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Cinema Azzurro Scipioni (Roma, via degli Scipioni, 82 martedì, 9 febbraio 2016 h. 18.30, seguirà cocktail) – Presentazione della Antologia bilingue, testo italiano a fronte, “POEMS” di Antonio Sagredo,  Chelsea Editions, New York, traduzione di Sean Mark; intervengono: l’Autore, Donato Di Stasi, Giorgio Linguaglossa, Letizia Leone – Lettura dei testi: Michelangelo Firinu – Accompagnamento musicale: Andrea De Martino. Per informazioni: (0039) 3393446073 – – – Antonio Sagredo DUE POESIE “La gorgiera di un delirio mi mostrò la Via del Calvario Antico” e “La soglia del duende” con Commento di Giorgio Linguaglossa e Autocommento dell’autore – “LEstraneo (Unheimlich)”, “La poesia di Sagredo, atto «incipitario» e «atto fondativo»”, “Frantumare il patto federativo che lega la parola al referente e la parola al significante”, “Nelle poesie di Sagredo noi sediamo in platea mentre sulla scena ha luogo una recita”

Cinema Azzurro Scipioni (Roma, via degli Scipioni, 82 martedì, 9 febbraio 2016 h. 18.30, seguirà cocktail) – Presentazione della Antologia bilingue, testo italiano a fronte, “POEMS” di ANTONIO SAGREDO,  Chelsea Editions, New York (2015), traduzione di Sean Mark; intervengono: l’Autore, Donato Di Stasi, Giorgio Linguaglossa, Letizia Leone – Lettura dei testi: Michelangelo Firinu – Accompagnamento musicale: Andrea De Martino. Per informazioni: (0039) 3393446073
antonio sagredo teatro abaco1971 skomorochi (4)

antonio sagredo teatro abaco1971 skomorochi con A.M. Ripellino

Antonio Sagredo (pseudonimo Alberto Di Paola), è nato a Brindisi nel novembre del 1945; vissuto a Lecce, e dal 1968 a Roma dove  risiede. Ha pubblicato le sue poesie in Spagna: Testuggini (Tortugas) Lola editorial 1992, Zaragoza; e Poemas, Lola editorial 2001, Zaragoza; e inoltre in diverse riviste: «Malvis» (n.1) e «Turia» (n.17), 1995, Zaragoza.

La Prima Legione (da Legioni, 1989) in Gradiva, ed.Yale Italia Poetry, USA, 2002; e in Il Teatro delle idee, Roma, 2008, la poesia Omaggio al pittore Turi Sottile. Come articoli o saggi in La Zagaglia:  Recensione critica ad un poeta salentino, 1968, Lecce (A. Di Paola); in Rivista di Psicologia Analitica, 1984, (pseud. Baio della Porta):  Leone Tolstoj – le memorie di un folle. (una provocazione ai benpensanti di allora, russi e non); in «Il caffè illustrato», n. 11, marzo-aprile 2003: A. M. Ripellino e il Teatro degli Skomorochi, 1971-74. (A.   Di Paola) (una carrellata di quella stupenda stagione teatrale).

Ho curato (con diversi pseudonimi) traduzioni di poesie e poemi di poeti slavi: Il poema :Tumuli di  Josef Kostohryz , pubblicato in «L’ozio», ed. Amadeus, 1990; trad. A. Di Paola e Kateřina Zoufalová; i poemi:  Edison (in L’ozio,…., 1987, trad. A. Di Paola), e Il becchino assoluto (in «L’ozio», 1988) di Vitězlav Nezval; (trad. A. Di Paola e K. Zoufalová). Traduzioni di poesie scelte di Katerina Rudčenkova, di Zbyněk Hejda, Ladislav Novák, di Jiří Kolař, e altri in varie riviste italiane e ceche.

Recentemente nella rivista «Poesia» (settembre 2013, n. 285), per la prima volta in Italia a un vasto pubblico di lettori: Otokar Březina- La vittoriosa solitudine del canto (lettera di Ot. Brezina a Antonio Sagredo),  trad. Alberto Di Paola e K. Zoufalová. Nel 2015 pubblica  Poems Chelsea Editions di New York, antologia bilingue con testo a fronte in italiano.

Antonio sagredo teatro politecnico-1974

Antonio Sagredo teatro politecnico-1974

Commento di Giorgio Linguaglossa

La poesia di Antonio Sagredo è un evento irriducibile che si inserisce nel mondo. Un atto che per eventualizzarsi deve pescare nelle profondità dell’Estraneo (Unheimlich) in quanto, come scrive l’autore, «le maschere si somigliano». La sua è una poesia che sembra quasi vivere in un limbo a-storico. Come ho scritto altre volte, l’impiego degli aggettivi (mai dimostrativi o qualificativi di una sostanza) è volto a stravolgere e a sconvolgere la sostanzialità e la stanzialità del discorso poetico. Sarà bene dire subito che la poesia di Sagredo non è poesia pura, non riposa sull’atto poetico in sé, non abbandona mai i significati particolari delle parole nemmeno quando alza il diapason della significatività fino agli orli dell’incomprensibile e dell’indicibile.

Scrive Octavio Paz ne “L’arco e la lira”: «Un’opera poetica pura non potrebbe esser fatta di parole e sarebbe, letteralmente, indicibile. Nello stesso tempo un’opera poetica che non lottasse contro la natura delle parole, obbligandole ad andare oltre se stesse e oltre i loro significati relativi, un’opera poetica che non cercasse di far loro dire l’indicibile, risulterebbe una semplice manipolazione verbale. Ciò che caratterizza un’opera poetica è la sua necessaria dipendenza dalla parola tanto quanto la sua battaglia per trascenderla».

Il discorso poetico di Sagredo è fondatore di un evento: un mondo surrazionale e incipitario. Vuole fondare l’arché, il principio, si pone all’origine della Lingua come se dovesse modellizzarla secondo una nuova logica illogica, seguendo la logica perlocutoria dell’atto fondativo, ma per far questo essa paga un altissimo pedaggio di indicibilità e di incomunicabilità. Sarebbe incongruo chiedere all’evento fondativo sagrediano di porsi nella secondarietà della comunicazione, in essa non c’è comunicazione ma fondazione, non c’è mediazione tra un destinatore e un destinatario ma un atto, come detto, incipitario del senso.

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C’è un insieme ballerino e convergente:
sono i numeri dei versi e i versi dei numeri,
curvatura dei versi, curvatura dei numeri.
Sublime finzione l’infinito! La sua maschera… finita!

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Solitudine della logica: punto del non-ritorno.
Solitudine del paradosso: punto del ritorno.
Da punto del non-ritorno al punto del ritorno,
dal ritorno del punto al non-ritorno del punto.

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Solitudine del punto.
Solitudine del ritorno.
Solitudine della linea.
Solitudine dell’insieme.

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L’inizio non ha fine all’inizio della fine!

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È un atto poetico che vuole situarsi all’inizio della costruzione della Lingua, in una solitudine assoluta ed eroica. È un atto maniacale e spasmodico, incipitale e magmatico.

Ogni atto «incipitario» è un «atto fondativo». La poesia di Sagredo va letta in quest’ottica: come ogni fondazione di città, traccia il decumano e il cardo e le innumerevoli vie trasversali che li attraversano. Anche nella poesia sagrediana si pone il medesimo problema di disseminare i sensi e le direzioni di senso ai fini dell’orientamento nella Città del Verbo. Sagredo sa bene che in ogni atto fondativo di parola si cela il Teatro della Rappresentazione, un rito, un altare (divelto), un logos (rimosso), un messaggio (tradito) ove il parlante è contraddetto e contraddistinto dalla parola parlata. La parola sagrediana assume la forma di una erotecnica, è sospinta da un desiderio di parola che vuole rimettere la parola al centro della scena della rimozione e del tradimento (di qui l’abbondanza nella sua poesia di armi bianche, di scene di tradimento, di sanguinamenti, di oltraggi etc.). La poesia sagrediana è una rappresentazione teatrale di un teatro finto, posticcio, bislacco, è una parola di cartapesta e di ceralacca; una parola consunta e infingarda che guarda con orrore e dispetto al discorso poetico che crede ingenuamente di risolvere il conflitto tra il conscio e il rimosso, tra il tradimento e la fedeltà, tra il soprasuolo e il sottosuolo con il semplice ricorso ad una parola referenziale che tradisce un concetto federativo tra discorso poetico e reale (visto come una serie di oggetti che stanno di fronte al parlante e che il parlante deve rispecchiare).

Antonio Sagredo copPrimo intento di Sagredo è quindi frantumare il patto federativo che lega la parola al referente e la parola al significante, il tacere al parlare, il parlare al tacere visti come soluzioni non accettabili ed insufficienti; secondo intento è rimescolare l’ordine e il disordine delle parole, considerate quali frattaglie algebriche della impossibilità di attingere un senso o una direzione di senso nella Città del Verbo. Lo scompaginamento, lo scassinamento e il caos verbale che ne conseguono sono il diretto risultato di un atteggiamento quasi donchisciottesco del poeta che si rivela impagliatore di frasari, fustigatore di parole, allibratore di scommesse perduteOltraggiatore di quisquilie, posteggiatore di improperi, fustigatore di imperatori. È l’irruzione nel Discorso della Ragione Poetica, dell’Estraneo, dell’Alterità, del Simbolico, dell’Immaginario direbbe Lacan, della barra in-significante, della traccia perduta e dimenticata. Forse, Antonio Sagredo è più prossimo ad Amleto di quanto si immagini, discetta sulla orditura del cosmo nel mentre che prepara il suo delitto di cartapesta. Forse, l’Utopia di Sagredo è un sogno, il sogno della uccisione del totem del Padre, sopprimere l’Estraneo…

Leggiamo una breve poesia di Antonio Sagredo:

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La gorgiera di un delirio mi mostrò la Via del Calvario Antico
e a un crocicchio la calura atterò i miei pensieri che dall’Oriente
devastato in cenere il faro d’Alessandria fu accecato…
Kavafis, hanno decapitato dei tuoi sogni le notti egiziane!
Hanno ceduto il passo ai barbari i fedeli inquinando l’Occidente
e il grecoro s’è stonato sui gradini degli anfiteatri…

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La poesia parla di una «gorgiera»? (elemento di una vestizione seicentesca che appariva immediatamente sotto il collo maschile, simbolo di nobiltà e di elevato censo sociale); ma la «gorgiera» è un attante di specificazione di un’altra parola chiave del testo: «di un delirio». Qui, subito all’inizio, troviamo una sineddoche, si nomina una parte del tutto per indicare il tutto; è quindi «il delirio» il centro del motore simbolico della poesia, ma appena leggiamo le parole seguenti del primo verso, ci accorgiamo che «la gorgiera» è diventata il soggetto che mostra che «la Via del Calvario Antico», qui si tratta di un accenno semantico alla crocifissione di Gesù, ma è appena un accenno, perché subito dopo si parla di «un crocicchio» dove «la calura» fa una cosa strana, Sagredo usa il verbo neologismo «atterò» (che non sappiamo che cosa possa significare ma che richiama alla mente una serie di accezioni semantiche secondarie). Dunque, siamo arrivati alla metà del secondo verso e già le cose si presentano maledettamente complicate. Ma che cos’è che «attera» (forse nel senso di atterrare, azzerare, sopprimere) «i miei pensieri»?. E qui di nuovo riemerge l’io spodestato dalla «gorgiera» del primo verso la cui presenza viene sottintesa nella declinazione alla prima persona dell’io poetante: «i miei pensieri». A questo punto veniamo informati che «che dall’Oriente […] «fu accecato» «il faro d’Alessandria». Il «faro d’Alessandria» si capisce subito dopo che è «Kavafis»…

Insomma, la poesia procede a zig zag, mediante espedienti del senso che straniano in continuazione il senso del testo, lo straniano appunto introducendo delle deviazioni continue. Il testo si presenta come una serie continua di deviazioni da una immagine, da una simbolica all’altra. La procedura sagrediana è questa: un infinito adeguarsi del senso. Sagredo fa con la mano sinistra quello che con la mano destra disfa; fa e disfa la tela di Penelope. È un falsario, un imbonitore e un rivoluzionario al tempo stesso, procede per tradimenti del senso e dell’orizzonte di attesa del lettore. Una instancabile ricerca di una traccia in direzione di una archi-traccia. Che non verrà mai trovata. Che non può mai essere trovata. Un Salvator Dalì della poesia italiana.

Nelle poesie di Sagredo noi sediamo in platea mentre sulla scena ha luogo una recita (non dimentichiamoci che Sagredo è stato attore ed è stato un ammiratore della poesia attoriale di Ripellino); nella recita Sagredo recita a soggetto. Ha in mente soltanto un canovaccio, sa a memoria soltanto alcune battute ma, al momento dell’entrata in scena, il canovaccio viene tradito, consegnato al pubblico e tradito. Sul palco del teatro si annuncia una messinscena, si allestisce uno spettacolo, si allestisce un parricidio simbolico che si risolve in un ossessivo, maniacale, spostamento degli oggetti e della suppellettile della casa paterna. Sagredo fa nella sua poesia ciò che Shakespeare ha fatto nell’Amleto, crea, e mentre che crea sente il bisogno di distruggere ciò che crea. È un cerchio simbolico che qui ha luogo. Un assassinio del Totem, sempre ripetuto e sempre rinviato. La poesia sagrediana diventa così un atto liturgico, regredisce a rito apotropaico. Sagredo decostruisce il testo nel momento in cui lo mette in scena o, almeno, nel momento in cui tenta di metterlo in scena.

antonio sagredo Politecnico Teatro 1974-skomorochi (2)

antonio sagredo Politecnico Teatro 1974-skomorochi

Antonio Sagredo La soglia del duende

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 Mi giunsero notizie come varianti mostruose da ogni luogo terrestre: l’orrore
non era più una novità per me, gli eventi sugli occhi battevano i ritmi delle visioni
recidive: catastrofi, apocalissi il nostro pane quotidiano… i tasti del duende scellerati:
Sono rose nere queste quotidianità, ma non sono le mie rose!

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Voi forse credete le croci meno mostruose delle scimitarre? I candelabri meno
mostruosi di quelle? Caroselli, giostre, morgue, obitori, mattatoi ad uso comune…
tutto o nulla fluisce dalla pianta dei piedi al midollo… meno cantavo più la canzone
mi era sonoramente insensata: fuoco del sangue! sangue del fuoco!

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Ho spremuto la Morte come un limone di primavera quel giorno romano che il silenzio
oscillava al canto del gallo come una banderuola gitana. Eloisa, meretrice di Siviglia,
batteva i quattro boulevards dell’arena, lei che era gobba come una prefica medievale
cantava Santa Teresa barocca dal volto più affilato di una falce!

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Sugli altari delle lagrime scrisse con dita di cera un epitaffio muliebre con gli stiletti
delle sue unghie arcuate … era famosa come la bambina dei pettini e gareggiava
con le ballerine di Cadice, e danzava al canto di Silverio l’emorragia dei gesti dai balconi
giudei dei fiori di sale… mirando del mio corpo il non agire… e poi non più.
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La soglia e la ferita mi contesero il poeta sulle scale delle lagrime: era la squillante
voce piombata degli zoccoli sul nero suono muschiato…un’aria con odore di saliva
di bimbo, di erba pestata e velo di medusa sotto nuovi portali di scoperta.
Ma contro la geometria del pianto mi truccavo con gesso di Ruidera!

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Roma, 10 ottobre 2015
antonio sagredo-1971

antonio sagredo-1971

Autocommento di Antonio Sagredo

 Caro Giorgio,

cerco di spiegarmi: Intanto dovresti sapere cosa è il duende. Se non lo sai dovresti leggere il testo di Federico Lorca del 1930: El duende teoria y juego. Il poeta assegna alla ispanità 4 linee come strade o boulevards, e sono: gitano, barocco, ebraico, romano.

la prima strofa:

a tutti giungono notizie da tutto il mondo e sono notizie tragiche colme di orrori di vario genere, si presentano, come visioni recidive (nulla al mondo è cambiato in meglio e tutto gli orrori si ripetono fin dalle nostre origini tant’è che è pane quotidiano!), al contrario del duende che non si ripete mai.

Il duende questa forza di cui si sa e non si sa la natura ci suona il cervello (midollo) dai nostri primordi e suona scelleratamente: il quarto verso mio è tratto dalla poesia “Me ne fotto” del 2011. “Rose nere” coincidono (non lo sapevo prima) con quanto ci riporta Lorca nel suo scritto su menzionato, citando una frase di un personaggio spagnolo, dice Lorca:” Manuel Torres pronunciò questa splendida frase <tutto ciò che ha suoni neri ha duende>“.

seconda strofa:

croci sta per cristianesimo; scimitarre sta per islamismo; candelabri sta per ebraismo . sono le tre religioni monoteiste e tutte e tre responsabili delle catastrofi e tragedie dell’umanità! Esse sono: caroselli morgue, ecc. alla portata di tutti, cioè tutti sono in grado di realizzare apocalissi! E il duende fluisce  in noi dalla pianta dei piedi fino al midollo (dal testo di Lorca), vuole significare che questa forza-nonforza penetra in noi e ci cambia e con la stessa tendenza se ne esce da noi! –(il duende non sta nella gola (Lorca) ciò significa che il poeta canta invano! e meno il poeta canta più il suono (nero) della canzone diviene insensato da non comprendere più dove sta il nostro fuoco e il nostro sangue: vuol significare che il duende (questa energia) è così padrona di noi che noi stessi non sappiamo più chi siamo.

terza strofa:

la terza strofa richiede obbligatoriamente la conoscenza del testo di Lorca. Giorno romano  (una delle quattro grandi strade della tradizione spagnola – Lorca)… banderuola gitana…; Eloisa, la meretrice personaggio reale di Siviglia… gobba come una prefica… che (mia versione) canta Santa Teresa, barocca, induendata (sovrassatura di duende!) al massimo grado! – Lorca nel testo ci dice che la Musa e l’Angelo non hanno alcuna importanza per il duende, che sta altrove e che è di altra natura!

E ci dice qualcosa di fondamentale importanza che riguarda il Poeta: il duende ama la lotta, anzi il duende è la lotta stessa!… “e questa lotta per l’espressione e per la comunicazione dell’espressione a volte acquisisce, in poesia, caratteri mortali”.(Lorca) – (frase che definisce i miei versi!).

quarta strofa:

“sugli altari delle lacrime…” chi scrisse con mano di cera? Fu la Musa vinta, dice Lorca. E Santa Teresa? (carne viva!), e  il Duende? E il Poeta? E la Meretrice? = la bambina dei pettini che gareggia (mia versione) con le ballerine di Cadice, elogiate da Marziale (Lorca)… al canto di Silverio (gran personaggio spagnolo reale, artista e compositore di musiche…)… balconi giudei… – “mirando del mio corpo il non agire… e poi non più”: (mio verso tratto dalla poesia del 2004 Ponte del suono)… e ho scoperto di aver detto qualcosa di stupefacente sul duende che non sapevo e cioè che il non agire – (scrive Lorca: ”Così, dunque, il duende è un potere e non un agire, è un lottare e non un pensare”).

quinta strofa:

Il duende sta ai bordi (soglia) , sta  alla ferita, e esso stesso bordo e ferita. Scrive Lorca :” Angelo e Musa scappano con violino o ritmo, e il duende ferisce, e nella guarigione di questa ferita, che mai rimargina, risiede l’insolito, l’inventato dell’pera umana”.

Il verso: … si contesero il poeta sulle scale delle lacrime (lacrime come ferite aperte, carne viva, voce del poeta che è errato che resti nella gola quando il duende è invece l’energia che dalla pianta dei piedi sale fino al midollo!)… si, ma giunge con suoni neri di zoccoli piombati? Suono del piombo! E infine del testo Lorca scrive :”Ma dov’è il duende? [è in] un’aria con odore di saliva di bimbo, di erba pesta e velo di medusa che annuncia il costante battesimo delle cose appena create”.

 Il mio verso finale:

Ma contro la geometria del pianto mi truccavo con gesso di Ruidera!

Che significa? È una uscita soltanto teatrale come di solito uso fare? Oppure no?

Scrive Lorca.”il duende è il sangue che  respinge tutta la dolce geometria appresa, che rompe gli stili… Che il duende bisogna svegliarlo nelle più recondite stanze del sangue”.

È tutto una serietà apparente, oppure no?

Di contro tutte le geometrie (“per cercare il duende non v’è mappa, né esercizio”, scrive Lorca) qui, del pianto (ma possono essere altre geometrie) io oppongo il trucco con gesso di Ruidera

(Ruidera, località lacustre nella arida regione di Castilla-La Mancha). Il trucco, per me, scompagina ogni classificazione geometrica della vita, per questo è una altra via che segna l’entrata trionfale del duende… sulla SOGLIA appare e tutto si inizia!

 

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“Genova” di Dino Campana: l’effimero «traguardo» dei “Canti Orfici” (1914). Lettura critica di Marco Onofrio

genova al tramonto

Genova al tramonto

“Genova” è la composizione che chiude i Canti Orfici e – per intensità e potenza evocativa – costituisce il “messaggio” definitivo dell’intero libro, il presumibile traguardo dell’intenso e faticoso viaggio (la «tragedia dell’ultimo germano in Italia») posto in essere da Dino Campana attraverso il mistero del mondo. Il poeta, giunto a questo stadio del percorso, è ormai pienamente immerso nel Mito. Un indizio esemplare: la nube si ferma nel cielo, cioè il tempo si blocca, tutto si immobilizza nella pienezza di una condizione eterna ed essenziale, non soggetta alla caducità. Attenzione, non è un altro mondo: è bensì lo stesso che noi conosciamo, libero dalla prigione del limite che sempre ce lo sottrae ad una piena comprensione e «arcanamente illustrato», capace cioè di sciogliere il suo nodo, rendendo manifesto già nelle apparenze l’arcano senso delle cose. Il poeta ascolta «voce di poeti», esce dal labirinto dei vichi genovesi e colloca il suo sguardo ormai acutissimo di voyant nella vastità indefinita del panorama marino: visione forte di luce, solare di freschezza, misteriosa di sogno e d’incanto.

E udìi canto udìi voce di poeti
Ne le fonti e le sfingi sui frontoni
Benigne un primo oblio parvero ai proni
Umani ancor largire: dai segreti
Dedali uscìi: sorgeva un torreggiare
Bianco nell’aria: innumeri dal mare
Parvero i bianchi sogni dei mattini
Lontano dileguando incatenare
Come un ignoto turbine di suono.
Tra le vele di spuma udivo il suono.
Pieno era il sole di maggio.

La descrizione è potente, numinosa, irrevocabile: si sente che l’Evento è ormai maturo, prossimo a compiersi. A differenza dei «proni umani», che si contentano di un «primo oblio», il poeta “sa”: è un’«anima partita» prima di tornare, che raggiungerà l’Oblio perfetto dell’eterno per sforzo di ricerca e virtù di conoscenza, trionfante di una luce (il cordone di luce reciso con l’atto violento del nascere ad un corpo) conquistata attraversando le tenebre, a prezzo del “male di vivere”. Egli dunque è ad un passo dal riabbracciare la condizione prenatale, quel «più lungo giorno» da cui poter cogliere in vita la rivelazione suprema dell’universo. L’attesa orfica della prima strofe (dalle forme verbali al passato) viene momentaneamente disattesa dalla seconda e dalla terza strofe, che la stemperano in digressione descrittiva giocata ancora sul tema della Forza: la «febbre de la vita» che senza posa accende la brulicante e sonora animazione della città marinara (ma si noti il dettaglio “mitico” delle «venditrici uguali a statue porgenti / frutti di mare con rauche grida cadenti / su la bilancia immota»). I tempi verbali al presente di questa digressione (tranne il «così ti ricordo ancora e ti rivedo», che invece coincide con l’atto dello scrivere) hanno chiaramente un valore durativo. Il contenuto del ricordo riempie anche la quarta strofe, ed è un fatto piuttosto strano (ma per questo ancor più notevole), giacché proprio qui avviene la tanto attesa rivelazione. La rivelazione declinata al passato come ricordo implica un porsi al di là di essa: il poeta ce ne parla ad Evento compiuto (ma il suo stesso poterne parlare, utilizzando parole umane, significa che la conquista dell’Eterno è stata effimera, un attimo fuggente che nulla ha portato di definitivo: l’ennesimo scacco). Come già in Pampa, basta la visione del cielo stellato per innescare il flusso della voyance. Il poeta camminava da solo tra i palazzi di Genova nell’ombra della sera quando vide i «mille e mille occhi benevoli / delle Chimere nei cieli» (una sorta di assenso alla rivelazione)… ed ecco che le stelle-Chimere (simboli metafisici dell’eterno) attrassero la «visione di Grazia», finta dal vento salmastro del mare, che spontaneamente si liberò e ascese in un movimento che Campana cerca disperatamente di assecondare e riprodurre, obbligando la poesia ad acrobazie sintattiche che finiscono quasi per vanificarne il senso.

Quando,
Melodiosamente
D’alto sale, il vento come bianca finse una visione di Grazia
Come dalla vicenda infaticabile
De le nuvole e de le stelle dentro del cielo serale
Dentro il vico ché rosse in alto sale,…
Marino l’ali rosse dei fanali
Rabescavano l’ombra illanguidita,…
Che nel vico marino, in alto sale
Che bianca e lieve e querula salì!

L’ambiguità di questi versi è celebre, basti pensare ad esempio al sintagma «d’alto sale» del v. 54: “sale” è sostantivo oppure terza persona singolare del verbo “salire”? La prima interpretazione verrebbe forse comprovata dal possibile enjambement «sale / marino» (sempre che “marino” non si leghi a “vico”, riprendendo il sintagma «vico marino» del v. 57) e proverebbe l’ennesima eco dantesca (Paradiso II, 13) nei Canti Orfici; con la seconda interpretazione avremmo per un istante la mimesis dell’Evento in fieri (ma “sale” andrebbe subito a contendere con l’esito ineluttabile del “salì”– che alla fine prevale: lo scacco non sarebbe comunque scongiurato). Ma perché, ad ogni modo, «d’alto sale» e non «in alto sale» come troviamo ai vv. 57, 58 e 61? L’unico possibile trionfo dell’attesa orfica che illuminava la prima strofe, l’unica conquista definitiva (ma sempre a condizione di astrarre dal seguito di “Genova”), si cela dietro quel “sale”, la cui ambiguità sintattica lascia il varco aperto ad una solo probabilistica interpretazione verbale. Campana cerca in tutti i modi di fermare sulla carta la melodia dell’universo, di rendere con i mezzi stessi della poesia il movimento della sua incarnazione visionaria. Riprende di continuo il discorso, dilatandolo e variandolo con effetti di eco circolare, perché è consapevole di ciò che volta a volta sta perdendo nell’affidare a parole umane la suprema alterità dell’inesprimibile.

«Come nell’ali rosse dei fanali
Bianca e rossa nell’ombra del fanale
Che bianca e lieve e tremula salì:…» –
Ora di già nel rosso del fanale
Era già l’ombra faticosamente
Bianca…
Bianca quando nel rosso del fanale
Bianca lontana faticosamente
L’eco attonita rise un irreale
Riso: e che l’eco faticosamente
E bianca e lieve e attonita salì…

La scansione temporale della scrittura oscilla inquietamente fra le prospettive dell’«ora di già» e dell’«era già», per cui davvero, come scrive Giovanni Boine, «la cosa da dire è la cosa ormai detta». Emerge il disagio di una “traduzione” inevitabilmente seconda rispetto a ciò che solo la musica, forse, sarebbe in grado di esprimere (oppure una poesia di una parola sola che significasse insieme tutte le parole – e le poesie possibili – del mondo). Il poeta sente che non basta un unico approccio a “consumare” la visione, e allora la attacca da più punti, in tentativi ripetuti (ma sempre insufficienti). Tuttavia, oltrepassando lo stereotipo dell’artista in lotta titanica con la forza annichilente della propria “possessione”, si può forse ipotizzare che la destrutturazione sintattica della quarta strofe sia dovuta al tentativo consapevole di riprodurre in musica la qualità dinamica della visione (che a sua volta traduce all’occhio il «melodiosamente» con cui viene annunciata)? La musica, dunque, si transcodifica in pittura (la visione), e la pittura viene messa in moto e “cinematografata” in sequenze ripetute degli stessi fotogrammi (si veda ad esempio il “ralenti” dei vv. 63-65, che Campana cifra tra virgolette), per rendere con i mezzi della poesia, seppur «faticosamente», l’«eco attonita» che chiude la sarabanda dei suoni, e che incontriamo “detta” solo nei vv. 71 e 72.

canti orfici

Taciuta anche l’ultima eco della «visione di Grazia», lo sguardo del poeta torna come abbagliato, incapace di distinguere dettagli, al fervore lucente della sera genovese. La quinta strofe recupera in presa diretta lo scenario del porto: il battello approda e poi si scarica cigolando, mentre già i passeggeri sciamano per le vie della «città tonante». Il poeta riposa vigile nell’abbraccio finalmente benigno di tutte le cose, nel tepore della nuova condizione che lo riavvicina con doloroso amore allo spettacolo del mondo (e al destino dei suoi simili): il crepuscolo “brilla”, gli alberi dei battelli sono «quieti di frutti di luce», il paesaggio è “mitico”, la sera è «calida di felicità», c’è un «grande velario / di diamanti disteso sul crepuscolo», sul molo «corrono i fanciulli e gridano / con gridi di felicità» … E ancora: la luce del tramonto «s’è fusa in pietra di cenere » (cioè si è come materializzata, catturata per sempre dall’ardesia dei palazzi), dai vichi si ode «fragore di vita» e il cielo è un «velario d’oro di felicità», come un guardaroba dove «il sole ricchissimo / lasciò le sue spoglie preziose», i suoi «resti magnificenti», prima di tuffarsi nel mare… È una dolcezza antica che torna a baciare ogni fenomeno dell’Essere, il languido struggimento che prova l’esule quando pensa al focolare domestico: il poeta guarda il mondo con occhi intrisi di questa stessa luce, estende all’universo il suo cuore di gioia e arriva a farne il proprio dominio, il proprio focolare. L’iniziazione orfica ha dunque prodotto un risultato tangibile, il viaggio dell’«anima partita» ha raggiunto infine l’evidenza di un traguardo: la pace serena e consapevole della nuova armonia grazie a cui il poeta può finalmente “abitare” il mondo. Ma si tratta di un dominio ben altro che durevole, una gioia cosmica “intensa”, sì, ma “fugace”, sottratta in breve al dominio del Mito e tuffata nel gorgo annichilente del divenire, quel divenire che riprende il sopravvento e cancella (come l’onda del mare i castelli di sabbia) la tanto faticosamente conquisa prospettiva di accordo fra Io e mondo. Ed ecco allora che il sole «intesse un sudario d’oblio», che pure ancora vien detto «divino per gli uomini stanchi» (ma è impossibile ignorare il richiamo a distanza fra «velario» e «sudario», e il salto qualitativo che si produce fra la gloriosa fecondità del primo e la spettrale sacralità di morte e sacrificio del secondo); ed ecco anche i viaggiatori che poco prima si avventuravano fiduciosi per le piazze e le vie di Genova, tra schiamazzi di fanciulli (simbolo positivo di gioia, di innocenza ritrovata), ecco che i viaggiatori si trasformano in “ombre” e camminano «terribili e grotteschi come i ciechi» … Il Mito, insomma, si è spento con gli ultimi bagliori del crepuscolo e il poeta è ripiombato nel carcere del tempo. Ce lo conferma la sesta strofe, che è un “notturno” oppresso dalla «tristezza / inconscia de le cose che saranno» (il presente che “culla” il futuro, la notte che prepara i destini del giorno che verrà) e dal «vomito silente» della ciminiera (è ormai esaurita la potenza trasfiguratrice che permetteva di redimere e di accordare al mondo i segni alienanti della modernità), anche se parzialmente addolcito dalla percezione della Forza che si addormenta nel silenzio inoperoso del porto (che «oscilla dentro un ritmo / affaticato» e riposa a sua volta nel «dolce scricchiolio / dei cordami»). L’ultima strofe recupera l’atmosfera degli ultimi paragrafi de La Notte nel ricordo della prostituta “mitica”, che qui è detta «Siciliana proterva opulente matrona» e «Piovra de le notti mediterranee» (si noti l’eco delle «canzoni di cuori in catene» e della «melodia invisibile» nei canti «lenti ed ambigui ne le vene de la città mediterranea», oppure de «la sua finestra scintillava in attesa finché dolcemente gli scuri si chiudessero» in «tu / la finestra avevi spenta»). Con la finestra si spegne anche l’ultimo fotogramma dell’“apparente”: resta solo la sterminata “devastazione” cosmica (l’eterno del cielo stellato) nella quale annega l’obiettivo cinematografico del poeta e si perde, dissolvendosi ad infinitum, la sua visione. Complessivamente, resta impossibile una liberazione orfica: non solo, ma la forza della Storia impone sempre un destino di sangue al “boy” che si cimenta comunque nel tentativo (ed ecco il colophon finale da W. Whitman):

They were all torn
And cover’d with
The boy’s
Blood.

Marco Onofrio

campana_costetti

Giovanni Costetti, ritratto di Dino Campana

 

GENOVA

Poi che la nube si fermò nei cieli
Lontano sulla tacita infinita
Marina chiusa nei lontani veli,
E ritornava l’anima partita
Che tutto a lei d’intorno era già arcana-
mente illustrato del giardino il verde
Sogno nell’apparenza sovrumana
De le corrusche sue statue superbe:
E udìi canto udìi voce di poeti
Ne le fonti e le sfingi sui frontoni
Benigne un primo oblìo parvero ai proni
Umani ancor largire: dai segreti
Dedali uscìi: sorgeva un torreggiare
Bianco nell’aria: innumeri dal mare
Parvero i bianchi sogni dei mattini
Lontano dileguando incatenare
Come un ignoto turbine di suono.
Tra le vele di spuma udivo il suono.
Pieno era il sole di Maggio.

*

Sotto la torre orientale, ne le terrazze verdi ne la lavagna
cinerea
Dilaga la piazza al mare che addensa le navi inesausto
Ride l’arcato palazzo rosso dal portico grande:
Come le cateratte del Niagara
Canta, ride, svaria ferrea la sinfonia feconda urgente al
mare:
Genova canta il tuo canto!

*
Entro una grotta di porcellana
Sorbendo caffè
Guardavo dall’invetriata la folla salire veloce
Tra le venditrici uguali a statue, porgenti
Frutti di mare con rauche grida cadenti
Su la bilancia immota:
Così ti ricordo ancora e ti rivedo imperiale
Su per l’erta tumultuante
Verso la porta disserrata
Contro l’azzurro serale,
Fantastica di trofei
Mitici tra torri nude al sereno,
A te aggrappata d’intorno
La febbre de la vita
Pristina: e per i vichi lubrici di fanali il canto
Instornellato de le prostitute
E dal fondo il vento del mar senza posa.

*

Per i vichi marini nell’ambigua
Sera cacciava il vento tra i fanali
Preludii dal groviglio delle navi:
I palazzi marini avevan bianchi
Arabeschi nell’ombra illanguidita
Ed andavamo io e la sera ambigua:
Ed io gli occhi alzavo su ai mille
E mille e mille occhi benevoli
Delle Chimere nei cieli:. . . . . .
Quando,
Melodiosamente
D’alto sale, il vento come bianca finse una visione di
Grazia
Come dalla vicenda infaticabile
De le nuvole e de le stelle dentro del cielo serale
Dentro il vico marino in alto sale,. . . . . .
Dentro il vico chè rosse in alto sale
Marino l’ali rosse dei fanali
Rabescavano l’ombra illanguidita,. . . . . .
Che nel vico marino, in alto sale
Che bianca e lieve e querula salì!
«Come nell’ali rosse dei fanali
Bianca e rossa nell’ombra del fanale
Che bianca e lieve e tremula salì: …..»
Ora di già nel rosso del fanale
Era già l’ombra faticosamente
Bianca. . . . . . . .
Bianca quando nel rosso del fanale
Bianca lontana faticosamente
L’eco attonita rise un irreale
Riso: e che l’eco faticosamente
E bianca e lieve e attonita salì. . . . .
Di già tutto d’intorno
Lucea la sera ambigua:
Battevano i fanali
Il palpito nell’ombra.
Rumori lontano franavano
Dentro silenzii solenni
Chiedendo: se dal mare
Il riso non saliva. . .
Chiedendo se l’udiva
Infaticabilmente
La sera: a la vicenda
Di nuvole là in alto
Dentro del cielo stellare.

*

Al porto il battello si posa
Nel crepuscolo che brilla
Negli alberi quieti di frutti di luce,
Nel paesaggio mitico
Di navi nel seno dell’infinito
Ne la sera
Calida di felicità, lucente
In un grande in un grande velario
Di diamanti disteso sul crepuscolo,
In mille e mille diamanti in un grande velario vivente
Il battello si scarica
Ininterrottamente cigolante,
Instancabilmente introna
E la bandiera è calata e il mare e il cielo è d’oro e sul molo
Corrono i fanciulli e gridano
Con gridi di felicità.
Già a frotte s’avventurano
I viaggiatori alla città tonante
Che stende le sue piazze e le sue vie:
La grande luce mediterranea
S’è fusa in pietra di cenere:
Pei vichi antichi e profondi
Fragore di vita, gioia intensa e fugace:
Velario d’oro di felicità
È il cielo ove il sole ricchissimo
Lasciò le sue spoglie preziose
E la Città comprende
E s’accende
E la fiamma titilla ed assorbe
I resti magnificenti del sole,
E intesse un sudario d’oblio
Divino per gli uomini stanchi.
Perdute nel crepuscolo tonante
Ombre di viaggiatori
Vanno per la Superba
Terribili e grotteschi come i ciechi.
Vasto, dentro un odor tenue vanito
Di catrame, vegliato da le lune
Elettriche, sul mare appena vivo
Il vasto porto si addorme.
S’alza la nube delle ciminiere
Mentre il porto in un dolce scricchiolìo
Dei cordami s’addorme: e che la forza
Dorme, dorme che culla la tristezza
Inconscia de le cose che saranno
E il vasto porto oscilla dentro un ritmo
Affaticato e si sente
La nube che si forma dal vomito silente.

*

O Siciliana proterva opulente matrona
A le finestre ventose del vico marinaro
Nel seno della città percossa di suoni di navi e di carri
Classica mediterranea femina dei porti:
Pei grigi rosei della città di ardesia
Sonavano i clamori vespertini
E poi più quieti i rumori dentro la notte serena:
Vedevo alle finestre lucenti come le stelle
Passare le ombre de le famiglie marine: e canti
Udivo lenti ed ambigui ne le vene de la città mediterranea:
Ch’era la notte fonda.
Mentre tu siciliana, dai cavi
Vetri in un torto giuoco
L’ombra cava e la luce vacillante
O siciliana, ai capezzoli
L’ombra rinchiusa tu eri
La Piovra de le notti mediterranee.
Cigolava cigolava cigolava di catene
La grù sul porto nel cavo de la notte serena:
E dentro il cavo de la notte serena
E nelle braccia di ferro
Il debole cuore batteva un più alto palpito: tu
La finestra avevi spenta:
Nuda mistica in alto cava
Infinitamente occhiuta devastazione era la notte tirrena.

stelle-cadenti

Marco Onofrio. Nato a Roma nel 1971, scrive poesia, narrativa, saggistica e critica letteraria. Per la poesia ha pubblicato 10 volumi – sui 23 totali – tra cui D’istruzioni (2006), Emporium. Poemetto di civile indignazione (2008), La presenza di Giano (2010), Disfunzioni (2011), Ora è altrove (2013), Ai bordi di un quadrato senza lati (2015). Ha pubblicato inoltre, tra i volumi di critica, monografie su Dino Campana, Giuseppe Ungaretti, Giorgio Caproni. Il volume su Campana è uscito nel 2010 e si intitola Dentro del cielo stellare. La poesia orfica di Dino Campana (pp. 688, Euro 16). Web Site: www.marco-onofrio.it

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L’esordio poetico di un narratore: dieci poesie da “Rifiuto di obbedienza” di Antonio Debenedetti (Parenti Editore, Firenze, 1958). Nota critica di Marco Onofrio, con stralci dalla Prefazione di Giorgio Caproni

debenedetti

Antonio Debenedetti

Dal volume monografico di Marco Onofrio: “Nello specchio del racconto del racconto. L’opera narrativa di Antonio Debenedetti” (EdiLet, 2011), pp. 26-28:

L’esordio assoluto [di Antonio Debenedetti] data 1958, ed è in poesia, con la silloge Rifiuto di obbedienza, prefata da Giorgio Caproni. In questo libriccino giovanile già si sente il sobbollire acido di una lingua che ferve e che spumeggia, in procinto di farsi incandescente:

Piange mare / sbuffi spumosi, / chiareduovo. / Autunnio mare / friabile madreperla. / «Angosciabar» / noi deflagrati in Jazz, / l’ebreo a chiavistello / negli occhi poeta di sesso. / Ghetto, / tu Ghetto colpa di Ghetto. / Il mare incosciente / come fanciulla puttana, / si sdraia largo.

E ancora:

Amore manovale / spumeggiante come rimorto tufo, / quieta meraviglia / di cosa tremula. / La madre la figlia / l’incanto di una cocciniglia. / Sifiliticamente venali / nel quieto odore dell’amido / sparse nel verde prato / pavido di vento.

La scrittura è un riflesso condizionato che consegue, in modo quasi automatico, dalle riserve di energia letteraria accumulata attraverso gli incontri, le suggestioni, le innumerevoli letture. È la risposta più coerente che Antonio Debenedetti può e deve, fin dall’origine, alla propria esistenza. È il corollario della propria storia e lo sbocco naturale di certe premesse. E infatti si manifesta nei termini di una vera e propria inevitabilità: come quella di un tuono che rimbomba dopo il lampo che è già scoccato. C’è un furore linguistico esagitato e incontenibile che deve avere sfogo. Lo scrittore ha bisogno prima di sparare a ruota libera la sua potenza, per poi aggiustare il tiro e trovare le strade più sue. Come un cantante che prova la voce e ne tenta l’estensione, fino ai limiti estremi, prima di riconoscere il percorso di stile più congeniale alla propria natura. Sono poesie sospese, e in qualche modo irrisolte, fra un surrealismo d’antan con aperture “metafisiche” (Savinio, più che de Chirico) e un espressionismo barocco alla Scipione, mentre si sente, qua e là, un velato battito ungarettiano. Una lingua mossa, colorita, linguacciuta, sferzata da neologismi, che si innalza a vertici visionari (“luna / drago dalle poppe d’oro”) o sfuma in trasparenze sfarinate (“la sera è un faro / nel cielo scrosciante / polvere di vetro”), per poi, dal cuore stesso delle accensioni eidetiche e sonore, ricadere vertiginosamente verso il corporeo, il viscerale, il grottesco e l’osceno (“Tramonto. / Sensuale una scorreggia lunga / sale / dai morbidi violini profumati / cavea attendibile: / patriota un inno anale”). Ma percorre la raccolta un che di querulo, di involuto, di artefatto: una mancanza di esperienza umana, un rifare il verso, un orizzonte che deve ancora schiudersi. C’è da superare l’ostacolo di un certo retaggio da enfant gâté (malgrado l’infanzia non proprio gioiosa) della buona borghesia intellettuale, che gli fa scorgere “nel perimetro d’un pantano (…) Walhalla materni”. E poi, a tratti, un anfanare sordo: il fermento del grumo linguistico in formazione. Si sente che Antonio si sta ancora cercando, che l’autore è ancora di là da venire, però qualcosa c’è: l’annuncio di un talento lirico-espressivo. Debenedetti, intanto, una cosa a se stesso l’ha già chiarita: l’abbandono della poesia e il passaggio alla narrativa. Comincia a preferire la narrativa perché mette le carte sul tavolo, perché è chiamata alla verifica di un rendiconto razionale: implica e impone la rintracciabilità delle cose che si dicono e dello stile che si usa. La poesia, invece, spesso gioca con le carte nascoste: può permettersi di essere volutamente indecifrabile, proprio perché non è chiamata a non esserlo. Ma in realtà la sostituzione è meno traumatica di quel che sembra: leggendo la Mansfield capisce che può continuare a fare poesia utilizzando, anziché i versi, uno strumento estremamente versatile, interessante e rappresentativo: il racconto breve.

