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GIUSEPPE TALĺA: LA MUSA LAST MINUTE. QUINDICI SESTINE TASCABILI E SATIRICHE. I MEDAGLIONI DEI POETI CONTEMPORANEI – Mario M. Gabriele, Patrizia Valduga, Patrizia Cavalli, Valerio Magrelli, Milo De Angelis, Luigi Manzi, Giorgio Stecher, Maurizio Cucchi, Steven Grieco Rathgeb, Gino Rago, Roberto Bertoldo, Franco Buffoni, Gëzim Hajdari, Gian Mario Villalta,, Lucio Mayooor Tosi

Testata politticoGiuseppe Talia 4 marzo 2017

Giuseppe Talia, Roma 4 marzo 2017

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Giuseppe Talìa (pseudonimo di Giuseppe Panetta), nasce in Calabria, nel 1964, risiede a Firenze. Pubblica le raccolte di poesie: Le Vocali Vissute, Ibiskos Editrice, Empoli, 1999; Thalìa, Lepisma, Roma, 2008; Salumida, Paideia, Firenze, 2010. Presente in diverse antologie e riviste letterarie tra le quali si ricordano: Florilegio, Lepisma, Roma 2008; L’Impoetico Mafioso, CFR Edizioni, Piateda 2011; I sentieri del Tempo Ostinato (Dieci poeti italiani in Polonia), Ed. Lepisma, Roma, 2011; L’Amore ai Tempi della Collera, Lietocolle 2014. Ha pubblicato i seguenti libri sulla formazione del personale scolastico:Integrazione e la Valorizzazione delle Differenze, M.I.U.R., marzo 2011;Progettazione di Unità di Competenza per il Curricolo Verticale: esperienze di autoformazione in rete, Edizioni La Medicea Firenze, 2013. È presente con dieci poesie nella Antologia Come è finita la guerra di Troia non ricordo a cura di Giorgio Linguaglossa, Ed. Progetto Cultura, Roma, 2016.

Laboratorio 30 marzo Platea_2

Laboratorio di poesia Roma, 30 marzo 2017 Libreria L’Altracittà

 

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Commento di Letizia Leone

Una sorta di performance controcorrente questa di Giuseppe Talìa che grazie alla strategia della sestina, forma breve di limitata trasmissione storica, fissa una galleria di ritratti satirico-giocosi della variegata società poetica contemporanea. Il giro rapido della strofa, affondo e compendio biografico-poetico giocato sul filo dell’ironia, della dissacrazione, dell’omaggio o della critica, è centrato su un quid impressionistico: trattasi di un verso, “l’impressione di un verso letto e che è rimasto nel substrato inconscio della comunità poetante di cui mi sento parte” ci dice il poeta, oppure di un dettaglio personale, letterario o di ilare psicologia e psicoanalisi.

In effetti la sestina, detta anche sesta rima per distinguerla dalla sestina lirica, alle sue origini viene attestata come metro del repertorio laudistico o metro prevalente della poesia scenica fino agli endecasillabi de “Gli animali parlanti”, poema favolistico-satirico in 26 canti di sestine di Giambattista Casti (1803) o alle “Favole esopiane” dell’abate Gian Carlo Passeroni (1823). Ma in questo caso si rivela strategia comunicativa molto efficace: momento di “sottrazione di una tensione” (se volessimo prendere in prestito le parole di Bergson sul riso e il comico), di rottura della seriosità e solennità letteraria ma anche di stimolo alla socialità, dove la contrazione del linguaggio richiesta dallo schema ridotto di una forma chiusa valorizza la forza epigrammatica del testo.

Mottetti estemporanei, Musa pop e consumistica “last minute”, rutilante rotocalco di fulminanti icone poetiche in un corpo a corpo con la personalità posta, di volta in volta, sotto la lente d’ingrandimento.  Talìa è uno di quei poeti ai quali è congeniale l’epigramma, oppure un tipo di poesia satirica di mercuriale velocità e leggerezza.

L’osservazione ludica soprattutto si rivela modo nuovo d’interpretare, una vera e propria alternativa critica basata sul gioco comico sottile e sfuggente.

Alla lettura viene definendosi l’ironia di una poesia ermeneutica che critica scherzando. L’analisi accurata in punta di verso imposta una sorta di dialogo a distanza, una pungente colloquialità circolare tra il poeta che viene letto, interpretato e riscritto in versi da un altro poeta.

Medaglioni post-moderni, istantanee che fanno il verso a secoli di idealizzazione del poeta-Vate, alla solennità dell’afflato poetico o all’idea romantica dell’ispirazione, satireggiando sulla presenza “irrilevante” del poeta oggi che, seppelliti definitivamente aura e aureola, non ha più né identità, né collocazione sociale nella nostra contemporaneità:

Patrizia Valduga

Un requiem per una subrette
Un soundtrack di paillette
Una Gilda de’ poeti O Mame
Una sessa strafatta pour femme
Mia Sirventes o mia Servente(s)
Solo per me le tue tette

E se è vero che lo humour o il comico appartengono ad un genere letterario minoritario e spesso marginalizzato, proprio tale subalternità permette di sfuggire all’alienazione di codici linguistici e koinè poetiche a rischio di stallo espressivo, oltre al fatto che questa rappresentazione straniata se letta in chiave freudiana si polarizza di vis caricaturale che aggira le censure e le rimozioni.

Se prendiamo per buona la definizione di fisiognomica come “scienza quasi divina, indiziaria e profetica, fondata sulla leggibilità del tegumento sensibile…nel presupposto di un corporeo onnisignificativo come condizione del manifestarsi dell’autenticità dell’uomo” (AA.VV. Esercizi fisiognomici, Sellerio, 1996), allora questi particolari esercizi di “fisiognomica poetica” degli attori messi in campo si modellano sullo studio dei lineamenti linguistici. Là dove   il corpo è sostituito dalla lettera, dai segni, dai segnali dello stile, essendo la lingua della poesia nella sua verità stilistica un “modo dell’Essere”.

E poi, al di là del processo di individuazione che si va definendo nelle dediche profane e intuitive di Giuseppe Talìa, aleggia l’aura di un presagio o di un’interrogazione enigmatica, effimera ma incisiva, sul destino di ogni poeta consegnato al giro di giostra di una sapiente e vivificata sesta rima.

Giuseppe Talia Roma 4 marzo 2017 Roma

Giuseppe Talia, Roma 4 marzo 2017

 

L’ALMA e il GESTO

Appunto dell’autore

L’alterazione paradossale che sottolinea la realtà attraverso la simulazione, l’interrogazione, per mezzo di un procedimento speculativo nei sistemi estetici, come quello di K.W. Solger, viene solitamente considerata costitutiva dell’arte. L’antifrasi e l’eufemismo significano ribaltare, per sopravvivenza fisica e mentale, l’ironia in autoironia, distaccarsi dall’estetismo per una dimensione più etica. Ecco, questo è uno dei tanti profili che mi rappresentano.

Ma qual è stata la molla di questi frizzanti schizzi a Voi dedicati, care amiche e amici dell’Ombra delle Parole? Un cadeaux, una semplice come complessa traslitterazione di fatti analitici, psicoanalitici, qualche volta una semplice foto o l’impressione di un verso letto e che è rimasto nel substrato inconscio della comunità poetante di cui mi sento parte.
E come un artigiano che si rispetti ho dispiegato gli arnesi giusti su un piano geometrico adeguato e tessuto l’ordito: per ognuno di Voi, amiche e amici, sei versi, forme chiuse e forme variabili, citazioni, carattere, un qualche segno indelebile impresso nell’anima, una tradizione e un simbolo cosmologico abbinato che penso vi rappresenti nell’almagesto dell’unicità.
Questo gioco semi-serio, in cui si possono rilevare tracce di Palazzeschi, Stecher, Szymborska come di altri, l’ho iniziato con l’intento di omaggiare i Poeti costituenti del momento, Alfredo de Palchi (Giove), Antonio Sagredo (Marte), Giorgio Linguaglossa (Urano), Salvatore Martino (Saturno), per continuare con gli amici con cui tengo una corrispondenza, Ubaldo de Robertis e con le Poete e Poeti che stimo, Anna Ventura (nodo ascendente), Annamaria De Pietro, Antonella Zagaroli, Letizia Leone, Ambra Simeone, Sabino Caronia, Giuseppina Di Leo, Donatella Costantina Giancaspero (nodo discendente), anche se non sempre i miei commenti a riguardo, lasciati sul blog dell’Ombra delle Parole, sono stati gratificanti: ubi maior minor cessat

Mario Gabriele e Antonio Sagredo

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Mario M. Gabriele

Ramsay disse che alla ciambella mancava il buco nero
James appese il cappotto di Gogol mentre Godot
En attendant discettava col sarto Petrovič sul modello
Senza cuciture dei collant Stonehenge di Eveline
Servirò dunque il pudding and pie direttamente sulla pietra
Ollare, pensò Patsy, per i nuovi convitati di Georgie Porgie

*
Patrizia Valduga

Un requiem per una subrette
Un soundtrack di paillette
Una Gilda de’ poeti O Mame
Una sessa strafatta pour femme
Mia Sirventes o mia Servente(s)
Solo per me le tue tette

*
Valerio Magrelli

Da bambino erano un codicino di nature e venature
I Dockers Kahaki Pants salenti e discendenti la grande
Échelle disgrafica e dislessica o più semplicemente
Manomessa dalla stella binaria dei pioli del carcerato
Che batte il Lexicon della rotativa sorgiva tatuata
Nella carne condominiale del codice fiscale come dell’ISBN

*
Patrizia Cavalli

E’ un teatro aperto la precessione della luce della stella faro
La magnitudine apparente testa di serpente e calamaro
Non salva il mondo dal compost della stella tripla Ethical
Treatment a caccia con i cani di Orione di Sadalsuud-Sadalmelik
Nel cerchio massimo dell’equatore e del suo punto spettrale
Con lo scafandro da palombaro e una compagna in orbita bisessuale

*
Milo De Angelis

La somiglianza è un addio di lavagne come di montagne
Di ossessioni di cancelli di metal detector privi di stelle luminose
Corridoi più che cortili e quel clangore di ferri allucchettati
Nei millimetri delle vene di Milano, sì Milano lì davanti
Col sangue in bocca annebbiata e una marea di navigli
Come scompigli o Sicari di una battaglia di sicura rinascita Continua a leggere

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Luigi Celi sull’Antologia di Poesia Contemporanea Come è finita la guerra di Troia non ricordo a cura di Giorgio Linguaglossa (Progetto Cultura, 2016 pp. 352 € 18). “lo smarrimento delle grandi narrazioni”; “La dis-locazione del Soggetto”; “La perduta primazia del Linguaggio”; “Filosofia e poesia convergono sulle domande perenni: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo?”

