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DENTRO L’INCANDESCENZA DELLA STORIA: POESIA DAL LAGER.- DIECI POESIE DALL’ANTOLOGIA LA MIA OMBRA A DACHAU – POESIE DEI DEPORTATI RACCOLTE E COMMENTATE DA DOROTHEA HEISER (Mursia EDITORE, 1997) CON UN APPUNTO DI LETIZIA LEONE

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Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie (Theodor W. Adorno, 1949)

La sofferenza incessante ha tanto il diritto di esprimersi quanto il martirizzato di urlare; perciò sarà stato un errore la frase che dopo Auschwitz non si possono più scrivere poesie. (Theodor W. Adorno)

Forse riguardo ad un genere, quello della “poesia lirica” o “poesia pura” si può rintracciare il punto esatto di non ritorno, la pietra d’inciampo, diciamo pure il certificato di morte datato 20 gennaio 1942, giorno della hitleriana “soluzione finale”.  È stato detto che da quel momento l’anti-significato irrompe nella Storia. La negazione dell’Etica e di tutto il portato millenario delle virtù e dei valori morali della nostra civiltà, sembra abbattersi improvviso e inaspettato sul palcoscenico della Storia: “Noi –perlomeno noi anziani-  abbiamo assistito negli anni Trenta e Quaranta  del Novecento al totale collasso delle norme morali…non solo nella Germania di Hitler, ma anche nella Russia di Stalin”, scrive Hannah Arendt, per poi distinguere (moralmente) la delinquenza ordinaria e antiquata  di Stalin da quella di Hitler: estrema, radicale, diabolicamente raffinata nell’annuncio dell’avvento di nuovi valori. Soprattutto nella scelta cosciente del Male con l’orrendo progetto di industrializzazione e burocratizzazione della tortura e della morte nei campi di sterminio.

Inoltre, “i peggiori malfattori sono coloro che non ricordano”, ne è convinta la Harendt perché questi semplicemente “non hanno mai pensato e – senza ricordi – niente e nessuno può trattenerli da ciò che fanno.”

“Per gli esseri umani, pensare a cose passate significa muoversi nella dimensione della profondità, mettere radici e acquisire stabilità, in modo tale da non essere travolti da quanto accade – dallo Zeitgeist, dalla Storia, o semplicemente dalla tentazione. Il peggior male non è dunque il male radicale, ma è un male senza radici. E proprio perché non ha radici questo male non conosce limiti. Proprio per questo, il male può raggiungere vertici impensabili, macchiando il mondo intero.”

Questo il grado zero della storia. All’indomani della seconda guerra mondiale Th. W. Adorno suonerà le campane a morto per un genere poetico: “La critica della cultura si trova dinnanzi all’ultimo stadio di cultura e barbarie. Scrivere una poesia dopo Auschwitz è barbaro e ciò avvelena anche la stessa consapevolezza del perché è divenuto impossibile scrivere oggi poesie”.

Eppure la famosa frustrata apodittica del divieto adorniano non riguarda il portato spirituale della poesia ma vale come sottrazione delle categorie del “bello” e del “sublime”, come cesura radicale nel modo di articolare la parola della poesia.

Auschwitz Ingresso

Auschwitz Ingresso

Da questo momento in poi sarà rischioso concepire un’arte serena e contemplativa, osservare il mondo attraverso quella che Paul Celan chiamerà “la prospettiva dell’usignolo”: “Nessuna poesia dopo Auschwitz: qual è la concezione della poesia posta sotto accusa? La presunzione di chi ha il coraggio, ipoteticamente-speculativamente, di considerare o raccontare Auschwitz dalla prospettiva dell’usignolo oppure del tordo”.

Dorothea Heiser raccoglie in una ardente antologia poesie scritte dai deportati in dieci lingue diverse, sia nel corso della detenzione, sia negli anni successivi la Liberazione: “nel 1985, Mirco Giuseppe Camia, ex deportato italiano, mi trasmise con le sue l’unica poesia scritta da un codetenuto che sofferse la prigionia a soli 17 anni: La mia ombra a Dachau. L’aveva conservata per oltre quarant’anni…”

Per molti di questi testimoni lo scrivere non è una professione. Eppure una traccia, una sola parola, anche il ricordo di un frammento di poesia si rivelò miracoloso nel lager per non cedere al disfacimento fisico e psichico, alla disumanità.  A Dachau come in altri lager sono nate poesie e altri scritti. Henri Pouzol, poeta francese sopravvissuto ai campi di concentramento di Oranienburg-Sachsenhausen e i Dachau spiega quanto sostegno spirituale poteva dare la poesia: “…In questo contesto terrificante di cinico sterminio…il linguaggio poetico ritrova d’istinto il proprio carattere originale…esso prende la forma ultima della resistenza umana, quella del pensiero e dello spirito…”