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Dalla prefazione di Giorgio Caproni:

Conobbi la prima volta Antonio quando ancora, coi pantaloni corti, stava preparandosi agli esami di ammissione alla scuola media. I suoi genitori, fidando troppo nella mia amicizia e nelle mie attitudini didattiche, mi avevano pregato di metterlo sulla buona strada. Fu nel ’46 o nel ’47, non ricordo con precisione. Ma ricordo la sua intelligenza (un acido che bruciava, appena aperte, le pagine del Sussidiario) era il più grosso impedimento alla mia buona volontà. Il mondo era appena uscito dal terremoto e dall’incendio che sappiamo, e Antonio, nato non ad occhi chiusi in quell’inferno, sapeva un poco di zolfo. (…) Oggi, dopo dieci anni, incontro ancora Antonio, e con un fascicolo di versi piuttosto strani, i quali mi hanno dato netta l’impressione, più che dei soliti fiori, di funghi anzichenò velenosi nati nello sfasciume di un bosco parrasio, evidentemente, e almeno per lui, già decrepito, anche se per noi, fino alla vigilia, così ricco d’incanti (…). Vi riconosco la natura della sua intelligenza, corrosiva più che costruttiva (medioevale, per ignoranza o rifiuto di quanto è armonicamente humanum), e irregolare e pungente come un piccolo pinnacolo gotico, sul quale però si sia esercitata (penso alla Carota della Sapienza) l’ironia d’un alunno del Borromini. (…) È una sorta di costituzionale incapacità di “abbandonarsi” al sentimento e ai teneri moti del cor profondo, propria di chi ha dovuto, a sue spese, imparare a diffidare dell’uno e degli altri, e che sembra intirizzir la mano nell’attimo stesso in cui il canto (dopo tutto ancora sospirato) stava per nascere.

caproni

Giorgio Caproni

SPLEEN

Muri d’orto
immonde fioriture,
estraneo giaciglio
non porto ubriaco
di torrida sabbia;
stranieri
il viale, l’anima, il tempo
a questa angoscia.
Ma viene vento
di coccolona sera
ed oblio di città
di ritorni
di smarrite occasioni.

*
Piange mare
sbuffi spumosi
chiareduovo.
Autunnio mare
friabile madreperla.
«Angosciabar»
noi deflagrati in Jazz,
l’ebreo a chiavistello
negli occhi poeta di sesso.
Ghetto,
tu Ghetto colpa di Ghetto.
Il mare incosciente
come fanciulla puttana,
si sdraia largo.

NOSTALGIA DI SCIROCCO

Più a Sud
soffrono vertigini
per l’alto, luminoso,
correre della luna.

*
Amore manovale
spumeggiante come rimorto tufo,
quieta meraviglia
di cosa tremula.
La madre la figlia
l’incanto di una cocciniglia.
Sifiliticamente venali
nel quieto odore dell’amido
sparse sul verde prato
pavido di vento.

LINFA SUDICIA E VITALE

Nel meriggio astrale
sei
il vago viola
d’una mora
attinta
allo slabbrato sole.
In Roma
di pietre feconde
di gatti estetici
di maschioni fattucchiere,
madre puttana
sei
come un caldo stagno
antico.

NOTTE

Nutrice notturna d’angosce
la luna,
drago dalle poppe d’oro.

VICOLI

In questa Cabala
la fuga illuminata
delle finestre vuote
come un ascensore
di angeli ruffiani.
Favola
di uno scenario crudele.

IL BIVIO

Piangere azzurrini quasi squillanti
tra muro e fosso
nel nitore d’ossi di seppia.
Fluiscono le cose semplici
come passano lucertole,
nel perimetro d’un pantano
scorgere
Walhalla materni.
Nel ventre della fattucchiera virile
filiformi spasimi
nello spazio d’un polveroso infinito.

SERALE ACCORATO

Mezza donna mezza ragazzina
mezza libidine
ed una gonna turchina.
Natichella paradisiaca
sanità accoccolata
nel rombio dei gufi di ghetto.
Corrono topi sulle rive del Tevere
Corrono monachelle nel ventre a Dio.
Tramonto.
Sensuale una scorreggia lunga
sale
dai morbidi violini profumati
Cavea attendibile:
patriota un inno anale.

GIÙ DAL GIANICOLO

Città
tenera assassina.
Vomitata:
rintocco di campana
in tensione ghirigori.
Maschioni
folgorati e petrigni
seducono la schiena
nel ridere per caso
automatici.

PanoramaDalGianicolo

Panorama di Roma dal Gianicolo

[Fonte Wikipedia] Antonio Debenedetti. Figlio del critico Giacomo Debenedetti e fratello della storica dell’arte Elisa, risiede dalla primissima infanzia a Roma, dove tuttora vive. Avvia il suo impegno come critico letterario sulle pagine del “Punto” e l'”Avanti!” alla fine degli anni Cinquanta. Dal 1963 collabora con il “Corriere della sera”, in cui svolge tutta la sua carriera di giornalista divenendo inviato speciale per la cultura, ad eccezione di una breve interruzione in cui passa a “La Stampa”. Ha collaborato con numerosi programmi radiofonici e televisivi (Rai Tre, Rai Educational) dedicati ai libri. Negli ultimi anni ha ideato e condotto “Cartoline dal paese dei libri” su Radio Città Futura. L’opera narrativa di Debenedetti vede l’affiancarsi di romanzi – In assenza del signor Plot (1976); La fine di un addio (1985); Se la vita non è vita (1991, Premio Viareggio); Un giovedì, dopo le cinque (2000, finalista Premio Strega) – e raccolte di racconti, tra le quali ricordiamo: Ancora un bacio (1981); Spavaldi e strambi (1987); Racconti naturali e straordinari (1993, Premio Selezione Campiello); Amarsi male (1998); E fu settembre (2005); In due (2008); Il tempo degli angeli e degli assassini (2011). Nello specchio del racconto. L’opera narrativa di Antonio Debenedetti, di Marco Onofrio (EdiLet, Roma, 2011), è a oggi la più completa monografia critica sullo scrittore.

 

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Aldo Onorati, dal libro “La voce e la memoria” (EdiLet, 2015): L’ULTIMA INTERVISTA A DIEGO FABBRI

Aldo Onorati (insieme allo scrittore Raffaele Di Paolo) si è incontrato con Diego Fabbri poco tempo prima della sua scomparsa, avvenuta a Riccione il 14 agosto 1980. L’intervista che l’autore di “Processo a Gesù” ha rilasciato può quindi considerarsi una sorta di testamento spirituale.

Diego-Fabbri

Diego Fabbri

Quali possibilità offre il teatro?
– Il giovane trova nel teatro la prima forma suggestiva per entrare in relazione con gli altri e con il mondo, il primo modo di prendere coscienza di sé e di affermarsi per quello che è. È a mio parere un modo quasi inconsapevole di esercitare “la conoscenza”, e di viverne tutte le rivelazioni. Conoscere gli altri e il mondo attraverso il teatro è una esperienza che si addice proprio ai giovani. Io da ragazzo, dodici, quattordici anni, cominciai a recitare in un teatrino di Oratorio, e del teatro mi piacque subito tutto: non solo quel che riguardava la recitazione e la rappresentazione, la domenica sera, ma prima ancora la ricerca e la scelta di una commedia, e poi il periodo delle prove in cui una vicenda e i personaggi venivano studiati, precisati, in qualche modo scavati, e anche la preparazione della scena e dei costumi (molti di quei drammi erano in costume). Fu in quegli anni di adolescenza che ebbi i primi segni evidenti della mia vocazione teatrale. E non fu scrivendo una commedia o un semplice bozzetto (non ci pensavo nemmeno), bensì partecipando come attore a una rappresentazione particolare. La Filodrammatica in cui recitavo era stata invitata a tenere uno «spettacolo» al riformatorio della mia città (io sono nato e vissuto fino alla vigilia della guerra a Forlì, poi mi trasferii a Roma dove continuo a stare), e la commedia scelta per quella recita insolita era, mi ricordo ancora, Il buon pastore di Ambrosi, un autore non privo di qualche talento. Il riformatorio costituiva un padiglione a se stante delle carceri, e la filodrammatica per raggiungere il palcoscenico dovette entrare, in gruppo, nelle carceri: spioncini, sferragliare di chiavi e chiavistelli, le alte mura dei cortili, i corridoi con le celle protette dalle inferriate, i secondini e qualche volto di detenuto che si affacciava e spiava… E finalmente il piccolo palcoscenico, poco più di una predella rialzata dal piano terra, con un leggero sipario che si apriva e chiudeva come una tenda casalinga. Però gli elementi del teatro c’erano tutti: il palco rialzato, le luci, la scena e il sipario; e naturalmente la platea, ancora vuota, che aveva in fondo una sorta di galleria o balconata un po’ speciale: era chiusa da una inferriata alta fino al soffitto. E finalmente, mentre si stava completando l’operazione del trucco (è sempre eccitante per un attore, grande o minimo che sia, diventare per mezzo di ceroni colorati, di nero fumo, di parrucche o barba o baffi, un altro, assumere le sembianze e i caratteri di un’altra persona), ecco l’arrivo del pubblico. Uno strano pubblico: la platea si andava riempiendo ordinatamente di giovanetti come me (anno più anno meno) vestiti di un bigio forse righettato e dalle teste rapate quasi a zero, e la galleria di detenuti adulti che si accalcavano dietro l’inferriata. A destra e a sinistra della platea, accanto ai «minori», c’erano i guardiani che li tenevano d’occhio. Io che spiavo dalla fessura del sipario ero un po’ a disagio, ansioso in un modo diverso da come mi sentivo prima dell’inizio di una delle solite recite settimanali. E la commedia ebbe inizio: al principio ci fu un brusio diffuso e un curioso scalpiccìo, una sorta di disturbo che mi parve in qualche modo sedizioso (la sala s’era fatta buia e il rumorìo dei giovani carcerati sfuggiva alla individuazione dei guardiani), ma ben presto si fece silenzio perfetto e fu la storia che riviveva sul palco ad averla vinta. Era una storia commovente fino alle lacrime e scelta, direi, per quella recita di circostanza. Raccontava le vicende pietose di un ragazzo rubato da una tribù di zingari di passaggio e finalmente, dopo avventurose traversie, ritrovato dal padre grazie anche all’aiuto di un prete. Non solo il silenzio era autentico, ma l’attenzione si animava dei segni inconfondibili della commozione: io, che facevo il giovanetto rubato all’affetto dei genitori, vedevo le facce di quelli delle prime file, sentivo il tirar su col naso, il raschiarsi la gola e vedevo il fuggevole sventolare di qualche fazzoletto. Quando il piccolo protagonista, che si credeva orfano, si butta alla fine nelle braccia del padre ritrovato, non solo l’ovazione fu fragorosa e prolungata, ma la commozione non fu più trattenuta, e anche dietro le alte grate dove sedevano i detenuti adulti la partecipazione fu calda. Noi attori ci inchinammo a ogni salva di applausi. Ma non era finita, perché le disposizioni del Direttore carcerario erano queste: la galleria sarebbe stata per prima svuotata degli spettatori, e questo fu fatto immediatamente; i ragazzi che gremivano la platea non si sarebbero invece mossi, avrebbero atteso che gli attori avessero raggiunto lo stanzone dove all’inizio si erano preparati e truccati. E per far questo noi dovevamo scendere in platea, percorrere il «canale» centrale e raggiungere lo spogliatoio. Fu il momento più eccezionale, almeno per me, poiché molti di quei ragazzi s’erano talmente identificati con la sorte del protagonista, e avevano talmente rivissuto in loro stessi la sua pena, che al mio passaggio fu un protendersi di braccia, di mani, di volti, ci fu una specie di frenesia di toccarmi, di stringermi la mano che mi commosse indicibilmente. Era come se passasse la statua miracolosa di un santo, del “loro santo”. Mi resi conto poi più tardi che quella era, alla radice, la forza liberatoria, trasfiguratrice, “catartica” del teatro di cui avevano parlato i greci fin dalle origini. Mi resi conto da quella giovanile esperienza che la vera funzione del teatro doveva essere proprio un offrire, attraverso vicende anche crudeli, una soluzione esemplare di speranza, di riconciliazione, di fede. Io, a quel tempo, non sapevo ancora né di Eschilo né di Sofocle né di Euripide e non mi rendevo conto di che cosa, in concreto, significasse “catarsi”, ma avevo avuto la gran ventura di aver vissuto in prima persona una “catarsi” prima ancora di conoscerne, astrattamente, la definizione. Poi, quando cominciai a scrivere per il teatro, otto o dieci anni dopo, mi resi conto che la mia vocazione si era manifestata e precisata proprio quel giorno, in quel teatrino delle carceri per minori. Credo che fino ad oggi, nelle varie e oramai numerose opere che ho scritto e rappresentato, io sia rimasto istintivamente fedele a quello spirito di liberazione, a quello scopo di offrire speranza, certezza, spirito di riscatto e riconciliazione.
I giovani, penso, anche oggi, in forme nuove, vogliono la stessa cosa: e oggi più di allora trovano nel teatro un modo diretto di manifestare quel che sono e quel che vogliono, di manifestare la loro essenza e la loro migliore sincerità.
Racconterebbe qualche sua esperienza di autore drammatico?
– Riguardano quasi tutte questo rapporto tra quel che accade sul palcoscenico e il modo e l’intensità di partecipazione di chi ascolta. In Processo a Gesù, dove una parte del dramma si svolge in platea e coinvolge più direttamente il pubblico (benché gli spettatori che intervengono siano però attori seduti in poltrona), è accaduto molto spesso, e non solo in Italia, che certi spettatori non avvertissero questa “finzione” e intervenissero nel dibattito credendolo non previsto dalla commedia, ma veramente improvvisato. Al punto di aspettare gli attori sulla strada alla fine dello spettacolo, fuori del teatro, per porre loro certe domande. Mi si potrebbe dire che in questo equivoco il pubblico è indotto dalla natura tecnica della commedia che apre un vero e proprio dialogo con gli spettatori. Lo stesso rapporto di identificazione è comunque avvenuto per una commedia “chiusa” come Processo di Famiglia in cui tre coppie di sposi si contendono il possesso di un bambino, Abele, il quale a conclusione della contesa muore. Questo dramma venne presentato a Parigi al Théâtre de l’Oeuvre ed io assistetti a numerose rappresentazioni. Alla fine di una serata, mentre uscivo insieme agli attori, fui avvicinato nell’ingresso del teatro da un giovane il quale mi disse con la voce spezzata dall’emozione che aveva ritrovato nella mia commedia qualcosa, anzi molto di quel che tormentava la sua vita: aveva avuto un figlio da una ragazza, non l’aveva sposata, anzi si era allontanato da lei, era venuto a Parigi, ma voleva dirmi che quella notte stessa avrebbe preso un treno per il sud della Francia e sarebbe andato a riconoscere suo figlio. Mi ringraziava stringendomi le mani. Gli dissi che ero io, eravamo noi, che dovevamo ringraziarlo perché ci dava il conforto di sentire che la nostra fatica di uomini di teatro non era soltanto di natura estetica, ma di profonda natura umana, per cui sentivamo che valeva la pena continuare a compierla. Potrei aggiungere decine di episodi che hanno accompagnato le rappresentazioni di miei lavori, ma mi pare che questi due siano abbastanza indicativi. Dico soltanto che reazioni di questo genere non sono avvenute soltanto per opere impegnate, ma anche per commedie che considero più disinvolte e in qualche modo brillanti. Nel corso delle repliche di Lascio alle mie donne mi capitò di essere interpellato perché il “caso” che io avevo rappresentato, e che credevo raro e di mia invenzione, corrispondeva invece a una casistica piuttosto abbondante e indicativa.

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Cosa pensa del recupero dei valori popolari attraverso il teatro?
– Il mio convincimento fermissimo è che il teatro o è una realtà popolare o non è. Il cosiddetto teatro di élite è una distorsione del teatro, è un teatro malato e anchilosato a cui manca la linfa vitale, quella di poter rivolgersi a tutti. Il teatro che passa alla storia, quello che dura, si fonda e prospera solo sui valori popolari, sui sentimenti fondamentali e permanenti, sui conflitti che nella loro essenza non mutano mai pur nel mutare delle forme sociali e degli avvenimenti della storia. All’indomani dell’introduzione del divorzio in Italia una persona, dopotutto amica, mi fece notare che, col divorzio, Processo di Famiglia non avrebbe probabilmente più dato luogo a conflitto e a dramma. Gli risposi che non mi pareva in nessun modo vero: il divorzio non cancella i sentimenti e non risolve i loro conflitti. Risolve semmai, su un piano pratico, rapporti di persone che non hanno già più, tra loro, sentimenti; hanno tutt’al più interessi da regolare, ma ciò non ha niente a che fare con l’essenza del teatro. Il teatro è la rappresentazione di conflitti originari: non la rappresentazione di procedure. A meno che dietro le procedure non vi siano dei sentimenti o delle passioni elementari offesi, conculcati, violentati. Se una legge e le sue procedure impedissero di esercitare la libertà insorgerebbe un autentico drammatico conflitto. L’eroe è la sintesi dei valori essenziali dell’uomo (e perciò popolari) comuni a tutti o ai più. Questi valori popolari non sono affatto grezzi come qualcuno pensa, ma invece ricchi di sfumature e di variazioni. La sfumatura e la variazione non devono però far dimenticare il colore di base o il motivo fondamentale. Se un teatro intende dire qualcosa al proprio Paese deve affondare le radici nello stato popolare e nei valori che sono di tutti. Per questo un teatro davvero popolare deve essere nello stesso tempo teatro nazionale, cioè del popolo che si identifica con le caratteristiche di un Paese. Tutto il resto è divagazione o elusione della realtà e di un dovere. Jacques Copeau, uno dei massimi uomini di teatro francese, disse a proposito della popolarità in questo settore: «Non si tratta di sapere – scrive – se il teatro d’oggi trarrà il suo fascino da questo o quell’esperimento, se attingerà la sua forza dall’autorità di questo o quel maestro della scena. Io credo che ci si debba chiedere se sarà marxista o cristiano, poiché occorre che sia vivo, vale a dire popolare. Il teatro, per vivere, deve offrire all’uomo delle ragioni di credere, di sperare, di espandersi. Questa sorgente di nuovo calore, in quanto a me, oso dire che la troveremo soltanto in una religione d’amore».
Si parla di teatro di quartiere, di rivalutazione del dialetto…
– Il teatro di quartiere è una realtà, e quando non è costretta da condizionamenti politici, ma si muove con quella sufficiente libertà che consenta un effettivo alternarsi di motivi e di voci tanto per quel che riguarda i contenuti quanto per quel che riguarda le forme drammaturgiche, mi sembra una realtà che merita espansione e sostegno. I dialetti, poi, sono le fonti prime del linguaggio, e il linguaggio, come sappiamo tutti, è alla base del teatro. Il riaffiorare di commedie in dialetti poco diffusi, se affrontato con serietà di ricerca e di espressione, non può che essere seguito con la massima attenzione. Non bisogna però nascondersi la difficoltà di circolazione di queste opere che richiedono un uditorio in qualche modo specializzato e territorialmente circoscritto. Solo opere di alto livello ed elaborate linguisticamente giungono a varcare i confini stabiliti dai singoli dialetti e a diventare in certo modo nazionali. Ma questa opera di filtro è lunga e ardua: si pensi al Ruzzante.
È più difficile essere attori di cinema o di teatro?
– Stesse difficoltà: si pensi a Gassman. Certo che un’attrice di spiccata piacevolezza farà con successo, almeno in Italia, del cinema anche se reciterà in maniera men che mediocre; o un attore di straordinaria bravura teatrale come Salvo Randone giungerà al cinema molto tardi e in parti di fianco. È il gioco delle vocazioni, dei talenti e anche delle occasioni: ma, alla base, per un attore di cinema e di teatro ci sono analoghe difficoltà anche se per esigenze diverse.

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Salvo Randone

In mezzo a tanti idoli (sportivi, politici, cantanti, attori) che costituiscono, specialmente per i giovani, punti di riferimento indiscussi, quale significato ha la figura di Cristo e cosa rappresenta per le nuove generazioni?
– La domanda propone una risposta molto ardua perché la figura di Cristo ha subìto delle sensibili contraffazioni fino ad alterarne i connotati autentici. Negli anni – dal ’30 al ’50 – in cui maturai il personaggio di Cristo per giungere poi al dramma-processo che è del 1955, io mi trovavo di fronte a una figura di Gesù statica e fissa come un’icona. Io amo molto le icone: esse sono oggetto di contemplazione e di suggestione, suscitatrici di eventi, ma non sono di per sé un evento in movimento, in azione. Non solo Cristo era un’icona, ma anche i personaggi della prima cristianità, gli apostoli e i primi discepoli, avevano una loro tradizionale staticità e fissità. E avevano una loro lontananza, vale a dire uno stacco, e un distacco, dalla contemporaneità, dagli uomini del nostro tempo. Pietro era un rinnegatore del suo Capo, ma un rinnegatore con l’aureola; Tommaso un razionalista incredulo, ma anche lui con l’aureola; la Maddalena era sì una peccatrice, ma che tipo di peccatrice fosse era quanto mai sfumato perché nel frattempo anche attorno ai capelli di Maddalena si era dilatata un’aureola di santità; solo con Giuda ci si poteva prendere maggiori confidenze perché Giuda era il traditore. Questo timore di offendere l’aureola, aveva dal Medioevo in poi mantenuto la turba dei personaggi evangelici lontani da noi. Ed io avevo intuito, o mi era parso di intuire, che tra la tipologia degli uomini di oggi e quella degli apostoli e dei primi cristiani vi era una profonda affinità. Si trattava dunque di vedere quei primi santi-apostoli come probabilmente furono, in quel tempo, prima che avessero l’aureola, così come li videro, li giudicarono gli uomini di allora; e cercare di restituire, oggi, la loro primitiva umanità. Mi pareva che l’adagio popolare “scherza coi fanti e lascia stare i santi” non fosse, in sostanza, proprio vero poiché in un certo senso “scherzare anche coi santi” è un sentirli vicini, familiari, consanguinei. Credo di essere stato il primo, o uno dei primissimi, che tentò, almeno a teatro, di stabilire una confidenza con i primi personaggi cristiani. Credo che proprio questo spirito di confidenza e di parentela sia stato uno dei motivi del vivo e generale successo di Processo a Gesù, in Italia e nel mondo intero. Ciò comunque non impedì che gruppi di cattolici conservatori denunciassero la mia opera al Sant’Uffizio, il quale archiviò per due volte le denunce. Se da una parte mi sento soddisfatto di avere avvicinato i personaggi della prima storia sacra cristiana agli uomini di oggi ripristinando una parentela che si era fatta un po’ opaca, ho poi avuto qualche rimorso e qualche rammarico quando mi sono accorto che la parentela e la confidenza con Gesù e con gli Apostoli sono a poco a poco diventati arbitrio e anche licenza o addirittura irriverenza perfino blasfema. È forse un prezzo che si è dovuto pagare a un’epoca ribelle e ostile al senso del sacro. D’altra parte è pur vero che «chi ha troppo temuto i pericoli dell’errore non temerà mai abbastanza quelli dell’indifferenza». Io credo che il mondo cristiano di una sola cosa debba temere: proprio dell’indifferenza di cui una mentalità materialistica cerca di circondarlo. Penso che la figura di Cristo col suo messaggio siano, oggi più che mai, le uniche soluzioni per soddisfare le inquietudini e le aspirazioni di noi uomini sempre in cerca di una realtà interiore e sociale che ci acquieti pur mantenendoci in cammino. Noi non intendiamo fermarci, né riposare: intendiamo dare un senso alla nostra fatica e al nostro incessante andare. E questo senso profondo me lo dà, in modo pieno, soltanto Cristo. È lui il mio Supremo Compagno di strada. In questo senso faccio mie, partecipandovi intimamente, le parole di Dostoevskij, il nostro grande contemporaneo: «Dio mi manda talvolta dei minuti nei quali io sono del tutto sereno; in questi minuti io amo e trovo di essere amato dagli altri, e in questi minuti io ho creato in me stesso il simbolo della fede, nel quale tutto mi è chiaro e sacro. Questo simbolo è molto semplice, eccolo: credere che non c’è nulla di più bello, di più profondo, di più simpatico, di più ragionevole, di più virile e perfetto di Cristo; e non solo c’è, ma con geloso amore mi dico che non può non esserci. E non basta: se mi si dimostrasse che Cristo è fuori della verità ed effettivamente risultasse che la verità è fuori di Cristo, io preferirei restare con Cristo anziché con la verità». Questo strenuo, fino all’irrazionale, attaccamento alla Figura reale e al Messaggio vivente e giovane di Cristo è, per me, l’unico motivo di certezza e di speranza della nostra vita: certezza e speranza che, oltre a dar significato alla nostra operosità, danno ad essa una durata e una dimensione che varca i limiti del tempo.

«Il Nuovo Informatore Librario», novembre 1980

copertina

Aldo Onorati, nato ad Albano Laziale nel 1939 è scrittore, dantista, storico della letteratura e autore di versi. Ha insegnato Lettere negli istituti superiori e ha condotto corsi di specializzazione in «Tecnica del verso». Ha pubblicato quasi tutte le sue opere con Armando editore, presso cui ha lavorato per un certo periodo come curatore dell’Ufficio stampa. È stato direttore editoriale e di collane di critica. Giornalista, ha collaborato per decenni ad «Avvenire», «L’Osservatore Romano», «Il popolo», «Giornale d’Italia», «Specchio economico», «Giornale di Brescia» etc., ed anche alla RAI-TV, III programma, «Dipartimento scuola educazione». Ha diretto numerosi organi di stampa, fra cui «Terza Pagina», «Interviste oggi» e «Quaderni di filologia e critica». Fra i suoi libri di narrativa più conosciuti, Gli ultimi sono gli ultimi che fu scoperto da Carlo Levi e tradotto in Coreano, Esperanto, Francese etc.; Nel Frammento la vita, VI edizione; La sagra degli ominidi (VII edizione), che Domenico Rea ha prefato in IV ed., Lettera al padre (VI ediz.), il recente Le tentazioni di frate Amore, già in II ristampa con Tracce di Pescara e Il sesso e la vita con EdiLet, prefato da Marco Onofrio, il quale ha riproposto Onorati come poeta in un’originalissima opera da lui scritta e divulgata (Il mistero e la clessidra, EdiLet, 2009). Le sue liriche sono raccolte in Tutte le poesie, Anemone Purpurea 2005. Fra i saggi critici, spicca Dante e l’omosessualità, in cui Onorati rivede l’atteggiamento della critica riguardo il giudizio dell’Alighieri sugli omosessuali; inoltre, Il crepuscolo del Novecento, I cinque pilastri della stoltezza (Armando 2003), Dante, Petrarca, Boccaccio e Boiardo ed Ariosto e molti altri. Importante è la supervisione e il saggio critico di post-fazione che Onorati ha fatto al libro di Louis La Favia sulla scoperta di un inedito di Dante: «Chanzona ddante» (Longo, Ravenna 2012). La sua autorità di dantista lo porta a commentare il sommo Poeta in Italia e all’estero. Di recente, la Presidenza Centrale della Società Dante Alighieri gli ha conferito, al Vittoriano di Roma, il diploma di benemerenza con medaglia d’oro «Per la profonda conoscenza dell’Opera dantesca, al punto di diventare testimone nel mondo della Divina Commedia». È in via di pubblicazione con la stessa Società un’ampia sinossi critica dei 34 canti dell’Inferno. Le sue opere di poesia e di narrativa sono state tradotte in 16 lingue, fra cui Coreano, Esperanto, Francese, Inglese, Spagnolo, Portoghese, Romeno, Tedesco, Russo (la silloge Domande assurde è apparsa prima a Mosca, tradotta e prefata da Evghenij Solonovich, e poi in Italia), Cinese, Polacco etc. Ha diretto una collana di ecologia da Armando, scrivendo alcuni libri di successo per le scuole. Attualmente collabora a “Pagine della Dante” e a “Leggere:tutti”.

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MARCO ONOFRIO – Dante e Roma. L’importanza della Città Eterna nella concezione politico-religiosa della “Commedia” (Parte II)

dante alighieri

Unico o duplice il soggiorno, sta di fatto che Roma è presente in Dante come esperienza ben più profonda di quanto potrebbe apparire dai ricordi singoli di cose, luoghi, episodi. Importa un’interpretazione globale del suo mondo: di un pensiero che si accende e si focalizza proprio dopo l’incontro con Roma. Nella Commedia non c’è reminiscenza di terra e di popoli che non sia comprensiva di rammarichi, rimbrotti, polemiche astiose. Un posto a sé ha invece Roma, la cui immagine eterna (più che storica) ricorre con la stessa intensità di Firenze: tuttavia, a differenza di quella, sempre positiva, gloriosa, degna di venerazione. Ne parla sempre con religioso turbamento, reverenza, amore, commozione. Eppure questo alto amore nasce da un’iniziale indifferenza, se non avversione. Lo ricorda nel secondo libro della Monarchia, il tempo in cui “vaneggiava”, meravigliandosi che il popolo romano avesse potuto trionfare ovunque senza incontrare sufficienti resistenze. E nel De vulgari eloquentia la grandezza antica di questo popolo viene addirittura derisa nella presente incarnazione di un rozzo popolaccio, che puzza e parla male: «pare che puzzino anche per pervertimento di costumi e atteggiamenti», dice Dante dei romani del Trecento. Quello che parlano è un “tristiloquium”: il più brutto di tutti i volgari italiani. I romani danno del tu, ma al contempo sono fastidiosamente presuntuosi per una gloria di cui non sono eredi.

romani coatti

romani “coatti” di fine ‘900 (dal film “Fratelli d’Italia”)

Questo fastidio per la plebe rozza e incivile, che Dante probabilmente avvertì durante il suo o i suoi soggiorni romani, non inficia assolutamente il rispetto sacrale per il significato altissimo della Città Eterna. Tuttavia è probabile anche che, prima di vederla con i propri occhi, non avesse egli inteso, di Roma, quello «spezial nascimento e spezial processo, da Dio pensato e ordinato», di cui ci parla nel quarto libro del Convivio. La storia di Roma, cioè, benché già ne conoscesse gli stupendi frutti letterari, non era ancora entrata pienamente dentro la sua vita, restando sostanzialmente estranea all’impegno di pace e giustizia della stagione politica fiorentina. Poi invece, galeotto anche lo spettacolo umano del Giubileo (dove, mire teocratiche a parte, si respirò un’autentica vibrazione religiosa), Dante scopre Roma nella sua grandezza storica ed ecumenica, e scorge, sotto le incrostazioni, la santità come suo volto più vero. Non ovviamente la Roma storica di Bonifacio VIII, centro di intrighi e di potere («là dove Cristo tutto dì si merca», scrive in Par. XVII, v. 51), ma la Roma della duplice universalità, eternamente cristiana ed imperiale, trasfigurata dalla sua reale condizione di decadenza. È questa la Roma che, come un termine ideale, gli si accende nella mente e dentro il cuore. Perché a un certo punto Dante, come in lampo di rivelazione, capisce che non c’è contrasto, se non storico, fra Impero e Chiesa, aquila e croce: che la Roma imperiale e la Roma cristiana sono perfettamente integrate in un unico disegno provvidenziale. È proprio la giustificazione provvidenziale della Storia a riscattare il passato alla luce della sapienza di Dio. Non la violenza e il sopruso hanno generato il potere romano, ma la ragione divina: Roma dalla mano stessa di Dio è stata condotta a dominare e quindi ordinare il mondo, onde venisse quell’«ottima predisposizione», cioè la pace propizia alla nascita del Cristo. Tutta la storia antica viene quindi recuperata alla luce di questa preparazione, di questa prefigurazione.

aquila romana

l’aquila di Roma

Si conciliano così i fatti della storia con le verità della fede: le ragioni della Roma pagana con quelle (più alte) della Roma cristiana. Ecco perché Dante sceglie Virgilio, il cantore delle origini di Roma e il profeta della nascita di Cristo (secondo l’interpretazione tardoantica e medievale della IV Egloga), come guida per il viaggio ultraterreno. Roma allora è città santa ed eletta: per la consacrazione del sangue dei martiri; per le memorie dell’alba della Chiesa; per le reliquie prestigiose che custodisce; perché è “apostolicum culmen”, sede del soglio pontificio; perché è Colei di cui Cristo ha confermato l’impero; perché tutto ciò che appartiene alla sua storia non è accaduto senza divina ispirazione. Leggiamo ad esempio nel IV libro del Convivio che Davide, capostipite della stirpe di Maria, nasce nell’esatto momento in cui Enea approda alle rive del Tevere. Roma è “alma”, cioè nutrice degli uomini, perché detiene e custodisce il senso delle più alte universalità morali del mondo; perché è nodo cardinale del tempo, nello scenario dei popoli e delle generazioni; perché è arca di civiltà, sintesi di tutto il passato e di tutto il futuro, nell’altezza millenaria del suo “imperium”; perché infine è la madre del diritto, nel suo umano e divino riconoscimento, al di fuori del quale non c’è che trionfo dell’anticristo, cioè anarchia, caos, brado scatenarsi della cupidigia, e il mondo non è altro che “aiuola feroce”. Ed eccolo allora rivendicare l’origine romana di Fiesole, poi tradita dai corrotti fiorentini; e raccogliere le anime del Purgatorio alla foce del Tevere, come a dire che Roma è la luce che brilla nell’abisso, il senso e il nome della salvazione; e affidare all’imperatore Giustiniano, il raccoglitore del “Corpus Iuris”, l’apologia di una storia che ricapitola, in una sintesi mirabile e fulminante, il sigillo solenne di un destino che trascende i confini della terra. Questa Roma ideale, attivata dall’esperienza toccante del Giubileo e nutrita dal dolore dell’esilio, diventa metafora e specchio della Gerusalemme celeste: Cristo ne è il primo cittadino.

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Giustiniano

Roma, dunque, è al centro della autobiografia politico-religiosa di Dante. La stessa Commedia è, per molti versi, proprio l’elogio e la rincorsa di Roma, della sua legge morale, della sua civiltà. L’esperienza dell’esilio, dicevamo, permette a Dante di allargare e approfondire gli orizzonti, da Firenze all’Italia al mondo intero. Sono ormai lontani gli anni del priorato e dell’ambasceria romana. Dante è cambiato: non è più il giovane animoso pronto a sfidare le ire del papa pur di restare coerente con se stesso, quale strenuo difensore delle libertà comunali. La sua concezione politica evolve. Bersaglio resta la corruzione in cui versa la Chiesa: solo che prima veniva attaccata dalla parte dei diritti del Comune fiorentino (per la gelosa difesa della sua autonomia), ora – con sguardo più ampio – dalla parte dei diritti dell’Impero. L’esule ha rotto con la «compagnia malvagia e scempia» dei fuoriusciti guelfi e, pur facendo «parte per se stesso», si è avvicinato agli ambienti ghibellini: nutre infatti ammirazione per l’istituzione imperiale e speranza nella sua restaurazione. Da qui il vivo interesse di Dante per alcuni personaggi della dinastia sveva, e la benevola commossa partecipazione nel descriverli: Manfredi, «biondo,bello e di gentile aspetto», che gli sorride dolcemente come un simbolo meraviglioso dell’età passata (Purg., III); Corradino di Svevia (Purg. XX); e Costanza d’Altavilla, madre di Federico II, trasfigurata in luce di santità nel III del Paradiso; da qui anche la suprema illusione per la discesa in Italia del nuovo imperatore Enrico VII di Lussemburgo, l’«alto Arrigo» cui Dante dedica la sua VII Epistola e dal quale spera, per qualche tempo, la possibilità di un ritorno in extremis a Firenze. Lo spettacolo delle città italiane lacerate da lotte civili, sopraffazioni e violenze, e il quadro di una Chiesa mondanizzata e corrotta, i cui membri, invece che pastori, sono “lupi rapaci”, lo inducono a ricercare la «cagion che il mondo ha fatto reo». Gli risponde Marco Lombardo alla metà del Purgatorio (XVI canto), quindi dell’intera Commedia: è colpa del libero arbitrio, giacché Dio aveva invece disposto che due potestà provvedessero a guidare gli uomini sulla retta via:

Soleva Roma, che ‘l buon mondo feo
due soli aver, che l’una e l’altra strada
facean vedere, e del mondo e di Deo.
L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada
col pasturale, e l’un con l’altro inseme
per viva forza mal convien che vada.

La celebre teoria dei “due soli” va a ribaltare la metafora teocratica e ierocratica di Innocenzo III («così come la luna riceve la sua luce dal sole e per tale ragione è inferiore a lui, similmente il potere regio deriva dall’autorità papale lo splendore della propria dignità»), ma per converso anche le teorie di chi sosteneva derivare la potestà pontificia da quella, suprema, dell’imperatore. Il papa ha usurpato il potere temporale. I pastori della Chiesa puttaneggiano coi re della terra. La confusione dei due poteri ha prodotto danni infiniti e sanguinosi. La degenerazione risale addirittura al peccato originale, alla colpa di Adamo: da allora una certa “infirmitas” rende l’uomo esposto al continuo rischio di cadere. Per questo Dio ha fornito due rimedi di salvezza, che sono strumenti per sfuggire alla tentazione e appigli per mantenersi saldi: Impero e Chiesa. Il primo preposto alla felicità terrena, garantendo con l’esercizio legittimo del suo diritto la pace universale; il secondo preposto alla letizia celeste. Due soli: due poteri fondati in sfere perfette e autonome: capaci, quando necessario, di riequilibrarsi a vicenda, nel senso che se l’imperatore commetterà errori il papa lo consiglierà al retto governo, e viceversa.

Innocenzo III

Innocenzo III

La «cagion che il mondo ha fatto reo» va individuata non tanto nella vituperata (e poi dimostrata falsa) donazione di Costantino, il quale ebbe sì il torto di volgere «l’aquila contra il corso del cielo», cioè di trasferire l’impero da Roma a Bisanzio, ma fece la donazione «sotto buona intenzion» (Par., XX, v. 56), come dote che il papa riceveva non a titolo personale, bensì a vantaggio dei poveri; non tanto in questa, dunque, ma soprattutto nella latitanza di un imperatore in grado di porsi come “executor iustitiae”, supremo regolatore della vita civile, facendo rispettare le leggi ed obbligando così la Chiesa a tornare alla sua missione spirituale. Solo se è in pace e in concordia l’umanità può seguire la guida del papa e giungere alla salvezza. L’opera della Chiesa ha il suo presupposto indispensabile nell’azione efficace dell’imperatore. Ma il fine della Chiesa, in assoluto, è più alto di quello dell’Impero, così come il cielo sta più in alto della terra: l’imperatore deve al papa una certa naturale reverenza. Questo progetto di restaurazione politico-religiosa è grandioso ma in realtà anacronistico, ormai superato dal corso effettuale della storia, che aveva sancito la crisi irreversibile dei due poteri universali e il progressivo emergere dei poteri locali, l’aurora del concetto di nazione. La costruzione poetica della Commedia nasce proprio da questa magnifica utopia regressiva, conseguente al rifiuto di un presente caotico: da un’ansia profetica e visionaria di palingenesi, di universale rigenerazione. C’è una grande, messianica speranza: che il mondo tornerà purificato. Il Veltro scaccerà la lupa, cioè la cupidigia che tutto avvelena. E il poeta si autoproclama profeta della nuova età, attraverso il messaggio lanciato dal suo sacro poema. Potrà così finalmente realizzarsi il terzo tempo di quella Roma «onde Cristo è romano», e di cui Beatrice gli annuncia che sarà «sanza fine cive» (Purg. XXXII, vv. 101-102), dopo la premessa dell’Urbe antica, il completamento di quella cristiana, e il trionfale epilogo di una Roma equamente imperiale e papale.

                                                                           [fine]

roma eterna

Roma eterna

Marco Onofrio. Nato a Roma nel 1971, scrive poesia, narrativa, saggistica e critica letteraria. Per la poesia ha pubblicato 10 volumi, tra cui: D’istruzioni (2006), Emporium. Poemetto di civile indignazione (2008), La presenza di Giano (2010), Disfunzioni (2011), Ora è altrove (2013), Ai bordi di un quadrato senza lati (2015). Ha pubblicato inoltre monografie su Dino Campana, Giuseppe Ungaretti, Giorgio Caproni e Antonio Debenedetti. Site: www.marco-onofrio.it

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MARCO ONOFRIO – Dante e Roma. L’importanza della Città Eterna nella concezione politico-religiosa della “Commedia” (Parte I)

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Analizzando il rapporto che lega Dante alla Città Eterna, occorre anzitutto distinguere fra il Dante reale, nella sua concreta esperienza biografica, e il Dante ideale, proiettato in esperienza di pensiero. Nel primo caso parleremo di “Dante a Roma”; nel secondo (che il primo racchiude) di “Dante e Roma”. E sì, perché Dante a Roma c’è stato, almeno una volta: un soggiorno che gli cambia la vita, in tutti i sensi, e lascia tracce indelebili nel corpo stesso della sua opera. Tracce così vive e precise che sembra difficile dubitare della visione diretta di ciò che nomina e descrive. Gli studiosi si sono da sempre sguinzagliati sulle orme del Dante visitatore, per raccogliere i suoi “souvenir” romani. Fra i quali ricordiamo i più celebri, probabilmente nati dall’esperienza del Giubileo del 1300: lo smistamento dei pellegrini in due colonne a doppio senso su Ponte S. Angelo:

Come i Roman per l’esercito molto,
l’anno del giubileo, su per lo ponte
hanno a passar la gente modo colto
che dall’un lato tutti hanno la fronte
verso ‘l castello e vanno a Santo Pietro
dall’altra sponda vanno verso il monte

(Inf. XVIII, vv. 28-33);

la pina bronzea di S. Pietro cui viene paragonata la faccia “lunga e grossa” del gigante Nembrotte (Inf. XXXI, vv. 57-58); Montemario (Montemalo), messo dall’avo Cacciaguida in relazione con il colle Uccellatoio di Firenze (Par. XV, vv. 109-110); e la “Veronica nostra”, reliquia già famosissima, esposta per l’occasione a S. Pietro: era l’immagine di Cristo stampata nel panno che la leggendaria Veronica gli aveva offerto perché si asciugasse il viso, durante la salita al Calvario (Par. XXXI, vv. 103-111). Nel nome di Montemalo può riassumersi la suggestiva visione dall’alto che, della Città Eterna, si apriva a quanti arrivassero da nord.

