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Sangiuliano (Giuliano Santangeli), Da Belli a Pasolini: L’antilingua della poesia di Giuseppe Gioacchino Belli (Roma, 7 settembre 1791 – Roma, 21 dicembre 1863) come epica e denuncia paradossale della Roma papalina

Gioacchino Belli

Il fatto che Dante, nel suo De vulgari eloquentia, già definisse come tristiloquium la parlata romana, quando era appena sconcio del latino e non aveva ancora maturato quegli elementi fonici e lessicali che poi ne avrebbero stigmatizzato il carattere ruvido e burbanzoso per cui non riuscì mai lingua regionale, probabilmente indica che il Poeta si riferisse a effetti della pronuncia, della cadenza e della recitazione, che erano specchio di un’originaria e ben evidenziata disposizione della plebe romana. Questo essenziale aspetto della lingua restò sempre emblematico dell’ambiente, vieppiù perfezionandosi nel tempo, accolto e tramandato in letteratura in modi e a scopi molto differenti, fra i quali qui vogliamo considerare, per peculiari analogie d’intenti e di procedimenti d’ordine estetico, quelli che si rilevano nei testi del Belli e di Pierpaolo Pasolini, che, a distanza di un secolo l’un dall’altro, scrivono, in sostanziale continuità di simpatia e di raffigurazione, di una lingua e una gente che son tutt’uno, non avendo la gente altro che la lingua come mezzo di azione e, di conseguenza, come prova – o illusione – di identità. Procediamo a un confronto.

La definitiva valorizzazione del Belli, finalmente poeta etico e civile, con fatica sottratto a un’inveterata lettura da preti e goliardi sperimentata come piacere occulto e masturbatorio, ha fatto sì che ormai se ne possa esporre l’immagine completa e a tutto tondo, senza gli equivoci che nel passato hanno contribuito a sacrificarla con purghe, messe all’indice e un più o meno conscio ma sempre inopportuno pudore critico.
Se infatti per tutto il periodo dei papi-re (nel caso Cappellari e Mastai Ferretti) le ragioni dell’emarginazione e della riduzione del Belli a poetastro comico e licenzioso (l’autore dei Sonetti, naturalmente) si scorgono ben nette nei contenuti (per la denuncia aperta di una tirannide quanto mai scellerata e in cattiva fede poiché spacciata in nome e in grazia di Dio) e al tempo stesso nella provocazione di forme dissacranti, volgari e oscene, nel tempo che corre dal 1870 alla pubblicazione degli studi di Giorgio Vigolo nel 1952, non sono i motivi politici del passato a isolare l’autore, ma il lessico procace e perentorio che ormai da tutti viene considerato necessario ad un dire che esprime il genio e il severo rigore intellettuale di un artista di altissima qualità.

Nel Belli tutto è lingua, tutto si brucia per divenire magma originario di materia verbale, dotato di forza ostensiva immediata e diretta di una realtà barbarica cui somiglia, e al contempo si fa canto galoppante, martellamento ritmico su bronzo che attrae la psiche allo stadio precoscienziale, ai primordi indistinti delle passioni, a un pathos ineludibile di natura che solo l’arte attinge e governa in modo da renderlo leggibile alla coscienza. E l’intenzione esplicita del poeta ci mostra il parlare prescelto in funzione esclusiva, scartando sia qualunque forma ufficiale che ogni altra meno sconcia modalità, non solo come mezzi insufficienti a una resa adeguata, ma anche e soprattutto come strumenti di vera e propria, odiosa contraffazione, ingannevoli “a priori” se utilizzati rispetto alla specifica esigenza di fare un monumento alla plebe romana, in cui la plebe stessa si presentasse e si specchiasse fino all’orrore di sé.

Il Belli vuole esporre, non commentare, ed espone la plebe esponendo lingua, la lingua più rozza possibile che si trovi a testimoniare la vita di un genere umano che la possa parlare (o meglio si direbbe tirare addosso, vomitare, sputare e via discorrendo): una registrazione della natura come sarebbe il verso di un animale, l’eco roca di un rantolo, di un respiro, filato in versi che, nella cadenza etnica endecasillaba del parlare romano, paiono giustapporsi, farsi da soli. E un parlare di classe, non un dialetto dovuto a qualche “pattern “ culturale come i tanti vernacoli che hanno il crisma di un comune sentire municipale, e in questo ricorso a una lingua che non è sua, e in quanto tale meglio predisposta a trasformarsi in pura materia sonora nelle mani al poeta, il Belli agisce in una posizione che deve ritenersi privilegiata, maneggiando in funzione significante le parole così come uno scultore lavora il marmo in forme compatte e continue, libero dunque – il Belli – dalle ipoteche che gravano sull’uso del dialetto come «lingua del cuore».

Per tale valenza la lingua speciale del Belli, sconciata due volte rispetto ad un italiano onde si generava, per corruzione, quel dialetto ben poco individuato, come corpo linguistico strutturato, che a Roma si poteva considerare un fiorentino messo in bocca romana (data la forte toscanizzazione subita dal dialetto urbano medio), si definisce meglio come antilingua, espressione felice che è stata usata, nel libro Belli epico e popolare (Roma 1980), da un trascurato quanto eccellente studioso: Raniero Sabarini, accompagnato, almeno nella firma, dal fidato sodale Fiorenzo Nappo.

Se fu Giorgio Vigolo il primo ad aprire la strada ad una lettura adeguata del nostro poeta, fondando tante ipotesi successive che variamente avrebbero messo in luce la tempestività storica e la sensibilità etica in cui si compongono tutte le ambivalenze e le ansie personali dello scrittore, fu Sabarini l’ultimo a sviscerare, con novità e sapore di argomenti, seguendo la traccia lasciata da Carlo Muscetta, gli aspetti che fanno del Belli un autore europeo e rivoluzionario di gran rilievo, ideale continuatore della letteratura democratica dell’illuminismo, precursore dello straniamento di Brecht e dell’ironia di Hasek, frequentatore di una comicità intrinseca all’impiego dell’antilingua, con risultati di critica complessiva della cultura e dell’ideologia: specillando nel corpo dell’antilingua, Sabarini si mostra, come già il Belli, biclasse e bilingue per via di speciale empatia, in quella condizione unica e sola che permette di entrare con competenza all’interno di un dire paradossale, di un fare linguistico tutto performativo, imagine sonora di un ambiente che non si può annunciare in altro modo, perché altro non ha che l’interiezione – di cui l’imprecazione è una variante – per avvisare della sua sofferenza, che nella fattispecie sostituisce – o, se paia più giusto, costituisce – esistenza e presenza.

