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CINQUE POESIE E CINQUE POETI SUL TEMA DELLA MORTE O DELLA QUASI MORTE- L’ULTIMA GENERAZIONE: Valerio Gaio Pedini, Matteo De Bonis, BSA, Ambra Simeone, Mariano Menna, Daniela Guarnaccia a cura di Ambra Simeone e con un Commento di Giorgio Linguaglossa

 Erich Eckel Il giorno di vetro 1913

Erich Eckel Il giorno di vetro 1913

Commento di Giorgio Linguaglossa

Il tema della morte è un classico della riflessione poetica e filosofica. Ne Il mito di Sisifo Camus dice che una filosofia che non sa liberarci dalla paura della morte è una filosofia inutile. Heidegger ontologizza la morte e ne fa una destinazione dell’esserci, la sua forma costitutiva in-der-Welt-sein. Spinoza, Adorno, Ortega y Gasset e molti altri filosofi hanno violentemente protestato contro questa invasione dell’ontologia della morte ed hanno parlato dell’essere-per-la-vita quale forma costitutiva dell’ente umano, quell’ente autoprogettantesi, che progetta, getta i ponti dei propri progetti sopra l’abisso della morte e di là costruisce la città-della-vita.

Che il gruppo dei giovani dell’ultima generazione scriva poesie sul tema della morte era quasi inevitabile, da sempre i giovani hanno un rapporto privilegiato con la morte, la considerano con condiscendenza, con sussiego, anche con sarcasmo, magari con ironia, spazzano il campo dalla facile analogia morte-immortalità, dichiarano la loro aperta diffidenza verso ogni teoria che addomestichi la morte in ideologia per essere utilizzata contro i vivi e la vita. Mi sembra che in queste scritture ci sia una sana antiretorica avversa alla falsa retorica della morte di cui abbonda tanta non originale poesia dei nostri giorni.

Valerio Gaio Pedini

Valerio Gaio Pedini

Valerio Gaio Pedini

Gloria te o morte: monologo mortuario

Asfissia: una parola complessa, penso: ché poi mica tanto complessa è
La NATURA del mio precipizio UMANO:
ora, non è per fare il filosofo: la filosofia è un’accozzaglia di ipocriti: di uomini soli:
di uomini e basta: LA CRITICA DELLA RAGION PURA: ma quale RAGION PURA.
“Gloria Teo Morte!”
Riecheggia nell’Alba, che è solo un Tramonto, nel tramonto, che è solo un’alba!
Sfiorire è nascere, nascere è sfiorire:
perire lentamente.
No, no, no, no, no, no, no, no, no, no, merda, merda, merda, merda, merda
Non credete alla sanità delle parole! Alla ragione!
La terra è rimpianto, pianto isterico: nostalgia: i fiori appassiscono nascituri
Com’io mi sgretolo nella mia tirannia psicologica:
fatto, disfatto
Mai cercai Morte
Gloria Teo Morte
È la morte che vive dentro di me, di noi, di tutto: là dove c’è vita c’è morte: è solo il principio di un equilibrio cosmico:
“Non incontrerai mai la morte” profetizza Epicuro, filosofo del giardinaggio.
Nooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo! La morte vi è poiché esisto, poiché nacqui, poiché fui generato: senza la vita, non vi è morte, senza la morte non vi è vita
È tutto uno sfiorire lento
Calpestato dai nostri piedi:
l’uomo? È un suicidio: un suicidio permanente che deve essere terminato, perché io sono uomo che supera l’uomo e che non vuole esserlo
come nessuno mai, consapevole delle proprie debolezze, del proprio dolore, della propria disarmonia!
Assuefatti a scomparire siamo cadaveri mangiati dai vermi, ma almeno nutriamo i vermi:
dalla cenere può nascere ancora qualcosa, oh uomo:
ascolta Eraclito, era più profeta di Cristo: Tutto Scorre, Tutto Muta: un sasso sarà pur un’altra vita, perché darà vigore alla Terra: finalmente.
Dove sarà quell’unico corpo di VITA, lì troverò SPERANZA nella FINE DEL TEMPO: la fine del VACUO.

matteo-de-bonis

matteo-de-bonis

Matteo De Bonis

Morte di un lirico ideale
a Salvatore Toma

Attraverso
le diroccate rovine di un
ponte carnale a voi
fluiscono ora,
purché siano rigonfie,
coorti di rose immaginose che
auliscono.

Mentre
la penna danzante avanza
su fogli puntellati col sangue,
piombavano
e vincevano nerborute
fisicità.
Un lirico ideale è stramazzato in terra,
colpito da ventitre coltellate. Ahimè!
Attraverso le voci singolarmente
affettate per voi
s’impennano ora, che sommuovano
almeno,
coorti di rose immaginose che
occhieggiano.

Bsa

Bsa

BSA
Morte

Insopportabile sarà
la Vita per colui che
la Morte non ha accolto nel suo cuore.
Nascere, morire, nascere,
morire, nascere. Questa la Natura
dei Vivi. Nascer non puoi senza
Morte, Vita mai sarai così bella
togliendo la precarietà. Zeus stesso
questa c’invidiava.

io io io io io io io io io io
sono Immortale finché non penso.
Ma gl’Immortali sono i soli già morti.
Rinunci a pensare alla Morte,
Rinunci a migliorare ed accettare ciò
che non ti piace. Morto in vita per
la Morte evitare. Ipertrofico l’IO
rende stupido, impreparato e banale.

Finalmente morrò, il mio zainetto
di carne lasciato a biodegradare, finalmente
dopo tanti pasti uno abbondante
lascerò al microscopico
mondo batterico, sempre attivo, sempre cangiante.

Dei rimanenti 21 grammi non so, non m’interessa.
Troppo difficile cercare una risposta, che
se esiste mi sarà data al giusto momento.
Ripeto senza sosta:

Morte ti amo, perché parimenti
amo la Vita.

Ambra Simeone

Ambra Simeone

Ambra Simeone
alcune indicazioni utili da ricordare in caso di morte

in caso di morte violenta per guerre o genocidi sulla striscia di Gaza
ricordarsi di postare su facebook tutte le foto più orribili, così che qualcuno le veda
e rimanga sconvolto un minuto e poi scriva sì mi piace oppure lasci un commento,
in caso di funerale di parente, di amico o conoscente che dir si voglia,
ricordarsi di applaudire e di mettere sulla bara la bandiera della squadra del cuore,
che poi si potrebbero portare anche una o due trombe da stadio, che fanno colore,
in caso di suicidio di poeta sconosciuto ricordarsi di scrivere più articoli sui blog
che parlino di lui, del suo sfortunato destino e di come non se lo cagava nessuno,
perché adesso, adesso ci sta davvero a cuore e quel che scriveva ora ci piace,
in caso di morte dell’autore più noto, ricordarsi quanto meno di ristampare
tutto ciò che lo riguarda, biografie, prime uscite, vecchie lettere e cartoline
poi ricordare a tutti che è stato importante e vendere tutto quel che è possibile,
in caso di morte di muratore o minatore, dirlo in tv una volta sola e poi basta
in caso di morte di dittatore o d’imprenditore ricordarsi di dirlo più volte,
scrivere libri sulla loro vita e ingaggiare opinionisti che ce ne parlino tanto,
in caso di morte di bimbo, investito da ubriaco, ricordarsi di avviare il processo
in caso di morte accidentale di un cane sotto l’auto di uno che non lo aveva visto,
non dimenticare di chiamare un po’ di gente, che ci aiutino a farlo un poco a pezzi,
in caso di morte per droga di un cantante o di un attore, non vogliamo mica non
glorificarlo, si ci facciano su un paio di film, una serie di quadri e tre reportage,
insomma casomai vi doveste scordare, alcune indicazioni utili in caso di morte.

mariano menna

mariano menna

Mariano Menna

La ballata del suicida
Troppe, lunghe ore, io passo ad aspettare
la fine di una vita che non ha più altre trame.
Chiuso nel mio buio, nella mia paura,
appeso ad una corda rendo a Dio la sua fattura.

Questo suo regalo che voi chiamate vita,
non è che una bestemmia ormai finita.
Penso ai miei tre figli che sto per lasciare,
perché nel mio corpo l’aria no, non ci può stare!

Diventerò un suicida quando il gallo canterà,
non ho saputo reggere allo stress della città
in cui venuto al mondo, già stanco per natura,
mi sono condannato a tanti debiti d’usura.

Tanti i fallimenti che ho dovuto sopportare,
troppe le ferite che ho tentato di guarire,
ora lascio il mondo e voi lasciatemi morire,
solo, in questa stanza, l’esistenza terminare.

Rido mentre piango, è scoccata la mia ora,
un ultimo consiglio lascio udir dalla mia gola:
“Non ripudiate il mondo perché, pur pentito, adesso
capisco questo errore, ma dovrò morire lo stesso…”

schimdtt, volti

schimdtt, volti

Ambra Simeone

geografia del verso

verso sud sempre verso sud ché
se ognuno è a sud di un nord è anche
per questo verso che scende e slarga
giù lungo questa pagina e nel bianco
che la seppellisce parola definitivamente
e la marchia nel vuoto per restare

così l’incontro questo pensiero
in un posto dove si nasce e si cresce
e lo si annoda alla penna ago di bussola
che verte in fondo e punta nel profondo
e chino seguendo leggi gravitazionali

ché nell’assenza della carta affiori
un discorso la sostanza dell’inchiostro
come dal mare un fogliame d’alghe
come cibo d’acqua rinfoltito al sole
non pioggia ma mare sacca di vita
a scandire il verso che cade in fondo
sotto sotto a sud in un altro solco

qui la parola resta in fondo alla pagina
come a forzare l’inizio e il principio
un rigo che viene per cadere e chiede
di essere ascoltato scavato a nostra immagine
e chiuso in limite in chi confida nel finale


Valerio Pedini

TRAMONTO

Mi acceco
Di ribrezzo.


SPERANZE

Siam come nel cimitero
I cadaveri
Nel ventre dei vermi.

.
Mariano Menna

Il giardino dell’Io

Adagiato su un manto di fiori,
osservo l’azzurro ed il bianco:
le ore mi assalgono in branco
e offuscano lo spazio di fuori.

La mente è alienata dal mondo;
si è chiusa in sé come un riccio,
ma l’esilio non è un capriccio:
è una morte che cela lo sfondo.

Incombono gli eventi sull’Io,
lo disintegrano senza ritegno:
il suo giorno è amaro destino.

Lieta dimora è questo giardino;
non v’è tempo di cui esser degno
perché l’uomo qui è il proprio Dio.

.
Daniela Guarnaccia

RECLAME

Semmai v’era da porre un rimedio
tosto che Dio col suo dito medio,
cercar lo si doveva nella rima
e nelle belle parole di prima.
L’etterno dolor è il presente
non si ritrova la perduta gente

Ma adesso: pubblicità
un po’ per non vedere
dove si va
un po’ per non capire
ciò che
non si fa.

PER LA TERZA VOLTA

Non m’importa ch’il sol abbia scelto
d’accorciarsi, non è questo
che muta del tempo la coscienza.
Ma quei mille e novantacinque giri suoi
che sono men d’uno
se tu lo vuoi.

BSA, Oudeis, Anam sono tre nomi usati dal “poeta”. Classe 1989, mai laureato, ha pubblicato i suoi scritti nella raccolta Viaggi diVersi (Poeti e Poesia), e varie volte con deComporre edizioni, in diverse antologie a cura di Ivan Pozzoni.