La poesia concentrazionaria, sulla quale lui professore di francese scrisse uno studio, viene definita nei seguenti termini: “È una poesia caratterizzata da un punto in comune: essa prova la resistenza della mente…”

Nella densa prefazione al volume Dorothea Heiser raccoglie molte testimonianze anche sulle condizioni in cui è stata concepita questa poesia:

“…La possibilità di poter scrivere dipendeva sempre da un insieme di fattori e ci sembra di capitale importanza il poterli conoscere al fine di apprezzare e commisurare l’importanza di questi poemi nella vita delle vittime o, comunque, delle persone coinvolte. È essenziale l’annotare che, in nessun caso era possibile a un detenuto concretizzare un tale desiderio. “…Tutti gli oggetti personali, quali abiti, calzature, fotografie, documenti, erano tolti al detenuto nel corso della sua registrazione al campo…Non c’era alcun diritto a conservare una matita, una stilografica o della carta, non un fazzoletto, nulla, assolutamente nulla…”.

Nonostante ciò, nel campo di Dachau come nella maggior parte degli altri campi di concentramento o i penitenziari a carattere totalitario, in dispetto alle gravi sanzioni derivanti, diari, notizie, poemi furono scritti in segreto e di nascosto. (…) Kark Röder narra nella sua opera Nachtwache come l’individuo lottava, col pensiero, per conservare il suo mondo interiore, e prendeva attivamente posizione, nei propri scritti, contro l’aspetto distruttore e minacciante del mondo esterno: “…Giammai tante motivazioni per lo scrivere si erano presentate nella mia vita…Uno sgorbio su un lembo di carta poteva significare un arrestarsi della morte…Io nulla volevo scrivere sugli avvenimenti del campo… Per me importava di più l’esprimere pensieri e sentimenti che mi agitavano…e doveva trattarsi di cose estremamente intime…”

Agnes Sassonn che fu abbandonata alla crudele realtà di un campo esterno di Dachau quando era una ragazzina di undici anni, descrive nella sua opera sulle esperienze del campo, pubblicata quattro decenni dopo, quale importanza, anche per lei fanciulla, rivestiva l’assimilazione spirituale delle esperienze vissute: “…Io ho iniziato già a scrivere nel campo di concentramento, ma era un’altra forma di scrittura. Era assolutamente impossibile, sotto il controllo dei guardiani, procurarsi e conservare qualsiasi cosa. I lembi di carta e i mozziconi di matita che trovai casualmente, erano rapidamente scoperti e mi erano ripresi.

Seguivano punizioni varie ed i colpi di bastone erano abituali, divenuti parte della mia vita. Fu così che dovetti improvvisare ciò che concerneva il mio materiale di scrittura; il mio cervello divenne matita e la memoria carta, che io riempivo. Per esprimermi in maniera più conformemente attuale, il mio cervello imponeva alla memoria, attraverso una registrazione, gli incidenti ed avvenimenti come su di una banda magnetica, che poteva essere riascoltata secondo il fabbisogno. La necessità di questa “scrittura mentale” era conseguente alla situazione contro natura nella quale mi trovavo…Non avevamo nessuna sfera intima, alcun bene, alcun riposo alcuna possibilità di sottrarci agli appelli continui, ai colpi, alle ispezioni…e così dettavo alla memoria”.

(Letizia Leone)

 Da La mia ombra a Dachau a cura di Dorothea Heiser (Mursia editore, 1997):

bertolt brecht il binario che porta ad Auschwitz

il binario che porta ad Auschwitz

FELIKS RAK (Borowicwicz, Polonia, 1903 – Polonia 1992)

Dachau nel sole

L’inferno di Dachau l’ho conosciuto nel sole.
Un campo, baracche allineate,
muro di recinzione, un fossato,
filo spinato percorso dalla morte.

Alte torri dove le SS
vegliano notte e giorno,
mitragliere perennemente pronte.
Uomini come ombre vagano affamati.

Giorno e notte, il crematorio fuma,
nessuna sosta, appestandoci la vita.
Colpi di fuoco, da qualche parte.
Dall’alba assassinano, laggiù nella foresta.

Un palo, un “cavalletto”, catena, forca,
strumenti di uso quotidiano.
Mani incatenate, un gancio, un prigioniero pende.
SS gioiose! Cane! Ecco, è fatto!

Non è l’alba che risveglia,
ma mani di Giuda, delle SS.
Così io conobbi il Lager…
Sino a quel giorno sconosciuto dalla storia.

(Dachau, 1941 – Originale in lingua polacca)

.
MARIA JOHANNA VADERS (Aia, 1922 )

BUNKER DACHAU

Una apertura grigia, un muro compatto,
luce solare, anche se ti cerco è cosa vana
non puoi trovare via che a me giunga
sola, io sono sola.

Tre passi avanti, tre passi indietro
mentre declamo poesie,
strofe cariche di ricordi
che canto con vecchie tenere cadenze
come per salvaguardarmi.

