Poesie di Angela Bonanno da “Pane schittu”CFR, 2014 (Pane solo) con presentazione di Manuel Cohen

Commento di Manuel Cohen 

Pani schittu (CFR, 2014) un sintagma nominale che nella parlata catanese implica un modo di dire polisemico, alla lettera: ‘pane solo’ o ‘pane senza companatico’, in grado di sod-disfare o allentare il morso della fame, o pane che si mastica facilmente, come ad alludere a un alimento base, vitale.
Il pane come emblema e come tema, variamente declinato, costituisce una delle parole chiave della raccolta e, va da sé, una delle coordinate fondamentali del libro, nella duplice valenza, materica e simbolica.

città Catania sposi al mercato del pesce

Catania sposi al mercato del pesce

È motivo di origine e marca da subito in sottotraccia una differenza di genere: «me matri è n pezzu di pani schittu / di me patri non sacciu nenti», «mia madre è un pezzo di pane solo / di mio padre non so nulla»; è emblema della povertà materiale e morale in Tempo di fame: «senza fami», «senza fame», o della ‘fame nel mondo‘: «n pezzu di pani siccu nt’o casciolu», «un pezzo di pane secco nel cassetto»; altrove, è elemento che rinvia a credenze pagane e a formule di religiosità figurali e popolari, come in Centomila scongiuri e preghiere: «ma u miraculu non veni e / u pani arresta sulu», «ma il miracolo non viene e / il pane resta solo»; o che richiama aspetti di etnografia religiosa, di attinenza rurale e umile: «u santu n testa / chiddu d’e poviri / d’o sulu pani», «il santo in testa / quello dei poveri / del solo pane»; vieppiù si costituisce quale correlativo oggettivo di una condizione di solitudine, o di silenzio in Sunu fatti di carni i to paroli, Sono fatte di carne le tue parole: «ma u pani è silenziu», «ma il pane è silenzio»; o di disagio: «u pani adduppa», «il pane resta in gola»; e ancora, investe il mondo delle relazioni, rivelandosi quale più concreta, e congrua (per rapidità di sintesi, per esattezza icastica di rappresentazione) a riferire della problematicità interpersonale, fatta di mancanze e perdite, di vuoti e insufficienze, di incomprensioni e preterizioni: «ca di ognunu na mud-dica / m’arresta dintra / non sugnu spirituali», «che di ognuno una mollica / mi resta dentro / non sono spirituale»;

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Catania sposi al mercato del pesce

a rimarcare la distanza, la fine di un amore: «u friddu / d’e to manu / schitti comu u pani», «il freddo delle tue mani / sole come il pane»; oppure: «è sempri n fattu di fami / l’amuri è quannu non c’è», «è sempre un fatto di fame / l‘amore è quando non c’è»; o un elemento naturalistico a forte allusività analogica non privo d‘ironia: «u pani schittu abbasta / ma i maccarruni / allinchiunu a panza», «il pane solo basta / ma i maccheroni / riempiono la pancia»; è oggetto di rivalsa, contro cui si scaglia un istinto libertario: «vasamu u pani d’aieri e / ittamulu ê cani», «baciamo il pane di ieri e / buttiamolo ai cani». Interrelati al pane come alimento e come emblema, sono il senso di fame (una necessità fisiologica che sposa presto un più connaturato bisogno di affettività) e la percezione del freddo, al contempo, fisico ed emotivo, interiore e meteorologico. Inutile quasi rimarcare quanto sia urgente la forte valenza di una Stimmung attualissima, come in questo testo: «perdu sempri na cosa / a sira i tappini / a forza a matina / iù perdu / tu perdi / persimu tutti / è u verbu d’a catina», «perdo sempre una cosa / la sera le ciabatte / la forza al mattino / io perdo / tu perdi / abbiamo perso tutti / è il verbo della catena».

