“Il Disperso” (1976) di MAURIZIO CUCCHI – LA POESIA D’ESORDIO – Il processo di de-fondamentalizzazione del discorso poetico di Cucchi fino a “Vite pulviscolari” (2009) – Commento di Giorgio Linguaglossa

Milano Periferia nord

Milano Periferia nord

Da Giorgio Linguaglossa Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana (1945-2010) EdiLet, Roma, pp. 390 € 16

Con Il disperso (1976) di Maurizio Cucchi abbiamo il primo e più tipico esempio di de-fondamentalizzazione del «soggetto» nella poesia italiana del Novecento. È l’assunzione nel discorso poetico della nozione di «frattura» del procedimento armonico; «frattura» e «dif/ferenza» del piano proposizionalistico. C’è, nel sostrato strutturale de Il disperso, più Beckett che Eliot e Pound; c’è la frattura formale che si consuma nella poesia italiana del tardo Novecento attraverso il decentramento del piano narrativo, che resta senza inizio né fine, senza plot, senza soggetto che totalizzi, senza tematica che stabilizzi, senza cornice spazio-temporale che indirizzi cronotopicamente gli eventi. È quanto era stato acquisito dal Nouveau Roman, dal pastiche sanguinetiano (che però presuppone ancora un soggetto esterno che, come nell’informale, proietta fuori di sé il disordine), dal Calvino della trilogia: la assunzione, in poesia, della procedura enigmatica di derivazione kafkiana: c’è tutto un concorso di procedure compositive che nell’opera di Cucchi vengono a sedimentazione e a convergenza.

milano il naviglio pavese in secca e palazzi residenziali del quartiere barona alla periferia sud

milano il naviglio pavese in secca e palazzi residenziali del quartiere barona alla periferia sud

Il discorso poematico de Il disperso non abita più il luogo dell’asseribilità generalizzata fondata sulla proiezione del soggetto cartesiano sul fondale bianco della linguisticità ma è diventato problematico in sé; è la linguisticità a non essere più linguisticamente possibile. È il discorso proposizionale della poesia italiana del Novecento che qui entra in fibrillazione, in crisi irreversibile. È la ragione narrante della poesia italiana degli anni Settanta, con tutto il suo carico di problematicità, che entra in crisi irreversibile: sia il canone sperimentale che il canone, per così dire, anti-sperimentale entrano in una crisi di linguisticità e di rappresentatività. Entra in crisi il tradizionale modello proposizionalistico di rappresentazione fondato sulla ipotassi.

Milano Mario Sironi paesagio urbano

Milano Mario Sironi paesagio urbano

Se il neodescrittivismo della poesia sperimentale degli anni Settanta è un discorso poetico senza oggetto, o, nel migliore dei casi, con un oggetto prestabilito, la poesia post-moderna di Cucchi invece tenta l’immersione nel linguistico rinserrando il «soggetto» in un sistema di differenze, di rapporti di significanti e di significati dis-locati. La «mitologia» viene sostituita dalla «topologia», il discorso sui luoghi sostituirà il discorso sui miti. Non c’è più il «paesaggio rurale» come nella poesia di Zanzotto o di Bertolucci ma il paesaggio urbano, dove la vicissitudine dei luoghi è già vicissitudine esistenziale. Non c’è più un autore-soggetto già stabilito la cui individuazione assicurerebbe la significazione. Se nel simbolismo il «soggetto» è all’origine della significazione, nel post-simbolismo, dove tutto nella struttura rimanda al tutto per accumuli, per sottrazioni, per transizioni, per differenze, per scarti, il «soggetto» si costituisce nell’ambito di un sistema che lo definisce per la parola-segno. Preso in sé il «soggetto» non significa. Il «soggetto», nella sua non-identità , diventa una differenza fra altre nel sistema generale delle differenze possibili e plausibili.

mario sironi paesaggio urbano 1921

mario sironi paesaggio urbano 1921

Ne Il disperso c’è un delitto. Ma è veramente un delitto? C’è un soggetto inquisitorio, un poliziotto che tenta di ricostruire gli eventi a partire dalle «tracce», dai «segni» presenti nella scena primaria. C’è un cadavere ma nessuno sa chi sia e perché sia proprio lì e non altrove («È morto per un infarto (o per un incidente stradale, per un malore per via di un sasso): sì va bene, ma ci sarà / pure un colpevole, un responsabile / diretto, qualcuno che l’ha fatto fuori»); e perché proprio quel morto e non altri morti-significanti. Ci sono dei segni-significanti che potrebbero condurre il soggetto inquisitorio a ricomporre la scena primaria del delitto ma ci sono anche dei segni-significanti che potrebbero sviare l’indagine di ricostruzione dell’evento delittuoso. A volte, compare un inciso del soggetto narrante («Non ci voleva quel bicchiere rotto. / Poco meno di un simbolo»); subito dopo c’è l’ammissione della possibile causa della morte («E poi / la ferita, lo zampillo, l’incerottamento. Mi spiace confessarlo, / ma per fortuna che non c’ero»). L’occhio inquisitorio del poliziotto tenta la ricostruzione degli eventi secondo un ordine razionale-logico. Tutta la vicenda delittuosa viene passata al setaccio dell’occhio logico-proposizionale: il titolo dell’incipit è significativo di questa procedura e suona: «La casa, gli estranei, i parenti prossimi». Ed ecco l’apertura dove ci sono, in estrema sintesi, tutti i dettagli della scena primaria accaduta: la Lambretta a pezzi, la data, un giovedì, le ipotesi sulla causa del decesso: un infarto? O un incidente?