Una cella, un freddo pavimento.
Oh, luogo dove un tempo la culla
Era memoria del mio passato lontano.
In un istante fugace rivedo il focolare.
Sola, tu sei sola.

Dachau 123145 (Originale in lingua olandese)

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MICHEL JACQUES (Neully-sur- Seine 1920)

Gioco di bimbo

Il piccolo polacco
della Stube tre
ha otto anni
È della sua età
saltare a piedi uniti
i morti della notte
ben allineati
fra due blocchi…

(Originale in lingua francese)

HENRI POUZOL (Jarnac- Francia 1914)

ALBA AL BLOCCO 30, A DACHAU

Alimento pallido venuto dal cielo
alba sporca alba tifica
l’ultima luna cade
la prima luce si leva
i kapos urlano
i kapos sferzano
i kapos strisciano
appare il padrone.

Nude creature tentano d’arrestare il tremore,
ma il tremore delle stremità edemiche
è più forte
e le creature oscillano al vento germanico
e le creature oscillano alle urla teutoniche
e le creature oscillano agli ordini tedeschi
Eins…Zwei…Drei…Alles da.

I denti mordono la putredine
I denti tagliano la lingua
Il compagno di sinistra crolla se mi sposto
Il compagno di sinistra è morto nella notte,
è morto da circa un’ora
alle prime luci dell’alba col primo urlo
nell’ultimo delirio.

Morto?…Non morto?…
Vivo?…Non vivo?…
Alle Stcücke da…Jawohl, lieber Mann* *(Tutti i pezzi qui…Sissignore caro uomo)
Jawohl risponde il corpo ritto
Presente…sono presente…
È presente…Il Kapò è contento
Il padrone è contento
Il conto torna mein Lieber* *(Mio caro)
Il conto torna cane di un Häftling* *(Prigioniero)
Sì…il conto è esatto amico mio
Il conto torna camerata
Ed è giusto che ti tolgano la vita
Prima del delirio di maggio, sotto la neve che
Non ti ricoprirà prima del delirio di maggio
Quello che tu non vivrai
Ma che ucciderà coloro che
Ti sostenevano
In piedi all’ora dell’appello
Ritto fra il blocco 30 e il blocco 28.

Il mio compagno è morto
Lo sguardo perso nella fanghiglia scura
Lo sguardo ha raggiunto l’ultima luna
Chi dunque non l’invidia?
Sei libero camerata
Non sei più costretto al Mützen ab* *(Giù il berretto)
Nel grigio sporco dell’alba
Non hai più da sognare un’alba di caffè scuro
Non devi più enumerare sulla coperta puzzolente
I duecento pidocchi giornalieri
Non devi più arrampicare dall’una all’altra griglia
Non devi più scrutare il cielo
Il cammino lento delle fortezze volanti
E ancora…e ancora…
Non più fughe sotto la sferza
Non più fughe nel fango
Non più cani ad ogni cancello
Non più un kapo ad ogni incrocio
Né calci sulle tue ossa
E vrrroum su Monaco…e vrrroum su Augusta…
Ah il buono, ah il bel lavoro degli uomini liberi
…ma è lontano ma è lontano
Mai più oh non mai più
…ed anche se tu volessi non potresti piangere
Occhio del mio compagno sperso nella fanghiglia scura
Il mio camerata è libero
Ed io sono solo alle prime luci dell’alba
Ed attendo il grappolo fraterno
Si saldi attorno a me
Ho così freddo ho così freddo
Ma se io potessi ma se il Kapo volesse
Andrei alla Waschraum* * (bagno)
Andrei a sedermi sul mucchio di corpi posti come
Le belle cataste di legno nella radura d’altri tempi
E può darsi ch’io veda muovere il dito al mio compagno
E può darsi che io veda aprirsi l’occhio del mio compagno
E può darsi ch’io possa udirlo
Il mio compagno il mio compagno
Il camerata ritto nella fila oscillante
Là il secondo della pila di corpi è lui
Lo riconosco
Mi dirà oh sì sono sicuro mi dirà
Amico mio…vieni vieni con me…
Se tu sapessi quanto è bene
Quanto è meglio di quando dormiamo testa-piedi
Sul tavolaccio della Stube eins* *(camerata uno)
Sono solo alle prime luci dell’alba
O morte, non ti amerò mai e poi mai altrettanto che in questa alba d’inverno
Fra il blocco 30 ed il blocco 28
Nell’anno 1945 a Dachau.

(Originale in lingua francese)

(Zoran Music)

LÁSZLÓ SALAMON (Oradea, Romania, 1891 – 1983)

KAUFERING*
*( Il Kommando esterno di Kauferingraggruppava i campi da 1 a 11 che furono attivi soprattutto nel 1944 – 45. La “Organizzazione Todt” era responsabile dei Kommando di lavoroai quali appartenevano migliaia di lavoratori forzati ebrei, principalmente di origine ungherese e polacca, che furono deportati a Kaufering per costruirvi installazioni sotterranee).

