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Gino Rago UNA POESIA INEDITA Le sonagliere dei mirti vanno verso il porto – con due commenti  di Chiara Catapano e Mariella Colonna

grecia La contesa per il tripode tra Apollo ed Eracle in una tavola tratta dall’opera Choix des vases peintes du Musée d’antiquités de Leide. 1854. Parigi, Bibliothèque des Arts Décoratifs

La contesa per il tripode tra Apollo ed Eracle in una tavola tratta dall’opera Choix des vases peintes du Musée d’antiquités de Leide. 1854. Parigi, Bibliothèque des Arts Décoratifs

Gino Rago nato a Montegiordano (CS) il 2. 2. 1950, residente a Trebisacce (CS) dove, per più di 30 anni è stato docente di Chimica, vive e opera fra la Calabria e Roma, ove si è laureato in Chimica Industriale presso l’Università La Sapienza. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’idea pura (1989), Il segno di Ulisse (1996), Fili di ragno (1999), L’arte del commiato (2005). Sue poesie sono presenti nelle Antologie curate da Giorgio Linguaglossa Poeti del Sud (EdiLazio, 2015) e Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, Roma, 2016)   Email:  ragogino@libero.it

 

 Commento di Chiara Catapano

Come onde pesantemente sullo scafo della vita: commento trasversale ai versi di Gino Rago “Noi siamo qui per Ecuba”

Noi non siamo qui per Menelao.
Né siamo qui per Elena

 È con una negazione che s’apre il lungo canto dei vinti di Gino Rago: negazione che è la sorte stessa dei vinti, orrido aperto sotto la loro memoria. Per Ecuba noi siamo qui, non c’importa delle vergini, non ci interessano le schiave adolescenti per il nostro letto:

Noi siamo qui per Ecuba,
la sposa ormai prona al suo destino

Siamo qui in forze, e neppure Elena che scatenò la guerra ora ci riguarda quanto la regina della città perduta. Menelao non degna d’uno sguardo la moglie-bottino: anch’egli è lì per Ecuba. “La casa dell’amore si sfarina”, per tutti. C’è la casa concreta dei Troiani, c’è quella lontana cui fare ritorno per i Greci: ma ogni cosa muore in guerra, perché ciò che tiene in vita, in guerra, è la guerra stessa. Simone Weil ha chiamato l’Iliade Il poema della forza: “Si tratti di servitù o di guerra, sempre, tra gli uomini, le sventure intollerabili durano per via del loro stesso peso, e così dall’esterno sembrano facili da sopportare. Durano perché privano delle risorse necessarie a uscirne. Nondimeno, l’anima segreta della guerra brama la liberazione; ma la liberazione stessa le appare sotto una forma tragica, estrema, sotto la forma della distruzione.” Eccolo il destino cui Ecuba si sottomette, ecco il peso che sorregge le vite di vincitori e vinti. Nessuna fine più moderata, continua la Weil, sarebbe tollerabile perché ancora più esposte alla memoria del tragico rimarrebbero le nude spoglie degli uomini, i resti intollerabili di vincitori e vinti. Tombe scoperchiate. Più tollerabile che siano i morti tra noi, così possiamo continuare ad amare.

Tutti noi dal nostro osservatorio fatto di millenni e di distanze siamo qui per Ecuba: dimenticato il canto dissennato di Cassandra, risuonino infine le sonagliere di mirto. Abbiamo bisogno d’una schiava, d’un bottino illustre, della tenerezza della vecchiaia per tenerci in vita. Non ci commuove tanto neppure il grido ultimo di Astianatte, non seguiremo Andromaca in Epiro.

Ogni verso nel canto Noi siamo qui per Ecuba trascina dentro una morte infinita. Gino Rago forza il mito per intesservi intorno un destino di ineludibile atrocità. Mai la schiava si libererà – non diventerà la nera cagna di Ecate, non avrà la sua tomba in fronte all’Ellesponto – : prosegue il viaggio, sonagliere di mirto ne scandiscono i passi. E il mirto purifica – purifica dalle azioni commesse e subite. Purifica ad un livello altro, l’uomo resta e pasce il suo destino.

Sono versi che non assolvono e non lasciano scampo, a nessuno di noi, dentro la nostra trincea fatta di millenni e distanze. Nessuna immunità, nessun vaccino, nessun oblio.

grecia scena di un banchetto

scena di un banchetto

    Commento di Mariella Colonna

 Il risuonare delle sonagliere e il rumore delicato delle fronde di mirto mosse dal vento sono il preludio musicale con cui Gino Rago ha voluto presentare l’episodio finale delle vicende di Ilio e ricorda ai greci la vittoria, ai troiani la sconfitta. Il Poeta si china sugli sconfitti a cui vanno la sua mente e il suo cuore.