L’Antologia di Poesia Contemporanea Come è finita la guerra di Troia non ricordo, a cura di Giorgio Linguaglossa, pubblicata per le Edizioni Progetto Cultura, Roma 2016, si distingue per i testi antologizzati e per l’introduzione acuminata, per certi versi Unheimlich (perturbante), del curatore. Linguaglossa volge la sua attenzione in prevalenza al Ground, al Fondamento per lui ormai franto, della Kultur.

L’Antologia include nomi importanti. Dirò solo di quelli di cui conosco, almeno in parte i testi, gli altri non me ne vogliano.

Nell’ampio recinto della poesia novecentesca e contemporanea per la sua storia e per la qualità della sua opera spicca Alfredo De Palchi, sempre sorprendente nei suoi versi, poeticamente tagliente, soprattutto nelle invettive, c’è molta realtà e pensiero nella sua poesia.

Altri emergono per il prestigio dei loro curricula o sono poeti della cui bravura non si può dubitare, a iniziare da Carlo Bordini, che si impone con la sua lieve autoironia e ci offre una poesia d’“anima piena di microfratture”, compiuto esito di una scrittura moderna di frammento; Guglielmo Aprile, invece, sembra essere il più «antico» tra i poeti presentati.

Irraggiano luce le policrome immagini in versi di Renato Minore che cerca “l’invisibile punto di convergenza di tutti i colori”; in dialogo con suggestioni provenienti dall’Oriente si muove sull’onda dell’impermanenza verso “un vuoto pieno di vuoto” come piuma che cade nel fondo… Minore rende mercuriali, inafferrabili, soggetto e oggetto, focalizza “anelli” di luce “nella sfera del piccolo”, mobili biglie colorate, pixel in danze casuali, ciechi sciami sapienti accucciati sulla punta di uno spillo.

Steven Grieco-Rathgeb è poeta capace di veicolare nelle sue poesie suggestioni e apporti di una cultura planetaria: “accostando le labbra al bicchiere” ottiene “in dono per breve la visione/ che varca il punto di fuga”…; dalla sua esperienza vissuta in Oriente, dall’India al Giappone, attinge il sentimento dell’“evanescenza di tutte le cose”, e trasferisce in un parlare lieve, in un sussurrare dialogico, cadenze, intonazioni, respiri e fluttuazioni su cuscini di mare, memorie di incontri, anche ricordi in frantumi, armonie inudite, vuoti oscuri di “un’impervia, ubriaca pienezza”… è la filosofia dell’ ukiyo-e !

Fanno eco in un Occidente mitico, che si dibatte tra archetipi e memorie omeriche e tragiche, i versi di Gino Rago che rivisitano la “guerra di Troia”, la sua caduta e il dolore estremo di ogni madre di cui è archetipo Ecuba … “il grembo è tutto” (…) “amammo il greto asciutto di madri remote” cantava Rilke; Rago ci s-vela “la verità del tragico suggello”, cioè, appunto, “come è finita la guerra di Troia”, in una articolazione poematica di largo respiro, che risponde seriamente all’ironico verso di Brodskij, che dà il titolo all’Antologia. Anche la poesia di Francesca Diano rilegge il mito ma non per attualizzarlo quanto per consegnarci una nuova lettura di esso.

Maria Rosaria Madonna offre una poesia di qualità in altalena tra storia e mito. Adam Vaccaro oscilla anch’egli con grande perizia tra “poesia di pietra” e “poesia di carne”. Anna Ventura ci stupisce con versi eccentrici, fuori del tempo e dello spazio, con le sue rappresentazioni, di Torquemada e altri personaggi, che sembrano sculture all’aperto. E poi i testi straordinari di Stefanie Golisch.

Lucio Mayoor Tosi scrive come dipingendo un irrappresentabile Koan, dialoga mentre medita… e infrange il senso sull’ombra dura dei suoi quesiti, ombra che gli viene incontro.

Antonella Zagaroli ha una poesia di leggerezza graffiante… orge di stelle e versi fuori dal recinto, mentre Flavio Almerighi introduce nel verso una drammatica e graffiante leggerezza.

Abbiamo poi la poesia barocca, sensuosa e puntuta di Antonio Sagredo. Sagredo danza sui suoi versi come uno Zaratustra su carboni ardenti e con lui danza chi legge. Versi accaldati di sesso, raggi libertini, non manca di coniugare a un acceso lirismo la poesia di pensiero.

Porta in sé il tragico, la poesia di Edith Dzieduszycka, con una versificazione asciutta, puntuale, chiara e distinta, rispondente almeno in ciò alla tradizione francese, per quanto in questa Antologia la scelta della poetessa sia orientata su testi di metapoesia, di riflessione in versi sulla propria scrittura.

La scelta del curatore non tiene molto in conto la poesia civile. Il recupero della dimensione sociale avviene (se e quando si dà) su altri piani, primo tra tutti quello della ri-mitologizzazione dei miti. Oltre il già citato Gino Rago, abbiamo la poesia al femminile, più classica nella forma che nel contenuto, di Rossella Cerniglia. Letizia Leone spicca con la sua poesia della crudeltà degna di un Artaud: il “supplizio fossile”, l’“estasi della macellazione” del satiro Marsia ad opera di un Apollo che rivela i limiti ermeneutici di chi vede nell’apollineo soltanto aspetti estetizzanti, Apollo è in realtà il double inquietante di Dioniso. Incalzante… tambureggiante nel verso, estrema e raffinata, Letizia Leone edifica cattedrali risuonanti che s-pietrificano, organi e orchestre di archetipi… e sangue.

Non è assente, nell’Antologia, la poesia di pensiero, a cui almeno per alcuni testi mi inscrivo anch’io, insieme a Linguaglossa, rivendicando le differenze, com’è giusto, nello stile e nell’intento. Questo tipo di poesia ha un minimo comun denominatore basato su una scommessa: fermentare i versi con i semi di domande abissali, quelle che la stessa filosofia moderna ha cessato di porre da quando ha preteso di aver ridotto a “non senso” ogni proposizione che non sia scientifica.

Insieme a Linguaglossa diversi poi sono gli autori che mostrano una forte propensione all’innesto, alla poesia colta. La qualità della poesia è più che evidenziata in questa Antologia dal lavoro scaltrito sul linguaggio, dalla capacità di articolare conoscenze, di operare innesti in osservanza a quel criterio o spirito della scrittura moderna, che si è imposto a livello planetario a partire dal “modernismo” di Pound ed Eliot. Così operano Ubaldo De Robertis, Giuseppina Di Leo, Mario M. Gabriele, Giuseppe Panetta Talìa, e certo non si escludono i poeti citati, tutti molto abili, convincenti. Ci sono alcuni che hanno cercato di recuperare la struttura poematica, come Rago e Giulia Perroni.

Giulia Perroni antologizza testi lontani tra loro; gli ultimi, tratti dal poema La tribù dell’eclisse,  denotano una luminosa/oscurità – “una complessità fatta ragione”, “una complessità fatta Babele” – per l’uso insistito, sguincio, dell’ossimoro e della metafora: “Per metafore un mondo in sé complesso”. Sebbene la scrittura sembra frangersi in “titoli di capitoli mancanti” o in “arpeggi di un incessante divenire”, ciò è a “custodia dell’infinito perdersi”, “in un viavai” d’immagini sonore teso a “un punto irraggiungibile” di cui “ogni vibrare è specchio”.

Torniamo adesso alla Prefazione di Giorgio Linguaglossa. Essa costituisce una qualificata componente di questo libro bifronte, ha un tale spessore filosofico da dover essere onorata, problematizzata. Si sostiene una tesi estrema, che nel mondo contemporaneo, accentuatamente nella poesia italiana, a sfaldarsi non siano solo le poetiche tradizionali, ma proprio il linguaggio come possibilità di conoscenza onto-logica; con il crollo del nesso essere/logos è stata compromessa la relazione tra soggetto e oggetto. Dopo Derrida e Lacan, per Linguaglossa è stata distrutta la possibilità di attingere il Fondamento, al punto che l’arbitrarietà dei segni, in poesia, si è mutata in “lallazione” di un falso “io”. Giudizi drammatici, frustate anche per gli autori dell’Antologia. Un cumulo di rovine si accresce come di fronte all’Angelo di Klee trascinato a rovescio dal vento mentre si copre il volto con le ali.

