Francesca Dono, QUATTORDICI POESIE Inedite – La carta da parati – con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa: La poesia dopo la fine della modernità, «La nuova poesia ontologica»

Francesca Dono nasce a Reggio Calabria. Si laurea in Scienze Sociali poi si trasferisce a Milano dove vive e lavora. Scrive già a sei anni la sua prima poesia. Comincia a dipingere e fotografare all’età di sedici anni. La sua pittura spazia dal tradizionale al digitale. Tante le opere poetiche selezionate e inserite in varie raccolte ed antologie del panorama piccolo-editoriale nazionale.

Pubblicazioni sulla rivista «Odissea» di Angelo Gaccione – «Bibbia d’Asfalto»  e «Word Social Forum». Molti componimenti si sono classificati ai primi posti in vari concorsi tra cui :premio  internazionale Otto Milioni di Bruno Mancini,  premio internazionale “Terra di Virgilio” con critica di Enrico Ratti, premio “La Stampa ”con critica di Maurizio Cucchi. Premio Speciale Presidenza  “Abbiate Coraggio di Essere Felici” di Antonella Ronzulli e Annamaria Vezio , premio “Internazionale Leopardi d’Oro” dell’Accademia Leopardiana di Reggio Calabria come  ambasciatrice  e procuratrice dell’Arte  e Letteratura Italiana nel mondo. Premio MilaninSight. Concorso Racconta la tua Milano.

Anche i dipinti sono stati inseriti in vari Cataloghi d’Arte tra cui il catalogo d’arte “ l’Elite”  anno 2013 e 2014, catalogo  d’Arte di Assisi e di Artelis di Reggio Calabria nel 2015. A Novembre edita la sua prima raccolta intitolata Tra l’Insionismo* l’Inversionismo e il dialogo di Irda Edizioni”, ormai fortunatamente introvabile.

*(neologismo)

gif-ragazze-con-palloncini

Fine della modernità

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Nel tragitto ortogonale e tangenziale verso una «Nuova poesia ontologica» credo si possa annoverare anche la poesia di Francesca Dono. Come ho detto in diverse occasioni, questa poesia non vuole essere né bella né brutta, né isoritmica (detto in altri termini: eufonica), né cacofonica, né dissonante né minimalistica, né sperimentale né antisperimentale, né novecentesca né anti novecentesca. In un certo senso, questa nuova procedura compositiva, per frammenti e per relitti, prende a prestito da tutte le acquisizioni stilistiche pregresse gli elementi di novità e li immette in una «forma» compositiva del tutto nuova. Siamo ormai lontani dall’epoca che ha sanzionato la decadenza di ogni narrazione, da quando, nel 1979, Lyotard dà alle stampe un libretto di circa cento pagine con il quale statuiva «la fine della modernità». La tesi di base è nota: Lyotard sancisce la fine della modernità, facendola coincidere con l’impossibilità di porre mano – per il filosofo come per lo storico della cultura e delle civilizzazioni – a una «grande narrazione», cioè a una storia che possa essere “macrostoria”, vale a dire una storia complessiva e comprensiva della civiltà. Ciò che restava erano i frammenti, i frantumi, i cocci dell’«Anfora» di Ubaldo de Robertis, i relitti, ed è con questi relitti che, volente o nolente, la poesia contemporanea dovrà fare i conti. Non c’è via di scampo. I ritorni al passato euofonico della poesia eufonica di Sandro Penna, sono impossibili, così come le derive narcisistiche verso le «narrature» (dizione di Roberto Bertoldo) post-modernistiche che fanno le fiche alla narrazione della narrativa.