Il ciclo di Troia si conclude con il dramma dei personaggi che abbiamo imparato ad amare grazie alla forza primordiale e senza tempo che il mitico cantore di Troia ha loro conferito. Ettore, il più forte dei guerrieri troiani, sconfitto per vendetta e torturato da Achille, è umiliato anche da morto, il suo corpo straziato non viene restituito alla Madre che ha perso ormai tutti i suoi figli, non può ricevere onorata sepoltura insieme alle sue armi, non può essere pianto, è preda degli uccelli. Ormai siamo dentro il cerchio sacro della tragedia che il Poeta sembra tracciare con una mano invisibile, ispirato dallo scudo di Ettore in cui riposerà la vittima più vittima di tutti gli altri caduti in guerra: il piccolo Astianatte gettato, su consiglio di Ulisse, dalle mura di Troia e ricomposto da amorevoli mani dentro lo scudo del padre morto da eroe.    Invisibili ma più che mai presenti sono i tanti morti che pesano sul cuore di Ecuba a cui viene a mancare la parola, insieme ai vivi che hanno perduto la propria ragione di vita: Andromaca.Né più moglie né madre. Ecuba è immersa nel silenzio, ma i suoi pensieri gridano: ella è in parte distrutta, senza vita, eppure fieramente la sua anima di Regina resiste ad ogni possibile oltraggio, ma ecco che, appena giunge come schiava all’Isola del suo peggiore nemico, un Poeta le fa un omaggio imprevisto: Sei bella. Sei bella come una Regina / con quei capelli tutti inghirlandati. / Slegali. Trema tutta la terra / se ti vanno a sfiorare / le caviglie alate…

Quel Poeta è senz’altro Gino Rago. Un’idea grande, la sua, d’inserire la propria presenza, a millenni di distanza e in contemporanea sul piano dell’essere, nell’evento mitico di cui narra… E certo lo fa per sottolineare e accompagnare il momento in cui la grande Regina vinta, che ha perduto il marito Priamo, i numerosi figli, il prediletto nipote, la sua Troia, approda schiava ad Itaca; il Poeta che la canta oggi era, è presente allora e si esprime verso di lei come un amante nei confronti dell’amata…eppure Ecuba è anziana, lacerata dal dolore, affranta, non parla più che a gesti. Ci si può innamorare di una donna avanti negli anni e sconfitta dal dolore, che esiste soltanto nell’immaginazione o nella memoria? Il Poeta non pone limiti all’amore, lo sente al di là e al di sopra di tutto: l’amore è ontologicamente vincente rispetto alle armi, quindi Ecuba è sconfitta soltanto dalle armi, ma è vittoriosa nell’amore. Che cosa contano gli anni di fronte al fatto che ella dimostra più coraggio di tutti gli eroi messi insieme, che da schiava si muove e parla ancora come una Regina, che porta nella mente e nel cuore tutti i suoi morti, gli affetti, i valori di una città che per ben dieci anni ha resistito all’assalto dei greci ed è stata sconfitta soltanto da una trovata astuta  del nemico?

C’è un’antologia di poesia contemporanea di Giorgio Linguaglossa che ha un titolo suggestivo, Com’è finita la guerra di Troia non ricordo. Forse anche per questo Giorgio non ricorda: la guerra di Troia non è mai finita con la vittoria dei greci perché una donna troiana coraggiosa ha amato ed è stata amata più della famosa Elena e perché un troiano figlio della dea Venere si è messo sulle spalle il vecchio padre, ha preso per mano il figlioletto Ascanio ed è partito per mare, con i compagni rimasti in vita, sulle navi sopravvissute all’incendio: e, dopo molteplici tribolazioni e un lunghissimo viaggio, ha fondato Roma. Questo secondo la leggenda e la leggenda, sappiamo, contiene sempre un elemento di verità. La guerra di Troia è simbolo di tutte le guerre in cui necessariamente alla gioiosa vittoria dei vincitori si affianca la desolazione dei vinti: in questa poesia di  Gino Rago che grazie alla memoria senza tempo ci raccoglie tutti nell’Isola di Ulisse, Ecuba, l’anziana Regina, è così bella nell’essere che non si può collocare tra i vinti, ma tra coloro a cui la sorte ha offerto una possibilità di riscatto. La sua dimora non è più la reggia di Troia, ma una casa semplice che immaginiamo bianca sullo sfondo del mare, sopra un’altura, tra profumi di erbe selvagge, in mezzo ad un’armonia di suoni, diversa, ma non meno attraente delle sonagliere dei mirti: qui ci sembra di sentire al vivo i “campani” delle capre condotte al pascolo sul prato di smeraldo (notare la raffinatezza del prezioso colore in un ambiente di pastori a cui fa riscontro l’azzurro che circonda Itaca) e su tutta l’isola sembrano rimbalzare e avvolgerci questi suoni così evocativi da superare qualunque musica, soprattutto se li associamo al rumore del mare e del vento che si diverte a sconvolgere, qua e là, gli arbusti della macchia mediterranea. Ecuba dialoga con il pastore e rammenta che fu la capra Altea a dare latte a Zeus ancora in fasce. L’antica Regina, vissuta in mezzo allo sfarzo e agli onori dovuti al rango, sa adattarsi ad una vita semplice, a contatto con la natura, si è perfino abituata al suo padrone, ne indovina i pensieri e le emozioni: porta in sé un tesoro inestimabile di memorie ed è simbolo di tutte le donne, troiane o di qualunque luogo e tempo, che hanno dovuto subire la violenza ma, dentro, non si sono lasciate piegare dai violenti.

In mezzo alla vivida natura, al sole e al mare Ecuba è colpita da un venticello marino che rappresenta l’elemento di chiusura e apertura del cerchio sacro in cui si muove, insieme a tutti noi, la vicenda della Regina ridotta in schiavitù: ella ricorda  che, a Troia, non scorre più lo Scamandro, che le due fonti si sono essiccate, non risuonano gioiosamente come una volta, la sua città i cari morti sono lontani, ma lei ne stringe i corpi e li fa rivivere nel suo grembo, nel suo cuore. Anche noi, se vogliamo entrare nella dimensione poetica del personaggio, siamo invitati ad entrare nel cuore di Ecuba e nella mente-anima del Poeta dove tutto avviene senza… avvenire, o meglio è anche se non è più e dove l’immaginazione di Omero, in cui sopravvivono gloriosamente frammenti di storia, è fatta rivivere dalla potenza evocativa della Nuova poesia.

