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Silvana Baroni POESIE SCELTE da Le quinte, le frasche, le dune – Robin. Edizioni, 2016 con Commenti di Donato Di Stasi e Luigi Celi – La meta ironia: gli inganni e le falsità del vivere; Il pessimismo della Ragione

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Commento di Luigi Celi su Le quinte le frasche le dune di Silvana Baroni

alta la vetta
ed io il mulo
che ancora va montando
verso l’eco del suo raglio

ho mal di vivere
e mal di denti

siedo all’ombra di San Pietro
sotto l’arcata dentale del Bernini

Questi due brevi componimenti sono le due poesie iniziali de Le quinte le frasche le dune di Silvana Baroni, silloge accompagnata dai disegni dell’autrice (Robin edizioni – To – 2016). Il 10 novembre, alla Biblioteca Mandela, organizzata da Roberto Piperno, se ne è tenuta la presentazione con il poeta e critico Paolo Carlucci, il poeta e artista Agostino Raff. Silvana Baroni è scrittrice, poeta, pittrice, autrice di teatro, aforista, fa il medico psichiatra. Dico ciò perché serve alla mia interpretazione, la professione ha qui il suo peso, in quanto la poesia e l’arte sono assunte come Cura, nel senso – direbbe Heidegger –  della Sorge, di aver cura di sé, degli altri e delle cose.

Nel “breve dialogo con l’autrice”, in chiusura di raccolta, Paolo Carlucci parla di “necessità etica” con la quale “la parola dice la vita”, ma tutto ciò chiaramente sta a monte della poesia. Quali sono i cardini intorno ai quali ruota la versificazione della Baroni? Balzano agli occhi, in un rimando di chiaroscuri, in concordanza-discordanza, l’ironia e l’autenticità con cui la poeta si manifesta, l’uso agile della lingua nel suo intento iconico-simbolico, l’ispirazione unitaria dell’opera e la frammentazione, l’approccio aforistico, icastico e sghembo di affrontare l’esistenza e di porre in versi l’universo del Sé (das Selbst), la presenza del corpo e dei corpi, e osservo come avvenga che ad ogni riferimento realistico si opponga, per interne opposizioni e ossimori, la metamorfizzazione imprevedibile, a volte surreale e paradossale dell’esito.

al bar cinque ghigni, e al muro
due lancette ad urtare il tempo
(…)
difficile muoverle e al contempo
non offrirsi ridicoli a chi non vede l’ora
di far parte del pomeriggio

In un mondo che perde la memoria e distrugge il patrimonio artistico e urbanistico – scrive la Baroni – “anche Chagall siede a terra”, l’immaginazione non è certo al potere… A contrappeso dei suoi voli surrealisti i versi sono materici nel loro fondersi con le cose, abbiamo parole-alberi, parole-uccelli, parole-frasche, parole-umori, parole-immagini in uno sfregamento antinomico che li accende per brillare ed essere arsi. Per quanto innervata di concretezza, questa poesia è funzionale all’invisibile e al non detto; in alcuni testi fa capolino un’oscura intuizione di trascendenza, forse presentita come oggetto di una salvezza più estetica e poetica che religiosa, comunque tale – come sosteneva Rachel Bespaloff – da “non soffocare il tesoro di incertezze che rendono alla vita un senso inesauribile”. Di aperture religiose Wittgenstein era maestro. Scrive nei suoi Quaderni 1914-1916:

Credere in un Dio vuol dire comprendere la questione del senso della vita. Credere in un Dio vuol dire vedere che i fatti del mondo non sono poi tutto. Credere in Dio vuol dire vedere che la vita ha un senso”.

Qui, però, nel testo della Baroni è proprio il senso che sembra fluttuare pericolosamente sul ciglio di un baratro; pessimismo della ragione che tuttavia si trasforma in ottimismo o volontà di lotta anche attraverso l’arte. Le oscillazioni semantiche – un modo per attenuare “terrore” e “orrore” – tradiscono anche, lo dico con grande rispetto, un qualche conflitto interiore… la tensione verso l’alto viene subito sottoposta alla prova difensiva della corrosione ironico-scettica.

Cito a specchio due componimenti antinomici (nel senso sopra segnalato), ne potrei citare altri:

è un grattacielo troppo alto
per essere visto dal basso
per intero

ch’è sua natura poi
tendere all’invisibilità
in quei giorni di pioggia
nei quali tutta la città usa
chiudersi in ombra
diffidente e sconsolata
a fare il solitario

la madre non le permise
di uscire dal confessionale
dalle mura della Basilica

alla poveretta da ogni crepa
del costato usciva sangue

il medico legale
si specchiò nel cratere della giovane
alla ricerca del divino lapillo

alla lunga diagnosticò
ch’era santa e di lava

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La poesia si integra sinergicamente, come in altre opere dell’autrice, con la rappresentazione fumettistica, disegni dove lo spazio vuoto è importante come il segno grafico che a fil di ferro funge da appendiabiti della metasignificazione. L’autrice è per altro una straordinaria pittrice, che usa nei suoi quadri magistralmente il colore.

Dietro “le quinte” si copre, scopre e illumina ogni opacità dell’ente con lo scandaglio dell’invenzione e “la corrosione aforistica”. È come dire che la peculiarità denotativa dei versi ci obbliga a bruciare ogni paratia o ad aspettare che oltre il velo appaia un qualche segnacolo o maschera di verità. La struttura dei versi a frammento riproduce la frammentazione dell’esistenza, per quanto il frammento sia posto a inizio di un impegno a trascenderlo.

ci vogliono stelle vagabonde
rigorosi universi di comete
perché la poesia non sia
il trito da mezzaluna
il pesto di un anelito braccato

Il ruolo dell’ironia è anche quello di alleggerire l’arido peso della riflessione filosofica significata dalle “dune”, e tuttavia ciò fa lievitare i germi di consapevolezza rendendo relativo quel che potrebbe essere scambiato, a ragione o a torto, come pretesa d’assolutezza. Mentre si abbassa il tono, ci si accosta alle cose per metaforizzare e non per fotografare la loro ottusa datità. Diceva Wittgenstein: “Si può concepire la mera rappresentazione presente sia come la vana immagine momentanea in tutto il mondo temporale, sia come il mondo vero tra ombre. Ma ora finalmente è da veder chiara la connessione dell’etica con il mondo”. Ho più volte apprezzato gli interventi di Giorgio Linguaglossa sulla relazione soggetto-oggetto, anch’io sono intervenuto sull’ “Ombra delle parole” proprio in riferimento a questa vexata quaestio. Il soggetto oggi appare sfaldato, la “rivoluzione copernicana” kantiana non è riuscita del tutto a restituirci sul piano trascendentale ciò che l’empirismo critico humeano aveva dissolto, perché non era una questione meramente filosofica quella che si poneva nel moderno, ma un problema più complesso, strutturale, come vide in anticipo Marx. Tuttavia le dialettiche hegeliana e marxista, soprattutto quest’ultima quale “scienza assoluta dell’intero”, si sono convertite in totalitarismo, riducendo ogni cosa al progetto della ragione e della praxis, e hanno finito con il respingere tragicamente quale scarto sovrastrutturale l’umanità. Anche il movimento verso la globalizzazione favorisce processi centrifughi, l’alienazione e la frantumazione delle relazioni umane, per cui l’appercezione del soggetto si fa quanto mai difficoltosa e contraddittoria. La crisi dei valori va di pari passo con la dissoluzione dei rapporti sociali, l’espropriazione dei mezzi di produzione e i trasferimenti della ricchezza privata (immobiliare e mobiliare), da parte dei governi indebitati, verso le banche e le multinazionali finanziarie, toglie al bourgeois la certezza della sua stessa possibilità di esistere. Ciò investe la comunicazione, la stritola attraverso l’onnipervasività dei media in mano ai vari potentati, per cui avviene che il processo comunicativo si muti spesso in una sanguinosa “rossa prepotenza”. Scrive la Baroni:

rossa prepotenza
scegliere un fatto e parlarne
per voce di un altro

Buona parte della cultura laica moderna sembra essersi svincolata dalle garanzie trascendenti dell’esistenza di un Dio Padre, scambiato con il padrone (vedi Marx), o per averlo visto come “illusione” e sintomo ossessivo di una irrimediabile nevrosi (Freud). Lacan parla di “evaporazione del Padre”, ma per l’assenza del padre i figli sono caduti in un’irrimediabile orfanezza. Una conseguenza è il senso di sperdimento conseguente alla “morte di Dio”, affermata da Nietzsche – “Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? …” – da qui anche la perdita della certezza dell’io, non dico tanto come cartesiana “res cogitans”, ma come zoccolo duro di una appercezione di sé a cui comunque si riconosca un’ineliminabile problematica dinamicità. L’io (das Ich, in Freud) appare come escrescenza psichica, instabile struttura di mediazione tra forze contrastanti, Es e super io. Più complesso il (das Selbst) junghiano, dinamicamente mirato all’individuazione (Individuationsprozess); il Sé non è un epifenomeno del corpo ma “un’esperienza” che si spinge negli aperti orizzonti del possibile (das Mögliche)… Resiste forse nella mistica o nell’inesausto mistero della fede l’idea cattolica dell’anima come persona/progetto (Logos) che ingloba il corpo in un unicum a cui è garantita l’immortalità dal suo Archetipo Personale, “a Sua immagine e somiglianza siamo stati creati”. Creati per mezzo del Logos e in vista del Logos (Parola/progetto) in “Cristo siamo stati risuscitati”… Ciò che sarà è già avvenuto nell’eternità di Dio e non c’è da temere “coloro che uccidono il corpo”. Notava nei Quaderni Wittgenstein: “L’Io, l’io è il mistero profondo! L’io non è un oggetto”. E poco prima aveva scritto:“Se la volontà non fosse, non ci sarebbe nemmeno quel centro del mondo che chiamiamo l’Io e che è il portatore dell’etica”. E nel Tractatus logico-philosophicus aveva acutamente dichiarato: “Il senso del mondo dev’essere fuori di esso (…). L’etica non può formularsi. L’etica è trascendentale (Etica ed estetica sono uno)”. Tuttavia, se ritorniamo alla Baroni scopriamo come per lei tutto s’arresti dinanzi “al primo grappolo di favola”. Il dubbio sta acquattato “dietro la lapide”, e “l’aldilà” le “appare arcuato”, ripiegato sul mondo come lo spazio curvo all’orizzonte: “al di qua solo punti a croce/d’una sindone azzurrina/ ho volato su tappeti a cercarti/ fino al vortice dei minareti/ ma ora, sesamo!/ perché questo vortice di foglie?/ perché non m’apri?”. Versi, questi, che considero bellissimi nel loro porsi quasi come un’impossibile preghiera a un Dio impossibile eppure radicalmente Desiderato… Per chiudere, avendo parlato già delle “quinte” e delle “dune” occorre fare un cenno alle “frasche” – simbolo della “naturalità dell’uomo”, della sua “creaturalità” -,  dimensioni terrene che sembrano solo in parte (abbiamo visto) appagare la poetessa. Il corpo s’infrasca negli umori della vita, si dibatte nel suo sottobosco tra piacere fisico e angoscia. Il divertissement  anche del poetare – “seria è la vita, allegra è l’arte”, scriveva Schiller – sono una riprova del carattere erotico (di un erotismo lato, diffuso) di questa scrittura, per quanto la controfaccia dell’eros sia thanatos. Si vede chiaro che la Baroni gode scrivendo, seppure Curi o lenisca in sé e negli altri, a suo modo, non da medico ma da poeta e artista, la noia, il mal di vivere, l’angoscia, quella che Kierkegaard chiamava “la malattia mortale”.

Commento di Donato Di Stasi

Silvana Baroni ha composto un libro fatto di sguardi che scorticano la superficie della realtà, scrutano, sezionano, fissano di sbieco, afferrano di sguincio. Mettere a nudo la vita è quanto con impietosa franchezza avviene nei suoi versi, dettati da una forza primaria, morale e spirituale, che è impossibile attribuire a un carattere fortuito di scrittura. Nel suo cammino  l’Autrice annota, come in una sceneggiatura, controsensi e fiacchezze, miserie e larvali speranze che sono sotto gli occhi di tutti, se solo si trova il coraggio necessario per spostare il lastrone del sepolcro-benessere.

Capace di risciacquare e mondare la coscienza, di tenere il conto delle disillusioni e di prendere licenza dalle visioni prefabbricate, Silvana Baroni si affida ai modi strani e alla faccia sgherra della poesia per osteggiare inettitudine e svogliatezza, mancanze e fallimenti del nostro tempo.

Il lettore non viene afflitto dalla solita querula lamentazione sui mali del mondo, elencati da chi si imbozzola caldamente e comodamente nel benessere, piuttosto registra un autentico tempo di edificare, nel senso che l’Autrice crede alle possibilità della parola di dare voce alle esperienze umane e umanamente partecipabili, restituendo a ciascuna monade-uomo sentimenti propri e desideri collettivi, tutto ciò reso in termini letterari antilirici e non autoreferenziali.

Gli schemi vanno rotti e perseguite altre prospettive come la dis-locazione semantica, per cui impressioni, ricordi, scatti d’umore, sogni vengono rappresentati con accostamenti apparentemente gratuiti, in vero epifanie fulminee, slargature visionarie che gettano luce sulle ombre inquiete delle cose e sul loro senso ontico.

La sua scrittura fa pensare alle tessere di un mosaico, ricomposto in un disegno unico all’insegna di registri psichici inediti e nei termini di un’assoluta oggettività, in quanto ogni riflessione, affetto, anelito spirituale deve essere districato dal groviglio materialistico odierno per poterlo assegnare a una nuova identità non più banale, ripetitiva, soffocante.

Se l’esistenza si conforma a una prigione, a un incubo senza risveglio, a un luogo declive, periclitante in chissà quale baratro, la poesia deve strappare alle nostre paure qualche breve varco estatico, gremendosi di attese, di avventi, di sovra determinazioni.

Vengono toccati tre registri: metafisico, psicologico, morale per intercettare i galleggiamenti di differenti strati di realtà, per mettere in scena personaggi, frenesie, miti,  giusto per  non soccombere alla noia e alla nausea: il mondo occidentale viene interpretato come un estenuante cadere e corrompersi a fronte di salvazioni inavvertite e impercettibili.

Scomodamente a dorso d’inchiostro, la taumaturga-poeta Silvana Baroni (non a caso scrittrice e terapeuta) spalanca le pupille con effetto di straniamento, mentre la voce sterza verso una dizione documentaria e tagliente allo scopo di evidenziare che non esiste un universo unico, ma tanti universi quanti la nostra mente è in grado di proiettare e chiamare all’esistenza. 

silvana-baroni-le-quinte-le-frasche-coverUna sorta di officina/fucina dagli spazi tristemente incombenti, oppure sotterranei e perigliosi,  dove è difficile gestire voci e rumori, sovrapposti e confusi dalla distanza, così il gioco tra tono alto e basso, la commistione dei livelli, l’uso di metafore corpose, l’intonazione surreale della frase, il tenersi assieme dei termini, attraverso lo scarto e la mescolanza di figure distanti tra loro, determinano un’interessante moltiplicazione delle possibilità fruitive della scrittura, che si muove fuori e dentro la scena, teatralizzando il dire, catturando il senso del reale mediante i connotati variegati della denominazione.

Silvana Baroni adotta ogni strategia per smascherare gli inganni e le falsità del vivere, collocandosi in una scomoda posizione sghemba, consistente nel condurre il linguaggio in una dimensione meta semantica al di fuori dei normali valori significativi. L’intento è di costruire un sistema di segni autonomi che restituiscano valore e particolarità al soggetto a fronte dei disagi e della deiezione che continuamente subisce: si tratta di un labile, ma tenace richiamo all’assoluto, per il quale la parte  (l’individuo) e il tutto (il contesto esistenziale) non sono più messi in conflitto, piuttosto convergono verso il medesimo centro sostanziale e spirituale, alternativo all’inessenzialità del crudo e feroce avere.

Si avverte il sentore di una sovversione, di un’avventura incalzante del pensiero: nella faglia temporale dell’istante la verità irrompe come un piccolo lampo, salendo dalla percezione puramente sensoriale al livello in cui il significante comporta necessariamente la significazione.

Gli stessi battiti dell’inconscio con la loro intermittenza e il loro disordine chiedono di essere ascoltati, riversandosi nella scrittura che, nei casi di vigore evocativo e profondità argomentativa, si fa gesto collettivo, si dispone a un’azione simbolica di incontro, di comprensione, rivolta a ciò che costituisce il contesto esterno.

A questo riguardo il dettato poetico riesce efficace in quanto si misura con la sorpresa, lo stupore, la trascrizione dell’inopinato. La poesia diventa guadagno di spazio, margine: ritempra la condizione spirituale che ignoriamo e che può darsi solo nella parola, corpo a corpo della soggettività con se stessa. Dall’aspra angoscia del nulla si passa al dolore chiaro e cosciente.

