POESIE DI PAOLO RUFFILLI da Variazioni sul tema (Aragno, 2014) Commento di Giorgio Linguaglossa

Paolo Ruffilli Variazioni sul tema Aragno, 2014 pp. 252 € 12

Paolo Ruffilli Variazioni copertina Paolo Ruffilli è nato nel 1949. Ha pubblicato di poesia: Piccola colazione (1987; American Poetry Prize), Diario di Normandia (1990; Premio Montale e Premio Camaiore), Camera oscura (1992), Nuvole (con foto di F. Roiter; 1995), La gioia e il lutto (2001; Prix Européen), Le stanze del cielo (2008), Affari di cuore (2011); Natura morta (Poetry-Philosophy Award). Di narrativa: Preparativi per la partenza (2003); Un’altra vita (2010); L’isola e il sogno (2011). Di saggistica: Vita di Ippolito Nievo (1991), Vita amori e meraviglie del signor Carlo Goldoni (1993); La Regola Celeste – Il libro del Tao (2004).

Paolo Ruffilli

Paolo Ruffilli

 Commento critico di Giorgio Linguaglossa

L’opera poetica di Paolo Ruffilli, fin dalla sua prima prova (Piccola colazione, 1987), è stata caratterizzata dalla adozione del verso breve, dal “parlato” e, più che da tematiche, da variazioni su un unico tema: la persona e le persone amate, il loro essere state parte di noi e il nostro essere stati parte di loro. Il “parlato poetico” di Ruffilli ha una fluidità insieme oratoria e a colloquiale, un lessico sobrio, direi quasi prosastico, sempre preciso indirizzato al referente, caratterizzato da una meta ironia più che dalla ironia. Forse è questo il punto di distinzione di Ruffilli rispetto ai poeti che lo precedono sulla via generazionale (per esempio Valentino Zeichen e Patrizia Cavalli). Già di per sé questa mutazione segna una svolta rispetto allo stile “modernistico”, concentrato, ascetico, spesso orfico, ontologico, caratteristico della generazione dei poeti che è venuta in seguito (Giusepe Conte, Tomaso Kemeny, Rosita Copioli e altri). Ma il ritorno dello stile orfico, diciamo così, non è stato in grado di influenzare più di tanto la poesia italiana del tardo Novecento. Dicevamo dello stile “parlato” della poesia di Paolo Ruffilli: infatti tale predilezione stilistica la si incontra sia nella sua poesia come anche nella sua prosa saggistica. In entrambe Ruffilli è  un uomo che “parla”. Si potrebbe dire che la sua stessa poesia è in larga misura saggistica versificata e animata dall’energica regolarità degli schemi metrici (ottonari, settenari, senari alternativamente commisti anche a novenari).

La poesia per Ruffilli non è certo magia fonosimbolica, piuttosto è considerata come una opportunità di stabilire un dialogo tra l’autore e il lettore. Nelle sue intenzioni una delle finalità della poesia consiste nel disincantare e disintossicare, raccontando una storia, rievocando una foto, commentando un ricordo.

paolo ruffilli 3 Oserei dire che il «parlato poetico» di Ruffilli non aspira a essere un sostituto, un surrogato fonosimbolico della realtà, e non è neanche una poesia degli oggetti, anche se gli oggetti ci sono eccome. È piuttosto, del tutto consapevolmente, un commento alla realtà, più osservata a distanza, da fuori e dall’alto, che direttamente vissuta. Ruffilli non è un poeta dell’essere, ma un poeta del pensare, della cogitazione. Nella poesia di Ruffilli le parole non vogliono essere nomenclatura delle cose, né influire su di esse. La coscienza della separazione fra linguaggio e realtà è un presupposto che lo scrittore non dimentica mai. La poesia resta un evento del pensiero e del linguaggio; non cambia niente di ciò che sta intorno a sé. Pensieri e cose, lingua e mondo sono dimensioni separate ma comunicanti. I pensieri del “parlato” si nutrono dei ricordi, di foto, di sensazioni tattili, olfattive, di impressioni etc., e il “parlato” diventa di colpo aforismatico, gnomico, e il registro estetico ne guadagna.

È la cancellazione
progressiva delle
presenze care o note,
il conto che comincia
a non tornare. Il
margine sempre più
sottile, man mano
che si fanno falle
e vuoti tra le file.

paolo-ruffilli 2 È proprio da queste collisioni interne tra piani del linguaggio che si dipanano le sfumature del senso. Osserviamo una foto, rievochiamo un ricordo di famiglia, ed ecco che mille significati vengono comunicati in pochi versi scanditi con grande felicità prosastica. Leggendo questo libro verrebbe da dire che la Poesia sia figlia della migliore Prosa, forse è questo il segreto del “parlato” di Ruffilli, il quale sa che i poeti sono tutto tranne che i «misconosciuti legislatori del mondo», come dicevano i romantici. La poesia va cercata e trovata là dove noi non pensavamo di trovarla: in qualche vecchia foto di famiglia, in qualche ricordo che misteriosamente ci torna alla mente, tra le cianfrusaglie dei cassetti di famiglia, negli oggetti persi e poi ritrovati, oppure semplicemente nel tempo trascorso.

(Giorgio Linguaglossa)

Foto Lazslo Moholy Nagy 2

A penna, sul bianco
del cartone,
è appuntata la data:
18 maggio del ‘908.)

(Con l’elmo a punta
e la mantella,
sul cavallo finto.
Contro lo sfondo
cupo, di foresta.
Una mano sul fianco
e l’altra a sostenere
la sciabola, su,
tra testa e spalla.
Ride con qualcuno,
davanti, che – si
suppone l’accompagna.
A penna, sul bianco
del cartone,
è appuntata la data:
18 maggio del ‘908.)

*

paolo ruffilli 4

(A mezzo busto,
in coppia:
lui con il cappello
di feltro nero
e una sciarpetta doppia
di seta bruna
stretta al collo,
lei un camicione
a strisce da pipistrello
fin sotto al mento.
Uniti, sì, per distrazione.
Guardano, ciascuno
in una direzione.
Si capisce
che tirava vento.)

Lei non voleva,
ma mio nonno d’accordo
con la sua famiglia
preparò le carte
e la sposò,
la vigilia di Natale
del diciotto.
Lei faceva sempre,
suo malgrado, quello
che le si chiedeva.

Fu nella vita,
ciò che non voleva:
serva e moglie
tradita. Sopportò
che il marito
avesse due case
e che le mantenesse
con il suo lavoro.

Non ebbe nulla o
poco di quanto
più sognava.
E pure quel decoro
che sperava
le restò impedito.

Sempre e ovunque
andando, con il dito
sulle mappe,
a caccia del tesoro.
nonostante la parte
che, comunque, manca
al sogno di infinito.

*

labirinto intrico

labirinto (In fila sullo/ stretto pontile/ dell’imbarco:/ la bambina con i segni/ della maglia, sua/ madre col busto eretto,

(In fila sullo
stretto pontile
dell’imbarco:
la bambina con i segni
della maglia, sua
madre col busto eretto,
il padre in cima
a tutti, nella
tavola inclinata
sul mare che li abbaglia
al varco della sera.
E, dietro, in ancora
lo stemma dei Savoia
trema sulla vela.)

Lui monarchico
in casa socialista,
era la pecora nera
della famiglia.
Sua moglie, sarta,
lo spingeva dicendo
che ci avrebbe
guadagnato più rispetto.

Lui, che era stato
ardito e, poi fascista
della prima ora.
Con un gruppo di amici
si vedeva, per vincere
la noia, a dividersi
l’Europa sulla carta.

Ammazzato con gli altri
sull’argine del fiume,
una mattina presto.
Scovato, dentro al cesto
con le piume d’oca,
sulle tracce della
figlia mentre gioca nel
cunicolo della cantina,
discesa e risalita
fino alla rovina.

*

labirinto aleph

labirinto aleph

(Quasi calvo,
un viso tondo
segnato da due baffi
folti e scuri.
Nella giacca
di fustagno,
con la striscia
di velluto nero
sul risvolto.
Il padre di mio padre.)

Quest’uomo che non ho
mai conosciuto
e dal quale dipende
la mia vita.
mancato a torto,
credevo, poco o molto
al nostro appuntamento.
Di lui sapevo a stento
che, restato vedovo,
si era risposato
a dispetto di suo figlio
e che, colpito da trombosi,
era rimasto a letto
anni e poi era morto.