Che cos’è l’antilingua? L’opposto della lingua, evidentemente; e, come questa serve a veicolare valori organici sedimentati e condivisi in una società, attraversandone tutte le classi in un continuum culturale omogeneo, così quella serve a negarli, a rappresentare solo stati umorali, che inevitabilmente sono estremi, aggressivi e amari, latori di cinismo e istinto animale, risarciti soltanto da tutti i gradi del sarcasmo e l’osceno, lo spazio vitale del comico che accompagna la continua denuncia come unica reazione esistenziale a forze minacciose incontrollabili. La lingua copre vizi e difende interessi che la plebe non ha; I’antilingua è la prova, la stessa voce della disperazione e del dolore, un rantolo superbo, rassegnato ma mai riducibile a qualche consenso genuino.

Quest’antilingua, dunque, non è un dialetto (né perciò è autore dialettale il Belli), ma – si è detto – è una voce, raccolta dal poeta come folclore (di tipo urbano – è chiaro – e del tutto alieno da ogni visione romantica del fenomeno), nel modo in cui da altri si è proceduto a inventariare il canto popolare, quello più puro, senza età né autore, e spesso senza luogo o testo certo, che dilata all’intero mondo dei vinti le verità intuite nell’ignoranza. Non per nulla lo stesso Gioacchino Belli definì la favella del suo poema idioma romanesco e non romano, idiotismo continuo, effetto di abnorme sconciatura, deformazione instabile e arbitraria fermata solo nella registrazione della pagina scritta. Così, catturata la fluida e incisiva parlata dei luoghi più sordidi e ignobili della città, è in grado di esibire una sua “figura “ in cui convergono potentemente significato e significante: le descrizioni sono dirette e corpose, i giudizi sommari, espressi con nettezza e brevità, convenzioni e finzioni sono aggredite dall’irruzione dell’oscenità e dell’irriverenza più’ volgari che rompono le attese precipitando l’ascoltatore verso uno straniamento in grado di condurre al contatto intimo con la realtà sottesa alle parole; e d’altro canto dure allitterazioni, amalgami serrati e vigorosi di sibilanti e . suoni rotacizzati con effetti aspri e rochi, in traduzione acustica degli ambienti e degli umori guasti della città, dove pur “antivive” la maggior parte degli abitanti, i malestanti dell’Urbe. Di tale figura si può indovinare il colore: un livido grigio diffuso, talvolta avvivato da lampi sanguigni evocati indirettamente, soprattutto da vesti e da processioni (mettiamo il rosso che c’è in “cardinale “). Sono toni barbarici, primordiali, con rimandi all’inconscio e, in definitiva, epici e popolari – si diceva -, intendendosi l’epica in quella forma capovolta e istintiva attinente a gruppi che vivono senza essere mai soggetti della propria avventura, anche per ciò avvertita come sventura.

Tutto questo, che è frutto d’arte squisita, si potrebbe riuscire a verificare in qualunque sonetto, ma forse nessuno sarebbe efficace allo scopo quanto il seguente, che si riferisce alla prima delle manifestazioni sanfediste organizzate in risposta ai moti popolari liberali del 12 febbraio 1831: circa quattromila pezzenti furono fatti scendere, il giorno 21, dal quartiere Monti a piazza San Pietro, concedendo a una loro rappresentanza di trasportare in processione il papa. Il sonetto – per dirla con Sabarini – con un semplice elenco di soprannomi e una terzina che ne mostra un gesto, si fa ad un tempo «compiuto trattato di storia, di sociologia e di psicologia politica collettiva»:

UNO MEJJO DELL’ANTRO (n. 379, 27 gennaio 1832)

Miodine, Checcaccio, Gurgurnella,
Cacasangue, Dograzzia, Finocchietto,
Scanna, Bebberebbè, Roscio, Panzella,
Palagrossa, Codone, Merluzzetto,

Cacaritto, Ciosciò, Sgorgio, Trippella,
Rinzo, Sturbalaluna, Pidocchietto,
Puntattacchi, Freggnone, Gammardella,
Sciriàco, Lecchestrèfina, er Bojetto,

Manfredonio, Chichì, Chiappa, Picozza
Grillo, Chiodo, Tribbuzzio, Spaccarapa,
Fregassecco, er Ruffiano e Mastr’Ingozza.

Cuesti sò li cristiani, sora crapa,
C’a Ssampietro stacconno la carozza,
E se portonno in priscissione er Papa. Continua a leggere

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Intervista di Donatella Costantina Giancaspero a Giorgio Linguaglossa – Ho letto il tuo libro Critica della ragione sufficiente, ti chiedo: è scomparsa la critica militante? 1) Ha senso, a tuo avviso, la linea dicotomica tracciata da Gianfranco Contini: La componente innica e quella elegiaca del Novecento? 2) La Nuova Ontologia Estetica? 3) Il Grande Progetto?

Critica della ragione sufficiente Cover Def

Domanda: Ho letto il tuo libro, Critica della ragione sufficiente (verso una nuova ontologia estetica (Progetto Cultura, 2018 pp. 512 € 21), un lavoro monumentale di indagine ermeneutica sulla poesia italiana e sui nuovi orientamenti della «nuova ontologia estetica». Perché quel titolo?