Un nome, mai sentito prima,
un luogo lungo il Lech, ove fragili alberi
si curvano al vento
e la tempesta rugge, selvaggia e crudele.
Un nome mai sentito prima,
nove lettere solo, ancorate alla memoria
per tutta una vita:
Kaufering, caverna di tortura.
Un villaggio bavarese, ai margini del bosco,
attorniato da ombrosi abeti,
abitato da anime cattoliche,
ma il loro dire è minacciante e barbaro.
Foreste profonde, prati umidi,
paesaggio da cartolina postale,
però sei sopraffatto dal terrore.
Jüdischen Lager bei Kaufering.

Un soffio pestilenziale ammorba l’aria,
nell’abisso, chiesa, scuola, villaggio,
non sono altro che le quinte,
la realtà è la piazza dell’appello ed il terrore,
la realtà è il reticolato con le sue baracche
inimmaginabili sono i tormenti sopportati,
anche l’aria che respiro, mi fa male,
oh, luogo spaventoso: kaufering!

Civettuole, linde, tranquille case,
dalle finestre sbuca morbidamente un raggio,
nel mio dorso un fucile SS,
sulla mia spalla gravemente pesa la vanga,
al di sopra delle silenziose case borghesi,
minaccia una nube malefica,
il destino crudele è vicino,
tu sia mille volte maledetta, Kaufering.

Kaufering marzo 1945 (Originale in ungherese)

FRANCO VARINI (1926 Bologna)

DACHAU-KOTTERN MARZO 1945

Cilici immensi cingono lembi di terra
e la nuova Babele voluta dall’odio
brucia vaganti creature senza nome.
Nei cieli senza limiti di spazio
il volo degli uccelli
segna l’impotenza del terrore
a fermare le libere parole
e la rabbia disperata
ne annuncia la fine imminente.

(Originale in lingua italiana)

.
MICHEL JACQUES

SULLA STRADA

Sulla strada che porta al campo
faccio lo spaccapietre
Sulla strada che porta al campo
una casa che ho fatto mia
Ne indovino il camino
il dolce battere dell’orologio antico
due sedie vicine a un tavolo di quercia
e su questo tavolo tre mele
Tre mele
Tre mele e la mia gola si serra
Addio casa che ho fatto mia
il grande camino l’orologio antico
addio tavolo di quercia
Tre mele
Non restano che tre mele
ed io che faccio lo spaccapietre.

(Originale in lingua francese)

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NEVIO VITELLI

LA MIA OMBRA A DACHAU
(Questo unico poema del giovane Nevio Vitelli, nato a fiume nel 1928 e internato a Dachau nel 1944 a sedici anni, ha dato impulso a questa antologia. Dopo la Liberazione rientrato in Italia ammalato vi morì all’età di vent’anni)

Mamma, non torno,
me l’ha detto Iddio.
L’inferno,
senza sensi d’anima
l’ho visto così,
come tocco il corpo che mi duole;
né parole,
mamma, ti so dire,
perché non so ridire
il marchio del terrore.

Io penso che tu senti
oltre il filo pungente e velenoso
di queste baracche,
e penso che mi vedi
con la testa senza peli
e la cornice fosca
delle occhiaie nere,
insanguinato e sporco
e il cuore al tocco
d’una campana a morto.

Che cosa ho fatto, mamma?
Tu lo sai? Dimmelo
e baciami nel sonno,
appena lievemente,
che non mi venga in mente
di ricambiarti il bacio
come quando tu piangevi
di me, il ragazzaccio.
Non voglio spenti i tuoi occhi,
mamma, mi capisci?
Quando la sera, il tuo nome
canto singhiozzando
inconcludente e vano
il gioco del mio labbro
si schiude: tu non rispondi.

… È l’ora della sera
ed i pensieri del giorno
non tornano più
come i primi giorni d’ormeggio
a ridestarmi.
È l’ora della sera
Ed i pensieri sono di domani.

Dachau!

Ora, soltanto ora,
sento una musica che irrora
l’aria di palpiti di stelle,
ma forse no, son palpiti di cuori
e di sangue,
di sangue che guizza nelle vene
dei viventi
ricoprendoli di polvere di sole.

(Maggio 1945 – Originale in lingua italiana)

.
MIRCO GIUSEPPE CAMIA (Milano 1925 -1997)

Ombre
e il passo inconcreto
è lordo di pene e fatica

Duri zoccoli
avvolgono piaghe profonde
dove il pidocchio pullula
annidato in pezze da piede

Ombre
goffe figure
allineate da fauci di cani
da urla feroci

Cose ambulanti sull’acciottolato
sopra il fragore di suole legnose

Di lato i gendarmi
sinistra…due…tre…quattro…
cadenzano il passo
che suoni ritmato
lento valzer di morte

Ombre
aleggia su esse
fantasma luttuoso di gelo
fatto sostanza

Links…Zwei…Drei…Vier…
compagna di danza
oscena puttana avvinghiata
falangi ghiacciate
sfioranti le nuche rapate

La morte

(1946 – Originale in lingua italiana)

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BOJAN AJDIČ ( Lubiana 1921 )

OH!