Versi incisi nel marmo della Nuova Cattedrale poetica dove tutti possono ritrovare il senso del sacro o almeno diventare custodi del limen entro il quale ciò che avviene acquista un significato più profondo, più umano in senso universale e quindi condivisibile da tutti in ogni momento o luogo della terra.

Qui la quadrimensionalità  si apre a nuove dimensioni dell’essere e del linguaggio. Grazie a Giorgio Linguaglossa che ha aperto questa nuova stagione poetica e a Gino Rago: egli ci ha offerto lo spunto per tornare alla poesia omerica e a tutti i poeti che credono davvero nella Poesia non come esercizio letterario, ma come una forza che abbraccia tutto l’essere e ci aiuta a comprendere perché siamo su questa terra, mater dolorosa: non è possibile spiegarlo soltanto a parole, bisogna viverlo per capire e, per viverlo, bisogna essere aperti all’amore. L’amore è un’apertura infinita, è assumere in sé il dono della Vita e il suo mistero.

                (Roma, gennaio 2017)

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Gino Rago
Le sonagliere dei mirti vanno verso il porto

Ettore senza scudo quasi a cibare i corvi.
Astianatte nella Pietas di braccia senza carne.
Andromaca. Né più moglie né madre.
Ecuba ora perde la parola. Non emette
un’onda la sua voce. Le rimane solo il gesto.
Il linguaggio dei segni volge sulle schiave
e a sé soltanto dice: «Nella terra di quali uomini
sono giunta? Sono selvaggi, senza giustizia,
o nella mente serbano e nei gesti
anche un esile rispetto degli dèi?».

Nell’Isola di Ulisse un poeta scioglie il canto
per la forestiera giunta come schiava:
« Sei bella. Sei bella come una Regina
con quei capelli tutti inghirlandati.
Slegali. Trema tutta la terra
se ti vanno a sfiorare
le caviglie alate…». Un pastore (o un dio
greco) a Ecuba offre una ricotta calda.
Non guerrieri più all’orizzonte ma capre.
Soltanto capre sul prato di smeraldo.
«Ogni campano cerca la sua capra, ogni capra
il suo campano. Duecento strumenti
antichi come il pane. L’Isola è una cassa
di risonanza fra l’altopiano e il mare».
Ecuba fa sue le parole del pastore.
(Rammenta che fu la capra Altea
a dare latte a Zeus ancora in fasce).
Ma un refolo salmastro tormenta la sua chioma.
Muore lo Scamandro fra i due accampamenti.
Si essiccano le fonti. Non è più lieto il timbro
delle due sorgenti sotto Troia.
E’ troppo mesto il cuore in esilio.

Le sonagliere dei mirti vanno verso il porto.
Odisseo tace. Beve a una coppa. Scruta il ventilabro.
I flutti lo richiamano. Lo invitano alla sfida.
Ecuba osserva il suo padrone. Ne avverte i palpiti.
Ne conosce i fremiti. Ne indovina i piani.
Ma Ilio è perduta. La sua città la inonda di ricordi.
E nelle mani stringe le carni sempre vive dei suoi morti.

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Chiara Catapano nasce a Trieste nel 1975. Si laurea nell’ateneo tergestino in filologia bizantina. Vive per alcuni anni tra Vienna, Atene e Creta, approfondendo così i suoi studi sulla cultura e la lingua neogreca. Collaborazioni recenti: Fondazione Museo storico del Trentino: assieme al dott. Andrea Aveto dell’Università di Genova e allo scrittore Claudio Di Scalzo: riedizione dei “Discorsi militari” di Giovanni Boine, nell’ambito di uno studio sull’autore portorino. Per Thauma edizioni: ha curato l’edizione di “Per metà del cielo”, della poetessa slovena Miljana Cunta (trad. Michele Obit). Per l’Istitucio Alfons el Magnanim CECEL – Consejo Superior de Investigaciones Cientìficas, rivista “Anthropos” numero di febbraio 2015, l’articolo: “Sopra la rappresentazione transmoderna del sé”.

Con Giulio Perrone esce a giugno 2011 la sua prima raccolta “Apice stretto” in “Verso libero- antologia poetica a cinque voci” con prefazione di Letizia Leone. +A ottobre 2011 esce la sua raccolta “La fame” edita da Thauma Edizioni. A novembre 2013 pubblica la raccolta “La graziosa vita” (Thauma edizioni) dialogo sulla tomba di Giovanni Boine, uscita sotto l’eteronimo di Rina Rètis – opera dedicata allo scrittore portorino.

Ha collaborato fino al 2013 con l’associazione culturale “Thauma” di Pesaro, per la cui casa editrice è stata curatrice. Ha curato per il Comune di Bolzano, assieme alla regista Katia Assuntini un cortometraggio nell’ambito di un progetto d’integrazione delle giovani ragazze immigrate: in particolare ha coordinato il lavoro di traduzione per una giovane poetessa pakistana. Cortometraggio poetico basato sul poemetto inedito “Alìmono”, in collaborazione con gli artisti pugliesi Iula Marzulli, Marianna Fumai (RecMovie) e Gaetano Speranza: prima proiezione il 26 dicembre 2016 al Lecce Film Fest.

