stessi.

.
1- Aveva ragione da vendere, il Regista.
La partita l’avevamo stravinta.
.
bello 1.

Poesia originale di Steven Grieco Rathgeb
IL BUON AUGURIO

.
La vita era reale, splendida; e profondamente nascosti
in noi gli alberi, i primi iris mirabili nella luce nera.
Il paesaggio diurno senza sogni, senza nascondigli.

“FERMI!”
– esclamò d’un tratto il Regista –
“Avete studiato le vostre parti troppo a fondo!
Non siete più voi stessi! Tutto da rifare!”

Ci fermammo di colpo, profondamente scossi.

Poiché nelle sue parole, in effetti, nulla si era fermato:
e più chiari che mai il palco su cui stavamo, le
scenografie spente, il cerone che ci imbrattava il viso.

Non c’era dubbio: era stato commesso un furto ignobile.
E noi, del tutto ignari.

Poi ancora un urlo dietro le quinte: “Il mondo non va più da sé!
Fate qualcosa!”
e tonfi sull’assito, e le grida di stupore
visibili nell’aria che veniva lacerandosi di traverso.

«Mmmm…» mormorò rapito il Regista, sprofondato
nella sua poltrona, gli occhi rivolti in su: quasi gioisse
di queste fronde d’albero che stormivano solo immaginandosi:
quasi prendesse il largo un re dalla mantella azzurra
in una barca sull’oceano.

Allora cercai il tuo viso nell’estrema durezza del riflesso:
ma da noi sorgevano mille profondità:
non semplice amalgama di ombre e sabbia,
luce respinta: una forma umana dal corridoio, giù in fondo,
superando seppur di sbieco uno dopo l’altro i rovelli,
non più derubata, fermo lo sguardo,
avanzava oltre i molti presenti in ogni dove,
la folla di nichilisti che spingeva,
tormentandosi nel buio.
Ancora guardai nello specchio. Era una finestra,
e il paesaggio là fuori, un inaspettato presagio:
i campi di grano, morbida onda prossima alla mietitura
mentre un fiume verde-bruno muoveva tra le sponde
rallegrandosi dei suoi riflessi azzurri;
e più avanti, dove i salici d’argento disperdono nivei fiori
solo per celare, come all’inizio di un verso,
l’usignolo di Chông.

Ancora gridò la voce assordante fuori campo:
“NON VEDETE come tutti ve la danno a bere?”

In effetti, il buio era più fitto che mai.
Ma proprio là dentro, nel cuore dello sguardo cieco
sorgeva questo tasso d’intensità sconosciuto,
come se noi irradiassimo una visione.

Come se non fossimo altro che noi stessi.

Aveva ragione da vendere, il Regista.
La partita l’avevamo stravinta.

(1987-2012)

Steven Grieco a Trieste giugno 2013

Steven Grieco a Trieste giugno 2013

Steven J. Grieco Rathgeb, nato in Svizzera nel 1949, poeta e traduttore. Scrive in inglese e in italiano. In passato ha prodotto vino e olio d’oliva nella campagna toscana, e coltivato piante aromatiche e officinali. Attualmente vive fra Roma e Jaipur (Rajasthan, India). In India pubblica dal 1980 poesie, prose e saggi.
è stato uno dei vincitori del 3rd Vladimir Devidé Haiku Competition, Osaka, Japan, 2013. Ha presentato sue traduzioni di Mirza Asadullah Ghalib all’Istituto di Cultura dell’Ambasciata Italiana a New Delhi, in seguito pubblicate. Questo lavoro costituisce il primo tentativo di presentare in Italia la poesia del grande poeta urdu in chiave meno filologica, più accessibile all’amante della cultura e della poesia. Attualmente sta ultimando un decennale progetto di traduzione in lingua inglese e italiana di Heian waka.
In termini di estetica e filosofia dell’arte, si riconosce nella corrente di pensiero che fa capo a Mani Kaul (1944-2011), regista della Nouvelle Vague indiana, al quale fu legato anche da una amicizia fraterna durata oltre 30 anni.
protokavi@gmail.com

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Mario Gabriele volto 1Mario M. Gabriele è nato a Campobasso nel 1940. Poeta e saggista ha fondato la Rivista di critica e di poetica “Nuova Letteratura” e pubblicato diversi volumi di poesia tra cui il recente Ritratto di Signora 2014. Ha curato monografie e saggi di poeti del Secondo Novecento. Ha ottenuto il Premio Chiaravalle 1982 con il volume Carte della città segreta, con prefazione di Domenico Rea. E’ presente in Febbre, furore e fiele di Giuseppe Zagarrio, Mursia Editore 1983, Progetto di curva e di volo di Domenico Cara, Laboratorio delle Arti 1994, Le città dei poetidi Carlo Felice Colucci, Guida Editore 2005, Poeti in Campania di G. B. Nazzario, Marcus Edizioni 2005, e in Psicoestetica, il piacere dell’analisi di Carlo Di Lieto, Genesi Editrice, 2012. Si sono interessati alla sua opera: G.B.Vicari, Giorgio Barberi Squarotti, Maria Luisa Spaziani, Luigi Fontanella, Giose Rimanelli, Francesco d’Episcopo, Giuliano Ladolfi,e Sebastiano Martelli. Altri Interventi critici sono apparsi su quotidiani e riviste: Tuttolibri, Quinta Generazione, La Repubblica, Misure Critiche, Gradiva, America Oggi, Atelier. Cura il blog di poesia italiana e straniera L’isola dei poeti.

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