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Panorama di Roma attuale, visto da Montemario

Uno sguardo che poteva allungarsi fino al mare, nelle distese del cielo infiammato dal sole quando «quel da Roma» (cioè colui che guarda da Roma) «il vede quando cade» (cioè lo vede tramontare) «tra Sardi e Corsi» (cioè tra Sardegna e Corsica, nel mar Tirreno): sono i vv. 79-81 del XVIII del Purgatorio, e Dante sta probabilmente rievocando l’esperienza di uno degli ineffabili, struggenti tramonti romani, visto da Montemario. Ma i cercatori di tracce spesso esagerano: come il Bassermann, che invocava l’esplorazione dell’interno del Colosseo per la concezione dantesca della struttura infernale. È anche da escludere la tradizione della locanda dell’Orso, che mai poté ospitare Dante poiché quattrocentesca.

colosseo

Che Roma vide Dante al suo arrivo? Come apparve ai suoi occhi? Rovinata, desolata, decaduta. Una campagna, intorno, arida e giallastra d’argilla e di secchi pascoli, sparsi di armenti e di greggi. Radi casali, circondati di orti e vigne. E un minaccioso sorgere, a sbarrare le strade irregolari, pietrose e sconnesse, di rozze torri e castelletti. Il centro della città era fortificato: non per comune difesa, ma per contrasto prepotente di famiglie (Savelli, Pierleoni, Orsini, Colonna, Frangipani, Annibaldi). Isolate, in mezzo alla campagna, le basiliche di S. Paolo e S. Lorenzo. La Roma medievale aveva soppiantato e in parte distrutto quella classica, ristrettasi a un quarto. Trentacinquemila abitanti contro i novantamila della florida Firenze. E, tuttavia, la presenza del papa garantisce Roma nella sua funzione di città-santuario, meta costante di pellegrinaggi (con buona pace dei romani che ci campano: bottegai, locandieri, artigiani, contadini, cambiavalute, etc.). Parleremo tra breve della grande occasione che, anche e specialmente in senso economico, rappresentò per tutti il Giubileo del 1300.

Ora però non è più possibile differire l’urgenza di un passo a ritroso, che consenta di illuminare lo scenario storico, italiano ed europeo, in cui ci stiamo muovendo. L’Italia è lacerata dal contrasto fra Guelfi e Ghibellini, sul modello originario della Germania (discendenti gli uni dal duca Welff, fondatore della casa di Baviera; gli altri dagli Hohenstaufen, duchi di Svevia e signori del castello di Weibling): i primi aperti verso il potere di Roma; i secondi rigidi difensori dell’indipendenza da ogni ingerenza pontificia. Papa e Imperatore, dunque: le massime autorità medievali.

Guelfi-ghibellini

È tuttavia un contrasto da adattare al “particulare” italiano, irto di faziosità localistiche, in coincidenza di certi interessi: contrassegnato dunque dal trasformismo, da un furbesco ondeggiare tra papato e impero a seconda delle circostanze. Perché, ad esempio, Firenze è guelfa? Perché i banchieri fiorentini (che prestano fiorini ai principi di tutta Europa) amministrano gli affari della Chiesa, riscuotendo in suo nome le “decime” in tutto l’orbe cattolico. I finanzieri del papa sono potentissimi giacché protetti da una garanzia metafisica: il papa può scomunicare i debitori insolventi. Così i fiorentini si infilano ovunque: Bonifacio VIII li definisce «quinto elemento del mondo». Getta così il suo occhio goloso sulla Toscana per farne un suo feudo. E com’è la Firenze guelfa di quegli anni? Una città in pieno sviluppo economico, dominata dal ceto borghese e imprenditoriale. Con gli “Ordinamenti di Giustizia” di Giano della Bella (1293), le leve del potere sono nelle mani dei mercanti. Gli aristocratici vengono esclusi dalle cariche pubbliche; poi, con i “Temperamenti” del 1295, possono accedervi purché iscritti ad una corporazione. Dopo la vittoria sui ghibellini di Arezzo a Campaldino, l’11 giugno 1289 – battaglia cui partecipa pure Dante, ventiquattrenne, tra i 150 feditori a cavallo – i guelfi fiorentini si dividono in due correnti, fieramente nemiche: guelfi bianchi, afferenti alla famiglia dei Cerchi (capitanata da Vieri dei Cerchi); e guelfi neri, afferenti alla famiglia dei Donati (capitanata da Corso). I neri sono filopontifici a oltranza: Bonifacio VIII ha assegnato agli Spini, di parte nera, il monopolio degli affari della Curia. Quindi – non illudiamoci – i bianchi sono contro Roma soprattutto per la delusione di essere esclusi da quegli affari. Ma Dante, iscrittosi all’Arte dei Medici e degli Speziali, scende nell’arengo politico per impegno etico e civile, non per accordi o compromissioni nelle anticamere dei guelfi. Imparentato coi Donati per mezzo della moglie Gemma (cugina secondaria di Corso), amico di Forese, è tuttavia dalla parte dei Bianchi, vicino loro per temperamento, ideali, simpatia. Dopo qualche incarico diplomatico (in qualità di ambasciatore di Firenze e mediatore politico), viene eletto priore, il 15 giugno 1300. È proprio al bimestre priorale che più tardi farà risalire la causa di tutte le sue sventure. Oltre che a Bonifacio VIII.

Bonifacio VIII

Bonifacio VIII

Chi è questo Benedetto Caetani di Anagni, papa Bonifacio VIII? Un uomo che, in forza e a dispetto del proprio ruolo, è pienamente implicato nelle vicende che insanguinano di fiera discordia la lotta tra le famiglie patrizie romane. Odia i Colonna per la loro tendenza ghibellina, ma anche perché appoggiano i francescani spirituali; i quali non riescono a consolarsi per la caduta del loro idolo (Celestino V), e considerano Bonifacio VIII un papa illegittimo, usurpatore, simoniaco, incarnazione stessa della chiesa temporale che condannano e che, annunciando il prossimo avvento del regno dello Spirito Santo, ambiscono riformare (ma anche perché Bonifacio VIII ha abrogato gli atti sottoscritti da Celestino a loro favore). Bonifacio odia i Colonna al punto di bandirgli contro addirittura una crociata, di cui naturalmente approfittano gli Orsini per annientare i loro avversari, e che porta all’assedio di Palestrina, roccaforte colonnese, di cui Bonifacio ordina la distruzione. Pontefice discutibile ma abilissimo uomo politico, Bonifacio costringe vescovi, arcivescovi e abati ad accettare prestiti forzosi, col tasso del 60%, dalla banca degli Spini di Firenze, cui è interessato il nipote Jacopo. Gli Spini lo riforniscono anche di pellicce e velluti. Veste con paludamenti orientaleggianti, più da satrapo che da pastore d’anime. Incede nei cortei con la spada in una mano, nell’altra la croce: preceduto da un araldo che lo proclama a pieni polmoni “sovrano universale”. Pieno di albagia e di fasto; iracondo, beffardo, privo di simpatia umana: «amato da pochi, odiato da moltissimi, temuto da tutti», scrive il Muratori. Autoritario, non tollera obiezioni. È ammalato di grandeur teocratica. Ed ecco il suo trionfale colpo di genio: il Giubileo. Già preannunciato nel Natale del 1299, viene promulgato ufficialmente con la bolla papale del 22 febbraio 1300: verrà concessa indulgenza plenaria a tutti i fedeli, purché giungano a Roma, entro l’anno, a pregare sulle tombe di S. Pietro e S. Paolo. Visita da prolungarsi per almeno 15 giorni, per i forestieri, e 30 giorni, per i residenti. Esclusi soltanto i “nemici della Chiesa”: gli odiati Colonna, re Federico d’Aragona e i cristiani trafficanti con i Saraceni.

I pellegrini del Giubileo del 1300 giungono a Roma

I pellegrini del Giubileo del 1300 giungono a Roma

L’affluenza è senza precedenti: Roma diventa una Babele di lingue e costumi. A decine di migliaia, da tutta Europa, ci si fa romei. Dall’alto dei colli, così, si può godere la scena grandiosa: uno spettacolo di moltitudini affluenti da tutti i punti cardinali: a piedi, a cavallo, sui carri, carichi di bagagli: anziani sulle spalle dei giovani, come Anchise su Enea. Arrivati in vista della Città Eterna, come naufraghi che scorgono la terra, i pellegrini cantano: «O Roma nobilis… : O Roma nobile, regina del mondo, la più eccellente di tutte le città, rossa per il rosso sangue dei martiri, candida per i bianchi gigli delle vergini, noi ti salutiamo e ti benediciamo per tutti i secoli: salve». Nella calca, più d’uno muore schiacciato. I romani si organizzano per l’accoglienza. Vettovaglie abbondanti e a buon mercato, ma alberghi piuttosto costosi. In tutta Roma è grande il commercio di reliquie, immagini sacre e reperti antichi. I pellegrini si fanno anche turisti: si soffermano estatici a contemplare le rovine, col libro dei Mirabilia in mano. Un sentimento di stupore che provò anche Dante, «veggendo Roma e l’ardua sua opra», se lo utilizza nel XXXI del Paradiso per dipingere quello, tanto maggiore, che lo pervade dinanzi alla mistica rosa dei beati. Bonifacio può assaporare in pieno il senso della propria autorità.

E poi, che non guastava affatto, furono floridi i conti dell’Anno Santo: sulle tombe dei due apostoli, dall’alba al tramonto, monete di tutte le nazioni venivano rastrellate da due instancabili chierici: «rastellantes pecuniam infinitam», scrive un cronista dell’epoca. Nella concezione bonifaciana, coerentemente espressa in decreti e bolle (di cui il vertice è rappresentato dalla Unam Sanctam del 1303), la sfera del potere ecclesiastico è dilatata al punto di assorbire e sottomettere quello temporale. La potestà papale non conosce praticamente più limiti: è “plenitudo potestatis”, di origine divina: ogni umana creatura deve essere perciò interamente sottomessa al papa. Ma Bonifacio si dimostra miope nell’avvertire i limiti della sua autorità. E forse alza i toni nella misura in cui sente che il terreno comincia a mancargli sotto i piedi. Anche lo strumento della scomunica, a forza di usarlo, ha perso di efficacia. Gli imperatori di Germania (come Adolfo di Nassau o Alberto d’Austria) si disinteressano dell’Italia, il «giardin de lo ‘mperio», ma la Chiesa sembra incapace di riempire il vuoto di potere, legando a sé le genti e realizzando il principio guelfo: «i rematori che guidano la navicella di Pietro sonnecchiano», scrive Dante nella VI Epistola.

A Firenze, frattanto, le ostilità fra Bianchi e Neri si aggravano: ormai è guerra aperta. Bonifacio ha nominato Matteo d’Acquasparta legato papale per la Toscana: dovrebbe in teoria pacificare le opposte fazioni, in realtà si adopera segretamente a rafforzare i Neri. Ma poi, subìto un attentato da un popolano, abbandona la città. Bonifacio chiama allora il conte Carlo di Valois, fratello di Filippo IV il Bello. Gli chiede di assoggettare i ghibellini italiani. Lo alletta con grandi promesse: il titolo di senatore e la mano di Caterina di Courtenay. Il Valois, truppe mercenarie al seguito, si reca direttamente ad Anagni. Presi gli accordi necessari, Bonifacio – il 3 settembre 1301 – lo nomina capitano generale dello Stato della Chiesa, e gli affida il compito di riportare la pace in Toscana. Il papa è certo di poterlo utilizzare per i suoi fini egemonici: lo manda alla “fonte dell’oro”. Carlo di Valois muove da Anagni prima del 20 settembre e alla metà di ottobre è a Siena. Dante è fra i più accesi nel subodorare l’imminenza del pericolo; fra i più tenaci nel capeggiare una minoranza oltranzista filo-popolare, di irriducibile opposizione alle mire del papa. Viene decisa un’estrema e tardiva mossa: inviare un’ambasceria presso Bonifacio. Uomini fiorentini – fra cui Dante – e forse anche messi di Bologna, partono ai primi di ottobre: troppo tardi.

«Giunti li ambasciatori in Roma, il Papa gli ebbe soli in camera, e disse loro in segreto: Perché siete voi così ostinati? Umiliatevi a me: e io vi dico in verità, che io non ho altra intenzione che di vostra pace. Tornate indietro due di voi; e abiano la mia benedizione, se procurano che sia ubbidita la mia volontà». (Cronache del Compagni).

Tra i due mandati indietro, sicuramente non c’è Dante (personaggio ormai molto in vista). Resta invece a Roma, in attesa di nuove istruzioni: almeno fino ai primi di novembre, quando gli giunge notizia (ma forse a Siena, sulla via del ritorno) che a Firenze la situazione è precipitata, e quindi avverte la vanità del suo incarico. I Bianchi sono caduti, messi in fuga dal nuovo governo nero. È il caos: violenze, repressioni, distruzioni, incendi e saccheggi di case (compresa quella di Dante).

Hieronymus Bosch

Hieronymus Bosch

Torna pure Matteo d’Acquasparta. Dante, condannato in contumacia prima a un’ammenda di 5000 fiorini, poi alla pena di morte, non metterà più piede a Firenze. Glielo preannuncia l’avo Cacciaguida in Paradiso:

Qual si partì Ippolito d’Atene
per la spietata e perfida noverca
tal di Fiorenza partir ti conviene.

Sull’ambasceria romana sono state sollevate varie ipotesi: se ad esempio sia stata ricevuta da Bonifacio nel palazzo di Anagni o a Roma in Vaticano; se dunque Dante si sia spinto fino alla città natale del Caetani, dove questi era solito trattenersi fino all’autunno inoltrato. Ovvero (altra ipotesi): il Compagni, scrivendo che Dante «era anbasciatore in Roma», potrebbe riferirsi a una precedente ambasceria fiorentina (11 novembre 1300). In tal caso Dante a Roma ci sarebbe stato una volta sola: come romeo e, al tempo stesso, come ambasciatore. Un unico soggiorno, nell’autunno dell’Anno Santo. Risulterebbe peraltro strana, e provocatoria verso la terrificante suscettibilità di Bonifacio, la partecipazione all’ambasceria da parte di un uomo che, nel corso del 1301, come mai prima di allora, aveva potentemente tuonato contro le ingerenze pontificie.

Marco Onofrio. Nato a Roma nel 1971, scrive poesia, narrativa, saggistica e critica letteraria. Per la poesia ha pubblicato 10 volumi, tra cui: D’istruzioni (2006), Emporium. Poemetto di civile indignazione (2008), La presenza di Giano (2010), Disfunzioni (2011), Ora è altrove (2013), Ai bordi di un quadrato senza lati (2015). Ha pubblicato inoltre monografie su Dino Campana, Giuseppe Ungaretti, Giorgio Caproni e Antonio Debenedetti. Site: www.marco-onofrio.it

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MARCO ONOFRIO – “Giorgio Caproni e Roma”, Roma, Edilazio, dicembre 2015, pagg. 160, € 13, Presentazione di Renato Minore, con stralci dalla parte iniziale del volume

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Roma foto di Giorgio Chiantini

Roma, foto di Giorgio Chiantini

Dopo Ungaretti e Roma (Edilazio, 2008), Marco Onofrio ci consegna quest’altra monografia su un altro grande poeta trapiantato a Roma, Giorgio Caproni. Pubblichiamo alcuni stralci della parte iniziale del volume.

 

Come sarebbe stato il percorso di Giorgio Caproni – uno dei maggiori poeti italiani del ʼ900 – se non fosse venuto a Roma? Quali conseguenze sono derivate da quella scelta? Che cosa sarebbe stata, senza Roma, la poesia di Caproni? «A Roma giunsi quando ormai ero uomo fatto. Trovo dunque naturale che Roma abbia lasciato minori tracce nella mia poesia». L’evidenza farebbe credere che è Genova la città-motore della poesia di Caproni; e invece è Roma, anche se in un modo più nascosto e sottile: la città che più di qualsiasi altra lo rende “spatriato”, e dunque poeta. Roma è importante per Caproni: non solo e non tanto per le opportunità culturali che sa offrirgli, quanto e soprattutto perché si rivela congeniale al suo bisogno di essere poeta, o meglio: di diventare il poeta che è, propiziando il sorgere del “canto”. Roma induce e rappresenta lo spaesamento che, nel distacco dalle origini, gli fa toccare il vuoto creativo: ovvero la dimensione dove, da un lato, catturare e precisare meglio le proprie voci, rivisitando i luoghi e i fatti del tempo attraversato; dall’altro, trafiggere l’angoscia e la desolazione di cui è preda la coscienza dell’uomo contemporaneo. Roma è perfetta per coincidere con la posizione malinconica dell’esule che ricorda, rimpiange, sospira: una posizione favorevole quant’altre mai alla coltura e alla potente ramificazione del germe poetico […] Il volume analizza, con esaustiva ricchezza documentale, l’esperienza biografica di Caproni a Roma, le sue immagini della città, le sue idee di Roma; quindi la presenza censibile di Roma nella sua Opera, le tracce non marginali che vi ha lasciato, ma soprattutto il ruolo che Roma ha svolto nel forgiare la maturità dello sguardo di Caproni e nel determinare le condizioni umane, psicologiche e culturali da cui è scaturita la sua poesia […] 

…dalla Presentazione di Renato Minore:

«… Marco Onofrio scrive parole assai pertinenti nel suo racconto critico che è anche un prezioso avvio alla lettura caproniana, grazie alla misura del poeta che anch’egli è, alla precisione per nulla “tecnica” o critico-gergale con cui egli conduce le sue analisi».

00 GIORGIO CAPRONI E ROMA_00 GIORGIO CAPRONI E ROMA

Giorgio Caproni visto da Franco Zampetti

Stralci dal libro

Da ragazzo studiavo armonia musicale, tentavo di comporre dei corali a quattro voci. Normalmente al tenore si affidano dei versi, che io attingevo dai classici più musicali e piani, come Poliziano, Tasso o Rinuccini, finché un giorno mi accorsi che il mio maestro – questi versi – non li leggeva nemmeno. Da allora mi feci vincere dalla pigrizia e cominciai a scriverne di miei. È così che ho iniziato; poi il musicista è caduto ed è rimasto il paroliere, ma non è un caso che tutto questo sia accaduto a Genova, città di continua musicalità per il suo vento. Andavo sul ponte dell’Alba, dove alla ringhiera ci sono dei dischi che fischiano una musica straordinariamente moderna. I miei versi sono nati in simbiosi con il vento. (Giorgio Caproni)

La vocazione poetica sorge in [Giorgio Caproni] dal colloquio ideale con il vento di Genova; più concretamente dalla pratica musicale che la nutre, per vie endogene, accompagnandola verso il dominio di alcune strutture compositive e metro-ritmiche fondamentali. Come un fiume carsico sotterraneo, la “musica della parola” emerge alla luce non appena si interrompe il flusso della musica strumentale vera e propria. A diciott’anni Caproni capisce di non essere tagliato per la professione del musicista; e così, dopo anni di studio e di esercizio, malgrado i buoni risultati ottenuti, si decide a spezzare il violino. È un gesto rituale che, sacrificando una vocazione per un’altra, apre alla necessaria e inevitabile rivelazione della poesia, già da qualche tempo – peraltro – in corso di sommovimento interiore. Caproni deve rinunciare alla musica per abbracciare la poesia: all’inizio, infatti, i versi sono il «surrogato della musica tradita». Ma poi la musica a sua volta riemerge attraverso le parole, dove l’apparente levità da “canzonetta” (giocata con il ruolo scoperto e talvolta cantilenante delle rime e delle assonanze, anche quelle interne o sotto la cresta del verso) lascia per converso trapelare una pastosa complessità armonica, per niente “facile”, che affascina con la sua oscurità essenziale, densa, misteriosa, perturbante. Si crea così un singolare contrasto dialettico fra esterno e interno, parola e musica, ragione e paradosso: la conoscenza – in equilibrio dinamico tra gli opposti che la sorreggono – viene proiettata ogni volta un passo oltre i propri limiti. E la musica è la corda elastica che, nell’arco della sua poesia, spinge la freccia di questa conoscenza. Infatti i libri di Caproni vogliono essere intesi in chiave musicale, come «libretti d’opera che hanno in sé la propria musica», secondo l’illuminante definizione di Pietro Citati. Afferma lo stesso Caproni:

(…) io concepisco un libro, forse presuntuosamente, un po’ come si può concepire una sonata, una sinfonia, cioè in vari tempi: l’Allegro, l’Adagio, magari il Grave, il molto Grave, l’Allegretto, magari anche lo Scherzo, anche la Freddura, non ho paura.
giorgio caproni

Giorgio Caproni

Ed è forse la mai sopita vena musicale a fargli sentire l’insufficienza della parola, come bordo del muro della terra (vale a dire la ragione umana, da cui non ci è possibile uscire mai del tutto), e dunque l’esigenza di fare della poesia un linguaggio diatonico, di «scrivere sul pentagramma» e «andare oltre la parola».

L’apprendistato avviene sui poeti delle origini, i siciliani, i toscani e soprattutto Guido Cavalcanti, da cui assorbe i succhi di una lingua aspra, dura, spigolosa, «non addomesticata a ritmi cantabili». Le prime composizioni caproniane sono «vagamente surrealiste», e riflettono il gusto delle sue letture giovanili (soprattutto sulle pagine dell’«Italia letteraria»). Caproni “risillaba” questi esperimenti sull’Allegria di Ungaretti (dove impara l’economia della parola, ritrovando il «sapore perduto della grande – semplice – poesia per parola, silenzio per silenzio» e abbracciando, quindi, la consapevolezza di dover espungere senza pietà le “chiacchiere” inessenziali) e sul Carducci, in particolare quello “macchiaiolo”, cioè sul poeta che gli era fra tutti più «antipatico». Di evidente plasticità carducciana è, ad esempio, la poesia che apre la prima raccolta di Caproni, Come un’allegoria:

Marzo

Dopo la pioggia la terra
è un frutto appena sbucciato.
Il fiato del fieno bagnato
è più acre – ma ride il sole
bianco sui prati di marzo
a una fanciulla che apre la finestra.

Intanto Genova gli svela la luce dei suoi poeti, genovesi o comunque afferenti l’area ligure. Compra su una bancarella gli Ossi di seppia di Montale e ne resta folgorato, soprattutto per il «potere della grande musica, che non suggerisce né espone idee, ma le suscita in una con l’emozione profonda». Legge i poeti della «Riviera ligure» di Oneglia, la rivista dell’Olio Sasso, finanziata da Mario e Angelo Silvio Novaro: Boine, Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, lo stesso Mario Novaro, e soprattutto Sbarbaro, che conoscerà di persona a Spotorno nell’agosto del ’59. Con questi poeti Caproni percepisce di avere un’affinità di sentire: per raggrupparli conierà nel ’54 la fortunata definizione di “linea ligustica”, basandola anche su certe caratteristiche di asprezza linguistica che sembrano tra loro condividere e che, d’altra parte, aiutano a capirne la temperie.

Roma ora di pranzo di Angela Greco

Roma ora di pranzo, foto di Angela Greco

Caproni, tuttavia, non diverrebbe un poeta importante – malgrado gli studi e gli esercizi – se non lo fosse ingenito, già a livello di sguardo, di approccio, di attitudine; se dunque la poesia non fosse, al di là degli eccessi adolescenziali, il suo modo naturale di rapportarsi alle cose, la finestra da cui affacciarsi, il diaframma da cui vedere il mondo. Un ricordo autobiografico del ’75 traguarda l’indole contemplativa e la sensibilità tipiche del poeta natus:  

Ero un ragazzaccio, sempre in mezzo alle sassaiole, quando non me ne restavo incantato o imbambolato. Non ero molto allegro: tutto “mi metteva veleno” in partenza: mi noleggiavo per un’ora la barca o la bicicletta, e già vedevo quell’ora finita. Ne soffrivo in anticipo la fine.         

Genova gli regala anche l’amore. È inevitabile: quando una città irrompe nella vita di una persona, porta con sé, quasi sempre, il destino di un incontro (che non accadrebbe, senza quella città). Vale ovviamente anche il contrario: l’irruzione di una persona nella vita di qualcuno, porta con sé il destino di un luogo (dove non si andrebbe, senza quella persona). Il luogo per eccellenza della vita di Caproni determina il fatto di incontrare la genovese Olga Franzoni, con cui si fidanza. Caproni ha nel frattempo espletato il servizio di leva, a Sanremo. Si mantiene impartendo lezioni private di latino e di solfeggio. Poi qualcuno lo convince a tentare la strada dell’insegnamento, e allora Caproni  consegue – sostenendo gli esami da privatista – il diploma magistrale. E si ritrova a fare “per caso” il maestro elementare: insegnare gli dà anche gusto, e soprattutto da vivere, ma non è tra le sue vocazioni principali. Lo chiamano a Loco di Rovegno, in Val Trebbia: «ecco la Val Trebbia come la conobbi». Olga lo raggiunge con la madre. È il 1936, Olga e Giorgio stanno per sposarsi. Ai primi di marzo Olga muore per setticemia. Caproni è devastato dal dolore. Scriverà a Carlo Betocchi, un anno dopo: «Ah se potessi dire un giorno il mio amoroso sgomento, il mio lucente panico, il terrore calmo e meditato dello spazio e del vuoto».

L’anno scolastico 1936-37 lo vede insegnante ad Arenzano, in provincia di Genova. Poi dà tre concorsi per la scuola elementare – a Pavia, Torino, Roma. La Val Trebbia gli ha tolto Olga e – in una sorta di “cambio” idealmente impossibile – gli regala Rina: a Loco di Rovegno Giorgio conosce Rosa (Rina) Rettagliata, una bella ragazza dagli occhi «siderei», con cui si fidanza e che sposa nell’agosto del ’38. Di lì a poco viene assegnato a Casorate Primo, in provincia di Pavia, dove però resta pochissimo perché viene raggiunto dalla chiamata a Roma, che – essendo di “prima categoria” – significa uno stipendio più alto.

Dopo quindici giorni che ero là, che avevo già preso casa, una palazzina, provviste di legna… questo Casorate Primo è tra Milano e Pavia… mi arriva un telegramma: o rinunci a Roma o accetti Roma, e venni a Roma. 

Roma foto di Angela Grieco

Roma, ora di pranzo, foto di Angela Grieco

E venni a Roma. Lo dice come uno che ha preso una decisione dopo averla estratta a sorte: quasi nell’onda di un soggiacere alla forza della vita, di un ritrovarsi dominato dagli eventi, dalle situazioni, dalle casualità. Attenzione, però: Caproni sceglie Roma. Sceglie di andarci a vivere, e soprattutto di restarci. Come scrive nel suo diario del 1948:
A Roma dov’io ho fatto il possibile e l’impossibile per rimanere!

È una scelta apparentemente dettata da un’opportunità di miglioramento economico, non dai motivi per cui – malgrado i disagi iniziali e i crescenti mugugni di insofferenza – Roma finirà per rivelarsi decisiva, nella sua maturazione umana e poetica. In realtà non c’è solo l’aspetto prosaico a cui si abbranca Caproni, nel ricordo, con una ostinazione che sembra voler nascondere altre implicazioni: «la decisione di trasferirsi a Roma probabilmente era stata dettata non solo da motivi economici, che avevano un peso rilevante sulle condizioni finanziarie di un maestro con familiari a carico: la capitale offriva prospettive culturali affascinanti per un giovane intellettuale (…)».

Voglio “azzardare” questa ipotesi: non credo che Caproni avrebbe lasciato Casorate se lo stipendio più alto fosse venuto da un’altra città (forse neppure Genova). I motivi?

Primo, perché Roma è Roma (più che un luogo comune, una realtà storica e culturale dal fascino ineguagliabile): andare a vivere nella capitale d’Italia è un’occasione che non lascia mai indifferenti.

Secondo, perché scegliendo Roma Caproni, anche se non vuole ammetterlo, obbedisce alle istanze della sua vera vocazione, che – ricordiamolo – non è l’insegnamento ma l’«estremo rifugio» della poesia: sa, non può non sapere, che andare a Roma sarà infinitamente più vantaggioso, per la sua strada di scrittore, che non restare a Casorate. Meglio essere ultimi e sconosciuti in una Roma da conquistare, o primi ma isolati in una provincia da dimenticare? Roma saprà agevolare opportunità imperdibili, di contatto, colloquio, visibilità: solo allora «si parrà» davvero il suo valore, di poeta e di uomo. Confrontarsi con Roma è anche un modo per mettersi alla prova massima, per non avere più “scuse” di limiti impedienti, per prendere davvero in mano le redini della propria vita.

  Terzo, perché – come i molti testi che traduce – si sente attratto più dalla diversità che dalla consonanza (ad esempio «l’autentica molla» che lo spinge a tradurre Frénaud per Einaudi, nel 1967, sarà «il pronto riconoscimento, in lui, di quella diversità che ho sempre cercato a mio profitto»). Avverte dunque che Roma è molto diversa da lui, e proprio per questo la sceglie.  

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Roma ora di pranzo, foto di Angela Greco

Ed è una scelta da cui deriva che per la prima volta, dopo la nascita livornese, il luogo e il fatto coincidono pienamente. Roma è un luogo (anzi un mondo di luoghi) che porterà a Caproni i fatti più importanti della sua vita: a Roma trascorre la maggior parte dei suoi giorni, dal 1938 al 1990; a Roma scrive la maggior parte delle sue pagine in poesia e in prosa; a Roma stringe le amicizie più forti, entrando in contatto con esponenti di spicco dell’ambiente culturale e letterario; a Roma intreccia le collaborazioni professionali che lo impongono come una tra le figure eminenti della cultura italiana del ‘900; a Roma, infine, raccoglie i consensi e i risultati “ufficiali” del suo impegno.      

Orbene, è lecito chiedersi: come sarebbe stato il percorso di Caproni se, invece di accettare la chiamata di Roma, fosse rimasto ad insegnare tra le nebbie e le brume di Casorate, o nella quiete boschiva di Rovegno? Quali conseguenze sono venute da quella scelta? Quanto gravido di futuro e di creative fecondità doveva rivelarsi quell’assenso? Che cosa sarebbe stata, senza Roma, la poesia di Caproni? Quali impreveduti sviluppi alternativi poteva imboccare? Quali tematiche? Avrebbe scritto le stesse opere, le stesse singole composizioni?

roma Tiberio La città prende il nome dall'imperatore Tiberio, quando nell'anno 20 circa, Erode Antipa, decise di costruirla in suo onore

Tiberio Tiberiade, La città prende il nome dall’imperatore Tiberio, quando nell’anno 20 circa, Erode Antipa, decise di costruirla in suo onore

La risposta a queste domande è facilmente intuibile.

   Giovanni Raboni ha sottolineato l’importanza, nella poesia di Caproni, del tema della città. Caproni stesso avvalora l’ipotesi con molte dichiarazioni rilasciate nel corso di interviste e conversazioni. Ma anche, ad esempio, curando per la radio, nel 1962, una trasmissione in sei puntate dal titolo “Viaggio poetico in Italia”, dedicata al rapporto dei poeti con le città.

   La città di Caproni è e resterà sempre la sua «Genova di tutta una vita». Genova che, dopo il 1937, diventa una città-mito, indimenticabile, da amare in esilio.

   Un esilio che, appunto, si chiama Roma.

[…] Caproni è tendenzialmente introverso ma capace di rendersi arguto, di “reggere il sacco” alla buona compagnia. Stringerà amicizia, fra gli altri, con Carlo Cassola, Attilio Bertolucci, Vasco Pratolini, Giuseppe Ungaretti, Pier Paolo Pasolini, Giacomo Debenedetti.

   Nel 1945 si iscrive al partito socialista e  avvia la collaborazione con riviste e quotidiani della sinistra, tra cui «Il Politecnico» (dove nel 1946 pubblica due articoli di denuncia sociale: “Le ‘borgate’ confino di Roma” e “Viaggio tra gli esiliati di Roma”), «Avanti!», «La settimana», «L’Unità» (edizione genovese), «Italia socialista», «La Tribuna del Popolo», «La Voce adriatica», ai quali successivamente, nel corso degli anni, si aggiungono «Il Lavoro nuovo», «La Gazzetta di Livorno», «Mondo operaio» (in qualità di curatore della pagina letteraria), «Vie Nuove», «La Fiera letteraria», «Letteratura», «Il Belli», «Galleria», «Il Raccoglitore», «La Chimera», «Il Caffè», «Tempo presente», «Palatina», «Il Punto», etc.
la grande bellezza Anita Ekberg fotografata

Anita Ekberg La Grande Bellezza della Poesia anni Sessanta

Caproni si sta facendo un “nome” nelle patrie lettere: lo si cerca, lo si coinvolge, lo si prende sul serio. Il primo scatto di prestigio, su un piano di “ufficialità” letteraria, è la pubblicazione di Cronistoria con Vallecchi. Seguirà un “crescendo” progressivo e inesorabile, segnato da alcune tappe fondamentali, qui anticipabili: nel 1952 contribuisce assai a smuovere le acque, traendo Caproni dal brusio dei consensi “sottotraccia”, un articolo di Pasolini uscito su «Paragone», poi raccolto in Passione e ideologia;  nel 1954 viene cooptato dalla RAI nella Commissione preposta a giudicare i testi delle canzoni da presentare al Festival di Sanremo (giunto allora alla sua terza edizione); nel 1959, caldeggiato da Bertolucci, Il seme del piangere esce con Garzanti anziché con Mondadori, che pure lo voleva; nel 1962 Caproni succede a Giuseppe De Robertis come critico letterario de «La Nazione»; nel 1969 diventa consulente editoriale per la Rizzoli; nel 1970 viene nominato Commendatore al merito della Repubblica; nel 1989 succede a Leonardo Sciascia nella direzione di «Nuovi Argomenti». Senza contare i premi – tra cui il “Viareggio” (due volte: nel 1952 con Le stanze della funicolare, e nel 1959 con Il seme del piangere), il “Lerici”, il “Selezione Marzotto” (con Il passaggio di Enea), il “Chianciano” (con il Congedo del viaggiatore cerimonioso & altre prosopopee), il “Gabicce Mare”, e soprattutto, nel 1982, il prestigioso “Antonio Feltrinelli” dell’Accademia dei Lincei –, nonché le traduzioni delle sue opere in lingua straniera. Tutto questo alla fine degli anni ’40 è ancora di là da venire, ma già se ne avvertono gli indizi, i sentori, i presentimenti. Eppure Caproni non si monta la testa, né ora né dopo, sempre ancorato com’è alla sua naturale modestia e a un carattere gentile ma chiuso, riservato, pieno di pudore. Al successo reagirà sempre con il contrappeso dell’ironia, con l’attesa del complementare insuccesso (sempre in agguato), con il buonsenso (toscano e ligure) dei “piedi a terra”. Una riprova immediata è offerta dai 38 anni di insegnamento elementare: Caproni diventa un poeta famoso, ma non per questo pensa di lasciare la scuola, come “indegna” della posizione raggiunta, prima dell’età pensionabile. E a scuola non ama parlare della sua attività letteraria, né tanto meno approfittare in qualsiasi modo dei meriti acquisiti in campo poetico. Quando nel 1959 i suoi alunni lo vedono in Tv, intervistato in occasione del premio “Viareggio”, e l’indomani a scuola manifestano il loro ammirato entusiasmo, Caproni si schermisce dicendo loro: “Sono il vostro maestro, e voletemi bene come tale”.     

[…] Ricorda Debenedetti:

A trentacinque anni Giorgio Caproni, che era stato violinista e partigiano prima di approdare all’insegnamento nella scuola elementare, aveva ancora l’odore della Liguria e l’aria di chi prende il tram al mattino presto. Era magrissimo e tornò a essere magro a quel modo solo negli ultimi anni della vita.
  Appena arrivato a Roma col suo passato di sogni e di asprezze, Giorgio rideva, scriveva, cercava un po’ di soldi, voleva bene alle persone e aspettava con allegria impaziente. Aspettava, proprio come fosse sicuro di avere in tasca il biglietto vincente di una lotteria miliardaria, l’assegnazione d’un alloggio dell’INCIS, l’istituto per le case degli impiegati dello Stato.
  Sopportava ritardi, difficoltà burocratiche senza lamentarsi. Quando ci si sarebbe aspettati di sentirlo lagnarsi e protestare, scoppiava invece in una risata fredda, insistita, un po’ teatrale, che rammentava due realtà: il suo pudore che aveva molto a che fare con la sua poesia e forse, visto il suono che sembrava venire dalle viscere, i furiosi bruciori di stomaco cui andava soggetto già da tempo.

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Roma, fotogramma di La grande bellezza

Per inquadrare il Caproni romano dell’immediato dopoguerra risulta preziosa la lettura dei suoi “frammenti di diario” (1948-49). Sono lampi di minuta quotidianità, dove vengono registrati, giorno dopo giorno, i fremiti pulviscolari dell’esistenza: ore, atmosfere, luci, metereologie, spostamenti, incontri, stati d’animo, pensieri, cose fatte e cose da fare, nel percorso di una “navigazione” incerta e inquieta, che trova nella scrittura uno strumento fidato di ricomposizione e sublimazione dell’esperienza, a fronte dei dispiaceri che, d’altra parte, non smettono mai di amareggiarlo. Prendiamo contatto, ad esempio, col suo vinaio di fiducia, il «sor Nino»; e con la lattaia a cui Caproni (24 agosto 1948) chiede dov’è via Bissolati; e col «bar nuovo sul piazzale della stazione» (Roma Trastevere); e con lo «spaccio della Croce Rossa, che sa di spaccio militare», dove si reca insieme al collega Francesco Pierattini per il caffè. Troviamo la lista delle cibarie che Caproni compra per i pasti – sempre frugali e un po’ desolati, da uomo che vive solo –, ad esempio caffè, ricotta, burro, parmigiano, zucchero. Si nominano le chiese dove va a messa la domenica, San Pietro in Montorio, San Crisogono, Santa Maria in Trastevere. Emergono “epifanie” curiose e livide come questa (29 ottobre 1948):

Uscendo piove a dirotto e m’inzuppo tutto facendo a piedi fino a S. Giovanni. A S. Giovanni, sotto la tettoia della fermata, una donna passeggia e mi dice: «com’è bagnato!» Ha l’aria trentacinquenne tra la prostituta e la donna di casa un po’ povera ma pretenziosa, un po’ grigia e anonima. 

O come questa (30 ottobre 1948):

A S. Maria Maggiore aspetto l’autobus nel buio ossessionato dai pupazzi di gomma che a stringerli fanno il suono della civetta e un uomo vende.

Decisamente più sereno un “quadro” che gli si offre in musica, di cui trascrive le note a pentagramma (23 agosto 1948):

La sera esco e in Piazza S. Cosimato mi piace molto una canzone cantata con l’orchestrina da voci freschissime di ragazzi mentre il lastricato è lavato di fresco.

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cinema In-nome-del-popolo-italiano Vittorio Gasman

In-nome-del-popolo-italiano con Vittorio Gasman

C’è poi il viaggio in Polonia, a Wroclaw (Breslavia), dove dal 25 al 28 agosto 1948 si svolge il primo Congresso internazionale degli intellettuali per la pace. Caproni vi partecipa fra mille tentennamenti, poiché teme che «si tratti d’una cosa di pretta organizzazione comunista». La partenza ha luogo all’aeroporto di Centocelle, con tre Dakota cecoslovacchi su cui si imbarca la delegazione italiana, formata da scrittori e intellettuali tra cui Vittorini, Repaci, Quasimodo, Solmi, Gorresio, Barbaro, Petronio, la Ginzburg e Sibilla Aleramo. Il decollo avviene alle ore 10.55 del 24 agosto 1948: per Caproni è il battesimo del volo. Il viaggio sarà ricordato, più che per le verbosità del Congresso, soprattutto per la visita al lager di Auschwitz, che lascia in tutti una profonda impressione. Caproni ne ricava un bellissimo articolo di resoconto.   

 Il 1948 di Caproni si ricorda anche per le sue perlustrazioni esplorative della zona di San Pancrazio, dove sorgono le costruzioni dell’INCIS: «spinto da chissà quale forza», ogni tanto si reca da quelle parti per vedere da fuori i casamenti, pregustando la civile abitazione che un giorno non lontano sarà sua. Quel giorno, difatti, arriva presto: in autunno gli viene finalmente assegnata una casa in Viale Quattro Venti, n. 31, a Monteverde Vecchio. Sono palazzi disagevoli, tirati su con la fretta della ricostruzione, senza ascensori né riscaldamenti; ma Caproni è felice perché può finalmente raggiungerlo la famiglia. 

Marco Onofrio. Nato a Roma nel 1971, scrive poesia, narrativa, saggistica e critica letteraria. Per la poesia ha pubblicato 10 volumi, tra cui D’istruzioni (2006), Emporium. Poemetto di civile indignazione (2008), La presenza di Giano (2010), Disfunzioni (2011), Ora è altrove” (2013). Ai bordi di un quadrato senza lati (2015). Inoltre, ha pubblicato monografie su Dino Campana, Giuseppe Ungaretti, Giorgio Caproni e Antonio Debenedetti. Site: www.marco-onofrio.it

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Marco Onofrio commenta “Le notti romane” (Bompiani 1960, riedizione EdiLet 2015): repechage di Giorgio Vigolo

Cogito a Roma

Roma, scorcio del foro romano con chiesa e statua di Cesare

A quasi trentatre anni dalla morte, è arrivata l’ora di fare i conti con la grandezza dimenticata di Giorgio Vigolo. Poeta, narratore, critico musicale (si legga il suo Mille e una sera all’opera e al concerto), traduttore indimenticabile della poesia di Hölderlin (su cui ha scritto uno splendido saggio introduttivo, pubblicato nell’edizione Oscar Mondadori dell’autore tedesco), valorizzatore di Giuseppe Gioachino Belli al rango di Poeta con l’iniziale maiuscola (oltre il riduttivismo vernacolare in cui, fino ad allora, veniva ghettizzato), Vigolo è – a tutti gli effetti – una delle “voci nascoste” più interessanti e significative del Novecento italiano. E ce ne sono di scrittori dimenticati da rileggere! La fortuna postuma dipende da svariati fattori, in parte casuali, in parte legati al sistema di convenienze critiche preposto alla storicizzazione, su cui influisce non poco la capacità di pubbliche relazioni dell’autore, e le pubbliche relazioni effettivamente intessute dall’autore in vita (o dagli eredi, dopo la sua morte).

roma La grande bellezza 2

Roma, fotogramma di La grande bellezza

Vigolo è stato uno degli autori più schivi e riservati del Novecento. Non a caso Magda Vigilante, responsabile dell’“Archivio Vigolo” presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, ha scritto un saggio biografico e critico dal titolo L’eremita di Roma. Vita e opere di Giorgio Vigolo (Fermenti, 2010). Questo spiega solo in parte l’oblio che si è posato, silenzioso come la polvere, sulla bellezza di opere come Conclave dei sogni e La luce ricorda, per la poesia, o Spettro solare e La Virgilia, per la narrativa; il resto si spiega con l’inattualità della sua scrittura colta, raffinata, lussureggiante, intrisa al midollo di una qualità letteraria lontana anni luce dagli sviluppi contemporanei del mercato editoriale. Eppure proprio questo anacronismo dovrebbe incuriosire e spingere, per attrazione dell’opposto complementare, alla riscoperta.       

