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CINQUE POESIE E CINQUE POETI SUL TEMA DELLA MORTE O DELLA QUASI MORTE- L’ULTIMA GENERAZIONE: Valerio Gaio Pedini, Matteo De Bonis, BSA, Ambra Simeone, Mariano Menna, Daniela Guarnaccia a cura di Ambra Simeone e con un Commento di Giorgio Linguaglossa

 Erich Eckel Il giorno di vetro 1913

Erich Eckel Il giorno di vetro 1913

Commento di Giorgio Linguaglossa

Il tema della morte è un classico della riflessione poetica e filosofica. Ne Il mito di Sisifo Camus dice che una filosofia che non sa liberarci dalla paura della morte è una filosofia inutile. Heidegger ontologizza la morte e ne fa una destinazione dell’esserci, la sua forma costitutiva in-der-Welt-sein. Spinoza, Adorno, Ortega y Gasset e molti altri filosofi hanno violentemente protestato contro questa invasione dell’ontologia della morte ed hanno parlato dell’essere-per-la-vita quale forma costitutiva dell’ente umano, quell’ente autoprogettantesi, che progetta, getta i ponti dei propri progetti sopra l’abisso della morte e di là costruisce la città-della-vita.

Che il gruppo dei giovani dell’ultima generazione scriva poesie sul tema della morte era quasi inevitabile, da sempre i giovani hanno un rapporto privilegiato con la morte, la considerano con condiscendenza, con sussiego, anche con sarcasmo, magari con ironia, spazzano il campo dalla facile analogia morte-immortalità, dichiarano la loro aperta diffidenza verso ogni teoria che addomestichi la morte in ideologia per essere utilizzata contro i vivi e la vita. Mi sembra che in queste scritture ci sia una sana antiretorica avversa alla falsa retorica della morte di cui abbonda tanta non originale poesia dei nostri giorni.

Valerio Gaio Pedini

Valerio Gaio Pedini

Valerio Gaio Pedini

Gloria te o morte: monologo mortuario

Asfissia: una parola complessa, penso: ché poi mica tanto complessa è
La NATURA del mio precipizio UMANO:
ora, non è per fare il filosofo: la filosofia è un’accozzaglia di ipocriti: di uomini soli:
di uomini e basta: LA CRITICA DELLA RAGION PURA: ma quale RAGION PURA.
“Gloria Teo Morte!”
Riecheggia nell’Alba, che è solo un Tramonto, nel tramonto, che è solo un’alba!
Sfiorire è nascere, nascere è sfiorire:
perire lentamente.
No, no, no, no, no, no, no, no, no, no, merda, merda, merda, merda, merda
Non credete alla sanità delle parole! Alla ragione!
La terra è rimpianto, pianto isterico: nostalgia: i fiori appassiscono nascituri
Com’io mi sgretolo nella mia tirannia psicologica:
fatto, disfatto
Mai cercai Morte
Gloria Teo Morte
È la morte che vive dentro di me, di noi, di tutto: là dove c’è vita c’è morte: è solo il principio di un equilibrio cosmico:
“Non incontrerai mai la morte” profetizza Epicuro, filosofo del giardinaggio.
Nooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo! La morte vi è poiché esisto, poiché nacqui, poiché fui generato: senza la vita, non vi è morte, senza la morte non vi è vita
È tutto uno sfiorire lento
Calpestato dai nostri piedi:
l’uomo? È un suicidio: un suicidio permanente che deve essere terminato, perché io sono uomo che supera l’uomo e che non vuole esserlo
come nessuno mai, consapevole delle proprie debolezze, del proprio dolore, della propria disarmonia!
Assuefatti a scomparire siamo cadaveri mangiati dai vermi, ma almeno nutriamo i vermi:
dalla cenere può nascere ancora qualcosa, oh uomo:
ascolta Eraclito, era più profeta di Cristo: Tutto Scorre, Tutto Muta: un sasso sarà pur un’altra vita, perché darà vigore alla Terra: finalmente.
Dove sarà quell’unico corpo di VITA, lì troverò SPERANZA nella FINE DEL TEMPO: la fine del VACUO.

matteo-de-bonis

matteo-de-bonis

Matteo De Bonis

Morte di un lirico ideale
a Salvatore Toma

Attraverso
le diroccate rovine di un
ponte carnale a voi
fluiscono ora,
purché siano rigonfie,
coorti di rose immaginose che
auliscono.

Mentre
la penna danzante avanza
su fogli puntellati col sangue,
piombavano
e vincevano nerborute
fisicità.
Un lirico ideale è stramazzato in terra,
colpito da ventitre coltellate. Ahimè!
Attraverso le voci singolarmente
affettate per voi
s’impennano ora, che sommuovano
almeno,
coorti di rose immaginose che
occhieggiano.

Bsa

Bsa

BSA
Morte

Insopportabile sarà
la Vita per colui che
la Morte non ha accolto nel suo cuore.
Nascere, morire, nascere,
morire, nascere. Questa la Natura
dei Vivi. Nascer non puoi senza
Morte, Vita mai sarai così bella
togliendo la precarietà. Zeus stesso
questa c’invidiava.

io io io io io io io io io io
sono Immortale finché non penso.
Ma gl’Immortali sono i soli già morti.
Rinunci a pensare alla Morte,
Rinunci a migliorare ed accettare ciò
che non ti piace. Morto in vita per
la Morte evitare. Ipertrofico l’IO
rende stupido, impreparato e banale.

Finalmente morrò, il mio zainetto
di carne lasciato a biodegradare, finalmente
dopo tanti pasti uno abbondante
lascerò al microscopico
mondo batterico, sempre attivo, sempre cangiante.

Dei rimanenti 21 grammi non so, non m’interessa.
Troppo difficile cercare una risposta, che
se esiste mi sarà data al giusto momento.
Ripeto senza sosta:

Morte ti amo, perché parimenti
amo la Vita.

Ambra Simeone

Ambra Simeone

Ambra Simeone
alcune indicazioni utili da ricordare in caso di morte

in caso di morte violenta per guerre o genocidi sulla striscia di Gaza
ricordarsi di postare su facebook tutte le foto più orribili, così che qualcuno le veda
e rimanga sconvolto un minuto e poi scriva sì mi piace oppure lasci un commento,
in caso di funerale di parente, di amico o conoscente che dir si voglia,
ricordarsi di applaudire e di mettere sulla bara la bandiera della squadra del cuore,
che poi si potrebbero portare anche una o due trombe da stadio, che fanno colore,
in caso di suicidio di poeta sconosciuto ricordarsi di scrivere più articoli sui blog
che parlino di lui, del suo sfortunato destino e di come non se lo cagava nessuno,
perché adesso, adesso ci sta davvero a cuore e quel che scriveva ora ci piace,
in caso di morte dell’autore più noto, ricordarsi quanto meno di ristampare
tutto ciò che lo riguarda, biografie, prime uscite, vecchie lettere e cartoline
poi ricordare a tutti che è stato importante e vendere tutto quel che è possibile,
in caso di morte di muratore o minatore, dirlo in tv una volta sola e poi basta
in caso di morte di dittatore o d’imprenditore ricordarsi di dirlo più volte,
scrivere libri sulla loro vita e ingaggiare opinionisti che ce ne parlino tanto,
in caso di morte di bimbo, investito da ubriaco, ricordarsi di avviare il processo
in caso di morte accidentale di un cane sotto l’auto di uno che non lo aveva visto,
non dimenticare di chiamare un po’ di gente, che ci aiutino a farlo un poco a pezzi,
in caso di morte per droga di un cantante o di un attore, non vogliamo mica non
glorificarlo, si ci facciano su un paio di film, una serie di quadri e tre reportage,
insomma casomai vi doveste scordare, alcune indicazioni utili in caso di morte.

mariano menna

mariano menna

Mariano Menna

La ballata del suicida
Troppe, lunghe ore, io passo ad aspettare
la fine di una vita che non ha più altre trame.
Chiuso nel mio buio, nella mia paura,
appeso ad una corda rendo a Dio la sua fattura.

Questo suo regalo che voi chiamate vita,
non è che una bestemmia ormai finita.
Penso ai miei tre figli che sto per lasciare,
perché nel mio corpo l’aria no, non ci può stare!

Diventerò un suicida quando il gallo canterà,
non ho saputo reggere allo stress della città
in cui venuto al mondo, già stanco per natura,
mi sono condannato a tanti debiti d’usura.

Tanti i fallimenti che ho dovuto sopportare,
troppe le ferite che ho tentato di guarire,
ora lascio il mondo e voi lasciatemi morire,
solo, in questa stanza, l’esistenza terminare.

Rido mentre piango, è scoccata la mia ora,
un ultimo consiglio lascio udir dalla mia gola:
“Non ripudiate il mondo perché, pur pentito, adesso
capisco questo errore, ma dovrò morire lo stesso…”

schimdtt, volti

schimdtt, volti

Ambra Simeone

geografia del verso

verso sud sempre verso sud ché
se ognuno è a sud di un nord è anche
per questo verso che scende e slarga
giù lungo questa pagina e nel bianco
che la seppellisce parola definitivamente
e la marchia nel vuoto per restare

così l’incontro questo pensiero
in un posto dove si nasce e si cresce
e lo si annoda alla penna ago di bussola
che verte in fondo e punta nel profondo
e chino seguendo leggi gravitazionali

ché nell’assenza della carta affiori
un discorso la sostanza dell’inchiostro
come dal mare un fogliame d’alghe
come cibo d’acqua rinfoltito al sole
non pioggia ma mare sacca di vita
a scandire il verso che cade in fondo
sotto sotto a sud in un altro solco

qui la parola resta in fondo alla pagina
come a forzare l’inizio e il principio
un rigo che viene per cadere e chiede
di essere ascoltato scavato a nostra immagine
e chiuso in limite in chi confida nel finale


Valerio Pedini

TRAMONTO

Mi acceco
Di ribrezzo.


SPERANZE

Siam come nel cimitero
I cadaveri
Nel ventre dei vermi.

.
Mariano Menna

Il giardino dell’Io

Adagiato su un manto di fiori,
osservo l’azzurro ed il bianco:
le ore mi assalgono in branco
e offuscano lo spazio di fuori.

La mente è alienata dal mondo;
si è chiusa in sé come un riccio,
ma l’esilio non è un capriccio:
è una morte che cela lo sfondo.

Incombono gli eventi sull’Io,
lo disintegrano senza ritegno:
il suo giorno è amaro destino.

Lieta dimora è questo giardino;
non v’è tempo di cui esser degno
perché l’uomo qui è il proprio Dio.

.
Daniela Guarnaccia

RECLAME

Semmai v’era da porre un rimedio
tosto che Dio col suo dito medio,
cercar lo si doveva nella rima
e nelle belle parole di prima.
L’etterno dolor è il presente
non si ritrova la perduta gente

Ma adesso: pubblicità
un po’ per non vedere
dove si va
un po’ per non capire
ciò che
non si fa.

PER LA TERZA VOLTA

Non m’importa ch’il sol abbia scelto
d’accorciarsi, non è questo
che muta del tempo la coscienza.
Ma quei mille e novantacinque giri suoi
che sono men d’uno
se tu lo vuoi.

BSA, Oudeis, Anam sono tre nomi usati dal “poeta”. Classe 1989, mai laureato, ha pubblicato i suoi scritti nella raccolta Viaggi diVersi (Poeti e Poesia), e varie volte con deComporre edizioni, in diverse antologie a cura di Ivan Pozzoni.

Valerio Pedini nasce il 16 giugno del 1995, di otto mesi, e viene tempestivamente scambiato nella culla: il misfatto viene subito scoperto. Esattamente 18 anni dopo, Valerio, divenuto Gaio, senza onorificenze, decide di organizzare il suo primo evento culturale ad Artiamo (gastrite e l’epilessia e quasi nessuno ad ascoltare); nell’intermezzo ha iniziato a recitare, preferendo l’espressività del teatro di ricerca rispetto al metodismo popolare e a scrivere, uscendo, in collaborazione col circolo narrativo AVAS – Gaggiano, nelle antologie Tornate a casa se potete, Rigagnoli di consapevolezza e Ma tu da dove vieni?. Nell’ottobre del 2013 inizia il progetto Non uno di meno Lampedusa, insieme ad Agnese Coppola, Rossana Bacchella, Savina Speranza e ad Aurelia Mutti. A dicembre conosce Teresa Petrarca, in arte Teresa TP Plath, con cui inizia diversi progetti artistici: La formica e la cicala, Essence e Pan in blues e in jazz. Sta lavorando ad una monografia filosofica: Maggiorminore: la disperazione dei diversi uguali. A Maggio 2014 è uscita la sua prima raccolta poetica, con IrdaEdizioni: Cavolo, non è haiku ed è stato inserito nell’antologia Fondamenta Instabili (deComporre Edizioni) e, successivamente, sempre con deComporre Edizioni, uscirà nelle antologie Forme Liquide, Scenari ignoti e Glocalizzati.

MARIANO MENNA è nato a Benevento nel 1994. Ha conseguito la maturità scientifica presso l’istituto Polispecialistico Gandhi di Casoria. É iscritto al primo anno del corso di laurea in Filosofia presso l’Università Federico II di Napoli. Nel 2012 è risultato vincitore del Concorso Nazionale “Scrittura attiva” di Tricarico, nella sezione giovani, con la poesia La ballata del vagabondo; nel 2013 sono uscite due raccolte di poesie La grande legge e La pagina bruciata, entrambe edite da Marco Del Bucchia. É stato inserito nelle antologie: Poesia per Dio (La Ziza) e Fondamenta instabili (deComporre Edizioni). Alcune sue poesie sono apparse su blog e riviste online come “L’ombra delle parole” di Giorgio Linguaglossa, “Alla volta di Leucade” di Nazario Pardini, “La distensione del verso” di Sandra Evangelisti, “Le Reti di Dedalus” di Marco Palladini e “Poetrydream” di Antonio Spagnuolo. É membro cofondatore della corrente artistico-letteraria del Labirintismo.

AMBRA SIMEONE è nata a Gaeta il 28-12-1982 e attualmente vive a Monza. Laureata in Lettere Moderne, ha conseguito la specializzazione in Filologia Moderna con il linguista Giuseppe Antonelli e una tesi sul poeta Stefano Dal Bianco. Collabora con l’Associazione Culturale “deComporre”. La sua prima raccolta di poesie Lingue Cattive esce a gennaio del 2010 per i tipi della Giulio Perrone Editore di Roma. Del 2013 è la raccolta di racconti Come John Fante… prima di addormentarmi per la deComporre Edizioni. La sua ultima raccolta di quasi-poesie esce quest’anno per deComporre Edizioni con il titolo “Ho qualcosa da dirti – quasi poesie”. È co-curatore de “Il Gustatore – quaderni Neon-Avanguardisti” che hanno ospitato Aldo Nove, Giampiero Neri, Peppe Lanzetta, Giorgio Linguaglossa, Paolo Nori e molti altri. Alcuni suoi testi sono apparsi su riviste letterarie nazionali e internazionali tra le quali l’albanese Kuq e Zi, la belga Il caffè e l’americana Italian Poetry Review e su antologie; le ultime due per Lietocolle a cura di Giampiero Neri e per EditLet a cura di Giorgio Linguaglossa.

MATTEO DE BONIS è nato a Cosenza il 27 Giugno 1991; è laureando in Filosofia e Storia presso l’Università della Calabria. Nel 2008 ha partecipato al premio letterario ‘Federica Monteleone’ nella sezione dedicata alla narrativa, figurando tra i vincitori. Nel 2011 ha partecipato e vinto la selezione regionale delle Olimpiadi di filosofia. Ha collaborato con numerose riviste on-line di cultura e filosofia. Attualmente s’occupa di tematiche quali i rapporti tra poesia e ontologia e la riabilitazione del sapere estetico. È uscito nell’antologia Fondamenta instabili (deComporre Edizioni).

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LA POESIA di PABLO PICASSO E LA QUESTIONE DELLA METAFORA nell’interpretazione di Valerio Gaio Pedini con una scelta di poesie di Pablo Picasso

picasso donna seduta

picasso donna seduta

 Rileggendo  le poesie di Pablo Picasso ho fatto mentalmente una panoramica della poesia italiana del ‘900 e mi sono reso conto di una vistosa lacuna stilistica. Soprattutto nel secondo Novecento è mancata la capacità di utilizzare le qualità comunicative della metafora, anzi, quest’ultima è stata indicata come un corpo estraneo da estirpare dalla poesia, come un orpello, trattata alla stregua di un abbellimento lessicale, un retorismo da evitare a tutti i costi. Ritengo questo fatto un errore grave che ha inciso sulla poesia italiana privandola di un elemento insostituibile del linguaggio poetico. Pregiudizio grave che sarà gravido di conseguenze negative sul piano stilistico per la poesia italiana.

Picasso, da pittore, non ha pregiudizi verso l’immagine, anzi, lui vede il linguaggio poetico come una funzione dell’immagine. Per il pittore spagnolo la metafora è ragguagliata alla immagine, ed entrambe sono impiegate come «fotogrammi» degli «oggetti», alla stregua di una macchina da presa che inquadra gli oggetti e li duplica nel fotogramma; la poesia è vista da Picasso come uno scorrimento di fotogrammi nel montaggio. È una procedura poetica che mette al centro la rappresentazione, la sovrapposizione, il montaggio delle immagini.

La responsabilità maggiore di questa incapacità della cultura poetica italiana ad intendere la funzione e la natura della «immagine» e della metafora è da rinvenire, a mio avviso, nella egemonia che la poesia del Pascoli ha esercitato sulla poesia italiana del primo e secondo Novecento, nel Gruppo 63, nello sperimentalismo di Zanzotto e nella  poesia della linea lombarda. La poesia italiana si avvierà in una via poetica epigonica di matrice lineare-fonetica di derivazione dalla poesia pascoliana. Privata della metafora e dell’immagine che, notoriamente, si sottraggono o mal si adattano ad un pentagramma sonoro di matrice lineare e unidirezionale, la poesia italiana del secondo Novecento si avvierà su un pedale basso lessicale e stilistico che finirà per appiattirla su un piano esclusivamente «comunicativo». La ricerca della «comunicabilità» a tutti i costi renderà un pessimo servizio alla poesia italiana del secondo Novecento. Nemmeno con il primo emetismo si viene a capo di questa vistosa omissione; una poesia come quella di Ungaretti è intuitivo-epifanica ma non riesce a creare una metafora dell’immagine. E tuttora il vuoto è vistoso. Questo vuoto della metafora e dell’immagine ci pone degli interrogativi. Mi chiedo se la poesia italiana sia in grado di formulare una diagnosi critica di questo quadro «patologico». Per il momento, la risposta non può che essere negativa. La più totale omissione è sotto i nostri occhi. E la poesia italiana, a parte eccezioni di pregio che pur ci sono, conserverà una matrice  fonosimbolica unilineare .

Comunque, tornando a Picasso, bisogna dire che la sua poesia è incentrata sul principio del contrasto. Cito Picasso, “l’arte deve trovare, non cercare”, e se l’arte non trova allora vuol dire che la ricerca è fallita. Leggiamo una poesia di Pablo Picasso:

IL CIGNO

Il cigno sul lago a modo suo fa lo scorpione

 Che sorpresa. Solo un verso, un piccolo verso, un miserrimo verso, eppure che immagine, che parallelismo e, come dire, che trovata! Lo si vede il cigno nel lago con il collo inarcato, che si  riflette nell’acqua e appare come uno scorpione pronto a pungere la preda, ad attaccarla e farla soccombere. In questo modo l’aspetto paradisiaco del cigno diventa un’immagine di una incredibile virulenza estetica. E qui si trova una esemplificazione del principio del contrasto nella sua essenza. Eppure non ci sono ribaltamenti bruschi, c’è soltanto un’immagine fotografica.

Picasso  era pittore anche nella poesia, fa pittura in poesia. Ecco, se dovessi indicare una debolezza della poesia italiana del secondo Novecento, direi che essa non ha saputo fare poesia mediante la pittura. Non ha imparato nulla dalla pittura del secondo Novecento. Non ha imparato nulla dalle scoperte della fisica dei quanti. Nel secondo Novecento è sì operato esclusivamente su una piattaforma descrittiva e narrativa sostanzialmente quantitativa, ma è restato fuori dell’interesse della poesia italiana il problema della metafora e dell’immagine.