Francesca Dono ha il dono, se così si può dire, di possedere il demone della poesia. Fa una poesia che nessuno si sognerebbe mai di fare, e lo fa con la naturalezza e l’ingegnosità di chi ha un talento maldestro e irriguardoso. Oserei dire che è un po’ il versante femminile di Antonio Sagredo. Fa poesia come fa fotografia, con lo smartphone, con l’ingegno della spontaneità, ha uno sguardo originale e non convenzionale sulle cose, come può averlo un primitivo nell’isola di Pasqua, leggi le sue associazioni e rabbrividisci, non ti ci raccapezzi. Inverte l’ordine degli addendi, e il risultato cambia, è questo il segreto del suo approccio. Incredibile, Francesca Dono possiede per via, per così dire, «naturale», il segreto dei «frammenti», li mette in un bussolotto, agita il tutto, e quello che ne viene fuori è un prodotto sempre diverso. Semplice, no? Fa del bricolage e del brigantaggio linguistico. Le sue composizioni hanno una leggerezza e una fragranza encomiabile; mi dicono che riesce claudicante, che qua e là inciampa sulla diversissima geografia delle immagini, ma, credo che sia il rischio del mestiere di poeta: («la carta da parati con una finestra / sul finire dell’inverno»; «Buona fortuna-  scrive Hoffman sotto stelle insultate»). Procede con una precisione fotografica, fotometrica, nel senso che il metro della immagine è il suo unico regolo («un pesce rosso dentro la boccia di vetro»; «Lacrimogeni gettati dentro autobus di linea»); si esprime mediante enunciati surrazionali  e insensati («Pindaro non smorzare il giglio con la cenere del vulcano»), adotta  notazioni quasi didascaliche, fa cartografie di fotografie e di immagini, poi cambia passo, allunga il passo, torna indietro, ci ripensa, va avanti, e poi a destra, e a sinistra, parla di cose scombiccherate, bizzarramente assemblate («Allungo il pennello guardando sacchi a pelo a ridosso / di ombre lunari»),  in un paesaggio de-paesagizzato e de-psicologizzato, lunarizzato, ridotto a palcoscenico di burattini in libera uscita; assembla immagini le più varie, desuete, contraddittorie, farsesche, sovra reali in modo da de-naturare i componimenti e de-automatizzarli. Le sue sembrano poesie scritte da manichini irriverenti e scontenti che litigano tra di loro. Fa una poesia della contaminazione lessicale, della disseminazione, della combinazione e dello spaesamento, direi della labirintite, malattia tipica del nostro tempo psicotico; fa una poesia molto simile a quella di certi schizofrenici che sono molto più sani dei poetini da Parnaso dipinto; fa una poesia che manca di equilibrio, sì, che inciampa spesso, cade a terra e si rialza… Ed è appunto questo il suo pregio: che lascia ben visibili le cicatrici linguistiche, i vulnus, le cuciture improvvisate, i salti, gli strappi…  Segue la funzione simbolica del linguaggio per contiguità metonimica, senza darlo a vedere, senza pensarci, e magari senza saperlo, si affida alla metonimia piuttosto che alla metafora,  alla funzione sinonimica, e se ne va a spasso per suo conto con una incredibile libertà fantastica. Fa una poesia che manderebbe in estasi i bambini, ma che certo, gli adulti ben pettinati si guarderebbero bene dal prendere sul serio e storcerebbero finanche il naso. In specie, i poeti laureati, quelli che parlano con scienza e coscienza delle cose di cui si può parlare con meticolosa seriosità con un linguaggio lindo e pinto.

(Francesca Dono)

– la carta da parati –

la carta da parati con una finestra
sul finire dell’inverno.
Allungo il pennello guardando sacchi a pelo a ridosso
di ombre lunari.
Brulicano pietre.
Si traccia la mappa per allevare sonni tra le morgane.
Tre anni e ancora lui non m’appartiene.
E’ indelebile la malia del vecchio straniero. Torno indietro.
Nessuno sorride.

.
– Achille giunge nell’ora perduta –

spocchie e foglie vecchie di lacci militari.
Achille nell’ora perduta.
Dita disadorne giungono tra i sudici illibati.
È irritante quel
disordine nell’afa .
Lucy scompare alla dogana. L’acciottolio di piatti
nel buio di un sotterraneo.
__Alcune cameriere s’innamorano.
L’albergo ha un tetto nel diluvio.
________–
Girotondo dei cieli.
_____ Dorme la puritana di San Francisco. Stalattiti raccolgono
Saturno in mezzo alle caverne.
In corteo cappelli proletari –
Sconfinano necrologi sul Journal de Paris.
– Buona fortuna – scrive Hoffman sotto stelle insultate.
Si sospira.
Di bocca in bocca un cianotico pasto.
Fisso un garzone per la fuliggine.