Collabora con la compagnia teatrale Fierascena, fondata dall’attrice e regista Elisa Menon. Sue poesie e prose poetiche sono apparse in riviste, siti e blog letterari- Catalogo della mostra personale di Jara Marzulli (http://www.jaramarzulli.it/Come bocca di pesce i pensieri”; “Di là dal bosco”, ed. Le voci della Luna, 2012; Le voci della Luna, rivista: n. 55 “L’inutile bellezza, il senso di colpa nella poesia di Maria Barbara Tosatti”, marzo 2013; n. 56 “L’artista primordiale, omaggio a Odysseas Elytis”, luglio 2013.

“A Topolò, questa dolce sera…”, e “Oggi a Udine è risorto un poeta”  apparsi sul sito ufficiale del poeta Gian Giacomo Menon, voluto e curato dal giornalista Cesare Sartori. http://www.giangiacomomenon.it/testimonianze/oggi-udine-e-risorto-un-poeta/ Intervista sul sito “World War IBridges”, 

http://www.worldwarone.it/2015/12/rediscovering-italian-intellectualsnew.html?m=1 “Giovanni Boine: la punta dell’iceberg”, nel blog di Alberto Cellotto, LibrobreveHa presentato nell’ambito del Festival Trieste Poesia” la raccolta “La graziosa vita”, presso lo storico caffè San Marco. Presentazione-intervista con Michele Obit, presso il Festival internazionale “Stazione Topolò”, luglio 2014.            

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Mariella Colonna

Mariella Colonna.  Sperimentate le forme plastiche e del colore (pittura, creta, disegno), come scrittrice ha esordito con la raccolta  di poesie Un sasso nell’acqua. Nel 1989 ha vinto il “Premio Italia RAI” con la commedia radiofonica Un contrabbasso in cerca d’amore, musica di Franco Petracchi (con Lucia Poli e Gastone Moschin). Radiodrammi trasmessi da RAI 1: La farfalla azzurra, Quindici parole per un coltello e Il tempo di una stella. Per il IV centenario Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina è stata coautrice del testo teatrale La follia di Giovanni (Premio Nazionale “Teatro Sacro a confronto” a Lucca), realizzato e trasmesso da RAI 3 nel 1986 come inchiesta televisiva (regia di Alfredo di Laura). Coautrice del testo e video Costellazioni, gioco dei racconti infiniti in parole e immagini (Ed.Armando/Ist.Luce) presentato, tra gli altri, da Mauro Laeng e Giampiero Gamaleri a Bologna nella Tavola Rotonda “Un nuova editoria per la civiltà del video” ha pubblicato, nella collana “Città immateriale ”Ed.Marcon, Fuga dal Paradiso. Immagine e comunicazione nella Città del futuro (corredato dalle sequenze dell’omonimo film di E.Pasculli), presentato nel 1991 a Bologna da Cesare Stevan e Sebastiano Maffettone nella tavola rotonda sul tema “Verso la città immateriale: nell’era telematica nuovi scenari per la comunicazione”. Nel 2008 ha pubblicato Guerrigliera del sole nella collana “I libri di Emil”, ediz. Odoya. Nell’ottobre 2010 ha pubblicato, con la casa editrice Albatros “Dove Dio ci nasconde”.  Nel febbraio 2011 ha pubblicato, presso la casa editrice. Guida di Napoli “Due cuori per una Regina” / una storia nella Storia, scritto insieme al marito Mario Colonna. Un suo racconto intitolato “Giallo colore dell’anima” è stato pubblicato di recente dall’editore  Giulio Perrone nell’Antologia “Ero una crepa nel muro”; nel 2013 ha pubblicato “L’innocenza del mare”, Europa edizioni; nel 2014 “Paradiso vuol dire giardino”, ed Simple; nel 2016 coautrice con il marito Mario di “Mary Mary, La vita in una favola.”

 

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GÉMINO H. ABAD ANTOLOGIA POETICA “Dove le parole non si spezzano”. Il viaggio spirituale. Commento di Marco Onofrio, traduzione di Andrea Gazzoni (Ensemble, 2015 pp. 184 € 15)

bello città nel traffico

città nel traffico urbano

Commento di Marco Onofrio

La poesia del poeta filippino Gémino H. Abad – scritta in inglese e tradotta per la prima volta in italiano da Andrea Gazzoni – ha un impatto filosofico e visionario: di ogni cosa parla, per ossimoro, da una “esternità intrinseca” essenziale, come trattando d’altro ma – ed è qui la sorpresa – sgorgando dal profondo stesso della sua radice. Dove le parole non si spezzano (Roma, Ensemble Edizioni, 2015, pp. 184, Euro 15) è un viaggio spirituale articolato in 5 sezioni: Cose, Parole, Amore, Paese, Dio.

La prima composizione del libro evidenzia subito il salto dalla scrittura alla voce. La pagina bianca è simbolo del vuoto e del silenzio: è l’orlo di ogni testo possibile. Le parole inscrivono la traccia di un’azione: «tendono un agguato» e «balzano verso un sole che passa».
Abad scrive poco oltre:

«Le parole non sono impiastri
per le nostre lesioni;
al contrario, ci feriscono.
Però con cura, dopo un lungo silenzio,
il filo della loro lama
potrebbe dare forma al tuo diamante».

È centrale, nella poetica di Abad, il problema ontologico (con addentellati teologici) affrontato su un piano di afferenza ed eminenza linguistica. Ecco il rapporto parola-cosa: la realtà come insaturabile verbale. Le parole, cioè, non riescono mai ad esaurire la carica di senso delle cose, né ad afferrarle o contenerle del tutto. Le cose parlano ex cathedra, al di là dei nomi che tentano di de-finirle e farle proprie. Ma i nomi sono i “mattoni” del mondo.

