Pierluigi Cappello (1967-2017) Poesie scelte con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

 

Gif Autunno strada

Una poesia «onesta» di sabiana memoria

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

È morto ieri a cinquanta anni il poeta Pierluigi Cappello, dall’età di sedici anni costretto in una sedia a rotelle per via di un incidente che gli aveva privato l’uso delle gambe, da «più di dieci anni trascorsi in una baracca del terremoto a Tricesimo, Udine, un prefabbricato donato dall’Austria al Friuli dopo l’ecatombe del 1976. Tra scatoloni, fotografie, matite, sigarette e bottiglie veniva ogni tanto un topo a farsi una passeggiata, oppure uno scroscio di pioggia dal tetto che non teneva più», scrive Maurizio Crosetta. Usava dire: «sarei diventato poeta anche senza l’incidente, anzi di più, anche meglio». «Una vita grama – scrive Crosetta -, nessuno può campare di poesia, neppure un Premio Viareggio come Pierluigi: 700 euro al mese di pensione d’invalidità, i gettoni di qualche serata di letture, un po’ di lezioni ma poche perché il suo corpo si affaticava presto, e ogni spostamento richiedeva la mobilitazione di tanti amici».

La scelta monolinguistica e monostilistica di un’elegia prosasticizzata, un monotonalismo di fondo e un lessico «povero» (le «parole povere») sono le caratteristiche di questo poeta friulano che della sua gente ha tutta l’onestà e la forza morale, la riservatezza e la laboriosità, qualità che ha saputo riversare nella propria poesia. Una poesia «onesta» di sabiana memoria, un concetto di poesia come seconda pelle, un concetto monodico e monostilistico che ha numerossissime ascendenze nel novecento italiano, quel narrare le povere cose che fanno il retro gusto della vita di tutti i giorni. Affollano questa poesia dei personaggi appena accennati (Isolina che porta un caffè, un altro personaggio che perde la testa dopo una bottiglia di Vov, uno che porta «una scatola di scarpe» etc…), persone umili della vita di tutti i giorni che compiono gesti della vita di tutti i giorni. La  musa di Cappello prediligeva il prosaico, le «parole povere» pur non essendo mai diaristica o delle «occasioni» nel senso delle «occasioni» montaliane, era però pur sempre debitore del secondo Montale, quello diaristico e occasionale, nel senso che aveva rimosso lo scetticismo del ligure e aveva applicato alla sua poesia la derubricazione del tono olimpico per rifugiarsi nella prosaicità del piccolo mondo dell’io; sotto questo aspetto debitore senz’altro della impostazione post-montaliana, almeno come si è configurata una certa linea discendente della poesia italiana dopo Montale. Un crepuscolarismo senza «neo» e senza «post», ma semplice e dimesso, dal tono caldo e colloquiale. Una lezione di misura e di profilo «basso» molto consolidata e collaudata nella poesia del secondo novecento italiano. Una poesia in «stato di quiete», per dirla con le parole di Pierluigi Cappello.

Gif Autunno

Proprio ieri, scrivevo in un commento:

caro Gino Rago,

https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/01/emilia-barbato-poesie-scelte-da-capogatto-puntoacapo-2016-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-24438

lascia che ti dica che questa tua è una composizione pluristilistica, variometrica, multilessicale, multitemporale, è una composizione da vero reporter della nuova ontologia estetica, una composizione di nuovo conio oserei dire, nuovo conio rispetto a tutta la tua precedente produzione. Ciò significa che la nuova piattaforma concettuale della NOE dà dei risultati oltre le nostre aspettative e la nostra immaginazione. Abbiamo abbandonato e per sempre il post-Satura, la poesia del post-montalismo. Abbiamo aperto un nuovo indirizzo all’anagrafe tributaria della poesia italiana. Questa forma della missiva, questo dialogo tra membri della nuova ontologia estetica che va avanti a scanso degli impedimenti e della manifesta ostilità della poesia ufficiale, questa forma-missiva, sta dando dei risultati eccellenti. Finalmente in Italia si ritorna a scrivere poesia con la libertà e l’estro che la poesia italiana aveva nei primi anni dieci del novecento. E che poi ha perduto irrimediabilmente con l’avvento del cardarellismo e della poesia del neorealismo del dopo guerra.