– un pesce rosso –

un pesce rosso dentro la boccia di vetro.
Anni nella stessa direzione.
Mi chino. Lui si abbandona estraneo
al circolo dell’acqua sempre piatta.
Un pesce rosso. Nel caldo o nel freddo.
Niente si muove sul davanzale.

– dell’uomo solitario –

atroci piedi alle solide fondamenta. Dell’uomo solitario l’attrito
nel peso di un corpo sottile. Si oscilla nel sonnifero. Anche il sacrestano
non ha scalato i calandri di cera. Nella cella un’antica fiumana di peltri. Inodore
tu respiri. La roulette mi gira ai perni di Gomorra. Perché rifiutare la festa delle canne
slanciate? Un bovaro si avvia lontano. Dopo la colonia tristemente il nostro capo curvo.

– di rose i giardini –

di rose i giardini.
I lini delle case fino alle cose.
Quasi cangiante l’audacia dei volti indigeni.
Fisso i declivi frastagliati. Oso issarli all’insegna agostana.
La falsa abbronzatura fiancheggia l’alone del tuo iride. Sono tutti
laggiù i lapis per disegnare le galassie. Sulla scia pietre accalcate. Ipoteche
verso la corolla solare. Lacrimogeni gettati dentro autobus di linea.
Mi alzo. Mi siedo.

– centimetri di scure acquoline –

l’eclisse.
Centimetri di acquoline salutando la luna.
Un altro poeta è caduto dalla pietosa rupe.
Pindaro non smorzare il giglio con la cenere del vulcano.
L’alba si sbeffeggia.
Duri calchi nella villa di Pompei.
Ora tu cresci inglobando fiumi già logori.
Tetri commensali dentro la sala cobalto.
Asfittica la fetta di carne sui piatti decorati.
Omero ormai scrive insonne.
Vele di luci sotto l’Olimpo. Mi pettino tra miseri mendicanti.
Tacciono le colonne del tempio.

– e per mai osare la precisione degli uccelli –

contaminata
la pioggia vacilla.
Forse cava la nostra carne
dentro milioni di fosse oceaniche.
__________Un colpo si punta all’acciaio. Moloch sparge
l’ala dell’anatra verso le aquile.
Non un dubbio.
_________Sotto i radar il sole e gli angeli del viaggio.
Ti porto una cena carica di ruggine.
La porta d’ulivo ha rami lungo la notte.
|________
Tu succhi dal branco il feto triste. Il branco ci concede l’ennesimo bronzo nel volto scarnato.
———————-
Filo imbastito sulle schiene blindate.___ Marion s’incontra con le torri assoldando oscuri sicari.
_Orti ed erbari in mezzo alle stoviglie.
Il piatto è nudo.
Che faranno di me? Poison _ poison nella polvere frettolosa.
Sussurri lievemente. Cani-ragni sugli altari.
Chet Baker si tormenta con una tromba stonata.
La sala americana è tra pareti incartate.
_______Luce tra le macerie.

francesca-dono-con-tela

(Francesca Dono)

– il miglio mischiato –

un cucchiaio dentro la clessidra.
Questa svasatura è il miglio mischiato dentro gabbie di uccellini.
Zia Carmelina taglia le pigne a dadini.
Una ciotola più o meno.
Il santo mi ha sparso in milioni di fedeli.
Scende il crepuscolo.
L’oceano soggiorna a Cattolica.
Prende il volo un’anatra tra i rovi di un orto.
Papà andava per i campi.
Altri sei mesi raccogliendo tra i clivi.

–  i grandi canyon –

grandi canyon nella
caccia del vento. Sospesi i fiori rossi
qualche luna è scoppiata sconfinando.
Pareti ripide negli orizzonti caduti.
Ho visto erbe carnivore banchettare
con i tuoi vermi. Tre mesi di cielo terreo
non tornando alla bottega dell’oro.
Bolle bibliche nell’acqua: dietro le volute
Erode si sventra . Qui m’insabbio
nella congrega dei papi. Chiederti
della promessa per il sole. Gli oracoli
si susseguono in ogni grappolo d’uva. Molto tempo
la mia anima senza un calice maestro.
Nella contesa una quinta e l’ombra riflessa.
Ma già ti riconosco. Ho visto
quel corpo lacerato.