«Quando la mente perde un nome, perde una percezione.
Il nome è essenziale per la sua continenza
o ferisce se stesso nella cosa che non rispetta».

pittura Born in Mexico City in 1963, Moises Levy, Architettura nella luce

Born in Mexico City in 1963, Moises Levy, Architettura nella luce

Le cose si beffano delle parole, eppure sono le parole che ci permettono di «abitare il nostro mondo» e di opporre una «diga» al caos. Quando la mente «cade», infatti, i pezzi si ricompongono di nuovo grazie alle parole: sondando il vuoto per riconquistare ogni parola.
Il nostro mondo, in realtà, è tutto nella mente «che accarezza ogni cosa / dentro il suo nome. Ma ogni cosa ha sempre / molti nomi perché l’essenza dell’amore è l’abbondanza». Ecco spiegati i sinonimi di cui disponiamo: dalla sporgenza ontologica e affettiva su cui s’incardina la nostra essenza. Però non usciamo da un gioco di specchi. La conoscenza è sempre autoreferenziale: «siamo noi i nostri giochi». Per questo, tentando di guardarci da fuori, ma restando prigionieri all’interno di noi stessi, il nostro sapere è sempre inadeguato.

Abad è cosciente del disincanto che ci rende “separati” dal principio. Non ci sono più leggende sulla luna: «morta è la luna, e fredda». Eppure la poesia può inventare un «parlare nuovo», dispiegando il suo tempo «largo d’ala / e leggendario». Ma occorre imparare a muoversi verso la realtà che ogni cosa indica. Fare del quotidiano un’epica sublime. Abbracciare la profondità antropologica della nostra condizione. Inglobare nella scrittura il nostro “suono”: dal tuono ancestrale del nascere al basso continuo dell’esistere, il “niente” di cui la musica è composta. La poesia tende alla pienezza dell’Origine: l’infinito intrattenimento dei «boschi incantati», la calma completa, la pace perfetta: «Dove le parole non si spezzano / non ho più sete di verità». Che si vada, infine, oltre il nome, oltre lo scavo del cuore, oltre lo schermo ristretto della ragione. Laggiù sarà possibile abbracciare l’inesplorato silenzio delle origini, «prima di Storia, Legge, Civiltà». La Civiltà è perenne «corona di spine» poiché è mossa dalle menzogne dell’uomo, che di proposito imbroglia i confini e complica la verità. Le parole, invece, sono tanto più vere quanto più semplici, cioè «prime e ultime» come quelle che si insegnano ai bambini. Le cose muoiono nelle lettere dei nomi convenzionali e civili: vivono invece nel sogno splendente dell’apertura oltreumana, donde gettano fuori i loro nomi autentici: la dimensione ontologica dell’Angelo, lo «spazio mai chiuso» dell’estasi «dove il tempo / non è mai suonato» e dove le cose sono compenetrate di ciò che è “loro” senza l’uomo.

gémino h. abad

Gémino H. Abad

Abad si lascia tentare dalla verità del silenzio che pulsa «scritto vasto sulla Terra». Il silenzio del mondo è dove «le parole iniziano di nuovo». Il poeta dialoga con le energie primigenie: il «flusso di tutte le mattine, ambra del mondo». Senza il rumore delle parole esulterebbe di pienezza ogni creatura, troverebbe «ognuno / la sua voce unica e vera». Le parole girano a vuoto, sono gorghi da cui ci si strappa, «sillaba su sillaba», per andare verso lo splendore dell’essenza. Dinanzi a questa essenza siamo pieni e ingombri di zavorra:

«Ogni volta che entro
nel mattino del mondo, le mie tasche
sono piene di pietre».

Il poeta prega Dio che «cadano tutte le parole, / cumulo di orgoglio, cenere di disperazione; / sia il silenzio di terra, cielo, mare, / nostra veste e preghiera ora». Il silenzio rappresenta «il meglio». Occorre rinunciare alle parole per parlare, giacché le parole sono oggetti d’uso quotidiano, si consumano rapidamente e producono interferenza.

La poesia di Abad si determina anche come scavo nella verità biologica dell’esistenza: «di chi è il sangue / che io contengo?» Il sangue che scorre nelle vene «ha un altro modo di parlare», che racchiude altre verità. La materia è piena di intelligenza, e anche il nostro corpo: la verità «ride nelle budella», non servono parole. Abad esplora l’immenso divario che separa i tempi storici dai tempi biologici. Scrive infatti: «la storia della natura è così diversa dalla nostra». Alberi montagne cascate spiagge etc. sono le “parole” della natura. La nostra storia è “oscura”, cioè offusca di opacità la visione totale della bellezza. Siamo troppo tristi e fragili e intrisi di morte, per riuscire a goderne appieno.

bello topologia figure nello spazio

topologia figure nello spazio

La dimensione ontologica e antropologica di questo libro apre, nella penultima sezione (Country) a uno spiraglio etico di conoscenza dove più immediatamente si rispecchia lo spessore storico e geopolitico della realtà da cui Abad proviene: comprendiamo così la radice “civile” che nutre dall’interno la sua poesia, anche quando è scatenata nella rincorsa di metafore e visioni. Ecco emergere lo spirito di sopportazione del popolo filippino, vessato dalla controversa dittatura di Marcos, e dunque la forza interiore, l’orgoglio, l’ethos, la collettività: valori che il poeta coglie nell’ottica del rapporto con i conquistatori (spagnoli, giapponesi, americani) succedutisi nell’arco di più secoli. Anche sul piano civile Abad non deroga dalla sua attitudine di poeta centrato sui fondamenti, e punta dritto al cuore delle cose, come quando parla di «rispetto per la differenza di ogni uomo / che si riduce alla sua essenziale dignità». Due versi che, da soli, valgono un mondo.