 Risposta: Ho scritto nel retro di copertina del libro:

«Critica della ragione sufficiente, è un titolo esplicito. Con il sotto titolo: verso una nuova ontologia estetica. Uno spettro di riflessione sulla poesia contemporanea che punta ad una nuova ontologia, con ciò volendo dire che ormai la poesia italiana è giunta ad una situazione di stallo permanente dopo il quale non è in vista alcuna via di uscita da un epigonismo epocale che sembra non aver fine. I tempi sono talmente limacciosi che dobbiamo ritornare a pensare le cose semplici, elementari, dobbiamo raddrizzare il pensiero che è andato disperso, frangere il pensiero dell’impensato, ritornare ad una ragione sufficiente. Non dobbiamo farci illusioni però, occorre approvvigionarsi di un programma minimo dal quale ripartire, una ragione critica sufficiente, dell’oggi per l’oggi, dell’oggi per ieri e dell’oggi per domani, un nuovo empirismo critico. Ecco la ragione sufficiente per una nuova ontologia estetica della forma-poesia: un orientamento verso il futuro, anche se esso ci appare altamente improbabile e nuvoloso, dato che il presente non è affatto certo.»

Domanda: Subito un grande problema: ha cessato di esistere la critica militante della poesia?

Risposta: Il problema della critica militante di poesia è un problema serio. Sono ormai cinquanta anni che non abbiamo più un linguaggio critico, l’ultimo rappresentante in poesia in possesso di un linguaggio critico è stato Franco Fortini scomparso nel 1995, dopo di lui c’è stato il vuoto. S’intende che continua a sopravvivere il linguaggio critico della critica accademica, ma quello è un’altra cosa, rispettabilissima cosa ma diversa; continua ad esistere il linguaggio delle pagine culturali e informative del Sole 24 ore e del Corriere, ma quello è un’altra cosa, è un linguaggio informativo che svolge un’altra funzione, una funzione appunto informativa.
È per questo che io ho dovuto forgiarmi, quasi da solo, un linguaggio critico “nuovo” prendendolo a prestito da altre discipline: la filosofia, la psicologia, la psicanalisi, la narrativa, il linguaggio giornalistico, la psicofilosofia… ho fatto un mix di tutti questi linguaggi, e ne è derivato il mio (personalissimo) linguaggio critico che qualcuno ha definito «inventato»; e in effetti lo è, perché un linguaggio lo si «inventa», proprio come si inventano tante altri prodotti, non lo si trova già bell’è fatto..

Un’ultima considerazione: quando una forma d’arte rimane senza pubblico (come è avvenuto alla poesia italiana degli ultimi cinquanta anni), è inevitabile che si perda anche la memoria storica di ciò che è stato il linguaggio critico: si perde la memoria storica del linguaggio critico, quel linguaggio, dicevo, cessa semplicemente di esistere.

Domanda: Riprendo uno stralcio dell’ampia discussione che ha avuto luogo in questo blog tra il 21 e il 29 dicembre scorso sulla vexata quaestio de “La componente innica e quella elegiaca del Novecento secondo Gianfranco Contini” e “la cartografia della poesia italiana del Novecento”. Ripartiamo da Gianfranco Contini, perché a mio avviso è qui che si concentrano, come in nuce, tutte le questioni: linguaggio, stile, canoni, modelli rappresentativi che avranno una ricaduta sulla poesia italiana del secondo Novecento determinandone gli esiti, fino ai giorni nostri, ad esempio nella indicazione della «linea elegiaca dominante» nella poesia italiana e la canonizzazione di Montale quale poeta strategico del novecento. Tu di recente hai proposto la linea del «discorso poetico» che permetterebbe di considerare il ruolo positivo svolto da poeti come Pasolini con Trasumanar e organizzar (1971), Angelo Maria Ripelllino, Edoardo Sanguineti, Alfredo de Palchi, Helle Busacca, fino a Maria Rosaria Madonna, il che consentirebbe una rivalutazione di un poeta come Aldo Palazzeschi che altrimenti verrebbe sacrificato dalle strette maglie della «linea elegiaca». In quest’ottica, se non sbaglio, la proposizione della nuova ontologia estetica verrebbe ad occupare una posizione centrale.

Risposta: Scrivevo il 21 dicembre 2015 alle 11:42 su questa rivista: «Tra le cartografie della poesia italiana del Novecento, ve n’è una che gode di un prestigio particolare, perché è stata stilata da Gianfranco Contini. La caratteristica essenziale di questa mappa è di essere incentrata su Montale e sulla linea per così dire “elegiaca” che culmina nella sua poesia. Nel segno di questa “lunga fedeltà” all’amico, la mappa si articola attraverso silenzi ed esclusioni (valga per tutti, il silenzio su Penna e Caproni, significativamente assenti dallo Schedario del 1978), emarginazioni (esemplare la stroncatura di Campana e la riduzione “lombarda” di Rebora) e, infine, esplicite graduatorie, in cui la pietra di paragone è, ancora una volta, l’autore degli Ossi di seppia (1925). Una di queste graduatorie riguarda appunto Zanzotto, che la prefazione a Galateo in bosco (1956) rubrica senza riserve come “il più importante poeta italiano dopo Montale” (…) Riprendendo un cenno di Montale, che, nella recensione a La Beltà (1968), aveva parlato di “pre-espressione che precede la parola articolata”, di “sinonimi in filastrocca” e “parole che si raggruppano per sole affinità foniche”, la poesia di Zanzotto viene definita nello Schedario nei termini privativi e generici di “smarrimento dell’identità razionale” delle parole, di “balbuzie ed evocazione fonica pura”; quanto alla silhouette “affabile poeta ctonio”, che conclude la prefazione, essa è, nel migliore dei casi, una caricatura. (…)