Senza pensieri, senza sole
come talpa sotto la terra
che scava per trovare la larva,
il verme di terra,
dietro la schiera,
nella schiera,
in una terra come questa
dove l’immensità del presente resta uguale
nera e pesante.
senza pensieri, senza sole
come la morte che con la sua falce insanguinata
percuote e tronca
a sinistra, a destra
dietro, e davanti, in avanti…

Oh! Io sono questo
E gli altri!
(26.5.1944 – Originale in lingua slovena)

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POESIE E PROSE PER LA SHOAH di Flavio Almerighi, Mario M. Gabriele, Donatella Costantina Giancaspero, Stefanie Golisch, Angela Greco, Antonio Sagredo. A cura di Flavio Almerighi (Parte prima)

shoah-selfie

shoah-selfie

 Poesie e prose per la Memoria, a cura di Flavio Almerighi

Traggo spunto da un articolo di Federico Pontiggia apparso sul Fatto Quotidiano del 25 gennaio 2017 “La banalità del selfie: il turismo della Shoah tra sorrisi e sandwich” “Dopo Auschwitz, nessuna poesia, nessuna forma d’arte, nessuna affermazione creatrice è più possibile”. Lo sostenne il filosofo tedesco Theodor W. Adorno, e palesemente si sbagliava: l’arte è ancora possibile, e pure l’arte sulla Shoah. Non c’è però da rallegrarsene, perché le cose stanno peggio di quanto preconizzato da Adorno: il problema non è la “affermazione creatrice”, bensì la ricezione esperienziale; il problema non è l’arte, ma la vita. Oggi è ancora possibile fare Memoria? Il punto è questo: la mediazione artistica ha spazi di manovra che l’esperienza fisica si vede precludere” Insomma la domanda è una sola, e mi sorge spontanea dopo la mia drammatica visita al campo di Dachau dello scorso 16 agosto. Mentre camminavo silenzioso tra tanto dolore, che per altro è ancora ben avviluppato nelle strutture superstiti, costantemente disturbato da schiamazzi di gitanti della domenica, molti italiani, con un nodo nello stomaco che non ho saputo sciogliere nemmeno al Carmelo di Dachau. Ho provato invidia per Gabriella che fotografava le vestigia del dolore e piangeva in silenzio. Ora mi chiedo, possiamo noi redattori dell’Ombra delle Parole, attraverso la nostra creatività e le nostre risposte personali, rendere più vero, meno formale, più giusto il 27 gennaio 2017?

Come Ebrei sopravvissuti e discendenti di sopravvissuti al genocidio nazista, condanniamo inequivocabilmente il massacro di Palestinesi a Gaza e l’occupazione e la colonizzazione in atto della Palestina storica. Condanniamo inoltre gli Stati Uniti che sostengono Israele finanziandone gli attacchi, e più in generale gli stati occidentali che utilizzano i loro apparati diplomatici per proteggere Israele dalla condanna. Il genocidio inizia con il silenzio del mondo.

Siamo allarmati per l’estrema, razzista disumanizzazione dei Palestinesi nella società israeliana, che ha raggiunto livelli di massima intensità. In Israele, politici e opinionisti del Times of Israel e del Jerusalem Post hanno apertamente incitato al genocidio dei Palestinesi e la destra radicale israeliana sta adottando emblemi neonazisti.

Siamo inoltre disgustati e indignati per l’abuso della nostra storia ad opera di Elie Wiesel in pagine che promuovono palesemente delle falsità per giustificare l’ingiustificabile: il gigantesco impegno di Israele per distruggere Gaza e l’uccisione di circa duemila Palestinesi, tra cui centinaia di bambini. Niente può giustificare il bombardamento di rifugi ONU, di case, di ospedali e università. Niente può giustificare privare di elettricità e acqua le persone.

Dobbiamo far sentire forte la nostra voce collettiva e usare quanto è in nostro potere per porre fine a ogni forma di razzismo, compreso l’attuale genocidio del popolo palestinese. Chiediamo la fine immediata dell’assedio e dell’embargo contro Gaza. Chiediamo il boicottaggio totale, economico, culturale ed accademico, di Israele. “Mai più” deve significare “MAI PIU’ PER TUTTI”. (New York Times, 23 agosto, 2014)

Flavio Almerighi

Flavio Almerighi

Nella baracca X

Non è bastato inghiottire pianto
e silenzi nel carmelo di Dachau,
sembrare bambino per essere uomo

gente senza mandibola batte ancora i denti,
la morte è ingiusta per chi non ha vissuto.
Manca verità nelle leggi, tutte l’omettono.
E voi rami secchi, invisi alle vostre donne,
siete gli unici a non averlo creduto,
i vostri nati hanno torto il viso da voi
mentre lasciavate fare,
ordinando preventivi per nuove case sfatte.
Pensavate di tacciare il male con epigrafi
in tutte le lingue, ma i demoni resistono
Doveva essere Mai più in tutto il mondo,
invece nella baracca X l’uomo batte i denti,
paga pegno a una civiltà in ostaggio.