gemino abad_copertinaGémino H. Abad è uno dei poeti contemporanei più noti del Sud-Est asiatico. È nato nel 1939 a Cebu (Filippine). Si è laureato in Letteratura Inglese presso l’Università Statale di Manila, dove attualmente insegna come professore emerito di Letteratura Inglese. Oltre ad essere il poeta filippino più conosciuto all’estero, Abad è anche il maggior studioso della storia letteraria delle Filippine. Ha pubblicato numerose raccolte di poesie e saggi critici. La sua opera verte principalmente sulla questione dell’uomo in rapporto ai concetti di pace e giustizia. Per lui, come per altri poeti filippini, non è stato facile vivere e scrivere sotto la dittatura di Marcos. Grazie al valore della sua opera, Abad nel dicembre 2007 è stato nominato “Artista Nazionale” per la Letteratura dal “The National Artist Award Secretariat of Manila”. Il 22 luglio 2009, a Fiano Romano (RM), gli è stato conferito il Premio Internazionale “Feronia”.

angelo 2

I’m Not Addressed to Time

I’m not addressed to time,
Posthaste, as it were,
Relevant for the nonce,
To be quickly read,
Then filed in your bin.
What’s left to tell
Of yesterday’s grime
But dust in your drink?
Or where is the postman
Will sort dead mail out?

Of our words I’m bred,
The same words you use,
Or are used up by,
At each day’s run
To holy ghostliness;
Nowhere I stand,
My name for a shroud,
So to hold my ground,
And let old words pass
Like leaves in the wind.

I lack that poignant wit
Your speech to register
Under the secret rose,
Your passion to exhale
In special notices for a week.
I live on no one’s street,
I dislike vicinity,
And send no letters out.
No new words are born
Except by slow delivery.

I’ve no stomach for dispatches,
Our news being unstable
Like the chemistry of weather,
Their words raining us about.
And forming only puddles.
On private word I feed
And play with the loose ends
Of that we call truth –
Ankle-deep, in the standing pool,
Where tadpoles vie to survive.

What we give out as truth
Is public like a frog,
To his weather apropos.
Soon of course your spirit will lag,
And our ghost lack proof.
Words are not poultices
For our hurts;
On the contrary, they wound.
Yet with care, after long silence,
Their cutting edge
Could shape your diamond.

Non sono indirizzato al tempo

Non sono indirizzato al tempo,
spedito celere, per così dire,
rilevante ora,
da leggere al volo,
e poi archiviare nella tua spazzatura.
Che c’è ancora da dire
dello sporco di ieri,
se non la polvere che hai nel tuo drink?
O le lettere inesitate, dov’è che il postino
andrà a metterle?

Dalle nostre parole allevato,
le stesse che tu usi,
e che di te abusano,
nella corsa di ogni giorno
verso i santi spiriti;
in nessun luogo mi trovo,
il mio nome per un sudario
così che io non perda terreno,
e lasci parole vecchie passare
come foglie nel vento.

Non possiedo il motto arguto
per registrare il tuo discorso
sotto la segreta rosa,
per esalare la tua passione
in una settimana di notifiche speciali.
Vivo nella strada di nessuno,
non mi piace il vicinato,
e di lettere non ne spedisco.
Le consegne di parole nuove
sono lunghi parti.

Per i dispacci non ho stomaco,
troppo instabili le notizie nostre
come la chimica del bel tempo,
ci piovono intorno le loro parole
e formano solo pozzanghere.
Di parole private mi nutro
e gioco col filo e col segno
di quel che chiamiamo verità –
fino alle caviglie, giù nello stagno
dove per sopravvivere lottano i girini.

Quel che mandiamo fuori come verità
è pubblico come una rana,
va bene per il tempo che fa.
Presto certo la tua anima rimarrà indietro,
e al nostro spirito mancherà la prova.
Le parole non sono impiastri
per le nostre lesioni;
al contrario, ci feriscono.
Però con cura, dopo un lungo silenzio,
il filo della loro lama
potrebbe dare forma al tuo diamante.

angelo

Let There Be No More

Let there be no more
Legends on the moon.
Why play children’s games
With an explained fact.
The moon is dead, and cold,
As any dragon fact.
To explain is to fix
Even the orbit of change.
The way moonbeams fall
Must respect a discipline;
And as we wake, submit
To interpretation of dreams.
Let us check our notions
With specimens of the moon,
Rocks and sterile dust
And fossils of the lunar god.
Where theory cleaves our ground,
Magic weaves our revenge.
Of our legends
We are the very text.
The facts we seek and explain
Have first dwelt with us,
But we are estranged.
O, we are our games.