città Catania

Catania sposi al mercato del pesce

 Gli ultimi prelievi testuali consentono inoltre di intravvedere la particolare formulazione retorica dei testi: oltre al ricorso a formule gergali e a modi di dire, si segnala il frequente uso della congiunzione ‘e’ posta a fine verso: a indicare che il verso quasi mai si chiude in sé, rinunciando alla valenza monorematica, e invece affida alla continuità testuale e sintattica il proprio discorso.
Altro elemento retorico strategico e caratterizzante, rilevabile in frequenza, è costituito dalle figure di ripetizione. Queste ultime, se ad una prima lettura trovano giustificazione nell’oralità, come elementi ecolalici e archetipici del discorso diretto, ma anche come dati di formularità glossolalica ricalcata da una matrice di religiosità popolare millenaria, ovvero dal Grande Codice della Bibbia: ripetizioni dunque da intendersi come vere e proprie genealogie, e ripetizioni come orazioni affidate ad elementi di recursività sonore che tracciano lo stigma di memorabilità dei versi.
Ad una lettura ulteriore, ci si accorge della sottile, raffinata tela ordita da questa sorprendente autrice: le ripetizioni sono sempre più complesse, e ne attestano l’elevata appercezione estetica, da esperta rethoricienne: basti leggere un testo, in questa chiave, esemplare: Sempri idda, Sempre lei: qui si va dalla epanodo, che come un mantra stigmatizza il rapporto con la madre, «me matri me matri / sempri idda», alla dittologia raddoppiata «me matri me matri», passando poi per l’epanadiplosi: quel «sempri idda» che apre e chiude circolarmente il testo, anadiplosi che torna ad esempio in Assittatu nt’a testa, Seduto nella testa, dove il participio ‘assittatu’ apre e chiude il testo poetico.

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Catania sposi al mercato del pesce

 Ancora figure di ripetizione nel testo Cu s‘ammuccia nt’a notti, Chi si nasconde nella notte, dove la ripresa lessematica da un verso all’altro o anadiplosi: «a notti / a notti», si fa ricerca di ambiguità linguistica e di variazioni nell’anafora variata (con sovrapposizione di coniugazione singolare e plurale) ‘notti, notti’ in presenza di una chiusa gnomica che si fa memoria proverbiale: «ca c’è sempri u iornu ammenzu a du notti suli», «che c’è sempre il giorno in mezzo a due notti sole».
Pani schittu è un libro coeso, forte per strumentazione, saldo per accordo di motivi. Motivi qui solo in minima parte svelati, lasciando al lettore margine e piacere della scoperta. Piacere di un testo mercuriale che restituisce la pienezza di sguardo, la complessità di lingua e argomenti, a volte l’urto necessario di una scrittura di estrema sintesi, affidata a ellissi e clausole tranchant e aforismatiche: «essiri scurdata è / non essiri», «essere dimenticata è / non essere»; o paradossali: «cu mi lassa / non mi perdi», «chi mi lascia non mi perde».

città Palermo Il duomo di Monreale

Catania sposi al mercato del pesce

 Pani schittu pone al centro l’asse cibo-poesia-vita: ne fa implicata e non dirimente questione fisiologica, corporale e mentale. Sicché questa materia elementare, feriale e concreta, sarebbe di certo piaciuta molto a Davide Lajolo, indimenticato critico di Poesia come pane. Sarebbe piaciuto a Pasolini, indagatore inquieto delle scritture dialettali, e ne sarebbe rimasto anche sorpreso: quelle sue considerazioni sul realismo e sul-l’ambiguità di Lu fattu di Bbissana di Alessio De Giovanni, potrebbero in parte, solo in parte, valere anche per il lavoro di Angela Bonanno: tra naturalismo e ambiguità semantica, vitalità e ricerca. Ma su tutti, e più di altre, la direzione di questa scrittura, viscerale e concreta, umorale e molto fisica, muove verso una comunanza ideale con il paradigma di Assunta Finiguerra: non solo per il ricorso alla similitudine, il tropo più naturale, che evidenzia tutt’intera la humilitas come habitus, e la predilezione per il sermo humilis, non disdegnando qua e là accese sortite nel sermo merus. L’ascendenza con la Finiguerra si può cogliere ad esempio in questo prelievo testuale: «u cori è n’o ciancu /chiuso n’a scoccia comu na ficurinia / ogni passu na spina», «il cuore è nel fianco / chiuso nella buccia come un fico d’india / ogni passo una spina»; dove assieme alla similitudine, c’è il ricorso ad una metafora naturale, la buccia, che sembra precipitata per filiazione endogena della phonè. Ma l’accostamento alla poeta di San Fele è nei motivi dell’amore abbandonato, conteso, sofferto, nonché per quella natura ferita e ferina, vieppiù risentita, su cui posare uno sguardo autoironico, solo in parte consolatorio: «na lingua sula sacciu / chidda ca scava na fossa n’a me vucca»,«una lingua sola so / quella che scava la bocca».