Per me bambino
era diventato
per non so
quale effetto,
l’immagine concreta
di un pensiero, in fondo
neppure tanto strano:
la colpa dell’immenso
disordine del mondo.

*

(Ride mia madre
rovesciando il viso,
e muove appena
i capelli ondulati
indietro sulla schiena.
il giovane magro,
oltre lei levando
pensoso lo sguardo,
sta come incerto
di un sorriso.
nella tiepida sera
che si indovina.)

Ai cespugli del fiume
guidò mia madre
il primo innamorato
e suo fratello geloso
spiando i loro passi
gli correva dietro
tirando sassi.

Cadde di mattina
in un addestramento
prima di partire
per il fronte.
E a lei andò, con
l’eco della gloria,
il poco che tra i resti
fu trovato.

Sfogliandone i ricordi,
sempre ho pensato
a quel che era e che
poteva non essere stato,
al caso cui si lega
ogni storia.

*

(Mia madre
mentre getta
indietro la testa
sulla camicetta
di seta, sorridente.
in un cappello
nero. L’abito
leggero, fantasia.
Con una mano
stretta sulla gola.
Piena di vita,
ardente.

7 commenti

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7 risposte a “POESIE DI PAOLO RUFFILLI da Variazioni sul tema (Aragno, 2014) Commento di Giorgio Linguaglossa

  1. Mi dispiace soltanto che in tutto questo trambusto siano passati sotto silenzio due tipi di poesia considerevoli, quella di Paolo Ruffilli e quella di Marco Fazzini, autori molto differenti, e non solo per motivi generazionali, ma anche come impostazione del discorso poetico, come io ho tentato di abbozzare, mi piacerebbe che qualcuno, con la stessa acribia dimostrata nel dibattito recente, si adoperasse a leggere, e semmai a commentare, questi due poeti stilisticamente intraducibili e molto diversi tra di loro.

  2. E’ un album, un album infinito la poesia di Ruffilli. Infinito come può essere solo la memoria che sfoglia pagine di un vissuto proprio e anche di un passato non vissuto in prima persona, ma raccontato, magari da una semplice foto. La versificazione a la Prévert ben si confà con l’esilità del ricordo. Massimo rispetto.