Che non ci siano più

Che non ci siano più
leggende sulla luna.
Perché fare giochi da bambini
se tutto è ben spiegato?
Morta è la luna, e fredda,
come qualsiasi storia di draghi.
Spiegare è fissare
anche l’orbita del mutamento.
Come cadono i raggi della luna
deve rispettare una disciplina;
e quando vegliamo, sottomettersi
all’interpretazione dei sogni.
Verifichiamo le nostre opinioni
con campioni di luna,
rocce e polvere sterile
e fossili del dio lunare.
Dove la teoria spacca il nostro suolo,
la magia ordisce la nostra vendetta.
Delle leggende nostre
noi siamo il testo stesso.
I fatti che cerchiamo e spieghiamo
sono stati in principio presso noi,
Ma siamo separati.
Oh, siamo noi i nostri giochi.

angelo 3

Peace

Dawn spreads her peacock tail
And pecks star grain
From heaven’s onyx floor.
Water rocks behind the stern
And dances away in gleaming scrolls.
Cocks have long since telegraphed
A late sun’s coming.
Our lives are lost
Dreaming in the water.
And then,
A great red-yellow carp,
Four feet in the air, the river’s token,
Flashing as if cast from morning cooper
And doubling his broad curving tail.
My line holds,
And the sun is over the hill,
And carp is to hand.
From the beginning, did she only wait
For this morning’s bait?
The air grows warm,
Warblers are in full throat.
It comes easy to mind
That another line may be cast
To catch the day’s own sun.

Pace

L’alba apre la sua coda di pavone
e becca granaglia di stelle
dal pavimento d’onice del paradiso.
Trema l’acqua dietro la poppa
E danza via via in volute brillanti.
I galli hanno telegrafato già da molto
un arrivo in ritardo del sole.
Le nostre vite sono perdute
a sognare sull’acqua.
E poi,
una grande carpa rosso-gialla,
un metro in aria, il simbolo del fiume,
che lampeggia come una gettata del rame del mattino
e ripiega la coda larga che s’incurva.
Tiene la mia lenza,
e il sole è sopra la collina,
e la carpa alla mia portata.
Fin dall’inizio, aspettava solo
l’esca di stamane?
L’aria si fa calda,
cantano gli uccelli a squarciagola,
Viene in mente, ci vuole poco,
che si può lanciare un’altra lenza
per catturare il sole di questo giorno.

angelo 1

l’angelo senza parole

Angel

The angel is
what goes without saying,
or what we have only forgotten,
yet makes us trasparent
in our absence.
In speech and dreamwork
we sprout him wings
or odd cloven feet betimes –
our words enable us
to inhabit our world.

Or fruit bat like the fruit he eats,
topsy-turvy from his connubial bough,
or sea spider without spinneret
dancing upon her demersal mat –

What inagural fiction?

Or dreamy harvest moon
or roving safari of starfish –
How they continue to mock
the furious science of their names.

And at the brink
of every possible text,
at every turn of its imagined speech,
at every spill of its unimaginable blood,
there, nowhere
our angel purely nude.

O the labor, the ecstasy –
O their prodigious progeny!

Now
space never closed

Like a ring

Where
time never tolled

Like a tide

Yes yes
tell the truth

But mind is fruit upside down,
the bat is flown –
sand is running down,
its spider dethroned.

And at the verge of something other,
on all fours
our facts crawl ashore,
further inland cannot move.

Enfold us with great wings,
O angel purely nude.

Angelo

L’angelo è quello
che non c’è bisogno di dire,
o quel che abbiamo solo scordato
ma ci fa trasparenti
in nostra assenza.
Nel parlare e nel lavoro del sogno
gli facciamo crescere ali
o curiosi zoccoli caprini al volo –
le nostre parole ci permettono
di abitare il nostro mondo.

O pipistrello della frutta come la frutta che mangia
sottosopra come il suo ramo coniugale.
o ragna di mare senza la filiera
danzando sul suo tappeto giù sul fondo.

Quale finzione inaugurale?

O luna sognante di settembre
o safari errante di stelle di mare –
Come continuano a beffarsi
della furiosa scienza dei loro nomi.

E sull’orlo
di ogni testo possibile,
a ogni svolta del suo parlare immaginato,
a ogni perdita del suo sangue inimmaginabile,
là, da nessuna parte,
il nostro angelo puramente nudo.

Oh il lavoro, l’estasi –
Oh la loro progenie prodigiosa!

Ora
spazio mai chiuso

Come un rintocco

Dove il tempo
non è mai suonato.

Come una marea

Sì sì
di’ la verità

Ma la mente è frutta a testa in giù,
il pipistrello è volato via –
la sabbia corre in giù,
il suo ragno è detronizzato.

E al margine di qualcos’altro,
a quattro zampe
vanno a carponi a riva i nostri fatti,
più all’interno non possono portarsi.

Abbracciaci con grandi ali,
oh, angelo puramente nudo.

Gesù Il vangelo secondo Matteo 4

Gesù Il vangelo secondo Matteo

English

Its words are dangerous.
Mark how, in their thick lexicon,
their murmurous numbers prove
the world’s small nomenclature.
But I will not be fooled!
Their roots run deep
where we have never lived.
They lie hidden
Where I no longer speak.
They make me say
what I do not think.
By now it may be too late!
History is unforgiving.

What words in my childhood
I spoke, and made my world –
where have they vanished?
I cannot mourn their loss,
whatever dwelt in their syllables
I no longer hear even an echo
of what might have been their truth.

But sometimes I have a sense
of being surrounded by so many things
that are merely dying –
I try to catch a glimpse of their forms,
to call to mind their ghostly scene,
to call them by their proper names…
but these words now
only stare without hope.

Was it perhaps a kind of plague
no one had foreseen,
as likewise rats cannot intend
a city’s end?
Perhaps mind need only be strong
to build from others’words
(caught in their stony sleep)
a close palisade around a dream.

I cannot rest tonight.
My words wrap their meanings
as though they were yet gifts,
but I will not open –
Tonight
I cherish the world’s silence
where words begin anew.