La poesia di Picasso invece è un esempio vistoso di una poesia che fa perno sulle stratificazioni architettoniche delle immagini. Arriva per una sua via tutta particolare, allo «sguardo sincipitale» teorizzato da Osip Mandel’stam. Una sorta di caleidoscopio in miniatura, un brillante gioco di illusionismi. La poesia di Picasso è ricca di decostruzioni. Osserviamo:

OFELIA

Ofelia cade in un bicchier d’acqua e annega

 

Picasso Jacqueline Roque

Picasso Jacqueline Roque

Gnomismo del paradosso. Picasso utilizza uno gnomismo tipico e lo smonta, e lo rimonta a suo piacimento, tratta le immagini come dei meccani, tratta l’assurdo come normalità. Ma non vi è nulla di assurdo, poiché l’annegamento di Ofelia è trattata come un dato realistico. Oppure:

IL PARTO

La donna che partorisce grida come i vetrai

 Si procede su parallelismi apparentemente sconnessi: cigno-scorpione e via discorrendo, fino ad arrivare a questa che è l’apice della poesia di Picasso. Cosa significa? Che corrispondenza vi è tra una donna che partorisce ed un vetraio? Ce lo dice Picasso: l’urlo. Sì, ma cosa significa? Penso alla rottura delle acque e della forma originaria del vetro. Eppure no, è lo sforzo genetico, lo sforzo della creazione. E allora lì si vede la madre e il vetraio paonazzi che si sforzano di dare origine, di dare vita: compiere un’opera. Questa è una metafora visiva che ci collega subito all’anima dell’arte poetica.

In Italia non avviene nulla di così forte. Ungaretti s’illumina d’immenso ma manca della metafora visiva! E una poesia senza metafora visiva rischia di essere scipita, piatta. L’ermetismo fa una poesia contestualizzata, chiusa dentro i propri asfittici confini stilistici, non riesce a cogliere l’importanza di una metafora visiva (e sonora). Picasso, di origine genovese, è l’unico poeta-pittore ad aver elaborato una poesia delle immagini. Una poesia deve contenere uno sguardo che osserva un oggetto, e l’oggetto viene trasposto e decontestualizzato dagli altri oggetti. Come disse Picasso: “l’artista è anzitutto un uomo politico del suo tempo”.

La poesia italiana del Novecento (compresi il futurismo e il crepuscolarismo), farà deliberatamente a meno della metafora. Ma è nel secondo Novecento che i risultati estetici di questa lacuna saranno visibili: la poesia italiana risulterà canonica, istituzionale, volontaristica, lessicalmente impoverita. Alcuni poeti isolati tenteranno uno sviluppo della metafora visiva, penso a Dino Campana e ai suoi Canti orfici (1914), ma si tratterà di casi isolati. Oggi il mio riferimento va alla poesia di un Antonio Sagredo, questa sì, «inclassificabile» secondo gli schemi di una poesia undirezionale lineare; penso alla poesia del «frammento simbolico» di Giorgio Linguaglossa, alla poesia «rallentata» di Steven Grieco-Rathgeb, alla poesia di «citazioni» e di «frammenti» di Mario M. Gabriele, ma anche alla poesia di Francesca Diano, a quella di Gino Rago, Lucio Mayoor Tosi etc. In questi poeti del tardo Novecento e di questi anni, la metafora visiva non è solo un atto di resistenza alla visione cloroformizzata, normalizzata, ma anche e soprattutto una «nuova visione» degli «oggetti» e del «mondo».

A mio avviso, solo con l’idiosincrasia verso la visione cloroformizzata degli oggetti e con la belligeranza stilistica si potrà fare una poesia esteticamente non educata.

 (Valerio Gaio Pedini)

picasso Sogno

picasso Sogno

(Poesie tratte da Scritti di Pablo Picasso, a cura di Mario de Micheli, SE)

IL MIRACOLO

Il miracolo che il torero frigge
nella piazza del peperone
la precisione del volo attraverso la nuvola
che il cristallo infrange
con la sua cappa.

ESTATE

Passa l’estate
fetta di melone che la cicala accende
e trascina nella sua ferita
la cappa dell’espada.

Il VESTITO DEL TORERO

Al torero
con l’ago più sottile che la nebbia inventò
cuce un vestito di lampade
il toro.

IL TABACCO

Il tabacco avvolto nel sudario
vicino a due banderille rosa
spira i suoi disegni modernisti
sul cadavere del cavallo
e al fuoco del suo occhio
scrive sulla cenere
l’ultima sua volontà.

picasso quote

LA PERSIANA

La persiana sbattuta dal vento
uccide i cardellini in volo
i colpi macchiano di sangue
la spalla della stanza
ascolta passare il candore
la morte porta in bocca aroma d’armonium
e la sua ala tira la corda del pozzo.

I CARDELLINI

I cardellini sono l’aroma
battente con la sua ala il caffè
che riflette la persiana nel fondo del pozzo
e ascolta l’aria passare
nel silenzio della candida tazza.

L’AROMA

L’aroma ascolta passare i riflessi
che il cardellino sbatte giù nel pozzo
e offusca nel silenzio del caffè
il candore dell’ala.

LA FANCIULLA

Fanciulla
bel falegname che inchiodi le assi
con le spine delle rose
non piangere una sola lacrima
se vedi sanguinare il legno.

Picasso quote 1

PREPARATIVI

Lo facciano pure dove vogliono il loro festino i topi
purché non mangino il piccione nel nido
purché non mettano bandiera e lampioncini nelle piaghe
purché il mattino dopo non sia tutto un pianto
quello che si deve fare
è sguinzagliare i cani perché li uccidano
e al punto in cui siamo comprare mobili
non fa niente se l’allegria non nasce
nello stesso momento
in cui s’avvolgono nacchere in risate
e colori di festa in motivi di chitarra
quello che si deve fare
è coronarsi di rose ed esser felici
di vedere le cose laide belle così come sono
e gettar loro la cappa e vestirle di complimenti
e portare la tavola già imbandita di fiori
e cantare e gridare che arriva
e preparare il letto che tra le lenzuola
nasconde l’arcobaleno.

*

lingua di fuoco sventaglia il suo viso nel flauto la coppa
che cantando corrode la pugnalata dell’azzurro
così grazioso
che seduto in un occhio del foro
iscritto nel suo capo adorno di gelsomini
aspetta che gonfi le vele il pezzo di cristallo
che ammantellato nel fendente a due mani
gocciolando carezze
divide il pane fra il cieco e la colomba color lilla
e assale con tutta la sua cattiveria le labbra del limone in fiamme
il corno contorto
che spaventa coi suoi gesti di addio la cattedrale
che sviene fra le sue braccia senza un olé.
mentre scoppia nel suo sguardo la radio di prima mattina
che fotografando nel bacio una cimice di sole
si mangia l’odore dell’ora che cade
e trapassa la pagina che vola
distrugge il rametto che porta infilato nell’ala che sospira
e la paura che sorride
il coltello che salta dalla gioia
lasciando ondeggiare ancora oggi come vuole e in qualsiasi modo
al momento esatto e opportuno
sull’orlo del pozzo
il grido della rosa
che gli getta la mano
come un’elemosina.

(28 novembre 1935)

Valerio Gaio Pedini

Valerio Gaio Pedini

Valerio Pedini nasce il 16 giugno del 1995, di otto mesi, e viene tempestivamente scambiato nella culla: il misfatto viene subito scoperto. Esattamente 18 anni dopo, Valerio, divenuto Gaio, senza onorificenze, decide di organizzare il suo primo evento culturale ad Artiamo (gastrite e l’epilessia e quasi nessuno ad ascoltare); nell’intermezzo ha iniziato a recitare, preferendo l’espressività del teatro di ricerca rispetto al metodismo popolare e a scrivere, uscendo, in collaborazione col circolo narrativo AVAS – Gaggiano, nelle antologie Tornate a casa se poteteRigagnoli di consapevolezza e Ma tu da dove vieni?. Nell’ottobre del 2013 inizia il progetto Non uno di meno Lampedusa, insieme ad Agnese Coppola, Rossana Bacchella, Savina Speranza e ad Aurelia Mutti. A dicembre conosce Teresa Petrarca, in arte Teresa TP Plath, con cui inizia diversi progetti artistici: La formica e la cicalaEssence e Pan in blues e in jazz. Sta lavorando ad una monografia filosofica: Maggiorminore: la disperazione dei diversi uguali. A Maggio 2014 è uscita la sua prima raccolta poetica, con IrdaEdizioni: Cavolo, non è haiku ed è stato inserito nell’antologia Fondamenta Instabili (deComporre Edizioni) e, successivamente, sempre con deComporre Edizioni, uscirà nelle antologie Forme LiquideScenari ignoti e Glocalizzati.

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POESIA PER BAMBINI di Valerio Gaio Pedini “Dal cielo alla terra” e “C’era una volta” di Chiara Moimas

Enrico Baj I funerali del'anarchico Pinelli

Enrico Baj I funerali del’anarchico Pinelli

POESIA PER BAMBINI

“C’era una volta” di Chiara Moimas

Chiara Moimas è nata a Ronchi dei Legionari nel1953 e vive a Gorizia ha al suo attivo diverse pubblicazioni a carattere didattico su riviste specializzate. Ha pubblicato i volumi di poesia Metamorfosi: donna (Firenze Libri, Firenze 1989) e L’angelo della morte e altre poesie (Ed. Scettro del Re, Roma 2005) che ha ottenuto numerosi riconoscimenti. Seguono Curriculum vitae (Joker, 2012), e L’acerbo Pruno (Edizioni Progetto cultura, 2014). Sue poesie sono state pubblicate su riviste di settore e nell’antologia Ragioni e canoni del corpo di Luciano Troisio (Terziaria, Milano 2001). Nel 2012 ha vinto il “Premio speciale M. Stefani” al concorso di poesia erotica di Venezia. Si occupa anche di scrittura per l’infanzia e di poesia dialettale (il “bisiac”).

Chiara moimas_parigi

Chiara Moimas seduta su una panchina di Parigi, 2012

“C’era una volta” di Chiara Moimas

C’era una volta, tanto tempo fa,
un paese nel quale Sua Maestà
teneva nel pugno la sorte
del popolo tutto e della corte,
decidendo incondizionatamente
del destino di tutta la gente.
In un mattino dal cielo cupo e nero
nacque nella mente sua un pensiero:
dare vita a riforme senza spese
per trasformare l’intero paese.
Fu così che si formò la Compagnia
delle opere fatte in allegria
e ridendo e scherzando su che fare,
in primis si decise di tagliare.
Tagliare, venne subito chiarito,
ciò che risultava non gradito
a Sua Maestà ed alla Compagnia,
tipo, ad esempio, la democrazia.
Taglia a destra, taglia a manca,
la Compagnia non era mai stanca,
a terra giacevano avvizziti
quei diritti che parevano acquisiti.
Tra il popolo qualcuno, con coraggio,
tentò di fare un mesto ripescaggio,
ma fu tacciato dalla comunicazione
d’esser fautore di restaurazione
ed i nemici primi individuati
furono gli obsoleti sindacati.
Anche l’antica Costituzione
intralciava la neo rivoluzione;
che il lavoro ne fosse il fondamento
era un’idea smarrita nel tempo.
Il nuovo avanzava a spron battuto,
oramai si licenziava per statuto:
tutti, escluso Sua Maestà,
dovevano provar precarietà.
Ma la riforma vera era una sola:
da cima a fondo rivoltar la scuola!
E la Compagnia con grande impegno
si mise a scrivere di legge il disegno.
Più di cento pagine per la presentazione
e scoppiò il grande caos, la confusione.
Chi ci rientrava, chi restava fuori?
panico tra maestri e professori.
Si lesse fra le righe, fatto strano,
che diventava il preside un sovrano,
del grande potere investito,
di scegliersi il docente più gradito:
docile, mansueto, accondiscendente,
che si accontentasse di poco o quasi niente.
Ed ancora si lesse – incredibile visu –
che un comitato avrebbe deciso
a chi dare il premio di produzione:
questa sì, vera rivoluzione!
Risultavano tra i componenti
genitori ed anche studenti.
Ahimè, tanti ministri di ogni schieramento
per troppe riforme finite nel vento,
ed invece ci voleva così poco
per mettere la scuola a ferro e a fuoco,
annientare la scuola statale
si rivelò una cosa banale.
Un po’ di fondazioni, qualche emendamento
e finì la libertà d’insegnamento.

Per nostra fortuna Sua Maestà
ha governato tanto tempo fa,
fortunatamente una storia così
è accaduta lontano da qui (?!).

Cadavre exquis André Breton, Frédéric Mégret, Suzanne Muzard, Georges Sadoul, gouache sur papier noir daté du 10 janvier 1929.

Cadavre exquis André Breton, Frédéric Mégret, Suzanne Muzard, Georges Sadoul, gouache sur papier noir daté du 10 janvier 1929.

POESIA PER BAMBINI

“Dal cielo alla terra” di Valerio Gaio Pedini             

Valerio Pedini nasce il 16 giugno del 1995, di otto mesi, e viene tempestivamente scambiato nella culla: il misfatto viene subito scoperto. Esattamente 18 anni dopo, Valerio, divenuto Gaio, senza onorificenze, decide di organizzare il suo primo evento culturale ad Artiamo (gastrite e l’epilessia e quasi nessuno ad ascoltare); nell’intermezzo ha iniziato a recitare, preferendo l’espressività del teatro di ricerca rispetto al metodismo popolare e a scrivere, uscendo, in collaborazione col circolo narrativo AVAS – Gaggiano, nelle antologie Tornate a casa se poteteRigagnoli di consapevolezza e Ma tu da dove vieni?. Nell’ottobre del 2013 inizia il progetto Non uno di meno Lampedusa, insieme ad Agnese Coppola, Rossana Bacchella, Savina Speranza e ad Aurelia Mutti. A dicembre conosce Teresa Petrarca, in arte Teresa TP Plath, con cui inizia diversi progetti artistici: La formica e la cicalaEssence e Pan in blues e in jazz. Sta lavorando ad una monografia filosofica: Maggiorminore: la disperazione dei diversi uguali. A Maggio 2014 è uscita la sua prima raccolta poetica, con IrdaEdizioni: Cavolo, non è haiku ed è stato inserito nell’antologia Fondamenta Instabili (deComporre Edizioni) e, successivamente, sempre con deComporre Edizioni, uscirà nelle antologie Forme LiquideScenari ignoti e Glocalizzati.

Valerio Gaio Pedini

Valerio Gaio Pedini

1
Svolazzavan i pesciolin di sera,
luccicava la luna a mezzodì,
miagolava soavemente il cane,
quando nacque dall’uovo un bel bambin
di nome Rosellin.

2
Rosellin saltò su una stella
urlandole: “Quanto sei bella!
La stella splendeva
e il bimbo rideva,
finché la stella fu spazzata dal vento!

E allor che sgomento,
era cattivo quel vento.
Rosellin volò via,
Rosellin cadde giù
gridando: “Stellina, io volo nel blu!

3
Rossellin tutt’a un tratto,
atterrò sull’erbetta
di una ridente, soffice nuvoletta.

Buon dì nuvoletta, posso sulla tua soffice schiena saltellar?”
“Certo ,mio bel Rosellin: sorridi e divertiti,saltella sui fior, e senti del sole il rigenerante calor!

4
Saltò rosellin
sul verde prato
fin quando notò
una cosa rimbalzante
che lo salutò:

Buon dì Rosellin,
io sono la rana gracidin,
Cra cra
“Ciao ,Gracidin CRA CRA!
Cra cra è il mio gracidin
eh eh eh eh eh
mio caro Rosellin”

Si scusò Rosellin,
colla verde bestiola
ed insiem- saltellando-
esploraron l’aiola.

5
Bruchi e farfalle poltrivan nel prato
da fiori splendenti costellato.

Volavan libellule, cavalcate da gnomi
che, coi loro berretti,
infilzavano i pomi.

Rosellin si unì a loro
sull’aerea libellula
mangiò mele,
si saziò;
ed infin sul soffice petalo
insieme a loro
si addormentò.

6
Ma ecco che un ragnetto
dalle zampette nere
calò dal folto in sul visin
del nostro caro amico Rosellin:
si posò sul suo nasino
ancor che fosse un lettino.

Sobbalzò assai e levò il prato
Rosellin spaventato – si da bellissimo

E ancor scosso,
scivolò dalla nuvola
e volò via!

su
le
ali di
un’
aquila
si ritrovò;

e sul suo dorso ad esplorare il cielo stellato iniziò.

Il raggio argenteo di una stella attraversò.

Rosellin sulla stella danzò;
lì una nonnina lo accarezzò
e in una mano qualcosa gli tese:
gli tese un sogno,
un piccolo e fragile desiderio:

visitare quel mondo lontano
che vedeva brillare
e gli pareva sì strano:
questo Rosellin voleva.

7
Ringraziò Rosellin
la vecchietta

“Addio, Rosellin!”
esclamò la vecchietta
“Afferra il tuo sogno
… non farlo scappare
che ti condurrà dove tu vuoi andare”

Ed ecco che d’un tratto
Rosellin si trovò
su una distesa dipinta di sette color;
meravigliosi e sgargianti
i petali dei fior.

Rosellin
Attraversò quel ponte incantato
fino a quando
arrivato sulla Terra
rimase senza fiato.

8
Camminò Rosellin
per boschi e per prati,
per prati e per boschi,
gustando l’odor della libertà:
BRILLANTE UTOPIA
DI UN MONDO DI MAGIA.

Splendeva il sol
– lo fissava Rosellin-
splendeva il sol
– danzava per Rosellin-

MA
Avanzando Rosellin
vide un grigiume
che inghiottiva tutto
del sole il barlume.

9
Arrivò Rosellin
nella brutta città,
dominio sciccoso della lordosa maestà:
tutto pieno di torri, palazzi
e pubblicità.

Rosellin, spventato, voleva andar via:
abbandonare dello smog la scia,
per trovar rifugio nella periferia.

Ma ecco:
qualcuno gli tese una mano…

10
Era un bambino,
un coso assai strano!
che lo invitò ad andare lontano
Insieme

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CONSIDERAZIONI SUL MINIMALISMO IN POESIA di Valerio Gaio Pedini  Poesie di Raymond Carver, Vivian Lamarque, Deborah Žerovnik con un Appunto di Giorgio Linguaglossa “L’invasione del minimalismo”

Eidetica

Eidetica

È inutile parlare della – per così dire – “piega” che ha preso la poesia con l’avvento del minimalismo: ma se l’arte è superflua, allora anche la critica è superflua. Se l’essere umano vive del superfluo, allora anche la critica diventa necessaria.

Il minimalismo nasce, si dice, negli Stati Uniti. Nasce? Come se una scuola poetica e artistica possa nascere? Va bene, i critici sono sempre soliti umanizzare la letteratura, quando invece, proprio anche grazie al minimalismo, la letteratura è diventata ciò che -si dice- debba essere: design. Ed è questo il problema, la crisi che la critica millanta.

Ma quando si parla di «crisi», non si spiega l’etimologia, si dice «crisi» così, senza rendersi conto che poi «crisi» significa scelta, criterio e, forse, necessità. Per andare avanti c’è bisogno di «crisi». Fa un po’ di pulizia nel suo essere fossile. Oggi la crisi è il minimalismo. E per quanto ci possa piacere, dobbiamo renderci conto che è un linguaggio, un modo di pensare, un linguaggio che entra fin da subito nell’archeologia della parola. Il problema dell’emozione – abilmente retorizzata – nel minimalismo è che essa è momentanea, legata al presente e la poesia diviene un luogo comune, uno spazio liquido, subito da gettare.

Raymond Carver

Raymond Carver

Il minimalismo viene ideato da Gordon Lish, scrittore ed editor della figura centrale per la poesia e la prosa minimale: Raymond Carver. Nella nota biografica  su Carver, nel volume Orientarsi con le stelle, edito da Minimum fax, si leggono delle parole raccapriccianti che indirizzano tutta la poetica e l’arte minimale, ovvero «con il suo stile limpido” vorrei poi sapere che  significa stile limpido? “ e la sua attenzione verso la «normalità» esistenziale della gente comune». Mi concentrerei su queste poche parole per delineare tutto il cosiddetto minimalismo, che diviene da dispregio, pregio.  «Stile limpido»? Per chi non capisse cosa significhi limpido, per alcuni si dice lineare, per altri retorico, per altri ancora manierista, riconoscibile, ripetibile, copiabile, digitale, intimo, casalingo, facilmente comprensibile. Perché? Perché fa esempi. Situazioni quotidiane, che tutti possono comprendere e in cui tutti si possono ritrovare. Ecco tre poesie di Raymond Carver:

Compagnia

Stamattina mi sono svegliato con la pioggia
che batteva sui vetri. E ho capito
che da molto tempo ormai,
posto davanti a un bivio,
ho scelto la via peggiore. Oppure,
semplicemente, la più facile.
Rispetto a quella virtuosa. O alla più ardua.
Questi pensieri mi vengono
quando sono giorni che sto da solo.
Come adesso. Ore passate
in compagnia del fesso che non sono altro.
Ore e ore
che somigliano tanto a una stanza angusta.
Con appena una striscia di moquette su cui camminare.