– poltroncine rosse –

la sala di un cinema.
File di poltroncine scolorando nel buio .
Ovunque poltroncine di stoffa tra fievoli
mormorii o segreti.
E’ quasi penombra il gioco della luce.
Ogni volta dalla tela un corpo dal fotogramma.
Con te il singulto di una strana immagine.
Guardo il respiro dell’aria viziata.
Distrattamente i nostri fianchi si sgretolano
al minimo colpo di sonno.
Cataste di poltroncine .
Poltroncine rosse legate in ogni fila.

– selve al banco dei merluzzi –

selve al banco dei merluzzi.
Si strofinano candele al santuario.
L’uomo ha ucciso.
Un monaco ha forzato il gelo nella neve.
In obbligo questa lucciola-pachiderma
a svelarsi di notte. Ti raggiungo nel campo del bambù
bramoso. Luoghi canonici con cecchini e
bombe che non smettono di cercare.
Eros sussurra all’orecchio.
Del sole un salto tra scansie spellate.
Povera Betta partoriva figli prima di prendere
la pila del vento.

*

Lieve. Fatto in un mulino di olmo
nel corpo asciutto di belle bambine.
Aspettando i circoli della volpe
Lara ebbe il segno per i polsi più chiari.
Ricordo le ombre di fiumare assediate.
Un tempio aveva i graffiti dove
Ippazia si compiva nel coltello di conchiglie.
E venne un tetto levitando
l’altezza attorno. Tu tra i
riflettori immortali di una città attonita.
Morgana era l’altra sorella
nell’acqua del mare.

– Sonagli a Bali –

L’aureola nacque. Era un pomeriggio
col tuo maglione rosso verso Madras.
Intanto la gasolina nella
frusta del vento. Tra i fumi un teschio vagante.

-Puoi essere uguale a questa boccuccia. – Diceva.

Era buio . Lo sbieco della coperta traboccava pallido.
Era buio.
Non per i pianeti ma nell’incrinatura di vuote fruttiere.

-La morte non va altrove-. Il tuo teschio ingiallito
simile a un furgone angusto.

-Mi annido. Potrei trascinarti – lui ripeteva.

(Alcune donne in sottoveste. Altre dentro grattacieli di creta).

Già arroccati i miei margini in quelle pietre dure.
Venivano persino tamburini dal Missouri.
Ancora altra neve nei grani del pulviscolo.

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35 commenti

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35 risposte a “Francesca Dono, QUATTORDICI POESIE Inedite – La carta da parati – con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa: La poesia dopo la fine della modernità, «La nuova poesia ontologica»

  1. donfrancesca23

    Grazie mille Giorgio per il tuo commento. Sono onorata di essere qui su questo grande blog . Auguro una buona lettura a tutti. Grazie ancora.

  2. “Francesca Dono ha il dono, se così si può dire, di possedere il demone della poesia.”
    Concordo con Linguaglossa, fin dal primo giorno in cui lessi (ed ospitai su altri luoghi lontanissimi) i versi di Francesca. Complimenti.

  3. Benvenuta, Francesca Dono. Dalla mia postazione non riesco a vedere l’intero ologramma – la parte che si forma nella disgregazione – ma è un difetto che ho nella vista. In fondo non sono nemmeno sicuro che ci debba essere, o nel caso che debba avere un aspetto riconoscibile. A volte ci salva il laccio del finale, a volte nemmeno quello. La vicinanza a Sagredo, posto che Linguaglossa abbia ragione, in effetti mi porta le stesse complicanze; tanto più se penso che Sagredo si stia riordinando/riorganizzando, ai miei occhi mirabilmente. A volte son le parole a creare l’immagine, da pittori si tende a fare il contrario. Non posso che augurarti milioni di questi viaggi, e altrettante aperture, accoglienze.

    • donfrancesca23

      Grazie Lucio. Non è poco essere vicino a Sagredo. Ho molto da imparare da tutti e in altrettante cose del nostro essere uomini. Sai Lucio non tutti vediamo ciò che un altro riesce a vedere e percepire. A volte riflettiamo attraverso miliardi di effetti prismatici. Ti capisco. Grazie. Sto bene qui.Il blog di Giorgio e’ di grande spessore.

  4. Sono pienamente d’accordo sulla qualità e la continuità di questa ottima autrice, che per mesi ho letto e commentato con piacere sulla Scialuppa.

