SETTE POESIE di Petr Král da “Tutto sul crepuscolo” Mimesis, 2014 – traduzione di Antonio Parente con un commento di Giorgio Linguaglossa

petr kral prague foto di joseph-koudelka

petr kral prague foto di joseph-koudelka

 

petr kral

petr kral

Petr Král “Tutto sul crepuscolo” Mimesis Hebenon, 2014  pp. 76, € 9 – traduzione di Antonio Parente

Francesca Tuscano che firma la prefazione del libro, cita Roberto Bertoldo a proposito del suo concetto di «surrazionalismo»: «La poesia resta una creazione oltre la ragione e la realtà, però passa nel corpo dell’autore, attraverso di esse. La ragione che va oltre la ragione assume in sé quegli “integratori emotivi” che la qualificano. Il surrazionalismo è questa ragione che ‘risolve’ la contraddizione nell’emozione» (R.B. Nullismo e letteratura p. 251 Mimesis).

«Nella nota introduttiva, Král afferma che “di sicuro la mia poesia è necessariamente un po’ lontana dalla tradizione poetica italiana […] laddove nella poesia italiana direi che prevale la fluidità del canto, i miei sguardi alla realtà, spesso piuttosto perfidamente obliqui possono anche suscitare un minimo di disturbo”».

petr kral Tutto_sul_crepuscolo È indubbio che la poesia di Král, da quanto risulta dalla traduzione del bravo Antonio Parente, suoni un po’ ostica all’orecchio della tradizione poetica italiana così incardinata nel discorso diretto e nella sua fedeltà al referente, inteso come qualcosa di oggettivo e di insindacabile e non come una icona che deve essere aggirata, incontrata in tralice, evitata semmai o circumnavigata. Insomma, ciò che dal punto di vista della tradizione italiana è lo sguardo frontale, troppo detto, nella poesia di Král, invece, risulta obliquo, in tralice, frutto di uno sguardo distratto. Si tratta di due modi di concepire la visione ottica di un oggetto. Nella poesia dell’autore ceco invece è proprio l’angolo visuale dal quale si osservano le cose che è “spostato” rispetto all’angolo visuale a cui siamo abituati nella tradizione poetica italiana, spostato in quanto ogni tradizione elegge un proprio punto di vista piuttosto che un altro. Si tratta di un fatto quasi inconsapevole per chi fa e legge poesia in italiano che lo lega e lo determina ad un modo di fare poesia all’interno della tradizione italiana che potremmo definire «frontale». La poesia di un Montale e di un Sanguineti da questo punto di vista non differiscono affatto, entrambe stanno davanti all’autore e al lettore in modo frontale, diretto; ne consegue che lo sviluppo metrico e sintattico non può non seguire questa impostazione di fondo. Nella tradizione poetica italiana del novecento, non c’è una indirezione sintattica, non c’è uno sviluppo prospettico o scopico del punto di vista dell’agente poetico. Direi invece che nel poeta ceco questo “spostamento” del punto di osservazione  determina anche uno spostamento-slogamento sia dell’ordine logico-sintattico che dell’ordine musicale, ovvero, del pentagramma tonale e fonosimbolico. Da questo nucleo problematico ne deriva un nodo che non può essere sciolto dal traduttore (comunque sempre attento a trasportare nell’ordine logico-sintattico dell’italiano quanto vi può essere traslocato). Direi che l’utilità della lettura di questo poeta ceco sta proprio qui, nella sua capacità di mostrare al lettore italiano un diverso modo di considerare gli oggetti e le relazioni che ci legano al mondo degli oggetti, giacché sono gli oggetti ad essere determinati dal mondo e non viceversa, come crede il senso comune.

(Giorgio Linguaglossa)

Petr Král, con Jana Bokova

Petr Král, con Jana Bokova

 Petr Král (1942) è uno scrittore e poeta ceco, è un classico vivente della letteratura ceca. Poeta, saggista e traduttore studia drammaturgia all’Accademia cinematografica FAMU di Praga e nel 1968, dopo l’invasione russa, emigra a Parigi. Nel 1986 riceve il premio Claude Sernet per la raccolta di poesie Pour une Europe bleue (Per un’Europa blu, 1985). Tra le numerose sue raccolte possiamo ricordare Dritto al grigio (Právo na šedivou, 1991), Continente rinnovato (Staronový kontinent, 1997), Per l’angelo (Pro Anděla, 2000) e Accogliere il lunedì (Přivítat pondělí, 2013). È anche autore di prosa e curatore di varie antologie di poesia ceca e francese e nel 2002 ha curato e tradotto per Gallimard Anthologie de la poésie tcheque contemporaine 1945-2002 (2002). Importante è anche la sua attività di critico letterario, cinematografico e d’arte; è autore di saggi e articoli sul cinema, contributore alla famosa rivista Positif ed ha pubblicato due volumi sulle comiche mute.