Nei pressi di… trovata la Lambretta. Impolverata,
a pezzi. Nessuno di noi ha mai pensato
seriamente a ritirarla. Forse la paura. Rovistando
nel cassetto, al solito, il furbo di cui al seguito
ha ripescato una fascia elastica, una foto o due,
un dente di latte e un ricciolo rimasti nel portafogli,
dieci lire (che non c’entravano per niente…)

Maurizio Cucchi foto Dino Ignani

Maurizio Cucchi foto Dino Ignani

La domanda sulla questione dell’evento delittuoso pone all’ordine del giorno lo sguardo indagatorio che opera la rilettura del reale. La poesia de Il disperso pone la domanda in termini problematologici. Siamo di fronte ad una vera e propria scacchiera di interrogazioni. Alla molteplicità delle domande possibili corrisponde una soltanto delle risposte. La poesia de Il disperso è tutta intessuta di sintagmi «tracce» e di sintagmi «differenze» (la dis-locazione dell’«io»), di enunciati. La «differenza» è questo scarto, questo recupero impossibile del soggetto incessantemente differito nel processo interruptus del discorso. La scena primaria del delitto (presunto) funge da archi-traccia che assume il valore di archia trascendentale. Derridianamente la traccia non ha soltanto valore di sparizione dell’origine, qui essa vuol dire che l’origine non è affatto scomparsa, ma d’altronde se tutto è traccia ciò significa che è scomparsa l’origine: non c’è la traccia originaria. Il disperso è un’«opera aperta» nel senso appunto che non c’è né ci potrà mai essere una definizione ultima dell’evento primario della scena del delitto (presunto). Non si sa nemmeno se ci sia un morto («Che i morti siano due? Ma quello giusto?»), quale sia la causa del decesso, non si sa se («C’entra qualcosa il vicino / del piano di sotto, che esce sempre dopo le undici di sera / con una faccia da vampiro?»), oppure se c’entri in qualche modo il personaggio dell’io narrante («E io / rosso di colpa, mezzo scemo, coi capelli / già quasi tagliati a zero / a giustificarmi come segue: “Ma io non c’entro,/ io non ho fatto niente… l’infarto… lo sa bene…” / E mi toccavo i bottoni della giacca.»).

È il primo caso di applicazione, nella tradizione italiana, della tecnica del giallo alla poesia moderna. In primo luogo la «topografia della casa», un indice nomenclatorio di significati (o di significanti?) delle «cose» che si traduce in toponomastica, e quindi in topologia:

Diamo un’occhiata alla TOPOGRAFIA DELLA CASA:

– Tutte le cose, a loro modo,
erano in ordine, al posto giusto. Un senso,
capisci, non mancava. Ma quel tale
entrato poco dopo (forse, mi hai detto
dietro la tenda, uno della polizia) cos’ha capito?
Intendo del pestacarne abbandonato
sopra il frigorifero, o della mela
mezza sbucciata, tagliata, diventata nera; della bottiglia
del vermut rimasta senza tappo, in un angolo del tavolo,
col bicchiere lì…

film-belle-de-jour-5-con-catherine-deneuve di L. Bunuel

film-belle-de-jour-5-con-catherine-deneuve di L. Bunuel

Il discorso poetico de Il disperso esperisce una interna inadeguazione del proprio statuto proposizionalistico: Il «confessato» diventa «incoffessabile», il «giustificato» diventa l’«ingiustificabile». Il motore assertorio si inceppa e si guasta: il discorso procede per arresti e strappi, per ritorni improvvisi e flashback, proiezioni in avanti e ritorni indietro, in incisi ipotetici e lacerti interrogativi; ciò che si traduce sul piano stilistico in una abbondante messe di fraseologie plebee e piccolo-borghesi che si giustappongono e si intrecciano. Affabulazioni impersonali e personalissime confessioni vengono giustapposte e sovrapposte con l’effetto finale, come incidentale, di una fibrillazione del linguaggio poetico:

e poi / non capisco la ragione di questo grattarsi insistente sul di dietro. / Avrà a che fare (visto l’arrossamento, / i foruncoletti…) / con altri sintomi del genere (viscerali, / di solito, infiammazioni)? Prendo la pomata. / E intanto chi mi vede fa il di più. Che mi scoccia, con l’umido / e tutti i fatti miei e le telefonate alla cabina, / è il riscaldamento che non va: ho i piedi sporchi, / luridi. Giù in basso / stanno manovrando in quattro / con la caldaia a pezzi. Figurati se ho voglia / di scoprirmi…

Il detective è una figura-proiezione spostata dell’io: né Ingravallo né Sherlock Holmes (che prefigurano un ordinamento stabile e leggibile del mondo e quindi degli eventi), ma qualcosa e qualcuno più simile a un meta-reale che si articola tra presunzioni di vittime e colpevoli non per restaurare l’ordine razionale del reale ma per tentare un itinerario inquisitorio.

