POESIE EDITE E INEDITE SUL TEMA DELL’ADDIO (Parte I) Iosif Brodskij, Antonella Zagaroli, Giovanni Turra, Ambra Simeone, Giuseppina Di Leo, Gian Piero Stefanoni

«Il tema dell’addio. L’addio è una piccola morte. Ogni addio ci avvicina alla morte, si lascia dietro la vita e ci accorcia la vita che ci sta davanti. Forse il senso della vita è una sommatoria di addii. E forse il senso ultimo dell’esistenza è un grande, lungo, interminabile addio».

 

canciani 

Iosif Brodskij

Iosif Brodskij

Iosif Brodskij

Arrivederci, o magari addio

Non è necessario che tu mi ascolti,
non è importante che tu senta le mie parole,
no, non è importante, ma io ti scrivo lo stesso
(eppure sapessi com’è strano, per me, scriverti di nuovo,
com’è bizzarro rivivere un addio…)
Ciao, sono io che entro nel tuo silenzio.
Che vuoi che sia se non potrai vedere come qui ritorna primavera
mentre un uccello scuro ricomincia a frequentare questi rami,
proprio quando il vento riappare tra i lampioni,
sotto i quali passavi in solitudine.
Torna anche il giorno e con lui il silenzio del tuo amore.
Io sono qui, ancora a passare le ore in quel luogo chiaro che ti vide amare e soffrire…
Difendo in me il ricordo del tuo volto, così inquietamente vinto;
so bene quanto questo ti sia indifferente,
e non per cattiveria, bensì solo per la tenerezza
della tua solitudine, per la tua coriacea fermezza,
per il tuo imbarazzo, per quella tua silenziosa gioventù che non perdona.
Tutto quello che valichi e rimuovi
tutto quello che lambisci e poi nascondi,
tutto quello che è stato e ancora è, tutto quello che cancellerai in un colpo
di sera, di mattina, d’inverno, d’estate o a primavera
o sugli spenti prati autunnali – tutto resterà sempre con me.
Io accolgo il tuo regalo, il tuo mai spedito, leggero regalo,
un semplice peccato rimosso che permette però
alla mia vita di aprirsi in centinaia di varchi,
sull’amicizia che hai voluto concedermi
e che ti restituisco affinché tu non abbia a perderti.
Arrivederci, o magari addio.
Librati, impossessati del cielo con le ali del silenzio
oppure conquista, con il vascello dell’oblio, il vasto mare della dimenticanza.

Antonella Zagaroli

Antonella Zagaroli

 labirinto

 

Dalla sezione Costruzioni cinematografiche

Apologia della Libertà

La telecamera si avvicina
Lentamente al letto bianco
Al quaderno col risvolto nero

(…)
Guardate oggi è il mio turno.
Non esisto più.
Finalmente mi libero da ogni guardiano.
Muoio al mondo senza suicidarmi
(non ho questo coraggio).
Non c’è più sesso nel mio corpo.
Sola, mi lascio toccare soltanto dal letto.
Abbasso le braccia.
Non sono riuscita ad essere un centro qualsiasi.
Ho fallito.
Finalmente dico basta alla mia spoliazione.
Ad occhi chiusi e nel letto disegno il futuro.

(…)
Adesso al buio il fremito mi prepara:
“cammina, cammina la principessa
va all’appuntamento
………………………”

(…)
Senza volontà cambio volto
divento un grande orecchio
rintocco di piume
dilatazione di boccioli
voce in fondo agli abissi
………………………
Piano sequenza lentissimo sul volto e sul corpo della donna nuda.

Ecco finalmente lascio il deserto e
vado via anche da te, figlio senza padre
claudicante castellano della solitudine
dolente cavaliere di principesse e principi
ultimo regnante dalla parola magica.
Mi allontano dalle tue e dalle mie vedovanze
caro volto, voce di ambigua specie
confuso crogiuolo di lutti passati
bagliore di inaspettate gemme emotive
per comuni slanci di tenerezza.
Sì, la persistenza è fuggevole volo
a chi soffoca la sulfurea materia,
prezioso custode della malincolìa!
A te finalmente restituisco
il giardino-labirinto d’ogni incontro.
Perderò le trasfigurazioni del tuo viso.
Nel letto insieme alla respirazione
interrompo lo slancio verso il martirio,
ho imparato la carnalità dell’anima.
Oggi, alleggerita dall’ardore,
ubbidisco alla morte.

 

labirinto aleph

labirinto aleph

Dalla sezione La vista del Corpo

Un grido di idee dallo stomaco
e le gambe si alzano
la lingua si ferma,

il colore senza più matite
compone l’assonanza,
l’unica possibile conoscenza.

Il segreto scompare:
“E se la Morte fosse Dio
Buddha Yahvè Allah

la Grande Madre
apparsa concreta
nella vita di Cristo?

Sarebbe Lei la Verità Rivelata
dell’esistenza tutta
motore e paura degli umani?

La continuità della luce?
L’amore senza ragione
al di là di ogni pulsazione?”