Ci soffermiamo sulla negazione del binomio soggetto/oggetto. La psicoanalisi di Lacan ci ha insegnato che “Esso”, l’ “Inconscio” parla; “l’io non parla, è parlato”; “noi siamo parlati”, “non parliamo”…; non è chi non veda la consonanza tra lo psicoanalista e il critico, ma non so se su questo limaccioso, abissale limen Linguaglossa intenda accamparsi senza riserve. Il “principio di indeterminazione” di Heisemberg, certo, ci dimostra che nella fisica subatomica lo strumento che si adopera per l’osservazione delle particelle subisce una pur minima modifica nel momento stesso in cui cerca di determinare l’oggetto; si darebbe cioè una sorta di biunivoco contraccolpo: l’oggetto modifica il soggetto e viceversa. Generalizzando, è come dire che né oggetto né soggetto valgono assolutamente. Mi domando se ciò che ha rilevanza nella fisica sub-atomica valga comunque in filosofia o nel mondo sociale o nella fisica non subatomica. Per Giorgio Linguaglossa i linguaggi della poesia si sono “de-territorializzati”: ciò equivale al “rotolare della X verso la periferia”, di cui parlava Nietzsche, quale idea del soggetto che “si andava a frangere nella periferia”; la cosa non attiene quindi solo l’uscita del pianeta poesia dall’orbita di ogni sistema planetario dei linguaggi sensati. Potrei dar forza storico-critica all’argomentazione di Linguaglossa, aggiungendo che il processo in questione ha due poli, il primo attiene all’affermazione della centralità del Soggetto, almeno da Cartesio a Fichte, il secondo segue il movimento opposto di dissoluzione della soggettività, cosa che può essere connessa con la morte di Dio, come annunciata nella Gaia Scienza. Foucault a sua vota proclamava, all’interno del suo rigido strutturalismo, che anche l’uomo è morto. Non è stato Nietzsche ad aver contestato per primo il “soggetto” quale sorgente e termine della filosofia?.

Si apre nel tempo moderno una parabola che sembra voler giungere ora a tragica conclusione. Il Moderno per molti versi nasce dalla Rivoluzione scientifica e dalla “rivoluzione copernicana” operata (in filosofia) prima che da Kant, da Galilei e da Descartes. Quest’ultimo ha posto rigorosamente il problema del metodo scientifico e filosofico della modernità, ha dettato le regole ad directionem ingenii e attraverso il superamento del “dubbio metodico” è approdato al Cogito, al Soggetto che pensa e perciò esiste. Questo Soggetto recupera la conoscenza della realtà attraverso le idee di Res cogitans e di Res extensa; non si procede dalla realtà alla conoscenza, ma si segue il percorso opposto. Attraverso un cogitare metodicamente matematizzante sarebbe possibile la “certezza” del conoscere, anche in metafisica.

La centralità moderna del pensare “soggettivo” sul piano di ogni operatività, anche nell’arte, nella poesia, non equivale ancora a quel totale arbitrio che poi nel tempo – sul crollo di questa premessa cartesiana – si è sviluppato, ben oltre le divaricazione tra arte e scienza, fede e scienza nella deriva postmoderna che giunge alla frantumazione dei canoni in arte, poesia e nel tracollo dell’etica. Quando una pluralità non è riconducibile all’unità, non c’è più forza gravitazionale, i molti diventano un coacervo caotico. Queste mie osservazioni, mi chiedo, rinforzano o indeboliscono la tesi di Linguaglossa? Subito dopo Cartesio l’attacco empirista, pre-illuminista e illuminista al Soggetto, viene condotto, e più radicalmente, in Hume, fino alla contestazione dell’esistenza di un “io sostanza”. L’io individuale per Hume è solo un’identità fittizia e l’essere è ricondotto alla percezione dell’essere. Kant chiamerà fenomeno ciò che possiamo conoscere, l’oggetto è fenomeno, non noumeno, cosa in sé. Nel XVII e nel XVIII secolo dunque si opera una svolta cruciale si sfalda la vecchia visione del mondo, le idee stesse di soggetto ed oggetto vengono rielaborate più volte.

Antologia cop come è finita la guerra di Troia non ricordoPsicoanalisi, Sociologismo e Neoempirismo nel XX sec. hanno dato il colpo di grazia ad una concezione unitaria del Soggetto, nonostante che la Critica kantiana avesse recuperato a livello trascendentale il primato del Soggetto (“L’io penso” legislatore), smontando la critica humiana come affrettata e incauta. Non si tratta più del soggetto individuale ma di una Soggettività trascendentale. Le forme del conoscere (e poi dell’agire) sono a priori, operano indipendentemente dall’esperienza e ne costituiscono la precondizione universale e necessaria. Il trascendentale (da non confondere con il trascendente) della Soggettività è un modo di conoscere gli oggetti, i fenomeni, grazie alle intuizioni di spazio e di tempo e a categorie (attività a priori) comuni a tutti gli individui. Il Soggetto si rivela ancora una volta, dopo Cartesio “legislatore della natura”, una Volontà, un “Volo”, più che un “Cogito”. Da questa radice, cioè a partire dalla Rivoluzione scientifica, nasce quindi il carattere impositivo della tecno-scienza e della cultura occidentale tout court. Cosa che, se pure in altri termini, è stata evidenziata da Heidegger, con il concetto di Gestell, da Nietzsche con la “volontà di potenza”.

Hegel rappresenta il tentativo estremo e più sistematico di recupero dell’ontologia: “il reale è razionale e il razionale è reale”, vuol dire per Hegel che la Ragione appartiene all’universo, come un’anima al corpo, ne è la Legge immanente di sviluppo in termini dialettici, e la soggettività diventa un momento del processo di autocoscienza dello Spirito del Mondo. Anche l’oggetto non esiste se non come momento di una dialettica universale. Marx rovescerà in senso materialistico la Weltanschauung hegeliana, conservando alla realtà socio-economica, che egli considera strutturale, un carattere dialettico, ma il termine soggettività e tutto ciò che si possa riferire al soggetto verrà depotenziato. Se vogliamo l’unico soggetto della storia a cui riconoscere un qualche peso strutturale (non sovrastrutturale) è la classe operaia vista all’interno delle contraddizioni sociali quale unico motore della rivoluzione.

La critica al Soggetto ha avuto ripercussioni drammatiche in politica. I totalitarismi hanno elevato da una parte monumenti all’arbitrio del Capo, quale personificazione dello Stato Assoluto, e dall’altro hanno ridotto, nella loro Statolatria, i singoli a escrescenze callose della collettività.

Della colpevolezza della Ratio, del Cogito nel mondo moderno ha piena consapevolezza Linguaglossa. Anche in poesia egli trasporta la sua tesi: il moderno non si è liberato dalla sua colpa ma l’ha istituzionalizzata; certo “il signor Cogito” ha distrutto il “quaderno nero”, ma “la polizia segreta” lo cerca; “il sole si è inabissato”, e “la Lubjanca ha convocato il violinista” (il poeta, il musicista, l’artista), ma infine “C’è un solo colpevole”… è “il signor Cogito”…

La progressiva emarginazione della poesia nella modernità, in Occidente, ha dato luogo al canto consolatorio, sommesso, di una umanità dolente, ripiegata liricamente su se stessa, che vive un’esistenza scissa tra pubblico e privato; essa si autocomprende ed esprime nell’ottica del frammento. Anche nelle versioni più elegiache del poetico c’è il tentativo di dare respiro al singolo, aria pura dove s’addensa inquinamento culturale, recupero di bellezza in un mondo di brutture. Questo ambivalente ripiegamento comporta lo smarrimento delle grandi narrazioni della poesia epica, ancora vitali ed efficaci nel seicento, nel settecento, in quei contesti in cui la rivoluzione della modernità non aveva portato a maturazione i suoi frutti. Anche questo è un modo di dare rilievo agli aspetti più inquietanti dell’esistenza. “Gli alberi erano rossi: di frutta o di sangue non importa”…, nota con versi efficaci e incisivi, Alfredo Rienzi.

Ne La nascita della tragedia di Nietzsche viene rivendicato il primato del dionisiaco sull’apollineo sotto la scia del “pessimismo” di Schopenhauer – pessimismo ontologico, presente anche in Leopardi -, il che equivale a cogliere nel tragico la cifra più propria dell’esistente, per quanto nel dionisiaco si affermi anche una visione istintiva, fino alla sfrenatezza, della soggettività. Il tragico è una categoria assoluta che non riguarda solo il passato, esso è rappresentazione, prefigurazione e presentimento di ciò che avverrà nel mondo con due spaventose guerre mondiali e che continua ad evenire sulla soglia dell’autodistruzione del genere. La tecno-scienza coniugata alla logica di mercato non è solo fonte di progresso, ma comporta rischi mortali. È quotidiana la scoperta di un’esistenza umana deprivata di essenza, mercificata, radicata nella struttura socio-economica della storia, divorata dalla frenetica ricerca del “profitto”, dall’onnivora invadenza dei media, del virtuale che ci confonde di irrealtà. Il marxismo aveva denunciato il carattere autodistruttivo della Ragione borghese soggettivista, la incontrollata libera iniziativa, il primato dell’arbitrio mercantile e ad essa aveva opposto la Ragione oggettivata (scientifica) della Rivoluzione comunista, che doveva passare per la lotta di classe e la dittatura del proletariato. L’arte e la poesia dovevano diventare “politiche”, collaborare a questa rivoluzione.

Per ritornare all’Antologia un verso in uno dei testi antologizzati di Ubaldo De Robertis recita: “La tragicità della vita si nasconde dietro l’immagine/ più misteriosa e lieta”….

L’esinanirsi della forma-poesia, certo, è una minaccia che Linguaglossa ha ben focalizzato. Accade alla poesia ciò che si è verificato in filosofia: all’ottica del sistema, di Spinoza ed Hegel, è subentrata l’esigenza di affrontare motivi legati al “particulare”, all’esistenza; ciò è avvenuto in Kierkegaard, Nietzsche, Jaspers, Marcel, Heidegger; ecco allora Ungaretti, Caproni, Montale, Luzi, Penna, Campana, o altrove, rispetto all’ Italia, Rilke o Celan che del tragico assapora il calice delle rovine nel frammento non consolatorio. La cultura moderna volge al problematicismo, allo scetticismo, al nihilismo. Vengono sollevate questioni di confine, sui rapporti tra filosofia e scienza, scienza e fede, politica e arte, e la poesia ha dovuto slittare verso la prosa. Filosofia e poesia convergono sulle domande perenni: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo; non ci si accontenta di scrivere sull’amore, la vita, la morte, la bellezza; i poeti non accettano che la ragione matematizzante e strumentale della tecnica riduca l’uomo a mero ingranaggio di un sistema economico, finanziario o politico. Rispetto alla poesia civile, più prosasticamente aggressiva degli ultimi decenni, tuttavia anche in alcuni testi di questa Antologia, ritroviamo un’esigenza di conoscenza che fa superare alla poesia il ristretto ambito estetico, a cui molti – non certo Giorgio Linguaglossa – vorrebbero inopinatamente circoscriverla.