(dalla prefazione di Manuel Cohen)

*

staiu nt’a statu di famigghia scarutu
o stato di famiglia scaduto
sto su uno stato di famiglia scaduto
ci su paroli ca non vogghiu sentiri
sangu
ancora ancora avi n sonu duci
ma globuli russi e ianchi
m’agghiacciunu i renti
ci su paroli ca non vogghiu sentiri
paroli fausi
ca non servunu a nenti
addumannari pirmissu
spiari cu è
l’ura arriva a porti chiusi
e a morti s’attrasiri
trasi

sono parole che non voglio sentire
ci sono parole che non voglio sentire / sangue / ancora ancora ha un suono dolce / ma globuli rossi e bianchi / mi gelano i denti / ci sono parole che non voglio sentire / parole fasulle / che non servono a niente / chiedere permesso / domandare chi è / l’ora arriva a porte chiuse / e la morte se deve entrare / entra

 

angela bonanno da sx S.Lisi, Angela Bonanno, G.LaVilla, Sebastiano Leotta

angela bonanno da sx S.Lisi, Angela Bonanno, G.LaVilla, Sebastiano Leotta

me figghia e me figghiu
su ciatu e vista
me figghia nt’a vucca
me figghiu nt’a ll’occhi

mia figlia e mio figlio / mia figlia e mio figlio / sono fiato e vista / mia figlia nella bocca / mio figlio negli occhi

*
i setti
e ddi carusi non spuntunu
a pignata è supra ma
a testa unn’è
e u sali cci-ù misi
o non cci-ù misi
e mi doli u rinocchiu
nt’a sta casa s’aggigghia
u cani dormi
comu fu ca arristai sula
forsi dd’a limosina ca non fici

le sette
le sette / e quei ragazzi non spuntano / la pentola è sopra ma / la testa dov’è / e il sale l’ho messo / o non l’ho messo / e mi fa male il ginocchio / in questa casa si gela / il cane dorme / come fu che sono rimasta sola / forse quell’ elemosina che non ho fatto

 

angela bonanno

angela bonanno

appuntamenti cch’e dutturi
u stagninu
sabbutu sira ccu tia
ma nt’a testa è duminica
sempri

con i dottori
appuntamenti con i dottori / l’idraulico / sabato sera con te / ma nella testa è domenica / sempre

*
fa friddu
supra u lettu cuttunati di nivi
u ciatu ciuscia forti e
rumpi i renti
u pinzeri è suttazeru
si ciacca
a casa sdintata
si unghia
abbastassi n focu nicu
na vampata
ppi sciogghiri u gelu di sti iorna
non ci su pospira
i ligna assappanati
e su nfozza u friddu
o finisci ca moru

fa freddo
fa freddo / sopra il letto coperte di neve / il fiato soffia forte e / rompe i denti / il pensiero è sottozero / si spacca / la casa è sdentata / si gonfia / basterebbe un fuoco piccolo / una vampata / per sciogliere il gelo di questi giorni / non ci sono fiammiferi / la legna è inzuppata / e se rinforza il freddo / va a finire che muoio

 

città Catania pescheria 2

Catania sposi al mercato del pesce

dormu a filu
mi cusu u sonnu all’occhi
ma non teni
me figghia fuma nirvusa
u mussu strittu
comu a so nanna
a muntagna arreri ô cozzu
u friddu ncoddu
comu n’avissimu a parrai
cu stu ruppu nt’a vuci
m’arrusbigghiu cc’o scuru
ogni ghiornu n’ura prima
comu a me matri
assittata nt’o lettu
i spaddi ô muru
aspettu di sentiri n varagghiu
u munnu ca si scugna
me figghia astuta muzzucuni
u televisori
cci ll’avi cch’e politici
ci vulissunu du pezzi supra u suli
e dormiri dormiri
iù criru ca è l’omu a peggiu speci

dormo a filo
dormo a filo / mi cucio il sonno agli occhi / ma non tiene / mia figlia fuma nervosa / le labbra strette come sua nonna / la montagna dietro il collo / il freddo addosso / come dovremmo parlarci / con questo nodo nella voce / mi sveglio col buio / ogni giorno un’ora prima / come mia madre / seduta sul letto / le spalle al muro / aspetto di sentire uno sbadiglio / il mondo che si scuote / mia figlia spegne mozziconi / il televisore / ce l’ha con i politici / ci vorrebbero due pezze sopra il sole / e dormire dormire / io credo che l’uomo è la peggiore specie