  3. Poiché anche l’introduzione critica di Giorgio Linguaglossa parla della poesia di Paolo Ruffilli, non specificamente dell’ultimo libro “Variazioni sul tema”, già agli onori della terna al “Premio Viareggio”, anch’io (chiarendo che non sono un critico bensì una persona che scrive poesie e qualche volta recensioni su richiesta di cari amici poeti) pubblico in questo blog ciò che ho scritto finora sui libri di poesia e di narrativa dell’amico Paolo Ruffilli, lasciando per la prossima puntata la recensione dei due ultimi libri.
    *
    Paolo Ruffilli, “Le stanze del cielo”, Marsilio, Venezia 2008
    .
    “ma forse anche il cielo
    è fatto a stanze
    e non si può abitarne
    più di una”
    .
    Fissa sulle pagine de Le stanze del cielo, il recentissimo libro d’autentica poesia pubblicato da Paolo Ruffilli, la mente, quasi sdoppiandosi, non riesce a staccarsi dai sommessamente musicali versi che la coinvolgono, affascinandola con il “partecipe distacco” del poeta pur in un’atmosfera dolente-soffocante, ma, nello stesso tempo, si accosta sempre più al cupo dipinto di Vincent Van Gogh, La ronda dei carcerati, dove altissime pareti di mattoni, interrotte da qualche finestrella, recingono l’angusto cortile in cui una fila di detenuti, chiusa a cerchio, marcia senza un inizio, senza una fine, soprattutto senza un fine che non sia l’atto fisico del respirare un poco d’aria, dopo i miasmi delle celle disumananti. Due farfalle bianche volano verso l’alto, verso la luce, quasi fuggissero da quell’abisso buio.
    Questa è la ‘vita non-vita’ in cui Paolo Ruffilli conduce il lettore attraverso le sessanta composizioni che costituiscono il libro, scandito nelle due sezioni, Le stanze del cielo e la più breve La sete, il desiderio, che evocano l’una la reclusione in carcere, l’altra la schiavitù della droga, entrambe metafora di privazione della libertà, d’abbrutimento dell’uomo che vi è scivolato forse inconsapevolmente, forse non del tutto colpevole del suo delitto.
    Meraviglia senza dubbio l’argomento di questo libro di poesia, ma non più di tanto se il lettore pensa al precedente La gioia e il lutto (Marsilio 2001), in cui il poeta rappresenta la Passione e morte per Aids (sottotitolo dell’opera) come in un recitativo, in cui ogni personaggio esprime il proprio pensiero sull’immane tragedia che si sta svolgendo dinanzi ai suoi occhi, mentre il giovane morente parla ormai quasi da un altro mondo, finché il pensiero lo sorregge. La voce del poeta, con “partecipe distacco” ma certamente con tono offeso e sdegnato per lo scempio di una giovane vita, medita sulla morte e sul “dopo” con un’umanità e una profondità di pensiero che rivelano in lui un’eccezionale capacità di scendere negli abissi dell’anima, sua e altrui.
    Da una lenta agonia per un male senza scampo a due lente morti, almeno per lo spirito la prima, a causa di una condizione di vita che priva la persona della sua dignità, della sua appartenenza alla schiatta dell’uomo che reclama il riconoscimento e il rispetto della sua identità. “E resti sempre / più azzerato: / non sei più padre / o figlio, / non sei più niente. / Sei solo un delinquente / condannato” (Condannato). Questo è il legame tra il primo e il secondo libro, il sorprendente in entrambi, del tutto aderenti alle parole di Mori i Po in esergo al più recente: “I poeti, al contrario di tutti gli altri, sono fedeli agli uomini nella disgrazia e non si occupano più di loro quando tutto gli va bene”.
    Due i personaggi monologanti ne Le stanze del cielo: il “carcerato” e il “drogato”, ciascuno protagonista di una sezione. Ma, al contrario del drogato che appare sempre lucido, pur oscillando tra lo stato d’esaltazione provocato dalla sua “amante” e la disperazione per il non ritorno da quella via intrapresa forse per debolezza, il carcerato sembra moltiplicarsi in molti personaggi che dall’unicità della condizione carceraria divergono in una varietà di stati d’animo e di reazioni emotive, quindi verbali e persino immaginative.
    I direttori, i secondini della prigione si sforzano di fare «tutto il possibile» per il benessere dei carcerati, “Ma è un altro, il nostro, / differente, stato / inerte e doloroso” lamenta il detenuto nella prima composizione (Tutto il possibile). Basta forse a un uomo, perché si senta veramente uomo, mangiare, bere, dormire, avere diritto a mezz’ora d’aria e a un libro? Ben calzante la pagina di Anton Čechov preposta alle poesie della prima sezione.
    La soffocante monotonia è una caratteristica della vita carceraria. Vi regna un ordine quasi irreale che non nasconde tuttavia il sudiciume e il lezzo delle celle (Ordine). Risuona la continua ipocrisia dei secondini che rinfacciano le lagnanze e i presunti complotti dei carcerati, nonostante gli sforzi fatti per «alleviare (…) la loro condizione» (La stessa storia). Stride il contrasto fra le squallide carceri di oggi e la maestosità degli antichi manieri regali in cui sono allestite: “Vecchie fortezze scure / di castelli antichi / per far scontare / i loro errori a noi / rifiuti dell’umanità…” (Fortezze). “Centinaia di maschi / di ogni età, / come un gregge / rinchiuso nel recinto, / ciascuno circondato / dalla privazione / della propria libertà. / Lo sguardo spento / un desiderio ardente / del fuori a tutti i costi / fino alla follia…” (Centinaia). Non possono non tornare alla mente le due farfalle bianche nel dipinto di Van Gogh, forse le anime dei reclusi che anelano alla libertà e abbandonano quei corpi disumanizzati, nutriti e dissetati certamente, ma uccisi nello spirito con la privazione di ciò che ne è il nutrimento.
    Ogni poesia di questo libro dovrebbe essere citata per la veridicità sulla vita in carcere; ogni verso trova riscontro in ciò che accade realmente in quelle anguste celle dove si spegne di giorno in giorno ogni sogno o speranza e si accrescono la nostalgia e il rimorso, talora la ricerca della “propria parziale / incerta verità”. Il rovello di alcuni è ritrovare la causa del delitto, il momento in cui “si è stati spinti (…) in una direzione / senza più ritorno” e la risposta può essere: “non è solo colpa tua / il tuo inutile delitto / ma della parte / più brutale della vita”. Non è tutto merito nostro, infatti, il comportamento onesto così come non è tutta colpa nostra il contrario, benché esista il libero arbitrio e quindi la responsabilità personale; molto dipende dall’ambiente in cui si è cresciuti e si è stati educati (o diseducati). Mi pare che Paolo Ruffilli non voglia ricorrere alla fin troppo consueta accusa della società, tuttavia è vero che un atto compiuto con leggerezza a sedici anni “ti segna o può segnarti / per tutto il tuo futuro” (La propria verità). Determinismo? Non credo; piuttosto acutezza d’analisi.
    Nel cortile “è in corso / già la passeggiata / d’aria regolamentare” per un gruppo di carcerati, pochi alla volta. Il detenuto ammette fra sé di respirare a forza quell’aria “per sopravvivere / a te stesso / sordo e muto / a tutto il resto, / allo stato attuale delle cose, / confuso e arreso / chiuso qua dentro / rifattoti animale” (Prigione). L’istinto di conservazione lo costringe a inghiottire l’aria, ma il suo spirito dov’è finito? Prova un senso di liberazione quando confida a qualcuno: «È come se mi avessero / preso il cervello / a martellate… / più che livido / e pestato, / ridotto in pezzi / e sminuzzato» (Sigarette). E l’altro non replica.
    Al graduale affievolimento della spiritualità la detenzione in carcere aggiunge un’altra umiliazione per quelli che furono uomini e ora, in celle sovraffollate con letti sovrapposti, sono “privati del privato / espropriati / fatti numeri e oggetti / senza più persona” (Letti). La vera vita è “fuori” mentre questa è solo sopravvivenza, “qualunque mai sia stato / l’errore che scontiamo”. Forse chi è preposto alle carceri dovrebbe ricordare che esse sono un luogo di riabilitazione, non solo di punizione; inoltre che la punizione stessa non dovrebbe mai misconoscere l’umanità che è nel detenuto, anche nel peggiore, e dovrebbe rispettarla.
    Ma Paolo Ruffilli non fa mai commenti moralistici e lascia che i fatti parlino da sé. Il lettore trae le sue conclusioni e forse non riesce a trattenere qualche parola di condanna.
    La poesia Evasione fa meditare chi legge non solo sulla fantasticheria, talvolta realizzata, di tanti detenuti, ma anche e soprattutto sulla comprensione del vero valore delle cose quando ormai è troppo tardi. Il carcerato che medita di evadere vede qualcosa che gli apre gli occhi: “Quel pesco in fiore / e il suo tornare a rifiorire / che non avevo / mai considerato / mentre ero fuori / è il simbolo / di quello che mi manca / e che ho perduto”. Non è tanto il pesco fiorito in sé che illumina il carcerato, quanto la presa di coscienza che la detenzione è la perdita totale del “fuori” e di tutte le sue bellezze, prima sottovalutate o persino ignorate.
