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Adele Desideri, romanzo: La figlia della memoria (Moretti&Vitali, 2016) Nota critica di Franco Loi , una Nota di lettura diacritica di Giorgio Linguaglossa ed ampi stralci del testo

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Fine della modernità

Adele Desideri, poeta, saggista e critica letteraria, vive e lavora a Milano. Ha pubblicato i libri di poesia Salomè (Il Filo, 2003), Non tocco gli ippogrifi (Campanotto, 2006), Il pudore dei gelsomini (Raffaelli, 2010), Stelle a Merzò (Moretti&Vitali, 2013. Le sue opere – presenti in mostre, volumi storici, antologie pubblicate anche all’estero, plaquettes – sono tradotte in inglese, spagnolo, francese, arabo, russo, albanese, armeno, in giapponese da Ikuko Sagiyama.

Nel 2015 è uscita la traduzione in spagnolo di Carlos Sánchez de Il pudore dei gelsomini (El pudor de los jazmines, Raffaelli), e-book. Prossima la traduzione in inglese di Stelle a Merzò.

È curatrice del volume La poesia, il sacro, il sublime (FaraEditore, 2009: atti dell’omonimo convegno svoltosi a Milano, in collaborazione con Alessandro Ramberti), del convegno Etica e bellezza e del relativo volume Etica e bellezza. Atti del Convegno. Lugano, 26 novembre 2013 (I Quaderni del P.E.N., GuaraldiLAB/EUSI 2014). Del settembre 2016 il suo primo romanzo, La figlia della memoria (Moretti&Vitali).

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Nota critica di Franco Loi a La figlia della memoria di Adele Desideri (Moretti&Vitali 2016)

 L’infanzia e l’adolescenza, risorgenti in noi durante l’intera vita come un sogno, sono la radice stessa dell’esistere. Spesso non si sa dove e come si siano nascoste, se mai ci siano state. Spesso ci richiamano, in un alternarsi di luce e buio significativi. È il tempo in cui intuiamo e pratichiamo l’essenza stessa di ogni cosa e ci nutriamo della gioia e dei più profondi dolori. È anche il tempo in cui ci si guarda e si riflette: ogni istante diventa uno specchio – nei rapporti con la natura, con le persone, col nostro corpo. Non c’è nessuno a cui riferire le nostre emozioni, le esperienze. Sentiamo che non saremo capiti. Abbiamo una precoce sensazione dell’inadeguatezza degli adulti, soprattutto nelle nostre esperienze più profonde. Scrive infatti Adele: «Come avrei potuto spiegare a mamma (…) che il mio corpo era diventato “i miei corpi”: uno sopra, come una nuvola, e uno sotto, immobilizzato?». È quello anche il tempo in cui si vedono i fantasmi, si sentono le voci, si prevede il domani.

Adele tratta il tutto con il distacco, e quindi l’ironia, di chi ha imparato a comportarsi in modo da non essere travolta da quelle prime umane vicende. Da questa sua ironia e dai rapporti infantili viene anche l’uso del toscano popolare che dà forma e colore a tanti passi del suo ricordare. Non a caso lei scrive che «La lingua toscana, forse più di altri idiomi materni, ti entra nel sangue attraverso il latte e ti segna a fondo». E, in un altro passo, conferma: «Avere radici toscane ha significato, per me, sapere e potere accorciare le distanze» con gli altri. Penso che qualcosa di simile possa accadere al lettore di questo libro.

(Franco Loi, Milano, 10 febbraio 2013)

Nota di lettura diacritica di Giorgio Linguaglossa

Non è un caso che oggidì assistiamo al proliferare dello stile floreale da supermercato dei romanzi mediatizzati. Il romanzo autobiografico (?) di iniziazione al mondo di Adele Desideri è anche il racconto di una compromissione con il mondo, la narrazione della avvenuta dis-autenticità. È questo aspetto che ha destato il mio interesse verso il romanzo, di qui il mio plauso per quella capacità che hanno i «poeti» quando scrivono romanzi di andare al centro delle cose con uno stile asciutto, privo di orpelli, scritto per «frammenti» e per flash, per rammemorazioni e ricordi precisi, nitidi, icastici. Ed è nello stile e nella sobrietà della narrazione, sempre tesa su un filo, che Adele Desideri ci dà un’opera di rara maturità espressiva: la storia degli adulti visti dagli anni Sessanta in giù, attraverso lo sguardo curioso e analitico di una bambina. La «ricostruzione» del passato è fatta con un sguardo analitico, il voler comprendere come e perché quel mondo sia scomparso, che cosa c’era in quel mondo che lo avrebbe determinato alla scomparsa, è questa la domanda fondamentale che muove il romanzo di ricostruzione psicologica dell’io narrante.