Milano Periferia, scorcio

Milano Periferia, scorcio

Duchamp nel 1927 a proposito della Porte, 11, rue Larrey scriveva: «Non c’è soluzione perché non c’è problema». Ed è appunto questo il problema che il figlio-detective si trova ad affrontare nella ricerca della scena primaria: il decesso del padre.
Giovanni Giudici ha scritto, con indubbio acume, che Il disperso è costruito come un «documento d’istruttoria». Verissimo, solo che il soggetto-detective (entità fizionale) avanza mascherato e a tentoni dentro una serie di «sovrapposizioni», di «scomposizioni», di «tracce» che rendono indistinguibile la scena primaria del crimine (vero o presunto). È un documento d’istruttoria davvero scombiccherato e dissestato dalla dispersione e frammentazione dei segni significanti e dall’occultamento dei segni significato. Intermezzi di dialoghi anonimi o «soverchiamente» carichi di affettività coniugale, fraseologie straniate frammiste a considerazioni pedestri e ad accumuli di «cose», un’ansia nomenclatoria di «cose». Incisi, intermezzi parenetici, parentetici, asserzioni apofantiche, proposizioni cartolari del «parlato». Un linguaggio frammentato e bombardato. È l’oralità che si riversa in poesia precipitando dentro un imbuto semantico: « Tutto è cominciato pochi giorni fa./ Mi ha proprio riferito la portiera di averlo visto uscire / quieto nel primo pomeriggio. (La giacca dall’attaccapanni, «torno tra poco». Sparisce.) E dico io».

Quello che la poesia de Il disperso aggiunge alla attitudine tutta lombarda di fare poesia con i nomi propri di cose, di persone e di luoghi è quella particolare aura di estraniazione che promana dall’opera. Rispetto ad altre opere milanesi uscite negli anni Sessanta: Gli strumenti umani di Sereni, La vita in versi di Giudici, Le case della Vetra di Raboni, La tartaruga di Jastov di Cesarano, Lotte secondarie di Majorino e La talpa imperfetta di Tiziano Rossi, tutti pubblicati tra il 1965 e il ’68, ne Il disperso l’estraneazione e l’atmosfera allucinata risultano assolutamente preponderanti. La ricerca de Il disperso oscilla tra doublure e feedback, tra l’inafferrabile e l’imponderabile. È l’autonomia del simbolico che traccia la mappa del trans-soggettivo.

Milano tram

Milano tram

A distanza di più di trent’anni dall’esordio de Il disperso, oggi appare inequivocabile che l’opera si pone a latere dello sperimentalismo inglobandone le residue potenzialità espressive; inaugura un modo stilistico introducendo degli slittamenti tra piani linguistici differenti. Un po’ come Somiglianze di Milo De Angelis apparso nello stesso anno di pubblicazione de Il disperso: il 1976. Entrambi i libri aprono e chiudono una stagione poetica tipicamente lombarda. Entrambi i libri presentano delle analogie stilistiche davvero sorprendenti: accelerazioni e corto circuiti di fraseologie e piani linguistici, il paesaggio urbano delle periferie milanesi, l’accumulo di oggetti, l’inquadramento cinematografico di «interni», l’impianto tipicamente narrativo.

Le opere che seguiranno: Le meraviglie dell’acqua (1980), Donna del gioco (1987), L’ultimo viaggio di Glenn (1999), segneranno una lunga marcia di allontanamento, anche stilistico, da Il disperso. O di avvicinamento a qualcosa che, anche stilisticamente, deve ancora avvenire, come nella successiva raccolta Vite pulviscolari (2009), la poesia di Cucchi proseguirà in direzione di una ricomposizione della folgorante de-fondamentalizzazione dell’esordio.

Milano Periferia_PortaVigentinaMilano 1952 Mario De Biasi

Milano Periferia_PortaVigentinaMilano 1952 Mario De Biasi

da Il disperso (1976)

La casa, gli estranei, i parenti prossimi

1
Nei pressi di.. trovata la Lambretta. Impolverata,
a pezzi. Nessuno di noi ha mai pensato
seriamente a ritirarla. Forse la paura. Rovistando
nel cassetto, al solito, il furbo di cui al seguito
ha ripescato una fascia elastica, una foto o due,
un dente di latte e un ricciolo rimasti nel portafogli,
dieci lire (che non c’entravano per niente..)

In aggiunta a tutto ricordo che quando venivo su dalle scale io
era di giovedì, finita la scuola, verso mezzogiorno; ma era
anche un ritorno diverso dal solito… Ci sarà
un aggancio.

Adesso comunque, eccomi e:
– Credimi, fai caso
a quel tale andare tirandosi dietro le gambe e tutto, con gli occhietti
ancora appiccicati, nel pigiama, goffo da cane,
rigido inamidato. Ma il bello è
che me ne accorgo. E allora con che faccia
fingere un’altra volta il tono giusto, le parole,
cioè un po’ stiracchiate; il vestire in qualche modo?

(Che i morti siano due? Ma quello giusto?
Indifferente? E il primo,
come una specie di confidenza notturna, non è un parente stretto?
Strettissimo?)

(Dimmi tu se è possibile. Pochi giorni fa
era lì che faceva i suoi lavori. Pareva pacifico.)