.
Attesa

Esci dalla statale a sinistra e
scendi giù dal colle. Arrivato
in fondo, gira ancora a sinistra.
Continua sempre a sinistra. La strada
arriva a un bivio. Ancora a sinistra.
C’è un torrente, sulla sinistra.
Prosegui. Poco prima
della fine della strada incroci
un’altra strada. Prendi quella
e nessun’altra. Altrimenti
ti rovinerai la vita
per sempre. C’è una casa di tronchi
con il tetto di tavole, a sinistra.
Non è quella che cerchi. E’ quella
appresso, subito dopo
una salita. La casa
dove gli alberi sono carichi
di frutta. Dove flox, forsizia e calendula
crescono rigogliose. E’ quella
la casa dove, in piedi sulla soglia,
c’è una donna
con il sole nei capelli. Quella
che è rimasta in attesa
fino ad ora.
La donna che ti ama.
L’unica che può dirti:
“Come mai ci hai messo tanto?”

.
La poesia che non ho scritto

Ecco la poesia che volevo scrivere
prima, ma non l’ho scritta
perché ti ho sentita muoverti.
Stavo ripensando
a quella prima mattina a Zurigo.
Quando ci siamo svegliati prima dell’alba.
Per un attimo disorientati. Ma poi siamo
usciti sul balcone che dominava
il fiume e la città vecchia.
E siamo rimasti lì senza parlare.
Nudi. A osservare il cielo schiarirsi.
Così felici ed emozionati. Come se
fossimo stati messi lì
proprio in quel momento.

Distantissima dall’idea “metafisica” e “barocca”, il minimalismo ergonomico si compone in strutture rigide, facilmente modellabili. Da qui però succede il dramma letterario: la ripetizione. Carver ci presenta nella prosa uomini di bassa levatura sociale, nella poesia solo e sempre se stesso. L’esempio di un uomo divorziato, di una persona stanca, di una persona innamorata, di uno scrittore fallito. Chiunque può entrarci, perché esempi facilmente interpretabili. In qualche modo, già dall’inizio l’esempio fa sì che la poesia perda il suo valore antropologico. Viene subito inscatolata, una poesia soprammobile da trasloco, facilmente rimpiazzabile con un’altra poesia da trasloco.

 Un Leopardi e un Hölderlin non li puoi copiare. Un Carver sì. E tutti l’avevano capito. A partire dalla seconda moglie Tess Gallagher, che con i suoi zuccherini e le sue ragazze povere fa una prosa e una poesia dolciastra, in cui tutte le donne potevano ritrovarsi. Metafore del quotidiano.

Vivian Lamarque

Vivian Lamarque

Una poetessa italo-francese farà di lì a poco un esercizio più spicciolo, più brutto, più retorico, più banale, più zuccherino, più ovvio: si tratta di Vivian Lamarque, che tanto è stata ammirata per il suo lirismo semplice ed emotivo. Delle composizioni così retoriche da far rivoltare nella tomba persino Cicerone. Ma Vivian capì tutto: ci avrebbe guadagnato e presentandosi come una non poetessa, una donna semplice, pensosa che rigettava stati d’animo “complessi”. È così diventata una poetessa cardine del ‘900. La capacità di intenerire. Ecco tre poesie di Vivian Lamarque:

 Caro albero meraviglioso

Caro albero meraviglioso
che dal treno qualcuno
ti ha tirato un sacchetto
di plastica viola
che te lo tieni lì
stupito
sulla mano del ramo
come per dire
“cos’è questo fiore strano
speriamo che il vento
se lo porti lontano”.
Ci vediamo
al prossimo viaggio
ricorderò il numero
del filare, il tuo
indirizzo, ho contato
i chilometri dopo lo scalo-merci
arrivederci.

da Gentilmente (Rizzoli, 1998)

I mattini ghiro mio


I mattini ghiro mio

come vorrei che tu imparassi ad amare i mattini
soffriresti meno ad alzarti forse
se da te fosse come qui
che quando apri le finestre
subito hai lì alberi perfetti
immobili ma a guardare bene
con anche un punto dove le foglie tremano
per un uccello appena volato via
al rumore della finestra
(o forse ghiro mio avresti sonno lo stesso).

*

Se sul treno ti siedi al contrario
con la testa girata di là
vedi meno la vita che viene
vedi meglio la vita che va.

da Poesie 1972-2002 (Mondadori, 2002)

E così, fra emozioni, digitalizzazione, opinioni, esempi, salotti e soprammobili il minimalismo diviene pane per i denti dei poeti e degli editori della necro-editoria.

La poesia italiana diventa (nulla di autentico rispetto agli albori di Carver), un nastro trasportatore di minimalisti: Valerio Magrelli, Maurizio Cucchi, Davide Rondoni, Vivian Lamarque, Biancamaria Frabotta eccetera, faranno propri gli stilemi del minimalismo, ne adotteranno la formula vincente secondo le proprie necessità, ne svilupperanno le tematiche ciascuno con le proprie direzioni di ricerca. C’è chi si concentra sulle emozioni vissute (Cucchi), chi sui bambini (Lamarque), chi fa poesia sull’opinione e diventa un opinionista letterario (Magrelli).

Fortunatamente, l’Italia respira aria fresca in alcuni minimalisti isolati quali Calamassi, che si evolve e, come un angelo, si stanca e inizia a planare sul mondo, incolpandosi dei mali del mondo. Lì Calamassi, dopo 30 anni, ristruttura tutta la sua poetica minimalista concettuale e diviene sociale. Una poetessa che si muove da sola nel suo minimalismo è Mariangela Mascia: testi lineari, semplici, “ignoranti”, la incoronano e fanno del suo minimalismo una specie di commento dedicatorio agli altri. Con la poesia ignorante Mariangela Mascia si dona. E per quanto la possa criticare male, arriva al punto di aver compreso, senza copiature il minimalismo.

alfredo de palchi

alfredo de palchi

Alfredo De Palchi, invece, de-costruisce un minimalismo spirituale, intimo, dissacrando la lingua, oggettivandola, scheggiandola, ribaltandola per renderla irriconoscibile. Diverso invece è il discorso di poetesse quali Deborah Žerovnik, in cui la dimensione tra sacro profano diventa un modo per portare alle estreme conseguenze la formula vincente del minimalismo. C’è ancora spazio per uscire dal minimalismo retorico, dobbiamo però capire quale. Ecco due poesie di Deborah Žerovnik

Deborah Žerovnik

Deborah Žerovnik

 Deborah Žerovnik

Non è mica vero che Gagliarda è la pecora bastarda…
è colpa del pastore che gli tira le tette a tutte le ore
e lei per dissenso, nel secchio del latte, ci caga e ci piscia
per render il pecorino di sapore abietto, mica per, al pastore fare dispetto
ma al gregge far capire cosa è, di rispetto, il concetto… Stella e Albina belano in coro:
“Gagliarda…non si fa, non ci si comporta così in società” ma lei di tanto belare si è rotta il cazzo
“belate così perché siete Merino, pecore dal pelo fino…le tette il pastore non vi tocca, chiudete la bocca…
voi sciocche non avete capito, chi se ne fotte del pelo grezzo o pelo fino, ciò che deve disgustare è il pecorino.
Se non mi credere chiedete a Selma, la pecora Awassi da coda grassa, che di figli fornisce il Kebabbaro, il dissenso non deve essere un evento raro!
Per lei, prenderlo in culo sarebbe gran rivoluzione, non importa se a secco o lubrificata basta non finire come carne da grigliata.”
Poi arriva Adolf il montone frisone, con svastica tatuata sul coglione, lui di pura razza nella figa ci sguazza, e belando riporta il gregge alla disciplina:
“ Il lavoro, il lavoro libere vi renderà, e quindi, che ve lo dico a fare che a pecorina dovete stare…
einz, zwei, drei… tutte in fila ben allineate, e chi si rifiuta già lo sa, che come carne da macello finirà”.

La mia macelleria

Ho un impatto incompatibile
Devo sbarazzarmi di questo disagio
vuole essere me
mi guarda negli occhi
e vuole vedere tutto
ma io ho diritto alla sofferenza
questa è la mia macelleria
piena di dense nebbie dei torti
giorni bui
poliziotti sporchi
puttane
junky
un tavolo a tre gambe
senza nessun chiodo
dove invoco lentamente
giorni di orgoglio e gloria
e svantaggi dell’attuale
che la norma non ha sollevato
dal essere mascalzoni,ladri e devianti
sotto il palazzo di giustizia bombe
e poi pregare Dio per formare una famiglia
perché le promesse sono a buon mercato
ma quanto basso è giù?
ora che le utilità sono altre
mi dicono nulla
tranne che potrebbe essere peggio
ma non so stare di fronte al sole
alzare la testa e vedere la luce
mi perseguita il male
e ho diritto al dolore
dicono che si può cambiare il mondo
però i miei sogni sono andati a male
è la mia macelleria questa
durante la mattanza
ogni osso va rimosso.

Alfredo De Palchi e Giorgio Linguaglossa, Roma, 2011

Alfredo De Palchi e Giorgio Linguaglossa, Roma, 2011

Appunto di Giorgio Linguaglossa: l’invasione del minimalismo

 Una riflessione in questa direzione è presente in Appunti critici. La poesia italiana del tardo Novecento tra Conformismi e Nuove proposte pubblicato nel 2003;[1] il libro raccoglie – ho scritto nella prefazione al volume  «una ampia selezione di articoli, stroncature, recensioni, spunti di riflessione pubblicati quasi integralmente sul quadrimestrale di letteratura «Poiesis» dal 1993 al 2002. Qualche altro scritto, come quello su «Dante e Petrarca», è apparso sulla rivista internazionale di letteratura «Hebenon» (n. 5, aprile 2000); così come anche il saggio «Appunti per la costruzione della nuova poesia», è apparso su Linee odierne della poesia italiana a cura di Roberto Bertoldo e Luciano Troisio (Quaderni di Hebenon, n. 7-8 ottobre 2001). Si tratta di cavalleria leggera, azioni di guerriglia e di disturbo delle istituzioni poetico-letterarie, delle loro retrovie come anche delle posizioni di punta delle poetiche egemoni, condotte in solitaria esposizione e nella convinzione, un po’ donchisciottesca, di pungolare ai fianchi le istituzioni letterarie costrette e costipate in una generale epidemia di conformismo e di elefantiasi. Nella scelta ho privilegiato quegli scritti che avevano un diretto e immediato riscontro con i testi dei poeti contemporanei, e che sono stati redatti, diciamo così, nel fuoco della controversia, lasciando i saggi più propriamente speculativi ad altra più idonea occasione di pubblicità”. Si tratta di un vero e proprio “bombardamento a tappeto degli adiposi conformismi che hanno intorbidato gli anni Novanta».[2]

Ovviamente, la pars destruens precede la pars construens, poiché, come ha scritto Enzensberger in un famoso saggio del 1960: «L’inverso di ogni distruzione della poesia è la costruzione di una poetica nuova». Il volume, che consta di ben 320 pagine, è «strutturato secondo due grandi categorie estetiche: a) la belligeranza del Tramonto e b) tra Modernismo e post-modernismo, precedute da un’area di conflittualità cui ho dato significativamente il titolo di tra Egemonia e isolazionismi, nella quale sono ricomprese posizioni ‘statutarie’ come quelle di Eugenio Montale e di Giovanni Raboni e posizioni ‘isolate’ come quelle di Amelia Rosselli, di Alfredo De Palchi o degli «invisibili» Maria Rosaria Madonna, Giuseppe Pedota, Lisa Stace, Roberto Bertoldo, e altri significativi poeti contemporanei come Daniela Marcheschi, Patrizia Valduga, Luigi Manzi, Laura Canciani, Giorgia Stecher. Questa sezione è seguita da quella denominata l’Egemonia del conformismo, una spregiudicata serie di analisi di autori: Jolanda Insana, Biancamaria Frabotta, Vivian Lamarque, Gianni D’Elia, Albino Pierro, Mario Lunetta, Edoardo Cacciatore, Antonella Anedda  fino ad arrivare a delle messe a punto critiche su poeti di taglio elevato come Andrea Zanzotto, Edoardo Sanguineti e Maria Luisa Spaziani».[3] Dalla visione tragica di Amelia Rosselli (La libellula è scritta nel 1958 ma viene pubblicata in volume nel 1969 come parte di Serie ospedaliera, mentre Variazioni belliche è del 1964) alla «poesia da cabaret» di Valentino Zeichen, si snoda una interminabile foce epigonica che ha finito per prosciugare qualsiasi voce e qualsiasi sussulto di criticità della poesia del tardo Novecento.

Il retroterra del minimalismo lo si può misurare tenendo presente la distanza, per così dire, che separa la «visione tragica» della Rosselli dalla sua carnevalizzazione messa in atto dal poeta di Fiume e dalla infinita schiera di «poete» che tentano di imitarne il registro stilistico.

Da questa distanza emerge, senza equivoci, la caduta perpendicolare della poesia italiana del tardo Novecento. Il risultato è andato ben oltre le più funeste previsioni: si è verificata la deiezione e la cancellazione di ogni ipotesi di poesia «diversa» o divergente dal binario del conformismo poetico del minimalismo; il minimalismo, in silenzio e in sordina, ha compiuto scientemente l’assassinio della poesia italiana ponendole un bavaglio e una museruola, imponendo una irreggimentazione al nuovo conformismo. La parola d’ordine sottaciuta ma sottostante è: l’allineamento ai parametri del Modello maggioritario, non mediante l’egemonia di una scuola o di uno stile, ma mediante la imposizione di un Modello dominante e di una alleanza di fatto tra il minimalismo di adozione romana e quello milanese.

il minimalismo come deriva delle poetiche epigoniche

 il minimalismo come deriva delle poetiche epigoniche. Se gettiamo uno sguardo retrospettivo alla poesia dei due ultimi decenni, non possiamo non notare il pendio declinante di quelle che ho definito poetiche epigoniche. Cosa intendo dire con questa definizione? Intendo dire – come ho affermato e ribadito innumerevoli volte in più occasioni sulla rivista «Poiesis» – che tutte quelle poetiche che sono sorte sulla «fede» nella tecnologia dei linguaggi, sono miseramente fallite. In primo luogo, già nel concetto così ipostatizzato dallo sperimentalismo si può notare il sostrato teologico di un atto «politico»: la fede nella costruzione dei linguaggi rivelava la ingenuità teorica di tutte quelle posizioni che speculavano sulla possibilità di «costruire» i linguaggi poetici. E che tra tutti i linguaggi proprio quello poetico si sottragga ad ogni istanza di «costruttivismo», è un dato talmente palese che oggi balza agli occhi con autoevidenza assoluta. Oggi finalmente si comincia a comprendere che se i linguaggi mediati sono fungibili e costruibili, l’unico tipo di linguaggio che non si può «produrre» è proprio quello poetico; ed una ragione ci sarà pure del perché di questa «stranezza». Da alcune parti si è parlato (a sproposito) della fattibilità di un «evento» che accade ed opera in modo quasi magico, al di là di ogni interferenza del soggetto. Appare di tutta evidenza che siffatto concetto non è degno di esser preso in alcuna seria considerazione: un evento che cade dal cielo come una manna sul deserto del Sinai, rientra più nella sfera della taumaturgia che non in quello dell’estetica, e noi possiamo tranquillamente ignorarlo in quanto abitanti del secolo primo del terzo millennio. È pacifico che, alla soglia di una poetica allo stato zero, cioè alla soglia di una poetica che faccia tabula rasa della sofisticata macchinosità del pensiero estetico del Novecento, debba e possa venire riproposta la questione della lingua come questione originaria, giacché la lingua (nella sua duplice funzione: mimetica e simbolica), in quanto principio rivolto alla comunicazione di contenuti spirituali, è categoria fondante di tutta la realtà.

[1] Appunti critici. La poesia italiana del tardo Novecento tra Conformismi e Nuove proposte Coed. Libreria Croce, Scettro del Re, Roma, 2003 p. 32

 [2]  Ibid. p. 63

[3]  Ibid. p. 12

Valerio Gaio Pedini

Valerio Gaio Pedini

Valerio Gaio Pedini nasce il 16 giugno del 1995, di otto mesi, e viene tempestivamente scambiato nella culla: il misfatto viene subito scoperto. Esattamente 18 anni dopo, Valerio, divenuto Gaio, senza onorificenze, decide di organizzare il suo primo evento culturale ad Artiamo (gastrite e l’epilessia e quasi nessuno ad ascoltare); nell’intermezzo ha iniziato a recitare, preferendo l’espressività del teatro di ricerca rispetto al metodismo popolare e a scrivere, uscendo, in collaborazione col circolo narrativo AVAS – Gaggiano, nelle antologie Tornate a casa se poteteRigagnoli di consapevolezza e Ma tu da dove vieni?. Nell’ottobre del 2013 inizia il progetto Non uno di meno Lampedusa, insieme ad Agnese Coppola, Rossana Bacchella, Savina Speranza e ad Aurelia Mutti. A dicembre conosce Teresa Petrarca, in arte Teresa TP Plath, con cui inizia diversi progetti artistici: La formica e la cicalaEssence e Pan in blues e in jazz. Sta lavorando ad una monografia filosofica: Maggiorminore: la disperazione dei diversi uguali. A Maggio 2014 è uscita la sua prima raccolta poetica, con IrdaEdizioni: Cavolo, non è haiku ed è stato inserito nell’antologia Fondamenta Instabili (deComporre Edizioni) e, successivamente, sempre con deComporre Edizioni, uscirà nelle antologie Forme LiquideScenari ignoti e Glocalizzati.

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LA GENERAZIONE DEGLI ARRABBIATI DUE POESIE di Valerio Gaio Pedini “De bello stronzibus o memoriandum dell’ottavo nano: ovvero il monologo mai scritto di Giulio Cesare”, “Portarono dell’alcool al nativo” – UNA POESIA di Ivan Pozzoni con un Commento di Valerio Gaio Pedini

 Erich Eckel Il giorno di vetro 1913

Erich Eckel Il giorno di vetro 1913

 Valerio Gaio Pedini

Ma conchiudendo l’amarissima vicenda che ci ha tanto fatto sognare, i polli sono stati cotti e mangiati e crauti hanno adornato il tutto: così che l’idromele fosse più buona: bona, basta, stop, bona, basta, stop, finisci le tue parole e vattene dal mio cimitero:
oh se fossi dado mi tratterei-se fossi pugno la faccia ti spaccherei:
ma è mai possibile che bisogna venerar otto coglioni, che nemmeno sanno farsi il letto:
Cleopatras lussuriosa et Biancaneve che produce fiele: parole, parole, parole: basta con le parole!
Nani, nani, nani, nani: sapete che potete crescere, cavalcando muli ciarlatani!
E così fu che il vano giudizio divenne larga sentenza: i miei rivali sono stati avversari temibilissimi nello scontro armato: stronzonibus docet:
Antonioooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo! Ottavianooooooooooooo! Tu quoque Bruto fili mi!
Io sono Bruto e tu sei un pezzo di merda: ah, io non sono né un repubblicano, né un imperiale: io sono uno che ha i coglioni girati: e poi basta a dirmi figlio, mi hai solo adottato, pirla!
Cicerone dove sei finito,eh? Tutti lo sanno che volevi ammazzarlo, tutti! Cicerone, sei troppo impegnato a scrivere sulla stronzaggine per sentirmi?
Oh, audire è difficile, quando non si ha un cazzo da fare!
Ascoltate, gente, lo so che siamo tutti alla gogna!
Non è forse vero che siamo tutti ugual ipocriti a questo mondo?
Che corriamo, ci tuffiamo, varchiamo fiumi e ci facciamo padroni del mondo?
Ah, coraggio da vendere dite?
Nah,pavidità, pavidità, pavidità: stupidità, stupidità, stupidità: io le mie parole le scrivo, non le detto!
Ave Vale, ave Me, ave Vale, ave Me, ave Vale e finiscila!
Smettila pur qualche volta d’imprecare contro la storia, contro la letteratura, contro l’uomo:
deprivato di virilità:
sapete, oh uomini che Cesare era uno gnomo e che viveva in un bosco, fatto di mariuana, di cocaina, di eroina e di quattro baldracche e anche baldracchi: d’altronde amava le cose strane, amava i Galli,
anche lui era un Gallo: ricorda un po’ quell’imperatore appassionato di pollicultura, giusto, fu l’ultimo imperatore: pare che la gente sia invaghita del pollame.
La storia è un luogo strano: uno ti parla di Galli, e viene considerato un libro Antropologico: quando io parlo di uomini, pensano che faccia etologia come Konrad Lorenz, con le anitre che si muovono con sincronia,
vedeste come mi seguono!
D’altronde c’è chi tira il collo e chi spacca le reni alla Grecia!
Ma io sono un Gallo Cedrone, un Tacchino, un Pavone, guardate la mia bellezza, ah, vero che sono bello?
Guardate che corona!
Sono il re di tutti voi saltimbanchi perditempo: pirliamo tutti in giro, tanto il Duomo sta crollando, in un frammisto di Cinesine: la gente è proprio fissata con il pollame e con gli augelli, soprattutto quelli solitari!
Ah ah ah ah, Serva Italia di dolore ostello, bordello:
eh, sapessi, almeno ci fosse il bordello, ma caro Dantuccio, il bordello non c’è:
vi è solo qualche pollo, cinesino, gallo, pavone e anche qualche coniglio:
sembra di essere in una stalla più che altro.
Varcare la società, spaccarla! Distruggere! Bruciare! Invadere le farms di questo tripudio linguistico:
metterli nella fornace, e chiuderli in un bunker, proteggerli e ucciderli, ucciderli e proteggerli:
uomini, viviam nella disperazione, stiam male e siam distrutti: morirem come morirà l’universo:
scoppiato in un gemito strozzato:
tiriamo il collo a ciò che sappiamo, tanto non ne saremo certi mai:
audire, l’uomo è un animale senza senso, categoriale, non sensoriale:
vedete il mio naso grosso come quello di Cyrano? Non usma
E la mia lingua serpentina?Non sente alcun sapore?
No, qui le orecchie scoppiano e noi possiamo dissolverci in vane parole.