Petr Kral

Petr Kral

Caduta

E in ogni bottiglia vuota
c’è ancora una goccia. Col tuo pettine e il sapone

dalla valigia rovesciata cadono anche le spille nere
della forcina, che vedi per la prima volta. Da quale tasca persino segreta

dl cosmo deserto – L’esile forcina non toglie
o aggiunge nulla, appena un trattino di ferro tra il giorno e la notte,

tra la pelle morbida e la pelliccia minacciosa
del mondo. Senza di essa però qui manca

una virgola per la redenzione. Pace con lei e con te.
Tu e la forcina nella stessa giornata vuota

(Per l’angelo, 2000)

primavera di Praga, 1968

primavera di Praga, 1968

Evo moderno

ad Yves

Gli eroi sono andati via;
al loro posto infila il corridoio
soltanto il sospiro di spettri di flanella,
nel cassetto a ricordo dell’antica gloria del corpo
soltanto un ciuffo di peli dimenticato.

Niente allori, maschere dorate di collera o benevolenze divine:
solo un busto stinto senza faccia all’angolo della mensola,
scarabocchiato rapidamente dal gesso della paura.

La breccia del fulmine passa senza fretta
per la grigia pietra del cielo.

I lampioni sono comunque tornati all’imbrunire,
per continuare a vegliare le stoffe nel silenzio dei negozi.

(La vacuità del mondo, 1981)

Ian Palach si dà fuoco Primavera di Praga

Ian Palach si dà fuoco Primavera di Praga

praga ponte carlo

praga ponte carlo

Paese di naufragi

Siamo qui entrambi, ma allo scorcio; per metà in ciò che c’è qui,
per metà in ciò che manca,
senza pressione: condividiamo un dormiveglia, la completezza
del vuoto incagliato tra i rami sulle nostre teste,
la gloria, che ci evita con discrezione,
finché non si riversa, intera e senza macchia,
anche attraverso l’orizzonte dei corpi.

Ancora all’ombra della costruzione orfana cadiamo soltanto a lungo
verso il bordo delle nostre convinzioni, ai piedi del silenzio
fiammeggiante dall’alto nello sguardo opposto, nel volto nudo
colto dal crepuscolo serale
nell’imbarazzo dell’incompletezza.
A tratti un libro riposto o un pettine si freddano nella polvere.
Sull’erba del terrapieno bruciato, sulla sella della collinetta vicina
il vuoto intanto si accresce – di cicatrice in cicatrice –
nella nuova casa chiara.

(Vita privata)

casinò a Praga foto pubblicitaria

casinò a Praga foto pubblicitaria

Caduta in giugno

Del giorno restano brandelli
Nulla se non cenere
L’odore di benzina sussurra basso di bruciature lontane
I segnali degli uccelli già pieni della notte
sfregano nel rivolo

I lampadari vanno accendendo nelle finestre le nostre visioni nascoste
I testimoni si disperdono per le stradine Qua e là la massa bianca
della luna o della schiena
si accinge ad illuminare nel grigiore orfano

I lampi scivolano nell’oblio vellutato Tiriamo fuori con un sorriso
subdolo i coltelli e le forchette
Il naufragio dell’uccello La bancarotta del lampadario
La crepa della schiena impigliata nella polvere dei ficus

La mano terrorizzata nella cenere del corpo
Le gonne nel mormorio al limite del crepuscolo sfiorano
le ortiche
Le fresche bellezze sul balcone splendente erette sotto una sottile
pioggia di fuliggine
pazientemente aspettano che le vengano a prendere

(Lampi radenti, 1981)

Praga

Praga

Tutto sul crepuscolo

a Jiří Kolář
l

Il giorno va spegnendosi malinconico sul duomo lontano,
i motociclisti con un unico movimento s’incurvano sotto gli alberi
verso la notte, ricotti dall’antica fiaccola –
e la prima stella è una lacrima, diamante grippato
nel velluto azzurro dell’attimo e del suo rovescio, della tomba
interiore e del silenzio sui dispersi,
che ancora indugia sul bosco bruciato.