“Sì. Morte è notte sole luna stelle
luogo che si perpetua
per tutti coloro che la trovano.

Cratere d’acqua, deserto,
lirico roco lamento
che turba e rasserena,

fiammella, dubbio,
tristezza nella sosta
per l’ignoto.”

Allora mi affido a lei
nella cenere bagnata

la penetro,

nel renderle grazie
scuoto la difesa e vedo
vedo il giardino del tiaso.

(Venere Minima, Rupe Mutevole Bedonia (Parma) -2009)

Giovanni Turra

Giovanni Turra

 

wassily-kandinsky-yellow-red-blue-1925

wassily-kandinsky-yellow-red-blue-1925

 

 

 

 

 

 

 

 

Giovanni Turra

l’orologio da parete

Il pensile orologio da parete,
il metallo brunito della scocca.
Con tatto d’entomologo ne sfili
come altrettante ali le lancette:
un volo di lancette sul quadrante,
tutta la tua vita in un botto.
E s’accampano di getto,
come usciti dall’armadio,
i tuoi morti uno e due.
A mezzo busto dentro una cornice,
in un giorno di sole.

 

l’apolide

Mio padre l’apolide,
gravato nel petto per l’angina,
ben conosceva tutti i duty-free
del Norico, della Pannonia.
E mai s’è dato che per me,
l’unico figlio,
ne sia tornato senza
la stecca rossa di Marlbòro
a metà prezzo.
Così oggi persino questo
mi tocca ricordare:
dei miei vizi,
assolti impunemente
e per amore
dai miei vecchi genitori.

renzo paris roma

ambra simeone

ambra simeone

 

 

 

 

 

 

 

Ambra Simeone

come dire addio, sinceramente, alla mia città

il momento è arrivato anche per me, che devo andare via di qua, dalla mia città,
solo che mi riesce difficile dopo trent’anni, partire e andar via, non ci vuole poi tanto,
dovrebbe bastare una mezza giornata per girarmela tutta in macchina,
per dire addio, sinceramente, a tutta la mia città che è poco più di un paese,
e poi salire dal sud al nord, è passata come via d’uscita, adesso si va direttamente all’estero,
io però salgo da giù a su, e a capire questa cosa, ci sono arrivata dieci anni dopo,
che andare via non è mica male, dovresti trovare lavoro e vivere meglio o forse no,
e c’è che ho un’idea strana per la testa che a rimanere in Italia, non so perché ma forse starei meglio,
magari non è vero, ma a me sembra che non è una bella soluzione, scappare via,
e non è affatto giusto, lasciargliela vincere così, in questo modo,
se poi subito stanno lì a dirti, hai visto? ci sei cascata anche tu, vai via anche tu,
a me sinceramente, un po’ mi rode, lasciargliela vincere così, e per una questione di affetto,
non vorrei lasciare il posto dove sono nata, sì che dopo a spostarmi, ho deciso e lo faccio,
ma non dovrebbe essere una scelta obbligata, che sennò sei solo un mammone,
e sta cosa non vorrei sentirmela dire, da quel politico che ci sta molto bene qua,
con dieci case intestate, e allora? che succede? se uno non va via è davvero un coglione?
no, però dico addio agli scemi del paese, ai vecchi deformi, ai marciapiedi sfasciati,
alle amministrazioni dei nuovi ladri, e a quelle dei vecchi ladri,
che se ci penso su, non parlano più come quelli di prima, adesso pensano ad altro,
e addio, alla sede del partito del sud con l’insegna fracassata, addio al vecchio tabacchi,
alle aiuole puntualmente calpestate, alle cacche puntualmente, ma qualche volta anche no, evitate
alle poste superaffollate, ai negozi che chiudono, alle vecchie api piaggio dei contadini,
a tutti gli ubriaconi del bar di Alfredo, al parco inagibile, alla strada inagibile,
alle chiese inagibili, al castello medievale inagibile, alla scuola media inagibile,
alle file fuori dallo studio medico inagibile, alle villette per i bimbi deturpate e inagibili,
e a me, sinceramente, mi fa come dire, un po’ nostalgia lasciare tutto questo,
perché è sempre mio, e non lo so, ma non mi va di lasciarlo qui, chiamatemi pure possessiva,
mi scappa di fare così, che io per ora scappo via, ma non gliela do vinta a questi qua.

da Ho qualcosa da dirti – quasi poesie – deComporre Edizioni – 2014

 

giuseppina di leo

giuseppina di leo

 

 

 

 

 

 

 

Giuseppina Di Leo

Mi accasciai restando ferma
ma pensavo che nulla resta immobile.
Avevo dipinto la notte e la notte seguente
senza interruzione, se non di quelle che destano il sonno
e ne fanno archi da inviare al cielo.

Sul sentiero di pietra i primi volti cominciarono ad apparire
nitidamente ad uno ad uno. Avevo fissato quelle pietre
lungamente, per giorni e giorni, però mai
nessun cenno vi era emerso:
vi è come un riserbo anche nelle pietre
oggetti inanimati per eccellenza
(secondo l’ipotesi di molti).

