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Laboratorio pubblico di poesia: commenti e poesie al seguito di Ewa Lipska tra Mario Gabriele, Giorgio Linguaglossa, Donatella Costantina Giancaspero, Carlo Livia, Daniela Crasnaru, Francesca Dono, Fritz Hertz, Antonio Sagredo, Gino Rago, Nelly Sachs, Chiara Catapano, Lucio Mayoor Tosi, – verso una nuova ontologia estetica

Giorgio Linguaglossa

22 settembre 2017 alle 9:08

E adesso, una mia poesia.
(alla maniera di Ewa Lipska)

«Cari Signori Gino Rago, Giorgio Linguaglossa,
Mario Gabriele, Lucio Mayoor Tosi e compagnia varia…
Vi porgo i miei saluti
dal Labirinto, quel luogo dal quale non è più
possibile trovarsi, dove non c’è neanche bisogno
di cercare le scaturigini di alcunché.
Le parole, egregio Signor Linguaglossa,
in questo luogo sono del tutto fuori posto.
Mi perdoni questa ovvietà,
ma lei, mi dicono, è un poeta!
Vede? Cado anch’io a volte dalle nuvole

nella trappola della geometria euclidea.
Che vuole, ho un debole per i triangoli scaleni,
gli eptaedri, i vertici acuti, i numeri primi.
Tutto ciò che ci ha amato,
cari Rago e Linguaglossa, cari Gabriele e Tosi,
e quanti altri della nuova ontologia estetica
non ha più ragion d’essere…».

Il lestofante aprì la confezione di pasticcini ripieni di crema e bignè al cognac. Arietta di Offenbach.  Sorrise. La bocca zeppa di denti d’oro che brillavano. «Professione?», «Sì, metta intagliatore di diamanti», rispose. Poi si chinò per arraffare qualcosa dalla tasca interna della giacca di velluto. Cravatta blu a pallini gialli. Farfugliò qualcosa sul pianoforte a coda. «Non siamo parenti – mi disse – però, in un certo qual modo, siamo prossimi… No, no, non parlo di voi, caro amico… parlo d’altro…».

«La realtà è il risultato dell’autonegarsi dell’Assoluto.

Auto-negarsi nel suo stesso porsi, un porsi

nel suo stesso negarsi.

Che vuole, un gioco di prestigio!

Sì, mi attendo da Voi una risposta.

Una sola, però,

intorno alla de-coincisione dell’essere dal nulla.

E sì…

anche intorno all’Assoluto, che vuole!.
Per questo Vi dò il mio indirizzo:
Quartier Generale dell’Aldilà
dove scorre il fiume dell’aldiquà
al numero civico 777 piano terzo scala D,
attigua alla abitazione di Dio, perbacco!».

 

Mario M. Gabriele

22 settembre 2017 alle 14:16

Signor K, e Signor Cogito, Sig.Gab e Sig.na Evelyn, Sig.ra Schubert, Sig Tosi e Sig. Rago, Sig. Steven e tanti altri Signori e Commodori,ma dove vi siete incontrati? Al Palazzetto dello Sport Linguistico? Abbiamo tutti un indirizzo ed è: il “Quartier Generale dell’ALDILA’, al numero civico 777, vicino alla abitazione di Dio. Ciò che ci ha amato se ne è andato dalla ciminiera Al Centro Impiego cercano “Spazzini”.

 Strilli Espmark Le labbra dell'insegnanteStrilli Busacca Vedo la vampa

Carlo Livia

22 settembre 2017 alle 12:37

La decomposizione delle strutture morfosintattiche, come strumento d’indagine di nuove relazioni tra linguaggio e ontologia, come nell’opera di Zanzotto o Celan, può essere mutata in una decontestualizzazione semantica di sintagmi e frammenti diegetici che rimangono strutturalmente integri, ma assumono diversa funzione noetica, nella trasgressione dell’ordine logico-relazionale, con il risultato di mettere in luce l’irrazionalità latente nella logica convenzionale, come avviene in Lipska e Linguaglossa; è la stessa differenza, più o meno, che sussiste fra la pittura di Braque e quella di Magritte. Ecco un testo in cui ho tentato un’integrazione delle due procedure espressive.

Altra ferita del silenzio
Il corpo allucinante risplende
e scompare nella risata del vento
coi suoi frutti segreti mangiati vivi
L’amore sprofonda nello specchio
pugnalato dalla memoria
Dietro i pozzi degli antenati
vecchie femmine lunatiche sorvegliano l’entrata
Trascino il mio letto per campi lamentosi
la madre s’allontana su fondali d’erba
E’ finita l’attesa
quella lotta d’alberi e belve
dietro la casa di cenere
Ma non riesco a dormire
sotto lo sguardo di questi spettri

Donatella Costantina Giancaspero

22 settembre 2017 alle 20:13

gentile Carlo Livia,

seguo sempre con attenzione e stima i suoi interventi e le sue poesie. Complimenti sia per il commento che per la poesia, molto interessante e coinvolgente… si vede che anche lei sta cercando una poesia diversa da quella che si legge in Italia… inserisca pure le sue poesie sono una lettrice attenta e priva di pregiudizi. Questo è un Laboratorio all’aperto, fatto per poeti senza tacchi a spillo. Ho un appunto da farle. La prima strofa io la scriverei così, togliendo due aggettivi. Secondo me la strofa corre meglio:

“Il corpo risplende e scompare nella risata del vento
coi suoi frutti mangiati vivi…”

a me sembra più scorrevole…

saluti.

Strilli GriecoCarlo Livia

22 settembre 2017 alle 20:59

Grazie, gentilissima, faccio quello che posso, i tacchi a spillo non li ho mai amati, nemmeno come simbolo, malgrado sia di pochi centimetri più alto di Woody Allen. Un caro saluto. Continua a leggere

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Ennio Contini (1914-2006) UNDICI POESIE  da Viaggio nel buio / Journey into the dark (1969) da Chelsea Editions di New York (2017) pp. 286 $ 20 – Tra  i postumi del neorealismo e gli spunti del pre-sperimentalismo – Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Ennio Contini cover

Lo si consideri come essenza o esistenza […]
lo si consideri come copula o posizione di esistenza […],
l’essere dell’essente non appartiene al campo della predicazione,
perché è già implicato in ogni predicazione in generale
e la rende possibile

(J. Derrida, La scrittura e la differenza, Einaudi, Torino 1971, p. 172)

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Tra  i postumi del neorealismo e gli spunti del pre-sperimentalismo

È stato pubblicato da Chelsea Editions di New York il volume Journey into the dark di Ennio Contini a cura della ricercatrice Francesca Bergadano, la quale scrive in premessa al libro: «Mi sono occupata dell’archivio Contini per la mia tesi di dottorato, interamente dedicata a questa dimenticata figura di letterato». Nato ad Oristano nel 1914 ma subito trasferitosi con la famiglia a Savona, sin da giovanissimo Contini maturò l’amore per la poesia. Dopo il diploma intraprese una serie di viaggi che lo portarono più volte in Ungheria, a Parigi e Londra. Scoperto dal critico Aldo Capasso, Contini ebbe contatti con Ezra Pound, Farfa, Quasimodo, Sbarbaro, Alfredo de Palchi. Partito volontario per la guerra d’Albania, Contini al ritorno in patria dove affrontare l’esperienza del carcere, dal quale esce nel 1953. Negli anni che seguono si trasferisce in Val Bormida dove rimane sino alla morte, nel 2006 con la famiglia, lavorando allo stabilimento 3M di Ferrania: qui pubblica altre raccolte poetiche e, nel 1995, un romanzo.

Nel 1947 mentre era rinchiuso nel carcere di Procida, Contini incontra il detenuto ventenne Alfredo de Palchi, condannato in primo grado all’ergastolo per un omicidio che non aveva commesso, accusa dalla quale fu prosciolto con formula piena dopo sei anni di detenzione preventiva perché non aveva commesso il fatto. il trentacinquenne Contini introduce il giovane de Palchi alla conoscenza della più alta cultura europea: alle opere di Villon, Kafka, Faulkner e alla migliore poesia italiana.

Pubblica in tutto quattro libri di poesia: Magnolia (1939), L’Alleluia (con Ezra Pound nel 1952), Schegge d’anima (1962)  e Viaggio nel buio (1969).

Ennio contini poeta

a sx, Ennio Contini con Alfredo de Palchi a dx

Contini aveva tre anni quando la sua famiglia si stabilisce a Savona dove il giovanissimo poeta muove i primi passi nell’ambiente letterario. La prima infatuazione è per la poesia di Ungaretti, ma il giovane poeta viaggia in lungo e in largo per le città d’Europa: Londra, Parigi e Budapest dove fa la conoscenza di Franz Körmendi, fa incetta di esperienze culturali disparate. Nel libro di esordio, Magnolia, sono riconoscibili le influenze e i prestiti (Ungaretti, D’Annunzio, il ligure Barile, Sbarbaro, Montale). Contini si arruola nell’esercito e frequenta l’Accademia ufficiali di Salerno e si stabilisce con il 41 reggimento di fanteria ad Imperia con il grado di tenente. Viene in contatto in quegli anni con Quasimodo, Bonaventura Tecchi e Adriano Grande. Spedito in Albania il giovane tenente conosce l’orrore della guerra. Ferito in battaglia, Contini passa un lungo periodo di convalescenza tra Savona e Genova. In questo periodo ritorna alla sua amata letteratura, approfondisce Eliot, Joyce, Pound, Gide, Mauriac. A causa di un incidente incorso a causa delle sue funzioni di tenente dell’esercito italiano, viene arrestato e processato come criminale di guerra. Condannato a morte in primo grado, la pena viene commutata in prigione a vita e, infine, ridotta a nove anni di detenzione nel carcere di Savona, Procida e Civitavecchia. Durante la detenzione nel carcere di Civitavecchia (19951-1953) Contini intrattiene corrispondenza con Ezra Pound relegato  al manicomio criminale di Sant’Elisabeth in Washington, e da questo breve scambio epistolare nasce l’idea di pubblicare i primi dieci Canti di Pound. Nel 1952 il volume è pronto e vede la luce il 25 aprile di quell’anno e viene accolto con grande interesse. Siamo negli anni Cinquanta, anni di febbrile attività culturale: cinema, arti figurative, romanzo e poesia, tutti i generi vengono contagiati da una forte carica di rinnovamento linguistico, si passa dal linguaggio neorelista e a quello neosperimentale, l’Italia si avvia verso il boom economico, i contrasti sono violenti, il paese passa da una economia a prevalenza agricola ad una economia industriale. Possiamo dire che, ad uno sguardo retrospettivo, la poesia di Ennio Contini pur percorsa da concitati movimenti tendenti al rinnovamento linguistico non riesce ad agganciare gli spunti di rivoluzione del linguaggio poetico che attraversavano la poesia italiana di quegli anni, rimane a metà strada tra suggestioni tardo ermetiche e intimismo lirico, pur con una propria cifra squisitamente personale, squisita e nobilmente impaludata attorno all’io lirico. È in quegli anni a cavallo tra i Cinquanta e i Sessanta che la poesia di Contini perde colpi, resta indietro rispetto alle correnti e alle tensioni letterarie della sua epoca, non riesce a trovare una propria via di sviluppo stilistico e di rinnovamento linguistico pur restando un poeta significativo della linea post ermetica più aggiornata.

Erano gli anni della rivista “Officina” di Pier Paolo Pasolini e della costituenda neoavanguardia.

Ripercorriamo quegli anni con le parole di Umberto Eco: «La cosiddetta neo-avanguardia del Gruppo 63 irritava la cultura che allora si diceva impegnata fondata, lo abbiamo visto, su un connubio tra poetica del realismo socialista e marx-crocianesimo, ircocervo, a pensarci bene oggi, assai curioso, una sorta di Casa delle Libertà culturale in cui potevano convivere fieri reazionari (almeno dal punto di vista letterario) e impegnati socialisti, paleo-idealisti e materialisti vuoi storici che dialettici. Il Gruppo 63 non pareva credere al gesto rivoluzionario, fosse pure quello dei futuristi che scandalizzavano i buoni borghesi al Salone Margherita, aveva ormai capito che i gesti rivoluzionari, nella nuova società dei consumi, andavano a colpire una conservazione così duttile e smaliziata da far proprio ogni elemento di disturbo, e fagocitare ogni proposta di eversione immettendola in un circolo dell’accettazione e della mercificazione. L’eversione artistica non poteva più assimilarsi all’eversione politica. E quindi la neo-avanguardia, ponendosi come progetto di eversione dal di dentro, tentava di aggiustare il tiro, di spostare la polemica su obiettivi più radicali, difficilmente immunizzabili, di cambiare i tempi e le tecniche di guerra e soprattutto di anticipare o provocare, attraverso le soluzioni dell’arte, una visione diversa della società in cui si muoveva».1]

1] da Prolusione tenuta a Bologna da Umberto Eco per il quarantennale del Gruppo 63, l’8 maggio 2003 da http://www.umbertoeco.it

Ennio Contini

da L’ALLELUJA (1952)
THE ALLELUIA (1952)

da the long poem Un dono troppo caro / A Gift Too Dear

V
O giorno, effimera coscienza di noi!
Non sappiamo altro.
Solo questo cielo senza gridi, eterno.
Tu, ala gravida di gioie,
batti sullo stagno
vibrandolo d’interminabili echi
ancestrali: un profumo di nubi
e alberi
e, di pupilla in pupilla, ad acquitrini
ove algida sboccia
un’antica speranza di giorni . . .
Frangere il velo taciturno
che di noi conchiude l’esistenza
in una gelida ira!
Le sublimi orchidee sfrondi
ed iridi fugaci
esprimi in sillabe, ma il sonno,
ov’alitano i miti, è sempre
al di là del tuo esilio, o giorno,
giorno delle colline brulle
invano irrigate dal pianto di Prometeo,
giorno verde nel fango della strada!

V
O day, ephemeral consciousness for us!
We don’t know any other.
Only this sky without a cry, eternal.
You, wing pregnant with joys,
beat upon the pond
making it vibrate with interminable
ancestral echoes: a perfume of clouds
and trees
and, from pupil to pupil, to the marshes
where cold as ice
there blossoms an old-fashioned hope of days . . .
Oh, to shatter the taciturn veil
that brings existence to an end for us
in an icy rage!
You strip the sublime orchids of their leaves
and express the fleeting
irises in syllables, but sleep,
where the myths breathe, is always
beyond your banishment, O day,
day of the barren hills
watered in vain by the tears of Prometheus,
a green day in the mud of the roadway!

Strilli Sagredo2

Strilli Sagredo1Sardegna Continua a leggere

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Stefanie Golisch QUATTRO POESIE INEDITE da: Blessings con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Invito Laboratorio 24 maggio 2017Stefanie Golisch, scrittrice e traduttrice è nata nel 1961 in Germania e vive dal 1988 in Italia. Ultime pubblicazioni in Italia: Luoghi incerti, 2010. Terrence Des Pres: Il sopravvivente. Anatomia della vita nei campi di morte. A cura di Adelmina Albini e Stefanie Golisch, 2013. Ferite. Storie di Berlino, 2014. Nove sue poesie sono presenti nella Antologia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Roma, Progetto Cultura, 2016)

Il garante di tutta l’operazione stilistica della Golisch
è caratterizzato dalla consapevolezza della «mancanza» ontologica.
La rappresentazione linguistica del cosiddetto «reale» cela malamente questa «mancanza».
Il linguaggio tradizionale della metafisica poetica risulta inabile alla rappresentazione delle nuove condizioni del nichilismo. Ovvero, Non c’è più un garante.

(G. Linguaglossa)

Onto Giorgio Linguaglossa.verde

Giorgio Linguaglossa

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Il soggetto dell’enunciato, è sì legato al soggetto dell’enunciazione ma solo nella designazione, per il resto tra soggetto dell’enunciato e soggetto dell’enunciazione si apre un abisso. Come è noto dalla linguistica di Benveniste, questo processo è dipendente dalla funzione degli schifter nel linguaggio articolato. «Le forme pronominali non rimandano né alla ‘realtà’ né a posizioni oggettive nello spazio e nel tempo, ma all’enunciazione, ogni volta unica, che le contiene», così si esprime Benveniste. 1]

Questo per dire che la poesia di Blessings è tutta poggiata sull’impiego dei pronomi, sul discorso pronominale, su personaggi ridotti alla designazione pronominale: maschere, gettoni segnaletici, personaggi ipotetici trattati al pari di icone, di segni che rimandano ad altri segni:

«Camminava tra di noi, forse era già morto»

Nel modo di indicare i suoi personaggi la Golisch usa l’argomento a-contrario, parte da ciò che essi non sono o non sono più; ma non solo, paradossalmente impiega di frequente anche una aggettivazione univoca, elementare, denotativa (mai decorativa o illustrativa). Ad esempio scrive: «Vestiva di bianco», locuzione tendente per lo più a sviare l’attenzione del lettore dal centro della rappresentazione in quanto quest’ultima è stata derubricata e declassata dal suo ruolo centrale. Gli elementi importanti di questo tipo di poesia si rinvengono negli angoli nascosti, nei dettagli insignificanti colti in modo sporadico, quasi casuale. La Golisch privilegia uno sguardo laterale, incidentale, trasversale, adotta spessissimo gli incipit indiretti riferiti ad uno shifter: («e se dovessi dire di lui, userei il passato remoto»). Abbondano quindi le perifrasi indirette, dove il soggetto enunciatore sembra voler contraddire l’enunciato:

…Lo racconterei come
un uomo di mondi antichi che parlava con
gli uccelli, danzatore in mezzo ai nostri
passi pesanti. Diceva che nessuno gli
doveva nulla e che lui, nel sonno, aveva
già visto come tutto sarebbe finito

Ma è una contraddizione in «vitro», protetta da una perifrasi che solo apparentemente vuole negare in quanto nega per ribadire più fortemente quanto appena negato o asserito. Così, la funzione della memoria ne viene stravolta, il ricordare si appunta sulle smagliature, sui frammenti, sugli stracci del «reale»:

Tra le cose andate storte che capitano nella
vita di tutti, lei ricordava un paio di calze di
nylon color carne che si era rotto prima della
festa, all’andata per essere precisi, mentre
attraversava il bosco saltellando su una
gamba sola…

L’io dunque è ridotto alla istantaneità della presenza, all’istantaneità della sua voce, impalcatura di quello che un tempo lontano è stato il «soggetto», ombra ormai non più desiderante del «soggetto» antico, quello rammemorante della perduta elegia che ha abitato con lustro il Novecento (da Pascoli a Bertolucci fino a Bacchini e odierni epigoni). Quell’io che aveva assunto con Cartesio quella dimensione inaugurale della modernità in cui pensiero ed essere si congiungevano sotto il regime della rappresentazione, come già aveva ravvisato Heidegger nel saggio Moira, quell’io è definitivamente tramontato, è subentrato al suo posto un io dimezzato, declassato, infermo, parziale, in frammenti.

La questione la solleverà Lacan, non tanto nel negare l’era della rappresentazione dell’essere, quanto nel ribadire che è proprio con l’avvento «storico» di questa era che il soggetto si configura come quel momento di divisione, di scissione tra pensiero ed essere, tra essere e rappresentazione e di occultamento che Freud e la psicoanalisi erediteranno. L’istantaneità, l’abitare il presente assoluto del soggetto post-lacaniano della Golisch altro non è che la prefigurazione della necessità di sottrarre il soggetto stesso a quella condizione definita da Lacan la «beanza», ovvero, in termini heideggeriani, la piena identificazione del soggetto con l’essere. 2]

In fin dei conti, sia l’io che i non-io, i personaggi pronominali della Golisch acquistano rilievo linguistico dalla divaricazione che si è aperta tra linguaggio ed essere.
È caratteristico che in questo tipo di scrittura poetica i «soggetti» della poesia di Stefanie Golisch acquistino senso all’interno dell’organizzazione frastica da una sintassi fortemente condizionata dall’attrito tra il discorso indiretto (prevalente) e quello diretto (episodico), con tanto di ironico distacco dell’io che enuncia dall’enunciato.
Per concludere, direi che il garante di tutta l’operazione stilistica della Golisch è caratterizzato dalla consapevolezza della mancanza ontologica di ogni rappresentazione linguistica del cosiddetto «reale», che non c’è più un garante, che lo stile non può più fungere da garante di qualsivoglia operazione scrittoria. È questa, credo, l’origine e il telos della scrittura poetica della Golisch. Continua a leggere

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POESIE E PROSE PER LA SHOAH di Flavio Almerighi, Mario M. Gabriele, Donatella Costantina Giancaspero, Stefanie Golisch, Angela Greco, Antonio Sagredo. A cura di Flavio Almerighi (Parte prima)

shoah-selfie

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 Poesie e prose per la Memoria, a cura di Flavio Almerighi

Traggo spunto da un articolo di Federico Pontiggia apparso sul Fatto Quotidiano del 25 gennaio 2017 “La banalità del selfie: il turismo della Shoah tra sorrisi e sandwich” “Dopo Auschwitz, nessuna poesia, nessuna forma d’arte, nessuna affermazione creatrice è più possibile”. Lo sostenne il filosofo tedesco Theodor W. Adorno, e palesemente si sbagliava: l’arte è ancora possibile, e pure l’arte sulla Shoah. Non c’è però da rallegrarsene, perché le cose stanno peggio di quanto preconizzato da Adorno: il problema non è la “affermazione creatrice”, bensì la ricezione esperienziale; il problema non è l’arte, ma la vita. Oggi è ancora possibile fare Memoria? Il punto è questo: la mediazione artistica ha spazi di manovra che l’esperienza fisica si vede precludere” Insomma la domanda è una sola, e mi sorge spontanea dopo la mia drammatica visita al campo di Dachau dello scorso 16 agosto. Mentre camminavo silenzioso tra tanto dolore, che per altro è ancora ben avviluppato nelle strutture superstiti, costantemente disturbato da schiamazzi di gitanti della domenica, molti italiani, con un nodo nello stomaco che non ho saputo sciogliere nemmeno al Carmelo di Dachau. Ho provato invidia per Gabriella che fotografava le vestigia del dolore e piangeva in silenzio. Ora mi chiedo, possiamo noi redattori dell’Ombra delle Parole, attraverso la nostra creatività e le nostre risposte personali, rendere più vero, meno formale, più giusto il 27 gennaio 2017?

Come Ebrei sopravvissuti e discendenti di sopravvissuti al genocidio nazista, condanniamo inequivocabilmente il massacro di Palestinesi a Gaza e l’occupazione e la colonizzazione in atto della Palestina storica. Condanniamo inoltre gli Stati Uniti che sostengono Israele finanziandone gli attacchi, e più in generale gli stati occidentali che utilizzano i loro apparati diplomatici per proteggere Israele dalla condanna. Il genocidio inizia con il silenzio del mondo.

Siamo allarmati per l’estrema, razzista disumanizzazione dei Palestinesi nella società israeliana, che ha raggiunto livelli di massima intensità. In Israele, politici e opinionisti del Times of Israel e del Jerusalem Post hanno apertamente incitato al genocidio dei Palestinesi e la destra radicale israeliana sta adottando emblemi neonazisti.

Siamo inoltre disgustati e indignati per l’abuso della nostra storia ad opera di Elie Wiesel in pagine che promuovono palesemente delle falsità per giustificare l’ingiustificabile: il gigantesco impegno di Israele per distruggere Gaza e l’uccisione di circa duemila Palestinesi, tra cui centinaia di bambini. Niente può giustificare il bombardamento di rifugi ONU, di case, di ospedali e università. Niente può giustificare privare di elettricità e acqua le persone.

Dobbiamo far sentire forte la nostra voce collettiva e usare quanto è in nostro potere per porre fine a ogni forma di razzismo, compreso l’attuale genocidio del popolo palestinese. Chiediamo la fine immediata dell’assedio e dell’embargo contro Gaza. Chiediamo il boicottaggio totale, economico, culturale ed accademico, di Israele. “Mai più” deve significare “MAI PIU’ PER TUTTI”. (New York Times, 23 agosto, 2014)

Flavio Almerighi

Flavio Almerighi

Nella baracca X

Non è bastato inghiottire pianto
e silenzi nel carmelo di Dachau,
sembrare bambino per essere uomo

gente senza mandibola batte ancora i denti,
la morte è ingiusta per chi non ha vissuto.
Manca verità nelle leggi, tutte l’omettono.
E voi rami secchi, invisi alle vostre donne,
siete gli unici a non averlo creduto,
i vostri nati hanno torto il viso da voi
mentre lasciavate fare,
ordinando preventivi per nuove case sfatte.
Pensavate di tacciare il male con epigrafi
in tutte le lingue, ma i demoni resistono
Doveva essere Mai più in tutto il mondo,
invece nella baracca X l’uomo batte i denti,
paga pegno a una civiltà in ostaggio.

Mario Gabriele volto 1

Mario M. Gabriele

da Ritratto di signora, Nuova Letteratura, 2014

Il tuo sorriso non risuona nelle stanze,
e il fiore di Tarquinia è un segnalibro nel Codice da Vinci,
più non c’è riparo al volo di pipistrelli,
un giglio dura ancora nel giardino:
errante amore chi ti salverà dalle piogge del mattino?
pure ci abbandonano i velari del passato,
ricordiamoci di Spandau, le fisarmoniche nei cortili,
come serenate al chiar di luna,
nessuno fu mai sé stesso, né visse più d’una farfalla,
fazzoletti di carta ai porti e ai treni, e Schindler’s list,
quel Muro, Dimitrov, troppo lungo di vedette e fil di ferro
ha lacerato il corpo e l’anima, il nostro Novecento;
i villaggi del Mekong, come lumi a mezzanotte,
il male nel codice genetico,
chi l’ha spenta la lampada votiva?
Dal fondo del viale, ecco Witold con le chiavi.

 

donatella-giancaspero

Costantina Donatella Giancaspero

Donatella Costantina Giancaspero

Lo volevamo polvere

Ancora, il cielo, ferito, si schianta
contro la Terra:
lo precipita un Tempo vile,
che imbraccia il terrore
ed è grido di occhi deserti

– come allora…

Lo volevamo polvere, quel Tempo,
remoto – murato nell’orrore stesso di sé,
dei propri massacri, delle deportazioni…

Tempo che uccide ucciso – vivo, sempre,
alla Memoria, perché in essa il cielo
e tutto il sangue della Terra

fosse vendicato – .

 

stefanie-golisch

stefanie-golisch

Stefanie Golisch

da:: Luoghi incerti, Isernia, 2010

Nella mia infanzia non ci sono ebrei.
Nessuno li nomina, nessuno parla della loro sorte, nessuno sembra sentire una mancanza, nessuno tenta di tenere viva la loro memoria.
Non ci sono ed è come se non siano mai vissuti né nella mia città né altrove.
Eppure hanno lasciato, anche a Lemgo, tracce che testimoniano la loro presenza secolare: la piazzetta dove sorgeva la sinagoga, distrutta nella notte dei pogrom tra il 9 e il 10 novembre 1938, il vecchio cimitero ebraico abbandonato, una villa d’insolita eleganza.
Piccoli punti interrogativi nel cuore di una cittadina tedesca qualsiasi che non ha alcuna intenzione di interrogarsi sul proprio passato.
Ancora negli anni settanta del secolo scorso, lo sterminio degli ebrei era un tabù assoluto.
Sia in famiglia sia a scuola si evitava attentamente l’argomento. Per un giovane di allora, che non aveva accesso alle grandi biblioteche universitarie o ad altre fonti d’informazione, era pressoché impossibile scoprire qualcosa di preciso.
La faccenda degli ebrei – non si sapeva mai con quali parole descrivere l’accaduto – era come una nuvola minacciosa che oscurava l’orizzonte della conoscenza. L’ombra di un terribile segreto che stranamente era legato a una cifra ben precisa: sei milioni.
Di nuovo una cifra, inimmaginabilmente grande, che divora ogni singolo volto per seppellirlo nella tomba di una pura astrazione. E’ l’inquietante contemporaneità della vaghezza dell’informazione da una parte, la pregnanza della cifra dall’altra a rendere questa faccenda ancora più inquietante e indecifrabile.

Hanno ammazzato sei milioni di ebrei.
Nella mia infanzia e adolescenza questa frase risuona come certe testimonianze di culture remote il cui significato si è perso nel buio dei tempi: è incomprensibile.
Hanno ammazzato sei milioni di ebrei.
Che cosa significa questa frase?
Vorrei che qualcuno me la spiegasse, ma gli adulti di allora, una generazione nata e vissuta durante il periodo del nazionalsocialismo, preferiscono non rispondere e, nel loro cupo silenzio, quella frase è come un pugno nello stomaco, un grosso sasso nella pancia del lupo, una minaccia.
C’è un muro tra le generazioni, fatto di diffidenza e di sospetto, una guerra non dichiarata tra i figli che vogliono sapere e i padri che tacciono insistentemente.
Cosa si nasconde dietro questo silenzio?
Quale colpa?

Credo che sia la vergogna collettiva rimossa, il motivo dello stordente silenzio che avvolge la Germania della mia infanzia. Ci si rifiuta di confrontarsi con il passato per non essere chiamati in causa personalmente, per non perdere la faccia, il rispetto dei propri figli, per non essere accusati, condannati, giustiziati.
Per evitare la domanda più palese: E tu, cosa hai fatto? E cosa sapevi?

Gli adulti della mia infanzia che non sono disposti ad assumersi le proprie responsabilità non sono dei veri adulti ma esseri bugiardi e inaffidabili che non meritano alcun rispetto.

Nella mia infanzia non ci sono ebrei.
Non solo sono stati assassinati, ma anche eliminati dalla memoria individuale e collettiva. Ciò che popola le città tedesche del dopoguerra sono soltanto ombre: quelle delle vittime e quelle dei loro boia, uniti in un intreccio fatale, indissolubile.

Sono figlia, siamo figli, di questa opacità.

Veramente non era la nostra meta.
Non abbiamo fatto questo viaggio in Polonia per visitare Auschwitz, ma siccome si trova soltanto a pochi chilometri da Cracovia, decidiamo di andarci.
Sono combattuta.
Vorrei e non vorrei andarci.
Ho paura e, anche se non lo ammetterei mai davanti a me stessa, provo vergogna e al contempo lo sento quasi come un imperativo categorico.
Non posso non andarci.
Non ho scelta.
Sono i tardi anni ottanta.
A Berlino il muro non è ancora caduto, la divisione del mondo in due rigidi blocchi ideologici non è ancora superata e il turismo dell’olocausto non ha ancora raggiunto i livelli odierni.
A differenza di oggi, non è per nulla facile arrivarci. Da Cracovia si prende il treno per Oświęcim e da lì un pullman che porta fin nei pressi del campo di concentramento.
Sorprendentemente, alla fermata dell’autobus non c’è alcuna insegna. Tra le persone scese insieme a noi, però, c’è un americano che sa un po’ di polacco ed è disponibile a chiedere informazioni. (Come si può porre questa domanda: mi scusi, come faccio ad arrivare ad Auschwitz?)
Strada facendo ci racconta che insegna storia in una high school vicino a New York e che è molto interessato a tutto ciò che riguarda la seconda guerra mondiale. Arrivati finalmente all’ingresso del campo, ci propone di prendere una guida insieme a lui e, contrariamente alle mie abitudini, sono immediatamente d’accordo.
Sì, una guida che ci spiegherà tutto – così dice l’americano – uno scudo cioè, tra me e le immagini che mi aspettano, tra il mio presente e il loro passato, tra me e la mia angoscia nell’affrontare questo luogo, simbolo dell’orrore per eccellenza, per conto mio, da sola.
La nostra guida, un insegnante polacco in pensione, affronta il suo lavoro con la massima professionalità. In un ottimo inglese ci spiega tutto ciò che dobbiamo sapere. Con lui, che qui ad Auschwitz è quasi di casa, non si perde tempo. Ci porta direttamente agli highlight del campo: le enormi vetrine, piene di cappelli e di valigie e, naturalmente, alle camere a gas e ai forni crematori.
Davvero cerca di spiegarci tutto ciò che bisogna sapere, tutto ciò che si può sapere e quindi… nulla.
Non ci spiega nulla quest’uomo, certamente benintenzionato, perché non c’è nulla da spiegare.
La sua funzione è un’altra.
E’ qui per allontanare l’accaduto il più possibile, per proteggermi da me stessa, dal pericolo di una reazione incontrollabile, dalle ombre del passato e, in generale, da tutto ciò che non è spiegabile in termini funzionali.
Inizialmente lo seguo, perché mi fa sentire al sicuro, ma quando arriviamo a un interminabile corridoio, pieno di ritratti fotografici su tutte le pareti, istintivamente mi distacco dal nostro piccolo gruppo.
Ecco, i volti mancanti.
Ecco, il mio spavento davanti ai loro volti e il loro spavento davanti a me.
La loro e la mia solitudine, l’impossibilità di costruire un ponte e l’assenza definitiva di ogni spiegazione.

Intanto la guida continua il suo giro di routine, ricorrendo a cifre e date precise, oggettive, non contestabili, impressionanti per il suo collega americano che davvero fatica a credere che tutti questi orrori siano realmente accaduti.
Lo sento ancora esclamare ad alta voce il suo incredulo really?
Come si faceva in inverno, quando le temperature scendevano a venti gradi sotto zero, a lavorare con i piedi nudi dentro un paio di zoccoli?
E’ proprio questo dettaglio ad apparirgli la cosa più terribile.
Infatti, chiede diverse volte: Did they really wear wooden shoes? Really?
Questo dettaglio.
Forse perché quell’insopportabile freddo ai piedi è ancora immaginabile.
Il resto no.

Il resto non è né immaginabile, né spiegabile.
Ad Auschwitz il mondo finisce e perciò non esiste alcun comportamento adeguato. Davanti a ciò che questo luogo rappresenta nella storia dell’umanità qualunque atteggiamento il visitatore assuma, non può che essere improprio.

Soltanto il silenzio interiore – più silenzio possibile – non comunicabile, non condivisibile con nessuno.
Auschwitz ci condanna alla solitudine davanti a una domanda senza risposta.

Abbiamo fatto la nostra parte fino alla fine della lunga visita, la guida e noi, i visitatori sconvolti, disgustati, commossi fino alle lacrime. I nostri ruoli prestabiliti – solidi come una corazza – ci hanno protetti, sia davanti a noi stessi, sia davanti agli altri.
Non abbiamo perso il nostro equilibrio.
Non siamo andati oltre ma abbiamo preferito rimanere nel recinto. Molto educatamente abbiamo ascoltato le inesauribili spiegazioni della nostra ottima guida che ora possiamo tranquillamente dimenticare.
Siamo stati ad Auschwitz e anche se non saremo in grado di esprimere ciò che abbiamo provato e ciò che abbiamo imparato, possiamo pur sempre dire che abbiamo fatto il nostro dovere.
L’impossibilità di toccare le ombre dei morti con le nostre dita, di fermare il loro vagare attraverso i nostri sogni per porre la domanda decisiva: che cosa possiamo fare per assumerci la nostra responsabilità, per espiare la colpa dei nostri antenati, per onorare la memoria di chi ha perso il suo volto per sempre?
Che cosa possiamo fare per voi?
Domande senza senso, senza risposta.
I morti tacciono e i vivi continuano a vivere.

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Angela Greco

Riflessi

Sasso intagliato in distorto viso anonimo.
Umanità spettinata nel capannone di servizio.
Offresi allo sguardo accessori sparsi.
Gelo pertinente anche in piena estate.
Il Carmelo è il monte del Purgatorio.
Qui, invece, hanno realizzato l’altra cantica,
lirica della tragedia ad una sola voce.

Ho solo immagini riflesse della Shoah e 40 anni.
Altre generazioni perpetrano la Memoria
e nei giorni freddi prima della merla chiamano.