Anche la poesia di Emilia Barbato, la nostra ospite di oggi, ospite di riguardo, è una autrice di indubbie qualità, tiene bene il discorso poetico sul piano della quantità di cose e di oggetti (come ci ha insegnato una certa scuola) ma poi quando viene il momento di cambiare registro linguistico e stilistico, ecco, dicevo, che la Barbato perde di vista l’obiettivo, è costretta ad inseguire i rivoli e i rigagnoli di quell’accumulo di cose e di oggetti venendo sospinta verso la narrativizzazione ad oltranza… proprio quando invece avrebbe bisogno di cambiare marcia, procedere per vie laterali, per lateralizzazioni del discorso, per salti temporali e spaziali…

Della poesia di Pierluigi Cappello dirò in un prossimo post. Il suo problema (ed i suoi limiti), come quello della poesia narratologica che si è fatta in Italia in questi ultimi cinquanta anni, è quello a cui si riferiva Pasolini quando pochi mesi prima del suo assassinio (siamo nel 15 gennaio 1975) confidò a Franco Di Carlo la sua volontà di ritornare a scrivere poesia secondo un modello pluristilistico e multilessicale…. quella via che poi la sua morte prematura rese impossibile. Il danno per la poesia italiana dei decenni successivi è stato incalcolabile, perché si è continuato a scrivere poesia prosastica con uno strumento espressivo monostilistico e monolinguistico, fino a giungere ai giorni nostri… come quello usato da Pierluigi Cappello…

*

Pierluigi Cappello è nato a Gemona del Friuli nel 1967 e morto ieri, 30 settembre 2017, era originario di Chiusaforte, dove ha trascorso la fanciullezza. Dopo aver compiuto gli studi superiori a Udine, ha frequentato la facoltà di Lettere presso l’Università di Trieste. Nel 1999 assieme a Ivan Crico ha ideato, e diretto per diverso tempo, La barca di Babele, una collana di poesia edita dal Circolo Culturale di Meduno, che accoglie autori noti dell’area friulana, veneta e triestina. Nel 2006 pubblica quasi tutte le raccolte delle sue poesie in Assetto di volo, a cura di Anna De Simone, con introduzione di Giovanni Tesio, presso Crocetti, Milano. Un nuovo libro di poesie, Mandate a dire all’imperatore, con postfazione di Eraldo Affinati, è stato pubblicato sempre da Crocetti, Milano 2010. Nel 2016 pubblica Stato di quiete BUR contemporanea, Rizzoli, Milano.

pierluigi-cappello

Pierluigi Cappello 

Pierluigi Cappello (1967-2017) da Azzurro elementare, Poesie 1992-2010, Bur Rizzoli, 2013

Gerico

È raro sentire cantare in strada
molto più raro sentire fischiare
o fischiettare
se qualcuno lo fa
l’aria sembra fargli spazio
ti sembra che un refolo muova
la flora dei tuoi pensieri
ti metta dove prima non eri;
ma come passa chi fischia
la noia stende le vertebre al sole
e tu rientri dov’eri
dietro il douglas dei serramenti
dentro il livore
degli appartamenti
al tango delle dita sul tavolo ti chiedi
da quali trombe scosse
scrollate le mura
per quali brecce potremo vedere
– fresca –
come un sogno appena sbucciato
la terra che calpesteremo, allegri.

 

Parole povere

Uno, in piedi, conta gli spiccioli sul palmo
l’altro mette il portafoglio nero
nella tasca di dietro dei pantaloni da lavoro.

Una sarchia la terra magra di un orto in salita
la vestaglia a fiori tenui
la sottoveste che si vede quando si piega.

Uno impugna la motosega
e sa di segatura e stelle.

Uno rompe l’aria con il suo grido
perché un tronco gli ha schiacciato il braccio
ha fatto crack come un grosso ramo quando si è spezzato
e io c’ero, ero piccolino.

Uno cade dalla bicicletta legata
e quando si alza ha la manica della giacca strappata
e prova a rincorrerci.

Uno manda via i bambini e le cornacchie
con il fucile caricato a sale.

Uno pieno di muscoli e macchie sulla canottiera
Isolina portami un caffè, dice.

Uno bussa la mattina di Natale
con una scatola di scarpe sottobraccio
aprite, aprite. È arrivato lo zio, è arrivato
zitto zitto dalla Francia, dice, schiamazzando.

Una esce di casa coprendosi un occhio con il palmo
mentre con l’occhio scoperto piange.

Una ride e ha una grande finestra sui denti davanti
anche l’altra ride, ma non ha né finestre né denti davanti.