Valerio Pedini nasce il 16 giugno del 1995, di otto mesi, e viene tempestivamente scambiato nella culla: il misfatto viene subito scoperto. Esattamente 18 anni dopo, Valerio, divenuto Gaio, senza onorificenze, decide di organizzare il suo primo evento culturale ad Artiamo (gastrite e l’epilessia e quasi nessuno ad ascoltare); nell’intermezzo ha iniziato a recitare, preferendo l’espressività del teatro di ricerca rispetto al metodismo popolare e a scrivere, uscendo, in collaborazione col circolo narrativo AVAS – Gaggiano, nelle antologie Tornate a casa se potete, Rigagnoli di consapevolezza e Ma tu da dove vieni?. Nell’ottobre del 2013 inizia il progetto Non uno di meno Lampedusa, insieme ad Agnese Coppola, Rossana Bacchella, Savina Speranza e ad Aurelia Mutti. A dicembre conosce Teresa Petrarca, in arte Teresa TP Plath, con cui inizia diversi progetti artistici: La formica e la cicala, Essence e Pan in blues e in jazz. Sta lavorando ad una monografia filosofica: Maggiorminore: la disperazione dei diversi uguali. A Maggio 2014 è uscita la sua prima raccolta poetica, con IrdaEdizioni: Cavolo, non è haiku ed è stato inserito nell’antologia Fondamenta Instabili (deComporre Edizioni) e, successivamente, sempre con deComporre Edizioni, uscirà nelle antologie Forme Liquide, Scenari ignoti e Glocalizzati.

MARIANO MENNA è nato a Benevento nel 1994. Ha conseguito la maturità scientifica presso l’istituto Polispecialistico Gandhi di Casoria. É iscritto al primo anno del corso di laurea in Filosofia presso l’Università Federico II di Napoli. Nel 2012 è risultato vincitore del Concorso Nazionale “Scrittura attiva” di Tricarico, nella sezione giovani, con la poesia La ballata del vagabondo; nel 2013 sono uscite due raccolte di poesie La grande legge e La pagina bruciata, entrambe edite da Marco Del Bucchia. É stato inserito nelle antologie: Poesia per Dio (La Ziza) e Fondamenta instabili (deComporre Edizioni). Alcune sue poesie sono apparse su blog e riviste online come “L’ombra delle parole” di Giorgio Linguaglossa, “Alla volta di Leucade” di Nazario Pardini, “La distensione del verso” di Sandra Evangelisti, “Le Reti di Dedalus” di Marco Palladini e “Poetrydream” di Antonio Spagnuolo. É membro cofondatore della corrente artistico-letteraria del Labirintismo.

AMBRA SIMEONE è nata a Gaeta il 28-12-1982 e attualmente vive a Monza. Laureata in Lettere Moderne, ha conseguito la specializzazione in Filologia Moderna con il linguista Giuseppe Antonelli e una tesi sul poeta Stefano Dal Bianco. Collabora con l’Associazione Culturale “deComporre”. La sua prima raccolta di poesie Lingue Cattive esce a gennaio del 2010 per i tipi della Giulio Perrone Editore di Roma. Del 2013 è la raccolta di racconti Come John Fante… prima di addormentarmi per la deComporre Edizioni. La sua ultima raccolta di quasi-poesie esce quest’anno per deComporre Edizioni con il titolo “Ho qualcosa da dirti – quasi poesie”. È co-curatore de “Il Gustatore – quaderni Neon-Avanguardisti” che hanno ospitato Aldo Nove, Giampiero Neri, Peppe Lanzetta, Giorgio Linguaglossa, Paolo Nori e molti altri. Alcuni suoi testi sono apparsi su riviste letterarie nazionali e internazionali tra le quali l’albanese Kuq e Zi, la belga Il caffè e l’americana Italian Poetry Review e su antologie; le ultime due per Lietocolle a cura di Giampiero Neri e per EditLet a cura di Giorgio Linguaglossa.

MATTEO DE BONIS è nato a Cosenza il 27 Giugno 1991; è laureando in Filosofia e Storia presso l’Università della Calabria. Nel 2008 ha partecipato al premio letterario ‘Federica Monteleone’ nella sezione dedicata alla narrativa, figurando tra i vincitori. Nel 2011 ha partecipato e vinto la selezione regionale delle Olimpiadi di filosofia. Ha collaborato con numerose riviste on-line di cultura e filosofia. Attualmente s’occupa di tematiche quali i rapporti tra poesia e ontologia e la riabilitazione del sapere estetico. È uscito nell’antologia Fondamenta instabili (deComporre Edizioni).

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POESIE EROTICHE SCELTE di Letizia Leone da Confetti  sporchi (2013) con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Siamo alle docce

Come/  certe troie felliniane/  così fedeli alle cadute

Letizia Leone è nata a Roma. Si è laureata in Lettere all’università  “La Sapienza” con una tesi sulla memorialistica trecentesca e ha successivamente conseguito il perfezionamento in Linguistica con il prof. Raffaele Simone. Agli studi umanistici  ha affiancato lo studio musicale. Ha insegnato materie letterarie e lavorato presso l’UNICEF organizzando corsi multidisciplinari di Educazione allo Sviluppo presso l’Università “La Sapienza”.

Ha pubblicato: Pochi centimetri di luce, (2000); L’ora minerale, (2004); Carte Sanitarie, (2008);  La disgrazia elementare (2011); Confetti sporchi (2013); AA.VV. La fisica delle cose. Dieci riscritture da Lucrezio (a cura di G. Alfano), Perrone, 2011; è presente con dieci poesie nella Antologia di poesia contemporanea Come è finita la guerra di Troia nono ricordo a cura di Giorgio Linguaglossa (Progetto Cultura, 2016)

Un suo racconto presente nell’antologia Sorridimi ancora a cura di Lidia Ravera, (Perrone 2007) è stato messo in scena nel 2009 nello spettacolo Le invisibili (regia di E. Giordano) al Teatro Valle di Roma. Ha curato numerose antologie tra le quali Rosso da camera (Versi erotici delle maggiori poetesse italiane), Perrone Editore, 2012. Collabora con numerose riviste letterarie e organizza  laboratori di lettura e scrittura poetica.

Letizia Leone in recita

Letizia Leone in recita

Commento di Giorgio Linguaglossa

Direi che la poesia erotica di Letizia Leone è stata abbondantemente  inzuppata nelle acque lutulente e inquinate del Tevere. Della cristianità direi che ha conservato ben poco, per fortuna;  poesia immersa in un erotismo pagano, claudicante ed effimero, che va per fiammate improvvise e improvvide. L’inopportunità, la «parola inopportuna» per dirla con Bachtin, è il sigillo principe della poesia erotica moderna, da Giorgio Baffo in poi fino a Letizia Leone, è la parola che non ha riguardo per il bon ton dell’epoca della stagnazione, con tanto di pornografia gratis per tutti i gusti e la normalizzazione erotica di comunione e liberazione, la parola che si pone come incrocio  tra la visività dello sguardo erotico e la temporalità di chi percorre il tragitto dell’eros. Quello che fa la Leone è una poesia che procede per analogie fisiche e psichiche, che va per avvicinamenti e per deviazioni, per sottrazioni, per scantonamenti dalla parola diretta, per strappi metaforici; insomma la Leone fa qui un discorso diretto e indiretto, avvolgente e assertorio, si accinge alla zuffa dell’eros e la evita, saggiamente, va per approssimazioni, per la via più lunga sapendo bene che quella più breve va spesso a finire nel vicolo cieco della significazione codificata, insomma catulleggia se c’è da catulleggiare e filosofeggia se c’è da filosofare. Se la poesia, diciamo normale, si basa su una architettura invisibile, la poesia erotica deve ricercare l’ordine nel disordine dei sensi e delle parole che designano i sensi sconvolti. La metafora nella poesia erotica, di cui c’è già nel titolo un chiaro riferimento: i «confetti sporchi», deve essere invece estremamente chiara e allusiva insieme, sta qui la difficoltà del fare poesia erotica; inoltre, deve indicare l’assenza del corpo desiderato per evocarne la presenza, e sta qui un’altra perigliosa difficoltà, e deve indicare la presenza laddove invece si cela una assenza. Insomma, una procedura davvero complicata per la quale occorre un magistero stilistico che l’autrice padroneggia; il tutto dell’eros non va mai detto ma fatto intravvedere e immaginare al lettore per scorci e per affondi. Ed ecco che Letizia Leone procede per suggestioni e per immediatezze estremamente elaborate e mediate, miscelate con i ricordi di Catullo e Kavafis e un pizzico di ironisme:

Tacchi a spillo da guerra
per comprarti al mercato degli schiavi
e poi la corda cruda per tenerti legato
gioiello povero
come può esserlo il diamante.

Eros modernissimo, modernismo erotico; qui il sacro è assente (o quasi) c’è quasi la nostalgia del sacro se non fosse per quella ironia, quel crepitare di immagini che serpeggia ed aleggia in ogni componimento.

Letizia Leone, Confetti sporchi, Lepisma_Nuovo 2da Confetti sporchi Lepisma, 2013  pp. 82 € 13

I

Come
certe troie felliniane
così fedeli alle cadute

sulle pareti scrostate
aggrappandosi ai sudori
con le ali turgide e appiccicose
ai finestrini.

Gli scompartimenti pieni
la toilette occupata
noi missionari
con le bocche robuste dei vizi
e non è un film per soli
adulti,
finché il lago rotto di una grazia
dilava tregua
vicino al cuore.

Tutti i polpastrelli rosi dalle carezze
al pietrame.

III

Baccante ebbra
hai già sbranato l’Orfeo dei sogni
e seppellito i santi
in quel terreno arso
-il tuo mercato rosso sul marciapiede
per turisti-

ora hai un uomo davanti
un palato di vino
organi puri del sesso
ubriachi anche loro
ma è qui che crescono i fiori
volgari
tra i rintocchi
di chi brama l’ultimo avvento

e fa le prove del piacere

spostare un po’ la percezione
l’esperimento.
È la sazietà delle statue.

La biancheria alberghiera
al largo: bandiere
mutande tacchi giarrettiere
souvenir da circo
per la tua evoluzione animale.

.

<Ohibò la testa è nell'oblò

VII

Tutto di nascosto
la libidine che cova nelle botteghe
dell’usura:
sfioramenti
soprassalti, spasimi
sottochiave.
Uno spettro è sparito dalle camere
e dalle panchine
sbocca in una lussuria assira:
tu Semiramide annoiata
una notte in più
di carezze inferiori.
L’eternità in un’ora.

.
XI

Un po’ di rossetto sulla lingua
già infuocata
dall’esplorazione.

Zone divaricate
zone in costruzione
sotto la tua bocca
ordigno che ustiona
ad altezza di ventre
se l’andatura è inversa
è accoglienza della bestia, di spiriti
cacciati rifiutati

questo deforme amore ha solo sbagliato
cielo, ha sragionato
con le mani aperte, nere
sui seni
lui il demonio mi ha radicato
al corpo, sia benedetto
e santo se cura l’apatia.

Non è solo un organo
questa beatitudine ad orologeria.

Letizia Leone in recita

Tutta la sera/  ti ho barcollato al collo/  sulla spilla di un tacco dodici/  sulla suola che mi arpionava il pollice/
“sono ubriaca

 

XIII

…mi volevo mettere un tacco
da grattacielo
e invece rasoterra
voglio andarmene via…
(Vito Riviello)

o sono la balena? E tu Achab
mio capitano!”

Cretina vieni a casa
sono quindici anni che ci amiamo.

.
XVI

Cercansi
amori osceni, ripugnanti, insinceri
per i reami di luce blu
streghe e nane da peep show e il principe
delle allucinazioni

accoppiamenti da sballo
con le luci a intermittenza
smorfie e grida sul palco.
Il galeotto delle voglie e cappuccetto
rosso inguainato, maschere nude
che ostentano strette e poi tutti
gli odori del sesso incartati
nel lattice rosa

sotto ammirazione degli astanti
nel lato in ombra, i sosia
magri, affilati.
Poveri paralitici
elegantemente fuori moda.