La beffa è nitida sul cancello dalle sbarre di ferro,
che la ruggine equa e magnanima ha invecchiato
incurante di delirio di potenza, assenze e presenze.
Scattano fotografie i figli del presente. Altri piangono,
i più vicini al reale, nel silenzio che non permette lacrime.

Un popolo è tutti i popoli che hanno vissuto parimenti.
Un secolo non può bastare né ai vinti né a chi verrà.

Proprio oggi, prima di sera, intrattengo un dialogo
a tutto foglio con muti interlocutori.
Polvere sottratta alle polveri si sommano.
Lascio anche il mio sasso sul bordo inclinato.

 

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Antonio-Sagredo con Majakovskij

Antonio Sagredo

Cieco, io potrò vedere meglio i miei e i tuoi prodigi,
la morte incerta che tu m’hai prestato in contumacia,
la cenere che sulla soglia disegna un tradimento innaturale
e la visione guercia che la vita s’è lasciata dietro, in fuga.

E se dall’Oriente mi portavi nel tuo palmo di damasco la fine
e le consolari che sapevo, per ogni passo triste il volto mi miravi
per l’assenzio che bruciava il canto e il tuo sguardo di gazzella.
La maschera della mia parola s’è mutata in danza macabrea!

Il fuoco dei fosfati, ferro, arsenico e uranio spezzano e torturano ora
nuove infanzie – come cavie! Voi, vittime una volta, ora siete aguzzini,
carnefici, boia… Non più figli di una promessa terra! Siete solo serpi!
Non più l’intelligenza la vostra gloria! Ma un covo di sordidi… codardi!

Vermicino, 9 marzo 2009

*
Non restava che la materia in movimento
Il pensiero umano non aveva più significato
Tadeusz Borowski

Come la rana crocefissa di Martin te ne andavi in giro
col femore di Arlecchino e i capelli spaiati di Colombina,
dinoccolato, col capo rivolto indietro, per i campi giocavi
cercando almeno un occhio vivo tra tumuli di orbite senza fine,
ma dalle torrette ti chiamavano: Beta… Beta il dandy!

Accarezzavi allora con un sorriso a brandelli il filo spinato,
col flauto delle tue ossa cantavi le gloriose gesta dei lunatici.
La poesia divenne una cosa banale,
come uno sterminio!
La Morte nemmeno degna di un suo buongiorno girava al largo:
dal patibolo alle camere temeva che la falce tollerasse la sua vanità,
e alzò i tacchi infine, incurvata!

Davanti a una buccia di patata marcescente
s’azzuffavano i grandi scienziati dell’Essere
– per una brodaglia di pus
– per una rimasticatura di marce cotolette.

il pensiero umano non aveva più significato
non restava che la materia in movimento

e il carnefice sbuffa a parlare sempre di questa feriale… mortalità!

Vermicino, 23 febbraio 2009

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Rose Ausländer (1901-1988) POESIE SCELTE Patria madre parola a cura di Stefanie Golisch

 

Rose Ausländer

La Bucovina della nascita, l’America dell’emigrazione, la Romania del ritorno, la Germania dell’epilogo: in nessuna di queste terre Rose Ausländer (Czernowitz 1901 – Düsseldorf, 1988) riconosce la sua terra madre. Nel 1939 il suo primo volume di poesie, Der Regenbogen (L’arcobaleno), pubblicato per l’interessamento di Alfred Margul-Sperber. 

Nel 1941, per sfuggire alla deportazione, si rifugia con la madre nel ghetto di Czernowitz. Lì incontra Paul Celan, la cui amicizia avrà grande influsso sullo stile della Ausländer, che riuscirà finalmente a liberarsi del suo tono classicheggiante ed espressionista.

Nella primavera del 1944 l’armata rossa marcia su Czernowitz e Rose Ausländer lascia di nuovo il paese alla volta dell’America, si stabilisce a New York. Le vessazioni e la dura vita di quegli anni di conflitto e persecuzione antisemita hanno sortiscono un influsso molto negativo sulla vita pubblica e privata della poetessa che, delusa dalla storia e turbata nella psiche, prende a scrivere in lingua inglese per tornare al tedesco solo nel 1956, un anno prima di incontrare nuovamente Paul Celan, a Parigi.

Il suo secondo volume di poesie Blinder Sommer viene pubblicato nel 1965, questa volta con grande successo. Nel 1966 Rose Ausländer ritorna in Germania e, pur non conoscendo la lingua italiana, si reca più volte in Italia, in particolar modo a Venezia, che la affascina per la sua atmosfera.

È la lingua tedesca, quella che non ha mai abbandonato – anche se nel periodo vissuto a New York scrive in inglese – la sua vera casa nonostante la miseria, nonostante la persecuzione (è di famiglia ebrea), nonostante la malattia fisica e psichica che la colpisce presto e che negli ultimi anni della sua vita la costringe a letto.
Nonostante tutto, Rose Ausländer è la poeta della speranza che canta, a voce bassa, la vita in tutta la sua bellezza e terribilità. Disse di sé: Mi scrivo nel nulla. «Esso mi conserverà per sempre

pittura Paul Delvaux, Landscape with Lanterns, 1958

Paul Delvaux, Landscape with Lanterns, 1958

Bekenntnis

Ich bekenne mich

zur Erde und ihren
gefährlichen Geheimnissen

zu Regen Schnee
Baum und Berg

Zur mütterlichen mörderischen
Sonne zum Wasser und
seiner Flucht

zu Milch und Brot

zur Poesie
die das Märchen vom Menschen
spinnt

zum Menschen

bekenne ich mich

mit allen Worten
die mich erschaffen

Confessione

Confesso

la terra e i suoi
segreti pericolosi

pioggia neve
montagna albero

il sole materno assassino
l’acqua e
la sua fuga

latte e pane

la poesia
che ordisce la fiaba
dell’uomo

confesso

l’uomo

con tutte le parole
che mi creano

Versöhnung

Wieder ein Morgen
ohne Gespenster
im Tau funkelt der Regenbogen
als Zeichen der Versöhnung
Du darfst dich freuen
über den vollkommenen Bau der Rose
darfst dich im grünen Labyrinth
verlieren und wiederfinden
in klarerer Gestalt
Du darfst ein Mensch sein
arglos
Der Morgentraum erzählt dir
Märchen du darfst
die Dinge neu ordnen
Farben verteilen
und wieder
schön sagen
an diesem Morgen
du Schöpfer und Geschöpf

Riconciliazione

Ancora una mattina
senza spettri
nella rugiada scintilla l’arcobaleno
come segno di riconciliazione
Puoi gioire
della fattura perfetta della rosa,
puoi perderti nel verde labirinto
e ritrovarti
in una veste più chiara
Puoi essere umano
senza sospetto
Il sogno mattutino ti racconta
favole tu puoi
riordinare le cose
spargere colori
e dire ancora
bello
stamani
tu creatore e creato

Mutterland

Mein Vaterland ist tot
sie haben es begraben
im Feuer

Ich lebe
in meinem Mutterland
Wort

Patria madre

La mia patria è morta
l’hanno seppellita
nel fuoco

Io vivo
nella mia patria madre
parola

rose-auslander-1

rose-auslander

Nicht fertig werden

Die Herzschläge nicht zählen
Delphine tanzen lassen
Länder aufstöbern
aus Worten Welten rufen
horchen was Bach
zu sagen hat
Tolstoi bewundern
sich freuen
trauernd
höher leben
tiefer leben
noch und noch
nicht fertig werden

.
Non finire

Non contare i battiti del cuore
fare danzare i delfini
scoprire paesi
dalle parole chiamare mondi
ascoltare quello
che Bach ha da dire
ammirare Tolstoj
gioire
tristemente
vivere più in alto
vivere più in basso
ancora e ancora
non finire

.
Nachtzauber

Der Mond errötet
Kühle durchweht die Nacht
am Himmel
Zauberstrahlen aus Kristall

.
Ein Poem
besucht den Dichter

Ein stiller Gott
schenkt Schlaf
eine verirrte Lerche
singt im Traum
auch Fische singen mit
denn es ist Brauch
in solcher Nacht
Unmögliches zu tun

Magia notturna

La luna arrossisce
l’aria fresca attraversa la notte
nel cielo
raggi magici di cristallo

Una poesia
fa visita a un poeta

Un dio silenzioso
dona il sonno
una allodola smarrita
canta nel sogno
anche i pesci cantano insieme
perché si usa
fare cose impossibili
in una notte come questa

.
Noch bist du da

Wirf deine Angst
in die Luft
Bald
ist deine Zeit um
bald
wächst der Himmel
unter dem Gras
fallen deine Träume
ins Nirgends
Noch
duftet die Nelke
singt die Drossel
noch darfst du lieben
Worte verschenken
noch bist du da
Sei was du bist
Gib was du hast

.
Ancora ci sei

Butta la tua paura
nell’aria
Presto
il tuo tempo finirà
presto
il cielo crescerà
sotto l’erba
i tuoi sogni
cadranno nel nulla
Ancora
profuma il garofano
canta il tordo
ancora puoi amare
regalare parole
ancora ci sei
sii ciò che sei
dai ciò che hai

*

Neue Zeichen
brennen
am Firmament

doch

sie zu deuten
kommt kein Seher

und

meine Toten
schweigen tief

*

Nuovi segni
bruciano
al firmamento

ma

non c’è veggente
per interpretarli

e

i miei morti
tacciono profondamente

rose-auslander-una-poesia

Das Weißeste

Nicht Schnee

Weißer die Zeichen
die der Einsiedler
auf die Tafel der Einsamkeit
schreibt

Das Weißeste
Zeit

.
Il più bianco

Non la neve

Più bianchi i segni
che l’eremita
scrive sulla tavola
della solitudine

Il più bianco
il tempo

Wer

Wer wird sich meiner erinnern
wenn ich gehe

Nicht die Spatzen
die ich füttere
nicht die Pappeln
vor meinem Fenster
der Nordpark nicht
mein grüner Nachbar

Meine Freunde werden
ein Stündchen traurig sein
und mich vergessen

Ich werde ruhen
im Leib der Erde
sie wird mich verwandeln
und vergessen

Chi

Chi si ricorderà di me
quando me ne andrò

Non i passeri
che cibo
non i pioppi
davanti alla mia finestra
non il parco nord
mio verde vicino

I miei amici saranno
tristi per un’oretta
e mi dimenticheranno

Riposerò
nel grembo della terra
mi trasformerà
mi dimenticherà

Hoffnung II

Wer hofft
ist jung

Wer könnte atmen
ohne Hoffnung
daß auch in Zukunft
Rosen sich öffnen

ein Liebeswort
die Angst überlebt

.
Speranza II

Chi spera
è giovane

Chi potrebbe respirare
senza la speranza
che anche in futuro
le rose si apriranno

una parola d’amore
sopravvivrà la paura

rose_auslander-2

rose-auslander

Gib mir

Gib mir
den Blick
auf das Bild
unsrer Zeit

Gib mir
Worte
es nachzubilden

Worte
stark
wie der Atem
der Erde

.
Dammi

Dammi
lo sguardo
sull’immagine
del nostro tempo

Dammi
le parole
per riprodurlo

Parole
forti
come il respiro
della terra

.

Wo sich verbergen

Wo
wenn der Regen abspringt
von schmutzigen Ziegeln

wo
wenn der Damm reißt im
Gedächtnis und die
gestauten Wasser hervorbrechen

wo
sich verbergen

wenn sie dich anfallen
ungestüm
und sich verbünden mit
stürzenden Himmeln

.

Dove nascondersi

Dove
quando la pioggia
si stacca dalle tegole sporche

dove
quando la diga si rompe nella
memoria e le acque stivate
irrompono

dove
nascondersi

quando ti assaltano
impetuosi
e s’uniscono con
i cieli cadenti

rose-auslander

rose-auslander

Denn

Denn ich hab dir
nichts versprochen
nur den Docht für die Lampe
und das Kännchen Öl
für gedämpftes Licht
auf dem Tisch
mit den Blutflecken

Den Teppich
kann ich nicht weben
mit diesen Fäden aus Draht

Sag nicht Gute Nacht
die Nacht ist nicht gut
die fremde vergessliche Nacht

Poiché

Poiché non ti ho
promesso nulla
solo lo stoppino per la lampada
e il bricco d’olio
per una luce bassa
sul tavolo
macchiato di sangue

Non posso tessere
il tappeto
con questi fili di ferro

Non dire Buona notte
la notte non è buona
notte estranea senza memoria

Raum II

Noch ist Raum
für ein Gedicht

Noch ist das Gedicht
ein Raum

wo man atmen kann

Stanza II

Ancora c´è spazio
per una poesia

Ancora la poesia
è uno spazio

dove si può respirare

Weil

du ein Mensch bist

weil
ein Mensch eine Muschel ist
die manchmal tönt

weil
du in mir tönst
als wär ich eine Muschel

weil
wir uns kennen
ohne Namen und Samen

weil
das Wort Welle ist

weil
du Wort und Welle bist

weil
wir strömen

weil
wir manchmal
zusammenströmen

Wort Welle Muschel Mensch

.
Perché

tu sei un uomo

perché
un uomo è una conchiglia
che a volte suona

perché
tu suoni in me
come se fossi una conchiglia

perché
ci conosciamo
senza nome né seme

perché
la parola è onda

perché
tu sei parola e onda

perché
noi scorriamo

perché
a volte scorriamo
insieme

parola onda conchiglia uomo

Hoffnung IV

Mein
aus der Verzweiflung
geborenes Wort

aus der verzweifelten Hoffnung
daß Dichten
noch möglich sei

.
Speranza IV

La mia parola
nata dalla
disperazione

dalla disperata speranza
che è ancora possibile
fare poesia

.
Bukowina II

Landschaft die mich
erfand

wasserarmig
waldhaarig
die Heidelbeerhügel
honigschwarz

Viersprachig verbrüderte
Lieder
in entzweiter Zeit

Aufgelöst
strömen die Jahre
ans verflossene Ufer

.
Bukovina II

Paesaggio che mi
inventò

braccia di acqua
capelli di bosco
le colline di mirtilli
nere di miele

Canzoni fratelli
in quattro lingue
in tempi disuniti

Dissolti
scorrono gli anni
alla riva di una volta

.
Dichten

Sieben Höllen
durchwandern

Der Himmel sieht
es gern

geh sagt er
du hast nichts
zu verlieren

Fare poesia

Attraversare
sette inferni

Il cielo
è d’accordo

vai dice
non hai nulla
da perdere

.

stefanie-golisch

stefanie-golisch

Stefanie Golisch, scrittrice e traduttrice è nata nel 1961 in Germania e vive dal 1988 in Italia. Ultime pubblicazioni in Italia: Luoghi incerti, 2010. Terrence Des Pres: Il sopravvivente. Anatomia della vita nei campi di morte. A cura di Adelmina Albini e Stefanie Golisch, 2013. Ferite. Storie di Berlino, 2014. Nove sue poesie sono presenti nella Antologia cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Roma, Progetto Cultura, 2016)

.

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Archiviato in poesia tedesca

Requiem per un libro che non ci sarà: Vieni, parliamo, chi parla non è morto Lettere di Cristina Campo (1936-1972) a Alejandra Pizarnik (1936/1970) a cura di Stefanie Golisch

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Cristina Campo (1923-1977), scrittrice, poeta e traduttrice italiana. Unica figlia del compositore Guido Guerini. È vissuta a Bologna, Firenze e Roma. Compagna del filosofo Elémire Zolla. Nel 1977 muore a Roma in seguito ad un una congenita malformazione cardiaca all’età di 53 anni.

Disse di sé: «Ha scritto poco e le piacerebbe aver scritto meno».

Alejandra Pizarnik (1936-1972), poeta argentina. Figlia di immigrati ebrei russi. Dal 1960 al 1964 vive, studia e lavora a Parigi. Nel 1972 muore suicida a Buenos Aires all’età di 36 anni.

Disse di sé: «Scrivi poesie perché hai bisogno di un posto, dove essere quello che non sei».

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Presentazione a cura di Stefanie Golisch

Circa otto anni fa scoprii negli archivi della Princeton University (New Jersey) una raccolta di lettere di Cristina Campo alla poeta argentina Alejandra Pizarnik (1936-1972). Decisi quasi subito di tradurre queste lettere – scritte in francese, a mano – in italiano. Convinta di sfondare porte aperte cominciai la mia ricerca di una casa editrice e, naturalmente, degli eredi del lascito della Campo per chiedere il consenso per la pubblicazione.

Ma quell’impresa, avviata con entusiasmo e sicuramente una buona dose di ingenuità, ben presto si trasformò in una vera e propria odissea.

Non avevo messo in conto che, evidentemente, mi stavo per espormi in un campo – quello della Campo – in cui non c’è posto per chi viene da fuori un circolo ristretto di persone che si arroga di diffondere una immagine canonizzata della poeta.

Proprio in questi giorni ho ricevuto il definitivissimo NO alla pubblicazione presso la casa editrice Mimesis di Milano da parte della portavoce degli eredi.

Ringrazio Giorgio Linguaglossa per la possibilità di pubblicare sul suo blog la mia prefazione e due lettere che lasciano intravedere i tratti di una amicizia epistolare intensa e tormentata che aggiungono nuove sfumature alla personalità di Cristina Campo.

Tentata vicinanza

Cristina Campo e Alejandra Pizarnik

Io non esisto se non nella massima angoscia. Sembra che la vita mi si comunichi soltanto a bastonate e in alcun altro modo. Se non ci fosse il dolore il mio mondo interiore non sarebbe diverso da quello di una qualsiasi ragazza che la mattina sbadiglia in autobus, vestita per una giornata in ufficio. Io posso parlare a pieno titolo del “dolore di essere viva”.

 Alejandra Pizarnik

Non Le accade di attendere pallido, col cuore in gola il suo passato, di piangere rabbiosamente il suo futuro? Non La prende l’impulso di dare tutto il suo sangue a ciò che ama e insieme quello di fuggire nel più lontano chissà dove, solo come il primo uomo, in un’aria di schiuma e di buona ventura? È una voglia di vivere tale da desiderare d’esser già morto.

cristina-campo

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Cristina Campo a Remo Fasani

Fu tramite l’edizione tedesca dei diari di Alejandra Pizarnik che scoprii il legame tra la poetessa argentina di origine ebrea e Cristina Campo.

Mi feci spedire il carteggio dagli archivi della Princeton University, dove viene custodito il lascito letterario della Pizarnik, Immediatamente intuii i tratti di una relazione molto intensa, ma altrettanto complessa e non priva di una forte tensione di fondo, la quale per un certo periodo doveva avere occupato uno spazio non indifferente nella vita di entrambe le poetesse. Anche se a causa della perdita delle lettere di Alejandra l’immagine della loro amicizia rimane univoca, nei suoi diari si trovano tuttavia alcuni commenti che permettono di intuire come lei vivesse l’incontro con quella donna che, sebbene in modo opposto, è alla sua stessa ricerca di una intensificazione massima della vita: l’una, buttandovisi senza riserve, l’altra ritirandosi successivamente in una sfera di pura spiritualità. Nella diversità si riconoscono: Cristina scopre in Alejandra la sua fisicità repressa, Alejandra in Cristina la sua spiritualità sommersa.

Due modi di essere nel mondo che si attraggono e si respingono, che si avvicinano e si distanziano di nuovo secondo le proprie leggi interiori.

Campo, la raffinata scrittrice e studiosa, che vive volutamente al margine dell’ambiente letterario della sua epoca e Alejandra Pizarnik, l’eterna ragazza dai tratti geniali, psichicamente labile che si compiace nel ruolo di uno sfrenato Rimbaud al femminile e che vuole fare del suo corpo il corpo della poesia.

Due donne

 Cristina Campo.

Nata a Bologna nel 1923. Figlia unica. Famiglia borghese. Il padre, il compositore Guido Guerrini, è prima direttore del Conservatorio di Firenze, poi di Roma, la madre discende da una delle più importanti famiglie della città.

Un’esistenza privilegiata, segnata però da quella malattia – un difetto cardiaco, all’epoca inoperabile ‒ che le causerà la morte all’età di soli 54 anni. Non essendo in grado, per via della fragile salute, di frequentare le scuole pubbliche, la sua formazione avviene esclusivamente sotto la guida di insegnanti privati e tramite le più svariate letture.

Cristina è una divoratrice di libri, un’appassionata di lingue e letterature straniere: francese, tedesca, inglese e spagnola. Presto sviluppa un raffinatissimo gusto letterario che trova al margine della cultura ufficiale l’esclusivo e il bizzarro, ossia quell’altra verità, il cuore della sua produzione poetica e saggistica

Cristina Campo non ha alcuna intenzione di sfruttare la sua cultura ai fini pratici, non ha bisogno di essere amata dal grande pubblico, ed è intransigente per quanto riguarda la pubblicazione dei suoi testi. Possiede una innata libertà interiore che la protegge davanti alle tentazioni del pensiero comune.

Ipersensibile, fragilissima di salute, ma forte di animo e dotata di un carattere determinato ‒ così si potrebbe caratterizzare quella donna che Alejandra conosce nel 1962, tramite comuni amici, a Parigi. Lei, 26 anni, Cristina 39.

alejandra_pizarnik

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Alejandra Pizarnik

 Il mito di Parigi, l’eldorado degli scrittori sudamericani dell’epoca: un sogno collettivo che rapisce intellettuali tra loro così diversi, come Julio Cortázar, Ottavio Paz, Hector Murena e molti altri.

Senza aver terminato gli studi letterari e artistici a Buenos Aires, nel marzo del 1960 Alejandra si era imbarcata per l’Europa. Sa che i cambiamenti geografici non modificano il paesaggio dell’anima, ma sente la necessità di prendere le distanze dai genitori, ebrei ucraini, emigrati in Argentina due anni prima della sua nascita, nel 1934.

A differenza della Campo che, per quanto lucida nell’analizzare i rapporti umani in generale, tende a idealizzare i suoi rapporti familiari, Alejandra è spietata.

Nel disastro della propria infanzia ‒ in che cosa esattamente consista è poco chiaro ‒ vede la principale causa del suo squilibrio psichico, del suo malessere nel mondo.

Non diversamente dalla Campo, anche lei cresce in circostanze assai privilegiate. Il padre, un commerciante di gioielli, permette alla famiglia una vita senza preoccupazioni economiche. Eppure Alejandra non si sente compresa, né dalla madre, che disapprova apertamente le sue ambizioni letterarie, né dal padre che nei suoi ricordi sembra una figura piuttosto sfuggente.

Nonostante le tensioni incessanti che, a quanto emerge dai diari, rendevano la convivenza in famiglia un inferno quotidiano, vivrà insieme a loro fino al 1968, quattro anni prima della sua morte: l’eterna figlia che attribuisce ai propri genitori la colpa per una vita che, nonostante il crescente riconoscimento letterario, non riesce a gestire e che la porterà al suicidio nel 1972.

Sono colei che mi cerca dove non sono.

Con queste parole Alejandra descrive nel diario l’angoscia del proprio vivere. Un’infelicità di fondo la separa dal mondo e le impedisce di costruire rapporti durevoli. Dall’altra parte tale radicalità nella sofferenza diviene la fonte della sua arte.  La contraddizione rimane.

L’8 febbraio 1958 annota nel diario: E’ come se mi avesse divorato un morto. Come se avessi nutrito il mio sangue con cenere. Come se la peste si fosse innamorata del mio destino. Come se la parola non fosse mai scappata dal mondo per trovare dimora in me.

Sostiene George Bataille che quando due persone s’innamorano, sono le loro ferite che si riconoscono. Il compimento dell’amore sarebbe dunque il momento del massimo dolore: quando le due ferite si posano una sopra l’altra.

Probabilmente ciò che Alejandra e Cristina avvertono reciprocamente è la radicalità del vivere negli estremi.

Sempre in altissimo.

Sotto la soglia della massima intensità di ogni attimo di vita nulla vale.

Bisogna essere pronti a bruciare vivi.

Cristina Campo sublimerà i pericoli della sua natura intransigente nell’ideale della perfezione etica ed estetica mentre Alejandra cerca di resistere giorno dopo giorno nella spietata battaglia tra l’io e il mondo. Poiché soltanto a chi non diserta e non si risparmia sarà concesso di formulare – per dirlo con un’espressione di Ingeborg Bachmann ‒ wahre Sätze, frasi vere.

 Vieni, parliamo, chi parla non è morto

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alejandra_pizarnik

Mia cara piccola Alejandra,

la Sua lettera  mi ha profondamente sconvolta. Mi ha raggiunto in un momento di tenebra totale (i medici lo chiamano nervous breakdown) che è ancora e sempre frutto di troppo lutto. La comprendo pressoché troppo dolorosamente.

Cosa Le posso dire? Creda nell’anima, nella Sua, se non può più credere in quella di Suo padre, impegni la Sua anima, se può, a ricomporre con amore la sua figura, la sua eredità, la sua più segreta perfezione. La impieghi a creare un legame più forte – o forse più flessibile, in ogni modo più sicuro – con Sua madre.  Queste perdite orribili, queste mutilazioni senza nome, sono delle occasioni di rinnovamento per tutto ciò che resta. Non bisogna perderle.

Non mi aveva mai parlato di Suo padre. Vedo dal tono, dalla descrizione, che Le assomigliava molto. Ed è una grande fortuna. Rispetti profondamente questa rassomiglianza, preghi per Suo padre, se non può altrimenti, assomigliandogli nel modo più puro. La totale dignità dei morti è la più grande lezione spirituale che essi possano dare ai viventi!

La penso incessantemente e vorrei esserLe accanto per aiutarLa ad affrontare i mille piccoli orrori momentanei che rendono così dure queste eterne sofferenze. Mi scriva, se può. Il mio silenzio di tutti questi mesi significava, in parte, la paura di parlarle in un linguaggio che l’avrebbe disorientata. Oramai, ahimè, credo però che Le sia diventato familiare. L’abbraccio insieme a Elémire, pregando per voi, tutti e tre.

Cristina

 Questa breve lettera è caratteristica dello stile e del tono che Cristina assume quando si rivolge all’amica. Siccome ne avverte l’estrema instabilità psichica, cerca di condividerne il percorso di vita, trasmettendole tutto ciò che a lei stessa è stato di conforto.

La relazione dell’individuo con la propria tradizione non solo è centrale in questo contesto, ma è un tema ricorrente nelle lettere e costitutivo del pensiero di Cristina Campo, che proprio in quegli anni si avviava alla conversione al cattolicesimo.

Nella religione trova una via d’uscita dalle aporie della modernità, che proprio a causa della perdita di tradizioni millenarie non è più in grado di trasmettere all’uomo un orientamento spirituale, un senso del suo esistere.

In Alejandra avverte il prototipo dell’individuo moderno che, abbandonato a sé in un vuoto di significato, non può che reagire manifestando dei disturbi psichici. In aperto confronto con il pensiero corrente, lei difende l’idea che un solido radicamento dell’uomo nelle proprie tradizioni culturali e religiose sia garanzia della salute mentale individuale e collettiva.

In una lettera non datata, probabilmente del 1964, scrive a proposito:

Lei mi diceva, quasi un anno fa – quanto tempo è trascorso dalla Sua prima lettera – che parole come religione, patria, famiglia “naturalmente” non avessero alcun senso per Lei. Può benissimo essere vero, ma non è affatto naturale. E’ solo tragico – e se il poeta accetta tutto ciò come naturale, questa è la fine, lontana o vicina, della sua stessa arte, perché il poeta, cioè l’aristocratico, ha la sua patria, la sua religione, la sua famiglia: ce l’ha, in ogni caso: la religione della parola, la patria della lingua, la famiglia dei morti meravigliosi e severi. E’ sorvegliato ovunque, controllato da un seguito implacabile, da un cerimoniale più duro e più puro di quello degli imperatori di Bisanzio. Se si sottomette da asceta a questa corte invisibile più tardi avrà, oltretutto, perfino la patria reale, la religione reale, la famiglia reale: è, in ogni caso, il passato, la tradizione ritrovata, l’infanzia trasfigurata nella rivelazione della morte. L’esperienza, infine, così com’è: “un’altra vita, irriconoscibile, solenne e perfetta”.

Per salvare Alejandra dalle devastazioni del Zeitgeist le consiglia i libri di Simone Weil, il Lord Chandos di Hofmannsthal, e la mette in contatto con persone che ritiene possano esercitare un’influenza positiva su di lei. In particolare in Simone Weil, la Campo vede la figura guida sui generis. Ma Alejandra si sente respinta dal rigorismo morale della Weil, anzi, la spietatezza del suo pensiero le fa paura. Il 28 aprile 1963 scrive: La paura che mi fa S. Weil è una paura come se si aspettasse per un tempo incerto in una stanza vuota (bianca). Forse perché ha abolito la fantasia, ossia l’arte, per instaurare al suo posto la morale (la giustizia, la virtù, la filantropia. (…) Questo significa che per me S.W. è la tentazione del salto dall’estetica all’etica. E, anche se sono cosciente di essere caotica, di venire dalle menzogne e dall’immaginazione (…) devo dire che la giustizia e la virtù non m’interessano affatto. In me c’è qualcuno che accetta il male e il disordine se essi sono le premesse di una bella poesia.

Infatti, le sue osservazioni riguardano direttamente un conflitto, forse irrisolto della Campo stessa, cioè quello tra la ricerca spirituale e quella letteraria.

A causa della perdita delle lettere di Alejandra, purtroppo non possiamo sapere se le due donne abbiano mai affrontato apertamente questo argomento. E’ comunque probabile che, come spesso avviene per le amicizie femminili, abbiano preferito evitare i dissensi, sottolineando invece le somiglianze reciproche. Tuttavia, nel suo diario Alejandra parla chiaramente del rapporto con Cristina. Soprattutto nel periodo tra il 1964 e il 1967 numerose annotazioni riguardanti il loro scambio epistolare provano che Alejandra viveva questa relazione in modo molto intenso, ma altrettanto conflittuale: Strana relazione con C.C.. Non è strana, ma semplicemente una ripetizione in più. Desidero che non mi scriva più, affinché io possa soffrire. Ossia: perché lei sappia che io soffro a causa del suo silenzio.

Con il passare del tempo sempre più spesso deplora una lontananza di fondo, che, dall’altra parte, Cristina pare non avvertire:

Lettera di C.C. La comprendo?

Devo e non devo scrivere a C.C.? Tanto, non comprenderebbe mai ciò che mi duole.

Lettera di Cristina. Mi fa paura. Come se mi avesse scritto un angelo.

Terribile dolore a causa della lettera di C.C. a I. e, al contempo, gioia, perché in verità sono io che,

nonostante tutto, sono fedele. (…) Ossessionata dalla lettera di C.C. (…) C.C. fu la mia interlocutrice interiore.

Nelle lettere di Cristina, sempre gentili e misurate, Alejandra ravvisa la natura sfuggente, intoccabile della sua interlocutrice: Ora non sono più arrabbiata con C.. Ciò che assolutamente non posso capire: perché non ho letto le sue lettere con uno sguardo più critico? Ma queste lettere non m’interessano. C. non esiste, se non soltanto nella fantasia, è un personaggio inventato che mi scambia per qualcun altro quando parla, perché dice delle cose che non mi aspettavo. Soprattutto non ho notato la sua freddezza. Comprende che Cristina, nonostante gli apprezzamenti rivolti alla sua scrittura, la considera comunque una scrittrice non ancora matura, bisognosa di una guida spirituale. Ma Alejandra pretende che il caos della sua vita venga preso sul serio.

Due mondi

Da una parte la ricerca dell’armonia, dall’altra la resa al caos.

Tra questi due modi di percepire l’arte e la vita non c’è corda che leghi. Non si può arrivare a un compromesso, ma solo all’accettazione di un’altra necessità, imparagonabile alla propria.

Il 19.9.1967 Alejandra scrive nel diario: Ieri sera ho raccontato a Silvina del mio scambio epistolare con Vittoria. Avevo la sensazione che le interessasse; e ancora di più: credo che abbia visto in esso qualcosa di straordinario. Indubbiamente lo è o lo era (non so come andrà avanti, non so se voglio o posso continuare). E’ strano, ma soltanto quando ne parlavo con lei, ho capito che la grandezza e l’intensità dell’incontro tra me e V. non è “scontato”. (…) Perché l’entrata di V. nella mia vita non mi ha mai sorpreso? Non solo non mi ha sorpreso, ma ho dimentico la sorpresa (o la non-sorpresa). Qualche giorno dopo aggiunge: Davvero, che libro si è dissolto in tutte quelle lettere che ho spedito o non spedito a C.C.? E nel dicembre del 1968 conclude: Credo che la mia corrispondenza con C.C. mi abbia dato molto, perché mi ha costretto di rivolgermi a lei in modo chiaro. E’, la chiarezza, una virtù? Non so quali siano le virtù. Io conosco soltanto desideri.

L’ultima lettera di Cristina a Alejandra invece è del febbraio 1970.

Comincia in modo leggero con dei pettegolezzi su comuni conoscenti per poi passare, come di consueto, ai consigli di lettura: Ma salviamoci da questi antri orribili, dalla paura che un rospo ci possa saltare sulla spalla. Ho qualcosa di molto urgente da dirLe: è necessario, è un imperativo, che legga i libri del Rabbi Abraham Joshua Heschel, un mistico di pura tradizione chassidica che ho conosciuto in circostanze straordinarie (era qui un anno fa). Credo che una grande ricchezza e una grande gioia L’attendano in queste pagine. (…) Credo che Rabbi H. sia uno dei 10 giusti sopravvissuti al disastro di Sodoma: quelli che, un giorno, si dovranno riunire dai quattro punti cardinali per salvare le tradizioni minacciate, poiché “tutte lo sono”. Fu lui a dirmi quest’ultima parola. (…) Ed è molto bello che parole molto simili io le abbia ricevute tante volte da Alejandra.

Parole concilianti, il tentativo di aiutare l’amica di uscire dal circolo vizioso dell’autodistruzione che però non la raggiungono più.

L’amicizia amorosa tra Cristina Campo e Alejandra Pizarnik non si rompe clamorosamente, ma sfocia nel silenzio. Come succede in casi di questo genere, l’attrazione irrefrenabile del proprio opposto è troppo seducente per essere respinta e troppo pesante per essere vissuta fino in fondo. Il breve periodo del loro contatto epistolare non ha cambiato il corso della vita né dell’una, né dell’altra. Entrambe indomabili, si sfiorano soltanto; poi, come delle comete smarrite, tornano nella propria orbita, per andare laddove devono andare.

Prima lettera di Cristina Campo a Alejandra Pizarnik

Martedì [gennaio/febbraio?] 1963

Mia carissima amica,

non so come chiederLe perdono per non aver ancora risposto da settimane alla lettera dove Lei mi parlava della sua angoscia e che mi aveva molto colpito. Raramente il cielo ci permette di realizzare in tempo il gesto che vorrebbe scaturire da noi come la voce stessa e che, nella sua perfetta gratuità, potrebbe? dare, talvolta, a coloro che si ama ciò che Simone Weil chiamava “un poco di energia supplementare”. Ci sono dei casi in cui la distanza è crudele. La mia mano che prende la Sua in questo momento direbbe quanto dolorosamente io senta il Suo stato d’animo, che la mia imperdonabile mancanza d’attenzione, all’inizio, mi aveva fatto credere meno drammatico. E saprebbe anche, senza altre parole, a che punto sono certa di Lei, a che punto credo nella Sua vittoria. Non ci sono tracce in Lei di questo polo interiore di sofferenza, o del male che risponde alla sofferenza o al male esteriore e senza il quale niente di increscioso per lo spirito possa verificarsi. Le sembrerà strano, ma attendo impazientemente che Lei parta per questo viaggio che La sgomenta.