2

Il giorno va spegnendosi sul duomo lontano,
i motociclisti con un unico movimento s’incurvano verso la notte,
la prima stella è una lacrima.
Sul duomo in lontananza, dolce, malinconica,
con un unico movimento s’incurva sotto gli alberi come verso
il fondo della grotta,
lacrima amara ma ossessiva nel velluto azzurro dell’attimo
e del suo rovescio.
Il giorno si spegne, va spegnendosi sulla cupola lontana, come se
l’ora più luminosa
avesse lontana all’orizzonte, sul fondo rosato della gola un sapore
dolce, la visione della Roma mancante,
che la malinconica estende dietro se stessa.
Con un’unica incurvatura sotto gli alberi del boulevard, con un
unico nitrito animalesco,
che sale dalla sella oscurante; come rovinano qui su di noi,
ricotti dall’antica fiaccola,
ci uniscono nonostante l’estraneità delle sue macchine solo con
la grotta familiare della notte
sul fondo di noi stessi. La prima stella è una lacrima, diamante
grippato
nel velluto azzurro dell’attimo e del suo rovescio, tomba interiore a
silenzio dei dispersi
che indugia sul bosco bruciato. Sotto gli alberi nell’esilio del
boulevard la notte che va spandendosi non è
più di un sollievo temporaneo dall’abbraccio dell’ombra meridiana.

(Lampi radenti)

primavera di Praga, 1968

primavera di Praga, 1968

Avanguardia

ai Rubeš

Il leggero trotterellare di uno scroscio di pioggia solo a volte portò
sollievo al bosco,
finché quello riaprì le sale al sole e nel suo fulgore
dietro di noi s’impietrì glorioso, trattenne il suo respiro pastello
in ogni albero e siepe, grigiastro, rosato, vellutatamente ingiallito,
finché ci guidò con lo sguardo l’intera
massa iridescente, la folla leggermente serrata.
Di nuovo ci veniva chiesto
solo un lontano stupore, le gesta di testimoni, coi quali come su un
antico dipinto
per un attimo ci ritirammo sorpresi a margine del percorso
davanti al tronco di un albero rovesciato, sepolta metropoli spiantata
con la terra tra le radici;
null’altro che immemorabile pesantezza e sopra qua e là già
l’ignota leggerezza
della luce che sale attraverso la verde spuma, la lieve punteggiatura
delle foglie nuove –
Camminavo per ultimo, eravate davanti a me
solo le fresche silhouette, vicine, presentite, le vostre graffiature
oscure nella pioggerella d’oro ignoto
facevano strada, celavano il traguardo, io riconoscente
dietro di voi, avrei voluto procedere così in eterno, lame d’oro,
d’umido, la verdeggiante notte
oltre gli alberi, oltre la tempesta, sorseggiare la vostra risata col
mio silenzio,
leggere nella lucentezza d’un tratto il nero spoglio
dei vostri tratti, vicino, deserto come io stesso, già in eterno in
quell’attimo
lì sotto gli alberi e in nessuno dei luoghi

(Il continente rinnovato)

Primavera-di-Praga

Primavera-di-Praga

Quello che sta pagando
ed uscendo dal locale
dove non lascia nulla solo con niente in tasca
senza cicatrici con anticipo
o con ritardo
esce in orario non tiene nulla nella cornice
della porta mentre la pulisce lievemente
con la spalla languida
Senza grassi appena orlato
dal resto della luce
è soltanto una risata ciò che manca
nella sala alle spalle
Bisbiglii ai tavoli calcoli semplici
sono dietro di lui flaccido strascico Esce tutti i problemi
ancora in sua attesa
Irradiato dal buio desertico
che gli sbadiglia accomodante vi aggiunge già la firma
la scava arruffa
con la testa Dapprima vi sveglia le piazze nude
quello che sta uscendo
per bere dalle cantine dell’attimo

(Massiccio e crepacci)

Annunci

12 commenti

Archiviato in poesia ceca

12 risposte a “SETTE POESIE di Petr Král da “Tutto sul crepuscolo” Mimesis, 2014 – traduzione di Antonio Parente con un commento di Giorgio Linguaglossa

  1. Pasquale Balestriere

    A me, più che di “spostamento del punto di osservazione”, pare che si debba parlare di una diversa interpretazione della realtà derivante da una diversa impostazione culturale e da una concezione complessiva della vita piuttosto lontana dalla nostra. Ne risulta una visione poetica deragliata, sfalsata, straniata, specialmente sotto il profilo sintattico e semantico, che un italiano potrebbe far fatica a capire. Certo è che siamo di fronte a un poeta di valore. E stupisce la latitanza dei commentatori di questo blog.
    Pasquale Balestriere

  2. Stupisce anche me questa latitanza anche per un poeta come Paolo Riffilli
    GBG

  3. Condivido quanto detto da Balestriere sulla realtà e cultura diverse dal nostro punto di vista e tradizione. Eppure queste poesie le trovo fluide nonostante la versificazione, anzi la vera novità è proprio il tipo di versificazione. Gli oggetti semplici “la forcina, la valigia, il sapone, il pettine, i coltelli e le forchette, ricordano un nostro passato di emigranti che tanta parte ha avuto in letteratura e filmografia. E ancora il bosco bruciato, l’albero rivoltato, le stoffe nei negozi silenziosi, immagini di cicatrici aperte. Una poesia razionale, “soprarazionale”, eccede ma non contraddice: “Spettri di flanella”.