L’Autrice irrompe con l’impeto di parole asciutte e dure che all’occorrenza mostrano quella morbidezza e pastosità che è segno di capacità espressiva: si vede il febbricitante, il ben lavorato, il ben limato: l’eloquenza non è mal collocata né sciattamente esposta, ha la concisa nervosità e energia, lo spirito di uno stile riuscito per argomentazioni, facondia e immagini.

Silvana Baroni incide a suo modo nella ratio poetica,  non mantenendola intatta rispetto al passato, perché non è più intatto il mondo, ma corroso e ridotto a simbolo di esperienze contraddittorie, proiezioni di una dolorosa sconfitta esistenziale. Silvana Baroni conduce la poesia alle estreme conseguenze gnoseologiche e ontologiche, traendola dagli aspetti mondani più inconsueti e paradossali fino là dove le parole sono ancora piene, fisicamente esistenti, e costituiscono ancora una realtà dentro cui è possibile entrare, sentirsi comunque a casa.                                                                                                                                        

 

Silvana Baroni

Silvana Baroni

Silvana Baroni, dopo gli studi classici, si laurea in Medicina e Chirurgia all’Università “La Sapienza” di Roma, impegnandosi poi, sia clinicamente che didatticamente, presso la Clinica Universitaria di Malattie Nervose e Mentali per oltre dieci anni. Successivamente, sull’onda delle sperimentazioni basagliane, abbandona l’Università e assieme ad un manipolo di psichiatri intraprende la deospedalizzazione dei pazienti cronici del Santa Maria della Pietà. Contemporaneamente alla carriera ospedaliera, intraprende l’arte psicoanalitica presso l’associazione analitica junghiana di Roma (AIPA), attività che finirà per prediligere, in quanto miniera di materiale esperienziale anche per l’attività artistica.

Oltre alla saggistica pertinente al campo professionale, e a tre opere teatrali, Liti d’amore con Neruda, Le infinite metà del mondo, L’amore è una scatola di biscotti, andate in scena a Roma presso i teatri: XX° Secolo, Agorà, e Catapulta, ha al suo attivo numerose pubblicazioni.

Nel ’92 Tra l’Io e il Sé c’è di mezzo il me, aforismi e grafica – Il Ventaglio ed.; nel ’94 Stagioni, poesia – Il Ventaglio ed., prefato da Simona Argentieri e Carlo Villa; nel ’97 Acquerugiola-acquatinta, grafiche ed haiku – Dell’oleandro ed.; seguono per l’ed. Fermenti: nel ‘ 98 Nodi di rete, poesia, prefato da Mario Lunetta, nel ’01 Ultimamente, poesia, prefato da Plinio Perilli, nel ’02 Il tallone d’Achille di una donna poesia, prefato da Vito Riviello; nel 2005  Alambicchi, racconti per Manni ed.; nel 2006 Nel circo delle stanze, poesia, per la collana Controsensi di Fermenti prefato da D. di Stasi; nel 2007 Neppure i fossili, aforismi e pittura – Quasar ed.; nel 2011 Il bianco, il nero, il grigio, aforismi e disegni – Joker ed; nel 2012 Perdersi per mano, poesia, Tracce ed.; nel 2013 Criptomagrittazioni, poesia – Onyxeditrice; nel 2013 “ ParalleleBipedi, aforismi e grafica- La città del sole ed.; nel 2014 Il doppiere e lo specchio, aforismi e grafica- La mandragora ed.; nel 2015 “Lampi”, testo teatrale – La città e le stelle ed.; nel 2016 Fuori dalle orbite – Nulla di cosmico – La mandragora ed..

Inoltre dal lontano 1983 è presente sul panorama artistico italiano e internazionale con mostre personali curate da critici di nota fama, e installazioni di prestigio presso gallerie accreditate. Nel 1986 a Roma, espone la sua prima personale di pittura, curata dal critico Filiberto Menna, presso il Centro di Documentazione d’Arte Contemporanea L. Di Sarro. In seguito, oltre a mostre grafiche e di pittura, personali e collettive, in Italia e all’estero, esegue ardite installazioni: nel 1992 presso l’A.O.C. di Roma, nel 1996 presso Palazzo Farnese in Ortona, nel giugno 2005 presso Palazzo Valentini, Provincia di Roma, e nel 2009 presso la Casa internazionale delle donne.

Caratteristica principale della ricerca attuata dalla Baroni sta proprio nell’esplorare le più diverse interazioni tra indagine psicodinamica e le varie arti (scriptoria e grafico-pittorica). Invece di separare i due codici della sua creatività (arte e letteratura) preferisce associarli. Nelle sue opere spesso il testo iconico non è disgiunto dal testo scritto, anzi gli si avvinghia in una sorta di espressione complementare.

Quindi, un lavoro tra ipotesi creative a confronto, tra speculazione del pensiero e sensorialità, tra sentimento e critica morale, a sostegno di una ricerca impegnata, ma anche, per quanto possibile, giocosa.

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Alta la vetta
ed io il mulo
che ancora va montando
verso l’eco del suo raglio.

*

Apri!
fammi posto, sono il fulmine!
disse

e il cielo prese a scoscendere
e l’acqua a palpitare nel setaccio
assieme a tutti i ciottoli del mare

era Amore
che attraversava l’orizzonte
già con la spocchia d’andarsene.

*

Al bigliardo si raccontano balle
e quando tutte cadono in buca
si passa ai pensieri corrucciati
ai fichi secchi della filosofia

certo, ci vuole un pizzico di diavoleria
per vivere squilibrati
e al contempo misurati
non scivolare giù per le scale
restare vigili in vetta
senza un asino che vola
un suggeritore
e qualcuno che ci batta le mani.

*

Da dietro la lapide
sale un odore aspro di mortella
l’acqua nella gronda tenta il solfeggio
mi distrae dalla civetta che canta
di un cuore a metà

mi acquatto avanti alla siepe
a far di conto, a sbriciolare con dovizia,
per darlo ai passeri, il plumcake

già dei morti non me ne curo
sempre vivono
insepolti nei miei dubbi.

*

Ci tocca nascere
perché un altro muoia

ci tocca accordarci con i cani
per non far vita da cani

ci tocca il toccasana
per ritardare lo scatto dell’ora
dal batacchio che scocca.
*

Seguo ostinata il suo profilo
che non s’allinea all’odierno confine
ma curva e torna rapido in coda

ho grande interesse per il futuro
per le sue inversioni di marcia.

*

Se deve essere un addio
meglio a Bisanzio
che le strade se ne fregano
della ruvidezza delle ciglia
dei corridoi scavati dalle lacrime

andarsene da Bisanzio
è come, letto il libro, regalarlo
a un turista di passaggio
ancora non sazio
privo di confidenza con il vuoto.

*

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Al balcone è nato un petalo rosso
e il gesto di chi passa e lo coglie

è il primo giorno di primavera

lascio le chiavi alla portinaia
che mi guarda fuori dai vetri
anch’essa colma
di un nulla clamoroso.

*

Vola un pugno di semi
perché il melo rinasca

perché il suo frutto persista
a metafora del peccato

un comandamento per i figli
a cavarsela a morsi.

*

L’attimo
ha una gran fretta

disegna un rapido bozzetto
del proprio autoritratto

e lo inserisce
nel quadro ad olio
dell’intero giorno accademico.

*

La colomba propizia
copiosa d’intimo
di promesse capillari
ha un talento gotico nel volo
nel riapparire a misura
di petalo in annuncio

piove per darsi luce
in obbedienza all’anello che albeggia
in gravità felpata tra porose lanterne
in effimero premeditarsi
a materia di danza
a incontestabile decoro
d’essere nel mondo.

*

Si baciano le lancette sulle 12
sul perno del campanile
al centro della piazza del paese

nel giardino comunale petali in fiore
sogni a smarrire sottopelle
e dubbi a vagheggiare sul limite

incertezze che rinnovano

che sempre
ne basta una a tirarne altre
come le ciliegie
ch’è sempre il giardiniere innamorato
a coltivarle incredibili.

*

Un giorno come altri
lasciato lì a far domani
nel viola precoce
nel verde sparso

un’intima incline direzione
nel fermo immagine

un cuneo tra ieri e il futuro
che amo fotografare
perché ne resti, non il ricordo
ma la dimenticanza
a verosimiglianza.