L’identificazione di una linea elegiaca dominante nella poesia italiana del Novecento, che ha il suo culmine in Montale, è opera di Contini. Di questa paziente strategia, che si svolge coerentemente in una serie di saggi e articoli dal 1933 al 1985, l’esecuzione sommaria di Campana, il ridimensionamento “lombardo” di Rebora e l’ostinato silenzio su Caproni e Penna sono i corollari tattici. In questo implacabile esercizio di fedeltà, il critico non faceva che seguire e portare all’estremo un suggerimento dell’amico, che proprio in Riviere, la poesia che chiude gli Ossi, aveva compendiato nell’impossibilità di “cangiare in inno l’elegia” la lezione – e il limite – della sua poetica. Di qui la conseguenza tratta da Contini: se la poesia di Montale implicava la rinuncia dell’inno, bastava espungere dalla tradizione del Novecento ogni componente innica (o, comunque, antielegiaca) perché quella rinuncia non apparisse più come un limite, ma segnasse l’isoglossa al di là della quale la poesia scadeva in idioma marginale o estraneo vernacolo (…) Contro la riduzione strategica di Contini converrà riprendere l’opposizione proposta da Mengaldo, tra una linea “orfico-sapienziale” (che da Campana conduce a Luzi e a Zanzotto) e una linea cosiddetta “esistenziale”, nella polarità fra una tendenza innica e una tendenza elegiaca, salvo a verificare che esse non si danno mai in assoluta separazione.»1]

1] Giorgio Agamben in Categorie italiane, 2011, Laterza p. 114

Ecco, io vorrei dire che tra gli stereotipi più persistenti che hanno afflitto i geografi (e i geologi) della poesia italiana del secondo Novecento, c’è quello della ricostruzione dell’asse centrale del secondo Novecento a far luogo dalla poesia di Zanzotto, già da Dietro il paesaggio (1951) fino a Fosfeni (1983). Di conseguenza, far ruotare la poesia del secondo Novecento attorno al «Signore dei significanti» come Montale ebbe a definire Zanzotto, dal punto di vista di fine secolo può considerarsi un errore di prospettiva. Ma se rovesciamo il punto di vista del secondo Novecento con cui si guarda alla geografia del primo, Campana appare come il poeta nella cui opera vengono a confluire i due momenti: quello innico e quello elegiaco.

Riprendo un mio Commento in margine al post dedicato alla “Cartografia della poesia italiana del Novecento”, perché è importante scalzare la visione dicotomica del Contini. Non dobbiamo farci abbagliare dalla sua formula dicotomica, anche perché da questa formula dicotomica sono esclusi poeti di livello europeo come Palazzeschi, Ripellino, Helle Busacca, Maria Rosaria Madonna e Alfredo de Palchi, cioè quei poeti che percorrono un tipo di poesia che non coincide con nessuno dei due tipi indicati da Contini, cioè né con la linea innica né con la linea elegiaca. È importantissimo tenere questo distinguo. Anzi, è vero il contrario: sia la linea innica che quella elegiaca sono laterali rispetto alla linea di quei poeti che hanno percorso la linea del Discorso Poetico di stampo modernistico. Ed è proprio qui, è a questa linea modernistica della poesia italiana che io vorrei riallacciare la «Nuova Ontologia Estetica» di cui sono rappresentanti i poeti della redazione oltre ad altri poeti e che vede impegnati in questa ricerca i migliori poeti contemporanei.

Domanda: Quindi la questione della «forbice» tra «poesia innica» e «poesia elegiaca» è un falso problema?

Risposta: La questione della «forbice» tra la componente «innica» rappresentata da Dino Campana e quella «elegiaca» impersonata da Montale, rientra in una una visione tattica e strategica di Contini, il quale era interessato, per motivi «politici» a privilegiare la seconda componente e a dimidiare la prima. Ma il problema è che questa visione dualistica è stata architettata da Contini proprio per obbligare a schierarsi o di qua o di là; ma non corrisponde al vero, o, almeno, non esaurisce il problema delle conflittualità delle  linee portanti della poesia italiana del Novecento.

Il punto di vista di Contini, non è da privilegiare, ma da ribaltare. Ed è quello che io ho tentato di fare con il mio libro titolato Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana 1945-2010 (EdiLet. 2011), di cui sto preparando la seconda edizione che conterrà  novità e approfondimenti. A mio parere, la poesia del secondo Novecento (e, di conseguenza anche del primo) va vista da questa prospettiva: la progressiva trasformazione della “lirica” in “Discorso poetico”, ergo l’abbassamento del linguaggio poetico al piano del parlato e lo spostamento delle tradizionali tematiche paesaggistiche in direzione delle tematiche urbane, psicologiche ed esistenziali.

Domanda: Applicando questa prospettiva alla poesia italiana del secondo Novecento, vedremo dissolversi la linea cosiddetta «elegiaca» di continiana memoria. Ecco come Agamben riassume la questione: «L’identificazione di una linea elegiaca dominante nella poesia italiana del Novecento, che ha il suo culmine in Montale, è opera di Contini».

Risposta: L’indicazione della Linea dominante dell’elegia post-montaliana di Contini è un atto critico che, come tale si può, anzi, si deve ribaltare nell’altra «Linea» da me proposta: dalla lirica al discorso poetico. In questa prospettiva, i valori assodati da Contini saltano in aria, come quel giudizio di Contini di Zanzotto considerato come il «più grande poeta dopo Montale». Dal mio punto di vista, invece, Zanzotto è stato il più abile rappresentante dello sperimentalismo del secondo Novecento che trova il suo apice ne La Beltà del 1968. Dopo quella data lo sperimentalismo italiano entra in crisi irreversibile, le «isoglosse» e le isoipse di continiana memoria vanno a farsi benedire. Oggi è chiaro che non c’è più una Linea dominante, oggi si assiste alla polverizzazione dei «modelli», alla disseminazione dei «canoni». Fenomeno squisitamente post-modernistico. Continua a leggere

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Marco Onofrio commenta “Le notti romane” (Bompiani 1960, riedizione EdiLet 2015): repechage di Giorgio Vigolo