    Numerose liriche presentano il detenuto in preda ai rimorsi e al dubbio più tormentoso: “Neppure Dio lo sa / perché l’ho fatto”; oppure alla meditazione sul tempo e sull’eternità, percepiti in modo tragico nella fissità del carcere: “… il tempo / è senza essere / mai stato”; “Solo chi sta / nel cuore dell’inferno / sa cosa sia / l’eternità presente”. Oppure ritorna tra gli amici al bar o nella quotidianità della famiglia solo quando sogna. Oppure cerca di comprendere quali mutamenti il carcere abbia provocati nel suo io privo di futuro, di prospettive: “Questo è l’inferno / e solo chi sta dentro / può capirlo”. Di nuovo ragiona sull’abisso tra il “dentro” e il “fuori” che muta persino il valore del tempo, divenuto solo vana parola. Oppure “Si parla con le ombre” perché quelli che sono “fuori” o ciò che è successo “dopo” sono solo “fantasmi sordi” perciò “Solo il silenzio / può sembrare allora / il modo per restare / vivi ancora e più al sicuro” (Perché? È qui; Sogno; Inferno; Parole; Ombre).
    Tra le tante liriche tutte degne di riflessione emerge Soli, in cui il detenuto esprime il sentimento forse più doloroso, “angosciante…/ l’orrido male lancinante / di stare soli e nudi / con se stessi”. Non si può mentire alla propria coscienza, quindi è chiaro che “Siamo un fastidio / insopportabile a chiunque, / persino ai nostri cari / che si vergognano di noi / e che si sentono traditi: / offesi e defraudati”. Nessuna comprensione da nessuno, ma solo disprezzo e persino oblio. In altre poesie ricorrono dolorose affermazioni del carcerato: “E noi colpevoli, / che ci trattate intanto / come gli animali, / non siamo bestie / né siamo mostri / di cui vi siate liberati / dietro allo scudo / della legge” (Come gli ospedali); “Ma che significa punire? / È un patto: si arriva / a giudicare il fatto, / non la persona. / E una sola azione / non corrisponde all’uomo, / non può rappresentarlo / né tanto meno cancellarlo” (Il patto).
    Ciò che ritorna spesso nelle parole del detenuto è l’antitesi uomo/animale e l’assurdità insita nell’identificazione dell’uomo con la sua colpa, in modo che una sola azione sbagliata comporti la perdita totale e perenne della sua identità, ormai “fissata”, come diceva Pirandello, in quell’unico gesto che lo inchioda e lo cancella dal consorzio umano.
    Seguono altre liriche in cui sono posti sotto accusa giudici e avvocati, sistemi d’interrogatorio che fiaccano la volontà di difesa del presunto colpevole, la pronuncia del verdetto di condanna che suona come una liberazione dal reprobo per quelli che stanno “fuori”, mentre “È il discorso indecoroso / che ci viene riservato” quando al loro sospiro di sollievo si aggiungono le consuete futili affermazioni che “le prigioni sono alberghi”.
    Prima notte è un’altra delle composizioni da segnalare per la pudica pietà del poeta. Con il tempo il detenuto si abituerà alla cella, forse perché la sua anima sarà quasi annullata, ma la prima notte deve essere tremenda: “…la puzza e il sudiciume, / la degradazione più brutale, / come avessi sbattuto / contro un muro. (…) spogliato, / sia pure nella colpa, / di ogni dignità / lasciato nudo e indifeso / di fronte al puro / mio fatto compiuto”. L’uomo e la sua colpa, soli e nudi entrambi, come in una scena infernale nata dalla fantasia dantesca.
    Persino l’amicizia è sospetta in carcere, perciò il detenuto deve soffocare pure il minimo moto del suo animo, anche perché il sospetto è considerato già una prova, tanto più quanto più basso è il grado del sorvegliante, forse per la sensazione di potere e di piacere che egli prova nel disprezzare chi ormai è nelle sue mani. Non si salva neppure il prete del carcere, poiché “Non c’è nessuno / che crede alla missione” e tutti si considerano solo Impiegati.
    Nelle situazioni dolorose la memoria può consolare e illudere, ma nel carcere “i ricordi stessi, draghi di fuoco, / ti tolgono il respiro. / Ma l’immagine / sfocandosi si sgrana / ed è subito / lontana”. Nella stessa poesia (Se) anche le “speranze e i desideri / si perdono presto / per la strada” mentre in Troppo tardi lo sfacelo dell’essenza spirituale si fa quasi completo, poiché i rimpianti arrivano troppo tardi, non c’è più possibilità di rimedio e si è spento ogni slancio dell’anima; restano “solo i bisogni materiali: bere e mangiare…”; “Piangere e ridere, sì / sono per noi le cose / rimaste chiuse / fuori da qui”. Il carcerato non è più un essere umano se ha perdute anche quelle facoltà che per prime si svegliano nel neonato: piangere e ridere, il primo mezzo di comunicazione con la madre e la prima espressione del proprio dolore o piacere. Quel corpo che si chiama “detenuto” non sopporta più la percezione della vera vita, “la dilagante sua energia” (Eccesso di vita) e non resiste “senza poter scappare via”.
    Resta al detenuto il rimedio dei farmaci che rendono confusa la mente (Gocce), ma la “figura vuota” che è il suo essere “si è destinata a non finire / e senza più riuscire, / chissà per quanto / tempo mai, a dormire”. Eppure il sonno permetterebbe il sogno e l’illusione di vivere “fuori”, come in una poesia già citata. Resta allora un ultimo rimedio, a meno che non si ricorra al suicidio reale, di cui però Paolo Ruffilli non parla. Presenta invece “una via / più rapida / per non vedere, / per non pensare” (Una via più rapida), dunque un altro tipo di suicidio e immette nella vita del carcerato il tema della seconda sezione del libro: “Quant’è la roba / che gira nel girone / della gabbia” (La roba). Nel nome della droga si saldano le due sezioni ed avviene in entrambe la lenta distruzione dell’uomo, con lo svantaggio che dall’“evasione” provocata dalla roba si ritorna puntualmente al dolore di prima. Allora si ripete il ‘gesto’ finché diviene un’abitudine, una tradizione “ed è la cosa più importante, / è quello che ti salva (…) E va a finire / che ti salva proprio / e ti rifà dormire” (Abitudine).
    Il “drogato” protagonista della seconda sezione è pur consapevole che “Ho scelto e amato, / sbagliando, sì, / e avendola aggredita / ho guardato in faccia, / tagliata, la mia vita” (Vita tagliata). Tale consapevolezza non lo trattiene però dal descrivere l’estasi provocata dalla droga (Sul mondo): “Ti sale dentro / facendoti sdraiare / sul velluto / e via planare / volante sul tappeto / perdutamente solo / tu gigante in cielo”. Ma lucidamente ammette l’aspetto negativo di quest’illusoria evasione, approfondita poi con mirabili immagini nella poesia successiva (Fuga): “portandoti via da tutto / ma, da te stesso mai”.
    Sembrano poesie d’amore quelle che esprimono le parole del drogato: “Senza di lei, / la sete, il desiderio” (Senza di lei); “È solo lei che conta” (Tutto il resto); “È un ritornare continuo / alla tua amante, /sognata ed inseguita / senza averla / potuta conquistare” (Amante). La più toccante e poeticamente mirabile è Notte, in cui pare che l’amore abbia raggiunto il culmine: “O notte mia diversa / da tutte le altre / notti al mondo, / notte eternamente / luminosa (…) canto e armonia / che alita dentro / il tuo silenzio”. Spiace a chi scrive che tale contemplazione leopardiana della notte sia dedicata alla droga invece che a una donna vera, tuttavia i versi di Paolo Ruffilli esprimono perfettamente il profondo legame che stringe i due “amanti”. Il drogato ammette il suo errore, sa “per ogni grammo di piacere / i quintali di dolore / di vomito e di noia / che è costato” per un vano sogno di “slegare la libertà / dai vincoli del corpo” (Sogno). Se ne deduce che i due protagonisti del libro, pur in ambiti diversi e per diverse motivazioni, nutrono in sé il mito della libertà, come condizione perduta il primo, come sogno ingannatore il secondo, tanto più che “c’è un abisso / tra quello che promette / e ciò che dà davvero” la droga, che pure egli non abbandona, ma continua a buttarsi nel “Baratro / del tuo mistero. / Fuori dal mondo” (Il tuo mistero).
    Tornando al “carcerato”, non suscita meraviglia o disprezzo il suo rifugiarsi nella droga, poiché “Sei un numero adesso / senza più persona: / tra te e il tuo dentro / qualcosa si è disciolto / ed è svanito” (Un numero). Inoltre “La donna che un tempo / avevo amato, / la ragazza / dagli occhi neri / che per sempre / mi ha lasciato” è il suo Supplizio: “morire senza morte”. A che vale, dunque, mantenere lucida la mente in queste condizioni?
    Meglio l’effetto della “roba”, benché alteri totalmente il suo essere fornendogli una “falsa identità”, poiché la sua vera gli è stata cancellata. Basta leggere le poesie Colpa; Odio; Lettera morta; Escluso per comprendere lo scempio che la vita in carcere ha fatto della sua parte spirituale, in cui tuttavia resta, chissà come, un animo infantile che si ostina ad “alimentare / dentro la colpa / degli atti suoi di ieri / i sogni, i propositi, / i pensieri (Mistero).
    Da ultimo la poesia in un certo senso eponima e, per chi scrive, capace di portare nell’orrore del carcere e nell’azzurro del cielo, ma di un cielo da “carcerato” (In gabbia).
    Con le pupille dilatate, il detenuto cammina smanioso nella cella come un leone in gabbia, digrignando i denti e graffiando i muri: “e guardo lassù in alto… / ma forse anche il cielo / è fatto a stanze / e non si può abitarne / più di una”.
    Giorgina Busca Gernetti
    *
    Paolo Ruffilli, “Un’altra vita”, Fazi Editore, Roma 2010