*

Nostalgia
è la solita distanza
che vogliamo colmare
con la solita nostalgia

mi ripeto
tutto si ripete
anche le margherite sono le stesse

come la prima
di quando ti dicevo:
vedi? è primavera!

*

Minatore di stelle il cielo
governatore di chi lo merita a terra

ed io, sotto la sua volta
a ripensare all’infinito
a una siepe, e dopo quella a un’altra
e ancora dietro a una terza
oltre la quale valutare il bene e il male

nell’intento di non verificarne la fine
di così tanta promettente verzura.

*

Vasta la solitudine

che più la nuoto
più le onde smarriscono
anche il mare.

*

gif-citta-in-neroTi illumini
dissipi notte luna stelle
ti scatta dentro il suono
spalanchi la casa
con il tuo clamore ingordo
ridendo

oh sole!
dalle mille torce negli occhi

abbi la mia devozione
d’animale soggetto
a ricominciamento.

*

La volpe
annusa rapida
le impronte nel pollaio

rincorre
e s’avventa sulla chioccia
succhia i tuorli dalle uova

s’arresta
al primo grappolo di favola.

*

Sedeva al tavolino
avanti alla caraffa per la sete
il lume lo bagnava di un sudore giallo

chiese una birra
strizzarono lo straccio
e gliela versarono

altre mani contavano il denaro
rattoppavano vedovanze

dissero che aspettava da sempre
ch’era per tutti un’abitudine
vederlo semplificandosi.

*
La gru alta in cielo
fa rapido lo strappo

via i cotti rossi!
via la memoria
dell’antico quartiere

la rugiada resta a bocca asciutta
solo riserbo e deserto

ogni speranza è indietreggiata
anche Chagall siede a terra.

*

Una giostra la vita
di lune finimondo e cieli gira stelle

e mai la verità da quelle nubi
che sempre piovono acqua
sempre la stessa
perduta
ritrovata.

*

Lui sbircia dove guarda lei
lei sbircia dove guarda lui

sono gli annoiati gelosi amanti

non altro che sbirciatori
per invidia
di ipotetici altrui miraggi.

*

Perde petali la distanza
solo punte di luce dalla torcia
lumache gettate nel buio

il solito sproloquio
da recapitare
i soliti gigli appassiti
sull’altare del rammendo

un nuovo dolore sottile
a rimedio di uno già spento.

*

Ci tocca nascere
perché un altro muoia

ci tocca accordarci con i cani
per non far vita da cani

ci tocca il toccasana
per ritardare lo scatto dell’ora
dal batacchio che scocca.
*

Non mi hanno convinta

e dire che erano tanti i pioppi

un pioppeto
un tappeto di spietati tipetti

tutti pioppi in perfetta
performans esclamativa.

*

Il primo amore fu l’altro
quello che tacque per essere eterno

e quando il camionista va sterzando
per i tornanti della montagna
sempre la canta la canzone di allora

quel persistere del cuore che vampa
contro l’impennarsi del vento
contro l’impermeabile alito
delle mandrie.

*

Amici di campagna
venite a farmi compagnia!

senza bagagli né giornali
né cellulari né smartphone

venite!
pascoliamoci attorno!

*

Le colonne d’Ercole
galleggiano alla deriva
su onde di petrolio
assieme alle nostre domande
sul Mediterraneo

ho deciso
né troppo vicino
né assai lontano

che sono queste
le distanze del killer.

*

L’intera storia
un finale liquido
sputato dal boccaglio

qualche bolla di ossigeno
carbonio appassito in mare

e di là dalla parabola
di là dagli archi di tutte le parabole
io là
tu qua
in accordo di formaldeide.

*

Due amiche

una gira la vite,
non sapendo
la gira al contrario
e la vite si svita

l’altra gira la vita,
sapendo come avvitarla
la svita.

*

Al bar cinque ghigni, e al muro
due lancette a urtare il tempo

la prova è rischiosa e interminabile
si tratta di spostare le lancette
prima che il pendolo suoni

difficile muoverle e al contempo
non offrirsi ridicoli a chi non vede l’ora
di far parte del pomeriggio.

*

Quiete sul molo
a guardare chi passa
fino all’ora buia che poi cede

due sorelle
due modi diversi d’intendere
a sbiadire partecipi

una ne resta
con il viso limpido di vedova
esatta esente presente
la sera affamata di dolcezza
dietro le tende.

*

Da bravi amanti
abbiamo diviso il tempo equamente

a te la metà del mio
a me la metà del tuo

è nel mezzo
che il tempo s’è distratto
ha perso tempo.

luigi celi

luigi celi

Luigi Celi è nato in Sicilia, in provincia di Messina, ha insegnato per trent’anni nelle scuole superiori di Roma. Esordisce con un romanzo in prosa poetica L’Uno e il suo doppio, e un breve saggio filosofico/letterario, La Poetica Notte, per le edizioni Bulzoni (Roma, 1997). Pubblica diversi libri di poesia: Il Centro della Rosa, Scettro del Re, Roma, 2000; I versi dell’Azzurro Scavato Campanotto, Udine, 2003; Il Doppio Sguardo Lepisma, Roma, 2007; Haiku a Passi di Danza (Universitalia, 2007, Roma); Poetic Dialogue with T. S. Eliot’s Four Quartets, con traduzione inglese di Anamaria Crowe Serrano (Gradiva Publications, Stony Brook, New York, 2012). Quest’ultimo testo, già tradotto in francese da Philippe Demeron, è in pubblicazione a Parigi. Per la sua opera poetica ha avuto riconoscimenti, premi e menzioni.

Sue poesie edite e inedite e suoi testi di critica si trovano su Poiesis, Polimnia, Studium, Gradiva, Hebenon, Capoverso, I Fiori del Male, Pagine di Zone, Regione oggi, Le reti di Dedalus ( rivista on line). Nel 2014 pubblica un saggio filosofico-letterario su Kikuo Takano per l’Istituto Bibliografico Italiano di Musicologia. 

Presente in numerose antologie, tra gli studi critici a lui dedicati ricordiamo: Cesare Milanese su Il Centro della Rosa, nel 2000; Sandro Montalto, su “Hebenon”, nel 2000; Giorgio Linguaglossa, su Appunti Critici, La poesia italiana del Tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte Scettro del Re, 2002; La nuova poesia modernista italiana Edilet, 2010; Dante Maffia in Poeti italiani verso il nuovo millennio, Scettro del Re, 2002; Donato Di Stasi su Il Doppio Sguardo, nel 2007; Plinio Perilli, per Poetic Dialogue. È presente con dieci poesie nelle Antologie curate da Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, 2016) e Il rumore delle parole (EdiLet, 2015)

Con Giulia Perroni ha creato il Circolo Culturale Aleph, in Trastevere, dove svolge attività di organizzatore e di relatore dal 2000 in incontri letterari, dibattiti, conferenze, mostre di pittura, esposizioni fotografiche, attività teatrali. Ha organizzato incontri culturali al Campidoglio, un Convegno su Moravia, e alla Biblioteca Vallicelliana di Roma.

Donato Di StasiDonato Di Stasi è nato a Genzano di Lucania, ha viaggiato a lungo in Europa Orientale e in America Latina prima di stabilirsi a Roma dove è Dirigente Scolastico del Liceo Scientifico “Vincenzo Pallotti” dal 1999. Ha studiato Filosofia a Firenze, interessandosi in seguito di letteratura, antropologia e teologia. Giornalista diplomato presso l’Istituto Europeo del Design nel 1986, svolge un’intensa attività di critico letterario, organizzando e presiedendo convegni e conferenze a livello nazionale e internazionale.

Ha pubblicato articoli per il Dipartimento di Filologia dell’Università di Bari, per l’Università del Sacro Cuore di Milano e per l’Università Normale di Pisa. In ambito accademico ha insegnato “Storia della Chiesa” presso la Pontificia Università Lateranense. Attualmente collabora con la cattedra di Didattica Generale presso l’Università della Tuscia di Viterbo. È Consigliere d’Amministrazione della Fondazione Piazzolla, è stato eletto nel Direttivo Nazionale del Sindacato Scrittori. Per la casa editrice Fermenti dirige la collana di scritture sperimentali Minima Verba. Ha pubblicato «L’oscuro chiarore. Tre percorsi nella poesia di Amelia Rosselli», «II Teatro di Caino. Saggio sulla scrittura barocca di Dario Bellezza» (1996, Fermenti) e la raccolta di poesie «Nel monumento della fine» (1996, Fermenti)

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Perché la Memoria? Perché la Poesia? Perché l’Olocausto? A cura di Giuseppe Talia –  Poesie per la Memoria –  Poesie di Giuseppe Talia, Lucio Mayoor Tosi, Gino Rago, Edith Dzieduszycka, Adam Vaccaro, Giorgio Linguaglossa, Paolo Carlucci

Auschwitz Ingresso

Auschwitz Ingresso

Appunto di Giuseppe Talia

Perché la Memoria?