 

città Catania via etnea

Catania sposi al mercato del pesce

cu s’ammuccia nt’a notti
a notti sculata intra u bicchieri è vinu
è cchiù nica a notti
s’arricogghiu cch’e manu
non si pò chiuriri a notti nt’a parola notti
si sapi ca i notti tra d’iddi non si ncontrunu mai
ca c’è sempri u iornu ammenzu a du notti suli

notte
chi si nasconde nella notte / la notte colata dentro il bicchiere è vino / è più piccola la notte / se la raccolgo con le mani / non si può chiudere la notte nella parola notte / si sa che le notti tra di loro non si incontrano mai / che c’è sempre il giorno in mezzo due notti sole

*

me matri me matri
sempri idda
a dirimi ca sugnu buttana
a mmìa ca allargu i cosci
ma mi tegnu strittu u cori

me matri me matri
sempri idda
a dirimi ca sugnu mbriacuna
a mmìa ca vivu e vivu
e a siti non s’astuta

me matri me matri
sempri idda
a dirimi ca a casa sta fitennu
a mmìa ca lavu e lavu
e aiu i manu sempri
chini di fangu

me matri me matri
sempri idda
a dirimi tantu non moru
ca cu nasci ppi piniari
a morti non s’a pigghia

me matri me matri
sempri idda

mia madre mia madre
mia madre mia madre / sempre lei / a dirmi che sono una puttana / a me che allargo le cosce / ma mi tengo stretto il cuore // mia madre mia madre / sempre lei / a dirmi che sono ubriacona / a me che bevo e bevo / e la sete non si spegne //mia madre mia madre / sempre lei / a dirmi che la casa sta puzzando / a me che lavo e lavo / e ho le mani sempre / piene di fango // mia madre mia madre / sempre lei / a dirmi tanto non muoio / che chi nasce per penare / la morte non se la piglia //mia madre mia madre / sempre lei

 

città gli sposi a Catania

Catania sposi al mercato del pesce

u riscussu si fa seriu
ti cazzulii i manu
ti putissi fari crisciri l’ugna
penzu
tingiritilli russi
e mi veni d’arririri
scritta nt’e stiddi
a luna storta a stasira
a to facci si fa niura
n coppu di tussi
a vuci non ti nesci
non vulissi essiri ô to postu
penzu
e mi veni d’arririri
discorso si fa serio
il discorso si fa serio / ti torturi le mani / ti potresti fare crescere le unghie / penso / tingerle di rosso / e mi viene da ridere / scritta nelle stelle / la luna storta stasera / la tua faccia si fa nera / un colpo di tosse / la voce non ti esce / non vorrei essere al tuo posto / penso / e mi viene da ridere

 

città giardino dipalazzo-manganelli-catania-2

Catania sposi al mercato del pesce

rivogghiu a me vita
a me casa
non parru d’amuri
l’amuri è vacanza
è iri e turnari
rivogghiu a me vita
n duluri di testa viddanu
iddu si susi assunnatu
nt’o lettu u cunfortu
d’a stampa d’o pettu
talìa versu fora
a facci d’o muru
nesci d’a stanza
ô piscia
torna
non sapi cchi fari
mi susu cc’u tutti i me forzi
mi lavu mi vestu
na pinnula e
nesciu ch’e cosci di fora
ncazzata
u vicinu è cunvintu ca
ti fazzu i conna
picchì tu ci arriri
ti fermi a parrari
m’arrusbigghia ê primi d’aprili
na schigghia ca spacca
nt’a panza
curru versu a finestra
m’affacciu
i pessica c’a testa china di ciuri
u ciatu s’accupa pp’o
troppu culuri
rivogghiu a me vita
non certu l’amuri
l’amuri è vacanza
è iri e turnari
rivogghiu a me vita
a casa pulita
ogni cosa ô so postu
iù nficcata nt’a luci
abbissata
mentri ca torna
non sacciu di unni di quannu
e mi leggi e rileggi
e dopu mi chiuri
m’abbìa nt’a na gnuni
u prezzu stampatu
supra a carina
vogghiu sentiri u sonu d’e piatti
vulari
appoi nesciri nzemi
illi accattari
rivogghiu a me vita
a me casa
non parru d’amuri
l’amuri è vacanza
è iri e turnari
viriri vogghiu u schifìu
d’a cipudda ca frii
u lamentu d’a taula
ca cu duluri s’allonga
assittata
sta paci m’ammazza
u divanu russu
a tenna viola ca duci duci ô
ventu s’annaca
me matri dici ca
paremu ô burdellu e
comu ô burdellu n’aiu vistu passari
senza pani né acqua
p’arristurari stu cori di terra
ca mpetra
non parru d’amuri
l’amuri è vacanza
è iri e turnari
ci vulissi na staccia
sutta u tettu
sapiri ca teni
e iri e turnari
a circari l’amuri
rivoglio la mia vita

