Antonio Bux POESIE SCELTE da “Kevlar” (Società Editrice Fiorentina, 2016, pp. 144, euro 12.) con una Nota dell’autore e un Appunto investigativo di Giorgio Linguaglossa

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Antonio Bux (Foggia, 1982) vive tra la Spagna e l’Italia. Suoi lavori e recensioni sono ap­parsi in numerose antologie (tra le quali: InVerse 2014/15 – Italian poets in translation; a cura di Brunella Antomarini, Berenice Cocciolillo e Rosa Filardi, Roma, John Cabot Uni­versity Press, 2015) e sulle pagine culturali dei maggiori quotidiani nazionali (come «Cor­riere della sera» e «L’Unità») oltre che in diverse riviste (tra le quali «Poesia», «Italian Poetry Review», «La manzana poética») e lit-blog (come Nazione Indiana, Poesia 2.0, Vallejo&Co.) sia nazionali che internazionali, dato che molti suoi testi sono stati tradotti in varie lingue. Ha curato la traduzione del libro Finestre su nessuna parte (Roma, Gattomer­lino Superstripes, 2015) dell’autore spagnolo Javier Vicedo Alós, oltre che la traduzione di testi scelti di numerosi autori ispanici, tra i quali Leopoldo María Panero. Ha pubblicato va­ri libri (Disgrafie [poesie 2000-2007]; Trilogia dello zero; Turritopsis; 23 [fragmentos de alguien]; Sistemi di disordine quotidiano; Un luogo neutrale; Sativi; El hombre comido), due dei quali, scritti direttamente in spagnolo, sono usciti in Argentina. Cura, per le Marco Saya Edizioni di Mi­lano, le collane «Sottotraccia» e «Kēlen», e cura il blog Disgrafie (anto­niobux.wordpress.com).

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Antonio Bux

Nota di Antonio Bux

Ho intitolato questo libro Kevlar, una parola conosciuta quasi una quindicina di anni fa grazie a un omonimo brano musicale di un gruppo rock alternativo originario di Napoli – che ho amato molto – i 24 Grana. Il kevlar è una fibra sintetica con la quale si rinforzano, tra le altre cose, i giubbotti antiproiettile, data la grande resistenza meccanica alla trazione, oltre che al calore e alla fiamma di questa fibra, cinque volte più resistente dell’acciaio. Come si intuisce, qui il kevlar diviene una metafora dell’esperienza. Invece, per quanto ri­guarda la parte interna, il libro si divide in due sezioni. La prima, Capitanata e altre poesie, raggruppa una serie di poesie scritte in vari periodi differenti, dove ho annotato riflessioni, spesso metafisiche, partendo il più delle volte proprio dai luoghi della mia infanzia, per poi passare a setaccio le mie impressioni verso altre zone conosciute nel corso degli anni. Proseguendo poi, appunto, con le poesie de L’oppio di Barna, dove faccio rife­rimento alle reminiscenze sognanti del mio personale e prolungato soggiorno a Barcellona (Barna è il diminutivo di Barcellona in catalano) in un continuo dialogo con i morti e con il “non me stesso migliore di me”, creando questo ipotetico ponte tra le mie radici (riaffiore­ranno di nuovo verso la fine) e i miei risvolti, sia di scrittura che di vita, più recenti. Per concludere, aggiungo una postilla sull’aspetto dei testi: spesso le mie poesie prendono una forma “binaria”, di “poesia nella poesia”, alternando versi in corsivo su margine destro ad altrettanti in tondo su margine sinistro, come a formare un vortice poetico, un rimpallo cer­cando, più che un rifugio in stile horror vacui, una sorta di sfinimento letterario, un conti­nuo corpo a corpo tra testo e respiro, tra significante e significato. Al lettore chiedo antici­patamente venia per questa mia vana lotta.

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Giorgio Linguaglossa

Appunto investigativo di Giorgio Linguaglossa

Continuiamo a proporre nella Rivista autori delle nuove generazioni perché crediamo che sia giusto mostrare i risultati del loro lavoro. In generale, non dobbiamo essere eccessivamente severi verso i nuovi autori ma neanche dobbiamo mostrarci eccessivamente permissivi, perché faremmo un pessimo servizio ai lettori e agli stessi autori. Antonio Bux può essere considerato un autore dell’età di mezzo, che sta tra le nuove e le vecchie generazioni, ma si sa che oggi un autore di trent’anni è considerato giovane, oggi è cambiato il criterio di leggere le generazioni.

La poesia di Antonio Bux tende all’astratto, i suoi paesaggi sono indeterminati, non appartengono a geografie riconoscibili, forse si tratta, come scrive Antonio Sagredo, di «geofanie»; anche i suoi personaggi non vengono tratteggiati da alcuna coloritura e cubatura spaziale, da alcuna topologia; si ha l’impressione che il libro di Bux voglia dare del mondo una immagine appunto «sintetica», acrilica, come se i paesaggi del «reale» fossero acrilici, prodotto di coloriture chimicamente infrangibili, lastre fotografiche. Quando Bux parla di «metafisica» credo che voglia intendere questo. Si tratta di una metafisica che ha perduto la topologia, che tratta la «fisica» da lontano, in modo sfumato, una sorta appunto di «geofania».