    Una poesia spirituale come questa di Kral, spirituale in quanto si sottrae alla certezza del razionale, non poteva non registrare una presa di distanza netta dall’avanguardia, nonostante i suoi trascorsi parigini:”Il leggero trotterellare di uno scroscio di pioggia solo a volte portò sollievo al bosco”; le vostre graffiature oscure nella pioggerella d’oro ignoto”.
    Un Grande!

    Un saluto e un ringraziamento all’amica Francesca Tuscano.

    Giuseppe Panetta

  4. Condivido quanto detto da Pasquale Balestriere, lo straniamento è qui il veicolo principale di questa poesia di Kral, ma ciò che a noi italiani ci appare come straniamento è un diverso modo di concepire il discorso poetico. Roberto Bertoldo nelle sue speculazioni intorno all’estetico l’ha definito il “surrazionale”, e a me sembra esatto questo neologismo per definire una poesia che altrimenti sfuggirebbe alle nostre categorie. Lo straniamento e il surrazionale sono le categorie guida di questa poesia di Kral che sorprendono continuamente il lettore.

  5. Francesca Tuscano

    A proposito del ruolo della lingua in un poeta slavo e del valore della poesia di Král, a quanto già riportato e ricordato da Giorgio, aggiungo (anzi, per mancanza di tempo, copio dalla mia introduzione) alcune osservazioni:

    nella letteratura slava lingua e identità sono speculari e profondamente integrate. Per questo la traduzione da una lingua slava è difficilissima (e in poesia, ovviamente, di più) e implica una conoscenza molto profonda della cultura di partenza. Parente, in tal senso, è un ottimo traduttore. Ciò detto, va ricordato che, Král, con la sua lingua, non vuole stupire, ma, “straniare”, ossia restituire percezioni. Non credo che gli “sguardi obliqui” (il surrazionalismo) di Král possano creare problemi ad un lettore italiano realmente interessato alla poesia, abituato ad andare al di là della “fluidità del canto”. Anzi, proprio la “perfida obliquità” del punto di vista del poeta ceco è l’elemento più interessante e produttivo per un lettore italiano.
    L’effetto di queste traduzioni delle poesie di Král è quello di un continuo camminare del funambolo, nella sospensione necessaria a non desiderare appiglio, ma una strada nel vuoto, esattamente a metà tra la sensazione che non mente e la falsità della “pioggia di cappelli”, tra la libertà degli spazi naturali e l’oppressione di quello che i russi chiamano byt, cioè la grigia, inesorabile e distruttiva quotidianità. Credo che questo effetto non sia solo garanzia di una traduzione “giusta”, ma anche di una poesia che ha senso leggere.

    Un saluto carissimo a Giuseppe!!!

  6. Pasquale Balestriere

    Dopo un’attenta rilettura di queste liriche, mi pare di poter aggiungere che l’intuizione poetica di Král esploda e trovi collocazione innanzitutto nell’enunciato breve e tra gli interstizi sintattico-semantici, profilandosi, anche attraverso dettagli, come rapida folgorazione e rivelazione immediata, per comporsi poi in quadri più ampi e complessivi di indubbia attrazione e di perspicua intensità.
    Pasquale Balestriere

  7. La latitanza forse è anche dovuta al fatto che sono due giorni che tento di postare un commento e il sistema del blog mal funziona. Volevo semplicemente dire questo: una forcina, un semafono, oggetti di ogni giorno trasformati dalal penna del poeta in eroi omerici.

  8. marcello mariani

    Perché non interviene Antonio Sagredo che è un bohemista?

  9. antonio sagredo

    Sagredo non può intervenire poi che impegnato nella revisione delle sue traduzioni dei poemi “Edison” e “Il becchino assoluto” del poeta praghese Vitez Nezval. Inoltre vi sono alcuni versi suoi che lo impiccano ogni giorno sempre di più…
    a. s.

  10. e’ meravigliosa questa raccolta di poesie!

  11. mi fa piacere che qualcuno leggendo di qui e di là si sia accorto di questo straordinario poeta, anche se lontano dalla nostra impostazione culturale, anzi, tanto più in quanto lontano dalla nostra impostazione culturale…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...