(rivoglio la mia vita / non parlo d’amore / l’amore è vacanza / è andare e tornare / rivoglio la mia vita / un dolore di testa villano / lui si alza assonnato / nel letto il conforto / della stampa del petto / guarda verso fuori / la faccia del muro / esce dalla stanza / va a pisciare / torna / non sa cosa fare / mi alzo con tutte le mie forze / mi lavo mi vesto / una pillola e / esco con le cosce di fuori / incazzata / il vicino è convinto che / ti faccio le corna / perché tu gli sorridi / ti fermi a parlare / mi sveglia ai primi d’aprile / un urlo che spacca / nella pancia / corro verso la finestra / i peschi con la testa piena di fiori / il fiato si soffoca per / il troppo colore / rivoglio la mia vita / non certo l’amore / l’amore è vacanza / è andare e tornare / rivoglio la mia vita / la casa pulita / ogni cosa al suo posto / io ficcata nella luce / agghindata / mentre torna / non so da dove da quando / e mi legge e rilegge / e dopo mi chiude / mi getta in un angolo / il prezzo stampato / sulla schiena / voglio sentire il suono dei piatti / volare / poi uscire insieme / andarli a comprare / rivoglio la mia vita / la mia casa / non parlo d’amore / l’amore è vacanza / è andare e tornare / vedere voglio il baccano / della cipolla che frigge / il lamento del tavolo / che con dolore si allunga / seduta / questa pace mi uccide / il divano rosso / la tenda viola / che dolce dolce al / vento si dondola / mia madre dice che / sembriamo al bordello e / come in un bordello ne ho visti passare / senza pane né acqua / per ristorare questo cuore di terra / che impietrisce / non parlo d’amore / l’amore è vacanza / è andare e tornare / ci vorrebbe una trave / sotto il tetto / sapere che tiene / e andare e tornare / a cercare l’amore)

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5 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Autori dei Due Mondi, critica letteraria, poesia in dialetto

5 risposte a “Poesie di Angela Bonanno da “Pane schittu”CFR, 2014 (Pane solo) con presentazione di Manuel Cohen

  1. un paio di anni fa recensendo una Antologia di poesie in dialetto a cura di Piero Marelli (“Lingua delle maschere” LietoColle) facevo alcune considerazioni generali che vorrei riportare:

    «Mettere mano ad una antologia della poesia in dialetto significa preliminarmente fare i conti con alcune questioni di fondo, innanzitutto: dobbiamo credere veramente e ciecamente alla tesi zanzottiana del dialetto quale «lingua matria»? Quale linguaggio in grado di attingere una immediatezza più immediata di quanto sia possibile con la lingua maggiore? E che tale presunta immediatezza sia anche il precipitato di una autenticità altrimenti inattingibile? Dobbiamo credere che mediante il dialetto si possa raggiungere il porto sepolto del ritorno a casa? Che il dialetto permetta un rapporto «ingenuo», «inconsapevole» e magico con il «reale»? Dobbiamo ancora credere all’assioma della lingua irta ed asprigna di un Albino Pierro come quella vetta estetica irraggiungibile? Personalmente, ho dei dubbi: si tratta di una vulgata, di una mitologia che, come tutte le mitologie ha un inizio e una fine.
    A tal fine citiamo le parole di una intervista di Zanzotto rilasciata a Renato Minore uscita in questi giorni per i tipi di Donzelli:*