Ernst-Ludwig-Kirchner

Ernst-Ludwig-Kirchner

Portarono dell’alcool al nativo

Ed il nativo ringraziò-pregando Terra di rendere fede a questo generoso uomo – che era il non luogo
Del premio dello sgombero
Lo sgombero avvenne – e il nativo si trovò piazzato in un libro di De Curtis, fenomeno archeologico, nelle vestigia di Rambo, fenomeno da baraccone, indossando la tuta di Batman in uno squallido bar cantando l’ultima canzone d’amore- e tutti intorno con il fungo in mano sedevano, mugghiando la fine di qualche corvaccio e l’inizio di un paio di pavoni:
Il cinema li presenta come dei tiranni barbarici, nomadi ignoranti, che vivevano in tendine di stracci:
è proprio vero che i film storiograficamente dicono solo cazzate!
Questi dementi di Cowboys sempre a rompere i coglioni a questi dementi di Nativi: davvero non si possono vedere!
È meglio pensare allora a Cavallo Pazzo, che cerca di estinguere i coloni-o qualche apaloosa, naturalmente portato dall’occidente, che sbuchi dalla steppaglia e nitrisca prima di recalcitrare, per poi cadere fucilato dal premio divino!
Ai Crow che si fanno appendere al soffitto di una caverna buia, per illuminare la via della salvezza.
Oppure qualche Piede Nero che dissangua qualche bisonte, prima di assaporarlo, scuoiandolo per indossarlo nei giorni dell’invasione!
Gli Americanisti dicono che i Nativi non sono stati sterminati, sono stati traslati:
eppure l’ultimo nativo che vidi era un pirla che mi vendette una maglietta ed un cerchietto e quell’altro disperato cantava:

“natura morta
Disseminata dall’odio
Ti estinguerai sotto il mio piede rosso,
natura bianca
l’anima è seviziata,
il corpo non vive:
il bisonte si è estinto
e tu, come volevasi dimostrare, sei morta…
ed è colpa mia
ahiahaiaiaia
ed è colpa mia!”
Bum!

Quando tutti insieme in coro gridavano “what a jingle shit!”-Ed io dicevo loro, non ci sono più i canti di una volta, non ci sono più i canti!

Ci sono i pianti

E tutto… tutto ricominciava

“natura morta
Disseminata dall’odio
Ti estinguerai sotto il mio piede rosso…”

 

SCHMIDT-ROTTLUFF_Jahre

SCHMIDT-ROTTLUFF_Jahre

 UNA POESIA di IVAN POZZONI con un Commento di Valerio Gaio Pedini

Quando Giorgio Linguaglossa nei suoi Appunti Critici (2003; Edizioni Scettro Del Re) evidenzia che  la questione che più è corroborante nella critica vigente è la mancanza di coraggio, ovvero una cospicua diminuzione e rarefazione della critica militante, possiamo ben dedurre, che, data una mancanza di coraggio critico, fossilizzato al saggio dotto di poeti e artisti di cui hanno già detto tutto quello che si poteva dire e che le parole usate, pur edotte, sono anch’esse troppo ripetute (forse proprio perché edotte), ci sia una mancanza di coraggio poetico: una- permettetemi il termine plebeo ma attuale- deprimente fossilizzazione tematica e formale: una “gran fossa”che io ho più volte definito con il termine Nostalgia, che, ormai non produce nemmeno più letteratura elevata (Spaziani), ma si va a delineare entro un termine assai mellifluo come “posticcio”.

Ora, finito il preludio, vi chiedo, cortesemente, di rimuovere ogni parola da me scritta, poiché Pozzoni di coraggio ne ha da vendere- e come ben si può dedurre- agl’egemoni questo coraggio fa male, troppo male: ergo gli egemoni sono costretti a respingerlo, sia dal punto vista critico, sia dal punto di vista poetico: ma pare proprio che con Pozzoni la critica militante si stia rigenerando.

In poche parole: Pozzoni ha ben compreso che la posizione della poetica d’avanguardia novecentista è infattibile, inattuabile e da uno sberleffo assolutamente ingenuo del poeta marxista Ennio Abate, che lo definì “neon-avanguardista”, termine che Ivan invece adotta con non poco apprezzamento, per l’indignazione del Compagno Abate. Andando per le spicce, ha compreso cosa significa «liquidità sociale»: e in aggiunta, Linguaglossa ci va ad accostare un appellativo che agli egemoni fa accapponare la pelle: «Guastatore».

Mi sembra necessario però delineare dove si posiziona la poesia di Ivan: la poesia di Ivan è “chorastica”, non è un poeta delle strade e non vuole esserlo, ma non è nemmeno nella chiusura ermetica: potremmo collocarlo nella Linea Di Minor Resistenza- Linea però portata ad un estremo di sarcasmo, ironia, umorismo: si potrebbe, invero, dire che la poesia di Pozzoni non conosce il termine Giusto Mezzo, poiché non esiste attualmente, e anzi è impossibile che l’uomo sia nel giusto mezzo, poiché forse è del tutto inconcepibile: d’altronde in una società in cui tutto è portato all’esasperazione, all’estremo, la poesia ed ogni forma d’arte non possono fare altro che muoversi all’estremo, e ciò Pozzoni l’ha compreso. Ma per comprendere meglio la poetica di Pozzoni, aggiungo qui una sua poesia,
Marinetti non l’avrebbe mai scritto:

Brutto volto

emil nolde

emil nolde

 

 

 

 

 

 

 

(dialogo tra un manager e una studentessa universitaria in discoteca)

Ciao, come va? È tutta la sera che ti osservo
Ciao, zio! Mica sarai un Baldocci o un Babbaluga, eh?
Guardo solo te!
Perché mi lumi? Starai mica a broccolarmi?
Sei una bellissima ragazza.
Grazie, zio. Ce l’ha una geografica per una bomba?
Dobbiamo invadere l’Albania?
Non mi far sclerare, abbiamo finito la gangia, e non ci sono Majabba nei dintorni! C’hai neuri, dai? Non fare il T-rex!
Per farsi una canna, non ho money: non concepisco chi si droga.
Zio, mi perplimi. Mica sarai un robboso? Sei afef?
Al massimo Tronchetti Provera! Dai, non sono noioso.
No, non sei un asciugone, né un fonzie. Pure tu m’attizzi! Non sei un Sancarlino! Sei un aristofreak? My sister dice che scrivi libri.
Grazie, sono un ragazzo normale. Sì,sono un artista.
Bella, frate. Mi fai andare in sciambola. Sclero! Sai scapersare?
No, non suono, non scrivo musica. Scrivo versi.
Menomale ke non sei una melo checca…Sei proprio un O.G.M! Come ti citofoni?
Boh, di norma scendo in strada, suono, e ricorro in casa. Non è sempre facile ritrovarmi.
Che disease! Mi fai morire, o, se non altro, non mi fai sminchiare come i ragazzi della mia età. Preferisco i ragazzi maturi, come te.
Comunque mi chiamo Ivan.
Bello, mi piace abbestia? Hai un fazzollo?
Tieni.
Grazie. Come vivi?
Sono responsabile in un’azienda di distribuzione organizzata. Tu?
Uni, che sbatta! Sono alle pezze, sempre a studiare. Interessi: non sei un fungo!
Se fossi un fungo, sarei un Cortinarius, velenosissimo.
Bastard Inside! Ti bevi un ape?
L’ultima volta che ho bevuto un’ape mi hanno ricoverato in ospedale.
Ddddaiiii, non fare il babbo di pezza! Non sono una figa di legno.
Sei una che va subito al dunque?
Antisgamo.
Con te ci andrei al dunque.
Henk! Che bazza…Mi sa che vuoi solo bombare! Come sei messo a Caronte? Ihihih
Sono in grado di traghettare te e tutte le tue amiche…
Smettila di garlare. Non fare il grozzo!
Scusami, hai ragione.
Sempre a pensare a inzaccare, voi maschi. Camomillati, o mi tocca asfaltarti! Non è che concedo il frisby al primo che incontro.
In tutti i casi, se la concedi, te la rilanciano.
Sei troppo scemo, simpa! Non ti voglio scagliare! Ti va di ribeccarci, magari, un puntello, non, così, damblee…
Sì, ho voglia di rivederti. Magari un chinese, un cinemino?
Dobra! Ci sto dentro. Sgamiamoci domani: lasciami il numero di cella. Hey! Dove ho messo la cella? ‘spetta, non imbruttirti!
Più brutto di così, non riesco, anche impegnandomi.
Sono in chiusura, zio, non ti seguo. Oh, non mi rimbalzare, squilliamoci.
Certo: ti chiamo. Ma non sarai mica fidanzata?
Zibra! Zero al quoto! Poi che cambia?
Eh, che cambia?! Sei troppo fuori. Domani è Ferragosto, è tutto chiuso.
Fregatene: ci vediamo al bancomat, e magari ci archiviamo a letto. Cia’, zio.
Ciao, bella. Continua a leggere

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POESIE SCELTE di Gyula Illyés (1902-1983) traduzione di Umberto Albini con un Commento di Valerio Gaio Pedini

 

Gyula Illyés poeta, prosatore, drammaturgo ungherese (Rácegrespuszta 1902-Budapest 1983). Di origine contadina ma inseritosi nelle sfere più alte della vita intellettuale, Illyés si fece interprete di tutte le tensioni sociali dell’Ungheria. Implicato alla fine della I guerra mondiale in un moto insurrezionale per una radicale riforma agraria, dovette espatriare e vivere per alcuni anni a Parigi, dove strinse amicizia coi poeti dell’avanguardia. Tornato in patria, divenne capostipite degli scrittori sociografici, tutti fautori della riforma agraria (si vedano le sue prose autobiografiche Il popolo delle puszte, 1936) che, riunitisi dopo la II guerra mondiale nel Partito nazionale contadino, videro frustrate le loro aspirazioni a causa della kolkosizzazione imposta dai sovietici. Illyés è autore della più penetrante biografia-monografia su Petöfi, di cui condivisse gli ideali poetici, come quello della libertà. Nonostante questo irrefrenabile anelito alla libertà, la concezione di vita di Illyés è pessimistica. Secondo Un periodo sulla tirannide (1956) l’individuo non può sfuggire alla coercizione nemmeno attraverso la morte; secondo la tragedia I puri (1970), ambientata nel Duecento degli albigesi, l’annientamento dell’espressione materiale di un’idea annienta l’idea stessa. Nella lirica e nella maggior parte delle sue prose, nonostante la grande varietà dei temi, la fonte principale dell’ispirazione di Illyés è la reminiscenza. Solo nelle mirabili disquisizioni sulla morte, Nella barca di Caronte (1972), i lumi della sua penetrante razionalità sono rivolti al futuro. Altre opere: la raccolta di drammi Umanizziamoci (1977) e la silloge poetica Testamento particolare (1978).

Budapest città vecchia

Budapest città vecchia

Commento

Fu studiando l’opera poetica di Miklos Radnoti e di Gyula Illyés che compresi presto la grandezza della poesia ungherese, ed è di Illyes che ora mi accingo a fare un commento. Illyés  (1902-1983) è stato dalla critica considerato poeta contadino (possibile?), poeta sociale, poeta impressionista (possibile?). Ma pare che poi alla fine ci si debba arrendere ed iniziare a prendere i testi e a scomporli progressivamente, per carpirli, e poi rigettarli interi, per gustarli in toto, affinché il motto della Gestalt “il tutto è più della somma delle parti” abbia una certa funzionalità sotto il profilo strettamente critico. Mi accingo a prendere delle parti, delle singole parti, affinché si noti poi il tutto, ben più eloquente delle singole parti.

Quando Umberto Albini nel 1967 curò il volume Poesie per Vallecchi Editore, introducendo le sue traduzioni, comprese e affermò un fattore importante per inquadrare la poetica di Gyula Illyés: “Forse il segreto dell’arte di Gyula Illyés poeta ‘contadino’ consiste nella sua capacità di mescolare e alternare elementi così contradditori come idillio e collera, elegia e furore, impeto di riforma e primitiva felicità”.

Da qui mi sorge la definizione poetica definibile con il termine Contrasto, poiché senza un contrasto nel verso, la poesia è scialba, insapore: la poesia con la culinaria ha questo in comune: un piatto salato risulta più saporito e gustoso se gli si accosta un qualcosa di dolce. Una poesia solo salata, come una poesia solo zuccherosa arrischia di provocare una tremenda gastrite poetica.

Invece Gyula Illyés non ha tali sbavature, nella sua poetica riecheggia tutto il contrasto della migliore poesia Latina e Greca, ove il bucolico si alterna ad un concetto di dissapore meccanicistico e lì si profila lo scontro “natura-industria”, “contadino-operaio”.

Gyula Illyés

Gyula Illyés

Vedi come fuma già la nostra vecchia Mecsek.
La corrente della nebbia autunnale si getta ai suoi piedi
In schiume dense. Scuote un vento beffardo
I rami striduli degli alberi, le ultime frutta,

incorona di antichi dolori le nostre giovani teste.
Scende su noi adagio l’inverno, Anna… e una tristezza  secolare
Vola, freddo messaggio, dalle valli del Kapos mute ormai.
Ascolta, solo la pavoncella pigola, raduna i suoi figli per il viaggio.

Una settimana ancora e sarà brullo il paesaggio,
e di nuovo cadrà sudicia pioggia, spazzerà via il tappeto di porpora
delle strade addobbate come chiese…gli zoccoli
delle bestie sguazzeranno nel fango cinereo,

gorgogliando singhiozzerà l’acqua giù per la gronda…
Ma non versiamo lacrime! Si dissolve questa bufera
Per i suoi veleni e un silenzio fecondo calerà
Come neve sui sogni della semente…Attizza il fuoco,

tessi  le tue braccia scure attorno al mio collo,
e canta il concerto ininterrotto dagli uccelli, canta
gli agnelli ricciuti ruzzanti, un paesaggio che resista
da cui il bruno mietitore porti via la spiga come un figlio.

Gyula Illyés

Gyula Illyés

La poetica di Illyés, si delinea in un bucolicismo mica poi più di tanto bucolico, tratta temi sociali del mondo contadino reso schiavo dal capitale.E con questa spinta morale, incisa in contrasti di dissapore, si profila una situazione che alterna stagnazione a dignità, in una ritmica che non stanca. Sembra che con quest’ars popolaresca l’accostamento allo stridente Bartok della musica folkloristica slava vada a genio, tant’è vero che Illyés ne fa una poesia (Bartok), di cui inserisco i primi versi:

Cacofonia? Per loro, ma per noi
Consolazione.
Cacofonia? La parola-bestemmia
Dello schianto , per terra, di un bicchiere
Il lamento  di una lima che geme
Stretta fra i denti di una sega,
sono studiati da voce e violino,
che non ci sia serenità né pace
nell’elegante sala da concerti
dorata e riservata, finché manca
nei cuori foschi di dolore.

Budapest panorama

Budapest panorama

È della parola quale «bestemmia» che Illyés trae la sua forza, ed in questa bestemmia trasuda una guerra secolare e la morte, che non ha mai dimensioni di retorica posticcia e di patetismi. Forse che la poesia di Illyés trasuda di un orrido tutto suo, credo si debba assodare, ma resta un orrido pieno di grazia. Quindi è assodato che la poetica di Illyés, coprendosi col suo“manto contadino”, ha una molteplice funzionalità, e anche quando si chiude resta aperta e quando si apre è ascendente concettuale e metaforico. Ed è con questa poetica che l’altare dell’impressionismo quale purezza crolla, direi che l’arco è teso, come in Van Gogh, ad impressionismo che s’indirizza all’espressionismo: un poeta isolato, che racchiude le forme europee, ma che rappresenta la nazionalità magiara distrutta.

Sei magiaro? Non sei neppure quello,
sei solo un servo triste.

Le lacrime, il dolore, il bel tormento:
sono di chi ha le terre.

Se tu fossi tedesco, garriresti,
forse, di fanatismo,

oscilleresti con migliaia, come
sul prato i fili d’erba.

Forse, se fossi ebreo, maledizioni
Scaglieresti piangendo

E quando cessa la brezza leggera,
morresti con milioni.

Sei ungherese? Precipita allora,
come la foglia

fra centomila cuori doloranti
dall’albero degli avi,

che non ti custodisce , non ti nutre,
che forse è già abbattuto.

Gyula Illyés

Gyula Illyés

Azzardo che alcuni colleghi «ingenui» e abituati alla strana ars paragonica, trovando analogie col poeta contadino russo per eccellenza, o meglio col poeta proprietario terriero Esenin, inizierebbero a muoversi in un vortice di paragoni, ignorando il semplice fatto che due poeti, seppur possono avere analogie di vicissitudini, hanno diversità stilistica e di percorso poetico: però mi duole dire che qui erro, e commettendo un reato critico, mi slancio in un paragone,valutando i due poeti nella fase finale del loro percorso poetico similari, e con similarità intendo che, andando avanti e facendo scorrere le pagine dei due poeti contadini si nota che il fervore poetico si disperde, entrando sempre più in un vortice dell’intimo: un intimo che in Esenin resterà lirico-contadino e in Illyés crepuscolare e metafisico.
Ma è proprio arrischiandomi a fare un simile commento inusuale per la critica che mi sbilancerei in un reato critico di pessimo gusto, quindi devo contraddirmi ed utilizzando le parole di Albini, conchiudere questo appunto che dovrà pur essere continuato in altri fronti: “Non vorrei operare una divisione netta tra il primo Illyés, soprattutto irruento e veemente, e un ultimo Illyés più assorto e raccolto, tra un primo Illyés più interessato alle leggi che governano la società e un ultimo Illiés soltanto pensieroso o turbato delle leggi che regolano l’esistenza. Tumultuosità e ardore, anche messianico, non si sono mai spenti nel poeta: subito in apertura di Uj Versek , un ‘opera del 1961, il richiamo a Mosè:

guarda l’avvenire come un Mosè
e anche mille volte bruciato non può essere ucciso

è indice di una continuità di passione. E l’Illyés degli anni ruggenti non è solo fiamma e passione che arde, violenza d’impulsi che a volte si acquieta per agreste dolcezza: in una lirica come Sei lieve, dove è assente ogni venatura bucolica, l’elemento fondamentale è il fuggevole, il caduco”.

(Valerio Gaio Pedini)

(Poesie tratte da Poesie di Gyula Illyés, Vallecchi, Collana Cederna, traduzione di Umberto Albini)

 

Gyula Illyés

Gyula Illyés

Canta poeta

Sulle mie orme trotterella un vitello mite,
sono qui, arrivo dalle colline,
il sole ha cinto la mia fronte dura di una corona rossa,
come Arione,
e mi hanno mandato a cantare.
Al mio canto l’aria si riscalda, brilla di miraggi,
se parlo dei miei sogni.

Punto diritto innanzi a me, ogni tanto mi fermo, sotto il gelso,
dove sta all’ombra, in una brocca di argilla,
la dolce acqua da bere, medito, non trovo pace in nessun luogo,
cammino, commino sempre, il ritmo
dei miei passi culla i miei freschi pensieri,
i miei sentimenti nuotano in onde morbide
sopra i campi di segala.

Ai miei piedi la terra sorride di arguti segreti;
è mia questa terra, mi ha allevato.
Il sentiero tra i campi o il terriccio di seta furono le miei fasce
Sotto i cespi di patate chiocce.
Il cielo mi faceva il bagno e mi cambiava con le sue calde dita,
mentre mia madre zappava giù dalla valle.
Sono cresciuto con gli alberi, le giovenche, i venti, con migliaia
Di fratelli di latte chiassosi.

La sera torno a casa stanco, al mio fischio si ferma la lepre,
mi saluta: vivi bene, fratello!
All’imbrunire sboccia il mio cuore, si copre di rugiada.
Sto seduto presso l’uscio della soffitta o su un covone di fieno,
sognando dell’altra patria delle cicogne.
Dirigo i concerti della notte, quello delle rane, dei cani,
e sul fare dell’alba, quello degli uccelli.