Come sappiamo. nel discorso poetico del tardo Novecento sono venuti a cadere le grandi narrazioni, restano i piccoli racconti dell’io che accudisce la reificazione del discorso poetico per un uso privato. Bux reagisce a questa pratica della poesia, lo si capisce bene, ma è come se gli mancasse una sponda su cui ormeggiare il suo discorso poetico, Bux sa che la poesia che si affida alla comunicazione cade con la caduta della comunicazione, sa che una poesia immediatamente riconoscibile è una poesia che non c’è. Per fortuna non sembra essere questo l’approdo di Antonio Bux in questo libro. La crescente inflazione di episodi biografici in poesia, che dovrebbero essere difesi dalla privacy e, se non altro, da un senso del pudore e di rispetto, almeno per il lettore, va di pari passo con il crescente fenomeno di democratizzazione e della «de-realizzazione» del testo poetico oggi molto diffuso. Resta però il fatto che una volta abolita la cubatura spazio-temporale il discorso poetico si riduce ad alati aliti, disincarnati effluvi dentro una scansione narrativa che rende il tutto, come dire, privo di realismo, privo di solidità, come se si trattasse di «geofanie». Ecco, forse questo è il punto: la «derealizzazione» che ha colpito gran parte della poesia contemporanea delle nuove generazioni fa sì che i contenuti di verità siano tra di loro indistinguibili in quanto contigui alle esperienze che noi tutti facciamo tutti i giorni.

È invalsa la moda secondo cui è possibile dire in «poesia» tutto quello che si dice nel «romanzo», nella illusione che tutto sia dicibile ed esprimibile in «poesia», come se il discorso poetico fosse un contenitore che va «riempito» di materiali linguistici del tutto sganciati dall’«esperienza» metafisica dell’autore e dal filtro della tradizione letteraria.

Alcuni autori hanno di recente sostenuto la tesi della «irresponsabilità» della poesia; ma, obietto: una poesia  è «irresponsabile» nella misura in cui non deve nulla al lettore, non riconosce il ruolo del lettore e magari gode del privilegio di essere un genere «libero». Assistiamo così ad una nuova modalità del petrarchismo, di evasione dalla Storia e dalla responsabilità della scrittura letteraria. Non credo che ci sia spazio, oggidì, per una poesia adamitica. In questo senso Antonio Bux ripropone una scrittura che vuole essere carica di problematicità, e noi non possiamo che augurargli un proficuo prosieguo.

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Poesie di Antonio Bux

Ininterrotta
(Vieste, Litoranea)

Cos’è il mare, protezione
naturale d’altrove, ventosa
di un abisso di luce o solo
ventre parallelo di un cielo
sempre distante mai stanco
d’esser sonda prepotente o
matrice compromessa sul fondo?
Cos’è il mare, chiedilo al dio
rovesciato nell’acqua, chiedilo
a lui, ti risponderà: è adesso.

La mente radice d’albero
risorge ad ogni nuova aria.
Cicli perenni si affievoliscono
ma nella prima spiga
cerchia l’assoluto il suo stare
all’amido del midollo terreno.
Non è un rito che si ripete
ma un volontario disseminare.
Qualcosa di dio manca.
Però esiste, si vede mentre
spoglia via le coste.
Ma come ha fatto tutto
infinito e solo l’umano
a metà? Il pensiero di questo
è troppo grande.
Ed è bontà del vuoto
l’attimo che corre.
In ciò, più non riconosce.
Tramandato il mondo,
resta una mano tremante.

Contrada Cicerone
(San Marco in Lamis)

Qui una volta crescevano cactus
gialloverdi, languidi con le spine
rigide e le polpe di fichi ardenti
squamavano le strade. E c’erano
gerani dall’odore adriatico, salvie
del riverbero fin dove il favonio
batte a vortice. Ora i granai sotterrati
coi morti negli ipogei, ritornano
luce nella fibra del malessere. Chi
siamo qui senza mare, alle porte
senza l’ebano delle montagne,
senza il frutto gigante delle vigne?
Siamo fatica, punture di insetti
alle costole. Arpi con le cinte
murate un tempo coglieva
le spranghe del cielo. Era forte
fin nei suoi pozzi. Ma è già
pomeriggio e l’ombra del fiore
un ricordo. Perché qui è il sole
nostalgia che sprofonda la chiesa
abbandonata. E perché siamo
zona di naufragio, l’ansia di paese
domina pianure addormentando.
Torneremo a ieri dopo l’alba.