Una scrive su un involto da salumiere
sono stufa di stare nel mondo di qua, vado in quello di là.

Uno prepara un cartello
da mettere sulla sua catasta nel bosco
non toccarli fatica a farli, c’è scritto in vernice rossa.

Uno prepara una saponetta al tritolo
da mettere sotto la catasta e il cartello di prima
ma io non l’ho visto.

Una dà un calcio a un gatto
e perde la pantofola nel farlo.

Una perde la testa quando viene la sera
dopo una bottiglia di Vov.

Una ha la gobba grande
e trova sempre le monete per strada.

Uno è stato trovato
una notte freddissima d’inverno
le scarpe nella neve
i disegni della neve sul suo petto.

Uno dice qui la notte viene con le montagne all’improvviso
ma d’inverno è bello quando si confondono
l’alto con il basso, il bianco con il blu.

Uno con parole proprie
mette su lì per lì uno sciopero destinato alla disfatta
voi dicete sempre di livorare
ma non dicete mai di venir a tirar paga
ingegnere, ha detto. Ed è già
il ricordo di un ricordare.

Uno legge Topolino
gli piacciono i film di Tarzan e Stanlio e Ollio
e si è fatto in casa una canoa troppo grande
che non passa per la porta

Uno l’ho ricordato adesso adesso
in questo fioco di luce premuta dal buio
ma non ricordo che faccia abbia.

Uno mi dice a questo punto bisogna mettere
la parola amen
perché questa sarebbe una preghiera, come l’hai fatta tu.

E io dico che mi piace la parola amen
perché sa di preghiera e di pioggia dentro la terra
e di pietà dentro il silenzio
ma io non la metterei la parola amen
perché non ho nessuna pietà di voi
perché ho soltanto i miei occhi nei vostri
e l’allegria dei vinti e una tristezza grande.

 

Ombre

Sono nato al di qua di questi fogli
lungo un fiume, porto nelle narici
il cuore di resina degli abeti, negli occhi il silenzio
di quando nevica, la memoria lunga
di chi ha poco da raccontare.
Il nord e l’est, le pietre rotte dall’inverno
l’ombra delle nuvole sul fondo della valle
sono i miei punti cardinali;
non conosco la prospettiva senza dimensione del mare
e non era l’Italia del settanta Chiusaforte
ma una bolla, minuti raddensati in secoli
nei gesti di uno stare fermi nel mondo
cose che avevano confini piccoli, gli orti poveri, le cataste
di ceppi che erano state un’eco di tempo in tempo rincorsa
di falda in falda, dentro il buio. E il gatto che si stende
in questi posti, sulle lamiere di zinco, alle prime luci
di novembre, raccoglie l’aria di tutte le albe del mondo;
come i semi dei fiori, portati, come una nevicata leggera
ho sognato di raggiungere i miei morti
dove sono le cose che non vedo quando si vedono
Amerigo devoto a Gina che cantava a voce alta
alla messa di Natale, il tabacco comprato da Alfredo
e Rino che sapeva di stallatico, uomini, donne
scampati al tiro della storia
quando i nostri aliti di bambini scaldavano l’inverno
e di là dalle montagne azzurrine, di là dai muri
oltre gli sguardi delle guardie confinarie
un odore di cipolle e di industria pesante premeva,
la parte di un’Europa tenuta insieme
da chiodi ritorti e bulloni, martelli e chiavi inglesi.
Il futuro non è più quello di una volta, è stato scritto
da una mano anonima, geniale
su di un muro graffito alla periferia di Udine,
il futuro è quello che rimane, ciò che resta delle cose convocate
nello scorrere dei volti chiamati, aggiungo io.
E qui, mentre intere città si muovono
sulle piste ramate degli hardware
e il presente irrompe con la violenza di un tavolo rovesciato,
mio padre torna per sempre nella sua cerata verde
bagnata dalla pioggia e schiude ai figli il suo sorridere
come fosse eternamente schiuso.
Se siamo ancora cosa siamo stati,
io sono lo stare di quell’uomo bagnato dalla pioggia,
che portava in casa un odore di traversine e ghisa
e, qualche volta, la gola di Chiusaforte allagata dall’ombra
si raduna nei miei occhi da occidente a oriente, piano piano
a misura del passo del tramonto, bianco;
e anche se le voci del mondo si appuntiscono
e qualcosa divide l’ombra dall’ombra
meno solo mi pare di andare, premendo un piede
dopo l’altro, secondo la formula del luogo,
dal basso all’alto, seguendo una salita.