Ma talvolta la mia fronte si oscura, la corona mi cade
Con uno schianto.
Nel fumo del comignolo il naso mi ricorda la pelle
Bruciata di Giorgio Dozsa:
come se avessi mangiato un boccone del suo corpo, lo stomaco si ribella,
il mio sputo è vetriolo,
coll’aiuto di Dio potreste vedere come corrode, nero.

(1928)

 

Saluto da Vienna

Sulle case operaie, ancora i segni
Dei colpi di mitraglia. A parte questo,
l’ordine regna sovrano. E’ protetta,
la cara Vienna, da Dio e da Fey.

Nelle vetrine scintillanti, perle
E salsicce, in collane luminose.
E silenziosi passano i pezzenti
Dinanzi ad esse con sguardi di cane.

E’ pace dappertutto. Brilla dentro
L’anima dei fucili, sui cannoni.
Con volti lisci giacciono i ribelli
Al cimitero, ben allineati.

Suonano le campane, Il nipotino
Dell’eroe della lotta contro i Turchi
Borioso sfila in testa alle sue truppe,
che han domato fornai e lavandaie.
(1935)

 

Gyula Illyés

Gyula Illyés

Lettera

…Non c’è speranza, insomma: vivo come
I poveri, saltato il pasto,
sino alla sera di fame.
Solo il tempo mi pensa ,qui.
Non ho voglia di illudere
Neppure per affetto: «chi?», dimmi.

Nel petto il cuore è un fanciullo precoce;
sa e vede tutto, come me.
In due così stiamo seduti: briciole
Sulla tavola e stelle alla finestra,
l’unica mia finestra, mi chiariscono
dove sono. Mi sporgo
come dal treno: ed il fruscio dei tigli
scende la corsa veloce del secolo.

(1936)

Tra due fattorie

Sulla carta la matita scricchiola (c’è sabbia nell’aria):
schizzo impressioni, girovagando a piedi,
per te, mia patria. Seguono le mie orme
i posteri, e, più in qua, due gendarmi a cavallo.

(1936)

 

Filologia: su una pagina bianca di una grammatica vogula

Balena un lampo, si avventa un turbine, ardendo, attraverso la steppa,
dentro vi sgambetta e suona il violino un figlio di Satana,
il cielo rimbomba: pie genti che rientrate a casa la sera, inginocchiatevi!
Con fragore un dio sinistro si precipita dall’oriente.

Ma passe lieve sul paesaggio-rapide si dissolvono le nuvole,
venere appare in cielo e comincia la sua lieta danza.
Laggiù, in fondo al villaggio, la finestrella di un’osteria
Cola nella sera fresca una luce giallognola e un canto fioco,
che a tratti s’arresta.

Davanti all’osteria una panca. Su di essa sono seduti nove
angeli custodi
pagani: non possono entrare-così come vuole usanza
antica-
in un luogo impuro, e attendono i loro padroni
e ciascuno racconta, amareggiato, il suo triste destino.

Ti supplico con polenta e dolcetti- si sente dal vicinato
La litania di un contadino che leve al cielo le braccia, lamentandosi:
tu, dio potente, fammi passare il mal di schiena…e alza la polenta,
la depone, la mangia.

…Dice la religione della tribù che chi è morto
Ancora per quaranta giorni frequenta i posti abituali,
accompagnato da un angelo e dalle sue azioni: giustifica le cattive,
commenta abbondantemente le buone a messo divino.

Ecco, un vogulo sta attraversando la collina e discute con un angelo,
accennando a un cespuglio folto: si arrestano lì,
il buon vogulo diventa rosso, alza le spalle…
ma già si sono messi d’accordo, si danno la mano e spiccano di colpo il volo.

Si sparge un dolce profumo. La pace è così profonda che i cavalli
Si sdraiano sul ventre nelle stalle, il toro arcigno respira
Come un lattante, nel buio il vitello cerca la madre, mugge la vacca triste:
per un istante si sveglia tutta la Siberia…

Ragazzo, ti piace questo paesaggio? Ti sono venuti a noia i rombi feroci dell’Occidente
E il cielo coperto dal fumo degli schianti,
pensi che troverai quiete in questo paesaggio, sopra il quale la luna
traghetta proprio ora nella tua barca una vergine morta?

Voglio arrivare ad un paesaggio così calmo e anche più calmo.
Sotto un cielo così si distenderebbe la mia fronte ansiosa
E scorderebbe le amare memorie, le leggi stolte di un mondo vuoto:
sguscerebbe nel mio cuore un po’ di serenità libera.

Avrei un cavallo, gli allenterei le briglie sul collo morbido,
lontano dalle strida dell’Europa, camminerei lento, solo
nell’irraggiungibile terra nativa: seguirei coraggioso
il mio impulso verso la segreta madre , il cui volto, da sempre

vive nel mio cuore, intorno al cui grembo trema la calda patria delle favole,
Me ne andrei canticchiando, ridacchiando sottovoce, mi fermerei ogni tanto;
getterei, saldo sul cavallo, un ultimo sguardo dietro di me, e poi,
svanendo nel sogno, diverrei anch’io, lentamente un allegro eroe delle favole…

(1936)

Gyula Illyés

All’anima pannonica

Terra dell’armonio, Pannonia! L’andiyo
Della fortezza ha di marmo il pancaccio
Per le frustate, e rimanda al villaggio,
come una tromba, le grida e i gemiti.

Ho meditato su questo gioiello,
pensando su chi mai sperimentarlo,
a quale peccatore fare urlare
le colpe: i padri miei eran soldati.

Ma l’incertezza mi assalì: qualcuno
Non ci vedrebbe me disteso? Iservi
Della gleba miei padri, in me fremettero:
giustizia, non crudele ritorsione!

(1947) Continua a leggere

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POESIE SCELTE di Ernst Paul Klee a cura di Valerio Gaio Pedini traduzioni di Giorgio Manacorda e Ursula Bavaj

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Nota critica di Valerio Gaio Pedini
 Se la poetica di Picasso è un intruglio di colori e di sfumature, quella di Ernst Paul Klee, (Münchenbuchsee, 18 dicembre 1879 – Muralto, 29 giugno 1940),  è l’opposto. Si può dire che la sua poesia, come la sua pittura, è acromatica, asettica, a-significativa; se la poesia di Picasso si forma in un luogo esterno, quella di Klee è sempre più interna, in una formazione «foucaultiana» del soggetto.
Possiamo dunque presentare l’opera di Klee, dicendo che si incornicia in qualcosa che è ben privo di cornice, un foglio bianco o nero, un chiaroscuro del significante, una dimensione protozoica della poesia in chiave generativa, in cui l’evoluzione della poesia sta nel renderla più netta possibile, più  infantilistica e in una visione riduttiva del verso, dove la terminologia viene ridotta a soggetto, verbo e complemento, senza la presenta di attributi, che darebbero un impressione troppo artefatta all’opera, troppo sofistica: più le sfumature sono ridotte, più le immagini sono distinte e più distinta è  la personalità del poeta.
Paul Klee

Paul Klee

 Klee poeta, ergo è poeta proprio nella dimensione del suo disegno: il suo disegno è il suo segno e viceversa. Ed è generatore d’arte proprio nella dimensione di se stesso, in una privazione carnale e passionale, verso ad una meta del tutto metafisica ed astratta: l’opposto, ergo, come ho già potuto constatare, di Picasso, poiché come sostiene Greenberg  nel Saggio Su Klee: “Picasso vede il quadro come un muro, Klee come una pagina”. Se il primo aveva una concezione rinascimentale dell’arte come riempimento di uno spazio, il secondo aveva una concezione dell’arte, oserei dire, «proto orientale»  di svuotamento dello spazio, di risalto dell’acromatismo, che delinea un colore a sé stante, una fusione semiotica tra linguaggio ed immagine.
Ed in tutto questo, il ritrovarsi in sé medesimo nella figura contrastante di Dio: un Prometeo condannato a se stesso, si profila una polemica adorativa, lasciata in una sospensione genetica, in cui l’adorazione è dovuta, ma il rifiuto d’essa fa da cornice contrastante:
(…)
Per i dolori di molti e per i miei
io ti giudico,
per ciò che non hai fatto.
Ti giudica
il tuo figlio migliore,
il tuo spirito più audace,
a te affine eppure
tanto da te diverso.

Paul Klee 4

Ma se la genesi di Klee è acromatica e il colore è soggetto e predicato, in un caso diviene attributo: ed il verde diviene colore della natura, colore materno ed astratto, fisico e metafisico e nell’assunto di questo croma universale un nome s’impasta dinanzi agli occhi: Eveline.
Facile da desumere che la donna sia la figura più similare a Dio, e quindi al cosmo e alla terra, basti pensare alle svariate supposizioni mitiche e antropologiche che la vedono raffigurata come cardine sociale, o basti vedere le famose madri della fertilità neolitiche. Ma, senza andare così lontano nel tempo, la donna in una concezione metafisica, con il dolce stilnovo diviene una fonte di beatitudine, di congiungimento con Dio, un’immagine creatrice. E tornando indietro alla storica greca, la creazione artistica è delle muse, divinità femminili. Ducis in fundo, quell’Eveline astratta, quella donna metafisica, incarna il cosmo e diviene arte: da genesi a genesi. Per questo:

.

Eveline è un sogno verde fra gli alberi, il
sogno di un bambino nudo nella campagna.
Poi mi fu negato di essere felice, quando
arrivai fra gli uomini per non lasciarli più
Una volta mi sono liberato dalla violenza del dolore
e sono fuggito nei campi assolati, abbandonato
al rovente declivio. E ritrovai Eveline, matura
ma non invecchiata. Solo spossata dall’estate
Adesso lo so. Ma lo intuivo solo quando cantavo.
Siate teneri con i miei doni. Non spaventate
la nudità che cerca sonno.
Paul Klee
Paul Klee
La poesia di Klee assume un moto circolare, che si conchiude da dove inizia e continua in un flusso genetico. È importante e decisivo capire che in Klee vi è un insieme semiologico, tra musicalità, iconismo e letteratura e tutto si traduce nel segno: l’arte diviene una linea, poiché così come un colore può descrivere una scena, una linea la può generare e chiudere.
Ed è strano che sia proprio questa la tendenza del maestro espressionista, è un paradosso che il colore, la sfumatura, l’aggettivo si riduca a verbo, a sostantivo, a vuoto, a chiaroscuro: è un’inversione: se, in altri espressionisti il colore generava il soggetto, con Klee è il soggetto a generare il colore, in una dimensione puramente simbolica. Di contro però si può dire che da qui parte una poetica dell’Io che caratterizzerà tutto il Novecento: dall’ermetismo dell’io sociale, al minimalismo dell’io artistico, fino a chiudersi progressivamente in una disintegrazione dell’io, che diverrà successivamente la chiave del nuovo io anti-individualistico ed anti-sociale.
.
(Poesie tratte da Poesie di Paul Klee, a cura di Giorgio Manacorda, traduzioni di Giorgio Manacorda e Ursula Bavaj; Abscondita; carte d’artisti)
Paul Klee

Paul Klee

 

1915

Dal sottosuolo
sorge la mia stella

dove abita d’inverno la mia volpe?
dove dorme il mio serpente?

.

LINGUA IRRAZIONALE

-E la ragione se ne andò
nella corrente del vino-

1
Una buona pescata è una grande consolazione.

2
L’abiezione cerca anche quest’anno
di scivolarmi dentro.
3
Io devo essere salvato.
Attraverso il successo?

4
Ha occhi o cammina nel sonno
l’ispirazione?
5
Si piegano talvolta per pregare
le mie mani. Ma il ventre
poco sotto digerisce
e il rene filtra l’urina chiara.
6
Amare la musica soprattutto
significa essere infelici.
7
Dodici pesci,
dodici assassini.

(1901)

.

ASINO

il raglio risuona e mi strazia
udite udite che grazia!

Quando tacque l’usignolo
notevole fu il nulla solo.

Cresce sola e isolata
la pianta d’avorio abbandonata.

Pensieri e pensieri si scambia il mare
non c’è più nulla da afferrare.

C’era una volta una cosa
ha chiesto: cosa
contava qualcosa?
da no a niente
nessun ente
comunque oplà
il senso eccolo qua
entrò l’apparenza
dentro la verità
e divenne possibilità.

Paul Klee

Paul Klee

 

UNA SIMILITUDINE

Il sole cova vapori;
i vapori si levano
e combattono contro di lui.

(1899)

.

AD EVELINE

Ti ho promesso di essere
un uomo onesto. Io voglio
sopportare il tuo sguardo. Devo
inginocchiarmi davanti a Dio.
Poi Eveline salvami tu!
Perché non ho nessuno!

Giocavo col veleno
e mi sono avvelenato,
perché ho voluto chiamarmi fuori?
Ma in fondo tenevo troppo
al bene. Maledetta
colpa, forse è maggiore
di quanto pensassi.
Dimenticare lei con te!
Ma prima, se puoi,
mi dovresti perdonare.
Ti saluto in lontananza.

.

ANEDDOTI VERI

Uno
cui nel più grande dolore
cresca una dentatura da belva.

Deve essere una sorta di naufragio,
quando da vecchi
ancora ci si arrabbia per qualcosa.

. (1905)

***

Ridurre!
Vogliamo dire qualcosa
in più della natura e si fa
l’incredibile errore di volerlo dire
con più mezzi invece
che con meno strumenti.

La luce e le forme razionali
sono in lotta, la luce
le mette in movimento,piega
angoli retti,
curva parallele,
costringe i cerchi dentro gli intervalli,
rende l’intervallo attivo.

Da tutto questo l’inesauribile
diversità.

. (1908)

Paul Klee Paesaggio

Paul Klee Paesaggio

La creazione vive
come genesi
sotto la superficie visibile
dell’opera.

A ritroso la vedono
tutti gli intellettuali.

Avanti- nel futuro-
solamente gli artisti.

.

EPIGONO

In me scorre il sangue di un tempo migliore.
Sonnambulo del presente
dipendo da una vecchia patria,
dalla tomba della mia patria.
La terra inghiotte tutto
e il sole del sud non lenisce i miei dolori.

(1902)

Paul Klee, Blue Night 1937

Paul Klee, Blue Night 1937

QUASI UN PROMETEO

Eccomi davanti a te, Giove,
perché ne ho la forza.
Tu mi hai eletto e questo
mi obbliga a te. Sono
saggio abbastanza da pensarti
ovunque, e non cerco
il potente ma il dio buono.
Sento la tua voce dalle nubi:
tu ti tormenti, Prometeo.

Da sempre il tormento è il mio destino
perché sono nato per amare.
Spesso chiedendo e pregando
ho guardato a te: ma invano!

Batta dunque alla tua porta
La grandezza del mio scherno!
E se non basto io,
ti lascio con la tua superbia.
Tu sei grande, è grande
la tua opera. Ma
solo grande all’inizio,
incompiuta.
Un frammento.

Compila!
Allora griderò l’evviva!
Viva lo spazio, la legge
che lo attraversa e misura.
Ma non griderò l’evviva.
Approverò soltanto
l’uomo che lotta.
E il più grande sono io
che lotto con la divinità.

Per i dolori di molti e per i miei
io ti giudico,
per ciò che non hai fatto.
Ti giudica il tuo figlio migliore,
il tuo spirito più audace,
a te affine eppure
tanto da te diverso.

(1901)

.
GUARDANDO UN ALBERO

Gli uccellini sono da invidiare,
evitano
di pensare al tronco e alle radici
beati si dondolano tutto il giorno,
loro che sono leggeri
cantando sull’orlo dei rami.

(1902)

Paul Klee

Paul Klee

Con fiori, io uomo bambino,
voglio incoronare il tuo pallido viso.
Sulle bianche pareti si legge
Che i crisantemi sono vicini.

Le tue fredde labbra hanno bisogno di una lieve febbre,
forse un bacio le difende dall’arsura.

Come sei bella ora, i tuoi colori,
sono solo apparenza di colori.
I miei occhi voraci volevano
raccogliere nuovi fantasmi.

Se morirò brilleranno molli
due fiori notturni nel crepuscolo.

Ai tuoi occhi dolcemente cerchiati
dirò ich glaube e crederò
quel che vedo morendo.

(1902)

 

Valerio Gaio Pedini

Valerio Gaio Pedini

 Valerio Pedini nasce il 16 giugno del 1995, di otto mesi, e viene tempestivamente scambiato nella culla: il misfatto viene subito scoperto. Esattamente 18 anni dopo, Valerio, divenuto Gaio, senza onorificenze, decide di organizzare il suo primo evento culturale ad Artiamo (gastrite e l’epilessia e quasi nessuno ad ascoltare); nell’intermezzo ha iniziato a recitare, preferendo l’espressività del teatro di ricerca rispetto al metodismo popolare e a scrivere, uscendo, in collaborazione col circolo narrativo AVAS – Gaggiano, nelle antologie Tornate a casa se potete, Rigagnoli di consapevolezza e Ma tu da dove vieni?. Nell’ottobre del 2013 inizia il progetto Non uno di meno Lampedusa, insieme ad Agnese Coppola, Rossana Bacchella, Savina Speranza e ad Aurelia Mutti. A dicembre conosce Teresa Petrarca, in arte Teresa TP Plath, con cui inizia diversi progetti artistici: La formica e la cicala, Essence e Pan in blues e in jazz. Sta lavorando ad una monografia filosofica: Maggiorminore: la disperazione dei diversi uguali. A Maggio 2014 è uscita la sua prima raccolta poetica, con IrdaEdizioni: Cavolo, non è haiku ed è stato inserito nell’antologia Fondamenta Instabili (deComporre Edizioni) e, successivamente, sempre con deComporre Edizioni, uscirà nelle antologie Forme Liquide, Scenari ignoti e Glocalizzati.

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SHIBATA TOYO: IL GERGO POETICO INTERNAZIONALE DELLA POESIA GIAPPONESE con un commento di Valerio Gaio Pedini

Tokyo

Tokyo

Shibata Toyo (1911-2013) è una poetessa giapponese che con i suoi versi semplici e pieni di speranza ha conquistato milioni di lettori”. Ora mi chiedo seriamente cosa volesse indicare Mondadori quando sul risvolto di copertina di Rialzati E Sorridi, ha vergato questa nota redazionale. O meglio, mi chiedo come faccia una poetessa che scrive:

“Preferisco il cavallo
che, pur trovandosi
dietro a tutti gli altri,
al momento giusto
fende il vento e con tutto se stesso
riguadagna posizioni.
“Forza,
non mollare!”
urlo verso il televisore.

Anche se all’inizio sei ultimo,
se ti impegni puoi arrivare primo.
Tu, di certo,
puoi farcela!”

a destare speranza?

Shibata Toyo 5 A me pare solo un’inguarnitura di pessima retorica che cerca di sedurre il lettore, dandogli credenziali del tutto superflue: una poesia priva di storia, di simbolo e permeata di assunti del buonismo.
Eppure 2 milioni di copie sono state vendute. Il che mi ricorda il successo di poetesse posticce come la Lamarque, che in Italia, hanno destato una disarmante meraviglia.
Ma tornando alla poetessa ultracentenaria “accidentalmente” defunta l’anno scorso, possiamo ben catalogarla nella poesia democratica, retorica, totalmente in gergo internazionale dei giorni nostri: una poesia da toilette e da diario.
Altro appunto che è doveroso fare è quello che pone questa poetessa alla stregua della poesia tradizionale giapponese. Pur rimanendo sul piano dell’immediatezza la poetessa giapponese rimane in superficie, la sua costruzione riecheggia e ripercorre la rammemorazione.

Quando ero in piedi accanto alla porta di servizio
o piangevo davanti al lavandino
perché sul posto di lavoro
qualcuno mi aveva trattato male,
da qualche parte
un grillo cantava.
“Tieni duro! Tieni duro!”
mi diceva coi suoi cri cri.

Sono passati ottant’anni
e da allora
i grilli sono miei amici.

Shibata Toyo

Shibata Toyo

 Si desume qui una poetica diaristica, a posteriori, un po’ come in un caso spiccatamente italiano della poetica più popolare che risponde al nome di Alda Merini. Ora, chiaramente, una poesia così soggettiva perde di significato e di profondità tipica della poetica orientale e anche, se si cerca una dimensione tradizionale come quella del grillo, la poesia rimane scevra di significante e pure di significato.
Ma pare che questo tipo di poetica sia ampiamente apprezzata dal pubblico che, senza qualche parolina di tenerezza, contrastata dall’assunzione del dolore, si sente disorientato.
Ancora più delicata e, per quanto delicata, totalmente ridicola e “sugherina” è la poesia “Al cielo”, in cui ravviso una sconcertante beffa a chi in un letto d’ospedale non sia propriamente felice e non pensi al colore del cielo.

Il cielo che si vede
dal letto
dell’ospedale
è sempre delicato.

Le nuvole che danzano
mi fanno sorridere,
e i tramonti
mi mondano il cuore.