Ci sono grandi mostri che attendono di diventare principi. Bisogna proseguire dritto, come la Bella, e sedersi alla loro tavola. Lei appartiene, più che ogni altra persona al mondo, alla razza della Belle. Possiede il grande coraggio, la grande pietà, “il sacro dono del ridere” ed è proprio la donna che vuole la rosa in inverno. Inoltre, se ora scrive poesie più lunghe, vuol dire che è diventata più forte (è una meravigliosa notizia che mi ha dato). Inoltre ‒ e so che ciò non Le è indifferente ‒ ora Lei si trova in un cerchio – o meglio in un quadrato – magico: 4 amici La circondano (ne avrà degli altri, credo, molti altri, ma mi piace pensare che questi 4 Le sono più vicini degli altri). Hector è mercuriale, Lei lo sa, psychopompe, se possibile, e la sua presenza, mentre stavate partendo da B[uenos]. A[aires] ci dà molta gioia.

Ma perché, cara Alejandra, non inviarmi le Sue poesie? È crudele sollecitare un poeta, ma è ancora un poco più crudele, annunciarmi la mia poesia, altre lunghe poesie, senza inviarmi un solo verso…. Ci sono dei Suoi versi che mi ossessionano. Uno: “Cuando yo muera, quien me lo va a decir?” Aquì Alejandra, todos son muertos y no toleran que se lo digan. Roma è una città dove, per non morire, anche senza vocazione, anche senza religione, bisogna vivere come i santi. ”Y pasar la noche con una espada en la mano”.

Non ho mai conosciuto un posto dove l’odio per tutto ciò che vive è talmente feroce, di una ferocia da scimmia e da pollo. Per esempio: ho appena ricevuto la nuova edizione italiana dei meravigliosi saggi di Gottfried Benn (un libro che Le appartiene, credo). L’editore si scusa nella copertina, per questa pubblicazione, parla del grande poeta, l’ultimo: “certamente né un maestro, né un modello”; eccetera. Vorrebbe essere perdonato per aver aperto a un vivente la porta del grande cimitero. (Lo stesso odio cieco circonda Zolla che vive come un monaco e non ha alcuno in patria).

Non dimentichi, Alejandra di mandarci al più presto il suo saggio su Macedonio Fernandez. Se dovessi dare un giudizio soltanto considerando alcuni passaggi della Sua lettera su “Cecilia”

(che Zolla mi ha letto al telefono la mattina stessa), infinite altre gioie ci attendono nei Suoi saggi. Non so nulla di M. Fernandez. Se non ricordo male, si tratta dell’ammirabile assente al quale Borges dedica il suo Hacedor (“quel libro che non gli sarebbe piaciuto”)?

Quanto a Borges, è accaduta una piccola magia. Avevo preparato per Lei questo pesante e noioso ritratto (Prix Formentor), tagliandogli la testa ed i piedi, stilizzandolo fino all’emaciazione. Stavo per spedirglielo quando, molto disgustata, trovo tra i miei vecchi quaderni un foglietto battuto a macchina (il che faccio raramente) e che non ricordavo di aver scritto. Questo foglietto s’intitola

“Omaggio a Borges”, ma non ha nessun rapporto con Borges che non sia analogico, perché non si tratta di lui, non parla di lui, ma di un bellissimo piccolo monumento alchemico, la porta magica, nascosta nel mezzo di uno squallido mercato romano che vicino alla stazione. È una porta cieca (che, del resto, non introduce in alcun luogo) ma sulla quale si trovano misteriose incisioni latine ed ebraiche, quali: “Quando i vostri neri corvi genereranno bianche colombe, potrete chiamarvi saggi.” ecc. (Ecco, di nuovo, la metamorfosi dei mostri!)

È questa paginetta che Le invierò (se non preferisce l’altra versione, quella accademica, per questa occasione così poco ufficiale). Io sarò occupata per 2 giorni alla correzione della Venice sauvée di S[imone] W[eil] che ho tradotto in italiano; poi copierò quel foglietto e lo riceverà, spero, al più tardi entro circa una settimana.

Come vede, Alejandra, la Sua presenza è causa di ogni sorta di fenomeni inquietanti.

L’atto stesso di scriverLe produce delle specie di cortocircuiti e questo non è una metafora, perché avevo appena cominciato a scrivere questa lettera quando un fulmine è caduto a due passi dalla casa (con mia grande gioia, perché attendevamo il temporale da ieri) e dopo qualche minuto un campanello ha cominciato a suonare da solo nel corridoio – nessuno alla porta, soltanto questo tintinnio allegro come un riso che mi ha donato una grande gioia. È durato circa 10 minuti, a tre riprese. Cosa ne dice?

Mia cara Alejandra, La stringo tra le mie braccia. Attendo le poesie. Grazie.

La Sua Cristina

Grazie per Commerce. Tutto ciò che fa è ben fatto. Hector [Murena] (che è molto arrabbiato perché, tutta occupata di Lei, non gli ho più scritto negli ultimi tempi, e altamente incoerente come tutti i maschi, perchè aggiunge: “che felicità sapere che Lei ha una corrispondenza con Alejandra”) mi ha consigliato di inviare un saggio a Papeles de Son Armadans.

Avrei così qualcosa che potrebbe leggere senza un orrendo dizionario. (Cosa pensa di Papeles? Ha già avuto una collaborazione? Crede che accetteranno questo saggio di una sconosciuta?) María Zambrano scriverà loro. Vedremo.

Penultima lettera di Cristina Campo a Alejandra Pizarnik

 Roma, febbraio 1970

Mia carissima,

la Sua deliziosa lettera su S[ilvina] O[campo] mi diverte infinitamente. Ho assistito a una specie di (molto strana) resurrezione dei morti, perchè conoscevo già questa storia a memoria: è, alla lettera, la storia della mia relazione (se si può dirlo) con Elsa Morante, la scrittrice (moglie di Moravia). Secondo la logica inflessibile dell’irrazionale, Wilcock, dopo aver lasciato S[ilvina].O[campo] a Buenos Aires dodici o quindici anni fa, è immediatamente passato al servizio di E[lsa].M.[orante] a Roma. Sia dall’una, sia dall’altra, ha scrupolosamente svolto il ruolo del gatto della strega, mirabilmente adatto a un certo tipo di omosessuale subdolo e sentimentale e fondamentalmente masochista (perfino se, come Wilcock, di estrema intelligenza).

Alla fine della storia il gatto è stato divorato dalla strega, della quale pensava di servirsi per raggiungere) i suoi fini occulti – non essendo abbastanza donna per esercitare lui stesso la vera stregoneria…

Quelli, come Lei e me, che si rifiutano ostinatamente di lasciarsi divorare, sono destinati all’amorevole odio, teneramente criminale della strega. Mi ha colpito la Sua giusta osservazione sulla causa ultima del furore di S.[ilvina] O.[campo]: la scoperta della tradizione giudaica. Ogni forma, anche relativa, di certezza – amore, poesia, solitudine ‒ che rendono una creatura inafferrabile, è intollerabile per i vampiri; cosa dire quindi della certezza delle certezze, delle sue radici spirituali? Mi ricordo lo sguardo di vera disperazione di questo tipo di gente quando, per esempio, rispondevo alle loro descrizioni tragiche e mistiche dell’“esperienza allucinogena” con una risata o con un “Povero mio…. oh, è una disgrazia troppo grande”, costernata e piena di dolce compassione. O quando, evocando (loro) delle fascinazioni irresistibili, indicavo come unica e sovrana (il che è verissimo) quella di una vecchia badessa benedettina di clausura… L’unica differenza notevole è che E[lsa] M[orante] non è più né charmant, né squisita ‒ se mai lo è stata.

S[ilvina] O[campo], fondamentalmente identica, ha comunque molta più classe. (Leggevo circa un mese fa in “Razòn y Fabula” una sua impeccabile e purulenta poesia “Anamnesis”, credo. Mi domandavo se qualche cosa potesse esprimere più profondamente la decadenza, perfino intellettuale di un epoca; ma, tutto sommato, E. M. non sarebbe riuscita a scrivere nulla di simile).

Ma salviamoci da questi antri orribili, dalla paura che un rospo ci possa saltare sulla spalla. Ho qualcosa di molto urgente da dirLe: è necessario, è un imperativo, che legga i libri del Rabbi Abraham Joshua Heschel, un mistico di pura tradizione chassidica che ho conosciuto in circostanze straordinarie (era qui un anno fa). Credo che una grande ricchezza e una grande gioia L’attendano in queste pagine. Qualche titolo (scrive in un inglese ammirevole: “Man is not alone”, “God in search of Man” e soprattutto un libricino “Sabbath”. Credo che l’editore sia sempre Farrar & Strauss di New York. La cosa straordinaria in Rabbi Heschel, così come dei racconti del Baal Schem, è che ognuno vi trova ciò che è destinato a lui. (Personalmente non trovo alcuna difficoltà a leggere Verbo laddove egli usa Torah, ma questo ha poca importanza. Ho appena scritto, tra parentesi, la prefazione all’edizione italiana di “Man is not alone”). Credo che Rabbi H. sia uno dei 10 giusti sopravvissuti al disastro di Sodoma: quelli che, un giorno, si dovranno riunire dai quattro punti cardinali per salvare le tradizioni minacciate, poiché “tutte lo sono”. Fu lui a dirmi quest’ultima parola, supplicandomi di scrivere sulla mia. Ed è molto bello che parole molto simili io le abbia ricevute tante volte da Alejandra.

L’abbraccio molto teneramente, mia cara, augurandoLe tutte le grazie

Sua Cristina

Sono incantata che Tentori abbia trovato spunti di riflessione nei Suoi piccoli libri: tra i quali lui preferisce, come me, con veemenza “Los trabajos y las noches”. Penso che nella sua antologia, che conterrà un numero molto ristretto di poeti, ci saranno almeno 10 o 12 poesie di Alejandra e questo mi incanta più di quanto Le possa dire.

(E il Suo lungo poema di 360 pagine? Era una promessa…)

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stefanie-golisch

Stefanie Golisch, scrittrice e traduttrice è nata nel 1961 in Germania e vive dal 1988 in Italia. Ultime pubblicazioni in Italia: Luoghi incerti, 2010. Terrence Des Pres: Il sopravvivente. Anatomia della vita nei campi di morte. A cura di Adelmina Albini e Stefanie Golisch, 2013. Ferite. Storie di Berlino, 2014.

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Gino Rago e Mario M. Gabriele sull’Antologia di Poesia dell’Epoca della stagnazione spirituale, Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Roma, Progetto Cultura, 2016 pp.352 € 18) a cura di Giorgio Linguaglossa VERSO UNA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA – I poeti del Presente ablativo – con Nove poesie di Maria Rosaria Madonna. PRESENTAZIONE DELLA ANTOLOGIA Venerdì, 21 ottobre h 17.30, All’ALEPH, Vicolo del Bologna, 72 ROMA

Antologia cop come è finita la guerra di Troia non ricordo

Gino Rago

VERSO UN NUOVO PARADIGMA POETICO

La Introduzione di Giorgio Linguaglossa non lascia margini ad ulteriori dubbi: si è chiusa in modo definitivo la stagione del post-sperimentalismo novecentesco, si sono esaurite le proposte di mini canoni e di mini progetti lanciati da sponde poetiche le più diverse ma per motivi, diciamo, elettoralistici e auto pubblicitari, si sono esaurite la questione e la stagione dei «linguaggi poetici», anche di quelli finiti nel buco dell’ozono del nulla; la poesia italiana sembra essere arrivata ad un punto di gassosità e di rarefazione ultime dalle quali non sembra esservi più ritorno. Questo è il panorama se guardiamo alle pubblicazioni delle collane a diffusione nazionale, come eufemisticamente si diceva una volta nel lontano Novecento. Se invece gettiamo uno sguardo retrospettivo libero da pregiudizi sul contemporaneo al di fuori delle proposte editoriali maggioritarie, ci accorgiamo di una grande vivacità della poesia contemporanea. È questo l’aspetto più importante, credo, del rilevamento del “polso” della poesia contemporanea. Restano sul terreno  voci poetiche totalmente dissimili ma tutte portatrici di linee di ricerca originali e innovative.

Molte delle voci di poesia antologizzate vibrano, con rara consapevolezza dei propri strumenti linguistici, in quell’area denominata L’Epoca della stagnazione estetica e spirituale, che non significa riduttivamente stagnazione della poesia ma auto consapevolezza da parte dei poeti più intelligenti della necessità di intraprendere strade nuove di indagine poetica riallacciandosi alle poetiche del modernismo europeo per una «forma-poesia» sufficientemente ampia che sappia farsi portavoce delle nuove esigenze espressive della nostra epoca. Innanzitutto, il decano della nuova poesia è espressamente indicato nella persona di Alfredo de Palchi, il poeta che con Sessioni per l’analista del 1967, inaugura una poesia frammentata e proto sperimentale, una linea che, purtroppo, rimarrà priva di sviluppo nella poesia italiana del tardo Novecento ma che è bene, in questa sede, rimarcare per riallacciare un discorso interrotto. Un percorso che riprenderà Maria Rosaria Madonna con il suo libro del 1992, Stige, forse il discorso più frammentato del Novecento, dove il «frammento è l’intervento della morte dell’opera. Col distruggere l’opera, la morte ne elimina la macchia dell’apparenza»(T.W. Adorno Teoria estetica, 1970 Einaudi).

Un discorso sul «frammento» in poesia ci porterebbe lontano ma ci aiuterebbe a collocare certe opere del Novecento, come quella citata di de Palchi con l’altra di Maria Rosaria Madonna.

In un certo senso, questa Antologia vuole riallacciare un «discorso interrotto», collegare i «membra disiecta», capire le ragioni che lo hanno «interrotto» per ripartire con maggiore consapevolezza da un nuovo discorso critico della poesia del secondo Novecento. Forse adesso i tempi sono maturi per rimettere al centro della poesia italiana del secondo Novecento poeti come Alfredo de Palchi, Angelo Maria Ripellino ed Helle Busacca, ma anche Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher ingiustamente dimenticati. Ne uscirebbe una nuova mappa della poesia italiana. In fin dei conti, questa Antologia vuole essere un contributo per la rilettura della poesia del secondo Novecento.

Se c’è una unica chiave di lettura della poesia del Presente essa sta, a mio avviso, nello spartiacque rispetto alle Antologie storiche come Il pubblico della poesia del 1975 a cura di Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli che apriva ad un’epoca della «poesia-massa» e ai poeti «uomini di fede», non più «intellettuali» a tutto tondo come quelli della precedente generazione poetica. I poeti dell’epoca della stagnazione sono dei solisti e degli isolati, sanno di essere fuori mercato e fuori moda, sanno di essere dei reperti post-massa e ne accettano le conseguenze: Annamaria De Pietro, Carlo Bordini, Renato Minore, Lucio Mayoor Tosi, Alfredo Rienzi, Anna Ventura, Antonio Sagredo, Giorgio Linguaglossa, Letizia Leone, Steven Grieco-Ratgheb,  Edith Dzieduszycka, Mario M. Gabriele, Stefanie Golisch, Ubaldo De Robertis, Guglielmo Aprile, Flavio Almerighi, Gino Rago, Giuseppina Di Leo, Giuseppe Talìa (ex Panetta)sono autori non legati da rapporti amicali o di gruppo, personalità indipendenti che si sono mosse da tempo e si muovono ciascuna per proprio conto ma in direzione d’un eurocentrismo «critico » e dunque proiettate oltre la crisi, oltre Il postmoderno, oltre il problema dei linguaggi poetici epigonici.

Alcuni autori fanno una poesia del presente ablativo (Flavio Almerighi, Giulia Perroni, Luigi Celi, Adam Vaccaro, Antonella Zagaroli), altri adottano lo scandaglio mitico del “modernismo” europeo:  si  guarda a  narratori come Joyce con l’Ulisse, a Salman Rushdie con Versetti satanici (1998), a T.S. Eliot con La Terra Desolata, ma anche a Mandel’stam, Pasternak, Cvetaeva, agli svedesi Tomas Tranströmer , Lars Gustafsson, Kjell Espmark, ai polacchi Milosz, Herbert, Rozewicz, Szymborska, Zagajewskij, si rivisitano alcuni miti da traslare nello spirito del contemporaneo. Poesia che adotta il  metodo mitico come allegoria del tempo presente (Rossella Cerniglia, Francesca Diano, Giorgio Linguaglossa, Gino Rago) con esiti notevoli. Si tratta di autori nuovi ma non più giovanissimi né nuovissimi, l’aspetto più appariscente è l’assenza dei poeti delle nuove generazioni, e questo è un elemento degno di essere sottolineato e approfondito che consegno alla riflessione dei lettori.

C’è una diffusa consapevolezza della Crisi dei linguaggi e della rappresentazione poetica quale dato di fatto da cui prendere atto e ripartire; sono i poeti «abilitati dalla consapevolezza della frammentazione dei  linguaggi e della dis-locazione del soggetto poetante» – come giustamente segnala Giorgio Linguaglossa in Prefazione – sono i poeti antologizzati che spingono il metodo mitico nella forma del «frammento», accelerando la crisi di quell’ «Io» non più centro unificante delle esperienze, né più unità di misura del reale, ma ente frantumato, disgregato della realtà nella quale una certa «coscienza» di ciò che è da considerarsi «poetico» è tramontata forse irrimediabilmente ed ha smesso d’essere luogo della sintesi. L’«io» è stato de-territorializzato definitivamente, e di questo bisogna, credo, prenderne atto e tirarne le conseguenze.

Direi che la nuova poesia guarda con interesse ai nuovi indirizzi della fisica teorica, della cosmologia, della biogenetica, in una parola pensa ad una nuova ontologia del poetico

Roma, agosto 2016

Ulteriori, importantissime notizie  possono essere attinte dalle preziose meditazioni critiche di Luigi Celi intorno a Come è finita la guerra di Troia non ricordo  su altre voci poetiche di rilievo presenti  nell’Antologia di Poesia Italiana Contemporanea, postate su L’Ombra delle Parole del 18 luglio 2016.

https://lombradelleparole.wordpress.com/?s=luigi+celi

Postilla di Giorgio Linguaglossa  VERSO UN NUOVO PARADIGMA POETICO

Cambiamento di paradigma (dizione con cui si indica un cambiamento rivoluzionario di visione nell’ambito della scienza), è l’espressione coniata da Thomas S. Kuhn nella sua importante opera La struttura delle rivoluzioni scientifiche (1962) per descrivere un cambiamento nelle assunzioni basilari all’interno di una teoria scientifica dominante.

L’espressione cambiamento di paradigma, intesa come un cambiamento nella modellizzazione fondamentale degli eventi, è stata da allora applicata a molti altri campi dell’esperienza umana, per quanto lo stesso Kuhn abbia ristretto il suo uso alle scienze esatte. Secondo Kuhn «un paradigma è ciò che i membri della comunità scientifica, e soltanto loro, condividono” (La tensione essenziale, 1977). A differenza degli scienziati normali, sostiene Kuhn, «lo studioso umanista ha sempre davanti una quantità di soluzioni incommensurabili e in competizione fra di loro, soluzioni che in ultima istanza deve esaminare da sé” (La struttura delle rivoluzioni scientifiche). Quando il cambio di paradigma è completo, uno scienziato non può, ad esempio, postulare che il miasma causi le malattie o che l’etere porti la luce. Invece, un critico letterario deve scegliere fra un vasto assortimento di posizioni (es. critica marxista, decostruzionismo, critica in stile ottocentesco) più o meno di moda in un dato periodo, ma sempre riconosciute come legittime. Sessioni con l’analista, invece, invitava a cambiare il modo con cui si considerava il modo di impiego della poesia, ma i tempi non erano maturi, De Palchi era arrivato fuori tempo, in anticipo o in ritardo, ma comunque fuori tempo, e fu rimosso dalla poesia italiana. Fu ignorato in quanto fu equivocato.

Dagli anni ’60 l’espressione è stata ritenuta utile dai pensatori di numerosi contesti non scientifici nei paragoni con le forme strutturate di Zeitgeist. Dice Kuhn citando Max Planck: «Una nuova verità scientifica non trionfa quando convince e illumina i suoi avversari, ma piuttosto quando essi muoiono e arriva una nuova generazione, familiare con essa.”

Quando una disciplina completa il suo mutamento di paradigma, si definisce l’evento, nella terminologia di Kuhn, rivoluzione scientifica o cambiamento di paradigma. Nell’uso colloquiale, l’espressione cambiamento di paradigma intende la conclusione di un lungo processo che porta a un cambiamento (spesso radicale) nella visione del mondo, senza fare riferimento alle specificità dell’argomento storico di Kuhn.

Secondo Kuhn, quando un numero sufficiente di anomalie si è accumulato contro un paradigma corrente, la disciplina scientifica si trova in uno stato di crisi. Durante queste crisi nuove idee, a volte scartate in precedenza, sono messe alla prova. Infine si forma un nuovo paradigma, che conquista un suo seguito, e una battaglia intellettuale ha luogo tra i seguaci del nuovo paradigma e quelli del vecchio. Ancora a proposito della fisica del primo ‘900, la transizione tra la visione di James Clerk Maxwell dell’elettromagnetismo e le teorie relativistiche di Albert Einstein non fu istantanea e serena, ma comportò una lunga serie di attacchi da entrambi i lati. Gli attacchi erano basati su dati empirici e argomenti retorici o filosofici, e la teoria einsteiniana vinse solo nel lungo termine. Il peso delle prove e l’importanza dei nuovi dati dovette infatti passare dal setaccio della mente umana: alcuni scienziati trovarono molto convincente la semplicità delle equazioni di Einstein, mentre altri le ritennero più complicate della nozione di etere di Maxwell. Alcuni ritennero convincenti le fotografie della piegature della luce attorno al sole realizzate da Arthur Eddington, altri ne contestarono accuratezza e significato.

Possiamo dire che quell’epoca che va da L’opera aperta di Umberto Eco (1962) a Midnight’s children (1981) e Versetti satanici di Salman Rushdie (1988) si è concluso il Post-moderno e siamo entrati in una nuova dimensione. Nel romanzo di Rushdie il favoloso, il fantastico, il mitico, il reale diventano un tutt’uno, diventano lo spazio della narrazione dove non ci sono separazioni ma fluidità. Il nuovo romanzo prende tutto da tutto. Oserei dire che con la poesia di Tomas Tranströmer finisce l’epoca di una poesia lineare (lessematica e fonetica) ed  inizia una poesia topologica che integra il fattore Tempo (da intendere nel senso delle moderne teorie matematiche topologiche secondo le quali il quadrato e il cerchio sono perfettamente compatibili e scambiabili) ed il fattore Spazio. Chi non si è accorto di questo fatto, continuerà a scrivere romanzi tradizionali (del tutto rispettabili) o poesie tradizionali (basate ancora su un concetto di reale e di finzione separati), ovviamente anch’esse rispettabili; ma si tratta di opere di letteratura che non hanno l’acuta percezione, la consapevolezza che siamo entrati in un nuovo «dominio” (per dirla con un termine nuovo).

Giorgio Linguaglossa Gino Rago

G. Linguaglossa e G. Rago

Appunto di Mario M. Gabriele

La recente antologia di Giorgio Linguaglossa: Come è finita la guerra di Troia non ricordo. Poesia italiana contemporanea, Edizioni Progetto Cultura, 2016, non appartiene a nessuna di quelle pubblicate nel Secondo Novecento, in quanto ha una sua specifica particolarità, che è quella della diversità progettuale, al di là dei consueti sistemi linguistici omologati. Questa antologia ha il pregio di essere un ventaglio poetico aperto a tutto campo, rispetto alle antologie generazionali e sperimentali degli anni Settanta-Ottanta. Essa si collega, senza preclusione alcuna, nelle diverse proposte poetiche, mai ferite dal pregiudizio, e da qualsiasi altra interferenza. Il curatore ha operato un proprio sistema di “guida” per immettere la poesia nel giusto raccordo anulare. Nel Postmoderno la poesia ha cambiato il proprio cromosoma. Il locus preferito è un fondo senza fondo, dal quale risalgono  in superficie  i detriti fossili e linguistici. È forse questo il vero senso di appartenenza della poesia: essere per non essere. In questo repertorio vengono alla luce modelli diversi fra loro, per sensibilità, stile e provenienza culturale, come un laboratorio fenomenologico di spezzoni del nostro vivere quotidiano, distanziato da qualsiasi affiancamento all’emozione, fatta evaporare dalle attuali condizioni di crisi economica e mondiale, che si riflettono poi sulla poesia. Allora si può ben dire che l’operazione antologica di Linguaglossa non ha nulla a che vedere con le periodizzazioni dei vari Cortellessa e nipotini universitari, e con qualsiasi procedimento di repressione e omissione di nomi e opere, in quanto trattasi di autentico disvelamento di voci e opere poetiche che hanno ridato dignità e fiato alla parola, con un nuovo rinascimento linguistico, che non esclude l’acquisizione delle figure grammaticali percepite for its own sake and interest, (al di là e al di fuori del significato delle parole”. (Hopkins). I poeti presenti sono: Flavio Almerighi, Guglielmo Aprile, Carlo Bordini, Luigi Celi, Rossella Cerniglia, Alfredo de Palchi, Annamaria De Pietro, Ubaldo De Robertis, Francesca Diano, Giuseppina Di Leo, Edith  Dzieduszycka, Mario M.Gabriele, Stefanie Golisch, Steven Grieco-Rathgeb, Letizia Leone, Giorgio Linguaglossa, Maria Rosaria Madonna, Renato Minore, Giuseppe Panetta, Giulia Perroni, Gino Rago, Alfredo Rienzi, Antonio Sagredo, Lucio Mayor Tosi, Adam Vaccaro, Anna Ventura, e Antonella Zagaroli, che formano un mosaico poetico dai molteplici riflessi espressivi.

Infine, una parola sul titolo Come è finita la guerra di Troia non ricordo, ci porta all’interno della problematica dell’oblio dell’Essere e dell’oblio della Memoria, tipica della nostra civiltà tecnologica. L’Epoca della stagnazione stilistica e spirituale diventa in questa antologia l’accettazione e l’esaltazione della pluralità degli stili e dei modelli, riconquistata libertà da ogni ipotesi di forzosa omogeneizzazione stilistica per motivi che con la poesia nulla hanno a che fare. Un ventaglio di proposte poetiche di alto valore estetico che è un grande merito aver valorizzato e riunificato in una Antologia veramente plurale.

Poesie di Maria Rosaria Madonna (1940-2002) comprese nella Antologia

Sono arrivati i barbari

«Sono arrivati i barbari, Imperatore! – dice un messaggero
che è giunto da luoghi lontani – sono già
alle porte della città!».
«Sono arrivati i barbari!», gridano i cittadini nell’agorà.
«Sono arrivati, hanno lunghe barbe e spade acuminate
e sono moltitudini», dicono preoccupati i cittadini nel Foro.
«Nessuno li potrà fermare, né il timore degli dèi
né l’orgoglio del dio dei cristiani, che del resto
essi sconoscono…».
E che farà adesso l’Imperatore che i barbari sono alle porte?
Che farà il gran sacerdote di Osiride?
Che faranno i senatori che discutono in Senato
con la bianca tunica e le dande di porpora?
Che cosa chiedono i cittadini di Costantinopoli?
Chiedono salvezza?
Lo imploreranno di stipulare patti con i barbari?
«Quanto oro c’è nelle casse?»
chiede l’Imperatore al funzionario dell’erario
«E qual è la richiesta dei barbari?».
«Quanto grano c’è nelle giare?»
chiede l’Imperatore al funzionario annonario
«E qual è la richiesta dei barbari?».
«Ma i barbari non avanzano richieste, non formulano pretese»
risponde l’araldo con le insegne inastate.
«E che cosa vogliono da noi questi barbari?»,
si chiedono meravigliati i senatori.
«Chiedono che si aprano le porte della città
senza opporre resistenza»
risponde l’araldo con le insegne inastate.
«Davvero, tutto qui? – si chiedono stupiti i senatori –
e non ci sarà spargimento di sangue? Rispetteranno le nostre leggi?
Che vengano allora questi barbari, che vengano…
Forse è questa la soluzione che attendevamo.
Forse è questa».

Parlano la nostra stessa lingua i Galli?

Si sono riuniti in Senato il Console
con i Tribuni della plebe
e i Legati del Senato… c’è un via vai di toghe
scarlatte, di faccendieri
e di bianche tuniche di lino dalle dande dorate
per le vie del Foro…
Qualcuno ha riaperto il tempio di Giano,
il tempio di Vesta è stato distrutto da un incendio
alimentato dalle candide vestali,
corre voce che gli aruspici abbiano vaticinato infausti presagi
che il volo degli uccelli è volubile e instabile
e un’aquila si sia posata sulla cupola del Pantheon
che sette corvi gracchiano sul frontone del Foro…
corrono voci discordi sulle bighe del vento
trainate da bizzosi cavalli al galoppo…
che il nostro esercito sia stato distrutto.

Caro Kavafis… ma tu li hai visti in faccia i barbari?
Che aspetto hanno? Hanno lunghe barbe?
Parlano una lingua incomprensibile?

E adesso che cosa farà il Console?
Quale editto emanerà il Senato dall’alto lignaggio?
Ci chiederà di onorare i nuovi barbari?
O reclamerà l’uso della forza?
Dovremo adottare una nuova lingua
per le nostre sentenze e gli editti imperiali?
Che cosa dice il Console?
Ci ordinerà la resa o chiamerà a raccolta gli ultimi
armati a presidio delle nostre mura?
Hanno ancora senso le nostre domande?
Ha ancora senso discettare sul da farsi?
C’è, qui e adesso, qualcosa di simile a un futuro?
C’è ancora la speranza di un futuro per i nostri figli?
E le magnifiche sorti e progressive?
Che ne sarà delle magnifiche sorti e progressive?

Sono ancora riuniti in Camera di Consiglio
gli Ottimati e discutono, discutono…
ma su che cosa discutono? Su quale ordine del giorno?
Ah, che sono arrivati i barbari?
Che bussano alla grande porta di ferro della nostra città?
Ah, dice il Console che non sono dissimili da noi?
Non hanno barba alcuna?
Che parlano la nostra stessa lingua


Autodifesa dell’imperatrice Teodora

Procopio? Chi è costui? Un menagramo, un bugiardo,
un calunniatore, un furfante.
Non date retta alle calunnie di Procopio.
È un bugiardo, ama gettare fango sull’imperatrice,
schizza bile su chiunque lo disdegni; è la bile
dell’impotente, del pervertito.
Ma è grazie a lui che passerò alla storia.
Sono la bieca, crudele, dissoluta, astuta Teodora,
moglie dell’imperatore Giustiniano, la padrona
del mondo orientale.
E se anche fosse vero tutto il fango che Procopio
mi ha gettato sul volto?
Se anche tutto ciò corrispondesse al vero? Cambierebbe qualcosa?
È stata mia l’idea di inviare Belisario in Italia!
È stata mia l’idea di un codice delle leggi universali!
E di mettere a ferro e a fuoco l’Africa intera.
Soltanto i morti sono eterni, ma devono essere
morti veramente, e per l’eternità affinché siano tramandati.
Un tradimento deve essere vero e intero perché ci se ne ricordi!
Voi mi chiedete:
«Che cosa penseranno di Teodora nei secoli futuri?».
Ed io rispondo: «Credete veramente che i posteri abbiano
tempo da perdere con le calunnie e le infamie di Procopio?
Che costui ha raccolto nei retrobottega di Costantinopoli
tra i reietti e i delatori della città bassa?».
Ebbene, sì, ho calcato i postriboli di Costantinopoli,
lo confesso. E ciò cambia qualcosa nell’ordito del mondo?
Cambia qualcosa?
Il potere delle parole? Vi dirò: esso è
debole e friabile dinanzi al potere delle immagini.
Per questo ho ordinato di raffigurare l’imperatrice Teodora
nel mosaico di San Vitale a Ravenna,
nell’abside, con tutta la corte al seguito…
E per mezzo dell’arte la mia immagine travalicherà l’immortalità.
Per l’eternità.
«Valuta instabile», direte voi.
«Che dura quanto lo consente la memoria», replico.
«A dispetto delle calunnie e dell’invidia di Procopio».


La reggia che fu di Odisseo

Che cosa vogliono i proci che frequentano
la reggia che fu di Odisseo?
E che ci fa sua moglie Penelope
che di giorno tesse la tela con le sue ancelle
e di notte tradisce il suo sposo
nel letto dei giovani proci?
Sono passati dieci anni dalla guerra di Troia
e poi altri dieci.
I proci dicono che Odisseo non tornerà
e nel frattempo si godono a turno Penelope
la loro sgualdrina.
Si godono la reggia e la donna del loro re
sapendo che mai più tornerà.
Forse, Odisseo è morto in battaglia
o è naufragato in qualche isola deserta
ed è stato accoppato in un agguato.
La storia di Omero non ci convince
non è verosimile che un uomo solo
– e per di più vecchio –
abbia ucciso tutti i proci, giovani e forti.
La storia di Omero non ci convince.
Omero è un bugiardo, ha mentito,
e per la sua menzogna sarà scacciato dalla città
e migrerà in eterno in esilio
e andrà di gente in gente a raccontare
le sue fole…


Il merlo gracchiò sul frontone d’un tempio pagano

Il merlo gracchiò sul frontone d’un tempio pagano
il mare sciabordando entrò nel peristilio spumoso
e le voci fluirono nella carta assorbente
d’una acquaforte. E lì rimasero incastonate.

Due monete d’oro brillavano sul mosaico del pavimento
dove un narciso guardava nello specchio
d’un pozzo la propria immagine riflessa e un satiro
danzante muoveva il nitore degli arabeschi
e degli intarsi.

*

È un nuovo inizio. Freddo feldspato di silenzio.
Il silenzio nuota come una stella
e il mare è un aquilone che un bambino
tiene per una cordicella.
Un antico vento solfeggia per il bosco
e lo puoi afferrare, se vuoi, come una palla di gomma
che rimbalza contro il muro
e torna indietro.


Alle 18 in punto il tram sferraglia

Alle 18 in punto il tram sferraglia
al centro della Marketplatz in mezzo alle aiuole;
barbagli di scintille scendono a paracadute
dal trolley sopra la ghiaia del prato.
Il buio chiede udienza alla notte daltonica.

In primo piano, una bambina corre dietro la sua ombra
col lula hoop, attraversa la strada deserta
che termina in un mare oleoso.

Il colonnato del peristilio assorbe l’ombra delle statue
e la restituisce al tramonto.
Nel fondo, puoi scorgere un folle in marcia al passo dell’oca.
È già sera, si accendono i globi dei lampioni,
la luce si scioglie come pastiglie azzurrine
nel bicchiere vuoto. Ore 18.
Il tram fa ingresso al centro della Marketplatz.
Oscurità.

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Stefanie Golisch Intervista senza domande a cura di Flavio Almerighi, citazioni tratte dal libro Ferite – Storie di Berlino Ensemble, 2015 con Quattro poesie inedite

Stefanie Golisch, scrittrice e traduttrice è nata nel 1961 in Germania e vive dal 1988 in Italia. Ultime pubblicazioni in Italia: Luoghi incerti, 2010. Terrence Des Pres: Il sopravvivente. Anatomia della vita nei campi di morte. A cura di Adelmina Albini e Stefanie Golisch, 2013. Ferite. Storie di Berlino, 2014. Nel 2016 sono state pubblicate nove poesie di Stefanie Golisch nella Antologia Poesia italiana contemporanea Come è finita la guerra di Troia non ricordo a cura di Giorgio Linguaglossa per le edizioni Progetto Cultura di Roma.