La risposta a questa domanda è estremamente difficile. Sebbene Hitler facesse spesso riferimento allo sterminio degli ebrei nei suoi vari discorsi (Mein Kampf) durante gli anni ’30, i nazisti non avevano però ancora elaborato nessun piano per l’annientamento del popolo ebraico. Il primo campo di concentramento costruito dai nazisti fu Dachau, aperto il 22 marzo 1933 in cui vennero rinchiusi inizialmente i dissidenti politici, gli omosessuali, criminali comuni, i testimoni di Geova e i così detti “asociali” (lesbiche, vagabondi, mendicanti).
Il termine di Soluzione Finale (Endlösung) fu usato per la prima volta durante la Conferenza di Wannsee (Berlino, 20 Gennaio 1942) dove gli ufficiali tedeschi ne discussero la realizzazione. Prima del 1942 le misure adottate dai nazisti nei confronti degli ebrei includevano il boicottaggio dei negozi e delle imprese gestiti dagli ebrei, la loro esclusione da impieghi statali o universitari, oltre che all’esercizio della professione legale.
Ma la domanda è: tutta colpa di Hitler che si era messo in testa di ridisegnare la mappa etnica dell’Europa? Alcuni studi di merito indicano, invece, come la responsabilità della popolazione sia stata determinante, non solo per l’aderenza ai principi nazisti, ma per “L’INDIFFERENZA”. Alcune indagini hanno descritto un riscontro di questo tipo:

  • 5% tedeschi entusiasti di Hitler
    • 69% indifferenti
    • 21% dubbio e smarrimento
    • 5% decisa opposizione

E’ il 90% di “cittadini passivi” a permettere a un gruppo ristretto di fanatici criminali di realizzare lo sterminio.

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max beckman-fragmente

Perché la Memoria?

Oggi, a parte il grande interesse per la memoria da parte degli studiosi del cervello, il tema della memoria riporta inevitabilmente alla tradizione platonica. Per Platone “ogni cosa che sappiamo è”, e dunque il sapere come reminiscenza è legato evidentemente alla memoria, soprattutto in questi nostri anni in cui si evidenzia una significativa tendenza alla perdita della memoria storica, al decadimento mnemonico, al declino cognitivo lieve che potrà in futuro aggravarsi se la nostra memoria collettiva, il nostro senso di appartenenza ad una comunità nazionale si trasforma in nazionalismo (ne vediamo alcuni esempi embrionali planetari un po’ ovunque il cui sviluppo sarà tema del nostro futuro di cittadini e di esseri umani). E l’INDIFFERENZA? Non è una forma di mancanza di memoria, volontaria?

Perché la Poesia?

Per rispondere a questa domanda bisognerebbe andare a ritroso fino al Big Bang e da li ripartire in avanti, investendo nel percorso ontologia e metafisica, caricando via via linguaggio, comunicazione, relazioni, memoria, identità, emozioni e l’elenco sarebbe lungo, le valigie cariche e innumerevoli e tutte ben legate dalla metafora, dal significato agli esempi e dagli esempi al significato, in un andirivieni continuo, in uno spostamento continuo dal significato proprio a quello traslato. Certo, nemmeno questa definizione risponde alla domanda del perché la Poesia. Soprattutto del perché la poesia dopo l’Olocausto, dopo la metafora di Adorno smentita dai fatti, ma che certamente ha cambiato radicalmente i canoni fin lì reggenti. Per cui si può essere d’accordo con Sagredo quando afferma che “la Poesia è la cosa più terribile che esista”; “che la Poesia deve essere spietata, senza pietà, e nello stesso provare pietas”. Ma anche d’accordo con Linguaglossa, “ogni epoca “produce”, diciamo così, alcune «Forme» e non altre; ogni epoca ha nel proprio bagaglio di «Forme» soltanto alcune possibilità formali ed espressive, e non altre. E poi la poesia stessa è parte integrante di una cultura”. E qui mi fermo. L’INDIFFERENZA, anche in poesia è causa di annientamento.

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Ciliegio in fiore

Perché la Memoria? 

È forse il ricordo più antico della mia vita. Siamo intorno al 1941. La casa dei miei nonni contadini in Sicilia, fuori Paternò (Catania). Un casolare dove vivevano i miei nonni contadini immerso nell’aranceto che dava degli agrumi meravigliosamente grandi e succosi. A sinistra del casolare, un grande albero di ciliegie. Mia madre mi raccontava che all’epoca dell’amore con mio padre, lui si arrampicava sui rami più alti dell’albero per raccogliere le ciliegie più belle, le metteva in una cesta per darle a mia madre che trepidamente lo aspettava ai piedi dell’albero temendo per l’incolumità del suo uomo e lo scongiurava di tornare a terra.

Ecco, io ricordo ancora il grande albero di ciliegie ma non sono sicuro se l’albero sia stato ricostruito dalla mia fantasia in base ai racconti di mia madre o sia invece un mio ricordo genuino. Chi può dirlo? – Poi, un giorno mio padre ricevette una cartolina. C’era scritto che entro pochi giorni doveva presentarsi al presidio militare per partire per la campagna di Russia…

È così che avviene: io ricordo il ricordo di mia madre. Ed il ricordo privato, privatissimo è inscindibilmente intrecciato all’epoca della guerra fascista e nazista.

Il ricordo mi guarda dall’esterno. Ed io lo vivo dall’interno.

(Giorgio Linguaglossa)

Citazioni a cura di Giuseppe Talia

“Dimenticanza è sciagura, mentre memoria è riscatto.”
(Anneliese Knoop-Graf)
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“La vera arte della memoria è l’attenzione.”
(Samuel Johnson)
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“Perché la memoria del male non riesce a cambiare l’umanità? A che serve la memoria?”
(Primo Levi)
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“Il progresso, lungi dal consentire il cambiamento, dipende dalla capacità di ricordare… Coloro che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo.”
(George Santayana)
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“Perdere il passato significa perdere il futuro.”
(Wang Shu)

“Noi siamo la nostra memoria,
noi siamo questo museo chimerico di forme incostanti,
questo mucchio di specchi rotti.”
(Jorge Luis Borges)
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“La memoria è come il mare: può restituire brandelli di rottami a distanza di anni.”
(Primo Levi)
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“Dove vien meno l’interesse, vien meno anche la memoria.”
(Goethe)
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“Tutti abbiamo bisogno della memoria. Tiene il lupo dell’insignificanza fuori dalla porta.”
(Saul Bellow)
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“La memoria non è ciò che ricordiamo, ma ciò che ci ricorda. La memoria è un presente che non finisce mai di passare.”
(Octavio Paz)
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“Se Dio esiste, dovrà chiedermi scusa”
(Scritta apparsa su un muro di Auschwitz)

Giuseppe Panetta 1

Giuseppe Talia

Giuseppe Talia

Nacht und Nebel 

Amavo Vincent. Una mattina la Gestapo bussò alla mia porta.
Stavo preparando la colazione. Vincent era ancora nel tepore
Del letto. Drinner oder draussen! La porta si chiuse alle mie spalle
Un treno e la neve che non finiva mai. Vincent e il tepore del letto
Un ricordo lontano lontano. Mi cucirono sul petto un triangolo rosa.
La pelle attaccata all’osso. Fame e stenti nei capannoni dissenterici.
Quanti siamo? Quanti saremo? Il Wissenschaftlich-humanitäres Komitee?
Lontano lontano. Ogni tanto scambio qualche parola con Adna. Mi mostra
Il suo triangolo nero. Mi racconta delle serate al Dorian Gray, al Flauto Magico
Io chiudo gli occhi. Vincent Vincent. Dove sei? E una sera Vincent mi venne in sogno:
Otgeschlagen – Totgeschwiegen

Lucio Mayoor Tosi

Lucio Mayoor Tosi

Lucio Mayoor Tosi

Mangia qualcosa, Josef.