Non c’è luogo della rappresentazione letteraria del secondo Novecento che non tenda, in qualche modo, al verosimile e, al contempo, non additi la propria «maschera». La poesia e il romanzo dello sperimentalismo, rispetto alla poesia e al romanzo del post-ermetismo e dell’ermetismo, ha una sofisticata coscienza del carattere di «finzione» dell’opera letteraria, ha coscienza della propria «maschera», anzi, c’è in essa una vera e propria ossessione della «maschera». Hilarotragoedia  e Letteratura come menzogna di Giorgio Manganelli, entrambe le opere scritte negli anni Sessanta, sono l’espressione di un modo di intendere la narrazione come «maschera», «finzione». Scrive Manganelli che lui ha «proposto una nuova, e a nostro avviso, pratica e maneggevole classificazione delle angosce». La narrativa di Manganelli, Italo Calvino, di Antonio Pizzuto  invece mette in scena la «maschera», allude alla propria «maschera», alla «angoscia» di fronte alla maschera, racconta l’inverosimile, e la scrittura occupa il posto di avanscena. È la «cattiva» coscienza del narratore post-moderno nei riguardi del romanzo: che esso non serva che a se stesso, per un discorso autoreferenziale che ammicca alla citazione e al rimando testuale. Per lo sperimentalismo, la «poesia» e il «romanzo» sono una convenzione e, in quanto tale, l’autore deve trasgredire tale convenzione, il patto formalistico tra l’autore e il lettore che legittima l’opera. Lo sperimentalismo impiega tutte le proprie forze nella sostituzione della prima persona del discorso poetico con la terza, lavora per lo svuotamento e la spersonalizzazione dell’«io» poetico. La convenzione borghese del romanzo e della poesia dell’Ottocento riserva alla terza persona un posto d’onore, essa fornisce la garanzia di qualità e la certificazione della sua verosimiglianza al «reale».

adele-desideri-cover-la-figlia-della-memoriaCon il modernismo diventa manifesto che la poesia e il romanzo sono privi di una certificazione di origine controllata. Tra la terza persona del discorso narrativo e la prima persona del discorso poetico si insinua una segreta e dissimulata concorrenza, il passato remoto del romanzo borghese si oppone al passato remoto della lirica del romanticismo per scalzarla del tutto agli occhi del pubblico, il romanzo diventa più rassicurante, più verosimile, e quindi verificabile, certificabile, controllabile. Inoltre, il romanzo offre la garanzia di una narrazione verosimile per  un pubblico di consumatori ai quali la borghesia, e nel Novecento la piccola borghesia, offre una certificazione di veridicità.

Alla ambiguità dell’«egli» del discorso narrativo del primo Novecento, si oppone il racconto della  autenticità dell’«io» del discorso narrativo di Adele Desideri. Se il liberty e lo stile floreale rappresentano l’ultimo stile omogeneo in Europa, in questo romanzo di Adele Desideri abbiamo uno stile non più rammemorante, una scrittura fatta di brevi spezzoni sintattici con una miriade di metafore fulminanti.

 

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La figlia della memoria di Adele Desideri (Moretti&Vitali 2016),

Stralcio dal primo capitolo, Odore di Naftalina

Mamma era, di continuo, inquietamente malata, e io mi affidavo sempre di più all’affetto del prozio Zeno, che però chiamavo zio.

Zio, con la zeta aspra toscana. Bell’uomo, elegante. Paltò scuro al polpaccio. Cappello a falda. Pantaloni e giacca cuciti dal miglior sarto della città.