.
XXIII

Se la nobiltà è cosa liquida del sangue
io sono sabbia, siccità
femmina sconsacrata e
fusa alle parole
più impronunciabili
i mantra dell’eccitazione
che generano roghi nel tuo orecchio. Ti
voglio
uomo privato della mente razionale
per esercitare la mia pratica di profonda attenzione
ai nervi
per assorbirti nel vuoto
per riportarti alla sorgente.

Se l’eleganza è ricchezza di maniere
io sono ortica di campagna
ti imprigiono con le mie spine segrete
irriguardosa, sono cattiva
intelligenza felina sulla pelle
il mio sigillo è semplice sanguinare oleoso
tra le lenzuola
arte cattiva in crescendo di te
morto
rinato
risorto
detronizzato dall’io
derubato
nudo
specchio della mia brama.

A chi non sa
consiglio l’oro.

pant brevi per una vita breve

pant brevi per una vita breve e felice

Usarono il giardiniere
le gran dame degli atti impuri
per scalare i gradi del piacere al meglio dello strazio:

“avvicinati voluttuosa novizia,
vieni a guardarci nel vizio
osservaci
assapora con gusto
impara questa filosofia”.

Servirono il tè tra la lava
di un Vesuvio.

*

Anche l’aroma è un dio che nutre
perché Afrodite non ha atti proibiti
o penitenze,
ma il catalogo delle mele
e dei pollini in festa
liquida idea della frutta fresca
il contatto di lingua e bocca sulla colata dei pollini
che partono dalle tenebre
non meno che gli incensi:
allora quale viaggio vai assaggiando della
creazione del mondo
con lei: la mela imperatrice.

Sciogli le trecce, il tatto mercuriale
nel mordere la palla di luce
ma basterebbero gli occhi a scioglierlo
il succo carnoso in quel pomo colmo.

Compro un chilo di mele al mercato
corpi freddi che dormono il miele
e l’oro dei misteri terrestri

poi vado lezione da Eva.

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LA GENERAZIONE DEGLI ARRABBIATI – GLI ALIENI ovvero sull’alienazione a cura di Ambra Simeone e Ivan Pozzoni – Poesie di Artin Bassiri Tabrizi, Bsa, Erica Gazzoldi, Mattia Macchiavelli, Mariano Menna, Valerio Pedini, Ambra Simeone

belloARTIN BASSIRI TABRIZI

SISIFO

Terminato il tempo degli anatemi
Scorrazzo nel campo in cui i verbi fioriscono
Errare, vagabondare, vagare…
ogni frutto trascina nel tempo
torturandomi con immagini scolpite nel nulla

Invano ne cerco le origini,
gelatine nel magma libinale
sbavano lacrime e sconfitte

Chiudendo gli occhi, respiro quei profumi aspri
vacillanti
tastando ancora quelle pelli sature, umide
baciando quelle occhiaie complici

Eppure, l’infausto procedere m’impone di aprirli
di nuovo
E, ancora una volta
quei dolci sussurri migrano lontano

Flussi dolenti s’approssimano
mi chiamano per nome,
succube

La mia dimora è la Morte
le grida fucilate
le facce d’ombra
gli assensi metallici

Quel campo ha strattonato il mio sangue,
ora in me pulsa stremata
l’eterna domanda

giace, la roccia immonda
ed io scivolo ancora nella mia sorte

Artin Bassiri Tabrizi

Artin Bassiri Tabrizi

ARTIN BASSIRI TABRIZI è nato ad Assisi il 1992; frequenta Filosofia all’Università degli studi di Perugia e anche il conservatorio F. Morlacchi della stessa città, come studente di pianoforte. Attualmente svolge studi all’Université Paris Pantheon-Sorbonne; a breve si iscriverà all’Università Statale di Milano per la specialistica. È uscito nell’antologia Umane transumanze (deComporre Edizioni).

 

 

Bsa

Bsa

 

 

 

 

 

 

 

 

BSA

ALIENATION

Nazioni e Tempi il galateo
eleggono, Male e Bene nei costumi.
Scorre il succedersi, secoli e secoli.
Cambia il culto delle colte culture,
Yin e Yang s’invertono. Se ti sottrai alieno
sarai additato dai violenti scribi,
censori e critici, di coscienza
obiettori. Nichilista, relativista
sarà il tuo nome, sofista. Relativo non è il mio
bensì il vostro mutevole mondo.
Nichilista non chi non crede
ai vostri primitivi dogmi, loro sì
disfattisti pan-cidi.

Artista, dall’anonimo Kabbalista a Rumi,
da Krishnamurti a Baudelaire,
da Gibran a Mishima,
da Pelevin a Jodorowsky.
Periodi lontani più dei luoghi.
Connessi tutti alla più alta,
sempiterna Energia. Lei consiglia,
chiamata dio, allah, termodinamica od insight, un tema
sempre uguale, lodevole, amorevole.
Se l’abbracci rischi, dagli abitanti
della Caverna riceverai i fischi opprimenti,
poi niente pane, come indisciplinato cane
bastonate sui denti, corone d’alloro
in spine tramutate.

Nasconditi, o vero artista,
finchè sei in tempo!

BSA, Oudeis, Anam sono tre nomi usati dal “poeta”. Classe 1989, mai laureato, ha pubblicato i suoi scritti nella raccolta Viaggi diVersi (Poeti e Poesia), e varie volte con deComporre edizioni, in diverse antologie a cura di Ivan Pozzoni.

 

Erica Gazzoldi

Erica Gazzoldi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ERICA GAZZOLDI

INCUBO RICORRENTE

Spesso m’abbacina un sogno sardonico
di luci tintinnanti in una fiera
o, meglio, un party –nel galateo tonico
di chi infioretta una qualunque sera.

Io scivolo sola nel gorgo cronico
di figure parate a primavera,
gale, orecchini –e un che di malinconico
imbeve tavole e vesti qual cera.

Un’ombra palpita oltre quel mare,
col canto nitido e muto d’un faro:
amore o nulla –così è, se pare.

Da quel richiamo abbagliante ed avaro
è diretto il risucchio del mio andare:
quest’è sostanza del mio cuore amaro.

ERICA GAZZOLDI è nata a Manerbio (BS) l’8 settembre 1989; ha conseguito la maturità scientifica all’istituto di istruzione superiore “Blaise Pascal” (Manerbio, BS). È stata allieva dell’Università degli studi di Pavia, del collegio S. Caterina da Siena e della Scuola Superiore IUSS. Il 7 dicembre 2011, ha conseguito la laurea triennale in Antichità classiche e orientali, con una tesi dal titolo Hellenism and the Seleucids in the Book of Daniel. Il 18 febbraio 2014 ha conseguito la laurea magistrale in Filologia, letterature e storia dell’antichità, con una tesi dal titolo The Additions to the Book of Esther: Historical Background. Ha collaborato per anni col mensile studentesco Inchiostro (http://inchiostro.unipv.it). Coltiva la passione della scrittura fin dalla prima adolescenza; si è cimentata con diversi generi: il romanzo, il racconto breve, la lirica, il libretto d’opera. Talvolta, ama creare personalmente le illustrazioni. Gestisce un blog miscellaneo: Il filo di Erica (http://erica-gazzoldi.blogspot.it). Ha al proprio attivo una raccolta poetica: La tessitrice di parole (Brescia, 2011, Marco Serra Tarantola Editore).

Mattia Macchiavelli

Mattia Macchiavelli

 

MATTIA MACCHIAVELLI

L’ULTIMO RITRATTO DI GÉRICAULT

L’indovino del villaggio preferisce l’Isola dei Pioppi
è una fenarete premurosa Madame de Warens
solo i flauti d’ambrosia costringono alla libertà:
Salomè deve lasciare cadere tutti e sette i veli
sinolo d’inchiostro e promessa è quel contratto
Volontà Generale esige riverente genuflessione.
L’archimandrita di Boudry è un pifferaio di ratti:
Urras o Anarres?

Philosophiae nullam operam impendit
autoerotismi d’una teleologia allo specchio:
uno e trino è il parto dell’infelice coscienza
vi è un labirinto d’alterità nel ventre di Gea
ritorna sempre in sé il volo della nostalgica nottola.
tanto peggio per i fatti se Napoleone reinventa l’Assoluto
in neolingua scriviamo un eterno presente

Le porcellane di Löw sono un eden di riflessione
non sigillare ermeticamente il sistema
fuori dal tempo vi sono solo le statue dell’indifferenza:
è fragranza di desiderio l’ontologia di Dio
catene di Es ci avviluppano a fantasmatiche proiezioni
Libertà indossa un provocante sensualismo.
Che cosa hai mangiato oggi?
Astolfo ha assunto tre grammi di soma.

Spira da Treviri un vento rosso
– francamente, io odio tutti gli dèi –
nessuna lepre marzolina trasformerà il mondo:
le mani senza figli sono madri orfane di futuro
Charlot continua ad avvitare i seni delle donne
conosce la gravità il masso di Sisifo
ogni altro è sempre un mezzo, mai un fine.
Si è smarrito lo spettro per l’Europa:
i pompieri hanno bruciato ogni volume.

Anche Kripke ha una sola dimensione
la caverna platonica è un linguaggio senza codice
oggi ho venduto l’ultimo abbonamento
trimestrale, a rate, tre euro per la cauzione del badge:
sono venuto bene nel ritratto di Géricault

MATTIA MACCHIAVELLI è nato a Bologna nel 1988; si è diplomato in Scienze Sociali al Liceo Laura Bassi di Bologna ed è iscritto alla facoltà di Filosofia presso l’Alma Mater Studiorum. Eterno studente, ex receptionist, attualmente salumiere, da sempre appassionato di letteratura e poesia. Nel 2010 pubblica la sua prima silloge poetica: Orgasmi di fata (Albatros-Il Filo). Nel 2012 inizia una collaborazione con la rivista on line “Clamm Magazine” (www.clammmag.com) dove pubblica una serie di articoli incentrati sull’analisi fenomenologica della cultura pop. Nel 2013 è tra gli ideatori e i soci fondatori dell’associazione culturale bolognese Metro-Polis (www.metropolisbologna.it), di cui è a tutt’oggi Presidente. Nel 2014 pubblica due poesie (Ombra e Biston Betularia) nell’antologia Homo Eligens, a cura di Ivan Pozzoni, con deComporre Edizioni; sempre nel 2014 pubblica altre due poesie (Il sesso delle stelle e Cenere vogliosa) nell’antologia Forme liquide, a cura di Ivan Pozzoni, con deComporre Edizioni.