Le filiere abbandonate tra gli orzi
i gufi di pianura con gli spaventa-
passeri umani strappati
a morsi dal vento e dai doppi
filari tra le viti rotte gli spazi
della borragine. E non è tutto.
Un muro a croce maestro
dove filtra una luce di sonno,
vertebra della terra insegna
che una montagna nasce invecchiata
se guardata dall’alto. E nemmeno
questo è tutto. Le mani nei pozzi
tirano fuori acque invisibili, tra i denti
di pani spezzati senza moltiplicare
nessun pesce solo cactus di soli
sterrati. E cani guardiani di mosche
ferme nell’aria dove crogiola il fuoco,
tra sentieri vipere lì vive ancora
il topo viandante africano. Lombrichi
di occhi e formiche pensieri questo
è tutto. Deserto moderno a portata
d’uomo. E anche fosse davvero tutto
questa specie di paesaggio cresce
altrove la stessa pianta il rovescio
frutto della mano. Un cielo calpestato.

*

Ipotesi Alaska

Aprire scatole fredde, aprirle
fino al cuore
più freddo del pensiero,
perché il pensiero
è freddo senza cuore,
o destino in scatola
se è amore: lascia che diventi
grosso buco,
nido siberiano in panne;
lascia che sia gioco:
vedrai, potrai spiarvi dentro
il freddo universale
rimasto a secco di parole,
il freddo intatto, il freddo
sfatto dell’anima diagonale,
o l’anima nera del freddo
animale contro l’uomo,
chiuso in gabbia, solo contro
il suo universo. Apri
la scatola calda dell’uomo
sui vapori miti, su dai aprila
la scatola umana ai limiti
dell’esistenza. Apri
e chiudi la scatola, vedrai
soli magici, vedrai
su di te aprirsi, chiudersi
le tue scatole silenziose.

*
Inverno meridionale. Ipotizzo
Alaska di sguardi, fare lacci
con gli assi terrestri. Ma vorrei
con un colpo di tosse calmare
le nevi. Come chi esce, assurdo
dentro, e gela polmoni semantici.
Meglio, piuttosto, farsi un brodo
di calunnie. Gennaio è un morso
di mela sguincio, un insetto secco
dal volo denigrato. Vede solo
un freddo alla volta. Non come me
che raccolgo ghiacci turistici
e qualche mento di legno. Costruirò
un pinocchio equo solidale.
Per bruciare lo stesso.

.
Vita degli iceberg

Lo specchio di una volta
cosa nasconde, forse solo
un volto del ventre.

Il mare si è tutto aperto. Si è fatto suono. Un incresparsi
muto. Ora allunga le coste ai primordi. Ora frana di
nuovo, va in frattaglie d’azzurri. Ricordi, avevamo parlato
dei fondi, dei tralicci bianchi delle acque. E dei salmoni
slegati, sorridenti nelle rocce. Erano polsi le isole,
ricordi? Un battito ininterrotto di fiordi. E i tonni di
lato, veleggiando le idee, con le correnti sporgere dalle
menti, in nuova sete tramutare le notti. Si risaliva allora,
di nuovo verso il sole. Ma adesso cosa rimane? Un
tonfo che da Nord si espande in gelo, e poi torna squagliato
alle fonti saline. È questo il ponte? Mai una lastra
che ricomponga, che faccia ricordare o riesca a lasciarsi
dietro una buccia di luce. C’è solo quello spessore di
niente sulla fronte, quella chiarezza scintillante che ad-
dormenta i nasi. Una distesa di neve abominevole. Si è
superstiti per questo? Testimoniare il silenzio, l’inverno
della bocca ci hanno detto. Ma il mare si richiude nuovo,
ogni giorno torna qui troppo presto. È tutto nostro
il peso del cielo, mentre scende nel fosso del corpo, ci
distende in geografia. Restiamo al gelo. Una musica di
foche e pellicani ci parla in sogno. Una torba notturna
illuminando la carcassa dell’orso polare. Abitiamo
quell’ultima spora. Noi, gocce nella calotta.

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42 commenti

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42 risposte a “Antonio Bux POESIE SCELTE da “Kevlar” (Società Editrice Fiorentina, 2016, pp. 144, euro 12.) con una Nota dell’autore e un Appunto investigativo di Giorgio Linguaglossa

  1. antonio sagredo

    Il kevlar è una fibra sintetica aramidica inventata nel 1965 da Stephanie Kwolek morta pochissimo tempo fa…
    … da chimico che sono stato, caro Bux, avresti dovuto dire qualcosa sulla scienziata…
    sulla struttura chimica del kevlar… sull’unità del monomero… sui legami dell’ idrogeno… sulla struttura tridimensionale del kevlar, ecc. …
    perché probabilmente tutto ciò ha a che fare con la composizione strutturale di tuoi versi.

  2. Ringrazio Giorgio Linguaglossa per l’attenzione riservata al mio libro e per avermi dato modo di riflettere su alcune cose che lui ha felicemente espresso. E ringrazio gli eventuali commentatori e lettori, sperando di poter creare un dialogo, cercherò di commentare e di rispondere, qualora ci fossero interventi.