È morto per un infarto (o per un incidente stradale, per un malore, per via di un sasso): sì, va bene, ma ci sarà
pure un colpevole, un responsabile
diretto, qualcuno che l’ha fatto fuori.

2
Non ci voleva quel bicchiere rotto.
Poco meno di un simbolo. Poco più
di una fissazione. O viceversa. E poi
la ferita, lo zampillo, l’incerottamento. Mi spiace confessarlo,
ma per fortuna che non c’ero.

Diamo un’occhiata alla TOPOGRAFIA DELLA CASA:
– Tutte le cose, a loro modo,
erano in ordine, al posto giusto. Un senso,
capisci, non mancava. Ma quel tale
entrato poco dopo (forse, mi hai detto
dietro la tenda, uno della polizia) cos’ha capito?
Intendo del pestacarne abbandonato
sopra il frigorifero, o della mela
mezza sbucciata, tagliata, diventata nera; della bottiglia
del vermuth rimasta senza tappo, in un angolo sul tavolo,
col bicchiere lì…

Di fuori c’erano i fiaschi, le bottiglie vuote. Tutti gli ombrelli
appesi alla sbarra di ferro della porta interna.

(C’entra qualcosa il vicino
del piano di sotto, che esce sempre dopo le undici di sera
con la faccia da vampiro?)

(Non avevo mai nascosto certe mie debolezze
– Dal dentista
andarci all’ora del tramonto può essere invitante.
E in più, dopo, uscire, fare il giro della casa,
tenerti la bocca, dire al primo che incontri e ti saluta: “Sai
devi scusarmi se parlo male, o mostro un riso macabro. Ma vedi,
mi mancano i denti, proprio qui davanti…”

Così, dopo l’accaduto, la vicina del dentista: “Se la gente caro lei
ci pensasse un po’ più spesso
ci sarebbe meno cattiveria”. E io
rosso di colpa, mezzo scemo, coi capelli
già quasi tagliati a zero
a giustificarmi come segue: “Ma io non c’entro,
io non ho fatto niente… l’infarto… lo sa bene..”
E mi toccavo i bottoni della giacca.)

maurizio cucchi

maurizio cucchi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3
I primi segni a ben vedere
non erano mancati. È la ricomparsa
che nessuno si poteva attendere. Dato che poi,
sulla poltrona, magari in lacrime, se ne era parlato
della sparizione. Ma in concreto, quanto ne sapevamo?
Ricordati, però, senza cercare colpe, dell’acqua
entrata di notte sotto i vetri in nostra assenza, della crepa
che taglia tutto il soffitto, addirittura del solaio,
sopra la stanza in fondo e che neppure ci siamo curati di visitare,
del lampadario che dondola, degli infissi mezzi marci.

Oggi, poi, come non bastasse, guarda qui! Avvicinati,
guarda un po’ qui, ti dico, qui sotto. Mi cresce la muffa,
la muffa sulla suola!

È che mio padre sì
sapeva di lettere, cultura: London
Steinbeck, Coppi e Bartali, Oscar
Carboni e la Gazzetta
dello Sport. L’officina. E quelle camicie d’allora,
larghe, i pantaloni alti in vita, paletò palandrane..

Mi sono domandato il perché
di questo continuo andarsene
di inquilini, qui dell’interno. E di operai
che vanno e vengono e sporcano le scale. (Chissà adesso
come sarebbe tutta consumata la targhetta della porta.)

4
Avevo cercato di chiedere spiegazioni
a chi poteva saperne di più. E le domande,
come al solito, si facevano insistenti. Poi ho visto
un certo imbarazzo, un certo disagio. “Se non ti va”
ho detto “scusami,
non se ne parli più.” “Ma non è per questo”
mi ha fatto lei. “È che così, a bruciapelo…
Preparami, voglio dire,
lasciami tempo di abituarmi.”

– Ma non ci sarà, lo sai bene,
conclusione migliore alla vicenda,
soluzione diversa dal previsto. Solo tutt’al più
prima o poi un tizio che verrà, uno dei soliti,
a portare certi suoi risultati di qualcosa: per esempio pezzi di carte,
foto, testimonianze…

maurizio cucchi

maurizio cucchi

5
IL CORPO (il primo, s’intende).
……………………….

Ma poi era venuto su dalle scale
nel buio.
Avrà fatto di certo i cinque piani a piedi.

…………………………

Nascosto nel portaombrelli. Identificato.
Finalmente. Recuperato nel sonno.

6
Un fischio ha fatto tutto il corridoio (lungo,
credo, una quindicina di metri) crescendo fino in fondo,
sulla porta. Lì, poi, c’è stato qualcos’altro.
Non so.
Un rumore forte
(un vetro rotto?
un vaso caduto?)
______________________________________

Corte dei miracoli

Non è credibile a sentirlo con le proprie orecchie.
Viverlo &endash; ti capisco &endash; un inferno, una vergogna,

un’ansia di scappare (ma restiamo
nei dettagli più essenziali e meno compiaciuti:

la pianta della sacrestia, le malefatte
arcinote del prevosto, l’untuosità dei coadiutori &endash;

il gobbo e il sordo &endash; e delle suore. Il furto
alle cassette, la pistola

avvolta nel giornale, il colpo in canna..)
_____________________________________

maurizio cucchi

maurizio cucchi

La mappa del tesoro

1
Tutto è cominciato pochi giorni fa.
Mi ha proprio riferito la portiera di averlo visto uscire
quieto nel primo pomeriggio. (La giacca dall’attaccapanni, “torno tra poco”. Sparisce.) E dico io
i più cattivi giurano che se ne frega
della madre, del fratellino; chi garantisce che “telefona
di tanto in tanto si fa vivo, soave, sorridente”;
chi assicura di averlo visto
peregrinare per i Giardini Pubblici
tra un albero, una macchina
a pedali, una biciclettina,
ricordando, parlottando, riposandosi
su una panchina di granito. Bevendo un caffè, qualcosa.