 

mariano menna

mariano menna

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MARIANO MENNA

ALIENAZIONE

I passanti sono ombre indistinte:
avanzano incessanti nelle notti
senza fine,
osservando le vetrine dei negozi
che nutrono la sete di possesso.
Ho stracciato il solerte calendario
che si diverte a smuovere le ore,
ma non c’è sipario
al suo rumore prolungato.
Mi manca il fiato spesso
-i giornali mi soffocano –
i giorni sono guerre mai reali.
La casa mi protegge dal progresso,
è un bunker ed io confesso:
il cuore è una granata nel petto
e aspetto l’esplosione, inerte.
Lo specchio riflette un uomo nudo:
sono io -ho creduto-
ma non mi riconosco.

mariano mennaMARIANO MENNA è nato a Benevento nel 1994. Ha conseguito la maturità scientifica presso l’istituto Polispecialistico Gandhi di Casoria. È iscritto al primo anno del corso di laurea in Filosofia presso l’Università Federico II di Napoli. Nel 2012 è risultato vincitore del Concorso Nazionale “Scrittura attiva” di Tricarico, nella sezione giovani, con la poesia “La ballata del vagabondo”. Nel 2013: ha pubblicato due raccolte di poesie La grande legge e La pagina bruciata, entrambe edite da Marco Del Bucchia rispettivamente a maggio e novembre; è risultato secondo classificato nella sezione “Giovani” del concorso Nazionale “Città di San Giorgio a Cremano” con la lirica“Iris”. Nel 2014: si è classificato al 3°posto nella 5^ edizione del premio letterario internazionale “Le parole dell’anima” Città di Casoria (NA) con il libro di poesie  La pagina bruciata; al 2° posto alla IX edizione del Premio Artistico – Letterario Internazionale Napoli Cultural Classic con l’inedita “Il crepuscolo”. È stato inserito nelle antologie Poesia per Dio, curata dalla casa editrice “La Ziza” con la poesia inedita “La scelta” (marzo 2014) e Fondamenta instabili, curata da deComporre Edizioni. Alcune sue poesie sono apparse su blog e riviste online come “L’ombra delle parole” di Giorgio Linguaglossa, “Alla volta di Leucade” di Nazario Pardini, “La distensione del verso” di Sandra Evangelisti, “Le Reti di Dedalus” di Marco Palladini e “Poetrydream” di Antonio Spagnuolo. È membro cofondatore della corrente artistico-letteraria del Labirintismo, il più grande movimento d’avanguardia del 2000 con più di 200 iscritti.

valerio gaio pedini

valerio gaio pedini

 

 

 

 

 

 

 

VALERIO PEDINI

ALIENO LIQUIDO-SGRETOLAMENTO DEL SE’ IN STATUS INDIVIDUALISTA (IN CONFRONTO IL CONCETTO DI ALIENAZIONE DI MARX E’ UNA SIMPATICA BEFFA)

Non poter cominciare in un modo armonico
Questo è il principio della rarefazione della Persona:
termine sporco, posticcio, insignificante:
termine liquidato.

Le feritoie della galera oltrumana si sono spezzate,
l’oltre è ridicola macchinazione di un Nietzsche letto ormai troppo male:
l’uomo si è disintegrato in una brutale abnegazione,
il Sé è morto in un lancio, privo di qualsivoglia belligeranza, del Sé.

Una saetta non incenerisce, una saetta non illumina, una saetta non è:
una “saetta” è una parola, la mia decostruzione è una Saetta
che s’insinua nelle fenditure di un Universo aspro:
sordità di un moto vacuo-non vi è luogo- non vi è poesia- poiché non vi è luogo,
non vi è sé- non vi è poeta poiché non vi è sé.
Non vi è uomo poiché non vi è sé.

Incenerito in un individuo vacante, l’uomo non si muove,
non più alieno sociale, ma alieno corporale, alieno intellettuale, alieno psicologico, alieno linguistico, alieno politico, alieno ideologico, alieno artistico, alieno storico, alieno urbano, alieno sub urbano!
Alieno della menzogna delle sue imprecazioni,
si sfilaccia in un continuo scodinzolio.

Latra- latra- un cane che non è nemmeno amico di se stesso-figurarsi dell’uomo
Che si strizza come una spugna marina,
senza comprendere di chi sia quel sangue leucemico che inonda il globo.

Incastonato nella sua ininterezza non può far altro che ridere goliardicamente alla propria – non del tutto propria- inappartenenza alla Natura, che scricchiola sotto il peso di un corpo inesistente.

Ma estraniato da tutto, da tutti, l’Antisé, grida: “Non rimpiangere ciò che hai lasciato alle spalle, ciò che sei è ciò che desideravi essere, perciò ora muori- e non sarà un Tramonto”

Non vi è catastrofismo nelle mie parole, non confesso e non sconfesso nulla,
quando il dolore attecchisce,
allora il mio sguardo si scioglie.

valerio pediniVALERIO PEDINI nasce il 16 giugno del 1995. Esattamente 18 anni dopo, Valerio, divenuto Gaio, senza onorificenze, decide di patrocinare il suo primo evento culturale da sé, per sé, ma Artiamo lo festeggia male, con la gastrite e l’epilessia e quasi nessuno ad ascoltare, a vedere il frutto del suo lavoro e di quello della sua allora amata pittrice-poetessa Sofia Bollini e della cantante Arianna Meda. Nell’intermezzo ha iniziato a recitare, preferendo l’espressività del teatro di ricerca rispetto al metodismo popolare che comunque gli è utile per i suoi lavori sul movimento; a scrivere, pubblicando in collaborazione col circolo narrativo AVAS Gaggiano, nelle antologie Tornate a casa se potete, Rigagnoli di consapevolezza, Ma tu da dove vieni? (in collaborazione con Mambre). Nell’ottobre del 2013 inizia il progetto Non uno di meno Lampedusa, insieme alle poetesse Agnese Coppola, Rossana Bacchella, Savina Speranza e alla narratrice Aurelia Mutti, con lo scopo di dare una voce poetica e artistica alla tragedia di Lampedusa. Ha contribuito ad un progetto artistico diretto da Agnese Coppola, che tratta del doppio nell’arte e sta facendo studi teorici sulla poesia intesa come caos. Inoltre sta lavorando ad un libro di filosofia, che tratta della mediazione della paura di massa e ad una silloge poetica (Maggiorminore: la disperazione dei diversi uguali). A maggio è uscita la sua prima raccolta poetica, con IrdaEdizioni: Cavolo, non è haiku ed è stato inserito nell’antologia Fondamenta Instabili (deComporre Edizioni) e successivamente sempre con deComporre Edizioni nelle antologie Forme Liquide, Scenari Ignoti, Glocalizzati.

 

Ambra Simeone

Ambra Simeone

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

AMBRA SIMEONE

cercando il significato di alienazione su wikipedia

sarà almeno da qualche secolo che l’hanno scoperta, l’alienazione
e poi ce l’hanno spiegata una serie di grandi filosofi della rivoluzione,
infatti se cerchi la parola su wikipedia, ti danno una serie di significati
che sono tutti un po’ uguali ma tutti un po’ diversi, il primo parte dal greco,
che vuol dire straniero, cioè uno che è diverso da te, uno diverso dal resto,
il secondo è chi decide di allontanare qualcosa da sé, di prendere tutto a distanza
il terzo invece è simile a essere folli, dei veri disadattati, fuori dalla comunità,
come uno che vive ai margini della società, insomma non proprio fuori del tutto,
il quarto dice che essere disagiato è molto simile all’essere alienato,
e poi c’è il quinto che sei proprio così, se vivi nell’era moderna e industriale,
sarà che se hai un lavoro, un lavoro qualunque, uno poi si aliena per questo,
che stare a fare la coda in tangenziale uno si sente come un po’ impazzito
o anche entrare in tram che tutti stanno a toccare uno schermo luminoso,
e che ascoltano musica in cuffia, è davvero alienante; loro non esistono, sono
fuori dal mondo, come se avessero deciso di allontanarsi da sé e dagli altri,
insomma se uno si sveglia e beve sempre lo stesso thè, bacia sempre la stessa
persona, guida sempre la stessa macchina, entra sempre nello stesso ufficio,
guarda sempre lo stesso capo, le stesse persone, la stessa città, la stessa tv,
allora è proprio un tizio alienato dal mondo, perciò credo che dovrei
aggiornare le mie convinzioni, che quelli che il lavoro non ce l’hanno
non dovrebbero essere alienati come gli altri, ma neanche mi sembrano felici,
e saranno alienati anche loro oppure no, non lo so, così ho letto su wikipedia,
che dice questa è l’alienazione, ma a me lo psicologo, ha detto che è solo vita.

Ambra Simeone copertina Ho qualcosa da dirtiAMBRA SIMEONE è nata a Gaeta il 28-12-1982 e attualmente vive a Monza. Laureata in Lettere Moderne, ha conseguito la specializzazione in Filologia Moderna con il linguista Giuseppe Antonelli e una tesi sul poeta Stefano Dal Bianco. Collabora con l’Associazione Culturale “deComporre”. La sua prima raccolta di poesie Lingue Cattive esce a gennaio del 2010 per i tipi della Giulio Perrone Editore di Roma. Del 2013 è la raccolta di racconti Come John Fante… prima di addormentarmi per la deComporre Edizioni. La sua ultima raccolta di quasi-poesie esce quest’anno per deComporre Edizioni con il titolo Ho qualcosa da dirti – quasi poesie. È co-curatore de Il Gustatore – quaderni Neon-Avanguardisti che hanno ospitato Aldo Nove, Giampiero Neri, Peppe Lanzetta, Giorgio Linguaglossa, Paolo Nori e molti altri. Alcuni suoi testi sono apparsi su riviste letterarie nazionali e internazionali tra le quali l’albanese Kuq e Zi , la belga Il caffè e l’americana Italian Poetry Review e su antologie; le ultime due per LietoColle a cura di Giampiero Neri e per EditLet a cura di Giorgio Linguaglossa.

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CINQUE POESIE E CINQUE POETI SUL TEMA DELLA MORTE – GLI ARRABBIATI Valerio Gaio Pedini, Matteo De Bonis, BSA, Ambra Simeone, Mariano Menna a cura di Ambra Simeone e Commento di Giorgio Linguaglossa

Escher Maurits Cornelis Drago

Escher Maurits Cornelis Drago

 Il tema della morte è un classico della riflessione poetica e filosofica. Ne Il mito di Sisifo Camus dice che una filosofia che non sa liberarci dalla paura della morte è una filosofia inutile. Heidegger ontologizza la morte e ne fa una destinazione dell’esserci, la sua forma costitutiva. Adorno, Ortega y Gasset e molti altri filosofi hanno violentemente protestato contro questa invasione dell’ontologia ed hanno parlato dell’essere per la vita quale forma costitutiva dell’ente umano, quell’ente che progetta, getta i ponti dei propri progetti sopra l’abisso della morte e là costruisce la città della vita.

Che il gruppo dei giovani Arrabbiati scriva poesie sul tema della morte era quasi inevitabile, da sempre i giovani hanno un rapporto privilegiato con la morte, la considerano con condiscendenza, anche con sarcasmo, con ironia, spazzano il campo dall’analogia morte-immortalità, dichiarano la loro aperta diffidenza verso ogni teoria che addomestichi la morte in ideologia per essere utilizzata contro i vivi e la vita.

(Giorgio Linguaglossa)

 

valerio gaio pedini

valerio gaio pedini

Valerio Gaio Pedini

Gloria teo morte: monologo mortuario

 Asfissia: una parola complessa, penso: ché poi mica tanto complessa è
La NATURA del mio precipizio UMANO:
ora, non è per fare il filosofo: la filosofia è un’accozzaglia di ipocriti: di uomini soli:
di uomini e basta: LA CRITICA DELLA RAGION PURA: ma quale RAGION PURA.
“Gloria Teo Morte!”
Riecheggia nell’Alba, che è solo un Tramonto, nel tramonto, che è solo un’alba!
Sfiorire è nascere, nascere è sfiorire:
perire lentamente.
No, no, no, no, no, no, no, no, no, no, merda, merda, merda, merda, merda
Non credete alla sanità delle parole! Alla ragione!
La terra è rimpianto, pianto isterico: nostalgia: i fiori appassiscono nascituri
Com’io mi sgretolo nella mia tirannia psicologica:
fatto, disfatto
Mai cercai Morte
Gloria Teo Morte
È la morte che vive dentro di me, di noi, di tutto: là dove c’è vita c’è morte: è solo il principio di un equilibrio cosmico:
“Non incontrerai mai la morte” profetizza Epicuro, filosofo del giardinaggio.
Nooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo! La morte vi è poiché esisto, poiché nacqui, poiché fui generato: senza la vita, non vi è morte, senza la morte non vi è vita
È tutto uno sfiorire lento
Calpestato dai nostri piedi:
l’uomo? È un suicidio: un suicidio permanente che deve essere terminato, perché io sono uomo che supera l’uomo e che non vuole esserlo
come nessuno mai, consapevole delle proprie debolezze, del proprio dolore, della propria disarmonia!
Assuefatti a scomparire siamo cadaveri mangiati dai vermi, ma almeno nutriamo i vermi:
dalla cenere può nascere ancora qualcosa, oh uomo:
ascolta Eraclito, era più profeta di Cristo: Tutto Scorre, Tutto Muta: un sasso sarà pur un’altra vita, perché darà vigore alla Terra: finalmente.
Dove sarà quell’unico corpo di VITA, lì troverò SPERANZA nella FINE DEL TEMPO: la fine del VACUO.