Cogito a Roma

Roma, scorcio del foro romano con chiesa e statua di Cesare

A quasi trentatre anni dalla morte, è arrivata l’ora di fare i conti con la grandezza dimenticata di Giorgio Vigolo. Poeta, narratore, critico musicale (si legga il suo Mille e una sera all’opera e al concerto), traduttore indimenticabile della poesia di Hölderlin (su cui ha scritto uno splendido saggio introduttivo, pubblicato nell’edizione Oscar Mondadori dell’autore tedesco), valorizzatore di Giuseppe Gioachino Belli al rango di Poeta con l’iniziale maiuscola (oltre il riduttivismo vernacolare in cui, fino ad allora, veniva ghettizzato), Vigolo è – a tutti gli effetti – una delle “voci nascoste” più interessanti e significative del Novecento italiano. E ce ne sono di scrittori dimenticati da rileggere! La fortuna postuma dipende da svariati fattori, in parte casuali, in parte legati al sistema di convenienze critiche preposto alla storicizzazione, su cui influisce non poco la capacità di pubbliche relazioni dell’autore, e le pubbliche relazioni effettivamente intessute dall’autore in vita (o dagli eredi, dopo la sua morte).

roma La grande bellezza 2

Roma, fotogramma di La grande bellezza

Vigolo è stato uno degli autori più schivi e riservati del Novecento. Non a caso Magda Vigilante, responsabile dell’“Archivio Vigolo” presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, ha scritto un saggio biografico e critico dal titolo L’eremita di Roma. Vita e opere di Giorgio Vigolo (Fermenti, 2010). Questo spiega solo in parte l’oblio che si è posato, silenzioso come la polvere, sulla bellezza di opere come Conclave dei sogni e La luce ricorda, per la poesia, o Spettro solare e La Virgilia, per la narrativa; il resto si spiega con l’inattualità della sua scrittura colta, raffinata, lussureggiante, intrisa al midollo di una qualità letteraria lontana anni luce dagli sviluppi contemporanei del mercato editoriale. Eppure proprio questo anacronismo dovrebbe incuriosire e spingere, per attrazione dell’opposto complementare, alla riscoperta.       

Ne Le notti romane (Bompiani 1960, ripubblicato a giugno da EdiLet, Roma, pp. 196, Euro 14, a cura della succitata Vigilante) è possibile saggiare appieno la prosa lirica e visionaria di Vigolo, giocata nell’accensione della sua splendida potenza evocativa. Protagonista assoluta dei 15 racconti di cui consta il volume è una Roma onirica e misteriosa, ricca di anfratti simbolici, di scarti temporali, di sprofondamenti. Il racconto vigoliano si configura come avventura metafisica: «Cercare l’ignoto nel noto; immaginare che accanto alle strade, dove avevo tante volte passeggiato fin dall’infanzia, potessero esisterne altre così diverse e maravigliose». La realtà nota offre all’improvviso un varco per le dimensioni dell’ignoto. Ci sono crolli improvvisi, frane maceranti che aprono crepacci spazio-temporali, oltre i quali si penetra in altre dimensioni, parallele a quella diurna e normativa. Da qui, l’inganno delle cronologie: è «solo apparente» scrive Vigolo «la continuità della storia». La scrittura di questi racconti nasce da un’attitudine al meraviglioso: nel racconto “Il sogno delle formiche” si parla di «singolare disposizione alla penetrante lettura dei simboli e alla interpretazione ispirata delle figure». La realtà offre continui messaggi: presentimenti, avvertimenti, sibili, «istanze oscure del silenzio», «raggi dell’invisibile», apparizioni, mormorii, voci lontanissime che riverberano attraverso i muri… L’impianto visionario determina il rapido trascorrere delle immagini «fluenti le une nelle altre».  

Roma ora di pranzo di Angela Greco

Roma ora di pranzo, foto di Angela Greco

C’è un continuo confronto tra esterno e interno: tra la città oggettiva, piena di tenebrosi misteri, e la «città che profondissima sta nascosta nell’interno di noi»: questa Roma di fuori e questa Roma di dentro «si vengono incontro fino a combaciare sul limite vertiginoso della visione».

E la visione è fluida e incerta, “in fieri”: come quelle che – nel racconto “Il pavimento a figurine” – si compongono dai disegni delle mattonelle alla luce della candela, nottetempo, per poi sparire alla luce del sole, l’indomani. L’articolazione degli interni viene spesso complicata ad arte: spazi labirintici, scale a chiocciola, sfilate di stanze e corridoi, meandri, ingressi senza uscita, dislivelli planimetrici per effetti di catabasi e anabasi. Le case avviluppano e nascondono una dimensione ctonia: nel racconto “Il Plutone casereccio” c’è una cucina sotterranea e, più in fondo ancora, la legnaia (che poi a un certo punto si allaga, per una piena del Tevere). E appartamenti sterminati: «da un capo all’altro della casa era un viaggio». E camere dimenticate dove nessuno mai mette piede: Vigolo circoscrive l’«aldilà spaventoso» delle case e della stessa città (svelandone la topografia sconosciuta, i rioni segreti, le zone nascoste; e insomma la Roma arcana e misteriosa dove si possono incontrare persone che in realtà sono morte da tempo). Ecco il «tenebrore», il terrore oscuro, l’orrore, il «gricciore», il ribrezzo, l’antico raccapriccio. E l’esperienza del buio fino al completo smarrimento, l’«oscuro infinito dell’anima» dove sparire, diventare invisibili, diversi e insoliti a se stessi, senza più nome (che già racchiude e veicola un destino). Ed ecco personaggi spaventevoli come il cuoco Bernardo. E la “scena primaria” che il protagonista, bambino curioso, scopre con sgomento quando sorprende Bernardo aggrovigliato lì in cucina, «in uno strano groppo di membra, quasi berniniano», con la sua amante Prosperina.  