Ne Le notti romane (Bompiani 1960, ripubblicato a giugno da EdiLet, Roma, pp. 196, Euro 14, a cura della succitata Vigilante) è possibile saggiare appieno la prosa lirica e visionaria di Vigolo, giocata nell’accensione della sua splendida potenza evocativa. Protagonista assoluta dei 15 racconti di cui consta il volume è una Roma onirica e misteriosa, ricca di anfratti simbolici, di scarti temporali, di sprofondamenti. Il racconto vigoliano si configura come avventura metafisica: «Cercare l’ignoto nel noto; immaginare che accanto alle strade, dove avevo tante volte passeggiato fin dall’infanzia, potessero esisterne altre così diverse e maravigliose». La realtà nota offre all’improvviso un varco per le dimensioni dell’ignoto. Ci sono crolli improvvisi, frane maceranti che aprono crepacci spazio-temporali, oltre i quali si penetra in altre dimensioni, parallele a quella diurna e normativa. Da qui, l’inganno delle cronologie: è «solo apparente» scrive Vigolo «la continuità della storia». La scrittura di questi racconti nasce da un’attitudine al meraviglioso: nel racconto “Il sogno delle formiche” si parla di «singolare disposizione alla penetrante lettura dei simboli e alla interpretazione ispirata delle figure». La realtà offre continui messaggi: presentimenti, avvertimenti, sibili, «istanze oscure del silenzio», «raggi dell’invisibile», apparizioni, mormorii, voci lontanissime che riverberano attraverso i muri… L’impianto visionario determina il rapido trascorrere delle immagini «fluenti le une nelle altre».  

Roma ora di pranzo di Angela Greco

Roma ora di pranzo, foto di Angela Greco

C’è un continuo confronto tra esterno e interno: tra la città oggettiva, piena di tenebrosi misteri, e la «città che profondissima sta nascosta nell’interno di noi»: questa Roma di fuori e questa Roma di dentro «si vengono incontro fino a combaciare sul limite vertiginoso della visione».

E la visione è fluida e incerta, “in fieri”: come quelle che – nel racconto “Il pavimento a figurine” – si compongono dai disegni delle mattonelle alla luce della candela, nottetempo, per poi sparire alla luce del sole, l’indomani. L’articolazione degli interni viene spesso complicata ad arte: spazi labirintici, scale a chiocciola, sfilate di stanze e corridoi, meandri, ingressi senza uscita, dislivelli planimetrici per effetti di catabasi e anabasi. Le case avviluppano e nascondono una dimensione ctonia: nel racconto “Il Plutone casereccio” c’è una cucina sotterranea e, più in fondo ancora, la legnaia (che poi a un certo punto si allaga, per una piena del Tevere). E appartamenti sterminati: «da un capo all’altro della casa era un viaggio». E camere dimenticate dove nessuno mai mette piede: Vigolo circoscrive l’«aldilà spaventoso» delle case e della stessa città (svelandone la topografia sconosciuta, i rioni segreti, le zone nascoste; e insomma la Roma arcana e misteriosa dove si possono incontrare persone che in realtà sono morte da tempo). Ecco il «tenebrore», il terrore oscuro, l’orrore, il «gricciore», il ribrezzo, l’antico raccapriccio. E l’esperienza del buio fino al completo smarrimento, l’«oscuro infinito dell’anima» dove sparire, diventare invisibili, diversi e insoliti a se stessi, senza più nome (che già racchiude e veicola un destino). Ed ecco personaggi spaventevoli come il cuoco Bernardo. E la “scena primaria” che il protagonista, bambino curioso, scopre con sgomento quando sorprende Bernardo aggrovigliato lì in cucina, «in uno strano groppo di membra, quasi berniniano», con la sua amante Prosperina.  

Roma foto di Angela Grieco

Roma, ora di pranzo, foto di Angela Grieco

Soprattutto nella parte iniziale del libro i racconti trasudano di tinte oscure, che spesso risaltano in modo così assoluto da diventare luminose: Vigolo scrive di «fulgore nero», di «cupo brillio», di «nero fluido e splendente». E il nero viene posto di preferenza a contrasto con il rosso, il colore del fuoco, del sangue, della ferocia. Rossa è la camera dell’anima, rossa la carne della memoria, rossa la vergogna del peccato. L’eros è un drappo rosso che nasconde la macchia nera di thanatos: un passaggio intensamente “barocco” del racconto “Il palazzo di campagna” esibisce i corpi stupendi di alcune donne nude in mezzo all’erba, le «incantate fenici» che però, a guardarle da vicino, sono «róse di piaghe vive, di rossi guidaleschi che rompevano il superbo velluto della pelle morata». Come non pensare alle tele di Scipione? Una immedicabile cicatrice della memoria (legata a una grave malattia dell’infanzia) catalizza la dimensione irreale per cui la narrazione procede come regesto cauterizzato di un sogno, se non di un incubo, o un delirio. L’atmosfera cupa e onirica alla Hoffmann (di cui Vigolo traduce, nel 1944, Meister Floh) non impedisce allo sguardo le possibilità di godimento della vita, si tratti di carne, materia, luce, anima o natura, in ragione di una bellezza che occhieggia rapida tra gli anfratti tenebrosi della morte o, peggio, dell’agonia, dal cuore decadente o putrefatto delle cose; si leggano a riprova certe gustose descrizioni dei cibi e dei loro effluvi, gli arrosti fumanti governati da Bernardo sugli spiedi, e il «rosso vivo dei rocchi di carne», i «rosei quarti di agnello», le «nevi delle ricotte», «l’odore del caviale e dei tartufi, il fumo saporoso degli arrosti e dei fritti», e ancora – al mercato di Campo di Fiori – «il sanguigno delle carni appese, il luccichio dei pesci, i fasti delle verdure e delle frutta, le gloriose montagne d’oro degli aranci», etc. La sensualità avvolgente di questi “semi” vitalistici riporta alla percezione ipnotica del loro “incanto”.  E la percezione ipnotica sgorga da un’«avventura dell’occhio», come la definisce lo stesso Vigolo: dal guardare affascinati, cioè, il gorgo della vertigine, senza riuscire a staccare gli occhi da ciò che è tanto più affascinante quanto più interdetto alla conoscenza. In questo stato di estatica contemplazione gli oggetti emanano un irresistibile fluido magnetico, e la percezione si allarga ai palpiti cosmici, alle stratificazioni pulviscolari dei cieli, alle più sottili vibrazioni energetiche. Ecco l’io narrante (spesso io agente) avvolto da cerchi del tempo «sempre più vasti e perduti», ad abbracciare secoli sepolti.

Roma archi tesi di Angela Greco

Roma, archi tesi di un tempio antico, foto di Angela Greco

«Così mi ricordo che, nella prima giovinezza, se uscendo dai quartieri moderni mi trovavo fra le rovine del Foro o nelle immense aule delle Terme spaccate sul gran silenzio del cielo, avvertivo in quel brusco trapasso uno sconcerto di tutti i miei pensieri; la misura del tempo si mutava in me profondamente, dilatandosi in cerchi sempre più vasti e perduti; l’età di quelle pietre, di quegli sparsi ossami fuggiva da me, si arretrava in una terribile lontananza.

  Mi pareva che non soltanto quindici o venti secoli, bensì una durata infinitamente più vasta e non misurabile si aprisse fra queste due lontane sponde del tempo».

C’è una dialettica creativa, all’interno dello stesso soggetto, tra memoria reale e memoria metafisica. Da un lato egli cerca di drenare il tempo interiore per tentare di farne un “atlante” o almeno una mappatura: le acque buie e profonde della memoria costituiscono, peraltro, una miniera gigantesca e inesauribile, il cui scavo non può finire mai. Ecco il movimento analitico della memoria: «risalire il tempo, riandare il fiume a ritroso: una ritessitura attenta del passato, filo per filo, trama per trama, fino a ricomporre indietro il disegno delle figure disperse». Ecco le nebbie delle memorie infantili che si nascondono tra i sogni, e l’aura delle «prime apparizioni» dei luoghi della città. Dall’altro egli accede alla memoria metafisica, oltre il tempo, anzi, senza tempo, che si apre a squarci inaspettati e lampeggianti: è ciò che «la luce ricorda».

«Diventa un’appassionante caccia ai ricordi, un rinnovarsi delle sorprese nella memoria, andare ricercando in fondo a noi le prime apparizioni dei luoghi della città. Quale fu la prima volta che a me che abitavo in una parte opposta e lontana, sulle rive del Tevere, mi si aprì innanzi, immensa e silenziosa, la Piazza del Laterano, col suo grande obelisco, i palazzi, l’antica basilica con la sua loggia e i due acuti campanili? Forse solo con un assiduo pensiero riuscirei a far rinascere, a far riprendere colore in fondo a me, alla immagine impallidita, così remota che si confonde con tante scene che ho immaginato poi e veduto come presenti, di episodi che si svolgono nell’alto medioevo proprio lì al Laterano. La fantasia, la memoria, il sogno, la storia si compenetrano: ma, certo, si ha l’impressione di risalire, risalire negli anni verso l’impersonale, verso ciò che la luce ricorda dei luoghi che da tanti secoli illumina, e sconfinare così oltre la propria esistenza».

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Roma ora di pranzo, foto di Angela Greco

Si risale dunque verso l’impersonale, oltre la propria esistenza: e questo ci consente di assistere, dopo secoli, alla «identica scena che già prima s’era svolta in quel medesimo luogo». E si “rivivono” epoche e fatti che ci pare di aver già vissuto. Ecco, ad esempio, nel racconto eponimo, la Roma spopolata e tenebrosa dell’anno Mille, dove si aggirano figure grottesche (i «soldatoni ostrogoti», la «baldraccaccia pinguissima») e poi appare il Moro, a piazza Colonna, il mago «incantadiavoli» con il suo spettacolo notturno «strano e meraviglioso» dinanzi alla folla che da ogni parte accorre, tutt’occhi: i bassorilievi della colonna si animano, la colonna gira vorticosa, Venere incatenata canta dentro la colonna e sorge dalla colonna in fiamme. E poi, ancora, si apre una voragine abissale, un «infero Olimpo nascosto sotto la crosta di Roma che si è spaccata su di esso come un cratere».

Ora Vulcano è tornato laggiù nel vero antro della sua fucina stridente, che prima comunicava con la Colonna: bellissimo si vede Apollo come un grande topazio, un lampo di sole nella notte; Marte quasi un rubino rovente; e così le altre divinità, incastonate quali gemme e diamanti in quel sistema di cieli carbonizzati. Ma, pure allo stato fossile, di minerali e pietre preziose nelle ganghe della terra, essi sono là sotto radianti con tutti i loro influssi sotto le mille chiese e le catacombe e il Laterano e il Vaticano; sempre intesi a filtrare con i loro raggi sepolti attraverso le pietre e le mura, pronti, al richiamo dei maghi, a risuscitare di notte per le strade della loro città, fra le rovine dei loro templi, sempre adorati da segreti fedeli e resistenti a tutte le più potenti maledizioni, agli esorcismi, alle purificazioni, agli anatemi.

  Venere, così, nella notte di primavera era tornata a trionfare sulla sua città, ove il nome di Amor è misteriosamente capovolto; e una folla idolatra l’aveva ancora adorata, aveva fremuto e pianto a vederla martirizzata e in catene. Ora era discesa di nuovo nell’Olimpo sotterraneo a stendersi azzurra sul suo letto d’oro, ricongelandosi a poco a poco nel suo splendente zaffiro. E la voragine si era richiusa.

  Al tempo stesso la gran vampa sulla Colonna Antonina si contrae, si accorcia, si abbassa, risucchiata dentro la botola. E la notte ritorna tacita e ombrosa. La folla si dirada facendo segni di croce, mormorando orazioni.

Giorgio Vigolo_copertinaDa ultimo, a concludere e sciogliere il fatto, s’impone l’esorcismo solenne del papa sulla piazza «dove tutto quel diavolèrio era accaduto». È in gioco l’eterna belligeranza tra “spirito” e “anima”, vale a dire tra “forma” e “vita” contrapposte: ovvero tra il riduzionismo marmorizzante della Roma cristiano-cattolica e la complessità fluida della soggiacente Roma pagana. Una dialettica creativa oppone anche l’elemento pesante, plumbeo, cupo, all’elemento leggero, volatile, luminoso. Roma, dunque, può apparire come una città spettrale e terrorizzante, oppure trasfigurarsi nello slancio metafisico dei suoi elementi (cupole come vele, figure che volano, angeli, sfingi, riflessi cangianti sulle strade e sui palazzi, etc.). Vigolo utilizza l’acqua come un veicolo onirico-ancestrale, e la inserisce nel ciclo cosmico delle energie in movimento: «pioggia, acqua, memoria, che dal cielo ritorna, che al cielo risale; grandi fiumi del sogno, quale mistero!». È una scrittura che obbedisce alla sua tensione elementare, il «sentimento originario che attende d’arrivare alle sponde d’un mare ignorato», per cui cattura i «rapporti primari di terra e acqua», ma anche la tessitura viscerale della materia, sino al freddo vegetale, il velluto molliccio dei funghi, l’intrico dei rami, il verde cupo delle foglie.

 Roma, col suo nome di Venere capovolto, è la civiltà millenaria che si contrappone alla natura delle campagne circostanti, dove talvolta la scrittura vigoliana si addentra con intenti esplorativi, come attratta da un impulso di rigenerazione. La grande Storia di Roma si sgrana nella tessitura infinita delle sue storie, dei suoi miti e dei suoi riti. Vigolo scrive: «Tutto in questa città è un rituale». Ecco le favole e le leggende, cioè i «sogni delle mura» di cui sono impregnate le vecchie case di Roma: storie che provengono da fatti remoti di cui si è persa la memoria, come ad esempio il caso di Costanza De Cupis «dalle belle mani»

Roma foto di Giorgio Chiantini

Roma, foto di Giorgio Chiantini

«Un pomeriggio ella stava sola alla finestra attendendo a quel suo ricamo: guardava la bella piazza, era sollevata, esente per un momento dalla sua pena: dalle case di fronte, a ponente, veniva una grande luce dal sole che stava calando. A un tratto ella vide le sue mani così illuminate su quel fiammeggiante sanguigno bagliore della porpora ed esse le parvero più belle che mai; talmente belle che ne ebbe quasi sgomento e in quel momento stesso le sembrò di udire distintamente la terribile voce che le ripeteva: “Meglio assai tagliar via quella mano…”

  Nel tremito improvviso che tutta la scosse, fu come se una volontà distruttiva e vindice fosse paurosamente entrata in lei; e si punse profondamente con l’ago, si trafisse nella carne viva. Parve sul momento cosa da nulla; ma la puntura andò a male, la bellissima mano fu enfiata e deforme. Annerì. Per salvarle la vita fu necessario decidersi al taglio; senza per questo scongiurare la peggior sorte, poiché Costanza in breve ne morì».

Dall’insieme dei racconti emerge una visione complessa della vita, che secondo Vigolo è piena di incongruenze, tanto che «su dieci atti che facciamo, di nove ci dobbiamo pentire». La complessità umana, in particolare, è fondata sull’ambivalenza: «terribili inimicizie si chiudono dentro lo stesso petto», dacché siamo abitati da forze contrarie che si con-tengono nello sforzo sempre irrisolto di contrapporsi. Questa radice profondamente umanistica è come un fiore di classicità eterna, cioè di umana “maturità” (nella sua misura omnicomprensiva), che sboccia dalle radici oscure e fantastiche del romanticismo di cui è intrisa la scrittura di Vigolo. Egli stesso certifica la sua natura “bifronte”, ammettendo di essere, a un tempo, una «vecchina innocua» e un «cocchiere satanico».

«La grande chiesa a poco a poco si vuota. Sugli altari spengono le candele. Anche quei ritratti sulle pareti, non si scorgono più.

  Allora, sotto le arcate che il buio dilata a maggior dismisura, una vecchina sola si nasconde a pregare; a sentirsi già nell’oltrevita, circondata da spiriti e abituarsi così all’amorevole vasta tenebra dell’ultima pace, vegliata da un solo vacillante lumino.

  Oh, grande misericordia dei templi per i poveri corpi affranti, attenuati dai digiuni e dai mali: oh, grande misericordia.

  La vecchina, qui, è l’unico luogo dove possa venire in un’ora tetra come questa, nella sera che è così spietata nelle strade dove ella fu giovane.

  Viene qui dentro come in una reggia sua: ha per sé sola tutta la tenebrosa scintillante dimora; e può sognare la morte, senza più avere spavento.

  Però torna sempre a confessarsi di quel caro peccato che fu la sua gioventù; quel peccato così grande che non le basterà – ella crede – un’eternità di fiamme a scontarlo.

  E quando esce dal duomo, l’ultima sua tentazione le fa ancora vedere lì fuori, ferma ad attenderla, la bella pariglia di rovani sbuffanti e un cocchiere satanico, frusta in mano e coccarda sul cilindro, che l’aiuta a salire.

  Io sono insieme quel cocchiere e quella vecchina».

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GÉMINO H. ABAD ANTOLOGIA POETICA “Dove le parole non si spezzano”. Il viaggio spirituale. Commento di Marco Onofrio, traduzione di Andrea Gazzoni (Ensemble, 2015 pp. 184 € 15)

bello città nel traffico

città nel traffico urbano

Commento di Marco Onofrio

La poesia del poeta filippino Gémino H. Abad – scritta in inglese e tradotta per la prima volta in italiano da Andrea Gazzoni – ha un impatto filosofico e visionario: di ogni cosa parla, per ossimoro, da una “esternità intrinseca” essenziale, come trattando d’altro ma – ed è qui la sorpresa – sgorgando dal profondo stesso della sua radice. Dove le parole non si spezzano (Roma, Ensemble Edizioni, 2015, pp. 184, Euro 15) è un viaggio spirituale articolato in 5 sezioni: Cose, Parole, Amore, Paese, Dio.

La prima composizione del libro evidenzia subito il salto dalla scrittura alla voce. La pagina bianca è simbolo del vuoto e del silenzio: è l’orlo di ogni testo possibile. Le parole inscrivono la traccia di un’azione: «tendono un agguato» e «balzano verso un sole che passa».
Abad scrive poco oltre:

«Le parole non sono impiastri
per le nostre lesioni;
al contrario, ci feriscono.
Però con cura, dopo un lungo silenzio,
il filo della loro lama
potrebbe dare forma al tuo diamante».

È centrale, nella poetica di Abad, il problema ontologico (con addentellati teologici) affrontato su un piano di afferenza ed eminenza linguistica. Ecco il rapporto parola-cosa: la realtà come insaturabile verbale. Le parole, cioè, non riescono mai ad esaurire la carica di senso delle cose, né ad afferrarle o contenerle del tutto. Le cose parlano ex cathedra, al di là dei nomi che tentano di de-finirle e farle proprie. Ma i nomi sono i “mattoni” del mondo.

«Quando la mente perde un nome, perde una percezione.
Il nome è essenziale per la sua continenza
o ferisce se stesso nella cosa che non rispetta».

pittura Born in Mexico City in 1963, Moises Levy, Architettura nella luce

Born in Mexico City in 1963, Moises Levy, Architettura nella luce

Le cose si beffano delle parole, eppure sono le parole che ci permettono di «abitare il nostro mondo» e di opporre una «diga» al caos. Quando la mente «cade», infatti, i pezzi si ricompongono di nuovo grazie alle parole: sondando il vuoto per riconquistare ogni parola.
Il nostro mondo, in realtà, è tutto nella mente «che accarezza ogni cosa / dentro il suo nome. Ma ogni cosa ha sempre / molti nomi perché l’essenza dell’amore è l’abbondanza». Ecco spiegati i sinonimi di cui disponiamo: dalla sporgenza ontologica e affettiva su cui s’incardina la nostra essenza. Però non usciamo da un gioco di specchi. La conoscenza è sempre autoreferenziale: «siamo noi i nostri giochi». Per questo, tentando di guardarci da fuori, ma restando prigionieri all’interno di noi stessi, il nostro sapere è sempre inadeguato.

Abad è cosciente del disincanto che ci rende “separati” dal principio. Non ci sono più leggende sulla luna: «morta è la luna, e fredda». Eppure la poesia può inventare un «parlare nuovo», dispiegando il suo tempo «largo d’ala / e leggendario». Ma occorre imparare a muoversi verso la realtà che ogni cosa indica. Fare del quotidiano un’epica sublime. Abbracciare la profondità antropologica della nostra condizione. Inglobare nella scrittura il nostro “suono”: dal tuono ancestrale del nascere al basso continuo dell’esistere, il “niente” di cui la musica è composta. La poesia tende alla pienezza dell’Origine: l’infinito intrattenimento dei «boschi incantati», la calma completa, la pace perfetta: «Dove le parole non si spezzano / non ho più sete di verità». Che si vada, infine, oltre il nome, oltre lo scavo del cuore, oltre lo schermo ristretto della ragione. Laggiù sarà possibile abbracciare l’inesplorato silenzio delle origini, «prima di Storia, Legge, Civiltà». La Civiltà è perenne «corona di spine» poiché è mossa dalle menzogne dell’uomo, che di proposito imbroglia i confini e complica la verità. Le parole, invece, sono tanto più vere quanto più semplici, cioè «prime e ultime» come quelle che si insegnano ai bambini. Le cose muoiono nelle lettere dei nomi convenzionali e civili: vivono invece nel sogno splendente dell’apertura oltreumana, donde gettano fuori i loro nomi autentici: la dimensione ontologica dell’Angelo, lo «spazio mai chiuso» dell’estasi «dove il tempo / non è mai suonato» e dove le cose sono compenetrate di ciò che è “loro” senza l’uomo.

gémino h. abad

Gémino H. Abad

Abad si lascia tentare dalla verità del silenzio che pulsa «scritto vasto sulla Terra». Il silenzio del mondo è dove «le parole iniziano di nuovo». Il poeta dialoga con le energie primigenie: il «flusso di tutte le mattine, ambra del mondo». Senza il rumore delle parole esulterebbe di pienezza ogni creatura, troverebbe «ognuno / la sua voce unica e vera». Le parole girano a vuoto, sono gorghi da cui ci si strappa, «sillaba su sillaba», per andare verso lo splendore dell’essenza. Dinanzi a questa essenza siamo pieni e ingombri di zavorra:

«Ogni volta che entro
nel mattino del mondo, le mie tasche
sono piene di pietre».

Il poeta prega Dio che «cadano tutte le parole, / cumulo di orgoglio, cenere di disperazione; / sia il silenzio di terra, cielo, mare, / nostra veste e preghiera ora». Il silenzio rappresenta «il meglio». Occorre rinunciare alle parole per parlare, giacché le parole sono oggetti d’uso quotidiano, si consumano rapidamente e producono interferenza.

La poesia di Abad si determina anche come scavo nella verità biologica dell’esistenza: «di chi è il sangue / che io contengo?» Il sangue che scorre nelle vene «ha un altro modo di parlare», che racchiude altre verità. La materia è piena di intelligenza, e anche il nostro corpo: la verità «ride nelle budella», non servono parole. Abad esplora l’immenso divario che separa i tempi storici dai tempi biologici. Scrive infatti: «la storia della natura è così diversa dalla nostra». Alberi montagne cascate spiagge etc. sono le “parole” della natura. La nostra storia è “oscura”, cioè offusca di opacità la visione totale della bellezza. Siamo troppo tristi e fragili e intrisi di morte, per riuscire a goderne appieno.

bello topologia figure nello spazio

topologia figure nello spazio

La dimensione ontologica e antropologica di questo libro apre, nella penultima sezione (Country) a uno spiraglio etico di conoscenza dove più immediatamente si rispecchia lo spessore storico e geopolitico della realtà da cui Abad proviene: comprendiamo così la radice “civile” che nutre dall’interno la sua poesia, anche quando è scatenata nella rincorsa di metafore e visioni. Ecco emergere lo spirito di sopportazione del popolo filippino, vessato dalla controversa dittatura di Marcos, e dunque la forza interiore, l’orgoglio, l’ethos, la collettività: valori che il poeta coglie nell’ottica del rapporto con i conquistatori (spagnoli, giapponesi, americani) succedutisi nell’arco di più secoli. Anche sul piano civile Abad non deroga dalla sua attitudine di poeta centrato sui fondamenti, e punta dritto al cuore delle cose, come quando parla di «rispetto per la differenza di ogni uomo / che si riduce alla sua essenziale dignità». Due versi che, da soli, valgono un mondo.

gemino abad_copertinaGémino H. Abad è uno dei poeti contemporanei più noti del Sud-Est asiatico. È nato nel 1939 a Cebu (Filippine). Si è laureato in Letteratura Inglese presso l’Università Statale di Manila, dove attualmente insegna come professore emerito di Letteratura Inglese. Oltre ad essere il poeta filippino più conosciuto all’estero, Abad è anche il maggior studioso della storia letteraria delle Filippine. Ha pubblicato numerose raccolte di poesie e saggi critici. La sua opera verte principalmente sulla questione dell’uomo in rapporto ai concetti di pace e giustizia. Per lui, come per altri poeti filippini, non è stato facile vivere e scrivere sotto la dittatura di Marcos. Grazie al valore della sua opera, Abad nel dicembre 2007 è stato nominato “Artista Nazionale” per la Letteratura dal “The National Artist Award Secretariat of Manila”. Il 22 luglio 2009, a Fiano Romano (RM), gli è stato conferito il Premio Internazionale “Feronia”.

angelo 2

I’m Not Addressed to Time

I’m not addressed to time,
Posthaste, as it were,
Relevant for the nonce,
To be quickly read,
Then filed in your bin.
What’s left to tell
Of yesterday’s grime
But dust in your drink?
Or where is the postman
Will sort dead mail out?

Of our words I’m bred,
The same words you use,
Or are used up by,
At each day’s run
To holy ghostliness;
Nowhere I stand,
My name for a shroud,
So to hold my ground,
And let old words pass
Like leaves in the wind.

I lack that poignant wit
Your speech to register
Under the secret rose,
Your passion to exhale
In special notices for a week.
I live on no one’s street,
I dislike vicinity,
And send no letters out.
No new words are born
Except by slow delivery.

I’ve no stomach for dispatches,
Our news being unstable
Like the chemistry of weather,
Their words raining us about.
And forming only puddles.
On private word I feed
And play with the loose ends
Of that we call truth –
Ankle-deep, in the standing pool,
Where tadpoles vie to survive.

What we give out as truth
Is public like a frog,
To his weather apropos.
Soon of course your spirit will lag,
And our ghost lack proof.
Words are not poultices
For our hurts;
On the contrary, they wound.
Yet with care, after long silence,
Their cutting edge
Could shape your diamond.

Non sono indirizzato al tempo

Non sono indirizzato al tempo,
spedito celere, per così dire,
rilevante ora,
da leggere al volo,
e poi archiviare nella tua spazzatura.
Che c’è ancora da dire
dello sporco di ieri,
se non la polvere che hai nel tuo drink?
O le lettere inesitate, dov’è che il postino
andrà a metterle?

Dalle nostre parole allevato,
le stesse che tu usi,
e che di te abusano,
nella corsa di ogni giorno
verso i santi spiriti;
in nessun luogo mi trovo,
il mio nome per un sudario
così che io non perda terreno,
e lasci parole vecchie passare
come foglie nel vento.

Non possiedo il motto arguto
per registrare il tuo discorso
sotto la segreta rosa,
per esalare la tua passione
in una settimana di notifiche speciali.
Vivo nella strada di nessuno,
non mi piace il vicinato,
e di lettere non ne spedisco.
Le consegne di parole nuove
sono lunghi parti.

Per i dispacci non ho stomaco,
troppo instabili le notizie nostre
come la chimica del bel tempo,
ci piovono intorno le loro parole
e formano solo pozzanghere.
Di parole private mi nutro
e gioco col filo e col segno
di quel che chiamiamo verità –
fino alle caviglie, giù nello stagno
dove per sopravvivere lottano i girini.

Quel che mandiamo fuori come verità
è pubblico come una rana,
va bene per il tempo che fa.
Presto certo la tua anima rimarrà indietro,
e al nostro spirito mancherà la prova.
Le parole non sono impiastri
per le nostre lesioni;
al contrario, ci feriscono.
Però con cura, dopo un lungo silenzio,
il filo della loro lama
potrebbe dare forma al tuo diamante.

angelo

Let There Be No More

Let there be no more
Legends on the moon.
Why play children’s games
With an explained fact.
The moon is dead, and cold,
As any dragon fact.
To explain is to fix
Even the orbit of change.
The way moonbeams fall
Must respect a discipline;
And as we wake, submit
To interpretation of dreams.
Let us check our notions
With specimens of the moon,
Rocks and sterile dust
And fossils of the lunar god.
Where theory cleaves our ground,
Magic weaves our revenge.
Of our legends
We are the very text.
The facts we seek and explain
Have first dwelt with us,
But we are estranged.
O, we are our games.

Che non ci siano più

Che non ci siano più
leggende sulla luna.
Perché fare giochi da bambini
se tutto è ben spiegato?
Morta è la luna, e fredda,
come qualsiasi storia di draghi.
Spiegare è fissare
anche l’orbita del mutamento.
Come cadono i raggi della luna
deve rispettare una disciplina;
e quando vegliamo, sottomettersi
all’interpretazione dei sogni.
Verifichiamo le nostre opinioni
con campioni di luna,
rocce e polvere sterile
e fossili del dio lunare.
Dove la teoria spacca il nostro suolo,
la magia ordisce la nostra vendetta.
Delle leggende nostre
noi siamo il testo stesso.
I fatti che cerchiamo e spieghiamo
sono stati in principio presso noi,
Ma siamo separati.
Oh, siamo noi i nostri giochi.

angelo 3

Peace

Dawn spreads her peacock tail
And pecks star grain
From heaven’s onyx floor.
Water rocks behind the stern
And dances away in gleaming scrolls.
Cocks have long since telegraphed
A late sun’s coming.
Our lives are lost
Dreaming in the water.
And then,
A great red-yellow carp,
Four feet in the air, the river’s token,
Flashing as if cast from morning cooper
And doubling his broad curving tail.
My line holds,
And the sun is over the hill,
And carp is to hand.
From the beginning, did she only wait
For this morning’s bait?
The air grows warm,
Warblers are in full throat.
It comes easy to mind
That another line may be cast
To catch the day’s own sun.

Pace

L’alba apre la sua coda di pavone
e becca granaglia di stelle
dal pavimento d’onice del paradiso.
Trema l’acqua dietro la poppa
E danza via via in volute brillanti.
I galli hanno telegrafato già da molto
un arrivo in ritardo del sole.
Le nostre vite sono perdute
a sognare sull’acqua.
E poi,
una grande carpa rosso-gialla,
un metro in aria, il simbolo del fiume,
che lampeggia come una gettata del rame del mattino
e ripiega la coda larga che s’incurva.
Tiene la mia lenza,
e il sole è sopra la collina,
e la carpa alla mia portata.
Fin dall’inizio, aspettava solo
l’esca di stamane?
L’aria si fa calda,
cantano gli uccelli a squarciagola,
Viene in mente, ci vuole poco,
che si può lanciare un’altra lenza
per catturare il sole di questo giorno.

angelo 1

l’angelo senza parole

Angel

The angel is
what goes without saying,
or what we have only forgotten,
yet makes us trasparent
in our absence.
In speech and dreamwork
we sprout him wings
or odd cloven feet betimes –
our words enable us
to inhabit our world.

Or fruit bat like the fruit he eats,
topsy-turvy from his connubial bough,
or sea spider without spinneret
dancing upon her demersal mat –

What inagural fiction?

Or dreamy harvest moon
or roving safari of starfish –
How they continue to mock
the furious science of their names.

And at the brink
of every possible text,
at every turn of its imagined speech,
at every spill of its unimaginable blood,
there, nowhere
our angel purely nude.

O the labor, the ecstasy –
O their prodigious progeny!

Now
space never closed

Like a ring

Where
time never tolled

Like a tide

Yes yes
tell the truth

But mind is fruit upside down,
the bat is flown –
sand is running down,
its spider dethroned.

And at the verge of something other,
on all fours
our facts crawl ashore,
further inland cannot move.

Enfold us with great wings,
O angel purely nude.

Angelo

L’angelo è quello
che non c’è bisogno di dire,
o quel che abbiamo solo scordato
ma ci fa trasparenti
in nostra assenza.
Nel parlare e nel lavoro del sogno
gli facciamo crescere ali
o curiosi zoccoli caprini al volo –
le nostre parole ci permettono
di abitare il nostro mondo.

O pipistrello della frutta come la frutta che mangia
sottosopra come il suo ramo coniugale.
o ragna di mare senza la filiera
danzando sul suo tappeto giù sul fondo.

Quale finzione inaugurale?

O luna sognante di settembre
o safari errante di stelle di mare –
Come continuano a beffarsi
della furiosa scienza dei loro nomi.

E sull’orlo
di ogni testo possibile,
a ogni svolta del suo parlare immaginato,
a ogni perdita del suo sangue inimmaginabile,
là, da nessuna parte,
il nostro angelo puramente nudo.

Oh il lavoro, l’estasi –
Oh la loro progenie prodigiosa!

Ora
spazio mai chiuso

Come un rintocco

Dove il tempo
non è mai suonato.

Come una marea

Sì sì
di’ la verità

Ma la mente è frutta a testa in giù,
il pipistrello è volato via –
la sabbia corre in giù,
il suo ragno è detronizzato.

E al margine di qualcos’altro,
a quattro zampe
vanno a carponi a riva i nostri fatti,
più all’interno non possono portarsi.

Abbracciaci con grandi ali,
oh, angelo puramente nudo.

Gesù Il vangelo secondo Matteo 4

Gesù Il vangelo secondo Matteo

English

Its words are dangerous.
Mark how, in their thick lexicon,
their murmurous numbers prove
the world’s small nomenclature.
But I will not be fooled!
Their roots run deep
where we have never lived.
They lie hidden
Where I no longer speak.
They make me say
what I do not think.
By now it may be too late!
History is unforgiving.

What words in my childhood
I spoke, and made my world –
where have they vanished?
I cannot mourn their loss,
whatever dwelt in their syllables
I no longer hear even an echo
of what might have been their truth.

But sometimes I have a sense
of being surrounded by so many things
that are merely dying –
I try to catch a glimpse of their forms,
to call to mind their ghostly scene,
to call them by their proper names…
but these words now
only stare without hope.

Was it perhaps a kind of plague
no one had foreseen,
as likewise rats cannot intend
a city’s end?
Perhaps mind need only be strong
to build from others’words
(caught in their stony sleep)
a close palisade around a dream.

I cannot rest tonight.
My words wrap their meanings
as though they were yet gifts,
but I will not open –
Tonight
I cherish the world’s silence
where words begin anew.

L’inglese

Pericolose le sue parole.
E nota come, nel loro fitto lessico,
il loro metro mormorante dia prova
della nomenclatura piccola del mondo.
Ma non me la faranno!
Le loro radici vanno in fondo
dove non abbiamo mai vissuto.
Stanno nascoste
dove non parlo più.
Mi fanno dire
quel che non penso.
Ora forse è troppo tardi!
La storia non perdona.

Quali parole nella mia infanzia
dissi, e ne feci il mio mondo? –
Dove sono svanite?
Non posso piangerne la perdita,
qualsiasi cosa ne abitasse le sillabe
non sento più nemmeno l’eco
di quella che sarebbe stata la loro verità.

Ma qualche volta ho l’impressione
d’essere circondato da così molte cose
che muoiono e basta –
di sfuggita provo a coglierne le forme,
per richiamare alla mente la loro scena spettrale,
chiamandole coi nomi propri…
Ma ora queste parole
guardano fisso, soltanto, senza speranza.

Era forse una specie di peste
da nessuno prevista,
come pure i ratti non possono intendere
che una città finisce?
Forse la mente ha bisogno solo d’essere forte
per costruire con parole d’altri
(colte nel loro sonno di pietra)
uno steccato stretto intorno al sogno.

Stanotte non riposo.
Le mie parole avvolgono i significati
come se ancora fossero doni,
ma io non aprirò –
Stanotte
avrò caro il silenzio del mondo
dove le parole iniziano di nuovo.

Gesù fotogramma film Il vangelo secondo Matteo

Where No Words Break

Where no words break
I thirst no longer for truth,
Am very still, at peace.
Time was
The truth was future perfect;
But I no longer seek,
all my pieces I have collected

and let no words break

Where no words break
my thirst is quenched
by every spring,
the spring is everywhere.
Time was
I strove for truth,
the passion grew,
but words could not appease.
Truth had no bounds

and let no words break

The president whose State was a Lie,
the soldier who did not fire,
people shouting, words dying…
Or fruit of achiote,
snails after, things swarming…
Once these were truth’s sundries,
its daily exhibits,
but did not make a book

where no words break

I thirst no longer for truth,
am, without words composed.
Our ticks have lost their itch,
the tocks of doom have grown serene.
I no longer even roam

where no words break
Dove le parole non si spezzano

Dove le parole non si spezzano
non ho più sete di verità,
sono in calma completa, in pace.
Un tempo
la verità era futuro anteriore;
ma non sono più in cerca,
tutti i miei pezzi ho potuto riunire

e non lasciare che le parole si spezzino

Dove le parole non si spezzano
è spenta la mia sete
da ogni primavera,
è dovunque la primavera.
Un tempo
lottavo per la verità,
cresceva la passione,
ma le parole non pacificavano.
La verità doveva non avere confini

e non lasciare che le parole si spezzino

Il presidente il cui Stato era una Menzogna,
il soldato che non faceva fuoco,
la gente che urlava, le parole che morivano…
O frutto di achiote,
lumache dopo, cose che sciamano…
Questo erano una volta gli oggetti vari della verità,
le sue mostre quotidiane,
ma non potevano fare un libro

dove le parole non si spezzano.

Non ho più sete di verità,
sono, senza parole composte.
I nostri tic hanno perso il loro scatto,
i toc della sorte si son fatti sereni.
E nemmeno posso più girovagare

dove le parole non si spezzano

Loam, Azure, Salt

Lord God, Word Alive,
Let fall from us all our words,
Cumulus of pride, ash of despair;
Be silence of earth, sky, sea,
Our vestment and prayer now.

Where breath and act
Stand wordless and clear, may our lies
Lose their script, and grieving Nature
Find again, in that void we call Self,
Your Word – loam, azure, salt.

Be Your Word, apart,
The stillnes of our suffering world:
Parchment of our wounded Earth, scroll
Of our moaning Sea, screed of our yearning
Sky –
O, ours still, as victim, as gift!

Where are the syllables
To sound the gorges of our greed?
Where the flaming writ to scour
Stark deserts of our desire?
Where the letters to forge our creed?

O teach us again,
Natives without speech in Your Word,
Both text and deed of our Communion –
Wine of twilight in our mouth,
Blood of sunset through our heart.

Terra grassa, azzurro, sale

Signore Iddio, Parola Viva,
lascia che da noi cadano tutte le parole,
cumulo di orgoglio, cenere di disperazione;
sia il silenzio di terra, cielo, mare,
nostra veste e preghiera ora.

Dove respiro e azione
stanno senza parole e chiari, che possano le menzogne
nostre perdere il copione, e la Natura afflitta
di nuovo ritrovare, in quel vuoto che chiamiamo Io,
la Tua Parola – terra grassa, azzurro, sale.

Sia la Tua Parola, in disparte,
la quiete del nostro mondo sofferente:
pergamena della Terra ferita, rotolo
del Mare che geme, prolissità del Cielo
che brama –
Oh, nostro ancora, come vittima, come dono!

Dove sono le sillabe
per far suonare le gole della nostra cupidigia?
Dove lo scritto in fiamme per mondare
i deserti aspri del nostro desiderio?
Dove le lettere per contraffare il nostro credo?

Oh, insegna di nuovo a noi,
indigeni senza linguaggio nella Tua Parola,
sia il testo che l’atto della nostra Comunione –
Vino del crepuscolo nella nostra bocca,
sangue di tramonto per il nostro cuore.

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Roberto Pallocca “Non per sempre” (EdiLet, 2008), Romanzo. Commento di Marco Onofrio – Radiografia di un amore dei nostri tempi

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fotogramma film anni Settanta

Marco Onofrio, Radiografia di un amore dei nostri tempi

L’imminente uscita del volume di racconti Miniere cardiache, dopo 7 anni di fervido e tutt’altro che inoperoso silenzio letterario, offre l’occasione per una retrospettiva sulla precedente opera narrativa dell’autore e blogger romano Roberto Pallocca, ovvero sul romanzo Non per sempre (EdiLet, 2008, pp. 124, Euro 12). Dopo una fugace e non del tutto convincente incursione nel romanzo storico, con Quando torna (2007), Non per sempre segnava un salutifero “rimpatrio” nell’alveo della tematica d’amore, affrontata e intesa come luogo privilegiato di rivelazione della vicenda umana, entro la globalità simbolica dell’esperienza; una tematica dove Pallocca si trova a suo agio (si leggano, ad ulteriore conferma, i contenuti estemporanei del suo blog “nel frattempo.net”) poiché, evidentemente, a lui assai congeniale. Non per sempre rappresenta, in tal senso, la naturale prosecuzione di Giusto un amore (2006), il breve e limpido romanzo d’esordio. Se Giusto un amore era, per così dire, un blocco trasparente di cristallo, in Non per sempre il cristallo si sporca di vita, si irrora di sangue pulsante, diventa denso di sapore umano. Qui Pallocca è già cresciuto, come uomo e come autore. Superata d’un balzo l’emozione dell’esordio e la responsabilità della conferma, alla sua terza prova narrativa “dipinge” con mano sempre più ferma e sicura. Attenzione però: l’amore secondo Pallocca non è pretesto per una scrittura patinata, ovvero edulcorante, smart, giovanilistica. Pallocca non strizza l’occhio al lettore, non ne cerca la facile complicità. Egli fa dell’amore oggetto di studio umano, veicolo di approfondimento semantico, luminescenza dello sguardo e del pensiero. Ha un esprit de finesse che gli consente di analizzare la “microfisica” del sentimento amoroso, atomizzato e respirato in vapore pulviscolare, come un profumo (che forse è quello stesso della vita), a partire dalla sua percezione “fisica”, fin dalla presa in carico della sua pregnante e possente oggettività di prisma sfaccettato e multicentrico. Pallocca prova certamente piacere a raccontare storie, ma non è un “narratore puro”: è imprescindibile, in lui, una vocazione saggistica (e aforistica, e metaforica, e melanconica – sulle tracce di Fernando Pessoa) che lo spinge allo scavo in profondità, confermato anche dal titolo del libro in uscita, Miniere cardiache. E insomma, ha bisogno di “saggiare” l’argomento per scriverne.

pittura Dink's Dolls

pittura Dink’s Dolls

L’amore dunque è il tema umano per eccellenza: un catalizzatore di intensità, uno strumento di manifestazione delle verità che racchiudiamo. Una verità metafisica, che però sgorga dal grumo profondo dell’esperienza, alle foci del grande fiume del tempo. L’amore infatti è immerso nel tempo, collocato in prospettiva esistenziale, laddove l’esistenza scorre – appunto come un fiume incatenato alle sue sponde – in continuo dialogo con la morte.

«Ad amare veramente non si impara. È come la morte: arriva quand’è il momento, e càpita una volta sola. È una materia che non si apprende, né si insegna, perché nessuno può fare due volte esperienza dello stesso amore, come nessuno può imparare a morire».

Roberto Pallocca nonpersempre_copertinaAmore e morte: due termini estremi che non consentono molti nascondigli. Come una casa trasparente di vetro. Anche non volendo, siamo messi dinanzi alla nostra caducità. Amore e morte sono qui mescolati nel sottotema specifico dell’impermanenza: non per sempre. Per questo Pallocca antepone al testo un colophon tratto dal suo cantautore italiano preferito, Roberto Vecchioni:

«… ma d’altra parte ci sono vecchi
che darebbero tutto per un momento,
ci sono lettere che non arrivano,
baci che restano immaginari,
ci sono treni che si stanno chiedendo
quando finiscono i binari.
Tu, quanto tempo hai?
Tu, quanto amore hai?»