    Per Antonio Sagredo: hai ragione, tuttavia, non c’era modo di approfondire, nello spazio concesso, e ho dato solo nozioni elementari sul perchè della scelta della parola. Io da piccolo poeta/ciofeca e da non chimico… La cosa bella è che, se qualcuno volesse approfondire la parola e cosa vi è dietro, lo può fare facendo ricerche, appunto, dato che la poesia è solo un pre-testo, che rimanda sempre ad altro, data la sua peculiarità fortemente simbolica. Ma ti ringrazio per aver sottolineato qui, in questa sede, un approfondimento, specie per quanto riguarda la struttura tridimensionale, dato che, per me, in poesia, è importante far emergere le dimensioni e i paralleli, e il contrasto visivo/cognitivo che ne consegue.

    Un caro saluto.

  3. Conosco da anni l’Antonio Bux divulgatore, e tanti poeti ho scoperto grazie a lui. Un po’ meno il poeta, anzi fino a un annetto fa credevo nemmeno lo fosse. In quanto al kevlar, prima di oggi lo conoscevo soltanto come materia prima per gli elmetti militari e per molti copricapo protettivi. La sua poesia è irruenta, torrenziale, non mi dispiace.

    • Caro Flavio, purtroppo il mio dedicarmi alla poesia, spesso degli altri, e il dirigere un bloghetto e due collanine, fa spesso pensare alla gente questo. In effetti è l’esatto contrario, il 95% del mio lavoro riguarda la mia scrittura… Comunque grazie per il “non mi dispiace”. Sul torrenziale di sicuro hai ragione, e pure sull’irruento, d’altronde sono così anche io, e la mia poesia non può essere differente da me (spesso invece accade il contrario in molti). rRcordo a memoria, quella volta che mi aiutasti, comprando il mio libretto (che ancora non esce), e mi dicesti che mi compravi il libro con piacere perchè ero “grande critico e grande poeta”, cito a memoria. Ma si sa, di grande esiste soltanto il nostro limite umano. Grazie ancora a te e un caro saluto (sperando che presto esca l’altro libro, così posso mandartelo 🙂 ).

  4. donfrancesca23

    complimenti Antonio.

    • Grazie Francesca. Come vedi, destino ha voluto si unissero le nostre strade. L’altro giorno ti ho postata da me, il giorno dopo Giorgio ti ha postato qui, e poi ha postato me. Complimenti a te, che hai davvero del talento cristallino e senza macchia cervellotica.

      A presto, Antonio

  5. antonio sagredo

    caro Bux,
    un giorno il poeta costruttivista Il’ja Sel’vinskij (tra l’altro fu futurista da giovanissimo) intervistò Majakovskij sulla poesia… dopo un botta e risposta, questi sbottò: … “insomma la Poesia è una tendenza: o la si ha o non la si ha: il resto è roba da intellettuali”.
    Riferisco questo per dire che la Poesia non deve essere mai un “pretesto” che possa servire a qualcosa o a chicchessia in questa accezione…
    d’altra parte Lorca, suo contemporaneo, quando dovette parlare circa la sostanza del “duende” sottolineò proprio quanto espresse il poeta russo.
    ma non è affatto un rimprovero nei Tuoi riguardi, se mai….
    a.s.

    • Sì, naturalmente intendevo pre-testo, ossia a monte del testo, prima, c’è qualcosa di inspiegabile, che è la poesia stessa, che è di per sé autonoma, noi siamo solo, gli scrittori di oggi, correttori di bozze, come diceva un poeta spagnolo, Panero. Grazie per lo scambio, e un caro saluto

  6. gabriele fratini

    Molto belle queste poesie. Conosco e seguo l’autore già da un paio di anni, al contrario di Almerighi più il poeta che il critico militante che ha gusti estetici abbastanza diversi dai miei. Condivido l’appunto di Linguaglossa. Queste sono tra le più belle che ho letto di lui. Non manca mai un filo di riflessione filosofica.
    Un saluto.

    • Caro Gabriele, grazie. Sono contento ti siano piaciute. Giorgio, per l’occasione, ha scelto poesie che hanno sopreso anche me, perchè ritengo ci siano, nel libro, poesie che offrano (non so se in meglio o in peggio) diversi spunti per capire il perchè del libro stesso (ma Giorgio ha fatto bene a dare altre angolazioni e derive); dove si fondono appunto immagini pure, e dunque paesaggio, e pensiero, e dunque uomo. Una fusione del tutto “innaturale”, ormai, visto che l’uomo è ormai in crisi, ossia fuori dal paesaggio suo naturale. E ti vorrei parlare a questo punto del mio libro d’esordio, che è appena uscito (lo ritengo il mio migliore, per questo d’esordio, basta scherzare), che si titola appunto “Naturario” (un grosso compendio di poesia praticata, di 400 pagine), ma te ne parlerò quando verrò a presentarlo a Roma, in primavera inoltrata. A presto e grazie ancora. Antonio

  7. “L’arte è la ricerca della tua bellezza interiore ” dice Alejandro Jodorowsky. Se è così allora andiamo bene, Antonio Bux: ci sono delfini, iceberg, arredi naturali, un po’ dovunque grandi orizzonti dove il piccolo può misurarsi, tremare… non il mondo chiuso, a senso unico, che ci viene mostrato quotidianamente. Se lo specchio rimanda un’immagine brillantata, all’opposto e per contrasto si vedrà lo spettro del reale. L’ambivalenza sembra indicata anche dalle composizioni a sinistra e destra: forze espressive ricavate da dualismo, come tra bene e male, alto e basso, grande e piccolo. Oppure è una dislocazione autoriale, per eccesso di identità? Comunque sia, anche se personalmente sono per un diverso approccio al reale, ho letto qui versi molto belli e convincenti. Da montagne russe. Complimenti.