Era sospettoso e sordo. Un po’ cleptomane, esibizionista – gli piaceva girare nudo, sia pure solo in casa – ostico perciò.

Aveva due grandi amori: la sorella Teresa e la pronipote Andreina.

Mi chiamava con la voce un po’ arrugginita, con un maldestro miagolio: «Andreiiiina…», come se compisse un atto sacro e allo stesso tempo ignobile. Con una confidenza senza limiti e un nascondimento colpevole.

(…)

Noi due eravamo legatissimi: lui un padre, io sua figlia.

Al mattino ci incamminavamo insieme verso la scuola. A volte scordavo di mettere le mutande: i calzettoni, le gambe nude e il freddo lì.

«Zio, ho freddo!».

«Nini, hai il cappotto!».

«Zio, ho freddo lì… Mi sono dimenticata le mutande».

«Ora, se si torna indietro, ci sgridano». E mi tirava lungo la strada.

Trascorrevo, imbarazzata, l’intera giornata col freddo lì.

Alle quattro del pomeriggio la campanella suonava libertà. Il portale scuro s’apriva nell’immenso giardino del triste convento. Vicino alla vecchia quercia le mamme, i sorrisi, i volti graziosi. A rubare i miei occhi, sgomenti di desiderio.

Nel mezzo, zio.

Era lui che si occupava di me. Mi accompagnava al collegio e, finite le lezioni, mi riconduceva a casa. Per il resto del tempo se ne stava nella stanzetta che mamma gli aveva riservato. Quando nonna Teresa è morta, il suo comodino è diventato un altare alla memoria, addobbato con fotografie, candele e fiori sempre freschi, di fronte al quale lui pregava l’adorata defunta come fosse una divinità.

Le scriveva lettere infinite che lasciava in mostra, a guisa di biglietti votivi, insieme con altri oggetti per lui sacri, appartenuti, in vita, alla sorella.

Forse perché era sordo, non percepiva la punteggiatura.

Siccome le lettere per nonna zio le faceva leggere solo a me e mi chiedeva di correggerle, per amor suo ho imparato l’arte dei punti, delle virgole, degli esclamativi e degli interrogativi. Mi è rimasta una certa acribia nel virgolettare e punteggio ancora volentieri, forse troppo.

Un mattino, per strada, ho visto un pannolino rosso di sangue, che probabilmente a zio deve avere rammentato i vizi notturni delle donne di facili costumi.

«Zio, cos’è?».

«Vieni via, vieni via, ’un guardare, è robaccia!».

E ci siamo precipitati verso il marciapiede opposto. Lui protettivo, io incredula.

Di rado avevamo il permesso di andare ai giardini. Io giocavo solo con lui: con i miei coetanei non mi trovavo a mio agio.

Era sordo, non muto.

Urlavo. Lui provava ad ascoltare, ma non sentiva. Allora lo tiravo per un braccio, lo inducevo a guardarmi il viso, poi parlavo adagio, sillabando con le labbra, lentamente. Mi sorrideva, mentre scrutava la mia bocca come fosse un testo ispirato da Dio.

Mi offriva quel che poteva.

Ci sentivamo morbosi, non amati, perversi, delicati: eravamo uniti dalle ingiurie altrui, congiunti nella malinconia.

Geltrude, che io chiamavo Tude, era robusta di corporatura e molto in carne, sana come un pesce, volitiva e aggressiva. Era una strega.

Tesseva ragnatele di odio e spargeva polvere velenosa per tutta la casa.

Quando entravo, in cerca di un po’ di compagnia, nel salotto dove studiava, mi riceveva con i suoi soliti modi sprezzanti.

«Vai via, mi fai pena: sei sempre appiccicata a zio Zeno!».

Sbattevo la porta, raggelata, e mi rincantucciavo nel mio nido, in camera di zio. Lui, per consolarmi, mi abbracciava e, mormorandomi parole dolcissime, mi accarezzava con le sue mani ruvide e pelose.

(…)

E tu, mamma, dov’eri?