Il piatto si riempie di acqua e cenere.
La tartaruga cammina cammina finché
s’ingroppa la forchetta. Il tavolo si riempie
di formiche, c’è del sangue rappreso
di cane impazzito. Preghiamo:
Fai che finisca presto. E portaci il sapone.
Amen.
Sul ripiano del frigorifero
le mani annerite di Joseph Hassid, il violinista
che suonava a memoria: il futuro in Site of Burr Hole.
Comprese le scarpe e i denti.
Non sapere se siamo ancora qui, muti tra le scansie
di un drugstore, oppure fantasmi.
Nel giardino dei Dobermann tengono sempre
le luci accese.

gino rago al ceffè San Marco di Trieste 2015

gino rago al ceffè San Marco di Trieste 2015

Gino Rago

I poeti del Novecento amarono gli Armeni.
Ma non perché gli Armeni specchiassero se stessi
nelle nevi eterne d’Ararat.
I poeti amarono gli Armeni
perché qualcuno pensò d’incenerirli
proprio in quanto Armeni.
I poeti del Novecento amarono gli zingari,
i diversi, i comunisti
per le stesse ragioni per cui prima amarono
gli Armeni. I poeti amarono gli Ebrei.
Perché qualcuno pensò
di cancellarli dalla faccia della terra
proprio perché Ebrei. I camini di Auschwitz
a perpetuare il ciclo del Carbonio.
Nel tempo. Nello spazio. Nel sonno imperdonabile
dell’intelligenza. I poeti del Novecento amano
le anime costrette nella morsa di Gaza.
Perché qualcuno pensa d’annientarli?
I poeti amano i Palestinesi
proprio come amarono gli Armeni, gli zingari,
i diversi, gli Ebrei, i comunisti.
I poeti amano i sommersi
perché chi resta vivo in mezzo ai morti
non si vergogni più d’essere un uomo.

edith dzieduszycka 1

edith dzieduszycka

Edith Dzieduszycka

In ranghi serrati

In ranghi serrati
intorno alla tua incudine
fabbro si raduna
febbrile

una muta insensata
piangente rosse lacrime
Vigile
la sorveglia

impotente
una cerchia
di angeli stremati
dalle ali scorticate

Poi dalla loro forma
dal loro torcersi
dai riflessi infuocati
nel tramonto vermiglio

dall’afrore pungente
intorno a loro sparso
recepire i segnali
raccogliere restie

a svelarsi le orme
di quel loro sostare
tracce imperscrutabili
d’un effimero viaggio.

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Giorgio Linguaglossa

Preambolo del Signor K. «La «nuova poesia ontologica»?,
suvvia Cogito, siamo seri…»

Il treno è in viaggio. Porta soldati con l’elmo a punta.
Verso il fronte russo.
Il Signor K. siede nel vagone ristorante,
ha con sé la valigetta diplomatica.
Cogito ha nella tasca interna della giacca
la fotografia di Enceladon.

Il Signor K. misurò con ampi passi lo spazio del vagone ristorante.
«L’ideale sarebbe far fuori i tipi come Lei, Cogito,
voi siete dei rompiscatole, con tutto il rispetto
per il vostro ruolo.
La bellezza di Enceladon? Suvvia, Cogito, non sia ridicolo.
Che vuole, sarebbe semplice per me
far premere il grilletto da uno dei miei sodali,
ma, sarebbe, appunto, eccessivamente ludico,
ed io detesto le soluzioni rapide,
preferisco complicare ciò che è semplice.
Giocare con Lei, Herr Cogito,
tutto sommato, mi diverte, è come il gioco con il gatto e il topo.
Del resto, in fin dei conti, l’arte è un’attività onanistica.
Ha qualcosa dello specchio da toeletta, rammenta
lo specchio ustorio…
Qualcosa di disdicevole…»

«A cosa devo la sua visita?», chiede Cogito sopra pensiero
mentre fuma un sigaro italiano.

«Ecco, diciamo – rispose il Signor K. –
che interverrò, di persona,
di quando in quando, a secondo dei miei umori atrabiliari
negli eventi del mondo.
Lei, Mario Gabriele e Steven Grieco Rathgeb?
Sì, possiamo prendere un caffè insieme. La «nuova
poesia ontologica»?,
suvvia Cogito, siamo seri…
Mi congedo, e mi prendo la libertà di comparire.
E scomparire…».

(Inedito)

adam vaccaro 4

adam vaccaro

Adam Vaccaro

Memorie del futuro

La cenere dei fumi di Auschwitz
così bianca e viola infine rossa
batte batte dentro al cuore come
blatta che non volerà rimarrà

a rodere tra questi ruderi nutrirà
il nostro sangue nero sconfinato
insaziabile non si fermerà vorrà
sfamarsi di ogni sangue e vittima

diventata cenere deporla
nelle mani di Cerere a farne
messi di una Terra non più
prona a poteri e follie di ieri e

di oggi che sappia pesare
sulla stessa bilancia ogni
grammo di carne umana
rossa poi viola infine bianca

offerta al dio di tutti
i popoli di tutte le terre
ricche povere e senza
privilegi né figli prediletti

di una Terra non più
crocifissa da confini e
tavole imbandite da eletti
assediate da cumuli di blatte

affamate impazzite –
se questo è un uomo

(2006)

Nell’antologia, 25 poeti per il giorno della memoria, a cura dell’Associazione per la storia e la memoria della repubblica, e dei Comuni di Civitella in Val di Chiana e Monte San Savino, 27 gennaio 2006.
E in Seeds, Chelsea Editions, New York 2014

Paolo Carlucci

Paolo Carlucci

Paolo Carlucci

Il viaggio curioso dell’Est

Il futuro, ricordando, si gioca i selfies …
Testamento digitale, forse un assedio
l’innocenza di ieri è già perduta.

S’animava l’infanzia, là a Terezin,
impertinente e viva, sulla soglia
annoiata dell’occhio, il pettine del vento
disordinò trasparenza ai miei pensieri.

Ecco, scorreva nuovo e sconosciuto
come fiume il tuo viso intriso d’ombra:
luce che accolse nell’estro di ghiaccio
dei ricordi, soffice e calda la prima neve.

Maestra ancora acquerellando giostre
d’aquiloni rintanati nella memoria:
si fa più larga madre, ora la notte.
Ha braccia aperte di storia, ascolta, risale
nuovi i passi veloci di tanta indifferenza.

Fiume che scorre a lampi d’ozio turistico,
tra bianche, flessuose betulle, bivacca
sarcasmi il viaggio curioso dell’Est.

S’adagia poi a marmaglia tra le nuvole
l’inverno oggi si gioca i selfies …

( Inedito, 2017)

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DODICI POESIE SCELTE di Antonio Coppola da “Maschere, pelle e Dio” (2014) con un Commento di Paolo Carlucci

uwe gressmann Antonio Coppola è nato a Reggio Calabria vive a Roma dal 1970. Si laurea all’Università di Roma La Sapienza in Lettere Moderne; giornalista-pubblicista dal 1972, ha scritto su quotidiani Nazionali, quali: Momento sera, Avanti, Il Secolo, Giornale d’Italia, Giornale di Calabria e riviste: La fiera Letteraria, Il Veltro, Libri e riviste d’Italia, La Vallisa, Capoverso, Lettere Meridiane, Quaderni di Rassegna Sindacale e Medicina dei Lavoratori (editi dalla CGIL). Ha pubblicato Terre al bivio; Frontiera di maschere (con pref. di Saverio Vollaro) in successione: Caro Enigma, A colloquio con il padre, La memoria profonda, Da Emmaus le parole, Morte ad Halabja, Gli angeli del Bonamico, La Poesia nella Scuola (incontro con l’autore), L’ombra dei gigli infranti, Nei vivai di Dio. Di recente, a cura dell’autore, esce La luce trasgressiva e, successivamente, Voci contro nella poesia contemporanea italiana e straniera. Ha fondato ed è direttore responsabile di  foglio di poesia e Quaderno quadrimestrale di Poesia Cultura letteraria e Arte. Attualmente è direttore della rivista di letteratura I fiori del male.  Gli sono state dedicate due monografie di approfondimento alla sua opera poetica, la prima di Maria Grazia Lenisa, l’altra, più recente, da Francesco Dell’Apa. Ha scritto saggi su autori italiani e stranieri.