Luigi Celi è nato in Sicilia, in provincia di Messina, ha insegnato per trent’anni nelle scuole superiori di Roma. Esordisce con un romanzo in prosa poetica L’Uno e il suo doppio, e un breve saggio filosofico/letterario, La Poetica Notte, per le edizioni Bulzoni (Roma, 1997). Pubblica diversi libri di poesia: Il Centro della Rosa, Scettro del Re, Roma, 2000; I versi dell’Azzurro Scavato Campanotto, Udine, 2003; Il Doppio Sguardo Lepisma, Roma, 2007; Haiku a Passi di Danza (Universitalia, 2007, Roma); Poetic Dialogue with T. S. Eliot’s Four Quartets, con traduzione inglese di Anamaria Crowe Serrano (Gradiva Publications, Stony Brook, New York, 2012). Quest’ultimo testo, già tradotto in francese da Philippe Demeron, è in pubblicazione a Parigi. Per la sua opera poetica ha avuto riconoscimenti, premi e menzioni.

Sue poesie edite e inedite e suoi testi di critica si trovano su Poiesis, Polimnia, Studium, Gradiva, Hebenon, Capoverso, I Fiori del Male, Pagine di Zone, Regione oggi, Le reti di Dedalus ( rivista on line). Nel 2014 pubblica un saggio filosofico-letterario su Kikuo Takano per l’Istituto Bibliografico Italiano di Musicologia. 

Presente in numerose antologie, tra gli studi critici a lui dedicati ricordiamo: Cesare Milanese su Il Centro della Rosa, nel 2000; Sandro Montalto, su “Hebenon”, nel 2000; Giorgio Linguaglossa, su Appunti Critici, La poesia italiana del Tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte Scettro del Re, 2002; La nuova poesia modernista italiana Edilet, 2010; Dante Maffia in Poeti italiani verso il nuovo millennio, Scettro del Re, 2002; Donato Di Stasi su Il Doppio Sguardo, nel 2007; Plinio Perilli, per Poetic Dialogue. È presente con dieci poesie nelle Antologie curate da Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, 2016) e Il rumore delle parole (EdiLet, 2015)

Con Giulia Perroni ha creato il Circolo Culturale Aleph, in Trastevere, dove svolge attività di organizzatore e di relatore dal 2000 in incontri letterari, dibattiti, conferenze, mostre di pittura, esposizioni fotografiche, attività teatrali. Ha organizzato incontri culturali al Campidoglio, un Convegno su Moravia, e alla Biblioteca Vallicelliana di Roma.

 

 

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POESIE SUI LUOGHI di Giuseppe Panetta “Tertium non datur” SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO con un Appunto di Giorgio Linguaglossa

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Giuseppe Panetta, nato a Melito di Porto Salvo (RC) nel 1964, risiede a Firenze. Pubblica le raccolte di poesie: Le Vocali Vissute, Ibiskos Editrice, Empoli, 1999; Thalìa, Lepisma, Roma, 2008; Salumida, Paideia, Firenze, 2010. Presente in diverse antologie e riviste letterarie tra le quali si ricordano: Florilegio, Lepisma, Roma 2008; L’Impoetico Mafioso, CFR Edizioni, Piateda 2011; I sentieri del Tempo Ostinato (Dieci poeti italiani in Polonia), Ed. Lepisma, Roma, 2011; L’Amore ai Tempi della Collera, Lietocolle 2014. Ha pubblicato i seguenti libri sulla formazione del personale scolastico: LʼIntegrazione e la Valorizzazione delle Differenze, M.I.U.R., marzo 2011; Progettazione di Unità di Competenza per il Curricolo Verticale: esperienze di autoformazione in rete, Edizioni La Medicea Firenze, 2013.

Appunto di Giorgio Linguaglossa

Si capisce bene leggendo queste poesie di Giuseppe Panetta che i suoi «luoghi» sono analoghi al tertium non datur, sono delle esclusioni, qui si parla di ciò che non è più, non c’è una terzietà tra il soggetto e l’oggetto; tutto il passato viene rivisitato come un enorme magazzino o emporio di relitti non vendibili e non riciclabili. I luoghi del passato e del presente sono affetti da secondarietà. I «luoghi» sono privi di identità, sono luoghi che una narrazione convenzionale ci ha lasciato in eredità, ma si tratta di una identità fittizia. C’è un pneuma in ogni luogo sembra dirci Panetta, di qui il procedimento ironico e la sua sfiducia di poter abbozzare un logos a far luogo, appunto, dal «luogo». In questo senso Panetta è un autore squisitamente postmoderno, antiorfico, antiretorico, antilirico diremmo, perché nega alla modernità il diritto di adoperare i luoghi del passato e del presente come tematiche della poesia. Non c’è nessun luogo, né nel «luogo», né fuori dal «luogo».

 

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Tertium non datur

Non vedi che sassi protostorici
a Micene, edificati da Perseo
e bagnati col sangue di Medusa.
Lo stesso Perseo, o quasi, che nella
Loggia dei Lanzi mostra la testa
decollata di Gorgone.
Micene, in una landa brulla
nell’Argolide, non offre ombra
né riposo oltre la porta dei leoni
in un cerchio magico come nel ventre
d’una roccia metamorfica.
In quell’acrocoro di mito ride
dell’andamento borsistico dell’oro
la maschera di Agamennone.

*

Dalla terrazza del palazzo comunale
in piazza del Capidoglio, Roma
mostra tutta la sua straordinaria bellezza.
Vestigia e cattedrali e palazzi e campanili e torri e pini mediterranei come ombrelli.
Macchie verdi di frescura su muri di mattoni bruniti.

Chiudi gli occhi, amore mio.
Abbraccia la vestale d’una colonna bianca.
Io Crono e tu Rea e tutti questi asini intorno
con la mappa in mano.

.

Pod Różą

Ho dormito tra petali di rosa a Cracovia
nei pressi della Piazza del Mercato
e nei miei sogni lievi come stoffe e duri come ambra
reggevo la cattedrale del sale in cerca di Lot
al suono della tromba del campanile
della Vergine Maria, controcorrente
sulla Vistola fino alla sorgente nella Slesia
varcando affluenti di destra e di sinistra
come nel 1944 quando un drago incenerì Kazimierz*
nell’idiozia di un caffè nero sangue a Naworolsky*
*Kazimierz, quartiere ebraico

* Naworolsky, caffè storico della città , a quanto si dice uno dei posti preferiti dal giovane Vladimir Lenin.

 

Giuseppe Panetta

Giuseppe Panetta

S’usava nell’antica Roma
che i giovani di buona condizione
andassero in Atene per un viaggio
d’istruzione, ospiti delle Aonie.
Con essi giacevano le nove sorelle
di giorno con i capelli raccolti a crocchia
e di notte sciolti come fonti in sogni antichi.

Cosa sei diventata oggi Atene, mi domando
nel default del Partenone con le vie sporche
dove non poggia più piede Mnemosine
ma una Troika di granito: Ue-Bce-Fmi (?)

*

Ogni estate c’è in me un richiamo
che nasce dalla diaspora del sole
e la terra freme senza scampo: Sud!
In macchina, di solito, il viaggio
pare interminabile nella discesa
a picco nel regno del disordine.
Appena dopo i confini del Trattato
di Casalanza, lo spazio si complica
in una sosta inaspettata.
A Lagonegro piove e c’è l’ingorgo
come ai tempi del Giustizierato
e a guardare bene, sull’avamposto
del Pollino, i sassi erratici di Matera
insorgono contro ogni occupazione.

*

Notte, mia notte di occhi sgranati
che spegni in me ogni luce, gelosa
nel silenzio sbricioli le stelle, golosa
di grilli e salamandre…

Non è più tempo di pace ma di pece
come quel segno rapinato dalla storia
rappezzato nella memoria dello zen
con le colonne vertebrali a Y dei pesci
e le pinne dalle strane forme tra Siracusa e Brucoli.

Notte di metalli pesanti, di chierici
sversatori d’acqua peccaminosa
nel santo Graal della progenie.

.
Paradossi

Le teorie di Frege un mezzo fallimento
perse nel predicato che non si predica
quando il paradosso dell’assioma
non è nient’altro che una contraddizione:
Cesare conquistò la Gallia. Ma in che modo?
Con un carattere sintetico a priori, si direbbe
in rapporto allo spazio di manovra
e di semplici proposizioni analitiche
al numero dei soldati impiegati e dei civili morti.

E in Oriente? La teoria di Tarski riassembla
i pezzi del raggio originale. Nei pozzi d’umore nero
si duplicano le sfere e in ogni famiglia
un insieme di vuoti e di rovine determina
la falsa idea, nel regime, di un buon ordinamento.