(Spunti vagabondi, tratti di peso da impressioni, fossi io lui
in persona.)

(Un rumore di passi, nel corridoio vederla passare; la tentazione a fior di labbra, o muto. Giaculatorie, insulti
vergognosi. Una pena, nelle ore di svago del bravo
bambino educato.
Irresistibilmente
poi ogni cosa detta al prete in confessione. A lei,
persino.)

(Di sera tardi. Solo in un angolo, per terra, le ginocchia nere.
Spariti a letto chissà come
“Ma cosa faccio qui?
cos’è successo?” Di corsa sotto le coperte. Ma poi la luce
ancora accesa, in camera, di là; la caramella
che non si scioglie in bocca. Alzarsi, bussare, “permesso”, posarla
sul comodino. Solo così dormire.)

Più tardi a fissare le vetrine; a farsi sballottolare
dai passanti; fermo in un prato.

2
Lo rivedi tornare col Corriere, rilassato;
dire cose come “quanto meno circolando
in filovia o con il metrò
puoi ascoltare i discorsi della gente. Leggere
le pagine dei libri altrui, partecipare
dei problemi loro. Contemplare
non visto i particolari dei visi, dei vestiti”.
Sorridente
in cerca della sveglia: “Il mattino non ho necessità
di alzarmi presto &endash; o tardi. Tutte le sere, però,
carico la suoneria. La punto sulle 8
(o sulle 9). Sento la squilla e resto lì. Dormo,
poltrisco. Forse mi fa bene”.

Tra le voci raccolte una frase,
detta, ripetuta, sentita un po’ da tutti quanti:
dice che se ne va, in cerca di qualcosa
di straordinario, chissà che. Affari;
sarà che è diventato matto”.

(Ma è che la portiera mi ha spiegato, gli occhi al cielo,
“lui, lui! Altro che quello là…”)

3
Certo si tratterà, per buona parte, di sciocche fantasie.
È che una pista, dentro o fuori,
una traccia
un segno vago lo seguiva. Coi suoi indizi,
ancora adesso le sue buone informazioni.

……………….
……………….

Ricordo, prima di finire, tra le sue frasi preferite,
questa:
“Quando sarò vecchio avrò più pazienza.
Darò da mangiare ai piccioni”.

*

Mario Sironi periferie

Mario Sironi periferie

Da Poesia della fonte

Da Trasbordo

Sullo scoglio il suo corpo pulito
faceva un gesto senza storia,
di pane.
Sorrideva appena: “Dite di me?”
Ma il suo sentimento era
così poroso…
Leggere l’economia è obbedire
senza sfida né affermazione:
potrà disegnarsi nell’acqua e nel sole,
rifarsi, e io lo aspetto, per sempre,
per questa giacca, e questo cibo semplice.

_*

Secondo alcuni che soffrono talvolta
di un cieco risveglio e cercano coi piedi
nudi tremando il pavimento che affonda…
il trasbordo è all’estraneo
inerzia strana,
quieta che sfuma
e ne diviene complice
chi tradisce il bambino
col suo gozzo e il suo torso ricurvo.

*

per Antonio Riccardi
Nel sacro di questa assenza
recisi
tra due lame di luce e acqua
l’orizzonte è il paese.
Il capo lo appoggia,
orfana in un abbraccio,
l’Ave Maria a trasbordo.

*

Milano Quartiere Quarto Oggiaro

Milano Quartiere Quarto Oggiaro

 

 

 

 

 

 

 

Da Il sonno del mattino

L’ospite bilanciato

Prima persona o terza ben confuse
e le due teste sovrapposte ai vetri verdi:
le due figure sono forse una.
Disteso lunghissimo di legno
il capo nell’erba, il cappello caduto
nel verde spalmato, bagnato,
il pino, il cielo lilla e il tetto dell’infanzia,
le braccia al cuore a croce,
lo steccato:
ma forse è un pretesto di narciso.

Di casa eppure estraneo,
provvisorio e centrale aspirato
in un risucchio di luce
dietro la piccola folla delle damigelle,
i sovrani, il cane, i nani,
l’artefice, l’ospite bilanciato.
Eccomi, sono lui,
i piedi sui gradini
della porta a un passo
dalla luce bianca del mondo
che c’è fuori.