Werner Haselhuhn, Herbstliche Baumlandschaft, 1994

Werner Haselhuhn, Herbstliche Baumlandschaft, 1994

Commento di Paolo Carlucci

L’orizzonte credo più autentico entro il quale collocare la poetica di Antonio Coppola sia quello di un impeto vitale che si fa onda di storia, cellula di ricordo. E’ cuneo di forza in lui l’accostare il fuoco barocco della parola-immagine allo stordimento del presente. E’ in questo iato che l’impeto lirico, appassionato e struggente si fa in Coppola cifra di uno sradicamento, c’è sete di una ricerca nella rovina di un’onda storica che, spezzandosi, rinvergina il suo sogno poetico, intenso canto di una memoria sentimentale e sociale. Queste riflessioni scaturiscono dalla lettura dei suoi versi, editi e inediti ed  ora raccolti in un volume corposo, anche in virtù di traduzioni in inglese e francese di alcune sillogi  che provano del Nostro la fedeltà alla Musa. Poesia / Ti allevo da prima il diluvio. Sin dalla seconda raccolta, Frontiera di maschere(1978), Antonio Coppola rivendica come sua radice di poeta, l’urgenza lirica. La seta dei ricordi domina, infatti, molte delle sue vedute del Sud. Fermo al tuo giorno d’ognissanti,/ ricordi il mattino che vedesti cantare/ la civetta?… La casa  ha un  lontano sapore di anice/ rigida balaustrata–/ t’appartiene un grumo di memorie, un raspo di uva saccheggiata.

Ernst Hassebrauk, Landstrasse im Fruehlingswind

Ernst Hassebrauk, Landstrasse im Fruehlingswind

Il vento del mito del Sud lo affascina, spaesandolo  però come  apolide della memoria. Pure nella folla di un’umanità di maschere, cappelli abbassati in questa giungla divoranti semidèi, irrompe il bisogno di una passione totale, che  smalta di etica verghiana le sue amare riflessioni sull’uomo solo ruggine di tempo colto nella sua somiglianza al contadino strapaese / chiuso in fradici ricoveri,/ la lezione dura al vento, al mare/ il pescatore infilza il sarago. Offre spesso squarci descrittivi di paesaggi meridionali graffiati dalla fiumara del tempus edax della storia, il suo io è già una maschera che nel ricordo ha la sua essenza. Nel piano ondulato di prospere viti / l’occhio ballerino dell’allodola / si grazia di giallo… Lavora il calzolaio alla suola battuta… Un contadino mi racconta come quest’anno la filossera ha distrutto il frutto sulla vite. Sale da questi paesaggi dell’anima una sete di domande, la ricerca nella pelle degli umili il mistero di un Dio ucciso e risorto come pungolo di un divenire, essere nella storia. Lo testimoniano ampiamente numerose liriche sia inedite che più recenti come quelle raccolte nella sezione  Paesaggi, folgorazioni  e sradicamenti (2014) e cresce questo sdegno in alcune importanti poesie di testimonianza civile dedicate ai naufragi dei migranti a Lampedusa, dove la voce dei morti si fa corale atto d’accusa contro la falsa Italia  matrigna e ha reminiscenze classiche come il ricordo delle Sirene.

antonio coppola da giovane

antonio coppola da giovane

Questo impegno di poeta civile e appassionato sempre si condensa nell’ultima parte dell’opera, dedicando un vero libro vibrante di sdegno alla tragedia dei curdi massacrati da Saddam Hussein in genocidi verso cui l’occidente spesso ha chiuso colpevolmente gli occhi in nome di realpolitik internazionale. Un epicedio in undici stazioni dove maggiormente sentiamo  quella pelle della vita farsi maschera, simbolo nella morte atroce domanda più spinosa di pace e di amore. Per l’amore di Dio non lasciate sola una madre, / un figlio ha sotto la terra / ucciso dai gas tossici di Saddam/.Siete tanti fantomas che avete terrore/ e lo stesso terrore con cui / mi guardi  e io  ti guardo. E in questo tragico muto guardarsi di maschere c’è forse più vero e duro  quel canto di vita nella storia che il poeta ci dà come una domanda aperta.

(Paolo Carlucci)

 

Lorenzo Calogero La casa a Melicuccà

Lorenzo Calogero La casa a Melicuccà

 

 

 

 

 

 

Lungo i ginepri 

Scenderà questa notte opaca,
spalancata intorno al fosso.
Nella resta dei limoni un lepre
si sgarbuglia dalla cenere di un falò.
Lungo i ginepri in fila indiana
sale questa notte già cielo
come il vento come il fiume
scappa e non sa dove fermarsi.
Scende dalla strada il giocoliere
su un cuscino di foglie,
dal laghetto la murena
in una subacquea acrobazia
sparisce nel biancore delle pietre.

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Gli uccelli nel ronco

Il tempo era di Quaresima canto di nenia
quando i suoni a mezzodì spalancano
forcipe di pettine; la crisalide appesa
nel becco d’una averla nell’afrore dei fieni.
Non esageravo nel contare gli uccelli
nel ronco in un profumo di sambuchi.
Il dolce aere calmo più d’un campanile,
c’era pure un silenzio dorato che traversava
il rumore dei morti, isolava la nostra quiete
in un ricordare sinistro.
Fu un suono semplice dell’aria
a far cambiare le nostre risate
in nenia di gruppo; la morte rumorosa
all’oltraggio dei vivi. Siamo qui
ad ascoltare quella musica che ebbe un dolore
sordo, inquieto: giorno e notte la faccia
dura della luna l’avevo davanti china
sui nostri persi volti gelidi, sul prato
odoroso l’altra morte sovrumana.

.
Una Scilla variopinta

Presto svanirò in questo mare
di triboli e curve di cielo
in una Scilla variopinta
addormentata sul sentiero fiorito.
L’onda scavalla i recinti
le azalee nane paiono ruscelli
si trascinano fino agli ulivi della Piana.
I tuoi capelli d’oro sopra l’acqua
brillano da un capo all’altro
e il gracidare acuto dell’ilo
si ode tra i sassi roventi.

foto anni Sessanta

foto anni Sessanta

Nuvole abbrancate

Questi giovedì di penitenza
si schiantano nelle cento valli
in un cielo minaccioso; sui crinali
novembre rovescia l’ombra dei morti.
Nel buio del fogliame s’intravedono i colli
nella celeste indifferenza. Tra i rovi
è impigliata una cinciallegra lungo
la strada dei pruni storti nelle macchie.
L’Aspromonte agro e temuto celeste sonno
ha riammesso la vita dal suo inferno. Accanto
le nuvole abbrancate alla Calabria.

.
Dio è morto?

Non saprei quale strada rifare
per cercarti Dio, sopra le selve
le foreste o tra gli spazi infiniti, (nell’attesa?)
Ti cerco nella voce che canta il creato
per rintracciare la strada del mio paese;
che ne faccio del tempo seminato.
La terra del mio paese piange,
certo che nessun Dio più nascerà;
la terra in cui sono nato
è il più dolce guanciale.
Sono già deserto: il roveto brucia,
placa Signore la sgradevole sorpresa,
eri l’accordo mio di tutti gli uomini.
Gli uomini ti hanno ucciso,
ti abbiamo ucciso mio Dio!
Si è spezzato il grappolo, sei morto:
fa il miracolo, inarca gli orizzonti
dividi le acque dalle acque,
fai dell’Uno che sia Tua somiglianza,
salva l’innocenza, le nostre anime.
Antonio Coppola - Maschere, pelle e DioUna Parca

Dalle casematte torno alla strada
frequentata che porta alla carrabile.
Azzurra la trasparenza dell’acqua
nel luogo in cui si spande la luna,
una Parca lavorando la tela
spezza il filo della vita:
furiosa così non l’avevo mai vista.
In questi sassi siedo ero e sono
l’ultima cosa che mi rimane.

 

.
Il tuo corpo caldo

Mia amica Telka ti scrivo
nella sonorità insonne delle ore
mio custodito ricordo del tuo corpo
caldo che le mie mani raccontano.
Ti scrivo in attesa di un paradiso
cui conviene restare e aspettare,
sacrifico le distanze invasate di verde
per te in questo affocato inverno.
Ti scrivo nelle adunanze delle anime
per giungere insieme a una soglia
intenerita nel mio calore igneo.

.
Madre prudente

Mi viene in dono, madre,
quell’attimo vivo che non si ripete
né la voce di quando c’eri;
resterò solo in questa avara terra.
Quanto hai patito prima di me
nel vuoto e nel bisogno
di aggrapparti a noi a quell’onda
che ci separò. Quanto il tuo cuore
fu disaminato cruccio non lo saprò mai.
Dall’oblio avrai sollievo non da noi
ma da Dio -tunica rossa di gemme-
Madre prudente non ti chiederò
altro che restare giorno e notte vicino.
Un giorno che non sarò mai esistito
mi camminerai accanto in terra incerta.