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POESIE SU PERSONAGGI STORICI, MITICI O IMMAGINARI – POESIE di Flavio Almerighi, Giuseppe Panetta, Ivan Pozzoni, Sandra Evangelisti

escher Labirinto

Escher Labirinto

Flavio Almerighi

Tecniche di paludamento

Teste in disordine, braccia più piccole, incontrano soltanto propri simili. Allora si rimedia un fucile da ficcare in fondo alla gola, e così fecero Otto Weininger nel 1903, Vladimir Majakowski nel ’30, Ernest Hemingway nel ’61, Guido Morselli nel ’73, Guy Debord nel ’94.
Preferirono l’acqua Alfonsina Storni nel ’38, Virginia Woolf nel ’41, Paul Celan e Jean Amery nel ’70, Lucio Mastronardi nel ’79.
Ai gas chiesero conforto Sylvia Plath nel ’63, Anne Sexton nel ’74.
Pierre Drieu La Rochelle diventò leggenda col gas e un forte quantitativo di farmaci nel ’45. Yukio Mishima iniziò a decomporsi sul filo di una katana in diretta tv nel ’70.
Emilio Salgari, nonostante la tigre malese in giardino, si aprì ventre e gola con un rasoio nell’11.
Sergej Esenin, ottima tecnica di paludamento, s’impiccò dopo essersi tagliato le vene nel ’25,
Marina Cvetaeva nel ’41 appese una corda al soffitto, salì su uno sgabello e tirò un calcio.
Hart Crane nel ’32, John Berryman nel ’72 e Amelia Rosselli nel ’96 si gettarono da un ponte; George Trackl morì per overdose di cocaina nel ’14, Beppe Salvia sparì in uno sperpero di luce nell’85, Claudia Ruggeri aspettò l’autunno del ’96.
Cesare Pavese si uccise in una camera d’albergo a Torino nel ’50, sempre con i sonniferi nel dicembre del ’38 la giovane poetessa Antonia Pozzi attese la morte distesa sulla neve immacolata di Chiaravalle. Eros Alesi non volle scrivere troppo e se ne andò nel ’74, Remo Pagnanelli nell’87.
Primo Levi si tolse la vita gettandosi nella tromba delle scale del suo appartamento torinese anche lui nell’87; così come fece 15 anni dopo Franco Lucentini. Simone Cattaneo non si sopportò più a partire dal 2009
scrivere può preparare una vecchiaia perbene?

flavio almerighi

flavio almerighi

Arturo Nicolodi

Arturo Nicolodi è cronaca
di tralci d’umore e frantumi
dispersi senza tetto a morire
abbandonati al buon cuore
del destino, pigro
come il samaritano

quando serve
la cavalleria non si vede
nemmeno la polvere di lontano
sollevata dagli zoccoli,
generalmente sbaglia strada
come faceva il mio tenente

com’è tutta la voglia
di origliare milioni di notizie,
tante storie
nessuna informazione
a questo basterebbe mia madre
prima di dormire,

quanto mi sento piccolo
grandemente frustrato,
niente è andato né tornerà
fermo come questo paese
dove mia figlia non ha futuro
e noi a cenare con il nemico

flavio almerighi

flavio almerighi

Stazzema dodici agosto

Pardini Anna giorni venti,
settanta anniversari,
niente compleanni
nemmeno uno vissuto
in questo cazzo d’infinito,
gettata in strada, la stessa
ripristinata alla vigilia del freddo.

Durante i lavori di sterro
ritrovavano ossa e carcasse
le interravano di nuovo
in fretta e per paura
che uno zelota fermasse i lavori,
dopo l’oscurità nuova oscurità
accumularsi senza respiro.

L’armadio ha le ante
girate verso il muro,
sì che il vento non risollevi
le cartacce di Stazzema,
dormano pure tranquille
sul finire di questo dopoguerra

con tutte le sorelle in attesa
che quelle incinte
partoriscano solitudini bastarde
da mettere subito a dormire
appese al soffitto,
giusto angeli in cielo,
e fine di ogni formalità civile.

Un barlume,
appena appena ritrovato,
sta sul ciglio della strada riaperta,
come il paese tutto intento
a esportare democrazia.

Giuseppe Panetta

Giuseppe Panetta

 

Giuseppe Panetta

Meta-Mito

Mio nonno mi diceva sempre:
ricordati di salutare la stella del mattino
e di controllare che la tua ombra
sia attaccata ai piedi appena sveglio
altrimenti sei morto.

Guardo le pale d’Eolo sulla collina
il tritacarne dell’aria, i pannelli solari
che friggono insetti e formiche
che accendono la Titanomachia
e l’adamantina focaia del Sol invictus.

Il Pecus cuce energie a balletti
di bollette, con i Ciclopi dell’elettronica
omaggia l’onorata società della biacca
ed i galloni d’oro di Crono
il Titano di cromo. I Giganti del bisturi
e dei distributori tossici.
La madre che si congiunge col figlio
dal nickname Urano
in un video-poker di Caos.

Favolisti del consumo.
Riciclo di Apollonio Rodio in spray;
condizionamento di Callimaco in crema;
estorsione di Esiodo 2000 diesel.

Ricordati di salutare il satellite artificiale
che ti informa e ti deforma
e di controllare che la tua ombra
sia sopravvisuta ai cocktails di veleni
che non hanno nome.

(Inedito)

Ivan Pozzoni

Ivan Pozzoni

Ivan Pozzoni

La fuga di Mitridate

Questi momenti oscuri da instabile mondo terziario
ci inducono ad una sottile costante mitridatizzazione,
versandoci in versatori versatili di veleni metrici
nelle arterie d’una società tossicomane,
in crisi d’astensione.

Fondo un mondo dove rari eroi eroinomani,
ed eroine, inoculino, alternando, dosi d’antidoto e dosi di veleno
nelle loro stanche vene artistiche,
assicurando esiti incerti ai tests d’immunodeficenza,
battendo soglie di tolleranza.

Mitridate, assuefatto a Roma,
indossò un’armatura di scaglie di vento,
e non fuggì.

sandra evangelisti

sandra evangelisti

Sandra Evangelisti

L’Imperatrice

Teodora dagli occhi di ghiaccio, l’imperatrice
nido di vespe e dono di dei
troneggia al tuo fianco.
Dalla sua mente discende il principio
ed il tempo di ogni legge.
L’imperatore, il “padre di tutti”,
trova rifugio ed il senno in un ventre di donna.
Boccoli scuri, altezza dogmatica, pelle dorata.
Taglio di lepre gli occhi e le labbra
zigomi alti e il mento sottile,
lei dura e veglia nei secoli.
Immagine fissa nella cupola eccelsa
e mosaico perenne.
Mentre il diritto rimane.
Scritto e tradotto passa il millennio,
fino all’inizio della nuova età.
“Piuttosto che bruciare arsi dalla passione,
è meglio unirsi in nozze.”
Ventiduesima delle Novelle trascritte.
“Melius est nubere quam uri”
La pelle di ambra della sposa arde per sempre nel tuo viso. Continua a leggere

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POESIE EDITE E INEDITE SUL TEMA DELL’ADDIO (Parte III) Gabriella Sica, Lucia Gaddo, Flavio Almerighi, Patrizio Dimitri, Meeten Nasr, Loris Maria Marchetti, Giuseppe Panetta

cornelius escher la colomba

cornelius escher la colomba

cornelius escher stelle

cornelius escher stelle

«Il tema dell’addio. L’addio è una piccola morte. Ogni addio ci avvicina alla morte, si lascia dietro la vita e ci accorcia la vita che ci sta davanti. Forse il senso della vita è una sommatoria di addii. E forse il senso ultimo dell’esistenza è un grande, lungo, interminabile addio».

gabriella sica

gabriella sica

gabriella sica Poesie familiari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gabriella Sica

Un’inflessibile ben oliata corda lega
il primo piano al piano di sottoterra
su cui scivola un elegante ascensore
tutto in legno senza porte da dover aprire.

Cosa scende o sale di noi sul filo teso
della stessa arca? Questa storia che continua
tra il luminoso eden e l’erebo stretto e buio
l’unica via per cui in silenzio andiamo

su e giù fino al nodo scorsoio estremo,
la vena d’oro di una miniera sepolta
dove andare a ritroso nell’esosa morte.

Ma da solo si apre al pianterreno dove
noi due chiusi usciamo in via Bertoloni
all’aperto così che non si sente l’arresto.

26 luglio 2005

Da Le lacrime delle cose (2009)

Lucia Gaddo Zanovello

Lucia Gaddo Zanovello

 

labirinto

labirinto

 

 

 

 

 

 

Lucia Gaddo

Torna implume

Rincorre l’ala stretta della malinconia un sorso di te
sopra questo prato rinverdito da tanto, senza ch’io sapessi
le molli tonalità dell’alba.
Certo il succo di questo dolore distillato alla corte delle rinunce
mi divora il senno
e non potrà la mano del desiderio riaprire i cassetti chiusi dalle ore inabili
affastellate ora nella luce del tramonto, alla latitudine del vento.
Nulla attendo dal cuore attento dei fanciulli
che cimano il presente diroccato coi subbugli.
Sulla stagione aperta dall’avemaria tanti voli planano, arditi nei disegni
ma l’ebetudine antica che dimora nei tratti di quel viso
dilaga nel rovello d’oggi che macina lacrime combuste
nella mola vanesia della fronte.
Regge il drago dell’onnipotenza fra i denti
aspre remore ancora
– incuneati contrafforti fra gli astati muri dell’anima –.
Rovistano i camini il dritto del disegno, che da quaggiú dispare.

Il tempo mostra la faccia arancio della buccia
che non tiene dentro al frutto tutto il succo.
Avvizzisce tremulo il parlare delle genti sopra il molo.
Non s’ode dagli ormeggi l’eco dei fermenti
che addensano fluenti alla boa del fare inutile.
Alla somma summa dei saperi
bussa incompleto l’ordine degli addendi.
Tace la cifra ignota che manca
– l’umida canzone rinchiusa nei grani del rosario delle dita –.
Torna implume l’anima, alla fine del viaggio
sulla terra inospitale dei viventi,
torna molle il cuore
percosso duramente dagli eventi avversi, nei torrenti sguardi
lungo il corso alpino dei tornanti
dentro un cielo di rannuvoli segmenti
e fra le tenere umane giovani sementi.