Roma foto di Angela Grieco

Roma, ora di pranzo, foto di Angela Grieco

Soprattutto nella parte iniziale del libro i racconti trasudano di tinte oscure, che spesso risaltano in modo così assoluto da diventare luminose: Vigolo scrive di «fulgore nero», di «cupo brillio», di «nero fluido e splendente». E il nero viene posto di preferenza a contrasto con il rosso, il colore del fuoco, del sangue, della ferocia. Rossa è la camera dell’anima, rossa la carne della memoria, rossa la vergogna del peccato. L’eros è un drappo rosso che nasconde la macchia nera di thanatos: un passaggio intensamente “barocco” del racconto “Il palazzo di campagna” esibisce i corpi stupendi di alcune donne nude in mezzo all’erba, le «incantate fenici» che però, a guardarle da vicino, sono «róse di piaghe vive, di rossi guidaleschi che rompevano il superbo velluto della pelle morata». Come non pensare alle tele di Scipione? Una immedicabile cicatrice della memoria (legata a una grave malattia dell’infanzia) catalizza la dimensione irreale per cui la narrazione procede come regesto cauterizzato di un sogno, se non di un incubo, o un delirio. L’atmosfera cupa e onirica alla Hoffmann (di cui Vigolo traduce, nel 1944, Meister Floh) non impedisce allo sguardo le possibilità di godimento della vita, si tratti di carne, materia, luce, anima o natura, in ragione di una bellezza che occhieggia rapida tra gli anfratti tenebrosi della morte o, peggio, dell’agonia, dal cuore decadente o putrefatto delle cose; si leggano a riprova certe gustose descrizioni dei cibi e dei loro effluvi, gli arrosti fumanti governati da Bernardo sugli spiedi, e il «rosso vivo dei rocchi di carne», i «rosei quarti di agnello», le «nevi delle ricotte», «l’odore del caviale e dei tartufi, il fumo saporoso degli arrosti e dei fritti», e ancora – al mercato di Campo di Fiori – «il sanguigno delle carni appese, il luccichio dei pesci, i fasti delle verdure e delle frutta, le gloriose montagne d’oro degli aranci», etc. La sensualità avvolgente di questi “semi” vitalistici riporta alla percezione ipnotica del loro “incanto”.  E la percezione ipnotica sgorga da un’«avventura dell’occhio», come la definisce lo stesso Vigolo: dal guardare affascinati, cioè, il gorgo della vertigine, senza riuscire a staccare gli occhi da ciò che è tanto più affascinante quanto più interdetto alla conoscenza. In questo stato di estatica contemplazione gli oggetti emanano un irresistibile fluido magnetico, e la percezione si allarga ai palpiti cosmici, alle stratificazioni pulviscolari dei cieli, alle più sottili vibrazioni energetiche. Ecco l’io narrante (spesso io agente) avvolto da cerchi del tempo «sempre più vasti e perduti», ad abbracciare secoli sepolti.

Roma archi tesi di Angela Greco

Roma, archi tesi di un tempio antico, foto di Angela Greco

«Così mi ricordo che, nella prima giovinezza, se uscendo dai quartieri moderni mi trovavo fra le rovine del Foro o nelle immense aule delle Terme spaccate sul gran silenzio del cielo, avvertivo in quel brusco trapasso uno sconcerto di tutti i miei pensieri; la misura del tempo si mutava in me profondamente, dilatandosi in cerchi sempre più vasti e perduti; l’età di quelle pietre, di quegli sparsi ossami fuggiva da me, si arretrava in una terribile lontananza.

  Mi pareva che non soltanto quindici o venti secoli, bensì una durata infinitamente più vasta e non misurabile si aprisse fra queste due lontane sponde del tempo».

C’è una dialettica creativa, all’interno dello stesso soggetto, tra memoria reale e memoria metafisica. Da un lato egli cerca di drenare il tempo interiore per tentare di farne un “atlante” o almeno una mappatura: le acque buie e profonde della memoria costituiscono, peraltro, una miniera gigantesca e inesauribile, il cui scavo non può finire mai. Ecco il movimento analitico della memoria: «risalire il tempo, riandare il fiume a ritroso: una ritessitura attenta del passato, filo per filo, trama per trama, fino a ricomporre indietro il disegno delle figure disperse». Ecco le nebbie delle memorie infantili che si nascondono tra i sogni, e l’aura delle «prime apparizioni» dei luoghi della città. Dall’altro egli accede alla memoria metafisica, oltre il tempo, anzi, senza tempo, che si apre a squarci inaspettati e lampeggianti: è ciò che «la luce ricorda».

«Diventa un’appassionante caccia ai ricordi, un rinnovarsi delle sorprese nella memoria, andare ricercando in fondo a noi le prime apparizioni dei luoghi della città. Quale fu la prima volta che a me che abitavo in una parte opposta e lontana, sulle rive del Tevere, mi si aprì innanzi, immensa e silenziosa, la Piazza del Laterano, col suo grande obelisco, i palazzi, l’antica basilica con la sua loggia e i due acuti campanili? Forse solo con un assiduo pensiero riuscirei a far rinascere, a far riprendere colore in fondo a me, alla immagine impallidita, così remota che si confonde con tante scene che ho immaginato poi e veduto come presenti, di episodi che si svolgono nell’alto medioevo proprio lì al Laterano. La fantasia, la memoria, il sogno, la storia si compenetrano: ma, certo, si ha l’impressione di risalire, risalire negli anni verso l’impersonale, verso ciò che la luce ricorda dei luoghi che da tanti secoli illumina, e sconfinare così oltre la propria esistenza».

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Roma ora di pranzo, foto di Angela Greco

Si risale dunque verso l’impersonale, oltre la propria esistenza: e questo ci consente di assistere, dopo secoli, alla «identica scena che già prima s’era svolta in quel medesimo luogo». E si “rivivono” epoche e fatti che ci pare di aver già vissuto. Ecco, ad esempio, nel racconto eponimo, la Roma spopolata e tenebrosa dell’anno Mille, dove si aggirano figure grottesche (i «soldatoni ostrogoti», la «baldraccaccia pinguissima») e poi appare il Moro, a piazza Colonna, il mago «incantadiavoli» con il suo spettacolo notturno «strano e meraviglioso» dinanzi alla folla che da ogni parte accorre, tutt’occhi: i bassorilievi della colonna si animano, la colonna gira vorticosa, Venere incatenata canta dentro la colonna e sorge dalla colonna in fiamme. E poi, ancora, si apre una voragine abissale, un «infero Olimpo nascosto sotto la crosta di Roma che si è spaccata su di esso come un cratere».