Una intervista senza domande 

è certamente un fatto insolito, in quanto si decentralizza dal clichè  normalmente  usato, per far emergere alcuni aspetti particolari di un Autore, al fine di evidenziare i caratteri specifici di un’Opera  o di un determinato pensiero, quale approccio a un discorso culturale, sociologico e filosofico. Considerata  la nostra “condizione umana”, credo che l’unica traccia permanente  dell’esistenza rimanga  la  scrittura, come sosteneva Derrida,  e ciò vale anche per il patrimonio culturale trasmesso dalla scienza, dalla medicina, e dalle biotecnologie. Stefanie Golisch risponde sui  punti fissati da Flavio Almerighi  nell’Intervista qui di seguito riportati relativi ad alcuni racconti prelevati dai vari testi della mia ultima opera dal titolo: Ferite. Storie di Berlino. Ogni poeta  è uno “ speleològo” che scende nella  caverna del subconscio, per prelevare i  suoi componenti, riportandoli in superficie come frammenti della realtà.  Sorprendente è l’azione del pensare da cui  nascono i rapporti con le varie fenomenologie.

Scriveva Heidegger: ”Può darsi che l’essenza propria del pensare si mostri a noi solo se restiamo in viaggio. Noi siamo in viaggio. Che cosa significa? Che siamo  ancora  tra (unter) le rotte (Wegen) inter vias, tra percorsi differenti. Ma quanto più un pensatore ci è vicino nel tempo e quasi contemporaneo, tanto più lungo è il viaggio verso il suo pensare, non per questo dobbiamo evitare il lungo viaggio”. (Heidegger M.” Che cosa significa pensare”). In  codesto  “lungo viaggio” ci si smarrisce  nella realtà, interrogandosi su ciò che è il Bene e ciò che è il  Male; quel male che non è mai surrealismo o negazionismo, ma presenza  di eventi passati e presenti, attraverso il linguaggio perlustrativo, e psicoattivo.

Nel suo incontro con gli studenti all’Università di  Madrid, il 24  febbraio 2006, Claudio Magris sul tema: Diritto e Letteratura, così si esprimeva: ”L’avversione della poesia al Diritto, ha verosimilmente un’altra ragione profonda. La Legge instaura il suo Impero e rivela la sua necessità là dove c’è o è possibile un conflitto: il regno del diritto e la realtà dei conflitti e della necessità di mediarli. I rapporti puramente umani non hanno bisogno del Diritto, lo ignorano: l’amicizia, l’amore, la contemplazione del cielo stellato non richiedono codici, giudici, avvocati o prigioni, che diventano d’improvviso invece necessari quando amore o amicizia si tramutano in sopraffazione e violenza, quando qualcuno impedisce con la forza a un altro di contemplare il cielo stellato” o brucia  i libri  come  nell’era  nazista e in qualsiasi altra violazione della cultura e  dell’intelligenza.

(Mario Gabriele)

La verità è che non posso fare nulla per voi. Voi non mi sentite e io non sento voi. (pg. 14)

Esiste un limite della comunicazione, tra vivi e morti (come in questo passaggio del libro dove parlo di una visita a Plötzensee, la prigione nazista dove furono uccisi gli uomini e le donne della resistenza tedesca). Ma questo limite vale altrettanto per il dialogo tra i vivi, poiché la mia verità è la mia verità e la tua la tua e nella più profonda profondità sono destinate a rimanere incomunicabili. La letteratura costruisce e spacca ponti. Si gioca tutta nell’esplorazione di questo limite. Ma forse, in fondo, è sola anche essa. 

La sua spina dorsale doveva essere spezzata. La sua mente offuscata, il suo coraggio convertito in terrore. (pg. 21)

Eppure c’è qualcosa di indistruttibile nell’uomo. Gli ebrei chiamano luz un ossicino dietro la nuca che non può essere distrutto e dal quale l’uomo dopo la morte sarà ricostruito. Mi piace pensare questa rinascita  post mortem come rinascita terrena continua…

E’ tutto finito, finito in una cattiva tazza di caffè sapor terra … (pg. 32)

Sempre il rapporto tra vivi e morti.

Non si supera la vita nemmeno nella morte. In tutte le civiltà di tutti i tempi esiste l’idea che i morti si siano soltanto trasferiti in un altro mondo dove, in qualche modo simile, la vita continua. Ciò significa che la sfida rimane comunque il vivere quotidiano.  Il tutto si gioca oggi, in questo preciso istante. Quindi provo. Maldestramente, ma ci provo.  

 

Infatti, sono proprio i primi vent’anni di vita il vero capitale di ogni scrittore… (pg. 33)

Questa frase è una citazione di Ingeborg Bachmann. Vera. Nulla rimane inciso così fortemente come ciò che si vive, si sente, si vede in questi primi anni, impreparati, disarmati. Poi le cose cominciano a ripetersi. Non si presta più tanta attenzione o, in ogni caso, si pensa di sapere già come gireranno le cose.

Sono felice della mia infanzia anni ‘60 senza tante immagini, senza la possibilità di riprodurre ogni cosa in tempo reale. Così il poco è rimasto ed è cresciuto con e contro di me.

In nessun modo questa frase allude alla nostalgia.

Nulla è stato meglio all’epoca.

Chi dice una volta mente.

L’unica cosa che salvo del passato è la sana noia dei bambini.

E i spazi vuoti in generale.

 

Forse non è sufficiente leggere una poesia e forse nemmeno saperla par coeur. (pg. 36)

La poesia è lo sguardo poetico. Non bisogna né conoscerla, né scriverla per vivere poeticamente. E con poeticamente intendo libero e leggero.

Ho riletto in questi giorni alcune lettere di Rosa Luxemburg dalla prigione. C’è una, rivolta all’amica Sonia Liebknecht, la moglie di Karl Liebknecht, dove parla della bellezza di un filo d’erba che vede crescere su un muro, dei colori del sole che penetra tra le sbarre della finestra, degli uccelli che la vengono a trovare ogni mattina. Ha la capacità e la forza dell’anima di trasformare una condizione pesante e opprimente in un’altra realtà.

Non è poesia questo.

Non riesco a mangiare tanto quanto vorrei vomitare (pg. 41)

Lo ha detto il pittore Max Liebermann dopo la presa del potere di Hitler.

In pubblico.

Vorrei avere anche io il coraggio di dire le cose in pubblico.

Non ce l’ho.

Scrivo soltanto.

 

Il Paradiso esiste, bisogna soltanto trovare l’ingresso segreto per entrarci di nuovo (pg. 44)

 Lo si sa.

Tutti lo sanno.

Poi non dura.

Fa niente o poco.

Le spiegazioni, sempre le spiegazioni. (pg. 51)

Meglio l’inspiegabile.

Cosa rimane quando è tutto è detto, dipinto, illuminato?

Diffido dell’idea di trovare la formula del mondo.

Soltanto ciò che non insegna, ciò che non chiede a gran voce, ciò che non convince, ciò che non accondiscende, che non spiega, è irresistibile.

  1. B. Yeats

 

… come il giorno impazzisce di luce e di ombra (pg. 65)

Sono quei momenti in cui la vita ti butta la sua bellezza addosso, dicendo 

E se non sei  morto dentro / ti apri tutto / e prendi, prendi…

Di poesia nera e di colpa (pg. 68)

Sono i momenti opposti in cui nella più profonda profondità senti l’antico orrore e anche quello è reale e vero e in un momento prevale uno (vedi sopra) e nell’altro l’altro e tutto è vero e fa mondo.

Rumore e silenzio.

 

Vita viscerale, appiccicosa, ambigua (pg. 81)

Tutte le bugie che si raccontano al bambino affinché possa recitare bene il ruolo

dell’adulto. Tutte le cose che si studiano a scuola affinché ogni forma di creatività venga uccisa definitivamente.

La sistematica costruzione di un mondo aldilà della contraddittorietà.

Invece dobbiamo rimanere nel mito.

Il mito è terribile e protegge.

 

… l’abbondanza delle merci e, soprattutto un senso di ostinata libertà. (pg. 90)

Non sono più giovani.

Bene.

Ma ho guadagnato qualcosa e sto guadagnando ogni giorno: libertà, grandi, piccole libertà.

Non devo più piacere a tutti e a tutti i costi.

Non voglio più piacere.

Lentamente imparo dire di no.

Non è sempre colpa mia.

Faccio progressi.

 

Tutto è in continuo movimento, nessun equilibrio sociale o politico è stabile, nessuna civiltà che non correrebbe il rischio di ricadere in uno stato di barbarie (pg. 95)

Ai tempi dell’università, La dialettica dell’illuminismo di Horkheimer/Adorno era considerato una specie di bibbia.

Alcune figure del pensiero (come questa) mi sono rimaste e costituiscono una specie di chiave di lettura del mondo.

La pellicola della presunta civiltà nostra è sottile, non camminiamo su un terreno molto sicuro.

Eppure…    

Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai niente. Sii gentile. Sempre. (Carlo Mazzacurati)

da: Blessings

Solo a pochi la vita rivela ciò che fa con loro.

Pasternak

Passato rimoto

Camminava tra di noi, forse era già morto,
forse immortale. Vestiva di bianco e se
dovessi dire di lui, userei il passato remoto,
tempo di fiabe e miti. Lo racconterei come
un uomo di mondi antichi che parlava con
gli uccelli, danzatore in mezzo ai nostri
passi pesanti. Diceva che nessuno gli
doveva nulla e che lui, nel sonno, aveva
già visto come tutto sarebbe finito. Non
aveva rimpianti, ma avrebbe voluto amare
ancora una volta come un tempo aveva
amato lei, morta suicida, incinta di un altro.
Portava i cappelli lunghi e sulle unghie
delle mani lo smalto d’oro. Partì in silenzio
lo stesso giorno in cui scoppiò la guerra,
portando con sé poche cose, la foto di un
paesaggio collinare un poco sfocato, un
libro scritto in caratteri cirillici, una lunga
camicia bianca, lo smalto d’oro. cosa
sarebbe stato ora di noi? Intanto il rumore
da fuori aumentava di minuto in minuto.
Lui non fu mai più visto e presto la guerra
fece di noi uomini nuovi, terribili, di tempi
terribili

.
Fata minore

Tra le cose andate storte che capitano nella
vita di tutti, lei ricordava un paio di calze di
nylon color carne che si era rotto prima della
festa, all’andata per essere precisi, mentre
attraversava il bosco saltellando su una
gamba sola. A questo punto si era tolta anche
le scarpe. Poi aveva cominciato a piovere e
l’ombrello era tutto bucato. La protagonista
di questa poesia dedicata a chi un tempo
abitava miti e fiabe, era nata bella e maldestra
e più cercava di evitare disastri, più le
cose del mondo si scagliavano contro di lei.
I bambini dei vicini di casa, affidati alle sue
cure amorevolmente distratte, cadevano
dalla finestra o in un lago profondo dal
quale non emergevano proprio più e a lei
dispiaceva e non sapendo come dirlo ai
loro genitori decise di cambiare mestiere.
Capitò in un autogrill dove le diedero il
turno di notte e una divisa con dei bottoni
d’oro nella quale si sentiva una persona
importante. Non l’avrebbe più tolta, né a
casa, né durante il sonno e presto si sarebbe
rovinata come tutte le cose amate troppo.
Ma lei era felice della targhetta con il nome,
delle frittelle che nascondeva nelle tasche
del grembiule a righe rosse e bianche e di
un tale che veniva a mezzanotte in punto
per mangiare le patatine fritte preparate da
lei al momento, guarnite con un tocco di
marmellata alla fragola. Prima o poi gli
avrebbe chiesto di baciarla in cambio di
un gelato alla vaniglia e al solo pensiero,
la sua bianca pelle si sfogava in mille
puntini rossi. Non si sarebbe offesa affatto
se a questo punto lui si fosse tirato indietro,
tanto qualcuno da baciare dopo il lavoro
l’avrebbe trovato prima o poi. La vita era
gentile e nella giusta misura imprevedibile
come quei giocattoli regali che distribuiva
insieme al menu dei bambini, a volte rotti,
a volte d’oro


Madre con figlio non come gli altri

Dell’unico amore finito senza finale le era
rimasto un figlio tozzo maldestro, gonfiato
d’amore materno erotico despotico. Nessuna
fata cantò alla sua culla guarnita di fiocchi
azzurri e nastri gentili inutili. Doveva crescere
bambino come gli altri. Come gli altri, ma lei
non è come gli altre, ma lui non è come gli altri
che in segreto ognuno dei due immagina sempre
felici come una famiglia pubblicità. Lei si tinge
di biondo cenere e lui porta soltanto capi firmati.
Per essere ammessi alla tavola di tutti, fanno
di tutto, ma il loro tutto è solo una barzelletta.
Quella coppia inseparabile di madre e figlio
è lo zimbello della parrocchia, il giusto
divertimento di chi è nato per essere vivo.
Non hanno scelta, sorridono ai loro nemici
innati con la forza disperata di chi deve
piacere a tutti costi. Lui si vergogna mentre
lei lo riempie di dolci e progetti futuri, pensati
per tutti tranne che per lui, ascolta la mamma
che spera senza speranza, e lui risponde,
mamma voglio dormire

.
Coda

Tutti i cavalli sono morti. La terra dice pietà,
un essere, uomo-simile, si trascina zoppicando
intorno al focolare spento, giurando di non
dire una parola. Presto cadrà anche lui. Questa
è l’ora degli animali impudichi e delle ombre
e subito dopo del sole nel segno del leone, poi
appariranno le tre vecchie, travestite da streghe.
Ecco, dice, mentre cerca di nascondere le mani
dagli sguardi di lei, dipinte sulle palpebre chiuse,
siamo i protagonisti di un tempo ancora da
inventare. Non ci sono più cavalli e nemmeno
uomini vivi oltre alle streghe. Nulla è cambiato
e mai cambierà. La tua veste è sporca di guerra,
la mia puzza di sangue, versato nel nome di
qualcosa che non ricordo proprio più. Non è
stato facile trovarti e non so se mi piaci ancora
e come posso io piacere a te, la più bella di
prima della battaglia perché tu non credevi
alle premonizioni di quelle donne, mentre io
avevo sete di morte e di vita. Ricordo soltanto
che dopo aver ucciso il cavallo nemico, ho
ucciso anche il mio cavallo. Poi mi sono
addormentato sotto un pezzo di luna e al
risveglio ho visto una donna venire verso
di me. Provo a chiamarti amore perché la
mia bocca ha fame di quella parola. Dico
amore e tu mi guardi da occhi dipinti sopra
i tuoi occhi mentre le mie mani, mani-simili,
ti cercano in mezzo a tutto questo come se
fosse non impossibile ricominciare ancora
un’altra volta

Stefanie Golisch, Dr. phil., nata nel 1961. Germanista, scrittrice, traduttrice. Vive e lavora dal 1988 in Italia. Dal 1995-2003 incarico all’università di Bergamo per la letteratura tedesca contemporanea. 2002 Premio letterario Würth. Dal 2007 redattrice del blog letterario www.lapoesiaelospirito.wordpress.comDal 2009 membro del „Pen Zentrum deutschsprachiger Autoren im Ausland“ e di „Writers in Prison“. Numerose pubblicazioni letterarie e di critica letteraria in tedesco, italiano e inglese. Conferenze, seminari e incarichi universitari. 

Pubblicazioni
Uwe Johnson zur Einführung, Hamburg, 1994. (Junius Verlag)
Ingeborg Bachmann zur Einführung, Hamburg 1997. (Junius Verlag)
Vermeers Blau, Erzählung, Köln, 1997. (edition sisyphos)
Fremdheit als Herausforderung, Meran, 1998. (Monografische Reihe der Akademie Deutsch-Italienischer Studien)
Antonia Pozzi: Worte (herausgegeben und aus dem Italienischen übertragen) Edition Tartin, Salzburg/ Paris, 2005.
Pyrmont, Erzählung, Edition Thalaia, St. Ingbert, 2006.
Charles Wright: Worte sind die Verringerung aller Dinge. Gedichte
(herausgegeben und aus dem amerikanischen Englisch übertragen) edition erata, Leipzig, 2007.
Gëzim Hajdari: Mondkrank. Gedichte (herausgegeben und aus dem Italienischen übertragen) Pop Verlag, Ludwigsburg, 2008.
Selma Meerbaum-Eisinger: Non ho avuto il tempi di finire (herausgegeben und aus dem Deutschen übertragen) Mimesis edizioni, Milano, 2009.
Gründe zu sein, Gedichte, fixpoetry (Autorenbuch) , April 2010.
Luoghi incerti, (Prosa), Cosmo Iannone Editore, Isernia, 2010.
Terrence Des Pres: Il sopravvivente. Anatomia della vita nei campi di morte (aus dem amerikanischen Englisch übertragen und herausgegeben) Mimesis edizioni, Milano, 2013.
Ferite. Storie di Berlino, Edizioni Ensemble, Roma, 2014.
Fly and Fall. Culicidae Press, Ames, 2014.
Filippo Tommaso Marinetti: Wie man die Frauen verführt. (Herausgegeben, übersetzt und mit einem Nachwort versehen von Stefanie Golisch) Berlin, 2015 (Matthes und Seitz)
Anstelle des Mondes, Pop Verlag, Ludwigshafen, 2015.
Postkarten aus Italien, Edition FZA, Wien, 2015.

In via di pubblicazione:

Filippo Tommaso Marinetti: Die Manifeste (Herausgegeben, übersetzt und mit einem Nachwort versehen von Stefanie Golisch), Berlin, 2015. (Matthes und Seitz)
Rachel Bespaloff: Ilias (Herausgegeben, übersetzt und mit einem Nachwort versehen von Stefanie Golisch), Berlin, 2015. (Matthes und Seitz)

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Luigi Celi sull’Antologia di Poesia Contemporanea Come è finita la guerra di Troia non ricordo a cura di Giorgio Linguaglossa (Progetto Cultura, 2016 pp. 352 € 18). “lo smarrimento delle grandi narrazioni”; “La dis-locazione del Soggetto”; “La perduta primazia del Linguaggio”; “Filosofia e poesia convergono sulle domande perenni: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo?”

L’Antologia di Poesia Contemporanea Come è finita la guerra di Troia non ricordo, a cura di Giorgio Linguaglossa, pubblicata per le Edizioni Progetto Cultura, Roma 2016, si distingue per i testi antologizzati e per l’introduzione acuminata, per certi versi Unheimlich (perturbante), del curatore. Linguaglossa volge la sua attenzione in prevalenza al Ground, al Fondamento per lui ormai franto, della Kultur.

L’Antologia include nomi importanti. Dirò solo di quelli di cui conosco, almeno in parte i testi, gli altri non me ne vogliano.

Nell’ampio recinto della poesia novecentesca e contemporanea per la sua storia e per la qualità della sua opera spicca Alfredo De Palchi, sempre sorprendente nei suoi versi, poeticamente tagliente, soprattutto nelle invettive, c’è molta realtà e pensiero nella sua poesia.

Altri emergono per il prestigio dei loro curricula o sono poeti della cui bravura non si può dubitare, a iniziare da Carlo Bordini, che si impone con la sua lieve autoironia e ci offre una poesia d’“anima piena di microfratture”, compiuto esito di una scrittura moderna di frammento; Guglielmo Aprile, invece, sembra essere il più «antico» tra i poeti presentati.

Irraggiano luce le policrome immagini in versi di Renato Minore che cerca “l’invisibile punto di convergenza di tutti i colori”; in dialogo con suggestioni provenienti dall’Oriente si muove sull’onda dell’impermanenza verso “un vuoto pieno di vuoto” come piuma che cade nel fondo… Minore rende mercuriali, inafferrabili, soggetto e oggetto, focalizza “anelli” di luce “nella sfera del piccolo”, mobili biglie colorate, pixel in danze casuali, ciechi sciami sapienti accucciati sulla punta di uno spillo.

Steven Grieco-Rathgeb è poeta capace di veicolare nelle sue poesie suggestioni e apporti di una cultura planetaria: “accostando le labbra al bicchiere” ottiene “in dono per breve la visione/ che varca il punto di fuga”…; dalla sua esperienza vissuta in Oriente, dall’India al Giappone, attinge il sentimento dell’“evanescenza di tutte le cose”, e trasferisce in un parlare lieve, in un sussurrare dialogico, cadenze, intonazioni, respiri e fluttuazioni su cuscini di mare, memorie di incontri, anche ricordi in frantumi, armonie inudite, vuoti oscuri di “un’impervia, ubriaca pienezza”… è la filosofia dell’ ukiyo-e !

Fanno eco in un Occidente mitico, che si dibatte tra archetipi e memorie omeriche e tragiche, i versi di Gino Rago che rivisitano la “guerra di Troia”, la sua caduta e il dolore estremo di ogni madre di cui è archetipo Ecuba … “il grembo è tutto” (…) “amammo il greto asciutto di madri remote” cantava Rilke; Rago ci s-vela “la verità del tragico suggello”, cioè, appunto, “come è finita la guerra di Troia”, in una articolazione poematica di largo respiro, che risponde seriamente all’ironico verso di Brodskij, che dà il titolo all’Antologia. Anche la poesia di Francesca Diano rilegge il mito ma non per attualizzarlo quanto per consegnarci una nuova lettura di esso.

Maria Rosaria Madonna offre una poesia di qualità in altalena tra storia e mito. Adam Vaccaro oscilla anch’egli con grande perizia tra “poesia di pietra” e “poesia di carne”. Anna Ventura ci stupisce con versi eccentrici, fuori del tempo e dello spazio, con le sue rappresentazioni, di Torquemada e altri personaggi, che sembrano sculture all’aperto. E poi i testi straordinari di Stefanie Golisch.

Lucio Mayoor Tosi scrive come dipingendo un irrappresentabile Koan, dialoga mentre medita… e infrange il senso sull’ombra dura dei suoi quesiti, ombra che gli viene incontro.

Antonella Zagaroli ha una poesia di leggerezza graffiante… orge di stelle e versi fuori dal recinto, mentre Flavio Almerighi introduce nel verso una drammatica e graffiante leggerezza.

Abbiamo poi la poesia barocca, sensuosa e puntuta di Antonio Sagredo. Sagredo danza sui suoi versi come uno Zaratustra su carboni ardenti e con lui danza chi legge. Versi accaldati di sesso, raggi libertini, non manca di coniugare a un acceso lirismo la poesia di pensiero.

Porta in sé il tragico, la poesia di Edith Dzieduszycka, con una versificazione asciutta, puntuale, chiara e distinta, rispondente almeno in ciò alla tradizione francese, per quanto in questa Antologia la scelta della poetessa sia orientata su testi di metapoesia, di riflessione in versi sulla propria scrittura.

La scelta del curatore non tiene molto in conto la poesia civile. Il recupero della dimensione sociale avviene (se e quando si dà) su altri piani, primo tra tutti quello della ri-mitologizzazione dei miti. Oltre il già citato Gino Rago, abbiamo la poesia al femminile, più classica nella forma che nel contenuto, di Rossella Cerniglia. Letizia Leone spicca con la sua poesia della crudeltà degna di un Artaud: il “supplizio fossile”, l’“estasi della macellazione” del satiro Marsia ad opera di un Apollo che rivela i limiti ermeneutici di chi vede nell’apollineo soltanto aspetti estetizzanti, Apollo è in realtà il double inquietante di Dioniso. Incalzante… tambureggiante nel verso, estrema e raffinata, Letizia Leone edifica cattedrali risuonanti che s-pietrificano, organi e orchestre di archetipi… e sangue.

Non è assente, nell’Antologia, la poesia di pensiero, a cui almeno per alcuni testi mi inscrivo anch’io, insieme a Linguaglossa, rivendicando le differenze, com’è giusto, nello stile e nell’intento. Questo tipo di poesia ha un minimo comun denominatore basato su una scommessa: fermentare i versi con i semi di domande abissali, quelle che la stessa filosofia moderna ha cessato di porre da quando ha preteso di aver ridotto a “non senso” ogni proposizione che non sia scientifica.

Insieme a Linguaglossa diversi poi sono gli autori che mostrano una forte propensione all’innesto, alla poesia colta. La qualità della poesia è più che evidenziata in questa Antologia dal lavoro scaltrito sul linguaggio, dalla capacità di articolare conoscenze, di operare innesti in osservanza a quel criterio o spirito della scrittura moderna, che si è imposto a livello planetario a partire dal “modernismo” di Pound ed Eliot. Così operano Ubaldo De Robertis, Giuseppina Di Leo, Mario M. Gabriele, Giuseppe Panetta Talìa, e certo non si escludono i poeti citati, tutti molto abili, convincenti. Ci sono alcuni che hanno cercato di recuperare la struttura poematica, come Rago e Giulia Perroni.

Giulia Perroni antologizza testi lontani tra loro; gli ultimi, tratti dal poema La tribù dell’eclisse,  denotano una luminosa/oscurità – “una complessità fatta ragione”, “una complessità fatta Babele” – per l’uso insistito, sguincio, dell’ossimoro e della metafora: “Per metafore un mondo in sé complesso”. Sebbene la scrittura sembra frangersi in “titoli di capitoli mancanti” o in “arpeggi di un incessante divenire”, ciò è a “custodia dell’infinito perdersi”, “in un viavai” d’immagini sonore teso a “un punto irraggiungibile” di cui “ogni vibrare è specchio”.

Torniamo adesso alla Prefazione di Giorgio Linguaglossa. Essa costituisce una qualificata componente di questo libro bifronte, ha un tale spessore filosofico da dover essere onorata, problematizzata. Si sostiene una tesi estrema, che nel mondo contemporaneo, accentuatamente nella poesia italiana, a sfaldarsi non siano solo le poetiche tradizionali, ma proprio il linguaggio come possibilità di conoscenza onto-logica; con il crollo del nesso essere/logos è stata compromessa la relazione tra soggetto e oggetto. Dopo Derrida e Lacan, per Linguaglossa è stata distrutta la possibilità di attingere il Fondamento, al punto che l’arbitrarietà dei segni, in poesia, si è mutata in “lallazione” di un falso “io”. Giudizi drammatici, frustate anche per gli autori dell’Antologia. Un cumulo di rovine si accresce come di fronte all’Angelo di Klee trascinato a rovescio dal vento mentre si copre il volto con le ali.

Ci soffermiamo sulla negazione del binomio soggetto/oggetto. La psicoanalisi di Lacan ci ha insegnato che “Esso”, l’ “Inconscio” parla; “l’io non parla, è parlato”; “noi siamo parlati”, “non parliamo”…; non è chi non veda la consonanza tra lo psicoanalista e il critico, ma non so se su questo limaccioso, abissale limen Linguaglossa intenda accamparsi senza riserve. Il “principio di indeterminazione” di Heisemberg, certo, ci dimostra che nella fisica subatomica lo strumento che si adopera per l’osservazione delle particelle subisce una pur minima modifica nel momento stesso in cui cerca di determinare l’oggetto; si darebbe cioè una sorta di biunivoco contraccolpo: l’oggetto modifica il soggetto e viceversa. Generalizzando, è come dire che né oggetto né soggetto valgono assolutamente. Mi domando se ciò che ha rilevanza nella fisica sub-atomica valga comunque in filosofia o nel mondo sociale o nella fisica non subatomica. Per Giorgio Linguaglossa i linguaggi della poesia si sono “de-territorializzati”: ciò equivale al “rotolare della X verso la periferia”, di cui parlava Nietzsche, quale idea del soggetto che “si andava a frangere nella periferia”; la cosa non attiene quindi solo l’uscita del pianeta poesia dall’orbita di ogni sistema planetario dei linguaggi sensati. Potrei dar forza storico-critica all’argomentazione di Linguaglossa, aggiungendo che il processo in questione ha due poli, il primo attiene all’affermazione della centralità del Soggetto, almeno da Cartesio a Fichte, il secondo segue il movimento opposto di dissoluzione della soggettività, cosa che può essere connessa con la morte di Dio, come annunciata nella Gaia Scienza. Foucault a sua vota proclamava, all’interno del suo rigido strutturalismo, che anche l’uomo è morto. Non è stato Nietzsche ad aver contestato per primo il “soggetto” quale sorgente e termine della filosofia?.

Si apre nel tempo moderno una parabola che sembra voler giungere ora a tragica conclusione. Il Moderno per molti versi nasce dalla Rivoluzione scientifica e dalla “rivoluzione copernicana” operata (in filosofia) prima che da Kant, da Galilei e da Descartes. Quest’ultimo ha posto rigorosamente il problema del metodo scientifico e filosofico della modernità, ha dettato le regole ad directionem ingenii e attraverso il superamento del “dubbio metodico” è approdato al Cogito, al Soggetto che pensa e perciò esiste. Questo Soggetto recupera la conoscenza della realtà attraverso le idee di Res cogitans e di Res extensa; non si procede dalla realtà alla conoscenza, ma si segue il percorso opposto. Attraverso un cogitare metodicamente matematizzante sarebbe possibile la “certezza” del conoscere, anche in metafisica.

La centralità moderna del pensare “soggettivo” sul piano di ogni operatività, anche nell’arte, nella poesia, non equivale ancora a quel totale arbitrio che poi nel tempo – sul crollo di questa premessa cartesiana – si è sviluppato, ben oltre le divaricazione tra arte e scienza, fede e scienza nella deriva postmoderna che giunge alla frantumazione dei canoni in arte, poesia e nel tracollo dell’etica. Quando una pluralità non è riconducibile all’unità, non c’è più forza gravitazionale, i molti diventano un coacervo caotico. Queste mie osservazioni, mi chiedo, rinforzano o indeboliscono la tesi di Linguaglossa? Subito dopo Cartesio l’attacco empirista, pre-illuminista e illuminista al Soggetto, viene condotto, e più radicalmente, in Hume, fino alla contestazione dell’esistenza di un “io sostanza”. L’io individuale per Hume è solo un’identità fittizia e l’essere è ricondotto alla percezione dell’essere. Kant chiamerà fenomeno ciò che possiamo conoscere, l’oggetto è fenomeno, non noumeno, cosa in sé. Nel XVII e nel XVIII secolo dunque si opera una svolta cruciale si sfalda la vecchia visione del mondo, le idee stesse di soggetto ed oggetto vengono rielaborate più volte.

Antologia cop come è finita la guerra di Troia non ricordoPsicoanalisi, Sociologismo e Neoempirismo nel XX sec. hanno dato il colpo di grazia ad una concezione unitaria del Soggetto, nonostante che la Critica kantiana avesse recuperato a livello trascendentale il primato del Soggetto (“L’io penso” legislatore), smontando la critica humiana come affrettata e incauta. Non si tratta più del soggetto individuale ma di una Soggettività trascendentale. Le forme del conoscere (e poi dell’agire) sono a priori, operano indipendentemente dall’esperienza e ne costituiscono la precondizione universale e necessaria. Il trascendentale (da non confondere con il trascendente) della Soggettività è un modo di conoscere gli oggetti, i fenomeni, grazie alle intuizioni di spazio e di tempo e a categorie (attività a priori) comuni a tutti gli individui. Il Soggetto si rivela ancora una volta, dopo Cartesio “legislatore della natura”, una Volontà, un “Volo”, più che un “Cogito”. Da questa radice, cioè a partire dalla Rivoluzione scientifica, nasce quindi il carattere impositivo della tecno-scienza e della cultura occidentale tout court. Cosa che, se pure in altri termini, è stata evidenziata da Heidegger, con il concetto di Gestell, da Nietzsche con la “volontà di potenza”.

Hegel rappresenta il tentativo estremo e più sistematico di recupero dell’ontologia: “il reale è razionale e il razionale è reale”, vuol dire per Hegel che la Ragione appartiene all’universo, come un’anima al corpo, ne è la Legge immanente di sviluppo in termini dialettici, e la soggettività diventa un momento del processo di autocoscienza dello Spirito del Mondo. Anche l’oggetto non esiste se non come momento di una dialettica universale. Marx rovescerà in senso materialistico la Weltanschauung hegeliana, conservando alla realtà socio-economica, che egli considera strutturale, un carattere dialettico, ma il termine soggettività e tutto ciò che si possa riferire al soggetto verrà depotenziato. Se vogliamo l’unico soggetto della storia a cui riconoscere un qualche peso strutturale (non sovrastrutturale) è la classe operaia vista all’interno delle contraddizioni sociali quale unico motore della rivoluzione.

La critica al Soggetto ha avuto ripercussioni drammatiche in politica. I totalitarismi hanno elevato da una parte monumenti all’arbitrio del Capo, quale personificazione dello Stato Assoluto, e dall’altro hanno ridotto, nella loro Statolatria, i singoli a escrescenze callose della collettività.

Della colpevolezza della Ratio, del Cogito nel mondo moderno ha piena consapevolezza Linguaglossa. Anche in poesia egli trasporta la sua tesi: il moderno non si è liberato dalla sua colpa ma l’ha istituzionalizzata; certo “il signor Cogito” ha distrutto il “quaderno nero”, ma “la polizia segreta” lo cerca; “il sole si è inabissato”, e “la Lubjanca ha convocato il violinista” (il poeta, il musicista, l’artista), ma infine “C’è un solo colpevole”… è “il signor Cogito”…

La progressiva emarginazione della poesia nella modernità, in Occidente, ha dato luogo al canto consolatorio, sommesso, di una umanità dolente, ripiegata liricamente su se stessa, che vive un’esistenza scissa tra pubblico e privato; essa si autocomprende ed esprime nell’ottica del frammento. Anche nelle versioni più elegiache del poetico c’è il tentativo di dare respiro al singolo, aria pura dove s’addensa inquinamento culturale, recupero di bellezza in un mondo di brutture. Questo ambivalente ripiegamento comporta lo smarrimento delle grandi narrazioni della poesia epica, ancora vitali ed efficaci nel seicento, nel settecento, in quei contesti in cui la rivoluzione della modernità non aveva portato a maturazione i suoi frutti. Anche questo è un modo di dare rilievo agli aspetti più inquietanti dell’esistenza. “Gli alberi erano rossi: di frutta o di sangue non importa”…, nota con versi efficaci e incisivi, Alfredo Rienzi.

Ne La nascita della tragedia di Nietzsche viene rivendicato il primato del dionisiaco sull’apollineo sotto la scia del “pessimismo” di Schopenhauer – pessimismo ontologico, presente anche in Leopardi -, il che equivale a cogliere nel tragico la cifra più propria dell’esistente, per quanto nel dionisiaco si affermi anche una visione istintiva, fino alla sfrenatezza, della soggettività. Il tragico è una categoria assoluta che non riguarda solo il passato, esso è rappresentazione, prefigurazione e presentimento di ciò che avverrà nel mondo con due spaventose guerre mondiali e che continua ad evenire sulla soglia dell’autodistruzione del genere. La tecno-scienza coniugata alla logica di mercato non è solo fonte di progresso, ma comporta rischi mortali. È quotidiana la scoperta di un’esistenza umana deprivata di essenza, mercificata, radicata nella struttura socio-economica della storia, divorata dalla frenetica ricerca del “profitto”, dall’onnivora invadenza dei media, del virtuale che ci confonde di irrealtà. Il marxismo aveva denunciato il carattere autodistruttivo della Ragione borghese soggettivista, la incontrollata libera iniziativa, il primato dell’arbitrio mercantile e ad essa aveva opposto la Ragione oggettivata (scientifica) della Rivoluzione comunista, che doveva passare per la lotta di classe e la dittatura del proletariato. L’arte e la poesia dovevano diventare “politiche”, collaborare a questa rivoluzione.

Per ritornare all’Antologia un verso in uno dei testi antologizzati di Ubaldo De Robertis recita: “La tragicità della vita si nasconde dietro l’immagine/ più misteriosa e lieta”….