    Le venti brevi storie che compongono Un’altra vita, l’ultimo libro di Paolo Ruffilli pubblicato per Fazi Editore di Roma nel maggio del 2010, si presentano come gioielli racchiusi in uno scrigno finemente elaborato. Venti storie suddivise ciascuna in otto brevi capitoli, disposte a cinque a cinque in quattro parti corrispondenti alle stagioni dell’anno, dall’estate alla primavera, in un ordine inconsueto ma certamente di grande valenza metaforica: forse dalla pienezza della vita già con il presagio del disfacimento, attraverso la vecchiaia e la morte, fino alla rinascita nell’innocenza della primavera, quasi fosse un messaggio salvifico. Ma questa è solo un’ipotesi. Tuttavia le storie sono effettivamente ambientate nelle rispettive stagioni, pur con voluta vaghezza spazio-temporale.
    Tutti i racconti, di circa 25/30 righe, il quinto dei quali in forma epistolare scritto in carattere corsivo, si chiudono con la dedica a uno scrittore evidentemente molto caro a Paolo Ruffilli. Nell’ordine: James Joyce, Anton Čecov, Marcel Proust, Ernest Hemingway, Emily Dickinson (racconto epistolare), Elsa Morante, Katherine Mansfield, Anaïs Nin, Herman Hesse, Cesare Pavese, Franz Kafka, Robert Musil, Luigi Pirandello, Henry James, Raymond Carver, Guy de Maupassant, John Cheever, Dorothy Parker, Virginia Woolf, Anna Maria Ortese.
    Questo “scrigno” rivela molto dell’Autore: per esempio la scelta degli scrittori cui dedicare ogni racconto denota quali, nel vasto mondo della narrativa otto-novecentesca, presentino una profonda consonanza con la sensibilità e la Weltanschauung di Ruffilli, trasmettendo certamente molto ai personaggi e all’aura del corrispettivo racconto, persino al linguaggio in qualche tratto stilistico, che comunque rimane unico, ineguagliabile e peculiare dell’Autore. Alcuni dei dedicatari esprimono nelle loro opere una visione pessimistica della vita e dell’uomo in sé, oppure considerano il vivere una “non-vita”, vale a dire un’“esistenza” trascinata di giorno in giorno con uno stato d’animo d’insanabile insoddisfazione, con un cogente desiderio di “un’altra vita”.
    Ecco, dunque, il titolo perfetto per questo libro di racconti: Un’altra vita, ossia conquistarsi o cogliere un’occasione per poter “vivere” davvero, in modo autentico, anche se solo per un giorno o per poche ore, con una persona diversa da quella di sempre, in un luogo del tutto diverso da quello usuale. Tutto deve essere “altro”, affinché i personaggi non soccombano alla loro insoddisfazione.
    I protagonisti dei racconti (sempre coppie tranne che nel racconto epistolare, ovviamente, benché l’ultima frase «Corpo assente» lasci intendere che “lui” è sempre stato presente con lo spirito nell’animo di “lei”) non hanno nome ma sono semplicemente “lui”, “lei”, spesso alternativamente di capitoletto in capitoletto. L’ambientazione è vaga poiché nei racconti si indicano solo toponimi, peraltro legati in qualche modo allo scrittore dedicatario (La locanda irlandese – James Joyce; L’odore del sambuco sulla riva e nell’acqua di un fiume che attraversa una città illuminata – Cesare Pavese; Concerto per pianoforte nel teatro, per le vie innevate e in un elegante albergo di una città “mozartiana” – Robert Musil).
    Altre volte il legame con il dedicatario è insito in qualcosa d’altro. Afferma Paolo Ruffilli nell’intervista rilasciata a Patrizia Garofalo (pubblicata in Lankelot.eu, 30 maggio 2010): «Si trattava per me di un atto di omaggio ogni volta a uno scrittore che ha contato e conta per me, dentro lo spazio comune di una scelta di campo, il racconto, e per una serie di riferimenti che legano il racconto a quello scrittore: un’idea, un luogo, una situazione, un tratto stilistico…». Come prova di ciò, nel racconto dedicato ad Anaïs Nin, L’attrito dei corpi, il tratto caratterizzante e il legame, infatti, non sono un luogo o una situazione, ma l’erotismo, che nella scrittrice franco-americana era davvero esasperato sia nella vita sia nella scrittura. Nel racconto La locanda irlandese, già citato per l’identità geografica con il dedicatario, si nota un altro evidente legame con James Joyce, questa volta stilistico, nell’uso del monologo interiore e del flusso di coscienza.
    Si dovrebbero analizzare a uno a uno i venti racconti perché sanno coinvolgere il lettore per tanti elementi significativi che provano la grandezza e unicità del poeta/narratore Paolo Ruffilli.
    Le quattro stagioni che costituiscono lo “scrigno” cui si accennava all’inizio non sono un artifizio per rendere più originale il libro. Oltre alla valenza metaforica di cui si è già detto, ognuna di esse ha le sue caratteristiche: la calura soffocante dell’estate, il profumo di fieno e di fiori secchi autunnali, la neve invernale che scricchiola sotto i passi, il verde nei prati e la varietà coloristica dei fiori ancor più vivaci nella luminosità primaverile. Le stagioni, dunque, non sono esornative ma interagiscono con i personaggi, tanto che si possono ravvisare in ogni racconto “paesaggi–stati d’animo”, come se la descrizione della natura nel luogo dell’incontro-occasione, peraltro condotta con la sensibilità di un grande poeta, fosse espressione dello stato d’animo di “lui” o di “lei” in quel momento, o viceversa il paesaggio fosse plasmato dalle emozioni dei personaggi.
    «Come dice una delle protagoniste, non si sa mai se è il paesaggio che ti condiziona con le sue forze positive e negative spingendoti a reagire come reagisci. O se, invece, non lo vivi e lo senti a seconda di come sei dentro, cioè in relazione ai sentimenti e alle emozioni che ti attraversano già. Bel problema! Io credo che le due azioni siano contemporanee, in un incontro scontro che realizza ogni volta una soluzione straordinaria e, per chi racconta, molto interessante. Fa parte del mistero di quella colossale combinazione magica che è la vita.» (Paolo Ruffilli nell’intervista già citata).
    Significativo il racconto Sotto la neve dedicato a Franz Kafka, anche per una caratteristica del libro di cui si dirà subito dopo. “Lei”, amante della pittura, mentre cammina nel turbinio dei fiocchi di neve che fa baluginare a stento la luce dei fanali, paragona quel paesaggio a un dipinto di Signac, ravvisando in quel pulviscolo minutissimo sia la genesi del divisionismo sia l’eterno movimento della realtà. Ma è veramente così quella scena invernale, oppure “lei” la vede così perché trasferisce in essa le proprie teorie, i gusti pittorici, il suo stato d’animo e i suoi pensieri?
    «Baluginava pallida, / la luce dei fanali, / in mezzo al turbinio di neve.» (da Sotto la neve).
    «La casa di lei guardava / il golfo a mezza costa. / Il giardino, le palme / e il mare erano immersi /in un tremulo chiarore, / l’ultima sera insieme. / Il rumore della risacca / era un sospiro appena.» (ibidem). I due esempi tratti dallo stesso racconto non sono frammenti di poesia interpolati alla narrazione, ma sono la prosa poetica di Ruffilli che mantiene la stessa struttura prosodica e ritmica delle poesie, la stessa cadenza accentuativa nei singoli elementi della frase. È bastato scindere la prosa con la barretta che suddivide i versi in una scrittura continua per ottenere i versi tipici dell’Autore, che si tratti de La gioia e il lutto o de Le stanze del cielo.
    Raffinatissimo nelle scelte lessicali, lo stile di Ruffilli è musicale nel ritmo, come egli stesso sostiene a proposito della poesia quando afferma che essa è uno “spartito musicale”, poiché obbedisce a ben determinati canoni nel ritmo, nella melodia e nell’armonia, elementi costitutivi di una composizione musicale. Ottenere ciò in poesia è già difficile, ma ottenerlo nella narrativa lo è oltremodo, a maggior ragione in una struttura “chiusa” come quella scelta da Ruffilli per questo libro. Si deve essere stringati il più possibile, pur scrivendo tutto ciò che è necessario ad approfondire caratteri e situazioni; si deve limare di continuo, tagliare ogni parola superflua per rientrare negli otto capitoletti di 25/30 righe ciascuno per ogni racconto.
    Il risultato è la perfezione, cui segue la certezza che il libro è un poema in prosa.
    I personaggi possono essere definiti con una riflessione unica per tutti, benché le situazioni dei racconti siano venti. Non hanno nome perché esistono solo in funzione della storia di cui sono protagonisti. Potremmo essere noi stessi, oppure uno solo di noi in tante situazioni diverse, ma al tempo stesso eguali nel motivo di fondo. Le venti storie appaiono come variazioni su uno stesso tema: il senso di fallimento, la noia, l’insoddisfazione della propria esistenza che fa anelare a un’altra vita, alla vera Vita, a un altro amore, al vero Amore.
    L’amore, infatti, è la ragione della vita stessa, la illumina, le dà un senso, fa sentire vivi e desiderati, amati. Le venti variazioni sul tema dell’amore presentano donne non ricambiate nel loro sentimento totalizzante, donne fragili perché troppo ferite nell’animo, donne pronte a cogliere al volo l’occasione per uscire dal carcere della noia che è la loro vita, donne deluse dalla monotonia di una vita coniugale senza amore. Altrettanto per i personaggi maschili.
    È esemplare, anche per la finezza di Paolo Ruffilli nel trattare l’argomento amore/erotismo solo con lievi allusioni, il finale del racconto Concerto per pianoforte. Dopo le scene e i dialoghi a teatro o per le strade innevate in cui sembra echeggiare la musica di Mozart, la vicenda si conclude sulla soglia di una camera d’albergo. Scrive, infatti, l’Autore: «E mentre si chiudevano alle spalle la porta della stanza, sentivano entrambi che stavano sfuggendo ai doveri quotidiani della vita, per vivere alla fine la loro vera storia che era rimasta in sospeso per trent’anni». Un’altra vita.
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    Paolo Ruffilli, Un’altra vita, Fazi Editore, Roma 2010. pp. 206. € 18.50
    In copertina “Road to Nowhere” (1996) di Jack Veltriano
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    Giorgina Busca Gernetti
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    Paolo Ruffilli, “L’isola e il sogno”
    Un sogno per il lettore che ama il mare e l’isola felice
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    “Tutto è rigorosamente autentico, tutto è rigorosamente immaginato”.