 

matteo de bonis

matteo de bonis

Matteo De Bonis

Morte di un lirico ideale
a Salvatore Toma

Attraverso
le diroccate rovine di un
ponte carnale a voi
fluiscono ora,
purché siano rigonfie,
coorti di rose immaginose che
auliscono.

Mentre
la penna danzante avanza
su fogli puntellati col sangue,
piombavano
e vincevano nerborute
fisicità.
Un lirico ideale è stramazzato in terra,
colpito da ventitre coltellate. Ahimè!
Attraverso le voci singolarmente
affettate per voi
s’impennano ora, che sommuovano
almeno,
coorti di rose immaginose che
occhieggiano.

 

Bsa

Bsa

BSA
Morte

Insopportabile sarà
la Vita per colui che
la Morte non ha accolto nel suo cuore.
Nascere, morire, nascere,
morire, nascere. Questa la Natura
dei Vivi. Nascer non puoi senza
Morte, Vita mai sarai così bella
togliendo la precarietà. Zeus stesso
questa c’invidiava.

io io io io io io io io io io
sono Immortale finché non penso.
Ma gl’Immortali sono i soli già morti.
Rinunci a pensare alla Morte,
Rinunci a migliorare ed accettare ciò
che non ti piace. Morto in vita per
la Morte evitare. Ipertrofico l’IO
rende stupido, impreparato e banale.

Finalmente morrò, il mio zainetto
di carne lasciato a biodegradare, finalmente
dopo tanti pasti uno abbondante
lascerò al microscopico
mondo batterico, sempre attivo, sempre cangiante.

Dei rimanenti 21 grammi non so, non m’interessa.
Troppo difficile cercare una risposta, che
se esiste mi sarà data al giusto momento.
Ripeto senza sosta:

Morte ti amo, perché parimenti
amo la Vita.

 

Ambra Simeone

Ambra Simeone

Ambra Simeone
alcune indicazioni utili da ricordare in caso di morte

in caso di morte violenta per guerre o genocidi sulla striscia di Gaza
ricordarsi di postare su facebook tutte le foto più orribili, così che qualcuno le veda
e rimanga sconvolto un minuto e poi scriva sì mi piace oppure lasci un commento,
in caso di funerale di parente, di amico o conoscente che dir si voglia,
ricordarsi di applaudire e di mettere sulla bara la bandiera della squadra del cuore,
che poi si potrebbero portare anche una o due trombe da stadio, che fanno colore,
in caso di suicidio di poeta sconosciuto ricordarsi di scrivere più articoli sui blog
che parlino di lui, del suo sfortunato destino e di come non se lo cagava nessuno,
perché adesso, adesso ci sta davvero a cuore e quel che scriveva ora ci piace,
in caso di morte dell’autore più noto, ricordarsi quanto meno di ristampare
tutto ciò che lo riguarda, biografie, prime uscite, vecchie lettere e cartoline
poi ricordare a tutti che è stato importante e vendere tutto quel che è possibile,
in caso di morte di muratore o minatore, dirlo in tv una volta sola e poi basta
in caso di morte di dittatore o d’imprenditore ricordarsi di dirlo più volte,
scrivere libri sulla loro vita e ingaggiare opinionisti che ce ne parlino tanto,
in caso di morte di bimbo, investito da ubriaco, ricordarsi di avviare il processo
in caso di morte accidentale di un cane sotto l’auto di uno che non lo aveva visto,
non dimenticare di chiamare un po’ di gente, che ci aiutino a farlo un poco a pezzi,
in caso di morte per droga di un cantante o di un attore, non vogliamo mica non
glorificarlo, si ci facciano su un paio di film, una serie di quadri e tre reportage,
insomma casomai vi doveste scordare, alcune indicazioni utili in caso di morte.

 

Mariano Menna

Mariano Menna

Mariano Menna

La ballata del suicida

Troppe, lunghe ore, io passo ad aspettare
la fine di una vita che non ha più altre trame.
Chiuso nel mio buio, nella mia paura,
appeso ad una corda rendo a Dio la sua fattura.

Questo suo regalo che voi chiamate vita,
non è che una bestemmia ormai finita.
Penso ai miei tre figli che sto per lasciare,
perché nel mio corpo l’aria no, non ci può stare!

Diventerò un suicida quando il gallo canterà,
non ho saputo reggere allo stress della città
in cui venuto al mondo, già stanco per natura,
mi sono condannato a tanti debiti d’usura.

Tanti i fallimenti che ho dovuto sopportare,
troppe le ferite che ho tentato di guarire,
ora lascio il mondo e voi lasciatemi morire,
solo, in questa stanza, l’esistenza terminare.

Rido mentre piango, è scoccata la mia ora,
un ultimo consiglio lascio udir dalla mia gola:
“Non ripudiate il mondo perché, pur pentito, adesso
capisco questo errore, ma dovrò morire lo stesso…” Continua a leggere

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LA GENERAZIONE DEGLI ARRABBIATI: LA POESIA (parte III)- Bsa, Leonardo Catagnoli, Mattia Macchiavelli, Valerio Gaio Pedini, Mariano Menna, Ivan Pozzoni – Preambolo di Ivan Pozzoni

andy warhols jackie kennedy 1964

andy warhols jackie kennedy 1964

I RISCHI DELLA SOCIETÀ TARDO-MODERNA: VIVERE UNA VITA TRENDY

Nell’odierno contesto d’entrata in crisi della cultura umanistica tradizionale e del disfacimento dell’interesse sociale verso ogni valore estetico, che ruolo attribuire all’artista, e, nel concreto, a chi scriva versi? Potremmo dare una soluzione alle difficoltà esistenziali dell’artista, con la ri-definizione del suo ruolo sociale, muovendo dalla chiave narrativa della nozione ambigua di «mostruosità»: a] mostruosità come attività di creazione di dolore da mostro-1, volta ad eternare i nessi di dominanza / controllo e b] mostruosità come attività di sottomissione al dolore da mostro-2, destinata a mantenere, senza reazione, i nessi di dominanza / controllo attraverso meccanismi di auto-«marginalizzazione». I mostri-1, creatori occulti d’una cripto-ideologia del successo (etica del successo – esaltazione della bellezza – reificazione dell’individuo debole – mercificazione dei sentimenti), sintetizzata – nella mia interpretazione- dalla nozione di vita trendy, incarcerano in essa i deboli (mostri-2), condannandoli, come in una sorta di collettiva sindrome di Stoccolma, ad esistenze d’ansia e dolore e alla «marginalità» sociale. Come si individua la c.d. vita trendy, habitat / habitus della mostruosa cripto-ideologia del successo? La vita trendy – simbolo sociologico / antropologico dell’era tardo-moderna nel mondo occidentale – consiste nell’esaltazione accentuata del successo (danaro – carriera – bellezza), nella critica crudele ai fallimenti individuali (miseria – mancanza di lavoro – bruttezza), nella realizzazione di un’etica narcisistica senza interessi comunitari, nella valorizzazione di modalità nichilistiche d’esistenza. Chi, vittima dei canoni inarrivabili della vita trendy, non riesca a sottrarsi all’etichetta del fallimento, o cade nella banalità d’una esistenza inautentica o è martirizzato dal dolore. Gettato nella storia come mostro-2, l’artista – a mia opinione- ha l’onere morale di resistere alla vita trendy, in costante rivolta (Camus) contro i creatori occulti del circolo vizioso: nel ruolo di mostro anti-mostro, costui deve intrattenere relazioni di a] condivisione esistenziale coi mostri-2, b] rivolta contro i mostri-1 e c] resistenza alle sirene incantatrici della vita trendy, abbandonandosi alla testarda ricerca di una democrazia lirica da trasformare in reale democrazia civile.

(Ivan Pozzoni)

Bsa

Bsa

Bsa
NON MI PIACE LA POESIA

Poesia, raramente
ti leggo, ancor più di rado
ti cerco.
Tremenda m’insegui, stolta,
nel cuore trapanato cento
cento cento volte per lo strambo
pagliaccio ubriacone, saggio bambino
che credo di essere.
Torni a trovarti sempre lì.
Non mi piaci, Poesia, perchè con te
mi crogiolo nel dolore, scateno sbrigliata la sfrenata
tendenza all’antisociale riflessione interiore, mentre
oggi cerco il contrario.
Illuminazione.
Solitudine ma ormai soltanto a tratti.
Nemmmeno io so lasciarti, Poesia.
Un’amante che fortifica le stranezze,
i labirinti fra le meningi stretti.
In fondo sei un sollievo,
amo con te
giocare, triste od allegro, a trottare
tra l’attraente ritmo tuonante e soave
del suono delle parole.

BSA, Oudeis, Anam sono tre nomi usati dal “poeta”. Classe 1989, mai laureato, ha pubblicato i suoi scritti nella raccolta Viaggi diVersi (Poeti e Poesia), e varie volte con deComporre edizioni, in diverse antologie a cura di Ivan Pozzoni.

 

Leonardo Catagnoli

Leonardo Catagnoli

 

 

 

 

 

 

 

Leonardo Catagnoli
LETTERE

Capita quasi sempre
al crepuscolo fumoso
dei pensieri rannicchiati
sulle ciglia innocenti
dei sogni caotici

in quello spazio buio
la notte distratta
all’ombra dell’universo
smette di ascoltare
e inizia a parlare

e l’uomo che sente
le onde del nulla
e chiude turbato
il cerchio del tempo,
il poeta che muore.

Leonardo Catagnoli è nato a Milano nel 1990; diplomato in Scienze sociali è attualmente studente laureando della Facoltà di Sociologia all’Università degli Studi di Milano Bicocca. Dopo aver vinto alcuni concorsi locali, è stato invitato a discutere in alcuni istituti superiori sulle nuove forme d’integrazione della poesia nei contesti giovanili moderni; ha recitato in svariate manifestazioni culturali al fianco di illustri artisti milanesi. Tra 2011 e 2014 suoi versi sono stati pubblicati nelle antologie Frammenti Ossei e Labyrinthi. Vol 1, con Limina Mentis, Generazioni ai margini e Metrici moti, con deComporre edizioni. Dal 2011 altri suoi versi sono stati inseriti nelle riviste brianzole L’arrivista – Quaderni democratici (Limina Mentis) e Il Guastatore – Quaderni neon-«avanguardisti» (deComporre Edizioni). Oggi è proprietario di una birreria artigianale a Milano.

 

Mattia Macchiavelli

Mattia Macchiavelli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mattia Macchiavelli
SECCHI I SENI DI DEMETRA

Secchi i seni di Demetra allattano sabbiose armonie
solitudine silenziosa è l’aurora
declina ubriaco l’oro del tempo
s’affaccia l’eterea incudine,
un ceruleo sudore di perla bagna l’algida formica
diafano è il palpito di tenebra
riverbera ancora l’antico gladio
trovo la chiave smarrita:

mette pelle all’incertezza la lingua di Bibilonia
irriverenti broccati per le carni massacrate
estende l’infinito l’olio del Marocco
vendo ciprie d’estetica sfumatura,

l’apolide dal nero splendore è estraneo in ogni topica
quale anatema nasconde la sensualità del miele?
nessuna Inquisizione svelerà il segreto della strega
l’opus nigrum partorisce fecondi vuoti.