  5. Di rado complimento poesia.
    Questa di Francesca Dono, edita o inedita, mi è sconosciuta. Ma il primo verso del primo testo mi è bastato per continuare a mormorarmi da quasi orbo parola per parola. La realistica fantasia, arte non facile da ricreare, mi allibisce nella maniera espressa.
    Complimenti Francesca.

  6. No non c’é storia se non fatta di poutpourri OK? Mi alieno tutti e non importa ma cavolo che vivi a fare se non dici la tua? Se crei in automatico se commenti in automatico, non sono nata ieri no c’é vita quì,perchè tutti vogliono essere poeti quando esserlo é non vivere Vivete questa fase aspettate, il poeta che io non sono sia chiaro, é l’anticamera dell’inferno e prima del paradiso una stazione non esisti nel mondo non sei niente!
    allora forse viene fuori qualche stracciata parola,se l’acchiappi se non eri fuori casa a fare la spesa,che serve, perché abbiamo corpo e mangiamo. Cosa é il cucchiaio nella clessidra vorrei una spiegazione,

  7. Benvenuta nella Nuova Ontologia Estetica, anche se in precedenza abbiamo avuto su FB, alcuni scambi di opinione sulla de-costruzione del verso, come frammento, cerotto linguistico e implantologia lessicale. Ora trovo questi versi maggiormente modernizzati, più rifiniti nella impalcatura della Forma: una vera prova impegnativa che apre il tuo discorso poetico sicuramente verso nuove elaborazioni estetiche.Un cordiale saluto.

  8. donfrancesca23

    ringrazio veramente tutti. Ribadisco che continuo ad imparare da voi autori di grande prestigio. Vi seguo da molto tempo. Mi ritrovo ampiamente nel commento elaborato da Giorgio. Le immagini che inciampano sono volute. Del resto qui. in questa esistenza contraddittoria e malferma lo facciamo di continuo. Io sono soltanto il prodotto di questi secoli. Un cucchiao di clessidra che va verso l’abisso. Buona giornata e grazie ancora pr la vostra lettura.

  9. donfrancesca23

    un ringraziamento specilissimo a Giorgio ovviamente.

  10. A me piace questo inciampo che frantuma l’immagine, per poi ricomporla altrove. Si crea un puzzle di spaesamenti, resta nell’aria l’inquietudine di una resistenza alla vita (naturale resistenza, quella profonda dell’io che vorrebbe/non vorrebbe immergersi nella sua corrente). Inquietudine e ironia, immagini salde per saltare sopra i fossi. Mi è piaciuta. Rileggerò ancora. E leggerò volentieri dell’altro.

  11. Da un mio Appunto impolitico:

    “l’enigma non può essere sciolto con un atto di padronanza categoriale ma può solo essere percorso”

    (Rovatti, 1992)

    “L’io è letteralmente un oggetto – un oggetto che adempie a una certa funzione che chiamiamo funzione immaginaria”

    (Lacan, 1955)

    “L’io è una funzione dell’inconscio”

    (Lacan, 1955)

    “L’inconscio ha una struttura linguistica”

    (Lacan)

    In fin dei conti, la poesia ha sempre a che fare con un «nooggetto» (P. Sloterdyik), con quella cosa che precede la distinzione di soggetto/oggetto, che precede la stessa instaurazione del linguaggio come linguaggio dell’Altro.

    Quanto afferma Mario Gabriele su la «de-costruzione del verso, come frammento, cerotto linguistico e implantologia lessicale…», mi trova completamente d’accordo.

    Dobbiamo guardarci dagli atti di padronanza categoriale con cui spesso guardiamo al linguaggio poetico.

  12. Una poesia molto originale e densa. Bellissime immagini, complimenti a Francesca, che proprio ieri ho ospitato anche sul mio blog. E complimenti a Giorgio, per il solito acume critico.

  13. Giuseppe Talia

    “Fa del bricolage e del brigantaggio linguistico”, scrive G. Linguaglossa nel commento impolitico, e ancora, “magari senza saperlo, si affida alla metonimia piuttosto che alla metafora”.

    Io ho trovato alcuni versi di rilievo, come anche un naturale procedere per fotogrammi (frammenti).