(12.7.2011 inedito)

 

Lascito

Poi questa immensità possibile chiuderà le braccia
come la notte che viene sui progetti irrisolti
che non avranno domani.

Sarà di rapina
come voce inattesa alle spalle
un rapido sguardo di sorpresa

– e in un nitore improvviso
tutto questo che è tolto –

alla partenza del grande viaggio,
il cui biglietto è già in mano

manca solo il molo d’imbarco
il numero della banchina e l’ora.

Vorrei solo si sapesse
che del mio meglio non ho fatto,
che molto più avrei voluto
avere amato.

(12.4.’14 inedito)

flavio almerighi

flavio almerighi

flavio almerighi

 

Flavio Almerighi

Di tutti i ricordi che ti ho dato

Di tutti i ricordi che ti ho dato
terrei per noi quell’eroe di guerra,
Onestini mi sembra si chiamasse,
morto di spagnola nel Ventuno,
la sua edicola dimenticata accesa
incubava tuorli di passero,
tu li vedevi vivi, curiosa salivi
a osservare i becchi aperti e muti
nel via vai infinito della fame
del bisogno di mettere piume
avere voce e diventare cattivi.

Al tuo ritorno erano già partiti.

 

tutto risolto

L’ultima volta ero piuttosto a soqquadro,
avevo idea del vento, i ricci sulle guance,
l’inedito del mare caricato ventre a terra
sopra un himalaya d’emozioni, la rabbia
sotto il mare agitato si alzava dal fondo
senza desiderio e senza arrivare in alto
dove le gambe solitamente nuotano
attingendo talento convulso dalla cecità,
non c’è tempo ce n’è mai, abbiamo da fare
le braccia alzate sul mento, rompere vetri,
figli perfetti della guerra fredda pronti
a farci sbranare da grandinate d’occhi,
nemmeno si trovava una stanza appartata
dove prenderci e passare inosservati,
seguire l’altalena di orari arrivati tardi
e qualcosa d’indefinito, amore non c’è Dio
dove andavamo noi credendoci
piccoli souvenir dimenticati nel mondo
e mangiati dal tempo, ora sì fai bene tu
intoccabile nel filo spinato di un sorriso
a ritornare estranei, tutto risolto.

 

patrizio dimitri

patrizio dimitri

 

Stefano Di Stasio, Addio

Patrizio Dimitri

La riparazione

Non hanno più nome
i nostri oggetti
sono carcasse trasparenti
soprammobili del vuoto
lesionati da gesti irreparabili.
Siamo abitanti remoti
silenziosi nella casa
tra noi rimane traccia
di una perduta simmetria.
Ora la crepa avanza
cede la struttura
collaudata del ricordo
il meccanismo lucido
dei rari ordigni elettrici.
La funzione compromessa
delle tubature innesca
la mia esigua attitudine
alla riparazione. Continua a leggere

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POESIE EDITE E INEDITE SUL TEMA DEL VIAGGIO E DELL’ESTRANEITA’ (Parte V) Steven Grieco, Marisa Papa Ruggiero, Letizia Leone, Silvio Aman, Silvana Baroni, Giuseppe Panetta

Ulysses and the Sirens, mosaic, 3rd century AD Roman from Dougga/Thugga, Tunisia   Photo Credit: [ The Art Archive / Bardo Museum Tunis

Ulysses and the Sirens, mosaic, 3rd century AD Roman from Dougga/Thugga, Tunisia
Photo Credit: [ The Art Archive / Bardo Museum Tunis

I poeti, come ha scritto Adam Zagajevski, spesso dimorano in una strettoia «tra Atene e Gerusalemme», «tra la verità mai pienamente raggiungibile e il bello, tra il pensiero e l’ispirazione». «Tale viaggio – continua Zagajevski – può essere descritto nel modo migliore con un concetto preso in prestito da Platone – metaxy: essere “tra”, tra la nostra terra, il nostro ambiente ben noto (tale almeno lo riteniamo), concreto, materiale, e la trascendenza, il mistero. Metaxy definisce la situazione dell’uomo quale essere che si trova irrimediabilmente “a metà strada”». Metaxy, deriva dal platonico métechein, che significa «prender parte», «mezzo dove gli opposti trovano mediazione».

 

Steven Grieco_A Shilp Gram, Udaipur

Steven Grieco_A Shilp Gram, Udaipur

 

Steven Grieco

Etnomusicologia

1 Euridice

Talvolta diciamo essenziale
conservare le musiche dei nostri avi:
patrimonio che per forza di cose
tramonta, un po’ alla volta.

Musiche che già adesso ci sembrano
l’inutile gracchiare da una bocca cariata,
mentre scendono senza appello
negli smisurati archivi dell’oblio umano.
Perché il Tempo, nel suo torcersi lento
e massacrante, ne deforma le sonorità,
oscura il senso,
porta a compimento nuovi misteri.

(E quelle persone che piangono
sull’inesorabile invecchiare del mondo.)

Orfeo Giorgio De Chirico

Orfeo Giorgio De Chirico

 

2 Orfeo

Giunto fin qui dal suo remoto villaggio
quel vecchio
aveva anche lui, ti sembrava,
smarrito i motivi. E tu,
scegliendo da mille musiche simili
ma mai uguali, ti sforzavi
con tutto te stesso di ricrearle.

Sempre invano, però.
Lui poteva solo indicarti la potenza
che dal gioco di armonie
balza fuori inudita.

Marisa Papa Ruggiero 1
Marisa Papa Ruggiero

Il viaggio

Ero prima di me e mi cercavo
Fulgente di stelle la notte infinita lasciata nel cosmo
Memore un lume sto alla costa ghiaiosa come
il peso al suo corpo
a lampi a fiocchi di neve, l’ora gira la curva
dentro il mio sasso, in apnea glaciale
– famelico, cieco, mi chiamo –
risalgo l’enorme distanza il fiume gelato
al travaglio del seme,
appena germoglio, pulsante di pena
risalgo pinnacoli d’ombre
tra spoglie pareti di stanze sbarrate scontando
la dismisura del bianco in lento cadere,
bendato un pensiero
dalla tempia si stacca, il viaggio
abissale scavo sotto le ossa

E mi prendo per mano, una spina
di luce dove l’unghia s’incarna prelevo a una sete,
un feroce richiamo, scalciando alla sabbia,
che odo da dentro, il taglio
che odo di forma sapiente
nel passo del giorno, sapienza del raggio
segnare i confini sulla creta del corpo,
– o dell’asta solare come bisturi l’ombra –
crudissimo un nervo di colpo sguinzaglia
una fame chiodata
e ascolto

Marisa Papa 5

la molecola ambrata cantare nel fondo
la forza dei nomi tremando sui volti
che infine saremo
nel bosco degli echi, noi nudi
alla pioggia alla brezza salata, sulla roccia riflessi
noi siamo più grandi
nell’attimo errante, sospeso
infinito

ed entro
nel fresco sentiero di erbe,
distante il raduno dei corni, dei cembali accesi,
appena sgusciando alla stretta del cappio,
il viso affondato nell’umida terra che prega
e ti guardo
ti guardo, bambina, la corsa spezzata
al bivio di sassi,
sospesa a un pensiero, le orbite fisse

bambina invetriata nei ghiacci
che segui l ‘Ariete lentamente salire e l’azzurra
Bilancia, nella gola mi versi
il presagio e la spina
e mi tendi le mani, mi sleghi
dal tasto incantato

marisa papa tra ombra e luce

la lastra di ghiaccio colpisci da dentro

ed esplode nel lampo lo scroscio
squillante del sangue
lo scoppio d’acquario
che schizza nell’urlo nel vortice cupo
che mescola tutto
nel gorgo di sillabe e pollini,
di uccelli e di pesci sciamanti, di ondose
falene affamate di larve inciampando
il ritorno, l’inizio, il ritorno entro un unico istante
eretto nel nome,
un unico istante istoriato, ferito,
di fame fiorito
trattenendo il respiro

Letizia Leone diwali

 

Letizia Leone

Luce secca che screpola su Roma
mare giallo di città
-anche questo Tirreno-
dove nessuna vela nessun approdo
riporta al lido Lavinio.

Una strada dritta o
confine d’acqua per allontanarsi
alla porta della metropoli:
campi d’orzo
il buio, sazio, è caduto
nel corpo del chicco.

Il disegno dell’ombra
copre i cilindri dell’urbe
i sassi latini dell’acquedotto.

Da qui una linea arancione vapora
sulla nera città.

giorgio ortona, ritratto di Letizia Leone, 2012, olio su tavola, 59,8 x 35,6 cm

giorgio ortona, ritratto di Letizia Leone, 2012, olio su tavola, 59,8 x 35,6 cm

Argostoli

Migrazione negli strati inferiori
dove il passo in discesa tenta la pietra
via verticale a basse vastità
di oscurità feconda ai territori.

Tu segui il tracciato dell’isoipsa
individua il punto, la temperatura
entra nelle strade così
in una solitudine di cielo greco

stessa oscura radice che confonde
con la luce gelata dell’azzurro.
Argostoli. Una macelleria con mezzi corpi scuoiati, appesi.

E’ l’isola dei pini e cimiteri
aroma di cenere, chiodi obliqui
di arbusti su radure.
Slealtà: la colata chiara del mare

illumina le geometrie dei marmi
fino alla notte degli unisoni
umani: nero fiato ionico più eco
inascoltato. Perdere il cammino.

(Da Pochi centimetri di luce, Roma,2000)

Silvio Aman

Silvio Aman

Silvio Aman

Analogie

Chissà per che Alisei
o da che forra ignora,
se dall’esterno o per le vie del simili…
Lo devi a un tocco in dolce risonanza
ai tuoi pensieri armonici
o ai fiori svolazzanti delle acacie?
Perché l’Idea, nel gioco,
è donna sbarazzina
e giunge spesso travestita:
tu vedi allora il maggiociondolo
o in mezzo al verde della sera
il luccichio del mare.