Pierluigi Cappello 1

Pierluigi Cappello 

Da lontano

Qualche volta, piano piano, quando la notte
si raccoglie sulle nostre fronti e si riempie di silenzio,
e non c’è più posto per le parole
e a poco a poco si raddensa una dolcezza intorno
come una perla intorno al singolo grano di sabbia,
una lettera alla volta pronunciamo un nome amato
per comporre la sua figura; allora la notte diventa cielo
nella nostra bocca, e il nome amato un pane caldo, spezzato.

 

Cercli (cerchio)

Plan ch’e si poi la gnot cence sunsûr
scrivint di scûr la pagjine dai siums
cun man plui lizere dal sofli di diu;

ch’al alci il sium coronis di dolçôr
e che ti dedi la fuarce dal freit,
il polvar e il glaç dal voli de lune;

achì, dentri la gnot ch’e si consume,
cun mancul fuarce di prime doi vôi
l’olme davûr doman la cjalaràn denant.

 

Cerchio

Venga la notte e si posi piano e senza rumore / scrivendo di buio la pagina dei sogni / con mano più leggera del soffio di dio; // che il sogno alzi corone di dolcezza /e che ti porga la forza del freddo, / la polvere e il ghiaccio dell’occhio della luna; // qui, dentro la notte che si consuma, / con meno forza di prima due occhi / l’orma che avevano dietro domani la guarderanno davanti.

*

da Assetto di volo

Assetto di volo

A Gino Lorio, in memoria

Con lui venivano una determinazione feroce
dalla camera alla palestra
i cento metri percorsi in cinque minuti,
con una tensione di motore imballato
tutta la forza del suo corpo spastico
ribellata alla forza di gravità.

Sant’Agostino diceva che perfezione
è la carne che si fa spirito, lo spirito che si fa carne
ma non è vero: ogni mattina i puntali delle stampelle
scivolano metro a metro per guadagnarne cento
ogni mattina lo spirito è tagliato via da quel corpo,
dalle suole strascicanti e dalle nocche strette,
bianche sulle impugnature,
ogni mattina dal dorso di lottatore
si stacca un collo di tendini tesi e redini allentate
un urlo chiuso nella sua profondità,
perfetto nella sua separazione.

E io vi vedo una bellezza di cimieri abbattuti
e dentro la parola andare la parola compimento
e sono sicuro che lui sogna baci pieni di vento
mentre la volontà conquista le giornate a morsi,
schiaffo dopo schiaffo perché venga la sera
schiaffo dopo schiaffo, chiglia in piena bufera.

Ci vuole un’estate piena e un padre calmo,
un dio non assiso in mezzo agli sconfitti
ma cosí in tutta bellezza lo posso immaginare
come un bambino alle prime pedalate,
reggilo, eccolo, tienilo cosí – adesso tiene
uniti la terra e il cielo dell’estate
non sbanda piu, vince, è in equilibrio,
vola via.

 

da Mandate a dire all’imperatore (2010)

Piove

Piove, e se piovesse per sempre
sarebbe questa tua carezza lunga
che si ferma sul petto, le tempie;
eccoci, luccicante sorella,
nel cerchio del tempo buono, nell’ora
indovinata
stiamo noi, due sguardi versati in un corpo,
uno stare senza dimora
che ci fa intangibili, sottili come un sentiero
di matita
da me a te né dopo né dove, amore,
nello scorrere
quando mi dici guardami bene, guarda:
l’albero è capovolto, la radice è nell’aria.

*

Lettera per una nascita

Scrivo per te parole senza diminutivi
senza nappe nè nastri, Chiara.
resto un uomo di montagna,
aperto alle ferite,
mi piace quando l’azzurro e le pietre si tengono
il suono dei “sì” pronunciati senza condizione,
dei “no” senza margini di dubbio;
penso che le parole rincorrano il silenzio
e che nel tuo odore di stagione buona
nel tuo sguardo più liscio dei sassi di fiume
esploda l’enigna del “sì” assordante che sei.

Scriverti è facile; e se potessi verserei
la conoscenza tutta intera delle nuvole
la punteggiatura del cosmo
la forza dei sette mari, i sette mari in te
nel bicchiere dei tuoi giorni incorrotti.