Il modo che Pallocca utilizza per scrivere l’amore ci ricorda inesorabilmente che siamo fenditure tra due eternità, quella che precede la nostra nascita e quella che seguirà la nostra morte. Viene in mente una celebre metafora dell’Historia Anglorum del Beda, che rappresenta una delle note più alte della poesia medievale: «Quando io penso al corso di questa nostra vita terrena, mi viene in mente un’immagine: in una sera d’inverno tu siedi a cena. Il fuoco è acceso, la stanza è calda; fuori battono turbini di neve. Ed ecco che entra volando rapidissimo un passero smarrito, e traversa la sala, ed esce di nuovo nella notte. Mentre è nella stanza non lo tocca il gelo invernale; ma già quell’attimo è trascorso, ed eccolo ancora travolto di tempesta in tempesta. Tale mi sembra la vita dell’uomo».

pittura Franco Gentilini

pittura Franco Gentilini

La triade Amore-Essere-Tempo conduce lo sguardo a vedere le cose “sub specie aeternitatis”. E allora, dinanzi all’Idea che non siamo qui per sempre, che il nostro giorno è un battere di ciglia – neanche il tempo di aprire gli occhi ed è subito sera –, insorge lancinante la consapevolezza che «se ci si perde, si vive lontano l’unica vita possibile». Quando si è lontani ci divide un abisso di invisibile silenzio. Il mondo è pieno di vuoto, di gelo, di materia oscura. Ecco il valore assoluto dell’abbraccio, del suo calore destinato a raffreddarsi. Anche se l’abbraccio, sia pure il più stretto, non basta a elidere la distanza originaria dei corpi: si resta comunque diversi, divisi, staccati. L’amore «danza sul confine di una sconfitta». Perché perdersi è più facile che trovarsi. Per colpa del tempo, anzi: dell’istante. L’istante è il granello di sabbia che, ammontandosi agli altri, riempie la metà della clessidra; ma è anche la bomba ad orologeria che scardina la più solida e perfetta eternità. Ecco i protagonisti di Non per sempre: Vittoria e Roberto, due di noi. Pallocca ci presenta in flashback la storia di questo amore. L’incontro all’Università. E poi, in copisteria, il gesto spontaneo di Roberto che rompe il ghiaccio, sciogliendo l’imbarazzo della scena.

«La spontaneità che certe volte fa fare gesti che non ci appartengono. Quella spontaneità che ci fa fare qualcosa che non faremmo mai, avere spigliatezze che non sono nostre».

Una linguaccia improvvisa e inaspettata. Con la lingua troppo rossa per le rape che Roberto ha mangiato alla mensa dell’Università. E il riso irrefrenabile di Vittoria. Comincia tutto da qui, «per una lingua un po’ più rossa». Questo accidente così irrisorio, ma decisivo e gravido di conseguenze, fa riflettere sul caso incredibile per cui esistiamo: l’incontro fra il padre e la madre da cui ognuno di noi è stato generato. E ci si chiede: se uno dei due quel giorno non fosse uscito, o fosse uscito dieci minuti dopo? Se ora io vado per strada, incontro chi magari non ho mai visto e che, se invece non esco, non avrò mai più la possibilità di rivedere. È pazzesco, ma è così: e c’è tutto lo splendore strambo, miracoloso e un po’ ridicolo che chiamiamo “vita”. Dunque Vittoria e Roberto. Una storia di film guardati abbracciati sotto il piumone, di pacchetti di popcorn, di succhi di frutta, di parole, di sottili speranze, di viaggi insieme – Firenze, Barcellona, Vienna, Parigi – di attimi vissuti e di fotografie. Vittoria e Roberto – Pallocca ce lo fa sentire – sono stati felici: hanno provato quella felicità che contagia per sempre. Non solo il presente, ma anche il futuro. Eppure, come già in Giusto un amore, l’amore soffre per questioni di tempo. Per sconnessioni temporali. L’amore a tempo, ovvero il tempo dell’amore: come una data di scadenza.

«Sarà strano, ma càpita di continuo. Quel che ci sembrava l’infinito col tempo diventa minuscolo».

foto immagine film

fotogramma film anni Settanta

È vero. Vale anche per lo spazio. Scrive l’aforista Dino Basili: «Quanto era grande il primo amore? Smisurato, indicibile. Come certi boschi della memoria, estesi e verdissimi, che invece erano formati da una dozzina di alberi, neppure tanto folti». E Pallocca:

«Forse cambia il punto di vista, cambiano i nostri occhi o il nostro sguardo».

Specialmente oggi che tutto invecchia troppo presto. Pure l’amore. C’è bisogno di continue novità. Un secolo di mass media, specie dopo l’avvento dell’informatica, ha contribuito a rendere impaziente, compulsiva e “palpitante” la nostra percezione delle cose. Anche il paradiso, a lungo andare, annoia chi ne gode. Allora si aguzza l’udito, in cerca di nuovi riverberi. E «sono sirene dal canto soave: ma le sirene stanno sempre su scogli a pelo d’acqua». È facile incagliarsi e farsi male. E allora, Vittoria e Roberto? Eccoli: prima «sognavano allo stesso ritmo», e possedevano il mondo come oggetto, e soprattutto come progetto. “Domani” era la parola stessa dell’amore. Perché ogni giorno sarebbe stato migliore del precedente. Ma tutto scorre, tutto cambia. Purtroppo; anzi: per fortuna. Due persone che cominciano a lasciarsi sono due orologi che si de-sincronizzano, che perdono colpi. Non hanno più un tempo in comune. Avere un tempo diverso dalla persona con cui abbiamo un rapporto conduce fatalmente questo rapporto a sfaldarsi, a perdere armonia. Due ballerini che vanno fuori tempo rischiano di pestarsi i piedi.

«L’amore finisce quando si procede ognuno col proprio passo».

Qual è l’istante esatto «in cui finisce una storia, la sua densità, il suo peso, il suo sapore?» Non riusciamo mai a ricordarlo. Eppure la vita è tutta questione di attimi, di sfumature impercettibili, di particolari. Di gestione dei silenzi e delle parole. Di rispetto dei ruoli e delle giuste distanze. Di desideri da limare fino a renderli realizzabili. La scrittura di Pallocca macina chilometri di frasi sull’orlo che divide il detto dal non detto, il visibile dall’invisibile, il reale dal possibile.

«Ogni gesto nasconde un mondo, una curva inesplorata di eventualità. E possibilità infinite racchiuse entro un battito di mani, una telefonata, una carezza, una sorpresa».

foto le gambe sbagliate

foto le gambe sbagliate

Ed ecco l’“errore” che nasce dall’erranza, cioè dalla voglia di perdersi, di cedere al richiamo delle strade alternative. È la tentazione ulissiaca dell’oceano che spinge a riprendere il viaggio, fuori del porto costruito insieme. Gorghi affascinanti proprio perché pericolosi. La tentazione, forse, c’era già da prima: solo che ora ci si fa caso. Perché si ha bisogno di un tempo nuovo, al quale ri-accordarsi. Si ha bisogno di aprire un’altra porta. Di allungare lo sguardo incontro a nuove prospettive. Di darsi altre possibilità.

Vittoria e Roberto, ora, sono due pianeti che si allontanano. Perché nell’orbita di Roberto è piombata l’interferenza di un asteroide che si chiama Giulia, la migliore amica di Vittoria: un asteroide che lo ha attratto per qualche tempo nella sua orbita, e dal quale poi a sua volta si allontana: per affrontare il vuoto incolmabile e il silenzio della perdita, della solitudine. La mancanza che soffoca. La disperazione. La perdita di se stessi. Accade a volte che i cuori si chiudano a chiave, per non soffrire più. Ma il cuore «ha milioni di entrate secondarie». E dà sempre una nuova possibilità di vita, anche quando sembra arido e inerte come una pietra. Comincia così un itinerario di conoscenza, di consapevolezza, di crescita. I sentieri nutrienti del dolore. Un giro lunghissimo e tortuoso attraverso i giorni: futili surrogati, «scampoli di amore a peso», nuove storielle, rapporti sentimentali e sessuali fugaci, sedili d’auto ribaltati, orgasmi falsi, strana e inquieta e dolente euforia di vivere ed essere ancora, altrove, oltre. E la voglia almeno di provarci. A far finta che non è successo niente, che si può andare avanti lo stesso. Anche se da qualche parte lo si sa. Che non è lo stesso. Che nulla sarà più come prima. Poi, però, i due pianeti si rincontrano per caso. E ci provano, lentamente, faticosamente. A ri-accordarsi. A tornare insieme. Ad appianare livelli che sembravano incolmabili. A sincronizzare i tempi del proprio orologio esistenziale.

Il punto è: per sempre (malgrado il non per sempre di cui siamo intrisi)? La soluzione resta aperta. Si conclude il libro, ebbri di lettura, e ci si chiede se le strade che percorriamo sono reversibili. Se le mappe della vita sono già scritte, o siamo noi a tracciarle lungo il cammino. Roberto Pallocca ha colpito nel segno: non solo ci ha regalato, da buon narratore, una storia universale e coinvolgente, scritta con bravura ed efficacia; ma ha saputo arricchire di dubbi, e domande, la nostra percezione delle cose.

Roberto Pallocca a Praga

Roberto Pallocca

 Roberto Pallocca è nato a Marino Laziale (RM) il 14 giugno 1981. Lavora come capotreno sulle “Frecce rosse” di Trenitalia. Laureato in Comunicazione di Massa, è giornalista pubblicista dal 2005 e ha collaborato con diverse testate giornalistiche. Si è dedicato alla scrittura molto presto e ha vinto numerosi concorsi letterari di narrativa. Il suo romanzo d’esordio Giusto un amore (Sovera, 2006) ha esaurito la prima edizione in pochi mesi. Ha successivamente pubblicato i romanzi Quando torna (Robin, 2007) e Non per sempre (EdiLet, 2008). Con EdiLet – per cui dirige la collana di narrativa Sherazade – sta per uscire il volume antologico di racconti brevi Miniere cardiache. Ha curato le miscellanee di racconti brevi Scrivimi di questo tempo e Scrivimi di questo tempo 2 (EdiLet, 2008 e 2012). È fondatore e amministratore del blog nelfrattempo.net dove appunta parole, pensieri e letture. Web Site: http://www.robertopallocca.it

 

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La Lettera di Lord Chandos, di Hugo Von Hofmannsthal. “L’impotenza del linguaggio ordinario al cospetto dell’Essere”, “Il Novecento letterario europeo”. Commento di Marco Onofrio

Brutto Ernst-Ludwig-Kirchner

Ernst-Ludwig-Kirchner

 Commento di Marco Onofrio

Il Novecento letterario europeo comincia – per così dire – in passivo, con una dichiarazione di “bancarotta” della parola. Data 1902 la Lettera di Lord Chandos (“Ein Brief”) con cui il poeta e drammaturgo austriaco Hugo Von Hofmannsthal (librettista “fedele e geniale” di Richard Strauss) trafigge in termini emblematici la condizione di crisi, angoscia, solitudine, impotenza e afasia dell’uomo novecentesco: questo breve ma intenso scritto, che si finge una missiva scritta nel ‘600 da Lord Philipp Chandos all’amico Francesco Bacone, rappresenta – come nota Claudio Magris – un «manifesto del deliquio della parola e del naufragio dell’io nel convulso e indistinto fluire delle cose non più nominabili né dominabili dal linguaggio». Non a caso la Lettera è fittiziamente ambientata in epoca barocca, allorché il mondo si estende a dismisura (a causa delle scoperte geografiche e scientifiche) e l’uomo prova lo sgomento del “silenzio eterno degli spazi infiniti” avvertendo che la terra (già centro del cosmo tolemaico) è stata cacciata ai margini dell’universo: la realtà, così, finisce per debordare dalle cornici razionalistiche, mostrandosi complessa attraverso le “feritoie” comunicanti del macroscopico e del microscopico. Le radici del Novecento affondano dunque nella grande crisi che spalanca l’abisso sotto i piedi agli uomini del Seicento.

Lord Chandos avverte che la retorica (quella del Barocco, così come quella degli autori classici, greci e latini) è impotente a «penetrare nell’essenza delle cose», proprio in quanto artificioso tentativo di ordinamento armonico del mondo. Tale constatazione induce a uno stato di scoramento e debolezza, una malattia spirituale che distacca insuperabilmente Lord Chandos da ogni forma letteraria. E insomma la forma, nella compiutezza plastica del suo “limite”, non funge più da baluardo contro la seduzione del vuoto ineffabile, del non essere, del non conoscersi, dove in fondo “dolce” è naufragare. Lord Chandos non si accontenta più della forma “per convenzione”: cerca una Forma autentica al di là della retorica, capace cioè di aderire all’infinita multipolarità della Vita. Tende dunque all’individuazione di questa forma, ovvero di «quella profonda, vera, intima forma, che si può intuire solo di là dal gioco degli artifizi retorici, quella di cui nulla più si può dire, se non che ordina la materia che essa penetra, la eleva e genera a un tempo poesia e verità, un contrappunto di forze eterne, una cosa meravigliosa come la musica e l’algebra».

pittura Ernst Ludwig Kirchner, 1911La Lettera segna – individuando la frattura catastrofica tra un “prima” e un “dopo” – lo scacco epistemologico del Simbolismo (cui Hofmannsthal pure appartiene): ovvero di una visione del mondo e dell’arte che coltiva ancora l’ambizione di racchiudere, in linguaggio esoterico, la chiave segreta delle essenze. Lo stesso Lord Chandos è un simbolista “fallito”: un tempo egli viveva «in una sorta di costante ebbrezza» grazie a cui tutto l’esistente gli appariva come una «grande unità» di mondo fisico e spirituale, veicolata dal flusso circolante della natura, dove proiettava (e poteva riconoscere) se stesso: «e così era per tutto quanto la vita abbracciava, da ogni lato; in tutto ero coinvolto profondamente (…). Oppure intuivo che tutto era identità, e ogni creatura la chiave per un’altra, e mi sentivo come colui che doveva essere in grado di afferrarle una dopo l’altra e di schiuderne tante altre con essa, quante quella ne potesse disserrare».

Ora invece il linguaggio dei libri è diventato «estraneo»: dinanzi alla deflagrazione di una realtà non più afferrabile, i concetti sfuggono e le bocche, di conseguenza, ammutoliscono. Alla pregnanza plastica del linguaggio subentra l’afasia. Il tema dell’impotenza linguistica si riverbera, in echi e in esiti diversi, tra prove letterarie di ambito mitteleuropeo come I turbamenti del giovane Törless (1906) di Robert Musil, I quaderni di Malte Laurids Brigge (1910) di Rainer Maria Rilke, l’Uomo senza qualità (1930), ancora di Musil, e Auto da fé (1935) di Elias Canetti. Lord Chandos ha perduto «ogni facoltà di pensare o di parlare coerentemente su qualsiasi argomento». È una specie di infezione del linguaggio e del pensiero: le parole gli si sfanno sulle labbra, c’è solo il silenzio intricato di “segni” coi suoi filamentosi, molteplici, infiniti significati. La realtà indicibile rende problematico ogni giudizio. Lord Chandos avverte la profonda lacunosità di ogni de-finizione, di ogni abitudine semplificatrice. I concetti, anche quelli più elaborati e raffinati, non colgono la parte più profonda del pensiero, che è sempre “oltre” come la vita accecante da cui è sospinto. Le parole sono irritanti giacché imperfette e incerte: possono solo vagamente approssimarsi alle cose che denotano. Il pensiero è più fluido e magmatico delle parole, ma è a sua volta inadeguato a racchiudere il fiotto spumeggiante della Vita. La realtà che di attimo in attimo la rappresenta (ovvero il «presente più pieno e più vero») ha una complessità che “non cape” negli schemi con cui si cerca invano di ridurla, di con-tenerla. Se infatti si impara a vedere la realtà, al di là degli schemi convenzionali, ci si rende conto che essa si moltiplica ad infinitum attraverso ingrandimenti progressivi (quanto più la si guarda); così come accadde in epoca barocca, quando si uscì dal “chiuso” della cornice prospettica rinascimentale, per affrontare in campo aperto il grande Vuoto. Scrive Lord Chandos-Hofmannsthal:

Cornelius Escher 6

Cornelius Escher

«Ogni cosa mi si frazionava, e ogni parte ancora in altre parti, e nulla più si lasciava imbrigliare in un concetto. Una per una, le parole fluttuavano intorno a me; diventavano occhi, che mi fissavano e nei quali io a mia volta dovevo appuntare lo sguardo. Sono vortici, che a guardarli io sprofondo con un senso di capogiro, che turbinano senza sosta, e oltre i quali si approda nel vuoto».

Ecco il vuoto cosmico fondamentale che attende in agguato il poeta, oltre le fragili paratie della parola. La percezione è «sopraffatta dalla sfibrante e ininterrotta epifania che l’assale da tutte le parti», per cui non ci si trova più dinanzi a un cosmo gerarchicamente ordinato o linguisticamente ordinabile, ma a un proliferante e caotico «brulicare di essenze incoercibili ad ogni sistemazione» (Magris). La totalità dell’Essere può epifanizzarsi, quando accade, anche attraverso un semplice dettaglio:

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L Edwin Kirchner autoritratto

«Un innaffiatoio, un erpice abbandonato su un campo, un cane al sole, un povero cimitero, uno storpio, una piccola casa di contadini, in tutto ciò mi si può palesare la rivelazione. Ciascuna di queste cose, e mille altre consimili, su cui l’occhio suole scivolare con naturale indifferenza, può improvvisamente, in un qualsiasi momento che in alcun modo mi è possibile richiamare, assumere un colore nobile e toccante, che nessuna parola mi pare atta a rendere».

L’agguato degli eventi che si rivelano, aprendo la scorza del proprio fenomeno, obbliga il poeta a sciogliere ogni forma di resistenza riduttiva o reazionaria, in un movimento di abbandono che conduce a una «smisurata partecipazione» dove è evidente che la prima a sgretolarsi è l’architettura della frase, cioè la sintassi organizzata in base al predominio del soggetto sulle cose, e poi le parole, che “esplodono” poiché incapaci di fronteggiare la totalità simultanea della Vita. Le cose si animano di «meraviglioso» rispondendo a una «misteriosa, tacita, sconfinata esaltazione»: la presenza dell’infinito nel finito fa rabbrividire Lord Chandos «dalle radici dei capelli fino al midollo»:

«In tali momenti una qualsiasi creatura insignificante, un cane, un topo, un insetto, un melo intristito, una carrareccia che si snoda sulla collina, una pietra muscosa vengono a significare per me assai più dell’amante più bella e generosa nella più felice delle notti. Queste creature mute, talvolta inanimate si levano verso di me con una tale pienezza, una tale presenza d’amore, che il mio occhio letificato non riesce a scorgere dattorno nulla che sia morto».

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Ma poi l’incantamento sfuma e, uscendone, il poeta non sa più spiegare con parole sensate «in cosa sia consistita questa armonia che compenetra me e il mondo intero e in qual modo mi si sia palesata». Le forme convenzionali sono totalmente insufficienti ad afferrare l’epifania globale che travolge, sommerge e infine spegne la voce e la scrittura del poeta. Lord Chandos decide di entrare nella pienezza del silenzio: egli, rinunciando a scrivere, dichiara l’impotenza del linguaggio ordinario al cospetto dell’Essere, e questo lo porta a formulare – da ultimo – l’ipotesi di una lingua nuova «di cui non una sola parola mi è nota, una lingua in cui mi parlano le cose mute, e in cui forse un giorno nella tomba mi troverò a rispondere a un giudice sconosciuto». La poesia, che già strania la langue banalmente normativa (sovrapponendo la funzione detta appunto “poetica” a quella di impianto razionale-referenziale), viene chiamata a farsi linguaggio della profondità in grado di dar voce a ciò che altrimenti intendiamo dire quando, senza usare le parole, ci troviamo a piangere, sospirare, ridere… obbedendo al richiamo abissale dell’Origine (nostra e delle cose). La Lettera certifica lo scacco della Ragione novecentesca, dunque la crisi del soggetto poetico e la conseguente necessità di una letteratura non più limitata alla sfera dell’io senziente e raziocinante.

Lo ribadirà ottantatre anni più tardi Italo Calvino in Lezioni americane (“Molteplicità”): «magari fosse possibile un’opera concepita al di fuori del self, un’opera che ci permettesse d’uscire dalla prospettiva limitata d’un io individuale, non solo per entrare in altri io simili al nostro, ma per far parlare ciò che non ha parola». Con ciò si tocca uno dei plessi cruciali dell’estetica del Novecento, ovvero il rapporto dialettico vita vs. forma, e la ricerca di una forma sublime con cui trascendere ogni forma attraverso una stilizzazione di raccordo (in guisa di porta girevole) tra visibile e invisibile, da cui possa sgorgare, in gocce condensate, l’essenza misteriosa della vita. Giacché è proprio il realismo iuxta propria principia delle cose al di fuori dell’uomo – al di fuori cioè del suo sguardo limitato dalla scatola cranica – l’obiettivo e il nucleo fondante di ogni scrittura metafisica. Il vero simbolismo non consiste in una complicazione metaforica “barocca”, per estenuazione e trasumanazione decadente, delle realtà visibili e dei loro molteplici linguaggi; ma nell’individuazione della sorgente invisibile dei fenomeni visibili, entro le loro superfici, grazie a un tipo di realismo non razionalistico, con cui penetrare nei “segreti dedali”, lasciando emergere il volto enigmatico del Logos che regge dall’interno ogni struttura (linguaggio dell’essere compreso). La Forma della Vita sarà, se sarà, il dono ultimo dell’essenza: è questo l’orizzonte ineffabile che Hoffmannsthal traguarda a conclusione della sua Lettera.

Marco Onofrio Nato a Roma nel 1971, scrive poesia, narrativa, saggistica e critica letteraria. Per la poesia ha pubblicato 10 volumi, tra cui D’istruzioni(2006), Emporium. Poemetto di civile indignazione (2008), La presenza di Giano (2010), Disfunzioni (2011), Ora è altrove” (2013). Ai bordi di un quadrato senza lati (2015). Inoltre, ha pubblicato anche monografie su Dino Campana, Giuseppe Ungaretti, Giorgio Caproni e Antonio Debenedetti. Site: www.marco-onofrio.it

 

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Giorgina Busca Gernetti – POESIE. “Il canto di Orfeo” “Il canto di Orfeo sulla terra”, “Il canto nell’Erebo”, “Il patto infranto”, “Il pianto di Orfeo”, “La morte di Orfeo”, “L’eterno canto di Orfeo”

orfeo-eurGiorgina Busca Gernetti è nata a Piacenza, si è laureata con lode in Lettere Classiche all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano ed è stata docente di Italiano e Latino nel Liceo Classico di Gallarate (Varese), città dove tuttora vive. Ha studiato pianoforte nel Conservatorio di Piacenza. Pur avendo composto poesie fin dalla prima adolescenza, ha iniziato tardi a renderle note. Ha pubblicato i libri di poesia: Asfodeli (Genesi, Torino, 1998, Prefazione di Sandro Gros-Pietro); L’isola dei miti (1999); La luna e la memoria (Genesi. Torino 2000); Ombra della sera (Genesi, Torino 2002); La memoria e la parola, (E.T.S., Pisa 2005. ); Parole d’ombraluce (Genesi, Torino 2006); Onda per onda (Edizioni del Leone, Spinea-Ve 2007); L’anima e il lago (2012); Amores (Youcanprint, Tricase-Le 2014. Introduzione dal “Fedro” di Platone); Echi e sussurri (Polistampa, collana “Sagittaria”, Firenze 2015 con un saggio di Marco Onofrio). Inoltre ha scritto il saggio su Cesare Pavese “Itinerario verso il 27 agosto 1950” (in “Annali del Centro Pannunzio”, Torino 2009; in estratto con Nota dell’Autrice, Youcanprint, Tricase-Le 2012) e i racconti “Sette storie al femminile” (in “Dedalus” n.1 a cura di Ivano Mugnaini, Puntoacapo, Novi Ligure- Al 2011); in estratto con Rassegna critica, Youcanprint, Tricase-Le 2013).

da Echi e sussurri Polistampa, 2015 pp. 114 € 10

orfeodechirico

Orfeo di Giorgio De Chirico

Sul mito di Orfeo. Didascalia

Orfeo, Figlio del re di Tracia Eagro e della Musa Calliope, fu il più famoso poeta e musicista mai esistito. Apollo gli donò la lira e le muse gli insegnarono a suonarla. Quando suonava e cantava, piegava gli alberi e muoveva le rocce, domava le bestie feroci e faceva deviare il corso dei fiumi, inducendo tutti a seguirlo. Orfeo, oltre ad essere un bravo musicista, era un ragazzo molto coraggioso, infatti decise di partire con gli Argonauti salpando con essi per la Colchide alla ricerca del vello d’oro. Al ritorno da questa avventura sposò Euridice. Un giorno, nei pressi di Tempe, nella vallata del fiume Peneo, Euridice incontrò Aristeo che cercò di abusare di lei, la ragazza cercando di sfuggire calpestò un serpente che la morse provocandole la morte. Il coraggioso Orfeo, disperato per la morte della sua amata, decise di scendere nel Tartaro con la speranza di ricondurla sulla terra. Arrivato nell’Oltretomba, non solo riuscì ad incantare Caronte il traghettatore, Cerbero e i tre giudici dei morti con la sua melodiosa e dolce musica, ma fece cessare le torture dei dannati riuscendo anche ad addolcire lo spietato cuore di Ade tanto da convincerlo a restituire Euridice al mondo dei vivi. Ade, però, pose una condizione, che Orfeo, durante l’ascesa del Tartaro non si voltasse indietro e non parlasse finché Euridice non fosse arrivata alla luce del sole. Per tutto il viaggio di ritorno la ragazza seguì il suono della lira di Orfeo, ma appena il ragazzo intravvide la luce, si girò per controllare se Euridice fosse con lui e fu cosi che la perse per sempre. Quando Dioniso invase la Tracia, Orfeo dimenticò di onorarlo, iniziando invece i suoi fedeli ad altri misteri e condannando i sacrifici umani. Ogni mattina si alzava per salutare l’alba dalla sommità  del monte Pangeo e affermava che Apollo era il più grande di tutti gli dei. Dioniso, irritato, incaricò le Menadi di vendicarsi per questo affronto. Esse raggiunsero Orfeo a Deio, attesero che i lori mariti fossero entrati nel tempio di Apollo e, impadronitesi delle armi, uccisero tutti gli uomini e fecero a pezzi Orfeo. Gettarono la sua testa nel fiume Ebro che galleggiò, sempre cantando, fino nell’isola di Lesbo. Le Muse addolorate seppellirono le membra di Orfeo a Libetra, ai piedi del monte Olimpo, dove si narra che il canto degli usignoli più dolce che in qualsiasi altre parte del mondo. Le Menadi tentarono di purificarsi del sangue di Orfeo nel fiume Elicona, ma il dio del fiume si tuffò sottoterra ed emerse quattro miglia più in là  con il nome di Bafira, cosi facendo evitò di divenire complice del massacro. Dopo la morte di Orfeo, il suo strumento divenne la costellazione della Lira. Altri danno un’altra versione della morte di Orfeo: dicono che Zeus lo uccise con una folgore perché colpevole di aver diffuso i misteri degli dei.

Jean Cocteau Il testamento di Orfeo

Le testament d’Orphée Film de Jean Cocteau

IL CANTO DI ORFEO

E ascese un albero. O puro ascendere!
Orfeo canta! O alto albero che nell’orecchio sorge!
E tutto tacque. Ma anche in quel tacere
Fu nuovo inizio, segno e metamorfosi

R.M. Rilke, Sonetti a Orfeo, I
IL CANTO DI ORFEO SULLA TERRA
.
Orfeo m’invita a rinnovare il canto
che narra la sua tragica sventura
d’amore e morte, d’arte, di poesia,
di musica dolcissima, d’incanto
che dalle corde dell’amata lira
sbocciano al lieve sfioro delle dita.
Sul suo bel capo volano gli uccelli
più vari nelle piume e nei gorgheggi
e dritti i pesci dal profondo azzurro
dell’acqua in alto guizzano, incantati
dal suo armonioso canto di sciamano
in un silenzio estatico, misterico.
.
Euridice vagava per i prati
sognando Orfeo, suo sposo innamorato
di lei, Nerèide splendida e gentile.
Rincorsa da Aristeo, pastore amante
dell’api sue ma più della Nerèide,
la fanciulla sull’erba alta correva
per sfuggire al pastore, alle sue brame,
e non s’avvide di un’orrenda serpe
tra l’erba, che la morse mortalmente.
Muore Euridice. Muore nel suo animo
privo di luce Orfeo, luce di vita:
l’amata sposa è spenta, ormai negli Inferi.
.
«Euridice, Euridice, mia Euridice!»
echeggiava dolente nella selva,
sulla sponda del fiume, in ogni luogo
ove i suoi passi senza meta e scopo
Orfeo piangente portano per giorni
tra le fiere feroci, ora ammansite,
piangenti anch’esse con gli uccelli e gli alberi
chini verso di lui per consolarlo
della sventura immane. Anche le pietre,
commosse anch’esse pur nel lìteo cuore,
muovono lenti passi, come lacrime
pietrificate dal dolore atroce.

IL CANTO NELL’ÈREBO

Orfeo cerca la luce, la sua luce,
la sua Euridice svanita nel buio
della morte crudele e immeritata.
Ma le funeste leggi d’Oltretomba,
nel regno d’Ade e della dea Perséfone,
nella luce il ritorno non consentono
a chi la soglia tenebrosa varca
tra la vita e la morte, buio eterno.
Orfeo canta e commuove le mostruose
fiere custodi nel regno del buio.
Ogni defunto punito nel Tàrtaro
si ferma attònito, vinto dal canto.
.
Inflessibile, Ade non ascolta,
ma la mite Perséfone rimpiange
la luce della vita sulla terra
spenta per lei nei mesi dell’inverno.
Si commuove all’amore di Euridice
per lo sposo distrutto dal dolore
che crea un dolce canto fin negli Inferi.
Frange l’orrenda legge che trattiene
nell’Èrebo le Ombre dei defunti.
Libera, Euridice può tornare
con l’amato alla luce della vita
risalendo dal tenebroso carcere.
.
Il luminoso dono ha un crudo prezzo.
Orfeo dinanzi e la bella Euridice
dietro di lui, compagno il divo Hermes,
possono risalire dalle tenebre
dell’Èrebo funesto a un ferreo patto:
mai voltarsi a guardarla, tanto amata,
dovrà Orfeo nel cammino verso il mondo
dei vivi, nella luce che ristora
l’animo dianzi afflitto e rende vita
all’Ombra vana della bella Ninfa,
preda innocente della morte gelida,
ora teneramente unita a Orfeo.

Giorgina Busca Gernetti legge Asfodeli foto di Massimo Bertari

Giorgina Busca Gernetti legge Asfodeli foto di Massimo Bertari

IL PATTO INFRANTO

«Bella Euridice, luce del mio animo,
saliamo insieme verso la felice
vita che l’aspra sorte ci ha rapita
il volto tuo stupendo rapinando
agli occhi miei bramosi d’adorarlo.
Come posso frenare il mio ardore
di rivederlo sùbito nel fioco
baluginare della luce diurna
ormai vicina nella vera vita?»
Si volge verso lei l’incauto Orfeo
ed Euridice ceu fumus in auras¹
nel buio d’Oltretomba via svanisce.
.
Invano Orfeo voleva trattenerla
le braccia sue tendendo verso l’Ombra
lieve fuggente verso il buio eterno
tra l’Ombre vane, dolenti nell’Ade,
Orfeo che molte cose a lei voleva
dire del suo amore incontenibile,
di quell’amore che causò sventura.
«Orfeo, Orfeo mio amato, Orfeo mio sposo
perché infrangesti il patto? Qual follia
ci perdette, mio Orfeo, Orfeo, Orfeo!»
L’amata voce fioca ormai si spegne
nel fitto buio dell’eterna notte.
.
1 – P. Virgilio Marone, Georgiche, IV v.499. Tutta questa parte del mito segue il testo di Virgilio, allontanandosi dalle versioni della vicenda cantate da Ovidio (Metamorfosi) e da Apollonio Rodio (Argonautiche).

IL PIANTO DI ORFEO

Che fare solo, dove mai andare
dove mai trascinarsi senza lei,
due volte a lui rapita, amata sposa?
Fredda, già navigava nella lieve
piccola barca stigia verso l’Ade.
Orfeo si lamentò per sette mesi
sotto una aerea rupe presso l’onda
del solitario Strìmone, negli antri
gelidi, con la lira e il triste canto
tigri ammansendo e trascinando querce
con l’angosciante, arcana sua poesia
di sciamano che incanta e smuove pietre.

Come dolente un usignuolo piange
nell’ombra fitta d’un frondoso pioppo
i figli suoi perduti, ancora implumi,
rapiti da un crudele zappatore
che li scoprì nel nido, i becchi aperti
in attesa del cibo e della madre;
essa piange la notte sul suo ramo,
di giorno il canto doloroso e il pianto
rinnova e riempie ogni luogo dintorno
di lamenti, così l’affranto Orfeo,
della lira le corde accarezzando,
canta dolente una mesta poesia.

orfeo

Orfeo suona la lira

LA MORTE DI ORFEO

Nessun amore più, nessun nuziale
canto commosse l’animo d’Orfeo.
Solo, vagava tra i ghiacci iperbòrei
e le nevi del Tanai, le regioni
della Tracia mai prive dell’inverno
piangendo la rapita sua Euridice
e l’inutile dono del dio Ade.
Dei Cìconi le madri, disprezzate
per quel rimpianto eterno d’Euridice,
sparsero Orfeo, smembrato a pezzi il corpo
fiorente, per i campi dove i riti
sacri agli dèi e l’orge celebravano
di Bacco, venerato nella notte.

Mentre l’Eàgrio Ebro trascinava
in mezzo ai gorghi dell’onde rapaci
il sacro capo dal collo divelto
candido come il marmo, anche allora
la voce stessa, ormai fredda la lingua,
Euridice chiamava. E mentre l’anima
ormai fuggiva, «Ah! misera Euridice!»
invocava e le rive riecheggiavano
per tutto il fiume: «Euridice, Euridice!».
Ogni campo, ogni prato, ogni pietruzza,
ogni fiore, ogni filo d’erba tenera
s’imbevve a fondo del sangue d’Orfeo
e s’impregnò di perenne poesia.

L’ETERNO CANTO DI ORFEO

Ovunque è poesia. Ovunque guardi
con animo commosso ed occhio attento
al più piccolo fiore tra le pietre
sbocciato a stento, ma con vital forza
d’aprirsi un varco, d’innalzarsi al cielo,
c’è poesia fiorente intorno ai petali
come intenso profumo in primavera.

Orfeo risorto, non mai morto Orfeo.
Perenne il canto suo nella natura,
nel cielo, nelle stelle, nella luna
piena, calante, oppure nuova e tacita
nella valle, o crescente sopra i colli
come sottile falce all’orizzonte.
Ovunque è poesia. Eterno è Orfeo.

***
Da Echi e sussurri, Polistampa, Sagittaria, Firenze 2015

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Marco Onofrio. Lettura di Giuseppe Ungaretti tra vocalità e immagine televisiva negli anni Sessanta. L’aspetto fonosimbolico della poesia di Ungaretti dalla “Allegria” al rientro nella Tradizione

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Commento di Marco Onofrio

Le apparizioni in video di Ungaretti cominciano negli anni ’60. A quel tempo “televisione” in Italia significa monopolio esclusivo della Rai, e questa, in quanto Tv di Stato, non ancora condizionata dalla concorrenza delle reti private, è in grado di privilegiare criteri qualitativi nella gestione del palinsesto. Con il democristiano Ettore Bernabei al timone (1961), la Rai plasma il mezzo televisivo in senso pedagogico e politico, come opinion leader egemonico, utilizzabile a fini di consenso. L’assenza di strategie commerciali salvaguarda la durata del prodotto culturale. Caso emblematico il programma L’Approdo, curato da Leone Piccioni e trasmesso a cadenza settimanale dal 2 febbraio 1963 al 28 dicembre 1972. Si tratta della trasposizione televisiva di una rubrica radiofonica della Rai, già rivista cartacea trimestrale pubblicata dalla ERI. Ungaretti è membro di un comitato di redazione sontuoso, che annovera nomi del calibro di Bacchelli, Betocchi, Bo, Cecchi, De Robertis, Longhi, Valeri…

È soprattutto attraverso L’Approdo che passa l’apparizione in video di Ungaretti. Fin dalla seconda puntata (9 febbraio 1963: a poche ore dal sessantacinquesimo genetliaco), la trasmissione dedica tributi di attenzione ad uno dei suoi maggiori garanti di dignità culturale. E certo Ungaretti – grande poeta e già universalmente noto – sembra adatto quant’altri mai ad incarnare lo spirito di un programma che si propone di coniugare qualità e divulgazione: sostanzialmente perfetto, insomma, per l’“iperdimensione” pubblica che il mezzo televisivo si appresta con il tempo a veicolare. Ungaretti? Conosciuto dalla gente, non solo dai letterati. La sua fama pubblica già consolidata gli garantisce l’autorevolezza e la credibilità necessarie per proporsi alla platea televisiva come “il” poeta; la televisione finisce a sua volta per estendere e approfondire questa fama oltre il riverbero banalmente rimasticato del «M’illumino d’immenso», sino a farne una sorta di mito vivente. Egli può così ritagliarsi uno spazio nell’immaginario collettivo ed essere identificato anche da chi non lo conosce, o non conosce la sua poesia, o nutre scarso interesse per il fatto culturale. È anche grazie alla Tv che Ungaretti assurge, anno dopo anno, alla statura di personaggio. Nel 1968, per esempio, traduce e commenta l’Odissea in Rai, e la gente comune, incontrandolo, lo scambia per “quel grande attore della televisione”. Qualcuno, più fantasiosamente, potrebbe anche immaginare che Omero stesso sia stato catapultato a parlare dagli schermi televisivi, tanto ieratica e autorevole appare la figura del poeta. Si era fatto crescere una barba bianca alla Hemingway, da vecchio lupo di mare, pur mantenendo accesi i suoi celebri occhi da bambino, enigmatici come quelli d’un gatto: un appeal nobile e umano, austero e familiare, in grado perciò di guadagnare piuttosto naturalmente il centro della scena, assicurandosi non solo il rispetto ma anche l’affetto dei telespettatori.

Giuseppe Ungaretti

Ma la sua presenza nei programmi Rai non si limita a L’Approdo, giacché comprende anche diversi “specials” nel contesto di altre trasmissioni: sin dal “ritratto” di diciotto minuti che gli dedica Clemente Crispolti, trasmesso la sera del 7 luglio 1959. Sono appunto “ritratti”, “incontri”, “conversazioni” e “documentari” incentrati sull’uomo e sul poeta. Generalmente Ungaretti appare in video per recitare poesie, ma anche per esprimersi su certe questioni, rispondendo alle domande di un intervistatore; o per presiedere o ricevere un premio letterario; o per partecipare a un convegno o a un festival; o per incontrare gli studenti nelle scuole. Le riprese sono per lo più in interno. Ma l’occhio indiscreto della telecamera deve anche poter soddisfare le curiosità del pubblico, che vuole conoscere il poeta-personaggio nella totalità della sua sfera esistenziale. Ed ecco “Ungà” colto nel privato quotidiano, ripreso a passeggio per Roma, lungo il Tevere o tra le rovine di Caracalla, o nell’avita Lucca, o a parlare al tavolino di un bar, o a casa con accanto la nipotina… Il caso più tipico è offerto dal poeta nel suo studio mentre recita versi. Nelle immagini televisive lo si vede seduto in poltrona, inquadrato a mezzo busto, in primo piano. Non accompagna la lettura con gesti delle mani, che sono occupate a reggere il libro. La performance vocalica è doppiata da smorfie espressive e dal movimento degli occhi. Di tanto in tanto li alza dal libro verso un punto immaginario, in alto alla sua sinistra. Lo sguardo è intensamente visionario, inciso nelle rughe di sofferenza che lampeggiano sul volto per l’ansimante scansione sillabica dei versi. È come se scorgesse, fuori di sé, una sorta di oggettivazione simbolica delle parole che pronuncia; o le parole stesse gli nascessero spontanee, per la prima volta, dettate da ciò che “vede”.

montale e il picchio

Quando legge ad alta voce le sue poesie, in televisione, o in pubblico durante le presentazioni, Ungaretti può destare sospetti di istrionismo; in realtà non è un fine dicitore o un “attore” distanziato dalla materia, ma un uomo che soffre dal vivo, autenticamente –: che dona e spende tutto se stesso, e si ricapitola dalle origini, ancora una volta, ogni volta daccapo. Non risparmia nulla al “fratello umano” che lo ascolta: offre tutto ciò che può dare, anche ciò che ancora non sa di poter dare. La parola è vissuta nel sangue, in ogni sua fibra. Il pathos espressivo è autentico e per questo impressionante. Ungaretti arde all’improvviso come un tirso, e la sua fiammata non si lascia facilmente dimenticare. Sul viso gli si rende visibile una sofferenza, una pena effettiva, e a tratti un illuminarsi e vibrare che colpisce per sempre chi lo vede. È in definitiva un grande comunicatore, capace di bucare il silenzio o il teleschermo con i suoi sguardi profondissimi e la sua voce cavernosa e dolce, i suoi estri repentini e i suoi furori. Ricorda Francesco Paolo Memmo: «Aveva quegli occhi incredibili, scavati, che ti scavavano, quando lo vedevo in televisione; con una bellissima barba bianca, negli ultimi anni: lo ricordo, ad esempio, seduto accanto a un albero, su un prato, in un videoclip ante litteram, mentre Iva Zanicchi cantava una canzone evidentemente a lui dedicata» (ma Ungaretti stravedeva per Mina).

Della vocalità di Ungaretti si è occupato Emerico Giachery in un  breve e magistrale saggio, Ungaretti a voce alta (2008). Occorre premettere che ogni voce, nella sua grana originaria, ha per natura incorporato un destino di credibilità. La voce non è mai neutra, ma ha significato di per sé: è portatrice di un “valore” che prescinde dal linguaggio. Questo spiega perché un bravo attore, dotato di bella voce, è in grado di far apparire valida una poesia mediocre; o, viceversa, perché una poesia valida, o anche splendida, può essere completamente rovinata da una lettura scadente. La vocalità (grazie a cui il testo poetico viene eseguito, a mo’ di partitura musicale) abbraccia i poteri del significante – intonazione, accento, ritmo, interpretazione delle figure foniche e metro-ritmiche del testo – che, secondo la distinzione di Émile Benveniste, consentono al registro semiotico-denotativo di espandersi negli “armonici” del livello semantico-connotativo: la pienezza del senso poetico (ovvero la “significanza” epifanica del testo) scaturisce dalla coesione strutturale che incorpora i poteri del significante, sondati dalla voce, ai messaggi convenzionali del significato.