Il martello di cristallo genuflette pensieri d’avorio
allegro rimbombo di smeraldo
essenziale è la danza della cicala
ecco il mio scorcio sui limoni

Mattia Macchiavelli è nato a Bologna nel 1988; si è diplomato in Scienze Sociali al Liceo Laura Bassi di Bologna ed è iscritto alla facoltà di Filosofia presso l’Alma Mater Studiorum. Eterno studente, ex receptionist, attualmente salumiere, da sempre appassionato di letteratura e poesia. Nel 2010 pubblica la sua prima silloge poetica: Orgasmi di fata (Albatros-Il Filo). Nel 2012 inizia una collaborazione con la rivista on line “Clamm Magazine” (www.clammmag.com) dove pubblica una serie di articoli incentrati sull’analisi fenomenologica della cultura pop. Nel 2013 è tra gli ideatori e i soci fondatori dell’associazione culturale bolognese Metro-Polis (www.metropolisbologna.it), di cui è a tutt’oggi Presidente. Nel 2014 pubblica due poesie (Ombra e Biston Betularia) nell’antologia Homo Eligens, a cura di Ivan Pozzoni, con deComporre Edizioni; sempre nel 2014 pubblica altre due poesie (Il sesso delle stelle e Cenere vogliosa) nell’antologia Forme liquide, a cura di Ivan Pozzoni, con deComporre Edizioni.

valerio gaio pedini

valerio gaio pedini

valerio pedini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Valerio Gaio Pedini
I VIVI SONO MORTI, I MORTI SONO VIVI: E ALLA FINE LA CREMAZIONE E’ LA SCELTA PIU’ ECONOMICA

Non prego per alcuno, non ci trovo ragioni valide per farlo:

non dedico le mie parole ad alcuno: l’interlocutore ormai è morto-

bruciato il passato-il presente-il futuro! Vorrei dar senso ai vostri belati- alle mie lacrime che imprimono il terreno di scorie tossiche:

oh,no,no,no,no,no,no, non esistono poeti al mondo che siano eterni, i morti son morti e nella cenere devono rimanere:

lasciate spazio ai vivi, che nell’umbratile della loro assenza, sono morti in partenza

senza una meta, senza una meta: la storia non ha meta, la vita non ha meta, le poesie non hanno meta,i sogni non hanno meta:

solo il dolore m’imprime, mi deprime, mi sconvolge e si rivolge

attraverso le incrinature di un tempo deprivato della sua temporalità:

dove vogliamo andare, spettri? Spettri della ragione, nottetempo siete stati fugaci, lenti

e chissà se il futuro non sarà fugace, lento: un ossimoro assai barbarico, dopo tutto

ah ah ah ah, rido di voi, rido di me, rido di tutti, perché la risata seppellisce,

perché la Natura si fa beffa dell’uomo!

Un albero parla, quando il vento lo incrina: sono tutti come d’autunno sugli alberi le castagne: destinate ad essere cotte da un pirla che fa solo caldarroste e te la vende a 10 euro al sacchetto,

quando Renzi ti dice che 80 euro in più sono un contributo determinante per vivere in modo sano.

Ah ah ah, bruciate morti, bruciate vivi, bruciate valori e plusvalori!

E no, e no, e no e non ditemi che non avete dato degli ossi di seppia a dei cocorite per spuntarsi il becco, e non dite che non siete entusiasti che la mamma di Ungaretti alla fin fine è morta, e non dite che l’oboe sommerso suona: perché se sommergi un oboe, quell’oboe non fa un cazzo di suono!

E non dite che della capra di Saba ve ne frega qualcosa: perché c’ha scassato i coglioni con la capra!

E non dite che…ha senso tutto questo…schifo.

Oh, elogiamo i morti, perché son morti e se non fossero morti, sarebbero comunque morti, perché oramai non vi è alcuna differenza tra un morto e la demenza, tra la demenza e l’intelligenza

Io non sono un uomo e non pretendo di essere un uomo:

io sono un alieno:

io sono un estraneo- , ma con Saba son pur d’accordo, le capre belano

ed anche bello guardare le capre quando mangiano l’erba

e con Ungaretti: m’illumino d’immenso: ma quest’immenso mi fa profondamente schifo

e con Montale son pur d’accordo: siamo saturi: Saturi!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Dove imprimo le mie parole, le mie parole sono panico, paura, disperazione, e voi siete le mie parole: cianfrusaglie che riempiono i miei scaffali:

libri, libri,libri, libri spopolano sui miei scaffali: sono un librario et un intellettuale, ma va sono un attore et un buffone, sono un saltimbanco ed un termosifone: state attenti che il termosifone non scoppi

perché se no vi allaga la casa

e l’acqua è piscio

piscio:

ho imparato a rubare dagl’altri, così come ho imparato a prenderli per il culo

oh non preoccupatevi, rispetto chiunque vecchi, giovani, contadini, paesanotti, borghesucci, cattolici, musulmani,buddhisti, induisti,protestanti, aristocratici, operai,artigiani,elfi, nani,prostitute, pagani, mendicanti, cantanti, melochecche, ebrei, nazisti, fascisti, comunisti, nativi americani, aborigeni, maori, marocchini,berberi,turchi selgiuchedi, persiani, alessandrini,romani, greci eppure etruschi e latini et infondo classificazioni morte varie:

esiste più tutto questo: a più senso parlare di tutto questo? Plebei! Plebei! La poesia è Natura e la Natura quando finisce ,finisce: non fate storicismi, o non fate epigrafi, ci sono i lapidari che vi hanno rimpiazzato, Manzoni dalla penna gnomica:

Napoleone? Napoleone era un nano con un cazzo lungo 6 cm, nacque in Corsica e morì solo, perché era un nano!

Apprezzo i miei omonimi: si sa che quelli che si chiamano Valerio Gaio stanno con le lesbie o scrivono epigrammi politici, denigrando tutto e tutti o deprimendosi per una zoccola:

senza la consapevolezza che di zoccole ce ne son tante nella fogna:

cantate, cantate o miei illustri colleghi le gesta di Achille, di Ettore e di quel pirla di Paride: ed elogiate Ulisse ed il suo cavallo:

ma l’eroe non è né Ulisse, né Achille (che fra l’altro era un coglione), né Ettore (che poteva mandare affanculo il fratello): il vero eroe è Giasone: il pavido! e la storia è fatta da pavidi!

Perciò muoio, come muore il mondo, stretto alle catene

Nella speranza che nessuno mi ascolti

E qualcuno sia talmente vigliacco da dedicarmi una leccata di culo.

 

Valerio Pedini nasce il 16 giugno del 1995, di otto mesi, e viene tempestivamente scambiato nella culla: il misfatto viene subito scoperto. Esattamente 18 anni dopo, Valerio, divenuto Gaio, senza onorificenze, decide di organizzare il suo primo evento culturale ad Artiamo (gastrite e l’epilessia e quasi nessuno ad ascoltare); nell’intermezzo ha iniziato a recitare, preferendo l’espressività del teatro di ricerca rispetto al metodismo popolare e a scrivere, uscendo, in collaborazione col circolo narrativo AVAS – Gaggiano, nelle antologie Tornate a casa se potete, Rigagnoli di consapevolezza e Ma tu da dove vieni?. Nell’ottobre del 2013 inizia il progetto Non uno di meno Lampedusa, insieme ad Agnese Coppola, Rossana Bacchella, Savina Speranza e ad Aurelia Mutti. A dicembre conosce Teresa Petrarca, in arte Teresa TP Plath, con cui inizia diversi progetti artistici: La formica e la cicala, Essence e Pan in blues e in jazz. Sta lavorando ad una monografia filosofica: Maggiorminore: la disperazione dei diversi uguali. A Maggio 2014 è uscita la sua prima raccolta poetica, con IrdaEdizioni: Cavolo, non è haiku ed è stato inserito nell’antologia Fondamenta Instabili (deComporre Edizioni) e, successivamente, sempre con deComporre Edizioni, uscirà nelle antologie Forme Liquide, Scenari ignoti e Glocalizzati.

 

mariano menna

mariano menna

 mariano menna

 

Mariano Menna

POESIA SENZA NOME

Che nome dare a questa poesia
povera di intenti e contenuti?
Potrà sembrare forse un’eresia
immortalare dieci versi muti:
mi limito soltanto ad emulare
la maggior parte dei poeti d’oggi
convinti di potersela tirare
per spazi riempiti d’aria fritta.
(la rima ha preferito stare zitta
per dare a tutti idea della sconfitta)

Mariano Menna è nato a Benevento nel 1994. Ha conseguito la maturità scientifica presso l’istituto Polispecialistico Gandhi di Casoria. É iscritto al primo anno del corso di laurea in Filosofia presso l’Università Federico II di Napoli. Nel 2012 è risultato vincitore del Concorso Nazionale “Scrittura attiva” di Tricarico, nella sezione giovani, con la poesia La ballata del vagabondo; nel 2013 sono uscite due raccolte di poesie La grande legge e La pagina bruciata, entrambe edite da Marco Del Bucchia. É stato inserito nelle antologie: Poesia per Dio (La Ziza) e Fondamenta instabili (deComporre Edizioni). Alcune sue poesie sono apparse su blog e riviste online come “L’ombra delle parole” di Giorgio Linguaglossa, “Alla volta di Leucade” di Nazario Pardini, “La distensione del verso” di Sandra Evangelisti, “Le Reti di Dedalus” di Marco Palladini e “Poetrydream” di Antonio Spagnuolo. É membro cofondatore della corrente artistico-letteraria del Labirintismo.

Ivan Pozzoni

Ivan Pozzoni

Ivan Pozzoni Patroclo non deve morire

 

Ivan Pozzoni

FUORI I SECONDI!

Dall’angolo destro d’un ring assonnato,
novello Carneade,
assisto allo scempio d’un boxeur ormai suonato,
costretto a retrocedere, senza mai incassare,
davanti ai sinistri del diffuso malaffare.

Fuori i secondi!

Secondo, a nessuno, nella vita assecondo
i deliri innocenti annunciati da un bando
in cui i vinti soccombono nell’amara ventura
di subire solo colpi, bassi, sotto cintura.

Fuori i secondi!

Esco di scena, suonano i gong,
ti incammini, tristezza, con indosso un sarong,
intrecciato di trecce da corone di larice,
vomitando veleno dentro ai fiumi d’un calice;
t’incammini, dolce Aoide, in attesa d’un jab
dal destino bastardo che trasforma in fight club
i confini d’un mondo che inchiavarda alla gogna
chi tra noi combattenti butti a terra la spugna.

Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976; si è laureato in diritto con una tesi sul filosofo ferrarese Mario Calderoni. Ha diffuso molti articoli dedicati a filosofi italiani dell’Ottocento e del Novecento, e diversi contributi su etica e teoria del diritto del mondo antico; collabora con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2007 e 2013 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi Introversi, Androgini, Mostri, Galata morente, Carmina non dant damen e Scarti di magazzino con Limina Mentis, Lame da rasoi, con Joker, Il guastatore, con Cleup, Patroclo non deve morire, con deComporre Edizioni; tra 2009 e 2014 ha curato le antologie anti-poetiche Retroguardie (Limina Mentis), Demokratika, (Limina Mentis), Tutti tranne te! (Limina Mentis), Frammenti ossei (Limina Mentis), Labyrinthi [I], [II], [III], [IV], Generazioni ai margini, Neon-Avanguardie, Comunità nomadi, Metrici moti, Fondamenta instabili, Homo eligens e Umane transumanze (deComporre). Nel 2010 ha curato la raccolta interattiva Triumvirati (Limina Mentis); nel 2012 è uscito il numero unico di rivista, da lui curato, Le bonhomme. È con-direttore de “Il Guastatore – Quaderni «neon»-avanguardisti”; è direttore esecutivo della rivista internazionale “Información Filosófica”; è direttore delle collane Esprit (Limina Mentis), Nidaba (Gilgamesh Edizioni) e Fuzzy (deComporre Edizioni).