    Con quest’ossimorica affermazione nella nota editoriale, stilata dall’autore stesso, si conclude il recente libro in prosa di Paolo Ruffilli L’isola e il sogno (Fazi, Roma, marzo 2011). Un’opera davvero singolare che non può essere definita un vero e proprio romanzo storico, pur essendolo in buona parte, né una biografia del grande personaggio Ippolito Nievo, cui l’autore ha dedicato molti anni di studi rigorosi culminati nella cura per l’edizione del suo magnifico romanzo Confessioni di un Italiano (Garzanti, Milano 1984) e nella Vita di Ippolito Nievo (Camunia, Milano 1991). Non è nemmeno un saggio sulla Spedizione dei Mille e sulle successive polemiche circa l’amministrazione dei Garibaldini in Sicilia, che culminarono con il viaggio di Ippolito Nievo verso l’isola e il tragico naufragio del vapore Ercole, in cui egli perse la vita il 4 marzo 1861, pur essendo in gran parte impostato su questa complessa e oscura vicenda. Il romanzo di Ruffilli, dunque, non si affianca ai numerosi saggi pubblicati proprio nel 2011 per i 150 anni sia dell’Unità d’Italia, sia dell’Impresa dei Mille e dei suoi sviluppi e risvolti ora gloriosi e osannati, ora discutibili e discussi, senza dubbio oscuri e finiti tragicamente.
    Sulla copertina gialla spicca Ippolito Nievo in uniforme da ufficiale garibaldino.
    Il titolo sgombra ogni ultimo dubbio. L’isola e il sogno: la Sicilia, ammirata e amata sia da Ippolito Nievo sia da Paolo Ruffilli (e da chi scrive); il sogno, forse meglio i sogni e le illusioni che sono l’essenza, il nutrimento e il sostegno della vita autentica.
    Il sogno deluso di pubblicare il suo bel romanzo, rifiutato dall’editore e uscito postumo.
    Il sogno d’amore, di felicità piena con la donna amata, ma quale tra le due e come? L’una amata petrarchescamente, l’angelica ed eterea Bice Melzi d’Eril, sposa di suo cugino perciò degna di un amore esclusivamente platonico per loro stessa scelta. L’altra amata con passione erotica irrefrenabile, ma senza quel senso di colpa che lo angosciava dopo gli altri rapporti relativi alla “fisiologia”, come li definiva lui stesso: l’orientale Palmira lussureggiante di bellezza come Palermo, teatro della loro relazione.
    Il sogno coincidente con la Sicilia, l’isola felice, l’isola magica che affascinò, oltre che una lunga teoria di artisti, poeti e musicisti, anche Alessandro Dumas padre, alle cui Impressions de Voyage Ruffilli deve molto, come ammette nella nota editoriale. La bella Sicilia e la fastosa Palermo dalle innumerevoli chiese tra cui, oltre allo splendore del Duomo di Monreale nelle vicinanze, spicca nel centro la polimorfa Cattedrale che custodisce le tombe imperiali e reali, in cui riposano in arche di porfido Federico II e suo padre Enrico VI di Svevia imperatori, Costanza d’Altavilla, sua madre, e Costanza d’Aragona sua sposa. Il sogno di Palermo dai palazzi patrizi stupendi e dall’esotica Palazzina Cinese immersa nel lussureggiante Parco della Favorita, frequentatissima meta di passeggiate in carrozza.
    Il sogno, forse, come lo descrive Paolo Ruffilli facendolo pensare al suo Ippolito: “Se si potessero schiacciare lo spazio e il tempo… Essere già in quell’altrove del sogno dove chiunque vorrebbe subito arrivare, sperando che in sua assenza la vita intanto non sia andata avanti… ”. (p. 31)
    Composto di tre vasti capitoli (“In mare, sulla nave in rotta verso l’isola”, “Tra le braccia della città felice”, “Di nuovo in mare, verso l’ignoto”), quasi fosse un poema sinfonico ordito sui due temi del mare e della splendida isola ingemmata dalla città di Palermo, quest’opera è la narrazione dell’ultimo viaggio compiuto da Ippolito Nievo da Napoli a Palermo e, dopo qualche mese in cui compì presso l’Intendenza di Palermo la missione speciale affidatagli dal suo superiore Giovanni Acerbi, di nuovo da Palermo a Napoli, con frequentissime analessi in cui la memoria lo riconduce fino all’infanzia, all’adolescenza, agli studi, alla passione per la scrittura, al proposito di pubblicare il suo romanzo, ai primi amori durati ‘lo spazio d’un mattino’, al grande amore irrealizzabile, alle amicizie che durano una vita, al tenace rapporto con la madre, alla vicenda bellica in Sicilia e alle gravi responsabilità del suo grado militare.
    È, dunque, un tipo di racconto che può essere definito senza alcun dubbio Bildungsroman, romanzo di formazione, romanzo di educazione sentimentale in cui è rappresentata, con quell’acuta analisi psicologica in cui Paolo Ruffilli è maestro, l’evoluzione interiore del personaggio “eroe” in rapporto agli altri personaggi e agli eventi esterni. All’autore interessano i pensieri, le emozioni e i sentimenti più dei fatti. Talora il suo romanzo pare che integri le omissioni della storia ufficiale senza mai allontanarsi dal vero, poiché le “integrazioni” poggiano tutte su documentazioni serie; piuttosto, l’autore opera quello che manzonianamente si potrebbe definire “riempimento psicologico dei fatti” e, con una tecnica propria della composizione musicale, in contrappunto alle riflessioni, memorie, fantasticherie del personaggio e alla narrazione degli eventi, inserisce ampi squarci di descrizioni paesaggistiche, soprattutto marine, che per la loro bellezza nell’invenzione e nella forma letteraria accuratissima potrebbero da sole costituire un’opera autonoma.
    Un romanzo di viaggi per mare, forse? Omero dell’Odissea e Melville i suoi maestri?
    Il paesaggismo di questo romanzo, che spazia nei luoghi in cui si svolse l’odissea tragica del protagonista, non offre solo un correlativo interiore, una trasfigurazione degli stati d’animo d’Ippolito, ma anche uno sfondo su cui si stagliano figure, eventi, tracce di felicità e delusioni proprie del suo passato forse troppo rapidamente e superficialmente vissuto, com’è tipico dei giovani, su cui l’io non aveva mai riflettuto a fondo. Ora, invece, Ippolito s’interroga spesso sui paesaggi, come si nota fin dalla prima pagina: “Perché mai gli piaceva vegliare le ore cristalline dell’alba?”. Forse anche per questa sua predilezione gli incontri amorosi con la sensuale Palmira avvenivano, per richiesta di lei, di primo mattino, quando il giorno è ancora puro ed emana un’aura d’innocenza pari al chiarore del cielo.
    L’incipit del romanzo, anzi, del primo capitolo dal titolo All’alba del 19 febbraio 1861, lo dimostra con chiarezza, mentre egli sta appoggiato al parapetto del vapore lucido di copale.
    “La spessa foschia allargava in cielo un biancore diffuso di lana qua e là sfilacciata. E a un tratto il velo si era sfilato, tirato su dalla scena al soffio dell’aria.
    In lontananza, le ville isolate attorniate da ulivi e vigneti e i palazzi all’ombra di folti palmizi. Palermo, ai bordi del golfo, si stagliava contro il cielo violaceo sdraiata nel suo pigro abbandono. Il monte Pellegrino con le sue groppe irte, a nord, e la bassa catena di Bagheria, dall’altra parte. Ripari naturali dal vento di tramontana e di scirocco. Sembrava appoggiata sulla riva del mare, nella verde cintura di mirti e di agrumeti. A ragione, nei miti, se la figuravano i greci trionfante sul trono come Afrodite. (…) Le tinte ambrate, il pallido verde, i granulosi grigi sbiaditi del risorgente mattino.”
    Ecco l’alba dell’approdo in Sicilia, l’isola del sogno! Ecco Palermo, lussuosa nei palazzi patrizi e lussuriosa nelle notti senza fine, sfarzosa nelle vesti delle dame che si contendevano il giovane e brillante ufficiale, decadente e semidiroccata nei quartieri poveri. Palermo vivace e instancabile nei ricevimenti, nei pranzi luculliani, nei balli e nei teatri; indolente se… spirava l’umido scirocco (ben se ne accorse l’attivo Ippolito quando dovette farsi stilare le copie dei documenti comprovanti l’onesta amministrazione garibaldina, scopo del suo viaggio verso l’Intendenza di Palermo!). Ecco quella città magica in cui si manifestò pienamente la duplicità di Ippolito: ufficiale valoroso e indomabile anche tra corpi martoriati e pozze di sangue durante l’Impresa dei Mille; gentiluomo ricercato nei salotti più nobili e raffinati, soprattutto da chi ne sapeva riconoscere, sotto il bell’aspetto e l’eleganza nel portamento, la profonda cultura e la vivacità d’ingegno nei dialoghi durante le lunghe serate ormai tiepide. Severissimo Intendente con gli indolenti impiegati dell’Intendenza di Palermo ammalati per… lo scirocco; amante dolcissimo e “cortese” con la sensuale e profumata Palmira che nulla pretendeva per sé e tutto offriva all’amato con delicata raffinatezza orientale.
    Se tutto ciò, nell’analessi o nella realtà presente, avviene nelle prime due parti del romanzo, nella terza Ippolito/Ulisse affronta di nuovo il mare da Palermo verso Napoli con quelle “carte” radunate con acribia e non senza fatica, scottanti agli occhi di qualche politico.
    La navigazione sul vapore Ercole, che scricchiolava sempre più all’urto delle ondate, benché fosse stato appena revisionato, secondo il Comandante, è descritta in modo magistrale.
    Le tempeste omeriche sono senz’altro al vertice della poesia ispirata dal mare. La tempesta descritta da Paolo Ruffilli e il naufragio del vapore, che trascinò con sé sul fondo del Tirreno Ippolito Nievo, tante altre vite, i loro sogni, il ricordo delle persone amate e ora perdute per sempre, così come gli amici e i luoghi più cari, e le “carte scottanti” motivo del suo viaggio, sono un capolavoro che dimostra una volta di più il valore letterario, musicale e poetico dell’Autore: le sue scelte lessicali mirano alla musicalità del dettato e la sua prosa è armoniosamente poetica soprattutto negli squarci paesaggistici, vere e proprie poesie.
    “Ma all’improvviso gli era tornata in mente la leggenda del patto stretto con gli uomini dal mare: a chiunque avesse percorso le distese del suo regno, in caso di pericolo estremo, si concedeva per una volta la salvezza, ma non più di una.” (p. 177)
    “Aveva fatto pure lui esperienza della morte in acqua ed era stata una scoperta sorprendente. Avendo immaginato che affogare fosse un modo atroce di essere strappato dalle braccia della vita che cercava a forza di tenerti stretto. Per convincersi nei fatti del contrario. Accaduto quattro anni prima a Grado… Un mulinello l’aveva preso e trascinato sotto… E si era lasciato andare ai flutti, senza più opporre resistenza al mare… Lo aveva poi invaso la pace di una beatitudine profonda…”. (pp. 40-41)
    Il mare, così, ottenne il suo pegno. Ippolito aveva già corso anni prima il pericolo estremo nell’acqua profonda; aveva già sperimentata la generosità del dio marino e la salvezza. Era destino che la sua vita si spegnesse a soli trent’anni tra i marosi e nelle profondità del Tirreno. Mentre affondava insieme ai relitti, le immagini dei volti amati, i sentimenti, le sensazioni svanivano a poco a poco ed egli si abbandonava come se entrasse in un sogno infinito.
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    Paolo Ruffilli, L’isola e il sogno, Fazi Editore, Roma 2011, pp. 198, € 17.50
    Recensione a cura di Giorgina Busca Gernetti