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22 commenti

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22 risposte a ““Il Disperso” (1976) di MAURIZIO CUCCHI – LA POESIA D’ESORDIO – Il processo di de-fondamentalizzazione del discorso poetico di Cucchi fino a “Vite pulviscolari” (2009) – Commento di Giorgio Linguaglossa

  1. antonio sagredo

    Consegnai vari anni fa – a Roma all’Istituto di cultura Ceco – al Cucchi decine di mie poesie da consegnare alla Patrizia Valduga (ch’era a Palermo, e che doveva raggiungerla); spero per lui che abbia gettato via i miei versi senza leggerli – ma nel caso li avesse letti spero ancora per lui che non ne abbia preso nemmeno uno a prestito!
    Non so se ha consegnato alla Valduga (che stimo moltissimo più di lui – ci vuole poco!) quei miei versi… se questa li ha letti oppure no… comunque siano andate le cose, questi due hanno perso l’occasione di leggere versi che non sapranno mai scrivere per la possanza e la bellezza intrinseca che posseggono!

  2. Ivan Pozzoni

    L’ospite bilanciato

    Prima persona o terza ben confuse
    e le due teste sovrapposte ai vetri verdi:
    le due figure sono forse una.
    Disteso lunghissimo di legno
    il capo nell’erba, il cappello caduto
    nel verde spalmato, bagnato,
    il pino, il cielo lilla e il tetto dell’infanzia,
    le braccia al cuore a croce,
    lo steccato:
    ma forse è un pretesto di narciso.

    Di casa eppure estraneo,
    provvisorio e centrale aspirato
    in un risucchio di luce
    dietro la piccola folla delle damigelle,
    i sovrani, il cane, i nani,
    l’artefice, l’ospite bilanciato.
    Eccomi, sono lui,
    i piedi sui gradini
    della porta a un passo
    dalla luce bianca del mondo
    che c’è fuori.

    ***

    Noumeno

    Silenzio dai fischi insistenti
    nelle anticamere d’occhi balcani,
    rumore di fondo continuo,
    nei chiusi chiacchierare, invano, di motori,
    di cinema d’umanità, amenità, avariate, varie.

    La trama del film d’ogni giorno
    è tela di ragno, consumata da stazzi di sogno,
    ove nulla è niente,
    dove l’acqua del bagno è tirata
    su cupi proscenii da maschere insonni.

    Ermetica, balocchi i tuoi fanti come carte a tarocchi,
    nel mielato tintinnio dello scorrer del fiume
    tra l’arteria succlavia e l’urlar delle carni
    dietro statue d’allume.

    Viva, mi vedi vivere,
    vivendo affanni invadenti,
    a dimensione frattale,
    sorpresi a affannarsi sul tramonto d’ogni viale.

    Balenii noumenici degni d’un matto…

  3. Siiiieee, con un filosofo della tua stazza non si può parlare di certe cose, involontariamente o impunemente. “Una intuizione ragionata”, va meglio?

    • Ivan Pozzoni

      In realtà, in Cucchi non trovo moltissimo di “ragionato”. Dovrebbe apprendere la lezione del Govoni di “Dove stanno bene i fiori”.

      • sono stato rimproverato spesso di un eccesso di scrittura filosofica nella mia interpretazione del testo di Cucchi; forse è vero, c’è un impianto di categorie entro il quale ho tentato di entrare nei testi di “Il disperso”. Ma questo è un rilievo che può essere formulato per ogni scrittura critica. Una scrittura critica parte sempre da un piano predisposto di strutture categoriali, altrimenti diventa marmellata intellettuale. Direi invece che la scrittura poetica di Cucchi è molto “ragionata”, molto intellettuale ma senza darlo a vedere, riesce a stare attaccata ai luoghi. La poesia di Cucchi ha un bisogno assoluto di restare ancorata ai luoghi, a una “topografia”, senza di essa rischierebbe di perdersi. Ogni scrittura poetica ruota sempre intorno ad un centro di gravità invisibile. “Il disperso” è in realtà una poesia che tratta dall’assenza, una poesia dell’assenza. In ciò ha preceduto altre scritture poetiche e ne ha costituito un modello. Quel tipo di poesia aveva bisogno di quella paratassi, di quella dispersione. L’io che indaga è fuori contesto, fuori quadro. Il soggetto è de-centrato. Questo volevo dire anche quando ho parlato di de-fondamentalizzazione del discorso poetico cucchiano, ma non so quanto sia stato compreso; i più si sono limitati ad una lettura di superficie, cercando i punti di criticità del mio discorso critico, ma erano invece i punti di criticità del discorso poetico di Cucchi, il quale certo è tutto tranne che un poeta ingenuo o che va d’istinto.

        • Ivan Pozzoni

          Giorgio, tu sai benissimo – e non c’è modo di rimproverarmelo (proprio perché lo ammetto a priori)- che io non sono dotato di uno strumentario critico/linguistico tale da introdurre una efficace critica letteraria. Lungi da me tentarci, non è il mio campo, non ne ho la competenza, e ciò è una cosa che non si improvvisa (sarebbe come improvvisare un’analisi storico/filosofica sulla teoria del diritto dei lirici greci senza avere mai studiato storiografia filosofica e storia dei diritti greci). Presupposto tutto ciò, dico, semplicemente a mio gusto, che nel testo

          L’ospite bilanciato

          Prima persona o terza ben confuse
          e le due teste sovrapposte ai vetri verdi:
          le due figure sono forse una.
          Disteso lunghissimo di legno
          il capo nell’erba, il cappello caduto
          nel verde spalmato, bagnato,
          il pino, il cielo lilla e il tetto dell’infanzia,
          le braccia al cuore a croce,
          lo steccato:
          ma forse è un pretesto di narciso.