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LA GENERAZIONE DEGLI ARRABBIATI (Parte II)- Gregory Corso, Ambra Simeone, Bsa, Artin Bassiri Tabrizi, Matteo De Bonis, Valerio Pedini a cura di Ivan Pozzoni con preambolo di Giorgio Linguaglossa

Andy Warhol_Marilyn 1967 serigrafia su carta pezzo unico fuori edzione cm91x91

Andy Warhol_Marilyn 1967 serigrafia su carta pezzo unico fuori edzione cm91x91

«Poetar è dis-umano / poetar è dis-ordine», scrive Artin Bassiri Tabrizi; « La mia penna come / un dildo il cere-bellum», scrive Bsa; «una volta leggendo un poeta contemporaneo, / mi è sembrato di capire che non ci avevo capito niente», scrive Ambra Simeone; «Il poeta, che è per un istante volto di luna, /siede, lungo sentieri limacciosi / e appestati da infernali pozzanghere», scrive Matteo De Bonis; «L’uomo è già distrutto, Dio pur non esistendo si è suicidato», scrive Valerio Pedini.

Mi sembra chiaro che qui siamo di fronte ad una diseconomia valoriale ed estetica. Una generazione che va dai venti ai trent’anni, che ha perduto la propria identità, la generazione che è venuta Dopo il Moderno, e dopo, diciamolo, il fallimento della poesia italiana della Tradizione e della Anti Tradizione, dopo il fallimento della politica degli ultimi trenta quaranta anni, dopo un lunghissimo decennio di strisciante stagnazione e recessione economica dell’Italia. Che altro dire? Che cosa possiamo rimproverare a questi giovani? Io, per rincuorarli, direi che hanno avuto pessimi maestri e che è stata una buona scuola. Non posso dir loro nient’altro. Non gli abbiamo lasciato nulla di duraturo (intendo valore estetico duraturo), nulla che valesse la pena di un impegno; gli abbiamo detto che la poesia è gioco, che si deve occupare dei ritagli e dei detriti, che si deve occupare del proprio corpo, che la poesia è «farsi i fatti propri» come scrive un poeta contemporaneo che va di moda, che la poesia è un atto «irresponsabile», come hanno scritto altri autori, e altre varie corbellerie. Non dobbiamo quindi meravigliarci se questi giovani hanno perduto le coordinate valoriali, politiche ed  estetiche (su quelle etiche non mi pronuncio). Hanno perduto tutto (anzi, gli abbiamo sottratto tutto). Cosa gli è rimasto?. Semplice, le «fondamenta instabili» (titolo di una antologia a cura di Ivan Pozzoni), non gli è rimasto nulla, non credono in nulla, tantomeno alla poesia.

(Giorgio Linguaglossa)

 

Gregory Corso
HO 25 ANNI

Con un amore un delirio per Shelley
Chatterton Rimbaud
e l’affamato guaito della mia gioventù
si è propagato da orecchio a orecchio:
IO ODIO I VECCHI SIGNORPOETI!
Specialmente i vecchi signorpoeti che ritrattano
che consultano altri vecchi signorpoeti
che esprimono la loro gioventù in bisbigli,
dicendo: – Queste cose le ho fatte allora
ma è acqua passata
è acqua passata –
Oh vorrei tranquillizzare i vecchi
dirgli: – Sono vostro amico
ciò che eravate una volta, grazie a me
lo sarete ancora –
Poi di notte nella sicurezza delle loro case
strappare le loro lingue apologetiche –
e rubare le loro poesie.

trad.it. Massimo Bacigalupo
[testo scelto da Ambra Simeone]

Ambra Simeone

Ambra Simeone

 Ambra Simeone copertina Ho qualcosa da dirtiAmbra Simeone
UNA VOLTA LEGGENDO UN POETA CONTEMPORANEO

una volta leggendo un poeta contemporaneo,
mi è sembrato di capire che non ci avevo capito niente,
che quel che aveva scritto lo aveva scritto per non farsi capire,
cercavo sul dizionario le parole difficili, che intanto mi ero incuriosita,
e forse anche un po’ arricchita, avevo imparato parole nuove,
o meglio parole vecchie, parole che non sentivo dirle più a nessuno,
che scritte mi sembravano ancora più antiche, rimaste lì tra le righe,
pensavo a come scriverle anch’io, per far vedere che le sapevo,
per far impazzire chi le leggeva, che poi come me doveva aprire il dizionario,
e anche lui imparava quella nuova parola, e stava lì a decifrare un codice,
come in guerra, che se non capisci il codice sei morto o giù di lì,
ma se anche dopo imparate le parole che non sapevo, io non ci capivo,
che vorrà dire, mi sono chiesta? che sono ignorante? forse,
io ignoro perché il poeta contemporaneo lo aveva fatto, perché, mi chiedevo?
allora a chi vuole leggermi gli dico qualcosa che forse l’ha fatta anche lui,
che forse voleva proprio farla, che forse non ci aveva mai pensato,
che poi dice cavolo ora la faccio proprio, che allora c’ha proprio ragione!
ecco perché ti scrivo un ammasso di parole sentite per strada,
che il mio racconto se te lo senti dentro oppure no, me lo dirai,
chissà, ma almeno lo sappiamo di cosa stiamo parlando.

AMBRA SIMEONE è nata a Gaeta il 28-12-1982 e attualmente vive a Monza. Laureata in Lettere Moderne, ha conseguito la specializzazione in Filologia Moderna con il linguista Giuseppe Antonelli e una tesi sul poeta Stefano Dal Bianco. Collabora con l’Associazione Culturale “deComporre”. La sua prima raccolta di poesie Lingue Cattive esce a gennaio del 2010 per i tipi della Giulio Perrone Editore di Roma. Del 2013 è la raccolta di racconti Come John Fante… prima di addormentarmi per la deComporre Edizioni. La sua ultima raccolta di quasi-poesie esce quest’anno per deComporre Edizioni con il titolo Ho qualcosa da dirti – quasi poesie. È co-curatore de “Il Gustatore – quaderni Neon-Avanguardisti” che hanno ospitato Aldo Nove, Giampiero Neri, Peppe Lanzetta, Giorgio Linguaglossa, Paolo Nori e molti altri. Alcuni suoi testi sono apparsi su riviste letterarie nazionali e internazionali tra le quali l’albanese Kuq e Zi, la belga Il caffè e l’americana Italian Poetry Review e su antologie; le ultime due per Lietocolle a cura di Giampiero Neri e per EditLet a cura di Giorgio Linguaglossa.

 

Bsa

Bsa

Bsa
LA POESIA FA IL POETA, IL POETA FA POESIA

La mia penna come
un dildo il cere-bellum riordina,
placa sconquassando teorie
a spada tratta, niente
vasellina ma con sabbia unge, bagna,
calma la rabbia
delle labbra oro-neurovaginali.
Estro non è creatività bensì
intimo sanguinare, mensile o emorroidale. Il dolore
aiuta pel pensiero astrale. Frullo
ora a freddo il fremente Freud: Arte,
ESSENZA SENZA formal tecnica non
si riduce al solo ES.

Poesia, grazie
per il sublime sublimato
io,
sazio e savio e dissolto
che regali.

Sei un bel gioco
per bambini mai banali.

BSA, Oudeis, Anam sono tre nomi usati dal “poeta”. Classe 1989, mai laureato, ha pubblicato i suoi scritti nella raccolta Viaggi diVersi (Poeti e Poesia), e varie volte con deComporre edizioni, in diverse antologie a cura di Ivan Pozzoni.

 

Artin Bassiri Tabrizi

Artin Bassiri Tabrizi

Artin Bassiri Tabrizi
IN MORTE DEL POETA MAI NATO
a Jacques Derrida

Commensale, commensale !
Dammi da bere
e inizierò a narrare

Amico mio, devi sapere
Che noi poeti d’antico mestiere
– mal celati
mai compresi –
con diversi sotterfugi
l’Animo umano sappiam cangiar!

Acciocché possa capire
quel che io ti sto per dire
prova un po’ a immaginare
a quant’è sconfinato il mare

Troverai, con dispiacere
che c’è poco da tacere!
Ahi, lasso, qual buon vento
mena le vele a piacimento

e cangiarlo non si puote
(non importano le quote)
tentennar è criminale
se di fronte hai un bel crinale

senza fronzoli o anatemi
lo smargiasso di sistemi
cosa può dinanzi a noi?

Che poi vedi, oh commensale
la nostra
ingordigia tutto travolge
non solo al mare
essa si volge

Sterpi danzanti
muri vibranti
chioschi dolenti
volti piangenti.

L’orecchio tende l’agguato
la parola, inerme

Esso
si intinge di lusso
si veste di fango

La simmetria di questo pensiero
non esiste, non può d’altronde
esso è rapace
avvilito da quello che gli si mostra :
teste marce, scuotono meccanicamente
l’assenso, come a dimostrarne l’inconsistenza

Sapresti affermare, con viltà
che questo è movimento?
Che questa è possibilità?
Posso forse immergerti in questo specchio unto?

Posso osare
carpire le forme del tuo volto cieco immerso in una sostanziale uniformità di linguaggio
menomare quegli occhi acuminati
sostenere il tuo respiro?

Posso forse, io
– con cotanta perfidia –
chiederti ora, avvolta nei nembi
di mescere, con me, ignave forme di silenzio
di sostare inerte finché tutto sia brullo?

Poetar è dis-umano
poetar è dis-ordine,

Nel ventre del sonno
che ormai tutto tace
noi siam la fornace
già! quella loquace!

Ma senza proventi
marciscono lenti
quei decadenti
che aman poetar

Vieni, anche te!
a esplorare il sentier
insieme al burlier
e al suo destrier

Unitevi in coro,
amanti dell’oro!
agiremo caparbi
sosterremo gli sguardi

Narcisi violenti
scappate, fetenti!
è il turno dell’ombra
le cui stanche membra
tanto pazienti
finirono algenti
disperse dai venti

Oh, commensale
quanto mai vale
questa sporca realtà?

ARTIN BASSIRI TABRIZI è nato ad Assisi il 1992; frequenta Filosofia all’Università degli studi di Perugia e anche il conservatorio F. Morlacchi della stessa città, come studente di pianoforte. Attualmente svolge studi all’Université Paris Pantheon-Sorbonne; a breve si iscriverà all’Università Statale di Milano per la specialistica. È uscito nell’antologia Umane transumanze (deComporre Edizioni).

 

Matteo De Bonis

Matteo De Bonis

Matteo De Bonis
IL POETA

Il poeta, che è per un istante volto di luna,
siede, lungo sentieri limacciosi
e appestati da infernali pozzanghere, su una selce
solitaria.

La sua mente è rivolta verso l’incandescente
forma d’una poesia-conchiglia;
in essa giocherà
un’eco del mare invisibile.

MATTEO DE BONIS è nato a Cosenza il 27 Giugno 1991; è laureando in Filosofia e Storia presso l’Università della Calabria. Nel 2008 ha partecipato al premio letterario ‘Federica Monteleone’ nella sezione dedicata alla narrativa, figurando tra i vincitori. Nel 2011 ha partecipato e vinto la selezione regionale delle Olimpiadi di filosofia. Ha collaborato con numerose riviste on-line di cultura e filosofia. Attualmente s’occupa di tematiche quali i rapporti tra poesia e ontologia e la riabilitazione del sapere estetico. È uscito nell’antologia Fondamenta instabili (deComporre Edizioni).