Mario Gabriele volto 1

Mario M. Gabriele

da Ritratto di signora, Nuova Letteratura, 2014

Il tuo sorriso non risuona nelle stanze,
e il fiore di Tarquinia è un segnalibro nel Codice da Vinci,
più non c’è riparo al volo di pipistrelli,
un giglio dura ancora nel giardino:
errante amore chi ti salverà dalle piogge del mattino?
pure ci abbandonano i velari del passato,
ricordiamoci di Spandau, le fisarmoniche nei cortili,
come serenate al chiar di luna,
nessuno fu mai sé stesso, né visse più d’una farfalla,
fazzoletti di carta ai porti e ai treni, e Schindler’s list,
quel Muro, Dimitrov, troppo lungo di vedette e fil di ferro
ha lacerato il corpo e l’anima, il nostro Novecento;
i villaggi del Mekong, come lumi a mezzanotte,
il male nel codice genetico,
chi l’ha spenta la lampada votiva?
Dal fondo del viale, ecco Witold con le chiavi.

 

donatella-giancaspero

Costantina Donatella Giancaspero

Donatella Costantina Giancaspero

Lo volevamo polvere

Ancora, il cielo, ferito, si schianta
contro la Terra:
lo precipita un Tempo vile,
che imbraccia il terrore
ed è grido di occhi deserti

– come allora…

Lo volevamo polvere, quel Tempo,
remoto – murato nell’orrore stesso di sé,
dei propri massacri, delle deportazioni…

Tempo che uccide ucciso – vivo, sempre,
alla Memoria, perché in essa il cielo
e tutto il sangue della Terra

fosse vendicato – .

 

stefanie-golisch

stefanie-golisch

Stefanie Golisch

da:: Luoghi incerti, Isernia, 2010

Nella mia infanzia non ci sono ebrei.
Nessuno li nomina, nessuno parla della loro sorte, nessuno sembra sentire una mancanza, nessuno tenta di tenere viva la loro memoria.
Non ci sono ed è come se non siano mai vissuti né nella mia città né altrove.
Eppure hanno lasciato, anche a Lemgo, tracce che testimoniano la loro presenza secolare: la piazzetta dove sorgeva la sinagoga, distrutta nella notte dei pogrom tra il 9 e il 10 novembre 1938, il vecchio cimitero ebraico abbandonato, una villa d’insolita eleganza.
Piccoli punti interrogativi nel cuore di una cittadina tedesca qualsiasi che non ha alcuna intenzione di interrogarsi sul proprio passato.
Ancora negli anni settanta del secolo scorso, lo sterminio degli ebrei era un tabù assoluto.
Sia in famiglia sia a scuola si evitava attentamente l’argomento. Per un giovane di allora, che non aveva accesso alle grandi biblioteche universitarie o ad altre fonti d’informazione, era pressoché impossibile scoprire qualcosa di preciso.
La faccenda degli ebrei – non si sapeva mai con quali parole descrivere l’accaduto – era come una nuvola minacciosa che oscurava l’orizzonte della conoscenza. L’ombra di un terribile segreto che stranamente era legato a una cifra ben precisa: sei milioni.
Di nuovo una cifra, inimmaginabilmente grande, che divora ogni singolo volto per seppellirlo nella tomba di una pura astrazione. E’ l’inquietante contemporaneità della vaghezza dell’informazione da una parte, la pregnanza della cifra dall’altra a rendere questa faccenda ancora più inquietante e indecifrabile.

Hanno ammazzato sei milioni di ebrei.
Nella mia infanzia e adolescenza questa frase risuona come certe testimonianze di culture remote il cui significato si è perso nel buio dei tempi: è incomprensibile.
Hanno ammazzato sei milioni di ebrei.
Che cosa significa questa frase?
Vorrei che qualcuno me la spiegasse, ma gli adulti di allora, una generazione nata e vissuta durante il periodo del nazionalsocialismo, preferiscono non rispondere e, nel loro cupo silenzio, quella frase è come un pugno nello stomaco, un grosso sasso nella pancia del lupo, una minaccia.
C’è un muro tra le generazioni, fatto di diffidenza e di sospetto, una guerra non dichiarata tra i figli che vogliono sapere e i padri che tacciono insistentemente.
Cosa si nasconde dietro questo silenzio?
Quale colpa?