L’esinanirsi della forma-poesia, certo, è una minaccia che Linguaglossa ha ben focalizzato. Accade alla poesia ciò che si è verificato in filosofia: all’ottica del sistema, di Spinoza ed Hegel, è subentrata l’esigenza di affrontare motivi legati al “particulare”, all’esistenza; ciò è avvenuto in Kierkegaard, Nietzsche, Jaspers, Marcel, Heidegger; ecco allora Ungaretti, Caproni, Montale, Luzi, Penna, Campana, o altrove, rispetto all’ Italia, Rilke o Celan che del tragico assapora il calice delle rovine nel frammento non consolatorio. La cultura moderna volge al problematicismo, allo scetticismo, al nihilismo. Vengono sollevate questioni di confine, sui rapporti tra filosofia e scienza, scienza e fede, politica e arte, e la poesia ha dovuto slittare verso la prosa. Filosofia e poesia convergono sulle domande perenni: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo; non ci si accontenta di scrivere sull’amore, la vita, la morte, la bellezza; i poeti non accettano che la ragione matematizzante e strumentale della tecnica riduca l’uomo a mero ingranaggio di un sistema economico, finanziario o politico. Rispetto alla poesia civile, più prosasticamente aggressiva degli ultimi decenni, tuttavia anche in alcuni testi di questa Antologia, ritroviamo un’esigenza di conoscenza che fa superare alla poesia il ristretto ambito estetico, a cui molti – non certo Giorgio Linguaglossa – vorrebbero inopinatamente circoscriverla.

Luigi Celi è nato in Sicilia, in provincia di Messina, ha insegnato per trent’anni nelle scuole superiori di Roma. Esordisce con un romanzo in prosa poetica L’Uno e il suo doppio, e un breve saggio filosofico/letterario, La Poetica Notte, per le edizioni Bulzoni (Roma, 1997). Pubblica diversi libri di poesia: Il Centro della Rosa, Scettro del Re, Roma, 2000; I versi dell’Azzurro Scavato Campanotto, Udine, 2003; Il Doppio Sguardo Lepisma, Roma, 2007; Haiku a Passi di Danza (Universitalia, 2007, Roma); Poetic Dialogue with T. S. Eliot’s Four Quartets, con traduzione inglese di Anamaria Crowe Serrano (Gradiva Publications, Stony Brook, New York, 2012). Quest’ultimo testo, già tradotto in francese da Philippe Demeron, è in pubblicazione a Parigi. Per la sua opera poetica ha avuto riconoscimenti, premi e menzioni.

Sue poesie edite e inedite e suoi testi di critica si trovano su Poiesis, Polimnia, Studium, Gradiva, Hebenon, Capoverso, I Fiori del Male, Pagine di Zone, Regione oggi, Le reti di Dedalus ( rivista on line). Nel 2014 pubblica un saggio filosofico-letterario su Kikuo Takano per l’Istituto Bibliografico Italiano di Musicologia. 

Presente in numerose antologie, tra gli studi critici a lui dedicati ricordiamo: Cesare Milanese su Il Centro della Rosa, nel 2000; Sandro Montalto, su “Hebenon”, nel 2000; Giorgio Linguaglossa, su Appunti Critici, La poesia italiana del Tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte Scettro del Re, 2002; La nuova poesia modernista italiana Edilet, 2010; Dante Maffia in Poeti italiani verso il nuovo millennio, Scettro del Re, 2002; Donato Di Stasi su Il Doppio Sguardo, nel 2007; Plinio Perilli, per Poetic Dialogue. È presente con dieci poesie nelle Antologie curate da Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, 2016) e Il rumore delle parole (EdiLet, 2015)

Con Giulia Perroni ha creato il Circolo Culturale Aleph, in Trastevere, dove svolge attività di organizzatore e di relatore dal 2000 in incontri letterari, dibattiti, conferenze, mostre di pittura, esposizioni fotografiche, attività teatrali. Ha organizzato incontri culturali al Campidoglio, un Convegno su Moravia, e alla Biblioteca Vallicelliana di Roma.

 

 

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15 POESIE di Giorgia Stecher da “Altre foto per album” (1996) – Commento di Roberta Costanzo su una poesia “Sono sempre con me” di Giorgia Stecher con un Commento di Giorgio Linguaglossa. felicemente anacronistica e inattuale la poesia della Stecher, un po’ come quella di Ripellino, di Helle Busacca, di Maria Rosaria Madonna,

stecher il venerdì santo a Palermo gli incappucciati
il venerdì santo a Palermo, processione degli incappucciati

 Roberta Costanzo

Commento alla poesia, “Sono sempre con me” (1996) di Giorgia Stecher

Già dalla prima parola della poesia, “Sono”, si potrebbe evincere il probabile intento della poetessa circa la necessità di riedificare la vita spazzata dal tempo, che scorre inarrestabile: “sono” si riferirebbe forse ad una dimensione presente, nella quale far rivivere il tempo passato e coloro che ne fanno parte. Infatti “sono” è associato ad un tempo passato, cioè “andarono”, che si richiama ad una sfera temporale compiuta e trascorsa. Il passato si può forse recuperare e salvaguardare in un eterno presente solo grazie al potere della parola trascritta e alla fotografia. Infatti, nonostante “quelli che se ne andarono” fisicamente non esistono più, potranno questi avere vita in un’altra dimensione, che risiede nell’anima della poetessa, e che questa ha tentato di ancorare con l’arte. E infatti sembrerebbe presente nel componimento questa sorta di contrapposizione tra un non esserci più fisicamente e una possibilità di abbattere i limiti della morte e dell’oblio per resistere alla fatalità dell’essere “inghiottiti dal gelo della notte”. I protagonisti delle foto, di cui sarà data una chiara e sobria descrizione dalla Stecher nel corso del suo Album, cioè i parenti di cui si vuole conservare il ricordo per restituir loro la vita attraverso la parola e l’arte, vorrebbero infatti resistere alla violenza del buio cui li costringerebbe l’oltrepassare quella “soglia”, da alcuni forse malinconicamente attesa e da altri forse combattuta attraverso una vita trascorsa “col passo trionfante”. Essi credono forse di aver trovato lo strumento, per proseguire l’esistenza, “nel forziere”, dove sono contenute le foto da inserire nell’album, in modo tale da ottenere così “una fetta cospicua di minieternità”. Tuttavia, brutale e crudele distruttore della memoria non è soltanto il tempo, ma qualcosa di peggio che incombe sul mondo moderno, ossia l’universo tecnologico che distruggerebbe la stessa temporalità, facendo scorrere velocemente le immagini e l’una disgregata dall’altra. La poetessa sembrerebbe voler attuare il procedimento inverso a questo e resistere così all’abbattimento di un mondo autentico e ricco di valori, che forse rinchiude nella sua Sicilia: contro la frammentazione del tempo in singoli frame privi di senso logico e di legame, la poetessa riunisce nel suo album foto e parole che formino una successione temporale. Ed è proprio questa successione temporale che alimenta il ricordo e dunque la vita. Infatti, di coloro che fisicamente non ci sono più, perché “un turbine li spazzò via ad uno ad uno / nel volgere di un giorno”, può esserne conservata la memoria nella “cineteca del ricordo” intima e personale della poetessa. Quest’ultima espressione parrebbe una sorta di metafora ironica per così dire “opporsi” al vero significato della parola “cineteca”, afferente al mondo tecnologico e cinematografico (che procedono per frammenti e spezzano la durata!), che la poetessa cerca di combattere attraverso il potere dell’arte e della parola. Con quella metafora, forse, la Stecher avrebbe voluto contrastare la distruzione del senso della vita e dei ricordi di un mondo autentico, attuata da quell’altro fasullo. Per questo assocerebbe la parola “cineteca” a “ricordo” (ironicamente forse), cioè ad un’altra che può essere attivata soltanto dalla poesia e non certo dalle pellicole cinematografiche, che al contrario spezzano i ricordi e disorientano. Inoltre sembrerebbe che la via dell’arte possa anche non essere vittoriosa contro quella devastante che sopprimerà tempo, purezza e durata, in quanto la poetessa può solo emettere “zufoli”, piccoli bisbigli, per evocare i propri cari e i valori antichi ch’essi rappresentano, non parole a voce ben alta e scandita. Allo stesso modo, la “fetta cospicua di minieternità”, che questi “credono” (“credendo”) di guadagnarsi tramite lo scatto della foto, non è certo che resista alla distruzione, forse proprio per la presenza di questo verbo che ha sfumatura dubitativa, “credere”. Nonostante tutto, la scommessa di non cedere al buio dell’oblio e della morte sembrerebbe essere fortemente presente in tutta la raccolta, così come parrebbe presente una forza positiva di speranza, affinché i valori autentici della vita non vengano scavalcati dall’impeto furioso e disgregante della tecnologia.

stecher zia Carmela

foto d’epoca

In questo componimento si potrebbe intravedere, in modo abbastanza saldo, la necessità di salvare i ricordi e la vita dal rischio della dimenticanza: “Foto foto foto”, nell’incipit, è ripetuto per tre volte, volendo forse trasmettere quel bisogno insistente di mantenere un contatto con la vita che scorre, imprimendola attraverso l’arte. D’altra parte le “foto” costituiscono la perfetta manifestazione artistica della contemporaneità, in quanto espressione del mondo tecnologico, e possono dunque essere d’aiuto nel compito di resistere all’oblio. Tuttavia, forse si potrebbe cogliere una metafora tra “l’album” come oggetto fisico in cui sono contenute le foto, e la memoria della poetessa che deve contenere i ricordi dei propri cari: entrambi sono “insufficienti a contenerle” per il costante trascorrere del tempo, ma non per questo il compito di “Recherche” deve essere abbandonato, anzi proprio perché quelle foto e quei ricordi “tutte, tutte richiamano attenzione”, è necessario proseguire su questa strada, permettendo all’arte di vincere il nulla, quasi fosse un compito morale della poetessa stessa. L’inevitabile fuggire del tempo, i cambiamenti ineluttabili che investono il mondo antico seppellendolo, di cui una traccia potrebbe essere data dalla parola “buttate”, che riferita alle foto “degli scantinati” alluderebbe forse alla brutalità della dimenticanza di quel mondo e dei suoi valori da non far sommergere dalla modernità (“Dovrò recuperare quelle antiche”), possono essere contrastati forse attraverso l’arte e la parola. Soltanto esse potranno dare barlumi di salvezza agli istanti e alla vita che trascorre: il flash, come la parola, può rispondere al desiderio di chi non vuol perire, sepolto dal buio della dimenticanza (“Gli interessati poi son lì che bussano / che pressano mi dicono: Che perlomeno / di noi rimanga un flash.”), imprimendo quell’attimo per sempre e inserendolo in un tempo nuovo, ricostruito nella memoria. In questo componimento non sembrerebbe mancare, inoltre, un lieve e ironico accenno allo sfondo storico, quando la poetessa ricorda la figura di Eufemio e della guerra che combatté: “quelle d’Eufemio da ufficiale, (meriterà un ricordo la sua guerra!)”.  

Sono sempre con me

Sono sempre con me
quelli che se ne andarono
inghiottiti dal gelo della notte!
Alcuni sedevano miti sulla soglia
guardando il dispiegarsi degli eventi
in recondite stanze architettati
Altri solcavano la vita
col passo trionfante distribuendo
fulmini e blandizie tutti
però credendo di avere nel forziere
una fetta cospicua di minieternità.
Un turbine li spazzò via uno ad uno
nel volgere di un giorno! Di loro
ben poco è rimasto
oltre la cineteca del ricordo
a cui ho accesso io sola
ed all’antologia delle canzoni
che zufolo nell’intento di evocarli.

stecher donna seduta

foto d’epoca

Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

Della svizzera palermitana Giorgia Stecher scomparsa nel 1996 di cui ricordiamo Quale Nobel Bettina (Palermo, 1986), Album (Palermo, 1991), Altre foto per album (Roma, 1996), presentiamo qui quattordici poesie tratte dal suo ultimo libro. Ho scritto della sua poesia in Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana (1945-2010) EdiLet, Roma, pp. 300 € 16:

«Abbiamo tutti gli elementi di disinteressata autenticità che fanno di un poeta un piccolo classico. Una poesia che interpreta la memoria attraverso la lettura di alcune vecchie fotografie di famiglia.
Libro compiuto, adulto, opera di un poeta giunto alla piena maturità, documento artistico e spirituale tipico di quella sensibilità di fine Novecento che ha trovato nel Manifesto della Nuova Poesia Metafisica (n. 7 «Poiesis», 1995) una significativa esemplificazione. Poesie nate da fotografie perdute e poi ritrovate; si badi, non poesie di “derivazione” ma recherche di un “tempo perduto”, ricostruito con la sensibilità «postuma» di un poeta che alla poesia chiede la ricostruzione di un mondo tramontato sotto l’obblivione dell’epoca tecnico-scientifica. Nella deriva del Tempo, Giorgia Stecher arresta e ricostruisce l’attimo e la temporalità, i destini individuali e collettivi. La verità si staglia non alla luce del sole ma alla luce del flash. Nell’epoca del telecomando e del televisore, è la foto ingiallita dal tempo che rivela il mondo». Con le parole della Stecher: «È accaduto che, dopo la pubblicazione del mio Album nel 1991, siano venute alla luce altre foto dimenticate nei cassetti e negli angoli più riposti della casa e della mente. È pure accaduto nel frattempo, che altri personaggi ed eventi abbiano richiesto, anzi reclamato, un flash per entrare a far parte della raccolta, accanto agli attori che avevano avuto la ventura di precederli. Questo nell’illusione di guadagnarsi così un diritto di sopravvivenza peraltro arduo se non improbabile ma ben consapevoli che in ogni caso ciò che non è scritto (o in qualche modo registrato) non esiste. Sono stati, come si vede, accontentati. Anche perché nell’Album c’erano, e ci sono ancora, numerose pagine vuote».

stecher Bicicletta d'epoca con uomo e donna primi 900

foto d’epoca

Si è parlato tanto, e a dismisura, del «parlato» e del «quotidiano» in questi ultimi 30 40 anni che si è finito col perdere il significato di quei vocaboli. Da un punto di vista generale, tutto è «parlato», e ci si è dimenticati del «chi parla» e per «che cosa» si parla e «per chi». Così, è passato in secondo piano che il poeta parla sempre a qualcuno (altrimenti lo si dovrebbe prendere per matto), magari quel qualcuno è se stesso, e parla con qualcuno anche quando non parla con nessuno, questo è sempre un qualcosa di oggettivo: dico il «nessuno», un qualcosa che esclude gli altri. Che la poesia italiana da Giovanni Giudici, con La vita in versi (1965) in giù, si sia incamminata verso una strada sempre più stretta e asfittica è una tesi sulla quale io insisto da tempo; che occorresse un correttivo a questo cinetismo della poesia italiana è un fatto che i più accorti e acuti lo hanno notato da tempo… In questa accezione, la rivalutazione di poeti che hanno operato («referenzialisti, realisti metafisici, metaforisti, surrazionalisti») negli anni Ottanta Novanta in aperto anacronismo e inattualità, come Giorgia Stecher, è una operazione assolutamente necessaria per tentare di contro bilanciare il cedimento ai linguaggi poetici «metallizzati» da sentimentalismi spurii e incongrui o da eccessi di «quotidiano», con tutto un effluvio di esternazioni e singulti dell’anima offesa e violata (sono state citate Mariangela Gualtieri e femminili compagne di strada) con il tema del «patetico» messo in vetrina. Nulla di più estraneo a ciò nella poesia di Giorgia Stecher rispetto alla teca del cuore delle autrici al femminile pubblicate in questi ultimi lustri a dismisura. Qualcuno ha anche detto, non a torto, che si è verificata in questi anni una «femminilizzazione» dei linguaggi poetici, ironicamente annotando il «patetico» e il «femminile» di tali scritture, 

stecher alla guida

foto d’epoca

Per tornare a Giorgia Stecher, a distanza di venti anni dalla pubblicazione dell’ultimo suo libro, Album (1991) e Altre foto per album (1996), non possiamo non notare la perfetta corrispondenza nello stile tra tasso di referenzialità (le fotografie ingiallite dal tempo) e indice di utilizzazione del «parlato» tutto innervato nel e sul referente. Non vedo traccia di patetismo in questa operazione della Stecher, è un linguaggio poetico che evita il facile e scontato riferimento ai linguaggi della piccola borghesia in via di definitiva mediatizzazione; anzi, la scelta del tema e la tematizzazione stilistica dei suoi due ultimi libri indirizzano la sua operazione verso una poesia senza interlocutore, priva cioè di agganci col sociale immediato e tantomeno con l’attualità, o con quello che si considerava (e forse anche oggi con gli opportuni distinguo) si considera di «attualità». Oggi definirei felicemente anacronistica e inattuale la poesia della Stecher, un po’ come quella di Ripellino, di Helle Busacca, di Maria Rosaria Madonna. Per questi motivi ritengo augurabile la rilettura della poesia della Stecher per ricostruire e capire che cosa è avvenuto davvero nella poesia italiana dei decenni finali del Novecento.

stecher figura femminile

foto d’epoca

14 Poesie di Giorgia Stecher

da “Altre foto per album” (1996)

Il bisnonno

Accorso al molo tu
chiamavi le barche: Teresa
Carmelina dove siete?
Sornione il mare ti lambiva
i piedi come il mostro placato
dopo il pasto tra i resti
del banchetto e tu
a strapparti i capelli disperato.
Di te questa l’immagine
che m’hanno consegnato e a nulla
vale guardare il mezzobusto
che ti immortala grave ma quietato
sopra l’emblema inutile dell’àncora.

La bisnonna

In un cassetto serbo ancora
i tuoi denti che non ho avuto
il coraggio di buttare da quando
una tua figlia me li diede quale
macabro dono a tuo ricordo.
Il diabete pare te li avesse
giocati e l’insistenza tua
nel non curarlo. Ti chiamavi Natala
(pensa che nome!) portavi una mantella
ricamata la tua saggezza dicevano
(ora chi più ne parla?) era nota.
Alla mia nonna a lei così sedentaria
pungesti i piedi con un ago sottile
la volta che si scostò dalla tua gonna!

Zia Carmela

Dunque Carmela amava Salvatore e Salvatore
Carmela ma i genitori opposero un diniego
grande quanto la palizzata alla marina.
Ma questa poi crollò col terremoto giammai
il diniego che li vide persi, persi e dispersi
in divergenti strade sepolti sotto le pietre
del rimpianto. Storie datate novecentosette
da noi lontane anni luce come del resto tu
nella tua posa la testa reclinata sulla spalla
gli occhi sgranati a chiedere ragione.

.
Nonna Teresa

Che dignitoso commiato il tuo
nonna Teresa, in pieno consapevole,
recitando preghiere tanto ch’ebbi
il coraggio di dirti: Quando
sarai lassù… (che ci salissi
non esisteva dubbio) “Sì pregherò
per te”. Eppure avevi trascorso
la vita senza muovere un dito
senza mai una battaglia; quell’unica
che affrontasti, la più dura, senza
battere ciglio la vincesti.

stecher alla guida

foto d’epoca

L’Altra Nonna

Di te ricordo i capelli
suddivisi in due bande da una riga
e la trappola per topi che inventasti
servendoti di un ditale e di una pentola.
Dicevano di te ch’eri una gran signora
che avevi il mestolo d’oro e molto argento,
prima della sterzata della stella.
Mi è rimasto il tuo nome soltanto
ed un ventaglio che col vento
che tira qui da noi, è superfluo
agitare, per soffiarsi.

Nonno Franz

Mi chiedo spesso quale nodo di vento
abbia portato qui mio nonno
da Zurigo. Eppure trovò bene
in questa terra: intraprese commerci
sposò una del luogo visse ricco e ossequiato
con carrozze e livree fin quando
una sterzata della stella
lo mandò bruscamente ruzzoloni.
Da bravo zurighese affrontò con decoro
la caduta. A ricordo dei vecchi fasti
osservò fino in fondo l’etichetta
mantenne sempre a pranzo l’antipasto
mai domenica trascorse senza il dolce.

Foto di Parente Sconosciuta

En souvenir de ta soeur c’è scritto giù
nell’angolo data due maggio novecentotredici
e tu stupenda contro una finestra un profilo
perfetto da cammeo, le braccia abbandonate
perfettissime, collo vestito perle
acconciatura talmente belli da sembrare
finti. Eppure sei esistita, col tuo francese
spedito ineccepibile e gli squisiti modi
da gran dama, lo diceva la Gina che sapeva
tutte le vecchie storie di famiglia,

Zia Angelina

Portavi sette calze una sull’altra,
a scopo mimetizzante pare
di inaccettate magrezze.
Inverosimili cose cucinavi
come i baccelli di fave
e altre delizie. Ma questi
e altri ancora furono i vezzi
di una vecchiaia triste (a cosa
mai non ci conducono gli anni!)
inimmaginabile, quanto diafana
dama al belvedere, sotto un cappello
di rose ti nascondevi dal sole.

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Mario De Biasi_ 1954 stampa d’epoca

Foto di mia Madre

Nella foto con sulla testa
un secchio capovolto (che moda
fu mai quella dei tuoi tempi!)
hai scritto: Qui sono scappata dal serraglio.
Ma intorno non si sospettano leoni
né tracce d’altre fiere. Da un’altra
gabbia invece poi fuggisti e fu
una gara tra galline e galli
per gridare allo scandalo inaudito.
La tua incuranza fu la loro pena
perché non c’è di peggio per i polli
che di veder fuggire un prigioniero.

Foto di Nonno Peppino con Orologio

Accanto al letto tengo
ancora il tuo Roskopf che
settant’anni fa comprasti
a Boston. Certo non posso dire
che adesso segni il mio tempo
(fa un baccano d’inferno, la sua
giornata a me sembra più corta)
ma se gli do la corda lui
riparte spedito come in quel
giorno del quarantanove in cui
lo raccolsi sopra la consolle,
da te dimenticato per altro
appuntamento ormai partito.

.
Foto di gruppo con zia Nata

Questa mi pare sia del trentanove:
Aldo bambino ha una smorfia
sul viso per il sole, io sono gongolante
per avere trovato non so dove l’involucro
luccicante di un cioccolatino;
Dietro tu e le altre zie – le adulte –
col vento che vi corre tra i capelli
e sullo sfondo naturalmente il mare
con una grande nave che pazienti aspettammo
si disponesse dentro l’obiettivo.

Con Luciana al Mare

Abbiamo costumi uguali di cretonne
a bolle bianche sopra un fondo rosso
però i colori li sappiamo noi
perché la foto mica li rivela. Io
magra come un chiodo tu opulenta
strizziamo gli occhi, siamo contro sole.
S’intravedono appena dietro di noi
le baracchette bianche che ospitarono
i nostri giorni da favola quelli che
a ricordarli ci riportano in mente
la bicicletta i balli le canzoni
gli sguardi dei ragazzi per te sola.

Foto di Maria Nicosia con altre Amiche

Siamo venute bene in questa luce
tra gli angeli scolpiti e le colombe
sulla coppa d’opale che comprammo
ad Assisi un’estate. Rosa che canta
Mimma che dipinge Ida che sta in Duetto
dentro un libro io che declamo Prenditi
la casa. Tu la regista che con occhio
amorevole ci assembla ci suona al pianoforte
The Man I Love ci porge il liquorino
della sosta tra un viaggio e l’altro
tra una fuga e un ritorno alla sua riva.

.
Foto della poetessa Maria Costa sulla Riviera Paradiso

.
Vieni fuori da un’acqua turbinosa
mentre soffia il grecale alla marina.
Porti ricci di mare nei capelli
e attorno alle tue vesti guizzano pesci.
Che fantastiche storie ci racconti
di trombe d’aria, di lontri, di feluche,
di mastri calafati, pesci spada, di naufragi
e ritorni fortunosi. Così anche noi smemorati
d’incanti torniamo alle magie di questa riva
che ci riporti intatta ripopolata di barche
e di sirene. Non dev’essere scherzo del destino
se il luogo privilegiato che t’accoglie
è chiamato da sempre Paradiso.

.
Roberta Costanzo è nata a Catania nel 1992, dove abita ed è laureanda in Lettere con una tesi su Giacomo Leopardi

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Ernst Meister (1911-1979) – Poesie scelte – “Il rigor mortis delle parole” – Traduzione di Stefanie Golisch con un Commento laconico di Giorgio Linguaglossa

 

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Partitura musicale di Gyorgy Ligeti

Il poeta Ernst Meister (1911-1979) nacque, visse e morì a Hagen, una città media in Vestfalia, volutamente al margine della vita letteraria mondana.
Negli anni ’30, Meister aveva studiato teologia, letteratura, storia dell’arte e filosofia prima di essere chiamato al fronte. Dopo la guerra cominciò ad elaborare le sue esperienze sotto forma di poesia e prosa. Dagli anni ’50 in poi, fino alla morte, si dedicò esclusivamente alla poesia. Togliere invece di aggiungere – questo fu il credo di Ernst Meister che nei suoi versi scarni allude alla condizione umana come una eterna domanda aperta.

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Gyorgy Ligeti Lux Aeterna (1965) Eclissi di sole

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Commento laconico di Giorgio Linguaglossa

Nel 1978, interrogato sulla sua poesia, il poeta tedesco diede questa risposta: «La mia poesia dice quello che so, ti dice quello che sai», laconico come sempre e modesto come nessun’altro. Si avverte nella poesia di Meister l’irrigidimento delle parole, quel rigore che proviene dal rigor mortis delle parole che sono state irrogate dal «negativo», e il poeta non fa nulla per dissimulare questo stato comatoso delle parole e della comunicazione poetica. Si avverte una sfiducia totale nella retorica e nei tropi, una attenzione spasmodica alla letteralità di un discorso ridotto ai minimi lessemi, un rigore kantiano e luterano, il rigore di chi ha vissuto l’orrore della seconda guerra mondiale e ne è stato testimone. Collocandosi nella linea che va da Hölderlin a Celan, Meister si pone come erede e testimone esemplare di una poesia che medita sulla impossibilità di poter dire, sulla indicibilità della comunicazione dell’esperienza poetica nella nuova civiltà nata dalle ceneri della seconda guerra mondiale. La prima raccolta, Monolog der Menschen, pubblicata quarant’anni prima, era appunto un monologo corale degli uomini, si avverte la consapevolezza o il timore che la voce singola non possa, non sia in grado di pronunciare il discorso poetico.
Credo, anzi, ne sono convinto, che pubblicare queste poesie nella traduzione di Stefanie Golisch, oggi in una Italia affetta dalla pratica di massa della poesia e dallo smarrimento filosofico e spirituale non può far altro che bene.
Dolorosamente colpito dal suicidio del suo amico Paul Celan nel 1970, Meister tenterà di seguire l’utopia di una dizione prossima all’enigma, scorticata e nuda, che rivela l’influenza delle letture, è stato detto, della teologia protestante e della filosofia di Heidegger, Schopenhauer e Nietzsche.

ernst-meister

ernst-meister

Ernst Meister Poesie scelte

.
JETZT
Jetzt.
Jetzt ist lange her.
Jetzt:
September −
nachmittags.

Geruch
warmer Asche.
So, als ob ich,
heute verbrannt,
selber die Asche wär.

Bin ich da?
Bin ich’s nicht?
Tellerrund
und von Äpfeln,
von Birnen schwer
ist das Licht.

Bin.
Bin mit den Blumen da.
Wimpern der Sonnen,
Kerne
in ihrem Pupillenkreis:
Augen,
meinen Augen ganz nah.

Bin nicht mehr?

Des Menschen Tag:
Im bronzenen Dunkel
ein Blitz.

Jetzt:
Ein September,
nachmittags.
JETZT
ist lange her.
 

ORA
Ora.
Ora è tanto tempo fa.
Ora:
settembre −
pomeriggio.

Odore
di calde ceneri.
Così come fosse io stesso,
bruciato oggi,
fossi le ceneri.

Sono qui?
Non sono io?
Rotondo come un piatto
e pesante di mele,
di pere
è la luce.

Sono.
Sono qui con i fiori.
Ciglia dei soli,
noccioli
nel cerchio delle pupille:
occhi,
vicini ai miei occhi.

Non sono più?
Il giorno dell’uomo:
nel buio di bronzo
un fulmine.

Ora:
un settembre,
pomeriggio.
ORA
è tanto tempo fa.

.
SEI DU MEIN SOHN
und zahl mir deine Schuldigkeit.
Ich, Leben, brauche den Tod,
ich, Zeit, die Ohnezeit.
Was plagst du dich,
da doch im Hellen steht
ein Liebesaug?
Du brauchst es nicht zu sehn.

SII TU MIO FIGLIO
e pagami la tua colpevolezza.
Io, vita, ho bisogno di morte.
io, tempo, del senzatempo.
Perché ti tormenti,
che nel chiarore c’è
un occhio d’amore?
Non occorre che tu lo veda.

.
DIE WORTE SIND FERTIG.
Umwunden von deinem Haar
ein jedes.
Dem ist
kein Räuber gewaltig,
wenn schon
die Sinne vergehen
beiden.
Nicht zu
vernichten ist
die Erscheinung.

LE PAROLE SONO FATTE.
Avvolte dai tuoi capelli
ciascuna.
Nessun ladro
può nulla
quando i due
perdono
i sensi.
Non può essere
distrutta
l’apparizione.

.
IM SCHLAF UND
in Schluchten des Schlafs,
wenn du der Einen begegnest,
die sich nach Lüsten
zu erkennen gibt
als die Tote
mit schlagendem Herzen,
als die Mittlere
des gemilchten Raums
voll Gelächter der Knie
und der Schenkel,
und dich wirft alsbald
ins Labyrinth
begreifbaren Traums.

NEL SONNO E
nelle gole del sonno
quando incontri Quella
che si svela
dopo il piacere come
la morta
con il cuore pulsante,
come quella in mezzo
alla stanza lattea
colma di risa delle ginocchia
e delle cosce,
e che ti getta presto
nel labirinto
del sogno comprensibile.

.

DER BLITZ
ist von eigener Hand
und entzündet
dein Haar.
Es komme
Feuersbrunst
Wo das Dach birst,
der Boden reißt.
Komm,
ein Frieren kommt,
das brennendste.

IL FULMINE
nasce nella propria mano
e accende
i tuoi capelli.
Che venga
un incendio
dove scoppia il tetto,
la terra si spezza.
Vieni,
viene un freddo,
il più scottante.

 

eclissi sole 2

eclissi di sole

.

WÜSST ICH, WOHER
Weinen kommt,
aus welchem
Himmelsblau…
Ich wills
Heimweh nennen
nach deinem
Herzschlag.

SAPESSI DA DOVE
viene il pianto
da quale
blu del cielo…
Voglio
chiamarlo nostalgia di casa
dei tuoi
battiti del cuore.

.

WELTLICHES, DAS WIR
lieben, welches
du liebst, war
mächtig genug.
Darum hast du uns
zu Fremdlingen gemacht
der Liebe. Das ist
noch im Tod
die Wunde.

COSE TERRENE CHE
amiamo, che
tu ami, furono
assai potenti.
Perciò ci hai reso
stranieri
dell’amore. Questo ancora
nella morte
è la ferita.

.

DICH MEINE ICH,
vorbei an der bloßen
Begierde, zu sein,
dich, vertauscht
an allen Gliedern.
Sind wir nicht
unseres Staubs
getröstet?
Ach, ich
gedenke an dich
in der Ewigkeitshöhle,
darin ja wohnt
jedermann.

INTENDO TE,
aldilà del mero
desiderio di essere,
te, scambiata
in tutte le membra.
Non è consolata
la nostra
polvere?
Ah,
ti ricordo
nella caverna eternità
dove
abita
ciascuno.

.

FERNER NACHHALL
der Liebe.
Anfang und Ende
wußt ich vermählt
im Nichts, dem Golde.
Nun aber
ist Ende allein.
Hundsmäßig
eß ich vom Troge,
den aufgestellt
im unteren Zwielicht
der lidlose Engel.

.
ECO LONTANO
dell’amore.
Sapevo
l’inizio e la fine
sposati
nel nulla, nell’oro.
Ma ora
è fine sola.
Come un cane
mangio dal trogolo
che l’angelo senza palpebre
posò
nel basso crepuscolo.

.

EIN KIND
blickt auf die Schale
voll Zeit,
sieht nippen
den grauen großmächtigen
Schmetterling,
ein Kind,
und geht,
schwarze Schafe zu hüten
im Finstern.

UN BAMBINO
guarda la ciotola
colmo di tempo,
vede sorseggiare
l’imponente farfalla
grigia,
un bambino
e va
a pascolare nere pecore
al buio.

*

Atemlos
so weit zu springen:
in die nächste
Nachbarschaft, die
allernächste zur
letzten
gesprochenen Silbe.

__

Senza respiro
saltare così lontano
nella prossima
vicinanza, la
più prossima,
verso l’ultima
sillaba pronunciata

Stefanie Golisch foto Diane Arbus

foto Diane Arbus

Stefanie Golisch, scrittrice e traduttrice è nata nel 1961 in Germania e vive dal 1988 in Italia.
Ultime pubblicazioni in Italia: Luoghi incerti, 2010. Terrence Des Pres: Il sopravvivente. Anatomia della vita nei campi di morte. A cura di Adelmina Albini e Stefanie Golisch, 2013. Ferite. Storie di Berlino, 2014. Nel 2016 sono in corso di stampa nove poesie di Stefanie Golisch nella Antologia Poesia italiana contemporanea Come è finita la guerra di Troia non ricordo a cura di Giorgio Linguaglossa per le edizioni Progetto Cultura di Roma

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Scomposizione e Ricomposizione dei «frammenti» di due poesie di Steven Grieco Rathgeb e Mario M. Gabriele ad opera di Ubaldo de Robertis e Giorgio Linguaglossa con un Commento di quest’ultimo – Siamo davanti ad una mutazione genetica della poesia contemporanea, ad un mutamento ontologico della Forma poetica. La scrittura per «frammenti». Che cosa significa?

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Madonna_ft__Andy_Warhol_by_Coralulu

Giorgio Linguaglossa

Vorrei scagliare una freccia in favore della scrittura per «frammenti». Che cosa significa? E perché?

 .

Innanzitutto, un presente assolutamente presente non esiste se non nella immaginazione dei filosofi assolutistici. Nel presente c’è sempre il non-presente. Ci sono dei varchi, dei vuoti, delle zone d’ombra che noi nella vita quotidiana non percepiamo, ma ci sono, sono identificabili. Così, una scrittura totalmente fonetica non esiste, poiché anche nella scrittura fonetica si danno elementi significanti non fonetizzabili: la punteggiatura, le spaziature, le virgolettature, i corsivi ecc.
La scrittura per «frammenti» implica l’impiego di una decostruzione riflessiva, la quale nella sua propria essenza, segue il tempo del «Presente» che sfugge di continuo, che si dis-loca. Il dislocante è dunque il «Presente» che si presenta sotto forma del «soggetto» significante (ricordiamoci che per Lacan il soggetto si instaura come rapporto con un significante e l’altro). Ma, appunto, proprio per l’essere una macchinazione significante, il «soggetto» non può mai raggiungere il pieno possesso del «significato».
In base a queste premesse, una scrittura logologica o logocentrica, non è niente altro che un miraggio, il miraggio dell’Oasi del Presente come cosa identificabile e circoscritta, con il versus che segue il precedente credendo ingenuamente che qui si instauri una «continuità» nel tempo. Questa è una nobile utopia che però non corrisponde al vero.
Io dico una cosa molto semplice: che l’utilizzazione intensiva ad esempio della punteggiatura e degli spazi tra le strofe produce l’effetto non secondario di interrompere il «flusso continuo» che dà l’illusione del Presente; produce lo spezzettamento del presente, la sua dis-locazione, la sua locomozione nel tempo. Introduce la differenza nel «presente».
Il non dicibile abita dunque la struttura del «presente», fa sì che vengano in piena visibilità le differenze di senso, gli scarti, le zone d’ombra di cui il «presente» è costituito.
Alla luce di quanto sopra, se seguiamo l’andatura strofica della poesia di Mario Gabriele, ci accorgeremo di quante interruzioni introdotte dalla punteggiatura ci siano, quante differenze introdotte dalla dis-locazione del discorso poetico, interpretato non più come flusso unitario ma come un immagazzinamento di differenze, di salti, di zone d’ombra, di varchi:

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Nonna Eliodora da giugno era scomparsa.
Stranamente oggi non ho visto Randall.
Mia amata, qui scorrono i giorni
come fossero fiumi e la speranza è così lontana.
Dimmi solo se a Boston ci sarai,
se si accendono le luci a Newbury Street.
Era triste Bobby quando lesse il Day By Day.
Oh il tuo cadeau, Patsy, nel giorno di Natale!