    • Caro Lucio, grazie per il passaggio, l’apprezzamento, e l’articolato e ricco commento. Certo, possono essere tutte le cose che dici, non devo di certo dirlo io, ma un lettore, consapevole come te, dopo aver letto il libro mi potrebbe offrire luce, e buio, e un’occasione di discussione. Purtroppo non ho copie da mandarti, non ne ho più neanche mie personali, dovrò comprarne 2-3 per ricordo; e non si può postare tutto il libro, come sai, ma posso dirti che si divide in due sezioni, come spiegato nella mia breve introduzione iniziale, e che si parte dalla Capitanata per arrivare alla Catalogna, e viceversa. È una specie di viaggio, un ouroboros tra reale e metafisico, tra ciò che tu giustamente chiami mondo chiuso, o dislocazione autoriale, eccessivamente identitaria, e ciò che sono le dimensioni parallele, dove si incontrano anche i morti (e in questo caso molti poeti morti, da Calogero a Campana, ma anche altri artisti come Andrea Pazienza o Matteo Salvatore), che, mescolandosi al paesaggio, formano una dimensione a sé, che è quel ponte, ossia la poesia, che apre allo stado pluridimensionale, tra paesaggio e coscienza, tra vita e morte. La peculiarità dei testi binari è esplicata anche nell’introduzione, e dici bene dello specchio, non dove riflettersi, ma dove rompersi, la testa, o il cuore, a seconda dei momenti. Grazie ancora a te e scusami qualora le mie risposte risultassero deludenti. Se mi lasci un tuo indirizzo mail, posso mandarti il pdf del libro, lo so, non è il massimo, ma è quello che posso, per ora.

      O puoi scrivermi qui: buxvsbooks@gmail.com

      Ancora grazie, e a presto, Bux

  8. gino rago

    Vita degli iceberg mi ha immesso nel flusso visionario de La Chimera e di taluni passaggi a intensa visionarietà di Genova: Bux, ho chiuso gli occhi, mi ha gettato quasi tra le braccia di Dino Campana.
    Francesca Dono avant’ieri, Angela Greco ieri, Antonio Bux oggi: tre temperamenti lirici da seguire. Lasceranno una traccia. E queste scelte poetiche proposte a rapida successione mozzafiato
    fanno onore a L’Ombra delle Parole, al suo fondatore Giorgio Linguaglossa, a tutta la sua valorosa e competentissima Redazione.
    Gino Rago

    • Gentile Gino, grazie, lei è molto generoso, e sono contento che il testo le sia piaciuto. Mi parla di Campana, poeta ovviamente inarrivabile e uno dei punti di riferimento, mio, e di tutti (amo alla follia Campana, come anche Calogero, Salvia, la Rosselli, Mesa, Di Ruscio, Ruggeri, e altri poeti italiani, solo per restare in ambito nostrano), dunque la ringrazio doppiamente. Anche io ho apprezzato molto i testi di Francesca Dono. Colgo l’occasione per ringraziare nuovamente Giorgio Linguaglossa, uno dei pochi signori della poesia, attento, fine, che ha ancora linfa vitale in ambito critico da dare e donare al prossimo.

      Grazie e a presto

    • Il mio commento é stato rimosso.
      Chiedevo con cortesia di non includermi nei nomi citati, poiché io come scrittore di versi non nasco su questa Rivista.

      • Signora Angela, scrivo poesie da vent’anni, da quando ne ho il ricordo… e ho pubblicato una decina di libri… vinto premi, ecc. ecc. Nemmeno io nasco qui, come si evince anche dalla nota biografica, ma, a parte queste cose di poco conto (per me, dato che io come poeta mi sento morire ogni giorno, e non sono mai nato) mi pare che il signor Rago intendesse dire che a lui fossimo sconosciuti, e che ha avuto piacere di leggerci, grazie, anche, alla proposta del blog. 🙂 Io anche mi sento un battitore libero, non ho combriccole e anzi, più nemici che amici. 🙂 Detto questo la saluto (mi erano arrivate le notifiche dei suoi commenti, per questo le ho risposto io, mi scuso l’ardire, ma mi sono sentito chiamato in causa, data anche l’erroneità dell’affermazione). A presto. Bux

        • Sig.Bux non era necessaria la sua precisazione, ma grazie. Qui hanno tutti sempre qualcosa da insegnarmi. Cordialità.