Ora Vulcano è tornato laggiù nel vero antro della sua fucina stridente, che prima comunicava con la Colonna: bellissimo si vede Apollo come un grande topazio, un lampo di sole nella notte; Marte quasi un rubino rovente; e così le altre divinità, incastonate quali gemme e diamanti in quel sistema di cieli carbonizzati. Ma, pure allo stato fossile, di minerali e pietre preziose nelle ganghe della terra, essi sono là sotto radianti con tutti i loro influssi sotto le mille chiese e le catacombe e il Laterano e il Vaticano; sempre intesi a filtrare con i loro raggi sepolti attraverso le pietre e le mura, pronti, al richiamo dei maghi, a risuscitare di notte per le strade della loro città, fra le rovine dei loro templi, sempre adorati da segreti fedeli e resistenti a tutte le più potenti maledizioni, agli esorcismi, alle purificazioni, agli anatemi.

  Venere, così, nella notte di primavera era tornata a trionfare sulla sua città, ove il nome di Amor è misteriosamente capovolto; e una folla idolatra l’aveva ancora adorata, aveva fremuto e pianto a vederla martirizzata e in catene. Ora era discesa di nuovo nell’Olimpo sotterraneo a stendersi azzurra sul suo letto d’oro, ricongelandosi a poco a poco nel suo splendente zaffiro. E la voragine si era richiusa.

  Al tempo stesso la gran vampa sulla Colonna Antonina si contrae, si accorcia, si abbassa, risucchiata dentro la botola. E la notte ritorna tacita e ombrosa. La folla si dirada facendo segni di croce, mormorando orazioni.

Giorgio Vigolo_copertinaDa ultimo, a concludere e sciogliere il fatto, s’impone l’esorcismo solenne del papa sulla piazza «dove tutto quel diavolèrio era accaduto». È in gioco l’eterna belligeranza tra “spirito” e “anima”, vale a dire tra “forma” e “vita” contrapposte: ovvero tra il riduzionismo marmorizzante della Roma cristiano-cattolica e la complessità fluida della soggiacente Roma pagana. Una dialettica creativa oppone anche l’elemento pesante, plumbeo, cupo, all’elemento leggero, volatile, luminoso. Roma, dunque, può apparire come una città spettrale e terrorizzante, oppure trasfigurarsi nello slancio metafisico dei suoi elementi (cupole come vele, figure che volano, angeli, sfingi, riflessi cangianti sulle strade e sui palazzi, etc.). Vigolo utilizza l’acqua come un veicolo onirico-ancestrale, e la inserisce nel ciclo cosmico delle energie in movimento: «pioggia, acqua, memoria, che dal cielo ritorna, che al cielo risale; grandi fiumi del sogno, quale mistero!». È una scrittura che obbedisce alla sua tensione elementare, il «sentimento originario che attende d’arrivare alle sponde d’un mare ignorato», per cui cattura i «rapporti primari di terra e acqua», ma anche la tessitura viscerale della materia, sino al freddo vegetale, il velluto molliccio dei funghi, l’intrico dei rami, il verde cupo delle foglie.

 Roma, col suo nome di Venere capovolto, è la civiltà millenaria che si contrappone alla natura delle campagne circostanti, dove talvolta la scrittura vigoliana si addentra con intenti esplorativi, come attratta da un impulso di rigenerazione. La grande Storia di Roma si sgrana nella tessitura infinita delle sue storie, dei suoi miti e dei suoi riti. Vigolo scrive: «Tutto in questa città è un rituale». Ecco le favole e le leggende, cioè i «sogni delle mura» di cui sono impregnate le vecchie case di Roma: storie che provengono da fatti remoti di cui si è persa la memoria, come ad esempio il caso di Costanza De Cupis «dalle belle mani»

Roma foto di Giorgio Chiantini

Roma, foto di Giorgio Chiantini

«Un pomeriggio ella stava sola alla finestra attendendo a quel suo ricamo: guardava la bella piazza, era sollevata, esente per un momento dalla sua pena: dalle case di fronte, a ponente, veniva una grande luce dal sole che stava calando. A un tratto ella vide le sue mani così illuminate su quel fiammeggiante sanguigno bagliore della porpora ed esse le parvero più belle che mai; talmente belle che ne ebbe quasi sgomento e in quel momento stesso le sembrò di udire distintamente la terribile voce che le ripeteva: “Meglio assai tagliar via quella mano…”

  Nel tremito improvviso che tutta la scosse, fu come se una volontà distruttiva e vindice fosse paurosamente entrata in lei; e si punse profondamente con l’ago, si trafisse nella carne viva. Parve sul momento cosa da nulla; ma la puntura andò a male, la bellissima mano fu enfiata e deforme. Annerì. Per salvarle la vita fu necessario decidersi al taglio; senza per questo scongiurare la peggior sorte, poiché Costanza in breve ne morì».

Dall’insieme dei racconti emerge una visione complessa della vita, che secondo Vigolo è piena di incongruenze, tanto che «su dieci atti che facciamo, di nove ci dobbiamo pentire». La complessità umana, in particolare, è fondata sull’ambivalenza: «terribili inimicizie si chiudono dentro lo stesso petto», dacché siamo abitati da forze contrarie che si con-tengono nello sforzo sempre irrisolto di contrapporsi. Questa radice profondamente umanistica è come un fiore di classicità eterna, cioè di umana “maturità” (nella sua misura omnicomprensiva), che sboccia dalle radici oscure e fantastiche del romanticismo di cui è intrisa la scrittura di Vigolo. Egli stesso certifica la sua natura “bifronte”, ammettendo di essere, a un tempo, una «vecchina innocua» e un «cocchiere satanico».

«La grande chiesa a poco a poco si vuota. Sugli altari spengono le candele. Anche quei ritratti sulle pareti, non si scorgono più.