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bello diabolik-eva-kant-coppia

diabolik-eva-kant Roy Lichtenstein

Nella «Nuova poesia», non c’è un senso compiuto, totale e totalizzante e unidirezionale. Il senso si decostruisce nel mentre si costruisce. Non si dà il senso ma i sensi. Una molteplicità di sensi e di punti di vista. Come in un cristallo, si ha una molteplicità di superfici riflettenti. Non si dà nessuna gerarchia tra le superfici riflettenti e i punti di vista. Si ha disseminazione e moltiplicazione del senso. Scopo della lettura è quello di mettere in evidenza gli scarti, i vuoti, le fratture, le discontinuità, le aporie, le strutture ideologiche e attanziali piuttosto che l’unità posticciamente intenzionata da un concetto totalizzante dell’opera d’arte che ha in mente un concetto imperiale di identità. La nuova poesia e il nuovo romanzo sono alieni dal concetto di sistema che tutto unifica, che tutto «identifica» (e tutto nientifica) e riduce ad identità, che tutto inghiotte in un progetto di identità, che tutto plasma a propria immagine, in vista di una rivendicazione dell’Altro e della differenza come grande impensato della tradizione filosofica occidentale. In questa accezione, la decostruzione è una conseguenza della riflessione filosofica di Martin Heidegger. Infatti il disegno della seconda sezione di Sein und Zeit (1927) – rimasta alla fase di mera progettazione, per la caratteristica inadeguatezza del linguaggio della metafisica – risuonava come una “distruzione della storia dell’ontologia”, in nome di una ontologia fenomenologica capace di assumere di «lasciar/far vedere il fenomeno per come esso si mostra» (Derrida) – a far luogo da un linguaggio rinnovato alla radice (ripensato), filosoficamente (nell’accezione ordinaria del termine) scandaloso.
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Un esperimento con la poesia
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Mi sono permesso di fare un esperimento con la poesia di Mario Gabriele come ha fatto Ubaldo De Robertis con la poesia di Steven Grieco Rathgeb.
Ho diviso la poesia in 8 strofe o frammenti e poi ho ricomposto i frammenti (o strofe) con un’altra disposizione e conseguenzialità logico estetica, questo per dimostrare che la poesia dei nostri giorni è molto diversa da quella dell’Alcyone (1903) di D’Annunzio postata stamane, lì non è possibile alcuna divisione e ricomposizione dei versi per la semplice ragione che la poesia è un flusso continuo dove il precedente ha una sua ragion d’essere ontologica che non può essere sostituita da altro brano o strofe senza compromettere il tutto e rischiare di far crollare la costruzione estetica del poema.
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Le due poesie di Mario Gabriele e di Steven Grieco Rathgeb, ricomposte da me e da Ubaldo De Robertis, possono vivere mediante varie ricomposizioni. Come nel giovo del puzzle, le singole tessere possono trovare diversi alloggiamenti tanti quanti sono i contesti diversi. La suddivisione in frammenti e la successiva ricomposizione dei medesimi costituisce la VERIFICAZIONE DELL’ESPERIMENTO. Esso dimostra che la poesia di oggi è ontologicamente mutata rispetto a quella di inizio secolo. La poesia moderna è già frammento al suo nascere.  Le composizioni possono essere smontate e rimontate secondo il gusto e le preferenze dei singoli lettori. È incredibile, il lettore può intervenire cambiando l’ordine polifrastico degli addendi.
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Per chi non l’abbia ancora capito, qui siamo  dinanzi ad una vera e profonda novità della poesia contemporanea: essa è «frammento» e la sua procedura ontologica è la ricomposizione di «frammenti». Ciò non vuol dire che la poesia dei nostri giorni abbia perso qualcosa rispetto alla poesia della tradizione o che sia migliore o peggiore. Direi molto semplicemente che essa ha mutato il suo codice genetico, è diventata una cosa molto diversa, che offre delle possibilità espressive incredibilmente ampie e imprevedibili. Qui non siamo più nella forma aperta teorizzata da Umberto Eco nel 1962, abbiamo fatto un passo ulteriore, qui siamo nella forma composta di polinomi frastici che si dividono e si possono ricomporre seguendo diversi criteri compositivi.
Siamo davanti ad una mutazione genetica della poesia contemporanea.

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bello Andy-Warhol-painting

Andy-Warhol-painting

Poesia originale di Mario M. Gabriele

Una fila di caravan al centro della piazza
con gente venuta da Trescore e da Milano
ad ascoltare Licinio:-Questa è Yasmina da Madhia
che nella vita ha tradito e amato,
per questo la lasceremo ai lupi e ai cani,
getteremo le ceneri nel Paranà
dove abbondano i piranha,
risaliremo la collina delle croci
a lenire i giorni penduli come melograni,
perché sia fatta la nostra volontà.-
Un gobbo si fermò davanti al centurione
dicendo:- Questo è l’uomo che ha macchiato
le tavole di Krsna, distrutto il carro di Rukmi,
non ha avuto pietà per Kamadeva,
rubato gioielli e incenso dagli altari di Nuova Delhi.-
-Allora lasciatelo alla frusta di Clara e di Francesca,
alla Miseria e alla Misericordia.
Domani le vigne saranno rosse
anche se non è ancora autunno
e spunta il ruscus in mezzo ai rovi-, così parlò Licinio.
Un profumo di rauwolfia veniva dal fondo dei sepolcri.
Carlino guardava le donne di Cracovia,
da dietro i vetri Palmira ci salutava
per chissà quale esilio o viaggio.
Nonna Eliodora da giugno era scomparsa.
Stranamente oggi non ho visto Randall.
Mia amata, qui scorrono i giorni
come fossero fiumi e la speranza è così lontana.
Dimmi solo se a Boston ci sarai,
se si accendono le luci a Newbury Street.
Era triste Bobby quando lesse il Day By Day.
Oh il tuo cadeau, Patsy, nel giorno di Natale!

.

bello

Ricomposizione in frammenti della stessa poesia ad opera di Giorgio Linguaglossa

.
1) Mia amata, qui scorrono i giorni
come fossero fiumi e la speranza è così lontana.

2) Dimmi solo se a Boston ci sarai,
se si accendono le luci a Newbury Street.
Era triste Bobby quando lesse il Day By Day.
Oh il tuo cadeau, Patsy, nel giorno di Natale!

3) Questa è Yasmina da Madhia
che nella vita ha tradito e amato,
per questo la lasceremo ai lupi e ai cani,
getteremo le ceneri nel Paranà
dove abbondano i piranha,
risaliremo la collina delle croci
a lenire i giorni penduli come melograni,
perché sia fatta la nostra volontà.

4) Nonna Eliodora da giugno era scomparsa.
Stranamente oggi non ho visto Randall.

5) Una fila di caravan al centro della piazza
con gente venuta da Trescore e da Milano
ad ascoltare Licinio:-

6) Un gobbo si fermò davanti al centurione
dicendo:- Questo è l’uomo che ha macchiato
le tavole di Krsna, distrutto il carro di Rukmi,
non ha avuto pietà per Kamadeva,
rubato gioielli e incenso dagli altari di Nuova Delhi.-

7) Un profumo di rauwolfia veniva dal fondo dei sepolcri.
Carlino guardava le donne di Cracovia,
da dietro i vetri Palmira ci salutava
per chissà quale esilio o viaggio.

8) -Allora lasciatelo alla frusta di Clara e di Francesca,
alla Miseria e alla Misericordia.
Domani le vigne saranno rosse
anche se non è ancora autunno
e spunta il ruscus in mezzo ai rovi-, così parlò Licinio.

.

Bello warhol_marilyn

warhol_marilyn

Ricomposizione di una poesia di Steven Grieco Rathgeb ad opera di Ubaldo de Robertis

.

A proposito della continuità nel tempo riferita allo scorrere dei versi, ho provato a leggere la straordinaria composizione di Steven Grieco Rathgeb rispettando in modo assoluto le spaziature poste dall’autore, ma nell’ordine indicato dai numeri che mi sono permesso di riportare nel testo.
Il mistero è dunque che la poesia: IL BUON AUGURIO, pur rovesciata come un calzino (l’ultimo verso coincide con il primo- diceva Borges), mantiene INTATTO tutto il suo fascino comunicativo, anzi, la lettura nei due sensi, in sequenza, accresce il suo valore e la “spiega” come un lenzuolo esposto al sole.
Aggiungo poi che Steven Grieco Rathgeb, poeta dai molti idiomi, sa collocare nei propri versi i termini, le parole più consone! Eh, sì, cara Stefanie Golisch, quelle che lei definisce “belle paroline” io le chiamerei: “qualcosa di più conforme” (Leopardi insegna) che al poeta vero viene naturale, lasciando da parte retorica e superlativi, assecondando lo spirito di finezza. Quello di geometria, quello sì, lo lasciamo ai letterati della domenica.

.

Steven Grieco Rathgeb
IL BUON AUGURIO (Poesia ricomposta ad opera di Ubaldo de Robertis)

.
13 -La vita era reale, splendida; e profondamente nascosti
in noi gli alberi, i primi iris mirabili nella luce nera.
Il paesaggio diurno senza sogni, senza nascondigli.

.
12-“FERMI!”
– esclamò d’un tratto il Regista –
“Avete studiato le vostre parti troppo a fondo!
Non siete più voi stessi! Tutto da rifare!”

.
11-Ci fermammo di colpo, profondamente scossi.

.
10 -Poiché nelle sue parole, in effetti, nulla si era fermato:
e più chiari che mai il palco su cui stavamo, le
scenografie spente, il cerone che ci imbrattava il viso.

.
9-Non c’era dubbio: era stato commesso un furto ignobile.
E noi, del tutto ignari.

.
8-Poi ancora un urlo dietro le quinte: “Il mondo non va più da sé!
Fate qualcosa!”
e tonfi sull’assito, e le grida di stupore
visibili nell’aria che veniva lacerandosi di traverso.

.
7-«Mmmm…» mormorò rapito il Regista, sprofondato
nella sua poltrona, gli occhi rivolti in su: quasi gioisse
di queste fronde d’albero che stormivano solo immaginandosi:
quasi prendesse il largo un re dalla mantella azzurra
in una barca sull’oceano.

.
6-Allora cercai il tuo viso nell’estrema durezza del riflesso:
ma da noi sorgevano mille profondità:
non semplice amalgama di ombre e sabbia,
luce respinta: una forma umana dal corridoio, giù in fondo,
superando seppur di sbieco uno dopo l’altro i rovelli,
non più derubata, fermo lo sguardo,
avanzava oltre i molti presenti in ogni dove,
la folla di nichilisti che spingeva,
tormentandosi nel buio.

.
5-Ancora guardai nello specchio. Era una finestra,
e il paesaggio là fuori, un inaspettato presagio:
i campi di grano, morbida onda prossima alla mietitura
mentre un fiume verde-bruno muoveva tra le sponde
rallegrandosi dei suoi riflessi azzurri;
e più avanti, dove i salici d’argento disperdono nivei fiori
solo per celare, come all’inizio di un verso,
l’usignolo di Chông.

.
4-Ancora gridò la voce assordante fuori campo:
“NON VEDETE come tutti ve la danno a bere?”

.
3- In effetti, il buio era più fitto che mai.
Ma proprio là dentro, nel cuore dello sguardo cieco
sorgeva questo tasso d’intensità sconosciuto,
come se noi irradiassimo una visione.

.
2-Come se non fossimo altro che noi stessi.

.
1- Aveva ragione da vendere, il Regista.
La partita l’avevamo stravinta.
.
bello 1.

Poesia originale di Steven Grieco Rathgeb
IL BUON AUGURIO

.
La vita era reale, splendida; e profondamente nascosti
in noi gli alberi, i primi iris mirabili nella luce nera.
Il paesaggio diurno senza sogni, senza nascondigli.

“FERMI!”
– esclamò d’un tratto il Regista –
“Avete studiato le vostre parti troppo a fondo!
Non siete più voi stessi! Tutto da rifare!”

Ci fermammo di colpo, profondamente scossi.

Poiché nelle sue parole, in effetti, nulla si era fermato:
e più chiari che mai il palco su cui stavamo, le
scenografie spente, il cerone che ci imbrattava il viso.

Non c’era dubbio: era stato commesso un furto ignobile.
E noi, del tutto ignari.

Poi ancora un urlo dietro le quinte: “Il mondo non va più da sé!
Fate qualcosa!”
e tonfi sull’assito, e le grida di stupore
visibili nell’aria che veniva lacerandosi di traverso.

«Mmmm…» mormorò rapito il Regista, sprofondato
nella sua poltrona, gli occhi rivolti in su: quasi gioisse
di queste fronde d’albero che stormivano solo immaginandosi:
quasi prendesse il largo un re dalla mantella azzurra
in una barca sull’oceano.

Allora cercai il tuo viso nell’estrema durezza del riflesso:
ma da noi sorgevano mille profondità:
non semplice amalgama di ombre e sabbia,
luce respinta: una forma umana dal corridoio, giù in fondo,
superando seppur di sbieco uno dopo l’altro i rovelli,
non più derubata, fermo lo sguardo,
avanzava oltre i molti presenti in ogni dove,
la folla di nichilisti che spingeva,
tormentandosi nel buio.
Ancora guardai nello specchio. Era una finestra,
e il paesaggio là fuori, un inaspettato presagio:
i campi di grano, morbida onda prossima alla mietitura
mentre un fiume verde-bruno muoveva tra le sponde
rallegrandosi dei suoi riflessi azzurri;
e più avanti, dove i salici d’argento disperdono nivei fiori
solo per celare, come all’inizio di un verso,
l’usignolo di Chông.

Ancora gridò la voce assordante fuori campo:
“NON VEDETE come tutti ve la danno a bere?”

In effetti, il buio era più fitto che mai.
Ma proprio là dentro, nel cuore dello sguardo cieco
sorgeva questo tasso d’intensità sconosciuto,
come se noi irradiassimo una visione.

Come se non fossimo altro che noi stessi.

Aveva ragione da vendere, il Regista.
La partita l’avevamo stravinta.

(1987-2012)

Steven Grieco a Trieste giugno 2013

Steven Grieco a Trieste giugno 2013

Steven J. Grieco Rathgeb, nato in Svizzera nel 1949, poeta e traduttore. Scrive in inglese e in italiano. In passato ha prodotto vino e olio d’oliva nella campagna toscana, e coltivato piante aromatiche e officinali. Attualmente vive fra Roma e Jaipur (Rajasthan, India). In India pubblica dal 1980 poesie, prose e saggi.
è stato uno dei vincitori del 3rd Vladimir Devidé Haiku Competition, Osaka, Japan, 2013. Ha presentato sue traduzioni di Mirza Asadullah Ghalib all’Istituto di Cultura dell’Ambasciata Italiana a New Delhi, in seguito pubblicate. Questo lavoro costituisce il primo tentativo di presentare in Italia la poesia del grande poeta urdu in chiave meno filologica, più accessibile all’amante della cultura e della poesia. Attualmente sta ultimando un decennale progetto di traduzione in lingua inglese e italiana di Heian waka.
In termini di estetica e filosofia dell’arte, si riconosce nella corrente di pensiero che fa capo a Mani Kaul (1944-2011), regista della Nouvelle Vague indiana, al quale fu legato anche da una amicizia fraterna durata oltre 30 anni.
protokavi@gmail.com

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Mario Gabriele volto 1Mario M. Gabriele è nato a Campobasso nel 1940. Poeta e saggista ha fondato la Rivista di critica e di poetica “Nuova Letteratura” e pubblicato diversi volumi di poesia tra cui il recente Ritratto di Signora 2014. Ha curato monografie e saggi di poeti del Secondo Novecento. Ha ottenuto il Premio Chiaravalle 1982 con il volume Carte della città segreta, con prefazione di Domenico Rea. E’ presente in Febbre, furore e fiele di Giuseppe Zagarrio, Mursia Editore 1983, Progetto di curva e di volo di Domenico Cara, Laboratorio delle Arti 1994, Le città dei poetidi Carlo Felice Colucci, Guida Editore 2005, Poeti in Campania di G. B. Nazzario, Marcus Edizioni 2005, e in Psicoestetica, il piacere dell’analisi di Carlo Di Lieto, Genesi Editrice, 2012. Si sono interessati alla sua opera: G.B.Vicari, Giorgio Barberi Squarotti, Maria Luisa Spaziani, Luigi Fontanella, Giose Rimanelli, Francesco d’Episcopo, Giuliano Ladolfi,e Sebastiano Martelli. Altri Interventi critici sono apparsi su quotidiani e riviste: Tuttolibri, Quinta Generazione, La Repubblica, Misure Critiche, Gradiva, America Oggi, Atelier. Cura il blog di poesia italiana e straniera L’isola dei poeti.

77 commenti

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DIALOGO tra STEVEN GRIECO RATHGEB e GIORGIO LINGUAGLOSSA sullo STATUTO del FRAMMENTO in POESIA con una composizione esemplificativa di Steven Grieco e Mario M. Gabriele La realtà frammentata; La forma aperta; Il frammento interrompe il flusso di ricezione; Velocità-rallentamento; La scrittura per “frammenti” e la Dis-locazione del Presente; Lo pseudo concetto imperiale di identità poetica e Alcune Poesie di René Char

  1. Gif FelliniSteven Grieco-Rathgeb

9 aprile 2016 alle 17:13 Modifica

Caro Giorgio, l’uso di frammenti per narrare una realtà frammentata come la nostra, sincopata nei ritmi, è interessante, è un tuo contributo ad una rinnovata riflessione sulla poesia. Che spero continuerai a sviluppare. Niente si ferma, tutto è in un continuo stato di flusso.
In diversi modi, i tuoi frammenti stanno vicino alla mia urgenza di rallentare il ritmo di arrivo della poesia alla fruizione del lettore.
Del tempo fa, nel contesto di un post di poesia di Edith Dzieduscycka su L’Ombra delle Parole, c’è stato un interessante dialogo con il Signor Pasquale Balestriere, il quale giustamente non capiva, in un primo momento, come la poesia possa avere un moto veloce e lento allo stesso tempo. Io ho cercato di spiegare che questo dipende secondo me tanto dalla mente che recepisce la poesia, quanto dalla poesia stessa.
Il frammento interrompe il flusso di ricezione, lo rende zackig, frastagliato, come dire, ma allo stesso tempo quel rallentamento libera il pensiero retrostante, libera l’ombra significante che segue le parole e le illumina. Ecco perché rallentamento in poesia si traduce spesso in un percepito aumento della velocità.
Ho studiato a lungo la poesia recente e meno recente per capire questa dinamica. Le prime volte era con i poeti moderni quando avevo 16-17 anni: mentre leggevo, d’un tratto si liberava una risonanza da una parola, o da un gruppo di parole, facendomi trasalire, come un uccello spiccava il volo e andava a posarsi in qualche altro punto della poesia, dove non avrei mai pensato: indicandomi con un sorriso segreto che la poesia stavo leggendo non veicolava soltanto pensiero e concetto, ma anche risonanze di pensiero e di concetto: e che dunque sopra la poesia, con il suo generico e pur ricco significato letterale, si estendeva una trama lucente di un altro significato, impossibile da cogliere se non per un attimo. Mi sembrava che questa trama fosse, in qualche modo, riflesso della psiche del poeta, la quale porta in sé il millenario abisso di civiltà, di cui il poeta è solo vagamente conscio – a lui, tuttavia, il merito di aver saputo veicolare quell’indicibile. Allora la poesia che leggevo mi diventava luminosissima, la riconoscevo come “grande”: un miracolo: essa esprimeva anche me: e mi dava licenza di ispirarmi ad essa perché io facessi un ulteriore passo nella ricerca del senso indecifrabile delle cose. Forse questo è il vero significato della parola “tramandare”, “tradizione”.
foto ipermoderno Louis Vuitton on the bridge

ipermoderno Louis Vuitton on the bridge

A scuola avevamo letto tantissimo Shakespeare, il nostro professore amava anche i poeti del Sei e del Settecento. Giustamente additava Alexander Pope come un gigante e maestro della forma classica, mai più, io penso, raggiunto. Ma quello strano sistema di risonanze che ho detto sopra lo sentivo più nei poeti dal Romanticismo in poi, e in particolar modo nei moderni, da Eliot in poi. Penso adesso che ciò fosse dovuto alla mia sensibilità di moderno. In questo senso, anche i Romantici inglesi erano moderni, grazie alla Rivoluzione Industriale. (Impossibile idealizzare l’operaio in fabbrica, come si era fatto con il contadino, nel suo idillico contesto campestre.)
Qualche anno più tardi, una volta che fui in grado di leggere l’italiano, sentii questo stesso fuggire di risonanze anche in un poeta come Montale.
Torno al concetto di rallentamento-velocità, che è un fenomeno, mi pare, nato in genere con il modernismo, e sorto forse anche involontariamente per rispecchiare l’ansia, l’incertezza esistenziale, che noi moderni abbiamo iniziato a vivere come quotidianità dopo che sono caduti gli idoli dell’Occidente, dopo che si è in genere stabilita la relatività delle cose di questo mondo.
I poeti scandinavi del secondo ‘900 sono maestri di questo procedimento. Tranströmer è solo uno di loro.
Velocità-rallentamento, in una forma molto simile, è un fenomeno fortemente presente nella modalità “dhrupad” della musica classica indiana. La quale lavora anche sui microtoni per tirare fuori la suggestione che vibra sopra al dettato musicale di base, sopra al succedersi sequenziale, lineare, delle note. Simile, come ho già detto, al poeta che scrive una poesia le cui parole suggeriscono qualcosa oltre il significato letterale. Certo, questo già lo si fa, ma si tratta, io dico, di notevolmente accrescere questa potenzialità che pure la musica, e la lingua hanno. Le parole che noi usiamo, e che siamo quotidianamente costretti ad usare quasi fossero gli spiccioli del nostro pensiero, sono antichissime, arcaiche, radicano in lingue e pensieri precedenti, in gran parte obliati, hanno una ricchezza immisurabile. E’ qui forse che sta il mistero della poesia (e della lingua) che diceva Salvatore Martino: semplicemente vaga percezione della “immensità di culture millennarie”, che appare nelle nostre parole, che però hanno anche una leggerezza assolutamente indispensabile perché gli esseri umani possano comunicare liberi fra di loro.
Poeta forse è anche colui che sa fare questo: intuire in ogni attimo quel vasto orizzonte, ma saperlo rendere leggero, fruibile all’uomo del suo tempo. Reintegrare l’uomo. Ecco perché una significativa comunicazione poetica con l’uomo di oggi non sarebbe possibile, secondo me e genericamente parlando, tramite la forma del sonetto. La comunicazione poetica già sembra impresa ardua con le forme “aperte”! Ciascun poeta dovrà attraverso i suoi tormenti trovare da sé la forma che va bene oggi, se è vero che il suo compito è prima di tutto raggiungere il lettore-ascoltatore esterno, il quale vive nella realtà di oggi, non nel passato. Le scelte a sua disposizione, e proprio grazie a questa caotica libertà che ci ritroviamo, sono molte. (Una, per esempio, è quella di Stefanie Golisch.) Non c’è niente di facile in tutto questo.
Il mistero, dunque, è ben più fitto di un verso di poesia luminoso e ben tornito.
Torno alla musica dhrupad: tutto il senso di quella musica sta nel suo continuo dispiegarsi adesso, nel suo apparente muoversi erratico, non-lineare, ciò che abbatte ogni sequenzalità stretta, aprendo molteplici spazi temporali. Perché essa tiene sempre in bilico il momento presente, affinché noi possiamo meglio afferrarne l’evanescenza. La concentrazione sul momento apre scorci impensati sugli altri tempi che pure noi conosciamo ma troppo velocemente abbiamo normalizzato e pensato di catalogare.
In poche parole: sia musica che scrittura seguono quello che appare come linearità nel tempo obbligata. Come allora suggerire quello che tutti che sappiamo, ossia che il nostro vivere, i nostri pensieri, tutto fanno fuorché seguire una traccia sequenziale obbligata?
Ecco cosa significa fruizione estetica di un’opera! Questo!
La musica classica occidentale fino a Bruckner e Wagner si basava sulla formula 1) presentazione di una problematica, 2) trattazione della stessa, 3) risoluzione della stessa – con tutte le sue complessità, chiaramente. Mahler ha sovraccaricato questa formula, l’ha inturgidita al massimo, fino a distruggerla. E infatti, dopo Mahler, alla musica occidentale liberata da quelle pastoie si è aperto un orizzonte allargato, immenso e spesso sublime. Che ha reso possibili grandissimi musicisti come Scelsi, Stockhausen, Cage, e quanti altri.
Io penso che la scelta oggi da parte di quasi tutti i poeti occidentali di ascoltare prevalentemente rock, jazz o musica classica tradizionale – e non Scelsi, Stockhausen, Ligeti, Jani Christou – spieghi in parte perché ci sono così grandi difficoltà a pervenire ad un linguaggio della poesia più in simbiosi con il presente; perché invece così spesso si finisce per praticare il minimalismo epigonico di forme già viste e variate all’infinito. La musica classica contemporanea è uno dei prodotti artistici più alti della cultura occidentale del ‘900: ha aperto una strada incredibile, ma sembra che il 90% delle persone non sanno nemmeno che esiste. Già nell’Europa orientale la cultura da questo punto di vista è molto avanzata – grazie, paradossalmente, a decenni di censura. Prendete Bela Tarr, per esempio, che nei suoi film usa musiche di Mihaly Vig, molto vicine alla avanguardia musicale del ‘900.
Sono tutte riflessioni, solo riflessioni queste, per aprire un dibattito.
  1. foto Louis Vuitton L'ultima fermata della campagna Chic

    Louis Vuitton L’ultima fermata della campagna Chic

    giorgio linguaglossa

9 aprile 2016 alle 19:39 Modifica

caro Steven Grieco,
PROBABILMENTE OGGI CHE ALLA POESIA NON è RICHIESTO PIU’ NULLA, forse proprio oggi alla poesia è posta la Interrogazione Fondamentale. Finalmente la poesia è libera, libera di non dire nulla o di dire ciò che è essenziale e inevitabile. Questo è molto semplice, è un pensiero intuitivo che tutti possono far proprio. Nel momento della sua chiusura clausura, la poesia si trova sorprendentemente libera, libera di porsi la Domanda Fondamentale, quella Domanda che per lunghi decenni nel corso del Novecento non si aveva l’urgenza e la necessità di porsi. La poesia, dunque, si trova davanti alla inevitabilità di dire ciò che è. E questa io credo che sia la più grande possibilità che il mondo moderno concede alla Poesia.
Esprimere nel modo più determinato e concreto l’inconscio che sta alle spalle del Pensiero pensato e non pensato dell’Occidente, il sottosuolo del sottosuolo che giace ancora più a fondo del sottosuolo costituito dal pensiero ordinario in cui ormai tutto viene pensato e vissuto dalla civiltà dell’Occidente.
Una poesia che si ponga l’ambizioso obiettivo di pensare l’impensato, le cose del sottosuolo more geometrico di un precedente more geometrico sotterraneo. Pensare la costruzione stilistica disabitata come la più consona ad essere abitata. Trarre dunque la forza dalla propria debolezza, mobilitare tutta la forza della visionarietà geometrica della poesia, questo è il compito che i poeti autentici oggi si trovano di fronte. E non è poco. Dobbiamo, per far questo, giungere a guardare alla poesia da un luogo ad essa esterno. E proprio questa paradossalità ci permette di seguire in ogni suo meandro il lungo percorso di un pensiero poetante che faccia di questo «tramonto» il luogo più abitabile.
foto ipermoderno Luois Vuitton Dress them up or dress them down

ipermoderno Luois Vuitton Dress them up or dress them down

Steven Grieco Rathgeb

IL BUON AUGURIO
La vita era reale, splendida; e profondamente nascosti
in noi gli alberi, i primi iris mirabili nella luce nera.
Il paesaggio diurno senza sogni, senza nascondigli.

“FERMI!”
– esclamò d’un tratto il Regista –
“Avete studiato le vostre parti troppo a fondo!
Non siete più voi stessi! Tutto da rifare!”

Ci fermammo di colpo, profondamente scossi.

Poiché nelle sue parole, in effetti, nulla si era fermato:
e più chiari che mai il palco su cui stavamo, le
scenografie spente, il cerone che ci imbrattava il viso.

Non c’era dubbio: era stato commesso un furto ignobile.
E noi, del tutto ignari.

Poi ancora un urlo dietro le quinte: “Il mondo non va più da sé!
Fate qualcosa!”
e tonfi sull’assito, e le grida di stupore
visibili nell’aria che veniva lacerandosi di traverso.

«Mmmm…» mormorò rapito il Regista, sprofondato
nella sua poltrona, gli occhi rivolti in su: quasi gioisse
di queste fronde d’albero che stormivano solo immaginandosi:
quasi prendesse il largo un re dalla mantella azzurra
in una barca sull’oceano.

Allora cercai il tuo viso nell’estrema durezza del riflesso:
ma da noi sorgevano mille profondità:
non semplice amalgama di ombre e sabbia,
luce respinta: una forma umana dal corridoio, giù in fondo,
superando seppur di sbieco uno dopo l’altro i rovelli,
non più derubata, fermo lo sguardo,
avanzava oltre i molti presenti in ogni dove,
la folla di nichilisti che spingeva,
tormentandosi nel buio.
Ancora guardai nello specchio. Era una finestra,
e il paesaggio là fuori, un inaspettato presagio:
i campi di grano, morbida onda prossima alla mietitura
mentre un fiume verde-bruno muoveva tra le sponde
rallegrandosi dei suoi riflessi azzurri;
e più avanti, dove i salici d’argento disperdono nivei fiori
solo per celare, come all’inizio di un verso,
l’usignolo di Chông.

Ancora gridò la voce assordante fuori campo:
“NON VEDETE come tutti ve la danno a bere?”

In effetti, il buio era più fitto che mai.
Ma proprio là dentro, nel cuore dello sguardo cieco
sorgeva questo tasso d’intensità sconosciuto,
come se noi irradiassimo una visione.

Come se non fossimo altro che noi stessi.

Aveva ragione da vendere, il Regista.
La partita l’avevamo stravinta.

(1987-2012) 

Gif Fellini Anita Eckberg

Leggiamo una poesia di Mario M. Gabriele

Una fila di caravan al centro della piazza
con gente venuta da Trescore e da Milano
ad ascoltare Licinio:-Questa è Yasmina da Madhia
che nella vita ha tradito e amato,
per questo la lasceremo ai lupi e ai cani,
getteremo le ceneri nel Paranà
dove abbondano i piranha,
risaliremo la collina delle croci
a lenire i giorni penduli come melograni,
perché sia fatta la nostra volontà.-
Un gobbo si fermò davanti al centurione
dicendo:- Questo è l’uomo che ha macchiato
le tavole di Krsna, distrutto il carro di Rukmi,
non ha avuto pietà per Kamadeva,
rubato gioielli e incenso dagli altari di Nuova Delhi.-
-Allora lasciatelo alla frusta di Clara e di Francesca,
alla Miseria e alla Misericordia.
Domani le vigne saranno rosse
anche se non è ancora autunno
e spunta il ruscus in mezzo ai rovi-, così parlò Licinio.
Un profumo di rauwolfia veniva dal fondo dei sepolcri.
Carlino guardava le donne di Cracovia,
da dietro i vetri Palmira ci salutava
per chissà quale esilio o viaggio.
Nonna Eliodora da giugno era scomparsa.
Stranamente oggi non ho visto Randall.
Mia amata, qui scorrono i giorni
come fossero fiumi e la speranza è così lontana.
Dimmi solo se a Boston ci sarai,
se si accendono le luci a Newbury Street.
Era triste Bobby quando lesse il Day By Day.
Oh il tuo cadeau, Patsy, nel giorno di Natale!

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foto ipermoderno 2

ipermoderno

Giorgio Linguaglossa

Vorrei scagliare una freccia in favore della scrittura per «frammenti». Che cosa significa? E perché?
Innanzitutto, un presente assolutamente presente non esiste se non nella immaginazione dei filosofi assolutistici. Nel presente c’è sempre il non-presente. Ci sono dei varchi, dei vuoti, delle zone d’ombra che noi nella vita quotidiana non percepiamo, ma ci sono, sono identificabili. Così, una scrittura totalmente fonetica non esiste, poiché anche nella scrittura fonetica si danno elementi significanti non fonetizzabili: la punteggiatura, le spaziature, le virgolettature, i corsivi ecc.
La scrittura per «frammenti» implica l’impiego di una decostruzione riflessiva, la quale nella sua propria essenza, segue il tempo del «Presente» che sfugge di continuo, che si dis-loca. Il dislocante è dunque il «Presente» che si presenta sotto forma del «soggetto» significante (ricordiamoci che per Lacan il soggetto si instaura come rapporto con un significante e l’altro). Ma, appunto, proprio per l’essere una macchinazione significante, il «soggetto» non può mai raggiungere il pieno possesso del «significato».
In base a queste premesse, una scrittura logologica o logocentrica, non è niente altro che un miraggio, il miraggio dell’Oasi del Presente come cosa identificabile e circoscritta, con il versus che segue il precedente credendo ingenuamente che qui si instauri una «continuità» nel tempo. Questa è una nobile utopia che però non corrisponde al vero.
Io dico una cosa molto semplice: che l’utilizzazione intensiva ad esempio della punteggiatura produce l’effetto non secondario di interrompere il «flusso continuo» che dà l’illusione del Presente; produce lo spezzettamento del presente, la sua dis-locazione, la sua locomozione nel tempo. Introduce la differenza nel «presente».
Il non dicibile abita dunque la struttura del «presente», fa sì che vengano in piena visibilità le differenze di senso, gli scarti, le zone d’ombra di cui il «presente» è costituito.
Alla luce di quanto sopra, se seguiamo l’andatura strofica della poesia di Mario Gabriele, ci accorgeremo di quante interruzioni introdotte dalla punteggiatura ci siano, quante differenze introdotte dalla dis-locazione del discorso poetico, interpretato non più come flusso unitario ma come un immagazzinamento di differenze, di salti, di zone d’ombra, di varchi:

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Nonna Eliodora da giugno era scomparsa.
Stranamente oggi non ho visto Randall.
Mia amata, qui scorrono i giorni
come fossero fiumi e la speranza è così lontana.
Dimmi solo se a Boston ci sarai,
se si accendono le luci a Newbury Street.
Era triste Bobby quando lesse il Day By Day.
Oh il tuo cadeau, Patsy, nel giorno di Natale!