          • Ciò che ritengo necessario lo so io. Evidentemente lei, da come risponde con queste stilettate, ha qualche problema con il sottoscritto, che ignoro, dato che non la conosco. Tuttavia posso intuire. Ma non fa niente. Non ho niente da insegnare, non capivo soltanto certa fretta nel volersi discostare da chi non conosce minimamente, tra l’altro, ripeto, giudicando frettolosamente una persona che è anni che milita in poesia, proponendola come un autore esordiente, tra l’altro il signor Gino le stava facendo dei complimenti, mica l’ha accostata a Satana 🙂 Detto questo, chiudo la sterile polemica. Buona vita!

  9. In altra sede ho parlato di “felice anarchia linguistica” a proposito del lavoro di Bux ; “felice” per l’ assoluta libertà della parola da qualsiasi “canone”, “corrente” “comandamento” ecc. ; parola spesso – e ad arte – slogata , franta , ma mai eccedente o – peggio – celebrata . Insomma , una poesia che nel suo “disequilibrio” trova sempre l’equilibrio formale ed espressivo funzionale alla sua immediata riconoscibilità .

    • Caro Leopoldo, grazie per il tuo intervento. Come sai, si gioca sempre su quel sottile equilibro, tra la sanità (malata, quasi da ricovero) e la follia (santa)…. Un caro abbraccio 🙂

  10. Riporto un Commento scritto a margine della poesia di Mario Gabriele:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/01/17/antonio-bux-poesie-scelte-da-kevlar-societa-editrice-fiorentina-2016-pp-144-euro-12-con-una-nota-dellautore-e-un-appunto-investigativo-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-17372
    Il fatto che la scrittura sia radicalmente seconda, ripetizione della lettera, e non voce originaria che accade in prossimità del senso, occultamento dell’origine più che suo svelamento, innesta costitutivamente nella sua struttura di significazione la differenza, la negatività e la morte; d’altra parte solo quest’assenza apre lo spazio alla libertà del poeta, alla possibilità di un’operazione di inscrizione e di interrogazione che deve «assumere le parole su di sé» e affidarsi al movimento delle tracce, trasformandolo «nell’uomo che scruta perché non si riesce più ad udire la voce nell’immediata vicinanza del giardino». Perduta la speranza di un’esperienza immediata della verità, il poeta si deve affidare al lavoro «fuori del giardino», alla traversata infinita in un deserto senza strade prefissate, senza un fine prestabilito, la cui unica eventualità è la possibilità di scorgere miraggi. Partecipe di un movimento animato da un assenza, il poeta non solo si troverà così a scrivere in un’assenza, ma a diventare soggetto all’assenza, che «tenta di produrre se stessa nel libro e si perde dicendosi; essa sa di perdersi e di essere perduta e in questa misura resta intatta e inaccessibile». Assenza di luogo quindi, e, soprattutto, assenza dello scrittore. Per Derrida «Scrivere, significa ritrarsi… dalla scrittura. Arenarsi lontano dal proprio linguaggio, emanciparsi o sconcertarlo, lasciarlo procedere solo e privo di ogni scorta. Lasciare la parola… lasciarla parlare da sola, il che essa può fare solo nello scritto» .

  11. Apprezzo molto questo poeta giovane che si esprime con la chiarezza, la semplicità e la grazia dei poeti più schietti. Condivido con Linguaglossa l’augurio( e il vaticinio) di un lungo cammino, sul sentiero difficile dell’onestà nell’arte,una virtù sempre più rara.

    • P.S.Il mio breve commento era rivolto ad Antonio Bux.Mi scuso; perdo sempre il treno;ma non la memoria, Anna Ventura

      • Cara signora Ventura, la rigrazio molto. Nel mio percorso ho avvicendato momenti “freddi” di scrittura, a momenti, come ora e di qui in avanti, più “piani”. Ora come ora mi interessano i poeti che sanno arrivare al punto, con parole chiare e poche, magari ossessive, mi interessano i poeti patologici, i poeti d’anima (perchè l’anima, credo, sia qualcosa che si conquisti, e non è data per tutti, mi sono fatto questa idea col tempo; non basta scrivere versi… o almeno, non basta mettersi a scrivere versi come fare un impiegato statale col suo lavoro d’ufficio). L’onestà, con se stessi, prima di tutto, condivido con lei, poi il resto verrà da sé. La verità, se c’è, esce fuori sola. Grazie.