Esile giovane
dall’andatura alata
tu scegli spesso il giro breve e chiuso
di questa via animata,
le immagini elusive a primavera
della città che agogni
(appaiono velieri, gli alberi,
e un gran corteo la sera)
dove nessuno vede…
chi vuoi che scopra il senso
della tua strana idea?
Non sanno questo i più.

Ti scorgo mentre scivoli leggero
dalle oscuranti immagini
a un’imprevista luce
e scrivo: Col suo fare un po’ svagato
ha certo l’aria giusta per le vele…
la sigaretta accesa,
il ciuffo di una notte scompigliata
e il volto in cui è riflessa
una lontana gioia.
È come chi sciorini una bandiera
dal grande sole impresso
su una distesa opaca.

 

statua di giulio-cesare

statua di giulio-cesare

Nike

Non so perché,
se sia per questa luce obliqua
o per gli specchi argentei…
Guardando il quadro del veliero
che non scorgevo prima
ormai perduto in fondo all’abitudine,
quello che il nonno prese un giorno a Londra,
è il sogno a far la parte buona:
andrò con lui, il nocchiero,
e a Delfi gusteremo sopra il vello
i nostri giorni d’oro –
Mi porterà lontano,

oltre le felci oscure,
oltre le spore infette.

O è forse perché l’aria è nuova
dopo una pioggia estiva
e ha questo strano odore d’erba e angurie?
In quanto a lei, la bionda che ti sfugge
e forse ride su nell’Esterel,
hai messo troppe foglie ai rami
della sua scarsa fede,
e tuttavia l’approvi,
guardi il veliero in fianco ai due ritratti
(i tuoi bei nonni giovani)
e all’improvviso esclami: È Nike,
donna del mare a prua.

Silvana Baroni

Silvana Baroni

 

 

 

 

 

 

 

 

Silvana Baroni

Giù dal cielo

Giù per le rapide
gli parve il volo
un frullìo di grilli a costeggiare
l’incauto volitivo trapasso
a scapole divelte
tra angeli superbi
e ossa d’amorini.
Uno svolazzo immortale
via dall’eccesso di zelo
dall’incantevole sfarzo
di prodigiose impennate.
L’uomo cambiò viaggio
si scrostò dal mestiere d’annodarsi
e in applauso di membra si librò
giù dal cielo del settimo piano
per rannicchiarsi al buio
nel permanere della terra.

Giuseppe Panetta

Giuseppe Panetta

Giuseppe Panetta

Un viaggio

Parto per questo viaggio
con la Musa low cost volo
destinazione l’immaginazione
ferma nell’applicazione:
dove siamo? Nel trittico
del cane, Io, Es e Se
nell’alternativo concept
della scoperta fantastica
tra pianeti nani
nella perduta via degli anelli planetari
nel viaticum della storia allucinata
una toccata e fuga fugace
un pacchetto, una combinazione
sul planisfero di misura in misura
un raid in moto su Marte
una foto condivisa su Android
nei villaggi globali di misere capanne
in qualche campo di guerra
d’ogive e di speranza
in un resort di lusso
con l’alluce sul capezzolo
di una qualsivoglia Venere
o a stritolar le ossa di bimbi-bambù.
Il viaggio nell’aldilà, in ogni cosa che finisce
e inizia nel mar morto come un profugo.

.
Canio

Con il suv di rappresentanza
traccio solchi sulle piste di neve.
La democrazia la tiro su dal naso
e la realizzo in un vernissage.
Gioco in borsa e svuoto le borse
di tutti i portaborse affaristi
che con me rimestano nel torbido.
Il mio rolex segna un tempo
che non è il tempo del mondo
e la solidarietà la porto in braccio
in una camera d’albergo.
È bionda.

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POESIE INEDITE SUL TEMA DELLA NATURA MORTA di Anna Ventura, Lidia Are Caverni, Paolo Polvani, Eugenio Lucrezi, Franco Fresi, Fortuna Della Porta, Giuseppe Panetta, Corrado Bagnoli, Antonio Spagnuolo, Raffaele Urraro

Magritte elective affinities 1933

Magritte elective affinities 1933

 anna_ventura

Ut pictura poesis. E Leonardo ha scritto: «La pittura è una poesia muta e la poesia è una pittura muta». Ogni natura morta ci parla, parla di noi, che siamo fuori quadro. Essa è assenza che attende la presenza umana, o meglio, è una presenza umana che è scomparsa, ed è rimasta l’assenza. E l’assenza ci parla con il proprio apparire, il proprio essere là.

Anna Ventura

Anna Ventura

Anna Ventura

Il coniglio bianco

C’è un coniglio bianco
sulla mia scrivania. Mentre,con la destra,
scrivo, con la sinistra
mi accerto
che il coniglio stia sempre al posto suo:
c’è.
Perché è di coccio,
pesante come un sasso, e nulla
lo smuoverebbe dalle cose
che tiene ferme col suo peso. Perché
questo è il suo compito:
tenere ferme le cose. Un giorno
avvenne un incantesimo:
il coniglio aveva cambiato consistenza:il pelo
era vero,
bianco, morbido e setoso, la codina
si muoveva.
Ci guardammo negli occhi,
io e il coniglio:
eravamo entrambi vivi,ma
non avevamo sconfitta la paura.

Frida

Quando ti hanno estratta dal forno,
Frida,
intatta come se stessi dormendo,
tutte le tue scimmiette
si sono messe a ridere.
Perché è questo,
il loro modo di piangere.

 

lidia are caverni l'anno del lupo

lidia are caverni

lidia are caverni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lidia Are Caverni “L’albero di pietra”

(febbraio 2010)

L’albero di pietra non germogliava
foglie né fiori lungo il viale solo
le radici vivevano abbarbicate al suolo
linfa che penetrava il cuore dilatava
le vene da troppo tempo spente arrossava
le guance ridando giovinezza come in una nuova
emozione potevano le mani protendersi rami
d’improvviso ricoperti di verde l’osmosi
era compiuta mancavano gli uccelli
il tenero levarsi del nido.

*

L’albero di pietra recava ferite
le rughe del tempo troppo aveva
vissuto al margine del bosco
sfidato il vento la pioggia folte chiome
fiorite in primavera ambito dagli insetti
colmo di frutti in estate cercato dagli uccelli
era sceso l’oblio la calcificazione del cuore
si era arrestata la linfa che lo rendeva
leggiadro dure cortecce custodivano
il tronco restavano radici il lento ingravidarsi
di terra.

*

L’albero di pietra sfidava il tempo
tacevano gli umori dei rami i nodi che
generavano germogli protendendolo al cielo
non aveva più occhi per guardare
lo svolgere dei giorni le notti fredde
irrorate di stelle gli insetti andavano
altrove il becchettio degli uccelli o nidi
per teneri scoiattoli denti che foravano
boscaglie macchine calpestavano radici
ignorando il suo vivere lo spento fluire di vita.

*

Sull’albero di pietra erano stati
tracciati nomi che il tempo non
cancellava piccoli cuori trafitti
ricordo di antichi amori gelosamente
li custodiva come fosse teca che nel ventre
ospita il frutto da lasciar cadere in estate
perché il suo essere restasse a guardare
radici il timido affiorare del germoglio
che gli avrebbe donato vita silenzioso
scorrendo nel suolo lucido serpente che
la sua preda cerca.

 

Wallace Stevens Coffee Oranges 

Paolo Polvani

Paolo Polvani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Paolo Polvani

Mela e bottiglia negli occhi di un gatto

Certi giorni la casa approda a un’immobilità perfetta.
Sul tavolo il gatto naufragato nel sonno dischiude
l’incandescenza dello sguardo e nelle pupille nasce
la mela addormentata nel rosso; affoga
dentro un vuoto di parole, un velluto di quiete;
divampa un verde di bottiglia ormeggiato sopra la tovaglia
in un porto privo di suono, muto di onde,
che affonda in una tranquilla polvere.
La casa si nutre del suo silenzio. Angelo
custode è un gatto.

 

Cosa accade alla casa
quando esco sbattendo la porta

Ci sono parole che ancora volteggiano nell’aria
prima che i loro vuoti involucri si adagino
in un residuo di polvere lungo le pareti.

Piccoli insetti diventano padroni del silenzio.
La poltrona trattiene il vuoto della forma, i quadri
mantengono un rigido riserbo.
Sul pavimento lucido un filo parla la lingua dell’esilio.
La finestra registra il profilo delle nuvole.
Il frigorifero senza preavviso si mette a borbottare.

Si assiste alla declinazione degli oggetti
durante la parabola del sole. Nella luce
si affaccia una pantofola, cerbiatta
timida prossima alla consunzione.

Il suono del postino irrompe nel vuoto della casa,
lo riempie di uno splendido interrogativo.
Il clamore del traffico accarezza le sedie in cucina.

Nei bagni le tubature se ne infischiano delle voci
dei vicini ed emettono brevi gorgoglii, guaiti
appena pronunciati, sospiri, soffi.

Forse risuonano dei passi, forse una vecchia paura
ancora aleggia nelle stanze.
Le tovaglie conservano i loro vividi colori.
Ci sono dita che si attorcigliano all’attesa.

 

natura morta di Van Gogh 1887

natura morta di Van Gogh 1887

 

eugenio lucrezi con la moglie paola nasti

eugenio lucrezi con la moglie paola nasti

Eugenio Lucrezi

Turner alla Tate Britain

In un punto centrale del tragitto
tra il molle autoritratto a ventiquattro
anni e la maschera secca che lo ferma
morto anni dopo e dopo molti venti,
nebbie e tempeste, un acquarello
ritrae due tinche, un persico e una trota
composte in lieto stile e in armonia
di cose morte che sono state vive.
Chiaroscuro aggraziato, quasi non
reminds the gap che esiste tra i due stati.