 

valerio gaio pedini

valerio gaio pedini

 valerio pediniValerio Pedini
POIESIS ET NATURAE: NIETZSCHE E CAPRONI S’INSULTANO, MENTRE BUKOWSKI RIDE- ED IO EVAPORO

“Dio è morto”, inizia così la triste- ma forse non così tanto vicenda
Del litigio dogmatico dei poeti dei mondi- fanculo se l’uno ispirò l’altro-
Fanculo se tutti ispirarono me-nessuno ispira nessuno, perché noi siamo destinati a scioglierci
E la Poesia allora domina nel nostro decadimento- la salvezza del Tutto, in un brodo assiomatico
Di niente-nienti-perdenti-dente
Che macella
Tutto in-giustamente
“Dio si è suicidato”- fa niente che non sia mai esisto, ma si è suicidato!
“Dio è superato”- la Natura domina- il vero Dio lo respiriamo
Dio è pietra che saremo- pietra che già siamo
Una pietra è magmatica e la si può salire, guardando in basso
Dobbiamo scoprire noi
Dobbiamo scoprire il sé, l’io, il noi, ogni pronome personale soggetto è superato, troppo smidollato
Insulto smidollato, vivi secondo natura, conosci i tuoi limiti e la tua saggezza e la tua non saggezza, ignora questa vacua tua poesia-non sarai capace a descrivere la rosa, perché dialogherai solo con te stesso-questa è la tua vacua poesia!
Pregna, pregna dell’umana impotenza
“L’uomo va superato”
L’uomo è già distrutto, Dio pur non esistendo si è suicidato

Ah ah ah,
i coglioni se la litigano,
mentre io mi faccio una sega,
oh, che la poesia sia la natura mi ci gioco le palle
ma mi ci gioco le palle che il miglior modo per descriverla
è descrivere me stesso, snaturalizzandomi un po’
ed è pur vero che i gatti fanno le fusa
mentre si lavano colla lingua,
mentre le puttane vengono stuprate,
mentre la politica rimane sempre uno spreco di tempo,
mentre io mi scolo un po’ del mio sangue,
guastandomi il mio pancreas
in questa morte naturale
non vi è inizio alla poesia, né morte, un arbitrario passatempo per scrivere cazzate,
questa è la filiera della decadenza poetica,
una fiera di hot dog e patatine unte bisunte- patatine, che, a differenza del mio culo, fanno cagare

Dio-tanto è il vostro, non me ne frega un cazzo, mi preoccuperei se fosse il mio- voi credete che io sia pazzo?
Voi credete che sia un porco frustrato che non ha alcunché da fare per vivere in modo sano?
Diamine, mi avete sgretolato tutto, ora umana spezie, della poesia ignoranti, io sgretolo voi- ed evaporo
Alla mia Natura! Continua a leggere

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SEI POETI DELLA NUOVISSIMA GENERAZIONE “GLI ARRABBIATI” (bsa), Leonardo Catagnoli, Mattia Macchiavelli, Mariano Menna, Valerio Gaio Pedini, Ivan Pozzoni -Con uno scritto di Ivan Pozzoni: La crisi della nozione tradizionale di comunità: hôtellerie e «nomadismo»

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grattacieli-new-york

grattacieli-new-york

 

 

Bsa

Bsa

Galappa Losa [grappa rosa, la notte al bar cinese]

(bsa)

Limpido il bancone mandarino,
saracinesche mai del tutto abbassate
nonostante la legge l’imponga. Giambellino
offre vaste gamme di osterie di nuova
generazione. Disperati arabi mai educati al bere
vomitano lame contro lo sguardo che li coglie.
Tranquilli i sudati sudaca con fiato di fuoco
chiacchierano sul caro Caribe. Pochi
gl’italiani superstiti, vivi forse, sicuro
poco vegeti. Agitati dalla calce che le nari
farcisce. La chiaman droga, poco pura azzera
i neuroni, ma non è buona.
Tintinna ininterrotto lo stillicidio colorato del videopoker che ritma la vita
dell’omino del sol levante.

Un meltin’pot della devastazione, nuova
la forma, sempre uguale la sostanza, da Bukowski in poi,
dei bar delle periferie babilonesi.

 

 

escher

escher

 

Leonardo Catagnoli

Leonardo Catagnoli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Leonardo Catagnoli

L’OSTERIA

Cumuli di grida
sussurri e fiati sfiorano
dimenticati ed essiccati
gli antichi buchi
del legno notturno

evaporano i padri
mentre inciampa nel buio
l’afa alcolica dell’infinito
un vociare di donna
gronda sudicia libertà

il godimento s’estenua
in attimi di nulla
le urla arrugginite
donano alle fatiche
l’insensatezza dello spirito.

la grande bellezza gambe-e-tacchi-a-spillo

Mattia Macchiavelli

Mattia Macchiavelli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mattia Macchiavelli
OSTERIA COLOMBINA

Non v’è riparo per i raminghi del nord
sono folle volo le sinapsi di Atena
eterni gli appetiti su esauste rovine,
Wotan ha bruciato anche i corvi
smarriti i sillogismi nel buio selvatico
nessuno conosce la parola degli universi
sono tutti muti i pellegrini di Earthsea;

è oasi di sangue e sperma l’Osteria Colombina
porte di marzapane per lo sparuto avventore
la mia bisaccia culla nebbie di princisbecco,
regna la Venere dai sette difetti
un sorriso mirandolino in trenta denari d’argento
del fumo non sa che farsene,
nel malchiuso portone indovino il panettiere
autotrofe le certezze del braccio bianco
pingue e atroce il verbo dell’assenza:
la Luisona ha natura altamente metafisica;

un’orgia festosa nella sala dirimpetto
ebbra è la Luna che esilia Saturno
siamo tutti figli del serpente
m’offre Dioniso un cantaro d’edera:
– fatti bere dagli occhi della maschera
tuo è il tacco della Menade
sogno di cocaina la libido del satiro
mordi con me il pomo di Eris- ;

Ugo siede solo al bancone di cipresso
l’Ultima Dea tarda a tornare
mi bisbigliano profezie immortali le sue urne:
è canto dell’upupa l’abisso di memoria
sottrazione primordiale la lezione della mandorla
misura alchemica il segreto del papavero;

ho scelto la pillola rossa
splende un sole senza ritorno al di là dello specchio
Ananke culla il fuso con mani di caos e latte
nelle epifanie di Dublino sono la nuova Locandiera:
sa di vergine il gusto del Lete

bello

mariano menna

mariano menna

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mariano Menna
OSTERIA

Brindiamo alla gente di questa osteria
che vi entra per caso e mai più va via,
che rifiuta illusioni e vana speranza,
che disdegna prestigio e fatua eleganza.
Brindiamo agli ubriachi tornati lucidi
perché, più di prima, saranno trucidi;
perché giureranno di smetter di bere,
per poi tornare a innalzare il bicchiere.
Brindiamo ai politici che sono corrotti,
ai falsi ribelli e ai loro finti complotti;
ai preti bigotti e ai maniaci brutali
che troppo spesso hanno abiti uguali.
Brindiamo alla crisi che regna perpetua,
alle tasse infinite che non danno tregua,
a chi si lamenta ed è pieno di soldi,
a chi non si veste nemmeno coi saldi…
Brindiamo a chi ancora sa credere in Dio,
a chi, alla sua fede , ha già detto addio;
a chi ama un altro del suo stesso sesso,
vuole sposarlo, ma non gli è permesso.
Brindiamo alle donne uccise per gioco,
perché debbano pianger ancora per poco;
all’eterno razzismo e ad un paese diviso,
a chi è stato abortito e non l’ha deciso.
Brindiamo alla morte sempre in agguato,
brindiamo alla notte e al tempo andato,
urliamo al silenzio che risveglia i pensieri:
non c’è più passato, solo vino e bicchieri.
Brindiamo al brindare che ci rende felici,
che ci unisce tutti, amici e nemici.
Brindiamo a chi legge le nostre parole:
potrà venirle a cantar quando vuole!

MAJAKOVSKIJ ILLUSTRAZIONE

MAJAKOVSKIJ ILLUSTRAZIONE

 

valerio gaio pedini

valerio gaio pedini

 

 

 

 

 

 

 

Valerio Gaio Pedini

TOSSICA OSTERIA

M’impermei di sconfitte radicali,
disarcionandomi da ciò che vale,
f-attualmente niente di cui si può parlare
niente di ciò che esiste
nella terra delle terrazze meningitiche moral-mortali:
una sconfitta di suoni obesi
e di pensieri anoressici:
non si può andare avanti, se non sai cosa significhi “indietro”:
vai solo indietro, ti picconi, e poi ti fermi, liquidandoti in una società da poco:
in una diarrea primordiale
che di avveniristico ha solo il funerale.
Mi si torcono le budella, lo sfintere, il colon ed i coglioni
Soffrendo l’ammontare dei coglioni che mi fa male:
è un’eutanasia:
una lobotomia frontale, dove il fatto è una cacosissima denigratoria apatia emozionale:
è la mediazione dei calabroni che ti pungono di fiele
seppellendoti in inferno,
perché tu lo vuoi.
Io non so far altro che recitar questa disposizione dispotica
Di una terra caotica
Che sarcasticamente mi stimola
Uno svisceramento potente:
una scoreggia
che spero soffochi qualcuno,
al più presto.
Che spero soffochi me così che il buon senso dei finti buoni non trafigga la disposizione astrale dei miei coglioni,
che si sa sono polvere di stelle:
un’esplosione.

Buhm!

Morte!

Fine del divertimento,
del dipartimento,
della nazionale,
della nazione,
della latrina,
dell’obesità,
dell’anoressia,
del mio mal di stomaco,
dell’ansia spasmodica,
del lirismo apocalittico,
del sadismo e del crepuscolarismo,
del neo-capitalismo e del populismo,
del postmoderno e del classicismo:
fine di tutto:
fine di niente:
fine di me!

Picasso Jacqueline Roque

Picasso Jacqueline Roque

 

Ivan Pozzoni

Ivan Pozzoni

 

 

 

 

 

 

 

 

Ivan Pozzoni

ALL’OSTERIA DELL’AMORE SOLIDO

Piccolo amore mio, solido, tu, oggi, cadevi
e io non c’ero, a sostenerti, coi miei bicipiti aggressivi
di barbaro delle foreste del Nord, la faccia dipinta di azzurro,
distesi nello spasmodico berserksgangr del bere dal cranio dei vinti,
inizia tutto con un tremolio, il battere dei denti e una sensazione di freddo,
rabbia immensa e desiderio di assalire il nemico.

Piccolo amore mio, fragile, tu, oggi, cadevi,
e c’è un’osteria dietro casa nostra, tutta brianzola, il tuo nuovo mondo,
c’è un’osteria che serve cento e cento tipi di risotti
da spalmare sulle tue ferite e sulle tue ginocchia sbucciate,
dove io, uomo tassativo, riesco ancora ad interpretare ogni oscurità ambrata
nei tuoi occhi da bimba saggia, a manipolare il caleidoscopio delle tue iridi,
scoprendo, volontariamente, il fianco alla daga della tua artica lucidità.

Se non è un’osteria, il nostro amore, ci assomiglia: mangiamo e viviamo,
retribuendoci, a vicenda, vittorie e sconfitte, hôtellerie, viavaiamo e mangiamo,
finché l’oste Godan, il dio dei «poeti» ostinati, sbattendo un boccale di idromele sul tavolo
non ci inviti a danzare al Walhalla, Mocambo a contrario, danzare lontani, alla fine dei mondi,
tu tornerai alla freschezza semplice del tuo mare, ondivaga Sirena caetana di sabbia,
e a me non graverà sullo zinco la terra umida di nebbia della valle senza salite o discese.

Nelle antiche osterie dell’amore solido continuano a mescere nebbia e acqua-di-mare,
fuori temporaleggia, fulmini e tuoni, liquefatto dal nubifragio tutto si stinge,
e noi, mangiamo e viviamo, viavaiamo e mangiamo, al riparo, nella nostra riserva di felicità,
consapevoli che, restando sospesi nell’aria, a lungo andare,
i cristalli di ghiaccio brumosi confluiranno nel mare. Continua a leggere

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