          Di casa eppure estraneo,
          provvisorio e centrale aspirato
          in un risucchio di luce
          dietro la piccola folla delle damigelle,
          i sovrani, il cane, i nani,
          l’artefice, l’ospite bilanciato.
          Eccomi, sono lui,
          i piedi sui gradini
          della porta a un passo
          dalla luce bianca del mondo
          che c’è fuori.

          io – e dico io- non trovo nessun senso compiuto. Ad un occhio non tecnico, com’è il mio, il testo appare un accozzaglia di vocaboli buttati lì a caso. Che differenza c’è tra QUESTO Cucchi e un De Signoribus? Da mero fruitore, non mi colpisce, non mi interessa, non mi affascina. Potrei dirti la stessa cosa di:

          Sullo scoglio il suo corpo pulito
          faceva un gesto senza storia,
          di pane.
          Sorrideva appena: “Dite di me?”
          Ma il suo sentimento era
          così poroso…
          Leggere l’economia è obbedire
          senza sfida né affermazione:
          potrà disegnarsi nell’acqua e nel sole,
          rifarsi, e io lo aspetto, per sempre,
          per questa giacca, e questo cibo semplice.

          Però, come ci siamo detti, è una gravissima limitazione mia. C’è di bello che altre espressioni poetiche, chiare e cristalline, le apprezzo.

          • Ambra Simeone

            Immagino che le poesie del secondo Cucchi vogliano imitare le pennellate di un quadro alla maniera di Monet o Van Gogh, il problema è che alla fine da queste pennellate non ne esce fuori nessuna rappresentazione, nessun soggetto!

  4. Ivan, se non è ragionato il verbale dell’ispettore Derrick che indaga su un delitto, interroga la portiera, mappa la topografia della casa, “identifica”, (Chi? Che cosa? C’è da chiedersi) mette insieme gli indizi, rovista nei cassetti, non saprei proprio cos’altro potrebbe essere ragionato.
    Di notevole, diverte, è che il Cucchi si sdoppia, da investigatore diventa criminale, colpevole, (Ma io non c’entro, io non ho fatto niente… l’infarto… lo sa bene..” E mi toccavo i bottoni della giacca.)

    Mi domando e domando, c’è una poesia non ragionata? Per mia esperienza rispondo che qualcuna c’è, pochissime nella vita di un poeta, sono quelle che nascono da un vortice, misteriosamente dettate.

    Riformulo quindi il concetto: Una intuizione ragionata con funzioni organizzative e attività pratiche.

    • Ivan Pozzoni

      Giuseppe: tutto ciò che sta messo sotto il neretto “disperso (1976)” ha una velleità di significanza (se davvero poesia è rendere complesso ciò che è semplice, Cucchi ci riesce). Sinceramente, da “Da Poesia della fonte” in sotto, io non riesco a capire niente, mi annoio, mi irrito, e, se malauguratamente lo avessi, chiuderei il volumetto e lo butterei dalla finestra, aprendo un bellissimo e riposante Euripide, Lucrezio o Leopardi. Probabilmente, limitazione mia, capirei meglio e mi annoierebbe meno un vero verbale di Polizia su un omicidio, scritto in burocratese da un brigadiere di Foggia. Perché, dunque, sprecar tempo e spaccarmi la testa su testi che, a mia opinione, non hanno nessuna chiarezza (ribadisco: vado in crisi dalla sezione “Da Poesia della fonte” in avanti, annoiandomi da morire). Però, ribadisco, ribadisco, ribadisco: è un mio limite tecnico: Cucchi, su di me, ha lo stesso effetto di Luzi, De Signoribus e altri. Immagino l’esito su soggetti meno interessati. Poi non ci lamentiamo se la c.d. poesia ha esaurito (nel duplice senso) i suoi fruitori…

  5. Ivan Pozzoni

    Ragazzi, questi:

    Ho sempre aspirato a una forma più capace,
    che non fosse né troppo poesia né troppo prosa
    e permettesse di comprendersi senza esporre nessuno,
    né l’autore né il lettore, a sofferenze insigni.

    Nell’essenza stessa della poesia c’è qualcosa di indecente:
    sorge da noi qualcosa che non sapevamo ci fosse,
    sbattiamo quindi gli occhi come se fosse sbalzata fuori una tigre,
    ferma nella luce, sferzando la coda sui fianchi.

    Perciò giustamente si dice che la poesia è dettata da un daimon,
    benché sia esagerato sostenere che debba trattarsi di un angelo.
    È difficile comprendere da dove venga quest’orgoglio dei poeti,
    se sovente si vergognano che appaia la loro debolezza.

    Quale uomo ragionevole vuole essere dominio dei demoni
    che si comportano in lui come in casa propria, parlano molte lingue,
    e quasi non contenti di rubargli le labbra e la mano
    cercano per proprio comodo di cambiarne il destino?

    Perché ciò che è morboso è oggi apprezzato,
    qualcuno può pensare che io stia solo scherzando
    o abbia trovato un altro modo ancora
    per lodare l’Arte servendomi dell’ironia.