Giuseppe ungaretti mentre leggeIl linguista Giuseppe Paioni ha descritto in modo assai preciso la fonetica ungarettiana: il celebre “sillabato”, la nettezza degli iati, la purezza delle vocali e la variabilità della loro durata, «la vibrante rinforzata se associata a dentale o velare (…), ma senza asprezza, quasi che il suo ruolo simbolico fosse quello di virilizzare la dolcezza, senza abbandonarla (…), la sibilante preconsonantica o geminata allungata, come accarezzata (…), le nasali marcate a delimitare il prefisso»… Il sillabato ungarettiano cerca «la letteralità, le articolazioni naturali della lingua. L’effetto di questi eccessi, di questi timbri marcati è quello di astrarli, come se la voce ne accentuasse l’idea, l’evidenza, cioè di allucinarli». È un recitativo che frantuma il continuum vocale in un “salmodiare” rotto e sofferto, modulato su variazioni di volume e di altezza. «Né meramente illustrativa o espressiva né enfatica o al limite isterica, la performance ungarettiana si definisce essenzialmente come una drammaturgia sottile della parola, una “mise-en-scène” puntuale e allo stesso tempo lussuosa del testo e delle modalità con cui il testo e la sua ritmicità “lavorano” la lingua e i suoi significanti».

Peraltro, la lettura a voce alta di un testo è – già di per sé – un atto ermeneutico. Lettura e critica convergono: l’interpretazione vocale della poesia va intesa come «momento di sintesi e punto d’arrivo del processo interpretativo». E aggiunge, precisando, Giachery:  «Si tratta, entro un certo limite, anche di una sorta di lettura-confessione, e certo», per ciò che riguarda Ungaretti, «di una lettura che aiuta non poco ad intendere il suo modo di sentire, di vivere l’esperienza della parola, di scandire, spaziare, scatenare la materia verbale». Orbene, che rapporto intercorre tra la vocalità dell’Ungaretti performer e il presunto ermetismo della sua poesia? E anzitutto: che cosa c’è di realmente ermetico in Ungaretti, prescindendo ovviamente dalla classificazione scolastica che lo assomma – nella comune cifra dell’ermetismo – a due poeti molto differenti (anche tra loro) come Quasimodo e Montale? La poesia di Ungaretti è “ermetica” in quanto rende ampio lo spettro del senso e si apre alla libertà delle interpretazioni. Il lettore è coinvolto attivamente nella produzione del senso (cioè nell’attuazione di una fra le tante letture possibili) della poesia. Si legga, ad esempio, l’attacco di “O notte” (da Sentimento del tempo, 1933):

Dall’ampia ansia dell’alba

svelata alberatura.

Giuseppe Ungaretti alla Hemingway (1)Dove si noti il predominio fonosimbolico della [a], vocale di apertura cosmica a uno «smisurato orizzonte in ansia crescente di luce e di evento» (Giachery); ma anche l’ambivalenza di «alberatura», che può denotare sia (com’è più probabile) un intrico di fronde “svelato” dalla luce del nuovo giorno, sia gli alberi di una nave privata di vele, con gradienti simbolici successivi di identificazione del mondo (compatto divenire delle cose esistenti) in imbarcazione che attraversa gli «oceanici silenzi» del tempo, e a cui l’alba toglie le vele tenebrose della notte… Quanto più cresce, come in questo caso, la libertà interpretativa del lettore, tanto più il testo è “oscuro”, cioè ambiguo, polisemantico, non chiaramente determinato. La poesia di Ungaretti è “ermetica” anche nella misura in cui tiene nascosta la significanza, cioè il livello semantico globale che saprebbe – viceversa – renderla chiarissima. Per meglio dire: tiene la significanza accessibile soprattutto alla voce viva, attraverso l’operazione supplementare, successiva alla scrittura, della performance.

La performance ungarettiana, in particolare. Come un testo magico che suppone la tradizione di un rito vocalico, e solo in esso e per esso accetta di rivelare o riflettere il proprio segreto. La voce è il passepartout che permette di aprire le gabbie del segno, di entrare nel testo, di chiarirlo nella sua verità originaria. Il suono performativo della voce è un imbuto che ci porta nell’utero della poesia, dentro la cuna del senso. Oltre quest’utero si spalanca l’abisso del silenzio infinito che contiene tutte le parole, e ogni parola è l’imboccatura di questo abisso. La voce scardina l’ordigno della poesia, ne spiega le pieghe, ne svela i sottotesti, laddove urgono i significati più profondi e veri. Capiamo allora che l’oscurità era solo apparente: si trattava in realtà di un bagliore nascosto dentro la tenebra opaca dei segni. Il “senso” della poesia ermetica è come una candela accesa: si vede appena in piena luce, alla superficie della “forma”, ma risplende come un piccolo sole nel buio cavernoso dei sottotesti. Leggendo e ricreando drammaticamente la poesia, il poeta ci restituisce l’infinito che “non cape” nella forma, ovvero gran parte di ciò che avrebbe voluto o potuto dire. Ci comunica, usando linguaggi diversi dalla scrittura, i segnali e i sensi di ciò che la scrittura non dice, o dice oscuramente. Così facendo guida e controlla l’indirizzo della decodifica, introducendo un principio di determinazione già parecchio notevole rispetto alla libertà “aperta” del lettore solitario.

Giuseppe Ungaretti Soldati-in-trincea-Prima-Guerra-MondialeAttenua dunque il principio ermetico della collaborazione attiva del lettore: il poeta stesso, ora, legge per lui. Il lettore-ascoltatore, divenuto oggetto di fascino, dovrà “limitarsi” a rielaborare segni già incanalati verso una certa direzione del senso (così leggere ad alta voce è, appunto, interpretare). Ungaretti, leggendo la propria poesia in un modo tanto scenografico e ammaliante, è come se volesse “suggerire”, se non imporre, la decodifica originaria del testo, avendo a cura che si comprenda entro il raggio di una certa direzione. La performance rappresenta una forma di comunicazione totale, sicché «nel modo della lettura di Ungaretti, molte di quelle cose che sono sempre sembrate caratteristiche tanto della sua personalità quanto della sua poesia vengono fuori. Si affaccia a un certo momento una ricomposizione di tutto in chiave di possibile auto-teatro, e tuttavia il teatro è anche rivolto agli altri» (Zanzotto). Egli torna al punto di partenza, rivive le premesse dell’atto creativo, si tuffa di nuovo nel magma da cui è emersa la poesia.

Il testo scritto viene “fissato” dalla voce come textus ne varietur, come versione ideale e forma massima della potenza: la poesia risuona in armonia con le intenzioni originarie, sfiora il luminoso archetipo da cui la scrittura – pallida copia – proviene, de-finendosi in forma. E che la scrittura, forma immobile e incisa nello spazio, debba essere “fissata” dalla voce, mobile e vibratile nel tempo, testimonia sia la straordinaria potenza della voce (e non una voce qualsiasi, ma quella suggestiva di Ungaretti), sia la particolare qualità di questa scrittura, il suo essere preformata in vista della performance, scritta a mo’ di “partitura” da eseguire, dilatandosi ed esaltandosi nella voce. È una poesia che chiede giustizia alla voce, che insomma deve “suonare” per essere davvero se stessa. Nella lettura ad alta voce si produce dunque una forma di “variante assoluta”: la poesia vive autenticamente – nella pienezza delle sue potenzialità – attraverso un rito vocalico che la accende, e la fa palpitare all’unisono col ritmo interiore del poeta, mentre questi la rivive e la scandisce attimo per attimo, respiro dentro respiro, parola dopo parola. Non è difficile rendersi conto che questo è il modo del primo Ungaretti.

Giuseppe Ungaretti i-flood-myself-with-the-light-of-the-immenseDopo i versicoli dell’Allegria, distillati per quintessenza dal simbolismo francese ed europeo, il poeta rientra nell’alveo accademico della tradizione italiana: un certo sentire barocco, che gli appartiene per istinto e anche per cultura (traduce da Gongora, Shakespeare, Racine), viene travasato entro le strutture ormai “archetipiche” del petrarchismo (dopo secoli di codificazioni stratificate e sbiadite imitazioni). La “restaurazione” operata con Sentimento del tempo determina un sovrappiù di forma che ingorga, offusca e, da ultimo, porta fuori strada il percorso aperto dalla scintillante e davvero creativa novità del Porto sepolto. Che il modo originario fosse il più conforme e congeniale alla sua verità di uomo e di poeta, lo si capisce dal fatto che Ungaretti lo conserva, nel corso degli anni, come metodo di lettura performativa. Talché anche il verso lungo (e l’endecasillabo, in particolare) delle raccolte successive, viene destrutturato, nell’atto della lettura ad alta voce, secondo il modello dell’Allegria. Come a dire che l’autentico Ungaretti è e resta il poeta dell’Allegria, anche quando scrive e poi legge pubblicamente testi che distorcono o contraddicono quelle originarie implicazioni. Si prenda ad esempio, da Il taccuino del vecchio, lo struggente e disperato appuntamento d’amore, oltre i confini del tempo, che è “Per sempre”, del 1959, in memoria della moglie Jeanne morta da un anno:

Senza niuna impazienza sognerò,
mi piegherò al lavoro
che non può mai finire.
E a poco a poco in cima
alle braccia rinate
si riapriranno mani soccorrevoli.
Nelle cavità loro
riapparsi gli occhi, ridaranno luce.
E, d’improvviso intatta
sarai risorta, mi farà da guida
di nuovo la tua voce,
per sempre ti rivedo.

Giuseppe Ungaretti era interventista ma, di fronte alla morte ed alla distruzione, cambiò le proprie posizioni mostrando, attraverso le sue liriche, gli aspetti più ...Ecco come la poesia si trasforma, per una lettura televisiva, nella dizione ansimante e pausata di Ungaretti:

Senza niuna impazienza
sognerò
mi piegherò
al lavoro
che non può mai
finire
e
a poco a poco
in cima
alle braccia
rinate
si riapriranno
mani
soccorrevoli
nelle
cavità loro
riapparsi
gli occhi
ridaranno luce
e d’improvviso
intatta
sarai
risorta
mi farà
da guida
di nuovo
la tua voce
per sempre
ti rivedo.

Giuseppe Ungaretti 1Il metro viene spezzato dal respiro della voce, nella sua misura organica, perché emerga la verità profonda delle parole, incise – queste più che mai! – nella carne dell’esistenza, del dolore e della memoria. La pausa isola la parola nella sua densità semantica. Il silenzio accentua, per contrasto, il suono della voce: ne esalta la magia, la persuasività. La voce può così manifestare il percorso spirituale della parola, afferrandone l’eco remota. Ungaretti cerca di catturare, nella dizione franta, il ritmo nativo ed essenziale della sua poesia, lasciando affiorare il chiarore dei sottotesti e consentendo di significarne la “verità” (su tutte le possibili letture).

Anni erano passati, e vicende e tragedie Ungaretti aveva oltrepassato, evolvendo nel proprio percorso. Nuove opere, nuove ispirazioni, nuovi orizzonti. Eppure l’Ungaretti che recitava versi restava ancorato al tempo dell’Allegria, al modo di quel capolavoro, al bagliore folgorante del suo avvio. Era quella la voce “nativa” del poeta, ed egli fin da allora l’aveva conquistata, definitivamente, per sempre. Conservare così la voce più chiara, la più limpida, di cui era capace, gli serviva anche per sciogliere i grumi, le opacità della forma, nella vita pulsante della voce, dispiegata attraverso il rito divulgativo della lettura. Leggendola ad alta voce, Ungaretti estrae la propria poesia dal nodo semantico che ne racchiude il senso, dentro la profondità delle strutture. La poesia ermetica si “dis-ermetizza” nel fuoco liquido della voce. La poesia di Ungaretti, ermetica nello spazio bianco della pagina, cessa di esserlo nell’espressione totale della performance, nell’urgenza della sua vocalità.

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Giorgio Linguaglossa da Three Stills in the Frame, Selected poems (1986-2014) Chelsea Editions, New York, (2015) traduzione di Steven Grieco QUATTRO POESIE da Risposta del Signor Cogito. “La polizia segreta cerca il quaderno nero”, “La Lubjanka interroga il musicista”, “Il corvo è volato via dalla finestra”, “La polizia segreta interroga il Signor Cogito” Commento di Marco Onofrio

de chirico Ettore e Andromaca 1916

de chirico Ettore e Andromaca 1916

da “Risposta del Signor Cogito”
da “Three Stills in the Frame. Selected poems (1986-2014)” Chelsea Editions, New York p. 320 $ 20 Prefazione di Andrej Silkin Traduzione di Steven Grieco

La polizia segreta cerca il quaderno nero

I
La polizia segreta cerca il «quaderno nero».
Perquisisce ogni centimetro quadrato della abitazione
del Signor Cogito, getta le masserizie all’aria, sfonda le pareti,
smonta le mattonelle. Dicono che c’è «un sole inabissato»
da qualche parte.
II
Finestra buia. Finestra illuminata.
Enceladon è nuda esce da una porta della notte e si pettina
i capelli color rame davanti allo specchio.
Un merlo gorgheggia sull’albero. Gli uccelli tossiscono.
Lanterna rossa. Fascio di luce conica.
Un riflettore è puntato sulla faccia del Signor Cogito.
Un cono di luce sugli occhi del Signor Cogito.
La polizia segreta scava nel giardino.
Cerca ciò che non può più trovare
perché Cogito ha distrutto il quaderno nero
gettandolo nel fuoco.

III
Sono le tre. Il rintocco argentino del carillon
disturba la tranquillità del Signor Cogito.
Il suo pensiero è simile al moto del pendolo,
va dallo zenit alla fossa delle Marianne
dal fumo delle puzzolenti nazionali
all’etere del pensiero teologale.
Nella Kammerspiel c’è silenzio. Di tomba.
Improvvisamente, uno scalpiccio di passi.
I cinque poliziotti sono usciti in corridoio.
«Arrivederci», «Passate più spesso a trovarmi»,
dice agli ospiti il Signor Cogito.

.
La Lubjanka interroga il musicista

I
Le blatte si accalcano nella fessura della porta.
Il Signor K. esce dalla notte
sbatte la porta ed entra nello specchio
esce dallo specchio ed entra nel cono di luce.
Entra il commissario con un occhio di vetro.
La polizia segreta interroga la bellezza di Enceladon
mentre la Lubjanka fa catturare tutti gli uccelli.
Dispone che gli uccelli vengano impiccati
ai rami degli alberi e lasciati oscillare
come idrocaedri al vento del Favonio.
Interrogano il musicista.
Interrogano il Signor Cogito.
Cercano «un sole inabissato».
«È colpa del Signor Retro – dice il Signor Cogito –
quel maleducato è sempre avanti di un passo,
e non c’è ragione che possa voltarsi indietro».
La polizia segreta perquisisce il violino,
smonta la cassa armonica, fa a pezzi l’archetto.
II
La Lubjanka ha convocato il violinista
negli uffici della polizia segreta.
La tigre bianca siede sulla sedia rossa.
La tigre rossa siede sulla sedia bianca.
La tigre sorride.
Il Signor Retro mastica un chewingum.
La Gioconda mi guarda dalla parete.
Hanno interrotto le perquisizioni.
Hanno requisito il violino.
Hanno divelto la porta rossa e la finestra azzurra.
Hanno abbattuto le pareti.
Il Signor K. dice che il violino non ha colpe.
«Signor Cogito, non c’è nessun sole inabissato».
«C’è un solo colpevole». «È lei il colpevole».

.
Giorgio-Linguaglossa-Three Stills In the Frame 2015.

Il corvo è volato via dalla finestra

Il corvo è volato via dalla finestra.
I candelabri degli alberi fumano sotto il cielo.
Fiammeggiano d’un fuoco algido.
Il cielo è immobile. Il mare è immobile.
Il bosco è immobile.
La bottiglia e il bicchiere del quadro di Morandi
sono immobili, integri, il tempo non li ha frantumati.
La Lubjanka ha impiccato tutti gli uccelli.
Sette corvi beccano i vermi nello stagno.

Enceladon mi guarda da una cartolina.
Anche la sua bellezza è immobile.
Ha un sorriso esangue, sembra evasa
dalla prigionia del suo archetipo in fondo
al ritratto di Simonetta Vespucci.
L’intero universo è immobile.
La sedia rossa è di fronte al mare.
Il sole nero entra nella costellazione dello Scorpione.
I mocassini del Signor Cogito scricchiano
sulle falene morte e sulla polvere del parquet.
Il pensiero del Signor Cogito precede sempre
d’un palmo la giostra delle parole, indugia all’ingresso
tra il pensiero nero e il pensiero bianco.
«Tra il pensiero e la parola cade l’ombra.
Tra la parola e la sua pronuncia cade l’ombra»
dice il Signor Cogito.

Teatro. Si apre il sipario. Sedia rossa.
Il musicista prende posto sulla sedia rossa.
Imbraccia il violino.
Posa l’archetto sulle corde del violino.
All’improvviso, tutto scompare:
la sedia rossa, il musicista, il mare,
le stelle, gli alberi in fiamme.

de chirico_immagine periodo metafisico

de chirico_immagine periodo metafisico

La polizia segreta interroga il Signor Cogito

I
Si annuncia con il tinnire di monete false,
un flash al magnesio il Signor K.
La redingote del Signor Cogito
si siede di fronte alla finestra. Attende.
Il Signor K. si siede sulla sedia rossa,
emana un profumo di cipria la sua parrucca
impolverata, parla nella lingua dei corvi:
eptaedri, triedri, dodecaedri.

La polizia segreta interroga il Signor Cogito.
Chiedono notizie intorno al «suo occhio sincipitale».
Un riflettore illumina il volto del Signor Cogito.
Un trisma percorre a ritroso il volto del Signor Cogito.
Il Signor Cogito guarda attraverso la finestra.
La finestra è aperta su un paesaggio
di colline verdi, ondulate e di tigli in fiore.
Il Signor K. indugia.
Il Signor Cogito attende.
Sceglie con cura le parole,
aspetta che il buio entri dalla finestra.
Parla sempre dopo il Tramonto.
E prima dell’Aurora.

II
Il Signor Cogito dice:
«Electa una via non datur recursus ad alteram».
La tigre sorride.
«Nomina sunt consequentia rerum».
La tigre sorride.
«Dunque seguono, non possono precedere le cose».
La tigre continua a sorridere.
«Le cose le avete fabbricate ma le parole…».
La lampada al neon illumina la faccia dell’imputato.
«No, quelle non potete fabbricarle».

de chirico sketch masks

de chirico sketch masks

Commento di Marco Onofrio

Per entrare in risonanza con la poesia di Giorgio Linguaglossa (recentemente antologizzata nella traduzione inglese di Steven Grieco, con testo a fronte, per l’edizione americana Three Stills in the Frame, Selected poems (1986-2014) Chelsea Editions, New York), occorre accedere alle premesse della sua dicibilità, e dei problemi epistemici, storici e sociologici che riesce complessivamente a sollevare. Occorre dunque portarsi fino alle radici del sentire moderno; e queste radici vanno, a ben vedere, ricercate in epoca barocca, quando il mondo – grazie alle scoperte geografiche e scientifiche – si estese a dismisura, e l’uomo provò nuovo sgomento dinanzi al silenzio eterno degli spazi infiniti mentre la terra (già centro del cosmo tolemaico) veniva relegata ai margini del vuoto universale. La realtà debordò dalle cornici razionalistiche e si mostrò complessa nell’infinità del macroscopico e del microscopico. L’allegoria barocca – analizzata da W. Benjamin, nel contesto del dramma barocco, come “cartina di tornasole” di alcune aporie fondamentali della coscienza e dell’arte moderna – mette in crisi l’aspirazione classicistica rinascimentale ad armonizzare il mondo, cioè a colmare la scissione originaria prodottasi nell’uomo sia a livello teologico, sia a livello gnoseologico. Chiunque, dopo il Rinascimento, tenti il simbolo viene continuamente respinto nell’allegoria, cioè nella «dialettica priva di centro tra quanto è figurato nell’espressione, le intenzioni soggettive che lo hanno prodotto e i suoi autonomi significati». L’allegoria fa saltare il simbolico e «smantella la faccia armoniosa del mondo»: dà vita a un’arte malinconica, da terra desolata, che rivela un’insanabile lacerazione, una perdita di senso delle cose e del soggetto, una decadenza dell’umano e della storia. Come portata allo spasimo dei nervi dal dolore della ferita, la coscienza mantiene una presa critica della realtà che le permette di restituire il negativo e il caos disperso dei frantumi così come sono, senza illudersi di una possibile armonia conciliatoria.

de chirico anni Settanta

de chirico anni Settanta

Baudelaire è il primo grande esponente dell’estetica moderna in grado di prendere coscienza delle mutate condizioni epocali. La prima e la seconda rivoluzione industriale innescano lo sviluppo delle scienze applicate alle tecnologie. Le città diventano metropoli massificate. Cambia la percezione del mondo, le categorie spazio-temporali vengono continuamente riedificate dalle proprie macerie. La storia accelera. Il sempre più rapido ciclo di invenzioni e trasformazioni meccanizza l’esperienza del reale, provocando continui choc sensoriali e risposte psichiche automatiche. L’ottica a scatti del cinema è, per certi versi, omologa alla produzione della catena di montaggio. Ci si abitua alle dinamiche della visione seriale. L’artista è il flanêur estraniato e perso nella folla. Vive in uno stato di convalescenza, di ipnosi, di ebbrezza alcolica. Scrive per frammenti, lampi di immagini e sensazioni. Guarda alle cose con occhio satanico/angelico: usa l’ironia sardonica come lente di rifrazione e chiavistello per smontare il mondo. La surnaturalizzazione visionaria lo porta a sdoppiarsi, a proiettarsi negli oggetti, a immergersi nel flusso vitale fino a sfondare i limiti dello spazio e del tempo, e alla fantasmagoria dei paesaggi urbani, degli interni, delle stanze.

Da questa coscienza, travasata nella rilettura continua e aggiornata di tutto il Novecento, europeo ed extraeuropeo, compresa l’evoluzione storica della Scienza (la relatività di Einstein, il principio di indeterminazione di Heisenberg, la teoria della complessità di Prigogine, la teoria delle catastrofi di Thom, le ricerche su caso e necessità di Monod, etc.): è da tutto questo agguerrito armamento culturale che “viene” la scrittura in versi di Linguaglossa. La Stimmung iconografica della sua poesia è traducibile in un pulviscolo di suggestioni sospeso tra il sensualismo onirico di Balthus, la mitologia ludica di Savinio, le traslucide interdizioni di Giorgio De Chirico e, qua e là riemergente, una vena boshiana di allucinazioni alla Francis Bacon. Il poeta precede il critico ma viene nutrito dalle sue ricerche; il critico a sua volta sorveglia il poeta e lo punzecchia quando rischia di addormentarsi. Linguaglossa non è mai soddisfatto, riscrive continuamente, per anni. Il suo è il percorso ultratrentennale di una ricerca inesauribile attraverso la scrittura e la coscienza.

La parola linguaglossiana è lo strumento versatile che solleva e sostiene un equilibrio dinamico tra azione e contemplazione, dramma e filosofia, oggetto e pensiero, suono e silenzio. Il linguaggio di Linguaglossa nasce dal “rigoglio del magma”, è carico, plurivoco, materico, multanime: è deformato da una carica espressionistica e sospinto da un demone variantistico sperimentale, che deve tenere a bada i rischi dell’arbitrarietà, del virtuosismo, del bizantinismo, stando attento a che la poesia non divenga «hierogliphica arte degli / orpelli»:

«Sofismi, tropismi trapezoidali, bizantinismi elicoidali,

dissimmetrismi di notti atrali, disfunzioni atrabiliari,

bisticci di frasari incongrui».

Il suono è  ovviamente sfruttato anche per le sue capacità simboliche di creare significato:

«rumoreggia e sferraglia sul sipario del teatro:

incastro di motori, di ruote dentate,

rotori, rospi di tropi, ellittici tropismi».

de chirico un maestoso silenzio maschere

de chirico un maestoso silenzio maschere

Il poeta ha alle spalle il critico pungolatore, e insieme cavalcano a briglie sciolte il cavallo selvaggio di una fantasia dittatoriale, che crea regole e mondo. Una fantasia che rivendica la propria libertà dai giochi del Potere: nella composizione “Il signor K.” la tigre che rappresenta appunto il Potere ordina al poeta di suonare il violino, ma l’archetto del poeta “stride” perché egli si rivela incapace di suonare a comando: vuole suonare quando e ciò che gli pare. Cioè: la poesia può sopravvivere solo se si ritaglia uno spazio autonomo dalla macchina mondiale dell’economia e della comunicazione strumentale.

La chiave che apre il mondo poetico di Linguaglossa è un surrealismo onirocritico che mette in gioco tutta la realtà fisica, fino al livello subatomico: tutta la natura, tutta la storia, tutta la cultura (anche la Scienza). Linguaglossa giustappone e mescola i luoghi dello spazio e del tempo, proiettati su un unico piano di simultaneità. La poesia è una «idrovora narcomedusa»: succhia tutto l’esistente e l’esistibile, come un’idrovora, e ha il potere narcotizzante e marmorizzante della Medusa, che svela il volto osceno dell’orrore sotto le sembianze più “normali”, il «malessere quieto dell’esistenza». La poesia dunque

«accoppia materia e immondizie

sigizie di correaltà, apparenta

“Storia ed eoni, platonismi e crudeltà».

Dalla metafora tridimensionale di Mandel’štam, Linguaglossa trae una visione poliedrica e multipolare: come un suono stereofonico riprodotto da sorgenti simultanee. Einstein ha dimostrato che lo spazio ha quattro dimensioni (la quarta è il tempo). E Linguaglossa scrive:

«Vidi l’Angelo dai quattro volti che guardava

in quattro specchi il mio sembiante riflesso,

quadruplice barbaglio della luce».

de chirico maschere

de chirico maschere

Il discorso poetico di Linguaglossa procede senza apparenti artifici metrici sull’onda pulsante di un verso libero, spesso epico nella sua lunghezza, che agevola il processo di decostruzione dell’io attraverso la scomposizione prismatica e cinematica delle immagini. Il correlativo oggettivo è potenziato dal parallelo correlativo soggettivo: la proiezione del soggetto in alter ego dialogici, disseminati nello spazio e nel tempo, che sono (e siamo) sempre «noi, dietro il diaframma, prismatici». Il poeta «cammina come un sonnambulo», in «ipnotica ipocinesi»: è un acrobata bendato che attraversa gli universi paralleli, che percorre i livelli del reale, che entra ed esce dai racconti – fino a raggiungersi prima della nascita fisica (come accade nell’autoritratto eponimo “Tre fotogrammi dentro la cornice”). È un continuo passaggio biunivoco tra esistenza sogno irrealtà – cornice di pensiero dopo cornice – fino a sfiorare l’inarrivabile essenza. La poesia dunque come discorso anfibologico, fitto di misteriose, semplici e irrisolvibili aporie. E la vita come geroglifico di sogni, come criptogramma.

Il tono autonormativo della scrittura poetica di Linguaglossa è quello di una cronaca scettica della realtà in divenire, sospeso tra certezza dell’esistere («respiriamo dunque siamo») e messa in scacco di questa dimensione («serenamente dubitiamo / della nostra realtà»). L’atteggiamento è ironico, leggero, distaccato, oggettivo, superficiale e profondo in un sol dire (è la superficie, del resto, che nasconde la massima profondità, ovvero: «La verità è nella polvere della superficie»). Il poeta penetra oltre i limiti della ragione, abbracciando i panorami della “follia”, del caos creativo incasellabile. La ragione stessa «si camuffa in follia / e la reggia si addobba in stalla». Linguaglossa si interroga ossessivamente sul rapporto tra quadro e cornice, su «cosa c’è oltre la cornice», su come il quadro spezza la cornice e continua oltre i suoi limiti, sapendo che «il cavalletto e il pittore sono fuori quadro: noi non lo vediamo, / ma sappiamo che lui c’è».

De-Chirico-The-Two-Masks

De-Chirico-The-Two-Masks

È una poesia spesso nominale, asciugata sull’osso del proprio accadere, agglutinata intorno all’energia del verbo-motore. Anche gli aggettivi sono trattati come sostantivi, non hanno funzione esornativa. Le composizioni sembrano spesso “sceneggiature” di cortometraggi surrealisti. Linguaglossa ha nelle corde una certa vocazione teatrale: il mondo è teatro, «la storia disegna il teatro / del mondo», e il poeta recita la sua stessa poesia dal palco della propria mente, avvolto dalla nebulosa sferoide dei ricordi, degli echi, dei pensieri, inseguendo frecce vettoriali che non è facile capire se si avvicinino o si allontanino dal bersaglio. I versi montano, uno dopo l’altro, didascalie ambientali di suoni luci rumori voci, geometrie illogiche alla Escher, architetture urbane di mura, torri, archi, ponti, pontili, ambulacri, terrazze, scale, corridoi, porte (spesso numerate, a significare opzioni), e stanze, e strutture delimitanti confini, bordi catastrofici oltre i quali si spalancano abissi. Ci sono sequenze di azioni slegate, catene imprevedibili, scene misteriose che accadono… Da una fessura esce «uno stormo di uccelli / e una nuvola di anelli»; nel vuoto c’è un «drago che aleggia» e una «colluttazione di ombre che entrano / dentro altre ombre e ne escono»; è c’è «un uomo premoriente» che «percuote un gong / e dal gong escono stormi di colombe bianche»; e «dio» che «ha perso l’autobus, / sta alla fermata, aspetta, forse si è pentito»… E narrazioni che si interrompono improvvisamente, lasciando sospesa la curiosità. Il soggetto fluido di questi scenari apre una porta e… non puoi nemmeno lontanamente immaginare dinanzi a cosa ti ritroverai: sono

«i ponti delle parole che nessuno

sa dove condurranno».

Tutto procede per «frammenti di un percorso di fuga», fotogrammi random, sequenze di scene e personaggi che irrompono secondo analogie suggestive ma illogiche, e portano messaggi insensati, stranianti, decontestualizzati, o indicazioni contraddittorie e fuorvianti. Il tempo nella poesia di Linguaglossa è reversibile e interamente abitabile, è un nastro che si può riavvolgere avanti e indietro, come nei sogni. Linguaglossa crede evidentemente nell’eterno ritorno, ha imparato che «il presente è il passato e il passato è il presente», che «il prologo è simile all’epilogo», e tutte le storie e tutte le guerre e tutte le nascite e tutte le morti, sono una.

Specie nelle più recenti composizioni, Linguaglossa accentua la dimensione onirica e metafisica: tutto resta molto reale, quasi iperreale, e concreto, fisico, tangibile, ma il movimento dei versi ci porta in regioni atemporali, o meglio pancrone, dove si incontrano e colloquiano (spesso senza intendersi) personaggi fittizi (angeli, demoni, filosofi) e personaggi storici (Kafka, Mozart, Tiziano, Rembrandt, Ionesco, etc.) appartenuti ad epoche diverse. La scrittura raccoglie stralci di cronache dell’oltretomba, echi di un mondo ridotto a manicomio psitaccico: luoghi di deiezione, paesaggi col sole spento o inabissato, terre del dio tramontato. Linguaglossa parla con le ombre, che sono spesso bianche e translucide. Ci dà lo scenario del dopo-storia, il basso impero del tramonto dell’occidente, dell’umanesimo, della civiltà.

giorgio linguaglossa

giorgio linguaglossa

Questa poesia è il doppio fondo onirico della storia contemporanea. C’è un «equilibrio precario» che «regge le sorti del mondo, un fantoccio / tiene le redini di Danimarca, e nessuno / distingue la saggezza dalla follia». Linguaglossa è un contrabbandiere fugace di immagini emblematiche del nostro tempo, della nostra condizione. Le travasa così come gli arrivano dalla Storia, tutta la Storia in gioco, senza alterarle, senza spiegarle, senza ricomporle. Nell’orizzonte del mondo «forse non esiste né deve esistere l’armonia». La Terra stessa è una «cicatrice». E non c’è redenzione:

«Un’onda percorre a ritroso la Storia.

Un angelo gobbo appare sulla soglia. Piange.

“Sei tu l’angelo eletto, sei venuto ad annunciare la discordia?

Guarda, la tomba è vuota, la resurrezione non è avvenuta”.»

Sembra, infine, un poeta tradotto da una lingua europea. Il suo è un italiano dal respiro insolitamente internazionale, intessuto di riverberi europei. Le grandi esperienze della poesia moderna (in particolare slava) confluiscono nel retroterra mediterraneo da cui Linguaglossa proviene, per nascita e formazione: il risultato è avvertibile dentro una scrittura che mette felicemente a colloquio Falstaff e Amleto, le luci del Sud e le ombre del Nord, la commedia e la tragedia, il dialogo e il soliloquio, la leggerezza e la profondità. L’antologia Three Stills in the Frame dimostra esaustivamente che Giorgio Linguaglossa è uno dei pochi poeti italiani in grado di sfondare le strettoie dalla tradizione, anche quella del Novecento, per misurarsi con i più alti esiti della ricerca poetica contemporanea.

Marco Onofrio legege Emporium Biblioteca Casanatense, 2012 Roma

Marco Onofrio legge Emporium Biblioteca Casanatense, 2012 Roma

Marco Onofrio Nato a Roma nel 1971, scrive poesia, narrativa, saggistica e critica letteraria. Per la poesia ha pubblicato 9 volumi, tra cui D’istruzioni (2006), Emporium. Poemetto di civile indignazione (2008), La presenza di Giano (2010), Disfunzioni (2011), Ora è altrove” (2013). Ai bordi di un quadrato senza lati. Inoltre, ha pubblicato anche monografie su Dino Campana, Giuseppe Ungaretti, Giorgio Caproni e Antonio Debenedetti. Site: www.marco-onofrio.it

18 commenti

Archiviato in Antologia Poesia italiana, critica dell'estetica, critica della poesia, discorso poetico, poesia italiana contemporanea

Colloquio a più voci su Pier Paolo Pasolini tra Alfredo de Palchi, Flavio Almerighi, Giorgio Linguaglossa, Marco Onofrio e un articolo del 1993 di Paolo Di Stefano: “Pasolini nemico del popolo” – UNA POESIA di Pier Paolo Pasolini “Il PCI ai giovani”

Pasolini 1978

Pasolini 1978

  1. Alfredo de Palchi

18 dicembre 2014 alle 16:39 Modifica

Scusate, io entro nel discorso per dare le mie vecchie superficiali impressioni su P.P. Pasolini, e per far notare qualcosa che dovrebbe disturbare pure oggi i suoi ammiratori.
Anche durante il suo periodo e direi obbligatoria scelta ideologica, l’italiano apprezzava illustri bidoni. In poche parole, Pasolini era il chiachierone dell’epoca ascoltato e inseguito da giovani della generazione seguente; romanziere di poca qualità; versficatore tradizionale di talento; filmmaker improvvisatore. Assicuro che non ero il solo a recensirlo in tale modo. Tralascio apposta i contenuti delle sue arti per sentirmi vociare dai competenti pasoliniani. Allo stesso tempo vorrei che spiegassero il silenzio inaudito su versi in versione dialettale appropiati (o plagiati) dagli Spirituals afro-americani. Si dica inoltre da quando I friulani (e italiani dovunque in Italia) negli anni 1940–1950 bevevano whisky, bourbon, gin. Queste bevande mi fecero sospettare di approppiazione esattamente nell’anno 1950, 64 anni fa. Se non era approppriazione o plagio, perché i versi degli Spirituals, benché in versione friulana, non erano tra virgolette e con note a fondo pagina? È possible che nessuno se ne fosse accorto? QuaIcuno doveva saperlo, ma preferì star zitto per non compromettersi. Io non feci chiasso perché non ero nessuno, mi sarei tirate addosso accuse incendiarie, nefande.
Successe però che, una diecina di anni fa, proprio qui a casa mia mentre si cenava, chiesi alla friulana laureata con tesi su Pasolini, pubblicata in un volume, se conoscesse il misterioso problema. Senza tergiversare confermò la mia tesi. Allora, dissi, perché non lo hai chiarito nel tuo volume, sia pure con scuse difensive. Sorrise come per dire non è niente, non è importante, e anche per timore. Bene, numerosi volumi di Meridiani (che non posseggo) non mi intimidiscono.

  1. pier paolo pasolinialmerighi

5 novembre 2015 alle 13:47 Modifica

In questi ultimi giorni il processo di beatificazione di Pier Paolo Pasolini ha passato il segno. Specialmente dopo la sparata di Muccino sul PPP regista cinematografico. A parte il fatto che Muccino non ha tutti i torti, film come Salò o le 120 giornate di Sodoma, i racconti di Canterbury, sono pesanti, datati e pretenziosi con tutti quei culi e quelle tette messi di fuori solo per fare sensazione in un’epoca in cui l’Italia era ancora bigotta e democristiana. Per non parlare del PCI che espulse Pasolini dal partito per immoralità, insomma perché era gay. E nel suo piccolo l’Italia è rimasta com’era. Non è che voglio difendere Muccino, ma non mi piacciono le posizioni talebane di molti così detti intellettuali che dopo aver sdoganato Pasolini lo hanno fatto santo e ne sono diventati vergini vestali. Amplificando il clamore, specie sui social networks delle dichiarazioni di Muccino, che sarebbero passate quasi inosservate come quelle di Busi, che a sua volta ha criticato PPP come scrittore.
Il mondo della cultura italiana non è altro che una fabbrica di santi a pagamento, esattamente come il vaticano. Uno dei tanti motivi per cui questo paese è fermo e vecchio.

5 novembre 2015 alle 13:58 Modifica

Condivido e sottoscrivo ogni parola di Almerighi

  1. pasolini giovane con il padre

    pasolini giovane con il padre

    giorgio linguaglossa

5 novembre 2015 alle 14:23 Modifica

Caro Flavio Almerighi,
io credo che la dichiarazione del povero Muccino secondo il quale Pasolini non era un regista, lascia il tempo che trova.
Ha scritto Muccino: «So che quello che sto per dire suonerà impopolare e forse chissà, sacrilego, ma per quanto io ami Pasolini pensatore, giornalista e scrittore ho sempre pensato che come regista fosse fuori posto, anzi era semplicemente un “non regista”, che usava la macchina da presa in modo amatoriale, senza stile, senza un punto di vista meramente cinematografico sulle cose che raccontava, in anni in cui il cinema italiano era cosa altissima, faceva da scuola di poetica e racconto cinematico e cinematografico in tutto il mondo».

continua su: http://cinema.fanpage.it/muccino-fa-a-pezzi-pasolini-un-non-regista-ha-impoverito-il-linguaggio-cinematografico/
http://cinema.fanpage.it/

Film come “Accattone”, “Mamma Roma”, “Il vangelo secondo Matteo”, le “120 giornate di Sodoma” etc sono dei capolavori che hanno influenzato il cinema mondiale. A confronto, i film piccolo-borghesi di Muccino mi fanno sorridere. Lasciamo quindi stare.
Per la poesia di Pasolini, il discorso è diverso, molto ampio, bisognerebbe contestualizzare la sua poesia nel suo tempo. Tutto si può dire, ma a mio avviso “Le ceneri di Gramsci” (1957) sono un capolavoro della poesia italiana. Dei romanzi si può discutere, erano degli esperimenti e tali restano. Sulla funzione che l’intellettuale Pasolini ha avuto nello svecchiamento dell’ambiente culturale italiano anni Sessanta e Settanta, ritengo che non ci siano dubbi che un forte colpo contundente fu inferto al paese fatto di due Chiese, quella cattolica controriformistica e quella del PCI.

La borghesia illuminata del Corriere diede a Pasolini la possibilità di scrivere articoli di prima pagina. Quella borghesia illuminata e colta impersonata da Ottone, il direttore del Corriere di allora, oggi non c’è più, oggi ci sono funzionari di partito e apprendisti stregoni di partito. L’arco costituzionale del conformismo oggi va dall’estrema destra all’estrema sinistra. Il disastro italiano è qui. e altro disastro è che oggi non c’è neanche una borghesia alla quale rivolgersi. Oggi sarebbe impensabile un altro Pasolini. Voglio dire che oggi nessuno si sognerebbe mai di offrire ad un intellettuale lo spazio di prima pagina del Corriere o di Repubblica. I partiti mica sono scemi, hanno imparato la lezione, e poi hanno schiere di migliaia di intellettuali sotto occupati e disoccupati che farebbero carte false per arrivarci, venderebbero anche la propria madre pur di arrivare al Corriere o alla repubblica.

Quindi, oggi un altro Pasolini è inimmaginabile, impensabile. La borghesia telematica sa bene quello che vuole. Dirò di più: ad essa va bene perfino il Movimento 5Stelle, purché si metta in linea con l’indirizzo della Unione Europea e abbandoni le bizze dei suoi due fondatori, del tutto impresentabili, ma del tutto funzionali oggi alla civiltà telemediatica dove c’è spazio per tutti, proprio come al Circo, dove c’era spazio per tutti i numeri. dai mangiatori di fuoco ai trampolieri, ai clown e ai trapezisti, e, infine, anche per i giocolieri, oltre che per i banditi.
Del resto, ogni volta che scrittori e scrittrici prendono la parola sui giornali o in televisione, si capisce subito che mimano le Lettizzetto o altri attori di successo: cercano il successo e il battimano del pubblico telemediatico.

È cmq vero quello che scrive Flavio Almerighi:

.”Il mondo della cultura italiana non è altro che una fabbrica di santi a pagamento, esattamente come il vaticano. Uno dei tanti motivi per cui questo paese è fermo e vecchio”.

  1. pasolini orson welles io sono una forza del passato

    pasolini orson welles io sono una forza del passato

    almerighi

5 novembre 2015 alle 14:31 Modifica

L’arco costituzionale del conformismo va da un’estrema all’altra e sono d’accordo. Muccino è quel che è, Busi che lo ha criticato come scrittore è passato inosservato, anche se Muccino ha sfoderato un “7 anime” niente affatto male. A me però sembra che questo sistema di beatificazione e santificazione, condanni e allontani il santificato stesso. Anche a me piace un film come Uccellacci e Uccellini, tanto per citare un film di PPP che ho visto. Però che chi osi solo pensare qualcosa di diverso sia attaccato a livello di forca non mi va bene. Forse il sistema si sforza di riparare al fatto di non essere riuscito nemmeno a scovare i mandanti e forse anche gli esecutori materiali del brutale delitto di cui Pasolini fu vittima?

  1. giorgio linguaglossa

5 novembre 2015 alle 14:47 Modifica

caro Flavio,

il «sistema Italia», come lo chiamava Helle Busacca, se ne frega di andare a scovare i mandanti e gli esecutori materiali dell’assassinio di Pasolini, gli è ben sufficiente commemorare e santificare Pasolini, farne un santo, un martire, e dargli anche la medaglietta postuma… e intanto fa parlare i Muccino, i Busi e gli altri innumerevoli intellettuali al salario della borghesia telemediatica… No. Io non voglio essere commisto in questa pozzanghera maleodorante del sistema Italia.

  1. p.p. pasolini e orson welles in La ricotta 1962

    p.p. pasolini e orson welles in La ricotta 1962

    almerighi

5 novembre 2015 alle 15:00 Modifica

e fai bene caro Giorgio, nessuno con un po’ di senso dell’odorato vorrebbe esserlo, ma a me sembra che ai più faccia comodo tenere la pituitaria bel foderata di prosciutto. Rimane il problema della degenerazione che ha portato quello che fu un intellettuale trasgressivo e scomodo per i suoi tempi, anche se Alfredo De Palchi con arguzia mesi fa lo ha definito “il più grande chiacchierone della sua epoca”, a trasformarsi in un santino che, guai mai, andare a criticarlo. Tra un poì, se va vanti di questo passo “Famiglia Cristiana” diventerà il giornale più trasgressivo d’Italia. Lo stesso sistema che da oltre un secolo insiste a far studiare controvoglia I “Promessi Sposi” a infinite generazioni di studenti svogliati, come se negli Usa come testo base di letteratura utilizzassero Mark Twain o Whitman, ma ci rendiamo conto di quanto stiamo diventando vecchi e ridicoli? Possibile che ai giorni nostri vi siano Sidonio Appollinare che glorificano le vittorie di imperatori imbelli mentre il loro Impero andava in pezzi? Ma cos’è sta roba?