    Ippazia si compiva nel coltello di conchiglie

    Gli oracoli si susseguono in ogni grappolo d’uva

    Non per i pianeti ma nell’incrinatura di vuote fruttiere

  14. gino rago

    Leggo nei versi di questa poetessa – che fino alla proposta fatta da Giorgio L. in questa preziosa pagina de L’Ombra delle Parole non conoscevo – una idea di far poesia non epigonica per il lavoro che s’indovina non già sull’apparato metrico-lessicale, ma sulla “forma”. Ne derivano componimenti nei quali quasi ogni verso ha una propria compiutezza con l’impiego saggio e paziente dei punti fermi in grado d’esaltare la potenza semantica d’ogni parola sapientemente scelta, lasciando sul filtro estetico dell’autrice quelle che sarebbero altrimenti state delle intruse, se quel filtro non fosse stato adottato.
    Sento l’esperienza poetica di Francesca affine a quella poesia che la nostra
    Rivista di Letteratura Internazionale sta sostenendo, pur senza mai ignorarené disprezzare gli altri ” tipi ” di poesia del panomara poetico contemporaneo.
    Gino Rago

  15. Claudio Borghi

    Mi è capitato una volta di visitare un’esposizione di quadri di artisti schizofrenici, invitato da un amico medico, primario dell’ospedale psichiatrico di Mantova. Ne rimasi molto turbato. Mi sembrava evidente che nella maggior parte dei casi si trattava di tentativi maldestri e commoventi di fissare emozioni in cui il risultato, se fosse stato proposto in qualunque altra rassegna, non solo di “artisti pettinati”, come scrive Linguaglossa, sarebbe stato deriso o ignorato. Nella stessa esposizione erano in vendita anche libri di poesia o libera invenzione (spesso versi o prose accompagnati da disegni) degli autori dei quadri, con introduzioni serissime di critici anche noti che ne celebravano l’arte, con paragoni non di rado imbarazzanti. A dir poco la cosa mi segnò dentro, come un trauma. Mi colpì il senso profondo del termine autenticità e nello stesso tempo il senso del fare arte, del tradurre in forma un navigare tempestoso che in certe anime mai è solcato da luce quieta. In particolare mi sembrò inopportuna e gratuita la razionalizzazione del male interiore che psichiatri e critici facevano nei loro discorsi (non di rado gli stessi psichiatri avevano velleità artistiche e comparivano nei commenti alle opere dei malati), in un’inquietante sintesi di male profondo e parole equilibrate che tentavano, in modo formalmente ed espressivamente efficace, di descriverlo. Devo ammettere che i testi di Francesca Dono, che rileggo da due giorni, mi destabilizzano e mi inquietano per la ragione opposta. Ci sento la volontà di vivere o creare uno squilibrio virtuale per renderlo poetico. E mi sento in linea con quanto scrive, in modo un po’ dissestato ma autentico, egillarosabianca, che ha sentito, da anima sensibile e attenta, il probabile artefatto. Il commento di Linguaglossa è senz’altro pertinente ed efficace nel connotare questa poesia dello straniamento che di continuo si rinnova, ma in due punti mi lascia perplesso. Il primo è quando scrive “fa una poesia molto simile a quella di certi schizofrenici che sono molto più sani dei poetini da Parnaso dipinto”, che potrebbe sembrare indiscutibile se non fosse vero che l’autrice schizofrenica non è, ma finge di esserlo. Il secondo è il paragone con Sagredo, che a mio avviso non c’entra nulla. La poesia di Sagredo è solo in apparenza gioco, nasce da un fondo tragico e da una rara sapienza versificatoria e musicale, che Francesca Dono nemmeno conosce. Piuttosto, mi lascia esterrefatto questa serie di lodi in nome della Nuova ontologia poetica, fondata sul frammento come testimonianza del dissesto interiore di cui tutti, questa è la tesi implicita, siamo in definitiva malati. La malattia mentale è incapacità di relazione, non finge mai, e nei rari momenti di lucidità, quando nella tempesta si crea, come un dono inaspettato di una grazia inclassificabile, lo squarcio di una rasserenante luce armonica, può produrre arte altissima. Dietro non c’è mai una teoria, come in Campana, o in de Palchi, c’è una necessità disperata di trovare una forma, che a volte per miracolo si dona, come una sorta di riparazione di una imperscrutabile divinità che con le creature non è stata equamente generosa.