    «il mio rapporto con il dialetto è stato inconsapevole: era per me un dato naturale, appreso così, parlando in famiglia, nel gruppo, parlando come si respira. Solo più tardi ho preso consapevolezza della lingua, e poi delle lingue, aiutato da un certo plurilinguismo prodotto dai molti migranti che ritornavano stagionalmente, e dalla presenza “mitica” del latino della Chiesa. Di fatto, le persone più colte parlavano anche l’italiano nelle situazioni formali e lo usavano scrivendo. Come lingua internazionale si aggiungeva poi il francese: si restava entro una fraternità neolatina».

    Ma oggi, propriamente, dopo la rivoluzione telematica dobbiamo parlare di dialetto o di post-dialetto? L’aspetto più interessante del saggio introduttivo del curatore Piero Marelli risiede nel tentativo di dirimere da subito la questione posta dal Croce secondo il quale la poesia in dialetto sarebbe stata una sorta di «riflesso» della poesia in Lingua; Marelli tenta di individuare le ragioni che stanno a monte di una ripresa del dialetto nel quadro della mondializzazione e della globalizzazione dei linguaggi. Secondo la tesi del Marelli la globalizzazione dei linguaggi avrebbe dato più linfa alla poesia in dialetto e favorirebbe, indirettamente, la diffusione delle pratiche dei micro linguaggi quali sono i dialetti. Ecco, io avrei molti dubbi sulla bontà della tesi sostenuta: che dialetto e post-dialetto siano oggi di per sé esempi percorribili. Pur constatando il livello estetico più che stimabile dei testi degli autori inseriti (tutti nati negli anni Sessanta) e non volendo entrare nel merito degli autori inseriti e/o esclusi non essendo io, tra l’altro, uno “specialista” di poesia dialettale, purtuttavia non posso fare a meno di evidenziare alcuni aspetti comuni a tutti gli autori inseriti. In primo luogo, la micro quotidianità, e poi il piano basso e le tematiche basse (intendo pseudo-plebee) dei linguaggi impiegati, quel primitivismo (di cui abbonda ad esempio la poesia di una Assunta Finiguerra). Appare qui chiaro il sintomo di quella crisi dei linguaggi de-territorializzati che altro non è che un indotto della invasione della globalizzazione linguistica e mediatica Ritengo invece che come la mondializzazione abbia operato sul linguaggio poetico in Lingua quel fenomeno che ho chiamato di de-territorializzazione, ho il sospetto (anzi la quasi certezza) che essa abbia operato anche sui post-dialetti contemporanei costringendo i poeti in dialetto ad inseguire da lungi la poesia in Lingua (a distanza di sicurezza) e a parametrare le proprie tematiche su quelle della poesia in Lingua; con il vantaggio, almeno per la poesia post-dialettale, di poter ignorare lo sperimentalismo linguistico che ha invece profondamente intaccato la poesia in Lingua di questi ultimi quaranta anni».

    E così terminavo il mio ragionamento:

    «C’è una sorta di «resistenza» antagonistica al Moderno che qui viene alla luce. Ma – chiediamoci – ha senso questa sorta di (disperata?) resistenza? Ha una via di uscita? C’è una speranza in questa (esasperata?) resistenza ad oltranza? C’è un pertugio dal quale può sortire questa misteriosa lingua delle nacchere?
    Ed ecco che la post-poesia in dialetto si rintana nei micro linguaggi dei micro interni del micro quotidiano, tanto quanto fa la poesia in Lingua. E il dialetto verrebbe usato per creare quello strano ircocervo, mezzo meticcio e a metà creolo, purché si sottragga alla prosaicità dell’Amministrazione total-mediatica. Linguaggi interstiziali, settoriali, di micro nicchia. Pia illusione, temo. In realtà, si sta in superficie come sugli alberi le foglie, in attesa di un colpo di vento. Nel bel mezzo dell’uragano total-mediatico e della stagnazione economica, filosofica e stilistica».