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Nella nuova poesia, come in questa di Mario Gabriele, non c’è un senso compiuto, totale e totalizzante. Il senso si decostruisce nel mentre si costruisce. Non si dà il senso ma i sensi. Una molteplicità di sensi e di punti di vista. Come in un cristallo, si ha una molteplicità di superfici riflettenti. Non si dà nessuna gerarchia tra le superfici riflettenti e i punti di vista. Si ha disseminazione e moltiplicazione del senso. Scopo della lettura è quello di mettere in evidenza gli scarti, i vuoti, le fratture, le discontinuità, le aporie, le strutture ideologiche e attanziali piuttosto che l’unità posticciamente intenzionata da un concetto totalizzante dell’opera d’arte che ha in mente un concetto imperiale di identità. La nuova poesia e il nuovo romanzo sono alieni dal concetto di sistema che tutto unifica, che tutto «identifica» (e tutto nientifica) e riduce ad identità, che tutto inghiotte in un progetto di identità, che tutto plasma a propria immagine, in vista di una rivendicazione dell’Altro e della differenza come grande impensato della tradizione filosofica occidentale. In questa accezione, la decostruzione è una conseguenza della riflessione filosofica di Martin Heidegger. Infatti il disegno della seconda sezione di Sein und Zeit – rimasta alla fase di mera progettazione, per la caratteristica inadeguatezza del linguaggio della metafisica – risuonava come una “distruzione della storia dell’ontologia”, in nome di una ontologia fenomenologica capace di assumere di «lasciar/far vedere il fenomeno per come esso si mostra» (Derrida) – a far luogo da un linguaggio rinnovato alla radice (ripensato), filosoficamente (nell’accezione ordinaria del termine) scandaloso.

da lombradelleparole.wordpress.com

Rita 1- Copertina

Rita 2 - poesie

Steven Grieco a Trieste giugno 2013

Steven Grieco a Trieste giugno 2013

Steven J. Grieco Rathgeb, nato in Svizzera nel 1949, poeta e traduttore. Scrive in inglese e in italiano. In passato ha prodotto vino e olio d’oliva nella campagna toscana, e coltivato piante aromatiche e officinali. Attualmente vive fra Roma e Jaipur (Rajasthan, India). In India pubblica dal 1980 poesie, prose e saggi. È stato uno dei vincitori del 3rd Vladimir Devidé Haiku Competition, Osaka, Japan, 2013. Ha presentato sue traduzioni di Mirza Asadullah Ghalib all’Istituto di Cultura dell’Ambasciata Italiana a New Delhi, in seguito pubblicate. Questo lavoro costituisce il primo tentativo di presentare in Italia la poesia del grande poeta urdu in chiave meno filologica, più accessibile all’amante della cultura e della poesia. Attualmente sta ultimando un decennale progetto di traduzione in lingua inglese e italiana di Heian waka. In termini di estetica e filosofia dell’arte, si riconosce nella corrente di pensiero che fa capo a Mani Kaul (1944-2011), regista della Nouvelle Vague indiana, al quale fu legato anche da una amicizia fraterna durata oltre 30 anni. protokavi@gmail.com

Onto mario Gabriele_1

Mario M. Gabriele è nato a Campobasso nel 1940. Poeta e saggista ha fondato la Rivista di critica e di poetica “Nuova Letteratura” e pubblicato diversi volumi di poesia tra cui il recente Ritratto di Signora 2014. Ha curato monografie e saggi di poeti del Secondo Novecento. Ha ottenuto il Premio Chiaravalle 1982 con il volume Carte della città segreta, con prefazione di Domenico Rea. E’ presente inFebbre, furore e fiele di Giuseppe Zagarrio, Mursia Editore 1983, Progetto di curva e di volo di Domenico Cara, Laboratorio delle Arti 1994, Le città dei poetidi Carlo Felice Colucci, Guida Editore 2005, Poeti in Campania di G. B. Nazzario, Marcus Edizioni 2005, e in Psicoestetica, il piacere dell’analisi di Carlo Di Lieto, Genesi Editrice, 2012. Si sono interessati alla sua opera: G.B.Vicari, Giorgio Barberi Squarotti, Maria Luisa Spaziani, Luigi Fontanella, Giose Rimanelli, Francesco d’Episcopo, Giuliano Ladolfi,e Sebastiano Martelli. Altri Interventi critici sono apparsi su quotidiani e riviste: Tuttolibri, Quinta Generazione, La Repubblica, Misure Critiche, Gradiva, America Oggi, Atelier. Cura il blog di poesia italiana e straniera L’isola dei poeti.

 

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NOVE POESIE di Stefanie Golisch: “Summerguests”, “Fly and fall” con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa – Origine (Ursprung) e spaesatezza (Heimatlosigkeit) si danno la mano – E all’approssimarsi dell’Estraneo (Unheimlich) le nottole del tramonto singhiozzano.

Foto Edward Honacker

Stefanie Golisch, scrittrice e traduttrice è nata nel 1961 in Germania e vive dal 1988 in Italia. Ultime pubblicazioni in Italia: Luoghi incerti, 2010. Terrence Des Pres: Il sopravvivente. Anatomia della vita nei campi di morte. A cura di Adelmina Albini e Stefanie Golisch, 2013. Ferite. Storie di Berlino, 2014.

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Origine (Ursprung) e spaesatezza (Heimatlosigkeit) si danno la mano amichevolmente. Se manca l’Origine, c’è la spaesatezza. E siamo tutti deiettati nel mondo senza più una patria (Heimat).  Ed ecco l’Estraneo che si avvicina. E all’approssimarsi dell’Estraneo (Unheimlich) le nottole del tramonto singhiozzano.
L’espressione è il volto codificato del dolore.
Ad un lettore italiano la poesia di Stefanie Golisch suona come un oboe sommerso, con un tono cupo, monocorde, attutito. Del resto, i titoli di queste poesie e della raccolta inedita sono esplicativi: Summerguests (Ospiti d’estate) e Fly and fall (Volo e caduta), sono eloquenti. Si tratta della tematica dell’estraneo e della tematica del volo e della successiva caduta. Tematiche ad un tempo della metafisica e della vita quotidiana, tanto per smentire le tesi di coloro i quali intendono la metafisica come cosa diversa e a parte dalla vita quotidiana. E invece per Stefanie Golisch è il medesimo tema che ritorna in tutte le sue poesie, come anche nella sua narrativa fatta di brevi prose fulminanti, prose legate ai luoghi e alla loro storia. Ma da come viene posizionato il verso italiano, dalle atmosfere plumbee, dagli improvvisi incisi e dai susseguenti strappi, si capisce subito che abbiamo a che fare con un poeta di madrelingua allotria. Ed è un arricchimento questo per la lingua poetica italiana di insospettabile valore. Il fatto è che il linguaggio poetico italiano ne viene come strattonato, reso plumbeo, ammaestrato alla scuola dell’espressionismo tedesco; e ne sortisce fuori come fortificato, solidificato, preciso, tagliente. Un solo esempio: «Corvi che gridano al cielo vuoto l’insensatezza del rimorso», verso che sembrerebbe uscito dalla penna di un autore che sta tra Georg Trakl e Gottfried Benn. Certo, in Italia non abbiamo avuto un equivalente del movimento poetico dell’espressionismo tedesco, e questa lacuna stilistica non è stata indolore; la poesia italiana del Novecento è stata così costretta dentro la asfittica forbice: lirica – antilirica, con il prosieguo di post-lirica e di anti-lirica di marca tardo novecentesca e sperimentale, con tutta una serie di equivoci che si sono moltiplicati a dismisura. Da noi i pochissimi poeti a tendenza espressionista non hanno goduto il favore della critica. Tipico è il caso dei Canti orfici (1914) di Dino Campana, opera etichettata da Pier Vincenzo Mengaldo sotto l’egida dell’inno, da porre come contraltare all’elegia di Montale. Ma le questioni non sono così semplici e non si possono ridurre a formule antogonistiche e, dunque, riduttive.  Ma ecco qui che viene la Stefanie Golisch ad immettere linfa espressionistica nel nostro armamentario stilistico e nel lessico poetico italiano. Ed è un dono di non poco significato.
Quello che colpisce nelle poesie della Golisch è la sua capacità di inserire la molteplicità del mondo nella struttura monologante della sua lirica, cosa non facile né scontata, non si giunge a questo grado di rappresentazione senza una profonda meditazione su ciò che è la «cosa» chiamata poesia e su ciò che essa deve contenere; e soprattutto, la poesia qui non è un mero contenitore di «cose» ma una «cornice» dove ci sta di tutto: l’infanzia, la vita erotica, le passioni, la conoscenza, l’oblio, la percezione del limite, il mistero che dà alla poesia un significato omogeneo e unitario. Il significato di una poesia è sempre fuori di essa, mai dentro, come credono gli ermeneuti ingenui, la poesia non si risolve in un amalgama di significanti e di significati, come purtroppo una vulgata durata decenni ci ha voluto dare ad intendere. La poesia è, al pari del romanzo, molteplicità, totalità finita che allude all’infinito delle possibilità inespresse.
Quello che colpisce in queste poesie è l’impiego sapiente delle immagini, certe poesie sono costruite con i mattoni delle immagini alternate:

.

Il matto, lo chiamano lupo mannaro.
Corvi che gridano al cielo vuoto l’insensatezza del rimorso.
La copia della copia del santo bevitore.
Uomo in canottiera gialla alla finestra della cucina, fumando.
La vecchia che attende il suo giorno, ripetendo tra sé e sé
una storia della sua vita…

.

Le immagini chiudono e aprono, sono una serratura che permette al lettore di entrare all’interno della poesia. E il lettore entra come un ladro che ruba le sensazioni, gli attimi di cui sono fatte le parole. Il lettore diventa un ladro di parole. Come del resto lo è anche l’autore: un ladro di parole. Nei suoi momenti di punta l’espressionismo della Golisch ci apre delle porte verso l’aldilà, un luogo ultroneo, verso il mistero dell’esistenza di questo ente chiamato uomo.

Foto Robert Mapplethorpe donna entra nei veliSummerguests

Una donna con la barba bianca, gonna a grandi fiori
impressionisti, mi ferma per strada. Chiede del pane,
ma non ha fame. Dice che non è di qui e con un cenno
di mano appena, si congeda da me casuale. Passeggia
lungo questa giornata d’estate lenta e senza scopo
preciso come una nuvola indecisa, una etimologia poco
chiara, un amore moribondo per colpa di nessuno

*

Dice che non riesce più a baciarla dopo averla intravista
per sbaglio in camicia da notte a fiorellini azzurri, una
vecchia che pure un tempo è stata la sua amante
d’occasione. Lei chiude gli occhi mentre lui serra le
labbra. Ecco, il bacio più goffo del mondo, sbrigato
in un rifugio di montagna, raggiunto faticosamente in
una domenica di giugno generoso

*

Lo vede il cane dalla finestra della cucina, il ragazzo che
passeggia per le vie del centro deserto in una camicia da
vecchio, collo chiuso, cappello contro il sole sul capo. Un
giorno sì, uno no, con un cono di gelato alla crema, sempre
guardando avanti diritto come se avesse in mente una meta
precisa. Appare alle tre del pomeriggio e si dissolve verso
le cinque in una nuvola di magliette colorate e hot pants.
L’estate è ugualmente per e contro tutti

stefanie-golisch-190

Stefanie Golisch

Stefanie Golisch Fly and fall – Inedito
Poesie tratte dalla raccolta inedita Fly and fall

.

Un io e la sua bestia

.
Copri con il tuo grigio pelo
il pallore della mia pelle,
il mio tremolante desiderio.
Dentro le mie calde viscere
sento il tuo ansimare secolare
mischiarsi alla mia linfa.
I tuoi morsi mi risvegliano reale,
custode del mio segreto animale.
Nel nostro silenzio
gorgoglia vita indistinta

Proteggi questo troppo lieve io
dalla tristezza degli uomini

.
Corpo di madre sulla terra

.
When will we three meet again?
In thunder, lightning or in rain?
When the hurlyburly’s done,
When the battle’s lost and won.

(Shakespeare, Macbeth)

Stesa sull’asfalto,
avvolta nella mia pelle pallida,
il corpo di mia madre
è una ferita

Sulla breve via verso il freddo,
la sua carne avara
prega la mia,
calda per coprire la nostra sconfitta

La battaglia è finita.
Tra cavalli e guerrieri morti
con bocche spalancate,
ti canto, madre, la ninnananna
alla rovescia

.
Kartoffelfeuer

.
Nella quiete di primo autunno,
un improvviso grido di corvo,
il profumo di mele mature
e di involtini primavera dal ristorante cinese
al pian terreno

C’è in questa natura morta
una ansia di risposte a fine estate,
un cupo giorno di settembre
in cui la mia infanzia bruciò
in un Kartoffelfeuer.
Dopo quel giorno, non c’era più

Nello specchio una ragazza sorride seducente
al mondo appena nato, come per dire,
eccomi,
prendimi,
sono tua

.
* Il Kartoffelfeuer è il fuoco con il quale, nelle campagne, i contadini bruciano le piante di
patate dopo il raccolto.

.
La mia inviolabilità

.
Luz è il nome dell’osso
dalla cui improbabilità risorgerò
dopo che la grande onda mi avrà trascinato via,
mia madre mi avrà chiamato a casa

Non dimenticare
la mia gobba antica,
non dimenticare
il vuoto nell’ora degli uccelli morti,
quando le domande,
una a una, svaniscono
senza risposta,

Raccogli quell’io pietra
nel mistero della sua
imperfezione

*Nella religione ebraica luz è il nome di un osso minuscolo che non può essere distrutto e dal quale, alla fine dei tempi, l’uomo sarà ricreato.

Foto donna tra i veli

Quando una vecchia suora si prepara per la notte

.
Quando una vecchia suora si prepara per la notte, innanzitutto si toglie
le pesanti scarpe marroni,
poi il velo, chiuso dietro la nuca con una striscia di velcro.
Aprendo la lunga cerniera sulla schiena, lascia cadere la tonaca
a terra.
Nella sua veste ingiallita sta davanti a nessuno specchio.
Invece della propria immagine, le sorride seducente
un giovane uomo dai lunghi riccioli biondi che dice:
non aver paura, sei o non sei la mia sposa diletta?
Fiduciosa, sfila i collant color pelle,
il reggiseno color pelle e le mutande color pelle.
Nella luce diffusa di una fredda notte d’autunno,
eccola, nuda davanti al suo Signore.
Tremando, indossa una camicia da notte rosa,
e si fa scivolare sotto le coperte.
Persa come una goccia di pioggia in un cielo senza nuvole,
fa sparire le dita stanche
nell’antro sacro tra le gambe,
dove si nasconde la vita
umida, oscura, muta

.

Il motel più economico

.
Questa è la stanza dei vecchi amanti,
così disperatamente devoti all’idea dell’amore
che potrebbero uccidere,
diciamo un cane,
se questo fosse il prezzo da pagare
per una prima volta nuova di zecca.
Ma non c’è alcun cane intorno,
soltanto due paia di scarpe consunte
sotto un unico letto
per tutti gli amanti.
Venite, uccidetemi, direbbe
il cane, se ci fosse un cane,
ma, ahimè, non c’è.

Tutto qui: non c’è

.
Fly and Fall

.
Piano il giorno apre gli occhi
per salutare la mattina di fine agosto.
Ecco ciò che sta per accadere oggi:

Un uomo troverà l’amore e un altro lo perderà.
Qualcuno arriverà alla stazione giusto in tempo,
mentre un altro attenderà invano.
Un merlo sussurra nell’orecchio di un altro, che bello volare e cadere.
Qualcuno inaugurerà il giorno con una bottiglia di birra,
e un altro ascolterà a lungo l’eco dei sogni complessi.
Qualcuno scriverà una lettera scarlatta,
mentre nel cuore ferito del suo vicino non è rimasta una sola parola.
Una bambina si sveglierà dai suoi sogni notturni
stringendo il suo orsacchiotto, e una donna si sveglierà
soltanto per morire a metà mattina poiché il giorno
richiede tutto questo. Lottando scivolerà via davanti agli occhi
dei vivi nello stesso momento in cui
un pittore finalmente trova il suo blu.
Oggi sarà il mio giorno pensa il giovane,
mentre si allena, impaziente di gettarsi nella mischia.
Nella cantina di una casa abbandonata,
una gatta tigre gioca con un topo soltanto
per intrattenere la piccola cosa

Quel che il pittore non sa
è che quel blu non esiste,
ma soltanto una voce lontana,
quasi non udibile nel brusio di tutto questo fare all’amore,
morire, chiacchierare con gli amici, mangiare, bere,
spaventarsi e gioire,
impaziente di placare l’insaziabile
oggi

.
La vita è tutto questo

.
You are marvellous. The gods want to delight in you.

Charles Bukowski

.
Il matto, lo chiamano lupo mannaro.
Corvi che gridano al cielo vuoto l’insensatezza del rimorso.
La copia della copia del santo bevitore.
Uomo in canottiera gialla alla finestra della cucina, fumando.
La vecchia che attende il suo giorno, ripetendo tra sé e sé
una storia della sua vita.
La ragazza finta bionda con i jeans economici,
la maglietta economica e i suoi sogni inimmaginabili.
La coppia di nani al loro primo bacio, ansiosi
di fare bella figura.
Sole di Novembre, tempo di resa,
tempo di rinascita, perdono e oblio.
Un verso di Hölderlin che recita:
più l’uomo è felice, più alto è il rischio che si rovini.
Il mistero di ogni nuovo giorno
e i sette significati nascosti di una antica fiaba.
Oscure selve germaniche e luminosa bellezza mediterranea.
La speranza che una calza rotta può essere rammendata,
che le ferite possono guarire,
e che la nostra voce può migliorare con il tempo,
perdendosi
in tutte le voci

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UNA POESIA INEDITA di Stefanie Golisch “Breve elenco dei destini” con traduzione dell’autrice in tedesco e versione in inglese di Peter Douglas con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Ferdinando Scianna fotografia

Ferdinando Scianna fotografia

 Stefanie Golisch, scrittrice e traduttrice è nata nel 1961 in Germania e vive dal 1988 in Italia.
Ultime pubblicazioni in Italia: Luoghi incerti, 2010. Terrence Des Pres: Il sopravvivente. Anatomia della vita nei campi di morte. A cura di Adelmina Albini e Stefanie Golisch, 2013. Ferite. Storie di Berlino, 2014.

Commento di Giorgio Linguaglossa

La poesia di Stefanie Golisch è il luogo della duplicazione e della moltiplicazione di ogni forma, in essa i “mondi” si compenetrano, si identificano ma solo come identità di relazioni, unità di funzioni; sono trans-significati. Questa “compenetrazione” ha luogo perché qui il poeta non sta di fronte alla morte ma si è posto nel centro di ogni relazione dove ogni cosa viene ricondotta all’unità di un morto mondo poetico. Non dunque l’incapacità di dare Gestalt alla vita è la povertà del poeta, ma il riuscirvi, il riunire ogni forma nella morte della Forma, dove l’estensione spaziale della versificazione si converte nella interversione del poeta che sta come al di fuori della poesia, dove le Gestalten diventano musica, ritmo, canto della povertà, poesia della datità. La Golisch qui arriva alla “mancanza di forma” come suprema virtù della Forma stessa. Ma la “mancanza” non è qualcosa che si può attingere, non è l’ancora da plasmare, è una assenza, una cesura che delimita internamente ogni Forma, è il limite interno della Forma che nemmeno il poeta può oltrepassare:

Il suo primo amico era un corvo, il secondo un gobbo.
Biografia di un leopardo era il titolo ambizioso dato alla sua opera prima.
Alla domanda perché l’avrebbe sposata rispose perché il cane non abbaiava, quando ti vedeva.
Poco prima di morire, fece chiamare il parrucchiere. Era curioso di vedersi con i capelli ricci.
La roulette era la sua vita. Il suo sistema era infallibile, ma non indovinava mai.

Forse nessun poeta contemporaneo italiano è giunto con tanta drastica coerenza come la Golisch a un tale risultato, a una totale mancanza di forma che costituisce il trionfo della Forma stessa. L’imperversare della molteplicità dei destini è il codice segreto che costituisce la struttura del “destino”, se così vogliamo dire. Se, come è stato detto, «la rima è la relazione della gioia», qui è proprio la prosa del verso che diventa la relazione della tristezza del poeta, il quale non può giungere fino al punto di dare forma a una struttura che già da tempo immemorabile ha perduto quella proprietà.

 

Breve elenco dei destini

Ognuno è benvenuto

Franz Kafka,  Amerika

Nella vita non era riuscito a combinare nulla. Ma quando usciva di casa, fischiava sempre.
Per cinque anni aveva ricamato il corredo di una futura regina.
Era bello forte violento. Un semidio tra pallidi mortali.
Dopo il primo, maldestro tentativo di amare decise di lasciar perdere.
È andata con tutti. Gli son piaciuti tutti e lei è piaciuta a tutti.
Avrebbe voluto piovere. Essere la pioggia.
In vita ha fatto il pilota d’aereo. Ora fa le parole crociate.
Scrive una lettera, la mette in una busta e si siede accanto alla buca delle lettere.
Oscillava tra il voler sapere e non sapere chi era.
Era veramente brutta. Perdonava tutto e tutti.
Sono la regina della strada. Costo poco. Il mio regno è infinto.
Suo compito era di dire a un certo punto andate in pace. Ma ci credeva poco.
Le piacevano gli uomini sposati. Sapeva che si sarebbe rovinata e così fu.
Il suo primo amico era un corvo, il secondo un gobbo.
Biografia di un leopardo era il titolo ambizioso dato alla sua opera prima.
Alla domanda perché l’avrebbe sposata rispose perché il cane non abbaiava, quando ti vedeva.
Poco prima di morire, fece chiamare il parrucchiere. Era curioso di vedersi con i capelli ricci.
La roulette era la sua vita. Il suo sistema era infallibile, ma non indovinava mai.
Apriva la bocca solo per mentire. Le sue menzogne incantavano mari monti e donne di tutte le età.
Ha sessanta anni, ma i bambini ancora non vogliono giocare con lui.
Quando passeggia lungo il fiume tiene in mano un sogno da ragazza.
Ecco l’uomo in canottiera grigiastra che fuma alla finestra della cucina.
A ottantasei anni attende ancora.
Sebbene non avesse mai letto l’omonimo racconto di Joseph Roth, lui era il Santo bevitore.
Vista l’indiscutibile complessità delle vicende umane, i suoi discorsi tendevano ad aggrovigliarsi.
Da generazioni la parola aveva atteso di essere pronunciata proprio da lui.
Si chiamava Aphrodita. Da ragazza era stata sposata con un uomo che non avrebbe mai amato.
In terza elementare decise che il mondo non avrebbe mai più riso di lui.
La sua bontà era un pozzo senza fondo. A lungo andare stancava.
Non si vergognava di puntare sulla pietà. Le donne adoravano la sua vitale melanconia.
Avrebbe voluto fare tante cose, ma era anche contento di fare niente.
Era matura anzitempo. Arbitro involontario di una coppia di genitori in perenne battaglia.
Alla domanda su cosa volesse fare da grande, rispose: L’accattone. Il suo desiderio fu esaudito.
Qualcuno doveva raccogliere i volti e le voci del suo paese. Non aveva scelta.
Non conosceva affatto sua moglie, ma la trovava molto bella.
All’età di ottantotto anni è morta la sua psicoanalista. Senza aver risolto il caso.
Le sue capre lo chiamavano Goldfinger.
Tutte le domeniche regala al mondo l’immagine perfetta del gran signore.
Per lei la felicità esisteva soltanto quando trovava la giusta parola per essa.
Ogni volta che qualcuno in paese morì, egli fermava orologio a pendola.
Il suo hobby era il modellismo. Adorava i trenini e diffidava delle donne.
Lo avevano chiamato Eros. Come poteva non ubbidire alle leggi del suo dio?
Chiamami, diceva a ogni persona che incontrava. Ma non rispondeva mai.
Mentre lodava la bravura della moglie, si sfogava nelle braccia generose dell’altra.
Gli sarebbe piaciuto essere almeno una volta oggetto di invidia.
All’età di sessantatre anni prese seriamente in considerazione la possibilità di farsi nichilista.
Adorava gli aeroporti. Avrebbe voluto viaggiare senza mai arrivare da nessuna parte.
Le piacevano i film erotici. Erano il suo purgatorio.
Era nata triste. La gente non si fidava di lei.
Il suo motto era: Credere nell’incredibile. Essere incredibile.
È partito. Ritornato. Ci ha provato. Non ce l’ha fatto. È impazzito.
Pazientemente attendeva i baci distratti di cameriere, infermiere, ex-alunne.
Il suo vizio era il gioco. La morte ebbe esattamente la durata di una partita di scopa.
Gli piaceva vantarsi del fatto che suo figlio era stato concepito sotto la doccia.
Era scettica per natura. Sempre vestita bene, ma senza chic. Aveva un segreto.
Raccoglieva vecchie auto e giovani moglie. La terra era leggera sotto i suoi passi.
Con allegra disinvoltura gli piaceva esclamare questa frase: Che fatica essere uomini!
Il giorno in cui un paparazzo l’aveva ripreso insieme a una starlet in via Veneto. Ecco la vita!
Da giovane aveva comprato una valigia. Bisognava essere pronti per la partenza. In ogni momento.

foto Diane Arbus

foto Diane Arbus

A short list of destinies

Everyone is welcome

Franz Kafka, Amerika

He never managed to get anything done. But whenever he went out he was always whistling.
For five years she had embroidered the trousseau of a future queen.
He was handsome, strong and violent. A demi-god surrounded by mere mortals.
After a first, clumsy attempt at love, he decided to leave well alone.
She would have liked to rain. To be the rain.
He had been a pilot in the old days. Now he does crosswords.
She writes a letter, puts it in an envelope and sits down next to the mailbox.
He was caught between wanting to know and not knowing who he was.
She was really ugly. She forgave everything and everyone.
I am queen of the roads. I don’t charge much. My kingdom knows no bounds.
His job was to say at a certain point go in peace. But he had little faith in it.
She liked married men. She knew that it would ruin her, and it did.
His first friend was a raven, his second a hunchback.
“Biography of a Leopard” was the ambitious title of his first work.
When asked why he’d decided to marry her, he replied that the dog didn’t bark when it saw her.
Just before dying he got someone to call the hairdresser. He wanted to see what he looked like with curly hair.
The roulette wheel was his life. He had an infallible system, but he never got it right.
He opened his mouth only to lie. His mendacity charmed seas, mountains and women of all ages.
He’s sixty years old, but children still don’t want to play with him.
When she walks by the river she holds her girlhood dream by the hand.
There’s the man in the greyish vest, smoking at the kitchen window.
He is eighty-six and still waiting.
Even though he had never read Joseph Roth, he was the Holy Drinker.
Given the infinite complexity of events, she never stopped talking.
For generations the word had been waiting to be uttered just by him.
Her name is Aphrodite. When she was a girl she’d been married to a man who she would never love.
He could have done many things, but he was also happy doing nothing.
In the third grade he decided that the world would never make fun of him again.
His goodness was a bottomless well. It was tiring in the long run.
He wasn’t ashamed to play the pity card. Women adored his passionate melancholy.
She had to grow up quickly. The unwilling arbiter of warring parents.
When asked what he wanted to do when he grew up, he replied, “A beggar.” And his wish was granted.
Someone had to collect the faces and voices of his town. He had no choice.
He didn’t know his wife at all, but he found her very beautiful.
His goats would call him Goldfinger.
Every Sunday he presented the world with the perfect figure of the perfect gentleman.
It was only possible for her to be happy when she found the right words for it.
Every time someone in the town died he would stop the grandfather clock.
He would have liked to have been the object of envy at least once.
His hobby was making models. He loved model trains and he mistrusted women.
They had called him Eros. How could he not obey the laws of his god?
Call me, he told everyone that he met. But he never picked up the phone.
While praising his wife’s virtues, he would give himself to the warm embrace of another.
At the age of sixty-three he seriously considered the possibility of becoming a nihilist.
He loved airports. He would have liked to travel without ever getting to a destination.
She liked erotic films. They were purgatory for her.
She was born sad. People didn’t trust her.
Her motto was: Believe in the unbelievable. Be unbelievable.
He patiently waited for the meaningless kisses of waitresses, nurses and ex-pupils.
Her vice was gambling. Her death took precisely as long as a card game.
He liked to boast that his son had been conceived in the shower.
She was skeptical by nature. She always dressed well, but she eschewed elegance. She had a secret.
With happy nonchalance he liked to exclaim: “How tiring it is to be a man!”
The day a paparazzo caught him with a starlet on the Via Veneto. This was life!
When he was young he had bought a suitcase. One had to be ready to leave. At any moment.

(Traduzione dall’Italiano: Peter Douglas)

Cadavre exquis – André breton,Valentine Gross, Tristan Tzara, Greta Knutson – 1933

Cadavre exquis – André breton,Valentine Gross, Tristan Tzara, Greta Knutson – 1933

Kurze Liste der Schicksale

Jeder ist willkommen
Franz Kafka, Amerika

Niemals war es ihm gelungen, irgendetwas zu Ende zu bringen. Doch wenn er das Haus verließ, pfiff er stets eine kleine Melodie.
Fünf Jahre lang hatte sie an der Aussteuer einer künftigen Königin gestickt.
Er war schön, stark und gewalttätig. Ein Halbgott inmitten blasser Sterblicher.
Nach einem ersten, ungeschickten Versuch zu lieben, beschloss er, es für immer aufzugeben.
Sie hätte regnen mögen. Der Regen sein.
Im Leben war er Pilot gewesen. Heute löst er Kreuzworträtsel.
Sie schreibt einen Brief, legt ihn in einen Umschlag und setzt sich neben den Briefkasten.
Stets schwankte sie zwischen dem Wunsch zu wissen und nicht zu wissen, wer sie eigentlich war.
Sie war wirklich hässlich. Sie verzieh alles und jedem.
Ich bin die Königin der Straße. Ich bin billig. Mein Reich ist unendlich.
Zu seinen Aufgaben gehörte es, es an einer bestimmten Stelle Gehet hin in Frieden zu sagen. Allerdings glaubt er längst nicht mehr daran.
Sie hatte eine Schwäche für verheiratete Männer. Sie wusste, dass sie einst ihr Ruin sein würden und tatsächlich kam es nicht anders.
Sein erster Freund war ein Rabe, der zweite ein Buckliger.
Biografie eines Leoparden lautete der ambitionierte Titel seines ersten Werkes.
Auf die Frage, weshalb er sie eigentlich geheiratet habe, antwortete er, weil der Hund nicht bellte, wenn er dich sah.
Kurz vor seinem Tode ließ er den Friseur zu sich kommen. Einmal im Leben wollte er sich in Locken sehen.
Roulette war sein Leben. Sein System war unfehlbar und ließ ihn niemals gewinnen.
Aus seinem Mund kamen nichts als Lügen. Diese verzauberten Tage und Landschaften und Frauen jeden Alters.
Er ist nun bereits an die sechzig, und noch immer wollen die Kinder einfach nicht mit ihm spielen.
Wenn sie das Flussufer entlang schreitet, trägt sie in ihren Händen einen Mädchentraum.
Der Mann, der im Unterhemd am Küchenfenster steht und eine Zigarette raucht.
Mit sechsundachtzig Jahren wartet er noch immer.
Selbst wenn er niemals in seinem Leben von Joseph Roth gehört hatte, er war der heilige Trinker.
Aufgrund der unzweifelhaften Komplexität des Lebens waren seine Erörterungen einfach unerschöpflich.
Seit Generationen hatte das Wort darauf gewartet, von ihm ausgesprochen zu werden.
Ihr Name ist Aphrodite. Als Mädchen war sie mit einem Mann verheiratet worden, den sie niemals zu lieben gelernt hatte.
Es gab viele Dinge, die er gerne getan hätte, aber ebenso mochte er untätig zu sein.
Noch zu Grundschulzeiten hatte er beschlossen, dass die Welt niemals wieder über ihn lachen würde.
Seine Gutmütigkeit war ein Fass ohne Boden. Auf Dauer war sie nicht auszuhalten.
Er schämte sich keineswegs dafür, um Mitleid zu heischen. Die Frauen waren hingerissen von seiner melancholischen Vitalität.
Sie war ein altkluges Mädchen. Unfreiwillige Schiedsrichterin ewig sich streitender Eltern.
Auf die Frage, was es denn einmal werden wolle, gab das Kind zur Antwort Bettler. Sein Wunsch sollte in Erfüllung gehen.
Einer musste das Schweigen seiner Ahnen durchbrechen. Er hatte keine Wahl.
Zwar hatte er keine Ahnung, wer seine Frau eigentlich war, aber er fand sie immer noch recht ansehnlich.
Im Alter von achtundachtzig Jahren ist seine Psychoanalytikerin gestorben. Ohne seinen Fall gelöst zu haben.
Seine Ziegen nannten ihn Goldfinger.
Jeden Sonntag schenkt er der Welt das vollkommene Bild eines perfekten Gentleman.
Für sie existierte das Glück nur, wenn es ihr gelang, Worte dafür zu finden.
Jedes Mal, wenn im Dorf jemand starb, hielt er das Pendel der Standuhr an.
Wenigstens einmal im Leben hätte er gerne den Neid der anderen auf sich gezogen.
Sein Hobby waren Modelleisenbahnen. Er liebte die Pünktlichkeit der Züge und misstraute den Frauen zutiefst.
Sein Name war Eros. Wie hätte er nicht den Gesetzen seines Gottes gehorchen können?
Ruf mich an, sagte er zu jedem, der ihm über den Weg lief. Doch er antwortete nie.
Während er seine Frau über den grünen Klee lobte, verlor er sich in den großzügigen Armen seiner wechselnden Geliebten.
Im Alter von dreiundsechzig Jahren begann er ernsthaft darüber nachzudenken, Nihilist zu werden.
Er liebte Flughäfen. Er hätte immer reisen mögen ohne jemals irgendwo anzukommen.
Erotische Filme waren ihr ein willkommener Zeitvertreib, eine Art persönliches Fegefeuer.
Sie war traurig zur Welt gekommen. Die Menschen trauten ihr nicht über den Weg.
Ihr Motto lautete: Ans Unglaubliche glauben. Unglaublich sein.
Geduldig wartete er am Ausgang auf die beiläufigen Küsschen von Kellnerinnen, Krankenschwestern und ehemaligen Schülerinnen.
Ihre Leidenschaft war das Kartenspiel. Ihr Tod hatte exakt die Dauer einer Partie Skat.
In angeheitertem Zustand rühmte er sich gerne der Tatsache, dass sein einziger Sohn unter der Dusche gezeugt worden war.
Sie war von Natur aus skeptisch. Stets korrekt gekleidet, allerdings ohne Chic. Sie hatte ein Geheimnis.
Mit fröhlicher Gleichmut erklärte er gerne zu später Stunde, dass er es müde sei, ein Mensch zu sein.
Der Tag, an dem ein Paparazzo ihn mit einem Starlet in der Via Veneto fotografiert hatte. Das Leben!
Als junge Frau hatte sie sich einen Koffer gekauft und sich reisefertig auf einen Stuhl ans Fenster gesetzt.