Stralcio dal diciassettesimo capitolo, Dubito, ergo sum

 Don Bernardo, seduto nel confessionale, ha ascoltato in silenzio tutta la vicenda. Le braccia incrociate, il volto abbassato, a tratti qualche sospiro. Mi ha preso le mani, ancora dolenti per le ferite, e mi ha guardato fisso negli occhi.

Un lungo momento di trepidante attesa.

L’assoluzione non me la merito. Spero, però, che non mi rimproveri con durezza. Sono troppo fragile. Basta una parola sbagliata e crollo, come le foglie secche, in autunno, dal ramo.

«Andreina, il tuo nome è Andreina, vero? Ti narro un’altra storia. Te la leggo, per la precisione».

Ha aperto La Bibbia. Fuori c’era gente che aspettava il turno per confessarsi. Ma lui non sembrava avere premura. Io mi sentivo il cuore in gola, temevo il suo giudizio. I suoi gesti rallentati mi rendevano sempre più timorosa.

Eppure percepivo aleggiare, attorno al corpo di don Bernardo, una presenza-assenza tacita, soave, potente.

Si espandeva, lo avvolgeva, pareva quasi illuminare, con frammenti purissimi di luce, l’oscurità che riempiva lo spazio tra la sua persona e le pareti lignee alle sue spalle.

«Gesù si avviò allora verso il monte degli Ulivi. Ma all’alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dissero: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”».

Don Bernardo ha indugiato nel proseguire – la testa reclinata – fissando il libro, con uno sguardo assorto.

Sbatteva le palpebre, muoveva impercettibilmente le labbra, senza emettere, tuttavia, alcun suono. Era difficile intuire cosa stesse pensando.

La sua voce, poi, mi è giunta nuovamente, in un baritonale mormorio: «Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi».

Un’altra pausa. Si è tolto gli occhiali, li ha puliti con un panno e ha ripreso, con vigore, scandendo lentamente ogni parola: «Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Allora Gesù, alzatosi, le disse: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. Ed ella rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù le disse: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”».

Tacevo. Lui pure. Tacevo e singhiozzavo.

Ha preso il mio volto tra le sue mani. Mi ha stretto forte, aspettando… rispettoso, mite, commosso.

Intanto, i frammenti di luce si erano fatti più tenui, tremolavano, sembravano non avere requie.

«Don Bernardo… io… mi sento troppo colpevole».

«Cara ragazza, rifletti su quanto ti ho narrato. Rifletti e prega. Vedrai, Gesù ti sarà accanto! Troverai in te stessa la via maestra che hai perduto. Però, ricorda: sei assolta! Vai in pace. Ti libero da tutti i tuoi peccati».

Ho compreso che non dovevo aggiungere altro. Ero congedata.

«Grazie, don Bernardo. Rifletterò. Pregherò. E tornerò, se lei vuole. Per ora grazie, davvero!».

Mi stavo girando per andare via. Ma, mentre mi sollevavo dall’inginocchiatoio, mi è venuta spontanea l’ultima domanda:

«E… la penitenza?».

«Quella ce l’hai già nel corpo. E nel cuore».

Una filigrana di ricordi. Un oceano di sensazioni. Una cascata d’acqua impura. Avvoltoi sul capo. Moscerini nelle orecchie. Letame alle narici. Vergogna.

Nauseante realismo. Spudoratezza. Insinuante violenza. Contraffazioni emotive. Debolezze striscianti. Giochi di ruolo.

Asse capovolta.

Demenza e voracità. Carosello di stupidità. Messa funebre.

Ecco cosa sei stata, Andreina. Una meschina figura. Uno spettro che smaniava di notte e si dileguava al mattino. E, al mattino, una povera ragazza, delusa, rassegnata.

Ma gli occhi di don Bernardo, la sua pacata benevolenza, ti hanno graffiato l’anima. Ti sei vista riflessa nella sua espressione mortificata.

E poi, quei frammenti di luce… Ti sei smarrita in quei frammenti di luce.

Forse, c’è un riscatto. E, dopo l’abisso, la rinascita.

Ora, però, metti un velo. Un velo, tra te stessa e i tuoi misfatti.

Ritirati.

E nella riservatezza, nella rinuncia, nella modestia, lascia che quei frammenti di luce ti lambiscano, ti inondino.