 

Ofelia (campanula)

Théodore Agrippa D’Aubrigné, Que de douceurs d’une douleur!

Dopo la brina, dentro la rugiada,
fai capolino, timida campanula,
spunti, reclini il capo e muori, cadi
vivida ancora e vai nella corrente,
povero San Giovanni decollato,
povera Ofelia senza la corona,
non sei bella da morta, né decente,
nessun pittore ravviva la tua grazia,
nessun serto di spine sul tuo capo,
povero fiore, povera campanula!

wallace stevens harmonium 1

Franco Fresi

Franco Fresi

 

 

 

 

 

 

 

 

Franco Fresi

Dopo la tempesta.

…e come contraltare
allo scampato pericolo,
il piccolo equipaggio della Roma
80 un freddo sorseggia
torbatino algherese al bar del porto.

Borbotta il mare scampoli di risacca
contro la banchina di ponente.
Non è buono il mare. Né cattivo.
Non pensa. Ci si può innamorare
perdutamente, ma non fidarsene.
Anima ermafrodita lo fa instabile.
Calmo,
può essere felice e generoso,
ma nell’ira il mare è solitario.
Non vuole testimoni alla sua lotta
con il vento, nemico e cantastorie.
Non sopporta
che uomo o elemento
turbi la sua regale indifferenza.

Efisio di Villacidro
li ha dipinti sulla vela
quella paura livida e quel tuono
d’onda. Ne ho colto
di trascorse bonacce il pentimento
e d’altri tùrbini furibonda minaccia.

L’anima vegetale dei colori

Nel ricordo di un’ora di tramonto
il sole rosso come la tua bocca
t’insanguina il sorriso mentre stacchi
dal ramo spoglio l’ultima albicocca. Continua a leggere

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ANTOLOGIA IV PER IL PARNASO – Roberto Maggiani, Giuseppe Panetta, Chiara Moimas, Sabino Caronia, Giuseppina Di Leo, Marzia Spinelli, Davide Cortese, Stelvio Di Spigno

Parnaso 1

roberto maggiani

roberto maggiani

Roberto Maggiani

La paura

È un qualunque mattino di serenità:
il sole alto sull’orizzonte marino
la nuvola bianchissima nell’azzurro subtropicale
la palma ondeggiante lungomare
il frastuono dell’onda sulle pietre.

Minuti sospesi
sul baratro dell’inesistenza –
ma noi di questo non ci preoccupiamo.
Nell’Universo dal vuoto metastabile
(potrebbe disintegrarsi da un momento all’altro)
qualcuno si spaventa per una sirena

un incendio improvviso nel bosco
un forte vento.

La paura
è solo un momento in cui vediamo
riflessa nel mondo
la precarietà
della rete che ci sostiene.

 

rene_magritte-les_deux_mysteres1966-1300px[1]

Giuseppe Panetta

Il cuore assente per il troppo battito
gli occhi riversi nel bagliore di compassione
e la luce del lavacro torbido di Giove prono nella galassia
antigene del Potere asfittico pronipote di Venere distributrice
di bevande nell’aferesi della prima spremitura di nube con la sorte
della grappetta dei fogli pidocchiosi d’inchiostro dall’alto del satellite cieco
il profilo del malaffare planetario pesca nell’idolatria rinsecchita del dio denaro
in rivoli di melma di una qualsiasi povertà che vìola e recide la protostella al nascere
della galassia del vivere nell’infrarosso interagente nel libertinaggio masturbatore
d’ogni fibra oftalmica avvelenatrice del rimpatrio delle stelle dell’orsa maggiore
che guidano i disperanti nel mare nostrum della sera con diaspore di sconforto
di speranza nei frangiflutti delle luci morte delle supernove che come fari
d’ogive e distruzione di gas e polveri in luogo del seme rifuggono
nel procellarum muto l’oscurità il riassetto del mondo per mano
d’uomo e in questo primo quarto il nulla a-cosmico
come un corno d’Africa porta fortuna

Chiara Moimas

Chiara Moimas

Chiara Moimas

Preziosamente

Zaffiri stemperano il cielo e l’orizzonte,
acquamarina fresca zampilla dalla fonte,
rossi rubini a coprir l’occiduo sole
e d’ ametista i petali delle nascoste viole.

Smeraldi intensi sopra i pendii e sui prati,
coralli e lapislazzuli son fiori profumati,
stille di diamanti paion gocce di rugiada
e sopra le tue palpebre il pallore della giada.

La notte si accende, son topazi le stelle,
ed è d’ambra dorata la tua pelle,
boccioli di corniola i pruni del tuo seno
racchiusi nel cristallo i colori del baleno.

Bisso prezioso e casto a ripararti il pube
e incenso conturbante che avvolge in una nube.
Un’ostrica ho divelto per cullare il tuo riposo;
opalescente perla, che toccar non oso.

untitled

Sabino Caronia

da Diario di un’assenza

È il vuoto che mi lasci la mia vita.
No, non manca la sedia ma il tuo posto
e più manca la voce e più il silenzio
dell’averti qui accanto, di quei grandi
occhi perduti che lasciano il mondo.
Anche la chiara luna su nel cielo
solitaria di te nel buio splende.
Tutto intorno è il diario di un’assenza.

A distanza

A distanza, dai luoghi che traversa
l’ansia d’averti, come sai, ti chiamo
ed una gioia sento in me diversa
a cui m’arrendo come pesce all’amo.

Tutta la vita in fondo è cosa persa,
l’inganno di un inutile richiamo,
la filastrocca bella e un po’ perversa
che ci seduce con il suo “ti amo”.

Pure resta un ricordo: l’usignolo
che cantava nel bosco ed era solo
e l’ombra che scendeva nella sera

dalle ciglia, materna ombra severa,
e gli angoli incurvava della bella
bocca altera e distante come stella.

 FOTO G. DI LEO

Giuseppina Di Leo

Un uomo dai quattro occhi ho guardato
due li aveva nel petto sotto la camicia
ronzavano alla maniera di un animaletto
ali le ciglia sbattevano segretamente
senza esser visti divoravano
l’eccesso del cuore facendolo sterile
gli occhi del viso erano gioiosi
si posavano curiosamente
sui platani dal bordo castano
stimme verde arancio o di morfea
nella morfallassi di un tempo intero
avanzavamo a scoprire genesi e genere
a un’età dove riposto è già ogni sgomento
con altri occhi somiglianze non ve n’erano
mai ne avevo visti di così belli;
ma i due occhi nel petto
non mi fu possibile guardare
né mi preoccupai invero di scoprirli
segreti ammorbavano chiarori in lampi
e, allontanandomi, essi trafissero il dolore.

*
C. M. E.

La cenere nuota nell’acqua
di un bicchiere mezzo vuoto.
Una cicca di primo mattino.
Qualche scatto assestato per bene
tra piccoli fiori coltivati ad arte
nel piccolo giardino davanti
l’alloggio, e se puoi dimmi
al risveglio cosa ricordi
se il bacio sulle labbra
a quale parola associare.

Aria fresca e avvio di un motore
un pensiero anche
apertosi tremando
come noi tremiamo.

Spinelli foto

Marzia Spinelli

Ti ho cercato in ogni deserto
per le strade di questa odorosa
amorosa città
ho scavato nella terra
e abbracciato la carne
disegnando un sorriso
un suono della tua voce
un profumo tuo
nel giorno
che continua il sogno di te
della notte, di notte qualcosa di te
ho immaginato
la tua lucente armatura d’eroe
e il mio abito di fanciulla perduta
per entrambi
in un trasparente corpuscolo
nella grana ruvida delle stelle
nell’aurora una nuova sembianza di noi.

(inedito)

davide corteseDavide Cortese

Vomito boschi dalle erbe odorose,
unicorni dalle storie millenarie.
Con un solo filo dei miei pensieri
giovani marinai dimenticano il mondo
intrecciando con dita di scheletro
gasse degli amanti e nodi dai nomi
che i loro figli mai nati
non smettono ancora di inventare.
Ciò che si muove nel mio ventre
è l’intero mondo,
bagnato fradicio, fino al cuore di fuoco,
dalla pioggia splendente della vita.
Ma sarò solo una gabbia d’ossa
se ora tu non verrai ad amarmi.
Sarò il cimitero dei miei popoli iridati,
degli arcani baciatori,
dei miei incendiari poeti.
Sarò maestoso nubifragio di tristezze
se solo tu ora non verrai.

(da “Anuda” Aletti 2011)

Elvio Di Spigno

Stelvio Di Spigno

Barcarola della fortuna

A Stefania Buonofiglio

Fai brillare i cavalli al tuo treno perché
è soltanto miseria il nostro mondo, anche se
si affaccia a rincuorarti mentre cammini
ai bordi di una foto, su Positano inusitata
di colori e di acacie, e a lungo la faccia che hai
perde il verde del suolo primitivo.

Brevettammo universo e allegria, come a metà
del Novecento i nostri avi, entrambi contadini,
ma su due facce di cielo distanti in fascine,
poi vennero i giorni di caduta, ora ricordo
che fosti incinta di me come una madre,
mi curavi e cercavi, mi adottavi e viravi

la tua barchetta molle delle astuzie marine
verso un’isola dove restasti sola, drammatica,
a morire di sghembo, senza essere chiamata,
più da nessuno da quel giorno, dolcezza,
signora, amore, pietà, larghezza amata.
Restano tra i vivi gli olivi calabresi,

il filmino della casa, l’anno 2006, la mente andata,
e ogni nuovo volto è un dolore che affoga:
popolammo il motore della fine, quando
tutto cominciò, in un giorno di carta, ere fa,
nessuno ancora l’ha scritto o l’ha tradito,
perché a ogni fatica noi affondammo insieme.

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