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CONVERSAZIONE CON ALFONSO BERARDINELLI di Doriano Fasoli – «La metafisica e l’ontologia sono come il chewing gum: si mastica e si mastica, ma non si può ingoiare niente… Alla fine, però, bisogna sputare»

alfonso berardinelli[pubblicato in: Il Caffè Illustrato, n. 34, gennaio-febbraio 2007.]

 

Doriano Fasoli: Berardinelli, quali sono le prospettive della critica del nuovo Millennio? Che futuro ha la critica? Può indicarmi i nomi e le linee di tendenza su cui scommettere?

alfonso berardinelli

alfonso berardinelli

 Alfonso Berardinelli: Di solito non faccio altro che nominare gli scrittori che preferisco. Non ho altra religione, nessun altro ‘credo’. È tutta una questione di amore e odio. La critica in fondo non ha altri moventi. Le linee di tendenza su cui scommettere sono, per me, semplici e vaghe. Si tratta di capire e perfezionare, credo, la propria singolarità, dato che siamo, irrimediabilmente, dei singoli imperfettamente, provvisoriamente socializzati. La propria autenticità (se c’è) va recitata (dato che bisogna esprimerla). Oggi, in fin dei conti, mi sento una specie di anarchico radicale che per discrezione recita da scettico liberal-democratico… Ma queste categorie suonano sempre un po’ enfatiche e deformanti…

 

Mandel'stam a Firenze 1913

Mandel’stam a Firenze 1913

 

massimo cacciari

massimo cacciari

Secondo il filosofo-scrittore Emilio Garroni, interpretare testi narrativi è un’operazione complicata, non mai risolta completamente dalla critica. «Certamente – egli ha avuto occasione d’affermare nel corso di una nostra conversazione – interpretare testi narrativi significa, da una parte, anche svelarne quella comprensione globale che essi suppongono o esprimono implicitamente. Per dirla con un’espressione che detesto: ‘la concezione del mondo’ supposta dall’autore o dall’ambiente da cui proviene. D’altra parte però significa anche seguire e riesporre il filo della narrazione, in quanto racconto di eventi e di azioni, descrizione di personaggi e di situazioni. Ebbene, io credo che entrambe le operazioni siano per se stesse insufficienti: la prima, come dicevo, trascura il tratto peculiare della narrazione, la sua temporalità; la seconda sacrifica alla temporalità quella comprensione che rende possibile una narrazione e rischia di risolversi in un descrittivismo insignificante, oltre che unilaterale».

paul celan ingeborg bachmann

paul celan ingeborg bachmann

Lo sforzo, secondo Garroni, sarà quindi di mostrare che nel paradosso dell’interpretazione narrativa comprensione e narrazione per un verso si richiamano a vicenda e per altro verso si escludono. «In altre parole: bisogna, sì, comprendere un romanzo, ma anche guardarsi dal trasformare questa comprensione in un suo equivalente filosofico o ideologico. Dovremmo piuttosto ripercorrere la storia interna della comprensione che il romanzo suppone e provoca. Del resto comprendere e narrare dipendono dalle due coordinate fondamentali del nostro esperire: il cogliere con un colpo d’occhio l’intera nostra esperienza possibile nei suoi tratti necessari, come se fosse perenne e noi fossimo immortali, e nello stesso tempo coglierla nella sua temporalità, nel suo non essere da sempre, nel suo essere radicalmente contingente, quali noi stessi siamo». È d’accordo? Che cosa vuol dire per lei interpretare testi narrativi?

zbigniev herbert

zbigniev herbert

Trovo interessante questa distinzione di Garroni. E la condivido. Diffido della pura «comprensione» se si esprime nelle forme della sintesi intellettualistica, perché ogni opera d’arte (ma anche ogni fatto, fenomeno, esperienza e forma vivente) è irriducibile al suo concetto. Ogni comprensione e interpretazione è il risultato di un qui-e-ora, è circostanziale. Può cambiare non appena se ne sentirà il bisogno. Non c’è niente di totalmente immobile neppure nei valori più forti e nelle più grandi opere della tradizione culturale. Per questo la critica militante ha sempre valore retroattivo. Se uno studioso seriamente accademico prende per buoni dei cattivi autori contemporanei, dobbiamo dubitare anche della sua comprensione dei classici. Evidentemente non li ha capiti, non hanno agito su di lui. Si è limitato a studiarli per puro (e cieco) dovere professionale. In questo senso, esplicitamente o implicitamente, tutta la critica è militante, e non può illudersi di trovare rifugio e certezze nel passato. È il presente, infatti, che custodisce o distrugge il passato. Anche se spesso per custodire bisogna sospendere l’idea di una continuità garantita.