  12. letizia leone

    Per uno scrittore, doppiamente per un poeta, “lo stile è superiore alla verità, contiene in sé il germe dell’esistenza” e in questi testi di Antonio Bux (poeta visivo e auditivo insieme) rilevo la presenza di uno stile personale “poeticamente onesto” maturato nel tempo. Mi complimento con l’autore sia per i testi, sia per la dimostrazione (con il suo dialogo intelligente, aperto, non egocentrico, né pretenzioso) che lo Stile prima che sulla pagina bisogna averlo in primis nella vita…

    • Carissima Letizia, bello ritrovarti e sentirti dire parole che per me sono motivo di felicità e di continuazione. Dici bene, maturando nel tempo ho sentito il bisogno, sia nella mia vita, da sempre, che poi conseguentemente nel mio scrivere, di questa necessità di onestà estrema, a discapito dei rapporti anche, a volte. Ma ho avuto la fortuna di conoscere autori degni di questo nome (ne cito alcuni, ma giusto per capirci: Alfonso Guida, Nanni Cagnone, ad esempio), che hanno fatto molto e sono maestri riconosciuti e stimati, ma sono così umili e aperti, che certi poetucoli avrebbero molto da imparare. Certi fanno 2-3 pubblicazioni e si pensano chissà chi, ecco, io un poeta che se la tira, può anche scrivere bene, ma non riesco ad accettarlo. Ho letteralmente rinnegato molti autori, solo per il fatto che non ho trovato nessuna coerenza in loro, ma soltanto artificio e falsità. Io non sono nessuno, nessuno di noi lo è, ma siamo tutti qui per imparare ad amare, ad amare la bellezza, che può arrivare improvvisa, e dovunque (come può arrivare anche il male, ma ci siamo abituati, no? A combattere contro ogni sorta di energia; alla fine il poeta, senza volerlo, apre porte clandestine. Ecco, ognuno di noi cerca la porta, stretta, della quale parlava Matteo. Ma è una lotta solitaria e crudele. Per questo bisongna rispettare la solitudine di ognuno, senza isterismi, almeno quando ci si accorge di una certa purezza, bisogna forse accettare di buon grado l’umano). Poi certo, si combatte sempre contro l’ipocrisia e la mafietta di certi luoghi… ma ora non vorrei uscire fuori tema! Ti ringrazio ancora per il tuo passaggio e per la testimonianza, a me cara.

      a presto!

  13. Noi che ci occupiamo di poesia contemporanea
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/01/17/antonio-bux-poesie-scelte-da-kevlar-societa-editrice-fiorentina-2016-pp-144-euro-12-con-una-nota-dellautore-e-un-appunto-investigativo-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-17372
    abbiamo molto da imparare dalla ricerca musicale di musicisti come Salvatore Sciarrino, un autentico gioiello di come fischi, sibili, rumori, strascichi entrino, nella loro costituzione di frammenti, in una composizione musicale altamente suggestiva e febbricitante… sembra di provare, ascoltando questa musica, gli stessi momenti di terrore e di feroce crudeltà degli uomini primitivi impegnati in una battuta di caccia nella savana… In fin dei conti, noi dell’Ombra delle Parole non facciamo cose molto diverse da quelle che hanno fatto e fanno compositori di altissimo profilo come Sciarrino.
    Si avverte, in questa musica, il movimento febbrile degli uomini impegnati nell’inseguimento della preda da esilissime impronte lasciate nel terreno…

    • Verissimo, caro Giorgio. È quell’inseguimento, ossessivo, animale, che in fin dei conti è ciò che ci perseguita, no, il senso di essere preda e carnefice, del nostro esistere, di continuo. Grazie ancora per gli spunti. E aggiungo: i blog stanno piano piano morendo tutti, quelli storici almeno, non vedo più partecipazione, nè emotiva nè letteraria, ma solo vari trollers che si scannano a vicenda. Non il dialogo, la condivisione, o un tentativo di empatia, di ri-conoscenza. Qui da te, da voi, invece, trovo ancora qualcosa di vivo, e genuino. E di questo devo rendertene merito, e mi complimento e compiaccio. Ho ancora molto da imparare, e qui posso trovare ancora qualche respiro puro e libero. Ti ringrazio per l’opportunità e per lo scambio che si è verificato. A buon rendere!

  14. Caro Antonio Bux
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/01/17/antonio-bux-poesie-scelte-da-kevlar-societa-editrice-fiorentina-2016-pp-144-euro-12-con-una-nota-dellautore-e-un-appunto-investigativo-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-17393
    L’Ombra delle parole è un lavoro collettivo, non è facile lavorare tutti insieme, sapersi rispettare… hai ragione, altrove nei blog, il livello non è alto, ciascuno si fa la fabbrichetta in casa che non significa nulla, si aggiunge narcisismo a narcisismo. Qui è un lavoro collettivo, con la critica che non si limita ad un ruolo ancillare e strumentale per farsi dei piccoli piaceri, la critica è una cosa seria, non può essere fatta per gli amici e non può essere messa in una riserva indiana come è stato fatto negli ultimi cinquanta anni. Lo sai che sono molto malvisto in giro per questa libertà che mi prendo di non avere riguardo per le istituzioni che contano né per i narcisismi in lizza. Bisogna avere rispetto per chi fa un commento, anche se critico, anzi dobbiamo imparare ad accettare e arricchirci dai commenti intelligenti anche se non sono trionfalistici. La poesia istituzionale è già morta, non c’è critico che possa farla rinascere. L’unico modo per tenerla in vita è fare un lavoro collettivo di impegno critico e di auto riflessione. Abbiamo tutti molto da imparare, e chi crede di sapere già tutto, questo non è il luogo per lui.
    E adesso vorrei riportare una poesia di un grande poeta, Alfredo de Palchi“, da Costellazione anonima” (Caramanica, 1998).
    Se ti interessa ricevere i libri di questo grande poeta puoi richiederli gratuitamente a Roberto Bertoldo, alla sua emai : hebenon@virgilio.it