  1. pasolini Totò_peppino nel film diabolicus

    calvino e pasolini

    giorgio linguaglossa

5 novembre 2015 alle 15:58 Modifica

Pier Paolo Pasolini fu assassinato il 2 novembre del 1975 a Ostia. Ecco la poesia “Il Pci ai giovani”, scritta dopo gli scontri di Valle Giulia, in cui il poeta si schierò contro i giovani borghesi.

IL PCI AI GIOVANI
di Pier Paolo Pasolini

Mi dispiace. La polemica contro
il Pci andava fatta nella prima metà
del decennio passato. Siete in ritardo, cari.
Non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati:
peggio per voi.

Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
quelli delle televisioni)
vi leccano (come ancora si dice nel linguaggio
goliardico) il culo. Io no, cari.

Avete facce di figli di papà.
Vi odio come odio i vostri papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete pavidi, incerti, disperati
(benissimo!) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori, sicuri e sfacciati:
prerogative piccolo-borghesi, cari.

Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti.
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da subtopie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.

La madre incallita come un facchino, o tenera
per qualche malattia, come un uccellino;
i tanti fratelli; la casupola
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
altrui, lottizzati); i bassi
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, ecc. ecc.

E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
con quella stoffa ruvida, che puzza di rancio
furerie e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
è lo stato psicologico cui sono ridotti
(per una quarantina di mille lire al mese):
senza più sorriso,
senza più amicizia col mondo,
separati,
esclusi (in un tipo d’esclusione che non ha uguali);
umiliati dalla perdita della qualità di uomini
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).

Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!
I ragazzi poliziotti
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato,
appartengono all’altra classe sociale.
A Valle Giulia, ieri, si è così avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, cari (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi,
ai poliziotti si danno i fiori, cari. Stampa e Corriere della Sera, News- week e Monde
vi leccano il culo. Siete i loro figli,
la loro speranza, il loro futuro: se vi rimproverano
non si preparano certo a una lotta di classe
contro di voi! Se mai,
si tratta di una lotta intestina.

Per chi, intellettuale o operaio,
è fuori da questa vostra lotta, è molto divertente la idea
che un giovane borghese riempia di botte un vecchio
borghese, e che un vecchio borghese mandi in galera
un giovane borghese. Blandamente
i tempi di Hitler ritornano: la borghesia
ama punirsi con le sue proprie mani.
Chiedo perdono a quei mille o duemila giovani miei fratelli
che operano a Trento o a Torino,
a Pavia o a Pisa, /a Firenze e un po’ anche a Roma,
ma devo dire: il movimento studentesco (?)
non frequenta i vangeli la cui lettura
i suoi adulatori di mezza età gli attribuiscono
per sentirsi giovani e crearsi verginità ricattatrici;
una sola cosa gli studenti realmente conoscono:
il moralismo del padre magistrato o professionista,
il teppismo conformista del fratello maggiore
(naturalmente avviato per la strada del padre),
l’odio per la cultura che ha la loro madre, di origini
contadine anche se già lontane.

Questo, cari figli, sapete.
E lo applicate attraverso due inderogabili sentimenti:
la coscienza dei vostri diritti (si sa, la democrazia
prende in considerazione solo voi) e l’aspirazione
al potere.

Sì, i vostri orribili slogan vertono sempre
sulla presa di potere.
Leggo nelle vostre barbe ambizioni impotenti,
nei vostri pallori snobismi disperati,
nei vostri occhi sfuggenti dissociazioni sessuali,
nella troppa salute prepotenza, nella poca salute disprezzo
(solo per quei pochi di voi che vengono dalla borghesia
infima, o da qualche famiglia operaia
questi difetti hanno qualche nobiltà:
conosci te stesso e la scuola di Barbiana!)
Riformisti!
Reificatori!
Occupate le università
ma dite che la stessa idea venga
a dei giovani operai.

E allora: Corriere della Sera e Stampa, Newsweek e Monde
avranno tanta sollecitudine
nel cercar di comprendere i loro problemi?
La polizia si limiterà a prendere un po’ di botte
dentro una fabbrica occupata?
Ma, soprattutto, come potrebbe concedersi
un giovane operaio di occupare una fabbrica
senza morire di fame dopo tre giorni?
e andate a occupare le università, cari figli,
ma date metà dei vostri emolumenti paterni sia pur scarsi
a dei giovani operai perché possano occupare,
insieme a voi, le loro fabbriche. Mi dispiace.

È un suggerimento banale;
e ricattatorio. Ma soprattutto inutile:
perché voi siete borghesi
e quindi anticomunisti. Gli operai, loro,
sono rimasti al 1950 e più indietro.
Un’idea archeologica come quella della Resistenza
(che andava contestata venti anni fa,
e peggio per voi se non eravate ancora nati)
alligna ancora nei petti popolari, in periferia.
Sarà che gli operai non parlano né il francese né l’inglese,
e solo qualcuno, poveretto, la sera, in cellula,
si è dato da fare per imparare un po’ di russo.
Smettetela di pensare ai vostri diritti,
smettetela di chiedere il potere.

Un borghese redento deve rinunciare a tutti i suoi diritti,
a bandire dalla sua anima, una volta per sempre,
l’idea del potere.
Se il Gran Lama sa di essere il Gran Lama
vuol dire che non è il Gran Lama (Artaud):
quindi, i Maestri
– che sapranno sempre di essere Maestri –
non saranno mai Maestri: né Gui né voi
riuscirete mai a fare dei Maestri.

I Maestri si fanno occupando le Fabbriche
non le università: i vostri adulatori (anche Comunisti)
non vi dicono la banale verità: che siete una nuova
specie idealista di qualunquisti: come i vostri padri,
come i vostri padri, ancora, cari! Ecco,
gli Americani, vostri odorabili coetanei,
coi loro sciocchi fiori, si stanno inventando,
loro, un nuovo linguaggio rivoluzionario!
Se lo inventano giorno per giorno!
Ma voi non potete farlo perché in Europa ce n’è già uno:
potreste ignorarlo?
Sì, voi volete ignorarlo (con grande soddisfazione
del Times e del Tempo).
Lo ignorate andando, con moralismo provinciale,
“più a sinistra”. Strano,
abbandonando il linguaggio rivoluzionario
del povero, vecchio, togliattiano, ufficiale
Partito Comunista,
ne avete adottato una variante ereticale
ma sulla base del più basso idioma referenziale
dei sociologi senza ideologia.

Così parlando,
chiedete tutto a parole,
mentre, coi fatti, chiedete solo ciò
a cui avete diritto (da bravi figli borghesi):
una serie di improrogabili riforme
l’applicazione di nuovi metodi pedagogici
e il rinnovamento di un organismo statale. I Bravi! Santi sentimenti!
Che la buona stella della borghesia vi assista!
Inebriati dalla vittoria contro i giovanotti
della polizia costretti dalla povertà a essere servi,
e ubriacati dell’interesse dell’opinione pubblica
borghese (con cui voi vi comportate come donne
non innamorate, che ignorano e maltrattano
lo spasimante ricco)
mettete da parte l’unico strumento davvero pericoloso
per combattere contro i vostri padri:
ossia il comunismo.

Spero che l’abbiate capito
che fare del puritanesimo
è un modo per impedirsi
la noia di un’azione rivoluzionaria vera.
Ma andate, piuttosto, pazzi, ad assalire Federazioni!
Andate a invadere Cellule!
andate ad occupare gli usci
del Comitato Centrale: Andate, andate
ad accamparvi in Via delle Botteghe Oscure!
Se volete il potere, impadronitevi, almeno, del potere
di un Partito che è tuttavia all’opposizione
(anche se malconcio, per la presenza di signori
in modesto doppiopetto, bocciofili, amanti della litote,
borghesi coetanei dei vostri schifosi papà)
ed ha come obiettivo teorico la distruzione del Potere.
Che esso si decide a distruggere, intanto,
ciò che un borghese ha in sé,
dubito molto, anche col vostro apporto,
se, come dicevo, buona razza non mente…

Ad ogni modo: il Pci ai giovani, ostia!
Ma, ahi, cosa vi sto suggerendo? Cosa vi sto
consigliando? A cosa vi sto sospingendo?
Mi pento, mi pento!
Ho perso la strada che porta al minor male,
che Dio mi maledica. Non ascoltatemi.
Ahi, ahi, ahi,
ricattato ricattatore,
davo fiato alle trombe del buon senso.
Ma, mi son fermato in tempo,
salvando insieme,
il dualismo fanatico e l’ambiguità…
Ma son giunto sull’orlo della vergogna.

Oh Dio! che debba prendere in considerazione
l’eventualità di fare al vostro fianco la Guerra Civile
accantonando la mia vecchia idea di Rivoluzione?

5 novembre 2015 alle 18:02 Modifica

Proprio tornando a Roma da questa intervista francese, registrata a Parigi, Pasolini sentì l’esigenza della sua solita “notte brava” e adescò Pelosi dalle parti della Stazione Termini: prima lo portò a mangiare, in zona San Paolo, e poi si recò con lui dalle parti dell’Idroscalo di Ostia, per consumare un rapporto. Sarebbe stato il capolinea tragico (e prevedibile) di una vita che ormai trasudava angoscia e sintomi di sofferenza psicotica. Pasolini era irriconoscibile negli ultimi tempi, anelava all’auto-distruzione, al “suicidio per delega”. Molti amici ne avevano preso le distanze, e non per l’omosessualità – nota da sempre – ma per la condotta discutibile e la vita pericolosa. L’intervista qui riprodotta rende benissimo l’idea di un uomo a disagio, imbruttito dalle ossessioni, accerchiato dagli eventi e ormai incapace di dominarli. Aveva una natura sostanzialmente cattolica e piccolo-borghese, ben rappresentata dal tono di voce esile e quasi infantile (in contrasto con la violenza sadomasochistica che poteva afferrarlo nei raptus privati), e questa natura da “brava persona” si vendica degli “scandali” da lui stesso cercati e procurati, per combatterla in sé, e si vendica facendolo deragliare dai binari della lucidità, sia pure di un lume normativo elementare. Prova ne siano le banalità e i luoghi comuni che, con sorriso indisponente, blatera durante l’intervista. Parla del piacere di essere “scandalizzati” a cui il borghese rifiuta di abbandonarsi, cose trite e ritrite fin dall’alba dell’arte moderna, e lo dice in riferimento alle oscenità e alle perversioni di un film tutto sommato mediocre come “Salò” (così come “Il fiore delle Mille e una notte” aveva chiuso male la Trilogia della vita). Erano i culi e le tette di una malriuscita e malvissuta “pornografia d’autore” gli strumenti del colossale scandalo con cui voleva mettere a rogo le mediocrità della borghesia italiana? Il cineasta non era davvero più in grado di reggere il passo al polemista corsaro…

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5 novembre 2015 alle 16:20 Modifica

Di Stefano Paolo

Pagina 31 (11 maggio 1993) – Corriere della Sera
Pasolini nemico del popolo

nel libro ” attraverso Pasolini ” che sta per uscire da Einaudi, Franco Fortini ricorda le polemiche con Pasolini. molti anni dopo la loro tempestosa amicizia, il critico ripete accuse lontane: ” fu un narcisista ” . la replica di Andrea Zanzotto

“Grande poeta ma insopportabile moralista”: Fortini ricorda le polemiche con Pier Paolo TITOLO: Pasolini nemico del popolo “Sa fare tante cose, ma non la più importante: stare zitto”. Molti anni dopo la loro tempestosa amicizia, il critico ripete accuse lontane: “Fu un narcisista”. “Non è vero” replica Andrea Zanzotto “Il discorso delle lucciole non era solo una bella predica, era la denuncia del reale degrado italiano” – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – “Non voleva mai perdere; perché si sapeva perduto”. Chi era costui? Era il signor Pasolini, “autore di poesie che ammiriamo”. Sulle tracce di vecchi e nuovi interventi, di lettere inedite e già note, postillate e riprese a distanza di anni, Franco Fortini ha ripercorso la storia di una vecchia e per nulla pacifica amicizia, ricavandone un libro, “Attraverso Pasolini” (che uscirà fra pochi giorni da Einaudi, pagg. 258, lire 24.000). “Molte cose Pasolini sa fare”, scrive Fortini, “non la più importante per lui: che sarebbe di stare un po’ zitto”. Pasolini nemico del popolo: “Egli lo è e più di quasi tutti i poeti italiani viventi messi insieme e più seriamente dei più reazionari poeti italiani viventi . che non sono pochi . perché è probabilmente l’ unico a sapere in senso profondo che cosa significhi essere nemico del popolo”. Un atto d’accusa, spietato e insieme sofferto: parole come pietre, quelle di Fortini, secondo cui il difetto intellettuale piu’ grave di Pier Paolo fu l’incapacità a distinguere tra moralità e moralismo. Moralità : “tensione a una coerenza fra valori e comportamento; e coscienza del disaccordo”. Moralismo: “errore di chi nega debbano o possano esistere valori o comportamenti altri da quelli che la moralità ha presenti in un momento dato”. E ancora, nel ‘ 68, dopo la celebre poesia pasoliniana contro gli studenti borghesi, scrive Fortini: “Con l’ impeto della tua genialita’ si possono fare molte e bellissime cose. Ma non si può fare quella sola che permette di uscire dall’estetismo verso la storia e la politica: la rinuncia reale, non verbale, al monologo e ai piaceri del narcisismo”. Insomma, un’altra, decisa, esortazione al silenzio. “Pasolini . aggiunge Fortini, continua ad accusare gli altri di moralismo: specie quelli in cui avverte una tendenza al rigore. Per esempio, tuona contro i “Quaderni piacentini”, che gli appaiono macchiati di moralismo, troppo austeri, ascetici quasi. Il Pci si oppone per lui all’ immagine di una congregazione sacerdotale: da qui la sua simpatia. Io stesso sono stato bollato come moralista da Pier Paolo, spesso a ragione, poiché a volte sono stato incapace di immaginare l’ esistenza di ordini e di ubbidienze diverse”. Un’ ammissione: il rifiuto pregiudiziale di “ogni sorta di dongiovannismo poetico e ideologico”. Quello stesso “dongiovannismo immoralista” che secondo Fortini ha, in Pasolini, radici nietzschiane e gidiane e secondo cui “la moralita’ consiste nell’ andare al di sopra del gregge e nell’ accettare una totale autonomia, un’ obbedienza totale al de’ mone”. Pasolini “nemico del popolo”, dunque. Andrea Zanzotto, l’ “ultimo petrarchista impazzito” (cosi’ lo defini’ Pasolini nel 1964), non e’ d’ accordo: “Credo che quando parlava di moralismo Pasolini alludesse a ogni tipo di pedagogia giudicatoria, per esempio a quella di Fortini. La pedagogia pasoliniana era molto più fluida, dilaniata tra la necessità di innovare i canoni etici e l’ impossibilita’ di farlo, per le norme imposte da una società in cui lui stesso, sia pure recalcitrando e con rabbia, si sentiva impelagato”. Non nega, Zanzotto, che in Pasolini rimanesse un residuo di vecchio moralismo, un moralismo di stampo cattolico, derivante dai sensi di colpa legati alla sfera sessuale. Il dissidio con Fortini? “Fortini è un poeta vero, anche se censura radicalmente la sfera dell’eros e le sue manifestazioni. Per Pasolini questo era invece un momento centrale anche in ambito pedagogico: il mito greco del maestro legato agli allievi da una tensione erotica, per quanto non si sia mai manifestato nella pratica dell’ insegnamento”. Ma che c’ entra tutto questo con lo scrittore, con il poeta, con il polemista? Secondo Zanzotto, il “praeceptor Italiae” prosegue il “maestro mirabile” della scuoletta furlana di Casarsa. “Non mi pare pero’ che per esempio l’ intervento sulle lucciole si possa definire moralista: l’ allarme per la scomparsa degli insetti era una bella metafora del degrado. Era una denuncia che fondava le sue ragioni nei cambiamenti di quel tempo, era una constatazione dolente del venir meno dello spirito della terra. La stessa polemica sulla modernizzazione della lingua italiana era un semplice rilevamento di dati: nessuna deprecazione”. E come la mettiamo con l’ opposizione populista tra studenti ribelli e piccolo borghesi da una parte e poliziotti proletari dall’altra? “Qui viene fuori l’ oscillazione del suo spirito pedagogico: e’ un Pasolini con la bacchetta in mano. D’altra parte, molti vedevano un paradosso nel fatto che le novità provenissero dalla fantasia squinternata di un ceto borghese come quello studentesco. La costante di Pasolini era il rifiuto degli slogan e dei luoghi comuni, la forte spinta a differenziarsi rispetto alle parole d’ ordine: l’ esigenza di salvaguardare un proprio margine eretico. La moralità di Pasolini sta nel continuo sforzo di allargare i limiti dell’ etica tradizionale, in modo che molte delle inutili oppressioni cui è sottoposto l’uomo venissero attenuate”. Moralismo astratto e tetro? Incapacità di intravedere le ragioni degli altri? Narcisismo, forse. Dice Zanzotto: “Teoricamente ha ragione Fortini quando sottolinea l’ esigenza di uscire dal proprio narcisismo per entrare nel fare della politica e della storia. Pero’ Fortini dimentica che in pratica molti diventano salvatori degli altri proprio dando sfogo al proprio narcisismo. Il nostro secolo e’ pieno di innumerevoli Masanielli. La forza di uscire da se stessi? Non si sa mai dove può portare. Si pensi a Fidel Castro: sembra quasi impossibile che non percepisca la propria superfluità . L’etica di Fortini tende a confondersi con l’ ideologia, c’ e’ in lui un residuo di paleocoerenza che certo non può andare d’ accordo con la continua ricerca pasoliniana di una coerenza che rispecchi i cambiamenti e i paradossi in atto. La pedagogia di Pasolini ha sempre molte virgolette, quella di Fortini ne fa a meno”. Pasolini immolato sull’altare delle proprie contraddizioni, non ultima quella tra lo scrittore e il regista cinematografico, immerso nel gorgo di quegli strumenti del capitalismo che egli stesso mostrava di aborrire in nome di un’ innocenza primitiva. La crescita del senso di colpa, di una “depressione appena dissimulata”, proveniente dalla consapevolezza dell’ invecchiamento, tanto più dolorosa per una psicologia omoerotica come quella pasoliniana, sono temi ricorrenti in chi guarda a posteriori la figura dell’ amico o dell’ avversario ideologico. Come Lucio Colletti: “Quel che non ho mai condiviso e’ il suo atteggiamento verso la modernità , che lui contrapponeva alla società contadina. In una cultura proiettata verso il progresso e lo sviluppo, Pasolini si allineava da una parte con le posizioni tradizionali della Chiesa, dall’ altra con le istanze populistiche della sinistra e con il suo rifiuto a misurarsi con le regole industriali. Da qui la retorica del solidarismo, l’odio antiborghese, il populismo: posizioni assurde e anacronistiche”. Moralismo e moralità ? Il binomio proposto da Fortini viene accolto senza riserve da un teologo come Sergio Quinzio: “Mi pare che molti interventi di Pasolini non fossero dettati da un senso di moralità ma da un atteggiamento moralistico, incapace di problematizzare: per esempio, la sua immagine dei ragazzi di borgata era legata ai cliché correnti nella cultura marxista del suo tempo, ma anche a una vecchia tradizione cattolica priva di tensioni. Ecco, direi che il contrasto in Pasolini non riesce a farsi tensione tra valore e comportamento”.

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Marco Onofrio “Da Omero all’e-book. Le tecnologie linguistiche e i loro riflessi sulla cultura”, Parte II

Evgenia Arbugaeva Weather_man

Evgenia Arbugaeva Weather_man

Alla metà del ‘400 data l’inizio della  “galassia Gutenberg”, con l’invenzione della stampa a caratteri mobili. Se la scrittura trasferiva le parole dal mondo del suono a quello dello spazio visivo, la stampa le fissa definitivamente in questo spazio. Le parole stampate sono nitide, regolari, inevitabili, più facilmente leggibili. Ciò che è stampato diventa con ciò stesso fededegno, nella misura in cui tendenzialmente veritiero e “autorevole”. Il passaggio dal manoscritto al libro stampato segna il primo atto della “riproducibilità tecnica” della cultura. Prima di allora le edizioni erano manoscritte (da copisti, ma anche per mano dell’autore), e il libraio nella sua bottega – lo “scriptorium” – provvedeva a far trascrivere copie su ordinazione dell’originale. Il numero dei manoscritti era molto basso, la produzione lenta, il costo altissimo. D’altra parte la domanda era limitata, doveva rispondere alle esigenze di una casta culturalmente egemone ed endogamica (gli umanisti e i loro mecenati). La cultura era comunicazione interna fra “addetti ai lavori”: mittente e destinatario appartenevano alla medesima élite.

Albrecht Durer ex-libris 1516

Albrecht Durer ex-libris 1516

Con l’invenzione della stampa nasce la figura dell’editore-stampatore, d’ora in poi medium determinante (mai neutro) fra autore e lettore. L’editore deve vivere del proprio lavoro, ha dunque tutto l’interesse che i libri vengano acquistati e letti da un sempre maggior numero di persone. I lettori potenziali rappresentano un mercato da conquistare. C’è una domanda, cui occorre conformare l’offerta del prodotto tipografico. Anche se i maggiori utenti di libri restano chierici e umanisti (per i quali si stampano opere in latino), una notevole produzione comincia ad essere destinata a più larghe fasce di pubblico, i laici al di fuori dell’élite. Molti autori (i cosiddetti “poligrafi”), inaugurando forme più fluide e disinvolte di lavoro intellettuale, operano proficuamente, in simbiosi con gli editori, nella divulgazione della cultura “alta”, ma anche nella produzione di un’offerta agile, pensata e scritta apposta per rispondere al gusto degli “incolti”. È un fenomeno che contribuisce a normalizzare l’uso anche scritto del volgare. La stampa in volgare ha particolare sviluppo nell’Europa del Nord, dove viene utilizzata, come più efficace strumento di propaganda, dai movimenti politici e religiosi, ad esempio il protestantesimo. In Italia, invece, autori e stampatori continuano per molto tempo a scrivere e pubblicare soprattutto per l’élite culturale.

cardini cervo_unicorno

cardini cervo_unicorno

Lo sviluppo della stampa è rapido e progressivo (nel ‘500 le tirature si contano già sull’ordine delle migliaia di copie) e comporta alcuni fenomeni “collaterali”:

–  il libro costa molto meno del manoscritto: finché era prodotto a mano dal copista, come manufatto singolo, aveva un prezzo insostenibile per l’uomo comune eventualmente alfabetizzato e interessato all’acquisto;

–  di conseguenza, la produzione di libri in serie a costo accessibile permette alla cultura di abbracciare un pubblico enormemente più vasto di quello raggiungibile con i manoscritti;

– la stampa promuove in tutta Europa un vasto fenomeno di alfabetizzazione e di nuovo interesse per la cultura;

– l’editoria inserisce la cultura nel meccanismo economico, quindi la rende soggetta alle leggi di mercato;

–  l’editoria fa nascere un nuovo lettore, che a sua volta la sostiene e ne assicura il successo;

– la stampa elimina le incertezze e le idiosincrasie dei manoscritti, contribuendo alla standardizzazione delle lingue volgari.

Starry_Night by Eugeal

Starry_Night by Eugeal

La stampa, inoltre, trasforma le modalità della lettura, che da pubblica e orale diventa privata e silenziosa. All’epoca dei manoscritti, pochi di numero e poco maneggevoli, la lettura era ancora l’attività sociale di un soggetto che legge ad alta voce dinanzi a un uditorio (il predicatore dal pulpito, il banditore che proclama gli editti, il poeta che recita i suoi versi); i libri stampati, invece, sono numerosi e maneggevoli: chiunque può procurarsene una copia e, se lo può fare, leggerla in disparte. Tuttavia «anche dopo l’introduzione della stampa, la testualità raggiunse solo gradualmente il posto che oggi occupa all’interno delle culture nelle quali la lettura è soprattutto silenziosa (…) ancora per tutto il corso del XVIII secolo, molti testi letterari, anche se composti per iscritto, erano comunemente destinati ad essere recitati in pubblico, in origine dall’autore stesso. Leggere ad alta voce in famiglia o in altri piccoli gruppi era un’attività ancora comune all’inizio del XX secolo» (Ong).  Per questo molti autori, fino al Romanticismo, si esprimono, scrivendo, secondo una retorica basata ancora sull’oralità, come in vista di una pubblica lettura. Il lettore è un orecchio che ascolta più che uno sguardo che legge. Soltanto nel corso dell’Ottocento, con l’ulteriore sviluppo massificato della stampa, l’autore acquisisce una mentalità tipografica che lo porta a dialogare con lo spazio bianco del foglio (equivalente al silenzio), utilizzandolo in funzione espressiva. La stessa ricerca della “poesia pura” che sostanzia tanti sviluppi poetici del Simbolismo europeo, deriva secondo Ong «dal senso dell’autonomia dell’espressione della scrittura e, ancora più, dal senso di chiusura creato dalla stampa».

Ardengo Soffici Chimismi

Ardengo Soffici Chimismi

Il genere orale dell’epica lascia il passo al genere scritto del romanzo borghese, sempre più soggettivo e introspettivo, tipico frutto della cultura tipografica e della nuova coscienza che essa ha contribuito a sviluppare. Alle soglie del Novecento l’imponente sviluppo scientifico e tecnologico consente una sempre più sofisticata e precisa riproducibilità dell’opera d’arte (Benjamin), la quale si emancipa definitivamente dalla dimensione del “rito”. Con la possibilità di una fruizione potenzialmente infinita, l’arte perde l’antico valore cultuale, l’“aura”, l’unicità dell’“hic et nunc”. L’esperienza estetica si decontestualizza dall’evento originario che l’ha prodotta. Il rito collettivo viene parcellizzato in una serie continuativa di fruizioni solitarie. Non ha più senso parlare di “originale”, in quanto le copie sono prodotte meccanicamente in serie, su scala industriale, e tutte perfettamente identiche. L’arte diventa merce, creata per stimolare e soddisfare i bisogni e i sogni delle masse: nasce l’industria culturale. Mass media come radio e televisione importano tecnologie linguistiche “avvolgenti” che rendono passivo il fruitore, riportando in auge la dimensione orale e, per certi versi, quella magica delle epoche remote. La televisione è una “scatola radiofonica” che ha in più il beneficio pittografico delle immagini, profuse a getto continuo: una sorta di totem luminoso (il nuovo focolare delle famiglie) che ipnotizza l’attenzione dello spettatore, sostituendosi al suo pensiero. Quale miglior strumento per plasmare e controllare i voleri delle masse? Anche l’avvento del cinema (e di Hollywood come “fabbrica dei sogni”) modifica profondamente l’immaginario collettivo, le strutture percettive, i linguaggi della comunicazione e della ricerca artistica. I romanzi non saranno più gli stessi, dopo la diffusione mondiale dei film e l’assimilazione del montaggio e del ritmo cinematografico. Enormi cambiamenti nei processi di elaborazione semiotica dei linguaggi e di interpretazione semantica della “realtà” produce, fra l’altro, l’oceano di carta stampata (tabloid, rotocalchi, fotoromanzi, etc.) che inonda ogni giorno il pianeta, specialmente nella seconda metà del Novecento, fino alla soglia degli anni ’80.

The_Scream___Eugeal_version_by_Eugeal

The_Scream___Eugeal_version_by_Eugeal

L’ultima fase è quella che stiamo ancora vivendo. Il computer di massa, completando l’opera pervasiva svolta per decenni dalla televisione, giunge negli anni ’90 (dopo l’incubazione dei prototipi ad uso militare) a produrre la maggiore rivoluzione antropologica – nelle tecnologie dei linguaggi ma anche nelle abitudini quotidiane – dai tempi della stampa di Gutenberg. La diffusione mondiale del personal computer ha segnato l’avvento della terza rivoluzione industriale e – grazie alle incommensurabili potenzialità democratiche di Internet, senza cui questo blog non potrebbe esistere – della società a informazione globalizzata. Tutta la storia e tutta la cronaca del mondo sono simultaneamente a disposizione di ogni internauta: basta un clic. Il computer ha trasformato per sempre (in meglio) il modo di scrivere e di comporre “in fieri” l’architettura delle frasi digitate sullo schermo. Si è sveltito, ottimizzandosi, il lavoro nelle redazioni dei giornali, nelle case editrici, nelle tipografie. Intere biblioteche possono essere contenute e trasmesse in minuscoli dispositivi elettronici. Telefonini cellulari, iPhone, iPod, tablet, book reader e altri accessori, in continua evoluzione e rapidissima obsolescenza, completano il bagaglio iper-tecnologico dell’uomo contemporaneo; ma la “disponibilità totale” dei linguaggi e dei testi aumenta di pari passo il pericolo della loro dispersione entropica, con il conseguente indebolimento progressivo delle segnaletiche utili per orientarsi nel “labirinto”. I codici cambiano più velocemente di quanto impieghiamo ad impararli: essere up to date impone un aggiornamento continuo e compulsivo, parallelo a quello dei dispositivi. La storia si è accelerata a tal punto che sembra ferma: tutto è in rapidissima evoluzione. Il libro cartaceo è già stato affiancato dall’e-book e (forse?) rischia di esserne soppiantato. Siamo nel pieno di una rivoluzione culturale della quale non possiamo fino in fondo valutare gli scenari e gli sviluppi. Le grandi predizioni sono ormai fuori portata: ci è concesso, al più, di navigare a vista.

Marco Onofrio  

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Marco Onofrio “Da Omero all’e-book. Le tecnologie linguistiche e i loro riflessi sulla cultura”, Parte I

il trucco è un sistema linguistico

il trucco è un sistema linguistico

Il linguaggio umano è una funzione istintiva che asseconda strutture logiche innate e circuiti di “grammatica universale” endogeni alla fisiologia stessa del cervello. Ma è una funzione che, d’altra parte, diventa acquisita, artificiale, “culturale”, se inquadrata su un piano evolutivo superiore, laddove le capacità linguistiche – svincolandosi dagli impulsi basilari della sopravvivenza – raggiungono livelli anche estremamente raffinati (filosofia, poesia, scienza, etc.). L’individuo è predestinato a parlare e a scrivere; però non lo farà se non stimolato da una comunità sociale, inevitabilmente determinata sul piano storico, che ne formi e ne plasmi anche il pensiero, oltre che il modo di comunicarlo. La vocazione linguistica deve veicolarsi ad una lingua, cioè a un sistema convenzionale di simboli uditivi volontariamente prodotti.

La lingua è una tecnologia per “abitare il mondo”, depotenziandone i rischi e trasformandolo – situazione dopo situazione – in “ambiente” riconoscibile. Ogni lingua offre la possibilità creativa di articolare, maneggiare e dominare il pensiero cosciente, che in realtà è inseparabile dal linguaggio: quando pensiamo lo facciamo comunque in una lingua, attraverso un flusso di parole silenziose. Ogni parola è l’etichetta sonora di un concetto. Il pittogramma e l’ideogramma sono tecnologie linguistiche di “sintesi”: hanno una capacità analitica minore di quella che garantisce la scomposizione alfabetica dei suoni. L’invenzione dell’alfabeto, 3500 anni or sono, rappresenta la prima grande rivoluzione tecnologica a diretto impatto cognitivo: il suono della lingua, condensato nella forma visiva di un segno convenzionale, allarga notevolmente gli orizzonti della conoscenza e la capacità di incidere nel mondo. L’uomo ratifica così il proprio destino di “animale simbolico”, gettando le basi per la conquista progressiva dei regni della natura. Ai tempi biologici si sovrappone l’emersione prepotente dei tempi storici: sorgono, e vengono in seguito “statuite”, le culture propriamente dette.

Moderno, Make up iperrealista

Moderno, Make up iperrealista

Furono i greci a sviluppare il primo alfabeto completo e universale, provvisto anche di vocali. L’alfabeto greco ebbe particolare successo perché più di ogni altro si dimostrava in grado di riprodurre in astratto il suono, traducendolo in equivalenti visivi. Questo, secondo Walter Ong, favorì lo sviluppo del pensiero analitico in Occidente. Infatti, cominciando a interiorizzare la tecnologia della scrittura, i greci videro evolvere il loro pensiero nella direzione che di solito consegue al passaggio dall’oralità alla scrittura. Quando ciò avviene, la codificazione e la conservazione del sapere non si servono più della memoria: la mente si libera dall’incombenza di dover ricordare (dacché il testo scritto è consultabile all’infinito) e quindi può volgersi a pensieri nuovi, più astratti, liberi, originali. Muta la Weltanschauung dell’uomo: la scrittura separa il soggetto dall’oggetto della conoscenza, «permette un’introspezione sempre più articolata, e come mai avvenne prima apre la psiche non solo al mondo esterno e oggettivo, separato da essa, ma anche all’io interiore di fronte al quale il mondo oggettivo si pone» (Ong). Leggere significa vedere, e vedere significa essere di fronte, distanziati da ciò che si guarda. Il suono, invece, «giunge simultaneamente da ogni direzione: chi ascolta è al centro del proprio mondo uditivo, che lo avvolge facendolo sentire immerso nelle sensazioni e nell’esistenza stessa» (Ong). La civiltà orale, infatti, è partecipatoria e magica: concepisce il mondo come fenomeno continuo, con al centro l’uomo che ne è “ombelico” senziente. Essa trova difficoltà a separare l’oggetto dal soggetto della percezione, a concepire cioè un pensiero analitico anziché totalizzante, astratto anziché situazionale, neutro anziché agonistico.

Elsa Martinelli, 1967 trucco tricolore

Elsa Martinelli, 1967 trucco tricolore

Platone intrattiene un rapporto ambiguo con la scrittura: da un lato, nel “Fedro” e nella “Settima Lettera”, la biasima in quanto colpevole dell’indebolimento della memoria e incapace di rispondere (se interrogata, infatti, “maestosamente tace”); dall’altro ne sostiene implicitamente le sorti, sia quando sceglie di redigere in forma scritta queste obiezioni, sia quando bandisce i poeti dalla sua Repubblica ideale, poiché compiono una mimesi di secondo grado, realizzando “copie di copie” delle idee. E non solo: Platone condanna l’effetto della poesia come perniciosa “paralisi del pensiero”, un veleno psichico fuorviante per la conoscenza delle cose quali realmente sono. I poeti impiegano effetti acustici che confondono l’intelligenza di chi ascolta. Dunque i filosofi, non i poeti, debbono stare al centro del progetto educativo ellenico. In realtà, i poeti che Platone poteva conoscere sono gli ultimi rappresentanti dell’antico mondo orale e mnemonico, ormai in procinto di lasciare il passo al nuovo mondo analitico e astratto della scrittura, di certo più congeniale all’iperuranio immobile delle Idee. Secondo Ong, «Platone non era consapevole che questa sua antipatia per i poeti era in realtà rivolta all’antica economia cognitiva orale (…). Egli provava questa antipatia poiché viveva in un’epoca in cui l’alfabeto cominciava appena ad essere sufficientemente interiorizzato da influenzare il pensiero greco, compreso il suo». La poesia arcaica greca non è ancora “arte” e “letteratura”, ma necessità politica e sociale: serve a formare e integrare l’individuo nel contesto della collettività. Il “genio greco” si è formato nella dimensione orale, ed è cresciuto sui principi acustici e ritmici che sfruttano la tecnica dell’eco come espediente mnemonico. Aedi e rapsodi custodiscono e tramandano la paideia ancestrale comunitaria: i racconti di antenati ed eroi veicolano un’enciclopedia di valori e conoscenze, in pratica tutto il sapere di un’epoca, attraverso cui può rafforzarsi la coesione del gruppo sociale. La Grecia emerge all’alba della Storia solo dopo la trascrizione alfabetica delle opere di Omero ed Esiodo. La scrittura favorisce il passaggio dal pensiero mitico al pensiero razionale.

Andy-Warhol-painting

Andy-Warhol-painting

Nell’antica Roma il latino scritto è una formalizzazione letteraria che si distanzia, anche molto, dalle caratteristiche del parlato vivo, il cosiddetto “latino volgare”. È attraverso l’azione abrasiva di quest’ultimo che ha modo di emergere, con effetto retroattivo, il substrato linguistico su cui il latino si è imposto, regione dopo regione, nel processo di espansione unificante dell’impero. Con il declino dell’impero anche l’unità linguistica ufficiale si frammenta nei rivoli delle lingue romanze, a partire dalla pragmatica orale del latino: di una lingua, cioè, che già da secoli si è viepiù diversificata nello spettro delle sue varietà geografiche. Il latino cessa di funzionare come lingua viva e sopravvive come lingua di alta cultura, scritta e parlata dai chierici di tutta Europa. Il latino colto del Medioevo è ormai una lingua “astratta”, completamente dominata dalla scrittura, e rappresenta il contesto più adatto da cui far nascere il mondo della Scolastica e, successivamente, la scienza moderna. Nel frattempo si vanno sviluppando in parallelo, con dignità autonoma e risultati talora altissimi, le varie letterature romanze.

Marco Onofrio (Roma, 11 febbraio 1971), poeta e saggista, è nato a Roma l’11 febbraio 1971. Ha pubblicato 22 volumi. Per la poesia ha pubblicato: Squarci d’eliso (Sovera, 2002), Autologia (Sovera, 2005), D’istruzioni (Sovera, 2006), Antebe. Romanzo d’amore in versi (Perrone, 2007), È giorno (EdiLet, 2007), Emporium. Poemetto di civile indignazione (EdiLet, 2008), La presenza di Giano (in collaborazione con R. Utzeri, EdiLet 2010), Disfunzioni (Edizioni della Sera, 2011), Ora è altrove (Lepisma, 2013), Ai bordi di un quadrato senza lati (2015). La sua produzione letteraria è stata oggetto di presentazioni pubbliche presso librerie, caffè letterari, associazioni culturali, teatri, fiere del libro, scuole, sale istituzionali. Alle composizioni poetiche di D’istruzioni Aldo Forbice ha dedicato una puntata di Zapping (Rai Radio1) il 9 aprile 2007. Ha conseguito finora 30 riconoscimenti letterari, tra cui il Montale (1996) il Carver (2009) il Farina (2011) e il Viareggio Carnevale (2013). È intervenuto come relatore in presentazioni di libri e conferenze pubbliche. Nel 1995 si è laureato in Lettere moderne all’Università “La Sapienza” di Roma, discutendo una tesi sugli aspetti orfici della poesia di Dino Campana. Ha insegnato materie letterarie presso Licei e Istituti di pubblica istruzione. Ha tenuto corsi di italiano per stranieri. Ha partecipato come ospite a trasmissioni radiofoniche di carattere culturale presso Radio Rai, emittenti private e web radio. Ha pubblicato articoli e interventi critici presso varie testate, tra cui “Il Messaggero”, “Il Tempo”, “Lazio ieri e oggi”, “Studium”, “La Voce romana”, “Polimnia”, “Poeti e Poesia”, “Orlando” e “Le Città”.

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Giorgina Busca Gernetti SEI POESIE tratte da “Echi e sussurri” (2015) Commento di Marco Onofrio

raffigurazione dei misteri eleusini

raffigurazione dei misteri eleusini

Giorgina Busca Gernetti è nata a Piacenza, si è laureata con lode in Lettere Classiche all’Università Cattolica del Sacro Cuore  di Milano ed è stata docente di Italiano e Latino nel Liceo Classico di Gallarate (Varese), città dove tuttora vive. Ha studiato pianoforte nel Conservatorio di Piacenza. Pur avendo composto poesie fin dall’adolescenza, ha iniziato tardi a renderle note. Ha pubblicato i libri di poesia Asfodeli (1998), L’isola dei miti (1999), La luna e la memoria (2000), Ombra della sera (2002), La memoria e la parola (2005), Parole d’ombraluce (2006), Onda per onda (2007), L’anima e il lago (2010, con rassegna critica 2012²), “Amores” (2014); “Echi e sussurri” (2015). Inoltre ha scritto il saggio su Cesare Pavese Itinerario verso il 27 agosto 1950 (in “Annali del Centro Pannunzio 2009; in estratto 2012) e i racconti Sette storie al femminile (in “Dedalusn.1, 2011; in estratto 2013).

Saffo

Saffo

Giorgina Busca Gernetti è una “sognatrice dell’essere” che cerca l’eterno nel tempo, e questo è il movimento del suo sguardo: inseguendo la chioma della sua stella, affonda gli occhi in cielo e scopre l’iridescente complessità che innerva ogni atomo del mondo. Le materie e le energie innumerevoli della totalità – orizzonte sempre irraggiungibile – vengono da lei articolate sotto forma di scansione puntuale dei singoli portati, cioè di analisi infinitesime delle sfumature, di appercezione dei passaggi nevralgici, di lettura delle soglie critiche, e così ricondotte – attraverso le innumerevoli stratificazioni dello sguardo – ad essere poesia, nella condensazione eidetica ed epistemica dell’esperienza che il percorso delle sessantaquattro composizioni raccolte in questa nuova silloge (Polistampa, 2015, pp. 120, Euro 10) svolge e racchiude, a mo’ di sintesi esemplare.

gioco della palla pittura parietale stile pompeiano

gioco della palla pittura parietale stile pompeiano

Il segnacolo di questo percorso è già nel titolo. Gli echi ci introducono al cosmo dell’“eterno ritorno”, ovvero a un’idea fondamentale di immutabilità ciclica nell’impermanenza. C’è un residuo ontologico al fondo del perenne divenire, per cui «tutto scorre come un fiume», ma ciò che è accaduto è incancellabile (neanche Dio può far sì che non sia accaduto): resta e ritorna per sempre. I sussurri alludono alla vocazione linguistica (tra lo svelarsi semiotico e il ritrarsi simbolico) del reale, per cui tutto comunica incessantemente, liberando l’essenza del proprio essere ed emettendo il segnale della sua presenza, nella conferma temporale dello spazio. Il vento, ad esempio, è «affabulante», racconta le fatiche degli uomini, la sofferenza eterna della vita. E le stelle sono «trama di miti / intessuta d’eterno»: linguaggio cifrato di «segni arcani» che «effondono una casta / ineffabile quiete» e, insieme, un brivido di orrore. Il presupposto della poesia è la disposizione all’ascolto. Occorre raggiungere il silenzio, cioè staccarsi dalle sovrastrutture, gli inganni, le false voci dell’io. Svuotarsi delle interferenze. Trasformarsi in «orecchi che ascoltano», come scrive Rilke citato in apertura di libro: solo così è possibile ritrovare la «traccia infinita» del «Dio perduto». Il silenzio, in realtà, è pieno di magie segrete da sfogliare come infiorescenze, «voci impercettibili», brividi, fremiti, riverberi. Il silenzio parla e sussurra con le «mute vibrazioni del tempo» che il poeta percepisce e raccoglie, iniettandole dentro le parole. Ecco perché il percorso poetico nasce dalla notte (“Fiori della notte” si intitola la prima sezione) intesa come spoliazione, sprofondamento, varco per raggiungere l’essenza. La notte è sacra, è madre, è amica. La poetessa aspira ad annullarsi nel suo alveo originario, in guisa di regressione uterina: «Accoglimi nel seno / del tuo corpo materno, sacra notte». La notte, inoltre, è un simbolo spirituale che esprime, suggestivamente, un’ascesa dentro la discesa: occorre affrontare e attraversare l’ombra per placare le «tenebre dell’anima», poiché «solo nel buio» può spalancarsi la radura luminosa dell’essenza. È nel buio, peraltro, che «germina il seme»: «la gemma nel buio / la vita dalla morte attende». Impossibile rinascere, se prima non si è disposti a morire. Giacché la realtà è impastata di metamorfosi, è un caleidoscopio di energie impegnate nella trasmutazione eterna della materia. La “machina” del divenire è come la bocca di un’immensa impastatrice che tutto rimescola incessantemente: «Tutto trascorre dalla vita a morte / da morte a vita forse in altra forma» in un ritmo cosmico di «vita e morte, rinascita e ancor morte», come il ciclo delle stagioni. Al centro di questa metamorfosi c’è il Logos, il plesso nodale che raccorda le energie e il raggio multiverso delle loro direzioni. È la divina necessità: «la mole / che grava sulle cose», le regge da dentro e le fa andare come devono. La stessa forza per cui nella clessidra i «granelli di sabbia non si fermano. / Non c’è parola magica / per interrompere quel flusso tragico / della vita che fugge inesorabile». Lo sguardo del poeta funge da raccordo olistico tra le figure del nascente che sorgono («tenera foglia danzante nel vento»; «parola che sboccia»; «vibrante a nuova vita») e quelle moriture che scompaiono («Si sta spegnendo quella luce fioca»; «eco vanescente»): le ricompone in superiore armonia dialettica, oltre il conflitto dei loro contrari.