Ma non sono che un uomo, e quest’uomo
ti scrive da un tavolo ingombro
e piove, oggi, e anche la pioggia ha le sue beatitudini
sulla casa dalle grondaie rotte
quando quest’uomo ti pensa e fra tutte le parole da scegliere
non sa che l’inciampo nel dire come si resta
e come si preme
nel mistero del giorno nuovo in te
che prima non c’era
adesso c’è.

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14 commenti

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14 risposte a “Pierluigi Cappello (1967-2017) Poesie scelte con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

  1. “Una dà un calcio a un gatto/e perde la pantofola nel farlo”. Questo verso racchiude il fulcro della poetica di Cappello; un’ironia amara,disperata,che ha cognizione della realtà, ma anche della misteriosa allusività dei gesti più banali.Noto che, chi dà il calcio è”una”,non “uno”.Che l’universo femminile sia più incline a dare i calci al gatto?
    E’ possibile, anche perchè, nonostante la grande emancipazione degli ultimi anni, le donne restano sempre loro stesse potenziale bersaglio di pantofole lanciate.Anche se,nel frattempo, hanno imparato a lanciarle anche loro ( le pantofole).

  2. Pingback: Pierluigi Cappello (1967-2017) Poesie scelte con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa | SESTOSENSOPOESIA feliceserino's blog

  3. carlo livia

    Trovo l’opera di Cappello degna di rispetto e ammirazione per lo spessore etico, l’eleganza, trasparenza e austerità formale, ma come Linguaglossa la trovo fatalmente ancorata a codici espressivi inefficaci a cogliere la complessità e l’urgenza dell’attuale scenario etico-estetico; l’obsolescenza di queste strategie linguistiche, che presuppongono un rapporto lineare, non ancora problematizzato fra segno e significato, un credito assoluto nella potenzialità semantica della parola e normativa del pensiero, risaltano nella depotenziata capacità di trasfigurazione simbolico-metaforica, nella quasi totale assenza di attrito e collisione fra strutture verbali e percorsi di senso, insomma di tutto ciò che caratterizza la mutazione ontologica del simbolismo.
    E’ la linea antinovecentista intrapresa da Pasolini, nel solco di ascendenze illustri ma ugualmente disattivate di ogni fervore di ricerca estrinseca ad un uso monosemantico e referenziale della parola: Penna, Saba, Pascoli, Betocchi,ecc. La motivazione era differenziarsi dalla alienazione autoreferenziale e dall’estrema sconcretizzazione semantica delle avanguardie, rifondare l’impegno civile, la trasparenza e l’efficacia nella proposizione di parenesi e modelli di prassi sociale.
    L’esito quasi inevitabile è di scivolare insensibilmente verso una sorta di prosa pausata o frammentata, prosciugata di tensione diegetica e di seduzione formale e musicale, fatta di analisi introspettive, auspici morali e rare, faticate verticalizzazioni emozionali, e ierofanie metafisiche.
    E’ una scrittura post-poetica, convenzionale, spoglia dei fasti neoclassici ma priva dell’elemento di maggiore risultanza euristica, etica ed espressiva della modernità: la tensione demistificatoria, iconoclasta, volta a sovvertire l’ordine simbolico del linguaggio, e quindi, in subordine, codici e modelli noetici, ideologici, morali.

  4. dal blog di Paolo Statuti, copio e incollo…
    Paolo Statuti a 18 anni
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/10/02/pierluigi-cappello-1967-2017-poesie-scelte-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-24452
    Tra le mie vecchie carte ingiallite ho ritrovato alcune poesie scritte quando avevo 18 anni. Con una certa emozione ho deciso di pubblicarle, non perché abbiano un particolare valore letterario, ma per soddisfare l’eventuale curiosità di qualche mio lettore/lettrice che voglia conoscere meglio il mio animo “a ritroso”, quando ero combattuto tra dubbi e speranze e avevo più di un problema esistenziale, poi felicemente risolto nel corso degli anni dalla mia “buona stella”, che mi ha sempre guidato e che spero continuerà a guidarmi fino al supremo addio alla vita mortale.

    Il pipistrello

    O pipistrello, umile e spregiato,
    che vaghi sovrano nella notte,
    tu emani un fascino strano.
    Avanzi, arretri, avanzi –
    frenetica danza volante,
    ti guardo, ti ammiro, ti chiamo.
    ma fuggi lontano…lontano.