L’inglese

Pericolose le sue parole.
E nota come, nel loro fitto lessico,
il loro metro mormorante dia prova
della nomenclatura piccola del mondo.
Ma non me la faranno!
Le loro radici vanno in fondo
dove non abbiamo mai vissuto.
Stanno nascoste
dove non parlo più.
Mi fanno dire
quel che non penso.
Ora forse è troppo tardi!
La storia non perdona.

Quali parole nella mia infanzia
dissi, e ne feci il mio mondo? –
Dove sono svanite?
Non posso piangerne la perdita,
qualsiasi cosa ne abitasse le sillabe
non sento più nemmeno l’eco
di quella che sarebbe stata la loro verità.

Ma qualche volta ho l’impressione
d’essere circondato da così molte cose
che muoiono e basta –
di sfuggita provo a coglierne le forme,
per richiamare alla mente la loro scena spettrale,
chiamandole coi nomi propri…
Ma ora queste parole
guardano fisso, soltanto, senza speranza.

Era forse una specie di peste
da nessuno prevista,
come pure i ratti non possono intendere
che una città finisce?
Forse la mente ha bisogno solo d’essere forte
per costruire con parole d’altri
(colte nel loro sonno di pietra)
uno steccato stretto intorno al sogno.

Stanotte non riposo.
Le mie parole avvolgono i significati
come se ancora fossero doni,
ma io non aprirò –
Stanotte
avrò caro il silenzio del mondo
dove le parole iniziano di nuovo.

Gesù fotogramma film Il vangelo secondo Matteo

Where No Words Break

Where no words break
I thirst no longer for truth,
Am very still, at peace.
Time was
The truth was future perfect;
But I no longer seek,
all my pieces I have collected

and let no words break

Where no words break
my thirst is quenched
by every spring,
the spring is everywhere.
Time was
I strove for truth,
the passion grew,
but words could not appease.
Truth had no bounds

and let no words break

The president whose State was a Lie,
the soldier who did not fire,
people shouting, words dying…
Or fruit of achiote,
snails after, things swarming…
Once these were truth’s sundries,
its daily exhibits,
but did not make a book

where no words break

I thirst no longer for truth,
am, without words composed.
Our ticks have lost their itch,
the tocks of doom have grown serene.
I no longer even roam

where no words break
Dove le parole non si spezzano

Dove le parole non si spezzano
non ho più sete di verità,
sono in calma completa, in pace.
Un tempo
la verità era futuro anteriore;
ma non sono più in cerca,
tutti i miei pezzi ho potuto riunire

e non lasciare che le parole si spezzino

Dove le parole non si spezzano
è spenta la mia sete
da ogni primavera,
è dovunque la primavera.
Un tempo
lottavo per la verità,
cresceva la passione,
ma le parole non pacificavano.
La verità doveva non avere confini

e non lasciare che le parole si spezzino

Il presidente il cui Stato era una Menzogna,
il soldato che non faceva fuoco,
la gente che urlava, le parole che morivano…
O frutto di achiote,
lumache dopo, cose che sciamano…
Questo erano una volta gli oggetti vari della verità,
le sue mostre quotidiane,
ma non potevano fare un libro

dove le parole non si spezzano.

Non ho più sete di verità,
sono, senza parole composte.
I nostri tic hanno perso il loro scatto,
i toc della sorte si son fatti sereni.
E nemmeno posso più girovagare

dove le parole non si spezzano

Loam, Azure, Salt

Lord God, Word Alive,
Let fall from us all our words,
Cumulus of pride, ash of despair;
Be silence of earth, sky, sea,
Our vestment and prayer now.

Where breath and act
Stand wordless and clear, may our lies
Lose their script, and grieving Nature
Find again, in that void we call Self,
Your Word – loam, azure, salt.

Be Your Word, apart,
The stillnes of our suffering world:
Parchment of our wounded Earth, scroll
Of our moaning Sea, screed of our yearning
Sky –
O, ours still, as victim, as gift!

Where are the syllables
To sound the gorges of our greed?
Where the flaming writ to scour
Stark deserts of our desire?
Where the letters to forge our creed?

O teach us again,
Natives without speech in Your Word,
Both text and deed of our Communion –
Wine of twilight in our mouth,
Blood of sunset through our heart.

Terra grassa, azzurro, sale

Signore Iddio, Parola Viva,
lascia che da noi cadano tutte le parole,
cumulo di orgoglio, cenere di disperazione;
sia il silenzio di terra, cielo, mare,
nostra veste e preghiera ora.

Dove respiro e azione
stanno senza parole e chiari, che possano le menzogne
nostre perdere il copione, e la Natura afflitta
di nuovo ritrovare, in quel vuoto che chiamiamo Io,
la Tua Parola – terra grassa, azzurro, sale.

Sia la Tua Parola, in disparte,
la quiete del nostro mondo sofferente:
pergamena della Terra ferita, rotolo
del Mare che geme, prolissità del Cielo
che brama –
Oh, nostro ancora, come vittima, come dono!

Dove sono le sillabe
per far suonare le gole della nostra cupidigia?
Dove lo scritto in fiamme per mondare
i deserti aspri del nostro desiderio?
Dove le lettere per contraffare il nostro credo?

Oh, insegna di nuovo a noi,
indigeni senza linguaggio nella Tua Parola,
sia il testo che l’atto della nostra Comunione –
Vino del crepuscolo nella nostra bocca,
sangue di tramonto per il nostro cuore.

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