ORFEO e EURIDICE rilievo Napoli

ORFEO e EURIDICE rilievo Napoli

La lirica di Giorgina Busca Gernetti ha incisa, negli apici del suo “entusiasmo” panico e del suo ardore creativo, una radice “epica”, di apertura cosmica e meditazione metafisica, che utilizza la parola per consentire alle cose di manifestarsi, di incarnarsi in suono. Il mondo appare alle parole in ragione della loro capacità di circoscrivere “un” mondo, anzi: di farsi mondo. Le cose salgono vivide dalla pagina poiché distillate dopo lunga macerazione e raccolte nel pieno della loro maturità. È un tipo di canto che raggiunge la potenza delle sue visioni attingendole da una sorgente arcana e profonda, dimorante nei pressi dell’Essere, oltre la soglia dei sentieri fallaci, il rumore delle chiacchiere, la crosta delle inutili apparenze. Sfondare la superficie significa addentrarsi nel regno polisemico della complessità, senza dirimerne le aporie o fugarne le ambivalenze. Cade per conseguenza la barriera divisoria tra dentro e fuori, ricordo e sogno, soggetto e mondo. È allora che, da lì in poi, si esplora il buio. Si affrontano baratri. Si percepiscono misteri. Si raccolgono sgomenti. Il fuoco mentale è uno specchio interiore che rende traslucido lo sguardo e dona la forza di sfiorare corde profondissime, per musiche sublimi. Le cose “ascendono” nel canto del poeta, sorgono nel suono illuminate. In questo libro si celebra ampiamente la potenza trasfigurante del canto, che il poeta non inventa a capriccio, ma raccoglie dal cuore stesso delle cose, e ascolta, e trascrive con fedeltà necessaria, come sotto dettatura, impossibilitato a fare altrimenti. La musica «nasce nell’animo» come un «soffio divino» che «sfiora labbra ridenti». Il poeta deve abbandonarsi confidente al cuore delle cose, se vuole che esse gli porgano il cuore – per confidenza, per sovrabbondanza di energie.

DocHdl1OnPTRtmpTargetSi avverte l’amore sconfinato che Giorgina Busca Gernetti, forse a contrappeso dell’origine padana, nutre per la dimensione geografica e storica del Mediterraneo. Natura e cultura in accordo di “echi”, racchiuse e oltrepassate nella superiore sintesi umana. Ecco il vento, il sole, l’acqua (elemento primordiale, «grembo materno», origine «fremente di forza / vitale»), e la bellezza sublime del mare, dove l’anima «si ridesta / alla serenità, alla dolcezza» e il cielo benigno «sorride e avvolge il mondo»; e allora il «meriggio dell’Ellade assolata», l’ora divina e panica delle apparizioni, e l’infinita solitudine di Capo Sounion, già cantato da Byron; e la Grecia del Mito – Corinto, Micene, Olimpia – che ha posto le pietre angolari dell’Occidente, con il fascino dell’antichità, lo splendore dei secoli, le rovine che parlano al tempo di memento mori, significando la loro eternità. L’attrazione per il mondo classico non è solo questione di gusto, di educazione estetica, ma obbedisce a un impulso etico fondamentale: la ricerca della pace, dell’armonia, del “ritorno a casa” («Vorrei avere anch’io una mia Itaca») alla fine della deriva «verso oscuro abisso», laddove invece esistere è «vagare senza rotta certa». E allora «dimenticare la disarmonia / (…) abbandonarmi / e perdermi nel favoloso Mito» che non è qualcosa di remoto e irrecuperabile, ma un nucleo «palpitante» poiché eternamente vivo dentro noi. C’è un movimento doppio e talvolta simultaneo, sul “nastro trasportatore” della percezione poetica: se il presente sprofonda fino alle scaturigini del mito, il mito può a sua volta emergere dal presente, attualizzandosi nell’attimo del suo manifestarsi. Come quando l’autrice si sente chiamare tra la folla della Plaka ad Atene: «Giorgina, vieni! Sono Menelao». C’è un sospiro nostalgico senza tempo all’origine del porsi sospeso di questa scrittura, in equilibrio precario tra incanto e disincanto. Gli echi e i sussurri del mondo con cui si entra in risonanza conducono alla «quiete assorta» del presagio, a un “allarme” di stupefazione. Emergono irradiazioni oniriche, figure, epifanie, «sagome traslucide», attraverso cui ha modo di apparire il «colore del sogno», la «mistica parvenza», «l’incanto di magico oblio», l’«estatica felicità». La percezione oscilla tra l’«eco del ricordo» e il «sogno del presente», entrambe le dimensioni trasumananti, apportatrici di gioia e profondità. Ma la luce apollinea è turbata dall’inquietudine delle «voci difformi»: l’«arcana armonia» è tanto più efficace e convincente quanto maggiore è la lotta sostenuta per con-tenere la dialettica degli opposti (la vera cultura classica nasce dall’agonismo).

ombra-sera

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E il retroterra “classico” e “letterario” (con gli infiniti echi di letture assimilate) non soffoca il vitalismo innato della voce poetica, con la sua impronta inconfondibile, ma anzi la fortifica, dandole corpo e peso di memoria, attraverso un ritmo interiore che solidifica l’apertura in fondamento. L’armonia finale non è un guscio prezioso sovrapposto da fuori, ma il frutto organico di una conquista umana, esercitata nell’arduo tirocinio dello stile. Con questo libro di classico nitore, intriso di umori romantici distillati e plasmato al fuoco liquido di una passione purissima, Giorgina Busca Gernetti propone un itinerario poetico dirompente e felicemente inattuale, nella misura in cui non rinuncia a priori alla dicibilità del mondo, alla fede nella parola, alla possibilità di affrontare con efficacia, lasciando una traccia, i temi più importanti. Ed essere inattuali, in tempi di insulso minimalismo, è forse quanto di meglio possa augurarsi oggi un poeta.

(Marco Onofrio, tratto dalla Prefazione al volume)   

Giorgina Busca Gernetti legge Asfodeli foto di Massimo Bertari

Giorgina Busca Gernetti legge Asfodeli foto di Massimo Bertari

Giorgina Busca Gernetti

LA CLESSIDRA

Di vita gli attimi nella clessidra
del tempo scorrono lenti-veloci
come sottile sabbia che discende
sul fondo e non risale per la mole
che grava sulle cose.

Impietosa clessidra questa vita
chiusa in un piccolo cristallo fragile
che all’umile mortale
inconsistente, lieve come un’ombra
uno spazio più vasto non concede.

I granelli di sabbia non si fermano.
Non c’è parola magica
per interrompere quel flusso tragico
della vita che fugge inesorabile
verso un baratro oscuro, un nero abisso.

Abisso che sprofonda in un abisso.

ALLA NOTTE

Notte, mia chiara notte di lucenti
stelle trafitta nel tuo manto oscuro,
avvolgimi ed annullami nel tepido
rifugio del tuo limpido, infinito
spazio incommensurabile.

Quali soffici nuvole i tormenti,
sfilacciate nel bruno a coprir stelle
per attimi impalpabili, a svelarle
nella loro armonia, trama di miti
intessuta d’eterno.

Tace la luna nuova.
Il suo buio silenzio un vuoto imprime
nel tuo spazio divino, tra le stelle.
Ma più chiare le faci del tuo regno
scintillano ad accogliere il mio voto.

Accoglimi nel seno
del tuo corpo materno, sacra notte;
via dal pensiero le nuvole scaccia
sì che la luce splenda senza un’ombra
nel mio annullarmi in te, mia notte amica.

.
ALBA DELL’ANIMA

Nel lucore dell’alba
l’anima lieve si libra nell’aria
– tenera foglia danzante nel vento –
candida e pura, dall’ombra mondata
degli angosciosi tormenti di ieri.

Fresca rugiada sull’erba, sui rami
dei meli in fiore, dei mandorli e peschi,
tutto ristora, disseta, risveglia,
rafforza e fiero vigore v’infonde
per la lotta del vivere.

Rugiada scende limpida nell’anima
– puro lavacro in sacrosanto rito –
e pace effonde, luce più serena,
intima forza ad affrontare il giorno
senza tetri timori.

TYRRHENUS

Il dio Tirreno m’accoglie paterno
tra le sue sacre braccia cristalline.
Ecco di nuovo i pesci a me d’intorno
guizzanti senza tèma
del corpo mio di terrestre creatura.

Nel giorno torrido della Canicola
improvvisa una gelida corrente
per donarmi frescura m’accarezza
nell’azzurro tepore dell’abbraccio
di Tirreno divino.

Acqua, mia amica limpida e fedele,
eccomi nel tuo grembo
più sicura e serena che tra gli uomini
sulla terra, creature indifferenti,
incuranti di chi vive tra loro.

Nel tuo grembo materno, acqua, ritrovo
il caldo affetto troppo raramente
goduto per gli abbracci degli umani
nella mia triste infanzia solitaria,
muta di luce e amore.

.
TRAMONTO SULLO JONIO

Accecava la luce, rispecchiata
dal vasto mare che l’agile brezza
lievemente increspava e sulla rena,
sulle rocce rugose, sugli aguzzi
scogli emersi dall’acqua la sua candida
schiuma a trina spargeva.

Ma fu il tramonto. Il mare s’imbruniva
sempre più rapido verso il crepuscolo
che distende il suo velo cupo e triste
sulle cose del mondo, fin nell’animo
di chi sente le mute vibrazioni
del crudo Tempo edace.

Gelido vuoto intorno si diffuse
e le rocce, la rena, il mare, il cielo
parvero tristi e amari come l’animo
privo di calda luce che ristora
dall’angoscia e il tormento della vita
spegne finché c’è il sole.

Il buio invase la distesa equorea,
la rena scura e fredda, la scogliera
ormai invisibili. Solo sciacquìo
triste dell’onde sulle rocce nere,
voce del mare che pare rimpiangere
la diurna aurata luce.

.
SULL’ACRÒPOLI D’ATENE

Dimenticare tutto sull’Acròpoli
d’Atene, nella luce cristallina
dell’Ellade ventosa e fascinosa,
dal cielo azzurro vivo come il mare
guizzante di delfini.

Tra due colonne, seduta nell’ombra
del bianco sacrosanto Partenone
che splende di bellezza
e cinge di silenzio chi vi sosta,
ho interrogata la mia vita amara.

Perché la morte in guerra di mio padre
nel fiore della gaia giovinezza
prima che il soffio vitale e la luce
il mio volto animassero
in un sorriso forse già intristito?

Perché il pianto segreto di mia madre,
lontana dagli sguardi e dai conforti,
invece della gioia e dei sorrisi
che fan sbocciare fiori profumati
nella culla ridente intorno al bimbo?

Dimenticare tutto sull’Acròpoli
– echeggia nel silenzio l’arpa eolica –
confidando l’angoscia
alle Kore che l’architrave reggono,
il bel volto sereno di sorriso.

Dimenticare la disarmonia
della mia oscura vita
nell’armonia divina dell’Acròpoli
sull’orma lieve della Dea Poliàde
che invisibile ascolta il mio lamento.

Dimenticare tutto, abbandonarmi
e perdermi nel favoloso Mito
sbocciato come un fiore in tempo antico,
ma vivo e palpitante nel mio animo:
sacro Mito immortale.

Mythos, Mythos, Mythos…

    

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“Ogni viaggio è un romanzo. Libri, partenze, arrivi”, Conversazioni  con narratori e poeti di Paolo Di Paolo. Lettura di Marco Onofrio

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Viene in mente, sfogliando Ogni viaggio è un romanzo. Libri, partenze, arrivi, di Paolo Di Paolo (Laterza, 2007, pp. 208, Euro 14), il concetto di “leggibilità del mondo” analizzato qualche anno fa, in uno splendido e corposo saggio, dal filosofo tedesco Hans Blumenberg. Il mondo come libro da “leggere” con gli occhi e con i piedi, viaggiandoci dentro; ma anche, specularmente, il libro come mondo da esplorare: entrambi da sentire con la pienezza esistenziale del corpo, nel tempo che scorre, attraverso i sensi ordinari o misteriosi “sesti sensi” che veicolano l’irripetibile magia di certi attimi, di certi “contatti”. Come quelli con i diciannove scrittori (Camilleri, Campo, Culicchia, A. Debenedetti, Capriolo, Marcoaldi, Petrignani, Petri, Fusini, Affinati, Mazzucco, Riccarelli, Gamberale, Trevi, Maraini, Anedda, Covito, La Capria, Tabucchi) che Di Paolo, viaggiando a sua volta (da Roma a Parigi, da Torino a Lisbona), ha raggiunto e incontrato nei luoghi reali e mentali del viaggio. Ed è davvero con tatto che egli li avvicina, mettendoli nelle migliori condizioni per rivelarsi, in quanto scrittori, viaggiatori, uomini. “Ogni viaggio è un romanzo”, dunque: ma anche ogni romanzo è un viaggio – di parole, attraverso le parole. La scrittura è un viaggio fuori dal tempo e dallo spazio, dice Antonio Tabucchi. Un viaggio da fermi, magari nel chiuso di una stanza, con un libro in mano. Tutti i viaggi possibili, tutte le nuvole del cielo, tutte le «voluttà vaste e cangianti e sconosciute» sono racchiuse nei libri. Nel loro riflesso di carta scopri città o paesaggi sconosciuti e immaginari, pensieri mai concepiti, fantasie e rapporti mai scorti in precedenza.

Edward Hopper Compartimento C vagone 293

Edward Hopper Compartimento C vagone 293

Ogni viaggio è un itinerario simbolico di conoscenza: una forma misteriosa che si disegna dinanzi a un occhio spalancato sul mondo, un occhio-mondo che si trasforma, che aderisce alle nostre identità. Ci sono forti corrispondenze tra libri e paesaggi: paesaggi di libri e libri di paesaggi. Distinguiamo così tra una geografia fisica (esterna), che studiamo noiosamente a scuola e che impariamo ad amare solo quando, poi, i viaggi li facciamo per davvero; e una geografia sentimentale (interiore): una psicogeografia che trovi censita attraverso i libri, letti come mappe e atlanti delle emozioni, dove trovi il confine infinito delle u-topie, dei luoghi che non esistono; le luci diafane di certe contrade, pregne di un mistero remotissimo e immanente; la forma diafana delle città invisibili: ma anche, più semplicemente, gli angoli nuovi di ciò che normalmente conosciamo. Com’è dunque questo viaggio che esce fuori dagli occhi e dalla viva voce degli scrittori? Certamente molto diverso dal surrogato di esperienza che ci propone il turismo di massa, quello dei villaggi e dei tour operator, dove tutto è preconfezionato, organizzato, tempificato, e scorre indifferente, senza lasciare traccia. Il viaggio degli scrittori, invece, esce dalle logiche perverse della globalizzazione: permette così di comprendere che il mondo «è grande e diverso. Per questo è bello: perché è grande e diverso, ed è impossibile conoscerlo tutto». È un viaggio lento e senza tempo: può così sedimentarsi, lasciando tracce nello sguardo, echi nella mente, curve di silenzio dentro al cuore. È il viaggio che si rivela nel suo potere gnoseologico ed epifanico, per cui un dettaglio di sfumatura (magari il rumore della pioggia sui vetri, un odore, una musica, una luce) si accende, si impone sullo sfondo, si illumina e illumina a sua volta, sicché – per suo tramite – il mondo tutto finisce per manifestarsi. Può contare più l’alberghetto senza nome che il reperto millenario; così come, nella ricerca storiografica, più il “documento” di vita che il conclamato “monumento” che rappresenta.

Paolo Di Paolo ogni viaggioÈ un viaggio, quello degli scrittori, che obbedisce ad esigenze interiori di conoscenza, di scoperta, di evoluzione. Non come “fuga dal mondo”, ma come tramite e forma di una più profonda relazione con esso. Il viaggiatore, infatti, si porta dietro il suo mondo come in un guscio di lumaca (Ugo Riccarelli), ma si lascia implicare dalla “dispersione” inevitabile che il viaggio, quando è esperienza autentica, comporta. E così, nella trasformazione, «si dimentica di sé» − dice Franco Marcoaldi − e diventa «un Nessuno che aderisce alle pieghe del mondo, diventa gli alberi che vede, le montagne che scala, i nuovi cibi che mangia, le persone che incontra». Lo scrittore si disperde ma anche stranamente si raccoglie nell’identità fisica e metafisica del luogo: diventa la sua “carne”. Capisce così quale straordinaria, luminosa costellazione di senso si apra, a mo’ di gemma, in ogni centimetro quadrato del pianeta. Può allora provare, come Rossana Campo a Parigi, l’esperienza “estatica” di entrare nel corpo della città, di “esplodere” per diventarne parte. Una passeggiata per le strade di Parigi può operare una “trasformazione alchemica”: nutre la mente e droga l’immaginazione. Ancora più esaltante può essere l’esperienza di spaesamento: l’arte di smarrirsi di cui ci parla Walter Benjamin. Provare fino in fondo, fino ai limiti del caos, o del panico, la rischiosa libertà della non-appartenenza: sentirsi sempre e dovunque un po’ stranieri. Trovarsi ad esempio in un Paese lontanissimo, senza contatti, senza conoscere la lingua (neanche una parola), senza denaro, camminando per dove non si sa. Immergersi nella folla, nella marea umana. Leggere libri di vita negli occhi della gente. Raccogliere storie. È proprio dello scrittore (e del lettore suo vicario) questo guardare noi stessi con gli occhi degli altri: questa capacità camaleontica di essere l’altro, di dare se stesso all’altro. Oppure viaggiare per improvviso impulso, per divenire prossimi alla vita e obbedire intensamente al suo richiamo. Prendere il primo treno che parte, senza motivo, senza conoscerne la destinazione. L’irrequietezza del viaggiatore è la divina curiositas: inquietudine e nostalgia di chi cerca casa, di Ulisse che parte sempre per ritornare (o torna per ripartire). «Le città», dice Giuseppe Culicchia, «cominci a capirle davvero solo quando te ne vai. Hai bisogno di allontanarti molte volte, per vedere meglio ciò che avevi vicino».

Marcel Duchamp Duchamp devoted seven years - 1915 to 1923 - to planning and executing one of his two major works, The Bride Stripped Bare by Her Bachelors, Even, ...

Marcel Duchamp Duchamp devoted seven years – 1915 to 1923 – to planning and executing one of his two major works, The Bride Stripped Bare by Her Bachelors, Even, …

I viaggi come avventure dello sguardo e della mente: scoperte sentimentali, pellegrinaggi, risarcimenti. Ma ci sono anche le “false partenze” di cui parla Raffaele La Capria, uno per cui «il viaggio più avventuroso si può compierlo anche dentro casa. O appena fuori». I viaggi come occasioni mancate: perché qualcosa sfugge sempre, e allora bisogna ritornarci, come rileggere un libro. I luoghi dove non andremo mai, o quelli dove non andremo più. I luoghi che sogniamo da una vita e «prima o poi ci vado» (ma davvero non si parte mai). Che peccato sarebbe non vedere, morire senza aver visto le spezie e le perle da raccogliere lungo il cammino, e i colori, i profumi, gli oggetti, gli incontri: quel che non cerchi e che trovi per caso, al di là della mappa o della guida turistica. È nelle terre di mezzo, nei luoghi di confine, nei dettagli e negli interstizi: è lì che si svela l’essenza metafisica delle cose, il nucleo profondo della realtà. Il viaggio cattura e libera lo spazio dell’identità, della libertà, del senso delle cose: uno spazio che sono proprio gli scrittori a difendere, perché hanno e si danno il compito di custodire le cose dalla morte. La scrittura, infatti, è il più libero e avventuroso dei viaggi. Scrivere è un altro modo di camminare: un passo dopo l’altro, una parola dopo l’altra: e le raccogli lungo il percorso come le briciole di Pollicino.

Richard Tuschman interno

Richard Tuschman interno

Abitando le pagine dei libri, poi, si finisce per abitare e amare un luogo leggendo, da cui il desiderio e/o la scelta di andarci a vivere. Ma non è questione di distanza: può stupirci più una passeggiata di cento metri che un viaggio intercontinentale di tre mesi. Dipende dallo sguardo. E lo sguardo si trasforma attraverso il viaggio: nella realtà fisica del mondo come in quella immateriale della scrittura. I libri orientano, allenano, educano, potenziano il nostro modo di guardare alle cose. Ci spingono a compiere un viaggio di pensiero. Insegnano a pensare. I libri non finiscono mai, anche quando chiudi l’ultima pagina. Continuano ad abitarci nella testa; lavorano silenziosamente; ci spingono a crescere, a cambiare, a crescere. E gli scrittori incidono il senso dei luoghi: cambiano per sempre il modo di guardarli. Dopo aver letto Joyce, visiteremo o abiteremo Dublino in modo diverso. Ci sono autori e libri che ci fanno da guida, che avvertiamo congeniali al nostro passo, come buoni compagni di viaggio. I libri ci danno la possibilità di viaggiare dentro le persone, nei loro sentimenti; di attraversare quelli che Calvino definisce “livelli di realtà”.

Stefano Di Stasio

Stefano Di Stasio

La scrittura è un tapis roulant che ci trasporta attraverso gli universi paralleli. Pensiamo con emozione ai viaggi infiniti che potenzialmente ci attendono in una biblioteca! O al viaggio dei libri usati, saturi di vita, quando, con ansia di scoperta, li rovistiamo nelle bancarelle: le mani e gli occhi che li hanno incrociati, il tempo e le case e gli scaffali delle librerie attraverso cui sono passati per arrivare a noi… Anche questo libro di Paolo Di Paolo è – ovviamente – un viaggio: un viaggio attraverso il viaggio degli scrittori, che a sua volta si produce attraverso il viaggio della vita, loro e di tutti. Noi e il mondo viaggiamo dentro i libri, che a loro volta viaggiano nel mondo, attraverso noi. È un viaggio simultaneo e senza fine, che percorre migliaia di luoghi, pieno di proposte, spunti, biforcazioni, alternative, finestre da cui affacciarsi per ingoiare con lo sguardo panorami. E fa venire voglia di partire, leggere, diventare: voglia di essere ciò che siamo e sognare chi non saremo mai.

Marco Onofrio

Marco Onofrio

Marco Onofrio (Roma, 11 febbraio 1971), poeta e saggista, è nato a Roma l’11 febbraio 1971. Ha pubblicato 22 volumi. Per la poesia ha pubblicato: Squarci d’eliso (2002), Autologia (2005), D’istruzioni (2006), Antebe. Romanzo d’amore in versi (Perrone, 2007), È giorno (EdiLet, 2007), Emporium. Poemetto di civile indignazione (EdiLet, 2008), La presenza di Giano (in collaborazione con R. Utzeri, EdiLet 2010), Disfunzioni (Edizioni della Sera, 2011), Ora è altrove (2013). La sua produzione letteraria è stata oggetto di decine di presentazioni pubbliche presso librerie, caffè letterari, associazioni culturali, teatri, fiere del libro, scuole, sale istituzionali. Alle composizioni poetiche di D’istruzioni Aldo Forbice ha dedicato una puntata di Zapping (Rai Radio1) il 9 aprile 2007. Ha conseguito riconoscimenti letterari, tra cui il Montale (1996) il Carver (2009), il Farina (2011) e il Viareggio Carnevale (2013). È intervenuto come relatore in presentazioni di libri e conferenze pubbliche. Nel 1995 si è laureato,  all’Università “La Sapienza” di Roma, discutendo una tesi sugli aspetti orfici della poesia di Dino Campana. Ha insegnato materie letterarie presso Licei e Istituti di pubblica istruzione. Ha tenuto corsi di italiano per stranieri. Ha partecipato come ospite a trasmissioni radiofoniche di carattere culturale presso Radio Rai, emittenti private e web radio. Ha scritto prefazioni e pubblicato articoli e interventi critici presso varie testate, tra cui “Il Messaggero”, “Il Tempo”, “Lazio ieri e oggi”, “Studium”, “La Voce romana”, “Polimnia”, “Poeti e Poesia”, “Orlando” e “Le Città”.

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Aldo Onorati “La speranza e la tenebra” Romanzo (Anemone Purpurea, 2007) Lettura di Marco Onofrio

una via di Palermo

una via di Palermo, 1900

La speranza e la tenebra (Anemone Purpurea, II edizione, 2007, pp. 288, Euro 13) è un corposo e potente romanzo storico di Aldo Onorati, pubblicato da Corrado Lampe nel 1997, ambientato a Roma e nei Castelli Romani, in un arco di tempo che va dal 1900 al 1965, attraverso le vicende private e pubbliche del personaggio protagonista, Felice Fortunati. Onorati adotta un procedimento narrativo eterodiegetico (la scrittura veicola una voce “fuori campo”, esterna ma non estranea al mondo descritto) con focalizzazione interna ai personaggi (gli accadimenti sono colti in coincidenza con il loro punto di vista). Felice Fortunati è un personaggio-Novecento: nasce infatti insieme al “secolo breve”, la notte di capodanno. È figlio di contadini, viene educato e cresciuto dalla terra, in mezzo alle voci di una natura ancora incontaminata, in una dimensione per cui uomini, animali e cose sono tutti sullo stesso piano biologico ancestrale. Poi però l’Eden infantile e villereccio comincia a venarsi di crepe, e sorgono i primi “perché?” di Felice. La ruota di un carretto schiaccia la testa a Fido, il suo amato cane, compagno inseparabile di giochi: e Felice si chiede «che male aveva fatto Fido?». Dalle trasparenze dell’idillio emerge il volto crudele della natura: «un giorno, mentre portava il granturco alle galline, assisté a uno spettacolo orripilante. Una lucertola, ipnotizzata, stava entrando nelle fauci di una lunga serpe. La striscia verde cupo aveva puntato gli occhi negli occhi della vittima. E, con la freddezza irrevocabile della necessità, uccideva una vita per alimentare la propria». Poi irrompe la bufera della grande Storia, con lo scoppio della prima guerra mondiale: i ragazzi cadono al fronte e Felice si chiede: «che sono nati a fare?».  Poi, nel 1918, scoppia l’epidemia della Spagnola, che miete vittime in ogni famiglia. Felice, toccato personalmente giacché perde la madre, si chiede disperato: «Perché tanta povera gente? Che male ha fatto?». Di seguito, Felice viene accusato ingiustamente di omicidio, e finisce carcerato 5 anni…

Mario De Biasi_ 1954 stampa d'epoca

Mario De Biasi_ 1954 stampa d’epoca

Insomma, ironia del nome, Felice Fortunati ne passa di tutti i colori. È l’eterna epopea degli umili che in lui si ripropone e rappresenta; quelli verso i quali sembra maggiormente accanirsi, forse perché più deboli, la dolorosa assurdità che domina il mondo. Anche le domande di Felice sono, per motivi diversi, “assurde”: perché si nasce e si muore? cos’è questa forza arcana e assoluta che spinge le cose alla vita e le riproduce con irrazionale volontà? cos’è il «palpito cieco» che costringe gli esseri a vivere con reciproco danno? perché dunque il «disegno maligno della natura, la quale si allea con gli empi e distrugge i propositi degli uomini buoni»? perché il mondo sta in mano ai malvagi? perché punisce continuamente i giusti? perché dà tutto a chi ha già tutto? perché è così contorto l’animo umano, questo «buio fondale» senza strade certe?

Ci troviamo dinanzi la “maturazione alla vita” di Felice, per cui tra le chiavi del libro c’è anche, plausibile, quella del Bildungsroman. Felice sonda cioè, attraverso la propria umile esperienza storica, la stortura primordiale della creazione, corrotta dal “peccato originale” e inquinata dal Male in ogni piega. L’uomo è sintesi emblematica di questo stato di cose: altrove Onorati lo definisce «dio minore fuso a satana», che però è in grado di volare «senz’ali»: capace delle più bieche abiezioni e, al contempo, degli slanci più mirabili e sublimi. Viene subito in mente il “Discorso sulla dignità dell’uomo” di Giovanni Pico della Mirandola. Ma il libero arbitrio individuale è come schiacciato da forze insormontabili, agenti nelle circostanze cosmiche e storiche che ne determinano il corso dentro l’esistenza. Così Felice: la giustizia lo toglie dal carcere dov’era ingiustamente detenuto, ma la risorgente ingiustizia lo porta ad essere perseguitato dai fascisti, in particolare il suo “alter ego” in negativo, l’antagonista Cassione Loffa, il “caporale” di turno (direbbe Totò) che lo prende di mira per futili motivi. Felice, peraltro, non è tipo da scoraggiarsi facilmente: è un idealista puro che – anzi – non recede mai. Non come l’ex compagno di carcere Saverio, che pure ne ha acceso la passione politica. Saverio ha mollato, è sceso a compromessi: «Il confino dopo, il carcere prima…. A un certo momento mi son detto: il mio sacrificio non cambia niente». È qui la radice del male, il passaggio critico da cui origina la stortura. I malvagi prevedono e confidano che i probi, vessati onniparte dall’ingiustizia, a un dato punto rinuncino per stanchezza a esercitare il bene, giudicandolo ormai inefficace. Si rinuncia al bene perché ci si sente disperati, soli, isolati, insignificanti, e si percepisce vano il proprio contributo in un mondo che sta e va da tutt’altra parte. Si rinuncia al bene quando ci si accorge che perseguendolo si fa il danno proprio e talvolta anche quello altrui, mentre chi persegue il male non solo non paga la colpa, ma spesso ne ottiene straordinari benefici.

Roma, tram anni Sessanta

Roma, tram anni Sessanta

Felice è disilluso, ma non per questo privo di speranza, di fiducia nella possibilità della giustizia, dell’uguaglianza, della fraternità. Nel mondo c’è il continuo «trionfo del male sul bene, della mediocrità sul valore, della furbizia sulla trasparente intelligenza, del compromesso sulla chiarezza». Ma non ci si può rassegnare a credere che vinca sempre il malvagio. Felice sa e sente che occorre sempre e comunque reagire, farsi coraggio, lottare per la verità, per l’avvento di un mondo pulito, libero da intrallazzi, da marciume, corruzione, ipocrisia; un mondo capace di dare onore al merito vero, quando invece le capacità individuali servono per lo più a «farsi strada nella vita, cioè ad accaparrarsi un giro di potenti». Il mondo «non è fatto né per i geni, né per i santi, ma per i furbi», scrive Onorati: è questa l’amara verità.

Fra tutte le disgrazie che affliggono Felice, ce n’è una davvero immedicabile: la seconda guerra mondiale gli porta via per sempre il figlio Tranquillo. Così, benché incapace di odiare e incline a comprendere e giustificare tutti, stavolta Felice dà colpa al regime fascista e sente l’esigenza, anzi il dovere morale, di rifarsi per tutte le ingiustizie patite. La “vendetta” non sarà violenta, ma costruttiva e operativa, etica. Decide di entrare nel vivo della lotta politica: darsi da fare per una nuova società, lottare per un domani migliore. A partire dalla piccola ma ugualmente importante realtà locale: il suo paese. Felice crede nell’uomo, prima che nel cittadino: «Prima di chiedere a un uomo la tessera politica, chiedetegli la coscienza». È l’individuo che fa santo l’ideale, non viceversa. Felice intende il politico come “saggio servitore” dell’elettorato: concezione ingenua agli occhi del mondo, poiché da sempre la politica è un gioco sporco e intricato di compromessi e opportunismi. Felice scopre sulla propria pelle che «la morale è una cosa, la politica è un’altra: è calcolo, non sentimentalismo»: Machiavelli docet. La prassi politica, tranne eccezioni scomode e isolate, è interesse privato mascherato da interesse pubblico. I politici sono diabolici sofisti della comunicazione e abili mistificatori dell’etica: promettono qualunque cosa pur di ottenere il voto, cioè il potere, e il privilegio economico e sociale di gestirne le potenzialità. D’altra parte, se l’elettorato stesso vede nel politico un “dispensatore di favori” ad personam, che cosa attendersi da chi tiene il coltello dalla parte del manico ed è messo nelle condizioni di approfittarne? La libidine del potere è la perfida Eva che provoca la cacciata dall’eden incorrotto dell’Idea. Un conto l’idea, un conto la sua applicazione pratica tra gli ingranaggi e gli infiniti vincoli del mondo… Esempio tipico del politico-camaleonte, disposto e, anzi, favorevole ai compromessi, è lo spregevole Cassione Loffa. (Attenzione: è bene precisare che Onorati ha una visione complessa e aporetica dell’uomo, e perciò come narratore dà udienza alle opposte interpretazioni, al conflitto delle voci e dei pensieri. Anche il male ha le sue “ragioni”, e la luce, a sua volta, è autentica solo dal contrasto con la tenebra. Onorati lascia che parlino i fatti del racconto – spetta al lettore giudicare e ai personaggi stessi commentare l’evolversi della vicenda – poiché confida ancora nella parola come potente sintesi gnoseologica, e soprattutto grimaldello per la ricerca di una verità non data a priori, ma partecipata “in fieri”, dal concorso dialettico delle forze in gioco).

Aldo Onorati cop speranza tenebraCassione Loffa è spregevole, dunque, perché tale dimostra di essere attraverso il suo modo di pensare e agire. I fatti dicono che è un impostore, un infido, un opportunista, uno di quelli che restano a galla su ogni fiume, su ogni corrente. È il gran voltagabbana: prima è fascista, poi diventa gerarca prepotente; poi dopo la guerra si ricicla comunista (organizza sotto il nome di “camicie rosse” le sue vecchie camicie nere), poi ancora repubblicano… Il sistema si regge e sopravvive, generazione dopo generazione, su un tacito patto di connivenza generale e di omertà: nessuno ha il coraggio di dire che il re è nudo, dacché ciascuno, chi più chi meno, ha il proprio interesse a far finta di nulla. Dal romanzo emerge in negativo la gente, la folla, come un coro amorfo ma non neutro, a servizio del male e della sua distratta “banalità”. La maggioranza degli uomini è stolta: spesso, infatti, hanno ragione le minoranze. La folla è volubile e ingrata: con niente distrugge una persona e con niente la esalta… Basta poco per passare dagli altari alla polvere, o viceversa. Ecco allora i perniciosi “si dice” rimbalzati di bocca in bocca; le infondate immaginazioni; le maligne insinuazioni… e soprattutto le chiacchiere: «il mondo è abituato alla chiacchiere: chi la dice più grossa diventa priore».

L’entrata in politica di Felice coincide coi suoi primi problemi di vista: emorragie retiniche rischiano di renderlo cieco. Un disturbo evidentemente simbolico, quasi una compensazione psicosomatica al suo disperato bisogno di vedere le brutture del mondo per estirparle. Felice, malgrado tutto, riesce a diventare sindaco del suo paese. Vive tra la gente e vuole risolverne davvero i problemi: dedica anche 20 ore al giorno alla realizzazione dei suoi propositi di rinnovamento e moralizzazione della cosa pubblica. È un sindaco onnipresente; dunque di intralcio a coloro che vogliono fare il proprio comodo, e simpatico soltanto agli uomini liberi, non faziosi, non legati all’utile del momento. «Felice andava avanti, imperterrito, ostinato, sempre più convinto di stare nel giusto». Ma il vicesindaco Vivenzio lo avverte: «Non lo aggiusterai tu il mondo… che da millenni va a rovescio. Il mondo è una mola pesante; se ti ci metti contro ne vieni schiacciato inesorabilmente». Il percorso umano e politico dell’idealista Felice Fortunati si snoda così tra luce e cecità, speranza e tenebra, ostinata perseveranza e amara sfiducia. Ci sono momenti di sconforto in cui ammette che è impossibile cambiare il mondo imbrogliato, perché l’«imbroglio ha un miliardo di facce e ti imbroglia sempre», e allora starebbe quasi per mollare («è inutile combattere contro i mulini a vento… perché? per chi?»); ma poi non riesce a darsi per vinto, e continua, continua, perché sente che «la bellezza basta da sola a giustificare l’esistenza di una cosa» e che «il mondo non merita niente, ma io ti dico che il bene non è sprecato». L’ideale è tutto, anche se non c’è che ingiustizia, dolore, morte: «Il mondo è quello che è, ma guai a gettare le armi. Il male c’è ed è forte (…) ma chi non lotta per migliorare gli uomini, diventa alleato dei malvagi». Pessimismo della ragione e ottimismo della volontà, dunque.

la Seicento taxi anni Sessanta

la Seicento taxi anni Sessanta

E tuttavia la chiusura del romanzo è cupa e sconsolata: la tenebra, da ultimo, prevale. Immobilizzato dalla malattia agli occhi, Felice resta vittima del sistema per cui «l’idea tra due fette di pane vale di più» poiché, per quanto giusta, senza “rendiconto” finirà per apparire sciocca e vana. La giunta del Comune viene travolta da uno scandalo di profitti illeciti. Felice, coerente fino in fondo, si dimette proprio quando potrebbe finalmente arricchirsi, spartendo sottobanco le porzioni o almeno le briciole del maltolto. E dà alle fiamme, sconfitto, il suo ultimo programma politico. Giusto in tempo per assistere alla fine della civiltà rurale, cioè al genocidio di un mondo di valori millenari: le terre lottizzate dal capitale, la natura fiorente ricoperta dal cemento e dal catrame, le acque e le arie inquinate, i canti dei contadini cancellati per sempre, il cancro dilagante del consumismo, i «visi impertinenti» dei nuovi figli dell’abbondanza… Ovvero il crepuscolo di una civiltà che Onorati registra – in parallelo con Pier Paolo Pasolini – attraverso molte sue opere, e soprattutto in quel capolavoro antropologico e letterario che è la Saga degli ominidi (1972).

                                                                                                                                   Marco Onofrio

Aldo Onorati, dal saggio inedito “Discorso sulla libertà”

Per avere il pelo lucido e i lombi grassi, bisogna stare a catena e servire un padrone. Nessuno protegge i cani randagi. Nessuno getta ad essi un pezzo di pane, anzi: benché mansueti, sono scansati da molti e qualcuno li prende anche a sassate. I cani che latrano nelle ville patronali, al riparo e sicuri del proprio avvenire, suggeriscono ai loro fratelli selvatici di imitarli. Ma essi non possono farlo, perché sono nati così: non possono andare contro natura. Servi o liberi si nasce, non si diventa. Si diventa padroni, ma questo è il lato opposto di una stessa medaglia: il padrone è fondamentalmente un servo e il servo è un padrone in potenza. Gli uomini liberi non saranno mai né l’uno né l’altro. Ecco perché sono scomodi a tutti, combattuti ovunque senza tregua. Gli uomini liberi però sono la coscienza del mondo. Il loro destino è salire in croce, bruciare sul rogo, bere la cicuta, andare in esilio, subire l’umiliazione del sopruso, la persecuzione o – quel che è peggio – la condanna calcolata del silenzio. La storia, tuttavia, li riabilita e li porta come esempio, magari per servirsene e continuare a opprimere i “nati liberi”. Questo è il loro destino. E la loro grandezza.

aldo onoratiAldo Onorati, nato ad Albano di Roma nel 1939 è scrittore, dantista, storico della letteratura e autore di versi. Ha insegnato Lettere negli istituti superiori e ha condotto corsi di specializzazione in «Tecnica del verso». Ha pubblicato quasi tutte le sue opere con Armando editore, presso cui ha lavorato per un certo periodo come curatore dell’Ufficio stampa. È stato direttore editoriale e di collane di critica. Giornalista, ha collaborato per decenni ad «Avvenire», «L’Osservatore Romano», «Il popolo», «Giornale d’Italia», «Specchio economico», «Giornale di Brescia» etc., ed anche alla RAI-TV, III programma, «Dipartimento scuola educazione». Ha diretto numerosi organi di stampa, fra cui «Terza Pagina», «Intervite oggi» e «Quaderni di filologia e critica».
Fra i suoi libri di narrativa più conosciuti, Gli ultimi sono gli ultimi che fu scoperto da Carlo Levi e tradotto in Coreano, Esperanto, Francese etc.; Nel Frammento la vita, VI edizione; La sagra degli ominidi (VII edizione), che Domenico Rea ha prefato in IV ed., Lettera al padre (VI ediz.), il recente Le tentazioni di frate Amore, già in II ristampa con Tracce di Pescara e Il sesso e la vita con Edilet, prefato da Marco Onofrio, il quale ha riproposto Onorati come poeta in un’originalissima opera da lui scritta e divulgata (Il mistero e la clessidra, Edilet).
Le sue liriche sono raccolte in Tutte le poesie, Anemone Purpurea 2005. Fra i saggi critici, spicca Dante e l’omosessualità, in cui Onorati rivede l’atteggiamento della critica riguardo il giudizio dell’Alighieri sugli omosessuali; inoltre, Il crepuscolo del Novecento, I cinque pilastri della stoltezza (Armando 2003), Dante, Petrarca, Boccaccio e Boiardo ed Ariosto e molti altri. Importante è la supervisione e il saggio critico di post-fazione che Onorati ha fatto al libro di Louis La Favia sulla scoperta di un inedito di Dante: «Chanzona ddante» (Longo, Ravenna 2012).
La sua autorità di dantista lo porta a commentare il sommo Poeta in Italia e all’estero. Di recente, la Presidenza Centrale della Società Dante Alighieri gli ha conferito, al Vittoriano di Roma, il diploma di benemerenza con medaglia d’oro «Per la profonda conoscenza dell’Opera dantesca, al punto di diventare testimone nel mondo della Divina Commedia». È in via di pubblicazione con la stessa Società un’ampia sinossi critica dei 34 canti dell’Inferno.
Le sue opere di poesia e di narrativa sono state tradotte in 16 lingue, fra cui Coreano, Esperanto, Francese, Inglese (Ultima «Incontro con Zaccaria Negroni», X ed.), Spagnolo, Portoghese, Romeno, Tedesco, Russo (la silloge «Domande assurde» è apparsa prima a Mosca, tradotta e prefata da Evghenij Solonovich, e poi in Italia), Cinese, Polacco etc.
Ha diretto una collana di ecologia da Armando, scrivendo alcuni libri di successo per le scuole: «Ecologia, Cassandra del Duemila». Al presente collabora a “Pagine della Dante” e a «Leggeretutti».

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