    La fontanella

    Fontanella, sei rimasta sola!
    Ora tutti dormono, è tardi.
    Ma tu scorri scorri e canti;
    Fontanella, tu non dormi?
    Oh, suvvia, rispondi!
    Ma tu scorri scorri e canti.

    Meditazione

    O verde paradiso
    sconosciuti tesori ammiro
    ovunque io vaghi
    muto essere perduto
    nell’infinito mare della vita.

    Ho sognato di avere le ali

    Ho sognato di avere le ali
    e nel cielo tendevo la mano
    verso il sole, la luna, le stelle,
    mentre mille graziose fiammelle
    mi giravano intorno –
    ma era sogno, nient’altro che sogno.
    E guardavo e ridevo,
    ero lieto e beato,
    ma era sogno, nient’altro che sogno.
    Dalla culla qualcuno mi ha dato
    di gioire soltanto nel sonno.

    Autunno

    Un fresco venticello accarezza l’anima
    e stacca dai rami lamine d’oro;
    intorno – un lungo rincorrersi,
    un muoversi disordinato,
    un allegro girotondo di foglie.
    Dappertutto splendore di vivi colori.
    Un venticello scherzoso
    accarezza l’anima,
    risveglia una gioia nascosta,
    suscita un senso di pace
    e di soave abbandono.

    Un giorno andrò

    Un giorno andrò
    oltre le pallide scogliere
    ad abitare l’isola dei sogni.
    Un giorno me ne andrò
    lontano da qui,
    e quando il mondo avrò girato
    qualcuno chiederà: che fai?
    non vedi quanta melma hai calpestato?
    Sei tutto lordo, puzzi e non lo sai.
    Allora tornerò sui passi miei,
    finché la riva del mare avrò trovato;
    là l’onda mi cullerà,
    mentre le pallide scogliere
    splenderanno al sole,
    e dal grande mare azzurro
    fino alle verdi sponde
    si leveranno mille canti al cielo
    e tutto sarà pace e melodia
    intorno a me,
    nell’isoletta mia.

    Tempo di pioggia

    Nuvole nere
    gravano sulle case,
    sulle strade…
    un senso di disagio
    regna nell’aria,
    il pensiero che qualcosa accade;
    improvviso uno scroscio
    cade dal cielo:
    luccichio dell’asfalto,
    odore di terra bagnata,
    grigiore di vita: piove.

    È tardi! è tardi!

    Ah, il sole com’è bello,
    risplende e m’inondano il viso
    i raggi suoi lucenti.
    O sera, tarda un po’ a venire;
    voglio vedere ancora la luce
    prima di morire,
    voglio vedere le tenebre
    fuggire dinanzi al bagliore,
    prima che mi divorino il cuore,
    e giù giù nell’infinito abisso
    mi trascinino per sempre.
    Ah! il triste fato che ci fa perire.
    Perché?
    Perché non restare avvinti
    a questa sacra terra
    a godere per sempre le sue bellezze,
    ad ascoltare il canto delle sue voci
    ardenti di passione,
    e addormentarsi presso limpide sorgenti
    al dolce suono di una canzone?

    E’ tardi! è tardi!
    Si fa scuro, amici,
    restate qui,
    impedite alle tenebre di accostarsi;
    vi amo, amo ogni cosa,
    e sopra ogni cosa
    questo sole che già si spegne
    là nel cielo,
    mentre sulle pupille stanche,
    lento si stende
    il velo che non mente.

    E’ tardi! è tardi!
    già sento le campane sonare tristi
    e il vento soffiare impetuoso
    intorno al mio letto.

    E’ tardi! è tardi!
    non odo più…non vedo più…
    non soffro più…addio!

    La lucciola

    Luccioletta tra le foglie
    fresche e umide della sera,
    tu porti un po’ di luce ancora;
    e non ti stanchi di girare
    nel tuo mondo
    fatto di piccole cose scure.
    Luccioletta, non aver timore,
    vola quanto più puoi,
    ché breve è la tua vita.
    Io ti sto vicino,
    ti seguo senza far rumore,
    ti guardo e non oso toccarti,
    ho paura che la luce si spenga,
    ho paura di restare solo per sempre;
    luccioletta tra le foglie
    fresche e umide della sera.