    C’è stato un tempo in cui si leggevano solo libri saggi
    che ci aiutavano a sopportare il dolore e l’infelicità.
    Ciò tuttavia non è lo stesso che sfogliare mille
    opere provenienti direttamente da una clinica psichiatrica.

    Eppure il mondo è diverso da come ci sembra
    e noi siamo diversi dal nostro farneticare.

    La gente conserva quindi una silenziosa onestà,
    conquistando così la stima di parenti e vicini.

    L’utilità della poesia sta nel ricordarci
    quanto sia difficile rimanere la stessa persona,
    perché la nostra casa è aperta, la porta senza chiave
    e ospiti invisibili entrano ed escono.

    Ciò di cui parlo non è, d’accordo, poesia,
    perché è lecito scrivere versi di rado e controvoglia,
    spinti da una costrizione insopportabile e solo con la speranza
    che spiriti buoni, non maligni, facciano di noi il loro strumento

    o

    Un treno è entrato in stazione. È fermo, vagone dopo vagone,
    Ma nessuna porta si apre, nessuno scende o sale.
    Ci sono veramente delle porte? Là dentro un brulichio
    Di uomini rinchiusi che vanno su e giù.
    E scrutano dai finestrini immobili.
    Fuori lungo il treno cammina un uomo con un martello.
    Urta le ruote che debolmente risuonano. Tranne qui.
    Qui il rumore aumenta incomprensibilmente: un fulmine,
    Il rintocco dell’orologio della cattedrale,
    Il rumore della circumnavigazione del globo
    Che solleva tutto il treno e le pietre umide dei dintorni.
    Tutto canta. Ve lo ricorderete. Andate avanti.

    sono chiari, cristallini, comprensibili, sensati, e non mi annoiano. Perché c’è una differenza? Ammettiamolo a noi stessi: ci sono cose insensate e cose sensate, ci sono documenti confusi e documenti cristallini. Mi sbaglio?

  6. Non ti sbagli affatto.
    Ma del primo Cucchi, di quello presentato in questa pagina, bisogna riconoscere una novità. Non un’esaltazione.
    Poi sono d’accordissimo con te sulla comprensibilità e qualità. Per fare un altro nome, garzantiano, Sebastiano Addamo, Le linee della mano, solo per fare un esempio, l’ho trovato noioso da morire. Meglio la mia di mano, “La mia mano sai è una farfalla, e la luce spenta aspetta e traballa…”

  7. Come dico sempre, in poesia si rimane giovani e nuovi per poco, pochissimo tempo. Poi ci sono i “Peoti” che non hanno nemmeno questa fortuna. :-))

  8. Caro Ivan Pozzoni,

    Premetto che il mio pezzo critico è incentrato esclusivamente su “Il disperso” (1976), in un certo senso ho lasciato nell’ombra la restante produzione poetica di Cucchi, e il perché è presto detto: perché ritengo che il primo libro di Cucchi sia quello di più alto valore letterario. Detto questo, dico che la restante produzione, pur tra alti e bassi, come accade anche a grandi poeti, non mi sembra che abbia attinto il livello del libro d’esordio.

    Il problema della poesia di Cucchi è che dopo il libro d’esordio occorreva dare una svolta al suo discorso poetico, abbandonare la de-fondamentalizzazione (che era ormai un risultato acquisito) e tentare qualche altra via di sviluppo, quella che io ho appena abbozzato nel mio scritto critico: riavviare su un gradino più alto il discorso poetico basato sul parlato estraniato ed espropriato. Che cosa invece è accaduto? Per semplificare, direi che continuando con la tecnica di un “parlato estraniato e espropriato” il verso cucchiano si è infilato in un tunnel senza luce. Tento di spiegarmi: per rendere il “parlato” appetibile occorreva introdurre delle deviazioni, degli scarti, dei tratti sopra segmentali si dice in gergo, cosa che Cucchi ha fatto benissimo, ma così facendo non ha rimosso né superato l’impasse di base della sua posizione di poetica: la dissoluzione del discorso poetico fondato sulla paratassi e la disseminazione lessicale. Di qui è derivato un certo abuso di tratti sopra segmentali, di salti tra una fraseologia e l’altra, proprio per evitare un evidente appiattimento lessicale e semantico.

    In altre parole, voglio dire che se tutto il discorso poetico viene tenuto su un parlato basso, escludendo a priori le verticalizzazioni della metafora e della sineddoche, escludendo il ricorso ai correlativi oggettivi, ecco che il baricentro del suo discorso poetico degli anni seguenti si è come avvitato in una larga pianura. Insomma, nella poesia del tardo Cucchi non ci sono mai né altezze né profondità, né tridimensionalità.

    Ma questo è un problema che investe la poesia contemporanea italiana e non solo quella di Cucchi, che richiederebbe un lungo discorso. Ma, in questa sede, mi è sufficiente l’accenno a tale problema.

  9. ludovico rastrelli

    Povero Cucchi senza arte, né parte! Povera cricca milanese : trionfo della mafiopoesia!

  10. gentile Ludovico Rastrelli,

    anche per far meglio comprendere il suo punto di vista sulla poesia e sul poeta in argomento, la pregherei di fornirci una motivazione adeguatamente e maggiormente motivata.

  11. ludovico rastrelli

    Non posso, sono estremamente rarefatto!

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