Domani però sarò dimessa.
Grazie
per questo mese!

Da casa
ti saluterò agitando una mano
per dirti che non ti ho dimenticato!

È questa una poetica della sublimazione dell’ottimismo e della speranza, che più che rendere speranzosi deve farci seriamente preoccupare per il gergo poetico internazionale e la sua ormai protratta crisi. Qui, ognuno, con dei begli intarsi di ottimismo, può diventare il poeta più riconoscibile:

Ehi,
ma cosa è successo?
Mentre guardavo la televisione
non potevo far altro che unire le mani in preghiera.

Immagino che il cuore di tutti voi
sia tuttora agitato da scosse di assestamento
e che le vostre ferite si stiano ulteriormente
approfondendo.
Su quelle ferite
vorrei applicare una medicina.
E’ il desiderio di tutti
e credo che ne sarei in grado anch’io.
Fra non molto compirò cento anni
e il giorno in cui andrò in cielo
è ormai prossimo.

In quel momento mi trasformerò nei raggi del sole
e in una delicata brezza,
e vi sosterrò.

Probabilmente d’ora in avanti
dovrete affrontare molti giorni duri,
ma di certo prima o poi un nuovo giorno inizierà.
Non perdetevi d’animo!

Shibata Toyo

Shibata Toyo

 A proposito di terremoto, si ha quell’epicentro della scontatezza retorica che sconfina in una banalità che mette i brividi. Eppure questa poetessa è commovente: nel senso che commuove, per il suoi versi pietosi e patetici, nel senso che la sua poetica è tanto speranzosa quanto demoralizzante.
Al che mi ricorda un po’ la poetica una poetessa italiana, che risponde al nome di Rita Rotondi, mia nonna (1943-2005), che, dato che voleva fare la scrittrice, ho il piacere di presentare come autrice del tutto inedita, affinché venga anche lei riconosciuta come poetessa, poiché se Toyo ha “grandi capacità” poetiche mia nonna non è da meno.

Shibata Toyo

Shibata Toyo

 

 

 

 

 

 

 

Lo zio della scienza

la la la la la la in coro
con tanto amore per il prossimo
lo zio scienziato con la mano
e la forza della mente guariva
in fretta e bene, lo faceva anche per la maternità
quello era il suo forte
le trasmetteva tanto bene
che tutto il suo cuore per la fede del bambino Gesù
che tanto era in lui.
Con una grande carica come un robot risolveva problemi della
gente bisognosa d’aiuto
usava anche il bisturi in caso di necessità
ci voleva pure quello la mano no bastava
studiava faceva esperimenti per quella medicina
con attenzione quante notti lui sempre lì nel suo
studio con grande attenzione e forza di volontà per il prossimo
di non sbagliare un piccolo errore si poteva anche morire
questo era lo zio della scienza
che tanto bene faceva al servizio dell’umanità.
E quando la fine per quel lui
calmo tranquillo come niente fosse con una carezza
e tanto coraggio il sorriso sulle labbra lui dava
per quella morte che doveva
venire per bene
era ammirato da tutti quelli che lo conoscevano
e intanto scherzavano e gli dicevano chissà se
la tua radice va avanti lui calmo tranquillo
diceva “La radice dell’erba che cresci i fiori il cielo”
le stelle la luna il sole vanno sempre avanti e mai
si fermeranno per il servizio dell’umanità.
la la la la la la la
lo zio della scienza era così.

Ora pare logico considerare la poesia di Toyo invidiabile da mia nonna, che raggiunse certi apici poetici, come “Lo zio della scienza” che, senza che mia nonna lo sapesse, riproduceva la metrica libera di Apollinaire, senza punteggiatura, e tutta la generazione delle poetesse future. In effetti possiamo considerare mia nonna come una delle poetesse più singolari ed encomiabili della poesia femminile del Novecento, immeritatamente non pubblicata e non considerata dalla critica, che poi ha prodotto “poetesse” come Shibata Toyo.
Però, messe da parte ironie varie, il problema è terribilmente serio e grave: ora, non solo la poesia italiana deve porsi domande, ma anche il gergo poetico internaionale ed in particolar modo quella giapponese, che si è ritrovata in una coltre di occidentalizzazione della versificazione. Che la poesia si sia ridotta ad un gergo globale a buonismo e posticcismo? Che sia il posticcismo il fronte poetico di tendenza? Si può continuare a credere che in tutto questo ci sia qualcosa da salvare e guardare il cielo per capire il perché di tale scempio, o, se no, ragionare e non smettere di fare le proprie osservazioni.
La poesia globale è in coma, è doveroso rianimarla con un po’ di belligeranza.

(Valerio Gaio Pedini)

(Poesie tratte da Rialzati e sorridi, Mondadori, Traduzione di Andrea Maurizi)

Shibata Toyo

Shibata Toyo

 

 

 

 

 

 

 

A TE

Un’intelligenza maligna ti ha sottratto
i soldi risparmiati
per la famiglia.
Quanta frustrazione e amarezza
Avrai provato?
Più si è onesti
e più si viene truffati.
Incolpi te stesso?
Fatti forza,
dimentica poco alla volta
e fatti coraggio.

Di te
Qualcuno si preoccupa.
Non hai forse una famiglia?

Ehi, di certo
Soffierà presto un vento propizio!

.
TRAMONTO

Quando chiudo la porta,
dopo aver terminato la cena
cucinata dalla badante,
dalla casa vicino
mi giungono le voci sorridenti
di una famiglia.

Mio figlio e sua moglie
come staranno?

In lontananza, le stelle nel cielo serale
baluginano simili a lacrime.

.
A ME STESSA

La badante
mi fa la spesa,
pulisce, lava
e cucina per me.

L’infermiere
mi aiuta a entrare nella vasca da bagno.
Ogni giorno non potrei vivere
senza chiedere aiuto

Eppure
riesco tuttora da sola a intrecciare parole
e a legarle al cuore delle persone.

Avanti, alza il viso
e guarda il cielo!

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CINQUE POESIE di Pablo Picasso  a cura di Valerio Gaio Pedini traduzioni di Mario De Micheli

picasso jacqueline_nello_studio 1956

picasso jacqueline_nello_studio 1956

Delineare la poetica di un non-poeta, come Pablo Picasso (1881-1973), è assai complesso: ti pone dinanzi a degli interrogativi alquanto suggestivi in cui ti devi barcamenare con un certa difficoltà, perché stiamo parlando delle poesie di Picasso.

Si potrebbe ben dire che l’attività poetica di Picasso, non fa altro che mettere in risalto la sua attività artistica, difatti, Breton che ne curò un saggio su un giornale surrealista, sostiene che la sua poesia è null’altro che un prolungamento della sua attività plastica, che il fondo basilare è la realtà vista con l’occhio di un pittore: la focalizzazione dell’oggetto va a costituire il soggetto e viceversa. Interviene Bracque a sostegno di questa tesi, dicendo: “l’indifferenza totale del soggetto ci avrebbe portato assai presto ad un’arte incompleta”.

Così è inevitabile che alla nota di Sabartes sui suoi errori di ortografia lui risponda: “Ebbene? Dagli errori si riconosce la personalità, hombre! Se mi mettessi a correggere di cui mi parli, per accordare le parole con delle regole che non hanno nulla a che vedere con me, ciò che è mio si perderebbe nella grammatica che non ho mai assimilato; preferirei inventarne una per la mia fantasia, piuttosto che costringere le mie parole in un ordine che non mi è proprio”.
E così, come nella pittura adatta l’oggetto a sé, nella poesia adatta il linguaggio poetico a sé: quindi la grammatica si trasla e diviene la sua grammatica, in parametri formali che si stendono in una direzione automatista, rimanendo però sempre attaccato alla realtà. E su questo proposito Breton dice: “Il segreto dello sviluppo di tali immagini (parla delle immagini, appunto, della poesia picassiana) è assolutamente riconducibile  a ciò che noi sappiamo già di tante ammirevoli nature morte. Nulla sarebbe più falso e ritenuto più falso del loro autore quanto il pensare che esse, poiché sono poetiche, non prendano come punto di partenza la realtà”.

Picasso Every act of creation is first an act of destruction I do not seek. I find

Picasso Every act of creation is first an act of destruction I do not seek. I find

Ed è proprio in questa realtà pittorica legata alla cromatura forte e violenta che si delinea la poetica picassiana. Ma intrappolare un’intera in un solo contesto è un errore critico e Moreno Villa l’ha ben capito dando dei motivi che sono il dinamismo, il sesso, la gastronomia, lo spagnolismo, la condizione di pittore e infine l’istinto, la crudeltà ed infine io vi aggiungerei il tempo, poiché per Picasso noi siamo prigionieri del tempo, che passa irrimediabilmente e l’orologio sembra come glissarlo, difatti interviene subito una poesia dello stesso Picasso a far vedere l’immagine:

Le ore cadono nel pozzo
e s’addormentano per sempre
ogni orologio che batte la sua campana
sa già ciò che è
e non si fa illusioni.

Da qui la prigionia del dinamismo di un tempo eracliteo, che muta e trasmuta in un continuo sciogliersi e divenire. E quindi tutto diviene dinamico in un costante climax, in una ritmica irrazionale, ma fin troppo chiara, caotica, ma assai ordinata e il movimento diviene  parte integrante del soggetto e dell’oggetto.

E l’oggetto sarà il sapore semplice, netto, il gusto della realtà- anche se poi si ripete fino a stonare, ma probabilmente se stona ci fa più che bene, perché liquida la razionalità e l’astrattismo imposto, quindi Picasso non può dirsi intellettuale, perché costantemente legato alla percettività, ai sensi, ma lì vi si profila la saggezza, come nello sguardo trinscipitale teorizzato da Mandel’štam.

Figure, figure, e ancora figure in una multiformità di sesso che trasuda sadismo e questo sadismo condensato nel fare sessuale, grezzo, di Picasso diviene una cifra altisonante della sua arte e della sua poetica, così diverrà esteriorizzata la crudeltà in poesie come Sogno e menzogna di Franco. Ed a ciò si aggiunge un impegno politico che si ravvisa in Guernica (figure nette, troncate, semplici, ma ben delineate) o in Massacro In Corea.
Ed a proposito in un’intervista fatta da Simone Tery, Picasso precisa un punto di fondamentale importanza per comprendere la sua arte e il punto focale di un Grande Artista: “Che cosa credete che sia un artista? Un’imbecille che ha solo gli occhi se è un pittore, le orecchie se è un musicista, e una lira a tutti i piani del cuore se è un poeta, oppure, se è un pugile, solo dei muscoli? No, egli è anche un uomo politico, costantemente sveglio davanti ai laceranti, ardenti o dolci avvenimenti del mondo, e che si modella totalmente a loro immagine”.

picasso il_re_dei_minotauri 1958

picasso il_re_dei_minotauri 1958

E poi si presenta quello spagnolismo nell’artista italo-spagnolo, (Picasso, cognome preso dalla madre, era genovese) che va a formare un linguaggio, una cultura, un gusto imprescindibilmente iberico, raffigurato nella semplicità, come in contemporanea poeti attivisti come Lorca facevano. Importante è l’identità col senso di povertà, così tanto che vi è un progressivo voler tornare nella povertà, avendo preoccupazioni più importanti, ma tranquillità meno fittizie, ed è strano che il pittore con la valuta più alta sia di una consapevolezza così lineare, che sembra sfiorare il parossismo.

Ed è lì, solo sul finale, che Picasso, raggiunge la meta che già Blake aveva ben tracciato: l’essere Bambino.
«C’ho messo 4 anni a dipingere come un adulto, ce ne ho messi 80 a dipingere come un bambino»: ed allora quando diviene bambino raggiunge, come Osip Mandel’štam con gli insetti, la consapevolezza degli oggetti tridimensionali. Continua a leggere

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POESIE SCELTE di Léopold Sédar Senghor (1906-2001) a cura di Valerio Gaio Pedini

Léopold Sédar Senghor all'arrivo alla White HouseLéopold Sédar Senghor copLéopold Sédar Senghor (1906-2001) è stato il poeta africano più importante del ‘900, nonché uomo politico senegalese di spicco, fu il primo Presidente Della Repubblica senegalese dal 1960 al 1980- e da ciò si può proseguire in un piano di rivalutazione della “razza” e della cultura “negra”, nella sua Negritudine (anni ‘30) in cui sono tracciati caparbiamente i parametri della prima scuola poetica africana e del senso dell’arte “negra” più in generale.

Si va ad assistere così ad un distacco dalla concezione apollinea occidentale, giudicata da Senghor troppo razionale, per dare spazio alle pulsioni (meglio definite con il termine “emozioni”) e ai sensi: un’immaginazione che risulta essere un ricavato del ritmo dolce-quando aspro, melodioso quanto sincopato della Negritudine.

Logico, quindi, dover intendere la poesia di Senghor una poesia politica e sofferente, in cui si tracciano surrogati di surrealismo: un surrealismo, che, viene concepito come “un surrealismo latente, non empirico come quello occidentale, ma metafisico”, in quanto IO della Natura.

In questo modo la poesia di Senghor si traccia in un divinismo della “razza negra”, difatti “ (…) L’ontologia negro-africana è unitaria: l’unità dell’Universo si realizza in Dio attraverso il convergere di forze discendenti da Dio e ordinate in direzione di Dio. Questo spiega come il negro abbia un senso così sviluppato della solidarietà fra gli uomini e della loro cooperazione; piega la sua inclinazione al dialogo (…)”.

Quindi l’arte africana si traccia in base alla sua utilità, poiché “l’arte negra non è veramente estetica che nella misura della sua utilità,della sua funzionalità”:perciò è da considerare come”un’arte collettiva”.

Da qui la definizione di arte come sacrificio, l’identificazione del nero in Cristo e quindi in martire misericordioso, e lo enuncia bene Sartre, dicendo:”Il nero cosciente di sé si presenta ai suoi propri occhi come  l’uomo che ha preso su di sé tutto il dolore umano e che soffre per tutti, anche per il bianco”.

Ma così come la Negritudine si delinea nella concezione misericordiosa di Cristo, può essere benissimo delineata nella concezione vendicativa e reazionaria di Giuda Iscariota e quindi la Negritudine si fa violenta, stritola, distrugge, profetizza la fine di un mondo, come la liberazione: il concetto di violenza liberatrice diviene un punto cardine quindi della poetica di Senghor e della negritudine delle Antille (come per Aimé Cesaire, uno dei tre ideatori della Negritudine stessa).

Da lì si profila un senso nostalgico alla ricerca della cultura madre, poiché: “La rivolta ti trascina a scendere su sé stesso: immersione alla ricerca di un’identità rubata”.

Quindi sintetizzando si può dire che la Negritudine è un surrogato che si dà  in: “un raro dono di emozione, una ontologia esistenziale e unitaria, che fa capo al surrealismo mistico, a un’arte impegnata e funzionale, collettiva e attuale, il cui stile si caratterizza attraverso l’immagine analogica e il parallelismo asimmetrico”.

Allora si può conchiudere questo primo appunto, dicendo che la poesia di Senghor può apparirci come appetitosa o come ripugnante, troppo distante e troppo vicina, poco razionale e altamente sensoriale: e con sensoriale non intendo empirica, bensì legata irrimediabilmente all’audito e all’immaginazione: immaginazione che è una forma di intuizione dell’oggetto, che una volta incorporato viene delineato in una forma scultorea- e quella scultura è fatta da tutti e per tutti, per questo ci ripugna e ci assorbe.

D’altronde, sempre secondo Senghor: “la vera cultura è mettere radici e sradicarsi. Mettere radici nel più profondo della terra natia. Nella sua eredità spirituale. Ma è anche sradicarsi e cioè aprirsi alla pioggia e al sole, ai fecondi rapporti delle civiltà straniere”.

(Valerio Gaio Pedini)

Léopold Sédar Senghor

Léopold Sédar Senghor

Léopold Sédar Senghor (Joal, 9 ottobre 1906 – Verson, 20 dicembre, 2001) poeta senegalese di lingua francese che, tra le due guerre fu, con l’antillano Aimé Césaire, il vate e l’ideologo della négritude.

Senghor è stato il primo presidente del Senegal, in carica dal 1960 al 1980. È stato inoltre il primo africano a sedere come membro dell’Académie Francaise. È stato anche il fondatore del partito politico “Blocco democratico senegalese”. I suoi contributi alla rivisitazione e riscoperta moderna della cultura africana ne fanno uno dei più considerati intellettuali africani del XX secolo: dalla letteratura alla scultura, dalla filosofia alle religioni.

Léopold Sédar Senghor nacque in una famiglia di agiati proprietari terrieri nella piccola cittadina costiera di Joal, situata a un centinaio di chilometri a sud di Dakar. All’età di 8 anni iniziò i suoi studi in Senegal in un collegio cristiano di Ngasobil, e nel 1922 entrò in seminario a Dakar: quando comprese che la vita religiosa non era fatta per lui, frequentò un istituto secolare, distinguendosi nello studio del francese, latino, greco e algebra. Al termine degli studi liceali, gli venne assegnata una borsa di studio per continuare i suoi studi in Francia. Si laureò in lettere a Parigi nel 1935 e per i dieci anni successivi insegnò in qualità di professore nelle università e nei licei francesi: è stato in questo periodo che Senghor, insieme ad altri intellettuali africani venuti a studiare nella capitale coloniale, coniò il termine, e concepì il concetto di negritudine, intesa come riscoperta e riappropriazione della cultura africana, in risposta alla cultura europea imposta dai colonizzatori in quanto ritenuta superiore. Nel 1939, Senghor fu arruolato nell’esercito francese ed entrò a far parte della 59ª divisione della fanteria coloniale. Un anno dopo fu fatto prigioniero dai tedeschi a La Charité sur Loire. Nel 1942  Senghor venne rilasciato per motivi di salute e decise di reintraprendere la carriera di insegnante sebbene in breve tempo aderì alla Resistenza.

Nel 1946  divenne deputato dell’Assemblea Nazionale francese e due anni dopo fondò un proprio movimento politico: il Blocco Democratico Senegalese. Nel 1951  venne rieletto al parlamento e nel 1956, al termine del suo mandato, divenne sindaco della città di Thies (Senegal). Nei primi anni cinquanta Senghor fu un sostenitore dell’integrazione dei possedimenti africani della Francia nella progettata Comunità federale europea e in seguito un sostenitore del federalismo per gli Stati africani di recente indipendenza, propugnando una sorta di Commonwealth. Fedele alle sue idee, divenne nel 1959  presidente della Federazione del Mali(Senegal e Sudan francese) e al suo sfasciarsi, l’anno successivo, presidente della repubblica del Senegal. In questa veste, pur tra gravi difficoltà economiche (la nazione vive sulla monocultura dell’arachide) ed ambiguità (la nazione dipendeva in larga misura dalla Francia), cercò di realizzare un socialismo umanistico e cristiano. Nel 1963, in seguito a un fallito tentativo di colpo di Stato, il partito di Senghor restava l’unico partito politico a non essere messo fuori legge. Sotto la spinta della contestazione studentesca, nel 1976 il presidente è costretto a reintrodurre, seppure con molte limitazioni, il multipartitismo. Nel 1974  ricevette il premio letterario Guillaume Apollinaire per l’insieme delle sue opere poetiche.

Nell’ottobre 1980, prima della fine del suo quinto mandato consecutivo, Senghor rassegna le dimissioni in favore del suo successore, Abdouf Diouf. Divenne Presidente dell’Académie française il 2 giugno 1983, diventando di fatto, il primo africano a sedere nella prestigiosa istituzione. Ha trascorso gli ultimi anni della sua vita con la moglie, in Verson, vicino alla città di Caen in Normandia, dove è scomparso il 20 dicembre 2001.