Eppure, nell’ora in cui cominciai ad intravedere i profili
– la linea degli occhi, la piega del naso e della bocca –
allora capii che si stava avvicinando il tempo della nostalgia:
che loro avevano capito, e come me atteso tutto quel tempo.
Compresi così che mai più avremmo avuto fraintendimenti,
che tra di noi il dialogo, la dolce parola, avrebbe ripreso a fluire
come miele nel liscio incavo del favo.

Alcune facce erano pensose, altre dormienti nel solco dell’occhio chiuso
ancora, altre mostravano un senso di abbandono misto all’appagamento
dopo l’amore, ma c’era chi si amava nel risveglio con bocche semiaperte
si baciavano. E fu dolce scoprire tutto questo.

La rosa più tenue era stata aperta dall’ultima pioggia
quando ancora nella mattina aveva mostrato la fila delle cinque lingue:
cinque per ogni fila; ora nutriva con la sua linfa le piccole gemme
nate intorno a lei, boccioli pazienti davanti ad un altare.

L’ultima faccia di pietra è un profilo sul pavimento: pensoso
l’occhio fisso in sé, in lontananza attesa.

La luna intanto, dopo aver passato in rassegna gli ulivi
sostava tra i rami della felce.
Luna piena. Concerta di dare voce
all’universo cane.

(da Con l’inchiostro rosso, Sentieri Meridiani Edizioni, 2012)

Lisbona

Lisbona

 

 

 

 

 

 

 

 

h.: 18,35
Nella città del vento, Reina Sofia scioglie le sue tele
tra Tapiés, Mirò, Kandiskij, Picasso e cento o mille
altri ancora. Corre, corre come sa fare una giovane
atleta nella più bella delle piste allestita
per una maratona lunga una storia di colori intrisi
di immagini su stracci e pezzi di carta ricolmi d’inchiostro.
Lungo la strada, reina Sofia dice qualcosa di sé,
per tutte le cose viste, per le strade e le piazze,
per i volti incrociati, per quelli che le hanno
rivolto uno sguardo, «encantado!», racconta
una parte della sua storia. E sembra abbia ancora
molto da dire, o forse no.
Sente gli occhi su di sé nel centro di una grande O
è il suo Io: nel nido di una O.
Tra le immagini preferisce riguardare indietro.
È un volto dimenticato che torna nel viso
lasciato poc’anzi: porta capelli biondi
raccolti in una nocchia, indossa una giacca
azzurro cenere su una gonna in tono;
è una donna distinta, di classe, si direbbe,
ha gli occhiali e legge un grosso libro
“baciata” da una cagatina di fringuello,
uno che ha preso volo dal suo grande nido.
E sempre più assorta, al posto delle garze
ora assembla pellicole di altri tempi,
presentandole insieme alle aragoste e ai granchi presi
dagli ultimi, forse non tutti giovanissimi, amici artisti.

(inedito, luglio 2012 / luglio 2014)

 

gian piero stefanoni

gian piero stefanoni

cornelius escher

cornelius escher

 

Gian Piero Stefanoni

Dell’incavo

Cos’è che brucia e diventa valigia
nell’incavo di una mano?

Quelli che erano i patti, i lati oscuri
superata la soglia del consumo?

C’è sempre un fattivo da pagare,
che muta sentenza.

Non chiede, non suppone il sommovimento
forse attraversato già in sogno.

Conta l’apparizione, il tempo errante,
il confidente disegno.

Solo un passo che rimuove il mattino,
nati al bisogno.

(Da Geografia del mattino e altre poesie, 2008)

.

Largo Agostino Gemelli

Ti vengono a prendere in fila indiana,
di lunedì mattina, tra le rose dell’ultimo
di maggio; sul marciapiedi il passo
cadenzato degli abiti: uno due tre, uno due tre.

Il tempo di attraversare e chiedere dove
ed anche da loro sarai dimenticato.

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3 commenti

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3 risposte a “POESIE EDITE E INEDITE SUL TEMA DELL’ADDIO (Parte I) Iosif Brodskij, Antonella Zagaroli, Giovanni Turra, Ambra Simeone, Giuseppina Di Leo, Gian Piero Stefanoni

  1. Come figlio della diaspora del sud, trovo nell’affresco, o riflessione fatta ad alta voce, dei versi di Simeone, un quadro realista dei nostri tempi. Certo di non aggiungere nulla di più di quello che chi ci legge conosce bene sul tema, mi preme però sottolineare la presa di posizione forte di Simeone che fa un viaggio in avanti ma anche molti indietro: “mi scappa di fare così, che io per ora scappo via, ma non gliela do vinta a questi qua”.

  2. ambra simeone

    Giuseppe siamo terroni, brianzoli, europei (un po’ meno), mondiali (ancora meno)!

  3. ambra simeone

    davvero spontanea e sentita la poesia inserita a introdurre il tema di Iosif Brodskij!

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