 

Antonio Coppola e Giorgio Linguaglossa 2014 Roma presentazione alla FUIS

Antonio Coppola e Giorgio Linguaglossa 2014 Roma presentazione alla FUIS

Ho ripassato i ritratti familiari

Nella luce dove tutto è prevedibile
la memoria ha un segnale che si avverte.
Ho ripassato i ritratti familiari, le pareti
dove appesi rimasero i quadri, la chiesa
dove andavi a genufletteti. “L’aria
è spenta, il tempo sembra un teatro dismesso
un fondo opaco nelle acque buie
del nostro sonno”. Spaesato nel paesaggio
la casa ingoia ogni imago.
Non sono lieto dei miei ricordi:
cammina dentro l’ombra della notte
il mio sarcofago che deambula.

.

Ti amerò in paradiso

Ora ch’è finita la stagione dei lampi
ti amerò in un paradiso lontano
con le mie settanta primavere.
Ancora da solitario inamabile
mi tufferò nell’anima
nell’imponderabile sogno
per poi benedire le cose perdute.
Su ogni antera di papavero
ci sei tu, rosso palpito vespertino
a bruciare mille e poi mille corolle.
Afferrerò la speranza -cellula dea-
in supplente e squallido contrario
sul filo di una condanna annunciata.

 

I fiori del male rivista di letteratura diretta da Antonio Coppola

I fiori del male rivista di letteratura diretta da Antonio Coppola

 

Un fato greco

Nel cuore di due mari
ho edificato la mia Itaca;
di giorno il grecale da’ staffilate
alla mia isola oltre il promontorio
di Scilla; dai terrazzi agguanto il sole
con le mani ma è solo illusione di mare.
Vengo di rado fanciullo bianco
per terre segrete che non conosco,
un fato greco nel mio cuore povero
ma felice, oggi inaspettatamente ferito.

.

.
Provocazione di poeta

E sotto forma d’amore
che ho inquinata l’anima,
ma qui taciuta perfino la falena,
che sia Dio l’ossessione o bellezza?
E’ certamente il guizzo,
l’epilogo il cui delirio
fu provocazione di poeta.

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POESIE EDITE E INEDITE SUL TEMA DELL’ADDIO (Parte V) Alfredo De Palchi, Luciano Troisio, Giorgio Linguaglossa, Salvatore Martino, Patrizia Cremona, Paolo Carlucci, Roberto Piperno, Silvana Baroni

Orfeo Giorgio De Chirico

Orfeo Giorgio De Chirico

«Il tema dell’addio. L’addio è una piccola morte. Ogni addio ci avvicina alla morte, si lascia dietro la vita e ci accorcia la vita che ci sta davanti. Forse il senso della vita è una sommatoria di addii. E forse il senso ultimo dell’esistenza è un grande, lungo, interminabile addio».

grattacieli-new-york

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Alfredo De Palchi

Potessi rivivere l’esperienza
dell’inferno terrestre entro
la fisicità della “materia oscura” che frana
in un buco di vuoto
per ritrovarsi “energia oscura” in un altro
universo di un altro vuoto
dove
la sequenza della vita ripeterebbe
le piccolezze umane
gli errori subordinati agli orrori
le bellezze alle brutture
da uno spazio dopo spazio
incolume e trasparente da osservarla io solo

rivivere senza sonni le audacie
e le storpiature
persino le finestre divelte
i mobili il violino il baule
dei miei segreti
tutti gli oggetti asportati da figuri plebei
miseri femori.

(21 giugno 2009, da Paradigm, Chelsea Editions, 2013)

alfredo de palchi

alfredo de palchi

 

 

 

 

 

 

 

Le domeniche tristi a Porto di Legnago
da leccare un gelato
o da suicidio
in chiusura totale
soltanto un paio di leoni con le ali
incastrati nella muraglia che sale al ponte
sull’Adige maestoso o subdolo di piene
con la pioggia di stagione sulle tegole
di “Via dietro mura” che da dietro la chiesa
e il muro di cinta nella memoria
si approssima ai fossi
al calpestio tombale di zoccoli e capre

nessuna musica da quel luogo
soltanto il tonfo sordo della campana a morto.

(22 giugno 2009, da Paradigm, Chelsea Editions, 2013)

New York grattacieli nel bosco

New York grattacieli nel bosco

luciano troisio

luciano troisio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Luciano Troisio

haiku dell’addio

Di lei
non m’importa un corno.

(Mi manca il suo
coniglio al forno).

Addio

Addio fidanzate adorate
che ci volete azzerare.
Addio amici morenti
che non è più possibile nemmeno visitare.

Unisce lo strazio
dell’amaro congedo, ma
peggior della Livella di De Curtis
è tremendo l’addio a -poniamo-
un genitore maisempre incistato nella demenza.
Mai più mai più ti riconoscerà.

L’angoscia per un volto inebetito
vagante oppiomane stupito
cuce un CD di care espressioni
ti affida in cartella compressa
l’assoluto di tutte le lente
finali disperazioni.

(inediti)

giorgio linguaglossa

giorgio linguaglossa

 

 

 

 

 

 

 

Giorgio Linguaglossa

L’allievo Tu I torna dalla guerra

Quando tornai a casa, dopo il tempo
dell’invasione dei tartari,
mi rallegrai che la mia casa fosse stata risparmiata,
mi rallegrai nel trovare mia moglie,
in piedi, in cucina, che mi scaldava
il tè nel bricco che bolliva sul fornello,
il fedele domestico, più vecchio e più magro…
c’era financo lo sgabello
ancora intatto sul quale un tempo
poggiavo i piedi dopo pranzo,
mi rallegrai nel trovare Zerco,
il mio cane, che mi venne incontro
scodinzolando,
(lui sì, mi aveva riconosciuto)
mi rallegrai nell’ascoltare i racconti
di mia moglie circa i morti dei vicini,
le uccisioni, le depredazioni inaudite
e le vicende degli amori clandestini
che erano fioriti in quegli anni cupi…
mi rallegravo del cinguettio dei passerotti
sugli alberi, che il mondo
continuasse a girare come prima.
Mi rallegravo io stesso
di essere sopravvissuto in tutti quegli anni
dell’invasione barbarica.
«Dopo tutto è il male minore
essere ancora in vita
– mi dicevo per rassicurarmi –
e c’è un male peggiore,
quello di non esserlo più, in vita»;
ma non riuscivo a persuadermi,
a capacitarmi del tutto e guardavo
dalla finestra aperta
i rami del mandorlo fiorito che uscivano
dal buio ed entravano nella finestra
così, senza cercare nulla, senza volere nulla.

(da La filosofia del the, inedito)

salvatore martino

salvatore martino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Salvatore Martino

Da un sogno emerso dalle nebbie

Metropoli di fossili allagate
abitatori ignoti sulla porta
e dovunque il tuo nome
inciso dalla mia follia
inseguito richiamo
testimonianza ambigua del tuo passo

O mio compagno astrale
pontile remoto dell’insonnia
la voce tua per folgorare il muro
e quel sicuro naufragare
o mio compagno astrale
del mio corpo tenevi ambo le chiavi

In cerchio incalza il nostro treno
fino a consumare
a cadere stremato di vagoni
o mio compagno astrale
non andartene docile alla nebbia
verso una meta che non ha colore
nel vento che discioglie ogni dolore

Da Le città possedute dalla luna (1996)

salvatore martino copertina la fondazione di ninivo

Quel pomeriggio quieto di settembre

Disteso lungo il mio cuscino
il fiato assorbito alla mia bocca
forse non siamo che un sogno impossibile
che cerca la sua notte
-mi ripeti –
un verso inciso da un poeta in una stanza
un punto di luce nebulosa

Descrivimi l’orbita dei tuoi mattini
che più non accendono la casa
altri passi e rumori
si attardano a investigare
storie che cercano
un nome diverso da tradire
numeri trascritti
su pagine che mai non leggeremo
verso un giardino
che suonerà straniero ai nostri occhi

Era un pomeriggio
quieto di settembre
era l’infinita separazione

Da “ La metamorfosi del buio

Patrizia Cremona

Patrizia Cremona

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Patrizia Cremona

I

L’aria si è quasi spaventata e adesso inghiotte
l’estraneità della pioggia.
Anche le mani s’infiammano in fulmini
sottili.

II

«… Poi di scatto si riprende
col suo battito contrario,
gettando via lamenti
per fermare con la sua mano,
il tempo». La mente cade giù:
perciò rinasco o muoio
sempre fuori della luce. Continua a leggere

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