Credo che sia la vergogna collettiva rimossa, il motivo dello stordente silenzio che avvolge la Germania della mia infanzia. Ci si rifiuta di confrontarsi con il passato per non essere chiamati in causa personalmente, per non perdere la faccia, il rispetto dei propri figli, per non essere accusati, condannati, giustiziati.
Per evitare la domanda più palese: E tu, cosa hai fatto? E cosa sapevi?

Gli adulti della mia infanzia che non sono disposti ad assumersi le proprie responsabilità non sono dei veri adulti ma esseri bugiardi e inaffidabili che non meritano alcun rispetto.

Nella mia infanzia non ci sono ebrei.
Non solo sono stati assassinati, ma anche eliminati dalla memoria individuale e collettiva. Ciò che popola le città tedesche del dopoguerra sono soltanto ombre: quelle delle vittime e quelle dei loro boia, uniti in un intreccio fatale, indissolubile.

Sono figlia, siamo figli, di questa opacità.

Veramente non era la nostra meta.
Non abbiamo fatto questo viaggio in Polonia per visitare Auschwitz, ma siccome si trova soltanto a pochi chilometri da Cracovia, decidiamo di andarci.
Sono combattuta.
Vorrei e non vorrei andarci.
Ho paura e, anche se non lo ammetterei mai davanti a me stessa, provo vergogna e al contempo lo sento quasi come un imperativo categorico.
Non posso non andarci.
Non ho scelta.
Sono i tardi anni ottanta.
A Berlino il muro non è ancora caduto, la divisione del mondo in due rigidi blocchi ideologici non è ancora superata e il turismo dell’olocausto non ha ancora raggiunto i livelli odierni.
A differenza di oggi, non è per nulla facile arrivarci. Da Cracovia si prende il treno per Oświęcim e da lì un pullman che porta fin nei pressi del campo di concentramento.
Sorprendentemente, alla fermata dell’autobus non c’è alcuna insegna. Tra le persone scese insieme a noi, però, c’è un americano che sa un po’ di polacco ed è disponibile a chiedere informazioni. (Come si può porre questa domanda: mi scusi, come faccio ad arrivare ad Auschwitz?)
Strada facendo ci racconta che insegna storia in una high school vicino a New York e che è molto interessato a tutto ciò che riguarda la seconda guerra mondiale. Arrivati finalmente all’ingresso del campo, ci propone di prendere una guida insieme a lui e, contrariamente alle mie abitudini, sono immediatamente d’accordo.
Sì, una guida che ci spiegherà tutto – così dice l’americano – uno scudo cioè, tra me e le immagini che mi aspettano, tra il mio presente e il loro passato, tra me e la mia angoscia nell’affrontare questo luogo, simbolo dell’orrore per eccellenza, per conto mio, da sola.
La nostra guida, un insegnante polacco in pensione, affronta il suo lavoro con la massima professionalità. In un ottimo inglese ci spiega tutto ciò che dobbiamo sapere. Con lui, che qui ad Auschwitz è quasi di casa, non si perde tempo. Ci porta direttamente agli highlight del campo: le enormi vetrine, piene di cappelli e di valigie e, naturalmente, alle camere a gas e ai forni crematori.
Davvero cerca di spiegarci tutto ciò che bisogna sapere, tutto ciò che si può sapere e quindi… nulla.
Non ci spiega nulla quest’uomo, certamente benintenzionato, perché non c’è nulla da spiegare.
La sua funzione è un’altra.
E’ qui per allontanare l’accaduto il più possibile, per proteggermi da me stessa, dal pericolo di una reazione incontrollabile, dalle ombre del passato e, in generale, da tutto ciò che non è spiegabile in termini funzionali.
Inizialmente lo seguo, perché mi fa sentire al sicuro, ma quando arriviamo a un interminabile corridoio, pieno di ritratti fotografici su tutte le pareti, istintivamente mi distacco dal nostro piccolo gruppo.
Ecco, i volti mancanti.
Ecco, il mio spavento davanti ai loro volti e il loro spavento davanti a me.
La loro e la mia solitudine, l’impossibilità di costruire un ponte e l’assenza definitiva di ogni spiegazione.

Intanto la guida continua il suo giro di routine, ricorrendo a cifre e date precise, oggettive, non contestabili, impressionanti per il suo collega americano che davvero fatica a credere che tutti questi orrori siano realmente accaduti.
Lo sento ancora esclamare ad alta voce il suo incredulo really?
Come si faceva in inverno, quando le temperature scendevano a venti gradi sotto zero, a lavorare con i piedi nudi dentro un paio di zoccoli?
E’ proprio questo dettaglio ad apparirgli la cosa più terribile.
Infatti, chiede diverse volte: Did they really wear wooden shoes? Really?
Questo dettaglio.
Forse perché quell’insopportabile freddo ai piedi è ancora immaginabile.
Il resto no.

Il resto non è né immaginabile, né spiegabile.
Ad Auschwitz il mondo finisce e perciò non esiste alcun comportamento adeguato. Davanti a ciò che questo luogo rappresenta nella storia dell’umanità qualunque atteggiamento il visitatore assuma, non può che essere improprio.