    Presso i ruderi del Palatino

    Il disco lunare lassù
    tra i neri cipressi
    veglia sulla quiete solenne
    delle antiche vestigia romane.
    Vaghe ombre erranti
    in un mondo di caos,
    tali sembrate, o ruderi
    cari alla memoria,
    sembianze di un mondo perduto.
    Voi rammentate il tempo degli avi
    e vi ergete a giudici severi
    di un mondo in rovina.
    Voi rimpiangete le antiche glorie.
    Il mio cuore si unisce a voi
    in un supremo grido di speranza:
    che torni l’antica virtù
    tra le care vestigia romane.

  5. Mi commuove il suo sorriso dolce, i suoi occhi chiari, conosco quegli occhi, sono gli occhi del Friuli, limpidi e onesti. Terra mia materna, i ciclamini nascosti e profumati, i prati dai colori variegati, il profumo di fieno, la nostalgia del tempo… allora ero solo una bambina…tanto tempo fa! Ti porterò nel cuore. Wilma Minotti Cerini

  6. Mi dispiace davvero molto per la morte di Pierluigi Cappello, un poeta che stimavo molto. Grazie per il prezioso commento e per la pubblicazione di suoi versi, in ricordo di un poeta autentico.

  7. E così adesso sappiamo tutto di Chiusaforte, fin dentro la casa e nei silenzi di Pierluigi Cappello. Ogni poeta racconta e tramanda qualcosa del mondo, la parte in cui vive, di solito silenziosa, e quell’altra che non si cura di niente. Capisco le critiche e sono d’accordo, ma è un po’ come giudicare in un paesaggio l’angolo di un torrente, una pietra importante… gatti e persone che c’erano e adesso c’erano per sempre. Il compito è stato svolto, e anche piuttosto bene. Pensavo: strana la Musa, a volte sembra un personaggio che t’aspetta lì, sulla sedia, prima ancora che arrivi…

  8. Questo poeta dallo sguardo buono e sognante non sa, forse, di aver scritto versi struggenti e modernissimi, nonostante il tono colloquiale.
    Eccolo:
    Da lontano

    “Qualche volta, piano piano, quando la notte
    si raccoglie sulle nostre fronti e si riempie di silenzio,
    e non c’è più posto per le parole
    e a poco a poco si raddensa una dolcezza intorno
    come una perla intorno al singolo grano di sabbia,
    una lettera alla volta pronunciamo un nome amato
    per comporre la sua figura; allora la notte diventa cielo
    nella nostra bocca, e il nome amato un pane caldo, spezzato.”

    Caro Pierluigi, dispiace sapere che avresti voluto scrivere poesie più belle: ma come facevi a scrivere poesie più belle di quelle che riescono a farti conoscere dal lettore così come eri e come sei, perché la tua presenza freme silenziosamente nelle parole che hai scritto e che noi leggiamo?
    La tua sofferenza si è trasformata in gioia creativa, la tua solitudine è affollata di presenze: non si può avere di più dalla vita,( benché limitata sul piano materiale e dalla malattia,) che è breve per tutti. HO SENTITO LA DOLCEZZA CHE TU PARAGONI ALL’ABBRACCIO DELLA PERLA. MI SONO SENTITA UN GRANELLO DI SABBIA AVVOLTA DAL MISTERO DELLA BELLEZZA.
    Io amo il pane e lo associo al nome della persona, delle persone che amo: ed è bellissimo il destino del chicco di grano che muore e dà frutto. Anche la tua morte darà molto frutto, il cuore, l’essenza del tuo essere non potrà morire se negli altri riuscirà a generare l’energia e la vita della Bellezza che sboccia e “si apre come un fiore”. Così accade ad ogni vero poeta che, offrendo agli altri il frutto del suo lavoro, fa della sua anima e delle sue parole “pane” per nutrire chi ha fame di Poesia.

    “…Scrivo per te parole senza diminutivi
    senza nappe né nastri, Chiara.
    resto un uomo di montagna,
    aperto alle ferite,
    mi piace quando l’azzurro e le pietre si tengono
    il suono dei “sì” pronunciati senza condizione,
    dei “no” senza margini di dubbio;
    penso che le parole rincorrano il silenzio
    e che nel tuo odore di stagione buona
    nel tuo sguardo più liscio dei sassi di fiume
    esploda l’enigma del “sì” assordante che sei.”

    Mariella

  9. MA CHE SIGNIFICANO i commentI di Mauro Pierno E dario deserri?…A chi sono rivolti?

  10. Qualcosa non ha funzionato…prima è sparita la domanda, poi è riapparsa, l’ho pubblicata…ed erano due! Ah, questi fantasmi! 🙂

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