Adam Zagajevski

Adam Zagajevski

La via che porta ai classici non è una linea retta, è uno zig-zag o un labirinto… Comprensione e narrazione, mito e logos non devono escludersi. I migliori critici sono delle menti logiche, ma anche mitografiche. Il critico incapace di vera ammirazione diventa facilmente un puro amministratore di beni immobili.

Tendo a credere che raccontare sia solo uno dei modi per interpretare ciò che è avvenuto o avviene. Si racconta quando non si riesce a interpretare per concetti, o quando la sola logica degli eventi è la loro concatenazione di fatto, la catena dei prima e dei dopo o il rapporto di simultaneità, del tipo: «Pensò questo e fece quello»; oppure: «Mentre faceva quello, pensava questo».

Yeats ed Eliot

Yeats ed Eliot

La mente del critico è di solito più interpretativa che narrativa. Interessante però non è tanto fornire formule o esibire strumenti analitici, quanto fare la storia del (proprio) processo interpretativo. Ogni concetto contiene e nasconde un racconto, un percorso mentale che si dovrebbe rendere esplicito.

Si tratta di capire che la scientificità delle scienze storico-ermeneutiche non è la stessa di quelle empirico-analitiche. La critica, comunque, può fare l’una cosa e l’altra: descrivere casi singoli e indagare leggi generali, essere idiografica e nomotetica, fare il ritratto di un autore e studiare le trasformazioni di un genere letterario o di una poetica.

wallace stevens

wallace stevens

Quali sono, secondo lei, le vere qualità del saggista letterario? L’immensa cultura? Il desiderio di possesso, il dono analogico, l’arte delle connessioni, una sottigliezza persino tortuosa, la freddezza mentale, il fiuto del poliziotto che insegue dovunque le tracce del criminale, il dono psicologico, quello che Poe chiama «il metodo» di Dupin?

Stavo cominciando a parlare proprio di questo. La saggistica è la forma sperimentale della prosa di pensiero. È il contrario del trattato. Comunque, come in altri generi letterari, le qualità del saggista cambiano da un autore all’altro. Ci sono saggisti in cui l’immensa cultura, al limite dell’erudizione, fa pensare ad una vocazione enciclopedica. Questo demone enciclopedico, la curiosità, il camaleontismo, il gusto della pluralità e della molteplicità, il libertinismo intellettuale si trovano nella maggior parte dei saggisti, soprattutto nei critici letterari o d’arte. È il bisogno di uscire da se stessi per entrare in altri mondi o microcosmi individuali: è un infilarsi e intromettersi nella vita altrui, in altre forme mentali e fisiche di vita.

 Christopher William Bradshaw Isherwood; Wystan Hugh ('W.H.') Auden by Louise Dahl-Wolfe

Christopher William Bradshaw Isherwood; Wystan Hugh (‘W.H.’) Auden by Louise Dahl-Wolfe

Ma c’è anche il polo opposto. Non la curiosità e la mobilità, ma la fedeltà, l’aderenza a quello che si è e a quello che davvero interessa. Da un lato la curiosità enciclopedica e libertina, dall’altro l’idiosincrasia dei gusti e delle ossessioni, la dedizione ai propri piaceri e alle proprie necessità intellettuali, morali, estetiche, politiche… Sì, probabilmente la formula potrebbe essere la combinazione di virtuosismo intellettualistico e di fedeltà autobiografica. Cose che si notano chiaramente (e originalmente combinate) in saggisti come Mario Praz, Walter Benjamin, Giacomo Debenedetti, Edmund Wilson, Viktor Šklovskij, Leo Spitzer, Roland Barthes, fino a Starobinski e Steiner. Sembra sempre che dimentichino se stessi per correre dietro a ogni stimolo, sollecitazione, avventura, idea, storia. Ma poi ci si rende conto che cercano dovunque se stessi. Scrivono la propria autobiografia per interposte persone. Parlano di sé parlando d’altro e di altri… Continua a leggere

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