Soltanto il silenzio interiore – più silenzio possibile – non comunicabile, non condivisibile con nessuno.
Auschwitz ci condanna alla solitudine davanti a una domanda senza risposta.

Abbiamo fatto la nostra parte fino alla fine della lunga visita, la guida e noi, i visitatori sconvolti, disgustati, commossi fino alle lacrime. I nostri ruoli prestabiliti – solidi come una corazza – ci hanno protetti, sia davanti a noi stessi, sia davanti agli altri.
Non abbiamo perso il nostro equilibrio.
Non siamo andati oltre ma abbiamo preferito rimanere nel recinto. Molto educatamente abbiamo ascoltato le inesauribili spiegazioni della nostra ottima guida che ora possiamo tranquillamente dimenticare.
Siamo stati ad Auschwitz e anche se non saremo in grado di esprimere ciò che abbiamo provato e ciò che abbiamo imparato, possiamo pur sempre dire che abbiamo fatto il nostro dovere.
L’impossibilità di toccare le ombre dei morti con le nostre dita, di fermare il loro vagare attraverso i nostri sogni per porre la domanda decisiva: che cosa possiamo fare per assumerci la nostra responsabilità, per espiare la colpa dei nostri antenati, per onorare la memoria di chi ha perso il suo volto per sempre?
Che cosa possiamo fare per voi?
Domande senza senso, senza risposta.
I morti tacciono e i vivi continuano a vivere.

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Angela Greco

Riflessi

Sasso intagliato in distorto viso anonimo.
Umanità spettinata nel capannone di servizio.
Offresi allo sguardo accessori sparsi.
Gelo pertinente anche in piena estate.
Il Carmelo è il monte del Purgatorio.
Qui, invece, hanno realizzato l’altra cantica,
lirica della tragedia ad una sola voce.

Ho solo immagini riflesse della Shoah e 40 anni.
Altre generazioni perpetrano la Memoria
e nei giorni freddi prima della merla chiamano.

La beffa è nitida sul cancello dalle sbarre di ferro,
che la ruggine equa e magnanima ha invecchiato
incurante di delirio di potenza, assenze e presenze.
Scattano fotografie i figli del presente. Altri piangono,
i più vicini al reale, nel silenzio che non permette lacrime.

Un popolo è tutti i popoli che hanno vissuto parimenti.
Un secolo non può bastare né ai vinti né a chi verrà.

Proprio oggi, prima di sera, intrattengo un dialogo
a tutto foglio con muti interlocutori.
Polvere sottratta alle polveri si sommano.
Lascio anche il mio sasso sul bordo inclinato.

 

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Antonio-Sagredo con Majakovskij

Antonio Sagredo

Cieco, io potrò vedere meglio i miei e i tuoi prodigi,
la morte incerta che tu m’hai prestato in contumacia,
la cenere che sulla soglia disegna un tradimento innaturale
e la visione guercia che la vita s’è lasciata dietro, in fuga.

E se dall’Oriente mi portavi nel tuo palmo di damasco la fine
e le consolari che sapevo, per ogni passo triste il volto mi miravi
per l’assenzio che bruciava il canto e il tuo sguardo di gazzella.
La maschera della mia parola s’è mutata in danza macabrea!

Il fuoco dei fosfati, ferro, arsenico e uranio spezzano e torturano ora
nuove infanzie – come cavie! Voi, vittime una volta, ora siete aguzzini,
carnefici, boia… Non più figli di una promessa terra! Siete solo serpi!
Non più l’intelligenza la vostra gloria! Ma un covo di sordidi… codardi!

Vermicino, 9 marzo 2009

*
Non restava che la materia in movimento
Il pensiero umano non aveva più significato
Tadeusz Borowski

Come la rana crocefissa di Martin te ne andavi in giro
col femore di Arlecchino e i capelli spaiati di Colombina,
dinoccolato, col capo rivolto indietro, per i campi giocavi
cercando almeno un occhio vivo tra tumuli di orbite senza fine,
ma dalle torrette ti chiamavano: Beta… Beta il dandy!

Accarezzavi allora con un sorriso a brandelli il filo spinato,
col flauto delle tue ossa cantavi le gloriose gesta dei lunatici.
La poesia divenne una cosa banale,
come uno sterminio!
La Morte nemmeno degna di un suo buongiorno girava al largo:
dal patibolo alle camere temeva che la falce tollerasse la sua vanità,
e alzò i tacchi infine, incurvata!

Davanti a una buccia di patata marcescente
s’azzuffavano i grandi scienziati dell’Essere
– per una brodaglia di pus
– per una rimasticatura di marce cotolette.

il pensiero umano non aveva più significato
non restava che la materia in movimento

e il carnefice sbuffa a parlare sempre di questa feriale… mortalità!

Vermicino, 23 febbraio 2009

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