(poesie tratte da Poesie dell’Africa, Giovane Africa edizioni Pontedera, 2013,a cura di Mohamed Seck)

Grattacieli di New York

Grattacieli di New York

A NEW YORK

New York! Mi ha confuso,dapprima, la tua bellezza, queste grandi
ragazze d’oro dalle lunghe gambe.
Così timido,dapprima,di fronte, ai tuoi occhi di metallo blu, il tuo
sorriso di brina.
Così timido. E l’angoscia nel fondo delle vie dei grattacieli
Che leva ai suoi occhi di civetta fra l’eclisse del sole.
Solforosa la tua luce e livide le antenne, le cui punte folgorano il cielo
I grattacieli che sfidano i cicloni sui loro muscoli d’acciaio e la pelle
patinata di pietre.
Ma quindici giorni sui marciapiedi calvi di Manhattan
-E alla fine della terza settimana vi assale la febbre con un balzo di
giaguaro.
Quindici giorni senza pozzo né pascolo, tutti gli uccelli dell’aria
Che cadono morti all’improvviso sotto le alti ceneri delle terrazze.
Non un riso di bimbo in fiore, la sua mano nella mia fresca mano
Non un seno materno, solo gambe di nylon. Gambe e seni senza
sudore né odore.
Non una parola tenera nell’assenza di labbra, solo cuori artificiali
pagati con moneta solida
E non un libro in cui leggere la saggezza. La tavolozza del pittore
fiorisce di cristalli di corallo.
Notti d’insonnia e notti di Manhattan! Così agitate di fuochi fatui,
mentre il claxon urlano ore vuote
E le acque scure trasportano amori igienici, come i fiumi in piena
cadaveri di bambini.
Ecco il tempo dei segni e dei conti
New York! Ecco il tempo della Manna e dell’issopo.
Basta ascoltare le trombe di Dio, il tuo cuore battere al ritmo del
sangue il tuo sangue.
Ho visto in Harlem fremente di rumori di colori solenni e di odori
folgoranti
Questa è l’ora del tè in casa del rappresentante di prodotti farmaceutici
Ho visto prepararsi la festa della Notte alla fuga del giorno.
Proclamo la notte più veritiera del giorno.
Questa è l’ora in cui nelle vie, Dio fa germogliare la vita di prima
della memoria.
Tutti gli elementi anfibi raggianti come soli.
Harlem Harlem! Ecco che ho visto Harlem Harlem! Una brezza verde
di grano sorgere dai selciati solcati dai piedi nudi di danzatori Dan
In groppa onde di sera e seni come punte di lancia, balletti di ninfe e
maschere favolose
Ai piedi dei cavalli di polizia, i manghi dell’amore rotolare dalle case
basse.
E ho visto, lungo i marciapiedi, ruscelli di rum bianco ruscelli di latte
nero nella nebbia azzurra dei sigari.
Ho visto il cielo nevicare alla sera fiori di cotone e ali di serafini e
pennacchi di stregoni.
Ascolta Ne York! Ascolta la tua voce maschia di rame la tua voce vibrante
di oboe, l’angoscia ostruita delle tue lacrime piombare in
grossi grumi di sangue
Ascolta battere in lontananza il tuo cuore notturno, ritmo e sangue del
tam-tam,tam-tam sangue e tam-tam.
New York! Dico New York, lascia affluire il sangue nero nel tuo sangue
Che lubrifichi le tue articolazioni d’acciaio, come olio di vita
Che dia ai tuoi ponti la curva delle groppe e l’elasticità delle liane.
Ecco tornare i tempi antichissimi, l’unità ritrovata la riconciliazione
del leone del toro e dell’albero
L’idea legata all’atto,l’orecchio al cuore, il segno al senso.
Ecco i tuoi fiumi sonori di caimani muschiati e di Lamantini dagli
occhi di miraggio. E nessun bisogno di inventare le sirene.
Ma basta aprire gli occhi all’arcobaleno d’aprile,
E le orecchie, soprattutto le orecchie, a Dio che con un riso di
sassofono creò il cielo e la terra in sei giorni.
E il settimo giorno, dormi del grande sogno negro.

Léopold Sédar Senghor 2

ASSASSINI

Sono là distesi lungo le strade conquistate, lungo le strade del disastro,
Come snelli pioppi, statue di dèi drappeggiati nei lunghi martelli
d’oro,
I prigionieri senegalesi tenebrosamente coricati sulla Terra di Francia.
Ma invano fu stroncato il riso tuo, il fiore più nero della tua carne,
Tu sei il fiore della bellezza prima, in tutto questo vuoto deserto di fiori,
Sei fiore nero dal sorriso grave, diamante d’un’epoca perduta.
Voi siete il limo e il plasma della primavera virente del mondo
La carne siete della coppia primigenia, il ventre fecondo, il seme
E la foresta irriducibile, vittoriosa di fuoco e folgore.
Il canto vasto del sangue vostro vincerà macchine e cannoni
La vostra parola palpitante, i sofismi e le menzogne
Senz’odio voi che ignorate l’odio, senza astuzia voi che ignorate
l’astuzia.
O martiri neri, razza immortale, lasciate che dica parole che
perdonano.

Léopold Sédar Senghor

Léopold Sédar Senghor

MASCHERA NEGRA
A Pablo Picasso

Lei dorme, riposa sul candore della sabbia.
Koumba Tam dorme. Una palma verde vela la febbre dei capelli, color
di rame la fronte curva.
Le palpebre chiuse,coppa duplice e sorgenti sigillate.
Questa falce sottile di luna, questo labbro più nero e appena tumido,
dov’è il sorriso della donna complice?
Le patene delle gote, il disegno del mento, cantano l’accordo muto.
Viso di maschera chiuso all’effimero, senza occhi, senza materia.
Testa di bronzo perfetta con la patina del tempo
Che non imbrattano belletti né rossetti, né rughe, né tracce di lacrime
o di baci.
O viso tale come Dio t’ha creato prima della memoria stessa dell’età.
Viso dell’alba del mondo, non ti aprire come una gola tenera per
commuovere la mia carne.
Io ti adoro, o Bellezza, con il mio occhio monocorde!

Léopold Sédar Senghor

Léopold Sédar Senghor

E IL DISCO INFUOCATO DEL SOLE

E il disco infuocato del sole declina nel mare vermiglio.
Ai confini della foresta e dell’abisso, mi perdo nel dedalo del sentiero.
L’odore m’insegue forte e altero, a pungere le mie narici
Deliziosamente. Mi insegue e tu mi insegui, mio doppio.
Il sole si immerge nel’angoscia
In una messe di luci, in un’esultanza di colori e di grida irose.
Una piroga sottile come un ago nella ferma intensità del mare,
Uno che rema e il suo doppio.
Sanguinano le rocce di Capo Nase, quando lontano si accende il faro
delle Mamelles.
Al pensiero di te, così mi trafigge la malinconia.
Penso a te quando cammino e quando nuoto,
seduto o in piedi, penso a te mattina e sera,
La notte quando piango e sì, anche quando sono felice
Quando parlo e mi parlo e quando taccio
Nelle mie gioie e nelle mie pene. Quando penso e non penso,
Cara penso a te.

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CINQUE POESIE E CINQUE POETI SUL TEMA DELLA MORTE – GLI ARRABBIATI Valerio Gaio Pedini, Matteo De Bonis, BSA, Ambra Simeone, Mariano Menna a cura di Ambra Simeone e Commento di Giorgio Linguaglossa

Escher Maurits Cornelis Drago

Escher Maurits Cornelis Drago

 Il tema della morte è un classico della riflessione poetica e filosofica. Ne Il mito di Sisifo Camus dice che una filosofia che non sa liberarci dalla paura della morte è una filosofia inutile. Heidegger ontologizza la morte e ne fa una destinazione dell’esserci, la sua forma costitutiva. Adorno, Ortega y Gasset e molti altri filosofi hanno violentemente protestato contro questa invasione dell’ontologia ed hanno parlato dell’essere per la vita quale forma costitutiva dell’ente umano, quell’ente che progetta, getta i ponti dei propri progetti sopra l’abisso della morte e là costruisce la città della vita.

Che il gruppo dei giovani Arrabbiati scriva poesie sul tema della morte era quasi inevitabile, da sempre i giovani hanno un rapporto privilegiato con la morte, la considerano con condiscendenza, anche con sarcasmo, con ironia, spazzano il campo dall’analogia morte-immortalità, dichiarano la loro aperta diffidenza verso ogni teoria che addomestichi la morte in ideologia per essere utilizzata contro i vivi e la vita.

(Giorgio Linguaglossa)

 

valerio gaio pedini

valerio gaio pedini

Valerio Gaio Pedini

Gloria teo morte: monologo mortuario

 Asfissia: una parola complessa, penso: ché poi mica tanto complessa è
La NATURA del mio precipizio UMANO:
ora, non è per fare il filosofo: la filosofia è un’accozzaglia di ipocriti: di uomini soli:
di uomini e basta: LA CRITICA DELLA RAGION PURA: ma quale RAGION PURA.
“Gloria Teo Morte!”
Riecheggia nell’Alba, che è solo un Tramonto, nel tramonto, che è solo un’alba!
Sfiorire è nascere, nascere è sfiorire:
perire lentamente.
No, no, no, no, no, no, no, no, no, no, merda, merda, merda, merda, merda
Non credete alla sanità delle parole! Alla ragione!
La terra è rimpianto, pianto isterico: nostalgia: i fiori appassiscono nascituri
Com’io mi sgretolo nella mia tirannia psicologica:
fatto, disfatto
Mai cercai Morte
Gloria Teo Morte
È la morte che vive dentro di me, di noi, di tutto: là dove c’è vita c’è morte: è solo il principio di un equilibrio cosmico:
“Non incontrerai mai la morte” profetizza Epicuro, filosofo del giardinaggio.
Nooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo! La morte vi è poiché esisto, poiché nacqui, poiché fui generato: senza la vita, non vi è morte, senza la morte non vi è vita
È tutto uno sfiorire lento
Calpestato dai nostri piedi:
l’uomo? È un suicidio: un suicidio permanente che deve essere terminato, perché io sono uomo che supera l’uomo e che non vuole esserlo
come nessuno mai, consapevole delle proprie debolezze, del proprio dolore, della propria disarmonia!
Assuefatti a scomparire siamo cadaveri mangiati dai vermi, ma almeno nutriamo i vermi:
dalla cenere può nascere ancora qualcosa, oh uomo:
ascolta Eraclito, era più profeta di Cristo: Tutto Scorre, Tutto Muta: un sasso sarà pur un’altra vita, perché darà vigore alla Terra: finalmente.
Dove sarà quell’unico corpo di VITA, lì troverò SPERANZA nella FINE DEL TEMPO: la fine del VACUO.

 

matteo de bonis

matteo de bonis

Matteo De Bonis

Morte di un lirico ideale
a Salvatore Toma

Attraverso
le diroccate rovine di un
ponte carnale a voi
fluiscono ora,
purché siano rigonfie,
coorti di rose immaginose che
auliscono.

Mentre
la penna danzante avanza
su fogli puntellati col sangue,
piombavano
e vincevano nerborute
fisicità.
Un lirico ideale è stramazzato in terra,
colpito da ventitre coltellate. Ahimè!
Attraverso le voci singolarmente
affettate per voi
s’impennano ora, che sommuovano
almeno,
coorti di rose immaginose che
occhieggiano.

 

Bsa

Bsa

BSA
Morte

Insopportabile sarà
la Vita per colui che
la Morte non ha accolto nel suo cuore.
Nascere, morire, nascere,
morire, nascere. Questa la Natura
dei Vivi. Nascer non puoi senza
Morte, Vita mai sarai così bella
togliendo la precarietà. Zeus stesso
questa c’invidiava.

io io io io io io io io io io
sono Immortale finché non penso.
Ma gl’Immortali sono i soli già morti.
Rinunci a pensare alla Morte,
Rinunci a migliorare ed accettare ciò
che non ti piace. Morto in vita per
la Morte evitare. Ipertrofico l’IO
rende stupido, impreparato e banale.

Finalmente morrò, il mio zainetto
di carne lasciato a biodegradare, finalmente
dopo tanti pasti uno abbondante
lascerò al microscopico
mondo batterico, sempre attivo, sempre cangiante.

Dei rimanenti 21 grammi non so, non m’interessa.
Troppo difficile cercare una risposta, che
se esiste mi sarà data al giusto momento.
Ripeto senza sosta:

Morte ti amo, perché parimenti
amo la Vita.

 

Ambra Simeone

Ambra Simeone

Ambra Simeone
alcune indicazioni utili da ricordare in caso di morte

in caso di morte violenta per guerre o genocidi sulla striscia di Gaza
ricordarsi di postare su facebook tutte le foto più orribili, così che qualcuno le veda
e rimanga sconvolto un minuto e poi scriva sì mi piace oppure lasci un commento,
in caso di funerale di parente, di amico o conoscente che dir si voglia,
ricordarsi di applaudire e di mettere sulla bara la bandiera della squadra del cuore,
che poi si potrebbero portare anche una o due trombe da stadio, che fanno colore,
in caso di suicidio di poeta sconosciuto ricordarsi di scrivere più articoli sui blog
che parlino di lui, del suo sfortunato destino e di come non se lo cagava nessuno,
perché adesso, adesso ci sta davvero a cuore e quel che scriveva ora ci piace,
in caso di morte dell’autore più noto, ricordarsi quanto meno di ristampare
tutto ciò che lo riguarda, biografie, prime uscite, vecchie lettere e cartoline
poi ricordare a tutti che è stato importante e vendere tutto quel che è possibile,
in caso di morte di muratore o minatore, dirlo in tv una volta sola e poi basta
in caso di morte di dittatore o d’imprenditore ricordarsi di dirlo più volte,
scrivere libri sulla loro vita e ingaggiare opinionisti che ce ne parlino tanto,
in caso di morte di bimbo, investito da ubriaco, ricordarsi di avviare il processo
in caso di morte accidentale di un cane sotto l’auto di uno che non lo aveva visto,
non dimenticare di chiamare un po’ di gente, che ci aiutino a farlo un poco a pezzi,
in caso di morte per droga di un cantante o di un attore, non vogliamo mica non
glorificarlo, si ci facciano su un paio di film, una serie di quadri e tre reportage,
insomma casomai vi doveste scordare, alcune indicazioni utili in caso di morte.

 

Mariano Menna

Mariano Menna

Mariano Menna

La ballata del suicida

Troppe, lunghe ore, io passo ad aspettare
la fine di una vita che non ha più altre trame.
Chiuso nel mio buio, nella mia paura,
appeso ad una corda rendo a Dio la sua fattura.

Questo suo regalo che voi chiamate vita,
non è che una bestemmia ormai finita.
Penso ai miei tre figli che sto per lasciare,
perché nel mio corpo l’aria no, non ci può stare!

Diventerò un suicida quando il gallo canterà,
non ho saputo reggere allo stress della città
in cui venuto al mondo, già stanco per natura,
mi sono condannato a tanti debiti d’usura.

Tanti i fallimenti che ho dovuto sopportare,
troppe le ferite che ho tentato di guarire,
ora lascio il mondo e voi lasciatemi morire,
solo, in questa stanza, l’esistenza terminare.

Rido mentre piango, è scoccata la mia ora,
un ultimo consiglio lascio udir dalla mia gola:
“Non ripudiate il mondo perché, pur pentito, adesso
capisco questo errore, ma dovrò morire lo stesso…” Continua a leggere

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LA GENERAZIONE DEGLI ARRABBIATI: LA POESIA (parte III)- Bsa, Leonardo Catagnoli, Mattia Macchiavelli, Valerio Gaio Pedini, Mariano Menna, Ivan Pozzoni – Preambolo di Ivan Pozzoni

andy warhols jackie kennedy 1964

andy warhols jackie kennedy 1964

I RISCHI DELLA SOCIETÀ TARDO-MODERNA: VIVERE UNA VITA TRENDY

Nell’odierno contesto d’entrata in crisi della cultura umanistica tradizionale e del disfacimento dell’interesse sociale verso ogni valore estetico, che ruolo attribuire all’artista, e, nel concreto, a chi scriva versi? Potremmo dare una soluzione alle difficoltà esistenziali dell’artista, con la ri-definizione del suo ruolo sociale, muovendo dalla chiave narrativa della nozione ambigua di «mostruosità»: a] mostruosità come attività di creazione di dolore da mostro-1, volta ad eternare i nessi di dominanza / controllo e b] mostruosità come attività di sottomissione al dolore da mostro-2, destinata a mantenere, senza reazione, i nessi di dominanza / controllo attraverso meccanismi di auto-«marginalizzazione». I mostri-1, creatori occulti d’una cripto-ideologia del successo (etica del successo – esaltazione della bellezza – reificazione dell’individuo debole – mercificazione dei sentimenti), sintetizzata – nella mia interpretazione- dalla nozione di vita trendy, incarcerano in essa i deboli (mostri-2), condannandoli, come in una sorta di collettiva sindrome di Stoccolma, ad esistenze d’ansia e dolore e alla «marginalità» sociale. Come si individua la c.d. vita trendy, habitat / habitus della mostruosa cripto-ideologia del successo? La vita trendy – simbolo sociologico / antropologico dell’era tardo-moderna nel mondo occidentale – consiste nell’esaltazione accentuata del successo (danaro – carriera – bellezza), nella critica crudele ai fallimenti individuali (miseria – mancanza di lavoro – bruttezza), nella realizzazione di un’etica narcisistica senza interessi comunitari, nella valorizzazione di modalità nichilistiche d’esistenza. Chi, vittima dei canoni inarrivabili della vita trendy, non riesca a sottrarsi all’etichetta del fallimento, o cade nella banalità d’una esistenza inautentica o è martirizzato dal dolore. Gettato nella storia come mostro-2, l’artista – a mia opinione- ha l’onere morale di resistere alla vita trendy, in costante rivolta (Camus) contro i creatori occulti del circolo vizioso: nel ruolo di mostro anti-mostro, costui deve intrattenere relazioni di a] condivisione esistenziale coi mostri-2, b] rivolta contro i mostri-1 e c] resistenza alle sirene incantatrici della vita trendy, abbandonandosi alla testarda ricerca di una democrazia lirica da trasformare in reale democrazia civile.

(Ivan Pozzoni)

Bsa

Bsa

Bsa
NON MI PIACE LA POESIA

Poesia, raramente
ti leggo, ancor più di rado
ti cerco.
Tremenda m’insegui, stolta,
nel cuore trapanato cento
cento cento volte per lo strambo
pagliaccio ubriacone, saggio bambino
che credo di essere.
Torni a trovarti sempre lì.
Non mi piaci, Poesia, perchè con te
mi crogiolo nel dolore, scateno sbrigliata la sfrenata
tendenza all’antisociale riflessione interiore, mentre
oggi cerco il contrario.
Illuminazione.
Solitudine ma ormai soltanto a tratti.
Nemmmeno io so lasciarti, Poesia.
Un’amante che fortifica le stranezze,
i labirinti fra le meningi stretti.
In fondo sei un sollievo,
amo con te
giocare, triste od allegro, a trottare
tra l’attraente ritmo tuonante e soave
del suono delle parole.

BSA, Oudeis, Anam sono tre nomi usati dal “poeta”. Classe 1989, mai laureato, ha pubblicato i suoi scritti nella raccolta Viaggi diVersi (Poeti e Poesia), e varie volte con deComporre edizioni, in diverse antologie a cura di Ivan Pozzoni.

 

Leonardo Catagnoli

Leonardo Catagnoli

 

 

 

 

 

 

 

Leonardo Catagnoli
LETTERE

Capita quasi sempre
al crepuscolo fumoso
dei pensieri rannicchiati
sulle ciglia innocenti
dei sogni caotici

in quello spazio buio
la notte distratta
all’ombra dell’universo
smette di ascoltare
e inizia a parlare

e l’uomo che sente
le onde del nulla
e chiude turbato
il cerchio del tempo,
il poeta che muore.

Leonardo Catagnoli è nato a Milano nel 1990; diplomato in Scienze sociali è attualmente studente laureando della Facoltà di Sociologia all’Università degli Studi di Milano Bicocca. Dopo aver vinto alcuni concorsi locali, è stato invitato a discutere in alcuni istituti superiori sulle nuove forme d’integrazione della poesia nei contesti giovanili moderni; ha recitato in svariate manifestazioni culturali al fianco di illustri artisti milanesi. Tra 2011 e 2014 suoi versi sono stati pubblicati nelle antologie Frammenti Ossei e Labyrinthi. Vol 1, con Limina Mentis, Generazioni ai margini e Metrici moti, con deComporre edizioni. Dal 2011 altri suoi versi sono stati inseriti nelle riviste brianzole L’arrivista – Quaderni democratici (Limina Mentis) e Il Guastatore – Quaderni neon-«avanguardisti» (deComporre Edizioni). Oggi è proprietario di una birreria artigianale a Milano.

 

Mattia Macchiavelli

Mattia Macchiavelli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mattia Macchiavelli
SECCHI I SENI DI DEMETRA

Secchi i seni di Demetra allattano sabbiose armonie
solitudine silenziosa è l’aurora
declina ubriaco l’oro del tempo
s’affaccia l’eterea incudine,
un ceruleo sudore di perla bagna l’algida formica
diafano è il palpito di tenebra
riverbera ancora l’antico gladio
trovo la chiave smarrita:

mette pelle all’incertezza la lingua di Bibilonia
irriverenti broccati per le carni massacrate
estende l’infinito l’olio del Marocco
vendo ciprie d’estetica sfumatura,

l’apolide dal nero splendore è estraneo in ogni topica
quale anatema nasconde la sensualità del miele?
nessuna Inquisizione svelerà il segreto della strega
l’opus nigrum partorisce fecondi vuoti.