    • donfrancesca23

      La ringrazio per la sua lettura signor Borghi. Credo che Giorgio abbia voluto dare un significato diverso al termine schizofrenico. Fingere? Chissà. Non saprei. A volte i miei sogni intrecciano il reale o viceversa le immagini di un pensiero prima della parola. Sono quella che sono. Niente di più che meno di una somma. Grazie ancora. Buona giornata.

    • Le misurazioni, le riduzioni, l’animo umano disposto sul grafico di Lacan,che come il suo maestro Freud era più neurologo che psichiatra, la psichiatria é una scienza particolare e poco c’entra con la metafisica,la grande domanda senza risposta. Lacan non é la stella polare e infine incomprensibile, e quì mi faccio scudo di un gigante del pensiero come Heiddegger,che Lacan non lo capiva nemmeno lui.Su significato e significante a mio parere i filosofi come Wittggestein, e Heiddegger stesso, Gadamer hanno saputo ascoltare.L’Altro potrebbe “trovarsi”di più nella microfisica di Planck,é solo un idea.Ho trovato il suo commento vero in ogni parte, non anaffettivo,elegante.

  16. anna maria favetto

    Concordo in toto con ciò che scrive Claudio Borghi, specie quanto riguarda il paragone con Sagredo, che è incomprensibile e inefficace allo stesso tempo. Incomprensibile è pure per me il giudizio di Alfredo De Palchi.

  17. Dobbiamo guardarci dagli atti di padronanza categoriale con cui spesso guardiamo al linguaggio poetico.

  18. anna maria favetto

    mi spiace Signora Dono. Spesso ciò che e’ comprensibile a molti diventa incomprensibile per pochi.

    • donfrancesca23

      nihil.
      Assentiam egirid al aim forzam.
      Nihil.
      Fino alla schiusa di ogni parola.
      Nihil.
      Qui es non esrof originarium.

      Buona giornata.

  19. Valerio Gaio Pedini

    Quando si parla di frammenti bisogna una fare una distinzione fra il blog e fra i blog, Giorgio dice che questo è un frammento io dico uguale ma altri direbbero che non è un frammento perché della poesia non hanno capito nulla insomma c’è un bel da dire sulla poesia di questa Poetessa già che u poeta venga paragonato in antitesi ad una poetessa è grossa, la ridancianità non serve , io sono un critico dispari e non amo la storia della poesia se non quella di Transtromer o quella dei Russi,, o quella dei cechi, o quella dei sardi, cioè i poeti del centro, insomma io capisco che noi siamo sardine da laboratorio siamo poeti stanchi siamo scrittori scadenti, tutti noi a parte i soscritti, Giorgio è un soscritto, i soscritti sono epicentri marginali, non li chiamo per nome Francesca è un artista e come mi disse Giorgio privatamente la poesia senza pittura non è altro che sogno, il Sagittario bel segno, come le acque in tempesta migrano in cerca di mondi, il paese è satellite io da poeta amai subito Giorgio ma come critico, poi mi imbambolai nella forma di Sagredo e mi piacque la stravaganza di De Palchi, Francesca è sui generis ma io dico non è forse come i poeti novi? non De Palchi, ma Sagredo è un poeta nuovo, ma qui vi è il cardine europeo e l’apice italiano

  20. donfrancesca23

    grazie Valerio. Sui generis si. In generale si per dire no.

  21. donfrancesca23

    no al meccanismo …intendo

  22. Trovo inutili discutere sul comprensibile e incomprensibile, sulle varie terorie, e perché questo e quest’altro. . . Personalmente, dove c’è poesia (e cosa è? mistero) la percepisco subito nel primi tre versi di un componimento. Altrimenti non vado avanti a leggere annoiato. Quando leggo non mi fermo a ragionare se ciò che definisco mistero, comprensibilie o incomprensibile, è poesia; la sento subito intuitivamente e fisicamente. Francesca, originale e spontanea, probabilmente confonde i blogghisti, non li convince. . . e ciò, significa che è poeta.

    • donfrancesca23

      lei e’ molto gentile Signor De Palchi. Davvero. Grazie. Poi ,dato che sono di poche parole perche’ un po’ timida, le auguro una buona serata. Mi rincuora molto.

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