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UNA POESIA di Gertrud Kolmar (1894-1943) Traduzione di Adelmina Albini e Stefanie Golisch

gertrud kolmar 1Ricordo di Gertrud Kolmar

«Non è importante essere felice, ma compiere il proprio destino»

Gertrud Kolmar (10.12. 1894 – marzo 1943) cresce a Berlino in una famiglia della borghesia ebrea. Come tanti altri ebrei assimilati, scopre la sua fede e l’appartenenza al suo popolo proprio nel momento in cui cominciano le persecuzioni razziali.
Il raggio della sua vita,  già volutamente ristretto, diminuisce sempre di più, mentre, nella stessa misura in cui le viene negato il mondo esteriore, Kolmar trova dentro di sé tutta la pienezza: un ampio universo del reale e del surreale, del tragico e del barocco, una fonte inesauribile di vita e di forti sentimenti.
La sua poesia, perfino negli anni Venti, quando per un breve periodo ebbe un discreto successo, non si piegò mai ai gusti letterari del suo tempo, ma fu sempre la massima espressione di una vasta e incorruttibile libertà interiore.
Kolmar, che in seguito ad una drammatica storia d’amore non si era sposata, visse per tutta la vita con i propri genitori. Quando, nei tardi anni Trenta,  le si presenta la possibilità di fuggire dalla Germania nazista, sceglie di rimanere col suo vecchio padre a Berlino. Vive lucidamente tutte le tappe, dalla  emarginazione alla discriminazione, fino all’ultima conseguenza: la deportazione ad Auschwitz nel marzo del ‘43 dove si perdono le sue tracce.
Gertrud Kolmar non si oppone, ma vive il crudele destino del suo popolo con fierezza come un vero olocausto, un sacrificio cioè.  Alla sorella Hilde, emigrata in Svizzera, scrive poco prima della sua morte che non è  importante essere felice, ma compiere il proprio destino.
Come Etty Hillesum, sorella nello spirito, anche Gertrud Kolmar colse nella terribilità della sua sorte la possibilità liberatoria di sfidare se stessa fino in fondo, intensificando, in un arco di tempo relativamente breve, la propria esistenza, in modo tale che la morte non poteva  più minacciare una tale ricchezza.

(Stefanie Golisch)

 

Gertrud Kolmar

Gertrud Kolmar

gertrud kolmar 2

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Das Tier

Komm her. Und siehe meinen Tod, und siehe dieses ewige Ach,
Die letzte Welle, die verläuft, durchzitternd meinen Flaus,
Und wisse, daß mein Fuß bekrallt und daß er flüchtig war und schwach,
Und frag nicht, ob ich Hase sei, das Eichhorn, eine Maus.

Denn dies ist gleich. Wohl bin ich dir nur immer böse oder gut;
Der Willkürherrscher heißest du, der das Gesetz erdenkt,
Der das nach seinen Gliedern mißt wie seinen Mantel, seinen Hut.
Und in den Mauern seiner Stadt den Fremdling drückt und kränkt.

Die Menschen, die du einst zerfetzt: an ihren Gräbern liegst du stumm;
Sie wurden leidend Heilige, die goldnes Mal verschloß,
Du trägst der toten Mutter Haut und hängst sie deinem Kinde um,
Schenkst Spielwerk, das der blutigen Stirn Gemarteter entsproß.

Denn lebend sind wir Vieh und Wild; wir fallen: Beute, Fleisch und Fraß –
Kein Meerestau, kein Erdenkorn, das rückhaltlos ihr gönnt.
Mit Höll und Himmel schlaft ihr ein; wenn wir verrecken, sind wir Aas,
Ihr aber klagt den Gram, daß ihr uns nicht mehr morden könnt.

Einst gab ich meine Bilder her, zu denen du gebetet hast,
Bis du den Menschengott erkannt, der nicht mehr Tiergott blieb,
Und meinen Nachwuchs ausgemerzt und meinem Quell in Stein gefaßt
Und eines Höchsten Satz genannt, was deine Gierde schrieb.

Und hast die Hoffnung und den Stolz, das Jenseits, hast noch Lohn zum Leid,
Der, unantastbar dazusein, in deine Seele flieht;
Ich aber dulde tausendfach, im Federhemd, im Schuppenkleid,
Und bin der Teppich, wenn du weinst, darauf dein Jammer kniet.

 

L’animale

Vieni qui. Guarda la mia morte, guarda questo eterno patire,
L’ultima onda si perde tremando sul mio pelo,
Sappi che il mio piede aveva delle artigli, sfuggente era e debole,
Non chiedere chi sono io, lepre, scoiattolo, topo.

Perché non importa. Sempre ti voglio male o bene;
Ti chiami despota, inventi leggi,
Confezionati sulle tue membra come un mantello, un cappello.
Entro le mura della città tua abbracci e offendi lo straniero.

Gli uomini che un tempo facesti a pezzi: sulle loro tombe muto ti sdrai;
Per tanta sofferenza diventarono santi, chiusi in un marchio d’oro.
Porti la pelle della madre morta e in essa avvolgi il tuo bambino,
Gli regali giochi che nacquero dalla fronte insanguinata dei torturati.

Viviamo. Siamo bestiame e selvaggina; cadiamo: preda, carne, pasto –
Né la rugiada del mare, né il grano della terra voi concedete senza riserva.
Con l’inferno e con il cielo vi addormentate; quando noi crepiamo siamo carcasse,
Eppure vi lamentate perché non ci potete più uccidere.

Un tempo concessi le mie immagini, alle quali tu rivolgesti le tue preghiere,
Finché tu non abbia riconosciuto l’uomo-dio invece del dio-animale,
La mia prole annientata, la mia fonte incastonata di pietre
La chiamano frase di un essere altissimo ciò che scrisse la tua brama.

Tu hai la speranza e l’orgoglio, l’al di là e oltre la sofferenza anche la ricompensa
Che sfugge intoccabile nell’anima tua;
Ma io sopporto mille e mille volte, nella camicia piumata e la veste di squame,
Sono il tappeto, dove quando piangi, s’inginocchia la tua pena.

 

Stefanie Golisch, scrittrice e traduttrice è nata nel 1961 in Germania e vive dal 1988 in Italia.

Ultime pubblicazioni in Italia: Luoghi incerti, 2010. Terrence Des Pres: Il sopravvivente. Anatomia della vita nei campi di morte. A cura di Adelmina Albini e Stefanie Golisch, 2013. Ferite. Storie di Berlino, 2014. Nove sue poesie sono presenti nella Antologia di poesia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Roma, Progetto Cultura)

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TRE POESIE di Uwe Greßmann (Germania, 1933- 1969) Ricordo di un poeta: Uwe Greßmann “All’uccello primavera”  a cura di Stefanie Golisch

 uwe gressmann

 Ricordo di un poeta a cura di Stefanie Golisch

 Il padre non vidi mai, la madre per tre settimane all’incirca, per il resto sono vissuto tra estranei. 

                                                                            Uwe Greßmann

Poesie apparentemente piccole. Un poco naif. Chi è l’autore?

Uwe Greßmann nasce nel maggio 1933 a Berlino. Cresce in orfanotrofi. Bambino di salute fragile. Dopo la guerra si ammala di tubercolosi, malattia all’epoca difficilmente guaribile. Senza nessuna guida, abbandona la scuola e comincia a lavorare come manovale, sopravvivendo faticosamente all’estremo margine della società. Greßmann vive a Berlino Est. Nell’euforia politica di quegli anni, per un uomo come lui non c’è posto.

uwe gressmann 2E’ un lettore avido. Autodidatta. Legge tutto ciò che gli capita. Senza sistema. Senza proposito se non quello di comprendere se stesso e di trovare il suo posto in un mondo che non gli aveva assegnato alcun posto.

Vive in sottoaffitto, riempiendo la sua stanza di libri e carte. Scrive senza tregua come se sapesse – e sicuramente lo sapeva – che avrebbe avuto solo pochissimo tempo.

Nonostante che la sua filosofia poetica certamente non fosse conforme alla politica culturale della DDR, nel 1966 pubblica il suo unico volume di poesie sotto il titolo Der Vogel Frühling, L’uccello primavera, una raccolta di delicate liriche senza tempo e senza modelli letterari. Versi apparentemente semplici che nascono però da una profonda conoscenza della sofferenza degli uomini e dei lati oscuri della vita come un si alla vita che abbraccia indistintamente ombra e luce, perdenti e vincitori.

Nel 1969, a 36 anni, muore in seguito alla malattia.

Tempi bui, voce piccola di un uomo solitario, che, come testimoniano coloro che si ricordano ancora di lui, appariva egli stesso come un grande uccello nel suo sempre stesso capotto consunto, una presenza strana, incomprensibile e forse un poco inquietante, facile da dimenticare in un battibaleno.

uwe gressmann

uwe gressmann

 An den Vogel Frühling

Daunen dringen aus dir.
Davon kommen die Blumen und Gräser.
Federn grünen an dir.
Davon kommt der Wald.
Grüne Lampen leuchten in deinem Gefieder.
Davon bist du so jung.
Mit Perlen hat dich dein Bruder behaucht, der Morgen.
Davon bist du so reich.
Uralter, du kommst aus dem Reich der mächtigen Sonne.
Darum kommen Menschen und Tiere, und: Erde,
Dich zu empfangen.
Da du sie eine Weile besuchst,
Sind sie erlöst und dürfen das weiße Gefängnis verlassen,
In das sie der Winter gesperrt hat.
Und davon kommen die Sänger,
Die dich besingen.
Frühling, du lieblicher.
Du richtest den Kopf hoch.
Davon ist der Himmel so blau.
Und es wärmt uns alle dein gelbes Auge.
Und du siehst uns an.
Und darum leben wir.

 

All’uccello primavera

Piume nascono da te.
Da esse sorgono fiori e erbe.

Penne verdeggiano in te.
Da esse sorge il bosco.

Lampade verdi illuminano il tuo piumaggio.
Queste ti rendono così giovane.

Tua sorella, la mattina, ti ha addobbato di perle.
Per questo sei così ricca.

Vecchia, tu vieni dal regno del sole potente.
Per questo vengono uomini e animali e: la terra
Per accoglierti.
Poiché tu venga a trovarli per un breve istante,
Essi sono salvi e possono lasciare la bianca prigione
dell’inverno.

Da te provengono i cantatori
Che ti cantano.

Primavera, amabile.
Tu alzi la testa.
Per questo il cielo è così blu.

Il tuo occhio giallo scalda tutti noi.
Ci guardi.
Per questo siamo vivi.

Ernst Hassebrauk, Landstrasse im Fruehlingswind

Ernst Hassebrauk, Landstrasse im Fruehlingswind

Moderne Landschaft

.
Stahlbäume wachsen auf den Bürgersteigen;
Und es zweigen die Drähte
von Baum zu Baum.
Darunter brüllen
Die elektrischen Tiere
Mit Menschen im Herzen vorüber.
Und so mancher gehet vorbei dort
Und findet nichts weiter dabei;
Denn die steinerne Landschaft
Ist ja auch seine Mutter.

Paesaggio moderno

Alberi d’acciaio crescono sui marciapiedi;
Da albero in albero
Si arrampicano rami di filo di ferro.
Laggiù urlano
Gli animali elettrici
Che tengono uomini nel cuore.
Tanti ci passano
E non trovano nulla di strano;
Poiché il paesaggio di pietra
È anche la loro madre.

Werner Haselhuhn, Herbstliche Baumlandschaft, 1994

Werner Haselhuhn, Herbstliche Baumlandschaft, 1994

An die Sonne

Ein Steuermann bist du
Und schickst die Erde aus dem Hafen.
Daß sie über die Wolken hinweg fahre,
Dein von uns bewohntes Schiff.

Die Flotte der Sterne
Kennen die Menschen wenig.
Und wenn du sie uns auch schilderst:
Wie sollten wir davon auch nur ein Wort verstehen?

Das ist uns eben zu hoch.
Da oben am Himmel.

Al sole

Sei il timoniere,
Tu guidi il mondo fuori dal porto.
Che esso navighi sopra le nuvole,
nella tua nave abitata da noi.

Poco conosciamo noi uomini
La flotta di stelle.
E anche se tu ce la raccontassi:
Come potremo comprendere una sola parola?

E troppo in alto per noi.
Lassù in cielo.

(Traduzione di Stefanie Golisch)

Stefanie Golisch, scrittrice e traduttrice è nata nel 1961 in Germania e vive dal 1988 in Italia. Ultime pubblicazioni in Italia: Luoghi incerti, 2010. Terrence Des Pres: Il sopravvivente. Anatomia della vita nei campi di morte. A cura di Adelmina Albini e Stefanie Golisch, 2013. Ferite. Storie di Berlino, 2014.

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ANTOLOGIA PER IL PARNASO VI – Antonella Antonelli, Nazario Pardini, Stefanie Golisch, Adriano Accattino, Ivan Pozzoni, Ambra Simeone, Tiziana Antonilli, Maria Pia Quintavalla, Roberto Maggiani, Carmelo Pistillo, Faraòn Meteoses

Antonella Antonelli in orangeAntonella Antonelli

Un’altra fuga

“E’ mia la dipendenza?”
Ti chiedo smarrita.

“E quali catene ti ho dato io?
Nessuna. Sei libera di andare,
scegliere, volermi e non volermi.
Non smetterò mai di cercarti
lasciandoti andare”

“E come faccio io senza catene?
Passa dunque da qui, la mia indipendenza?”

Togli gli occhiali,
mi fissi negli occhi
con gli occhi stanchi,
come fosse faticoso,
ancora una volta,
spiegarmi:

“elemosini amori incatenanti
per non perderti, e poi scappi
senza mai liberarti.

Una semplice evasione
la tua fuga.”
Resta appena socchiusa
la tua bocca, come volessi aggiungere
qualcosa.

“Come faccio ad amarti
se non mi tieni?”

“A catena amore, come un cane fedele?
Io non ti tengo, no.
Sei libera di andare oppure di restare.”

Ti abbraccio di slancio, stupita.
Metto la testa sulle tue gambe,
mi sfiori i ricci, li sento
aggrovigliarsi tra le tue dita.
Vorrei fossi un gigante
e io nella tua mano, ballerina,
girare sul palmo fino a cadervi.

Mi tiri su.
Metti gli occhiali
ti rimetti a leggere
metti mille libri a sommergerti.
Mille capelli sulla tua testa ferma.
E’ notte e di notte i pensieri
ruzzolano come palloni su scale popolari.
Odore di refettorio dalle porte aperte.
Il caldo si mescola, vorrei andare
una gamba piegata, l’altra pronta,
ma non mi dici niente
ti chiedo “posso restare?”
“decidi tu, amore”.

Sposti gli occhiali, mi guardi
e i tuoi occhi si muovono rapidi
sulle mie labbra incerte
“no, meglio che vada” dico
e mi sento piangere,
in silenzio, senza lacrime o scosse
dentro, come un innaffiatoio bucato.
“Peccato” dici “è già così buio.”

Ti rimetti a leggere
“allora resto” ti dico fiduciosa.
“No. Ora va.”
“S’insegna così la libertà?”
Ti chiedo altera e delusa.
Continui a leggere.
Ognuno in questo gioco ha la sua parte.
“Mi lanci un’altra sfida?”
Non mi rispondi.
Vedo gli occhiali, fili bianchi e una poltrona.
Me ne vado con il tuo silenzio.
E questa, è solo un’altra fuga.

Foto Nazario ii

Nazario Pardini

Contro le lune
Ho sempre fissa, padre, la tua immagine;
i nostri sogni, il cielo: prevedere
dure gelate a divorare pane,
piogge future ad annullare semi;
e brezze, e folate affilate
a recidere illusioni mai appagate.
Eppure si aspettava primavera
immaginando anche il suo profumo
nel suono nemico dell’urlo invernale.
È sempre fissa, sì!, la tua visione:
tronco scheggiato da lame
forgiate dal tempo;
fronda sfrascata da inverni ribelli;
idea appesantita
da troppe lune piene. Sì!, ti rivedo
ancora qui con me, padre immolato,
a regalarmi odori d’erbe offerte
alle frullane lucide di sole.

Sai, padre!
Qui non ci sono più terre feraci
disposte a dare vita
a mèssi generose;
fronde feconde
ad ospitare nidi da allevare.
Sulla tue terre crescono le case
abbracciate fra loro
come pietre di cava sopra storie
destinate a finire. Chiedo solo
– al cielo, a qualcuno, non so a chi –
che mi mantenga in seno la tua voce,
che mi mantenga in cuore il tuo sorriso,
il tuo sagrato profumato d’erba,
e la tua voglia, maledetta voglia,
di seminare sogni anche nei giorni
più neri della notte.
Contro le lune.

13/05/2013 h. 11 (inedito)

stefanie-golisch-190

Stefanie Golisch

Fly and Fall

.
Piano il giorno apre gli occhi
per salutare la mattina di fine agosto.
Ecco ciò che sta per accadere oggi:

Un uomo troverà l’amore e un altro lo perderà.
Qualcuno arriverà alla stazione giusto in tempo,
mentre un altro attenderà invano.
Un merlo sussurra nell’orecchio di un altro, che bello volare e cadere.
Qualcuno inaugurerà il giorno con una bottiglia di birra,
e un altro ascolterà a lungo l’eco dei sogni complessi.
Qualcuno scriverà una lettera scarlatta,
mentre nel cuore ferito del suo vicino non è rimasta una sola parola.
Una bambina si sveglierà dai suoi sogni notturni
stringendo il suo orsacchiotto, e una donna si sveglierà
soltanto per morire a metà mattina poiché il giorno
richiede tutto questo. Lottando scivolerà via davanti agli occhi
dei vivi nello stesso momento in cui
un pittore finalmente trova il suo blu.
Oggi sarà il mio giorno pensa il giovane,
mentre si allena, impaziente di gettarsi nella mischia.
Nella cantina di una casa abbandonata,
una gatta tigre gioca con un topo soltanto
per intrattenere la piccola cosa

Quel che il pittore non sa
è che quel blu non esiste,
ma soltanto una voce lontana,
quasi non udibile nel brusio di tutto questo fare all’amore,
morire, chiacchierare con gli amici, mangiare, bere,
spaventarsi e gioire,
impaziente di placare l’insaziabile
oggi

Adriano Accattino

Adriano Accattino

Può significare una svolta del respiro… non è più
parola, ma toglie la capacità di parlare

Forse qui, affrancatosi qui e in quale modo..
forse si libera ancora qualcos’altro

A partire da questo punto… ora può percorrere
le proprie strade… più volte

Tra le speranze vi sia quella di parlare per conto
di un Altro. Forse è concepibile un incontro..

Su questo indugia, s’azzarda… mette in rapporto
con la creatura

Nessuno può dire quanto… la pausa del respiro
duri ancora

*

Cerco la stessa cosa, la figura, in vista del luogo,
del farsi libera, del passo in avanti

Oppure tenta di percepire la figura nella direzione
che le è propria, fugge innanzi

Ben sappiamo dove vada la sua vita, dove sia
per andare: così era andata la sua vita

Gli risultava talvolta sgradito il fatto
di non poter camminare sulla destra

Ecco l’oscurità che muove da una distanza
che essa stessa, forse, ha tentato di progettare

Noi professiamo l’oscurità*

* da Poesie rubate Mimesis, 2013

Ivan Pozzoni

Ivan Pozzoni

Ivan Pozzoni

PENE D’ARTISTA

Non conosco chi è Ninnj Di Stefano Busà,
– c’aggia fa!- non appena Kairos Editore
mi chiederà ancora 200€, così da essere inserito,
con tre testi, ne L’evoluzione delle forme poetiche
La migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio,
nun me resta che accettà, in modo da essere anche io migliore,
migliore di come sono, 200€ migliorano la mia scrittura,
è la vittoria dell’economia, sul conflitto tra natura e cultura.

Chi cazzo è Ninnj Di Stefano Busà?
Forse un’emula di De Signorinibus, o De Signorinibus
un emulo ermetico der medico de li mortacci,
non funziona, quando bustrofedo alle due di notte,
dopo succo d’uva e Sangria, un Bellini, Porto,
divento incoerente, una sorta di Don Chisciotte,
meglio dei vari Don Abbondio che bazzicano l’orto
dell’irta arte italiana, disponibili a versare,
non nel senso di fare versi, 1500€ a Carabba,
con lo scopo recondito di farsi pubblicare,
facendo sermoni sulla gratuità dell’arte
quando vai a chiedere 30€ di quota solidale
per sconfiggere i cartelli dell’industria editoriale.

M’inchino a Ninnj Di Stefano Busà
– c’aggia fa!- senza aver capito se è una donna, un uomo, un trans,
se è un uomo, o un trans, non m’inchino,
minchia, mi sento troppo brillo per continuare,
e non sono abituato a brillare, mi toccherà tornar da Ambra,
a letto, come un’ombra, senza far rumore,
lei mette i tappi nelle orecchie per non sentirmi battere,
io, quando batte lei, nel senso di battere al Pc,
mi metto un tappo in bocca, è meraviglioso spiarla scrivere,
di lei sono sicuro che non è un uomo, o un trans,
– svelando queste cose rischio di ritrovarmi cadavere-,
o un emulo imperterrito di Oronzo Canà
davanti alla fama imperitura di Ninnj Di Stefano Busà.

(inedito)

Ambra Simeone

Ambra Simeone

Ambra Simeone

mi prendo la libertà di quel che scrivo

e poi questa storia della libertà io davvero me la sono sempre chiesta,
che ti dicono che molte persone della tv, politici, soubrette, giornalisti, attori
e che persino molti scrittori famosi, non sono liberi come quelli che non li conosce nessuno,
perché a loro manca di fare certe cose normali, come andare a fare una passeggiata da soli,
farsi fotografare solo quando vogliono loro, fare l’amore senza dire niente a nessuno,
e che allora la notorietà non è più una questione di libertà, se dicono, che più sei noto
e più perdi la libertà di fare certe cose, come le fanno tutti gli altri sconosciuti,
ma a molti sembrerebbe una bufala, e allora non conviene essere famosi? lo dicono tutti?
io quindi me la sono sempre chiesta questa cosa qua, che forse uno è libero se non è riconosciuto
è libero se nessuno sa chi è, cosa fa e come vive, uno è libero se diventa invisibile,
e forse è proprio una bella scusa, una bella invenzione ideata da chissà quale creatore,
mah, sarà, proprio un bell’affare la libertà, che uno però non è libero di diventare famoso,
ma di essere uno come tanti, uno in una massa indistinta di sconosciuti, così ti dicono,
dunque secondo me la libertà l’ha inventata un bravissimo scrittore.

tiziana antonilli

tiziana antonilli

Tiziana Antonilli

Come si chiamava
Lei che inavvertita folgorava l’occhiaia
scomponendone il viola
si accapigliava con l’inerzia
sbranandola
ridisegnandoci
ombretto rosso sole
inanellava il blu
inarreso dello sguardo.
Sopravvive
ma solo quando l’inverno cede
e la prima rondine
posa stanchezza

allora sembra di nuovo possibile
che uno schiocco di dita
ci inabissi all’istante
ma quella sfrontatezza quanto
insegue
sanguina
esige
se è ancora?

Quintavalla

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Maria Pia Quintavalla
Qui, che ridiventa nido

I)

Se mi mettessi fuori a testimone,
del tempo e del mercato,
che la stessa scena ogni giorno
r i c o n c r e a

ma per meglio cogliere nel flusso
che si libera, io lenta
navigante che non sporge più
non rema a braccia a nuoto,
nuove luci arricchiscono disegnano
i suoi i fianchi flessi come l’iride.

Se testimone fossi dell’intero,
nel verso io potrei smorta
carpire un suono madido che afferra,
piega a lato in frescura,
la bocca benedice non sente più
pianti nolenti ma bambini
lesti nel correre,
che ricambiano il suo v o l o.
II)

Rivivi la tua infanzia, mentre ricrei
a Itaca, col padre
nel nome tuo familia nova che
come l’altra, drammatica insoluta

perché per crescere occorreva
essere amati, io adulta genitrice
della vita che si fa futura,
non mentore soltanto di occasione – infanzia
che si genera rifà mi pianta
intorno a un’ostrica mi incolla
alla matrice unita al male
con il bene, un arco soddisfatto
in sincronia f u t u r a.

Roberto Maggiani.

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Roberto Maggiani

da “La bellezza non si somma” (Italic, 2013)

Dio

Ho imparato ad evocarti
dai colori e dalle forme delle cose.

Per riconoscere la tua presenza
mi bastano la soglia di una porta
sempre aperta su un patio
e una tenda
che nella brezza sappia danzare
lentamente.

Sei come un albero
che nella sua totale presenza
si assenta nell’abitudine
dello sguardo

Io invece sono come il mio gatto
che parla ai corvi lontani:
vedendoli piccoli
vorrebbe farne un boccone –
li prega di scendere
con versi inconsulti
non sapendo della loro grandezza.

Ti cerco instancabilmente
ed è solo per la nostalgia che ho di te
che scrivo poesie.

Carmelo Pistillo aprile 2012_

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Carmelo Pistillo

LEI È QUI, DENTRO DI ME…

Lei è qui, dentro di me,
mi offre i sensi, torce
il suo orizzonte.

E’ in ginocchio e grida
vivi, ma io piango,
e non so quanto
il mio seme cerchi
luminescenze nella sua bocca
o quanto le sue trecce
siano già corda spezzata.

Tutto è stato così lento,
la mia testa fra le sue gambe,
le mie labbra sulle sue.

Siamo saliti e scesi
su ogni errore.

Come acrobati nell’elegia,
come acrobati nell’elegia.

Stefano Amorese

.

.

.

.

Faraòn Meteoses (pseud Stefano Amorese)

Inghiottitoio
(estratto)

1
Mi macera dentro per la malora
una congettura contraddittoria,
per di più di un’idea dannata
dapprincipio premeditata sotto una pensilina…
mal sopportata assai
da quel pregiudizio altrui dissuaso mai
dalla supremazia degli Àrcadi e degli aedi:
una tara ereditaria intrinseca
che sempre di più mi estranea dalle virtù degli Avi…
un’interferenza, che mi elide acidula
una vocale atona…
un sapore amaro che mi sgocciola
nell’ingestione di una Sostanza càustica…
una Bestia onnivora che mi guaisce in petto:
un autoritratto a tempera, se lo si preferisce…
una frenesia che si perpetua assidua
che mi adùltera e mi deteriora
per questo testo d’inconsistenza,
che da un incubo si è ingenerato
e che m’ingerisce…
in un buco nero divaricato.

2
In una foiba
che m’affascina fabulosa,
che non mi dice nulla
e che non ha favella…
che sia in quell’avello disseppellito
dall’unghia ippocratica del terapeuta,
che con beneficio di inventario e di bioenergetica,
mi strizzò il cervello nel sotterraneo,
cagionandomi intimamente
un malumore putrido di morfina:
una magodìa, che anche ad oggi, mi sopisce appena…
ossia il dialogo di me stesso con il mio sosia,
una messa in scena di un ricordo nitido di ciò che sono:
una comparsa anonima entro una proiezione
per chi desidera esserne l’autore.
In una simbiosi insolita, in un torbido malinteso
con il mio congenito parassito
e con l’ospite, che mi molesta e che mi fu inatteso:
un pretestuoso… un presunto me,
che non si attenua né si rasserena
nemmeno per una semicroma suonata dall’aulète
ubicata all’imboccatura…
in cui sprofondo in un tonfo sordo,
in un grido acuto…
che ormai mi ha asfissiato esausto
e compiuto nel mistero,
così come mi fu esposto
dal mio viatore muto,
col quale ho convissuto,
in cui sono compreso
e tutto ho condiviso.

 

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Stefanie Golisch Fly and fall – Poesie Inedite, con un Appunto di lettura di Giorgio Linguaglossa

Foto manichino con vestiti su stampelle

   Stefanie Golisch, scrittrice e traduttrice è nata nel 1961 in Germania e vive dal 1988 in Italia. Ultime pubblicazioni in Italia: Luoghi incerti, 2010. Terrence Des Pres: Il sopravvivente. Anatomia della vita nei campi di morte. A cura di Adelmina Albini e Stefanie Golisch, 2013. Ferite. Storie di Berlino, 2014. 

Poesie tratte dalla raccolta inedita Fly and fall

Giorgio Linguaglossa

Appunto di lettura 

Quello che colpisce nelle poesie di Stefanie Golisch è la capacità di inserire la molteplicità del mondo nella struttura monologante della sua lirica, cosa non facile né scontata, non si giunge a questo grado di rappresentazione senza una profonda meditazione su ciò che è la «cosa» chiamata poesia e su ciò che essa debba contenere. E soprattutto, la poesia qui non è un mero contenitore di «cose» ma una «cornice» dove ci sta tutto: l’infanzia, la vita erotica, le passioni, la conoscenza del bene e del male, il senso del limite, la morte che dà alla poesia (e alla esistenza umana) un significato. Il significato di una poesia è sempre fuori di essa, mai dentro le singole proposizioni, come credono i poeti ingenui, la poesia non si risolve in un amalgama di significanti e di significati, come purtroppo una vulgata durata decenni ci ha voluto dare ad intendere. La poesia è, al pari del romanzo, molteplicità, una totalità finita che allude all’infinito.
Quello che colpisce in questa poesia è l’impiego sapiente delle immagini, certe poesie sono costruite con i mattoni delle immagini situate in modo alternato per creare una costruzione:

Il matto, lo chiamano lupo mannaro.
Corvi che gridano al cielo vuoto l’insensatezza del rimorso.
La copia della copia del santo bevitore.
Uomo in canottiera gialla alla finestra della cucina, fumando.
La vecchia che attende il suo giorno, ripetendo tra sé e sé
una storia della sua vita…

Le immagini chiudono e aprono, sono una serratura che permette al lettore di entrare all’interno della poesia, e il lettore entra come un ladro che ruba le sensazioni, gli attimi di cui sono fatte le parole. Il lettore diventa un ladro di parole. Come del resto lo è anche l’autore: un ladro di parole.

stefanie-golisch-190 Golisch

Un io e la sua bestia

Copri con il tuo grigio pelo
il pallore della mia pelle,
il mio tremolante desiderio.
Dentro le mie calde viscere
sento il tuo ansimare secolare
mischiarsi alla mia linfa.
I tuoi morsi mi risvegliano reale,
custode del mio segreto animale.
Nel nostro silenzio
gorgoglia vita indistinta

Proteggi questo troppo lieve io
dalla tristezza degli uomini

Corpo di madre sulla terra

When will we three meet again?
In thunder, lightning or in rain?
When the hurlyburly’s done,
When the battle’s lost and won.

Shakespeare, Macbeth

Stesa sull’asfalto,
avvolta nella mia pelle pallida,
il corpo di mia madre
è una ferita

Sulla breve via verso il freddo,
la sua carne avara
prega la mia,
calda per coprire la nostra sconfitta

La battaglia è finita.
Tra cavalli e guerrieri morti
con bocche spalancate,
ti canto, madre, la ninnananna
alla rovescia

Marie Laure Colasson Abstract_3

Astratto di Marie Laure Colasson

Kartoffelfeuer

Nella quiete di primo autunno,
un improvviso grido di corvo,
il profumo di mele mature
e di involtini primavera dal ristorante cinese
al pian terreno

C’è in questa natura morta
una ansia di risposte a fine estate,
un cupo giorno di settembre
in cui la mia infanzia bruciò
in un Kartoffelfeuer.*
Dopo quel giorno, non c’era più

Nello specchio una ragazza sorride seducente
al mondo appena nato, come per dire,
eccomi,
prendimi,
sono tua

* Il Kartoffelfeuer è il fuoco con il quale, nelle campagne, i contadini bruciano le piante di
patate dopo il raccolto.

Marie Laure Colasson Abstract_6

Astratto di Marie Laure Colasson

La mia inviolabilità

Luz è il nome dell’osso
dalla cui improbabilità risorgerò
dopo che la grande onda mi avrà trascinato via,
mia madre mi avrà chiamato a casa

Non dimenticare
la mia gobba antica,
non dimenticare
il vuoto nell’ora degli uccelli morti,
quando le domande,
una a una, svaniscono
senza risposta,

Raccogli quell’io pietra
nel mistero della sua
imperfezione

*Nella religione ebraica luz è il nome di un osso minuscolo che non può essere distrutto e dal quale, alla fine dei tempi, l’uomo sarà ricreato.

giuseppe pedota acrilico su persplex anni Novanta

giuseppe pedota acrilico su persplex anni Novanta

Quando una vecchia suora si prepara per la notte

Quando una vecchia suora si prepara per la notte, innanzitutto si toglie
le pesanti scarpe marroni,
poi il velo, chiuso dietro la nuca con una striscia di velcro.
Aprendo la lunga cerniera sulla schiena, lascia cadere la tonaca
a terra.
Nella sua veste ingiallita sta davanti a nessuno specchio.
Invece della propria immagine, le sorride seducente
un giovane uomo dai lunghi riccioli biondi che dice:
non aver paura, sei o non sei la mia sposa diletta?
Fiduciosa, sfila i collant color pelle,
il reggiseno color pelle e le mutande color pelle.
Nella luce diffusa di una fredda notte d’autunno,
eccola, nuda davanti al suo Signore.
Tremando, indossa una camicia da notte rosa,
e si fa scivolare sotto le coperte.
Persa come una goccia di pioggia in un cielo senza nuvole,
fa sparire le dita stanche
nell’antro sacro tra le gambe,
dove si nasconde la vita
umida, oscura, muta

Il motel più economico

Questa è la stanza dei vecchi amanti,
così disperatamente devoti all’idea dell’amore
che potrebbero uccidere,
diciamo un cane,
se questo fosse il prezzo da pagare
per una prima volta nuova di zecca.
Ma non c’è alcun cane intorno,
soltanto due paia di scarpe consunte
sotto un unico letto
per tutti gli amanti.
Venite, uccidetemi, direbbe
il cane, se ci fosse un cane,
ma, ahimè, non c’è.

Tutto qui: non c’è

Fly and Fall

Piano il giorno apre gli occhi
per salutare la mattina di fine agosto.
Ecco ciò che sta per accadere oggi:

Un uomo troverà l’amore e un altro lo perderà.
Qualcuno arriverà alla stazione giusto in tempo,
mentre un altro attenderà invano.
Un merlo sussurra nell’orecchio di un altro, che bello volare e cadere.
Qualcuno inaugurerà il giorno con una bottiglia di birra,
e un altro ascolterà a lungo l’eco dei sogni complessi.
Qualcuno scriverà una lettera scarlatta,
mentre nel cuore ferito del suo vicino non è rimasta una sola parola.
Una bambina si sveglierà dai suoi sogni notturni
stringendo il suo orsacchiotto, e una donna si sveglierà
soltanto per morire a metà mattina poiché il giorno
richiede tutto questo. Lottando scivolerà via davanti agli occhi
dei vivi nello stesso momento in cui
un pittore finalmente trova il suo blu.
Oggi sarà il mio giorno pensa il giovane,
mentre si allena, impaziente di gettarsi nella mischia.
Nella cantina di una casa abbandonata,
una gatta tigre gioca con un topo soltanto
per intrattenere la piccola cosa

Quel che il pittore non sa
è che quel blu non esiste,
ma soltanto una voce lontana,
quasi non udibile nel brusio di tutto questo fare all’amore,
morire, chiacchierare con gli amici, mangiare, bere,
spaventarsi e gioire,
impaziente di placare l’insaziabile
oggi

La vita è tutto questo

You are marvellous. The gods want to delight in you.

Charles Bukowski

Il matto, lo chiamano lupo mannaro.
Corvi che gridano al cielo vuoto l’insensatezza del rimorso.
La copia della copia del santo bevitore.
Uomo in canottiera gialla alla finestra della cucina, fumando.
La vecchia che attende il suo giorno, ripetendo tra sé e sé
una storia della sua vita.
La ragazza finta bionda con i jeans economici,
la maglietta economica e i suoi sogni inimmaginabili.
La coppia di nani al loro primo bacio, ansiosi
di fare bella figura.
Sole di Novembre, tempo di resa,
tempo di rinascita, perdono e oblio.
Un verso di Hölderlin che recita:
più l’uomo è felice, più alto è il rischio che si rovini.
Il mistero di ogni nuovo giorno
e i sette significati nascosti di una antica fiaba.
Oscure selve germaniche e luminosa bellezza mediterranea.
La speranza che una calza rotta può essere rammendata,
che le ferite possono guarire,
e che la nostra voce può migliorare con il tempo,
perdendosi
in tutte le voci

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