  2. Mi fa molto piacere che questo lavoro della Bonanno abbia avuto il riconoscimento che merita anche su queste pagine. Ho conosciuto questa autrice durante la pubblica lettura di un’altra sua opera a Modica in provincia di Ragusa e mi sono stupito, affermandolo pubblicamente durante la serata, come quelle poesie aspre e in siciliano stretto, quindi di non facile comprensione per me che vengo dalla Romagna, fossero invece così chiare e piene di significato. E’ evidente il motivo, la buona poesia è linguaggio comune e riconosciuto, non teme le lingue nè i dialetti. Fatto analogo mi era accaduto in Spagna nel 2009. Se c’è la poesia la senti, la capisci, se non c’è hai voglia!…. In una foto la Bonanno legge un libriccino arancione, è un suo poemetto “Cu sapi quannu”.

  3. antonio sagredo

    Ma io resto invidioso (in senso buono) in confronto a chi è capace di scrivere in dialetto: più volte mi son provato a scrivere in dialetto brindisino o leccese (salentino): ho subito stracciato le prove e non ho più provato! Dunque la mia stima a quei poeti che ne sono capaci, inclusa Angela Bonanno ovviamente, anche perché è una bella donna. Tutti i dialetti sono delle matrici e permettono di esprimere quei “qualcosa” che in lingua non-dialettale non è possibile. Antonio Sagredo

  4. Sono rimasta molto sorpresa e felice scoprendo che la vincitrice del Premio Fortini era Angela Bonanno con una raccolta in dialetto siciliano: sorpresa che la giuria di un premio così prestigioso, che peraltro prevede la pubblicazione della raccolta vincitrice, mostrasse di attribuire alle opere in dialetto la stessa dignità letteraria di quelle in lingua italiana; felice certamente per Angela Bonanno, cui rinnovo qui tutta la mia stima e ammirazione per la potenza della sua voce poetica, ma anche “egoisticamente” per la scrittura in dialetto che tanto amo e sulla quale auspico di trovare riflessioni serie e puntuali come quelle proposte nel commento di Linguaglossa che, se anche non mi trovano del tutto d’accordo, pongono in termini costruttivi e tutt’altro che superficiali, questioni centrali per chi fa (o prova a fare) poesia: per esempio la questione delle tematiche, per esempio la questione della “resistenza”. Non so se il dialetto sia una “misteriosa lingua delle nacchere”, né se la resistenza sia mero antagonismo al Moderno. Per me la resistenza del dialetto è memoria, è affondare la faccia nella terra dei miei, trovare voci che non sono mie eppure mi appartengono. Concordo, in particolare, su un punto, vi è il rischio di un inseguimento della poesia in Lingua nelle tematiche e della Lingua nell’espressione, e il risultato è spesso tristemente ridicolo, un’artificiale quanto paradossale traduzione dall’italiano in una lingua che non esiste… quando invece la scrittura in dialetto è ricerca col collo storto all’indietro, ascolto e sintonia con un patrimonio che non tutti possiedono (non è un demerito, è un fatto) ma che può essere reso e valorizzato da poeti sapienti e raffinati come Angela Bonanno ha mostrato di essere. Lo ha detto meglio di me Almerighi, con l’acutezza che lo contraddistingue: ” la buona poesia è linguaggio comune e riconosciuto, non teme le lingue né i dialetti”.
    Grazie per l’arricchimento

    • L’espressione “Lingua delle nacchere” l’avevo utilizzata in un altro contesto e qui forse suona un po’ stonata e fuori contesto; non è dubbio che tanta poesia neodialettale, anche di autori rinomati, a me sembra una costruzione artificiosa, costruita a tavolino… in fin dei conti è facile costruirsi un idioletto e poi affermare che non corrisponde ad alcun socioletto per via della scomparsa o quasi della comunità dei parlanti. A questo genere di poesia neodialettale non appartiene certo quella di Angela Bonanno che mi sembra costruita sul parlato catanese e che si attiene strettamente a quel parlato. E questo è un bene, perché UNA COMUNITà DI PARLANTI è INDISPENSABILE anche alla poesia in dialetto, altrimenti sarebbe come fare una poesia in una lingua morta, il che si può anche fare, ma sarebbe un’altra cosa, un po’ come le poesie in latino di Giovani Pascoli. Una lingua è un po’ il termometro e un albero genealogico di una civiltà, non si può sfuggire a quella temperatura e a quel terreno linguistico, e chi lo fa ne paga sempre il conto..

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