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    PAOLO RUFFILLI, AFFARI DI CUORE
    AMORE, EROTISMO E FURORE
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    L’amore è presente con maggiore o minore preponderanza in tutti i libri di poesia pubblicati da Paolo Ruffillo, tranne La gioia e il lutto (2001), sulla passione e morte di un malato di aids, e Le stanze del cielo (2008), sulla vita “non vita” di un carcerato e di un tossicodipendente: una forte-dolente poesia civile e sociale, persino di denuncia, in entrambe le opere. Trionfa poi l’amore nella raccolta di racconti Un’altra vita (2010) ed è un tema fondamentale nel recente romanzo L’isola e il sogno (2011), quasi a dimostrare che il sentimento capace di vincere tutto (Amor omnia vincit) ha sottomesso anche la penna del poliedrico scrittore in prosa e in versi Paolo Ruffilli.
    L’opera Affari di cuore (Einaudi, Torino 2011), ben strutturata in quattro parti di ‘sapore’ diverso (Per amore, Canzonette della passione amara, Guerre di posizione, Al mercato dell’amor perduto), si apre con un esergo di Hermann Hesse, da Il lupo della steppa, e da tre epigrafi nella pagina successiva, rispettivamente di Lao Tzù, Ludwig Wittgenstein e Marianne Moore.
    C’è una ragione per quella che a torto potrebbe apparire una sovrabbondanza di premesse: in tutti i passi sono presenti i motivi essenziali di questa poesia erotica ben diversa dalle poesie d’amore presenti in Piccola colazione (Garzanti 1987) e in Diario di Normandia (Amadeus 1990). Se ventiquattro anni fa il poeta cantava il suo amore giovanile che tendeva all’assoluto, all’eterno, com’è proprio dei giovani (“Staremo sempre insieme”; “Dai metti la tua / nella mia mano”, in Piccola colazione); se vent’anni fa esprimeva l’amore con una vena di pessimismo o di consapevolezza della sorte umana, in cui tutto ha un limite e una fine (“Dove si arresta il passo / e il gesto muore, / e avanti corre / solo il tuo pensiero, /qui non avrai di me certezza / né delusione”, in Diario di Normandia), ora, invece, ancora giovane ma certamente più maturo e disincantato, Paolo Ruffilli esprime con crudo realismo ma infinita eleganza, come prova della sua maturità non solo di vita ma anche artistica, l’amore carnale in tutta la sua fenomenologia e varietà, nei modi e nei giorni, nel tipo e nel numero di donne amate/possedute. È amore? Sono “affari di cuore”!
    Il motivo essenziale di questa poesia amorosa, insito nell’esergo di Herman Hesse, consiste nelle efficaci parole: “Mi comparivano davanti le figure delle donne che avevo amato, desiderato e cantato, delle quali però soltanto poche avevo raggiunto e cercato di fare mie. Quelle visioni, con o senza nome, ritornavano tutte. E io capivo, dopo averlo dimenticato nella mia lunga miseria, che erano il vero possesso e valore della mia vita, che si erano conservate incorruttibili, che erano avvenimenti diventati astri del firmamento che io potevo scordare ma non cancellare, e la cui serie rappresentava la leggenda della mia vita, il valore indistruttibile della mia esistenza.”.
    Paolo Ruffilli non è, dunque, un seduttore impenitente che enumera e descrive con dovizia di particolari le sue conquiste nel corso dei giorni e se ne compiace, ma è un uomo “vivace” che ha intensamente vissuto e comprende il valore imperituro di quel possesso: non solo un corpo femminile dopo l’altro, ma anche e soprattutto il possesso di un significato profondo e direi quasi mitico della sua vita, che si può “scordare ma non cancellare”, come afferma Hesse; la scoperta e il consapevole possesso del “valore indistruttibile della mia esistenza”.
    “Che conta conoscere il mondo se non lo ami” (Lao Tzù); “La verità non è nelle cose ma nel linguaggio” (Ludwig Wittgenstein) e soprattutto “Non c’è poesia d’amore senza crudeltà” (Marianne Moore). In queste epigrafi è insito il valore etico e formale della poesia secondo Ruffilli; l’ultima in particolare vale per Affari di cuore, ove gli amplessi “corpo a corpo” sul letto “campo di battaglia” sono un intreccio di passione irrefrenabile e violenta repulsa, di piacere e dolore desiderati e voluti da entrambi.
    Si differenzia un poco da questa poesia di violenza erotica la quarta sezione, Il mercato dell’amor perduto, che già nel titolo suggerisce quasi un placarsi degli ‘eroici furori’ per lasciar posto a una vena pensosa e a una pacata riflessione sull’amore, talora deludente o deluso, ma sempre potente e vincitore sull’animo umano.
    La lirica Perché l’amore lo dimostra con una levità espressiva che conferma una volta ancora il valore poetico di Ruffilli: “L’innamorato / è coraggioso: / esce allo scoperto / in pieno giorno, / rinuncia alle difese / e si fa scudo / solo dell’impulso / che sente / e che lo spinge. / Perché l’amore / è potente / proprio mentre / appare incerto, / riempie il vuoto / che ci avvolge, / rompe il muro / indifferente / e vince sempre / senza conquistare. / Scopre l’angelo / mentre rinfoca / l’anima animale.”.
    In questa e in altre poesie della stessa sezione l’erotismo pare acquietarsi mentre compare e si rafforza il pensiero d’amore; non più guerra di corpi ma sentimento: “Il legame / si intreccia / in un momento, / è un segno / che si incide / e resta addosso, / che prende / autonomo possesso / dentro il cuore / alla sola / sua maniera, / e non importa / che duri un’ora / o la vita intera.” (in Legame).
    Se si torna, però, al complesso dell’opera, la voce poetica che esprime questa violenta e crudele “guerra” tra amanti, a parte qualche tenerezza dell’ultima sezione sopra indicata, è un fluente magma di arditezze nelle immagini e d’eleganza espressiva che, nell’evidentissimo contrasto, risulta del tutto originale sia in sé, sia nel percorso poetico dell’Autore.
    Originale è, inoltre, la struttura delle poesie in forma di “canzonetta”, come nel Metastasio o nelle “arie” del grande librettista settecentesco Da Ponte. I versi brevi molto cadenzati, come di consueto in Ruffilli, e spesso sincopati creano una particolare musicalità che non si fonda sulla metrica tradizionale, che pretenderebbe in questa forma poetica i settenari, oppure i quinari, i quaternari o versi più lunghi, purché tutti della stessa misura, ma che ottiene egualmente effetti artistici d’indubbio valore per la sonorità moderna, anzi, prettamente contemporanea. A questo proposito è evidente il contrasto fra la materia “infuocata” fatta di “roventi” amplessi e la forma poetico-musicale tipica di situazioni molto diverse, talora pacatamente felici, talora dolcemente languide o flebilmente dolorose. In breve, Affari di cuore è un insieme di contrasti nel rapporto tra gli amanti e nell’arte poetica di Paolo Ruffilli.
    Sulla copertina bianca di Einaudi spicca la prima parte di una poesia che piace riportare come esempio della natura propria di questo libro:

    Il letto per l’amore
    è un campo di battaglia
    del mistero:
    vi dura la pace
    nella guerra e nel conflitto,
    più si è morti
    più si vive meglio
    da risorti
    e, colpendo,
    ognuno
    vuole essere trafitto.

    Paolo Ruffilli, Affari di cuore, Einaudi, Torino 2011, pp. 140, € 12.00
    Recensione a cura di Giorgina Busca Gernetti
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    Recensioni quasi tutte pubblicate nella rivista “In Limine” delle Università di Roma.
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    (purtroppo tutti i corsivi sono spariti)
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    Seguiranno le mie parole su “Natura morta” e, forse, su “Variazioni sul tema”.A Paolo Ruffilli ho già detto del mio silenzio per scaramanzia.
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    Giorgina Busca Gernetti

  4. Paolo Ruffilli, “Natura morta”
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    «Emerge su dal fondo / esonda la parola / a rompere il silenzio /e pronunciare al mondo / ciò che aspetta / ancora nell’assenza, / ciò che fluttua / nell’andare più indistinto / ancora lì senza / la forma né i contorni / e che di colpo cessa / di essere in procinto / e si fa vivo da incolore, / si assume e circoscrive / come contenuto / del suo contenitore / dentro il reticolo del nome.»
    Questa poesia, posta sulla copertina del bel libro di Paolo Ruffilli, accoglie il lettore con un dono di versi in cui la parola, essenza e strumento della poesia, è osservata nella sua apparizione quando emerge dal fondo, quasi novella “anadiomene”, infrange il silenzio e pronuncia al mondo ciò che è ancora indistinto, informe, in attesa di vita e del nome. Molto è già chiaro di ciò che sarà detto nel libro.
    Il volume è scandito nelle sezioni “Preliminari”, “Interrogativi”, “Natura morta”, “Piccolo inventario delle cose notevoli” e termina con l’articolato ed esaustivo saggio “Appunti per un’ipotesi di poetica”.
    Il titolo “Natura morta” potrebbe trarre in inganno il lettore se il suo pensiero lo portasse a un bel dipinto di Caravaggio o di pittori più recenti, autori appunto di “nature morte”.
    Il significato invece è filosofico, nel senso di “natura immobile”, con un evidente ossimoro perché la natura di per sé è vita, movimento, trasformazione, mentre l’immobilità appare chiaramente il suo contrario, direi quasi l’immobilità della morte.
    Quanta morte è necessaria perché ci sia la vita! La morte è la condizione indispensabile della vita stessa, poiché non può nascere nulla se non è morta qualche cosa.
    Tito Lucrezio Caro nel suo splendido poema filosofico “De rerum natura”, cui certamente Paolo Ruffilli si è ispirato per il suo “poema” filosofico, ha scritto: «Principium cuius hinc nobis exordia sumet, / nullam rem e nihilo gigni divinitus umquam.». («Il suo fondamento prenderà per noi l’inizio da questo, che nulla mai si genera dal nulla per volere divino.»), (De rerum natura I, 149-150). In altri passi del poema Lucrezio sostiene: «Nihil ex nihilo, nihil in nihilum».
    E Paolo Ruffilli, in questa sua opera certamente filosofica in cui riflette sulle cose, sul pieno e sul vuoto, sul buio e sulla luce, sull’esistenza dell’uomo, sulla vita e sulla morte, sull’ossimoro tragico che è la natura, compone con il suo inconfondibile linguaggio colloquiale, dal forte ritmo e dalla musicalità originalissima, scandito in versi molto brevi, questa splendida gemma poetica con cui termino la mia brevissima nota di lettura.

    «Ma la natura morta / non è senza vita: // tutto si trasforma / senza cessare di essere //
    in una rotazione / mai finita // e niente può restare / in uno stesso stato //per il processo / del cammino continuato. // Ognuno nasce / per tornare alle radici //e incontrare lì /il suo destino //che è quello di durare / anche nell’assenza // per la permanenza / del principio.»
    *
    Paolo Ruffilli, “Natura morta”, Nino Aragno Editore, Torino 2012, pp. 124, € 10,00
    Nota di Giorgina Busca Gernetti
    *
    Seguirà qualche parola sulle poesie di Paolo Ruffilli da “Variazioni sul tema” proposte in questo blog.

  5. Paolo Ruffilli, “Variazioni sul tema”
    .
    Subito dopo “Natura morta” (2013), di cui si è detto prima, Paolo Ruffilli pubblica un nuovo eccellente libro di poesie dal titolo significativo “Variazioni sul tema”.
    La terminologia appartiene alla musica; ma del resto Ruffilli ha sempre sostenuto che la poesia è uno “spartito musicale” ed ha attuato questo principio nei suoi versi brevi, spesso non oltre il settenario, con una struttura prosodica e ritmica, una rilevata cadenza accentuativa nei singoli elementi del verso (nelle poesie) o della frase (nei romanzi e racconti) che costituiscono la peculiarità del suo “parlato poetico”, della “prosa poetica”, della “poesia” quasi fosse un dialogo con il lettore: costituiscono cioè il suo stile inconfondibile.
    Fingo per scaramanzia di non aver letto questo libro, già salito agli onori della “Terna” nel “Premio Viareggio” 2014, e mi limito a esprimere qualche osservazione, qualche pensiero, come spesso mi diceva Paolo, sulle poesie pubblicate in questo blog “L’Ombra della Parola”.
    .
    «È la cancellazione
    progressiva delle
    presenze care o note,
    il conto che comincia
    a non tornare. Il
    margine sempre più
    sottile, man mano
    che si fanno falle
    e vuoti tra le file.»

    È in un momento come questo che s’incomincia a meditare sul passato ormai affievolito e quasi stinto come una vecchia fotografia. Si contano con mestizia quelli che non ci sono più e si cerca di far rivivere nella memoria l’immagine delle persone care che hanno lasciato nell’animo una traccia indelebile.
    Quasi si sfogliasse un album di fotografie, si vedono riapparire personaggi cari, fissati da bambini nella tipica fotografia sul cavallino di legno, l’elmo a punta di carta in testa e la sciabola in mano, il viso sorridente nel lontano 8 maggio 1908. È suo padre o mio padre, poiché anch’io possiedo una fotografia simile?
    Stupendi nelle poesie successive il nonno aitante dalla vita complicata («la colpa dell’immenso / disordine del mondo») e la nonna sempre troppo debole, con i suoi sogni d’infinito irrealizzati.
    Affascina soprattutto la madre in una bella lirica/fotografia: «Ride mia madre / rovesciando il viso, / e muove appena / i capelli ondulati / indietro sulla schiena.», mentre in un’altra lirica è fissata in un magnifico ritratto.

    «Mia madre
    mentre getta
    indietro la testa
    sulla camicetta
    di seta, sorridente.
    in un cappello
    nero. L’abito
    leggero, fantasia.
    Con una mano
    stretta sulla gola.
    Piena di vita,
    ardente.»
    *
    Paolo Ruffilli, “Variazioni sul tema”, Nino Aragno Editore, Torino 2014, pagg. 123.
    .
    Nota di Giorgina Busca Gernetti

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