    Polvere dovunque su tutto polvere su ciascuno
    su me un cadere continuo di polvere dal soffitto
    sul letto tappeti bottiglie dalle pareti
    che mi serrano nella morsa del mio futuro cadavere
    già sepolto sotto il cumulo di polvere di questa
    polvere che rassodata nello spazio gira su se stessa
    e intorno il sistema termonucleare come me cadavere
    che rigiro su me stesso e spostato di quel tanto
    dal mio centro intorno me stesso:
    costellazione anonima.

    • “Bisogna avere rispetto per chi fa un commento, anche se critico, anzi dobbiamo imparare ad accettare e arricchirci dai commenti intelligenti anche se non sono trionfalistici.” (G.Linguaglossa)

      Esatto. Ma bisogna farli i commenti.
      Il silenzio è censura, dovresti saperlo bene, caro Giorgio.

    • Caro Giorgio, sì, intendevo proprio questo. Apprezzo molto il tuo fare critica vera, militante, ossia sul campo, dando solo conto ai testi, come dovrebbe essere nella norma. Per questo hai il mio rispetto; rispetto molto e apprezzo il tuo esercizio critico. E per questo sono contento di essere approdato anche io qui. Qui c’è ancora possibilità di dialogo e di imparare, o di trasmettere. Spesso chi si occupa di letteratura viene offuscato da una presunta sapienza, che lo allontana, proprio a livello empatico, sia dall’umano, che dal senso stesso di poesia. Uno si scorda di come era quando ha iniziato a scrivere, del perchè lo faceva, spesso. Ma chi non lo dimentica, rafforza questa idea, la usa a suo favore per dare, non solo a se stessi, ma anche a qualcuno, un qualcosa, che a prescindere forse non è dato. Insomma, si dà l’esperienza. Altrimenti non avrebbe niente senso. Sarebbe solo esercizio solipsistico. Ma questo è un mio pensiero. Qui ho sentito energie, e sincere. E di questo ti e vi ringrazio.

      E grazie per la poesia di De Palchi, che ovviamente conosco, ma non ho mai letto una sua raccolta integrale, in effetti. Questa poesia che mi posti mi piace molto, per il suo incedere, per l’ossessività e la vertigine.
      Ricordo anche le edizioni di Caramanica (mi pare fosse di Minturno, ho vinto un piccolo premio lì qualche anno fa, appunto Città di Minturno, e l’editore era di quelle parti; ho un libro di quelle collezioni, di una brava signora romana di origini giapponesi, libraia, che forse conoscerai: Yurika Nakaema, libro che porta ancheuna nota del grande Vito Riviello).

      E conosco Roberto Bertoldo; abbiamo pubblicato nella stessa collana di un piccolo editore torinese, diretta da Mario Marchisio, Roberto è una gran bella persona, uno dei pochi onesti rimasti. Gli chiederò, come dici, di farmi mandare qualcosa del poeta residente negli Stati Uniti. Apprezzo spesso i poeti che vivono fuori dal guscio d’origine (io stesso ho vissuto anni all’estero, anche se ora sono nella mia città di origine), perchè forse sentono di più l’importanza di essere italiani (e si prenda con le molle questa frase, intendo come valore letterario e geografico, tutto qui, niente altro!!! 😀 )

      Grazie a tutti e buona continuazione. Resto a disposizione per qualsiasi cosa.

      Vi lascio con una poesia tratta da “Naturario” (Di Felice Edizioni, dicembre 2016) , che spero sia di buon auspicio per noi tutti. A presto, Bux.

      7.
      Io e le mie poesie camperemo da soli
      al gioco della solitudine saremo in molti
      coi fantasmi promessi e le chiese
      zeppe di discepoli sazi saremo pochi
      a dirci contrari e per tutta l’inesperienza

      andranno via le mie poesie, ma io saprò vedere
      il foglio ancora bianco, e le parole della morte
      all’indelebile fraterno, perché
      successione è poesia come essere
      nel momento dell’assenza
      immortale al suo diniego.

      Così io e le mie poesie, capiremo da soli
      perché morire fa la statua
      più semplice o la luce del nome
      e dio e la verità, così scritto altrove,
      allora nutriremo i vermi inesperti contro la terra
      umana parsimoniosa,

      e sarà bello scrivere felicità sulla porta
      legittima della fine, e sacro
      e gelante il passaporto dove non siamo
      che attesa e restituzione, del bello
      allontanato, del bello conclusivo.

      Andrà a finire così, lo so, io
      e le mie poesie, a morire da soli
      mentre gli esperti domanderanno
      le risposte già sbrogliate, la vita è una
      spinta nel fuoco, la fiamma di chi non sa
      spegnersi a illuminare poco

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