Nella preghiera ritrova te stessa, perdona e lasciati perdonare.

Stralcio dal quarto capitolo pag. 51

 Avevo una bambola: si chiamava Poldina. Era di pannolenci. La testa, le gambe, le braccia di gomma.

Lavavo Poldina e le cambiavo il pannolino tutte le mattine, poi alle quattro e mezza, dopo la merenda, e alla sera, dopo Carosello. Le davo la pappa, le facevo fare il ruttino e la sistemavo nel lettuccio. Se piangeva mentre facevo i compiti, la dondolavo un poco. Quando non potevo accudirla, se ne occupava zio Zeno, l’unico di cui mi fidassi.

Poldina era Ombretta.

Ombretta, il nome che la mamma voleva darmi alla nascita. Ma nonna Teresa si è imposta e mi hanno chiamato Andreina.

Poldina era la bambina che avrei voluto essere. era l’innocenza, l’istinto della maternità, il latte buono, il sonno tranquillo, il vestito giusto, il tepore, il calore, il fiocco rosa, l’ordine delle cose, l’intelligenza della realtà.

Poldina era un sogno. Poldina era il candore, la quiete, la pace.

Poldina era Poldina.

e io ero sempre io: bislacca, disorientata, sbagliata.

Nei lunghi inverni piemontesi giocavo in casa, nella stanza degli armadi. Vasta, rivestita – appunto – di armadi, nei quali si riponevano gli abiti fuori stagione, e piena di giocattoli. Spegnevo la luce, accendevo una lampadina, mi sedevo al tavolo, prendevo alcool e cotone. e giocavo. il divertimento consisteva nel pulire accuratamente e ossessivamente tutti i miei bambolotti, togliendo polvere e ombre dai più reconditi angolini.

Stralcio da pag 55

A notte fon da, quando babbo e mamma dormivano da un pezzo, dopo che finivano gli strani sospiri che ogni sera, sul tardi, giungevano dalla loro camera, finalmente mi assopivo, esausta. E la mattina mi svegliavo stropicciata, molle.

Un ricordo nebuloso: sono nella cameretta, nel letto che alla sera mamma estrae dall’apposita scatola affissa alla parete e che di giorno scompare, quasi misteriosamente. Questo meccanismo, questo mio letto che c’è e non c’è, non mi è mai piaciuto.

In quello di Tude è sdraiata una ragazzina più grande di me. Mi invita a dormire sotto le sue lenzuola. ho freddo, ma la raggiungo e mi ci infilo. Le sue mani sono leste, morbide, gentili. Si insinuano, sottili e delicate. Sfiorano, titillano, accarezzano. Accendono un’arcana fiammella invisibile, intangibile. In questo dolce abbraccio mi addormento secca, senza il tormento dell’insonnia funestata da visioni inquiete.

Non so chi sia quella bimba, nemmeno voglio saperlo.

È stata il viatico della mia prima esperienza erotica. Non mi ha turbato. Le sono grata.

[…]

Nonna è pallidissima: un cadavere.

Il volto arcigno, gli occhi aperti, fissi, vitrei. non parla, si muove con rigidità, a scatti: è sul marciapiede, cerca di aprire la porta a vetri, quella che sta all’ingresso del palazzo di corso Vittorio Emanuele. Mi vuole prendere, minacciosa. Io sono al di qua, nell’interno.

Scappo, salendo affamata i gradini che mi separano dall’ascensore. Me la sento alle spalle. Schiaccio il tasto di chiamata; aspetto, terrorizzata. Ma non arriva! Non arriva. L’ascensore non arriva.

Nonna ha varcato la soglia, sale i gradini, è dietro di me, le sue mani di ghiaccio mi cingono il collo. Urlo senza un filo di voce, l’ascensore non arriva, aiuto, aiuto…

Poi il maledetto montacarichi appare e so che devo risalire sette piani prima di essere a casa, al sicuro.

Ora lei è lì, dentro l’abitacolo. Allunga le braccia gelide, nude. Silente, la bocca socchiusa, le labbra violacee. Mi stringe ancora il collo. Soffoco, soffoco.

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