Il martello di cristallo genuflette pensieri d’avorio
allegro rimbombo di smeraldo
essenziale è la danza della cicala
ecco il mio scorcio sui limoni

Mattia Macchiavelli è nato a Bologna nel 1988; si è diplomato in Scienze Sociali al Liceo Laura Bassi di Bologna ed è iscritto alla facoltà di Filosofia presso l’Alma Mater Studiorum. Eterno studente, ex receptionist, attualmente salumiere, da sempre appassionato di letteratura e poesia. Nel 2010 pubblica la sua prima silloge poetica: Orgasmi di fata (Albatros-Il Filo). Nel 2012 inizia una collaborazione con la rivista on line “Clamm Magazine” (www.clammmag.com) dove pubblica una serie di articoli incentrati sull’analisi fenomenologica della cultura pop. Nel 2013 è tra gli ideatori e i soci fondatori dell’associazione culturale bolognese Metro-Polis (www.metropolisbologna.it), di cui è a tutt’oggi Presidente. Nel 2014 pubblica due poesie (Ombra e Biston Betularia) nell’antologia Homo Eligens, a cura di Ivan Pozzoni, con deComporre Edizioni; sempre nel 2014 pubblica altre due poesie (Il sesso delle stelle e Cenere vogliosa) nell’antologia Forme liquide, a cura di Ivan Pozzoni, con deComporre Edizioni.

valerio gaio pedini

valerio gaio pedini

valerio pedini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Valerio Gaio Pedini
I VIVI SONO MORTI, I MORTI SONO VIVI: E ALLA FINE LA CREMAZIONE E’ LA SCELTA PIU’ ECONOMICA

Non prego per alcuno, non ci trovo ragioni valide per farlo:

non dedico le mie parole ad alcuno: l’interlocutore ormai è morto-

bruciato il passato-il presente-il futuro! Vorrei dar senso ai vostri belati- alle mie lacrime che imprimono il terreno di scorie tossiche:

oh,no,no,no,no,no,no, non esistono poeti al mondo che siano eterni, i morti son morti e nella cenere devono rimanere:

lasciate spazio ai vivi, che nell’umbratile della loro assenza, sono morti in partenza

senza una meta, senza una meta: la storia non ha meta, la vita non ha meta, le poesie non hanno meta,i sogni non hanno meta:

solo il dolore m’imprime, mi deprime, mi sconvolge e si rivolge

attraverso le incrinature di un tempo deprivato della sua temporalità:

dove vogliamo andare, spettri? Spettri della ragione, nottetempo siete stati fugaci, lenti

e chissà se il futuro non sarà fugace, lento: un ossimoro assai barbarico, dopo tutto

ah ah ah ah, rido di voi, rido di me, rido di tutti, perché la risata seppellisce,

perché la Natura si fa beffa dell’uomo!

Un albero parla, quando il vento lo incrina: sono tutti come d’autunno sugli alberi le castagne: destinate ad essere cotte da un pirla che fa solo caldarroste e te la vende a 10 euro al sacchetto,

quando Renzi ti dice che 80 euro in più sono un contributo determinante per vivere in modo sano.

Ah ah ah, bruciate morti, bruciate vivi, bruciate valori e plusvalori!

E no, e no, e no e non ditemi che non avete dato degli ossi di seppia a dei cocorite per spuntarsi il becco, e non dite che non siete entusiasti che la mamma di Ungaretti alla fin fine è morta, e non dite che l’oboe sommerso suona: perché se sommergi un oboe, quell’oboe non fa un cazzo di suono!

E non dite che della capra di Saba ve ne frega qualcosa: perché c’ha scassato i coglioni con la capra!

E non dite che…ha senso tutto questo…schifo.

Oh, elogiamo i morti, perché son morti e se non fossero morti, sarebbero comunque morti, perché oramai non vi è alcuna differenza tra un morto e la demenza, tra la demenza e l’intelligenza

Io non sono un uomo e non pretendo di essere un uomo:

io sono un alieno:

io sono un estraneo- , ma con Saba son pur d’accordo, le capre belano

ed anche bello guardare le capre quando mangiano l’erba

e con Ungaretti: m’illumino d’immenso: ma quest’immenso mi fa profondamente schifo

e con Montale son pur d’accordo: siamo saturi: Saturi!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Dove imprimo le mie parole, le mie parole sono panico, paura, disperazione, e voi siete le mie parole: cianfrusaglie che riempiono i miei scaffali:

libri, libri,libri, libri spopolano sui miei scaffali: sono un librario et un intellettuale, ma va sono un attore et un buffone, sono un saltimbanco ed un termosifone: state attenti che il termosifone non scoppi

perché se no vi allaga la casa

e l’acqua è piscio

piscio:

ho imparato a rubare dagl’altri, così come ho imparato a prenderli per il culo

oh non preoccupatevi, rispetto chiunque vecchi, giovani, contadini, paesanotti, borghesucci, cattolici, musulmani,buddhisti, induisti,protestanti, aristocratici, operai,artigiani,elfi, nani,prostitute, pagani, mendicanti, cantanti, melochecche, ebrei, nazisti, fascisti, comunisti, nativi americani, aborigeni, maori, marocchini,berberi,turchi selgiuchedi, persiani, alessandrini,romani, greci eppure etruschi e latini et infondo classificazioni morte varie:

esiste più tutto questo: a più senso parlare di tutto questo? Plebei! Plebei! La poesia è Natura e la Natura quando finisce ,finisce: non fate storicismi, o non fate epigrafi, ci sono i lapidari che vi hanno rimpiazzato, Manzoni dalla penna gnomica:

Napoleone? Napoleone era un nano con un cazzo lungo 6 cm, nacque in Corsica e morì solo, perché era un nano!

Apprezzo i miei omonimi: si sa che quelli che si chiamano Valerio Gaio stanno con le lesbie o scrivono epigrammi politici, denigrando tutto e tutti o deprimendosi per una zoccola:

senza la consapevolezza che di zoccole ce ne son tante nella fogna:

cantate, cantate o miei illustri colleghi le gesta di Achille, di Ettore e di quel pirla di Paride: ed elogiate Ulisse ed il suo cavallo:

ma l’eroe non è né Ulisse, né Achille (che fra l’altro era un coglione), né Ettore (che poteva mandare affanculo il fratello): il vero eroe è Giasone: il pavido! e la storia è fatta da pavidi!

Perciò muoio, come muore il mondo, stretto alle catene

Nella speranza che nessuno mi ascolti

E qualcuno sia talmente vigliacco da dedicarmi una leccata di culo.

 

Valerio Pedini nasce il 16 giugno del 1995, di otto mesi, e viene tempestivamente scambiato nella culla: il misfatto viene subito scoperto. Esattamente 18 anni dopo, Valerio, divenuto Gaio, senza onorificenze, decide di organizzare il suo primo evento culturale ad Artiamo (gastrite e l’epilessia e quasi nessuno ad ascoltare); nell’intermezzo ha iniziato a recitare, preferendo l’espressività del teatro di ricerca rispetto al metodismo popolare e a scrivere, uscendo, in collaborazione col circolo narrativo AVAS – Gaggiano, nelle antologie Tornate a casa se potete, Rigagnoli di consapevolezza e Ma tu da dove vieni?. Nell’ottobre del 2013 inizia il progetto Non uno di meno Lampedusa, insieme ad Agnese Coppola, Rossana Bacchella, Savina Speranza e ad Aurelia Mutti. A dicembre conosce Teresa Petrarca, in arte Teresa TP Plath, con cui inizia diversi progetti artistici: La formica e la cicala, Essence e Pan in blues e in jazz. Sta lavorando ad una monografia filosofica: Maggiorminore: la disperazione dei diversi uguali. A Maggio 2014 è uscita la sua prima raccolta poetica, con IrdaEdizioni: Cavolo, non è haiku ed è stato inserito nell’antologia Fondamenta Instabili (deComporre Edizioni) e, successivamente, sempre con deComporre Edizioni, uscirà nelle antologie Forme Liquide, Scenari ignoti e Glocalizzati.

 

mariano menna

mariano menna

 mariano menna

 

Mariano Menna

POESIA SENZA NOME

Che nome dare a questa poesia
povera di intenti e contenuti?
Potrà sembrare forse un’eresia
immortalare dieci versi muti:
mi limito soltanto ad emulare
la maggior parte dei poeti d’oggi
convinti di potersela tirare
per spazi riempiti d’aria fritta.
(la rima ha preferito stare zitta
per dare a tutti idea della sconfitta)

Mariano Menna è nato a Benevento nel 1994. Ha conseguito la maturità scientifica presso l’istituto Polispecialistico Gandhi di Casoria. É iscritto al primo anno del corso di laurea in Filosofia presso l’Università Federico II di Napoli. Nel 2012 è risultato vincitore del Concorso Nazionale “Scrittura attiva” di Tricarico, nella sezione giovani, con la poesia La ballata del vagabondo; nel 2013 sono uscite due raccolte di poesie La grande legge e La pagina bruciata, entrambe edite da Marco Del Bucchia. É stato inserito nelle antologie: Poesia per Dio (La Ziza) e Fondamenta instabili (deComporre Edizioni). Alcune sue poesie sono apparse su blog e riviste online come “L’ombra delle parole” di Giorgio Linguaglossa, “Alla volta di Leucade” di Nazario Pardini, “La distensione del verso” di Sandra Evangelisti, “Le Reti di Dedalus” di Marco Palladini e “Poetrydream” di Antonio Spagnuolo. É membro cofondatore della corrente artistico-letteraria del Labirintismo.

Ivan Pozzoni

Ivan Pozzoni

Ivan Pozzoni Patroclo non deve morire

 

Ivan Pozzoni

FUORI I SECONDI!

Dall’angolo destro d’un ring assonnato,
novello Carneade,
assisto allo scempio d’un boxeur ormai suonato,
costretto a retrocedere, senza mai incassare,
davanti ai sinistri del diffuso malaffare.

Fuori i secondi!

Secondo, a nessuno, nella vita assecondo
i deliri innocenti annunciati da un bando
in cui i vinti soccombono nell’amara ventura
di subire solo colpi, bassi, sotto cintura.

Fuori i secondi!

Esco di scena, suonano i gong,
ti incammini, tristezza, con indosso un sarong,
intrecciato di trecce da corone di larice,
vomitando veleno dentro ai fiumi d’un calice;
t’incammini, dolce Aoide, in attesa d’un jab
dal destino bastardo che trasforma in fight club
i confini d’un mondo che inchiavarda alla gogna
chi tra noi combattenti butti a terra la spugna.

Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976; si è laureato in diritto con una tesi sul filosofo ferrarese Mario Calderoni. Ha diffuso molti articoli dedicati a filosofi italiani dell’Ottocento e del Novecento, e diversi contributi su etica e teoria del diritto del mondo antico; collabora con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2007 e 2013 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi Introversi, Androgini, Mostri, Galata morente, Carmina non dant damen e Scarti di magazzino con Limina Mentis, Lame da rasoi, con Joker, Il guastatore, con Cleup, Patroclo non deve morire, con deComporre Edizioni; tra 2009 e 2014 ha curato le antologie anti-poetiche Retroguardie (Limina Mentis), Demokratika, (Limina Mentis), Tutti tranne te! (Limina Mentis), Frammenti ossei (Limina Mentis), Labyrinthi [I], [II], [III], [IV], Generazioni ai margini, Neon-Avanguardie, Comunità nomadi, Metrici moti, Fondamenta instabili, Homo eligens e Umane transumanze (deComporre). Nel 2010 ha curato la raccolta interattiva Triumvirati (Limina Mentis); nel 2012 è uscito il numero unico di rivista, da lui curato, Le bonhomme. È con-direttore de “Il Guastatore – Quaderni «neon»-avanguardisti”; è direttore esecutivo della rivista internazionale “Información Filosófica”; è direttore delle collane Esprit (Limina Mentis), Nidaba (Gilgamesh Edizioni) e Fuzzy (deComporre Edizioni).

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SEI POETI DELLA NUOVISSIMA GENERAZIONE “GLI ARRABBIATI” (bsa), Leonardo Catagnoli, Mattia Macchiavelli, Mariano Menna, Valerio Gaio Pedini, Ivan Pozzoni -Con uno scritto di Ivan Pozzoni: La crisi della nozione tradizionale di comunità: hôtellerie e «nomadismo»

gambe-delle-donne-indossano-i-tacchi-alti

grattacieli-new-york

grattacieli-new-york

 

 

Bsa

Bsa

Galappa Losa [grappa rosa, la notte al bar cinese]

(bsa)

Limpido il bancone mandarino,
saracinesche mai del tutto abbassate
nonostante la legge l’imponga. Giambellino
offre vaste gamme di osterie di nuova
generazione. Disperati arabi mai educati al bere
vomitano lame contro lo sguardo che li coglie.
Tranquilli i sudati sudaca con fiato di fuoco
chiacchierano sul caro Caribe. Pochi
gl’italiani superstiti, vivi forse, sicuro
poco vegeti. Agitati dalla calce che le nari
farcisce. La chiaman droga, poco pura azzera
i neuroni, ma non è buona.
Tintinna ininterrotto lo stillicidio colorato del videopoker che ritma la vita
dell’omino del sol levante.

Un meltin’pot della devastazione, nuova
la forma, sempre uguale la sostanza, da Bukowski in poi,
dei bar delle periferie babilonesi.

 

 

escher

escher

 

Leonardo Catagnoli

Leonardo Catagnoli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Leonardo Catagnoli

L’OSTERIA

Cumuli di grida
sussurri e fiati sfiorano
dimenticati ed essiccati
gli antichi buchi
del legno notturno

evaporano i padri
mentre inciampa nel buio
l’afa alcolica dell’infinito
un vociare di donna
gronda sudicia libertà

il godimento s’estenua
in attimi di nulla
le urla arrugginite
donano alle fatiche
l’insensatezza dello spirito.

la grande bellezza gambe-e-tacchi-a-spillo

Mattia Macchiavelli

Mattia Macchiavelli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mattia Macchiavelli
OSTERIA COLOMBINA

Non v’è riparo per i raminghi del nord
sono folle volo le sinapsi di Atena
eterni gli appetiti su esauste rovine,
Wotan ha bruciato anche i corvi
smarriti i sillogismi nel buio selvatico
nessuno conosce la parola degli universi
sono tutti muti i pellegrini di Earthsea;

è oasi di sangue e sperma l’Osteria Colombina
porte di marzapane per lo sparuto avventore
la mia bisaccia culla nebbie di princisbecco,
regna la Venere dai sette difetti
un sorriso mirandolino in trenta denari d’argento
del fumo non sa che farsene,
nel malchiuso portone indovino il panettiere
autotrofe le certezze del braccio bianco
pingue e atroce il verbo dell’assenza:
la Luisona ha natura altamente metafisica;

un’orgia festosa nella sala dirimpetto
ebbra è la Luna che esilia Saturno
siamo tutti figli del serpente
m’offre Dioniso un cantaro d’edera:
– fatti bere dagli occhi della maschera
tuo è il tacco della Menade
sogno di cocaina la libido del satiro
mordi con me il pomo di Eris- ;

Ugo siede solo al bancone di cipresso
l’Ultima Dea tarda a tornare
mi bisbigliano profezie immortali le sue urne:
è canto dell’upupa l’abisso di memoria
sottrazione primordiale la lezione della mandorla
misura alchemica il segreto del papavero;

ho scelto la pillola rossa
splende un sole senza ritorno al di là dello specchio
Ananke culla il fuso con mani di caos e latte
nelle epifanie di Dublino sono la nuova Locandiera:
sa di vergine il gusto del Lete

bello

mariano menna

mariano menna

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mariano Menna
OSTERIA

Brindiamo alla gente di questa osteria
che vi entra per caso e mai più va via,
che rifiuta illusioni e vana speranza,
che disdegna prestigio e fatua eleganza.
Brindiamo agli ubriachi tornati lucidi
perché, più di prima, saranno trucidi;
perché giureranno di smetter di bere,
per poi tornare a innalzare il bicchiere.
Brindiamo ai politici che sono corrotti,
ai falsi ribelli e ai loro finti complotti;
ai preti bigotti e ai maniaci brutali
che troppo spesso hanno abiti uguali.
Brindiamo alla crisi che regna perpetua,
alle tasse infinite che non danno tregua,
a chi si lamenta ed è pieno di soldi,
a chi non si veste nemmeno coi saldi…
Brindiamo a chi ancora sa credere in Dio,
a chi, alla sua fede , ha già detto addio;
a chi ama un altro del suo stesso sesso,
vuole sposarlo, ma non gli è permesso.
Brindiamo alle donne uccise per gioco,
perché debbano pianger ancora per poco;
all’eterno razzismo e ad un paese diviso,
a chi è stato abortito e non l’ha deciso.
Brindiamo alla morte sempre in agguato,
brindiamo alla notte e al tempo andato,
urliamo al silenzio che risveglia i pensieri:
non c’è più passato, solo vino e bicchieri.
Brindiamo al brindare che ci rende felici,
che ci unisce tutti, amici e nemici.
Brindiamo a chi legge le nostre parole:
potrà venirle a cantar quando vuole!

MAJAKOVSKIJ ILLUSTRAZIONE

MAJAKOVSKIJ ILLUSTRAZIONE

 

valerio gaio pedini

valerio gaio pedini

 

 

 

 

 

 

 

Valerio Gaio Pedini

TOSSICA OSTERIA

M’impermei di sconfitte radicali,
disarcionandomi da ciò che vale,
f-attualmente niente di cui si può parlare
niente di ciò che esiste
nella terra delle terrazze meningitiche moral-mortali:
una sconfitta di suoni obesi
e di pensieri anoressici:
non si può andare avanti, se non sai cosa significhi “indietro”:
vai solo indietro, ti picconi, e poi ti fermi, liquidandoti in una società da poco:
in una diarrea primordiale
che di avveniristico ha solo il funerale.
Mi si torcono le budella, lo sfintere, il colon ed i coglioni
Soffrendo l’ammontare dei coglioni che mi fa male:
è un’eutanasia:
una lobotomia frontale, dove il fatto è una cacosissima denigratoria apatia emozionale:
è la mediazione dei calabroni che ti pungono di fiele
seppellendoti in inferno,
perché tu lo vuoi.
Io non so far altro che recitar questa disposizione dispotica
Di una terra caotica
Che sarcasticamente mi stimola
Uno svisceramento potente:
una scoreggia
che spero soffochi qualcuno,
al più presto.
Che spero soffochi me così che il buon senso dei finti buoni non trafigga la disposizione astrale dei miei coglioni,
che si sa sono polvere di stelle:
un’esplosione.

Buhm!

Morte!

Fine del divertimento,
del dipartimento,
della nazionale,
della nazione,
della latrina,
dell’obesità,
dell’anoressia,
del mio mal di stomaco,
dell’ansia spasmodica,
del lirismo apocalittico,
del sadismo e del crepuscolarismo,
del neo-capitalismo e del populismo,
del postmoderno e del classicismo:
fine di tutto:
fine di niente:
fine di me!

Picasso Jacqueline Roque

Picasso Jacqueline Roque

 

Ivan Pozzoni

Ivan Pozzoni

 

 

 

 

 

 

 

 

Ivan Pozzoni

ALL’OSTERIA DELL’AMORE SOLIDO

Piccolo amore mio, solido, tu, oggi, cadevi
e io non c’ero, a sostenerti, coi miei bicipiti aggressivi
di barbaro delle foreste del Nord, la faccia dipinta di azzurro,
distesi nello spasmodico berserksgangr del bere dal cranio dei vinti,
inizia tutto con un tremolio, il battere dei denti e una sensazione di freddo,
rabbia immensa e desiderio di assalire il nemico.

Piccolo amore mio, fragile, tu, oggi, cadevi,
e c’è un’osteria dietro casa nostra, tutta brianzola, il tuo nuovo mondo,
c’è un’osteria che serve cento e cento tipi di risotti
da spalmare sulle tue ferite e sulle tue ginocchia sbucciate,
dove io, uomo tassativo, riesco ancora ad interpretare ogni oscurità ambrata
nei tuoi occhi da bimba saggia, a manipolare il caleidoscopio delle tue iridi,
scoprendo, volontariamente, il fianco alla daga della tua artica lucidità.

Se non è un’osteria, il nostro amore, ci assomiglia: mangiamo e viviamo,
retribuendoci, a vicenda, vittorie e sconfitte, hôtellerie, viavaiamo e mangiamo,
finché l’oste Godan, il dio dei «poeti» ostinati, sbattendo un boccale di idromele sul tavolo
non ci inviti a danzare al Walhalla, Mocambo a contrario, danzare lontani, alla fine dei mondi,
tu tornerai alla freschezza semplice del tuo mare, ondivaga Sirena caetana di sabbia,
e a me non graverà sullo zinco la terra umida di nebbia della valle senza salite o discese.

Nelle antiche osterie dell’amore solido continuano a mescere nebbia e acqua-di-mare,
fuori temporaleggia, fulmini e tuoni, liquefatto dal nubifragio tutto si stinge,
e noi, mangiamo e viviamo, viavaiamo e mangiamo, al riparo, nella nostra riserva di felicità,
consapevoli che, restando sospesi nell’aria, a lungo andare,
i cristalli di ghiaccio brumosi confluiranno nel mare. Continua a leggere

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