  Allora, sotto le arcate che il buio dilata a maggior dismisura, una vecchina sola si nasconde a pregare; a sentirsi già nell’oltrevita, circondata da spiriti e abituarsi così all’amorevole vasta tenebra dell’ultima pace, vegliata da un solo vacillante lumino.

  Oh, grande misericordia dei templi per i poveri corpi affranti, attenuati dai digiuni e dai mali: oh, grande misericordia.

  La vecchina, qui, è l’unico luogo dove possa venire in un’ora tetra come questa, nella sera che è così spietata nelle strade dove ella fu giovane.

  Viene qui dentro come in una reggia sua: ha per sé sola tutta la tenebrosa scintillante dimora; e può sognare la morte, senza più avere spavento.

  Però torna sempre a confessarsi di quel caro peccato che fu la sua gioventù; quel peccato così grande che non le basterà – ella crede – un’eternità di fiamme a scontarlo.

  E quando esce dal duomo, l’ultima sua tentazione le fa ancora vedere lì fuori, ferma ad attenderla, la bella pariglia di rovani sbuffanti e un cocchiere satanico, frusta in mano e coccarda sul cilindro, che l’aiuta a salire.

  Io sono insieme quel cocchiere e quella vecchina».

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Giorgio Vigolo (Roma 1894 – ivi 1983) UNA POESIA “Notturnale” – Commento di Giorgio Linguaglossa

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ritratto di giorgio vigolo

ritratto di giorgio vigolo

  

 

   

 

 

 

 

(da Conclave dei sogni, 1935)

 

 

Giorgio Vigolo

Notturnale

Sol ch’io possa vagar Roma notturna
per vie segrete antiche e in me risgorga
la memoria com’acqua di sotterra.
Profonda ai passi miei vibra la terra
d’un ridestato senso ed ogni casa
nel suo sonno di pietra odo parlare,
come parlare in sogno odo i mendichi
che nel portico dormono distesi
in compagnia di morti. Un lume solo
in questa valle altissima di chiese
vacilla nella grotta tra gli avelli
scolpiti e suda il marmo umido come
una fronte. Le nuvole discese
sono ai sepolcri con la nebbia bassa
che dalle grate allaga le cantine
col suo fiato di laghi e di boscose
campagne: ed ecco, le deserte strade
traboccano di folla, un silenzioso
fiume le invade d’anime: sciamanti
vengon meco nel soffio antelucano
riconoscendo le materne pietre.
A milioni s’addensano in anguste
straducole e milioni d’occhi, insieme
mirando, fan questo pallor dell’alba.
 
vigolo copertina

Leggiamo la più bella poesia di Conclave dei sogni (1935) e commentiamola. Giorgio Vìgolo (Roma, 1894 – ivi 1983), esordisce giovanissimo su “Lirica” e su “La Voce”, collabora poi a numerosi giornali e periodici, anche come critico musicale. Si forma nella poetica del “frammento” lirico e del “saggio”, inizialmente attratto dal fascino di Arturo Onofri, si distacca successivamente da quella poetica per volgersi verso un neoclassicismo con connotazioni esoteriche. La poesia che presentiamo risale al 1935, il fascismo si è stabilizzato, ha spento l’impulso vitale al rinnovamento della letteratura, chi può deve fare da solo. La stabilizzazione sociale si riflette nella stabilizzazione stilistica della poesia di quegli anni. Il ritorno a Leopardi di Cardarelli era destinata ad essere una poetica di corto respiro, e poi dal punto di vista strategico guardare al passato implicava non voler gettare l’occhio al futuro; una poetica fertile invece dovrebbe sempre vivere dentro la forbice passato-futuro, se guarda soltanto ad uno dei due poli, alla lunga, si isterilisce inevitabilmente.

giorgio vigolo

giorgio vigolo

 L’inizio, con quel “Sol”, è un manifesto incipit musicale, non è una parola del lessico, è una nota musicale. Tutta la poesia è un accompagnamento musicale alla «Roma notturna», e la città diventa musica, perde la sua referenza oggettiva per diventare aura paesaggistica del lessico. Accade a Cardarelli ciò che, in maniera più vistosa accade alla poesia di Vigolo. Vigolo è romano, c’è nelle volute delle sue frasi un certo gusto barocco per l’andirivieni, per gli arabeschi, il gioco di luce ed ombra, una classicità opulenta, sensuale, musicale che tende alla sovrabbondanza, alla eccipienza; anche il paesaggio romano viene come intorbidato da scelte lessicali fulve e corrusche, oppure eccessivamente letterarie («mendichi») che trovano la loro correlativa connotazione nella visionarietà della visione;  i verbi sono scelti per la loro super connotazione ma non per l’azione, per il segmento ultroneo («risgorga»), non per la significazione; le strade diventano «straducole», le parole vengono troncate per far acquisire loro una maggiore musicalità. La musica scivola sensibilmente nella musicalità, il lessico nella lessicologia. Il lessico diventa uno strumento, viene strumentalmente utilizzato per dare colore e musica e avvolgere il testo in una cortina nebbiosa. La conseguenza in sede stilistica è che il paesaggio diventa paesaggismo, così il rapporto con l’oggetto si dissolve e si annebbia (non c’è mai un oggetto preciso e identificabile nelle poesie di Vigolo); la Storia si dissolve in «milioni» di esseri che vivono lontano dal poeta e da se stessi, una moltitudine indifferenziata («le deserte strade traboccano di folla», « che vive «per vie segrete antiche», in «straducole»); lo stesso notturno diventa nel titolo della poesia «notturnale»; il «colore» del vezzeggiativo tende ad invadere il testo poetico come per aggraziarlo e renderlo più muliebre, più friabile, più nebbioso, più musicale. Il tessuto lessicale nella misura in cui deborda in esiti coloristici perde concisione, oggettività, comunicabilità e tutto viene avvolto in una atmosfera malinconica di eccipiente eccitazione lessicale e musicale. Continua a leggere

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